Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/09/2026

Nazisti al governo in Sassonia. È merito dei liberali

di Giorgio Cremaschi

La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra.

I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa.

Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica.

Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio delle pensioni.

Stiano tranquilli i guerrafondai, se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti,

Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci.

Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro.

Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere.

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16/05/2026

Draghi torna alla carica sull’autonomia strategica della UE

Mario Draghi ha ricevuto giovedi ad Aquisgrana (emblematicamente Capitale del Sacro Romano Impero, ndr) il premio Carlo Magno.

Nel ricevere il simbolo del cosiddetto asse franco-tedesco, Draghi ha avanzato una serie di valutazioni che danno il segno del cambiamento di fase sia all’interno dell’Unione Europea sia nelle relazioni della Ue con gli Stati Uniti.

Sulla prima questione l’ex presidente della Bce ed ex premier italiano è tornato sull’accelerazione dei processi decisionali parlando di “federalismo pragmatico” per la Ue, ma soprattutto ha picchiato su un tasto dolente per la Germania.

Parlando infatti davanti ad alcuni esponenti della Ue ma soprattutto al cancelliere tedesco Friedrich Merz, Draghi è tornato indirettamente a parlare di nuovo debito in comune a livello europeo: “La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva (contenuta nel Rapporto Draghi del 2024, ndr) è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media”.

Sul piano politico, Mario Draghi ha ribadito invece quella che ha definito l’idea del federalismo pragmatico, mentre prende quota la proposta di passare dall’unanimità al voto a maggioranza in seno al Consiglio Europeo ossia l’organismo dei capi di Stato della Ue. “I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete”. Ricordando i risultati ottenuti dall’euro e il modello dell’Eurogruppo, ha aggiunto che i governi “devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla, nei campi dell’energia, della tecnologia, della difesa”.

Ma è sui rapporti con gli Stati Uniti che Draghi si è lasciato alle spalle le buone relazioni con Washington che lo avevano caratterizzato fino a qualche anno fa, affermando che “la nuova aggressiva postura americana deve essere agli occhi dell’Europa un momento di rivelazione”.

È Il Sole 24 Ore a ricordarci che in passato Mario Draghi aveva avuto nei confronti degli Stati Uniti “un atteggiamento accomodante”, vuoi per realismo politico vuoi per frequentazioni culturali. “Oggi il clima è cambiato, tanto più che gli Stati Uniti potrebbero essere diventati una minaccia”.

Draghi ha messo esplicitamente in guardia i partner europei sulla possibilità che Washington ignori “le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini”. In pratica il paradigma su cui si è basato per anni lo sviluppo europeo – apertura commerciale, garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti, stabilità dell’ordine internazionale – non reggono più e il continente si trova ora di fronte a un mondo “più duro”, in cui per la prima volta, ha affermato saremmo “davvero soli insieme”.

Draghi sa di rappresentare la punta di lancia di quella costituenda ma contraddittoria borghesia europea che da tempo guarda non solo all’autonomia strategica – dagli USA soprattutto – ma anche ad accelerare i processi decisionali e di centralizzazione del capitalismo in Europa per potersi proiettare come un polo imperialista a tutto tondo nella competizione globale.

È un processo che ha accumulato passi avanti e bruschi stop e che vorrebbe cogliere ogni crisi come occasione per procedere rapidamente, ma che oggi si trova di fronte ad una vera e propria “scelta esistenziale”.

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04/02/2026

La nottola di Draghi, nel tramonto UE

Nel silenzio nebbioso che ormai caratterizza “l’Europa” – ossia quella cosa storta chiamata Unione Europea – la voce di Mario Draghi viene presa dai settori meno decerebrati dell’establishment e fatta squillare al di sopra della platea mormorante.

Ma i tempi sono cambiati. E anziché esibirsi nelle sedi istituzionali più importanti del Vecchio Continente stavolta SuperMario ha dovuto accontentarsi di un sede solo culturale, per quanto prestigiosa come l’università di Lovanio, una delle più antiche.

Il downgrade di location, inevitabilmente, significa qualcosa, e vedremo se e quanto del suo “indicare la strada” sarà ripreso da chi attualmente è al volante della UE. Fossimo in lui nutriremmo poche speranze nelle von der Leyen o addirittura nelle Kallas. E non meglio va con i leader nazionali, tutti “zoppi”, come si vede con Macron, Merz, Sanchez o l’ondivagante Meloni, più trumpiana che europea.

Il tema, una volta tanto, è però di alto livello strategico. Quasi troppo alto per essere affrontato dai nanerottoli attualmente in sella: quale destino strategico per “l’Europa”. Perché una cosa è diventata chiara con il rapido distacco degli Stati Uniti: “l’Europa rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata. E un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”.

Lasciamo perdere la retorica sui valori, che sono lo straccio agitato quando non si sa cosa dire delle presunte “virtù” che caratterizzerebbero questa (piccola) parte del mondo. Il cuore della questione è nella subordinazione (militarmente agli Usa, quanto a risorse da qualsiasi fornitore possibile di energia o materie prime critiche), nella divisione operativa e nella perdita della leadership industriale nei settori “maturi” (automotive in primo luogo) mentre c’è completa assenza in quelli del possibile futuro (intelligenza artificiale, chip, ecc.).

Non che mancherebbe i punti di forza, spiega Draghi, ma non sono implementabili in mancanza di una struttura istituzionale più centralizzata, in grado di prendere decisioni vincolanti per tutti i membri senza passare per la defatigante ricerca dell’unanimità, che non solo “stempera” l’efficacia o radicalità delle scelte, ma ne pospone i tempi di realizzazione a quando i tempi sono già cambiati.

È il risultato – dice – dell’indecisione storica sulla forma istituzionale “giusta” per la UE: confederazione o federazione? È quasi ironico che sia il forse maggior teorico del “lasciamo decidere al mercato” a doversi interrogare sull’importanza, invece, della forma Stato che consente di far crescere anche l’economia e ciò che ne deriva... 

La prima forma – la confederazione – è stata adottata per una lunga serie di questioni, tra cui la difesa comune (mai decollata e anzi ora affossata proprio dai militari di alto grado “europei” che preferiscono il mantenimento della Nato, nonostante stia venendo messa in crisi dall’“azionista di maggioranza”), la politica estera (teoricamente affidata a una “svalvolata” che ignora l’abc dei rapporti internazionali), le questioni fiscali (ogni paese ha il suo sistema e fa concorrenza agli stessi partner); per non dire del “debito comune” che resta un tabù per i “virtuosi”.

La seconda – quella federale – è stata adottata invece “con successo” per quanto riguarda la politica monetaria, le regole del commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico e tutta la materia dei trattati “vincolanti”.

È scontato che SuperMario indichi la “Federazione” come la scelta obbligata. Anche a costo di sciogliere, di fatto, l’Unione Europea così com’è. Naturalmente Draghi non usa questa formulazione così drastica (né potrebbe), ma nella pratica questo e non altro significa “compiere i passi che sono attualmente possibili, che sono oggi realizzabili, con i partner che sono effettivamente disposti, nei settori in cui il progresso può essere fatto ora”.

Una rifondazione drastica, camuffata magari sotto la formula dell’“eliminazione del diritto di veto” a disposizione di ogni singolo Stato. Ma è chiaro – e persino inevitabile – che nessuno Stato membro potrebbe accettare decisioni “obbliganti” che lo costringono a fare quel non vuole o non può. Specie in questioni di vita o di morte come una guerra o il rischio di provocarla, o le forniture di energia e cento altri casi ancora.

Il “federalismo pragmatico” di Draghi è dunque una proposta di procedere “con chi ci sta”, creando una “coalizione di volenterosi” (ancora!?) che “pratica l’obbiettivo” e crea una condizione cui gli altri paesi, anche se riluttanti, saranno alla fine obbligati ad aderire.

In fondo, ricorda, “è così che è nata l’Unione Europea”, da sei paesi fondatori che man mano hanno inglobato gli altri ventuno senza contrattare con loro la definizione delle regole di partenza.

Vale però la pena di ricordare che è completamente cambiato il quadro storico e strategico in cui quella scelta è stata possibile ed efficace. Allora (anni ‘50 e ‘60) c’era “il mondo diviso in due” e l’Europa occidentale era saldamente sotto il controllo – e “l’ombrello nucleare” – statunitense. L’esperimento “comunitario” non aveva precedenti e quindi non era contestabile o correggibile sulla base dell’esperienza. Questa parte del mondo era “in pace” e poteva sfruttare la “protezione americana” per assumere una postura “da potenza” nei confronti di altri soggetti extraeuropei, per agire insomma da “imperialisti” pur senza avere un impero. “Vassalli felici”, com’è stato detto di recente... 

Oggi tutto ciò è in via di disfacimento. Anzi, come dice Draghi stesso, “è defunto”.

Avere “ambizioni di potenza” – da superpotenza, detto chiaramente – significa avere e proiettare una “forza” che sia al tempo stesso economica, finanziaria, tecnologica e anche militare. E qui, secondo noi, l’asino casca. Quel “federalismo pragmatico”, per partire, richiederebbe “campioni veri”, solidi sul piano economico-industriale-tecnologico come su quello del consenso interno. E in Europa al momento non ce ne sono. Francia, Spagna e Germania sono insieme politicamente instabili peggio dell’Italia meloniana (dove comunque sono cominciate le grandi manovre in vista della prossima tornata elettorale del 2027, se non addirittura anticipata).

Peggio. Le alternative più probabili sono addirittura nazionaliste, quindi ancora meno disponibili a quelle drastiche “cessioni di sovranità” che renderebbero possibile la costruzione di una “superpotenza federale”.

Come avviene sempre nella Storia, la nottola di Minerva prende il volo al tramonto. In uno sforzo ormai tardivo di salvare l’“idea-forza” dell’Unione Europea, Draghi scopre che “L’unità non precede l’azione. Si forgia prendendo decisioni consequenziali insieme, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e attraverso la capacità di sopportarne insieme le conseguenze”. 

È un principio fondamentale della politica, non una sua originale elaborazione teorica. Un principio dimenticato completamente dalla cosiddetta “sinistra radicale” che ad ogni tornata elettorale ripropone stancamente l’invito all’“unità” a prescindere dalla risposta alla domanda: “per fare cosa?”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti... Quel “confederalismo volontaristico” non ha mai prodotto un risultato, anzi, è diventato così non credibile da garantire l’insuccesso prima ancora di sedersi a discuterne.

È infatti l’obiettivo – il dove vogliamo andare, come, e perché – a definire il campo delle possibilità di agire positivamente in un conflitto (di classe, dal nostro punto di vista; “tra superpotenze”, da quello del capitalismo multinazionale rappresentato da Draghi).

A modo nostro, nel dibattito tipico esistente nell’“acquario” della sinistra antagonista, sia sindacale che politica, avevamo colto un problema simile rovesciando completamente il consunto slogan: “La forza fa l’unione”.

Sembra quasi impossibile, una vera ironia della Storia, ma la UE si ritrova esattamente allo stesso bivio.

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31/08/2025

L’UE non ha un ruolo perché ha scelto un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi

di Alessandro Volpi

L’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto è stato, come di consueto, oggetto di infiniti elogi, dai “progressista di sinistra” alla Nicola Zingaretti fino ai liberal di destra. In realtà un latore forse meno encomiastico farebbe emergere almeno due elementi discutibili.

Il primo. Draghi sostiene che Trump e l’attuale situazione dimostrano che non basta all’Europa essere una potenza economica per avere un ruolo internazionale vero. Ora, a questo riguardo, verrebbe da obiettare proprio citando il noto “Piano Draghi” che l’Europa ha smesso da tempo di essere una potenza economica. I flussi finanziari europei, a partire dal risparmio, vanno nelle Borse americane e gli effetti della globalizzazione hanno trasferito i sistemi produttivi fuori dal continente spostandoli in Cina e nel cosiddetto “Sud globale”, dove ora albergano le potenze economiche. Il neoliberalismo, di cui Draghi è stato ed è un esponente chiave, ha assegnato all’Europa il ruolo di realtà terziarizzata, con servizi caratterizzati da bassissime retribuzioni, dipendente appunto dalle Borse Usa in termini finanziari e dal mercato estero per le proprie sempre più povere produzioni.

Quindi dov’è la potenza economica europea? I consumi sono diminuiti, gli investimenti anche e la concentrazione della ricchezza è esplosa. A reggere rimane solo il risparmio –costantemente drenato verso gli Stati Uniti – che è stato accumulato negli anni in cui non si era ancora affermato il modello neoliberale draghiano. Peraltro l’ex presidente della Banca centrale europea sembra trascurare che oggi come non mai sono centrali le risorse naturali: energia, materie prime, beni agricoli, terre rare di cui l’Europa è sprovvista. Forse, allora, l’irrilevanza europea dipende proprio dal fatto che non si è più una potenza economica per effetto dell’ubriacatura globalista.

Il secondo elemento assai poco comprensibile della mitizzata riflessione di Draghi è legata alla ricetta. Che cosa dovrebbe fare l’Europa per tornare ad avere un ruolo internazionale? Trasformarsi in maniera miracolistica in una realtà più unitaria e comunitaria dopo che per trent’anni le politiche europee hanno coltivato l’impossibilità di arrivare a una struttura realmente federativa? L’allargamento a Est, l’ignavia colpevole nella dissoluzione jugoslava, la totale subordinazione alla Germania, il massacro della Grecia, la costruzione dell’austerità a vantaggio esclusivo di Paesi “frugali” che erano e sono paradisi fiscali possono essere rimossi in nome di un’Europa unita reiterando il modello che ha prodotto il disastro e trovando solo nella guerra alla Russia il collante interno?

L’Europa non ha un ruolo internazionale perché ha scelto, pervicacemente, un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi. Le note dell’ex presidente della Bce espresse a Rimini hanno trovato un seguito nell’intervento dell’attuale presidente dell’istituto di Francoforte per la quale l’impoverimento dei lavoratori diventa un dato positivo. Christine Lagarde è arrivata al simposio di Jackson Hole e, con un sorriso smagliante, ha dichiarato che nell’eurozona l’inflazione è calata senza generare troppi effetti negativi sul Pil dei vari Paesi europei.

Ora, a parte il fatto che il Pil europeo è decisamente stagnante, sono proprio i tre fattori indicati da Lagarde come punti di forza dell’economia dell’area euro a lasciare molto perplessi. Ad “alleviare” gli effetti delle politiche monetarie restrittive, adottate contro l’inflazione, sono stati un andamento dei salari non adeguato all’inflazione, la riduzione delle ore di lavoro e dalla permanenza al lavoro di lavoratori e lavoratrici pensionabili che, insieme alla manodopera immigrata, hanno calmierato il costo del lavoro. In sintesi le politiche restrittive della Bce contro l’inflazione sono state pagate dalla forza lavoro decisamente impoverita. Un bel modello davvero.

Dopo il rilancio del neoliberalismo di Draghi è arrivata la benedizione dello sfruttamento da parte di Christine Lagarde. Questa Europa è una realtà alla rovescia: per combattere l’inflazione che colpisce i redditi più bassi si riducono le retribuzioni in modo da non intaccare i profitti, tradotti in dividendi, che sorreggono il Pil. Quello dei ricchi.

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29/08/2025

Draghi e la globalizzazione

Il discorso di Draghi al meeting di Rimini ha attirato molta attenzione ed è già stato oggetto di commento su queste pagine. Dato il peso dell’oratore, può meritare qualche considerazione ulteriore.

Se guardiamo ai fatti per quello che sono, l’odierna Unione Europea non è nata dagli svolazzanti “valori” di Draghi. È nata dalla paura, dal rancore e dall’egoismo di una classe dirigente politica, industriale e finanziaria, già condannata dai propri fallimenti e dalla complicità con il fascismo, che è stata ripescata dalla pattumiera della Storia e rimessa al proprio posto solo grazie alle armate statunitensi.

Mi riferisco alla paura della forza e del prestigio raggiunti dall’URSS grazie alla vittoria sul nazifascismo, e al rancore verso i popoli sovietici, che avrebbero dovuto soltanto essere ringraziati avendo pagato il prezzo maggiore di una guerra sanguinosa.

Questi sentimenti poco nobili si innestavano sul terreno di un’atavica russofobia (leggere “il manifesto di Ventotene” per credere), e si accompagnavano all’egoismo, impegnato a preservare i propri storici privilegi all’interno come all’esterno dei propri confini, ma in particolare a danno dei popoli colonizzati e di un “Oriente” perennemente propagandato come minaccioso, quando nella realtà è sempre stato oggetto di mire espansionistiche provenienti da Occidente.

Può una casa comune costruita su queste fondamenta prosperare in un quadro di cooperazione multilaterale paritaria ed equa? O non è piuttosto condannata a ripercorrere il proprio tragico passato verso il disastro?

Draghi non può porsi queste domande, e tanto meno rispondere, perché la montagna di falsità su cui il discorso pubblico “europeista” si erge è tale che, a mio parere, i suoi protagonisti hanno perso la capacità di discriminare il vero dal falso.

Sono troppo abituati a distribuire falsità per incolpare invariabilmente qualcun altro (preferibilmente l’orco russo o l’orco cinese, ma adesso anche l’orco nordamericano) della propria incapacità di rilanciare le prospettive di uno sviluppo di qualità per i propri Paesi e del proprio rifiuto a preoccuparsi seriamente di ridurre la disuguaglianza economica, sociale e territoriale all’interno dell’UE.

Sono falsità quelle ripetute nel discorso di Draghi, che ci vuole far credere che la globalizzazione è finita e che la colpa è della Cina. La globalizzazione non è affatto finita perché è strettamente legata allo sviluppo delle forze produttive a livello mondiale e, per il momento, non siamo ancora caduti in un epoca di regressione economica e sociale, nonostante l’Occidente faccia di tutto per spingere l’umanità verso il peggio.

Affermare che “la globalizzazione è finita” serve a nascondere che le prospettive di progresso dell’umanità si reggono oggi sulle forze del Sud globale, che ha strappato la bandiera del multilateralismo dalle mani dell’Occidente per farne finalmente qualcosa di serio. Ma soprattutto serve a nascondere che l’Unione Europea ha liberamente firmato un accordo con Trump che abiura a tutti i propri supposti princìpi.

D’altra parte è comprensibile, come potrebbe uno dei massimi ideologi del liberalismo contraddire la dottrina del libero commercio? È molto più comodo dare la colpa a qualcun altro! Ma la realtà è che, mettendo in fila gli errori accumulati dalle classi dirigenti UE, private e pubbliche, ne viene fuori un quadro disastroso:

1. avere permesso che cominciasse in Ucraina una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare;
2. trovarsi fottuti da un alleato che ha trasformato l’attacco comune contro la Russia in un attacco al cuore della UE;
3. incaponirsi in una guerra già persa e impiegare risorse in spese militari che sarebbero molto meglio spese altrove, a danno di prospettive di sviluppo già precarie;
4. piegarsi a pagare montagne di denaro allo stesso alleato che ti sta fottendo;
5. essere incapace (da continente povero di combustibili fossili) di sviluppare una propria filiera industriale nelle energie rinnovabili, in particolare nel comparto strategico dell’auto;
6. essere completamente colonizzati nella sfera digitale e incapaci di contribuire significativamente agli sviluppi dell’intelligenza artificiale;
7. sottoscrivere il delirio neoprotezionista di un fascista nordamericano fuori controllo.

In conclusione, la retorica di Draghi contro la globalizzazione non è meno intossicante di quella di Trump, e le sue parole servono a coprire la cruda verità che l’Unione Europea, firmando l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, si è accodata alla marea montante del fascismo statunitense accettandone, di buon grado e liberamente, presupposti e termini.

Il ventre oscuro dell’Occidente sta partorendo un nuovo mostro: “Non ancora si canti vittoria, uomini! Anche se il mostro giace nel fango, non crediate che sia finita la storia, perché la cagna che lo partorì è ancora in calore”. (B. Brecht)

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23/08/2025

C’erano una volta i Draghi...

Un lettore spiritoso, ieri sera, dopo aver ascoltato l’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini, ci ha scritto che “Draghi vi ruba gli articoli per preparare i suoi discorsi”. Merito, o colpa, del riconoscimento improvviso che l’Unione Europea “è evaporata”, ridotta al rango di comprimario o spettatore su tutti i dossier principali del momento (guerra in Ucraina, genocidio a Gaza, ecc.).

Naturalmente sappiamo qual è il nostro peso politico-culturale e dubitiamo fortemente – eufemismo – che gente così sappia persino della nostra esistenza. La “indicibile convergenza” di giudizio è tutto merito della realtà empirica, che ha costretto persino uno degli architetti dell’attuale UE a riconoscere uno stato comatoso ormai innegabile. Come dire che “piove!” quando in effetti cade acqua dal cielo.

Ma su quale “ombrello” prendere, ovvero come affrontare la nuova situazione, siamo ovviamente su pianeti diversi e opposti.

Bisogna anche dire che fa un po’ pena vedere un personaggio considerato un “grande economista” (ex direttore al ministero del Tesoro che decise le “privatizzazioni” firmate da Bersani, ex Governatore della Banca d’Italia, ex vicepresidente di Goldman Sachs, ex presidente della Banca Centrale Europea e “salvatore dell’euro” dopo il crollo di Lehmann Brothers, ex presidente del Consiglio, ecc.) arrampicarsi su specchi improbabili per argomentare la “necessità” della UE nonostante tutto.

Il problema è che Draghi deve affrontare, sul piano teorico, un’autentica mission impossible: identificare la nuova funzione di una sovrastruttura politico-istituzionale, stracciata dal venir meno delle ragioni (delle condizioni, degli interessi) che l’avevano fatta nascere e crescere, a dispetto delle azioni attuali dei suoi membri.

Non potendo usare argomenti economici o politici cogenti si deve rifugiare nella retorica dei “valori della democrazia, della libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità”, proprio nel momento in cui la dinamica di guerra che alita sull’Europa spinge per la riduzione degli spazi democratici ben al di sotto dei minimi accettabili. Dell’equità e indipendenza meglio non parlare... 

Vediamo in dettaglio, per non perderci anche noi in chiacchiere.

Draghi si concede un incipit fulminante per scuotere il torpore intellettuale di un’assemblea rituale come il Meeting di Comunione e Liberazione (cloroformio puro, per chi conosce l’ambiente): “Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata”.

Mai come oggi – tra esito tragicomico della “trattativa sui dazi”, bullizzazione dei leader ammessi a Washington per discutere di pace in Ucraina e trattati come scolaretti da un preside lunatico, balbettii infami per negare che a Gaza sia in corso un genocidio, ecc. – in effetti “l’Europa” ha dimostrato di non contare nulla e di saperlo anche bene. Altro che “peso politico determinante”... 

Detto questo, però, Draghi comincia a menare il can per l’aia.

Aumentare la spesa militare “era anche giusto”, ma Trump – come fosse un “Mule” imprevisto che ha sostituito “l’America” suo malgrado – ci ha costretto a farlo “in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa”. Ammissione interessante, che toglie molta “necessità” al riarmo messo in cantiere e richiederebbe – se la classe dirigente europea fosse diversa – una discussione un po’ meno frettolosa. Ma quella è la classe dirigente che c’è, ergo non si cambierà granché.

Qui compie il primo salto mortale dalla realtà alla pura retorica. La constatazione universale che questa UE non conta un tubo ha incrementato – ohibò – “lo scetticismo nei confronti dell’Europa”. Ma non bisogna dar retta a questo dato perché “Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese; anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per se stessi”.

Che un insieme di ventisette paesi diversi – abituati da sempre a farsi guerra reciproca – e 450 milioni di persone possa star insieme sulla base di “valori” anziché di interessi chiari è un’illusione oppure una mistificazione grossolana.

Certo, nel secondo dopoguerra lo shock per i massacri e “l’industria dello sterminio” messa in atto contro ebrei, zingari, omosessuali, slavi, ecc., era stato tale da consigliare di evitare il ripetersi dell’esperienza. Certo, il dominio degli Usa sul Vecchio Continente (e la divisione in due della Germania, oltre alla sfera di influenza sovietica sull’est europeo) aveva facilitato il “risparmio drastico” sulla spesa militare e il concentrarsi sulla ricostruzione di economia, case, infrastrutture, società civile, merci, ricchezza più o meno redistribuita.

Ma anche allora gli interessi erano stati prevalenti sui “valori”. Meglio evitare nuove guerre, finché le ferite non erano rimarginate; meglio far crescere le forze piuttosto che sacrificarle già nella culla; meglio non inquietare i nuovi padroni (gli Usa) e lasciare che se la sbrigassero loro con la strutturazione di un nuovo ordine mondiale. Il tutto sotto il mantello della “democrazia, libertà, ecc.” (la “sovranità”, come sappiamo in Italia con la “strategia della tensione”, era molto fortemente “limitata”).

Per il povero Draghi, però, una volta imboccata l’autostrada della retorica sui “valori” è impossibile restare concreto. Così lo “scetticismo” anti-europeo viene interpretato come il sorgere di dubbi sulla “capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori”. Un loop logico, “immateriale”, da cui non si può più uscire... 

Così si ridipinge il “superamento degli Stati-nazione” – la subordinazione degli Stati ai “mercati” e la creazione di una sovrastruttura per coordinarne i passaggi fondamentali – come un momento di affermazione di quei “valori”. Compito tutto sommato “facile”, dice, perché in fondo si trattava solo di aderire a una spinta sovradeterminante irresistibile (“adattarsi all’ordine neoliberale”), che andava concretizzandosi in istituzioni sovranazionali dotate di poteri reali: oltre alla Ue il Wto, il Fondo Monetario Internazionale, ecc.. 

Tutta questa architettura è stata però stravolta. Da Trump, dice ancora, senza mai prendere atto che quel bruto col ciuffo non viene da Marte, ma è solo l’altra risposta – diversa da quella dell’establishment neocon, di cui anche Draghi fa parte in pianta stabile da 40 anni – alla crisi di egemonia degli Stati Uniti.

Ora, dunque, bisognerebbe re-inventarsi una missione per una Unione Europea. L’ambiente è totalmente cambiato. Prima ci si doveva affidare ciecamente ai “mercati”, ora non si può fare nulla senza uno Stato. Anzi, uno Stato molto forte, capace di drenare risorse, decidere l’allocazione di investimenti giganteschi (per energia, armi, tecnologie, ecc.). Un radicale “cambio di paradigma” che però viene semplicemente nominato, “come fosse antani” (cit.)... 

Draghi – e qui diventa quasi patetico – sogna ancora che questa classe dirigente europea possa avere uno scatto di fantasia per fare della UE quello Stato che secondo lui servirebbe.

Finge di non vedere lo sguaiato spettacolo che ha davanti. Merz spinge il riarmo per dare alla Germania “il più forte esercito europeo” (il contrario di “un esercito europeo forte”). Macron sventola le sue poche testate nucleari come fossero l’equivalente di quelle russe e statunitensi, mentre blatera di mandare truppe in Ucraina senza valutare le conseguenze di un’escalation. L’Italietta meloniana – o “democratica” – non fa quasi testo.

Per di più si è costretti ad ammettere – con l’arresto del dirigente dello Sbu – che l’unico paese che per ora ha attaccato “l’Europa” è stata quell’Ucraina che ha usato parte degli esplosivi che le abbiamo inviato per far saltare il gasdotto North Stream, quello che ci garantiva gas russo a prezzi stracciati, costringendoci tutti a pagare gnl statunitense che costa 4 volte di più (lo vediamo sulle bollette di luce e gas).

E non parliamo neanche dei neonazisti baltici, che vorrebbero l’Europa pronta a fare la guerra alla Russia per loro conto, e magari anche gli Usa.

Un manicomio totale in cui, oltretutto, il Parlamento Europeo si è sentito costretto a ricorrere alla Corte di giustizia Europea contro... la presidente della Commissione (la sciagurata Ursula von der Leyen), rea di aver approvato il Safe (lo strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa) utilizzando una “procedura d’urgenza” immotivata che però aveva reso inutile il Parlamento stesso. Alla faccia della “difesa della democrazia, ecc.”... 

Di fronte all’“evaporazione” reale dell’Unione Europea il resto delle considerazioni e delle ricette draghiane sono poco più che wishful thinking. La sua “agenda”, sventolata dalla stessa von der Leyen pochi mesi fa come le “tavole della legge”, è finita in qualche scantinato di Bruxelles.

Difficile, se non impossibile, che qualcuno la ritiri fuori per farne un programma di ricostruzione della UE. In fondo anche quell’agenda era pensata per un mondo che non c’è più: l’ordine neoliberale.

Ciao, Draghi, non sentiremo la tua nostalgia... 

*****

Il discorso integrale di Mario Draghi al Meeting di Rimini 2025. 

Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata.

Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere -ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa. L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace.

Nel frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di produzione in Europa, ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle nuove barriere imposte dal governo negli Stati Uniti.

Le proteste europee hanno avuto poco effetto: la Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante.

L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo.

Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese; anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per se stessi.

Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori. Ciò è in parte comprensibile. I modelli di organizzazione politica, specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione preesistente,questa deve cambiare.

L’ Ue fu creata perché nella prima metà del ventesimo secolo i precedenti modelli di organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi avevano completamente fallito nel compito di difendere questi valori. Molte democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta con il risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale.

Fu perciò quasi naturale per gli europei sviluppare una forma di difesa collettiva per la democrazia e la pace. L’Unione Europea rappresentò un’evoluzione che rispondeva a quello che era il più urgente problema del tempo: la tendenza dell’Europa scivolare nel conflitto. Ed è insostenibile argomentare che staremmo meglio senza di essa.

L’Unione si è poi evoluta di nuovo negli anni dopo la guerra adattandosi gradualmente alla fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni del 2000. Questo periodo fu caratterizzato dalla fede nel libero scambio e nell’apertura dei mercati, da una condivisione del rispetto delle regole multilaterali e da una consapevole riduzione del potere degli Stati che attribuivano compiti e autonomia ad agenzie indipendenti.

L’Europa ha prosperato in quel mondo: ha trasformato il proprio mercato comune nel mercato unico, è diventata attore fondamentale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha creato autorità indipendenti per la concorrenza e la politica monetaria. Ma quel mondo è finito e molte delle sue caratteristiche sono state cancellate.

Mentre prima ci si affidava ai mercati per la direzione dell’economia oggi ci sono politiche industriali di grande respiro. Mentre prima c’era il rispetto delle regole oggi c’è l’uso della forza militare e della potenza economica per proteggere gli interessi nazionali. Mentre prima lo Stato vedeva ridursi suoi poteri, tutti gli strumenti sono oggi impiegati in nome del governo dello Stato.

L’Europa è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento più che non l’efficienza ispirano le relazioni commerciali internazionali. La nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo quando esse sono esistenziali: noi europei dobbiamo arrivare a un consenso su ciò che questo comporta.

È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze.

Ma è anche vero che per difendere l’Europa dal crescente scetticismo non dobbiamo cercare di estrapolare le conquiste del passato nel futuro che ci accingiamo a vivere: i successi che abbiamo raggiunto nei decenni precedenti erano in realtà risposte alle specifiche sfide di quel tempo e ci dicono poco circa la capacità di affrontare quelle che ci si pongono oggi. Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica , potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell’Unione.

Possiamo trarre qualche conforto dal fatto che l’Unione Europea è stata capace di cambiare nel passato. Ma adattarsi all’ordine neoliberale era in confronto un compito relativamente facile. L’obiettivo principale allora era quello di aprire mercati e di limitare l’intervento dello Stato. L’Unione Europea poteva allora agire principalmente come un regolatore e un arbitro evitando di affrontare la questione più difficile dell’integrazione politica.

Per affrontare le sfide di oggi l’Unione Europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista. Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza. Dopo quasi ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la difesa collettiva della democrazia è data per scontata da generazioni che non hanno il ricordo di quel tempo. La loro convinta adesione alla costruzione politica europea dipende anche, in misura importante, dalla sua capacità di offrire ai cittadini prospettive per il futuro quindi anche dalla crescita economica che in Europa è stata negli ultimi trent’anni ben più bassa che nel resto del mondo .

Il Rapporto sulla Competitività europea ha indicato le molte aree in cui l’Europa sta perdendo terreno e dove più urgenti sono le riforme. Ma un tema ricorre attraverso tutte le indicazioni del rapporto: la necessità di utilizzare appieno la dimensione europea lungo due direzioni.

La prima è quella del mercato interno. L’Atto del Mercato Unico fu approvato quasi quarant’anni fa eppure permangono ostacoli significativi agli scambi interni all’Europa. La loro rimozione avrebbe un impatto sostanziale sulla crescita dell’Europa. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che, se le nostre barriere interne fossero ridotte a livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell’Unione Europea potrebbe essere di circa 7% più alta dopo sette anni. Si pensi che negli ultimi sette anni il totale della crescita della produttività è stato da noi appena il 2%.

Il costo di queste barriere è già visibile. Gli Stati europei si accingono a una gigantesca impresa militare con 2 trilioni di euro – di cui un quarto in Germania – di spese addizionali nella difesa pianificate tra oggi e il 2031. Eppure abbiamo delle barriere interne che sono equivalenti a una tariffa del 64% su macchinari e del 95% sui metalli.


Il risultato sono gare d’appalto più lente, maggiori costi, e maggiori acquisti da fornitori al di fuori dell’Unione Europea, senza quindi neanche una funzione di stimolo alle nostre economia: tutto a causa degli ostacoli che imponiamo a noi stessi.

La seconda dimensione quella tecnologica. Un punto è ormai chiaro dal modo in cui si sta evolvendo l’economia globale: nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche. Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche sulle tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro.

Nessun paese europeo può da solo avere le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie. L’industria dei semiconduttori ben illustra questa sfida. Questi chip sono essenziali per la trasformazione digitale che sta avvenendo oggi, ma gli impianti per produrli richiedono grandi investimenti.

Negli Stati Uniti l’investimento pubblico e privato è concentrato in un piccolo numero di grandi fabbriche con progetti che vanno da 30 a 65 miliardi di dollari. Invece in Europa la maggior parte della spesa ha luogo a livello nazionale essenzialmente attraverso gli aiuti di Stato. I progetti sono molto più piccoli tipicamente tra 2 e 3 miliardi di euro e dispersi tra i nostri paesi con priorità divergenti.

La Corte dei Conti Europea ha già avvertito che ci sono poche probabilità che l’Unione Europea raggiunga il suo obiettivo di aumentare per il 2030 la quota di mercato globale in questo settore al 20% da meno del 10% oggi.

Quindi, sia per quanto riguarda la dimensione del mercato interno, sia per quella delle tecnologie torniamo al punto fondamentale: l’Unione Europea per raggiungere questi obiettivi dovrà muoversi verso nuove forme di integrazione.

Abbiamo la possibilità di farlo: per esempio con il ventottesimo regime che opera al di sopra della dimensione nazionale, per esempio con un accordo su progetti di comune interesse europeo e con il loro finanziamento comune, condizione essenziale perché raggiungano la dimensione tecnologicamente necessaria ed economicamente autosufficiente.

Anni fa proprio qui al vostro meeting ricordai come c’è debito buono e debito cattivo. Il debito cattivo finanzia il consumo corrente lasciandone il peso alle future generazioni. Il debito buono serve a finanziare investimenti nelle priorità strategiche e nell’aumento della produttività. Esso genera la crescita che servirà a ripagarlo. Oggi in alcuni settori il debito buono non è più possibile a livello nazionale poiché gli investimenti fatti in isolamento non possono raggiungere la dimensione necessaria per aumentare la produttività e giustificare il debito.

Soltanto forme di debito comune possono sostenere progetti europei di grande ampiezza che sforzi nazionali frammentati insufficienti non riuscirebbero mai ad attuare.

Questo vale: per la difesa, soprattutto per ciò che riguarda la ricerca e lo sviluppo; per l’energia, per gli investimenti necessari nelle reti e nell’infrastruttura europea; per le tecnologie dirompenti, un’area in cui i rischi sono molto alti ma i potenziali successi sono fondamentali nel trasformare le nostre economie.

Lo scetticismo aiuta a vedere attraverso la nebbia della retorica ma occorre anche la speranza nel cambiamento e la fiducia nelle proprie capacità di attuarlo.

Tutti voi siete cresciuti in un’Europa in cui gli Stati nazione hanno perso importanza relativa: siete cresciuti come europei in un mondo dove è naturale viaggiare, lavorare, e studiare in altri paesi. Molti di voi accettano di essere sia italiani che europei; molti di voi riconoscono come l’Europa aiuti i piccoli Paesi a raggiungere insieme obiettivi che non riuscirebbero a conseguire da soli ,specialmente in un mondo dominato da superpotenze come gli Stati Uniti e la Cina. È quindi naturale che speriate nel cambiamento dell’Europa.

Abbiamo poi visto che negli anni l’Unione Europea è stata capace di adattarsi nell’emergenza, talvolta andando anche al di là di ogni aspettativa.

Siamo stati capaci di infrangere tabù storici quali il debito comune all’interno del programma Next Generation EU e di aiutarci l’un l’altro durante la pandemia. Abbiamo portato a termine in tempi rapidissimi una vastissima campagna di vaccinazione. Abbiamo dimostrato una unità e una partecipazione senza precedenti nella risposta all’invasione russa dell’Ucraina.

Ma queste sono state risposte a emergenze. La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari per confrontarci con i nuovi contorni nel mondo in cui stiamo entrando. È un mondo che non ci guarda con simpatia, che non aspetta la lunghezza dei nostri riti comunitari per imporci la sua forza. È un mondo che pretende da parte nostra un discontinuità negli obbiettivi, nei tempi e nei modi di lavoro. La presenza dei cinque leader di Stati europei e dei Presidenti della Commissione e del Consiglio Europei nell’ultimo incontro alla Casa Bianca è stata una manifestazione di unità che vale agli occhi dei cittadini più di tante riunioni a Bruxelles.

Finora molto dello sforzo di adattamento è venuto dal settore privato che ha finora mostrato solidità, nonostante la grande instabilità delle nuove relazioni commerciali. Le imprese europee stanno adottando tecnologie digitali di ultima generazione, inclusa l’intelligenza artificiale, a ritmo paragonabile a quello degli Stati Uniti. E la forte base manifatturiera europea potrà far fronte ad un aumento di domanda per una maggiore produzione interna.

Ciò che è rimasto indietro è il settore pubblico dove sono più necessari i cambiamenti decisivi.

I governi devono definire su quali settori impostare la politica industriale. Devono rimuovere le barriere non necessarie e rivedere la struttura dei permessi nel campo dell’energia. Devono mettersi d’accordo su come finanziare i giganteschi investimenti necessari in futuro, stimati in circa 1. 2 trilioni di euro all’anno. E devono disegnare una politica commerciale adatta a un mondo che sta abbandonando le regole multilaterali.


In breve, devono ritrovare unità di azione,e non dovranno farlo quando le circostanze saranno divenute insostenibili, ma ora quando abbiamo ancora il potere di disegnare il nostro futuro.

Possiamo cambiare la traiettoria del nostro continente. Trasformate il vostro scetticismo in azione , fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è soprattutto un meccanismo per raggiungere gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini. È la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza: è una democrazia e siamo noi, voi, i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità.

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16/05/2025

Mattarella e Draghi fanno l’ultima chiamata per l’autonomia strategica UE

Mattarella e Draghi, la diarchia che ha segnato l’Italia dei primi anni post-pandemici, si è trovata riunita a Coimbra. Parlo di diarchia non per gioco retorico, ma perché queste due figure hanno davvero espresso la verticalizzazione della politica italiana, la gerarchizzazione e il ‘bacchettamento’ dei partiti che non si volevano allineare ai dettami di Bruxelles.

Ciò avveniva in una fase di forte sollecitazione per le mire strategiche unioneuropeiste, e dunque avviene di nuovo in questi mesi, in cui la rottura dell’illusione dell’unità euroatlantica sta costringendo la UE ad assumere quell’autonomia strategica a cui ha sempre aspirato o a perdere definitivamente il treno della competizione globale.

Senza tenere a mente questa cornice analitica, non si può capire il valore delle parole che entrambi i politici hanno pronunciato nella città portoghese, dove si è svolto il 17esimo summit sull’innovazione organizzato dalla fondazione Cotec Europa. Non a caso, il titolo era “A call to action”, che è poi il senso dei loro discorsi.

Partiamo dal discorso tenuto da Draghi, che fa il paio con quello dello scorso febbraio, quando l’economista era intervenuto al Parlamento Europeo chiedendo al consesso di “fare qualcosa”, e di non dire sempre di no a tutto. Soprattutto perché ora i dazi di Trump hanno aperto una faglia che non si richiuderà.

“È un azzardo credere che torneremo alla normalità nel nostro commercio con gli Stati Uniti”, ha detto Draghi, aggiungendo poi che “dovremmo chiederci come mai siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi per guidare la nostra crescita. E dovremmo chiederci come possiamo crescere e generare ricchezza da soli”.

Anche se l’ex presidente della BCE e del governo italiano ha ribadito che la UE deve cercare un accordo per salvaguardare le proprie esportazioni e mantenere l’accesso al mercato stelle-e-strisce, l’obiettivo deve essere quello di promuovere relazioni e dotarsi di strumenti che garantiscano la crescita europea, con o senza Washington.

Per dirla in altre parole, serve aumentare innanzitutto la domanda interna del Vecchio Continente, quella stessa domanda che è stata strozzata dalle politiche di austerità di cui lo stesso Draghi è stato promotore. Come già altre volte negli ultimi mesi, il buon ‘SuperMario’ si scorda di dirlo, perché significherebbe dichiarare al mondo il fallimento della trentennale politica mercantilista della UE.

Ad ogni modo, Draghi ha ribadito che l’unico modo perché si venga a capo di questa situazione è una maggiore integrazione europea, a partire dall’emissione di debito comune. “Quando il debito è già elevato – ha detto – l’esenzione di categorie di spesa pubblica dalle regole di bilancio può arrivare solo fino a un certo punto”, con ovvio riferimento ai piani di riarmo.

“Nelle occasioni in cui l’UE ha fatto salti significativi verso una maggiore integrazione, tre fattori sono stati tipicamente presenti: una crisi che dimostra oltre ogni dubbio che il sistema precedente è diventato insostenibile; un grande shock politico che sconvolge l’ordine istituzionale; un piano d’azione già esistente cui tutte le parti possono aderire”.

L’ex-presidente della Bce ha affermato che “oggi, per la prima volta in forse 30 anni, tutti e tre i fattori sono presenti di nuovo. Dal 2020 abbiamo perso il nostro modello di crescita, il nostro modello energetico e il nostro modello di difesa. Gli europei avvertono in modo acuto il senso di crisi”.

In maniera complementare, Mattarella ha dichiarato solennemente che “stare fermi non è più un’opzione”, rivelando poi quello che è alle fondamenta del progetto europeo: egli ha infatti invitato a “progredire senza indugi e con efficacia proprio sulla strada della competitività, condizione indispensabile all’ulteriore approfondimento del progetto d’integrazione continentale”.

“I rischi dell’immobilismo – ha continuato – sono ben identificati nel Rapporto Draghi come in quello Letta, sul futuro del mercato interno: le ipotetiche conseguenze per l’Europa, ad esempio in termini di arretramento nelle condizioni materiali di benessere diffuso o di un allontanamento irreversibile dalla frontiera tecnologica, ne accrescerebbero anche le vulnerabilità sui piani strategico e geopolitico”.

Il benessere diffuso è in caduta libera già da tempo nella UE, e viene tirato fuori solo in maniera strumentale. Non è la riduzione delle disuguaglianze, non è la pace e la promozione dello sviluppo la ragione d’esistere della UE, ma lo è la capacità dell’imperialismo continentale di stare al passo degli altri grandi attori globali.

Mentre Israele porta a compimento il genocidio dei palestinesi, mentre appena al di là del mare la Libia torna a infiammarsi, mentre da oltre tre anni l’Occidente usa gli ucraini come carne da cannone, un presidente della Repubblica guerrafondaio parla di “ingiustificate ritrosie” rispetto al piano di riarmo, difesa comune ed economia di guerra licenziato da Bruxelles.

Insomma, il binomio Draghi-Mattarella ha tracciato i possibili scenari futuri della UE. O un salto di qualità nell’integrazione, a partire dal diventare una realtà politica armata fino ai denti, o la condanna a giocare un ruolo minore nello scenario internazionale. Ovviamente, sempre finché il nodo rimarrà quello di come garantire il profitto di pochi sulla vita di molti.

Per chiunque voglia invece intraprendere una strada alternativa, per un modello fondato sui bisogni popolari e su relazioni internazionali pensate non come una questione di dominio, ma di sviluppo complementare con altri paesi, la rottura della gabbia europea è la parola d’ordine da agitare.

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19/03/2025

Meloni al Senato “galleggia” sul riarmo europeo. Inaccettabile ipocrisia su Gaza

Intervenendo al Senato, alla vigilia del Consiglio Europeo di giovedì e venerdì prossimi, la Meloni ha presentato le linee guida con cui il governo italiano si presenterà al vertice. “È un momento decisivo per il destino dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente che richiede consapevolezza del tempo grave che stiamo attraversando, che richiede quindi lealtà e responsabilità”.

Che la premier abbia dovuto mediare la sua relazione, all’interno della propria maggioranza di governo tra le posizioni piuttosto divaricanti di Forza Italia e della Lega, è emerso nitidamente da come si è dovuta “barcamenare” nel suo intervento in aula.

La Meloni ha spiegato che “come da tre anni a questa parte, tema centrale del Consiglio europeo in materia geopolitica sarà la guerra di invasione russa all’Ucraina. In questi giorni ho sentito molte ricostruzioni che non ho condiviso e voglio cogliere questa importante occasione per ribadire alcuni punti fermi, e per me centrali”.

A proposito dei negoziati tra Russia e Ucraina, ha affermato di “salutare positivamente questa nuova fase e sosteniamo gli sforzi del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in questo senso”.

“L’Italia – ha proseguito – considera la proposta di cessate il fuoco concordata l’11 marzo a Gedda da Stati Uniti e Ucraina un primo, significativo, passo di un cammino che deve portare a una pace giusta e duratura per l’Ucraina, con garanzie di sicurezza solide, efficaci e di lungo periodo, per l’Ucraina stessa, per l’Europa nel suo complesso, e per i nostri alleati americani, che non possono permettersi di siglare un accordo di pace violabile”.

“Questo passo in avanti – ha aggiunto – è stato accompagnato positivamente dall’immediato ripristino delle forniture militari e dei servizi di intelligence americani a vantaggio di Kiev”.

“Sono giornate delicate – ha sottolineato ancora la Meloni – nelle quali io credo che sia più che mai necessario astenersi dal rincorrere il commento ad ogni singola dichiarazione di ogni protagonista in campo, lavorando invece intensamente sul piano diplomatico, fuori dal clamore, alla ricerca di un difficile equilibrio che possa soprattutto garantire all’Ucraina un futuro sicuro e a noi la serenità che i cittadini vogliono tornare ad assaporare. Ma per farlo, intendiamo continuare a insistere su quello che per noi non è soltanto un pilastro culturale e di civiltà, ma un banale dato di realtà: non è immaginabile costruire garanzie di sicurezza efficaci e durature dividendo l’Europa e gli Stati Uniti”.

Meloni in Senato ha anche ribadito che “l’invio di truppe italiane in Ucraina non è mai stato all’ordine del giorno così come riteniamo che l’invio di truppe europee proposto da Francia e Regno Unito sia un’opzione molto complessa, rischiosa e poco efficace”.

Non chiamatelo riarmo, chiamiamolo difesa... fa meno “brutto”

Quanto al tema del riarmo europeo contenuto nel Piano Von der Leyen, Meloni ha osservato che “rafforzare le nostre capacità di difesa significa occuparsi di molte più cose rispetto al potenziamento degli arsenali”. Occorre quindi un approccio a 360 gradi, perché “senza difesa non c’è sicurezza, senza sicurezza non c’è libertà”.

Furbescamente Meloni (ma non solo lei, a essere onesti) ha spiegato che avrebbe evitato la parola “riarmo”. “Quando abbiamo proposto di rinominare il piano utilizzando ad esempio le parole Defend Europe, non abbiamo posto una semplice questione semantica o nominalistica, abbiamo proposto una questione di sostanza, di merito”.

La parola “riarmo” ovviamente inquieta l’opinione pubblica (e i sondaggi lo dimostrano), mentre la parola “difesa” appare meno inquietante nella forma. Nella sostanza basta pensare che le truppe israeliane pretendono di essere definite “forze di difesa” ma poi massacrano e bombardano i palestinesi senza pietà.

Ma i soldi per il riarmo dove si prendono? Boh!

Relativamente al boom di spese militari, Meloni ha affermato che gli 800 miliardi indicati per finanziare il piano “non sono né risorse che vengono tolte da altri capitoli di spesa né risorse aggiuntive europee. L’Italia si è opposta con fermezza alla possibilità che una quota dei fondi di coesione venisse automaticamente spostata sulla difesa” ed “è una battaglia che abbiamo vinto. L’Italia non intende distogliere un solo euro dalle risorse della Coesione”.

Ovviamente ha negato su tutto il fronte (i soldi non si prendono da qui, non si prendono da là), ma ha glissato sulla questione decisiva: ma allora dove si prendono i soldi per riarmare l’Europa?

Giù le mani da Trump

“È giusto che l’Europa si attrezzi per fare la propria parte, ma è nella migliore delle ipotesi ingenuo, nella peggiore folle, pensare che oggi possa fare da sola, senza la Nato, fuori da quella cornice euro-atlantica che per 75 anni ha garantito la sicurezza dell’Europa e che in questi ultimi 3 anni ha consentito all’Ucraina di resistere”, ha detto.

“Chi ripete ossessivamente che l’Italia dovrebbe scegliere tra Europa e Usa lo fa strumentalmente, per ragioni di polemica domestica o perché non si è accorto che la campagna elettorale americana è finita, dando a Donald Trump – piaccia o no – il mandato di governare e di conseguenza ai partner occidentali di fare i conti con questa America. Chi per ragioni diverse alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico, non fa che indebolire l’intero Occidente, a beneficio di ben altri attori”, ha messo in guardia la presidente del Consiglio.

“Non è un tempo facile quello nel quale ci è stato dato il compito di guidare questa Nazione. Il quadro è in continua mutazione, e le nostre certezze continuano a diminuire. Ma c’è una certezza che per me non viene meno. Con una visione chiara, un po’ di coraggio, concentrandosi solo sulle cose davvero importanti, e mantenendo come principale bussola di riferimento il suo interesse nazionale, l’Italia ha tutte le carte in regola per attraversare anche questa tempesta”.

Su Gaza ipocrisia a piene mani

Nel passaggio del discorso sulla ripresa del massacro dei palestinesi a Gaza, Meloni ha eseguito un capolavoro di – inaccettabile – ipocrisia: “Seguiamo con grande preoccupazione la ripresa dei combattimenti (???) a Gaza che mette a repentaglio gli obiettivi ai quali tutti lavoriamo: il rilascio di tutti gli ostaggi e una fine permanente delle ostilità così come il pieno ripristino di una piena assistenza umanitaria nella Striscia”, ha affermato la premier in Senato.

I combattimenti a Gaza li ha visti solo Meloni, tutto il resto del mondo ha visto dei bombardamenti israeliani nella notte che hanno provocato centinaia di vittime tra i palestinesi.

“L’Italia – ha detto ancora – accoglie con favore il Piano di ricostruzione presentato al vertice del Cairo lo scorso 4 marzo dai Paesi arabi. Per poter muovere verso una sua applicazione, nella prospettiva più ampia di una pace stabile e duratura e della soluzione politica a due Stati, è però necessario che Hamas rilasci gli ostaggi e deponga le armi”. Le responsabilità israeliane che in una sola notte hanno ammazzato centinaia di palestinesi sono del tutto scomparse.

Ma se Meloni si è arrampicata sugli specchi per tenere insieme il servilismo a Trump e la lealtà alla Ue, per non indicare dove si prenderanno i soldi per il riarmo europeo, per edulcorare le parole e per rendersi ancora una volta complice del terrorismo di stato israeliano, i suoi oppositori non sono da meno.

Le contorsioni del PD: il libro bianco sul riarmo va “revisionato radicalmente”... ma in fondo va bene

Dopo una mediazione all’interno del proprio partito, la risoluzione presentata dalla segretaria Elly Schlein ha attestato il PD sulla linea della richiesta di una “revisione radicale” del piano von der Leyen.

Nel gioco di equilibri, anche la minoranza favorevole al Piano Von der Leyen può sventolare un risultato raggiunto: quello di definire il Libro bianco un «avvio del percorso di discussione per la costruzione di una difesa comune». Era stato proprio sul voto sul Libro bianco che si era consumata la frattura in Europa nella delegazione dem.

Il nodo è il punto 8 della risoluzione. Da una parte c’è la richiesta di una «radicale revisione» del ReArm che va «nella direzione di favorire soprattutto il riarmo dei 27 Stati membri» perché «non risponde all’esigenza indifferibile di costruire una vera difesa comune» e di «un percorso di investimenti comuni in sicurezza realizzati non a detrimento delle priorità sociali, di coesione e sviluppo dell’Unione».

Dall’altra, appunto, il giudizio positivo sul Libro bianco della difesa europea. «Siamo soddisfatti perché la parte sul libro bianco contiene le nostre indicazioni sull’utilizzo di strumenti già disponibili per gli investimenti in difesa». Tutto e il suo contrario.

Draghi e Von der Leyen: “L’Europa deve prepararsi alla guerra”

Poco prima della Meloni, nelle aule parlamentari era intervenuto Mario Draghi di fronte alle commissioni riunite di Camera e Senato. L’autore del rapporto che la Von der Leyen ha trasformato in un manifesto politico/strategico per l’imperialismo europeo, aveva chiarito che “occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale” e che “Dal punto di vista industriale ed organizzativo questo vuol dire favorire le sinergie industriali europee concentrando gli sviluppi su piattaforme militari comuni (aerei, navi, mezzi terresti, satelliti) che consentano l’interoperabilità e riducano la dispersione e le attuali sovrapposizioni nelle produzioni degli Stati membri”.

Intervenendo alla Royal Danish Military Academy la Von der Leyen ci ha fatto sapere che “Se l’Europa vuole evitare la guerra deve prepararsi alla guerra”. La presidente della Commissione europea ha lanciato lo slogan “Readiness 2030” (“Pronti per il 2030”) che significa “aver riarmato e sviluppato le capacità per avere una deterrenza credibile. ‘Readiness 2030’ – sottolinea la Von der Leyen – significa avere una base industriale della difesa che costituisca un vantaggio strategico. Ma per essere pronti per il 2030 dobbiamo agire ora… E domani presenteremo una tabella di marcia per la ‘Readiness 2030”.

Le furbate della politica italiana ormai hanno vita breve. Occorre scegliere tra pace e guerra, non si galleggia più.

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18/02/2025

Draghi pontifica: “O la UE si muove compatta o muore”

Dopo un lungo articolo sul Financial Times, Mario Draghi è tornato a tuonare contro le inerzie dell’Unione Europea in una audizione all’europarlamento di Strasburgo.

Sul Financial Times, Draghi, ieri aveva lanciato un appello affinché l’Unione Europea elimini le barriere commerciali interne all’unione che penalizzano la crescita economica, sottolineando come gli ostacoli imposti dagli Stati membri abbiano un impatto molto più negativo sull’economia europea rispetto ai possibili dazi che gli Stati Uniti potrebbero introdurre. In pratica le barriere interne hanno funzionato come dei dazi auto imposti attraverso regolamenti e normative che tecnicamente parlando, citando i dati del FMI, sono comparabili a una tariffa imposta del 110% per i servizi e del 45% per la produzione.

Nell’audizione al parlamento europeo Draghi ha allertato i paesi UE sul fatto che se le recenti dichiarazioni, da parte dell’amministrazione statunitense sui dazi commerciali ne delineano il futuro, “possiamo aspettarci di essere lasciati in gran parte soli a garantire la sicurezza in Ucraina e nella stessa Europa e per far fronte a queste sfide, è sempre più chiaro che dobbiamo agire sempre di più come se fossimo un unico stato”.

Quando a settembre dello scorso era stato presentato il Rapporto Draghi sulla competitività europea, il tema geopolitico principale era l’ascesa della Cina. “Ora – ha affermato lo stesso Draghi – l’Ue dovrà affrontare i dazi da parte della nuova amministrazione statunitense nei prossimi mesi, ostacolando il nostro accesso al nostro più grande mercato di esportazione”. “Inoltre, le tariffe statunitensi più elevate sulla Cina reindirizzeranno la sovracapacità cinese in Europa, colpendo ulteriormente le aziende europee”, ha aggiunto l’ex governatore della BCE.

“In effetti, le grandi aziende dell’Ue sono più preoccupate per questo effetto che per la perdita di accesso al mercato statunitense. Potremmo anche trovarci di fronte a politiche ideate per attrarre le aziende europee a produrre di più negli Stati Uniti, basate su tasse più basse, energia più economica e deregolamentazione”, ha specificato. “L’espansione della capacità industriale negli Stati Uniti è una parte fondamentale del piano del governo per garantire che i dazi non siano misure inflazionistiche”, ha concluso Draghi.

A giudizio dell’ex governatore della BCE, ogni giorno che ritardiamo, la frontiera tecnologica si allontana da noi, “ma il calo dei costi è anche un’opportunità per noi di recuperare più velocemente. Innanzitutto, il ritmo dei progressi nell’intelligenza artificiale ha accelerato rapidamente” e “abbiamo visto modelli di frontiera raggiungere quasi il 90 per cento di accuratezza nei test di riferimento per il ragionamento scientifico, superando i punteggi degli esperti umani. Abbiamo anche visto modelli diventare molto più efficienti, con costi di formazione in calo di un fattore dieci e costi di inferenza di un fattore di oltre venti”.

“Per ora, la maggior parte dei progressi sta ancora avvenendo al di fuori dell’Europa. Otto degli attuali primi dieci grandi modelli linguistici sono stati sviluppati negli Stati Uniti, mentre gli altri due provengono dalla Cina”, ha affermato Draghi davanti al Parlamento di Strasburgo. La complessità della risposta politica sulle sfide globali coinvolgono “ricerca, industria, commercio e finanza” e richiede “un grado di coordinamento senza precedenti tra tutti gli attori” perché “il tempo non è dalla nostra parte, con l’economia europea che ristagna mentre gran parte del mondo cresce”.

“Dobbiamo creare le condizioni affinché le aziende innovative crescano in Europa anziché restare piccole o trasferirsi negli Stati Uniti. Ciò significa abbattere le barriere interne, standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sul capitale azionario”, ha proseguito Draghi. “Spesso siamo noi stessi i nostri peggiori nemici in questo senso” e “abbiamo un mercato interno di dimensioni simili a quello degli Stati Uniti”, ha evidenziato. “Abbiamo il potenziale per agire su larga scala ma il Fondo monetario internazionale stima che le nostre barriere interne equivalgano a un dazio di circa il 45 per cento per la produzione e del 110 per cento per i servizi”, ha detto ribadendo quanto già scritto sul Financial Times.

Draghi è dunque tornato ad indossare i panni del profeta in patria ma, ancora una volta, sembra assolvere se stesso da ogni responsabilità.

In fondo ha avuto anche lui incarichi di altissima competenza nelle istituzioni europee – governatore della BCE dal 2011 al 2019. Erano gli anni in cui l’accelerazione verso la convergenza dei poteri decisionali nella Ue è stata fortissima, con sperimentazioni di “cinismo spietato” come nel caso dell’accanimento delle misure di austerity contro la Grecia.

Ma oltre a brutalizzare i paesi più deboli dell’Unione la classe dirigente europea non è sembrata voler andare oltre. Anzi no, ben oltre c’è andata, ma solo sul piano dell’avventurismo militare ed economico nella guerra contro la Russia in Ucraina sul quale Draghi è stato pienamente corresponsabile dal punto di vista politico e ideologico prima nella funzione di governatore della Banca Centrale Europea e poi come premier in Italia. I risultati negativi sono adesso ben visibili davanti agli occhi di tutti.

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16/12/2024

L’Europa impossibile di Mario Draghi

L’Europa è alla frutta. Potrebbe essere questa la sintesi dell’intervento di Mario Draghi al Simposio annuale del Centre for economic policy research (Cepr) a Parigi. E come sempre bisogna constatare che non modifica il suo tono oracolare nonostante che, del modello economico fin qui adottato, proprio lui sia stato un pilastro autorevole anche sul piano operativo (otto anni alla presidenza della Bce, nonché un passaggio rilevante da primo ministro italiano).

L’analisi è presto fatta: “Le politiche europee hanno tollerato una bassa crescita dei salari come strumento per aumentare la competitività esterna, aggravando la debolezza del ciclo reddito-consumo. Tutti i governi disponevano di uno spazio fiscale per contrastare la debolezza della domanda interna, ma almeno fino alla pandemia hanno scelto deliberatamente di non utilizzare questo spazio. Complessivamente, la politica ha rivelato una preferenza per una particolare costellazione economica, basata sull’utilizzo della domanda estera e sull’esportazione di capitali con livelli salariali bassi. Una costellazione che non sembra più sostenibile”.

Inutile soffermarsi sull’uso eufemistico del linguaggio, tipo “Le politiche europee hanno tollerato una bassa crescita dei salari”, quando basta sfogliare a ritroso il web per trovate decine di migliaia di interventi – europei e nazionali – in cui “si impone” il congelamento dei salari in tutto il Vecchio Continente. Altro che “tollerare”...

Le due cose più rilevanti di questa parte del suo discorso sono – non stranamente – le stesse che andiamo ripetendo da tre decenni su questo ed altri media.

a) Se si comprimono i salari si distrugge la domanda interna, ossia la capacità di consumo di quelle merci che qui vengono prodotte (“aggravando la debolezza del ciclo reddito-consumo”).

b) Il modello economico imposto a forza a tutta Europa è stato il mercantilismo, ossia la crescita trainata dalle esportazioni a scapito del mercato interno (“la politica ha rivelato una preferenza per una particolare costellazione economica, basata sull’utilizzo della domanda estera e sull’esportazione di capitali con livelli salariali bassi”).

Anche qui il linguaggio devia la responsabilità dall’Unione Europea (il soggetto semi-statuale a disposizione dei “mercati”) a una più indistinguibile “politica”, come se fosse una degenerazione casuale cui non si è posto rimedio prima.

Ma anche in questo caso l’affermazione più importante è un’altra: “quella costellazione non sembra più sostenibile”.

È la fine di un trentennio – almeno – di politiche europee improntate propagandisticamente all’“austerità”, ma di fatto alla ricerca della “competitività” giocando appunto sulla compressione salariale. Il che ha, logicamente, depresso la capacità delle imprese europee di ricercare uno sviluppo basato sull’innovazione tecnologica.

Prova ne sia il ritardo mostruoso sull’hi-tech (solo ora si cerca di stimolare qualche presenza autonoma nell’intelligenza artificiale), o anche il “diesel-gate” che ha innescato la crisi dell’auto (Volkswagen “beccata” a taroccare i test sulle emissioni, per rinviare gli investimenti sulla ricerca).

Bene. Ora che anche uno dei principali sostenitori di quel modello (o “costellazione”) ha decretato la sua morte, che si fa?

La proposta, a prima vista, è un serpente che si morde la coda: “sia le politiche strutturali sia quelle macroeconomiche devono cambiare per aumentare la crescita endogena in Europa. Le riforme di mercato sono necessarie per garantire il pieno effetto delle politiche macroeconomiche, mentre sono necessarie politiche macroeconomiche pienamente efficaci affinché le riforme di mercato producano la massima crescita della produttività”.

Non si dice quali siano le une e quali le altre, anche se potrebbe facilmente cavarsela dicendo di averle già descritte nel suo “Rapporto” di qualche mese fa, fatto proprio – almeno nelle intenzioni – dalla von der Leyen, ma che prevedono almeno 800 miliardi di investimenti pubblici l’anno.

Qui inserisce oltretutto un’altra difficoltà, perchè “Se l’Ue emettesse debito congiuntamente potrebbe creare uno spazio fiscale aggiuntivo da utilizzare per limitare i periodi di crescita inferiore al potenziale. Ma non possiamo iniziare a percorrere questa strada se non sono già in atto i cambiamenti nella struttura dei mercati che potrebbero aumentare i tassi di crescita potenziale nel medio termine”.

Un altro serpente che si morde la coda...

Inutile contestare questa visione sul piano teorico, è su quello pratico che rischia di inciampare ad ogni passo.

Quello che colpisce maggiormente, comunque, è il suo carattere esplicitamente conservatore, privo di speranza e prospettiva.

“Tutti questi sono investimenti che determineranno se l’Europa rimarrà inclusiva, sicura, indipendente e sostenibile. Tutti noi vogliamo la società che l’Europa ci ha promesso, una società in cui possiamo sostenere i nostri valori indipendentemente da come cambia il mondo intorno a noi. Ma non abbiamo un diritto immutabile per la nostra società di rimanere sempre come lo desideriamo. Dovremo lottare per mantenerlo”.

La retorica draghiana ed “europeista” abbandona ogni sogno circa un futuro migliore e chiama a migliorare la “competitività” – verso la Cina, la Russia, ma anche gli Stati Uniti – all’unico scopo realistico di “rimanere come siamo”.

Ossia una parte del mondo che invecchia perché le retribuzioni che permettono la “competitività” delle imprese impediscono che la popolazione in età fertile possa riprodursi ai ritmi fisiologici che garantiscono quanto meno il “pareggio demografico”.

Una parte del mondo sempre più diseguale quanto a redistribuzione della ricchezza e che vede quella ricchezza muoversi verso la finanza anziché verso la produzione e l’innovazione.

Una parte del mondo che impoverisce e diventa aggressiva (“bisogna aumentare la spesa militare” e “intervenire del ‘Mediterraneo allargato’” fino al Sahel compreso), ricorrendo alla guerra di conquista anziché alla collaborazione tra pari con chi è o può diventare fornitore di materie prime che qui non ci sono in misura sufficiente.

Non è questa la strada che si deve percorrere. E non conforta sapere che non è neanche percorribile perché il resto del mondo fuori dai “nostri” confini non è più quello in cui si è affermato il colonialismo occidentale.

Non conforta perché è oltretutto una guerra che non si può vincere. E quindi si tradurrebbe in una distruzione immane, proprio qui, nel “giardino” che vorrebbe restare sempre uguale, nascondendo sotto il tappeto mostruosità e ingiustizie.

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24/11/2024

Guerra in Ucraina - È persa, ma fischiettiamo…

Sta diventando un coro. Dai toni esattamente opposti a quelli cantati per oltre due anni. Del resto, bisogna ora spiegare e far metabolizzare – alle popolazioni dell’Occidente – che quella guerra cui stiamo partecipando come fornitori di armi e soldi (mentre si dice alle stesse popolazioni che “non c’è un euro da spendere più per la sanità, le pensioni, la scuola, ecc.”) è persa, bisogna vedere come uscirne senza concedere troppo oppure spingere sull’acceleratore e accettare la notte nucleare.

Compito gramo, certamente, che i nostri gazzettieri “usi a obbedir strillando” provano a modulare scavando e scovando molti argomenti tra loro anche in contraddizione. Fanno quasi tenerezza, poveri megafoni ben stipendiati...

In fondo erano partiti dietro ad autentici geni (incensati come tali, ma tra i dubbi di tanti, noi per primi) come Mario Draghi, che ad un certo punto (giugno 2023), parlando al MIT di Boston, aveva usato toni ultimativi ma anche vagamente apocalittici: “I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica”, ed è “per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati, se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra”.

Vincere o morire... Già sentita e non proprio benaugurante...

Draghi, spiegava allora che accettare una vittoria russa “infliggerebbe un colpo fatale all’Ue”. Perché “accettare una vittoria russa o un pareggio confuso indebolirebbe fatalmente altri Stati confinanti e manderebbe un messaggio agli autocrati che l’Ue è pronta a scendere a compromessi su ciò che rappresenta, su ciò che è. Segnalerebbe inoltre ai nostri partner orientali che il nostro impegno per la loro libertà e indipendenza – un pilastro della nostra politica estera – non è poi così incrollabile”.

Un po’ come fuggire dall’Afghanistan, no? (ma questo, al “genio”, non è venuto in mente...).

Tutto chiaro? Questa guerra avrebbe deciso il futuro dell’Unione Europea, dunque di una parte notevole dell’imperialismo neoliberista occidentale (per livello di PIL e quantità di popolazione). Ora che la sconfitta è sicura – anche buttarla in scambio di testate nucleari non sarebbe certo una “vittoria” – che si fa? E soprattutto (per i gazzettieri): come ce la raccontiamo?

Non mancano le proposte, anche di Draghi nel suo recente “Rapporto” per la Commissione von der Leyen (quasi un programma di governo), ma hanno il difetto di tutti i progetti di medio-lungo termine.

Per sviluppare gli armamenti, dotarsi di colossi dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, irrobustire le forniture sicure di energia e materie prime, riformare i trattati costitutivi della stessa Unione Europea – paralizzata o lentissima nel prendere decisioni strategiche di larga portata che non siano di carattere puramente finanziario – servono due elementi che sembrano assenti: soldi e tempo. Per non parlare dell’unità di intenti, decisamente in alto mare davanti al crescere dei nazionalismi settari o sedicenti “anti-europei”.

Le cose sul piano militare e diplomatico, nel frattempo, sono andate peggiorando a grande velocità. Quando Draghi recitava le parole succitate stavamo in piena “offensiva di primavera” delle truppe di Kiev, presto schiantatesi fino all’esaurimento di armi (occidentali) e uomini (ucraini) sulle fortificazioni innalzate nel Donbass.

Ora l’esercito russo avanza in modo non più lento, anzi accelera. E qualsiasi mossa escalatoria dell’Occidente – ultima la demente autorizzazione ad usare missili guidati da militari Nato contro il territorio russo – provoca una risposta dura e simmetrica, anche se con criteri più razionali, da parte di Mosca. Lo stesso Zelenskij appare ormai schizofrenico, costretto a saltabeccare nel corso della stessa giornata tra proclami di guerra (“dateci armi, armi, armi”) e mesti anticipi di addio (“Non possiamo perdere decine di migliaia di persone per la Crimea”).

Per capirci, persino i più assatanati cantori dell’indiscutibile superiorità occidentale, quelli che scrivevano già nel 2022, senza ridere di se stessi, che “i russi stanno combattendo con le pale perché hanno finito le munizioni” – insomma i Cremonesi del Corriere e i De Feo di Repubblica – sono in questi giorni costretti a recitare il de profundis per i sogni di gloria: “Ucraina tra attacchi e diserzioni: «Le nuove leve vanno nel panico»” (per forza! le rapiscono per strada e le spediscono al fronte...), oppure “Assedio russo a sud e a est, i soldati ucraini in una morsa” e “Da Berlino a Washington, ora tutti tifano per la trattativa tra Ucraina e Russia”.

Pochi, però, fanno davvero i conti con la storia di questi ultimi tre anni e martellano l’irresponsabilità dei leader occidentali, obnubilati da una demente convinzione suprematista resuscitata – in tutta evidenza – da trent’anni di “guerre asimmetriche”, combattute contro Stati e governi che quasi nulla potevano opporre alla potenza tecnologica degli Stati Uniti. Una supponenza che si è infranta, proprio come l'offensiva di Zelenskij, su un avversario di pari grado. Anzi, con qualche superiorità settoriale (sicuramente sulla dotazione di munizioni e sui missili ipersonici, attualmente non intercettabili dagli “scudi” occidentali).

Ancor meno hanno l’onestà di incazzarsi per tutte le falsità raccontate dai governi occidentali – copincollate passivamente dai loro stessi colleghi – per oltre due anni. Fake news raccontate a valanga, come in ogni propaganda di guerra, mentre si metteva su – contemporaneamente – una piccola squadriglia di sedicenti “fact checker indipendenti” (con regolare contratto di lavoro dipendente...) che “certificano” ogni giorno quanto false fossero le notizie che contraddicevano la narrazione Nato (se state pensando a gente come David Puente non è colpa nostra...).

Un Minculpop privatizzato e approssimativo che ora si sfoga su temi più “laterali” e si guarda bene da parlare della guerra (al massimo insiste con Putin, ma vabbè, glielo chiedono...).

Vi consigliamo qui la lettura di due tra i giornalisti più professionali del panorama italiano: Domenico Quirico de La Stampa – il più antico dei media della famiglia Agnelli, addirittura – e Fulvio Scaglione, ex vicedirettore di Famiglia Cristiana.

Persone lontane da noi, per molti versi, ma certo intellettualmente onesti. E tanto basta…

Buona lettura.

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La grande illusione della vittoria su Putin ha trascinato nel baratro Kiev e l’Europa

Domenico Quirico – La Stampa

Il caso è grave: mille giorni di inutile guerra. Quando si sono pronunciate queste poche sillabe, e intanto in Ucraina uomini e cose si rarefanno, appassiscono, cadono a pezzi, si è detto tutto, si è risposto a tutto e la vittoria non è nemmeno più una speranza. E allora siamo alla domanda, indefettibile: perché ci hanno ingannato promettendoci la vittoria? Chi dovrà renderne conto?

L’argomento è scabroso, non lo nego. I progressi della tecnica, e della bugia, hanno reso molto feroci non soltanto questa guerra ma anche la (possibile) tregua. Non dimentichiamo questi due anni di malattia della verità, le false certezze per cui si è accettato un massacro progressivamente e umanamente premeditato: Putin sarà sconfitto, punto! Sarà Zelensky a stabilire quando la vittoria gli apparirà sufficiente perché totale! Mai trattative con Putin che è un criminale di guerra! L’economia russa non resisterà un mese al martello implacabile delle sanzioni! L’esercito russo è formato da aspiranti disertori portati in trincea con il fucile alla schiena! Eroismo ucraino e carri armati Leopard: risultato sicuro! A Mosca scoppierà la rivoluzione, oligarchi orfani di yacht e vacanze, generali umiliati, dissidenti impavidi fatevi sotto!

Abbiamo guardato, al di là del ragionevole, il feticcio della vittoria innalzato al di sopra della popolazione ucraina da certi ipnotizzatori che guariscono la vertigine con il sonno. I guerrafondai atlantici, politici, affaristi e accademici, da quasi tre anni non chiudono occhio: hanno pensato, elaborato, progettato la megamacchina del conflitto nel centro dell’Europa innescato da Putin come gigantesca occasione di business economico e politico senza rischi per loro, nascondendo tutto sotto retorici svolazzi: il diritto internazionale violato e da ricucire con virtuose cannonate ridimensionare la Russia come potenza addomestichiamola prima che aggredisca il mondo poiché è malata inguaribilmente di bulemia territoriale…

Ma come la mettiamo con il fatto che Putin ha l’Arma? Niente paura, non ci sarà bisogno di lanciare i definitivi megatoni. Attenzione però: nei viaggetti in treno a Kiev e dopo non ci avevate promesso la salvezza dell’Ucraina, quella si poteva assicurare in altro modo nel 2014 o ancora nel 2022. Voi avete garantito ben altro, la vittoria. A volte la Storia tartaglia.

Mentre seguivamo il conflitto dalla prospettiva ingannatrice delle notizie del giorno che voi ci fornivate, simili a squarci di cielo illuminati dai lampi durante una tempesta, abbiamo notato o, meglio, scoperto che qualcosa non andava, c’era nello sviluppo delle operazioni una imperfezione, un difetto di base che neppure una accorta censura, il chiasso della vostra propaganda speculare a quella dell’Altro, riusciva a occultare.

Insomma: Putin, l’invasore che bisognava punire con la pace ovviamente “giusta’’, non stava affatto perdendo la guerra. Anzi con il passare dei mesi la stava inesorabilmente, metodicamente, pazientemente vincendo. La parola è sussurrata all’anniversario dei mille giorni nel mormorio di chi abbandona l’ultima speranza: i russi avanzano!

Un miracolo che di questa grave realtà si trovi traccia in mezzo a tanta spacconeria, cupidigia, smemoratezza e vanità occidentale. Il fallimento o il successo nella lotta per la sopravvivenza tra nazioni e sistemi: questa è, ahimè, l’unica norma morale. Giusto è ciò che sopravvive. Putin è sopravvissuto con la sua prepotenza, per questo purtroppo ha vinto. E può proseguire nel suo “terrore vegetariano”.

Dopo mille giorni il Mefistofele in miniatura, soddisfatto, allinea al Cremlino le figurine dei nemici, i sacerdoti della umanità che invece sono scomparsi nel nulla della Storia: Biden che ha trascinato con sé nella sconfitta il partito democratico, un paio di primi ministri di sua maestà britannica che volevano rianimare con la guerra anglosassone una isola ormai irrilevante, Macron che vivacchia in attesa di una costituzionale pensione, Scholz che prepara il trasloco dalla Cancelleria.

E la Nato! Il Gran Comandante, l’azzimato Stoltenberg che ha salutato tra inni e tamburi appena in tempo per non certificare la disintegrazione della più grande alleanza militare di tutti i tempi...

L’insipienza che ha guidato la condotta occidentale in questa guerra ha fatto sì che la putiniana propaganda infarcita di retorica patriottarda trovasse conferma nei fatti: la Santa Russia ha fermato, da sola, l’aggressione americana e dei suoi vassalli ucraini ed europei! I russi così tireranno avanti, come sempre, per l’ennesima volta, nella loro coscienza sdoppiata, sospesi nel trepido ascolto del cupo bisbiglio del destino. E qualunque trattativa dovrà partire dalla situazione militare sul terreno: altro che ‘pace giusta’ con la restituzione di ogni centimetro conquistato e annesso dal 2014 a oggi!

E adesso, tra formule trite e anemici artifici, si prepara in Europa l’ennesima giravolta per liquidare il fantomatico e sfuggente Graal della vittoria e giustificare la sconfitta, si annuncia cioè che la necessità di trattare con il criminale Putin è tutta colpa dell’avvento dello sciagurato Trump, delle sue sgangherate simpatie putiniste! Da soli abbiamo le mani legate! E il buon diritto, e la-sorte-del-mondo-è-nelle-nostre-mani e la corte dell’Aja? L’importante è celebrare la seconda morte dell’Europa senza dirlo, nell’ipocrisia.

Dunque: meno male che è arrivato Trump poiché nelle cancellerie non si aspettava altro che una buona scusa per finirla. Al di fuori dell’esplicito tutto diviene sopportabile, i sorrisi rifioriranno.

Il faccia a faccia con la seconda morte dell’Europa è angoscioso perché la subiamo e la compiamo. Un flash-back si impone: dell’Ucraina e di Zelensky a Washington e a Bruxelles non è mai importato nulla. Se la fede nella giustizia non fosse stato solo un molle guanciale era una causa per cui avrebbero dovuto pagare il prezzo di scendere direttamente in campo. Ma per l’amministrazione americana era soltanto una ghiotta occasione per logorare Putin, mettere il guinzaglio agli europei e fare buoni affari con armi e energia. Sempre senza mai superare una certa linea, senza impegnarsi a fondo. Si poteva cambiare idea ad ogni momento. Trump tirerà solo, maleducatamente, le conclusioni.

Per molti governi europei, deboli, discussi, in crisi di legittimità, la improvvisa febbre di fedeltà atlantica era una necessità di politica interna: zitti, dobbiamo salvare l’Ucraina e respingere Putin! Poi a un certo punto è diventato un affare lucroso: il nuovo eldorado della economia di guerra. Si comincia già a telefonare al criminale… bentornato Trump! Zelensky dovrà rassegnarsi.

E soprattutto il business dei carri armati continuerà: siamo deboli, dobbiamo armarci...

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1000 giorni di guerra in Ucraina: ‘per favore smettiamo’

Fulvio Scaglione – RemoContro

Dal prestigioso Gallup statunitense: il 52% degli ucraini vorrebbe fermare la guerra con un negoziato, mentre il 38% vorrebbe continuare a combattere. Di quel 52%, più della metà sarebbe disposta ad accettare cessioni di territori in cambio della pace. Consenso alla guerra, dal 73% del 2022, all’attuale 38%. L’idea di continuare a combattere è calata in tutte le regioni, da quelle più vicine a quelle più lontane dalla linea del fronte. E InsideOver aggiunge che la ricerca è stata realizzata quando il presidente Zelensky presentava il suo ‘Piano per la Vittoria’.

Un popolo vittima in una sfida impossibile

Un popolo che vede il proprio Paese invaso e affronta immani sofferenze per difenderlo ha tutto il diritto di scegliere la propria strada. Lo pensavamo ieri, quando gli ucraini erano convinti di poter sconfiggere la Russia sul campo e recuperare la Crimea e tutti gli altri territori annessi alla Federazione Russa, e lo pensiamo oggi. Per usare un’espressione retorica, gli ucraini hanno comunque vinto la loro guerra, anche se si smettesse di sparare domani e i russi si tenessero tutto ciò che hanno finora occupato.

Vincono gli ucraini e non americani ed europei

Questo, però, vale solo per gli ucraini. Tutti gli altri, americani ed europei, dopo questi mille giorni dovrebbero fare un serio esame di coscienza. Servirebbe a migliorare il livello della nostra politica e della nostra cultura. Noi, che siamo sempre stati sul “lato oscuro della forza”, abbiamo sempre pensato che la cosa migliore da fare fosse PRIMA fermare la guerra e POI cercare una pace giusta per l’Ucraina. Eravamo in minoranza, la linea che è passata è quella opposta: PRIMA sconfiggiamo la Russia sul campo e POI le imponiamo una pace giusta. Va bene così, in democrazia decidono i Governi con l’avallo dei Parlamenti.

Dopo 1000 giorni di massacro, almeno ammettere l’errore

Ma adesso, dopo questi 1.000 orribili giorni, è giunta l’ora di ammettere che la strategia scelta era quella sbagliata. Dopo quasi tre anni di guerra, sappiamo con certezza che non ci sarà la sconfitta sul campo della Russia e non ci sarà la “pace giusta” di cui si parlava. Se dopo due mesi di guerra, nel 2022, si fosse per ipotesi siglata una tregua con quelle trattative in Bielorussia, saremmo stati esattamente al punto di adesso. Con 500 mila ucraini morti in meno, un’Ucraina meno devastata e più solida di adesso, molti profughi ucraini in meno. Molte più risorse, sia militari sia economiche, almeno in Europa, per aiutare l’Ucraina a riprendersi. Molte meno divisioni, almeno in Europa ma ora forse anche negli Usa, su come aiutarla a proteggersi.

Il male assoluto

I “pacifisti” avevano ragione, come già l’avevano per l’Iraq, la Siria, la Libia. I bellicisti avevano torto, come sempre. Perché alla fin fine ha ragione il Papa quando dice che la guerra è la risposta peggiore, il male assoluto.

Purtroppo non si torna indietro

Certe strade, però, sono difficili da percorrere a ritroso. E così assistiamo, anche dopo questi 1.000 giorni, a penosi rituali già visti. Come quest’ultima decisione di Joe Biden sui missili a lungo raggio. Un presidente che ha già un piede fuori dalla Casa Bianca ed è totalmente privo di legittimità politica, essendo stato sfiduciato in primo luogo dal suo partito, toglie le restrizioni all’uso dei missili a lunga gittata da parte degli ucraini. Sommo esempio dell’ipocrisia che ha guidato per 1.000 giorni le azioni dell’Occidente.

Se questa è una guerra contro l’impero del male russo, contro un asse di Paesi (Russia, Cina, Iran e chissà chi altro) che vogliono imporre le pretese dell’autocrazia ai diritti della democrazia, una guerra “esistenziale” per tutti noi, perché non abbiamo dato tutto e subito agli ucraini che ci rimettono la pelle?

E perché non siamo andati a combattere anche noi, per primi i baltici, i polacchi, i finlandesi, gli svedesi, cioè i Paesi che ci ripetono che Putin, se vincente in Ucraina, passerebbe di certo ad altre aggressioni? E dopo di loro noi latini, ovviamente, almeno i Paesi fondatori di questa Ue che non vuole esser messa sotto tutela dell’imperialismo moscovita.

Nulla di quanto sperato

Nulla di tutto questo è successo. Nessuno degli obiettivi programmati o anche solo auspicati (cambio di regime a Mosca, crollo dell’economia russa, sconfitta sul campo della Russia, isolamento internazionale del Cremlino) è stato finora raggiunto. Lo sarà in futuro? Forse. Da Mosca arrivano voci sulla grande preoccupazione di Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca centrale di Russia, che avrebbe più volte ammonito Putin a frenarsi, perché l’economia russa fatica sempre più ad assorbire lo sforzo bellico. Ma dopo questi 1.000 giorni siamo ai “forse” e non è un gran risultato.

A proposito di rituali: la caccia ai ‘putiniani’

A dispetto di ciò che la realtà (e ora anche gli ucraini) indica con chiarezza, proseguono le campagne per convincerci che va bene così, che siamo sulla strada giusta, che la vittoria è vicina. Perfettamente in linea con una propaganda che fin dal primo minuto dell’invasione russa si è preoccupata non di raccontare i fatti ma di bastonare chiunque di quei fatti desse un’interpretazione diversa.

Il termine “putiniano”, quindi complice dell’invasore (roba che in un Paese normale dovrebbe valere una querela dall’esito certo) usato come un manganello contro i diversi pareri, assurdi o fondati che fossero. Per cui poteva essere definito “putiniano” anche l’ex direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, ora europarlamentare del Pd, mentre noi non potremmo mai definire imbecilli i molti che in 1.000 giorni non ne hanno azzeccata una. O tutti quelli che hanno pubblicato come oro colato le più colossali baggianate, compresa la famosa affermazione della Von Der Leyen sui microchip delle lavatrici usati dai russi per far volare i missili.

Dietro una realtà parallela inventata

E quindi si continua così, facendo finta che esista una realtà parallela in cui le previsioni sbagliate diventano giuste, i russi si ritirano, gli ucraini avanzano e con i missili Usa la democrazia trionfa.

L’Europa invecchiata male si balocca con una visione del mondo che, ormai, corrisponde solo ai suoi desideri. Ieri sul Corriere della Sera l’ex ministro ucraino degli Esteri Kuleba (uno dei tanti silurati da Volodymyr Zelensky) dichiara quanto segue: «Se permettono a Putin di prevalere, non avranno perso solo l’Ucraina. Avranno perso l’Occidente, perché chi segue questa guerra in Cina, in Africa, in America Latina vedrà che l’Occidente non è capace di difendere i propri valori di libertà, democrazia, Stato di diritto. E allora anche altri attaccheranno gli interessi occidentali nel mondo, convinti che l’Occidente non sia più quello che conoscevano».

L’incubo di Kuleba è già realtà

Abbiamo già detto che i cittadini di un Paese invaso hanno diritto a fare e pensare ciò che più credono. Ma a Kuleba bisognerebbe pur dirlo che quanto lui teme è già successo. In Africa la Francia viene presa a calci nel sedere ogni giorno. La Cina, non ne parliamo. L’America Latina? Vada a vedere quel che succede con gli investimenti cinesi o le relazioni con la Russia.

Ed è successo non perché la Russia POTREBBE vincere questa guerra ma perché l’ha fatta. Perché cerca di rovesciare un tavolo su cui le carte sono sempre state distribuite dagli occidentali, con le loro monete, le loro alleanze militari, le loro istituzioni. Cosa che molti non accettano più come prima.

Basta vedere quel che succede con i BRICS: da quando abbiamo iniziato a demonizzare Russia e Cina è cresciuto in misura esponenziale il numero dei Paesi che vogliono entrarvi, ultimi Thailandia e Colombia.

Tutto questo è bello, è giusto? Il potenziale “nuovo ordine mondiale” sarà sicuramente meglio del vecchio? Certo che no. Ma un’epoca, per noi indubbiamente felice, è finita.

Prima ce ne renderemo conto, prima la smetteremo di fare i nobili con le pezze al culo, e meglio sarà.

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