Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/09/2026

Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco

di Domenico Moro

Prima dell’euro, la Germania era definita da The Economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto. 

Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni).  La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla da detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese.  Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al proprio popolo. 

Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).

Ma la crisi della Spd nasce venti anni fa, con le controriforme Hartz nel 2003-2005 che hanno ridotto i salari e i sussidi, mentre quella della Cdu è cominciata con l’apertura delle frontiere agli immigrati da parte di Angela Merkel nel 2015. Oggi, a peggiorare le cose, il governo Merz, che si appoggia su Cdu e Spd, sulla crisi e i licenziamenti della Volkswagen è muto, mentre punta tutto sulla guerra contro la Russia e sulla crescita enorme della spesa militare, volendo fare dell’esercito tedesco quello più potente d’Europa. 

Di tutto questo ha approfittato abilmente AfD, che nel suo programma attacca Ue, immigrati e guerra alla Russia (ma appoggia Israele nella sua guerra contro Gaza). Quindi, prima di parlare di neonazismo, parliamo della distruzione da parte del neoliberismo (di destra e di sinistra) del patto sociale su cui dalla fine della Seconda guerra mondiale si era basata la stabilità in Europa occidentale e soprattutto in Germania, allo scopo di liberare gli “spiriti animali” del capitale e contrastare la caduta del saggio di profitto.  Oggi, mentre rinasce un imperialismo europeo e Mertz, Macron, Burham, Meloni (con il consenso della Schlein) ci stanno portando alla guerra è paradossale che, a parte l’estrema sinistra, sia proprio l’estrema destra a frenare. Ma sono stati loro – i liberali (compresi i liberal democratici di sinistra) – ad aprire la strada a quest’ultima. 

Di conseguenza, il contrasto ad AfD e, in Italia, a Vannacci, può passare unicamente per una coerente politica anticapitalistica, antimperialistica e contro il riarmo e la guerra. Faccio notare, in conclusione, che in Sassonia-Anhalt, sommando i voti di AfD, Die Linke e BSW (che sembra abbia superato lo sbarramento), quasi il 60% dei votanti è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro la partecipazione di truppe europee alla guerra contro la Russia.

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17/07/2025

Il piano inclinato dei dazi

L’imposizione di dazi alle merci prodotte in Europa ed esportate negli Usa poteva essere un’ottima occasione per riflettere sul modello sbilanciato sull’export della nostra economia. Proprio l’accresciuta incertezza dei mercati internazionali e l’ipercompetitività di cui parlò per la prima volta nel 2021 la Von der Leyen, avrebbero consigliato già da tempo di favorire un riequilibrio nel nostro sistema produttivo tra aziende orientate verso l’estero e settori dedicati al mercato interno. Invece, il completo servilismo della classe politica agli interessi della grande industria, ha spinto Meloni e Tajani a programmare un lungo tour per le capitali di mezzo mondo all’affannosa ricerca di mercati da sostituire all’ormai inevitabile ritirata dagli Usa, che diverse aziende nostrane dovranno comunque ingoiare.

Mentre Salvini favoleggia di un rapporto diretto tra Usa ed Italia, per strappare migliori condizioni e mandare in crisi le capacità negoziali della Ue, la Meloni si muove con più prudenza, cercando di rafforzare il ruolo di cerniera tra interessi che sono sempre più in contraddizione tra loro. La sua posizione è quella di una Ue che mantiene la sua unità ma dentro un sistema a sovranità limitata, dove restano gli Usa a guidare le danze.

L’opposizione accusa il governo Meloni di essere subalterno a Trump, ma intanto ha accettato il clamoroso piano di rialzo della partecipazione europea e italiana al bilancio della Nato. Ed ora, sulla vicenda dei dazi, chiede che la Ue adotti misure ritorsive per difendere il sistema produttivo europeo.

Non c’è una sola voce che, dalle fila del governo o dell’opposizione, colga il nesso strutturale tra economia orientata all’export da un lato e bassi salari, aumento delle disuguaglianze e crescente abbandono di zone sempre più ampie di territorio nazionale, dall’altro. Produrre per i mercati esteri ha portato ad individuare nel costo del lavoro un fattore di competitività e pertanto a tenerlo basso, senza preoccuparsi più di tanto della depressione dei consumi interni, dovuta proprio alla decrescita delle retribuzioni. Ma non ci sono solo i salari in gioco, c’è un’attenzione sempre minore per le condizioni di lavoro, con un drammatico accentuarsi dei problemi legati alla sicurezza. Proprio ieri sono stati resi noti i dati sugli incidenti sul lavoro nel Lazio, una delle regioni più fortemente orientate all’export, dove nei soli primi quattro mesi del 2025 si sono sfiorati i 14mila incidenti e 12 morti. E poi ci sono l’incuria del territorio, che moltiplica l’effetto dannoso dei frequenti disastri ambientali, il degrado delle periferie delle grandi città, il ritrarsi dell’amministrazione pubblica dalla gestione dei servizi, a cominciare dalla sanità.

Nel mercato del lavoro questo modello economico sta avendo effetti devastanti. C’è un tessuto di economia povera, orientata per lo più alla ristorazione, al turismo e al tempo libero, dove i salari sono da fame e la contrattazione inesistente, che assorbe un volume crescente di manodopera. L’occupazione cresce, toccando sempre nuovi record, ma è tutto lavoro povero.

I dazi, in un modo o nell’altro, finiranno per produrre i loro effetti negativi sulla nostra economia, non solo in termini di posti di lavoro ma anche di aumento dei prezzi interni. E questo produrrà una nuova pressione su salari e pensioni. Senza un ripensamento del nostro sistema economico, a cominciare dal settore agro-alimentare, e un rilancio della produzione per il mercato interno, la dinamica della concorrenza internazionale è destinata ad aumentare le difficoltà e i problemi che già viviamo.

Essere consapevoli di questo piano inclinato sul quale stiamo scivolando è un primo passo fondamentale per cominciare a reagire.

USB

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15/07/2025

Metalmeccanici: tanto rumore per nulla. Le chiacchiere (ri)cominciano, ma gli operai restano senza contratto

Dopo mesi di silenzio, oggi a Roma si è finalmente tornati a parlare di rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. O almeno, così dicono. In realtà, di concreto non c’è nulla sul piano dei contenuti: nessuna proposta sul salario, nessuna prospettiva credibile di avanzamento. Solo l’annuncio che da settembre riprenderanno le "consultazioni" ristrette tra pochi addetti ai lavori.

I metalmeccanici aspettano da oltre un anno il rinnovo del contratto ma, evidentemente, possono continuare ad aspettare. È estate, fa caldo e per molti il confronto può anche slittare ancora. Gli operai, intanto, continueranno a sudare in fabbrica, con il contratto bloccato e il potere d’acquisto in picchiata.

Di salario, nemmeno l’ombra. Eppure è proprio lì che si gioca la partita vera: mentre tutto aumenta, mentre l’inflazione divora le buste paga, si continua a evitare il nodo centrale con una leggerezza inaccettabile.

In tutto questo, colpisce la nota di Federmeccanica, che apre il confronto evocando i dazi come fattore di crisi, per poi invocare un contratto “sostenibile e innovativo”. È la solita retorica che giustifica tutto – compresi gli arretramenti – in nome dell’export, della competitività e della congiuntura. Un copione già visto, che rischia di preparare il terreno a un contratto al ribasso, piegato alle esigenze aziendali e scollegato dalla realtà dei lavoratori.

Ma il punto non è solo il ritardo. È che, ancora una volta, non si mette in discussione un modello contrattuale ormai logoro, incapace di rispondere alle esigenze materiali dei lavoratori e alle trasformazioni profonde in atto nel mondo della produzione.

Se non si apre davvero una discussione sul contratto nazionale come strumento di redistribuzione, riduzione dell’orario e tutela reale dei diritti, allora tutto questo è solo una presa in giro. Soprattutto per chi, in questi anni, ha scioperato, ha resistito, ha lottato per un contratto più giusto.

Non si può costruire un contratto nazionale credibile senza salario, senza conflitto e senza una prospettiva di trasformazione reale.

Se il tavolo rimane chiuso nei palazzi, noi lo apriremo nelle fabbriche, con le assemblee, con la mobilitazione, e con una proposta alternativa che rimetta al centro salario, orario, diritti e democrazia.

USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale

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19/05/2025

Italia a marcia indietro

Un’analisi spietata del “modello economico” italiano ed europeo. Ma fatta su un giornale economico, non su un opuscolo “antagonista”. La miseria profonda del capitalismo nazionale emerge ormai senza alcun velo.

Non c’è molto da aggiungere, anche se crediamo che il risultato dei referendum sul jobs act – anche se non cambierebbero la situazione dei salari, nell’immediato – potrebbero diventare una spinta politica per rimuovere la “passività” dei lavoratori, che sembrano da anni tramortiti da una condizione di vita e reddituale ai limiti della sopravvivenza.

Buona lettura. E tenete d’occhio i corsivi...

*****

di Guido Salerno Aletta

Prima i numeri, che già da soli dicono tutto: perché questo è il risultato di mezzo secolo di polemiche sull’“alto costo del lavoro” in Italia, il problema che veniva sbandierato come la fonte di tutti i mali.

A valori concatenati con anno di riferimento il 2020, e quindi sterilizzando la dinamica dei prezzi [facendo comunque finta che l’inflazione reale, per i redditi bassi, sia davvero quella ufficiale registrata dall’Istat, ndr], la spesa per consumi finali delle famiglie italiane era stata nel 2007 di 1.111 miliardi di euro, un livello mai registrato successivamente. Diciassette anni dopo, nel 2024, è stata ancora di appena 1.085 miliardi, dunque inferiore del 2%.

La spesa per consumi finali delle P.A. è rimasta inchiodata per via della ultradecennale questione del debito insostenibile, passando da 364 miliardi del 2007 ai 363 miliardi di euro del 2024 [anche qui, probabilmente, lo scarto rispetto all’inflazione ufficiale è sensibilmente maggiore, ndr].

Gli investimenti fissi netti, quelli che si aggiungono al rimpiazzo degli esistenti, sono crollati: passando dai +99 miliardi del 2007 ad un valore negativo che è stato registrato continuamente dal 2012 al 2020. Il che significa che per otto anni di fila è stata ridotta la dotazione degli investimenti fissi esistenti per l’importo cumulato pazzesco di 185 miliardi.

Ancora nel 2023 e 2024, nonostante il contributo del PNRR, gli investimenti netti sono stati ancora inferiori a quelli del 2007, rispettivamente pari a 85 ed a 83 miliardi.

Le esportazioni di beni e servizi (fob) sono invece passate dai 492 miliardi del 2007 ai 605 miliardi del 2024, con un incremento di 113 miliardi, ovvero del 23% rispetto al dato iniziale.

Sono dunque referendum praticamente inutili, quelli che si svolgeranno ai primi di giugno con l’obiettivo ampiamente condivisibile di difendere i lavoratori sotto il profilo legale, eliminando da una parte le normative che a partire dal Jobs Act hanno ridotto le tutele reali nei confronti dei licenziamenti illegittimi, e dall’altra quelle che hanno reso via via sempre più semplici le assunzioni temporanee.

Anche se venissero approvati e conseguentemente abrogate le normative messe in discussione, i risultati concreti sarebbero pressoché nulli sia in termini di maggiore occupazione che di salari più elevati. La possibilità di aumentarli dipende dall’incremento della produttività del lavoro: cioè dal fatto di essere stati capaci di “produrre di più” per ogni ora lavorata.

Ma, in Italia, questa dinamica è stagnante per una ragione precisa: le imprese non investono per produrre di più, o per produrre merci o servizi di migliore qualità da vendere a prezzi superiori, il che consentirebbero loro un aumento dei margini di ricavo e di conseguenza un aumento dei salari. Per vendere, puntano sulla competitività, e l’unico fattore di costo su cui possono agire liberamente è il salario.

La ragione di questo disastro sta nel modello economico, profondamente sbagliato, che è stato adottato in Italia da diciassette anni a questa parte, a partire dalla Grande Crisi Finanziaria americana del 2008: la deflazione dei salari è divenuta il modello di riferimento di un Paese in cui mancano drammaticamente gli investimenti netti, quelli che accrescono o migliorano la quantità e la qualità del prodotto.

Le imprese italiane si limitano a rimpiazzare gli impianti ed i macchinari esistenti per rendere più efficiente la produzione, con una conseguenza pericolosissima: visto che la domanda interna è stagnante per via dei salari che non crescono, devono puntare tutto sulle esportazioni, e così la tenuta di interi comparti produttivi, dall’alimentare alla meccanica, dipende dalla domanda estera.

Con la crisi del modello tedesco e con la guerra dei dazi in corso, c’è ben poco da stare tranquilli. Con i costi elevati del credito bancario e dell’energia, c’è da tirare ancora la cintura.

Come se tutto questo non bastasse, l’attivo commerciale strutturale dell’Italia viene reinvestito in asset finanziari all’estero, con impieghi diretti o di portafoglio: per la prima volta nella Storia, siamo diventati creditori netti ed esportatori di capitali. Finanziamo dunque le economie dei nostri competitori.

Ecco perché l’Italia non cresce, anzi si è profondamente impoverita da diciassette anni a questa parte.

Ecco perché i salari italiani sono bassi: più che merci e servizi, esportiamo lavoro a basso costo.

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16/05/2025

Mattarella e Draghi fanno l’ultima chiamata per l’autonomia strategica UE

Mattarella e Draghi, la diarchia che ha segnato l’Italia dei primi anni post-pandemici, si è trovata riunita a Coimbra. Parlo di diarchia non per gioco retorico, ma perché queste due figure hanno davvero espresso la verticalizzazione della politica italiana, la gerarchizzazione e il ‘bacchettamento’ dei partiti che non si volevano allineare ai dettami di Bruxelles.

Ciò avveniva in una fase di forte sollecitazione per le mire strategiche unioneuropeiste, e dunque avviene di nuovo in questi mesi, in cui la rottura dell’illusione dell’unità euroatlantica sta costringendo la UE ad assumere quell’autonomia strategica a cui ha sempre aspirato o a perdere definitivamente il treno della competizione globale.

Senza tenere a mente questa cornice analitica, non si può capire il valore delle parole che entrambi i politici hanno pronunciato nella città portoghese, dove si è svolto il 17esimo summit sull’innovazione organizzato dalla fondazione Cotec Europa. Non a caso, il titolo era “A call to action”, che è poi il senso dei loro discorsi.

Partiamo dal discorso tenuto da Draghi, che fa il paio con quello dello scorso febbraio, quando l’economista era intervenuto al Parlamento Europeo chiedendo al consesso di “fare qualcosa”, e di non dire sempre di no a tutto. Soprattutto perché ora i dazi di Trump hanno aperto una faglia che non si richiuderà.

“È un azzardo credere che torneremo alla normalità nel nostro commercio con gli Stati Uniti”, ha detto Draghi, aggiungendo poi che “dovremmo chiederci come mai siamo finiti nelle mani dei consumatori statunitensi per guidare la nostra crescita. E dovremmo chiederci come possiamo crescere e generare ricchezza da soli”.

Anche se l’ex presidente della BCE e del governo italiano ha ribadito che la UE deve cercare un accordo per salvaguardare le proprie esportazioni e mantenere l’accesso al mercato stelle-e-strisce, l’obiettivo deve essere quello di promuovere relazioni e dotarsi di strumenti che garantiscano la crescita europea, con o senza Washington.

Per dirla in altre parole, serve aumentare innanzitutto la domanda interna del Vecchio Continente, quella stessa domanda che è stata strozzata dalle politiche di austerità di cui lo stesso Draghi è stato promotore. Come già altre volte negli ultimi mesi, il buon ‘SuperMario’ si scorda di dirlo, perché significherebbe dichiarare al mondo il fallimento della trentennale politica mercantilista della UE.

Ad ogni modo, Draghi ha ribadito che l’unico modo perché si venga a capo di questa situazione è una maggiore integrazione europea, a partire dall’emissione di debito comune. “Quando il debito è già elevato – ha detto – l’esenzione di categorie di spesa pubblica dalle regole di bilancio può arrivare solo fino a un certo punto”, con ovvio riferimento ai piani di riarmo.

“Nelle occasioni in cui l’UE ha fatto salti significativi verso una maggiore integrazione, tre fattori sono stati tipicamente presenti: una crisi che dimostra oltre ogni dubbio che il sistema precedente è diventato insostenibile; un grande shock politico che sconvolge l’ordine istituzionale; un piano d’azione già esistente cui tutte le parti possono aderire”.

L’ex-presidente della Bce ha affermato che “oggi, per la prima volta in forse 30 anni, tutti e tre i fattori sono presenti di nuovo. Dal 2020 abbiamo perso il nostro modello di crescita, il nostro modello energetico e il nostro modello di difesa. Gli europei avvertono in modo acuto il senso di crisi”.

In maniera complementare, Mattarella ha dichiarato solennemente che “stare fermi non è più un’opzione”, rivelando poi quello che è alle fondamenta del progetto europeo: egli ha infatti invitato a “progredire senza indugi e con efficacia proprio sulla strada della competitività, condizione indispensabile all’ulteriore approfondimento del progetto d’integrazione continentale”.

“I rischi dell’immobilismo – ha continuato – sono ben identificati nel Rapporto Draghi come in quello Letta, sul futuro del mercato interno: le ipotetiche conseguenze per l’Europa, ad esempio in termini di arretramento nelle condizioni materiali di benessere diffuso o di un allontanamento irreversibile dalla frontiera tecnologica, ne accrescerebbero anche le vulnerabilità sui piani strategico e geopolitico”.

Il benessere diffuso è in caduta libera già da tempo nella UE, e viene tirato fuori solo in maniera strumentale. Non è la riduzione delle disuguaglianze, non è la pace e la promozione dello sviluppo la ragione d’esistere della UE, ma lo è la capacità dell’imperialismo continentale di stare al passo degli altri grandi attori globali.

Mentre Israele porta a compimento il genocidio dei palestinesi, mentre appena al di là del mare la Libia torna a infiammarsi, mentre da oltre tre anni l’Occidente usa gli ucraini come carne da cannone, un presidente della Repubblica guerrafondaio parla di “ingiustificate ritrosie” rispetto al piano di riarmo, difesa comune ed economia di guerra licenziato da Bruxelles.

Insomma, il binomio Draghi-Mattarella ha tracciato i possibili scenari futuri della UE. O un salto di qualità nell’integrazione, a partire dal diventare una realtà politica armata fino ai denti, o la condanna a giocare un ruolo minore nello scenario internazionale. Ovviamente, sempre finché il nodo rimarrà quello di come garantire il profitto di pochi sulla vita di molti.

Per chiunque voglia invece intraprendere una strada alternativa, per un modello fondato sui bisogni popolari e su relazioni internazionali pensate non come una questione di dominio, ma di sviluppo complementare con altri paesi, la rottura della gabbia europea è la parola d’ordine da agitare.

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09/05/2025

Gli orfani inconsolabili del libero scambio

All’inizio di aprile sono entrati in vigore i nuovi dazi commerciali decisi dall’amministrazione Trump, ovvero un pacchetto piuttosto corposo di imposte sull’importazione di beni afferenti ad un numero ampio di settori merceologici, prodotti in vari paesi del mondo.

Una seconda ondata di aumenti sarebbe dovuta scattare nel volgere di pochi giorni, ma è stata poi all’improvviso sospesa per un periodo di 90 giorni (tutt’ora in vigore), durante il quale l’Amministrazione USA sta intavolando trattative con molti dei paesi coinvolti, tra cui l’Unione Europea. Restano in essere invece dazi molto alti sulle importazioni dalla Cina.

Per i paesi dell’Unione Europea, ad oggi, risultano in vigore dazi base al 10% su un numero amplissimo di prodotti, nonché dazi già varati nei mesi precedenti al 25% su acciaio, alluminio e automobili, a fronte di cui l’Unione aveva predisposto contro-dazi di entità pari a 22,6 miliardi. Questa contromisura, tuttavia, è stata sospesa una volta che Trump ha introdotto la proroga di 90 giorni, per favorire un negoziato tra le parti.

L’alternarsi di annunci e retromarce ha scosso i mercati finanziari, provocando forti oscillazioni e reazioni politiche. In Europa il dibattito sul tema è stato confuso e superficiale, ma ha evidenziato aspetti rilevanti.

Si è parlato molto dei motivi più importanti che avrebbero indotto il governo Trump a lanciare una linea protezionistica di politica commerciale: dall’esigenza di riequilibrare una bilancia commerciale cronicamente in deficit, al tentativo di rilocalizzare sul territorio statunitense parte dell’enorme quota di produzione delocalizzata all’estero, fino all’uso dei dazi come arma di trattativa e ricatto per ottenere altro.

Molto meno si è detto, e sempre in maniera superficiale e demagogica, dei profondi e radicati motivi che spiegano la diffusa ostilità e preoccupazione delle élite europee nei confronti di questa nuova fase delle relazioni commerciali internazionali.

È doverosa su questo aspetto una breve premessa. I danni economici dei dazi statunitensi in Europa e in Italia, nel breve periodo, ci saranno e saranno direttamente proporzionali alla loro entità. La diminuzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti non potrà che causare una riduzione di domanda non immediatamente compensabile con altri mercati e quindi di produzione, specialmente nei settori più esposti. Un recente rapporto Svimez per l’Italia ipotizzava una perdita di circa 54.000 posti di lavoro nell’ipotesi, per ora sospesa, di dazi al 20% sulla generalità dei prodotti. Sicuramente un impatto sociale rilevante e preoccupante.

Ma ovviamente non è questo aspetto socio-economico contingente, e che graverà sulle spalle di lavoratori e lavoratrici, il vero motivo di preoccupazione che anima politici, economisti mainstream e confindustriali. Il punto è, piuttosto, cosa comporterebbe l’uscita dal liberoscambismo per il capitale europeo che, proprio sul libero scambio e alcuni suoi corollari che proveremo a snocciolare, ha costruito la sua fortuna nell’ultimo trentennio e oltre.

A seconda delle contingenze storiche e internazionali, protezionismo e liberoscambismo vengono usati a correnti alterne dai paesi dominanti per rilanciare, mantenere o proteggere la supremazia del proprio sistema economico. Nelle fasi di consolidata supremazia commerciale industriale e tecnologica il libero scambio internazionale non fa altro che migliorare la posizione dei paesi più sviluppati che sbaragliano la concorrenza dei sistemi produttivi più deboli. Nelle fasi di perdita di competitività internazionale, invece, il protezionismo torna in auge per arginare il declino industriale e tecnologico, esattamente quanto accade oggi negli Stati Uniti.

Finché il liberoscambismo conviene, insomma, lo si pratica con passione e lo si sostiene ideologicamente con la narrazione di reciproci e inequivocabili vantaggi generali e interclassisti della cosiddetta globalizzazione. Una favola intessuta di ipocrisia, da brandire all’occorrenza per difendere gli interessi delle classi dominanti. Niente di nuovo sotto il sole. Ci sono però tre elementi fondamentali su cui è utile soffermarsi.

Il primo elemento, di una disarmante semplicità, risiede nel fatto che la concorrenza internazionale, nel mondo reale, avviene tra imprese che operano in sistemi normativi diversi. Ogni Stato ha diversi livelli salariali, diverse imposte che colpiscono il reddito d’impresa, diverse normative a tutela del lavoro e dell’ambiente. La concorrenza tra imprese a livello globale ha, da decenni, come leve fondamentali, il costo del lavoro e il livello dell’imposizione tributaria. Ciò comporta, di per sé, una fortissima pressione sulle imprese che operano con maggiori “costi sociali” e spinge inesorabilmente queste ultime ad esercitare su lavoratori e governi una pressione al ribasso su salari, diritti del lavoro e imposte. La stessa pressione verso il basso, del resto, si verifica sistematicamente a causa della libera circolazione dei capitali. La sola minaccia di delocalizzazione produttiva da parte delle imprese mette infatti lavoratori, sindacati e governi del paese di turno in una condizione di ricatto permanente, costringendoli ad accettare condizioni capestro (salariali, normative e fiscali) per non vedere migrare il capitale e con esso migliaia di posti di lavoro e di gettito tributario.

Insomma, il libero scambio internazionale, da che capitalismo è capitalismo, si esercita in primo luogo attraverso una continua corsa al ribasso su salari, diritti, fiscalità delle fasce di reddito più ricche e normative di tutela sociale. Si tratta di una storia che nel contesto dell’Unione Europea conosciamo bene.

Inoltre, sono altre due le tessere essenziali del puzzle del libero scambio e riguardano il ruolo delle esportazioni e delle importazioni come valvola di sfogo del conflitto di classe.

Le importazioni, da un lato, consentono ai percettori di bassi redditi del mondo più ricco di acquistare merci prodotte a bassissimo costo tramite lo sfruttamento del lavoro nei paesi poveri. Ciò, in una certa misura, permette ai già vessati salari reali dei paesi più ricchi di accedere comunque a consumi che, a prezzi più alti, sarebbero loro negati.

Dall’altro lato, le esportazioni consentono di ridurre la portata di una delle più eclatanti contraddizioni del capitalismo: quella per cui comprimendo i salari al massimo i capitalisti segano lo stesso ramo su cui siedono, poiché una caduta dei salari (data una maggior propensione al consumo dei redditi medio-bassi rispetto a quelli alti) significa anche una caduta della domanda aggregata di beni e servizi e dunque della possibilità di vendere e fare profitti. La strategia di violenta compressione salariale e di austerità, quindi di tagli alla spesa pubblica, seguita dall’Unione Europea ha avuto bisogno di un generale regime liberoscambista affinché la debole domanda interna, vessata da bassi salari e domanda pubblica inesistente, venisse sostituita da una quanto più copiosa domanda estera. Un’economia a forte vocazione esportatrice può infatti permettersi la compressione salariale e similmente la compressione della spesa pubblica, risentendo assai meno del problema della carenza della domanda aggregata che verrà comunque garantita dagli acquisti esteri.

Una riduzione delle esportazioni legata ai dazi metterebbe almeno in parte in crisi questo schema.

Inoltre, nella misura in cui i dazi introdotti da un lato della barricata richiamano, come del resto avvenuto, contro-dazi di risposta legati ad esigenze di bilancia commerciale e di opportunità politica, si porrebbe il problema del rincaro delle importazioni, che farebbe venire a galla un altro nodo cruciale delle politiche europee: la totale assenza di una politica industriale di sviluppo e sostegno di settori strategici e-o a forte rilevanza sociale. Per i paesi europei, in sostanza, a causa di una politica che ha da trent’anni fanaticamente cancellato il ruolo dell’intervento pubblico di regolazione e direzione dell’economia, sarebbe estremamente difficile praticare una linea di sostituzione delle importazioni tramite produzione interna. Basti pensare alla totale assenza di un’industria domestica dei software e dei sistemi informatici, al declino di decine di settori industriali o ancora alla totale dipendenza energetica. Tutte conseguenze della dismissione del ruolo dello Stato dall’economia: un altro frutto avvelenato, ma assai desiderato dai padroni, del liberismo e dell’austerità.

Una stagione in cui il liberoscambismo venga messo in discussione, dunque, sta chiaramente allarmando le élite europee, preoccupate di veder messa in difficoltà la linfa dei loro profitti, dopo aver per decenni spremuto salari e diritti dei lavoratori e determinato la contrazione della domanda domestica, tanto tramite la riduzione della componente pubblica (spesa pubblica) che di quella privata (consumi e investimenti).

Solo e soltanto per questa somma di motivi – non certo per i timori di un relativamente modesto calo del PIL e di un pur preoccupante aumento temporaneo della disoccupazione – si levano oggi le grida allarmate di politici, economisti e commentatori vari nei confronti del neo-protezionismo nord-americano.

Alla classe lavoratrice, ora come sempre, spetta il compito di non illudersi che diversi tipi di regimi commerciali in quanto tali possano automaticamente garantirle futuri più rosei di quelli conosciuti fin qui. Un regime che garantisca la piena occupazione e una migliore e più equa distribuzione del reddito necessita di una messa in discussione generale e complessiva del funzionamento dell’economia interna e degli scambi con l’estero e della costruzione di un sistema economico nuovo, ma solo la riorganizzazione delle lotte sociali può avvicinarci a questo obiettivo. Non vi sono scorciatoie, tanto meno ne verranno da settori del capitale, in qualsiasi parte del mondo essi risiedano.

Fonte

09/04/2025

I dazi di Trump: nuova conferma del declino statunitense. Che fare?

La decisione di Donald Trump di imporre dazi molto elevati sui prodotti importati dal resto del mondo costituisce l’ennesima conferma della rovinosa decadenza degli Stati Uniti. In tal modo Trump si prefigge il duplice obiettivo di proteggere il proprio mercato interno, puntando a risanare il deficit della bilancia commerciale, e di ottenere risorse finanziarie aggiuntive.

Ma si possono sollevare parecchi dubbi sulla capacità di tali misure di raggiungere effettivamente tali obiettivi. Le prime reazioni dei mercati rivelano infatti profonde difficoltà da parte di settori fondamentali dell’economia statunitense che fondano le proprie aspettative di profitto sullo sfruttamento del lavoro subordinato povero in vaste aree del Pianeta.

E soprattutto le misure adottate comportano un netto peggioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni statunitensi, quegli stessi che qualche mese fa avevano affidato a Trump i loro sciagurati destini e che presto sperimenteranno sulla propria pelle la fallacia della scelta compiuta.

Tale politica sta determinando una massiccia risposta popolare che è diretta altresì contro lo smantellamento dei servizi pubblici.

Su di un altro piano i dazi provocano l’emergere di inedite convergenze internazionali come quella tra Cina, Corea del Sud e Giappone. Pare quindi che agitandosi scompostamente per evitare il proprio sprofondare nelle sabbie mobili della crisi, la presidenza Trump finisca per accelerarlo, sia sul piano interno che su quello internazionale.

I dazi costituiscono in effetti la chiara dimostrazione del declino inarrestabile della superpotenza statunitense che difficilmente riuscirà in tal modo a ricostituire il proprio potenziale di produzione manifatturiera.

Tale declino è infatti il risultato inevitabile di processi epocali quali il ruolo sempre più importante del parassitario capitale finanziario e la fine della posizione dominante ed egemone degli Stati Uniti sul piano internazionale.

Processi epocali cui Trump tenta di rispondere liquidando paradossalmente il libero scambio che costituisce la veste giuridica ed ideologica più adeguata per la globalizzazione. Non già evidentemente per por fine al capitalismo ma anzi per ribadirne nel modo più brutale la ragione le istanze più profonde, fortemente legate al ruolo predominante degli Stati Uniti, che per quanto detto sta ineluttabilmente finendo.

In questo senso il presidente degli Stati Uniti punta sui residui di asservimento di cui può giovarsi a livello internazionale. L’Italietta di Meloni, Salvini e Tajani, da questo punto di vista è ovviamente in pole position.

Ma in realtà è l’intera Unione Europea, con in testa la Germania di Merz, von Der Leyen e Weber, a ribadire la propri schiavitù nei confronti degli Stati Uniti. Basti pensare che questo geni hanno partorito l’ideona di barattare l’abbassamento dei dazi con l’incremento degli acquisti di armi e gas naturale statunitensi. Ovvero, esattamente l’opposto di quello che andrebbe fatto per avanzare sulla strada obbligata dell’autonomia strategica dell’Italia e dell’Europa.

La risposta dovrebbe invece essere ferma e soprattutto comportare una ridiscussione a fondo della collocazione internazionale dell’Unione a partire dalla pace immediata con la Russia e dallo sviluppo di intensi e proficui rapporti di scambio e cooperazione con la stessa Russia, con la Cina e con gli altri Paesi che fanno parte dei BRICS+.

Al contempo occorre trarre spunto da questa indubbia e importante novità negativa per superare i vincoli di bilancio posti alla spesa pubblica per avviare l’indispensabile programma di investimenti volti a bilanciare l’impatto dei dazi trumpiani sull’economia e l’occupazione.

Guerra, riarmo e dazi vanno quindi assunti come elementi di discussione delle scelte di fondo dell’Unione Europea, fino a delinearne una totale modifica delle finalità e dei metodi ovvero una spaccatura su base geopolitica, col recupero della propria vocazione mediterranea da parte degli Stati che vi si affacciano, tra i quali ovviamente l’Italia.

Più in generale la mossa alquanto azzardata di Trump offre all’Europa un’occasione imperdibile per sganciarsi dall’alleanza occidentale e colpire le multinazionali statunitensi, contrastandone il ruolo dominante nei settori strategici dell’energia, degli armamenti, delle telecomunicazioni e molti altri.

Altri stimoli positivi derivanti dalla decisione di Trump riguardano, per tutta l’Europa come per l’Italia, la necessità di abbandonare il modello export-oriented per fondare uno sviluppo stabile e sostenibile sul mercato interno. Tutto ciò richiede però la liquidazione totale dell’attuale classe dirigente di servi sia italiana che europea.

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27/02/2025

E mo’ sò dazi...

Fine delle chiacchiere, ora si fa sul serio. Nella prima riunione del suo governo, presente anche Elon Musk – che dunque dovrebbe essere considerato un “ministro” – Donald Trump ha confermato di aver preso la decisione di imporre dazi “del 25%” sui prodotti europei. Quanti avevano sperato che si trattasse solo di sparate minacciose per contrattare qualcosa su altri piani (la guerra in Ucraina, ecc.), o che ci fosse spazio per un trattamento individuale diverso (Meloni, insomma), devono ora fare i conti con la realtà.

Anche perché il tycoon ha dichiarato ufficialmente guerra all’Unione Europea in quanto tale: “non accetta le nostre auto o i nostri prodotti agricoli, si approfitta di noi. Io amo i Paesi della Ue, ma siamo onesti: l’Unione Europea è nata per fregare gli Stati Uniti e sta facendo un buon lavoro, ma ora sono io presidente”. Non preoccupa insomma soltanto quel che “l’Europa” fa, ma il fatto stesso che esista e si concepisca come un competitor sul mercato mondiale, con ambizioni “strategiche” certo velleitarie ma coltivate a lungo.

Al di là delle dichiarazioni di circostanza, come quelle europee che promettono immediata risposta sullo stesso piano, è bene tener d’occhio il dato economico e politico più rilevante, che non a caso è stato inquadrato seriamente soprattutto dagli industriali italiani, che sanno benissimo quanto i loro profitti derivino dall’essere contoterzisti della Germania e dunque secondo paese europeo nella classifica delle esportazioni verso gli Usa.

“È un cambio di paradigma, inaspettato e incredibile quello che arriva dagli Stati Uniti – commenta il presidente di Confindustria Orsini –. La minaccia non è quella di un impatto solo sulle dinamiche commerciali. La verità è ben più drammatica: qui si rischia la tenuta economica e sociale di molti stati dell’Unione e dell’Unione stessa. Quello che arriva dalla leadership americana è un attacco alle imprese e al lavoro europei. Il vero obiettivo è la deindustrializzazione del nostro continente, e quindi dei suoi livelli occupazionali”.

Una dichiarazione di guerra, abbiamo detto. Peraltro già implicita nella volontà di dare via libera all’uso delle stablecoin per favorire il deflusso del risparmio privato dai mercati europei verso Wall Street.

Una guerra dei dazi e monetaria che non solo mette fine a 80 anni di “amicizia” tra le due sponde dell’Atlantico (in realtà come sappiamo bene, un rapporto di sudditanza e di “sovranità limitata” da parte europea), ma mina tutti i pilastri di una relazione stabile. I rapporti economici, infatti, veicolano e facilitano tutti gli altri. Impostarli in termini di concorrenza feroce – mors tua, vita mea – è il modo migliore di spaccare tutto anche su altri piani.

Inevitabilmente, oltre alla presa d’atto della guerra aperta, Confindustria si preoccupa subito di passare all’incasso, chiamando il governo (e i governi di tutta Europa) ad agire subito secondo direttive che Orsini sintetizza velocemente: “Voglio citare tre linee di azione nette: sburocratizzazione, meno norme: il Clean Industrial Deal deve essere un patto per la crescita, non per la decrescita. Stop a multe e a dazi autoimposti sulla manifattura europea. E serve un piano industriale per la crescita economica e sociale europea”.

Poca roba, vien da dire, ma “vasto programma”... Chiamare in causa la burocrazia, infatti, nel linguaggio confindustriale significa sempre “meno controlli”, sia contabili che sull’attività produttiva (emissioni e sversamenti inquinanti, componenti dannosi, sicurezza sul lavoro, ecc.). Sono cose che angosciano già ben poco le imprese e non sarò difficile ottenere ancora più “briglie sciolte”.

Ma un “piano industriale per la crescita economica e sociale europea” è un sogno impossibile, visti i criteri costitutivi della comunità economica continentale, orientati alla più cinica concorrenza anche interna.

Ma anche questo appello contraddittorio – “più libertà alle aziende, ma con una programmazione continentale” – rende bene la confusione che regna da queste parti con l’avvento del “ciclone Trump” e la rottura ormai plateale dell’“asse euro-atlantico”.

Anche perché è ormai evidente che le vecchie ricette su cui era sopravvissuta tutta l’industria europea – salari bassi o congelati ai livelli di venti anni fa, aiuti pubblici alle imprese e alle esportazioni, riduzione dei diritti del lavoro, ecc. – ormai non bastano per mantenere la “competitività” con le produzioni degli ex paesi del “Terzo Mondo”.

È di questi giorni, per esempio, l’allarma che arriva dalla Francia, dove Michelin – uno dei principali produttori di pneumatici e “orgoglio nazionale” – va chiudendo uno stabilimento dopo l’altro, mettendo in strada qualche migliaio di lavoratori, nonostante i 3,6 miliardi di profitti registrati nel 2023. Lo stesso sta accadendo a Valeo, ArcelorMittal, Auchan.

I miliardi concessi sotto forma di agevolazioni fiscali (per la ricerca e sviluppo o per altre motivazioni “creative”) possono, come nel caso di Michelin, gonfiare i profitti aziendali, ma non risolvono il problema e non invertono dunque il declino industriale. Una prova empirica viene dal panorama delle industrie dominanti ancora oggi in Europa: sono le stesse di 25 anni fa. È rimasto tutto fermo, senza innovazione né ricerca di nuovi settori (informatica e intelligenza artificiale, qui, sono parole esotiche, dopo la chiusura della francese Bull o dell’italiana Olivetti).

L’inevitabile riduzione delle esportazioni verso gli Usa, in conseguenza dei dazi, si abbatte come una tempesta su una nave già rabberciata e mal progettata.

La UE prepara “piani”, cerca soldi e promette investimenti. Ma avviare nuovi settori produttivi richiede anni (mancano le competenze, tanto per cominciare), e certamente non impiegheranno i lavoratori che oggi o nei prossimi anni perderanno il lavoro (difficile che un operaio della Michelin o della Renault possa diventare ingegnere informatico...).

È la fine di un modello di sviluppo fondato sulla “furbizia”. Che somiglia molto da lontano all’intelligenza, finché non viene scoperta...

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23/02/2025

La Germania va alle elezioni senza il gas russo: e peserà sul voto

di Guido Salerno Aletta

In Germania si va a votare anticipatamente, dopo tre anni di gravi difficoltà: il vento è cambiato, e le spira violentemente contro da quando il presidente russo Vladimir Putin annunciò, il 24 febbraio 2022, l’invasione della Ucraina: tutte le ragioni strategiche del suo venticinquennale successo economico e finanziario a livello europeo e globale sono venute meno.

Tutto si sta ritorcendo: sotto il profilo economico, Berlino non ha più il gas russo, in passato abbondante e a buon prezzo; la sua industria automobilistica è devastata dalla transizione verso l’elettrico mentre i comparti della metallurgia, della chimica e della meccanica soffrono per gli alti costi energetici; sotto il profilo prospettico, mentre il presidente Donald Trump vuole il riequilibrio dei conti commerciali, la Cina attraversa una fase di crescita meno dinamica e dunque importa meno dalla Germania ed è invece pronta a invadere il mercato europeo per riversarvi le minori esportazioni verso gli Usa dovute ai dazi.

L’Unione Europea è una nave senza nocchiero: annaspa, sforna in continuazione documenti che invocano interventi straordinari di spesa per centinaia di miliardi l’anno. Denari che soprattutto la Germania ha accumulato, ma che assai furbescamente ha impiegato all’estero.

Un modello in piena crisi

Per arricchire solo sé stessa, in un quarto di secolo la Germania ha devastato il resto dell’Europa che è stata costretta a seguirla nel modello ordoliberista, basato sul mercantilismo sfrenato, sulla deflazione salariale e sull’azzeramento del debito pubblico.

Ma i vantaggi per i produttori tedeschi derivanti dai tassi di interesse vantaggiosissimi, cui corrispondevano compensi irrisori sui depositi bancari e sugli impieghi obbligazionari in Germania, hanno spostato verso l’estero i proventi accumulati con il commercio internazionale: gli investimenti finanziari sono stati indirizzati prevalentemente all’estero, penalizzando il settore produttivo tedesco, rimasto fermo alla manifattura tradizionale.

Niente grandi investimenti privati né pubblici, tanto meno innovazione: la Germania si è ingrassata, ma soprattutto sclerotizzata.

Numeri alla mano, la Germania guidata con polso di ferro e nessuno scrupolo dalla cancelliera Angela Merkel per sedici anni filati, al potere ininterrottamente dal 22 novembre 2005 all’8 dicembre 2021, ha ottenuto successi tanto clamorosi quanto ora irripetibili.

Nel 2001, anno di entrata in circolazione dell’euro, la Germania era il secondo debitore mondiale per investimenti di portafoglio con 1.163 miliardi di dollari di esposizione, preceduta solo dagli Usa che ne avevano per 3.106 miliardi; nel 2023, la Germania è scomparsa dall’elenco dei dieci principali debitori, mentre gli Usa hanno raggiunto la stratosferica cifra di 23.623 miliardi di dollari, moltiplicando addirittura per oltre sette volte lo stock precedente.

Molti tedeschi sono rimasti al palo

Tutta l’impostazione teutonica delle normative europee ha messo sotto torchio la crescita interna sostenuta dai bilanci pubblici: il divieto di aiuti di Stato alle imprese; il divieto di aiuti agli Stati da parte delle Banche centrali; il divieto di disavanzi pubblici superiori al 3% del pil e poi addirittura il pareggio strutturale imposto con il Fiscal Compact, insieme all’obbligo di ridurre di 1/20 l’anno l’eccesso di debito rispetto al 60% del pil.

Il mercantilismo, la crescita sostenuta solo dalla domanda estera basata sulla competitività salariale, ha devastato la domanda interna europea.

Anche qui la Germania ha fatto da apripista con le riforme Hartz: i settori economici protetti dalla concorrenza internazionale dovevano dare l’esempio, con gli oltre 4 milioni di lavoratori impiegati con i minijob, quasi il 10% degli occupati totali, col limite di dieci ore di lavoro settimanale remunerate ognuna al minimo di 12,82 euro, per complessivi 566 euro di retribuzione annua. È così che la Germania ha ‘rieducato’ i suoi lavoratori.

La Germania si è avidamente arricchita, ma non solo a spese degli altri partner, con la Francia azzoppata, l’Italia stremata e la Spagna che si salva ancora solo perché i suoi rifornimenti energetici non sono mai dipesi dal gas russo: c’è una gran parte dell’elettorato tedesco fortemente insoddisfatto, non solo perché di tutta questa opulenza ha visto poco e niente, ma soprattutto perché si rende conto che il futuro è quanto mai fosco.

Domenica, alle elezioni, la Germania farà ancora una volta i conti col suo passato e soprattutto si interrogherà sul futuro: nulla di ciò che è stato ci sarà ancora.

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20/02/2025

Panetta lancia l’allarme sulla domanda interna europea

Ieri il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, si è collegato in streaming al Comitato esecutivo dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI). La riunione è stata di grande importanza perché ha licenziato un piano che dovrà guidare gli istituti associati per il prossimo triennio, con al centro otto sfide che vanno dall’innovazione ai pericoli degli scenari geopolitici.

Sullo sfondo rimane la negoziazione che ancora va avanti per l’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit. La Commissaria europea ai servizi finanziari Maria Luis Albuquerque, pur essendosi rifiutata di commentare il caso specifico, ha dato un’ulteriore spinta alla vicenda dicendo che le fusioni sono incoraggiate se permettono “una maggiore diversificazione delle attività o geografica”.

Ma ciò che ha attirato di più l’attenzione sono state proprio le parole del vertice di Banca d’Italia, perché hanno tratteggiato un’orizzonte fosco per la UE. Panetta ha, infatti, aperto i lavori osservando come “i segni di debolezza sono più persistenti di quanto ci aspettavamo. Ci si attendeva una ripresa trainata dai consumi che non c’è stata”, con tutte le ripercussioni del caso.

Dopo “due trimestri di crescita nulla nell’area euro e di tensioni nel settore manifatturiero l’occupazione inizia a dare segnali di indebolimento”. La preoccupazione principale riguarda l’industria, in primis la spina dorsale dell’automotive, che “soffre per ragioni congiunturali e strutturali”.

Il nodo centrale rimane proprio quello della domanda, con un’evidente sovracapacità di produzione di filiere che non hanno però mercati di sbocco nella crescente competizione globale. Se in Italia una nuova vettura costa intorno ai 30 mila euro e i salari nostrani sono quelli che, tra i paesi OCSE, si sono contratti di più in termini reali negli ultimi decenni, è chiaro che alla fine le vendite si riducano.

Bisogna sottolineare come questo non sia un problema caduto dal cielo. È il modello export oriented impostato da Bruxelles che ha spinto verso questo scenario: austerità e bassi salari per rendere competitive le merci, in una logica economica mercantilista. Salvo poi sbattere contro un muro di fronte alla frammentazione del mercato globale, e dunque alla fine della globalizzazione.

Il muro è stato costruito però anche dal prevalere, nelle dinamiche di mercato, dal peso dell’innovazione sui margini che può offrire la semplice guerra ai salari. Se lo stato ha le mani legate e non fa una reale politica industriale e non investe, a farlo dovrebbero essere i privati... che però sono più interessati alla rendita e allo sfruttamento intensivo, senza dotarsi di una visione strategica.

Si crea così un circolo vizioso di cui oggi vediamo gli effetti: se non dai retribuzioni dignitose ma non trovi più spazio nemmeno sui mercati esteri, vai in crisi e licenzi. Così si riduce ulteriormente la domanda interna, che è poi il motivo per cui, a detta di Panetta, soffre anche la dinamica del credito, soprattutto verso le piccole imprese.

Al riguardo dell’impianto regolatorio del mondo bancario, i governatori delle banche centrali italiana, francese, tedesca e spagnola hanno inviato pochi giorni fa una lettera alla Commissione Europea.

Al centro c’era il tema che Panetta ha così riassunto all’ABI: “dobbiamo evitare eccessi normativi perchè se il mondo marciava nella stessa direzione fino a ieri e l’eccesso normativo non generava svantaggi competitivi, oggi invece il rischio è concreto. È il momento di pensare seriamente alla semplificazione che non vuol dire deregolamentazione”.

Al di là della questione semplificazione/deregolamentazione, il nodo evidenziato è quello di una competizione che ormai travolge anche i vecchi alleati euroatlantici, e di come può reagire il modello europeo a questa nuova fase. Non è dunque tanto un problema di tassi di interesse, anche se pure questi hanno ovviamente influito sul credito. È un problema di sistema.

Ad ogni modo, il governatore di Bankitalia ha parlato anche dei pericoli di una nuova fiammata inflazionistica, e di come “occorre essere attenti ai rischi emergenti sull’energia”.

Insomma, le prospettive sono quelle della stagflazione: stagnazione economica con una persistente inflazione alta, nonostante la BCE abbia operato una netta riduzione dei tassi di interesse, proprio per sostenere la crescita. Ma ora, per i tassi, si sta raggiungendo quello che è stato individuato come il livello ‘neutrale’, e chi vuole una politica più restrittiva torna all’attacco.

Isabel Schnabel, componente tedesca del direttivo della BCE, ha ribadito al Financial Times di come “bisogna iniziare la discussione su quando sospendere o terminare il processo di allentamento monetario”. Tra l’altro, in opposizione alla linea spesso tenuta da Panetta stesso, che in passato ha tratteggiato una revisione profonda dei meccanismi europei, con riferimento anche all’istituzione di Eurobond.

Insomma, il discorso di Panetta parla della crisi senza uscita del modello europeo, e della necessità di trovare nuove soluzioni strategiche, non tappabuchi che permettano di galleggiare. Anche se la classe dirigente continentale sembra davvero incapace anche solo di capire in che mondo si trova, dalla pandemia in poi.

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17/02/2025

Ultimi tra i primi, primi tra gli ultimi: i salari italiani nella UE

Nella riorganizzazione trentennale delle filiere continentali operata attraverso la cornice dei trattati europei, che l’Italia sia diventata la periferia produttiva di un modello orientato alle esportazioni, di cui il cuore è nell’Europa centrale, è un tema ormai abbastanza conclamato anche nel dibattito pubblico.

Che una visione mercantilista si fondi sui bassi salari, per aumentare i margini di competitività delle merci sui mercati esteri, è il corollario che oggi qualche voce, ancora timidamente, prova a far emergere, vista la fine della globalizzazione e l’incapacità dell’asfittica domanda interna di assorbire le merci prodotte.

In Italia i padroni hanno largamente approfittato del “ce lo chiede l’Europa” e della privatizzazione del pubblico per costruire imperi che si basano unicamente sullo sfruttamento intensivo e sulla rendita. Questo si nota chiaramente negli effetti della guerra ai salari fatta con la complicità di vari sindacati (a partire da CGIL-CISL-UIL, ma anche la fascista UGL, passata alla Lega con Durigon).

Per osservare in maniera plastica questi effetti, si può fare riferimento a una mappa aggiornata dall’Eurostat nei primi giorni dell’anno, e che fa riferimento a dati del 2023. In maniera interattiva, questo strumento permette di osservare i salari dei paesi UE e di compararli per mezzo del Purchasing Power Standard (PPS).

Come si legge sullo stesso sito dell’Eurostat, il PPS “è un’unità monetaria artificiale. Teoricamente, un PPS può acquistare la stessa quantità di beni e servizi in ogni paese”. Con 27 sistemi economici differenti, bisogna sempre tenere presente che questo tipo di strumenti scontano dei limiti, ma sono piuttosto precisi e funzionali per lo studio del panorama continentale.

Ebbene, il salario di una persona single e senza figli in Italia si attesta poco sopra i 24 mila PPS, al di sotto dei valori di tutti i paesi entrati nella UE prima del 2004, esclusa Grecia e Portogallo (il Bel Paese è superato anche da Cipro e Spagna). La media della UE a 27 membri arriva a 27.530 PPS, molto più in alto della soglia italiana.

Tra l’altro, se proviamo ad osservare altri dati a un livello più basso di quello statale, appare evidente come in realtà la divisione tra aree core e periferiche dell’integrazione europea abbia seguito delle linee anche regionali. A visualizzare queste linee ci aiuta la mappa interattiva, o quella riportata qui a destra.

Se si considera il PIL pro capite, sempre in PPS, salta agli occhi come a farla da padrone sia stata quella che un tempo era la Germania Ovest, mentre la Germania Est ha subito lo stesso destino della maggior parte delle altre zone del continente – con la Lombardia a fare da eccezione tra i grandi paesi. Il Sud Italia appare più simile ai paesi dell’Est Europa che al resto della penisola.

Come già detto, a livello statale sono solo le realtà orientali del continente, integrate negli ultimi vent’anni, a fare peggio di noi. E del resto, quell’area è stata accolta nel sistema della comunità europea proprio perché l’ampia offerta di manodopera, a basso costa ma specializzata, era vitale per il modello export oriented della UE.

Ciò ha avuto anche un effetto boomerang, con i paesi del fianco orientale dell’Europa che col tempo hanno mostrato di essere più vicini a Washington che a Bruxelles – in primis la Polonia – o di avere interessi nazionali sempre più divergenti da quelli della borghesia continentale che ha impostato il pilota automatico di Maastricht (vedi l’Ungheria).

Ma date le fondamenta del modello europeo, questa espansione era inevitabile. Tornando all’Italia, ora che questo modello sta fallendo, è giunto il momento di rinfocolare almeno la battaglia per un salario minimo che, seppur parzialmente, riequilibri la distribuzione della ricchezza tra il profitto del capitale e il lavoro.

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04/02/2025

Quali prospettive dopo l’ennesimo taglio dei tassi della BCE?

La BCE ha da poco deciso il quinto taglio da giugno dei tassi di riferimento, di nuovo di 25 punti. Il tasso di deposito è arrivato al 2,75%, mentre quello sulle operazioni di rifinanziamento principali è al 2,90% e su quelle di rifinanziamento marginale al 3,15%.

La decisione era abbastanza attesa, e sono previsti effetti positivi sui prestiti. Il sindacato bancario FABI ha indicato che i “tassi sui mutui sono già diminuiti a una media del 3,23% a novembre, rispetto a livelli medi superiori al 5% del 2023 e potrebbero calare sotto quota 3%: una riduzione che comporterà, nel caso di un prestito immobiliare di 25 anni da 200 mila euro, un risparmio complessivo di quasi 83 mila euro (-22,8%)”.

Stando alle dichiarazioni di Christine Lagarde, gli operatori economici sono convinti che non sarà l’ultimo dei tagli, anche se la BCE continua a navigare a vista. Ma l’aver fatto presente che la politica monetaria di Francoforte è “ancora restrittiva” e che è “prematuro” parlare di tasso neutrale (quello che viene considerato né espansivo né restrittivo rispetto all’economia) lascia poco spazio a dubbi.

Tale tasso era stato indicato in una forchetta tra 1,75% e 2,5%, mentre Lagarde ha ridotto il secondo valore a 2,25% nel suo discorso al World Economic Forum a Davos. Perciò in molti scommettono su di un’altra sforbiciata a marzo, anche se è possibile che a quel punto i falchi che siedono nella BCE – la tedesca Isabel Schnabel in primis – spingano per rallentare il ritmo dei tagli.

Possibile, perché i responsabili dell’euro potrebbero decidere di mantenere basso il costo del denaro per tentare di far fronte a una serie di fattori che mettono in serio pericolo la UE. In primis, proprio il fatto che l’Eurostat ha certificato che nel quarto trimestre del 2024 la stessa Germania della Schnabel è andata in decrescita, e l’Eurozona è rimasta ferma.

Ci sono poi una serie di preoccupazioni sugli effetti delle decisioni di Trump. Il tycoon da una parte inasprisce la guerra commerciale, dall’altra ha chiesto al presidente della FED di tagliare ampiamente i tassi, per dare impulso all’economia stelle-e-strisce.

Eppure, i dati statunitensi viaggiano ufficialmente su livelli di gran lunga migliori di quelli europei, e questo fin qui ha spinto a non assecondare la politica monetaria voluta da Trump. Il 29 gennaio la FED ha deciso di fermare i tagli e di lasciare i tassi nella forchetta tra il 4,25% e il 4,5%, con Powell che ha detto esplicitamente che “non dobbiamo avere fretta di modificare l’orientamento monetario”.

Le due strade non sono necessariamente in contrapposizione, come potrebbe sembrare dalla dialettica politica tra i due vertici statunitensi. I tassi di interesse più alti negli States potrebbero spingere i capitali a migrare dall’altra parte dell’Atlantico, più di quanto già non facciano, in cerca dei benefici di un dollaro forte.

Questo porta però all’apprezzamento del dollaro sull’euro, che ha cambiato marcia proprio a partire dalla vittoria di Trump a novembre – il 4 novembre un euro valeva 1,09 dollari, al 3 febbraio ne vale 1,03. Il rialzo del prezzo dei beni energetici – scambiati in dollari – colpirà dunque in maniera ancora più pesante i paesi del Vecchio Continente.

Certo, anche la minaccia dei dazi fa il proprio lavoro, perché l’impegno a riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, sul lungo periodo, tende già di per sé a indebolire la moneta dell’esportatore netto (cioè dei paesi UE, che vantano un surplus commerciale verso l’altra sponda dell’Atlantico).

Ma i dazi servono innanzitutto all’economia interna degli Stati Uniti, che gira abbastanza bene da potersi permettere il tentativo di riequilibro pur mantenendo alti tassi di interesse, compensati dal forte afflusso di capitali attratti da maggiori profitti. Il pericolo più concreto che i dazi pongono alla UE è quindi il fallimento definitivo del modello export-oriented.

Se crollano ancora le esportazioni – in un’economia di mercato come la nostra – la conseguenza ‘naturale’ è la stagnazione, l’aumento dei licenziamenti, la riduzione ulteriore della domanda interna, l’incancrenirsi della crisi. Dinamiche che di per sé hanno un effetto deflattivo, compensato però dall’aumento dei prezzi che a cascata passa dai beni energetici a tutti gli altri, per i motivi già spiegati.

Insomma, la prospettiva è la stagflazione, cioè tassi di crescita irrisori o persino nulli, e un’inflazione ancora non domata, non fluttuante stabilmente intorno al 2%. E i vertici comunitari, oltre ad evitare di instillare questo spauracchio nella gente, non possono dichiarare che è il mantenimento di politiche di austerità uno dei fattori principali che ci porta verso questo scenario.

La BCE sta ancora tentando di supplire con le politiche monetarie alla mancanza di politiche fiscali espansive. Lo ha fatto con Draghi – la spesa pubblica è aumentata con la pandemia – ma ora che la “seconda globalizzazione” è agli sgoccioli, è il modello produttivo e di sviluppo segnatamente mercantilista che mostra i suoi limiti.

Dirlo significherebbe però vanificare i sacrifici imposti a milioni di lavoratori, propagandati come “necessari” in cambio di conquiste future che sarebbero dovute venire col salto di qualità imperialistico della borghesia continentale, organizzata nelle istituzioni comunitarie. E rendere chiaro che la classe dirigente europea non ha altre idee, ora che quella propugnata per decenni è fallita.

Certo, tutti gli operatori navigano a vista in questa congiuntura complessa, gli sbocchi sono difficili da prevedere, data anche la complessità degli scenari geopolitici. Ma i governanti europei, in più, navigano secondo un “pilota automatico” ormai rotto ma che non può essere ancora bypassato.

Per questo il tentativo di un Musk di solleticare le forze che meno si adeguano a Bruxelles funziona. Gli interessi nazionali vanno divergendo, e chi sognava gli Stati Uniti d’Europa si dimena nella crisi. In molti sono disposti a essere vassalli, per guadagnarne qualche dividendo: comincia il “si salvi chi può”...

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28/01/2025

Il costo dei dazi di Trump sull’export italiano

La misura per cui non c’è alleanza che tenga, di fronte all’inasprirsi della competizione globale, la dà il fatto che una delle prime promesse di Trump è stata l’imposizione di nuovi dazi alla UE. Nella frammentazione del mercato mondiale, per fare una “America Great Again” servono dei vassalli da vampirizzare, non dei concorrenti pericolosi.

In una fase complessa come questa bisognerebbe guardare a circuiti economici alternativi, che possano consentire una possibilità di sviluppo autonoma dalle filiere occidentali, come stanno facendo i BRICS. Ma la nostra classe dirigente si è legata mani e piedi a un doppio vincolo: quello finanziario di Maastricht e quello militare della NATO.

Oggi che al di là l’Atlantico non sono più ben disposti come un tempo, la compressione del mercato interno e l’aver imposto un modello economico fondato sulle esportazioni, come è stato voluto a livello comunitario, ci costringe a pagarne lo scotto. A dare i numeri del disastro strategico è stato poi l’Ufficio Studi di Confartigianato.

In un rapporto intitolato “Made in Italy in USA e i rischi dei dazi” vengono analizzati i pericoli connessi all’introduzione di dazi addizionali tra il 10 e il 20% sui 66,4 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti (il 10,7% del totale). Il calo, per l’export italiano, viene calcolato tra un pesante -4,3% e un disastroso -16,8%, sulla base delle stime del National Board of Trade Sweden.

A subirne maggiormente gli effetti sarebbero i settori della moda, dell’arredamento, dei metalli e dell’alimentare, che rappresentano oltre un quarto delle esportazioni italiane negli USA. E sono caratterizzati principalmente da micro e piccole imprese, che hanno di certo meno strumenti dei grandi conglomerati finanziari per far fronte a un colpo del genere.

Il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, ha chiesto al governo un supporto strategico per rafforzare la competitività di questo ecosistema produttivo, attraverso incentivi e investimenti pubblici. La classe dirigente italiana non si è infatti distinta per approcci lungimiranti negli ultimi trent’anni, fondati sullo sfruttamento intensivo e sulla rendita. E ora si ritrova incapace di affrontare con le proprie forze una fase di alta competizione, peraltro politicamente drogata dai dazi.

Ciò è reso evidente anche dall’articolo dell’economista Giulio Sapelli, uno dei maggiori esponenti della storiografia sul capitalismo italiano, che introduce il rapporto di Confartigianato. In esso si affronta il nodo dei “problemi strutturali delle economie europee, aggravati dalle crisi energetiche e dagli effetti sui salari delle politiche export lead”: il vincolo della UE, appunto, aggravato dal modello mercantilista tedesco.

La speranza viene al massimo riposta nei buoni rapporti tra Meloni e Trump, che riguardo la presidente del Consiglio ha dichiarato: “mi piace molto, vediamo cosa succede”. Uno spiraglio molto stretto, anche perché il problema del surplus commerciale di Roma rimane: si tratta di ben 43 miliardi di euro sui circa 230 totali della UE nei confronti degli USA (dati ISPI).

L’export italiano oltreoceano è cresciuto nettamente tra il 2018 e il 2023 (+58,6%), anche se nei primi dieci mesi del 2024 ha segnato una leggera flessione (-0,6%). Se magari qualche esenzione potrebbe arrivare per il settore agroalimentare, che nello stesso periodo dell’anno appena trascorso ha registrato un +18,4% rispetto al 2023, è più difficile che lo stesso discorso valga anche per altre produzioni.

Il paese stelle-e-strisce rappresenta il primo mercato per 43 prodotti made in Italy, e tra questi troviamo preparati farmaceutici, imbarcazioni, derivati del petrolio, strumenti e forniture mediche e dentistiche, vini, gioielli e infine macchinari. Prodotti tutti molto diversi l’uno dall’altro.

Nell’agroalimentare, così come nella moda, si tratta di beni che godono soprattutto del brand – del nome, della provenienza... insomma, dell'“essere italiani” –, ma in molti degli altri casi si parla di lavorazioni industriali che possono anche richiedere importanti applicazioni tecnologiche, su cui è difficile che Washington voglia dipendere da Roma.

Ad esempio, nonostante l’opera continua di deindustrializzazione, Confindustria ha certificato che nel 2022 l’Italia era ancora al quarto posto al mondo per esportazione di macchinari ACT (ad alta intensità di Automazione, Creatività e Tecnologia). E il principale importatore erano proprio gli USA (12% del totale), altro che cibi e bevande.

Del resto, gli effetti sull’agroalimentare delle pressioni esercitate da Trump nel corso del suo primo mandato erano stati limitati, per le caratteristiche specifiche di quel mercato, e il tycoon potrebbe non essere interessato a ripetere l’esperienza in questo segmento specifico. Federalimentare, infatti, invita alla cautela e chiede di agire secondo “una strategia unitaria con Bruxelles”.

Il Commissario europeo agli Affari Economici, Valdis Dombrovskis, ha già fatto presente che ci sono vari dossier su cui ci si gioca una contrattazione con la Casa Bianca. Un agire comune sulla regolamentazione dei servizi digitali, sui flussi di capitale e sull’interscambio di servizi, sul trattamento fiscale delle multinazionali, potrebbe aiutare a spuntare qualcosa, così come maggiori acquisti di GLN dagli USA.

Rimane proprio questo in dubbio: se il braccio di ferro imposto dalla potenza economica statunitense possa portare gli attori europei a giocare di squadra, piuttosto che a decretare la morte definitiva del tentativo della borghesia continentale di assumere un ruolo nell’agone internazionale in quanto compiuta potenza imperialista.

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24/12/2024

L’apocalisse economica dell’Europa è ora

Il 2025 non sarà un buon anno. I tanti segnali di crisi non hanno fin qui spaventato decisori politici e aziende europee al punto da definire con chiarezza l’entità dei problemi, le loro cause e quindi – tanto meno – le possibili soluzioni.

Ma unendo i punti delle diverse crisi, viene fuori un’immagine con poche speranze di allegria.

Consigliamo la lettura dell’analisi fatta in questi giorni da Matthew Karnitschnig – giornalista austro-americano, su Politico – proprio perché riassume bene l’interconnessione tra le diverse crisi europee.

Naturalmente non condividiamo affatto la sua visione d’insieme, classicamente neoliberista, né quindi le “soluzioni” che lascia trapelare (“gli europei lavorano troppo poco”, ad esempio), ma questa analisi resta importante per capire cosa sta finendo di distruggere il Vecchio Continente e quanto sia praticamente impossibile che questo declino si inverta prima di arrivare alla logica conclusione.

Sotto accusa, senza neanche nominarlo esplicitamente, è il modello di sviluppo adottato dalla Germania e poi imposto a tutta l’Unione Europea: il mercantilismo, ossia l’adozione del modello di crescita fondato sulle esportazioni.

I nostri lettori più attenti conoscono bene le nostre critiche sociali ed economiche in merito – salari fermi o in regresso, ridisegno delle filiere produttive continentali ad esclusivo vantaggio di quelle tedesche, politiche di austerità che hanno bloccato l’intervento pubblico nella produzione (mentre le aziende preferivano massimizzare con poco sforzo di innovazione tecnologica i vantaggi del modello export oriented), svalutazione dei percorsi formativi di qualsiasi livello e delle università (i “diplomifici” online sono solo l’ultima vergogna di questo processo) e quindi anche un rallentamento drastico della ricerca scientifica (peraltro sistematicamente de-finanziata anche nel settore pubblico).

Il tutto è riassumibile nell’assenza totale di qualsiasi orientamento pubblico (statale o comunitario) che andasse al di là dell’occhiuta sorveglianza di “regole di bilancio” così perfette – sulla carta – da esser sempre state violate da quasi tutti i paesi membri. Ora che tocca anche alla Germania, come si dice, il re è nudo.

Come sintetizza Karnitschnig, tutto questo “ha funzionato... finché non ha funzionato più”. “Il pilota automatico”, alla fine, ci ha portato contro gli scogli...

Molto interessante, ancorché detta di sfuggita, la valutazione di quanto questo modello economico, nel riuscito tentativo di prolungare la propria esistenza senza grandi cambiamenti, abbia contribuito a conquistare l’Est europeo veicolando anche l’allargamento della Nato. Fino ad incontrare la barriera russa...

Nelle analisi sull’espansione della Nato, fatte a sinistra, ci si concentra in effetti fin troppo spesso sul bisogno degli Stati Uniti di rafforzare la propria egemonia portando sempre più ad est le proprie basi militari. Karnitschnig – certo involontariamente – rimette invece al centro quelle ragioni “strutturali” che ogni allievo di Marx dovrebbe ricordare a memoria.

La “conquista dell’Est” è avvenuta secondo il format messo a punto nella riunificazione tedesca (l’Anschluss, secondo la brillante definizione di Vladimiro Giacché), e il suo successo era fondato su pochi ma decisivi pilastri: basso costo dell’energia grazie al gas russo, bassi salari per popolazioni di lavoratori comunque istruite e immediatamente inseribili nel ciclo produttivo, immagine vincente dell’Occidente sul resto del mondo (rafforzato da guerre asimmetriche contro avversari enormememente più deboli), superiorità tecnologica (ma solo nei settori maturi, come l’automotive).

Il legame tra successo ed espansione è quindi solare: solo allargando ulteriormente lo spazio da annettere all’Europa capitalistica (e dunque anche alla Nato) quel modello poteva prolungare la propria vita senza troppi scossoni.

Si comprende meglio, a questo punto, cosa volesse dire Mario Draghi a un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, quando affermava quasi ogni giorno che “La brutale invasione russa dell’Ucraina non era un atto di follia imprevedibile, ma un passo premeditato di Vladimir Putin e un colpo intenzionale per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica, ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra, o per l’Ue sarà la fine”.

Sfrondata dalla retorica sui presunti “valori” (si è visto quanto fossero concreti quando Israele, con il supporto di tutto l’Occidente, ha cominciato la sua opera di genocidio in Palestina e di aggressione a tutto il Medio Oriente), Draghi faceva coincidere il successo della UE con la possibilità di proseguire l’espansione ad Est, annettendo anche l’Ucraina... e poi si sarebbe visto.

Si comprende dunque meglio, anche, la “strana” condiscendenza europea verso l’aggressività statunitense persino quando questa demoliva asset e relazioni fondamentali per quel “modello europeo” (ad esempio il silenzio e il depistaggio di fronte alla distruzione del gasdotto North Stream, i cui autori sono stati individuati dalla magistratura tedesca nei servizi segreti ucraini, supportati da Usa, Norvegia e Gran Bretagna).

In altri termini la competizione latente tra Usa ed “Europa” poteva svilupparsi solo se la seconda poteva continuare a crescere... ma sempre sotto l’ombrello militare statunitense. Fermata l’espansione, finita anche la competizione, resta solo la subordinazione.

Ciò contribuisce in parte anche a spiegare perché, all’interno dell’Unione Europea, la sofferenza popolare venga capitalizzata per ora soprattutto dall’estrema destra sotto gli slogan di un nazionalismo d’altri tempi e perché questa crescita venga catalogata come “filo-putiniana” anche quando si divide in modo decisamente netto tra “atlantisti-europeisti” (Meloni, l’olandese Wilders, i polacchi di quasi tutti i partiti, ecc) e ben poco attendibili “pacifisti” (Orbàn, AfD tedesca, il rumeno Georgescu, ecc.).

Orbàn, da questa angolazione, ha fatto davvero scuola mentre i “democratici” guerrafondai lo criticavano soltanto per il controllo sulla magistratura o le idiozie contro la “cultura gender”.

Se il sedicente “progressismo liberale” ha condotto sull’orlo del baratro e della guerra, e continua a spingere sul trinomio “austerità, guerra e svuotamento della democrazia”, non c’è da troppo da stupirsi che gli ultradestri peggiori conquistino un ruolo importante.

Anche perché i difetti strutturali del modello export oriented sono usciti alla luce del sole: fine della superiorità tecnologica nel principale dei settori maturi (l’automotive cinese è di anni più avanti, ormai), crescita esponenziale del costo dell’energia, restrizione fatale del mercato interno (i bassi salari vanno bene per esportare, ma quando l’export si ferma nessuno lo può sostituire), inesistenza nei settori-guida del presente e del futuro (informatica, piattaforme, intelligenza artificiale, ecc.).

Il tutto sotto la spada di Damocle di una popolazione che invecchia, una conclamata crisi demografica (in Italia nascevano oltre un milione di neonati nel 1964, solo 380mila nel 2023), del declino cognitivo di gran parte della popolazione (il 33% non comprende quello che legge), della “fuga dei cervelli”...

Nonché dell’impossibilità di compensare con un’immigrazione che non mette a disposizione competenze già formate altrove (com’era avvenuto con l’Est post-sovietico), non viene accolta con politiche di formazione-integrazione e dunque si trasforma in un ulteriore “problema di ordine pubblico” che ha favorito il risorgere del razzismo fascista (specializzato nel risolvere a chiacchiere i “problemi di cronaca”, ma senza soluzioni per quelli “di sistema”).

Su questo continente alle corde si abbatterà ora anche il “ciclone Trump”, ovvero il bisogno degli Stati Uniti di “confermare il proprio standard di vita” sottraendo risorse ad altri. Lo stop nell’espansione ad Est vale però anche per Washington, che reagisce imponendo dazi o minacciandone di nuovi, pretende un aumento delle spese militari (a tutto vantaggio delle proprie industrie) e acquisti più massicci di petrolio e gas (a prezzi quadrupli rispetto a quelli russi). Insomma, declassando l’Europa da predatore secondario a preda.

Non stupisce perciò l’altra sintesi proposta da Karnitschnig: “bloccati nel XIX secolo”, quindi destinati a soccombere.

Sappiamo bene come l’establishment europeo presuma di uscire da questa tenaglia: trasformando ogni cittadino del continente in un “soldato” della produzione e/o dell’esercito (con parecchi problemi derivanti proprio dalla crisi demografica, che non mette a disposizione “forze fresche” da gettare nelle trincee né nelle fabbriche che chiudono), salutando definitivamente ogni pretesa di “democrazia” e concentrando tutti i poteri verso l’esecutivo.

Che però a livello europeo non c’è, visto che la “Commissione von der Leyen” non può essere considerata tale neanche con uno sforzo di fantasia hollywoodiana...

Crisi nera, dunque. Ma è nell’esplodere delle crisi, nei “collassi di sistema”, che si crea lo spazio sociale e politico per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e iniziare perciò a cambiare davvero il mondo.

Buona lettura (e buona lotta!).

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L’apocalisse economica dell’Europa è ora


Matthew Karnitschnig – Politico

L’Europa sta finendo il tempo

Con Donald Trump pronto a tornare alla Casa Bianca tra poche settimane e l’economia del continente in una crisi sempre più profonda, le fondamenta su cui si basa la prosperità della regione non stanno solo mostrando crepe: rischiano di crollare.

L’economia europea ha dimostrato una notevole resilienza negli ultimi decenni grazie all’espansione verso est del blocco e alla forte domanda dei suoi prodotti da parte di Asia e Stati Uniti. Ma con il rallentamento del boom economico cinese e le tensioni commerciali con Washington che offuscano il quadro dei rapporti transatlantici, i tempi d’oro sono chiaramente finiti.

I venti contrari economici che soffiano sul continente rischiano di trasformarsi in una tempesta perfetta nel prossimo anno, mentre un Trump senza freni punta l’Europa. Oltre a imporre nuovi dazi su tutto, dal Bordeaux ai Brioni (i suoi completi italiani preferiti), il nuovo leader del mondo libero è certo di rafforzare la sua richiesta che i paesi della NATO contribuiscano di più alla loro difesa o perdano la protezione americana.

Ciò significa che le capitali europee, già impegnate a contenere deficit in crescita in mezzo a un calo delle entrate fiscali, dovranno affrontare ulteriori pressioni finanziarie, che potrebbero innescare nuove turbolenze politiche e sociali.

Le recessioni e le guerre commerciali possono andare e venire, ma ciò che rende questo momento così pericoloso per la prosperità del continente riguarda la più grande verità scomoda: l’UE è diventata un deserto dell’innovazione.

Sebbene l’Europa abbia una ricca storia di invenzioni straordinarie, comprese scoperte scientifiche che hanno dato al mondo tutto, dall’automobile al telefono, dalla radio alla televisione e ai prodotti farmaceutici, si è ridotta a un ruolo di comprimaria.

Un tempo sinonimo di tecnologia automobilistica all’avanguardia, oggi l’Europa non ha nemmeno un modello tra le 15 auto elettriche più vendute. Come ha sottolineato l’ex primo ministro e banchiere centrale italiano Mario Draghi nel suo rapporto recente sulla perdita di competitività dell’Europa, solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche mondiali sono europee.

Se l’Europa continuerà sulla traiettoria attuale, il suo futuro sarà quello dell’Italia: un museo a cielo aperto, decadente, per quanto bello, pieno di debiti, destinato ai turisti americani e cinesi.

“Stiamo vivendo un periodo di rapido cambiamento tecnologico, guidato in particolare dai progressi nell’innovazione digitale, e, a differenza del passato, l’Europa non è più all’avanguardia”, ha detto a novembre la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde.

Parlando presso il medievale Collège des Bernardins a Parigi, Lagarde ha avvertito che il modello sociale europeo, tanto celebrato, sarà a rischio se non si cambia rapidamente rotta.

«Altrimenti, non saremo in grado di generare la ricchezza necessaria per affrontare l’aumento delle spese indispensabili per garantire la nostra sicurezza, combattere il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente», ha detto.

Draghi, che ha presentato il suo rapporto alla Commissione Europea a settembre, è stato più diretto: «Questa è una sfida esistenziale».

Infrastrutture inadeguate

Sfortunatamente, riparare l’infrastruttura economica dell’Europa è più facile a dirsi che a farsi.

Con Donald Trump alla Casa Bianca e i Repubblicani al controllo di entrambe le camere del Congresso, l’Europa non è mai stata così esposta ai capricci della politica commerciale americana.

Se Trump darà seguito alla sua minaccia di imporre dazi fino al 20% sulle importazioni dal continente, l’industria europea subirà un colpo devastante. Con oltre 500 miliardi di euro di esportazioni annuali verso gli Stati Uniti dall’UE, l’America è di gran lunga la destinazione più importante per i beni europei.

Per qualche motivo, l’Europa sembra aver fatto poco per prepararsi al ritorno di Trump. La prima risposta della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla sua rielezione è stata quella di suggerire che l’Europa acquisti più gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Questo potrebbe compiacere Trump per un po’, ma non rappresenta certo una strategia.

«Il fallimento dei leader europei nell’imparare le lezioni dalla prima presidenza Trump ora ci sta perseguitando», dice Clemens Fuest, presidente dell’Istituto Ifo con sede a Monaco, un importante think tank economico.

Fuest avverte che Trump potrebbe non essere una cattiva notizia su tutta la linea per l’UE. Se, ad esempio, darà seguito ai suoi piani per rinnovare massicci tagli fiscali per i ricchi e imporre nuovi dazi, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe aumentare, costringendo a un rialzo dei tassi di interesse. Questo rafforzerebbe il dollaro, favorendo gli esportatori europei quando convertono i loro ricavi americani in euro.

Trump potrebbe anche essere aperto a una più ampia negoziazione commerciale con l’Europa per evitare del tutto un nuovo giro di dazi.

Tuttavia, il sentimento generale dell’industria europea nei confronti del nuovo presidente è di apprensione, in gran parte perché i dirigenti ricordano bene il passato.

Nel 2018, Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei che sono ancora in vigore. L’attuale presidente americano Joe Biden ha concordato di sospendere tali dazi fino a marzo 2025, preparando il terreno per un nuovo scontro con Trump nelle prime settimane della sua nuova amministrazione. I banchieri centrali europei stanno già avvertendo che un nuovo ciclo di dazi potrebbe riaccendere l’inflazione e minare in modo fondamentale il commercio globale.

«Se il governo degli Stati Uniti darà seguito a questa promessa, potremmo assistere a un punto di svolta significativo nel modo in cui viene condotto il commercio internazionale», ha detto recentemente Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca.

Problemi di fondo

Sfortunatamente, Trump è solo un sintomo di problemi molto più profondi.

Anche se l’UE è concentrata su Trump e su cosa potrebbe fare in futuro, per quanto riguarda l’economia europea, non è lui il vero problema. In definitiva, con le sue continue minacce di dazi e il suo stile ‘bombastico’, non fa altro che sollevare il velo sul fragile modello economico dell’Europa.

Se l’Europa avesse basi economiche più solide e fosse più competitiva con gli Stati Uniti, Trump avrebbe poco margine di manovra sul continente.

Il divario tra Europa e Stati Uniti in termini di competitività economica dall’inizio del secolo è impressionante. Il gap del PIL pro capite, ad esempio, è raddoppiato, secondo alcune metriche, arrivando al 30%, principalmente a causa della più bassa crescita della produttività nell’UE.

In parole semplici, gli europei lavorano troppo poco. Un lavoratore tedesco medio, ad esempio, lavora oltre il 20% di ore in meno rispetto ai suoi omologhi americani.

Un’altra causa della scarsa produttività europea è il fallimento del settore aziendale nell’innovare.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le aziende tecnologiche statunitensi investono in ricerca e sviluppo più del doppio rispetto alle loro controparti europee. Mentre le aziende statunitensi hanno registrato un aumento della produttività del 40% dal 2005, la produttività nel settore tecnologico europeo è rimasta stagnante.

Questo divario si riflette anche nel mercato azionario: mentre le valutazioni di mercato statunitensi sono più che triplicate dal 2005, quelle europee sono aumentate solo del 60%.

«L’Europa sta perdendo terreno nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura», ha detto Lagarde nel suo discorso a Parigi.

È un eufemismo. L’Europa non sta solo perdendo terreno, non è nemmeno davvero in gara.

Al vertice UE di Lisbona nel 2000, i leader si impegnarono a rendere «l’economia europea la più competitiva al mondo». Un pilastro chiave della cosiddetta Strategia di Lisbona era «un salto decisivo negli investimenti per l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione».

Un quarto di secolo dopo, l’Europa non solo non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è rimasta ben indietro rispetto a Stati Uniti e Cina.

L’Europa non è mai riuscita nemmeno a raggiungere il suo scopo di spendere il 3% del PIL del blocco in ricerca e sviluppo (R&D), il principale motore dell’innovazione economica. Di fatto, la spesa per la ricerca da parte delle aziende europee e del settore pubblico rimane ferma al 2% circa, lo stesso livello del 2000.

Le università europee sarebbero un luogo naturale per dare slancio a innovazione e ricerca, ma anche qui il continente è in ritardo.

Tra le migliori università globali valutate da Times Higher Education, solo un’istituzione dell’UE è entrata nella top 30: la Technical University di Monaco, che si è classificata al 30° posto.

L’investimento europeo in R&D «non è solo troppo basso, ma una parte sostanziale fluisce nelle aree sbagliate», ha detto Clemens Fuest dell’Ifo.

Il segreto nascosto

È qui che entra in gioco la Germania. Il segreto poco noto della spesa europea per l’R&D è che la metà di essa proviene dalla Germania. E la maggior parte di questi investimenti si concentra in un solo settore: l’automotive.

Sebbene ciò possa sembrare ovvio dato il peso del settore (il fatturato annuale dell’industria automobilistica tedesca sfiora i 500 miliardi di euro), non è lì che si ottengono i maggiori ritorni sugli investimenti. Questo perché le innovazioni nel settore automobilistico, come il miglioramento dell’efficienza del motore, sono incrementali.

In altre parole, le aziende stanno letteralmente reinventando la ruota, invece di creare nuovi prodotti, come un iPhone o Instagram, che aprirebbero nuovi mercati.

Se non altro, l’Europa è stata coerente. Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in R&D nell’UE erano Mercedes, VW e Siemens. Nel 2022, erano Mercedes, VW e Bosch.

Nel complesso, puntare tutto su un unico settore ha funzionato... finché non ha funzionato più. Sebbene l’Europa rappresenti oltre il 40% della spesa globale in R&D nel settore automobilistico, i rinomati produttori tedeschi hanno comunque perso il treno delle auto elettriche.

Questo fallimento è al centro della crisi economica tedesca, come dimostra il recente annuncio di VW di chiudere alcuni impianti tedeschi per la prima volta nella sua storia.

Il dominio del settore automobilistico tedesco è a rischio poiché la riluttanza a investire nei veicoli elettrici ha spinto altri – in particolare Tesla e numerosi produttori cinesi – a colmare il vuoto. Mentre queste aziende hanno investito pesantemente nella tecnologia delle batterie e acquisito preziosi brevetti, i tedeschi hanno lavorato per perfezionare il motore diesel. Non è andata bene.

La crisi nell’industria automobilistica tedesca è solo la punta dell’iceberg. Il paese sta lottando per affrontare altre sfide complesse che stanno prosciugando il suo potenziale economico. La più grande: una combinazione devastante di una società che invecchia rapidamente e una carenza di lavoratori altamente qualificati.

Molti in Germania speravano che l’afflusso di rifugiati degli ultimi anni avrebbe alleviato questa pressione. Il problema è che pochi rifugiati hanno il background educativo e le competenze necessarie per occupare posti di lavoro altamente qualificati nelle aziende tedesche.

Detto ciò, al ritmo con cui le aziende industriali tedesche stanno licenziando lavoratori, la carenza di manodopera potrebbe presto risolversi, anche se non in modo positivo. Nelle ultime settimane, VW, Ford e ThyssenKrupp, tra gli altri, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti.

Di fronte ad alcuni dei costi energetici più alti al mondo, a manodopera costosa e a normative gravose, molte grandi aziende tedesche stanno semplicemente trasferendosi in altre regioni. Secondo un recente sondaggio della DIHK, quasi il 40% delle aziende industriali tedesche sta considerando di trasferirsi altrove.

Veronika Grimm, membro del Consiglio di esperti economici tedeschi, un panel apartitico che consiglia il governo tedesco, sostiene che l’unico modo per invertire il declino del paese sia perseguire riforme strutturali fondamentali per incoraggiare gli investimenti.

«La situazione è piuttosto cupa», ha detto Grimm il mese scorso dopo la pubblicazione dell’analisi annuale del Consiglio sullo stato dell’economia tedesca.

Bloccati nel XIX secolo

Come economia più grande dell’UE, le difficoltà economiche della Germania si ripercuotono su tutto il blocco. Questo è particolarmente vero nell’Europa centrale e orientale, che negli ultimi decenni è diventata di fatto il piano produttivo per i produttori tedeschi di auto e macchinari.

Se acquistate una Mercedes, una BMW o una VW, è probabile che il motore o il telaio siano stati prodotti in Ungheria, Slovacchia o Polonia.

Ciò che rende così difficile risolvere la crisi dell’industria automobilistica tedesca per l’Europa è che il continente non ha altri settori su cui fare affidamento.

Anche qui, il contrasto con gli Stati Uniti è netto.

Nel 2003, i maggiori investitori aziendali in ricerca e sviluppo negli USA erano Ford, Pfizer e General Motors. Due decenni dopo, sono Amazon, Alphabet (Google) e Meta (Facebook).

Dato il dominio di questi attori e del resto della Silicon Valley nel mondo tecnologico, è difficile immaginare come il settore tecnologico europeo possa mai competere nello stesso campionato, per non parlare di recuperare terreno.

Una ragione è il denaro. Le startup statunitensi sono generalmente finanziate attraverso il venture capital. Ma il pool di venture capital in Europa è una frazione di quello statunitense. Nell’ultimo decennio, le società di venture capital statunitensi hanno raccolto 800 miliardi di dollari in più rispetto ai loro concorrenti europei, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Invece di investire nel futuro, gli europei preferiscono lasciare i propri soldi in contanti in banca, dove circa 14 trilioni di euro dei risparmi degli europei vengono lentamente erosi dall’inflazione.

«I modesti pool di venture capital in Europa stanno privando le startup innovative di investimenti, rendendo più difficile stimolare la crescita economica e migliorare gli standard di vita», hanno concluso un team di analisti dell’FMI in una recente analisi.

Se quindi automobili e IT sono esclusi, l’UE potrebbe affidarsi alle tecnologie del XIX secolo in cui ha sempre eccelso, come macchinari e treni, giusto?

Purtroppo, qui entrano in gioco i cinesi.

Il numero di settori in cui le aziende cinesi competono direttamente con quelle della zona euro, molte delle quali produttrici di macchinari, è passato da circa un quarto nel 2002 a due quinti oggi, secondo una recente analisi della BCE.

Peggio ancora, i cinesi sono estremamente aggressivi sui prezzi, il che ha contribuito a una significativa riduzione della quota dell’UE nel commercio globale.

La politica dello struzzo

Con l’Europa alle prese con una crescita stagnante, una competitività in calo e tensioni con Washington – solo per citare alcuni dei problemi – ci si potrebbe aspettare un vivace dibattito pubblico su un’ampia agenda di riforme.

Magari fosse così. Il rapporto di Draghi ha ottenuto circa un giorno di copertura nei principali media del continente per poi essere rapidamente dimenticato. Allo stesso modo, i continui allarmi lanciati da FMI e BCE cadono nel vuoto.

Probabilmente perché gli europei non stanno realmente avvertendo la criticità della situazione – almeno, non ancora.

Sebbene l’UE rappresenti una quota sempre più ridotta del PIL mondiale, guida tutte le classifiche globali quando si tratta della generosità dei sistemi di welfare dei suoi membri.

Tuttavia, con il peggiorare delle prospettive economiche della regione, gli europei potrebbero ricevere una brusca sveglia. Paesi come la Francia, che quest’anno affronta un deficit di bilancio del 6% e del 7% nel 2025 – più del doppio del limite consentito nella zona euro – avranno difficoltà a mantenere uno stato sociale generoso.

Parigi spende attualmente oltre il 30% del PIL in spesa sociale, una delle percentuali più alte al mondo. Molti altri paesi dell’UE non sono lontani.

Se le fortune economiche dell’Europa non cambieranno presto, quei paesi si troveranno a dover prendere decisioni difficili, proprio come ha fatto la Grecia nel 2010, con l’aumento dei costi di indebitamento.

Il probabile risultato è una radicalizzazione della politica, come accaduto in Grecia durante la crisi del debito, con i populisti di estrema destra e sinistra che colgono l’opportunità di attaccare l’establishment.

Questa radicalizzazione è già in atto in diversi paesi, il più preoccupante dei quali è la Francia. Il successo delle frange estremiste è tanto più inquietante se si considera che il peggio della sofferenza economica deve probabilmente ancora arrivare.

Il problema è che, quando gli europei si sveglieranno di fronte alla nuova realtà, potrebbe essere troppo tardi per fare qualcosa.

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