Sconfessione del governo sulla politica anti Russia
Un rischio molto serio per l’esecutivo, dato il ‘calibro’ dei personaggi coinvolti, che in pratica sconfessano su tutta la linea la strategia di riarmo tedesco e la politica di contrapposizione totale nei confronti della Russia. «Con un ‘manifesto’ – scrive il giornale economico Hasselblatt – i politici della SPD stanno creando disordini all’interno del partito, e probabilmente anche all’interno della coalizione di governo di Berlino… Il documento è stato redatto dal circolo Erhard Eppler, impegnato nella politica di pace all’interno della SPD, sotto l’egida del suo copresidente Ralf Stegner… Il primo firmatario è anche l’ex leader del gruppo parlamentare della SPD al Bundestag, Rolf Mützenich… Si tratta di un attacco frontale alla politica di pace della coalizione Unione Cristiano-Democratica (CDU/CSU)-Partito della Sinistra (SPD): importanti esponenti della SPD chiedono un’inversione di rotta in politica estera e di difesa».
‘Manifesto’, per colpire lontano
Il documento è stato proposto sotto forma di manifesto programmatico, perché vuole colpire lontano. Si rivolge innanzitutto al congresso del partito SPD, che si terrà a fine giugno e quella potrebbe essere l’occasione per una resa dei conti. E l’Ucraina e il riarmo possono diventare pericolose bucce di banana per lo stesso Cancelliere Merz, personaggio già digerito a fatica dalla sinistra socialdemocratica. Tutto deriva proprio dalla sua dottrina «Sturmtruppen» (chiamiamola così) sulla guerra in Ucraina e sul colossale programma di riarmo tedesco, in stile Terzo Reich. Si tratta, come ribadito più volte, di una ‘militarizzazione’ dell’economia, che prevede la riconversione produttiva delle industrie in crisi, in fabbriche di armi. O in conglomerati industriali, capaci di realizzare anche basi, impianti e infrastrutture per la difesa. Un progetto faraonico, costosissimo, che la Germania finanzierà facendo debiti. Avete capito bene. Si caricano le future generazioni di un aggravio fiscale esorbitante, per soddisfare le velleità napoleoniche decisamente ‘sospettabili’.
Friedrich Merz ancora nei guai
Merz non può fare quello che vuole. Guida un governo di coalizione molto fragile, e dovrebbe ricordare l’umiliazione subita, quando il Bundestag bocciò la sua prima nomina a Cancelliere. In quell’occasione, riemersero i fantasmi di Weimar, anche perché Merz, prima ancora di prendere il potere, aveva straparlato della necessità di cambiare il corso dell’economia tedesca, che era (ed è) in recessione. Come? Facendo debiti e, se necessario, con una rinascente inflazione. Però, anche un elettore ignaro di economia capisce che una cosa è indebitarsi per fare scuole e ospedali, e ben altro significa tassare o gonfiare il deficit dello Stato per costruire carri armati. È una questione di intelligenza politica e chi sbaglia va punito, senza pietà, alle urne e mandato a casa. È il sale della democrazia. E, purtroppo per lui, devono essere proprio questi i pensieri che albergavano nella testa di Herr Merz ieri, quando ha saputo del ‘manifesto’. «Il documento – scrive Hasselblatt – è esplicitamente concepito come contributo al dibattito del congresso federale del partito SPD di fine giugno. Oltre a Mützenich e Stegner, tra i primi firmatari figurano l’ex presidente del partito Norbert Walter-Borjans, e le deputate del Bundestag Nina Scheer, Maja Wallstein e Sanae Abdi».
Contro la politica verso Kiev, Mosca e riarmo
«L’elenco completo dei nomi occupa una pagina e mezza, e include molte figure di spicco dei primi anni della SPD». Pesantemente critico è il manifesto, in particolare, sulla politica verso Kiev: «Il sostegno all’Ucraina nelle sue rivendicazioni di diritto internazionale deve essere legato ai legittimi interessi di tutti in Europa, in materia di sicurezza e stabilità. Su questa base – dice il documento SPD – è necessario compiere il tentativo, straordinariamente difficile, di riprendere il dialogo con la Russia dopo il cessate il fuoco, anche su un ordine di pace e sicurezza per l’Europa che sia sostenuto e rispettato da tutti». Stesse critiche serrate per gli armamenti; «La politica di sicurezza europea non deve basarsi sul principio del riarmo e della preparazione alla guerra, bensì su efficaci capacità di difesa... Non vi è alcuna giustificazione politica di sicurezza per un aumento annuo fisso del bilancio della difesa al 3,5 o al 5% del Prodotto interno lordo; anzi, è irrazionale». E qui viene fatta un’altra considerazione che smentisce non solo Merz, ma anche il Ministro della Difesa, Boris Pistorius che, fra le altre cose, è socialdemocratico pure lui.
I nuovi missili Usa puntati su Mosca
Il dispiegamento dei nuovi missili americani a medio raggio in Germania, che viene rifiutato. I ‘rivoltosi’ SPD scrivono: «Il dispiegamento di sistemi missilistici statunitensi a lungo raggio e iperveloci in Germania renderebbe il nostro Paese bersaglio di attacchi della prima ora». Si sostiene, inoltre, che «è necessario un graduale ritorno all’allentamento delle relazioni e della cooperazione con la Russia e non deve essere previsto nessun coinvolgimento della Germania e dell’UE in un’escalation militare nel Sud-est asiatico». Tutto straordinariamente chiaro, anche se ciò coglie di sorpresa Merz. Era andato da Trump in pellegrinaggio, come stanno facendo, a uno a uno e alla chetichella, molti leader del Vecchio continente. Dopo le furiose arringhe politiche sui sacri valori della solidarietà europea, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, aveva abbozzato. E nello Studio Ovale, davanti a Trump, aveva tenuto un profilo basso. E anziché continuare a bacchettare Trump, come aveva fatto da lontano, lo aveva persino invitato a visitare la Germania. Herr Merz, da bravo democristiano tedesco, riesce sempre a cadere in piedi. E lui si è fatto velocemente quattro conti: litigare? E per quale motivo, per l’Ucraina e gli altri partner dell’UE?
Dazi ed economia la partita vera
In fondo Merz era andato a Washington per cercare di alleviare la botta dei dazi doganali sulla sua Germania. Ma, dicono le cronache, quando si è discusso del tema politico più scottante (come chiudere la guerra tra Mosca e Kiev) ognuno è rimasto della sua idea. Mentre il ‘business’ militare non è stato toccato. Trump, ad esempio, si è impegnato a non ritirare un solo soldato e nessun sistema d’arma avanzato dalla Germania. Insomma, se la visita a Washington di Merz era da considerare quasi un successo, il ritorno a Berlino è stato una vera catastrofe. Mezzo Partito Socialdemocratico gliel’ha giurata, e gli ha fatto andare di traverso il caloroso scambio di doni fatto con Trump. Mentre i ‘populisti’, di destra e di sinistra, da AfD a BSW, affilano i coltelli.
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06/05/2025
Germania - Merz va sotto già al primo voto, il Reichstag gli porta male
Colpo grosso a Berlino. Se c’era un modo pessimo di celebrare l’80° anniversario della conquista del Reichstag da parte sovietica era proprio questo. Ed è arrivato largamente inatteso.
Si votava infatti per dare la fiducia al nuovo governo presieduto dal democristiano Friedrich Merz, dopo lunghe e laboriose trattative con l’Spd per fissare il programma e distribuire le poltrone.
Merz si aspettava di ottenere la maggioranza dei 630 membri del Bundestag, ma ha ottenuto il sostegno di soli 310 deputati, con 307 voti contrari al primo turno.
La drammatica sconfitta di Friedrich Merz nel voto per diventare cancelliere al parlamento tedesco è un’ulteriore prova della fragilità della sua coalizione. Ma non è ancora una condanna e morte.
A termini di Costituzione, infatti, gli è concesso un secondo e forse persino un terzo tentativo. Ma è chiaro andare sotto già al primo voto è un’umiliazione unica (mai successo prima) che distrugge la sua credibilità internazionale come leader del più importante paese europeo.
Secondo quanto riportato dai media tedeschi, citando membri dei gruppi, è probabile che una seconda votazione avvenga questa settimana (magari evitando di farla cadere proprio il 9, con analogie storiche terrificanti).
Le elezioni sono ormai lontanissime: il 23 febbraio. Le sue promesse elettorali includevano il miglioramento delle relazioni con i paesi vicini della Germania e una posizione più proattiva a livello europeo. Ma i contrasti più forti – all’interno del suo stesso partito, non certo con i guerrafondai dell’Spd – si sono avuti sul piano di riarmo della Germania, anche indipendentemente dal programma europeo voluto da Ursula von der Leyen.
Il programma dei suoi primi incontri internazionali era già stato fissato, con un viaggio a Parigi e Varsavia mercoledì. Non il modo migliore di presentarsi al mondo, anche se Macron e Tusk faranno finta di niente pur di andare avanti con i loro folli programmi di guerra.
Merz, diventato eurodeputato conservatore nel 1989, è un veterano del partito senza esperienza di governo. Ha lasciato la politica nei primi anni 2000 dopo aver perso lo scontro con l’allora più centrista Angela Merkel.
Ha trascorso un decennio lavorando in innumerevoli consigli di amministrazione, tra cui Blackrock. Un vero rappresentante del capitale finanziario internazionale, pronto a passare da cariche private a cariche pubbliche senza neanche avere un soprassalto di «conflitto di interessi», o quanto di logica da applicare (sembra scontato che dirigere un paese sia totalmente diverso da dirigere un’azienda..).
Ma proprio questa «disinvoltura» si è rivelata una debolezza operativa...
Ultim’ora. Friedrich Merz è stato eletto cancelliere della Germania, ma solo al secondo tentativo: ha incassato 325 voti (il minimo era 316), meno comunque dei voti disponibili per la sua coalizione (329). Il futuro del nuovo esecutivo non si annuncia per nulla facile.
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Si votava infatti per dare la fiducia al nuovo governo presieduto dal democristiano Friedrich Merz, dopo lunghe e laboriose trattative con l’Spd per fissare il programma e distribuire le poltrone.
Merz si aspettava di ottenere la maggioranza dei 630 membri del Bundestag, ma ha ottenuto il sostegno di soli 310 deputati, con 307 voti contrari al primo turno.
La drammatica sconfitta di Friedrich Merz nel voto per diventare cancelliere al parlamento tedesco è un’ulteriore prova della fragilità della sua coalizione. Ma non è ancora una condanna e morte.
A termini di Costituzione, infatti, gli è concesso un secondo e forse persino un terzo tentativo. Ma è chiaro andare sotto già al primo voto è un’umiliazione unica (mai successo prima) che distrugge la sua credibilità internazionale come leader del più importante paese europeo.
Secondo quanto riportato dai media tedeschi, citando membri dei gruppi, è probabile che una seconda votazione avvenga questa settimana (magari evitando di farla cadere proprio il 9, con analogie storiche terrificanti).
Le elezioni sono ormai lontanissime: il 23 febbraio. Le sue promesse elettorali includevano il miglioramento delle relazioni con i paesi vicini della Germania e una posizione più proattiva a livello europeo. Ma i contrasti più forti – all’interno del suo stesso partito, non certo con i guerrafondai dell’Spd – si sono avuti sul piano di riarmo della Germania, anche indipendentemente dal programma europeo voluto da Ursula von der Leyen.
Il programma dei suoi primi incontri internazionali era già stato fissato, con un viaggio a Parigi e Varsavia mercoledì. Non il modo migliore di presentarsi al mondo, anche se Macron e Tusk faranno finta di niente pur di andare avanti con i loro folli programmi di guerra.
Merz, diventato eurodeputato conservatore nel 1989, è un veterano del partito senza esperienza di governo. Ha lasciato la politica nei primi anni 2000 dopo aver perso lo scontro con l’allora più centrista Angela Merkel.
Ha trascorso un decennio lavorando in innumerevoli consigli di amministrazione, tra cui Blackrock. Un vero rappresentante del capitale finanziario internazionale, pronto a passare da cariche private a cariche pubbliche senza neanche avere un soprassalto di «conflitto di interessi», o quanto di logica da applicare (sembra scontato che dirigere un paese sia totalmente diverso da dirigere un’azienda..).
Ma proprio questa «disinvoltura» si è rivelata una debolezza operativa...
Ultim’ora. Friedrich Merz è stato eletto cancelliere della Germania, ma solo al secondo tentativo: ha incassato 325 voti (il minimo era 316), meno comunque dei voti disponibili per la sua coalizione (329). Il futuro del nuovo esecutivo non si annuncia per nulla facile.
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25/02/2025
[Contributo al dibattito] - Germania: dalla crisi economica a quella politica
di Domenico Moro
Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.
Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.
Quali sono le ragioni di questi risultati? In primo luogo, il quadro economico generale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa e paese al cui modello mercantilista si ispiravano gli altri paesi europei, versa da anni in una stagnazione economica. Dal 2019 al 2024 la crescita del Pil tedesco è stata inferiore a quella di Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Giappone e Usa. Per il 2025 le previsioni della crescita del Pil sono appena dello 0,1%. Un forte vulnus alla crescita è stato dato dalle sanzioni contro la Russia che hanno avuto come conseguenza il taglio dei rifornimenti di gas a buon mercato dall’Est, che in Germania costava, prima della guerra, 1,8 volte più che negli Usa, ed ora costa ben cinque volte di più.
Ma il problema è più di fondo: a non funzionare più è il modello tedesco, basato sulle esportazioni e sulla disciplina di bilancio, di cui la Germania è stata la principale fautrice nell’area euro. Il freno alla spesa statale si è riverberato negativamente sugli investimenti e in particolare sulle infrastrutture e quindi sulla competitività tedesca. La coalizione di governo, formata da Spd, Verdi e Fdp, si è trovata così ad affrontare la crisi del modello tedesco, aggravata prima dalla pandemia e poi dalla guerra. L’insoddisfazione di massa per la situazione economica, a partire dall’inflazione che ha eroso la capacità d’acquisto dei salari, si è tradotta nel drastico calo di consensi. Inoltre, i risultati elettorali scontano anche la divisione in due della Germania tra una parte più ricca, l’Ovest, e una parte più povera, l’Est, che in più di trent’anni non è stata risolta. Non a caso, Afd è nata ad Est, dove continua ad avere le sue roccaforti elettorali.
Il secondo tema che spiega il risultato elettorale è l’immigrazione. La campagna elettorale si è concentrata sul tema dei respingimenti, malgrado la coalizione di governo li avesse aumentati. La questione si è esacerbata anche a causa dei recenti fatti di violenza accaduti in Germania che hanno visto protagonisti degli immigrati. La questione immigrazione è sempre stata messa da Afd in primo piano nel suo programma elettorale, ma tutti i partiti – eccetto la Linke – avevano preso posizione per il restringimento degli ingressi.
Il terzo tema è quello del neofascismo. Afd è indicata come partito non solo xenofobo ma anche con simpatie per il nazismo. Il suo rafforzamento elettorale, quindi, ha sollevato la preoccupazione di molti in Germania. Questa preoccupazione si è accresciuta quando la Cdu ha fatto approvare in parlamento una mozione anti-immigrati con l’aiuto di Afd. Le aspre polemiche, seguite a questo episodio, hanno costretto Merz, il leader della Cdu, a promettere che il suo partito non avrebbe in nessun caso fatto una alleanza di governo con Afd. Ad ogni modo, negli ultimi mesi si sono succedute numerose manifestazioni anti-fasciste e contro la Afd che hanno coinvolto centinaia di migliaia di tedeschi e che hanno influito sulla campagna elettorale.
Tutti questi fattori – la stagnazione economica, e soprattutto l’immigrazione e l’antifascismo – hanno portato a una polarizzazione del confronto e a una mobilitazione dell’elettorato come non si vedeva dalla riunificazione tedesca (la partecipazione al voto è stata dell’84%), che hanno favorito le ali estreme dello spettro politico. In particolare, l’immigrazione ha aiutato Afd a raggiungere il suo risultato. Dall’altra parte, la volontà di alcuni settori dell’elettorato, specie i giovani, di contrastare il pericolo neofascista e la xenofobia hanno aiutato la Linke, la cui leader, Heidi Reichinnek, dopo il voto della mozione anti-immigrati, tenne un discorso in parlamento divenuto virale.
Se queste sono le cause principali dei risultati elettorali quali ne sono le conseguenze? Prima di tutto, va considerato l’impegno di tutti i partiti a non fare alleanze con Afd. Quindi, con tutta probabilità la Cdu farà una grande coalizione con la Spd e, solo se necessario, con i Verdi. Un film già visto nel passato. Bisogna vedere, dunque, se ci sarà discontinuità nella disciplina di bilancio, in particolare nelle politiche di spesa e di investimenti pubblici. La cosa sembra improbabile, anche perché Merz, che è multimilionario, viene da una esperienza come top manager di Blackrock, una delle principali istituzioni finanziarie mondiali con sede a New York.
Ma la conseguenza più importante è proprio su un tema che non sembra aver avuto una adeguata centralità nella campagna elettorale, focalizzatasi sull’immigrazione, cioè la guerra in Ucraina e la posizione della Germania su di essa e sui tentativi che gli Usa stanno facendo per chiuderla. Su questo il nuovo cancelliere in pectore della Cdu, Merz, europeista e convinto sostenitore dell’Ucraina, si è espresso chiaramente: “Per me la priorità assoluta è raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. (...) sembra chiaro che gli Stati Uniti sono indifferenti al futuro dell’Ucraina”. Merz ha aggiunto che avrebbe sentito presto su questi temi Francia e Polonia, cioè i paesi che più stanno contrastando i tentativi statunitensi di chiudere il conflitto. Da qui, un’altra conseguenza probabile delle elezioni tedesche: la riedizione dell’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa aveva egemonizzato la Ue.
Certo, per l’ex manager di Blackrock, l’intenzione di rendersi indipendente dagli Usa appare velleitario, dato anche che la Germania è disseminata di basi militari statunitensi, così come è velleitario pretendere di continuare una guerra che è già persa, specie se gli Usa si sfilano. Tuttavia, è preoccupante che anche la Germania si posizioni per la continuazione della guerra e per il riarmo europeo. Anche per questa ragione, è un peccato che Bsw di Sahra Wagenknecht sia rimasta fuori dal parlamento tedesco, visto che, sin dalla sua nascita come scissione dalla Linke, aveva preso una posizione netta contro la guerra.
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Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.
Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.
Quali sono le ragioni di questi risultati? In primo luogo, il quadro economico generale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa e paese al cui modello mercantilista si ispiravano gli altri paesi europei, versa da anni in una stagnazione economica. Dal 2019 al 2024 la crescita del Pil tedesco è stata inferiore a quella di Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Giappone e Usa. Per il 2025 le previsioni della crescita del Pil sono appena dello 0,1%. Un forte vulnus alla crescita è stato dato dalle sanzioni contro la Russia che hanno avuto come conseguenza il taglio dei rifornimenti di gas a buon mercato dall’Est, che in Germania costava, prima della guerra, 1,8 volte più che negli Usa, ed ora costa ben cinque volte di più.
Ma il problema è più di fondo: a non funzionare più è il modello tedesco, basato sulle esportazioni e sulla disciplina di bilancio, di cui la Germania è stata la principale fautrice nell’area euro. Il freno alla spesa statale si è riverberato negativamente sugli investimenti e in particolare sulle infrastrutture e quindi sulla competitività tedesca. La coalizione di governo, formata da Spd, Verdi e Fdp, si è trovata così ad affrontare la crisi del modello tedesco, aggravata prima dalla pandemia e poi dalla guerra. L’insoddisfazione di massa per la situazione economica, a partire dall’inflazione che ha eroso la capacità d’acquisto dei salari, si è tradotta nel drastico calo di consensi. Inoltre, i risultati elettorali scontano anche la divisione in due della Germania tra una parte più ricca, l’Ovest, e una parte più povera, l’Est, che in più di trent’anni non è stata risolta. Non a caso, Afd è nata ad Est, dove continua ad avere le sue roccaforti elettorali.
Il secondo tema che spiega il risultato elettorale è l’immigrazione. La campagna elettorale si è concentrata sul tema dei respingimenti, malgrado la coalizione di governo li avesse aumentati. La questione si è esacerbata anche a causa dei recenti fatti di violenza accaduti in Germania che hanno visto protagonisti degli immigrati. La questione immigrazione è sempre stata messa da Afd in primo piano nel suo programma elettorale, ma tutti i partiti – eccetto la Linke – avevano preso posizione per il restringimento degli ingressi.
Il terzo tema è quello del neofascismo. Afd è indicata come partito non solo xenofobo ma anche con simpatie per il nazismo. Il suo rafforzamento elettorale, quindi, ha sollevato la preoccupazione di molti in Germania. Questa preoccupazione si è accresciuta quando la Cdu ha fatto approvare in parlamento una mozione anti-immigrati con l’aiuto di Afd. Le aspre polemiche, seguite a questo episodio, hanno costretto Merz, il leader della Cdu, a promettere che il suo partito non avrebbe in nessun caso fatto una alleanza di governo con Afd. Ad ogni modo, negli ultimi mesi si sono succedute numerose manifestazioni anti-fasciste e contro la Afd che hanno coinvolto centinaia di migliaia di tedeschi e che hanno influito sulla campagna elettorale.
Tutti questi fattori – la stagnazione economica, e soprattutto l’immigrazione e l’antifascismo – hanno portato a una polarizzazione del confronto e a una mobilitazione dell’elettorato come non si vedeva dalla riunificazione tedesca (la partecipazione al voto è stata dell’84%), che hanno favorito le ali estreme dello spettro politico. In particolare, l’immigrazione ha aiutato Afd a raggiungere il suo risultato. Dall’altra parte, la volontà di alcuni settori dell’elettorato, specie i giovani, di contrastare il pericolo neofascista e la xenofobia hanno aiutato la Linke, la cui leader, Heidi Reichinnek, dopo il voto della mozione anti-immigrati, tenne un discorso in parlamento divenuto virale.
Se queste sono le cause principali dei risultati elettorali quali ne sono le conseguenze? Prima di tutto, va considerato l’impegno di tutti i partiti a non fare alleanze con Afd. Quindi, con tutta probabilità la Cdu farà una grande coalizione con la Spd e, solo se necessario, con i Verdi. Un film già visto nel passato. Bisogna vedere, dunque, se ci sarà discontinuità nella disciplina di bilancio, in particolare nelle politiche di spesa e di investimenti pubblici. La cosa sembra improbabile, anche perché Merz, che è multimilionario, viene da una esperienza come top manager di Blackrock, una delle principali istituzioni finanziarie mondiali con sede a New York.
Ma la conseguenza più importante è proprio su un tema che non sembra aver avuto una adeguata centralità nella campagna elettorale, focalizzatasi sull’immigrazione, cioè la guerra in Ucraina e la posizione della Germania su di essa e sui tentativi che gli Usa stanno facendo per chiuderla. Su questo il nuovo cancelliere in pectore della Cdu, Merz, europeista e convinto sostenitore dell’Ucraina, si è espresso chiaramente: “Per me la priorità assoluta è raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. (...) sembra chiaro che gli Stati Uniti sono indifferenti al futuro dell’Ucraina”. Merz ha aggiunto che avrebbe sentito presto su questi temi Francia e Polonia, cioè i paesi che più stanno contrastando i tentativi statunitensi di chiudere il conflitto. Da qui, un’altra conseguenza probabile delle elezioni tedesche: la riedizione dell’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa aveva egemonizzato la Ue.
Certo, per l’ex manager di Blackrock, l’intenzione di rendersi indipendente dagli Usa appare velleitario, dato anche che la Germania è disseminata di basi militari statunitensi, così come è velleitario pretendere di continuare una guerra che è già persa, specie se gli Usa si sfilano. Tuttavia, è preoccupante che anche la Germania si posizioni per la continuazione della guerra e per il riarmo europeo. Anche per questa ragione, è un peccato che Bsw di Sahra Wagenknecht sia rimasta fuori dal parlamento tedesco, visto che, sin dalla sua nascita come scissione dalla Linke, aveva preso una posizione netta contro la guerra.
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24/02/2025
Germania in stallo, tra conservazione e reazione
Una toppa politica “moderata” sulla voragine della crisi tedesca. I risultati delle elezioni confermano quasi tutte le previsioni della vigilia. L’unica incertezza riguardava infatti se la vittoria dei democristiani di Cdu/Csu sarebbe stata tale da permettere il più classico dei governi di transizione – la Grosse Koalition insieme ai sedicenti socialdemocratici dell’Spd – oppure se si sarebbe reso necessario un “triangolo” includendo i Verdi (quelli guerrafondai di Baebock, peraltro).
Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.
Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.
Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’AfD – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.
L’attesa e temuta avanza neonazista dell’AfD è andata anche leggermente al di sopra delle aspettative (il 20,8% invece del 20 attribuito dai sondaggi), raddoppiando voti e seggi; segno che l’alta partecipazione al voto (quasi l’84%) non ha influito sulle proporzioni finali. E che questa presenza è ormai “strutturale” in tutta la Germania, non più solo nei depressi land orientali.
Riemerge dalle tenebre Die Linke, la “sinistra disponibile” che sembrava qualche mese fa destinata al dimenticatoio. Merito in parte dell’ennesima scelta da marketing politico, che ha portato ai vertici la giovane Heidi Reichinnek, anche lei una “ossie”, per intercettare almeno una parte dell’elettorato che vive nell’ex DDR.
Una resurrezione sicuramente facilitata dal suicidio politico commesso quasi un mese fa da una parte dei parlamentari del BSW (la lista di Sarah Wagenknecht), quando hanno votato insieme a Cdu e AfD un ordine del giorno per una futura “legge sulla limitazione dell’afflusso” degli immigrati. Un atto politicamente stupido ma devastante sul piano simbolico, che aveva aperto subito un problema serio con l’ancora vasto elettorato di sinistra radicale, indisponibile a commistioni contronatura. Si è fermata al 4,97%, a una manciata di voti dalla soglia di sbarramento, mentre i sondaggi pre-cazzata la davano sopra il 7%.
Infine spariscono dal Bundestag i liberali, fermi al 4%. Ma nessuno li rimpiangerà...
La formazione di un governo, come da prassi, non sarà né facile né rapida. Lo stesso Merz, mezzo trionfatore, pur spingendo per una soluzione veloce perché “il mondo non ci aspetta”, ha presentato come una vittoria l’eventualità di riuscirci prima di Pasqua (tra due mesi).
Al di là delle ipotesi fornite dall’ars combinatoria sui numeri, il centro della questione è se un governo di compromesso – il solito governo di compromesso, da oltre venti anni a questa parte – sarà in grado di affrontare e soprattutto risolvere problemi giganteschi derivanti dalla mutata situazione strategica in cui la Germania si trova ora.
Due anni di recessione sono un record negativo terribile per la principale economia del Vecchio Continente e dimostrano la crisi profonda in cui è precipitato il “modello mercantilista”, export oriented, basato su salari bassi o comunque “congelati” per un ventennio. Quello stesso modello imposto, per forza economica e azione politica, a tutta l’Unione Europea, che ora si dibatte nella stessa crisi.
Chiunque governi a Berlino, inoltre, non può fare molto contro il venir meno delle ragioni “strutturali” della prosperità tedesca: forniture energetiche a basso costo provenienti dalla Russia, esportazioni verso Mosca e Pechino (poi crollate in conseguenza delle “sanzioni” decise dagli Stati Uniti di Biden per la guerra in Ucraina), basse spese militari grazie all’“ombrello” Usa e all’appartenenza alla Nato. Tutti pilastri che sono venuti meno.
La prospettiva di dazi Usa sulle merci europee, fermo restando il blocco verso Est (logica conseguenza del persistente atteggiamento ultra-guerrafondaio europeo sull’Ucraina), non consente oltretutto di vedere un minimo di sereno all’orizzonte, mente tracolla anche il pilastro industriale principale, l’automotive.
Come si vede, il “successo” economico tedesco era fondato su condizioni strategiche che consentivano il perdurare di un modello “conservativo” sul piano industriale e conservatore su quello politico (l’Spd non è mai stata diversa dalla Cdu, dai tempi di Brandt e Schmidt).
Ed anche quando funzionava quell’assetto non ha consentito di risolvere la principale contraddizione interna alla Germania, ossia la diseguaglianza profonda tra i land dell’Ovest rispetto a quelli ex DDR, oltretutto spogliati del proprio apparato produttivo in seguito all’Anschluss post caduta del Muro.
L’approccio “conservativo” ha ridotto al minimo la capacità di innovazione – praticamente, nessuna impresa tedesca od europea, segnala persino Mario Draghi, è presente tra i protagonisti delle nuove tecnologie – anche perché nessuna “visione” lungimirante è stata prodotta o almeno cercata. Le imprese, del resto, avevano un ambiente confortevole in cui fare alti profitti con il minimo sforzo...
Ora questo mondo invecchiato nella “stabilità” fissata dalle politiche di “austerità” si ritrova a doversi districare tra il trumpismo aggressivo (ma finalizzato alla riduzione degli impegni e delle spese statunitensi) e una possibile “nuova Yalta” che cancellerebbe di colpo tutto il castello di politiche e menzogne messo su nell’ultimo trentennio. Tradotto: che ridurrebbe la portata delle relazioni commerciali con Washington mentre restano congelate quelle con Russia e Cina.
Un problema gigantesco che riguarda certo tutta l’Europa. Ma che ha nella Germania, per forza di cose e di “peso”, il fulcro che determinerà il futuro a medio termine. Un fulcro in stallo tra conservazione senza speranze e reazione senza cervello. Perché l’unica cosa chiara è che una Germania “neonazista” potrebbe solo dar fuoco alle polveri stivate nella crisi, non certo costruire una prospettiva credibile.
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Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.
Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.
Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’AfD – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.
L’attesa e temuta avanza neonazista dell’AfD è andata anche leggermente al di sopra delle aspettative (il 20,8% invece del 20 attribuito dai sondaggi), raddoppiando voti e seggi; segno che l’alta partecipazione al voto (quasi l’84%) non ha influito sulle proporzioni finali. E che questa presenza è ormai “strutturale” in tutta la Germania, non più solo nei depressi land orientali.
Riemerge dalle tenebre Die Linke, la “sinistra disponibile” che sembrava qualche mese fa destinata al dimenticatoio. Merito in parte dell’ennesima scelta da marketing politico, che ha portato ai vertici la giovane Heidi Reichinnek, anche lei una “ossie”, per intercettare almeno una parte dell’elettorato che vive nell’ex DDR.
Una resurrezione sicuramente facilitata dal suicidio politico commesso quasi un mese fa da una parte dei parlamentari del BSW (la lista di Sarah Wagenknecht), quando hanno votato insieme a Cdu e AfD un ordine del giorno per una futura “legge sulla limitazione dell’afflusso” degli immigrati. Un atto politicamente stupido ma devastante sul piano simbolico, che aveva aperto subito un problema serio con l’ancora vasto elettorato di sinistra radicale, indisponibile a commistioni contronatura. Si è fermata al 4,97%, a una manciata di voti dalla soglia di sbarramento, mentre i sondaggi pre-cazzata la davano sopra il 7%.
Infine spariscono dal Bundestag i liberali, fermi al 4%. Ma nessuno li rimpiangerà...
La formazione di un governo, come da prassi, non sarà né facile né rapida. Lo stesso Merz, mezzo trionfatore, pur spingendo per una soluzione veloce perché “il mondo non ci aspetta”, ha presentato come una vittoria l’eventualità di riuscirci prima di Pasqua (tra due mesi).
Al di là delle ipotesi fornite dall’ars combinatoria sui numeri, il centro della questione è se un governo di compromesso – il solito governo di compromesso, da oltre venti anni a questa parte – sarà in grado di affrontare e soprattutto risolvere problemi giganteschi derivanti dalla mutata situazione strategica in cui la Germania si trova ora.
Due anni di recessione sono un record negativo terribile per la principale economia del Vecchio Continente e dimostrano la crisi profonda in cui è precipitato il “modello mercantilista”, export oriented, basato su salari bassi o comunque “congelati” per un ventennio. Quello stesso modello imposto, per forza economica e azione politica, a tutta l’Unione Europea, che ora si dibatte nella stessa crisi.
Chiunque governi a Berlino, inoltre, non può fare molto contro il venir meno delle ragioni “strutturali” della prosperità tedesca: forniture energetiche a basso costo provenienti dalla Russia, esportazioni verso Mosca e Pechino (poi crollate in conseguenza delle “sanzioni” decise dagli Stati Uniti di Biden per la guerra in Ucraina), basse spese militari grazie all’“ombrello” Usa e all’appartenenza alla Nato. Tutti pilastri che sono venuti meno.
La prospettiva di dazi Usa sulle merci europee, fermo restando il blocco verso Est (logica conseguenza del persistente atteggiamento ultra-guerrafondaio europeo sull’Ucraina), non consente oltretutto di vedere un minimo di sereno all’orizzonte, mente tracolla anche il pilastro industriale principale, l’automotive.
Come si vede, il “successo” economico tedesco era fondato su condizioni strategiche che consentivano il perdurare di un modello “conservativo” sul piano industriale e conservatore su quello politico (l’Spd non è mai stata diversa dalla Cdu, dai tempi di Brandt e Schmidt).
Ed anche quando funzionava quell’assetto non ha consentito di risolvere la principale contraddizione interna alla Germania, ossia la diseguaglianza profonda tra i land dell’Ovest rispetto a quelli ex DDR, oltretutto spogliati del proprio apparato produttivo in seguito all’Anschluss post caduta del Muro.
L’approccio “conservativo” ha ridotto al minimo la capacità di innovazione – praticamente, nessuna impresa tedesca od europea, segnala persino Mario Draghi, è presente tra i protagonisti delle nuove tecnologie – anche perché nessuna “visione” lungimirante è stata prodotta o almeno cercata. Le imprese, del resto, avevano un ambiente confortevole in cui fare alti profitti con il minimo sforzo...
Ora questo mondo invecchiato nella “stabilità” fissata dalle politiche di “austerità” si ritrova a doversi districare tra il trumpismo aggressivo (ma finalizzato alla riduzione degli impegni e delle spese statunitensi) e una possibile “nuova Yalta” che cancellerebbe di colpo tutto il castello di politiche e menzogne messo su nell’ultimo trentennio. Tradotto: che ridurrebbe la portata delle relazioni commerciali con Washington mentre restano congelate quelle con Russia e Cina.
Un problema gigantesco che riguarda certo tutta l’Europa. Ma che ha nella Germania, per forza di cose e di “peso”, il fulcro che determinerà il futuro a medio termine. Un fulcro in stallo tra conservazione senza speranze e reazione senza cervello. Perché l’unica cosa chiara è che una Germania “neonazista” potrebbe solo dar fuoco alle polveri stivate nella crisi, non certo costruire una prospettiva credibile.
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10/02/2025
Il primo esperimento storico di un governo di centro sinistra fu un disastro...
di Luciano Canfora
...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).
Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]
Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.
Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.
Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.
Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.
Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]
Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.
Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.
Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.
Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.
Fonte
...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).
Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]
Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.
Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.
Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.
Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.
Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]
Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.
Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.
Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.
Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.
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15/12/2024
Germania in crisi di fiducia
Il pilastro più credibile della “stabilità europea” è da decenni la Germania. Una situazione sociale interna faticosamente tenuta sotto controllo tramite una riduzione dei salari e del welfare molto minore di quanto preteso dai partner europei, un basso debito pubblico che ha consentito per anni di rifinanziarlo a costo praticamente zero, una lunga consuetudine di buoni rapporti con la Russia (fornitrice di gas e altre materie prime a basso costo) e con la Cina (uno dei principali mercati di sbocco per la propria produzione industriale).
Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.
La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.
Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).
Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.
Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.
Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.
Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.
I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.
In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...
Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.
Buon anno!
Fonte
Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.
La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.
Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).
Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.
Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.
Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.
Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.
I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.
In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...
Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.
Buon anno!
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04/10/2024
Berlino - Manifestazione contro la guerra, migliaia in piazza
È stata grande la protesta contro la guerra e il riarmo auspicata dagli organizzatori. Quante persone abbiano preso parte alla manifestazione per la pace di giovedì a Berlino è una questione di interesse politico.
La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.
Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.
La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.
Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.
L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.
Fonte
La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.
Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.
La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.
Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.
L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.
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26/09/2024
Elezioni nel Brandeburgo, cosa c’è da capire
La prima cosa su cui mi sentirei di attirare l’attenzione è l’alta percentuale di votanti, sopra il 70%. La seconda cosa è la vittoria di Pirro della SPD, che non riesce a formare una maggioranza, una volta che i Verdi sono stati estromessi dal parlamento regionale.
È la seconda volta, dopo la Turingia, che i Verdi non raggiungono la soglia del 5%. E ben gli sta, perché un partito nato sulla protezione dell’ambiente, e quindi sulla pace, si era trasformato in un partito di bellicisti sostenitori di Zelensky. Però è anche una triste constatazione, in quanto il patrimonio costituito dall’ambientalismo tedesco aveva reso l’aria più respirabile nell’Europa neoliberale. Oggi quel patrimonio è stato disperso.
AfD, si dice, ha perso col suo 29,9%. Sì, è arrivata seconda però i numeri in Parlamento regionale sono tali che AfD ha conquistato la «Sperrminorität», ossia può bloccare tutte le decisioni che richiedono la maggioranza di due terzi, per esempio quelle per l’elezione dei giudici costituzionali. Non solo, la AfD è primo partito tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Non solo, il candidato di punta della AfD ha ottenuto nel suo collegio il cosiddetto «Direktmandat» con il 39,9% dei voti (!).
La vittoria della SPD viene spiegata con la grande popolarità del Presidente del Land, Dietmar Woidke, che governa da 11 anni, ma stavolta è la prima volta che non riesce ad ottenere il «Direktmandat» (per soli sette voti). È considerato un critico di Scholz ma non ha un profilo da porlo sul piano della politica nazionale, è considerato un’icona regionale. Quindi Scholz ha potuto tirare un sospiro di sollievo ma fino a un certo punto, la SPD va bene se non segue la sua politica (debbo ancora analizzare meglio su quali aspetti i due sono in contrasto).
Stupisce la magra figura della CDU che si fa superare anche dalla new entry BSW (Sahra Wagenknecht). Il suo capo Friedrich Merz, l’ultraatlantista che ha fatto fuori la Merkel, si era comportato bene, addirittura era stato l’unico leader nazionale a tenere un comizio l’ultimo giorno utile per dire che loro con la AfD non volevano avere a che fare e che bisognava isolarla (coerente in questo con la posizione del suo partito in Europa).
Resta da capire cosa succede adesso con il partito BSW. Innanzitutto come collocarlo politicamente. Definito ormai dai media, anzi bollato, come rossobruno (mezzo comunista mezzo fascista), questo partito ha avuto il merito, secondo me, di guardare in faccia la AfD, invece di cancellarla con l’epiteto neonazista e risolvere così la questione (teoria del cordone sanitario ovvero della politica dello struzzo).
Ha cominciato a dire: “vi siete chiesti perché i giovani votano AfD? Noi diciamo perché soffrono il precariato, la disoccupazione, la mancanza di valori, cioè tutto quello che hanno prodotto le politiche neoliberali, ergo bisogna combattere quelle politiche”.
Ha cominciato a dire: “Ma perché tutto quello che dice la AfD deve essere sbagliato? E se per caso dicesse qualche cosa di giusto, non sarebbe il caso di starla ad ascoltare e di intervenire sulle cause della sua protesta?”. Addirittura ha detto che sarebbe disposta a votare delle mozioni di AfD se fossero ragionevoli.
Insomma ha, a mio avviso, messo il dito sulla piaga, denunciando il fatto che spesso l’”antifascismo” [del potere, ndr] è solo immobilismo, se non il modo con il quale si giustifica il persistere di politiche neoliberali.
Ma c’è un altro motivo per cui BSW va forte: per la sua campagna contro la criminalità finanziaria, contro l’evasione fiscale organizzata dalle grandi banche, quella che aveva fatto diventare famosa la procuratrice Anne Brorhilker, che aveva scoperto le colossali truffe fiscali organizzate dalle banche e le aveva portate in giudizio.
Bene, questa donna ha dato in aprile le dimissioni dalla magistratura dicendo che l’apparato statale non ha nessuna intenzione di perseguire fino in fondo l’evasione fiscale ed ha lasciato intendere che il cancelliere Scholz è uno dei primi a voler proteggere la criminalità finanziaria.
BSW ha tra i suoi uomini di punta Fabio De Masi, un oriundo italiano che ha combattuto con grande energia e competenza la criminalità finanziaria. Ma non basta, BSW ha denunciato il modo in cui il Cancelliere ha gestito l’affare dell’attentato al North Stream.
E allora tiriamo le somme: la SPD e la CDU insieme non hanno la maggioranza nel Brandeburgo, hanno bisogno di una stampella, sarebbero stati i Verdi o i Liberali, quelli che formano l’attuale governo federale, ma nessuno dei due ha superato la soglia del 5%, quindi sono fuori.
Che cosa rimane? La BSW, che ha già detto che è disposta a dare una mano ma a certe condizioni, lo ha detto la sua portavoce in Brandeburgo che si chiama Amira Mohamed Ali. Quindi in Brandeburgo si formerebbe una coalizione, comunque traballante, formata da un leader SPD avversario di Scholz e da un partito che considera Scholz un protettore degli evasori fiscali.
Si capisce la Schadenfreude di AfD, che esulta per la sedicente sconfitta pensando alla vittoria nelle prossime elezioni federali (2025) e irride alla possibile coalizione di carta che si potrebbe formare nel Land. I Verdi, invece di fare autocritica, sclerano con dichiarazioni da gente che ha perso il cervello.
Per dire l’aria che tira da quelle parti. Tra i candidati AfD c’era un commerciante di auto che aveva certe cariche riservate ai laici nella chiesa evangelica. La Chiesa gli ha tolto tutte le cariche e l’uomo non è stato eletto.
Una delle cose più interessanti da sapere è a chi sono andati i voti degli ex astensionisti. Insomma, quelli che si sono astenuti nelle elezioni precedenti per chi hanno votato adesso?
Questa, a mio avviso, è la questione politica più scottante oggi in Europa, o si capisce la dinamica dell’astensionismo o si va avanti così tra neoliberalismo, populismi e neofascismo. Fermo restando ovviamente che la questione n. 1 in assoluto è la lotta contro le politiche neoliberali e belliciste.
I conflitti sul terreno del lavoro sono l’unica via d’uscita e l’esperienza del WFP (Working Families Party) negli Stati Uniti mi conforta in questo senso.
Fonte
È la seconda volta, dopo la Turingia, che i Verdi non raggiungono la soglia del 5%. E ben gli sta, perché un partito nato sulla protezione dell’ambiente, e quindi sulla pace, si era trasformato in un partito di bellicisti sostenitori di Zelensky. Però è anche una triste constatazione, in quanto il patrimonio costituito dall’ambientalismo tedesco aveva reso l’aria più respirabile nell’Europa neoliberale. Oggi quel patrimonio è stato disperso.
AfD, si dice, ha perso col suo 29,9%. Sì, è arrivata seconda però i numeri in Parlamento regionale sono tali che AfD ha conquistato la «Sperrminorität», ossia può bloccare tutte le decisioni che richiedono la maggioranza di due terzi, per esempio quelle per l’elezione dei giudici costituzionali. Non solo, la AfD è primo partito tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Non solo, il candidato di punta della AfD ha ottenuto nel suo collegio il cosiddetto «Direktmandat» con il 39,9% dei voti (!).
La vittoria della SPD viene spiegata con la grande popolarità del Presidente del Land, Dietmar Woidke, che governa da 11 anni, ma stavolta è la prima volta che non riesce ad ottenere il «Direktmandat» (per soli sette voti). È considerato un critico di Scholz ma non ha un profilo da porlo sul piano della politica nazionale, è considerato un’icona regionale. Quindi Scholz ha potuto tirare un sospiro di sollievo ma fino a un certo punto, la SPD va bene se non segue la sua politica (debbo ancora analizzare meglio su quali aspetti i due sono in contrasto).
Stupisce la magra figura della CDU che si fa superare anche dalla new entry BSW (Sahra Wagenknecht). Il suo capo Friedrich Merz, l’ultraatlantista che ha fatto fuori la Merkel, si era comportato bene, addirittura era stato l’unico leader nazionale a tenere un comizio l’ultimo giorno utile per dire che loro con la AfD non volevano avere a che fare e che bisognava isolarla (coerente in questo con la posizione del suo partito in Europa).
Resta da capire cosa succede adesso con il partito BSW. Innanzitutto come collocarlo politicamente. Definito ormai dai media, anzi bollato, come rossobruno (mezzo comunista mezzo fascista), questo partito ha avuto il merito, secondo me, di guardare in faccia la AfD, invece di cancellarla con l’epiteto neonazista e risolvere così la questione (teoria del cordone sanitario ovvero della politica dello struzzo).
Ha cominciato a dire: “vi siete chiesti perché i giovani votano AfD? Noi diciamo perché soffrono il precariato, la disoccupazione, la mancanza di valori, cioè tutto quello che hanno prodotto le politiche neoliberali, ergo bisogna combattere quelle politiche”.
Ha cominciato a dire: “Ma perché tutto quello che dice la AfD deve essere sbagliato? E se per caso dicesse qualche cosa di giusto, non sarebbe il caso di starla ad ascoltare e di intervenire sulle cause della sua protesta?”. Addirittura ha detto che sarebbe disposta a votare delle mozioni di AfD se fossero ragionevoli.
Insomma ha, a mio avviso, messo il dito sulla piaga, denunciando il fatto che spesso l’”antifascismo” [del potere, ndr] è solo immobilismo, se non il modo con il quale si giustifica il persistere di politiche neoliberali.
Ma c’è un altro motivo per cui BSW va forte: per la sua campagna contro la criminalità finanziaria, contro l’evasione fiscale organizzata dalle grandi banche, quella che aveva fatto diventare famosa la procuratrice Anne Brorhilker, che aveva scoperto le colossali truffe fiscali organizzate dalle banche e le aveva portate in giudizio.
Bene, questa donna ha dato in aprile le dimissioni dalla magistratura dicendo che l’apparato statale non ha nessuna intenzione di perseguire fino in fondo l’evasione fiscale ed ha lasciato intendere che il cancelliere Scholz è uno dei primi a voler proteggere la criminalità finanziaria.
BSW ha tra i suoi uomini di punta Fabio De Masi, un oriundo italiano che ha combattuto con grande energia e competenza la criminalità finanziaria. Ma non basta, BSW ha denunciato il modo in cui il Cancelliere ha gestito l’affare dell’attentato al North Stream.
E allora tiriamo le somme: la SPD e la CDU insieme non hanno la maggioranza nel Brandeburgo, hanno bisogno di una stampella, sarebbero stati i Verdi o i Liberali, quelli che formano l’attuale governo federale, ma nessuno dei due ha superato la soglia del 5%, quindi sono fuori.
Che cosa rimane? La BSW, che ha già detto che è disposta a dare una mano ma a certe condizioni, lo ha detto la sua portavoce in Brandeburgo che si chiama Amira Mohamed Ali. Quindi in Brandeburgo si formerebbe una coalizione, comunque traballante, formata da un leader SPD avversario di Scholz e da un partito che considera Scholz un protettore degli evasori fiscali.
Si capisce la Schadenfreude di AfD, che esulta per la sedicente sconfitta pensando alla vittoria nelle prossime elezioni federali (2025) e irride alla possibile coalizione di carta che si potrebbe formare nel Land. I Verdi, invece di fare autocritica, sclerano con dichiarazioni da gente che ha perso il cervello.
Per dire l’aria che tira da quelle parti. Tra i candidati AfD c’era un commerciante di auto che aveva certe cariche riservate ai laici nella chiesa evangelica. La Chiesa gli ha tolto tutte le cariche e l’uomo non è stato eletto.
Una delle cose più interessanti da sapere è a chi sono andati i voti degli ex astensionisti. Insomma, quelli che si sono astenuti nelle elezioni precedenti per chi hanno votato adesso?
Questa, a mio avviso, è la questione politica più scottante oggi in Europa, o si capisce la dinamica dell’astensionismo o si va avanti così tra neoliberalismo, populismi e neofascismo. Fermo restando ovviamente che la questione n. 1 in assoluto è la lotta contro le politiche neoliberali e belliciste.
I conflitti sul terreno del lavoro sono l’unica via d’uscita e l’esperienza del WFP (Working Families Party) negli Stati Uniti mi conforta in questo senso.
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23/09/2024
Germania - Il Brandeburgo concede una tregua a Sholz
Le elezioni in Brandeburgo – il Land della ex Germania Est che circonda la città-stato di Berlino – erano molto attese per verificare se l’ascesa dei neonazisti era davvero inarrestabile e se questo avrebbe travolto il governo nazionale “semaforo” (socialdemocratici, liberali, verdi), guidato dall’impalpabile Olaf Scholz.
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
Fonte
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
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21/09/2024
Germania - Domani si vota nel Brandeburgo. Testa a testa nei sondaggi tra AfD e Spd. Governance impossibile
Dopo Turingia e Sassonia domani, 22 settembre, si vota anche nel land del Brandeburgo per rinnovare il Parlamanto regionale.
L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.
A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.
Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.
In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.
Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.
Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.
Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.
Fonte
L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.
A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.
Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.
In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.
Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.
Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.
Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.
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11/06/2024
Elezioni europee - Terremoto politico in Germania
I risultati delle elezioni politiche europee in Germania sono un atto di sfiducia conclamata nei confronti dell’attuale maggioranza che governa a livello Federale.
La coalizione “semaforo” che raggruppa socialdemocratici, verdi e liberali esce con le ossa rotte dalle europee, così come le singole formazioni che la compongono, ottenendo insieme meno di un terzo dei voti totali.
Particolarmente compromessa appare la posizione della SPD – 14,1% – che diviene il “terzo” partito dopo l’estrema destra dell’AFD che conquista il 15,6% dei consensi.
Il risultato è uno smacco particolare per Scholz, il cui volto compariva nei manifesti elettorali accanto a quello della capolista Katerina Barley.
In netto calo, rispetto alle elezioni europee del 2019, sono i Verdi (solo il 12%), mentre i “liberali” della FDP di Christian Linder – che è il Ministro delle finanze – con il loro risultato del 5,3%, sono appena sopra la soglia di sbarramento per avere rappresentanti nel Bundestag.
Sulle sorti della coalizione semaforo che dovrebbe “rimanere in vita” in questa complessa congiuntura politica per altri 15 mesi, si apre una partita piena di incognite considerate l’annuncio delle elezioni anticipate in Francia.
Se dalle urne, la CDU/CSU risulta il partito più votato con una percentuale di consensi – 30,3% – simile al totale dei voti delle formazioni che compongono la coalizione semaforo, a crescere sono le polarità estreme ed antagoniste del quadro della rappresentanza politica.
Se l’estrema destra cresce, al contrario il BSW – la formazione animata da Sara Wagenknet nata nemmeno un anno fa da una “costola” della Die Linke – ottiene il 5,7%, ponendosi come nuovo punto di riferimento, anche a livello elettorale, della sinistra radicale, per ciò che riguarda la questione sociale e l’opposizione al coinvolgimento nella guerra in Ucraina. La Wagenknecht doppia il risultato della Die Linke, e porta al Parlamento Europeo 6 deputati.
Durante il suo discorso conclusivo a Berlino di fronte a 3 mila sostenitori, la leader della formazione che porta il suo nome, ha affermato che “le guerre non finiscono attraverso l’uso delle armi, ma con i colloqui di pace”.
È stato il coronamento di una campagna elettorale che ha toccato 18 eventi in 18 differenti città in 23 giorni, in cui i candidati hanno spiegato il proprio programma nei comizi.
Con risultati del genere non è peregrino pensare che il “cordone sanitario” nei confronti dell’estrema-destra che – nonostante alcune falle – ha sostanzialmente tenuto fino ad ora, possa saltare così com’è avvenuto in varie realtà europee.
Paradossalmente, il processo di “demonizzazione” della AfD e lo spauracchio dell’ascesa dell’estrema destra non ha minimamente logorato il credito della formazione, trasformandola in forza anti-establishment.
L’asse franco-tedesco che aveva ritrovato una certa unità d’intenti su questioni dirimenti rischia di vacillare considerando l’estrema incertezza del voto in Francia.
Un’analisi pubblicata dal quotidiano tedesco Handelsblatt cerca di offrire alcune chiavi di lettura del voto.
Il 66% dei cittadini intervistati è insoddisfatto del governo federale, mentre solo il 30% ritiene che la CDU/CSU, se fosse al governo, farebbe meglio le cose.
Stando a questa inchiesta sarebbe in corso un processo di delegittimazione che comprenderebbe l’intero establishment politico.
Gli elettori sono egualmente scontenti della politica interna che della politica estera, afferma l’analisi.
Il bastione elettorale del primo partito in Germania rimangono coloro che hanno 60 anni e più, un bacino dove ottiene il 39% di voti.
Un dato interessante è il voto giovanile tra i 16 ed i 24 anni, dove i partiti maggiormente eletti sono la CDU/CSU e “a sorpresa” la AfD che conquista il 17% dei consensi, più dell’11% dei Verdi che, nel 2019, monopolizzavano 1/3 dei votanti giovani.
In genere il 27% di questa fascia d’età scegli i “partiti minori”, testimoniando la disaffezione per l’establishment politico.
Se i “Verdi” avevano rappresentato un’ipotesi alternativa per il voto giovanile, ora a causa della loro politica guerrafondaia, hanno dilapidato il loro consenso e vedono enormemente ridimensionati le loro aspirazioni.
Fonte
La coalizione “semaforo” che raggruppa socialdemocratici, verdi e liberali esce con le ossa rotte dalle europee, così come le singole formazioni che la compongono, ottenendo insieme meno di un terzo dei voti totali.
Particolarmente compromessa appare la posizione della SPD – 14,1% – che diviene il “terzo” partito dopo l’estrema destra dell’AFD che conquista il 15,6% dei consensi.
Il risultato è uno smacco particolare per Scholz, il cui volto compariva nei manifesti elettorali accanto a quello della capolista Katerina Barley.
In netto calo, rispetto alle elezioni europee del 2019, sono i Verdi (solo il 12%), mentre i “liberali” della FDP di Christian Linder – che è il Ministro delle finanze – con il loro risultato del 5,3%, sono appena sopra la soglia di sbarramento per avere rappresentanti nel Bundestag.
Sulle sorti della coalizione semaforo che dovrebbe “rimanere in vita” in questa complessa congiuntura politica per altri 15 mesi, si apre una partita piena di incognite considerate l’annuncio delle elezioni anticipate in Francia.
Se dalle urne, la CDU/CSU risulta il partito più votato con una percentuale di consensi – 30,3% – simile al totale dei voti delle formazioni che compongono la coalizione semaforo, a crescere sono le polarità estreme ed antagoniste del quadro della rappresentanza politica.
Se l’estrema destra cresce, al contrario il BSW – la formazione animata da Sara Wagenknet nata nemmeno un anno fa da una “costola” della Die Linke – ottiene il 5,7%, ponendosi come nuovo punto di riferimento, anche a livello elettorale, della sinistra radicale, per ciò che riguarda la questione sociale e l’opposizione al coinvolgimento nella guerra in Ucraina. La Wagenknecht doppia il risultato della Die Linke, e porta al Parlamento Europeo 6 deputati.
Durante il suo discorso conclusivo a Berlino di fronte a 3 mila sostenitori, la leader della formazione che porta il suo nome, ha affermato che “le guerre non finiscono attraverso l’uso delle armi, ma con i colloqui di pace”.
È stato il coronamento di una campagna elettorale che ha toccato 18 eventi in 18 differenti città in 23 giorni, in cui i candidati hanno spiegato il proprio programma nei comizi.
Con risultati del genere non è peregrino pensare che il “cordone sanitario” nei confronti dell’estrema-destra che – nonostante alcune falle – ha sostanzialmente tenuto fino ad ora, possa saltare così com’è avvenuto in varie realtà europee.
Paradossalmente, il processo di “demonizzazione” della AfD e lo spauracchio dell’ascesa dell’estrema destra non ha minimamente logorato il credito della formazione, trasformandola in forza anti-establishment.
L’asse franco-tedesco che aveva ritrovato una certa unità d’intenti su questioni dirimenti rischia di vacillare considerando l’estrema incertezza del voto in Francia.
Un’analisi pubblicata dal quotidiano tedesco Handelsblatt cerca di offrire alcune chiavi di lettura del voto.
Il 66% dei cittadini intervistati è insoddisfatto del governo federale, mentre solo il 30% ritiene che la CDU/CSU, se fosse al governo, farebbe meglio le cose.
Stando a questa inchiesta sarebbe in corso un processo di delegittimazione che comprenderebbe l’intero establishment politico.
Gli elettori sono egualmente scontenti della politica interna che della politica estera, afferma l’analisi.
Il bastione elettorale del primo partito in Germania rimangono coloro che hanno 60 anni e più, un bacino dove ottiene il 39% di voti.
Un dato interessante è il voto giovanile tra i 16 ed i 24 anni, dove i partiti maggiormente eletti sono la CDU/CSU e “a sorpresa” la AfD che conquista il 17% dei consensi, più dell’11% dei Verdi che, nel 2019, monopolizzavano 1/3 dei votanti giovani.
In genere il 27% di questa fascia d’età scegli i “partiti minori”, testimoniando la disaffezione per l’establishment politico.
Se i “Verdi” avevano rappresentato un’ipotesi alternativa per il voto giovanile, ora a causa della loro politica guerrafondaia, hanno dilapidato il loro consenso e vedono enormemente ridimensionati le loro aspirazioni.
Fonte
17/01/2023
Germania - Governo nella bufera, si dimette la ministra della Difesa
La ministra tedesca della Difesa Christine Lambrecht, socialdemocratica, dopo lunghi mesi di polemiche e critiche, non solo da parte dell’opposizione, si è dimessa dal suo incarico estremamente delicato in questa fase di guerra.
Lo scoppio della guerra in Ucraina, ha posto la questione della Difesa in primo piano nelle priorità della Germania, facendo emergere via via l’inadeguatezza di Lambrecht, che in passato si dichiarava come una pacifista.
Il cancelliere Olaf Scholz a febbraio dello scorso anno, ha annunciato la grande svolta della politica della Difesa aumentando vertiginosamente le spese militari e la Lambrecht è stata subito messa sotto attacco per una gestione troppo poco entusiasta della svolta.
Il gossip politico parla di incidenti per favoritismi verso il figlio e per dichiarazioni informali durante Capodanno, ma il fatto più grave e significativo è un altro.
Il 21 dicembre, il ministro della Guerra Christine Lambrecht aveva risposto alla domanda se l’Ucraina potesse sperare nella consegna di veicoli da combattimento della fanteria tedesca del tipo “Marder” dalle scorte industriali affermando che: “Non forniremo alcun Marder della Bundeswehr. Ne abbiamo bisogno.”
Ma quindici giorni dopo, il l6 gennaio, il suo ministero l’ha smentita annunciando che “l’iniziativa tedesco-americana per la consegna di veicoli corazzati per il trasporto di personale di tipo occidentale prevede che La Germania metterà Marder a disposizione dell’Ucraina come donazione da scorte industriali o della Bundeswehr”.
Era evidente che le pressioni Usa e Nato avevano prevalso e che per la ministra della Difesa tedesca, in tempi di guerra in Europa non c’era più futuro.
L’annuncio del nome del suo successore (uomo o donna) è atteso domani 17 gennaio, secondo Frankfurter Allgemeine Zeitung, che cita fonti governative. Tra i candidati a sostituirla ci sono il leader dell’Spd Lars Klingbeil, l’attuale ministro del Lavoro Hubertus Heil (Spd), Siemtje Möller, la 39enne socialdemocratica sottosegretario di Stato al ministero della Difesa.
Le dimissioni della ministra Lambert rivelano l’ulteriore tassello della profonda crisi delle classi dirigenti tedesche e della fragile coalizione di governo tra Spd, Liberali e Verdi che hanno messo in piedi.
Dopo i Verdi in piena bufera per la proteste ecologiste alla miniera di Lutzerath adesso anche la SPD naviga in acque agitate. La linea guerrafondaia fin qui seguita sta logorando l’esecutivo della Germania.
Fonte
Lo scoppio della guerra in Ucraina, ha posto la questione della Difesa in primo piano nelle priorità della Germania, facendo emergere via via l’inadeguatezza di Lambrecht, che in passato si dichiarava come una pacifista.
Il cancelliere Olaf Scholz a febbraio dello scorso anno, ha annunciato la grande svolta della politica della Difesa aumentando vertiginosamente le spese militari e la Lambrecht è stata subito messa sotto attacco per una gestione troppo poco entusiasta della svolta.
Il gossip politico parla di incidenti per favoritismi verso il figlio e per dichiarazioni informali durante Capodanno, ma il fatto più grave e significativo è un altro.
Il 21 dicembre, il ministro della Guerra Christine Lambrecht aveva risposto alla domanda se l’Ucraina potesse sperare nella consegna di veicoli da combattimento della fanteria tedesca del tipo “Marder” dalle scorte industriali affermando che: “Non forniremo alcun Marder della Bundeswehr. Ne abbiamo bisogno.”
Ma quindici giorni dopo, il l6 gennaio, il suo ministero l’ha smentita annunciando che “l’iniziativa tedesco-americana per la consegna di veicoli corazzati per il trasporto di personale di tipo occidentale prevede che La Germania metterà Marder a disposizione dell’Ucraina come donazione da scorte industriali o della Bundeswehr”.
Era evidente che le pressioni Usa e Nato avevano prevalso e che per la ministra della Difesa tedesca, in tempi di guerra in Europa non c’era più futuro.
L’annuncio del nome del suo successore (uomo o donna) è atteso domani 17 gennaio, secondo Frankfurter Allgemeine Zeitung, che cita fonti governative. Tra i candidati a sostituirla ci sono il leader dell’Spd Lars Klingbeil, l’attuale ministro del Lavoro Hubertus Heil (Spd), Siemtje Möller, la 39enne socialdemocratica sottosegretario di Stato al ministero della Difesa.
Le dimissioni della ministra Lambert rivelano l’ulteriore tassello della profonda crisi delle classi dirigenti tedesche e della fragile coalizione di governo tra Spd, Liberali e Verdi che hanno messo in piedi.
Dopo i Verdi in piena bufera per la proteste ecologiste alla miniera di Lutzerath adesso anche la SPD naviga in acque agitate. La linea guerrafondaia fin qui seguita sta logorando l’esecutivo della Germania.
Fonte
01/03/2022
La Bundeswehr ringrazia. 100mila in piazza per la pace, 100miliardi di spese militari
Questa coreografia può essere definita cinica: mentre oltre 100.000 persone manifestavano per la pace e contro la guerra in Ucraina, a Berlino domenica pomeriggio, il governo federale “rosso-verde-giallo” ha usato l’invasione russa dell'Uraina come pretesto per annunciare un programma di riarmo globale senza precedenti nella storia della Repubblica federale.
Nel 2022, ci sarà un “fondo speciale” una tantum per la Bundeswehr pari a 100 miliardi di euro, ha detto il cancelliere Olaf Scholz in una sessione speciale del Bundestag.
Si tratta di più di due ulteriori bilanci annuali aggiunti all’attuale bilancio del ministero della Difesa di 46,9 miliardi di euro. I fondi sarebbero usati “per investimenti necessari e progetti di armamento”, ha detto il politico della SPD.
Inoltre, il governo vuole aumentare permanentemente la spesa annuale per la difesa a “più del due per cento del prodotto interno lordo”. Il dibattito sulla presunta incapacità della Bundeswehr di agire era stato innescato giovedì dall’ispettore dell’esercito, Alfons Mais, con l’affermazione che l’esercito era “più o meno spoglio”. Quasi tutta la stampa tedesca ha approvato questo slogan.
Scholz ha condannato con forza l’attacco russo all’Ucraina. Stiamo vivendo “una svolta nel tempo”. Ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di voler riportare indietro gli orologi all’era della politica delle grandi potenze nel XIX secolo e stabilire un “impero russo”.
Scholz non ha fatto altri commenti sui retroscena di questa guerra. Ha cercato di convincere i partecipanti alla manifestazione per la pace a seguire la rotta del governo. Ha ringraziato tutti coloro “che stanno dando l’esempio in questi giorni”. Ciò che è sostenuto da un ampio consenso sociale e politico durerà.
Nel suo discorso, Scholz ha anche annunciato la costruzione accelerata di due terminali per il gas liquido. Ha indicato come località Brunsbüttel e Wilhelmshaven. L’obiettivo è ovviamente quello di ridurre drasticamente la quota di importazioni di gas dalla Russia. Gli Stati Uniti, che si sono opposti per anni al gasdotto Nord Stream 2, sono particolarmente interessati all’esportazione di gas liquefatto.
Già sabato, Berlino aveva annunciato che avrebbe iniziato a fornire armi a una delle due parti in guerra: l’Ucraina. Domenica, questo intervento militare indiretto è stato sostenuto da una politica simbolica: molti deputati hanno salutato l’ambasciatore ucraino Andrij Melnyk, seduto nella tribuna degli ospiti, con un applauso.
L’ex presidente tedesco Joachim Gauck ha abbracciato l’ambasciatore. La bandiera ucraina sventolava davanti al palazzo del Reichstag. Scholz ha detto nel suo discorso che bisogna “sostenere l’Ucraina in questa situazione disperata”. La nuova situazione richiede una risposta chiara. Pertanto, ha detto, è stato deciso che la Germania “fornirà all’Ucraina armi per difendere il paese”.
Friedrich Merz, leader del gruppo parlamentare CDU/CSU, ha assicurato al governo il sostegno della CDU e della CSU. Se Scholz vuole un “aggiornamento” completo della Bundeswehr, la CDU/CSU lo seguirà “anche contro ogni resistenza”.
Vogliono anche aiutare a riorientare la politica energetica. Allo stesso tempo, ha chiesto che i dettagli del fondo speciale siano discussi “con calma e in dettaglio”. Ha definito il presidente russo un “criminale di guerra”.
Kochefin Amira Mohamed Ali ha parlato a nome del gruppo di sinistra (Linke). Ha sottolineato che nulla può relativizzare o giustificare l’attacco russo. La sinistra, ha detto apertamente, aveva “giudicato male le intenzioni del governo russo”. Per molti aspetti, ha detto, erano d’accordo con i partiti di governo nella loro valutazione degli eventi. Tuttavia, il partito rifiuta il riarmo annunciato, così come la consegna di armi alla zona di guerra.
da Junge Welt
Fonte
Nel 2022, ci sarà un “fondo speciale” una tantum per la Bundeswehr pari a 100 miliardi di euro, ha detto il cancelliere Olaf Scholz in una sessione speciale del Bundestag.
Si tratta di più di due ulteriori bilanci annuali aggiunti all’attuale bilancio del ministero della Difesa di 46,9 miliardi di euro. I fondi sarebbero usati “per investimenti necessari e progetti di armamento”, ha detto il politico della SPD.
Inoltre, il governo vuole aumentare permanentemente la spesa annuale per la difesa a “più del due per cento del prodotto interno lordo”. Il dibattito sulla presunta incapacità della Bundeswehr di agire era stato innescato giovedì dall’ispettore dell’esercito, Alfons Mais, con l’affermazione che l’esercito era “più o meno spoglio”. Quasi tutta la stampa tedesca ha approvato questo slogan.
Scholz ha condannato con forza l’attacco russo all’Ucraina. Stiamo vivendo “una svolta nel tempo”. Ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di voler riportare indietro gli orologi all’era della politica delle grandi potenze nel XIX secolo e stabilire un “impero russo”.
Scholz non ha fatto altri commenti sui retroscena di questa guerra. Ha cercato di convincere i partecipanti alla manifestazione per la pace a seguire la rotta del governo. Ha ringraziato tutti coloro “che stanno dando l’esempio in questi giorni”. Ciò che è sostenuto da un ampio consenso sociale e politico durerà.
Nel suo discorso, Scholz ha anche annunciato la costruzione accelerata di due terminali per il gas liquido. Ha indicato come località Brunsbüttel e Wilhelmshaven. L’obiettivo è ovviamente quello di ridurre drasticamente la quota di importazioni di gas dalla Russia. Gli Stati Uniti, che si sono opposti per anni al gasdotto Nord Stream 2, sono particolarmente interessati all’esportazione di gas liquefatto.
Già sabato, Berlino aveva annunciato che avrebbe iniziato a fornire armi a una delle due parti in guerra: l’Ucraina. Domenica, questo intervento militare indiretto è stato sostenuto da una politica simbolica: molti deputati hanno salutato l’ambasciatore ucraino Andrij Melnyk, seduto nella tribuna degli ospiti, con un applauso.
L’ex presidente tedesco Joachim Gauck ha abbracciato l’ambasciatore. La bandiera ucraina sventolava davanti al palazzo del Reichstag. Scholz ha detto nel suo discorso che bisogna “sostenere l’Ucraina in questa situazione disperata”. La nuova situazione richiede una risposta chiara. Pertanto, ha detto, è stato deciso che la Germania “fornirà all’Ucraina armi per difendere il paese”.
Friedrich Merz, leader del gruppo parlamentare CDU/CSU, ha assicurato al governo il sostegno della CDU e della CSU. Se Scholz vuole un “aggiornamento” completo della Bundeswehr, la CDU/CSU lo seguirà “anche contro ogni resistenza”.
Vogliono anche aiutare a riorientare la politica energetica. Allo stesso tempo, ha chiesto che i dettagli del fondo speciale siano discussi “con calma e in dettaglio”. Ha definito il presidente russo un “criminale di guerra”.
Kochefin Amira Mohamed Ali ha parlato a nome del gruppo di sinistra (Linke). Ha sottolineato che nulla può relativizzare o giustificare l’attacco russo. La sinistra, ha detto apertamente, aveva “giudicato male le intenzioni del governo russo”. Per molti aspetti, ha detto, erano d’accordo con i partiti di governo nella loro valutazione degli eventi. Tuttavia, il partito rifiuta il riarmo annunciato, così come la consegna di armi alla zona di guerra.
da Junge Welt
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25/11/2021
Germania - Il dopo Merkel si affida ad una coalizione-semaforo
Dopo settimane di trattative ha preso forma il nuovo governo tedesco del dopo Merkel. Anche questa volta sarà un governo di coalizione, anche se la Cdu-Csu rimane fuori, e verrà sostituita da una alleanza tra i socialdemocratici della Spd, i Verdi e i Liberali.
La triade di comando vede come cancelliere Olaf Scholz della Spd, ex numero due del governo di coalizione uscente, l’ecologista Annalena Baerbock ministra degli esteri, il liberale Christian Lindner alla guida del ministero delle Finanze. Dunque la politica estera sarà nelle mani di una “Verde” filo Nato che non farà rimpiangere il bombardiere verde Joscha Fischer e l’economia nelle mani dei custodi dell’ordoliberismo tedesco. Ai Verdi andrà anche il ministro dell’Ambiente che potrebbe avere più poteri che in passato sull’economia.
Il nuovo governo giurerà sul suo insediamento il prossimo 6 dicembre. L’agenda politica di quella che viene definita Ampelkoalition (coalizione-semaforo e non più Grosse Koalition) sarà caratterizzata dagli interventi sulla transizione ecologica, legalizzazione della cannabis ed estensione del diritto di voto ai 16enni, salario minimo come già annunciato da Scholz in campagna elettorale. Il salario minimo legale potrebbe essere aumentato a 12 euro all’ora (attualmente è a 9,60 euro).
Il giornale Der Spiegel dà voce alle cautele con le quali il padronato tedesco guarda al nuovo governo. Il presidente della BDA (la Confindustria tedesca, ndr) Rainer Dulger ha elogiato l’abbandono da parte della coalizione-semaforo degli aumenti delle tasse e, contestualmente, il rispetto del freno all’indebitamento. “Purtroppo, alla Ampelkoalition è mancato il coraggio di andare oltre lo status quo per creare nuove libertà per aziende e dipendenti e rafforzare la responsabilità personale”.
Caute critiche sono arrivate anche dalla potente Camera di commercio e industria tedesca (DIHK). Il contratto di governo è stato “formato da uno spirito costruttivo per il futuro”, ha affermato il presidente della DIHK Peter Adrian. Tuttavia, ci sono ancora incertezze per la pratica commerciale. Fondamentale è soprattutto “la questione poco chiara del finanziamento di molti progetti”.
Secondo la DW, invece, alcune ONG hanno espresso una cauta approvazione dei piani del nuovo governo. Gli attivisti contro il commercio di armi hanno accolto con favore il fatto che il governo stia progettando una nuova legge sul controllo delle esportazioni, pur riservando il giudizio per vedere cosa conterrà. E i gruppi anti-lobbismo sono stati contenti di vedere alcuni piccoli ma cruciali passi verso una migliore trasparenza su chi ha accesso ai parlamentari.
Ma il nuovo governo dovrò misurarsi da subito con l’emergenza pandemica, che in Germania sta colpendo molto pesantemente, ed anche con una situazione economica niente affatto positiva, come segnalato qualche giorno proprio dalla Bundesbank.
Infine ci sono tutte le tensioni geopolitiche interne ed esterne. Sul piano interno all’Unione Europea, la Germania dovrà decidere come e se adeguarsi al ritmo di marcia impresso dalla Francia di Macròn sull’autonomia strategica e la politica militare comune.
Sul fronte esterno la Germania dovrà decidere se arruolarsi alla nuova Guerra Fredda – e alle guerre ibride che ne derivano – contro la Russia scatenata dagli Usa e dalla Nato. L’aumento delle spese militari già avviato da giugno non promette nulla di buono. Si tratta di verificare se è un tributo al pressing degli Stati Uniti nella Nato o un viatico per i progetti di esercito europeo perseguiti dalla Francia.
Fonte
La triade di comando vede come cancelliere Olaf Scholz della Spd, ex numero due del governo di coalizione uscente, l’ecologista Annalena Baerbock ministra degli esteri, il liberale Christian Lindner alla guida del ministero delle Finanze. Dunque la politica estera sarà nelle mani di una “Verde” filo Nato che non farà rimpiangere il bombardiere verde Joscha Fischer e l’economia nelle mani dei custodi dell’ordoliberismo tedesco. Ai Verdi andrà anche il ministro dell’Ambiente che potrebbe avere più poteri che in passato sull’economia.
Il nuovo governo giurerà sul suo insediamento il prossimo 6 dicembre. L’agenda politica di quella che viene definita Ampelkoalition (coalizione-semaforo e non più Grosse Koalition) sarà caratterizzata dagli interventi sulla transizione ecologica, legalizzazione della cannabis ed estensione del diritto di voto ai 16enni, salario minimo come già annunciato da Scholz in campagna elettorale. Il salario minimo legale potrebbe essere aumentato a 12 euro all’ora (attualmente è a 9,60 euro).
Il giornale Der Spiegel dà voce alle cautele con le quali il padronato tedesco guarda al nuovo governo. Il presidente della BDA (la Confindustria tedesca, ndr) Rainer Dulger ha elogiato l’abbandono da parte della coalizione-semaforo degli aumenti delle tasse e, contestualmente, il rispetto del freno all’indebitamento. “Purtroppo, alla Ampelkoalition è mancato il coraggio di andare oltre lo status quo per creare nuove libertà per aziende e dipendenti e rafforzare la responsabilità personale”.
Caute critiche sono arrivate anche dalla potente Camera di commercio e industria tedesca (DIHK). Il contratto di governo è stato “formato da uno spirito costruttivo per il futuro”, ha affermato il presidente della DIHK Peter Adrian. Tuttavia, ci sono ancora incertezze per la pratica commerciale. Fondamentale è soprattutto “la questione poco chiara del finanziamento di molti progetti”.
Secondo la DW, invece, alcune ONG hanno espresso una cauta approvazione dei piani del nuovo governo. Gli attivisti contro il commercio di armi hanno accolto con favore il fatto che il governo stia progettando una nuova legge sul controllo delle esportazioni, pur riservando il giudizio per vedere cosa conterrà. E i gruppi anti-lobbismo sono stati contenti di vedere alcuni piccoli ma cruciali passi verso una migliore trasparenza su chi ha accesso ai parlamentari.
Ma il nuovo governo dovrò misurarsi da subito con l’emergenza pandemica, che in Germania sta colpendo molto pesantemente, ed anche con una situazione economica niente affatto positiva, come segnalato qualche giorno proprio dalla Bundesbank.
Infine ci sono tutte le tensioni geopolitiche interne ed esterne. Sul piano interno all’Unione Europea, la Germania dovrà decidere come e se adeguarsi al ritmo di marcia impresso dalla Francia di Macròn sull’autonomia strategica e la politica militare comune.
Sul fronte esterno la Germania dovrà decidere se arruolarsi alla nuova Guerra Fredda – e alle guerre ibride che ne derivano – contro la Russia scatenata dagli Usa e dalla Nato. L’aumento delle spese militari già avviato da giugno non promette nulla di buono. Si tratta di verificare se è un tributo al pressing degli Stati Uniti nella Nato o un viatico per i progetti di esercito europeo perseguiti dalla Francia.
Fonte
04/10/2021
Elezioni federali tedesche 2021, un’analisi dall’interno
Come Contropiano abbiamo offerto un commento alle elezioni parlamentari tedesche, prima “a caldo”, quando i risultati non erano ancora definitivi, e poi una ricognizione più ragionata, potendo accedere ai dati definitivi e alle stime sulla distribuzione geografica del voto, le sue fasce anagrafiche, ed i travasi degli elettori.
La Germania si afferma come un sistema multipartitico con una cordone sanitario nei confronti dell’estrema destra dell’AFD – ormai con un consolidato consenso specie ad Est – ed una marginalizzazione della “sinistra radicale” della Die Linke, in drastico calo.
In realtà, la parte più a destra dei Conservatori, soprattutto ad Est, non è sorda alle sirene di una alleanza con l’AFD e non è detto che tale ipotesi non si affacci in futuro come extrema ratio, considerato che nella variegata famiglia europea dei Popolari l’alleanza con l’estrema destra è già abbondantemente praticata e sdoganata.
In più, come ricorda Kahrs parlando dei leader della CDU. «Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centrosinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i ‘rossi’, la CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD».
Ma questa ipotesi non si è verificata, più a causa della deludente performance di Die Linke che per una volontà contraria da parte della dirigenza della CDU, non certo per una sorta di credo “anti-populista”, come blaterano gli opinion maker di casa nostra.
Questo voto è stato caratterizzato da una forte affluenza alle urne e dal voto per corrispondenza, l’estrema incertezza dei votanti rispetto alle scelte da fare e la grande volatilità del voto, che ha prodotto paradossalmente un risultato per cui i partiti, ed i loro gruppi parlamentari, ridiventano il centro gravitazionale della decisione sulla futura coalizione governativa, qualunque essa sia, e che può trarre ispirazione dalle differenti combinazioni attuate a livello di Stati Federali.
Il successo, molto relativo, della SPD è interpretabile anche come un parziale recupero di voti dei tradizionali votanti socialdemocratici in là con l’età, che avevano sostenuto la Merkel, grazie anche all’abile rivendicazione dell’eredità della cancelleria da parte di Olaf Scholz e nel sapere catalizzare il “voto utile” da parte anche di ex elettori della Die Linke, strizzando l’occhio a misure più progressiste che verrebbero azzerate (o quasi) in caso di governo con i Liberi Democratici.
È chiaro che la parte del leone la faranno i Verdi e proprio i liberal-liberisti della FDL.
Una parte degli elettori che avevano in cima alle proprie preoccupazioni il cambiamento climatico – la preoccupazione della maggioranza dei votanti – ha preferito dare il voto alla traduzione “centrista” dell’istanza, nonostante la rassicurante affidabilità che l’attuale dirigenza dei Die Grünen ha garantito all’establishment.
E questo la dice lunga sull’aspirazione alla “stabilità” della propria popolazione, nonostante gli evidenti disastri ambientali che hanno colpito il territorio tedesco.
L’FDP, il partito del rigore di bilancio e della rigidità fiscale, di cui gli elettori condividono molte preoccupazioni simili a quello conservatore, sarà probabilmente l’ago della bilancia e detterà la linea su alcuni aspetti della politica economica in senso fortemente ordo-liberista.
La coalizione che andrà al governo dovrà affrontare una serie di questioni, in parte ricordate nell’articolo che abbiamo tradotto, insieme ad altre, in un quadro in evoluzione.
Il rapporto economico con la Russia, che alimenta ed alimenterà il fabbisogno energetico tedesco anche grazie al completamento del Nord Stream 2, e la dipendenza delle esportazioni verso la Cina, costantemente in crescita a livello percentuale (circa l’8% di quelle complessive nel 2020), sono due dati strutturali che cozzano frontalmente con il clima da “Nuova Guerra Fredda” che gli USA vorrebbero imporre ai propri alleati atlantici contro quelle due potenze.
La concorrenza nel settore digitale, ed in generale dell’innovazione, vede la Germania indietro rispetto agli investimenti attuati da altri Paesi. Sebbene sia la quarta economia del mondo, il Global Innovation Index Ranking la dà solo al decimo posto in questo settore strategico; una posizione che dovrà essere colmata pena la perdita del suo status economico.
Questa esigenza stride con l’imposizione della rigidità fiscale, se si vuole mantenere una spesa sociale che bilanci la polarizzazione, universalmente percepita, e che legittimi l’azione delle élite politiche di fronte ai propri elettori.
Un altro aspetto critico è quello della concorrenza nel mercato mondiale dell’auto elettrica, e le sue ricadute occupazionali.
Il livello di capitalizzazione delle tre maggiori produttrici di auto tedesche (Volkswagen, Mercedes-Daimler e BMW) è inferiore ai 200 miliardi di dollari, un quarto dei 766 miliardi di Tesla.
Il settore auto impiega direttamente in Germania più di 800mila addetti, e circa ¼ di questi posti lavoro potrebbero andare persi in seguito alla ristrutturazione produttiva imposta dall’elettrico (tutta la motoristica scomparirebbe).
Per il Sistema-Paese si tratta di trovare una difficile quadratura del cerchio: come essere competitivi, senza perdere la pace sociale o gravare i conti dello stato con più di 200 mila disoccupati in più?
Vi sono poi alcuni nodi che la politica tedesca non ha affrontato nel campo delle scelte strategiche, ma che saranno nell’agenda del governo a venire: politica energetica, il futuro dell’Unione Monetaria e della Difesa Europea, la riforma delle pensioni, ecc.
Un quadro complesso, quindi, che moltiplica le criticità dell’azione di governo tedesca all’interno, così come la governance del processo di integrazione europeo, fin qui nelle sue mani.
Buona lettura
In realtà, la parte più a destra dei Conservatori, soprattutto ad Est, non è sorda alle sirene di una alleanza con l’AFD e non è detto che tale ipotesi non si affacci in futuro come extrema ratio, considerato che nella variegata famiglia europea dei Popolari l’alleanza con l’estrema destra è già abbondantemente praticata e sdoganata.
In più, come ricorda Kahrs parlando dei leader della CDU. «Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centrosinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i ‘rossi’, la CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD».
Ma questa ipotesi non si è verificata, più a causa della deludente performance di Die Linke che per una volontà contraria da parte della dirigenza della CDU, non certo per una sorta di credo “anti-populista”, come blaterano gli opinion maker di casa nostra.
Questo voto è stato caratterizzato da una forte affluenza alle urne e dal voto per corrispondenza, l’estrema incertezza dei votanti rispetto alle scelte da fare e la grande volatilità del voto, che ha prodotto paradossalmente un risultato per cui i partiti, ed i loro gruppi parlamentari, ridiventano il centro gravitazionale della decisione sulla futura coalizione governativa, qualunque essa sia, e che può trarre ispirazione dalle differenti combinazioni attuate a livello di Stati Federali.
Il successo, molto relativo, della SPD è interpretabile anche come un parziale recupero di voti dei tradizionali votanti socialdemocratici in là con l’età, che avevano sostenuto la Merkel, grazie anche all’abile rivendicazione dell’eredità della cancelleria da parte di Olaf Scholz e nel sapere catalizzare il “voto utile” da parte anche di ex elettori della Die Linke, strizzando l’occhio a misure più progressiste che verrebbero azzerate (o quasi) in caso di governo con i Liberi Democratici.
È chiaro che la parte del leone la faranno i Verdi e proprio i liberal-liberisti della FDL.
Una parte degli elettori che avevano in cima alle proprie preoccupazioni il cambiamento climatico – la preoccupazione della maggioranza dei votanti – ha preferito dare il voto alla traduzione “centrista” dell’istanza, nonostante la rassicurante affidabilità che l’attuale dirigenza dei Die Grünen ha garantito all’establishment.
E questo la dice lunga sull’aspirazione alla “stabilità” della propria popolazione, nonostante gli evidenti disastri ambientali che hanno colpito il territorio tedesco.
L’FDP, il partito del rigore di bilancio e della rigidità fiscale, di cui gli elettori condividono molte preoccupazioni simili a quello conservatore, sarà probabilmente l’ago della bilancia e detterà la linea su alcuni aspetti della politica economica in senso fortemente ordo-liberista.
La coalizione che andrà al governo dovrà affrontare una serie di questioni, in parte ricordate nell’articolo che abbiamo tradotto, insieme ad altre, in un quadro in evoluzione.
Il rapporto economico con la Russia, che alimenta ed alimenterà il fabbisogno energetico tedesco anche grazie al completamento del Nord Stream 2, e la dipendenza delle esportazioni verso la Cina, costantemente in crescita a livello percentuale (circa l’8% di quelle complessive nel 2020), sono due dati strutturali che cozzano frontalmente con il clima da “Nuova Guerra Fredda” che gli USA vorrebbero imporre ai propri alleati atlantici contro quelle due potenze.
La concorrenza nel settore digitale, ed in generale dell’innovazione, vede la Germania indietro rispetto agli investimenti attuati da altri Paesi. Sebbene sia la quarta economia del mondo, il Global Innovation Index Ranking la dà solo al decimo posto in questo settore strategico; una posizione che dovrà essere colmata pena la perdita del suo status economico.
Questa esigenza stride con l’imposizione della rigidità fiscale, se si vuole mantenere una spesa sociale che bilanci la polarizzazione, universalmente percepita, e che legittimi l’azione delle élite politiche di fronte ai propri elettori.
Un altro aspetto critico è quello della concorrenza nel mercato mondiale dell’auto elettrica, e le sue ricadute occupazionali.
Il livello di capitalizzazione delle tre maggiori produttrici di auto tedesche (Volkswagen, Mercedes-Daimler e BMW) è inferiore ai 200 miliardi di dollari, un quarto dei 766 miliardi di Tesla.
Il settore auto impiega direttamente in Germania più di 800mila addetti, e circa ¼ di questi posti lavoro potrebbero andare persi in seguito alla ristrutturazione produttiva imposta dall’elettrico (tutta la motoristica scomparirebbe).
Per il Sistema-Paese si tratta di trovare una difficile quadratura del cerchio: come essere competitivi, senza perdere la pace sociale o gravare i conti dello stato con più di 200 mila disoccupati in più?
Vi sono poi alcuni nodi che la politica tedesca non ha affrontato nel campo delle scelte strategiche, ma che saranno nell’agenda del governo a venire: politica energetica, il futuro dell’Unione Monetaria e della Difesa Europea, la riforma delle pensioni, ecc.
Un quadro complesso, quindi, che moltiplica le criticità dell’azione di governo tedesca all’interno, così come la governance del processo di integrazione europeo, fin qui nelle sue mani.
Buona lettura
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L’elezione del ventesimo Parlamento della Germania, il Bundestag, ha segnato la fine della cancelleria di Angela Merkel, durata ben 16 anni.
Insieme alla sua amministrazione, è arrivato a compimento anche lo sconvolgimento del sistema dei partiti: infatti, i Social Democratici della SPD, i Cristiani Democratici e il loro partito gemello, l’Unione dei Social Cristiani, rispettivamente CDU e CSU – ultimi “partiti vecchio stile del popolo” rimasti – non riescono più a superare la soglia del 30 percento e aspirare ad un ruolo dominante nel governo. Il sistema dei partiti si è ampliato.
Come ci si poteva aspettare, dopo le recenti elezioni, il partito antidemocratico Alternative für Deutschland (AfD) ha consolidato la sua posizione. Finora erano presenti diversi partiti democratici, impegnati contro una forza politica che ignora ripetutamente le leggi costituzionali per innestare conflitti politici di interesse. Quanto resisterà questa barricata contro gli antidemocratici dipende da CDU e CSU.
In terzo luogo, la cancelleria Merkel delinea la fine di una decade di riluttante “ritorno dello Stato”. Nei vari scenari di crisi, dal 2008 in poi, lo stato tedesco si è posto come un’autorità salvatrice e protettiva dalle catastrofi (generate dalla mano dell’uomo) naturali e del commercio.
Dall’inizio della crisi da COVID-19 è diventato chiaro a tutti che le istituzioni pubbliche, come anche gli stati, hanno bisogno di modernizzarsi. Il nuovo governo dovrà decidere che piega far prendere alla trasformazione del “capitalismo verde”: se con piena fiducia nelle “illimitate” capacità del mercato, oppure guidata dagli investimenti e dalle regole imposte da uno stato democratico moderno? I risultati delle elezioni indicano che non c’è una strada prediletta dalla popolazione.
È probabile che il prossimo governo federale venga guidato da tre partiti o quattro (escludendo CDU e CSU nel primo caso, includendoli nel secondo). Il candidato per la cancelleria del CDU, Armin Laschet, ha suggerito già la notte delle elezioni che nuovi modelli di governo, come il “modello austriaco” (coalizione tra conservatori e Verdi), potrebbero avere il loro peso.
Dopo l’era Merkel gli equilibri di potere in Germania saranno ribaltati. La trasformazione in un sistema multipartitico sembra essersi completata, con tre partiti che vincono il 15-25 percento e diversi altri che guadagnano il 5-10 percento (senza escludere la possibilità che emergano nuovi partiti e spariscano i vecchi). Incertezza e mutevolezza continuano a crescere tra i votanti tedeschi.
Partecipazione elettorale e circostanze straordinarie
Complessivamente, l’affluenza è stata lievemente più alta rispetto al 2017. Il numero indefinito di voti ha ovviamente incoraggiato la partecipazione. Sembra che l’SPD abbia eccelso nella mobilitazione dei non votanti. C’erano lunghe file fuori dai seggi elettorali, nonostante il record storico delle votazioni per posta.
Le circostanze in cui i votanti hanno deciso la composizione del Bundestag sono per molti aspetti rilevanti rispetto a quelle delle precedenti elezioni. Particolarmente importanti sono le conseguenze della pandemia e le restrizioni legate a questa, che hanno stravolto la routine quotidiana e promosso l’isolamento sociale.
Dopo la terza ondata, il desiderio di stabilità e sicurezza ha avvolto la società tedesca. In molti stanno facendo fatica a tornare alla normalità, ed hanno percepito la stessa campagna come un evento “distante ed astratto”, come l’ha definita Stephan Grünewald del Rheingold Institute.
Queste elezioni sono state caratterizzate da diversi fattori:
- il cancelliere uscente non è andato alla caccia di una rielezione. Dunque, era chiaro che almeno in termini di gestione ci sarebbe stato un nuovo inizio. L’elezione è girata intorno al quesito di quanto sarebbe stato ingente questo “nuovo inizio”.
- Per la prima volta non erano due, ma bensì tre le persone a compere per la cancelleria. Solamente Annalena Baerbock dei Verdi veniva dall’opposizione, mentre gli altri due candidati, Olaf Scholz ed Armin Laschet, rappresentavano la coalizione che ha governato la Germania duranti gli ultimi otto anni.
- Durante l’ultima settimana di elezioni, nessun partito prevaleva totalmente sugli altri. Per la prima volta dal 2005 è stato impossibile prevedere chi avrebbe vinto. Questo è un chiaro indizio del cambiamento nell’organizzazione dei partiti.
- Per la prima volta nella storia del dopoguerra, una coalizione con tre partiti è l’esito più probabile delle elezioni. Sono state testate quattro forme di coalizioni tripartitiche all’interno di stati federali, e tutte sembrano possibili.
- Data la molteplicità di opzioni, è cambiato il carattere delle elezioni: l’elezione serviva a decidere la composizione del Bundestag, non il governo. Saranno i partiti ed i gruppi parlamentari a decidere chi governerà il paese. Ciò rinforza un aspetto della democrazia parlamentare che il presidente federale si è sentito costretto ad enfatizzare a seguito della scorsa elezione: i partiti sono obbligati a formare un governo dopo le elezioni.
Riorganizzazione del Centro
I Cristian Democratici e la loro controparte bavarese hanno ottenuto il peggior risultato della loro storia. Il CDU è sceso sotto il 20 percento (con il 18.9 percento), mentre il CSU ha superato a malapena la soglia per entrare in parlamento (con il 5,2 percento), totalmente sconfitte dal SPD per la prima volta dal 2002. I due partiti CDU/CSU non solo hanno proposto candidati non in grado di far avanzare il partito, ma hanno anche perso credibilità di fronte all’elettorato negli ultimi mesi e anni.
Nonostante ciò, la loro elezione è stata inaspettata rispetto ai pochi voti ricevuti – probabilmente grazie alla mobilitazione dei loro sostenitori più fedeli, terrorizzati all’idea di una “svolta a sinistra”. Avendo previsto questa dinamica, i leader politici di questi partiti hanno rivendicato la vittoria la sera stessa delle elezioni.
Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centro sinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i “rossi”, il CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD.
Se riuscissero a trovare un accordo di governo con Verdi e FDP, CDU e CSU potrebbero ancora mantenere la cancelleria. Inoltre, è necessario che il cancelliere torni ad essere cristiano democratico, per alimentare il conflitto interno del partito ripetutamente messo in scena fino alle ultime elezioni del Bundestag, tenuto sotto controllo quanto bastava per evitare l’imminente disgregazione del partito. Dall’altra parte però, lo scontro rispetto alla linea strategica per il futuro era inevitabile.
L’SPD è il vero vincitore di queste elezioni. Olaf Scholz può aspirare alla carica da cancelliere e formare un governo di maggioranza. È impressionante – rispetto alle scorse tre elezioni – l’implementazione della strategia del SPD. Negli stati dell’est della Germania, l’SPD è chiaramente favorito rispetto al CDU. Ha riscosso il maggiore successo a Brandeburgo con il 29,5 percento. È il secondo partito, dietro all’AfD nella Turingia, con il 23,4 percento, ed in Sassonia con il 19,3 percento.
Il partito Socialdemocratico ha adottato fin da subito una strategia offensiva che ha mantenuto nonostante tutte le previsioni negative. Quando un anno fa Olaf Scholz ha annunciato la sua candidatura a cancelliere, i sondaggi riportavano l’SPD come nettamente sfavorito rispetto a CDU/CSU e Verdi. In molti si sono chiesti: come mai il partito aveva bisogno di un candidato alla cancelleria, se non per il proprio ego? Con chi potrebbe Scholz formare un governo?
L’SPD però, è stato l’unico partito a capire già in fase iniziale cosa avrebbero significato le dimissioni di Angela Merkel. Come ho scritto a settembre dello scorso anno, “se l’SPD vuole espandersi ed entrare effettivamente nella cancelleria, deve conquistare più elettori che preferiscano votare per Scholz piuttosto che per la CDU“.
Il fatto che altre crisi – il disastro delle inondazioni, gli incendi boschivi e il ritiro dell’Afghanistan – siano state virulente in prossimità delle elezioni potrebbe aver ulteriormente rafforzato lo slancio del “quasi-incombente”.
Politicamente, Olaf Scholz ha fatto affidamento sulla riconquista dei sostenitori socialdemocratici della Merkel con tre temi, tutti concreti e che potevano servire da schermo per tutti i tipi di proiezioni: “rispetto” e “dignità” per le persone che lavorano sodo, un aumento significativo del salario minimo insieme a moderati aumenti delle tasse per le persone che “guadagnano tanto quanto me o più”, e una politica industriale rispettosa del clima.
Cosa può ottenere un cancelliere SPD ed in quale costellazione politica e cosa Olaf Scholz rappresenta “veramente”, sono questioni aperte al dibattito. Ciò che è indiscutibile, tuttavia, è che è riuscito a dare alla SPD ciò di cui il suo partito aveva più urgente bisogno dopo una lunga fase di declino: la prospettiva di poter vincere e prendere di nuovo decisioni strategiche. Resta da vedere quanto questo durerà oltre il giorno delle elezioni.
I Verdi possono celebrare uno storico successo elettorale – il loro miglior risultato in un’elezione federale di sempre – anche se sono stati ben al di sotto delle aspettative, alimentate dai buoni numeri dei sondaggi fino all’inizio dell’estate.
Con ogni probabilità, faranno parte del prossimo governo federale e potrebbero avere a che fare con Christian Linder come ministro delle finanze, che non solo è impegnato a mantenere lo “zero nero” (un bilancio federale in pareggio) senza aumentare le tasse, ma ha anche una comprensione fondamentalmente diversa del ruolo dello stato nella vita pubblica.
Per molto tempo, i Verdi sono stati in cima ai sondaggi. Allo stesso tempo, l’esperienza ha insegnato che più si avvicinava il giorno delle elezioni, più gli elettori si sono chiesti se sono davvero d’accordo con i cambiamenti che i Verdi hanno proposto e come hanno pianificato di attuarli.
I Verdi, con la loro immagine di partito ambientalista e climatico, sono stati in più occasioni politicamente graditi, ma quando è arrivato il momento di impegnarsi nelle loro politiche, gli indici di approvazione sono diminuiti. Se i sondaggi devono essere creduti, non sono gli elettori più giovani ma quelli più anziani che tendono a optare per la trasformazione più rilassata verso il capitalismo verde con la CDU o l’SPD.
I sondaggi indicano che una netta maggioranza della popolazione è aperta al cambiamento quando si tratta di politica climatica, senza dubbio a vari livelli. Ma ciò che travolge e disturba molti è la sensazione che, come consumatori e cittadini, solo loro dovrebbero essere responsabili di evitare la catastrofe climatica.
Al di là delle linee di partito, si è parlato di responsabilità personale in molte aree della società per decenni. La paura di essere spinti in una spirale così sovraccarica dalle politiche dei Verdi, porta molte persone il cui umore politico è più o meno rispettoso del clima e verde, a votare altrove.
Consolidamento a destra, Catastrofe a sinistra
Die Linke ha ottenuto un risultato disastroso. Lontano dal suo obiettivo di un risultato a due cifre e dalla partecipazione al governo, con il 4,9% non è riuscito a raggiungere la soglia per entrare in parlamento e ha perso oltre 2 milioni di voti, quasi la metà del suo voto del 2017. Secondo le stime preliminari di Infratest dimap, ancora una volta, circa la metà dei voti persi è andata ai suoi due partner di coalizione, l’SPD e i Verdi.
Tuttavia, poiché il partito è stato in grado di difendere tre mandati diretti a Lipsia (Sören Pellmann) e Berlino (Gesine Lötzsch e Gregor Gysi), dopo tutto entrerà nel Bundestag con un gruppo e i diritti parlamentari presumibilmente limitati, grazie alla “clausola del mandato di base”. Il caso peggiore in assoluto è stato quindi evitato per un pelo.
Nei cinque stati della Germania orientale, Die Linke ha ottenuto risultati a due cifre solo in Turingia (11,4%) e Meclemburgo-Pomerania occidentale (11,1%). Nel Brandeburgo, con l’8,5 per cento, è addirittura dietro i Verdi (9,0 per cento). La media per tutti e cinque gli stati era solo del 9,8%.
Sono prevedibili dure lotte interne al partito sulla direzione futura. In superficie, le debolezze tattiche possono essere lette come ragioni per il risultato elettorale. In realtà, queste debolezze tattiche elettorali sono solo la conseguenza di problemi più profondi e persistenti debolezze strategiche.
Come la CDU, anche Die Linke non è stata in grado di cambiare la sua leadership in tempo per le elezioni a causa della pandemia. Così, la nuova direzione del partito non ha avuto il tempo di stabilire i propri accenti positivi e quindi distinguersi.
Dal crollo del governo di minoranza di Hannelore Kraft nella Renania Settentrionale-Vestfalia e dal successivo fallimento di Die Linke nel vincere la rielezione al parlamento statale nel 2012, il partito si è trovato di fronte al compito di sviluppare una strategia degna di questo nome.
Le strategie sono rivolte a orizzonti temporali a medio termine. Includono promesse elettorali programmatiche su principi politici generali e normativi, risposte a domande su quale ruolo dovrebbe svolgere la massimizzazione del voto e/o il potere contrattuale politico e quali promesse elettorali possono essere soddisfatte dato l’equilibrio di forze tra i diversi partiti.
Tali considerazioni probabilmente non mancano in Die Linke, al contrario. Ciò che manca, tuttavia, è un centro strategico che possa radunare gli attivisti del partito dietro una strategia che consenta loro di convincere gli elettori a sostenere il programma del partito. Questo è il compito che la leadership del partito dovrà svolgere nei prossimi due anni: riconoscere e lavorare attraverso gli “errori degli ultimi anni” e “riqualificare il partito”, come ha dichiarato domenica sera la co-presidente del partito Susanne Hennig-Wellsow.
I Liberi Democratici (FDP) entrano nel nuovo Bundestag con un solido risultato a due cifre. Ancora una volta, devono la propria vittoria a una campagna incentrata sul leader del partito Christian Lindner. È sorprendente che gli elettori attribuiscano al partito una notevole competenza nella “digitalizzazione”, in particolare i giovani elettori (maschi).
Allo stesso tempo, una piccola “ala” social-liberale è emersa negli ultimi anni come antitesi a una comprensione dello stato e della libertà che Christian Lindner promuove: lo stato come un mostro burocratico che deve essere ridotto e domato.
L’FDP è riuscito a presentarsi come una voce della società civile moderata critica delle misure introdotte contro la pandemia. Nel far ciò, ha oltrepassato la sottile linea rossa tra i diritti civili liberal democratici e il risentimento libertario contro lo stato che considera tutte le attività dello stato come una minaccia nei confronti delle libertà del libero mercato.
Tuttavia, l’FDP di Lindner ha approfittato principalmente della debolezza della CDU/CSU e della forza della SPD: la CDU/CSU non sembrava più forte abbastanza da poter nominare un cancelliere in un’alleanza a due partiti (con i Verdi), mentre l’SPD si è rafforzata talmente tanto nei voti da poter nominare un cancelliere in un’alleanza a tre partiti.
In entrambi i casi, L’FDP giocherà un ruolo centrale: assieme ai Verdi, potrebbe far nominare Armin Laschet cancelliere e prevenire un “governo di sinistra” con a capo Olaf Scholz. Era da un po’ di tempo che al partito del libero mercato non veniva data così tanta importanza dopo un’elezione. Lindner ha spinto su ciò chiedendo per sé il posto da ministro delle finanze. Nel 2021, è meglio governare male che non farlo proprio.
Con pochi voti persi, l’AfD entra nel Bundestag per la seconda volta. Non sarà probabilmente più il più grande partito d’opposizione, a meno che SPD e CDU/CSU non formino un governo di coalizione di nuovo. In Turingia, dove il partito è guidato dall’estremista di destra Bjorn Hocke, è diventato il primo partito con il 24% (e 5 seggi diretti), così come in Sassonia con il 24,6% (e 10 seggi). In tre altri stati tedeschi dell’Est, i suoi risultati sono tra il 18 e il 19,6%.
I risultati dell’AfD, assieme ai risultati delle elezioni statali, che hanno permesso un ritorno nelle istituzioni parzialmente più debole, dimostrano che il partito si è finalmente cementato nel sistema elettorale ed ha una base elettorale.
Questo elettorato di base sembra essere collegato, in molte regioni del paese, alla formazioni di ambienti politici propri, che, chiudendosi al flusso delle informazioni sui social e al dibattito pubblico, ha creato dei propri canali informativi, convinzioni di gruppo e realtà.
Dopo le elezioni del Bundestag, il partito deciderà il proprio percorso futuro: la trasformazione in un partito parlamentare che cerca di diventare parte di un blocco conservatore, o continuare con un movimento spinto contro ogni forma di politica statale come mezzo per la radicalizzazione e l’ostilità nei confronti della democrazia.
Quando agli elettori è stato chiesto il giorno delle elezioni di cosa fossero “preoccupati”, gli sono stati dati una serie di questioni che si dividevano chiaramente lungo la faglia dei partiti: la preoccupazione secondo cui troppi immigrati stessero arrivando in Germania era condivisa dagli elettori dell’FDP e dell’AfD; l’idea che l’Islam abbia troppa influenza era condivisa dalla maggioranza degli elettori dell’AfD e un po’ meno da quelli dell’FDP e della CDU/CSU e anche in parte da quelli dell’SPD.
Preoccupazioni riguardo gli standard di vita erano concentrate principalmente tra gli elettori dell’AfD, così come l’idea che la Germania stesse cambiando troppo. Preoccupazioni riguardo il cambiamento climatico erano condivise dagli elettori della Linke fino a quelli della CDU ed era di poco prominente tra quelli della FDP ma non più tra quelli dell’AfD.
Nonostante il dibattito riguardo le crescenti divisioni sociali tra ricchi e poveri e le minacce al centro politico, la maggioranza degli elettori pensano che le cose siano “più giuste” che ingiuste in Germania. Più dei ⅔ degli elettori della CDU, dei Verdi e dell’FDP erano di questa opinione, assieme a una sottile maggioranza di quelli dell’SPD. Solo i sostenitori della Linke e dell’AfD vedono le cose in maniera radicalmente differente. Un futuro governo federale, dominato dalla CDU o dalla SPD, sarebbe un governo i cui sostenitori considerano l’attuale situazione sociale come “abbastanza giusta”.
La situazione però è differente quando si parla di distribuzione della ricchezza. Il 77% degli elettori, che va da un minimo del 57% tra quelli della CDU e un 96% di quelli della Linke, dice che la ricchezza economica non è distribuita equamente. Com’è possibile che solo il 45% degli elettori (tra cui il 19% di quelli della CDU) pensano che le cose siano ingiuste in Germania, ma il 77% di loro (tra il 57% di quelli della CDU) dicono che la ricchezza sia mal distribuita? Ricchezza non redistribuita non scuote la visione secondo cui l’ordine sociale sia giusto (e quindi legittimo).
Queste contraddizioni apparenti nella coscienza di tutti i giorni continuano quando viene chiesto all'elettorato se volesse vedere qualche “cambiamento di sistema” (51%), un “cambiamento fondamentale” (40%), o che “tutto rimanga essenzialmente com’è” (6%), per il futuro del Paese. Mentre il 21% in più vorrebbe vedere un “cambiamento fondamentale” rispetto al 2017, questo tema è allo stesso livello del 1998 e del 2009, ma più basso del 2005.
Attualmente, il desiderio per un cambiamento fondamentale è polarizzato fortemente lungo le linee di divisione politiche: i sostenitori della Linke, dei Verdi e dell’AfD vorrebbero che questo accadesse per più dei ⅔ ma solo una minoranza degli elettori degli altri partiti.
Comunque, le ragioni di queste decisioni elettorali non sono da ritrovarsi in queste visioni, preoccupazioni e desideri necessariamente. Secondo Infratest, il 48% degli elettori dell’SPD dicono che senza Olaf Scholz non avrebbero votato il partito. Questo corrisponde più o meno ai sondaggi di fine 2020/inizio 2021.
Aldilà di chi finirà per formare il prossimo governo in Germania, dovrà affrontare una serie di problemi che sono stati trattati come elefanti nella stanza durante la campagna elettorale:
- rifugiati e immigrazione: l’immigrazione di lavoratori (professionisti), la loro integrazione, e il loro status legale stanno prorompendo sempre di più nel dibattito politico alla luce della struttura di età della forza lavoro domestica, dell’immigrazione nel mercato del lavoro e la politica sui rifugiati mai risolta.
- La democrazia come stile di vita: i toni sempre più accesi della politica di tutti i giorni e le minacce a politici locali fino ad arrivare a insinuare omicidi mettono in pericolo la risoluzione del conflitto democratico nella società e, assieme a bolle di comunicazione identitaria, promuovo esclusione reciproca invece che compromessi. Il principio democratico e deliberativo secondo cui l’avversario potrebbe aver ragione è sempre meno condiviso, e si stanno abbandonando le basi per un dibattito democratico e il riconoscimento di una realtà comune.
- Il futuro delle pensioni e il finanziamento del welfare: la generazione dei baby boomer ha appena iniziato ad andare in pensione. In connessione con l’avanzamento della digitalizzazione nel mondo del lavoro da una parte e la politica sul clima dall’altra, i conflitti lungo l’asse temporale “per oggi/per dopodomani” arriveranno ad un apice. In altre parole, sempre più cittadini dovranno essere convinti da progetti politici nei prossimi dieci anni, dei cui frutti non gusteranno mai il sapore.
- L’Europa e l’Unione Europea come contesto per l’azione: non ci sono opinioni discordanti al fatto che problemi centrali quali i rifugiati e le migrazioni, l’energia e la politica climatica, e l’infrastruttura pubblica digitale possono essere risolti solo all’interno del contesto europeo. Ma questioni centrali nel futuro sviluppo dell’Unione Europea – una comunità di investimenti, un’unione di trasferimenti, la politica di contrattazione collettiva europea etc – sono state evitate nella campagna elettorale.
- La politica estera tedesca: il dibattito sulle lezioni da imparare dalla guerra della NATO in Afghanistan (con un mandato ONU) con la partecipazione della Germania è stato posticipato, nonostante sia ovvio che gli Stati Uniti manterranno la propria attitudine stravolta riguardo la NATO, iniziata sotto Obama e inasprita sotto Trump, così come sotto l’attuale presidente Biden. Cosa significa questo per il ruolo della Germania nel mondo e per la politica estera strategica della Germania?
Il governo futuro avrà subito il compito di tirar fuori riforme importanti per i prossimi quattro anni, il che avrà ripercussioni sugli standard di vita tra 20 o 30 anni. Perfino se queste questioni saranno affrontate coraggiosamente, non c’è nulla che possa suggerire che il bilancio politico del potere si stabilizzerà sotto condizioni intensificate di trasformazione. Infatti, è possibile che il prossimo governo sia semplicemente un governo di transizione.
Fonte
20/09/2021
Germania - I socialdemocratici “virano a sinistra”
Notiziona: i socialdemocratici tedeschi (elezioni politiche il prossimo 23 settembre) propongono come ricetta per uscire dalla crisi del Covid:
1) la fine dell’austerity;
2) una tassa patrimoniale sui super-ricchi;
3) l’aumento del salario minimo a 12 euro.
E così attuale ministro delle Finanze e candidato cancelliere, Olaf Scholz, vola nei sondaggi – tanto da aver superato i conservatori – e si è intestato la battaglia.
Invece, in Italia, abbiamo un capo del governo garante dell’austerity, dei trattati UE, del “libero mercato” e della finanza internazionale, che non ha nemmeno preso in considerazione l’idea di fare una tassa sui patrimoni che, peraltro, era già stata bocciata durante il governo Conte con 19 sì, 6 astenuti e 462 contrari.
Una maggioranza bulgara con cui la Camera aveva seppellito l’ultimo tentativo di inserire la patrimoniale nella legge di bilancio anche come pura espressione d’intenti: si trattava, infatti, di un ordine del giorno – atto di indirizzo privo di effetti immediati – che impegnava il governo “ad inserire in prossimi provvedimenti legislativi una riforma delle imposte patrimoniali vigenti”.
Mentre fu proprio il segretario della CGIL Landini, insieme agli altri due beccamorti di Cisl e Uil, ad alzare le barricate contro la stessa possibilità che venisse approvata, nel nostro paese, una legge che introducesse almeno uno straccio di salario minimo visto che è già presente in 21 stati dell’Unione Europea.
Lo hanno fatto in nome del potere della “contrattazione”, ovvero, della difesa del ruolo di interdittori principali delle politiche economiche del governo ed a tutela dei loro costosi e mastodontici apparati burocratici votati, ormai, esclusivamente alla propria autoriproduzione, i cui funzionari saltano quotidianamente da una riunione di cogestione dei sistemi di potere nazionali e locali ad una seduta (pagata) in un ente bilaterale e, se ci scappa, anche ad una assemblea di promozione di nuove polizze assicurative rese obbligatorie dai contratti stessi, in primis, le famigerate pensioni integrative e sanitarie.
Una posizione che, alcuni decenni fa, addirittura Pierre Carniti definì sciocca perché, diceva, “prima del riconoscimento del ruolo delle organizzazioni sindacali vengono i risultati“, aggiungendo che “se sarà una legge a trascinare in alto i salari, ben venga quella legge“.
Mentre Carniti diceva queste cose, CGIL, CISL e UIL preparavano insieme al governo Ciampi l’accordo del luglio 1993 tra sindacati, governo e padroni seguito alla decisione dell’associazione degli industriali di dare disdetta unilaterale alla scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente il salario all’inflazione.
Quello sciagurato accordo sanciva il criterio della “concertazione tra le parti sociali” e dava il via alla “politica dei redditi“.
Protagonisti di quell’accordo furono Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio e Gino Giugni, ministro del Lavoro; i sindacati CGIL, CISL e UIL rappresentati da Bruno Trentin (anche per lui tanti strani nostalgici, ma che ebbe almeno il pudore di dimettersi subito dopo la firma), Sergio D’Antoni e Piero Larizza; Luigi Abete per la Confindustria.
Il risultato di quell’accordo “storico” fu la progressiva compressione di salari e stipendi, che precipitarono agli ultimi posti della media europea proprio mentre i profitti aumentavano esponenzialmente.
Una linea mantenuta per quasi trent’anni che, saldandosi, poi, con il Jobs Act e l’abrogazione dell’articolo 18, ha riportato i lavoratori ai livelli di subordinazione, di sfruttamento e di insicurezza degli anni cinquanta, mentre la media dei salari e degli stipendi italiani, ormai, lambisce drammaticamente la soglia della povertà relativa.
Parafrasando Orson Welles, si potrebbe dire che l’Italia è ancora piena di attori, 60 milioni. Ma quelli più bravi si trovano nei partiti e, soprattutto, nei sindacati complici e collaterali.
Tra questi, spicca uno dei più grandi camaleonti di tutta la storia del sindacalismo italiano: il trasformista per antonomasia, colui che, non molto tempo fa, fu in grado di passare, in soli tre giorni, dall’appello ad occupare le fabbriche contro lo sblocco dei licenziamenti alla firma di un accordo che invece li ha sbloccati praticamente in modo incondizionato.
Eppure l’ex coalizzatore sociale, liquidatore della Fiom e successore alla segretaria della CGIL in piena continuità con Susanna Camusso, continua a conservare uno zoccolo duro di pervicaci followers che lo adorerebbero anche se fosse direttamente a capo della Confindustria.
E lui nei talk continua ad urlare e ad agitarsi come ai tempi della Fiom, solo perché lo sa che piace tanto ai suoi indomabili fans.
Fonte
1) la fine dell’austerity;
2) una tassa patrimoniale sui super-ricchi;
3) l’aumento del salario minimo a 12 euro.
E così attuale ministro delle Finanze e candidato cancelliere, Olaf Scholz, vola nei sondaggi – tanto da aver superato i conservatori – e si è intestato la battaglia.
Invece, in Italia, abbiamo un capo del governo garante dell’austerity, dei trattati UE, del “libero mercato” e della finanza internazionale, che non ha nemmeno preso in considerazione l’idea di fare una tassa sui patrimoni che, peraltro, era già stata bocciata durante il governo Conte con 19 sì, 6 astenuti e 462 contrari.
Una maggioranza bulgara con cui la Camera aveva seppellito l’ultimo tentativo di inserire la patrimoniale nella legge di bilancio anche come pura espressione d’intenti: si trattava, infatti, di un ordine del giorno – atto di indirizzo privo di effetti immediati – che impegnava il governo “ad inserire in prossimi provvedimenti legislativi una riforma delle imposte patrimoniali vigenti”.
Mentre fu proprio il segretario della CGIL Landini, insieme agli altri due beccamorti di Cisl e Uil, ad alzare le barricate contro la stessa possibilità che venisse approvata, nel nostro paese, una legge che introducesse almeno uno straccio di salario minimo visto che è già presente in 21 stati dell’Unione Europea.
Lo hanno fatto in nome del potere della “contrattazione”, ovvero, della difesa del ruolo di interdittori principali delle politiche economiche del governo ed a tutela dei loro costosi e mastodontici apparati burocratici votati, ormai, esclusivamente alla propria autoriproduzione, i cui funzionari saltano quotidianamente da una riunione di cogestione dei sistemi di potere nazionali e locali ad una seduta (pagata) in un ente bilaterale e, se ci scappa, anche ad una assemblea di promozione di nuove polizze assicurative rese obbligatorie dai contratti stessi, in primis, le famigerate pensioni integrative e sanitarie.
Una posizione che, alcuni decenni fa, addirittura Pierre Carniti definì sciocca perché, diceva, “prima del riconoscimento del ruolo delle organizzazioni sindacali vengono i risultati“, aggiungendo che “se sarà una legge a trascinare in alto i salari, ben venga quella legge“.
Mentre Carniti diceva queste cose, CGIL, CISL e UIL preparavano insieme al governo Ciampi l’accordo del luglio 1993 tra sindacati, governo e padroni seguito alla decisione dell’associazione degli industriali di dare disdetta unilaterale alla scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente il salario all’inflazione.
Quello sciagurato accordo sanciva il criterio della “concertazione tra le parti sociali” e dava il via alla “politica dei redditi“.
Protagonisti di quell’accordo furono Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio e Gino Giugni, ministro del Lavoro; i sindacati CGIL, CISL e UIL rappresentati da Bruno Trentin (anche per lui tanti strani nostalgici, ma che ebbe almeno il pudore di dimettersi subito dopo la firma), Sergio D’Antoni e Piero Larizza; Luigi Abete per la Confindustria.
Il risultato di quell’accordo “storico” fu la progressiva compressione di salari e stipendi, che precipitarono agli ultimi posti della media europea proprio mentre i profitti aumentavano esponenzialmente.
Una linea mantenuta per quasi trent’anni che, saldandosi, poi, con il Jobs Act e l’abrogazione dell’articolo 18, ha riportato i lavoratori ai livelli di subordinazione, di sfruttamento e di insicurezza degli anni cinquanta, mentre la media dei salari e degli stipendi italiani, ormai, lambisce drammaticamente la soglia della povertà relativa.
Parafrasando Orson Welles, si potrebbe dire che l’Italia è ancora piena di attori, 60 milioni. Ma quelli più bravi si trovano nei partiti e, soprattutto, nei sindacati complici e collaterali.
Tra questi, spicca uno dei più grandi camaleonti di tutta la storia del sindacalismo italiano: il trasformista per antonomasia, colui che, non molto tempo fa, fu in grado di passare, in soli tre giorni, dall’appello ad occupare le fabbriche contro lo sblocco dei licenziamenti alla firma di un accordo che invece li ha sbloccati praticamente in modo incondizionato.
Eppure l’ex coalizzatore sociale, liquidatore della Fiom e successore alla segretaria della CGIL in piena continuità con Susanna Camusso, continua a conservare uno zoccolo duro di pervicaci followers che lo adorerebbero anche se fosse direttamente a capo della Confindustria.
E lui nei talk continua ad urlare e ad agitarsi come ai tempi della Fiom, solo perché lo sa che piace tanto ai suoi indomabili fans.
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