Domenica il ballottaggio delle comunali in Francia ha dato un verdetto contrastante per le principali forze politiche del Paese.
Secondo il Ministero degli Interni, la partecipazione a questo secondo turno delle elezioni comunali si è attestata al 48,1% alle ore 17:00, più alta rispetto alle elezioni del 2020, ai tempi del Covid, anche se l’affluenza alle urne è rimasta al di sotto dei livelli pre-pandemia.
La Francia in queste elezioni si è differenziata geograficamente e politicamente.
Le grandi città come Parigi, Lione, Marsiglia sono rimaste in mano alla sinistra moderata, con sindaci socialisti ed ecologisti che hanno vinto con margini rassicuranti. La seconda è quella delle banlieues e delle città medie, dove l’elettorato popolare ha scelto due direzioni opposte e inconciliabili: o La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, o il Rassemblement National di Marine Le Pen.
Mélenchon ha conquistato le periferie urbane: le banlieues con alta concentrazione di cittadini di origine africana e nordafricana, i giovani precari, i dipendenti pubblici dei servizi sociali.
Anche in queste elezioni comunali La France Insoumise ha confermato il suo radicamento nei suoi bastioni storici: Saint-Denis, Roubaix, Vénissieux, Creil, La Courneuve. Si tratta di centri urbani popolari, multietnici, con alti tassi di disoccupazione.
Il Rassemblement National della Le Pen ha invece conquistato i ceti sociali tradizionali delle città medie e piccole, operai, impiegati, abitanti delle periferie non metropolitane, persone spesso marginalizzate, che detestano i musulmani e il multiculturalismo. Il RN ha vinto o avanzato significativamente in decine di città medie.
La polarizzazione politica e sociale appare evidente. I due partiti che rappresentano l’estrema sinistra e l’estrema destra si contendono un elettorato basato sui settori popolari, mentre i ceti medio-alti ondeggiano tra i socialisti e i liberali.
I sindaci del Partito Socialista che hanno vinto a Parigi, Lione o Marsiglia hanno tutti tenuto fuori da ogni alleanza il partito di Mélenchon.
Ai primi di marzo, una settimana primo del primo turno delle comunali, il Partito Socialista aveva condannato “senza riserve” quella che ha definito una moltiplicazione di “caricature complottiste e dichiarazioni antisemite intollerabili” da parte di Mélenchon. Il leader della France Insoumise ha risposto denunciando queste come “intollerabili accuse” e una “desolidarizzazione dalla lotta antifascista che riprende gli attacchi dell’estrema destra”.
A pesare nella campagna di demonizzazione di Melenchon e La France Insoumise c’era stata a febbraio la morte di un militante neofascista a Lione negli scontri seguiti all’aggressione dei neofascisti contro una conferenza di France Insoumise. Tra gli antifascisti accusati, alcuni erano legati a Raphaël Arnault, deputato de La France Insoumise nel 2024. Mélenchon era stato tirato in ballo e accusato direttamente.
In questo clima i primi risultati dei ballottaggi tenutisi ieri hanno mostrato che i candidati dell’estrema destra hanno perso a Parigi e in diverse grandi città del sud, tra cui Marsiglia, la seconda città più grande di Francia. Ciononostante, l’esito conferma il Rassemblement National come una forza politica con cui fare i conti a 13 mesi dalle presidenziali.
Uno dei protagonisti più influenti di queste elezioni non era presente sulla scheda elettorale. Si tratta del miliardario Pierre-Édouard Stérin che ha investito molti soldi in operazioni tese a rafforzare la deriva a destra della Francia.
Il Partito Socialista ha conquistato Parigi con Emmanuel Grégoire che ha sconfitto la rivale di centro-destra Rachida Dati, mantenendo l’amministrazione comunale parigina sotto il controllo del centro-sinistra.
A Marsiglia, il sindaco socialista in carica Benoît Payan è stato rieletto dopo che l’estrema destra aveva sperato di conquistare la seconda città più grande della Francia.
A Lione, invece, il sindaco verde Grégory Doucet l’ha spuntata dopo una campagna elettorale testa a testa contro il suo rivale di centro-destra.
Per la destra il leader del Rassemblement National, Jordan Bardella ha parlato della “più grande avanzata a livello locale del partito” che conferma la sua forza nella città meridionale di Perpignan e conquista nuovi comuni minori.
Ma il Rassemblement National ha perso in molti grandi centri urbani che sperava di conquistare, in particolare Marsiglia, Tolone e Nîmes.
L’eccezione è stata Nizza, dove Éric Ciotti diventa sindaco, consegnando di fatto alla destra il controllo della quinta città più grande della Francia.
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09/09/2025
Argentina - La motosega taglia un braccio a Milei
Nelle elezioni provinciali argentine, nel distretto di Buenos Aires (il più grande e importante del paese) i candidati del governatore “kirchnerista” Kicillof hanno ottenuto il 47,28 per cento, conquistando sei delle otto sezioni elettorali. I libertari, invece, hanno ottenuto il 33,71 per cento.
È stata una sonora sconfitta per il presidente Javier Milei e il suo partito La Libertad Avanza, in qualche modo annunciata dalle sempre più frequenti contestazioni che subisce ogni volta che esce in pubblico, fino a venir preso a sassate insieme alla sorella, sotto inchiesta come responsabile di una vasta rete di corruzione
Sconfitta tanto più grave perché sostanzialmente “auto-provocata”. Era stato lui infatti a caricare di significato politico nazionale una elezione – in fondo – solo amministrativa. Ancora una volta aveva cercato di far dimenticare la sua politica lacrime e sangue che sta affamando la popolazione argentina concentrando tutto lo sforzo propagandistico contro il kirchnerismo (il movimento peronista di centrosinistra che aveva guidato il paese con i coniugi Kirchner) e i suoi indiscutibili limiti.
Solo che la fame è stata una molla più forte delle chiacchiere e degli slogan con la motosega in mano per tagliare la spesa pubblica. Anche perché la spesa è stata ridotta a ben poca cosa e non c’è rimasto molto da sfrondare (forse gli stipendi dei militari, che – unici – sono stati aumentati) ed i risultati di questa “ricetta” si sono visti sulle tavole – vuote – non solo dei poveri, ma anche del ceto medio argentino.
Lo scandalo politico delle tangenti sui medicinali nell’agenzia per la disabilità, che ha come protagonista assoluta la sorella di Milei, ha dato il colpo decisivo alla credibilità del “mileismo” e proprio nel momento giusto: alla vigilia delle elezioni amministrative.
Glielo ha ricordato Cristina Kirchner che, attraverso un tweet, gli ha detto che “additare con il dito e stigmatizzare i disabili, mentre tua sorella incassa il 3 per cento di tangente sui loro medicinali, è letale”.
Alla fine della giornata è stato chiaro che queste elezioni le ha vinte il peronismo, ma anche che le ha perse Milei. Il peronismo, unito, ha iniziato a recuperare la sua condizione di alternativa politica e Milei ha fatto sì che questa sconfitta finisse di mandare in frantumi il suo modello economico e politico. Resta da vedere come gestirà questa situazione che, per il momento, ha teoricamente ancora due anni davanti a sé.
Non che per il fronte opposto si ora tutto semplice. La vittoria netta è stata il risultato di una costruzione complessa e non meno problematica.
Il primo intoppo si era avuto nella chiusura delle liste di Fuerza Patria, ma si è riusciti a contenere le differenze e si è proceduti in un contesto di unità, fragile ma pur sempre unità. Poi i voti del peronismo si sono accumulati laddove hanno pesato, e molto, il modello di governo e il ruolo che Axel Kicillof ha imposto allo Stato bonaerense: sostegno ai più bisognosi e garanzia dei servizi di istruzione e sanità pubblica. L’esatto contrario del modello di Milei.
Un altro dettaglio importante (e che i “libertari” hanno minimizzato) è stata la condanna di Cristina Fernández de Kirchner. La proscrizione della ex “presidenta” ha rischiato di lasciare il principale partito di opposizione senza una guida ma soprattutto senza un destino.
Ieri sera, con il risultato delle elezioni, si è potuto vedere che questa manovra è fallita perché la prigione, seppure agli arresti domiciliari, non ha demoralizzato il kirchnerismo ma gli ha conferito un plus di energia per la militanza per raggiungere questa vittoria domenicale. E anticipando probabilmente quella nella prossima tornata amministrativa, tra appena un mese: “Il prossimo 26 ottobre, Kirchnerismo e Peronismo… Più che mai!”.
Cristina Kirchner non si è espressa solo attraverso un tweet, ma ha anche inviato un messaggio registrato al palco dove si è riunito il peronismo bonaerense a La Plata, ringraziando il popolo della provincia “che ha deciso di porre un limite a un Presidente che non sembra capire che deve governare per tutti”.
Negli ultimi quindici giorni, mentre emergevano i dettagli delle tangenti nell’Agenzia Nazionale per la Disabilità (Andis) con Karina Milei (sorella del presidente) come una delle principali responsabili, i sondaggi mostravano che la distanza tra Fuerza Patria e La Libertad Avanza aumentava. Un dettaglio che sembra non essere stato preso in considerazione dai cervelli “libertari”.
In queste due settimane il governo ha perso il centro della scena, il controllo dell’agenda e la gestione della politica. L’economia l’ha persa da un pezzo. Tutti questi elementi hanno costruito quella che sarebbe stata la sconfitta di questa domenica.
Fino ad ora Milei ha solo riconosciuto di aver perso. “Senza dubbio, sul piano politico abbiamo subito una chiara sconfitta. Dobbiamo accettare i risultati e non sono stati positivi e dobbiamo accettarli“, ma immediatamente dopo ha confermato che non intende modificare il suo modello economico: “Al di là di questo risultato, voglio segnalare a tutti gli argentini che la rotta non si modificherà ma si raddoppierà“.
La strategia elettorale era del resto stata ideata da sua sorella Karina e da Lule Menem (figlia dell’altro ex presidente di ultradestra neoliberista che ha affossato l’Argentina negli anni ‘90). Il paradosso è che questi due cognomi si ripetono nelle due situazioni critiche che il governo sta ancora vivendo: il fragoroso fallimento elettorale di questo 7 settembre e, soprattutto, le tangenti nella disabilità.
Milei stesso aveva detto che, prima di espellere sua sorella dal partito e dalla responsabilità politica, si sarebbe tagliato un braccio.
È stato preso sul serio.
Fonte
È stata una sonora sconfitta per il presidente Javier Milei e il suo partito La Libertad Avanza, in qualche modo annunciata dalle sempre più frequenti contestazioni che subisce ogni volta che esce in pubblico, fino a venir preso a sassate insieme alla sorella, sotto inchiesta come responsabile di una vasta rete di corruzione
Sconfitta tanto più grave perché sostanzialmente “auto-provocata”. Era stato lui infatti a caricare di significato politico nazionale una elezione – in fondo – solo amministrativa. Ancora una volta aveva cercato di far dimenticare la sua politica lacrime e sangue che sta affamando la popolazione argentina concentrando tutto lo sforzo propagandistico contro il kirchnerismo (il movimento peronista di centrosinistra che aveva guidato il paese con i coniugi Kirchner) e i suoi indiscutibili limiti.
Solo che la fame è stata una molla più forte delle chiacchiere e degli slogan con la motosega in mano per tagliare la spesa pubblica. Anche perché la spesa è stata ridotta a ben poca cosa e non c’è rimasto molto da sfrondare (forse gli stipendi dei militari, che – unici – sono stati aumentati) ed i risultati di questa “ricetta” si sono visti sulle tavole – vuote – non solo dei poveri, ma anche del ceto medio argentino.
Lo scandalo politico delle tangenti sui medicinali nell’agenzia per la disabilità, che ha come protagonista assoluta la sorella di Milei, ha dato il colpo decisivo alla credibilità del “mileismo” e proprio nel momento giusto: alla vigilia delle elezioni amministrative.
Glielo ha ricordato Cristina Kirchner che, attraverso un tweet, gli ha detto che “additare con il dito e stigmatizzare i disabili, mentre tua sorella incassa il 3 per cento di tangente sui loro medicinali, è letale”.
Alla fine della giornata è stato chiaro che queste elezioni le ha vinte il peronismo, ma anche che le ha perse Milei. Il peronismo, unito, ha iniziato a recuperare la sua condizione di alternativa politica e Milei ha fatto sì che questa sconfitta finisse di mandare in frantumi il suo modello economico e politico. Resta da vedere come gestirà questa situazione che, per il momento, ha teoricamente ancora due anni davanti a sé.
Non che per il fronte opposto si ora tutto semplice. La vittoria netta è stata il risultato di una costruzione complessa e non meno problematica.
Il primo intoppo si era avuto nella chiusura delle liste di Fuerza Patria, ma si è riusciti a contenere le differenze e si è proceduti in un contesto di unità, fragile ma pur sempre unità. Poi i voti del peronismo si sono accumulati laddove hanno pesato, e molto, il modello di governo e il ruolo che Axel Kicillof ha imposto allo Stato bonaerense: sostegno ai più bisognosi e garanzia dei servizi di istruzione e sanità pubblica. L’esatto contrario del modello di Milei.
Un altro dettaglio importante (e che i “libertari” hanno minimizzato) è stata la condanna di Cristina Fernández de Kirchner. La proscrizione della ex “presidenta” ha rischiato di lasciare il principale partito di opposizione senza una guida ma soprattutto senza un destino.
Ieri sera, con il risultato delle elezioni, si è potuto vedere che questa manovra è fallita perché la prigione, seppure agli arresti domiciliari, non ha demoralizzato il kirchnerismo ma gli ha conferito un plus di energia per la militanza per raggiungere questa vittoria domenicale. E anticipando probabilmente quella nella prossima tornata amministrativa, tra appena un mese: “Il prossimo 26 ottobre, Kirchnerismo e Peronismo… Più che mai!”.
Cristina Kirchner non si è espressa solo attraverso un tweet, ma ha anche inviato un messaggio registrato al palco dove si è riunito il peronismo bonaerense a La Plata, ringraziando il popolo della provincia “che ha deciso di porre un limite a un Presidente che non sembra capire che deve governare per tutti”.
Negli ultimi quindici giorni, mentre emergevano i dettagli delle tangenti nell’Agenzia Nazionale per la Disabilità (Andis) con Karina Milei (sorella del presidente) come una delle principali responsabili, i sondaggi mostravano che la distanza tra Fuerza Patria e La Libertad Avanza aumentava. Un dettaglio che sembra non essere stato preso in considerazione dai cervelli “libertari”.
In queste due settimane il governo ha perso il centro della scena, il controllo dell’agenda e la gestione della politica. L’economia l’ha persa da un pezzo. Tutti questi elementi hanno costruito quella che sarebbe stata la sconfitta di questa domenica.
Fino ad ora Milei ha solo riconosciuto di aver perso. “Senza dubbio, sul piano politico abbiamo subito una chiara sconfitta. Dobbiamo accettare i risultati e non sono stati positivi e dobbiamo accettarli“, ma immediatamente dopo ha confermato che non intende modificare il suo modello economico: “Al di là di questo risultato, voglio segnalare a tutti gli argentini che la rotta non si modificherà ma si raddoppierà“.
La strategia elettorale era del resto stata ideata da sua sorella Karina e da Lule Menem (figlia dell’altro ex presidente di ultradestra neoliberista che ha affossato l’Argentina negli anni ‘90). Il paradosso è che questi due cognomi si ripetono nelle due situazioni critiche che il governo sta ancora vivendo: il fragoroso fallimento elettorale di questo 7 settembre e, soprattutto, le tangenti nella disabilità.
Milei stesso aveva detto che, prima di espellere sua sorella dal partito e dalla responsabilità politica, si sarebbe tagliato un braccio.
È stato preso sul serio.
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05/05/2025
Gran Bretagna - Farage è tornato!
Londra. Le elezioni locali britanniche del 1 maggio 2025 hanno certificato l’ascesa definitiva di Reform UK, partito guidato da Nigel Farage, che si è imposto come forza egemone della nuova destra inglese. Mentre il Partito Laburista sconta l’erosione del consenso tra le classi popolari e le comunità progressiste, Farage costruisce una coalizione reazionaria che unisce settori proletari disillusi e borghesia conservatrice, in un progetto politico che mescola populismo identitario, autoritarismo municipale e liberismo fiscale.
Un laboratorio pericoloso si apre nei consigli locali appena conquistati, mentre il sistema elettorale maggioritario mostra l’inadeguatezza a rappresentare la nuova geografia politica del paese.
Le elezioni locali britanniche del 1° maggio 2025, seppur caratterizzate dalla consueta bassissima partecipazione popolare (intorno al 30%) hanno segnato un punto di svolta nella politica del Regno Unito. Reform UK ha ottenuto risultati sorprendenti, conquistando 677 seggi nei consigli locali (nei quali non era presente) e prendendo il controllo di dieci organi, tra cui Staffordshire, Lancashire, Kent, Lincolnshire (si veda anche la Tabella 1).
Di grande impatto simbolico, inoltre, la vittoria nella contea di Durham, simbolo del movimento operaio britannico dato il suo passato legato all’industria mineraria. Inoltre, ha vinto due delle sei elezioni dirette per i sindaci metropolitani, nel nord-est del paese (Greater Lincolnshire e Hull & East Yorkshire); nelle altre quattro votazioni, Reform UK è giunto comunque secondo, insidiando da vicino i vincitori Laburisti (Doncaster, North Tyneside – con margini inferiori ai mille voti – e West of England) e Conservatori (Cambridgeshire & Peterborough).
La vittoria più significativa, ad ogni modo, appare quella nell’elezione suppletiva per il seggio parlamentare di Runcorn & Helsby, strappato, con un margine di soli sei voti, al Partito Laburista (a fronte di un’affluenza del 46%). Annullato, dunque, in meno di dieci mesi, il precedente vantaggio di quindicimila preferenze che aveva consentito alla compagine guidata da Keir Starmer di confermare il proprio successo in questo collegio nel luglio 2024.
Il successo di Reform UK è stato ovviamente forte nei territori deindustrializzati del nord e delle Midlands, tradizionali roccaforti laburiste. In Staffordshire, il partito ha ottenuto 49 seggi su 62, con il 41,2% dei voti, mentre i Conservatori sono scesi al 27,8% e i Laburisti al 16,1%. In Lancashire, ha conquistato 53 seggi su 84, superando i Conservatori (8 seggi) e i Laburisti (5 seggi).
A Doncaster, nonostante la sconfitta nell’elezione diretta del sindaco, Reform UK diventa il principale gruppo consiliare, con ben 37 seggi su 55, riducendo la pattuglia laburista a soli 12 elementi. A Durham, Reform UK ottiene 65 seggi su 98, riuscendo a strappare consensi sia ai Conservatori che ai Laburisti. In questi territori, Farage può certamente fare leva sulle proprie credenziali. Artefice della vittoria referendaria del 2016, ha portato a compimento la missione esistenziale.
La novità è però rappresentata dallo sfondamento dei faragisti nel Sud, bastione conservatore. Impressiona la vittoria nel consiglio di contea del Kent: su 81 seggi, Reform UK ne porta a casa 57, tutti strappati ai Tories, lanciando, dunque, una sfida per l’egemonia a destra.
La combinazione tra la nota capacità di Farage di fare breccia nel Red Wall del Nord inglese, ampiamente sperimentata nel 2016, con i risultati del referendum per l’uscita dall’Unione Europea, e l’abilità di approfittare, in maniera pressoché totale, della crisi conservatrice, costituisce un elemento da non sottovalutare.
Reform UK appare in grado di costruire una coalizione reazionaria, unendo i ceti popolari alienati e disillusi del Nord, con strati sociali più elevati e tradizionalmente orientati a destra del Sud. Un salto di qualità in cui molti osservatori ravvisano una riedizione del trumpismo in salsa britannica, ma che si può certamente anche ricollegare ad analoghi tentativi messi in atto da formazioni della destra europea.
Il Partito Laburista, guidato da Keir Starmer, ha subito perdite significative, tra cui la perdita del seggio di Runcorn & Helsby, precedentemente considerato sicuro. Le politiche di austerità, come i tagli ai sussidi agli anziani per il riscaldamento nei mesi invernali, l’ennesimo giro di vite sulle indennità di invalidità e sul welfare in generale, ha alienato la base elettorale tradizionale del partito.
Nonostante alcune vittorie simboliche – di stretta misura – come quelle per i sindaci metropolitani di North Tyneside e Doncaster, il partito ha mostrato una crescente disconnessione dalle esigenze delle classi lavoratrici. A questo si aggiunge il malcontento crescente in settori progressisti e nelle comunità musulmane, che hanno punito il Labour in città del nord-ovest come Preston e Burnley, dove candidati indipendenti pro-Palestina hanno ottenuto risultati significativi.
Le complicità della leadership di Starmer con le politiche genocide israeliane hanno minato ulteriormente la tenuta del Labour sul fronte sinistro, lasciando spazio a forme di dissenso elettorale che potrebbero strutturarsi in opposizione permanente, come già dimostrato nelle elezioni generali del luglio 2024 che portarono all’elezione di una piccola pattuglia di parlamentari indipendenti (incluso l’ex leader del partito, Jeremy Corbyn).
La campagna elettorale
Nigel Farage ha attraversato il paese come un battitore libero della destra radicale, moltiplicando apparizioni pubbliche, interviste e comizi in stile populista; al momento, Reform UK appare, analogamente alle sue precedenti incarnazioni (UKIP, Brexit Party) una formazione fortemente centrata sul suo leader; tuttavia, l’imponente infornata di rappresentanti negli enti locali potrebbe – ‘finalmente’ – contribuire alla crescita di una classe dirigente diffusa.
Farage ha saputo incarnare il ruolo dell’oppositore antisistema, raccogliendo la disillusione di ampi settori popolari nei confronti del governo laburista, già in difficoltà dopo pochi mesi. Ma non si è limitato alla solita retorica razzista e anti-migranti: ha proposto il ripristino dei i sussidi per le bollette invernali per gli anziani, e, addirittura, la ri-nazionalizzazione dei servizi idrici e del settore della siderurgia, oggetto, al momento, di una grave crisi industriale.
Ha certamente colpito il contrasto con il primo ministro Keir Starmer, che ha scelto la linea dell’invisibilità, disertando persino la campagna per le suppletive di Runcorn and Helsby, dove si votava per un seggio parlamentare cruciale. Una scelta che rivela quanto il Labour, forte di una maggioranza parlamentare ancora solidissima, preferisca, in questa fase, la mera gestione tecnocratica finanche al conflitto elettorale.
Farage ha inoltre continuato ad attaccare senza tregua i Conservatori, ridotti a un’ombra dopo quattordici anni di governo. La nuova leader, Kemi Badenoch, non è ancora riuscita né a ricostruire un’identità politica, né a tenere testa a Farage sul piano della comunicazione. Dentro i Tory si discute se opporsi a Reform UK o avvicinarvisi: un’ambiguità che conferma lo sbandamento strategico del partito, ma che rivela, comunque, la possibilità di un dialogo a destra, e l’assenza di pregiudiziali specifiche all’interno dei Tories.
Da oppositore “puro”, Farage, d’altronde, non offre soluzioni strutturali. I suoi slogan parlano alla pancia del paese. È un populismo d’attacco, costruito sul risentimento locale. Del resto, lo stesso Farage ha ammesso di non avere (ancora) un programma nazionale: lo presenterà, dice, solo un anno e mezzo prima delle prossime elezioni, previste tra il 2028 e il 2029. Intanto si prepara, da destra, a capitalizzare la crisi dell’intero sistema politico britannico.
Tra ricollocamento e radicalizzazione: una nuova classe dirigente?
La nuova ondata di eletti e candidati di Reform UK non rappresenta una novità innocua nella politica locale britannica, ma un potenziale embrione di una nuova classe dirigente reazionaria, composita e pericolosa.
Da un lato, il partito ha arruolato decine di ex quadri conservatori, spesso in cerca di ricollocazione dopo la disfatta elettorale del 2024. Secondo un’analisi del Partito Laburista, almeno 60 candidati provenivano direttamente dai Tories: tra loro, ex deputati come Andrea Jenkyns (ora sindaca a Greater Lincolnshire) ed ex consiglieri locali come Sarah Pochin, vincitrice del seggio parlamentare a Runcorn & Helsby.
Questa operazione di riciclo ha sollevato critiche – non solo da sinistra – su Reform UK come semplice “rebranding” della destra tradizionale. Ma il quadro è più complesso, e più inquietante.
Come documenta Novara Media, accanto agli ex Tory compaiono figure apertamente legate all’estrema destra e all’universo delle destre digitali reazionarie. Candidati che inneggiano al leader fascista Tommy Robinson, all’influencer misogino e patriarcale Andrew Tate, e che hanno condiviso contenuti suprematisti e antisemiti sono stati selezionati e sostenuti da Reform UK in più aree.
A Doncaster, ad esempio, dove il partito ha ottenuto il controllo del consiglio comunale, almeno sette consiglieri eletti risultano segnalati dall’organizzazione Hope Not Hate per la diffusione di materiale razzista e cospirazionista. E figure come Arron Banks, noto finanziatore del “Leave” (lo slogan pro-Brexit, ndr) e coinvolto in vari scandali, ora ambiscono a cariche esecutive regionali sotto le insegne faragiste.
Questo miscuglio di ex establishment e nuovi estremismi è il volto reale del progetto Reform UK: un contenitore trasversale per canalizzare rancori sociali, legittimare l’odio e costruire una nuova egemonia della destra, con meno vincoli e più aggressività. Se c’è un tratto comune in questa “nuova classe dirigente”, è l’attitudine al risentimento autoritario e all’egemonia identitaria.
La prova del governo locale
Con l’acquisizione del controllo di dieci consigli locali, tra cui Kent, Lancashire, Durham e Staffordshire, Reform UK avrà, se non altro, l’opportunità concreta, ma anche la responsabilità, di trasformare la propria retorica in pratica amministrativa.
Le prime dichiarazioni pubbliche dei dirigenti, a partire da Nigel Farage, offrono già indicazioni significative su cosa aspettarsi. Il partito ha promesso che nei territori da esso amministrati si opporrà all’assegnazione di richiedenti asilo, denunciando il sistema attuale come penalizzante per le comunità locali e orientato a scaricare sul nord del paese i “problemi” generati altrove.
Parallelamente, Reform UK ha annunciato l’intenzione di eliminare il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, in nome di una presunta maggiore efficienza; l’idea è quella di importare, nei consigli locali, un “modello Musk”, con la creazione di “dipartimenti per l’efficienza” ispirati al management aziendale più spietato.
Altre priorità includono la cancellazione dei programmi municipali per l’uguaglianza, la diversità e le politiche ambientali, considerati orpelli ideologici forieri di costi inutili. Il presidente del partito, Zia Yusuf, ha parlato apertamente della necessità di una “ri-educazione morale” dei giovani britannici, opponendosi all’insegnamento di contenuti “woke” nelle scuole e invocando un ritorno all’orgoglio nazionale e all’autorità.
In sintesi, Reform UK si prepara a usare il potere locale per sperimentare un laboratorio di restaurazione autoritaria: tagli alla spesa sociale, chiusura verso il diverso, guerra alla cultura progressista. È il primo banco di prova per una destra che punta a governare il Paese intero, partendo dalla conquista dei comuni.
Proiezioni nazionali: un nuovo scenario politico
Secondo le ultime previsioni del sito Electoral Calculus, punto di riferimento per l’analisi elettorale britannica, se oggi si votasse per le elezioni generali (previste nel 2029), Reform UK avrebbe il 49% di probabilità di imporsi come primo partito, lasciando i Laburisti al 35% e i Conservatori al 15%.
È un dato che fotografa una crisi strutturale: il vecchio bipartitismo Westminsteriano sta ormai definitivamente franando, di fronte all’incapacità dei partiti storici di costruire consenso nei propri blocchi di riferimento. Al momento, questa ipotetica distribuzione dei voti produrrebbe una situazione nella quale Reform UK sarebbe il primo gruppo parlamentare (con 245 seggi), pronto a governare col supporto dei Tories (si veda anche la Tabella 2).
Questo scenario può rappresentare una sorpresa solo per gli osservatori meno attenti. La valanga laburista del luglio 2024 fu, a ben vedere, una vittoria drogata dalla frammentazione dell’elettorato di destra: in decine di collegi uninominali, la somma dei voti di Reform UK e dei Conservatori superava ampiamente quella del Labour, che vinse grazie alla divisione del campo avversario. In altre parole, la maggioranza assoluta conquistata da Keir Starmer fu possibile grazie alla presenza di Farage sulla scheda elettorale.
Questa situazione sta accelerando ulteriormente: Reform UK sta progressivamente cannibalizzando l’elettorato conservatore, e non è escluso che si vada verso uno scenario “alla francese”, dove la destra tradizionale – come i gollisti davanti alla crescita del Rassemblement National – divenga subalterna alla sua versione radicalizzata. Il parallelismo tra Farage e Le Pen non è forzato: entrambi costruiscono consensi trasformando la rabbia sociale in identitarismo.
Nel frattempo, il sistema elettorale britannico – fondato su collegi uninominali e maggioranza semplice – mostra tutte le sue distorsioni. In un contesto in cui tre partiti (Labour, Reform e Tories) si attestano su percentuali dal 20 al 25%, con i Liberaldemocratici al 15% e i Verdi al 10%, questa architettura risulta sempre più inadatta a rappresentare la realtà politica del paese. Produce maggioranze artificiali (come gli oltre 450 seggi attribuiti ai Laburisti nelle elezioni del luglio 2024, a fronte di un misero 35% dei voti validi), favorisce i grandi partiti consolidati e penalizza ogni tentativo di alternativa a sinistra.
Nel frattempo, The Economist, dedica la propria copertina a Nigel Farage. “È tornato”, ci informano. E stavolta, non è per la Brexit, ma per prendersi il potere. E se lo dice l’establishment, c’è evidentemente da crederci.
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Un laboratorio pericoloso si apre nei consigli locali appena conquistati, mentre il sistema elettorale maggioritario mostra l’inadeguatezza a rappresentare la nuova geografia politica del paese.
Le elezioni locali britanniche del 1° maggio 2025, seppur caratterizzate dalla consueta bassissima partecipazione popolare (intorno al 30%) hanno segnato un punto di svolta nella politica del Regno Unito. Reform UK ha ottenuto risultati sorprendenti, conquistando 677 seggi nei consigli locali (nei quali non era presente) e prendendo il controllo di dieci organi, tra cui Staffordshire, Lancashire, Kent, Lincolnshire (si veda anche la Tabella 1).
Di grande impatto simbolico, inoltre, la vittoria nella contea di Durham, simbolo del movimento operaio britannico dato il suo passato legato all’industria mineraria. Inoltre, ha vinto due delle sei elezioni dirette per i sindaci metropolitani, nel nord-est del paese (Greater Lincolnshire e Hull & East Yorkshire); nelle altre quattro votazioni, Reform UK è giunto comunque secondo, insidiando da vicino i vincitori Laburisti (Doncaster, North Tyneside – con margini inferiori ai mille voti – e West of England) e Conservatori (Cambridgeshire & Peterborough).
La vittoria più significativa, ad ogni modo, appare quella nell’elezione suppletiva per il seggio parlamentare di Runcorn & Helsby, strappato, con un margine di soli sei voti, al Partito Laburista (a fronte di un’affluenza del 46%). Annullato, dunque, in meno di dieci mesi, il precedente vantaggio di quindicimila preferenze che aveva consentito alla compagine guidata da Keir Starmer di confermare il proprio successo in questo collegio nel luglio 2024.
Il successo di Reform UK è stato ovviamente forte nei territori deindustrializzati del nord e delle Midlands, tradizionali roccaforti laburiste. In Staffordshire, il partito ha ottenuto 49 seggi su 62, con il 41,2% dei voti, mentre i Conservatori sono scesi al 27,8% e i Laburisti al 16,1%. In Lancashire, ha conquistato 53 seggi su 84, superando i Conservatori (8 seggi) e i Laburisti (5 seggi).
A Doncaster, nonostante la sconfitta nell’elezione diretta del sindaco, Reform UK diventa il principale gruppo consiliare, con ben 37 seggi su 55, riducendo la pattuglia laburista a soli 12 elementi. A Durham, Reform UK ottiene 65 seggi su 98, riuscendo a strappare consensi sia ai Conservatori che ai Laburisti. In questi territori, Farage può certamente fare leva sulle proprie credenziali. Artefice della vittoria referendaria del 2016, ha portato a compimento la missione esistenziale.
La novità è però rappresentata dallo sfondamento dei faragisti nel Sud, bastione conservatore. Impressiona la vittoria nel consiglio di contea del Kent: su 81 seggi, Reform UK ne porta a casa 57, tutti strappati ai Tories, lanciando, dunque, una sfida per l’egemonia a destra.
La combinazione tra la nota capacità di Farage di fare breccia nel Red Wall del Nord inglese, ampiamente sperimentata nel 2016, con i risultati del referendum per l’uscita dall’Unione Europea, e l’abilità di approfittare, in maniera pressoché totale, della crisi conservatrice, costituisce un elemento da non sottovalutare.
Reform UK appare in grado di costruire una coalizione reazionaria, unendo i ceti popolari alienati e disillusi del Nord, con strati sociali più elevati e tradizionalmente orientati a destra del Sud. Un salto di qualità in cui molti osservatori ravvisano una riedizione del trumpismo in salsa britannica, ma che si può certamente anche ricollegare ad analoghi tentativi messi in atto da formazioni della destra europea.
Il Partito Laburista, guidato da Keir Starmer, ha subito perdite significative, tra cui la perdita del seggio di Runcorn & Helsby, precedentemente considerato sicuro. Le politiche di austerità, come i tagli ai sussidi agli anziani per il riscaldamento nei mesi invernali, l’ennesimo giro di vite sulle indennità di invalidità e sul welfare in generale, ha alienato la base elettorale tradizionale del partito.
Nonostante alcune vittorie simboliche – di stretta misura – come quelle per i sindaci metropolitani di North Tyneside e Doncaster, il partito ha mostrato una crescente disconnessione dalle esigenze delle classi lavoratrici. A questo si aggiunge il malcontento crescente in settori progressisti e nelle comunità musulmane, che hanno punito il Labour in città del nord-ovest come Preston e Burnley, dove candidati indipendenti pro-Palestina hanno ottenuto risultati significativi.
Le complicità della leadership di Starmer con le politiche genocide israeliane hanno minato ulteriormente la tenuta del Labour sul fronte sinistro, lasciando spazio a forme di dissenso elettorale che potrebbero strutturarsi in opposizione permanente, come già dimostrato nelle elezioni generali del luglio 2024 che portarono all’elezione di una piccola pattuglia di parlamentari indipendenti (incluso l’ex leader del partito, Jeremy Corbyn).
La campagna elettorale
Nigel Farage ha attraversato il paese come un battitore libero della destra radicale, moltiplicando apparizioni pubbliche, interviste e comizi in stile populista; al momento, Reform UK appare, analogamente alle sue precedenti incarnazioni (UKIP, Brexit Party) una formazione fortemente centrata sul suo leader; tuttavia, l’imponente infornata di rappresentanti negli enti locali potrebbe – ‘finalmente’ – contribuire alla crescita di una classe dirigente diffusa.
Farage ha saputo incarnare il ruolo dell’oppositore antisistema, raccogliendo la disillusione di ampi settori popolari nei confronti del governo laburista, già in difficoltà dopo pochi mesi. Ma non si è limitato alla solita retorica razzista e anti-migranti: ha proposto il ripristino dei i sussidi per le bollette invernali per gli anziani, e, addirittura, la ri-nazionalizzazione dei servizi idrici e del settore della siderurgia, oggetto, al momento, di una grave crisi industriale.
Ha certamente colpito il contrasto con il primo ministro Keir Starmer, che ha scelto la linea dell’invisibilità, disertando persino la campagna per le suppletive di Runcorn and Helsby, dove si votava per un seggio parlamentare cruciale. Una scelta che rivela quanto il Labour, forte di una maggioranza parlamentare ancora solidissima, preferisca, in questa fase, la mera gestione tecnocratica finanche al conflitto elettorale.
Farage ha inoltre continuato ad attaccare senza tregua i Conservatori, ridotti a un’ombra dopo quattordici anni di governo. La nuova leader, Kemi Badenoch, non è ancora riuscita né a ricostruire un’identità politica, né a tenere testa a Farage sul piano della comunicazione. Dentro i Tory si discute se opporsi a Reform UK o avvicinarvisi: un’ambiguità che conferma lo sbandamento strategico del partito, ma che rivela, comunque, la possibilità di un dialogo a destra, e l’assenza di pregiudiziali specifiche all’interno dei Tories.
Da oppositore “puro”, Farage, d’altronde, non offre soluzioni strutturali. I suoi slogan parlano alla pancia del paese. È un populismo d’attacco, costruito sul risentimento locale. Del resto, lo stesso Farage ha ammesso di non avere (ancora) un programma nazionale: lo presenterà, dice, solo un anno e mezzo prima delle prossime elezioni, previste tra il 2028 e il 2029. Intanto si prepara, da destra, a capitalizzare la crisi dell’intero sistema politico britannico.
Tra ricollocamento e radicalizzazione: una nuova classe dirigente?
La nuova ondata di eletti e candidati di Reform UK non rappresenta una novità innocua nella politica locale britannica, ma un potenziale embrione di una nuova classe dirigente reazionaria, composita e pericolosa.
Da un lato, il partito ha arruolato decine di ex quadri conservatori, spesso in cerca di ricollocazione dopo la disfatta elettorale del 2024. Secondo un’analisi del Partito Laburista, almeno 60 candidati provenivano direttamente dai Tories: tra loro, ex deputati come Andrea Jenkyns (ora sindaca a Greater Lincolnshire) ed ex consiglieri locali come Sarah Pochin, vincitrice del seggio parlamentare a Runcorn & Helsby.
Questa operazione di riciclo ha sollevato critiche – non solo da sinistra – su Reform UK come semplice “rebranding” della destra tradizionale. Ma il quadro è più complesso, e più inquietante.
Come documenta Novara Media, accanto agli ex Tory compaiono figure apertamente legate all’estrema destra e all’universo delle destre digitali reazionarie. Candidati che inneggiano al leader fascista Tommy Robinson, all’influencer misogino e patriarcale Andrew Tate, e che hanno condiviso contenuti suprematisti e antisemiti sono stati selezionati e sostenuti da Reform UK in più aree.
A Doncaster, ad esempio, dove il partito ha ottenuto il controllo del consiglio comunale, almeno sette consiglieri eletti risultano segnalati dall’organizzazione Hope Not Hate per la diffusione di materiale razzista e cospirazionista. E figure come Arron Banks, noto finanziatore del “Leave” (lo slogan pro-Brexit, ndr) e coinvolto in vari scandali, ora ambiscono a cariche esecutive regionali sotto le insegne faragiste.
Questo miscuglio di ex establishment e nuovi estremismi è il volto reale del progetto Reform UK: un contenitore trasversale per canalizzare rancori sociali, legittimare l’odio e costruire una nuova egemonia della destra, con meno vincoli e più aggressività. Se c’è un tratto comune in questa “nuova classe dirigente”, è l’attitudine al risentimento autoritario e all’egemonia identitaria.
La prova del governo locale
Con l’acquisizione del controllo di dieci consigli locali, tra cui Kent, Lancashire, Durham e Staffordshire, Reform UK avrà, se non altro, l’opportunità concreta, ma anche la responsabilità, di trasformare la propria retorica in pratica amministrativa.
Le prime dichiarazioni pubbliche dei dirigenti, a partire da Nigel Farage, offrono già indicazioni significative su cosa aspettarsi. Il partito ha promesso che nei territori da esso amministrati si opporrà all’assegnazione di richiedenti asilo, denunciando il sistema attuale come penalizzante per le comunità locali e orientato a scaricare sul nord del paese i “problemi” generati altrove.
Parallelamente, Reform UK ha annunciato l’intenzione di eliminare il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, in nome di una presunta maggiore efficienza; l’idea è quella di importare, nei consigli locali, un “modello Musk”, con la creazione di “dipartimenti per l’efficienza” ispirati al management aziendale più spietato.
Altre priorità includono la cancellazione dei programmi municipali per l’uguaglianza, la diversità e le politiche ambientali, considerati orpelli ideologici forieri di costi inutili. Il presidente del partito, Zia Yusuf, ha parlato apertamente della necessità di una “ri-educazione morale” dei giovani britannici, opponendosi all’insegnamento di contenuti “woke” nelle scuole e invocando un ritorno all’orgoglio nazionale e all’autorità.
In sintesi, Reform UK si prepara a usare il potere locale per sperimentare un laboratorio di restaurazione autoritaria: tagli alla spesa sociale, chiusura verso il diverso, guerra alla cultura progressista. È il primo banco di prova per una destra che punta a governare il Paese intero, partendo dalla conquista dei comuni.
Proiezioni nazionali: un nuovo scenario politico
Secondo le ultime previsioni del sito Electoral Calculus, punto di riferimento per l’analisi elettorale britannica, se oggi si votasse per le elezioni generali (previste nel 2029), Reform UK avrebbe il 49% di probabilità di imporsi come primo partito, lasciando i Laburisti al 35% e i Conservatori al 15%.
È un dato che fotografa una crisi strutturale: il vecchio bipartitismo Westminsteriano sta ormai definitivamente franando, di fronte all’incapacità dei partiti storici di costruire consenso nei propri blocchi di riferimento. Al momento, questa ipotetica distribuzione dei voti produrrebbe una situazione nella quale Reform UK sarebbe il primo gruppo parlamentare (con 245 seggi), pronto a governare col supporto dei Tories (si veda anche la Tabella 2).
Questo scenario può rappresentare una sorpresa solo per gli osservatori meno attenti. La valanga laburista del luglio 2024 fu, a ben vedere, una vittoria drogata dalla frammentazione dell’elettorato di destra: in decine di collegi uninominali, la somma dei voti di Reform UK e dei Conservatori superava ampiamente quella del Labour, che vinse grazie alla divisione del campo avversario. In altre parole, la maggioranza assoluta conquistata da Keir Starmer fu possibile grazie alla presenza di Farage sulla scheda elettorale.
Questa situazione sta accelerando ulteriormente: Reform UK sta progressivamente cannibalizzando l’elettorato conservatore, e non è escluso che si vada verso uno scenario “alla francese”, dove la destra tradizionale – come i gollisti davanti alla crescita del Rassemblement National – divenga subalterna alla sua versione radicalizzata. Il parallelismo tra Farage e Le Pen non è forzato: entrambi costruiscono consensi trasformando la rabbia sociale in identitarismo.
Nel frattempo, il sistema elettorale britannico – fondato su collegi uninominali e maggioranza semplice – mostra tutte le sue distorsioni. In un contesto in cui tre partiti (Labour, Reform e Tories) si attestano su percentuali dal 20 al 25%, con i Liberaldemocratici al 15% e i Verdi al 10%, questa architettura risulta sempre più inadatta a rappresentare la realtà politica del paese. Produce maggioranze artificiali (come gli oltre 450 seggi attribuiti ai Laburisti nelle elezioni del luglio 2024, a fronte di un misero 35% dei voti validi), favorisce i grandi partiti consolidati e penalizza ogni tentativo di alternativa a sinistra.
Nel frattempo, The Economist, dedica la propria copertina a Nigel Farage. “È tornato”, ci informano. E stavolta, non è per la Brexit, ma per prendersi il potere. E se lo dice l’establishment, c’è evidentemente da crederci.
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23/09/2024
Germania - Il Brandeburgo concede una tregua a Sholz
Le elezioni in Brandeburgo – il Land della ex Germania Est che circonda la città-stato di Berlino – erano molto attese per verificare se l’ascesa dei neonazisti era davvero inarrestabile e se questo avrebbe travolto il governo nazionale “semaforo” (socialdemocratici, liberali, verdi), guidato dall’impalpabile Olaf Scholz.
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
Fonte
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
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21/09/2024
Germania - Domani si vota nel Brandeburgo. Testa a testa nei sondaggi tra AfD e Spd. Governance impossibile
Dopo Turingia e Sassonia domani, 22 settembre, si vota anche nel land del Brandeburgo per rinnovare il Parlamanto regionale.
L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.
A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.
Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.
In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.
Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.
Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.
Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.
Fonte
L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.
A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.
Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.
In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.
Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.
Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.
Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.
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02/09/2024
Germania - In Sassonia e Turingia spopola l'AfD
Gli exit pool ed i primi risultati delle elezioni regionali tenutesi in Turingia e Sassonia confermano le indicazioni fornite dai sondaggi e sono una vera e propria doccia fredda per l’establishment politico tedesco.
Queste elezioni – caratterizzate da un’alta partecipazione circa il 75%, 8 punti percentuali in più di quelle del 2019 – sono state un test nazionale per la coalizione “semaforo” (SPD, “Verdi” e liberali del FDP) e un anticipo di quelle che si terranno nel Brandeburgo a fine mese.
In Turingia – dove dal 2014 governa un esecutivo sostenuto da una coalizione di sinistra, ma “di minoranza” già nel 2019 – il primo partito è diventato la formazione d’estrema-destra, Alternativa per la Germania (AfD), con oltre il 30% (32,8% secondo i risultati parziali), i Cristiano Democratici giungono secondi con il 23,6%, quasi 10 punti percentuali dietro, e terza l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) con il 15,8%.
Meno della metà dei voti sono andata ai due partiti dell’establishment, e ancora di più ai partiti d’opposizione alla coalizione “semaforo” (i nazisti dell’AfD, oltre alla sinistra di Die Linke e del nuovo partito di Wagenknecht).
La sconfitta è ancora più cocente perché i social-democratici arrivano al 6,1%, mentre verdi e liberali non hanno superato la soglia del 5% e dunque non saranno rappresentati nel parlamentino regionale.
Da registrare la parziale tenuta di Die Linke, che pure era stata nella coalizione governativa locale insieme a verdi e SPD con poco più del 13% e che aveva espresso per 10 anni il presidente-primo ministro.
Se i risultati parziali venissero confermati, nel parlamento gli 88 seggi sarebbero ripartiti tra 5 formazioni: 32 AfD, 23 CDU, 15 BSW, 12 Die Linke, e solo 6 l’SPD.
I rappresentanti della coalizione presidenziale avrebbero – “grazie” alla SPD – solo 6 seggi.
Quale sarà la composizione del futuro governo regionale è impossibile da sapere, visto che i rappresentanti della CDU hanno giurato e spergiurato che non andranno al governo con l’AfD.
Il leader locale della CDU, Mario Voigt, ha affermato la volontà di assumere la leadership di una coalizione “per il cambio politico”, nella quale spera di includere la SPD e il BSW (cosa altamente improbabile).
Il leader dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, ha invece dichiarato che “chiunque voglia la stabilità in Turingia deve integrare l’AfD”.
Insomma, un vero e proprio rompicapo politico.
In Sassonia, la CDU sembra destinata a rimanere il primo partito con il 31,9%, mentre l’AfD segue di stretta misura con il 30,6%, anche qui la formazione creata appena 7 mesi fa dalla Wagenknecht, è il terzo partito con l’11,8%.
La SPD va appena un po’ meglio che in Turingia con il 7,3%, i Verdi superano la soglia del 5%, ma la Die Linke prende il 4,5%.
Il parlamento, qui composto da 120 deputati, vedrebbe 42 seggi della CDU, 40 della AfD, 15 per il BSW, 10 l’SPD, 7 i “verdi” e 6 Die Linke, mentre i liberali non avrebbero rappresentanti.
In Turingia l’ascesa della AfD è per certi versi “spettacolare” e passa dal 10,6% del 2014, al 23,4% del 2019 a oltre il 32% attuale, divenendo la prima formazione di estrema destra a vincere una elezione nella Germania del dopoguerra.
Più cauto del suo omologo della Turingia, il capo del governo sassone uscente, il democristiano Kretschmer, ha affermato comporre il nuovo esecutivo “non sarà facile”.
In entrambi casi (Turingia e Sassonia) pesa come un macigno la conditio si ne qua non posta dal BSW per la partecipazione eventuale a un esecutivo: la fine del coinvolgimento della Germania nel conflitto ucraino.
Un risultato “sorprendente”, in positivo, quello del BSW. La rapidità con cui si è affermata nel panorama politico tedesco, prima con l’exploit alle europee, oltre il 6%, e poi con questo risultato, l’ha portata ad essere la terza formazione nei due land.
Facciamo alcune prime considerazioni a caldo sul voto.
In primis, i tentativi dell’establishment politico tedesco di fermare l’AfD non sono risultati molto efficaci.
La maggior parte degli elettori dell’AfD fanno parte delle classi subalterne, persone con un reddito basso che non sembrano attenersi ai criteri di “rispettabilità” dettati dell’establishment politico tedesco. Anzi, più li si denigra, più si rafforza la loro determinazione a “votare per vendetta”.
In secondo luogo l’AfD, non paradossalmente, è un partito economicamente ultra-liberista. Vuole abolire il salario minimo e smantellare ulteriormente lo Stato sociale. Questo è chiaramente indicato nel loro programma. Tuttavia, all’establishment politico non viene in mente di evidenziare questo aspetto crudamente materiale, perché ne condivide l’impostazione e disprezza profondamente le classi popolari, specie se dell’Est, e preferisce i paragoni con il nazi-fascismo che riguardano la sfera "ideologica" ma lasciano il tempo che trovano.
In risposta all’attacco con coltello avvenuto a Solingen la scorsa settimana, apparentemente ispirato dall’ISIS, i partiti dell’establishment hanno avviato un nuovo dibattito sull’immigrazione in generale con il fine di varare provvedimenti restrittivi, facendo propria una battaglia dell’estrema destra e aprendole così un’autostrada ancora più larga.
L’AfD ne ha tratto grande vantaggio, ovviamente. Inoltre, è inevitabile che questo la radicalizzi ulteriormente, e il motivo è semplice: l’estrema destra ha bisogno di mantenere il monopolio delle politiche anti-immigrazione, visto che ne è il maggiore “imprenditore politico”. È il loro principale punto di forza, il tema numero uno per scatenare la “guerra culturale” tra subalterni, il conflitto tra penultimi e ultimi della scala sociale.
Naturalmente anche l’opposizione alla guerra in Ucraina, con i guasti portati all’economia (la distruzione del North Stream è solo l’esempio più evidente) ha avuto un peso.
Se volessimo leggere attraverso la lente dell’opposizione alla guerra queste lezioni (un’ottica parziale, ma importante), potremmo dire che circa la metà di coloro che si sono recati alle urne hanno voluto esprimere la propria contrarietà sanzionando la politica bellicista della coalizione politica governativa, che ha portato notevoli svantaggi alle classe subalterne in Germania ed ha compromesso la residuale credibilità della “sinistra di governo”.
Da questo punto di vista esce rafforzata l’ipotesi di rottura che ha portato avanti Sahra Wageneckt nei confronti della Die Linke, e di rimettere al centro dell’agenda politica della sinistra le maggiori preoccupazioni dei ceti subalterni come la questione sociale e l’opposizione alla guerra, che sono i punti più qualificanti ed interessanti del suo programma.
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Queste elezioni – caratterizzate da un’alta partecipazione circa il 75%, 8 punti percentuali in più di quelle del 2019 – sono state un test nazionale per la coalizione “semaforo” (SPD, “Verdi” e liberali del FDP) e un anticipo di quelle che si terranno nel Brandeburgo a fine mese.
In Turingia – dove dal 2014 governa un esecutivo sostenuto da una coalizione di sinistra, ma “di minoranza” già nel 2019 – il primo partito è diventato la formazione d’estrema-destra, Alternativa per la Germania (AfD), con oltre il 30% (32,8% secondo i risultati parziali), i Cristiano Democratici giungono secondi con il 23,6%, quasi 10 punti percentuali dietro, e terza l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) con il 15,8%.
Meno della metà dei voti sono andata ai due partiti dell’establishment, e ancora di più ai partiti d’opposizione alla coalizione “semaforo” (i nazisti dell’AfD, oltre alla sinistra di Die Linke e del nuovo partito di Wagenknecht).
La sconfitta è ancora più cocente perché i social-democratici arrivano al 6,1%, mentre verdi e liberali non hanno superato la soglia del 5% e dunque non saranno rappresentati nel parlamentino regionale.
Da registrare la parziale tenuta di Die Linke, che pure era stata nella coalizione governativa locale insieme a verdi e SPD con poco più del 13% e che aveva espresso per 10 anni il presidente-primo ministro.
Se i risultati parziali venissero confermati, nel parlamento gli 88 seggi sarebbero ripartiti tra 5 formazioni: 32 AfD, 23 CDU, 15 BSW, 12 Die Linke, e solo 6 l’SPD.
I rappresentanti della coalizione presidenziale avrebbero – “grazie” alla SPD – solo 6 seggi.
Quale sarà la composizione del futuro governo regionale è impossibile da sapere, visto che i rappresentanti della CDU hanno giurato e spergiurato che non andranno al governo con l’AfD.
Il leader locale della CDU, Mario Voigt, ha affermato la volontà di assumere la leadership di una coalizione “per il cambio politico”, nella quale spera di includere la SPD e il BSW (cosa altamente improbabile).
Il leader dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, ha invece dichiarato che “chiunque voglia la stabilità in Turingia deve integrare l’AfD”.
Insomma, un vero e proprio rompicapo politico.
In Sassonia, la CDU sembra destinata a rimanere il primo partito con il 31,9%, mentre l’AfD segue di stretta misura con il 30,6%, anche qui la formazione creata appena 7 mesi fa dalla Wagenknecht, è il terzo partito con l’11,8%.
La SPD va appena un po’ meglio che in Turingia con il 7,3%, i Verdi superano la soglia del 5%, ma la Die Linke prende il 4,5%.
Il parlamento, qui composto da 120 deputati, vedrebbe 42 seggi della CDU, 40 della AfD, 15 per il BSW, 10 l’SPD, 7 i “verdi” e 6 Die Linke, mentre i liberali non avrebbero rappresentanti.
In Turingia l’ascesa della AfD è per certi versi “spettacolare” e passa dal 10,6% del 2014, al 23,4% del 2019 a oltre il 32% attuale, divenendo la prima formazione di estrema destra a vincere una elezione nella Germania del dopoguerra.
Più cauto del suo omologo della Turingia, il capo del governo sassone uscente, il democristiano Kretschmer, ha affermato comporre il nuovo esecutivo “non sarà facile”.
In entrambi casi (Turingia e Sassonia) pesa come un macigno la conditio si ne qua non posta dal BSW per la partecipazione eventuale a un esecutivo: la fine del coinvolgimento della Germania nel conflitto ucraino.
Un risultato “sorprendente”, in positivo, quello del BSW. La rapidità con cui si è affermata nel panorama politico tedesco, prima con l’exploit alle europee, oltre il 6%, e poi con questo risultato, l’ha portata ad essere la terza formazione nei due land.
Facciamo alcune prime considerazioni a caldo sul voto.
In primis, i tentativi dell’establishment politico tedesco di fermare l’AfD non sono risultati molto efficaci.
La maggior parte degli elettori dell’AfD fanno parte delle classi subalterne, persone con un reddito basso che non sembrano attenersi ai criteri di “rispettabilità” dettati dell’establishment politico tedesco. Anzi, più li si denigra, più si rafforza la loro determinazione a “votare per vendetta”.
In secondo luogo l’AfD, non paradossalmente, è un partito economicamente ultra-liberista. Vuole abolire il salario minimo e smantellare ulteriormente lo Stato sociale. Questo è chiaramente indicato nel loro programma. Tuttavia, all’establishment politico non viene in mente di evidenziare questo aspetto crudamente materiale, perché ne condivide l’impostazione e disprezza profondamente le classi popolari, specie se dell’Est, e preferisce i paragoni con il nazi-fascismo che riguardano la sfera "ideologica" ma lasciano il tempo che trovano.
In risposta all’attacco con coltello avvenuto a Solingen la scorsa settimana, apparentemente ispirato dall’ISIS, i partiti dell’establishment hanno avviato un nuovo dibattito sull’immigrazione in generale con il fine di varare provvedimenti restrittivi, facendo propria una battaglia dell’estrema destra e aprendole così un’autostrada ancora più larga.
L’AfD ne ha tratto grande vantaggio, ovviamente. Inoltre, è inevitabile che questo la radicalizzi ulteriormente, e il motivo è semplice: l’estrema destra ha bisogno di mantenere il monopolio delle politiche anti-immigrazione, visto che ne è il maggiore “imprenditore politico”. È il loro principale punto di forza, il tema numero uno per scatenare la “guerra culturale” tra subalterni, il conflitto tra penultimi e ultimi della scala sociale.
Naturalmente anche l’opposizione alla guerra in Ucraina, con i guasti portati all’economia (la distruzione del North Stream è solo l’esempio più evidente) ha avuto un peso.
Se volessimo leggere attraverso la lente dell’opposizione alla guerra queste lezioni (un’ottica parziale, ma importante), potremmo dire che circa la metà di coloro che si sono recati alle urne hanno voluto esprimere la propria contrarietà sanzionando la politica bellicista della coalizione politica governativa, che ha portato notevoli svantaggi alle classe subalterne in Germania ed ha compromesso la residuale credibilità della “sinistra di governo”.
Da questo punto di vista esce rafforzata l’ipotesi di rottura che ha portato avanti Sahra Wageneckt nei confronti della Die Linke, e di rimettere al centro dell’agenda politica della sinistra le maggiori preoccupazioni dei ceti subalterni come la questione sociale e l’opposizione alla guerra, che sono i punti più qualificanti ed interessanti del suo programma.
Fonte
10/10/2023
Germania - Avanza l'estrema destra
Il terremoto che va scuotendo il mondo e l’Europa a partire dall’accoppiata pandemia da covid-guerra in Ucraina si fa ora sentire con molta evidenza.
Le scosse telluriche, nel Vecchio Continente, vanno destabilizzando anche la Germania, primo motore del “modello mercantilista” e neoliberista che ha affossato il “modello sociale europeo” di stampo socialdemocratico (e democristiano).
I problemi economici creati dalla crisi generale e, in particolare, dal combinato disposto tra sabotaggio del gasdotto North Stream (realizzato dagli “alleati” Usa-Gb-Ucraina) e forti restrizioni all’interscambio con Russia e Cina (primi mercati di sbocco e/o di rifornimento) stanno rovesciandosi inevitabilmente anche sugli equilibri politici. Sconvolgendoli.
Le elezioni regionali di ieri, in Assia e Baviera (due land “occidentali”, ad alto reddito), hanno decretato la crisi dei partiti attualmente al governo (l’impresentabile “coalizione semaforo” tra socialdemocratici, verdi e liberali).
Tutte e tre le formazioni hanno perso terreno in misura traumatica. I liberali del Fdp (in fondo i più “coerenti” con la propria impostazione ufficiale) sono fuori dal “parlamentino” in Baviera e appena sopra la soglia di sbarramento (5%) in Assia.
I Verdi – imitazione quasi abusiva del vecchio movimento ecologista (la loro leader Bearbock è tra i falchi atlantisti più guerrafondai, da ministro degli esteri) – devono registrare un calo al 15,9% in Baviera (nel 2018 il 17,6%), mentre in Assia sono scesi al 15,3% (nel 2018 erano al 19,8%).
Tramortiti soprattutto gli uomini del premier Scholz (Spd). Una bocciatura in particolare per la ministra dell’Interno, Nancy Faeser, principale candidata dell’Spd in Assia. Faeser aveva dichiarato di voler diventare la prima donna a capo del governo regionale dell’Assia, ma non ha convinto l’elettorato.
In Assia i socialdemocratici sono scesi intorno al 15%, uno dei risultati peggiori della loro storia. Ma è in Baviera l’annuncio della catastrofe futura, visto che sono precipitati all’8%.
A “vincere perdendo” è stata la destra democristiana (Cdu e Csu in Baviera), che è arretrata a sua volta in modo consistente. Pur essendo storicamente più di destra rispetto alla gemella federale, la Csu ha preso “solo” il 36,7%, il peggior risultato dal 1958.
In Assia invece ha confermato il primo posto per il primo ministro locale, Boris Rhein, con il 34,5% dei voti.
A trionfare, in questo caso, è stata soprattutto l’estrema destra dell’AfD, non troppo dissimile dalle formazioni neonaziste anche se prova di continuo a darsi un “tono” più “istituzionale”, come sappiamo bene anche in Italia. In entrambi i land si attesta al 18%, risultando così il secondo partito in Assia e il terzo in Baviera.
Soprattutto, però, pone un’ipoteca seria in vista delle elezioni europee e in caso di crisi del governo “semaforo”, visto che nei land orientali i neofascisti sono molto più forti che non dove si è votato ieri.
Sulle ragioni di questa ascesa non ci sono particolari novità. Il generale peggioramento delle condizioni di vita e salariali (avviato venti anni fa con le “riforme Harz”, che hanno legalizzato la precarietà lavorativa), nonostante un salario minimo che ci dovrebbe fare invidia (oltre 12 euro l’ora, ma sarà aumentato presto a 14); la riduzione dell’occupazione di buona qualità (il settore auto, per esempio, va riducendo di continuo il personale, anche solo non sostituendo chi va in pensione).
Il tutto gestito, come in Italia, come una conseguenza dell’immigrazione – soprattutto dai paesi dell’Est e dall’Ucraina, anche se la “narrazione” razzista si concentra soprattutto sui “diversamente colorati” che sono arrivati attraverso la “rotta balcanica” – e della concorrenza salariale al ribasso.
Un quadro che va peraltro peggiorando rapidamente, visto che proprio oggi Destatis, l’agenzia federale di statistica, ha ufficializzato l’ennesimo calo della produzione industriale (-0,2% ad agosto, ma -2% su base annua), rafforzando così il timore per i rischi di recessione piena per la prima economia dell’area euro.
E se la prima vacilla, le altre non possono certo andare meglio (come ottusamente continua a raccontare l’entourage meloniano, forse non consapevole che l’industria italiana residua è in gran parte “contoterzista” delle filiere produttive tedesche).
Quel che è chiaro, però, è che la “marea nera” non si arresta riproponendo gli atteggiamenti e le politiche neoliberiste che la stanno facendo gonfiare. Forse è il caso di rompere i confini stretti in cui è stato rinchiuso il conflitto sociale...
Non è impossibile, in un terremoto di queste dimensioni.
Fonte
Le scosse telluriche, nel Vecchio Continente, vanno destabilizzando anche la Germania, primo motore del “modello mercantilista” e neoliberista che ha affossato il “modello sociale europeo” di stampo socialdemocratico (e democristiano).
I problemi economici creati dalla crisi generale e, in particolare, dal combinato disposto tra sabotaggio del gasdotto North Stream (realizzato dagli “alleati” Usa-Gb-Ucraina) e forti restrizioni all’interscambio con Russia e Cina (primi mercati di sbocco e/o di rifornimento) stanno rovesciandosi inevitabilmente anche sugli equilibri politici. Sconvolgendoli.
Le elezioni regionali di ieri, in Assia e Baviera (due land “occidentali”, ad alto reddito), hanno decretato la crisi dei partiti attualmente al governo (l’impresentabile “coalizione semaforo” tra socialdemocratici, verdi e liberali).
Tutte e tre le formazioni hanno perso terreno in misura traumatica. I liberali del Fdp (in fondo i più “coerenti” con la propria impostazione ufficiale) sono fuori dal “parlamentino” in Baviera e appena sopra la soglia di sbarramento (5%) in Assia.
I Verdi – imitazione quasi abusiva del vecchio movimento ecologista (la loro leader Bearbock è tra i falchi atlantisti più guerrafondai, da ministro degli esteri) – devono registrare un calo al 15,9% in Baviera (nel 2018 il 17,6%), mentre in Assia sono scesi al 15,3% (nel 2018 erano al 19,8%).
Tramortiti soprattutto gli uomini del premier Scholz (Spd). Una bocciatura in particolare per la ministra dell’Interno, Nancy Faeser, principale candidata dell’Spd in Assia. Faeser aveva dichiarato di voler diventare la prima donna a capo del governo regionale dell’Assia, ma non ha convinto l’elettorato.
In Assia i socialdemocratici sono scesi intorno al 15%, uno dei risultati peggiori della loro storia. Ma è in Baviera l’annuncio della catastrofe futura, visto che sono precipitati all’8%.
A “vincere perdendo” è stata la destra democristiana (Cdu e Csu in Baviera), che è arretrata a sua volta in modo consistente. Pur essendo storicamente più di destra rispetto alla gemella federale, la Csu ha preso “solo” il 36,7%, il peggior risultato dal 1958.
In Assia invece ha confermato il primo posto per il primo ministro locale, Boris Rhein, con il 34,5% dei voti.
A trionfare, in questo caso, è stata soprattutto l’estrema destra dell’AfD, non troppo dissimile dalle formazioni neonaziste anche se prova di continuo a darsi un “tono” più “istituzionale”, come sappiamo bene anche in Italia. In entrambi i land si attesta al 18%, risultando così il secondo partito in Assia e il terzo in Baviera.
Soprattutto, però, pone un’ipoteca seria in vista delle elezioni europee e in caso di crisi del governo “semaforo”, visto che nei land orientali i neofascisti sono molto più forti che non dove si è votato ieri.
Sulle ragioni di questa ascesa non ci sono particolari novità. Il generale peggioramento delle condizioni di vita e salariali (avviato venti anni fa con le “riforme Harz”, che hanno legalizzato la precarietà lavorativa), nonostante un salario minimo che ci dovrebbe fare invidia (oltre 12 euro l’ora, ma sarà aumentato presto a 14); la riduzione dell’occupazione di buona qualità (il settore auto, per esempio, va riducendo di continuo il personale, anche solo non sostituendo chi va in pensione).
Il tutto gestito, come in Italia, come una conseguenza dell’immigrazione – soprattutto dai paesi dell’Est e dall’Ucraina, anche se la “narrazione” razzista si concentra soprattutto sui “diversamente colorati” che sono arrivati attraverso la “rotta balcanica” – e della concorrenza salariale al ribasso.
Un quadro che va peraltro peggiorando rapidamente, visto che proprio oggi Destatis, l’agenzia federale di statistica, ha ufficializzato l’ennesimo calo della produzione industriale (-0,2% ad agosto, ma -2% su base annua), rafforzando così il timore per i rischi di recessione piena per la prima economia dell’area euro.
E se la prima vacilla, le altre non possono certo andare meglio (come ottusamente continua a raccontare l’entourage meloniano, forse non consapevole che l’industria italiana residua è in gran parte “contoterzista” delle filiere produttive tedesche).
Quel che è chiaro, però, è che la “marea nera” non si arresta riproponendo gli atteggiamenti e le politiche neoliberiste che la stanno facendo gonfiare. Forse è il caso di rompere i confini stretti in cui è stato rinchiuso il conflitto sociale...
Non è impossibile, in un terremoto di queste dimensioni.
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01/08/2019
Proteste e manifestazioni a Mosca: non solo liberali
In base ai sondaggi del Centro Levada, il 54% dei russi vedrebbe bene Vladimir Putin sulla poltrona presidenziale anche dopo il 2024, limite costituzionale (per ora) dei mandati possibili. Due anni fa, erano il 67%; nel 2013, erano meno del 40%. La percentuale di coloro che la pensano al contrario è oggi del 38%, mentre era del 27% nel 2018 e del 45% nel 2013.
È risaputo che tali sondaggi siano spesso come le previsioni atmosferiche: affidabili da un giorno all’altro, non di più. L’unica cosa su cui gli osservatori sembrano più o meno concordare, è che, a tutt’oggi, agli occhi della maggioranza dei russi, Putin rappresenti la “stabilità”, nonostante i problemi dell’economia, le controriforme pensionistiche, gli aumenti vertiginosi delle tariffe comunali, la politica liberal-oligarchica del governo Medvedev.
Per limitarsi ad alcuni dati, secondo il Rosstat (Comitato statale di statistica) il numero di russi con redditi inferiori al minimo di sussistenza è salito a 20,9 milioni (14,3% della popolazione) nel primo trimestre del 2019, contro il 13,9% del primo trimestre del 2018. Allo stesso tempo, l’utile netto della capogruppo di “Gazprom” nella prima metà del 2019 è aumentato del 31%, attestandosi a 371 miliardi di rubli.
Questo, sostiene il PCFR di Gennadij Zjuganov, mentre diventa più chiaro il senso della riforma pensionistica: Putin taglia la spesa sociale di 20,14 miliardi di rubli nel 2019; la cifra include tagli alle pensioni per 16,27 miliardi e alla sicurezza sociale per 4,82 miliardi; ma si assegnano al contempo 7,02 miliardi al Ministero degli interni, 3,7 alla Procura generale, 2,82 al Comitato di indagine, 2,16 alla Guardia nazionale.
Lo stesso ex Ministro delle finanze (dal 2000 al 2011) e attuale Presidente della Corte dei conti, Aleksej Kudrin, una delle principali figure che i comunisti includono tra i “ministri liberali”, teme “esplosioni sociali” a causa del basso livello di vita in cui si trova una così alta percentuale di popolazione.
Ma Putin significa, appunto, “stabilità” agli occhi della maggioranza dei russi. Basti guardare al tipo di opposizione dello stesso PCFR che, nonostante i biasimi sugli aspetti più eclatanti della politica liberale antipopolare, somiglia a una costante preghiera a Vladimir Putin perché, continuando a fare il Presidente, si decida perlomeno a cambiare la politica del governo.
È su questo sfondo che si sono svolte le manifestazioni del 27 luglio a Mosca, dopo le quali la Procura generale ha dato indicazioni a tutte le procure perché rispondano energicamente (cosa che la polizia non ha mancato di fare già il 27 luglio, fermando un migliaio di persone) ai meeting non autorizzati, soprattutto ora che mancano una quarantina di giorni alle elezioni regionali e municipali (oltre che per alcuni seggi suppletivi alla Duma federale) del 8 settembre.
Al tempo stesso, Svobodnaja Pressa ipotizza che il Governo, forse preoccupato da un’ipotetica “majdan” russa, tenti di andare incontro all’opposizione cosiddetta “antisistema” (Navalnyj e compagnia liberale varia, per intendersi): tutte le candidature cosiddette indipendenti per la Duma municipale di Mosca, respinte dalla Commissione elettorale municipale col pretesto della falsificazione delle firme raccolte – tema al centro delle proteste – potrebbero essere ripescate dalla Commissione elettorale centrale. E nonostante che, come scrive iarex.ru, sia ormai quasi impossibile nascondere il carattere antiputniano delle proteste, la municipalità di Mosca ha prontamente concesso gli spazi per le nuove manifestazioni di sabato 3 agosto.
Come che sia, a parere della politologa Anastasija Udaltsova – moglie del leader del Fronte di Sinistra, Sergej Udaltsov e lei stessa candidata alla Duma di Mosca – con l’atteggiamento di sabato scorso, il governo ha fatto un grosso regalo all’opposizione tutta: finora non c’era grande entusiasmo attorno al voto, ma i manifestanti che sabato scorso sono stati presi a manganellate, potrebbero decidere di andare in massa ai seggi e dare il voto al primo candidato dell’opposizione presente sulla scheda, liberale o comunista che sia.
Secondo lo scrittore Eduard Limonov, alle proteste del 27 luglio, hanno preso parte non solo “teste rasate, skineader, o figli di mamma borghesi”, sostenuti dall’opposizione liberale – attiva in patria o comodamente insediata all’estero a là Khodorkovskij – ma persone di varia estrazione sociale.
Chi si è unito alle proteste di sabato scorso, sa benissimo chi siano i liberali, sa benissimo che i “neo-liberali” di oggi insorgono contro i liberali di ieri: i figli della borghesia contro i padri borghesi; ma è evidente che, oggi, tutti gli scontenti, per qualsiasi motivo, sono pronti a marciare sotto qualunque bandiera.
Indicativo il fatto, aggiunge Limonov, che del migliaio di fermati (quasi tutti subito rilasciati) oltre la metà venisse da fuori Mosca, nonostante la protesta riguardasse, formalmente, il rifiuto a registrare candidati alla Duma di Mosca.
In segno di solidarietà contro la mancata registrazione dei candidati, anche il Fronte di Sinistra, afferma Sergej Udaltsov, ha partecipato ad esempio alle manifestazioni organizzate dai liberali nella regione di Leningrado; mentre i liberali di Mosca marciano esclusivamente per proprio conto.
Diversa la visione di ROTFront: “Lotta di rospi e vipere”, ha definito le manifestazioni moscovite Aleksandr Batov. Vi ha partecipato essenzialmente la cosiddetta “intellighenzija liberale”, che si concentra soprattutto a Mosca, dove affluiscono le risorse fondamentali del paese; vi hanno preso parte anche altri strati di popolazione, anche lavoratori, ma l’indirizzo delle proteste è dettato dai liberali. Si tratta, in fin dei conti, di una parte molto piccola della società, ma, per serie trasformazioni sociali, dice Batov, non è affatto necessario “avere con sé la maggioranza aritmetica della popolazione. È sufficiente avere una maggioranza politica – un gruppo compatto e ben organizzato, che, con la lealtà passiva della maggioranza, può imporre la propria volontà alla società”.
D’altra parte, la maggioranza delle persone non è oggi disposta a seguire i liberali, o a esser presa a manganellate, o a star dietro ai problemi dei candidati. È vero che lo stesso 27 luglio, oltre mezzo milione di persone erano al Park Gorkij ad ascoltare un concerto, ma “ciò non significa che stiano tutti dalla parte del potere. Oggi, quelle persone vanno ad ascoltare musica e domani possono offrire la stessa lealtà passiva a un qualche colpo di stato”. Molti di coloro che hanno manifestato il 27 luglio sono probabilmente partigiani di “majdan”; ma, il sostegno comunicativo è loro assicurato da emittenti come “Ekho Moskvy”, controllata pienamente dal governo.
In sostanza, opinione abbastanza diffusa a sinistra è che le proteste siano vantaggiose anche per il governo, per aumentare l’affluenza alle urne, che altrimenti sarebbe scarsa, e dare così legittimazione alla vittoria dei candidati governativi. La stragrande maggioranza dei cittadini è preoccupata di ben altri problemi: bassi salari, prezzi crescenti, arbitrii burocratici.
Quegli stessi arbitrii messi in luce dai liberali e prontamente ripresi dai media occidentali. L’opposizione liberale, scrive ancora ROTFront, smaschera gli esempi più eclatanti di corruzione dell’élite al potere e scredita il governo agli occhi della società: “questo obiettivo ci agevola, perché l’attuale regime persegue una politica estranea agli interessi dei lavoratori e conduce il Paese alla catastrofe. Ma, sia liberali che potere sono alieni e ostili ai lavoratori, entrambi temono e odiano il popolo; entrambi sono strettamente legati tra loro e con l’Occidente. Entrambi questi gruppi si uniranno indubbiamente se avvertono il pericolo dei lavoratori. E’ disastroso marciare sotto la bandiera altrui; non si possono cavare castagne dal fuoco per questo o quel gruppo oligarchico; non si può partecipare alla lotta del rospo e della vipera”.
E mentre il PCFR ha indetto proprie manifestazioni per il 17 agosto, con lo slogan “Per elezioni oneste e limpide”, il politologo del partito, Sergej Obukhov, premettendo che il PCFR si esprime contro il rifiuto delle Commissioni elettorali a registrare un qualsiasi candidato (tanto più, che qua e là, destino simile tocca anche a candidati comunisti) giudica eccessivo paragonare (lo ha fatto Maksim Ševčenko, del Fronte di Sinistra) la situazione attuale al febbraio 1917, nonostante l’analogia tra Putin che scende in batiscafo sul fondo (in russo: dno) del mare e l’abdicazione di Nikola II in transito alla stazione di Dno.
Di certo, scrive Obukhov, si può “pronosticare una escalation delle proteste a Mosca. Per il momento, i pubblicisti patrioti hanno subito ripreso il mantra “C’è Putin – c’è la Russia, non c’è Putin – non c’è la Russia”, mentre sia i liberali, sia il PCFR scandiscono slogan contro le politiche del presidente, anche se bisogna ammettere che se Putin scompare all’istante, inizierà il caos, dato che altre istituzioni o stabilizzatori diversi da quello presidenziale sono puramente decorativi”.
Non a caso il PCFR, conferma Obukhov, continua a chiedere al “Presidente di cambiare corso e nominare un governo di fiducia popolare, responsabile verso il Parlamento e verso il potere presidenziale”, ricordando che soltanto il PCFR e le forze “popolari-patriottiche” sue alleate possono costituire quella forza in grado di contrapporsi a una “majdan” liberale.
Ovvio che quei “pubblicisti patrioti”, vedono quale alternativa a Putin solo nuovi liberali a là Eltsin e una “perestrojka-2”. Ma, c’è poi davvero tutta questa differenza, come sembra sostenere il PCFR, tra il corso sociale interno eltsiniano e quello attuale putiniano?
Fonte
È risaputo che tali sondaggi siano spesso come le previsioni atmosferiche: affidabili da un giorno all’altro, non di più. L’unica cosa su cui gli osservatori sembrano più o meno concordare, è che, a tutt’oggi, agli occhi della maggioranza dei russi, Putin rappresenti la “stabilità”, nonostante i problemi dell’economia, le controriforme pensionistiche, gli aumenti vertiginosi delle tariffe comunali, la politica liberal-oligarchica del governo Medvedev.
Per limitarsi ad alcuni dati, secondo il Rosstat (Comitato statale di statistica) il numero di russi con redditi inferiori al minimo di sussistenza è salito a 20,9 milioni (14,3% della popolazione) nel primo trimestre del 2019, contro il 13,9% del primo trimestre del 2018. Allo stesso tempo, l’utile netto della capogruppo di “Gazprom” nella prima metà del 2019 è aumentato del 31%, attestandosi a 371 miliardi di rubli.
Questo, sostiene il PCFR di Gennadij Zjuganov, mentre diventa più chiaro il senso della riforma pensionistica: Putin taglia la spesa sociale di 20,14 miliardi di rubli nel 2019; la cifra include tagli alle pensioni per 16,27 miliardi e alla sicurezza sociale per 4,82 miliardi; ma si assegnano al contempo 7,02 miliardi al Ministero degli interni, 3,7 alla Procura generale, 2,82 al Comitato di indagine, 2,16 alla Guardia nazionale.
Lo stesso ex Ministro delle finanze (dal 2000 al 2011) e attuale Presidente della Corte dei conti, Aleksej Kudrin, una delle principali figure che i comunisti includono tra i “ministri liberali”, teme “esplosioni sociali” a causa del basso livello di vita in cui si trova una così alta percentuale di popolazione.
Ma Putin significa, appunto, “stabilità” agli occhi della maggioranza dei russi. Basti guardare al tipo di opposizione dello stesso PCFR che, nonostante i biasimi sugli aspetti più eclatanti della politica liberale antipopolare, somiglia a una costante preghiera a Vladimir Putin perché, continuando a fare il Presidente, si decida perlomeno a cambiare la politica del governo.
È su questo sfondo che si sono svolte le manifestazioni del 27 luglio a Mosca, dopo le quali la Procura generale ha dato indicazioni a tutte le procure perché rispondano energicamente (cosa che la polizia non ha mancato di fare già il 27 luglio, fermando un migliaio di persone) ai meeting non autorizzati, soprattutto ora che mancano una quarantina di giorni alle elezioni regionali e municipali (oltre che per alcuni seggi suppletivi alla Duma federale) del 8 settembre.
Al tempo stesso, Svobodnaja Pressa ipotizza che il Governo, forse preoccupato da un’ipotetica “majdan” russa, tenti di andare incontro all’opposizione cosiddetta “antisistema” (Navalnyj e compagnia liberale varia, per intendersi): tutte le candidature cosiddette indipendenti per la Duma municipale di Mosca, respinte dalla Commissione elettorale municipale col pretesto della falsificazione delle firme raccolte – tema al centro delle proteste – potrebbero essere ripescate dalla Commissione elettorale centrale. E nonostante che, come scrive iarex.ru, sia ormai quasi impossibile nascondere il carattere antiputniano delle proteste, la municipalità di Mosca ha prontamente concesso gli spazi per le nuove manifestazioni di sabato 3 agosto.
Come che sia, a parere della politologa Anastasija Udaltsova – moglie del leader del Fronte di Sinistra, Sergej Udaltsov e lei stessa candidata alla Duma di Mosca – con l’atteggiamento di sabato scorso, il governo ha fatto un grosso regalo all’opposizione tutta: finora non c’era grande entusiasmo attorno al voto, ma i manifestanti che sabato scorso sono stati presi a manganellate, potrebbero decidere di andare in massa ai seggi e dare il voto al primo candidato dell’opposizione presente sulla scheda, liberale o comunista che sia.
Secondo lo scrittore Eduard Limonov, alle proteste del 27 luglio, hanno preso parte non solo “teste rasate, skineader, o figli di mamma borghesi”, sostenuti dall’opposizione liberale – attiva in patria o comodamente insediata all’estero a là Khodorkovskij – ma persone di varia estrazione sociale.
Chi si è unito alle proteste di sabato scorso, sa benissimo chi siano i liberali, sa benissimo che i “neo-liberali” di oggi insorgono contro i liberali di ieri: i figli della borghesia contro i padri borghesi; ma è evidente che, oggi, tutti gli scontenti, per qualsiasi motivo, sono pronti a marciare sotto qualunque bandiera.
Indicativo il fatto, aggiunge Limonov, che del migliaio di fermati (quasi tutti subito rilasciati) oltre la metà venisse da fuori Mosca, nonostante la protesta riguardasse, formalmente, il rifiuto a registrare candidati alla Duma di Mosca.
In segno di solidarietà contro la mancata registrazione dei candidati, anche il Fronte di Sinistra, afferma Sergej Udaltsov, ha partecipato ad esempio alle manifestazioni organizzate dai liberali nella regione di Leningrado; mentre i liberali di Mosca marciano esclusivamente per proprio conto.
Diversa la visione di ROTFront: “Lotta di rospi e vipere”, ha definito le manifestazioni moscovite Aleksandr Batov. Vi ha partecipato essenzialmente la cosiddetta “intellighenzija liberale”, che si concentra soprattutto a Mosca, dove affluiscono le risorse fondamentali del paese; vi hanno preso parte anche altri strati di popolazione, anche lavoratori, ma l’indirizzo delle proteste è dettato dai liberali. Si tratta, in fin dei conti, di una parte molto piccola della società, ma, per serie trasformazioni sociali, dice Batov, non è affatto necessario “avere con sé la maggioranza aritmetica della popolazione. È sufficiente avere una maggioranza politica – un gruppo compatto e ben organizzato, che, con la lealtà passiva della maggioranza, può imporre la propria volontà alla società”.
D’altra parte, la maggioranza delle persone non è oggi disposta a seguire i liberali, o a esser presa a manganellate, o a star dietro ai problemi dei candidati. È vero che lo stesso 27 luglio, oltre mezzo milione di persone erano al Park Gorkij ad ascoltare un concerto, ma “ciò non significa che stiano tutti dalla parte del potere. Oggi, quelle persone vanno ad ascoltare musica e domani possono offrire la stessa lealtà passiva a un qualche colpo di stato”. Molti di coloro che hanno manifestato il 27 luglio sono probabilmente partigiani di “majdan”; ma, il sostegno comunicativo è loro assicurato da emittenti come “Ekho Moskvy”, controllata pienamente dal governo.
In sostanza, opinione abbastanza diffusa a sinistra è che le proteste siano vantaggiose anche per il governo, per aumentare l’affluenza alle urne, che altrimenti sarebbe scarsa, e dare così legittimazione alla vittoria dei candidati governativi. La stragrande maggioranza dei cittadini è preoccupata di ben altri problemi: bassi salari, prezzi crescenti, arbitrii burocratici.
Quegli stessi arbitrii messi in luce dai liberali e prontamente ripresi dai media occidentali. L’opposizione liberale, scrive ancora ROTFront, smaschera gli esempi più eclatanti di corruzione dell’élite al potere e scredita il governo agli occhi della società: “questo obiettivo ci agevola, perché l’attuale regime persegue una politica estranea agli interessi dei lavoratori e conduce il Paese alla catastrofe. Ma, sia liberali che potere sono alieni e ostili ai lavoratori, entrambi temono e odiano il popolo; entrambi sono strettamente legati tra loro e con l’Occidente. Entrambi questi gruppi si uniranno indubbiamente se avvertono il pericolo dei lavoratori. E’ disastroso marciare sotto la bandiera altrui; non si possono cavare castagne dal fuoco per questo o quel gruppo oligarchico; non si può partecipare alla lotta del rospo e della vipera”.
E mentre il PCFR ha indetto proprie manifestazioni per il 17 agosto, con lo slogan “Per elezioni oneste e limpide”, il politologo del partito, Sergej Obukhov, premettendo che il PCFR si esprime contro il rifiuto delle Commissioni elettorali a registrare un qualsiasi candidato (tanto più, che qua e là, destino simile tocca anche a candidati comunisti) giudica eccessivo paragonare (lo ha fatto Maksim Ševčenko, del Fronte di Sinistra) la situazione attuale al febbraio 1917, nonostante l’analogia tra Putin che scende in batiscafo sul fondo (in russo: dno) del mare e l’abdicazione di Nikola II in transito alla stazione di Dno.
Di certo, scrive Obukhov, si può “pronosticare una escalation delle proteste a Mosca. Per il momento, i pubblicisti patrioti hanno subito ripreso il mantra “C’è Putin – c’è la Russia, non c’è Putin – non c’è la Russia”, mentre sia i liberali, sia il PCFR scandiscono slogan contro le politiche del presidente, anche se bisogna ammettere che se Putin scompare all’istante, inizierà il caos, dato che altre istituzioni o stabilizzatori diversi da quello presidenziale sono puramente decorativi”.
Non a caso il PCFR, conferma Obukhov, continua a chiedere al “Presidente di cambiare corso e nominare un governo di fiducia popolare, responsabile verso il Parlamento e verso il potere presidenziale”, ricordando che soltanto il PCFR e le forze “popolari-patriottiche” sue alleate possono costituire quella forza in grado di contrapporsi a una “majdan” liberale.
Ovvio che quei “pubblicisti patrioti”, vedono quale alternativa a Putin solo nuovi liberali a là Eltsin e una “perestrojka-2”. Ma, c’è poi davvero tutta questa differenza, come sembra sostenere il PCFR, tra il corso sociale interno eltsiniano e quello attuale putiniano?
Fonte
29/05/2019
Germania - Le elezioni europee e le sfide politiche a venire
Le elezioni politiche europee in Germania, confermano i trend delle ultime elezioni regionali in Baviera e in Assia tenutesi l’ottobre scorso ed il quadro emerso con le ultime elezioni politiche di settembre 2017.
Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.
La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.
È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.
Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:
“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.
Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...
Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.
Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.
Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.
In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.
In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.
Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.
Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.
Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...
Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.
La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.
Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.
Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...
I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.
I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.
La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.
Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.
I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.
È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.
Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.
Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.
Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.
I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.
Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.
Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.
Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.
I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).
Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.
Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.
La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.
Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.
Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.
L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.
L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.
Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.
Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.
A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.
Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.
Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.
La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.
La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.
Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.
Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!
Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.
Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.
Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!
In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.
Fonte
Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.
La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.
È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.
Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:
“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.
Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...
Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.
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Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.
Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.
In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.
In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.
Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.
Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.
Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...
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Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.
La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.
Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.
Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...
I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.
I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.
La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.
Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.
I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.
È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.
Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.
Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.
Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.
I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.
Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.
Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.
Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.
I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).
Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.
Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.
La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.
Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.
Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.
L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.
L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.
Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.
Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.
A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.
Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.
Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.
La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.
La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.
Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.
Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!
Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.
Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.
Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!
In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.
Fonte
20/05/2019
Il cazzeurometro
di Alessandra Daniele
Domenica prossima si vota. È il momento di ripassare il Cazzarometro, l’anno scorso non l’abbiamo fatto, e guardate com’è andata a finire.
Fra tutti i candidati, come riconoscere i più cazzari? Ecco la lista delle loro frasi tipiche, con un aggiornamento in coda specifico per le elezioni europee.
“Dobbiamo occuparci dei veri problemi della gente”
Questa formula viene regolarmente adoperata dai cazzari per evitare di rispondere delle innumerevoli porcate commesse, passate, presenti e future. Qualunque sia l’argomento che il cazzaro vuole evitare, il vero problema della gente per lui – o lei – sarà sempre un altro.
Esempio:
– Perché avete occultato la notizia dell’acquedotto inquinato da una mistura di cianuro, plutonio, e colera?
– Evitiamo le polemiche strumentali, parliamo dei veri problemi della gente.
“Pensiamo al futuro dei nostri figli”
Chi usa questa frase, di solito vede i propri figli il meno possibile, e spesso non ne ricorda i nomi. Il loro futuro però lo ha già assicurato comprandogli un diploma in Lituania, una laurea in Moldavia, e un mitra in Croazia, iscrivendoli alla Loggia P2.0, e nominandoli assessori ai beni culturali, anche se hanno ancora tre anni.
“Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”
Chi lo promette, ha già da tempo le mani nelle tasche, nelle mutande, e spesso anche nel culo degli italiani. E intende continuare a ravanare.
“La responsabilità è del governo precedente”
Sia che si tratti di governi nazionali o amministrazioni locali, lo scaricabarile retroattivo è una costante spazio-temporale, soprattutto quando lo scaricante è in realtà al governo del barile ininterrottamente da settant’anni. Quando i cazzari coinvolti nello scaricabarile appartengono invece a due schieramenti che si sono alternati al potere, si rischia di innescare un infinito regresso oltre l’origine dell’universo.
“Basterebbe adottare il modello che funziona perfettamente in [paese straniero]”
Chi lo dice di solito non sa assolutamente niente dei sistemi elettorali, politici, economici e sociali che sbandiera come esempi, e non saprebbe nemmeno trovare metà dei paesi che cita su una cartina geografica scolastica coi nomi stampati sopra.
“È un’invasione!”
Sia che si tratti di immigrati, profughi, rom, o presunti black bloc, l’Invasione della Minacciosa Specie Aliena come capro espiatorio è un espediente narrativo abusato dai cazzari della politica persino più che da quelli di Hollywood. Le “soluzioni” proposte sono brutali e imbecilli quanto quelle dei blockbuster. La differenza è il budget per gli effetti speciali.
“L’Italia è piena di risorse. La ripresa economica è già cominciata”
Chi ostenta questo tipo di ottimismo farlocco, di norma ha già trasferito tutti i suoi risparmi in un paradiso fiscale, mentre continua a saccheggiare le residue risorse italiane fino all’esaurimento, dando la colpa al precedente governo. O agli immigrati.
“Cambieremo l’Europa”
Questa promessa è unanime. Chi l’adopera finge di dimenticare che in realtà il Parlamento europeo conta anche meno di quello italiano. In particolare, a decidere la politica economica è la Commissione europea, nominata dai governi, e manovrata dalle lobby. Perché in regime capitalista, tutta la democrazia non è che un’elaborata e coreografica cazzata.
Pubblicato la prima volta il 24 maggio 2015
Fonte
Domenica prossima si vota. È il momento di ripassare il Cazzarometro, l’anno scorso non l’abbiamo fatto, e guardate com’è andata a finire.
Fra tutti i candidati, come riconoscere i più cazzari? Ecco la lista delle loro frasi tipiche, con un aggiornamento in coda specifico per le elezioni europee.
“Dobbiamo occuparci dei veri problemi della gente”
Questa formula viene regolarmente adoperata dai cazzari per evitare di rispondere delle innumerevoli porcate commesse, passate, presenti e future. Qualunque sia l’argomento che il cazzaro vuole evitare, il vero problema della gente per lui – o lei – sarà sempre un altro.
Esempio:
– Perché avete occultato la notizia dell’acquedotto inquinato da una mistura di cianuro, plutonio, e colera?
– Evitiamo le polemiche strumentali, parliamo dei veri problemi della gente.
“Pensiamo al futuro dei nostri figli”
Chi usa questa frase, di solito vede i propri figli il meno possibile, e spesso non ne ricorda i nomi. Il loro futuro però lo ha già assicurato comprandogli un diploma in Lituania, una laurea in Moldavia, e un mitra in Croazia, iscrivendoli alla Loggia P2.0, e nominandoli assessori ai beni culturali, anche se hanno ancora tre anni.
“Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”
Chi lo promette, ha già da tempo le mani nelle tasche, nelle mutande, e spesso anche nel culo degli italiani. E intende continuare a ravanare.
“La responsabilità è del governo precedente”
Sia che si tratti di governi nazionali o amministrazioni locali, lo scaricabarile retroattivo è una costante spazio-temporale, soprattutto quando lo scaricante è in realtà al governo del barile ininterrottamente da settant’anni. Quando i cazzari coinvolti nello scaricabarile appartengono invece a due schieramenti che si sono alternati al potere, si rischia di innescare un infinito regresso oltre l’origine dell’universo.
“Basterebbe adottare il modello che funziona perfettamente in [paese straniero]”
Chi lo dice di solito non sa assolutamente niente dei sistemi elettorali, politici, economici e sociali che sbandiera come esempi, e non saprebbe nemmeno trovare metà dei paesi che cita su una cartina geografica scolastica coi nomi stampati sopra.
“È un’invasione!”
Sia che si tratti di immigrati, profughi, rom, o presunti black bloc, l’Invasione della Minacciosa Specie Aliena come capro espiatorio è un espediente narrativo abusato dai cazzari della politica persino più che da quelli di Hollywood. Le “soluzioni” proposte sono brutali e imbecilli quanto quelle dei blockbuster. La differenza è il budget per gli effetti speciali.
“L’Italia è piena di risorse. La ripresa economica è già cominciata”
Chi ostenta questo tipo di ottimismo farlocco, di norma ha già trasferito tutti i suoi risparmi in un paradiso fiscale, mentre continua a saccheggiare le residue risorse italiane fino all’esaurimento, dando la colpa al precedente governo. O agli immigrati.
“Cambieremo l’Europa”
Questa promessa è unanime. Chi l’adopera finge di dimenticare che in realtà il Parlamento europeo conta anche meno di quello italiano. In particolare, a decidere la politica economica è la Commissione europea, nominata dai governi, e manovrata dalle lobby. Perché in regime capitalista, tutta la democrazia non è che un’elaborata e coreografica cazzata.
Pubblicato la prima volta il 24 maggio 2015
Fonte
13/06/2017
Amministrative 2017: segni evidenti di un declino a 5 stelle
Nell’analisi del voto del primo turno delle amministrative 2017
cerchiamo di evitare il gioco delle tabelline: il numero degli
elettori, delle percentuali raggiunte da un qualche partito, dei voti
reali, degli eletti etc. Non che siano esercizi inutili, al contrario,
ma ci sono fenomeni, in questa tornata elettorale, che vanno oltre il
semplice fatto del voto e vanno evidenziati.
Insomma, quanto accaduto domenica 11 aiuta a capire meglio cosa sta accadendo da tempo nel movimento 5 stelle.
Certo, si tratta dello stesso giorno in cui il partito del premier ha
perso in casa propria, a Rignano. Dopo una campagna elettorale che ha
visto il paese in provincia di Firenze diventare una sorta di cortile di
palazzo Chigi con esponenti del governo che si sono presentati a
promettere lavori pubblici, finanziamenti possibili, progetti. Ma, a
parte i media e Renzi che corrono assieme da tempo – e quindi i
particolari sgraditi al segretario PD scompaiono presto dalle notizie – la
legge di Rignano è la stessa che è stata fatta valere a Genova: senza
radicamento sul territorio non c’è spettacolo che tenga. Non c’è sfilata di personaggi che riesca a invertire tendenze che si sono, appunto, radicate.
Il territorio. Certo,
bisogna intendersi oggi sulla nozione di territorio. Si va dal centro
anziani, al posto macchina, allo svilupparsi dei messaggi giusti sui
social media, a reti di conoscenti, a locali pubblici che sono
inaccessibili alla politica perché non li vede. A queste elezioni
amministrative, il movimento 5 stelle ha perso proprio il contatto con ciò che fa territorio. Infatti, rispetto alle amministrative del 2012, ha perso voti sia a Genova che a Palermo. Nella stessa modalità: dove si era presentato come novità
aveva sfiorato il ballotaggio poi, in vista di una vittoria ritenuta
sicura al turno successivo, è imploso in lotte interne. Che ci sia un
problema tra format 5 stelle e territorio lo si vede da Comacchio, che aveva un sindaco pentastellato poi espulso da Grillo, e da Parma. Il sindaco di Comacchio è stato confermato al primo turno, mentre Pizzarotti
è arrivato al ballottaggio, con quasi 15 punti in più rispetto al
risultato del 2012. Entrambi, in modo diverso, da tempo avevano preso le
distanze da Grillo. Perché una cosa sono le dinamiche dei territori, un’altra quelle dell’opinione pubblica e della lotta interna tra fazioni.
Il movimento 5 stelle è cresciuto facendosi accompagnare da queste ultime e
anche le dinamiche dei territori vengono sempre ridotte a format da
dare in pasto all’opinione pubblica (dai rifiuti di Livorno, al comportamento di Raggi e Appendino).
Il rigetto dell’elettorato non è tardato ad arrivare. Perché per
conquistare i territori ci vuole un lavoro politico lento, capillare,
coerente, stabile fatto di persone credibili. Un movimento fatto di
polemiche infinite sulle chat di ogni tipo questo lavoro non lo fa.
Anzi, discredita chi, all’interno dei 5 stelle, fa questo lavoro.
Oltretutto neanche si sta attrezzando a farlo. E non solo perché le persone più credibili, da stessa denuncia pentastellata, preferiscono provare a candidarsi per le politiche
(già per il personale politico ci vogliono risorse, e sui territori
sono a zero). Basti dire che il movimento 5 stelle non ha mai fatto una
conferenza nazionale di indirizzo sugli enti locali. Perché la tendenza è ingaggiare esperti spettacolo (De Masi) e usare la piattaforma Rousseau che tende a separare le esperienze piuttosto che a unirle (sono uscite analisi interessanti in materia). Certo, a Carrara il M5S è andato bene, come ha ottimi sondaggi in Sicilia.
Ma perché, in quelle zone, sta accadendo quello che è già avvenuto in
altre parti del paese. Ovvero il movimento si presenta come novità. Una volta esaurita la novità, ed è questo il messaggio delle amministrative, i problemi si fanno grossi.
Fino ad evidenziare chiari segni di declino dell’esperienza
pentastellata che quest’anno ha compiuto i suoi primi dieci anni.
Infatti, in queste amministrative, nei pentastellati si sono riprodotti
tre fenomeni che, in politica, hanno i segni del declino. Lento o
accelerato, dipende dallo scenario complessivo, naturalmente.
Il settarismo. La prima
grande malattia del M5S è il settarismo. Non ha alleati politici, non
ha un referente sociale stabile, non ha, di conseguenza, un chiaro
modello di società (sostituito con la lista della spesa delle “cose da
fare”). Senza modello di società da proporre al paese, l’identitarismo e il settarismo restano gli unici elementi di coesione interna.
Il risultato è che di fronte a un problema un esponente pentastellato
ti parlerà soprattutto delle proprie questioni interne (il regolamento,
le chat, Grillo etc.) e meno del problema in sé (che cercherà di
risolvere solo sul piano dell’immagine). Tenderà poi a prendere
decisioni solo secondo la logica della cerchia di appartenenza senza
tener conto della società.
Capita quando non si ha un modello sociale da
proporre, nel breve o nel medio termine è un elemento molto forte di
perdita di consenso.
Il frazionismo. Come
nei gruppi di extraparlamentare memoria, al settarismo corrisponde il
frazionismo. Ovvero la lotta tra gruppi interni per il controllo
dell’organizzazione, per il migliore posizionamento nei confronti del
leader, per la distribuzione dei posti nell’organizzazione. In questo
modo la politica, e la società, non sono altro che un terreno utile per
il regolamento di conti interno. Quello che è accaduto a Genova, con
l’implosione del movimento e le accuse reciproche, e a Palermo, dove il
candidato sindaco è stato denunciato in procura da esponenti della
fazione interna avversaria, è solo la spia di un comportamento diffuso.
Comportamento che ha portato alla mancata presentazione di liste, nel
2016, in comuni importanti (Rimini, Salerno
es.).
I motivi sono semplici: in politica il frazionismo si risolve con
la distribuzione di risorse ai contendenti, sterilizzando le cause
materiali del problema, oppure con un forte senso di missione verso
l’esterno, di un progetto ben preciso da condividere con la società.
Mancano entrambi e la politica delle espulsioni, non a caso, non ha funzionato.
Il frazionismo ha una radice materiale e una culturale. Se un partito
non interviene su questo perde di credibilità. E, prima o poi, la
paga.
Il partito di opinione. Come ha detto il sacerdote delle analisi di centrosinistra, Ilvo Diamanti, il M5S rimane forte sul piano delle elezioni politiche.
Quindi su quello dell’opinione che, tradizionalmente, è però sottoposto
a forti oscillazioni. Come hanno dimostrato le amministrative manca il
radicamento territoriale. Una forza di opposizione lo costruisce, ad
esempio, con delle lotte su disegni di legge che rappresentano economie
territoriali, che vadano ben oltre il proprio bacino elettorale, con
persone che sono espressione della società e non dei propri meccanismi
di selezione interna.
Dal momento che, come sempre, la radice della crisi di
questo paese è economica, ci vuole un modello di economia
riconosciuto e praticabile. Ma un partito che prende voti da destra e da
sinistra, cioè da modelli sociali ed economici irriducibili tra loro,
non può scegliere in questo senso.
La politica è tuttavia
implacabile: le non scelte per non perdere elettorato oggi peseranno
drammaticamente domani. Questo in 5 anni di parlamento ai pentastellati è
mancato e, prima poi, peserà sul serio. Come sta già pesando a Roma
nella stanca gestione Raggi.
I sintomi del declino pentastellato sono quelli di doversi proporre come novità senza esserlo più.
Di essere un movimento d’opinione che, appena tocca la dimensione del
radicamento sociale o territoriale, si paralizza nella lotta interna.
Certo, la crisi alimenta l’elettorato pentastellato, forti nelle fasce d’età giovanili,
ma non fino, secondo ogni proiezione elettorale, a portare il M5S al
governo. Meglio così, se si è al governo, e si fa come a Roma o come
durante la questione della legge elettorale, i mercati finanziari ti
inceneriscono in un paio di settimane. Già perché oggi una forza di
governo alternativa deve essere estremamente robusta, coesa,
riconosciuta dal paese, pronta ad attraversare cambiamenti epocali.
Detto fuori dai denti, quando un tweet della Taverna
mette in fibrillazione un partito c’è pochissimo da sperare, nel caso,
sulla tenuta della stessa organizzazione di fronte alla capacità di
manovra a tenaglia della Merkel.
I pentastellati sono quindi nella condizione mediana di essere nel parlamento ma non sui territori reali,
come forza considerevole ma non di governo. La cosa peserà tanto più
domani quando, in un parlamento con maggioranze deboli, chi vincerà
punterà a spaccare i pentastellati. Per ottenere quei gruppi
parlamentari “responsabili” pronti a governare.
Il movimento 5 stelle poteva essere una risposta utile a questo paese.
Un movimento popolare che fosse direttamente espressione di larghe
fasce di società, per niente minoritarie, alle quali la rappresentanza
centrodestra-centrosinistra aveva messo la testa sott'acqua. Ha
prevalso la saldatura tra le dinamiche aziendali della Casaleggio e i
piccoli gruppi di interesse (molto rissosi tra loro, tra l’altro).
Ci
sarà un cambio di marcia? Non sta a noi dirlo.
Certo, tutto ciò non cancella il certificato stato di rigor mortis delle sinistre. Ma, come dire, un problema alla volta.
Redazione, 13 giugno 2017
05/09/2016
Germania, elezioni locali. Merkel surclassata dall’estrema destra
"Angela Merkel si rovescia da sola". Così la leader dell’estrema destra tedesca, la giovane e rampante Frauke Petry, ha commentato questa mattina alla tv all-news Phoenix il boom registrato dal suo partito, Alternativa per la Germania, nelle elezioni di ieri in Meclemburgo Pomerania, un land orientale tedesco. "Merkel e l'Spd illudono i cittadini, che si tratti di finanza o di crisi dei migranti – ha aggiunto Petry insistendo su due dei temi cardine della campagna elettorale – sono sul punto di liquidare questo Paese e per questo le persone votano Afd". "Per Angela Merkel è un tonfo non solo a Berlino ma anche nel suo collegio elettorale del Meclemburgo" e "la sua catastrofica politica sull'immigrazione" ha oscurato tutti gli altri campi della politica ha aggiunto Frauke Petry secondo la quale gli altri partiti sono stati bocciati perché "per troppo tempo non hanno ascoltato gli elettori".
La leader del partito nazional-populista ha concluso la sua dichiarazione affermando che il suo partito farà "un buon lavoro di opposizione" e non "un'opposizione di tipo fondamentalista".
Il risultato del voto nell’importante regione della Germania orientale – oltretutto sede del collegio elettorale dell’attuale cancelliera – è considerato assai indicativo rispetto ai possibili risultati delle elezioni generali tedesche in programma nel 2017. Il boom di ieri del partito di estrema destra, che si presentava alle consultazioni regionali per la prima volta, segue infatti quelli già registrati in altri importanti Land tedeschi, ovunque a scapito sia del Partito Cristiano Democratico sia del partito di sinistra Die Linke.
Impegnata in Cina al vertice del G20, Angela Merkel non ha ancora commentato il risultato del voto regionale in Meclemburgo. Lo farà probabilmente oggi intorno alle 12 direttamente da Hangzhou, dopo la conclusione del vertice, quando parlerà del voto e del bilancio del G20 facendo uno strappo alla tradizione seguita finora di non trattare all'estero temi di politica interna.
Già ieri sera gli exit poll vaticinavano una sonora sconfitta dei democristiani a vantaggio dei populisti di destra di Alternative fur Deutschland. E stamattina i risultati definitivi diffusi dall'agenzia Dpa confermano che nelle elezioni regionali in Meclemburgo il partito Cdu della cancelliera Angela Merkel, col 19,0% dei voti, è stato ampiamente superato dall’estrema destra xenofoba di ‘Alternativa per la Germania’ che ha ottenuto il 20,8%. A vincere però è stato il partito socialdemocratico col 30,6% dei voti. La polarizzazione a destra del voto è avvenuta a scapito di praticamente tutti gli altri partiti. La Cdu ha perso 4 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni del 2011, quando aveva già registrato il peggior risultato di sempre in Meclemburgo, e i socialdemocratici della Spd hanno ceduto il 5%. Gli altri "risultati finali provvisori" annunciati dall'agenzia tedesca attribuiscono il 13,2% (-5,2 punti) al partito di sinistra Linke e solo il 4,8% (-3,9) ai Verdi che escono dal Landtag (parlamento regionale) di Schwerin assieme ai neonazisti della Npd, che ottengono ‘solo’ il 3,0% dimezzando i propri consensi. Dal parlamento del Meclemburgo rimangono fuori di nuovo i liberali della Fdp che pur avendo ottenuto lo 0,2% in più rispetto alle passate consultazioni si fermano comunque al 3,0%, al di sotto della soglia di sbarramento. A segnare un segnale di netta controtendenza rispetto al passato ed anche ad un aumento dell’astensionismo che sta caratterizzando le votazioni in tutta Europa negli ultimi anni l'affluenza registrata ieri, pari al 61,6%, in aumento addirittura del 10,1%.
"Siamo felici che il nostro presidente in Meclemburgo abbia ottenuto un buon risultato, tenendo conto che solo poche settimane fa i sondaggi ci davano poco sopra il 20%" ha commentato da parte sua il leader dell'Spd e vice cancelliere del governo federale Sigmar Gabriel. Riguardo al tema dominante delle elezioni in Meclemburgo, la questione dei profughi, Gabriel ha ribadito che "da oltre un anno diciamo che non basta dire ce la facciamo ma che bisogna realizzare le condizioni per l'integrazione e anche fare in modo che i tedeschi non si sentano marginalizzati". "Spero che il nostro partner di governo adesso lo capisca", ha concluso Gabriel.
Il governatore socialdemocratico uscente, Erwin Sellering, potrà nonostante tutto continuare ad amministrare il land del nordest della Germania al confine con il Mar Baltico facendo ricorso ad una grande coalizione con i democristiani sconfitti oppure ad una alleanza con Verdi e Linke. Ma l’allarme nel sistema politico tedesco cresce: anche in Germania infatti sembra che i partiti tradizionali su cui si regge il sistema di governance e di consenso attorno all’Unione Europea e alle sue politiche possa essere spazzato via o fortemente destabilizzato dall’emergere di un movimento di tipo populista, come già accaduto in molti dei paesi che hanno subito negli ultimi anni i diktat di Berlino, della Troika e delle istituzioni continentali a guida tedesca. Il problema è che si tratta di un movimento di estrema destra – in doppio petto e perbenista ma all'interno del quale operano gruppi di neonazisti e forze estremiste che si sono via via integrate nel gruppo nato da una scissione 'euroscettica' della stessa Cdu – che fonda il suo messaggio su una critica a destra dell’impianto europeo, a partire dalle politiche sull’immigrazione e sui diritti sociali.
Fonte
La leader del partito nazional-populista ha concluso la sua dichiarazione affermando che il suo partito farà "un buon lavoro di opposizione" e non "un'opposizione di tipo fondamentalista".
Il risultato del voto nell’importante regione della Germania orientale – oltretutto sede del collegio elettorale dell’attuale cancelliera – è considerato assai indicativo rispetto ai possibili risultati delle elezioni generali tedesche in programma nel 2017. Il boom di ieri del partito di estrema destra, che si presentava alle consultazioni regionali per la prima volta, segue infatti quelli già registrati in altri importanti Land tedeschi, ovunque a scapito sia del Partito Cristiano Democratico sia del partito di sinistra Die Linke.
Impegnata in Cina al vertice del G20, Angela Merkel non ha ancora commentato il risultato del voto regionale in Meclemburgo. Lo farà probabilmente oggi intorno alle 12 direttamente da Hangzhou, dopo la conclusione del vertice, quando parlerà del voto e del bilancio del G20 facendo uno strappo alla tradizione seguita finora di non trattare all'estero temi di politica interna.
Già ieri sera gli exit poll vaticinavano una sonora sconfitta dei democristiani a vantaggio dei populisti di destra di Alternative fur Deutschland. E stamattina i risultati definitivi diffusi dall'agenzia Dpa confermano che nelle elezioni regionali in Meclemburgo il partito Cdu della cancelliera Angela Merkel, col 19,0% dei voti, è stato ampiamente superato dall’estrema destra xenofoba di ‘Alternativa per la Germania’ che ha ottenuto il 20,8%. A vincere però è stato il partito socialdemocratico col 30,6% dei voti. La polarizzazione a destra del voto è avvenuta a scapito di praticamente tutti gli altri partiti. La Cdu ha perso 4 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni del 2011, quando aveva già registrato il peggior risultato di sempre in Meclemburgo, e i socialdemocratici della Spd hanno ceduto il 5%. Gli altri "risultati finali provvisori" annunciati dall'agenzia tedesca attribuiscono il 13,2% (-5,2 punti) al partito di sinistra Linke e solo il 4,8% (-3,9) ai Verdi che escono dal Landtag (parlamento regionale) di Schwerin assieme ai neonazisti della Npd, che ottengono ‘solo’ il 3,0% dimezzando i propri consensi. Dal parlamento del Meclemburgo rimangono fuori di nuovo i liberali della Fdp che pur avendo ottenuto lo 0,2% in più rispetto alle passate consultazioni si fermano comunque al 3,0%, al di sotto della soglia di sbarramento. A segnare un segnale di netta controtendenza rispetto al passato ed anche ad un aumento dell’astensionismo che sta caratterizzando le votazioni in tutta Europa negli ultimi anni l'affluenza registrata ieri, pari al 61,6%, in aumento addirittura del 10,1%.
"Siamo felici che il nostro presidente in Meclemburgo abbia ottenuto un buon risultato, tenendo conto che solo poche settimane fa i sondaggi ci davano poco sopra il 20%" ha commentato da parte sua il leader dell'Spd e vice cancelliere del governo federale Sigmar Gabriel. Riguardo al tema dominante delle elezioni in Meclemburgo, la questione dei profughi, Gabriel ha ribadito che "da oltre un anno diciamo che non basta dire ce la facciamo ma che bisogna realizzare le condizioni per l'integrazione e anche fare in modo che i tedeschi non si sentano marginalizzati". "Spero che il nostro partner di governo adesso lo capisca", ha concluso Gabriel.
Il governatore socialdemocratico uscente, Erwin Sellering, potrà nonostante tutto continuare ad amministrare il land del nordest della Germania al confine con il Mar Baltico facendo ricorso ad una grande coalizione con i democristiani sconfitti oppure ad una alleanza con Verdi e Linke. Ma l’allarme nel sistema politico tedesco cresce: anche in Germania infatti sembra che i partiti tradizionali su cui si regge il sistema di governance e di consenso attorno all’Unione Europea e alle sue politiche possa essere spazzato via o fortemente destabilizzato dall’emergere di un movimento di tipo populista, come già accaduto in molti dei paesi che hanno subito negli ultimi anni i diktat di Berlino, della Troika e delle istituzioni continentali a guida tedesca. Il problema è che si tratta di un movimento di estrema destra – in doppio petto e perbenista ma all'interno del quale operano gruppi di neonazisti e forze estremiste che si sono via via integrate nel gruppo nato da una scissione 'euroscettica' della stessa Cdu – che fonda il suo messaggio su una critica a destra dell’impianto europeo, a partire dalle politiche sull’immigrazione e sui diritti sociali.
Fonte
23/05/2016
Come si profilano le elezioni amministrative?
Ormai mancano due settimane al voto per le amministrative ed il quadro sembra sensibilmente diverso da quello che a gennaio prometteva squillanti vittorie al Pd. Anzi, ad essere precisi, questa storia sembra sempre più quella dei pifferi di montagna, che andarono per suonare e furono suonati. Ma procediamo con ordine.
Ovviamente qui la partita si gioca sulle principali 5 città, delle quali le 4 più grandi d’Italia (Roma, Milano, Napoli, Torino), con l’aggiunta di Bologna. Poi si vota in diverse altre città (come Cagliari) nonché in bel po’ di centri minori, ma, dato che la somma totale sarebbe poco significativa (data la distribuzione del tutto casuale del campione) la gente vedrà solo i risultati più vistosi e li giudicherà come indicativi della tendenza generale.
Pertanto, noi ci occupiamo di queste città. Quattro su cinque sono città che avevano un sindaco espresso da coalizioni con il Pd (Torino, Milano, Roma e Bologna) una sola escludeva il Pd ma a vantaggio di un’altra coalizione di Sinistra (Napoli). A gennaio le aspettative diffuse davano per confermata la candidatura di De Magistris, e per vincente (e con largo margine) le candidature del Pd a Torino, Bologna e, soprattutto Milano. Mentre Roma era data in forte pericolo, ma comunque con un ballottaggio Pd-M5s, mentre del tutto liquidata sembrava la destra, se non nell’improbabile (e poi non verificato caso) di lista comune di tutte le destre a Roma.
La situazione, per ora, sembra confermare più o meno le aspettative per Napoli (dove però non è affatto sicuro che il Pd arrivi al ballottaggio), e tutti i sondaggi (compresi quello più filo-Pd di Repubblica) sono concordi sulla vittoria di De Magistris. Altrettanto dicasi per Bologna, dove alcuni sondaggi (in particolare Repubblica) danno Merola (Pd) ad un soffio dalla vittoria al primo turno ed altri (Messaggero, Corriere) lo danno più distanziato dalla soglia del primo turno, ma comunque vincente al secondo.
Più sfaccettata è la situazione di Torino, dove Fassino (Pd) è in testa ma lontano dalla vittoria al primo turno e dove sembra in ascesa la Appendino del M5s. Quindi ballottaggio Pd-M5s che tutti danno per vinto da Fassino, ma con percentuali variabili, alcune delle quali sono sotto la soglia del margine d’errore.
Le novità riguardano Roma e Milano. A Roma la Raggi è largamente favorita in tutti i sondaggi, mentre non è più scontato che al ballottaggio ci arrivi il Pd, sia perché la Meloni sembra tallonare Giachetti, sia perché ha qualche possibilità di sorpasso sugli altri Marchini che recentemente ha messo a segno un colpo, dicendo che non celebrerà nozze gay, il che significa sottrarre un po’ di voti alla Meloni, quelli che potrebbero bastare a battere anche Giachetti. In sé la cosa non significa molto perché lui stesso ha precisato che non celebrerà le nozze ma nominerà un funzionario del comune o un assessore per sostituirlo. Ma la mossa è ad effetto e lui ha molti rapporti in Curia (la famiglia Marchini ha svolto un ruolo di intermediazione fra Curia papale e Pci sin dal 1945 ed è di casa oltre le mura leonine; lui per qualche tempo è stato l’editore del settimanale di Cl) e la cosa può funzionare, anche se per ora i sondaggi lo danno come ultimo fra i tre sfidanti. Poi è venuta l’uscita su Mussolini, sempre per mettere le mani in tasca alla Meloni. Con Marchini ho avuto l'occasione di parlare per alcune ore e ne ricavai l’impressione di una persona assai disinvolta, simpatica e, come si dice... para, para coso non ricordo. Se per guadagnare tre voti dovesse dichiarare che il miglior otorinolaringoiatra è Dracula, lo farebbe con l’aria più convinta del mondo. I sondaggi avvertono che se c’è uno sfidante pericoloso per la Raggi, al ballottaggio, è Marchini che però ha difficoltà ad arrivare al secondo posto. Quindi sospendiamo il giudizio sul competitore, ma rileviamo come nessun sondaggio dia la Raggi per perdente o Giachetti per vincente. Dunque sin qui, le previsioni medie danno una città alla civica De Magistris (Napoli), una al M5s (Roma) e due al Pd (Torino e Bologna).
Molto più indecisa è la partita milanese, dove a dicembre, Sala sembrava il vincitore indiscutibile, sin dal primo turno, con il 55-60%. Poi le destre sono riuscite a trovare l’unità intorno a un candidato credibile come Parisi, che ha iniziato a lavorare duro sin dal primo giorno ed a risalire nei sondaggi, mentre, parallelamente, le percentuali di Sala sono andate via via calando. La possibilità di vincere al primo turno è ben presto sfumata, poi lo stacco iniziale con Parisi è man mano sceso dai 12 punti iniziali. Unico sondaggio che dà a Sala uno stacco di oltre tre punti (il margine di errore) rispetto a Parisi al primo turno è quello di Repubblica, che dà per vincente Sala al ballottaggio (ed anche al referendum di settembre: un sondaggio che assomiglia stranamente ai sogni di Renzi). Quasi tutti gli altri sondaggi danno stacchi a favore di Sala sia al primo che al secondo turno, ma con margini ridottissimi e tutti inferiori al margine di errore (soprattutto con un 25% di indecisi).
Insomma partita apertissima, e tutt’altro che decisa. Il rinvio dei conti di Expo a dopo le elezioni ha nuociuto e Sala si sta dimostrando un candidato maldestro: litiga con i giovani che lo contestano e perde il controllo, non va agli incontri con tutti gli altri candidati (come è accaduto a Radio Popolare) ed ha uno staff per la campagna che è una vera frana (lo stesso che aveva la Moratti cinque anni fa...).
Insomma, al Pd milanese iniziano ad essere molto nervosi. Fra una manciata di settimane faremo i conti e vedremo quel che resta del passato di Expo.
Fonte
Ovviamente qui la partita si gioca sulle principali 5 città, delle quali le 4 più grandi d’Italia (Roma, Milano, Napoli, Torino), con l’aggiunta di Bologna. Poi si vota in diverse altre città (come Cagliari) nonché in bel po’ di centri minori, ma, dato che la somma totale sarebbe poco significativa (data la distribuzione del tutto casuale del campione) la gente vedrà solo i risultati più vistosi e li giudicherà come indicativi della tendenza generale.
Pertanto, noi ci occupiamo di queste città. Quattro su cinque sono città che avevano un sindaco espresso da coalizioni con il Pd (Torino, Milano, Roma e Bologna) una sola escludeva il Pd ma a vantaggio di un’altra coalizione di Sinistra (Napoli). A gennaio le aspettative diffuse davano per confermata la candidatura di De Magistris, e per vincente (e con largo margine) le candidature del Pd a Torino, Bologna e, soprattutto Milano. Mentre Roma era data in forte pericolo, ma comunque con un ballottaggio Pd-M5s, mentre del tutto liquidata sembrava la destra, se non nell’improbabile (e poi non verificato caso) di lista comune di tutte le destre a Roma.
La situazione, per ora, sembra confermare più o meno le aspettative per Napoli (dove però non è affatto sicuro che il Pd arrivi al ballottaggio), e tutti i sondaggi (compresi quello più filo-Pd di Repubblica) sono concordi sulla vittoria di De Magistris. Altrettanto dicasi per Bologna, dove alcuni sondaggi (in particolare Repubblica) danno Merola (Pd) ad un soffio dalla vittoria al primo turno ed altri (Messaggero, Corriere) lo danno più distanziato dalla soglia del primo turno, ma comunque vincente al secondo.
Più sfaccettata è la situazione di Torino, dove Fassino (Pd) è in testa ma lontano dalla vittoria al primo turno e dove sembra in ascesa la Appendino del M5s. Quindi ballottaggio Pd-M5s che tutti danno per vinto da Fassino, ma con percentuali variabili, alcune delle quali sono sotto la soglia del margine d’errore.
Le novità riguardano Roma e Milano. A Roma la Raggi è largamente favorita in tutti i sondaggi, mentre non è più scontato che al ballottaggio ci arrivi il Pd, sia perché la Meloni sembra tallonare Giachetti, sia perché ha qualche possibilità di sorpasso sugli altri Marchini che recentemente ha messo a segno un colpo, dicendo che non celebrerà nozze gay, il che significa sottrarre un po’ di voti alla Meloni, quelli che potrebbero bastare a battere anche Giachetti. In sé la cosa non significa molto perché lui stesso ha precisato che non celebrerà le nozze ma nominerà un funzionario del comune o un assessore per sostituirlo. Ma la mossa è ad effetto e lui ha molti rapporti in Curia (la famiglia Marchini ha svolto un ruolo di intermediazione fra Curia papale e Pci sin dal 1945 ed è di casa oltre le mura leonine; lui per qualche tempo è stato l’editore del settimanale di Cl) e la cosa può funzionare, anche se per ora i sondaggi lo danno come ultimo fra i tre sfidanti. Poi è venuta l’uscita su Mussolini, sempre per mettere le mani in tasca alla Meloni. Con Marchini ho avuto l'occasione di parlare per alcune ore e ne ricavai l’impressione di una persona assai disinvolta, simpatica e, come si dice... para, para coso non ricordo. Se per guadagnare tre voti dovesse dichiarare che il miglior otorinolaringoiatra è Dracula, lo farebbe con l’aria più convinta del mondo. I sondaggi avvertono che se c’è uno sfidante pericoloso per la Raggi, al ballottaggio, è Marchini che però ha difficoltà ad arrivare al secondo posto. Quindi sospendiamo il giudizio sul competitore, ma rileviamo come nessun sondaggio dia la Raggi per perdente o Giachetti per vincente. Dunque sin qui, le previsioni medie danno una città alla civica De Magistris (Napoli), una al M5s (Roma) e due al Pd (Torino e Bologna).
Molto più indecisa è la partita milanese, dove a dicembre, Sala sembrava il vincitore indiscutibile, sin dal primo turno, con il 55-60%. Poi le destre sono riuscite a trovare l’unità intorno a un candidato credibile come Parisi, che ha iniziato a lavorare duro sin dal primo giorno ed a risalire nei sondaggi, mentre, parallelamente, le percentuali di Sala sono andate via via calando. La possibilità di vincere al primo turno è ben presto sfumata, poi lo stacco iniziale con Parisi è man mano sceso dai 12 punti iniziali. Unico sondaggio che dà a Sala uno stacco di oltre tre punti (il margine di errore) rispetto a Parisi al primo turno è quello di Repubblica, che dà per vincente Sala al ballottaggio (ed anche al referendum di settembre: un sondaggio che assomiglia stranamente ai sogni di Renzi). Quasi tutti gli altri sondaggi danno stacchi a favore di Sala sia al primo che al secondo turno, ma con margini ridottissimi e tutti inferiori al margine di errore (soprattutto con un 25% di indecisi).
Insomma partita apertissima, e tutt’altro che decisa. Il rinvio dei conti di Expo a dopo le elezioni ha nuociuto e Sala si sta dimostrando un candidato maldestro: litiga con i giovani che lo contestano e perde il controllo, non va agli incontri con tutti gli altri candidati (come è accaduto a Radio Popolare) ed ha uno staff per la campagna che è una vera frana (lo stesso che aveva la Moratti cinque anni fa...).
Insomma, al Pd milanese iniziano ad essere molto nervosi. Fra una manciata di settimane faremo i conti e vedremo quel che resta del passato di Expo.
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