Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/04/2026
La Francia diventa anticomunista
Al centro dell’inchiesta c’è un post pubblicato su X lo scorso 26 marzo. Nel tweet, poi rimosso, Hassan citava Kōzō Okamoto, ex membro del gruppo militante comunista “Armata Rossa Giapponese”. In seguito, è stata interrogata e, durante il fermo, secondo fonti sentite dal quotidiano Le Parisien, nella sua borsa sarebbero stati trovati alcuni grammi di droghe sintetiche non meglio specificate. La procura non ha rilasciato dichiarazioni in merito.
Okamoto è l’unico sopravvissuto tra gli artefici dell’attacco all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv del 1972, in cui morirono 26 persone. Su X, Hassan aveva riportato alcune parole del militante giapponese: “ho dedicato la mia giovinezza alla causa palestinese. Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”.
Alla fine dello scorso mese è stato Matthias Renault, deputato del Rassemblement National (RN), a segnalare il post al procuratore capo di Parigi. Secondo il parlamentare della formazione neofascista, Hassan avrebbe utilizzato la citazione come esempio di ispirazione, senza prendere le distanze da Okamoto, e avrebbe promosso una “giustificazione normativa della resistenza presentata come un dovere”.
Ricordiamo che il diritto alla resistenza, anche armata, è riconosciuto dalla Risoluzione ONU 37/43 del 1982 ai “popoli sotto dominazione coloniale e straniera e sotto regimi razzisti”, e anche il protocollo addizionale I alle Convenzioni di Ginevra del 1977, all’articolo 1, comma 4, qualifica come conflitti armati internazionali quelli che “si svolgono contro la dominazione coloniale, l’occupazione straniera e contro regimi razzisti, nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione”.
Che questo diritto si trasformi in un dovere sta nella coscienza di chi vede gli effetti del suprematismo sionista. Ad ogni modo, nella resistenza palestinese non c’è nulla di “terroristico”. Ma lasciando da parte gli aspetti giuridici, il caso si presenta come allarmante per vari motivi.
Innanzitutto, ci troviamo di fronte a un fermo di polizia giustificato solo sulla citazione di una frase in un post online. Si tratta di un atto intimidatorio e repressivo, di pesante limitazione del diritto di parola e della libertà di espressione.
Ciò è confermato dal fatto che una fonte interna a LFI ha fatto sapere all’Agence France Presse che Hassan è stata convocata in base alle norme di custodia cautelare riservate a soggetti considerati inaffidabili, mentre la parlamentare si è sempre presentata nei casi richiesti dalla giustizia.
Senza tirare in ballo il fatto che Hassan, appunto, è una deputata a Strasburgo e che, dunque, gode dell’immunità parlamentare associata (anche se può ancora essere fermata in relazione a specifiche indagini). Anche per questo la vicenda delle droghe (possibilmente legate a reati “comuni”) fa storcere il naso. Se venisse confermata la presenza di sostanze stupefacenti nella sua borsa, sarebbe difficile non pensare a un’operazione costruita appositamente per mettere un’ipoteca sulla giovane politica e sulla sua reputazione.
Soprattutto in virtù del fatto che – e forse questo è l’elemento più grave – il fermo è scaturito dalla segnalazione di un membro del partito politico che probabilmente si giocherà la presidenza francese proprio contro La France Insoumise, alle elezioni del prossimo anno.
Un fascista ha dato un’indicazione alla polizia, e la polizia ha eseguito.
Jean-Luc Mélenchon, leader di LFI, ha definito il fermo “intollerabile”. Ha inoltre chiesto, provocatoriamente, se sia stata già applicata la Legge Yadan, prima ancora di essere approvata. Si tratta di un provvedimento che ha più o meno lo stesso senso del ddl 1004 approvato dal Senato: equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, così da rendere proibita per legge la critica delle politiche genocidiarie di Israele.
La compagna di partito e all’Europarlamento, Manon Aubry, ha scritto su X: “la polizia francese continua la strategia di vessazione giudiziaria nei confronti della mia collega Rima Hassan. Il suo fermo di polizia costituisce una violazione della sua immunità parlamentare, che tutela proprio la libertà di espressione. Nessuna intimidazione riuscirà a zittire le voci che si levano in difesa della Palestina”.
Anche questo è un elemento centrale. Rima Hassan è da tempo al centro di accesi dibattiti in Francia, per il suo netto sostegno alla causa palestinese, che oltralpe come in Italia ha prodotto importanti mobilitazioni, mettendo alla sbarra non solo il governo, ma tutti i politici che si ostinano a sostenere Israele e a coprire i crimini dell’occupazione sionista. Uno smottamento politico di non poco conto, che ormai segna una discriminante fondamentale nei programmi delle compagini politiche di tutti i paesi occidentali.
Proprio Hassan è stata inoltre il bersaglio della contestazione promossa il 12 febbraio da gruppi neonazisti, in occasione di un incontro svoltosi a Lione e dedicato alle relazioni tra la UE e i conflitti nel vicino Oriente, ormai arrivati fino all’Iran. Uno degli squadristi, nell’assalto da loro provocato, ha avuto la peggio e, anche per sue negligenze nel ricevere cure, alla fine è deceduto.
Ma l’evento è stato usato per una levata di scudi che, dal Rassemblement National al Partito Socialista, ha prodotto un duro attacco non solo ai movimenti antifascisti e solidali con la Palestina, ma anche alla France Insoumise. Sul nostro giornale lo abbiamo definito come una sorta di cambio di paradigma, come il passaggio dalla “discriminante repubblicana” – che teneva lontano dal governo i fascisti e i loro eredi – a una “discriminante anticomunista” a fondamento della politica francese.
Il fermo di Hassan si inserisce perfettamente in questa torsione autoritaria e anticomunista, che ha come obiettivo quello di impedire alla France Insoumise di avvicinarsi al governo, in quanto ritenuta forza “antisistema”, di rottura, alternativa alle linee strategiche seguite da Parigi (sia in politica interna sia in quella estera) che, al contrario, i fascisti non hanno nessuna intenzione di mettere di discussione.
L’establishment francese, in sostanza, ha fatto la propria scelta. Alle presidenziali del 2027 è probabile che siano LFI e RN a contendersi la vittoria, e la classe dirigente dell’Esagono ha deciso che a rappresentare i propri interessi in quella sfida sarà il partito fascista. La campagna elettorale è cominciata già da tempo, e la guerra alla France Insoumise uguale.
Le recenti elezioni municipali hanno visto una netta polarizzazione del paese. Il famoso quotidiano Le Monde ha riferito della denuncia di una campagna diffamatoria coordinata contro diversi candidati di LFI, in cui potrebbero essere coinvolti anche agenti stranieri. Del resto, a Rima Hassan è stato recentemente proibito di entrare in Canada, dove avrebbe dovuto partecipare a conferenze concordate da tempo.
Ciò evidenzia come l’attacco all’europarlamentare non è un affare solo francese. Si tratta della blindatura anticomunista e autoritaria di tutta la classe dirigente occidentale, non solo quella “trumpiana”. Nel pieno della crisi strutturale ed egemonica, chi propone un diverso modello di sviluppo e di relazioni internazionali, nutrendosi della frattura creatasi sul terreno della solidarietà ai palestinesi, è il pericolo principale. La solidarietà con Hassan deve essere totale, anche perché ne va della nostra di possibilità di emancipazione.
Fonte
24/03/2026
Francia - Le elezioni comunali accentuano la polarizzazione politica e sociale del paese
Secondo il Ministero degli Interni, la partecipazione a questo secondo turno delle elezioni comunali si è attestata al 48,1% alle ore 17:00, più alta rispetto alle elezioni del 2020, ai tempi del Covid, anche se l’affluenza alle urne è rimasta al di sotto dei livelli pre-pandemia.
La Francia in queste elezioni si è differenziata geograficamente e politicamente.
Le grandi città come Parigi, Lione, Marsiglia sono rimaste in mano alla sinistra moderata, con sindaci socialisti ed ecologisti che hanno vinto con margini rassicuranti. La seconda è quella delle banlieues e delle città medie, dove l’elettorato popolare ha scelto due direzioni opposte e inconciliabili: o La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, o il Rassemblement National di Marine Le Pen.
Mélenchon ha conquistato le periferie urbane: le banlieues con alta concentrazione di cittadini di origine africana e nordafricana, i giovani precari, i dipendenti pubblici dei servizi sociali.
Anche in queste elezioni comunali La France Insoumise ha confermato il suo radicamento nei suoi bastioni storici: Saint-Denis, Roubaix, Vénissieux, Creil, La Courneuve. Si tratta di centri urbani popolari, multietnici, con alti tassi di disoccupazione.
Il Rassemblement National della Le Pen ha invece conquistato i ceti sociali tradizionali delle città medie e piccole, operai, impiegati, abitanti delle periferie non metropolitane, persone spesso marginalizzate, che detestano i musulmani e il multiculturalismo. Il RN ha vinto o avanzato significativamente in decine di città medie.
La polarizzazione politica e sociale appare evidente. I due partiti che rappresentano l’estrema sinistra e l’estrema destra si contendono un elettorato basato sui settori popolari, mentre i ceti medio-alti ondeggiano tra i socialisti e i liberali.
I sindaci del Partito Socialista che hanno vinto a Parigi, Lione o Marsiglia hanno tutti tenuto fuori da ogni alleanza il partito di Mélenchon.
Ai primi di marzo, una settimana primo del primo turno delle comunali, il Partito Socialista aveva condannato “senza riserve” quella che ha definito una moltiplicazione di “caricature complottiste e dichiarazioni antisemite intollerabili” da parte di Mélenchon. Il leader della France Insoumise ha risposto denunciando queste come “intollerabili accuse” e una “desolidarizzazione dalla lotta antifascista che riprende gli attacchi dell’estrema destra”.
A pesare nella campagna di demonizzazione di Melenchon e La France Insoumise c’era stata a febbraio la morte di un militante neofascista a Lione negli scontri seguiti all’aggressione dei neofascisti contro una conferenza di France Insoumise. Tra gli antifascisti accusati, alcuni erano legati a Raphaël Arnault, deputato de La France Insoumise nel 2024. Mélenchon era stato tirato in ballo e accusato direttamente.
In questo clima i primi risultati dei ballottaggi tenutisi ieri hanno mostrato che i candidati dell’estrema destra hanno perso a Parigi e in diverse grandi città del sud, tra cui Marsiglia, la seconda città più grande di Francia. Ciononostante, l’esito conferma il Rassemblement National come una forza politica con cui fare i conti a 13 mesi dalle presidenziali.
Uno dei protagonisti più influenti di queste elezioni non era presente sulla scheda elettorale. Si tratta del miliardario Pierre-Édouard Stérin che ha investito molti soldi in operazioni tese a rafforzare la deriva a destra della Francia.
Il Partito Socialista ha conquistato Parigi con Emmanuel Grégoire che ha sconfitto la rivale di centro-destra Rachida Dati, mantenendo l’amministrazione comunale parigina sotto il controllo del centro-sinistra.
A Marsiglia, il sindaco socialista in carica Benoît Payan è stato rieletto dopo che l’estrema destra aveva sperato di conquistare la seconda città più grande della Francia.
A Lione, invece, il sindaco verde Grégory Doucet l’ha spuntata dopo una campagna elettorale testa a testa contro il suo rivale di centro-destra.
Per la destra il leader del Rassemblement National, Jordan Bardella ha parlato della “più grande avanzata a livello locale del partito” che conferma la sua forza nella città meridionale di Perpignan e conquista nuovi comuni minori.
Ma il Rassemblement National ha perso in molti grandi centri urbani che sperava di conquistare, in particolare Marsiglia, Tolone e Nîmes.
L’eccezione è stata Nizza, dove Éric Ciotti diventa sindaco, consegnando di fatto alla destra il controllo della quinta città più grande della Francia.
Fonte
16/03/2026
Primo turno delle elezioni municipali in una Francia polarizzata
Il primo turno delle elezioni municipali, che ha coinvolto quasi 35 mila comuni e ha chiamato alle urne quasi 50 milioni di cittadini, esprime segnali importanti sul panorama politico transalpino. Accanto a un’astensione che ha raggiunto livelli record (tra il 41,5% e il 44% degli elettori registrati, a seconda del luogo), si può dire che RN ha consolidato la sua presenza a livello locale, soprattutto in città chiave del meridione, e parallelamente LFI ha registrato successi soprattutto nel nord e tra i giovani.
Sono il centro-sinistra e il centro-destra tradizionali che presentano segni di profondo logoramento, così come il centrismo di varia natura che vede in Emmanuel Macron un punto di riferimento. In elezioni con un sistema maggioritario con ballottaggio, essi possono ancora occupare posti importanti, ma gli orientamenti politici di base del paese rivelano il crollo della loro legittimazione.
L’attenzione principale era rivolta alla capitale. A Parigi, il candidato socialista Emmanuel Grégoire, ex braccio destro di Anne Hidalgo, ha superato le aspettative dei sondaggi attestandosi al 38%. Un distacco netto rispetto al 25,4% di Rachida Dati, dei Repubblicani. Scenario opposto a Marsiglia, dove si profila un testa a testa all’ultimo voto tra il sindaco uscente dei socialisti, Benoît Payan (al 36,7%), e Franck Allisio del RN, fermo al 35%.
Il Rassemblement National non si limita a Marsiglia. La vera sorpresa arriva da Tolone, dove Laure Lavalette vola al 42%, staccando la destra moderata di Josée Massi (29%). Jordan Bardella ha lanciato appelli alle varie liste di destra, e l’obiettivo è chiaro: soppiantare il centro-destra come formazione principale in quel campo politico, scardinando il sistema di conventio ad excludendum che aveva posto una discriminante repubblicana contro i fascisti.
Come abbiamo scritto già in passato, il caso della morte dello squadrista Quentin Deranque è diventata l’occasione per ribaltare tale discriminante antifascista in una discriminante anticomunista, e blindare così la classe dirigente di fronte all’evidente fallimento delle sue politiche, mentre corre verso la guerra. LFI è il principale nemico, e RN si candida ad essere lo strumento di questa stretta sulla dialettica politica nazionale.
Sul fronte opposto, LFI ha scosso gli equilibri a Lille, dove Lahouaria Addouche ha ottenuto un sorprendente 25%, mentre a Roubaix il deputato David Guiraud ha sfiorato la vittoria immediata con il 45%. Risultati che mettono pressione al Partito Socialista: il coordinatore di LFI, Manuel Bompard, chiede unità per battere le destre, ma il leader socialista Olivier Faure resta cauto, escludendo per ora accordi nazionali.
Nel frattempo, la netta vittoria dell’ex primo ministro Édouard Philippe a Le Havre lo lancia come l’unico uomo forte del fronte centrista, permettendogli di coltivare ancora le proprie ambizioni per la successione a Macron. Entro domani i candidati dovranno depositare le liste per il ballottaggio di domenica 22 marzo.
Fonte
01/04/2025
Francia - Fuori Le Pen, ora che succede?
Come ormai tutti sanno, ieri Marine Le Pen, leader storica del partito fascista francese Rassemblement Nationale, è stata condannata a oltre quattro anni di reclusione (due condonati, due da scontare con il braccialetto elettronico), una multa di 100mila euro e cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata.
Di fatto, le è preclusa la possibilità di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, nel 2027, con i sondaggi che al momento la davano in vantaggio di almeno 10 punti su tutti i possibili rivali.
Fatto l’augurio che sempre ripetiamo nei confronti dei fascisti (“ogni male possibile!”), proviamo a vedere cosa significa e quali possono essere le possibili conseguenze.
Le reazioni delle destre europee sono ovviamente furiose. Da Orbàn a Salvini, dal capo spagnolo di Vox, Abascal, al padre della Brexit britannica, Farage, a Fratelli d’Italia (con Foti), è tutto un digrignar di denti. Sostenuti come sempre da Trump ed un Elon Musk più fuori di cranio del solito («Quando la sinistra radicale non riesce a vincere con un voto democratico, abusa del sistema giudiziario per mettere in prigione i suoi oppositori. Questo è il loro modus operandi in tutto il mondo»).
Inevitabili, scontati ed inutili i soliti balbettii sul “rapporto malato tra politica e magistratura”, condotti senza un briciolo di riflessione sul perché si producano nella stessa epoca fatti molto simili in sistemi politici e giudiziari molto diversi (dal Brasile alla Francia, dall’Italia alla Romania, ecc.).
Comprensibile che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, Peskov abbia colto l’occasione per ironizzare, sotto i baffi, sulla contraddizione palese tra i princìpi dichiarati e la concreta pratica del potere nell’Occidente capitalistico e neoliberista: «una violazione delle norme democratiche».
Comprensibile anche che un giudizio molto simile (“un furto di democrazia; non spetta alla magistratura decidere chi il popolo debba votare”) sia stato dato anche da Jean-LucMélenchon, leader de La France Insoumise e della sinistra radicale, sia in versione Le Pen che in versione “bancaria” (Macron).
In fondo anche con lui è stato fatto qualcosa di simile, anche se ancora in tono minore, e non è detto che non possa accadere da qui alle presidenziali (largo il suo vantaggio sui macronisti, al momento, per quel secondo posto che garantirebbe l’accesso al ballottaggio).
Anche il reato per cui è stata condannata Le Pen – “appropriazione indebita di fondi pubblici”, di fatto l’aver stipendiato funzionari del suo partito con i fondi messi disposizione dall’Unione Europea – potrebbe essere facilmente contestato a quasi tutti i partiti di quasi tutti i paesi europei (ed extraeuropei, crediamo).
Soprattutto, ci sono i molti episodi simili – con imputazioni ancora più arbitrarie o con prove fasulle – che coinvolgono paesi più periferici come la Romania, la Moldova, ecc., dove sono stati esclusi candidati “anti-europeisti” accusati di essere filorussi o pagati da Mosca.
In generale, cresce dappertutto, in Europa, la tentazione di ridurre le forze politiche “ammissibili” soltanto a quelle che si dichiarano totalmente “pro-UE”.
Non il massimo, in fatto di pluralismo e libertà di opinioni politiche...
Si dice, a giustificazione di questa stretta, che “si tratta di forze reazionarie e fasciste”. Ed è verissimo, lo sa bene chi ci si scontra nelle piazze da decenni. Ma lo erano anche prima di diventare così forti da poter vincere le elezioni o condizionare il dibattito politico (vedi il caso dell’AfD in Germania). Quando, insomma, sia la presunta “anima antifascista europea”, sia il brutale calcolo costi-benefici, avrebbero consentito il definitivo scioglimento di quelli che prima erano solo gruppuscoli nostalgici.
Non c’è inoltre da dubitare che identico trattamento sarà riservato a quei partiti di sinistra radicale che dovessero assurgere a potenziali vincitori in elezioni nazionali.
Non c’è, infatti, soltanto il caso de La France Insoumise già ricordato. Perché – anche se in forma “non giudiziaria”, ma brutalmente politica – anche l’annichilimento della Grecia allora guidata da Tsipras (2015) aveva seguito la stessa logica: non è possibile che un governo nazionale deroghi agli “ordini” provenienti da Bruxelles. Adults in the room, il film di Costas Gavras basato sui diari dell’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis, sta lì a dimostrarlo con durezza.
Al di là della connotazione politica dei singoli protagonisti, insomma, abbiamo davanti un quadro delineato, ormai, abbastanza chiaramente: se l’Unione Europea va al riarmo e poi alla guerra, gli spazi di dialettica politica interna devono ridursi al minimo, eliminando le “variabili” indisciplinate (i nazionalisti estremi, più o meno fascisti) o potenzialmente “ribelli” (le varie forme possibili di “sinistra radicale”).
I modi per realizzare questa “stretta” possono essere i più diversi, ma quello del lawfare – l’uso politico di regime delle magistrature nazionali e sovranazionali (la Corte Europea) – sembra ancora il più semplice e persino il più gestibile politicamente (“i politici sono ladri per definizione”, anche se non tutti finiscono nei guai).
Il problema è che questa riduzione forzata della “rappresentanza politica” non risolve affatto la marea di ostilità popolare alle politiche decise al riparo dagli interessi popolari ma all’ombra delle lobby economiche (a Bruxelles, sono sono legalmente ammessi e registrati, ci sono quasi dieci lobbisti per ogni europarlamentare...).
Che si tratti di austerità, pensioni, sanità o riarmo e guerra, l’astio di massa esiste e cresce. In assenza di rappresentanti credibili (o “ammessi in campo”) quell’astio prende la forma dell’astensionismo e della fede in qualche “populismo”, anche se rabberciato alla bell’e meglio. E di fatto, negli ultimi anni, ha preso la via della destra estrema, nostalgica, reazionaria ma senza progetti di una qualche realizzabilità. Caccia ai migranti a parte, non a caso (l’unica cosa “facile” e alla loro portata, insomma...).
Inevitabile e facile la previsione: questa eliminazione di Marine Le Pen, fatta in questo modo, si tradurrà in un boost per l’estrema destra francese, favorendone (involontariamente? È persino opinabile...) una crescita al di là delle attese, anche se il “delfino” Bardella – fresco di investitura da parte persino di Netanyahu, quindi preventivamente assolto dalle possibili accuse di “antisemitismo” – non appare ancora all’altezza della sua “capa”.
È quasi una legge della politica neoliberista. Anni passati a favorire la “competizione” – fra imprese, strati sociali, individui, paesi interi, ecc. – come base necessaria di uno “sviluppo della democrazia” si vanno traducendo rapidamente in libertà per le sole imprese e per nessun altro. Ma se tutto deve funzionare come un’azienda – non serviva Musk per ricordarcelo – la “democrazia” è di troppo.
L’ironia della Storia ancora una volta è all’opera. Una restrizione della “competizione politica” giustificata con l’inaffidabilità dei fascisti nell’esecuzione delle politiche europee (figuriamoci cosa potrebbe accadere con l’emersione di forze effettivamente socialiste...), specie quando c’è da continuare una guerra (in Ucraina) e gestire un riarmo di proporzioni colossali, genera una situazione in cui può più facilmente emergere un movimento reazionario di massa.
Che si troverà probabilmente con un arsenale gigantesco e nuovissimo da utilizzare.
L’ultimo spenga la luce...
Fonte
10/02/2025
I “Patrioti” europei al servizio di Musk
Lo scenario in cui cercano un posto al sole è quello di una UE che deve fare i conti col cambio di approccio deciso da Washington verso l’altra sponda dell’Atlantico. E, nonostante il nome che si sono dati, le realtà presenti nella capitale dello stato spagnolo non hanno espresso alcun sussulto patriottico, anzi.
Tra richiami all’identità cristiana dell’Europa, l’attacco ai migranti e alle lotte di genere, e altri tipici cavalli di battaglia delle espressioni più reazionarie a cui ci siamo purtroppo abituati negli ultimi anni, lo slogan più usato è stato preso in prestito dal nuovo inquilino della Casa Bianca: “Make Europe Great Again”.
Certo, era già stato fatto proprio dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn, tra i promotori della creazione dei “Patrioti”, per il semestre alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, conclusosi a dicembre. Ma pochi giorni fa è stato rilanciato da Elon Musk, chiamando a raccolta possibili alleati europei alla nuova linea statunitense.
La Lega, Rassemblement National, i fascisti di Vox, Orbàn appunto e l’estrema destra olandese capitanata da Geert Wilders, insieme ad altri soggetti hanno deciso di rispondere alla chiamata. Per capirci, una chiamata il cui contenuto nemmeno troppo nascosto è quello di relegare la UE a un ruolo di totale subordinazione agli interessi stelle-e-strisce.
Dunque, tutt’altro che la trita e ritrita adunata dei “sovranisti”, anche se qualcuno continua a raccontarli secondo il vecchio copione. Ad esempio, Elly Schlein, che dal congresso di +Europa ha detto che ci troviamo di fronte una “internazionale di nazionalisti” che ha identificato i propri nemici nei “migranti, i giornalisti liberi, i magistrati, i sindacati, gli attivisti e le opposizioni”.
Una internazionale di nazionalisti non è cosa del tutto paradossale, a differenza di quello che sembra credere la segretaria del PD. E in fondo anche negli anni ’30 del secolo scorso si è visto qualcosa di simile. Ci troviamo di fronte a una fase in cui gli interessi nazionali tra realtà fino a ieri alleate vanno divergendo profondamente, e dunque non ci si può stupire se per alcune formazioni è meglio farla finita con velleità comunitarie considerate ormai fallite e cercare sponsor più solidi cui vendere se stessi e il proprio paese.
Sia chiaro, non significa rompere la UE, considerata comunque una sovrastruttura indispensabile per la borghesia continentale. Quello a cui abbiamo assistito a Madrid è un vento reazionario che ha già deciso di piegarsi al nuovo corso trumpiano, convinto di ottenere di poterla fare finita anche qui con tutte quelle balle da establishment “presentabile e civile” (democrazia, green, stato di diritto...).
Basta pensare che la sera prima della grande riunione, i leader già presenti nella capitale dello stato spagnolo sono andati a cena con alcuni esponenti del think tank Heritage Foundation. Il suo Project 2025 è un programma di riforme di stampo palesemente autoritario, ed è stato spesso associato a Trump, anche se il tycoon ha sempre negato.
Certo, giocare sulle divisioni nazionali, ora come ora, fa la felicità della nuova amministrazione statunitense, perché aiuta ad arrestare il tentativo europeo di assumere un ruolo autonomo a livello strategico. Ma permette anche di imbarcarsi senza troppe zavorre nello scontro contro un altro nemico, che politici come la Schlein condividono con l’estrema destra ma che la segretaria del PD ha evitato consapevolmente di nominare: il mondo multipolare.
Ma la kermesse dei Patrioti è servita soprattutto ad aprire una fase da resa dei conti interna alla classe politica europea. “L’era delle élite di Bruxelles è finita”, è stato un motivo continuo degli interventi fatti dai vari politici presenti, in un quadro di profonda crisi di legittimità di tante maggioranze continentali.
Una sfida che non arriva comunque da figure tenute ai margini dalle nostre ‘democrature’. In Italia, Ungheria e Olanda i Patrioti sono al governo, Bayrou a Parigi ha appena superato la mozione di sfiducia presentata dalla France Insoumise perché i socialisti e i deputati del Rassemblement National non l’hanno votata.
Giusto alcuni esempi in linea con la maggioranza politica della seconda Commissione von der Leyen, che vede i post-fascisti di Fratelli d’Italia tra le proprie fila, e con quello che è successo in Germania sulla legge anti-migranti, che aveva visto la convergenza di conservatori e AfD, altro alleato di Musk.
Le prossime elezioni tedesche potrebbero vedere il successo del partito di ultradestra, che proprio a Madrid ha ricevuto l’appoggio da Santiago Abascal, presidente di Vox, e seppur in maniera più velata anche da Salvini. Anche se per ora fanno parte di schieramenti differenti a Strasburgo, poco conta.
Quel che conta è che c’è un evidente spinta reazionaria in Europa, e ad aprire la strada sono stati i ‘moderati’ e ‘democratici’ della UE. Ricordiamo che l’ex presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, diceva che “con l’estrema destra è possibile collaborare”. Ora però l’estrema destra vorrebbe governare da sola.
Fonte
25/07/2024
Le pressioni di mercati finanziari e UE su una Francia in crisi
Le elezioni francesi hanno restituito una assemblea nazionale (il parlamento francese) spaccata in tre blocchi, nessuno dei quali in possesso della maggioranza su cui far nascere un governo con un chiaro colore politico. L’incertezza su quale sarà il futuro governo del secondo paese della Ue e unica potenza nucleare europea sta preoccupando i mercati, o, per dirla in altri termini, il grande capitale finanziario francese ed europeo. Del resto la Borsa francese all’indomani delle elezioni è calata dello 0,63%. A destare preoccupazione, una volta sventato il pericolo rappresentato dalla estrema destra, temuta per il suo euroscetticismo e per le posizioni sulla guerra in Ucraina, è la vittoria relativa del Nuovo fonte popolare (Nfp) e in particolare l’egemonia che all’interno di esso esercita il partito di estrema sinistra de La France Insoumise (LFi) guidata da Melenchon. Infatti, il programma di Melenchon metterebbe in crisi il percorso di austerità iniziato dal governo Macron, che ha raggiunto il suo apice con l’approvazione della legge sulla controriforma delle pensioni, che è stata varata senza il voto del Parlamento, un autentico vulnus alla sovranità popolare esercitata attraverso il potere legislativo. Senza contare che LFi ha posizioni tutt’altro che allineate sulla guerra in Palestina e in Ucraina. L’obiettivo dei mercati è quindi quello di far fuori Melenchon e LFi e puntare su un governo di coalizione guidato o da un politico di cui hanno fiducia, come il socialista ed ex presidente della Repubblica Hollande, o da una figura “tecnica” come si fece in Italia con Monti e Draghi.
Una cosa però è chiara: qualsiasi governo verrà formato avrà sul collo il fiato della finanza francese e internazionale. Il problema è che la Francia è un paese non solo in grave crisi sociale, come provano le numerose e imponenti lotte di massa che si sono succedute in questi anni, ma anche economica, politica, e geopolitica. La frammentazione del voto è un riflesso di questa crisi strutturale. La Francia è, infatti, un paese fortemente indebitato, cosa che pesa enormemente sulla sua stabilità interna che è importante anche per la stabilità della Ue, specie a fronte dell’indebolimento del governo tedesco alle ultime elezioni europee. Di fatto il duopolio franco-tedesco, attorno al quale dovrebbe reggersi l’Ue, appare oggi in forte crisi.
Ma passiamo ai dati. Il debito pubblico francese ha superato la soglia psicologica del 100% del Pil posizionandosi al 112%, e, potendo salire di 1,5 punti all’anno, si potrebbe avvicinare pericolosamente al debito italiano che è al 138%. Inoltre, il deficit pubblico francese nel 2023 ha raggiunto il 5,5%, sforando gli impegni presi dal governo e superando il limite del 3% previsto dal Patto di stabilità europeo. Inoltre, la somma del debito pubblico e privato francese ammonta al 320% del Pil a fronte di una media europea del 236% e del 243% dell’Italia. Il debito delle imprese francesi ammonta al 150% del Pil, a fronte del 65% delle imprese italiane[i].
A seguito di questi risultati si è subito fatta sentire la pressione delle istituzioni che fanno gli interessi dei mercati, in particolare le agenzie di rating e la Commissione europea. Standard & Poor, la più importante tra le agenzie che valutano la solvibilità del debito di un paese, aveva declassato i titoli di stato della Francia già nel 2012 da un rating di AAA (massima fiducia) a AA. A maggio 2024, prima delle elezioni europee, valutato l’aumento del debito e del deficit francesi, ha declassato ulteriormente i titoli di stato da AA a AA-. Del resto, un’altra delle prime tre agenzie di rating, Fitch aveva già declassato il debito francese a AA- nell’aprile 2023.
Gli analisti di Standard & Poor sono preoccupati per la legge di bilancio del 2025 che dovrebbe passare al vaglio del Parlamento ai primi di ottobre e che dovrebbe sancire il proseguimento della politica restrittiva macroniana di spesa pubblica, cosa che non è del tutto scontata data la debolezza di un eventuale governo di coalizione, senza parlare di un governo in cui Melenchon svolga un ruolo importante. Dice Standard & Poor: “Il governo che ne deriverà faticherà ad attuare misure politiche significative e dovrà affrontare il rischio persistente di un voto di sfiducia.”[ii] Di fronte a questa situazione di incertezza, sempre secondo l’agenzia di rating, c’è chiaramente la possibilità che salga lo spread tra gli OaT, i titoli di stato francesi, e i Bund, i titoli di stato tedeschi fino a toccare i 70 punti base. Secondo un altro analista, il differenziale dei tassi d’interesse sui titoli di stato con la Germania è “destinato a salire gradualmente, aumentando il costo del debito francese e contribuendo all’indebolimento dell’economia francese”[iii].
Quanto all’indebolimento dell’economia francese, va rilevato che la Francia consuma molto più di quanto produce. Infatti, importa molti più beni di quelli che esporta, tanto che è in deficit commerciale dal 2003 e che il deficit del 2023 ammonta a 137,4 miliardi di dollari, mentre l’Italia nello stesso anno ha realizzato un surplus commerciale 37,3 miliardi di dollari[iv]. La Francia ha potuto sostenere il suo welfare state e l’alto deficit della bilancia commerciale, cui ora si aggiunge l’alto debito pubblico, drenando ricchezza dall’Africa, grazie al Franco CFA, una moneta diffusa nelle ex colonie francesi e controllata da Parigi. Recentemente, però, la presa della Francia sulle ex colonie dell’Africa sembra venire meno. I Paesi dell’Africa occidentale sotto l’influenza francese hanno deciso qualche anno fa di abbandonare il franco CFA per una altra valuta, l’Eco, che dovrebbe entrare in vigore nel 2027, e che potrebbe essere ancorata allo yuan renminbi cinese. Oltre a questo sono sempre di più i paesi africani dell’area di egemonia francese che si staccano dalla tutela francese, per stabilire accordi commerciali e politico-militari con la Russia e la Cina, che stanno sostituendo la Francia nel continente nero. L’ultimo pezzo della Françafrique (l’area di influenza francese) che la Francia ha perso è stato recentemente il Niger, dove la compagnia francese Orano ha perso la licenza per lo sfruttamento di una maxi miniera. La perdita del Niger, a favore della Russia e della Cina, è particolarmente grave, perché il Paese africano fornisce il 25% dell’import di uranio della Ue, minerale fondamentale in particolare per il funzionamento delle centrali nucleari francesi, che rappresentano la maggiore fonte di produzione energetica del Paese transalpino.
Un altro vulnus della Francia è la forte deindustrializzazione che si è determinata negli ultimi decenni, facendo scivolare il settore manifatturiero francese dal secondo al terzo posto in Europa dietro all’Italia. La deindustrializzazione è determinata da una politica di forte esportazione di capitali, mediante gli investimenti diretti all’estero (Ide). Nel 2022 lo stock degli Ide in uscita, dalla Francia verso l’estero, ammontavano a 1.525 miliardi di dollari, pari al 53,53% del Pil, mentre lo stock degli Ide in entrata, dall’estero verso la Francia, ammontavano a 897 miliardi, pari al 32,22% del Pil[v].
La Francia, quindi, presenta una situazione di crisi strutturale, che, all’interno, si traduce nelle continue e forti mobilitazioni popolari contro le misure di austerità del governo e nell’indebolimento della base industriale, e, all’esterno, nella perdita di influenza nella Françafrique. L’incertezza politica determinata dalle ultime elezioni è anche il prodotto di tale crisi. Non è un caso che il voto popolare si sia rivolto verso le ali estreme del panorama politico, da una parte, a destra, verso il RN di Marine Le Pen, e dall’altra, a sinistra, verso LFi di Melenchon. Il centro di Macron è stato penalizzato, anche se, grazie al sistema elettorale a doppio turno, è riuscito ad arrivare secondo, dopo il Nfp, come numero di seggi in Parlamento.
A questo punto entrano in gioco i vincoli posti alla politica statale dai mercati e dalla Ue. I mercati influenzano la politica interna di un Paese con gli investimenti nei titoli di stato, determinando con essi il differenziale, o spread, tra i tassi d’interesse garantiti dagli OaT francesi e quelli garantiti dai Bund tedeschi. Quindi, diminuendo gli investimenti internazionali sugli OaT, il rendimento di questi aumenta nel tentativo di attrarre nuovi investimenti e di conseguenza una parte maggiore della spesa statale deve andare a finanziare gli interessi sul debito. Da questo deriva o un aumento delle imposte o un aumento del debito e del deficit pubblico. Nessuna delle due soluzioni è però facilmente attuabile, perché l’aumento delle imposte sui ricchi, come prospetta Melenchon, e l’aumento del debito e del deficit sono avversati da élite e mercati.
La Ue, invece, con i vincoli al debito e al deficit contenuti nel Patto di stabilità, esercita il controllo sulle politiche fiscali che lo Stato deve varare, condizionando le decisioni del Parlamento sul bilancio pubblico e quindi sulla spesa. Pertanto i vincoli “esterni”, sovrannazionali, incideranno sull’attività del nuovo governo e forse sulla sua stessa composizione. Infatti, se ci dovesse essere un governo del Nfp, bisognerà vedere se e quanto l’azione governativa potrà svincolarsi dai vincoli Ue e dalla pressione dei mercati. Nel caso, invece, si realizzi un governo di coalizione, magari guidato da una figura tecnica, proprio sulla spinta dei vincoli “esterni”, si avrebbe la soluzione prospettata e desiderata dai mercati finanziari e dal grande capitale francese ed europeo.
La Francia, quindi, si viene a trovare un po’ nella stessa situazione in cui, prima la Grecia e poi l’Italia, si vennero a trovare qualche anno fa, quando la Troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, e Ue) impose alla Grecia politiche restrittive di lacrime e sangue e la Ue impose all’Italia un commissario come Mario Monti. Certo la Francia non è la Grecia e non è neanche l’Italia, che pure era ed è molto diversa dalla Grecia. La Francia è una grande potenza imperialista e nucleare. Una cosa è però certa: la Francia è sempre più vicina al Sud europeo, venendo così risucchiata nella fascia periferica, e sempre meno parte del centro dominante europeo, quello attorno alla Germania. Sarà, quindi, interessante vedere se e come i poteri esterni allo Stato nazionale francese riusciranno a piegare la resistenza dei francesi alla continuazione delle politiche di austerità la cui attuazione ha portato al crollo elettorale di Macron alle elezioni europee. Altrettanto interessante e importante sarà vedere l’atteggiamento della Francia sulla questione della guerra in Ucraina, dal momento che la Russia sta mettendo in discussione l’influenza della Francia in Africa, e che le uscite “guerresche” di Macron originano proprio dalla competizione che oppone Francia e Russia in quel continente.
Note
[i] Riccardo Sorrentino, “La zavorra del debito al 320% del Pil preoccupa i mercati”, il Sole24ore, 7 luglio 2024
[ii] Maximilian Cellino, “Borse e bond volatili: il voto rasserena poco S&P: incertezza
[iii] Ibidem.
[iv] Unctad, Data Centre, trade balance, annual.
[v] Oecd, data centre, FDI stock.
Fonte
20/07/2024
Elezioni UE: il bivio della paura
Entrando nel merito, le ultime elezioni europee, pur lasciando intatta la maggioranza composta da popolari, liberali e “socialisti”, che nel corso dei decenni ha sostenuto la costruzione imperialista dell’Unione Europea, hanno sicuramente visto un’avanzata di varie espressioni dell’ultradestra conservatrice, post-fascista e post-nazista, che va oltre i paesi dell’est, dove è già da tempo realtà consolidata.
Ovviamente, il paese capofila di quest’ondata è il nostro, dove Fratelli d’Italia e Lega raggiungono, insieme, circa il 38%, offrendo un quadro di piena stabilità e compatibilità sia rispetto al “pilota automatico” della rinnovata austerità economica, sia rispetto alla questione delle guerre in Ucraina e in Palestina.
L’altro paese in cui l’ultradestra avanza in maniera più vistosa è la Francia, dove il Rassemblement National (RN) raccoglie più del 30% dei consensi alle elezioni europee; tale consenso è stato poi confermato alle successive elezioni politiche anticipate. Tuttavia, grazie al meccanismo elettorale e al buon esito del “fronte repubblicano” antifascista, che ha visto ritirarsi al secondo turno molti candidati terzi classificati provenienti dalle file “macroniste” o dalle sinistre, in termini di seggi il RN è arrivato addirittura terzo.
La maggioranza relativa, davanti al partito del Presidente, è toccata al Nuovo Fronte Popolare, che comprende sia La France Insoumise, sia i partiti dell’“establishment”, come il Partito Socialista Francese ed i Verdi. La France Insoumise è un fronte che negli anni scorsi ha saputo realmente incarnare un’opzione politica anti-sistemica da sinistra: si ricorda, in particolare, quando Il Parti de Gauche di Melanchon chiese l’espulsione di Syriza dalla Sinistra Europea, in quanto, ormai, quest’ultima incarnava l’austerità europea in Grecia.
Tuttavia, per entrare nel Nuovo Fronte Popolare, è stato necessario accettare un programma politico di pesanti compromessi, che sul tema della guerra in Ucraina hanno partorito una posizione nettamente interventista e bellicista: “Difenderemo incrollabilmente la sovranità e la libertà del popolo ucraino e l’integrità dei suoi confini”, è scritto nel programma, anche “fornendo le armi necessarie”.
Una siffatta formulazione di questo programma non è totalmente inattesa, in quanto già in precedenza, da dopo i fatti del febbraio 2022, la posizione della France Insoumise non si è mai distaccata di molto rispetto al sostegno al regime liberal fascista ucraino. Nel senso che La France Insoumise in quanto tale non è mai arrivata nemmeno a sostenere la propria contrarietà all’invio di armi. Lo hanno fatto solo organizzazioni minoritarie ad essa appartenenti. Questo deficit sul tema della guerra riguarda anche altri partiti che hanno raccolto percentuali importanti alle elezioni europee, come il Parti du Travail belga.
In generale, fra le compagini di queste aree e di tutte quelle afferenti al gruppo parlamentare europeo “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica” persistono fortissimi punti di arretratezza sulla guerra in Ucraina, tematica sulla quale sottrarsi alle tensioni bellicistiche risulta difficile. Se, in generale, si pronunciano formalmente a favore di una de-escalation e dei negoziati, vi sono, come visto con LFI, difficoltà a pronunciarsi chiaramente contro ogni invio di armi all’Ucraina, vi sono ambiguità rispetto il ruolo imperialista della NATO quale motivo scatenante del conflitto e sono in voga formule come: “chiediamo il ritiro delle truppe russe dall’intero territorio ucraino”. Queste posizioni risultano in ultima analisi contraddittorie rispetto alla richiesta di negoziati, perché proprio tali punti, la fine dell’espansione della NATO, nonché lo status di alcuni territori dell’est dell’Ucraina, sono alla base di possibili negoziati.
Tale terreno è, dunque, nella percezione di massa, percorso in maniera più coerente da alcuni partiti di estrema destra, fra cui quello di Orban il quale, al momento, appare come l’unico argine, in Europa, alle derive più belliciste.
Veniamo ora al caso tedesco, dove Alternative für Deutschland è diventato il secondo partito, dietro CDU/CSU, raccogliendo più voti di tutti e tre i partiti di governo della “coalizione semaforo”: SPD, Verdi, Liberal Democratici.
AfD, partito con l’essere un ristretto circolo di docenti universitari antieuro, è nel corso del tempo diventato una formazione politica dai forti tratti neonazisti, tanto da provocare la presa di distanza del RN francese e di altri partiti dell’estrema destra europea in relazione ad alcune dichiarazioni apertamente nostalgiche da parte di alcuni suoi esponenti.
Ebbene, AfD si sta progressivamente radicando, specialmente nei lander dell’ex-DDR, che permangono i più poveri dopo la disastrosa annessione del ’90-’91 e dove, evidentemente, albergano anche forti sentimenti di frustrazione. In tali lander, AfD è il primo partito.
A sinistra della SPD, si è approfondita la spaccatura politica che ha prodotto una novità. Il partito Die Linke non ha saputo sottrarsi in maniera adeguata alle derive belliciste, tanto da subire la scissione di “Bündnis Sahra Wagenknecht” (BSW). C’è da sottolineare che la divaricazione fra queste due componenti politiche riguarda, come vedremo, molti temi politici e culturali, ma è stato quello della guerra a dare fuoco alle polveri della scissione.
Die Linke è un partito socialdemocratico di sinistra nato negli anni ‘2000 dalla fusione di due componenti: una di fuoriusciti dalla SPD dell’ovest e una di eredi della SED dell’est che hanno accettato gli esiti dei fatti del triennio ’89-’91, pertanto non sono stati perseguiti e arrestati. BSW fa capo più a questa seconda componente.
Die Linke, negli anni, ha raggiunto percentuali a due cifre, prima di andare incontro ad un lento logoramento, che ha fatto emergere il dissenso interno. Ebbene, alle elezioni europee, la nuova formazione ha più che doppiato Die Linke (6,2% contro 2,7%).
Il fulcro del programma politico di BSW si basa sulla necessità di proteggere dagli effetti deleteri della globalizzazione un blocco sociale che, mutatis mutandis, è simile a quello che in Gran Bretagna decretò la Brexit: la classe operaia classica, proveniente soprattutto dai residui distretti industriali collocati nelle province, la classe media e i lavoratori del settore dei servizi a bassa scolarizzazione (ad esempio, i lavoratori delle imprese di pulizia). Per farlo, propone la rivitalizzazione dello stato nazione, come unico ente in grado di regolamentare e imbrigliare i flussi finanziari, far sì che i grandi fondi finanziari non acquistino le piccole e medie aziende produttive delle province per smantellarle o esternalizzarle, ridare vigore agli strumenti del welfare lavorista classico, ecc. Il modello di stato immaginato è evidentemente quello keynesiano degli anni ’70.
Attorno a questo punto, ruotano tutte le prese di posizione di BSW, anche le più controverse.
Ad esempio, dato che tale blocco sociale subisce il dumping salariale e l’erosione degli ammortizzatori sociali causati dall’immigrazione, intra ed extra europea, BSW è contraria ad operazioni di apertura di massa come quella effettuata dal governo Merkel nel 2016 con i Siriani, e propone di regolarizzare i flussi. Tuttavia, e qui c’è un punto critico, non specifica con quali mezzi intenda limitare la migrazione e/o effettuare i respingimenti. Inoltre, è contraria a strumenti di welfare universalistici, come il reddito di cittadinanza (che in Germania è costituito dall’indennità Hartz IV), che, per dare poco a tutti, immigrati compresi, penalizzano i lavoratori di lungo corso che si trovano disoccupati e li costringe, successivamente, ad accettare lavori molto meno remunerati rispetto al reddito precedente.
Un punto su cui calca molto BSW è quello culturale: un tratto costitutivo, infatti, è rappresentato dall’ostilità rispetto ai linguaggi e ai codici comunicativi tipici di molti movimenti “single issue” (movimento antirazzista, movimento antisessista, movimento ambientalista, ecc.), che sono diventati nettamente egemonici a sinistra, sia nella Linke, che nell’SPD e nei Verdi.
Come scrive la leader Sahra Wagenckneckt nei suoi libri, la narrazione della sinistra “alla moda” degli ultimi 10 – 15 anni riflette la visione del mondo di un ceto sociale composto per lo più di persone laureate che, a conti fatti, sono uscite vincitrici dai processi di globalizzazione; esse, quindi, dipingono tale periodo, segnato dal rafforzamento Unione Europea nei confronti degli stati-nazione e dall’avanzare dei diritti civili, come progressivo. Le classi uscite sconfitte dalla globalizzazione, invece, non vedono nulla di progressivo in questi processi storici; anzi, nel caso dei movimenti ambientalisti che vanno per la maggiore e dei Verdi, vedono in essi dei nemici, in quanto le loro proposte politiche vanno nella direzione di far aumentare i costi dei beni di consumo economicamente più accessibili, come le utilitarie a benzina e la carne proveniente dagli allevamenti intensivi.
Per tutti questi motivi, le classi popolari si sono allontanate dalla sinistra, per abbracciare l’astensionismo o l’estrema destra.
Sulla politica estera, Bundis Sahra Wagenknecht ha un profilo politico più condivisibile delle sinistre europee di cui si è parlato in precedenza, in quanto propone, per la Germania, un ruolo di aperta neutralità attiva nei conflitti internazionali, compreso quello russo-ucraino, rispetto al quale è netta non solo la contrarietà all’invio di armi, ma anche quella all’allargamento dell’Unione Europea a Georgia, Moldavia e Ucraina, in quanto foriera di tensioni geopolitiche.
Sull’Unione Europea, più in generale, la si concepisce come non più di un coordinamento fra stati-nazione. Pertanto si propone una radicale riduzione delle sue competenze a favore degli stati membri, appannaggio dei quali dovrebbero rimanere le politiche di bilancio, la regolazione dei flussi migratori anche intra-europei e le politiche ambientali, in luogo delle antidemocratiche e poco trasparenti burocrazie europee che stanno sottraendo sovranità ai singoli Stati.
Premesso che per tutte le “sinistre” di cui qui si è parlato, in nessun caso si tratta dell’organizzazione dei comunisti in quanto tale, bensì del fronte della rappresentanza politica, è necessario dibattere i temi qui tracciati ed i vari spunti che ne conseguono in maniera laica e facendo le dovute contestualizzazioni, senza squalifiche aprioristiche o atteggiamenti moralistici.
Riflettere su tematiche come il ruolo dello stato-nazione e sue eventuali alterative, la funzione dell’Unione Europea, la protezione del blocco sociale di riferimento dagli effetti provocati dalla scomposizione su base internazionale della catena del valore, l’egemonia culturale attualmente vigente a sinistra, dovrebbe essere di nuovo al centro della relazione fra le varie espressioni della sinistra di classe che si propongono di organizzare e rappresentare il moderno proletariato.
La situazione che si profila in Europa, con il ritorno generalizzato del bipolarismo, dopo anni di turbolenze politiche conseguenti alla crisi del 2008, non è ottimale: ci riporta, infatti, indietro alla fase dei centrosinistra di metà anni ’90 – anni 2000, i quali sono stati gli esecutori materiali della deregulation economica che ha provocato effetti devastanti sulle condizioni materiali dei lavoratori europei e sono stati, di pari passo, fautori di politiche imperialiste e di guerra.
Contrapporsi a tali derive diviene imperativo categorico.
Fonte
10/07/2024
Francia - La Sinistra tra la sfida del governo e le promesse elettorali da rispettare
Sullo sfondo c’è l’opinione pubblica francese frammentata come il mondo politico. La destra di Le Pen e Bardella è stata sconfitta ma non resterà a guardare, forte del suo progresso senza precedenti nell’Assemblea oltre che nelle strade del Paese. Ne abbiamo parlato con Caterina Bandini, sociologa e ricercatrice del CNR e dell’università di Nantes che vive e lavora a Parigi.
Fonte e podcast
08/07/2024
Francia - Vince la sinistra. Mélenchon rivendica la formazione del nuovo governo
Doveva essere un “barrage”, uno sbarramento contro l’estrema destra del Rassemblement National, e invece il secondo turno delle legislative francesi si è trasformato nella vittoria del Nuovo Fronte Popolare.
L’alleanza formata da vari partiti di sinistra e centrosinistra in fretta e furia subito dopo la decisione del presidente Macron di sciogliere le camere dopo la sonora sconfitta inflitta al suo schieramento dall’estrema destra alle europee è arrivata in testa nel voto ai ballottaggi.
Secondo le stime di Ipsos per France Télévision, il Nuovo Fronte Popolare otterrebbe 195 deputati mentre il partito di Le Pen e Bardella, insieme agli alleati repubblicani (destra neogollista) si fermerebbe a “soli” 141 seggi. Subito dopo la pubblicazione delle prime proiezioni, una gran folla si è radunata per festeggiare in Place de la République a Parigi.
Al primo turno il Rassemblement National e i transfughi della destra conservatrice guidati dall’ex segretario dei Républicains Eric Ciotti avevano ottenuto il 33,2% contro il 28% della coalizione formata da socialisti, ecologisti, radicali di sinistra, ribelli della France Insoumise, comunisti e anticapitalisti.
I patti di desistenza, nonostante la defezione di parecchi macroniani e della quasi totalità dei repubblicani indipendenti, hanno evidentemente funzionato ribaltando i risultati del primo turno, e in molti collegi l’elettorato di diversi schieramenti si è coalizzato convergendo sul candidato alternativo al Rn per impedire la vittoria della destra radicale.
Per quanto ripulito e ammodernato rispetto al passato e soprattutto rispetto al Front National, il Rassemblement National conserva tratti ferocemente nazionalisti e razzisti, anche se il suo programma economico è stato rettificato in senso liberista, suscitando così la mobilitazione dell’elettorato antifascista e genericamente “repubblicano”.
La partecipazione ai ballottaggi, infatti, è stata molto alta, forse leggermente superiore al 66,7% di domenica scorsa.
Così, su 306 triangolari potenziali usciti in altrettanti collegi al primo turno, dopo i ritiri della maggior parte dei candidati arrivati terzi se ne sono tenuti soltanto 89.
Per effetto delle desistenze, quindi, non solo l’estrema destra non è arrivata in testa, seppur senza maggioranza assoluta com’era prevedibile già nei giorni scorsi, ma è stata addirittura relegata alla terza posizione.
Anche “Ensemble por la Republique”, lo schieramento centrista e liberista di Macron e del premier uscente Attal, ha beneficiato delle desistenze e del barrage contro l’estrema destra, ottenendo 168 deputati. Per Renaissance, MoDem e Horizon si conferma comunque la sonora sconfitta, considerando che la coalizione macroniana aveva ottenuto 350 deputati nel 2017 e una maggioranza relativa di 250 nel 2022, però la conquista di una insperata seconda posizione ridà fiato all’inquilino dell’Eliseo.
I Repubblicani indipendenti avrebbero ottenuto 63 rappresentanti, confermando una certa influenza sullo scenario politico nonostante la perdita dell’egemonia dopo l’avvento di Emmanuel Macron al potere.
Il problema è che il Nuovo Fronte Popolare non ha da solo i numeri per governare essendo giunto lontanissimo dalla maggioranza assoluta – 289 seggi su 577 totali – e non potendo contare su altri alleati naturali al di fuori del proprio schieramento. Per governare – con il suo programma, come rivendica soprattutto Melenchon, il leader della France Insoumise – il già variegato schieramento dovrebbe ottenere i voti dei centristi, il che al momento sembra molto difficile.
A meno che non si vada ad un governo di coalizione che però, visti i veti reciproci della sinistra radicale e della maggior parte di Ensemble, escluderebbe gli eletti della sinistra radicale, a meno che essi siano sufficienti a far fallire l’operazione.
Secondo le stime, la France Insoumise avrebbe ottenuto da 85 a 94 deputati, il Partito Comunista da 8 a 10, i socialisti da 55 a 65 e gli ecologisti da 32 a 36.
Insomma si apre dopo il voto, convocato da Macron che puntava a costringere i francesi a scegliere il male minore – cioè tra lui e l’estrema destra – o in caso di vittoria del Rn a bruciare il partito di Le Pen e Bardella per poi uscire vincitore dalle presidenziali fissate nel 2027, una stagione prevedibilmente molto instabile, inedita in Francia.
ORE 6
Questi sono i risultati definitivi delle legislative: Nuovo Fronte Popolare (sinistra) 180 seggi; Ensemble (maggioranza di governo uscente) 158; Rassemblement National e alleati (estrema destra) 143; Républicains e altri di destra 67; altri di sinistra 12; altri di centro 6; Regionalisti 4; altri 1.
ORE 7.30
Il Ministero dell’Interno di Parigi conferma l’alta partecipazione al voto di ieri, quasi pari al primo turno: al ballottaggio si sono recati alle urne il 66,63% degli aventi diritto, anche se si registra un alto livello di schede bianche (2.75%). Nel 2022 il tasso di partecipazione al secondo turno era stato del 46,2%.
Alla nuova Assemblea Nazionale sono state elette 208 donne pari al 36% del totale, una cifra leggermente inferiore al mandato precedente, quando al Palais-Bourbon c’erano 215 deputate.
ORE 8.00
Questa è la ripartizione dei seggi definitiva tra i partiti:
La France Insoumise (sinistra): 77
Partito Comunista (sinistra): 9
Ecologisti (centrosinistra): 28
Partito Socialista (centrosinistra): 56
Generations (centrosinistra): 5
Altri di sinistra e regionalisti progressisti: 19
Renaissance (centro): 98
MoDem (centro): 34
Horizons (centro): 26
Altri di centro, centrodestra e regionalisti: 17
Repubblicani (destra): 67
Repubblicani di Eric Ciotti (destra): 17
Rassemblement National (estrema destra): 126
Francia - Elezioni: ribaltato il primo turno, sinistra in testa, solo terza l’estrema destra
Non solo l’onda nera di Marine Le Pen si è fermata, ma la sinistra in Francia ha ribaltato completamente il risultato. Il blocco repubblicano, nato stanco tra diserzioni e lotte interne, è riuscito nell’impresa che nessuno (o quasi) aveva previsto. E così, a neanche un mese dallo choc per il trionfo alle Europee, il Paese ha assistito incredulo alla lettura dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative: stando alle ultime proiezioni infatti, il Rassemblement National è solo terzo, mentre secondo arriva il gruppo del presidente della Repubblica. Un esito imprevedibile che arriva dopo il salto nel vuoto di Emmanuel Macron e che ora apre scenari ancora diversi da quelli pensati nelle ultime settimane. I primi a prendere la parola a caldo sono stati i leader della sinistra unita: è partito Jean-Luc Mélenchon dicendo che a loro “spetta il governo” e che il primo ministro Gabriel Attal “deve andarsene”. Lui ha preso la parola poco dopo e ha attaccato proprio la France Insoumise di Mélenchon: “L’estrema sinistra come il Rassemblement National non hanno i voti per governare”, ha detto. Il capo dell’Eliseo, che ha deciso di non parlare, ha chiesto “cautela“. E, stando alle ultime indiscrezioni, potrebbe ora chiedere una lunga pausa di riflessione. Già martedì sarà in viaggio negli Stati Uniti, si ipotizza che possa prendere tempo fino a dopo le Olimpiadi di Parigi di fine luglio. Intanto, la vera delusione è nel campo di Jordan Bardella, arrivato vicinissimo al potere, e ora costretto a fare i conti con numeri importanti, ma fortemente ridimensionati.
I risultati – La mobilitazione chiesta ai francesi per fare “barrage” all’estrema destra c’è stata. L’affluenza, come al primo turno, è stata senza precedenti e ha toccato un nuovo record: è arrivata al 67% e bisogna tornare al 1981 per trovare cifre simili. Proprio la capacità di convincere altre persone ad andare alle urne, ha permesso al Nuovo fronte popolare della sinistra di fare il “ribaltone”. Ora però, gli occhi sono puntati sul numero di seggi che avranno all’Assemblea nazionale: secondo le ultime proiezioni, gliene mancano circa 90 per avere la maggioranza assoluta. In Francia è possibile far nascere governi con la maggioranza relativa, ma per un minimo di stabilità servono comunque numeri forti. Al momento il Nuovo fronte popolare è dato primo con 180-215 seggi, secondo una proiezione Ifop per Tf1. Segue la coalizione di Emmanuel Macron, Ensemble, con 150-180 seggi, mentre Rn di Marine Le Pen e Jourdan Bardella sarebbe solo terzo con 120-150. I Repubblicani hanno conquistato tra 60 e 65 seggi.
Fondamentale poi, sarà capire gli equilibri dentro i singoli partiti. Secondo le stime dell’istituto Ipsos, riportate da Le Monde, all’interno del blocco delle sinistre è La France insoumise di Mélenchon che ottiene il maggior numero dei seggi, fra 68 e 74. Seguono il Partito socialista con una forchetta tra 63 e 69 seggi e gli ecologisti, con una forbice tra 32 e 36 seggi. Nel campo presidenziale, Renaissance otterrebbe fra i 95 e i 105 seggi, i MoDem 31-37 e Horizons fra 24 e 28 seggi. Per quanto riguarda il blocco di Rassemblement National e suoi alleati, invece RN otterrebbe fra 120 e136 seggi e la frazione del partito Les Républicains alleatasi con i lepenisti ottiene fra 12 e 16 seggi. I Repubblicani invece, otterrebbero fra 57 e 67 seggi.
La sinistra – Il primo a parlare è stato il leader de la France Insoumise Jean-Luc Mélenchon: “Abbiamo ottenuto il risultato che ci dicevano impossibile”, ha detto. “Macron è stato sconfitto, il primo ministro Gabriel Attal deve andarsene. Ora tocca a noi governare”. Stessa linea tenuta dalla leader dei Verdi Marine Tondelier: “Siamo pronti”, ha detto davanti ai suoi sostenitori. E subito dopo il leader dei Socialisti Olivier Faure: “La Francia meritava di più dell’alternativa tra neo-liberismo e fascismo”, ha detto. “Non ci presteremo ad alcuna coalizione che tradisca il voto dei francesi e che prolunghi le politiche macroniste. Noi vogliamo solo che il nostro Paese si ritrovi”. Ancora più prudente l’eurodeputato leader della sinistra moderata Raphaël Glucksmann: di fronte ad una “Assemblea divisa”, “dovremo comportarci da adulti”.
Il Rassemblement National – La vera delusione è però per Jordan Bardella che mai era stato così vicino al governo: “Il Rn raggiunge il risultato più importante di tutta la sua storia. Purtroppo gli accordi elettorali pericolosi privano i francesi di una politica di risanamento. Questa sera i loro accordi elettorali gettano la Francia nelle braccia dell’estrema sinistra dui Melenchon”. E ancora: “Noi siamo l’unica alternativa”.
Fonte07/07/2024
Francia - Xenofobia e liberismo, il “nuovo” volto dell’estrema destra
La possibile formazione di un governo di “quasi unità nazionale” tra diverse formazioni, al solo scopo di escludere l’estrema destra vincitrice del primo turno delle elezioni legislative francesi, ha concesso nuovi argomenti al Rassemblement National, tornato a dipingersi come forza anti-sistema discriminata dall’establishment.
Negli ultimi giorni la campagna elettorale ha quindi visto tornare in auge i toni populisti classicamente utilizzati in passato dall’estrema destra francese, precedentemente attenuati al fine di presentare il partito come forza di governo responsabile e pragmatica.
La “nuova destra” di Jordan Bardella
La linea Bardella si è discostata in parte dal messaggio politico e
identitario diffuso negli scorsi anni da Marine Le Pen, che per
l’occasione ha fatto un passo di lato puntando su un personaggio giovane
e non accostabile ai trascorsi fascisti del Front National. La
formazione ha tentato di accreditarsi come un partito di stampo
conservatore e nazionalista, escludendo una parte della “vecchia
guardia” e aggiustando il tiro nella propaganda.
Ma negli ultimi giorni, animati forse dall’euforia della vittoria o da un sentimento di rivalsa a lungo represso, molti militanti dell’estrema destra – non tutti necessariamente riconducibili al partito di Le Pen – si sono dedicati ad aggressioni e minacce nei confronti di esponenti dei partiti centristi o di sinistra, di attivisti, giornalisti, avvocati, semplici rifugiati e cittadini di origine araba o africana, legittimati dall’ondata nera del 30 giugno.
Nostalgici e xenofobi
Buona parte del programma del partito, del resto, è incentrata sul
contrasto all’immigrazione e agli immigrati, a partire dalla proposta di
abolire lo ius soli o di escludere dalle cariche pubbliche più
importanti i cittadini che hanno la doppia cittadinanza. Il RN vuole
anche limitare i permessi di soggiorno e i ricongiungimenti familiari,
escludere dalla sanità pubblica gli stranieri e concedere una “priorità
nazionale” ai cittadini francesi per quanto riguarda aiuti e
sovvenzioni.
Per conquistare i settori più di destra della comunità ebraica e scrollarsi di dosso l’accusa di razzismo, il Rn esprime da mesi un sostegno incondizionato a Israele, accompagnandolo con continui allarmi sul carattere presuntamente antisemita delle mobilitazioni filo-palestinesi e di alcune espressioni religiose o culturali delle comunità islamiche.
Eppure, subito dopo il primo turno Ludivine Daoudi, una candidata del Rassemblement National arrivata terza nel collegio di Calvados, in Normandia, si è dovuta ritirare dopo che sui social è stata diffusa una sua foto che la ritraeva mentre indossava un cappello con la svastica della Luftwaffe.
È rimasta invece in corsa, giunta in testa in un collegio dei Pirenei Atlantici, Monique Becker, nota per diffondere sui social lodi all’OAS (Organizzazione dell’Esercito Segreto), un gruppo paramilitare fascista dedito al terrorismo contro la resistenza algerina e contro le organizzazioni democratiche e antifasciste.
Si tratta soltanto dei casi più eclatanti che smentiscono l’immagine di un partito che si è modernizzato e ripulito abbandonando la cultura razzista del Front National, fondato nel 1972 da molti reduci dell’OAS o collaborazionisti dell’era Petain prendendo a modello il Movimento Sociale Italiano.
Macron “incubatore” dell’estrema destra
Perché milioni di francesi che si sono sempre tenuti alla larga dagli
estremisti di destra e dai nostalgici di Vichy hanno votato
Rassemblement National? La rabbia sociale e la preoccupazione generata
trasversalmente dalle politiche autoritarie e neoliberiste di Macron
hanno fatto saltare lo storico argine ideologico eretto nei confronti
della destra più radicale.
Il RN ha straripato soprattutto nei sobborghi delle grandi città e nei territori deindustrializzati ed economicamente depressi del nord (molti dei quali, in passato, sono stati a lungo bastioni del Partito Comunista) oltre che nei distretti rurali e nei piccoli centri.
Se prima quello al Front e poi al Rassemblement National era soprattutto un voto di protesta di alcuni settori della società francese, che si sommava al voto ideologico degli ambienti più reazionari, alle ultime elezioni Bardella ha conquistato nuovi settori sociali.
La classe media e la piccola borghesia, ad esempio, preoccupate dal déclassement e dalla conseguente l’erosione del proprio potere d’acquisto e del proprio status, causata dai tagli ai servizi e al welfare, hanno in parte voltato le spalle ai centristi di Attal e Macron. Anzi, per molti elettori “traditi”, il voto al RN è la via più breve per togliere di mezzo il presidente e le sue politiche.
Negli ultimi anni, molti media privati (come quelli in mano all’imprenditore Vincent Bolloré) hanno “sdoganato” i leader e gli argomenti dell’estrema destra, rendendoli appetibili e credibili. Nei giorni scorsi, ad esempio, la redazione del quotidiano conservatore Le Figaro si è scagliata contro il direttore (che d’altronde in passato ha collaborato con il Front National) colpevole di aver aperto a Le Pen.
Le proposte del partito di Bardella, poi, appaiono alternative alle politiche macroniane e al tempo stesso desiderabili e fattibili, dal sostegno al potere d’acquisto di salari e pensioni, dall’aumento della sicurezza nelle città e dalla priorità da concedere agli “interessi nazionali” su quelli europei.
Un partito razzista
Nel discorso del RN, che pure ha abbandonato i toni apertamente
razzisti e xenofobi del passato, gli stranieri e le minoranze vengono comunque individuati come responsabili principali del malessere
sociale ed economico della maggioranza dei francesi, fornendo un utile
capro espiatorio ad una società sempre più impaurita e precaria.
Secondo un rapporto pubblicato il 27 giugno dalla “Commission nationale consultative des droits de l’homme” (CNCDH) di Parigi, 9 elettori dell’estrema destra su 10 temono la “sostituzione etnica” o comunque una “diluizione” dell’identità francese. Il 54% degli elettori del RN (e il 26% dei Républicains neogollisti) ammette di essere “molto” o “un po’” razzista e il 21% crede che alcune “razze” siano superiori ad altre.
Quelli che stanno peggio, più in basso nella gerarchia sociale ed economica, diventano il bersaglio preferito – e più comodo – del risentimento popolare che l’estrema destra sfrutta abilmente e alimenta. Gli strali contro chi sta in alto, tipici del discorso populista dell’estrema destra, sono invece sempre molto generici e quindi inoffensivi, rivolti contro le “politiche green”, i “burocrati di Bruxelles” o la “dittatura mondialista”.
Un’estrema destra sempre più liberista
D’altronde, rispetto al passato, il programma economico dell’estrema destra è sempre più compatibile con quel liberismo che molti elettori pensano di contrastare proprio votando Bardella.
Promettendo di abbassare la tassazione sulle imprese e sui grandi patrimoni o rinunciando ad abbassare l’Iva al minimo sui prodotti di prima necessità, Le Pen punta a rassicurare le élite economiche e gli ambienti imprenditoriali che infatti hanno moltiplicato le dichiarazioni a favore del RN o comunque affermano di temere più un’eventuale vittoria della sinistra radicale che dell’estrema destra. Per accreditarsi come partito di governo responsabile, poi, il RN ha fortemente attenuato il suo anti-atlantismo e le critiche rivolte finora al sostegno militare all’Ucraina.
Non è un caso che, all’indomani dell’exploit dell’estrema destra al primo turno, in apertura la Borsa di Parigi abbia registrato un balzo del 2,59% anche se poi molti titoli hanno risentito dei timori che la mancanza di una maggioranza di governo stabile costringa il paese ad un lungo periodo di instabilità politica, lo scenario più probabile per i prossimi mesi.
Per uscirne molti francesi potrebbero decidere di puntare proprio sul Rassemblement National in nome del sempreverde imperativo “legge e ordine”.
01/07/2024
Francia - Vince l’estrema destra
In Francia la prevista, storica vittoria dell’estrema destra c’è stata, anche se in misura leggermente inferiore rispetto ai sondaggi della vigilia e agli exit poll resi noti ieri alle 20, subito dopo la chiusura delle urne nelle grandi città (nella maggior parte delle località francesi, invece, lo spoglio delle schede era iniziato già alle 18:00).
Per timori di scontri dopo la diffusione dei risultati, il Ministero degli Interni aveva mobilitato decine di migliaia di agenti e fatto ricorso anche all’esercito, ma alla fine le manifestazioni convocate dai vari partiti si sono svolte in completa tranquillità.
Il trionfo dell’estrema destra
Le elezioni anticipate convocate la sera stessa del voto europeo dal presidente Emmanuel Macron dopo la sconfitta del suo movimento centrista “Ensemble” le ha vinte il Rassemblement National, in una giornata caratterizzata da un tasso record di partecipazione – il più alto dal 1997 – che ha creato lunghe file in molti seggi. Alle urne si è recato il 66,7% degli aventi diritto, con un balzo del 19% rispetto a due anni fa. La stragrande maggioranza degli elettori si è divisa tra i tre principali blocchi politici che insieme rappresentano più dell’80% dei consensi.
Il partito di Marine Le Pen e del giovane Jordan Bardella (28 anni) ha ottenuto il 29,2%, al quale occorre aggiungere il 4% conquistato dai Repubblicani che hanno deciso di allearsi con l’ultradestra, che in totale ha portato a casa 10 milioni di voti. Un trionfo rispetto alle legislative del 2022, quando il Rassemblement National, già in forte crescita, si era fermato al 18,7%. Il RN ha eletto ieri 39 deputati, tra cui Marine Le Pen e Sébastien Chenu, ed è cresciuto soprattutto nelle aree rurali e nei piccoli centri.
Le sinistre resistono e conquistano Parigi
In seconda posizione si è piazzato il Nuovo Fronte Popolare, formato in tutta fretta dai partiti di sinistra e centrosinistra due settimane fa, superando le rivalità che avevano paralizzato la NUPES (Nouvelle Union populaire écologique et sociale), un’alleanza simile che aveva corso alle scorse legislative.
Insieme socialisti, France Insoumise, Ecologisti, Comunisti e Anticapitalisti hanno ottenuto il 28% dei consensi e quasi 9 milioni di voti, eleggendo al primo turno 32 deputati. Nel 2022 la Nupes aveva raccolto 6 milioni di voti e il 26%, a cui occorre sommare i risultati di altre liste minori che stavolta sono entrate nell’alleanza.
In sintesi, il NFP conferma il suo spazio politico e mobilita nuovi elettori, ad esempio a Parigi dove arriva in testa in 13 collegi su 18 ed elegge ben 9 candidati al primo turno. Le sinistre aumentano i consensi anche tra gli elettori più giovani (il 41 per cento degli elettori tra 18 e 24 anni hanno votato per le Nouveau Front Populaire, il 23% ha scelto il RN e i suoi alleati e solo il 13% ha votato al centro) ma percentualmente non sfondano rispetto alle scorse elezioni, regredendo anzi in molte circoscrizioni lontane dalle grandi città. Inoltre, nell’alleanza ha notevolmente aumentato il suo peso l’ala moderata rappresentata dai socialisti, cresciuti fino a ottenere circa il 14%.
Sconfitta storica per Macron
La sconfitta della maggioranza parlamentare uscente e dell’inquilino dell’Eliseo, Emmanuel Macron, è innegabile, anche se con il 20% e i quasi 7 milioni di voti “Ensemble pour la Republique” recupera un po’ di ossigeno rispetto al 14% delle europee. Ma al primo turno i macroniani di “Renaissance”, con i loro alleati di “Horizons” e “MoDem”, eleggono solo 2 deputati. Nel 2022 “Ensemble” si era piazzata in testa con il 25,75% e 8 milioni di voti. Ha funzionato solo in parte l’appello del presidente a votare i centristi per fare “argine” agli opposti estremismi rappresentati secondo lui da Le Pen e Melenchon, così come la scelta di sciogliere improvvisamente il parlamento pensando che il timore di una vittoria dell’ultradestra avrebbe convinto molti francesi a scegliere, obtorto collo, il suo partito.
Dal voto di ieri escono fortemente ridimensionati anche i i neogollisti (centro-destra) divisi tra coloro, tra cui l’ex presidente Eric Ciotti, che hanno varato un patto di desistenza con Marine Le Pen (e che hanno ottenuto circa il 4%) e la maggioranza dei Républicains rimasta indipendente, che da sola ha preso il 6,6%.
Reconquête, il partito di estrema destra oltranzista guidato da Eric Zemmour che alla fine non è riuscito ad allearsi con Le Pen e che anzi ha perso pezzi a vantaggio del Rassemblement National – a partire da Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen tornata all’ovile per queste elezioni – ha preso solo lo 0,8%.
La vera partita si gioca al secondo turno
Visto il bassissimo numero di deputati eletti ieri, il duello fondamentale si giocherà il 7 luglio prossimo, quando in ognuna delle circoscrizioni dove ieri nessun candidato ha ottenuto almeno il 50%, si scontreranno tutti coloro che hanno superato il 12,5% degli aventi diritto. In ben 306 casi a concorrere saranno 3 candidati ed in altri 4 ben 4, ed in 297 circoscrizioni in testa è arrivato un candidato lepenista o un neogollista di Ciotti.
Di qui l’importanza dei patti di desistenza e del “fronte
repubblicano”, invocato soprattutto a sinistra e nel centrosinistra per
impedire che il 33% dell’estrema destra si traduca in una valanga di
seggi.
Le Pen e Bardella aspirano infatti a ottenere la maggioranza assoluta
(almeno 290 seggi) per provare a resistere ai condizionamenti di un
presidente della Repubblica che rimarrà all’Eliseo fino al 2027,
sperando che un eventuale governo del Rassemblement consumi nel
frattempo l’estrema destra.
Mentre i leader dei partiti di centrosinistra e sinistra hanno da subito chiarito che ritireranno i candidati del NFP laddove sono giunti terzi per far convergere il voto “repubblicano” (cioè antifascista) sui candidati contrapposti al RN meglio piazzati, non è affatto detto che anche i macroniani facciano lo stesso.
Per Macron e i gollisti Le Pen e Melenchon pari sono
Ieri il presidente, che con le sue politiche autoritarie e liberiste – a partire dalla contestatissima riforma delle pensioni e dai tagli allo stato sociale, passando per la posizione oltranzista di sostegno all’Ucraina – va considerato il primo responsabile del boom del voto di estrema destra, ha fatto appello a creare un blocco “chiaramente democratico e repubblicano” per sbarrare la strada al RN al secondo turno. Al momento, però, non sembra che “Ensemble” intenda rinunciare in tutti i collegi dove i candidati de La France Insoumise sono meglio piazzati di quelli centristi, favorendo di fatto il partito di Le Pen e Bardella.
Il primo ministro uscente Gabriel Attal ha dichiarato che i candidati di Ensemble arrivati in terza posizione si ritireranno dalla competizione ma in un’intervista dopo il voto, il Ministro dell’Economia uscente ed esponente di punta macroniano, Bruno Le Maire, ha equiparato sinistra radicale ed estrema destra, affermando che se «il Rassemblement National è un pericolo per la Repubblica la France Insoumise è un pericolo per la nazione» suscitando le proteste delle sinistre e alcune critiche nel suo stesso schieramento. Alcuni candidati di Ensemble hanno già fatto sapere che non si ritireranno anche se la loro presenza al secondo turno potrebbe portare all’elezione di deputati lepenisti.
Anche i repubblicani, sostenuti da pezzi consistenti dell’establishment economico e intellettuale, hanno deciso che daranno indicazioni ai propri elettori “caso per caso”, per impedire la vittoria dei candidati più a sinistra.
Sul fronte opposto, anche per molti elettori della sinistra radicale sarà difficile votare per gli esponenti dell’ex maggioranza macroniana responsabili delle misure più contestate e antipopolari.
In attesa di sapere quanti seggi conquisterà l’ex Front National abilmente ripulito negli ultimi anni dalla figlia del fondatore Jean-Marie Le Pen, è probabile che dal ballottaggio del 7 luglio esca un parlamento senza una netta maggioranza e si apra un periodo di instabilità politica ed economica per una Francia che appare – in primis ai suoi abitanti – in forte declino rispetto al passato, sia sul piano egemonico che sul piano economico.
30/06/2024
Francia al voto, spaventata dai fascisti e dal declino
Il grande favorito della competizione è il Rassemblement National di Marine Le Pen, che dopo aver vinto le votazioni per l’assemblea di Strasburgo potrebbe espugnare anche l’Assemblea Nazionale di Parigi.
In testa c’è l’estrema destra
I sondaggi, che pure vanno presi con le molle visto l’alto numero di indecisi e il macchinoso sistema elettorale maggioritario a due turni (il ballottaggio avrà luogo il 7 luglio tra i candidati che avranno ottenuto almeno il 12,5% dei voti), danno nettamente in testa la formazione di estrema destra guidata dal giovane Jordan Bardella.
Secondo l’ultima inchiesta realizzata dall’Istituto Francese dell’Opinione Pubblica (Ifop) la destra radicale dovrebbe ottenere complessivamente il 36% e tra i 220 e i 260 seggi. L’ex Front National che fu fondato e guidato del neofascista Jean-Marie Le Pen prenderebbe il 32%, al quale andrebbe sommato un 4% raggranellato dalla lista messa in piedi dall’ex leader dei Républicains, Éric Ciotti, dopo esser stato espulso dal partito di centro-destra in seguito al suo annuncio di voler sostenere Marine Le Pen.
In seconda posizione dovrebbero piazzarsi i diversi partiti della sinistra e del centrosinistra (socialisti compresi) riuniti nel Nuovo Fronte Popolare, dato al 28,5% e a 180/210 seggi.
L’attuale maggioranza di centro, che compete con la coalizione “Insieme per la Repubblica” (Ensemble), arriverebbe solo terza con il 21% e tra i 75 e i 110 eletti, divisi tra il partito di Macron “Renaissance” (19,5%) e altre forze minori come il Mouvement Democrate (MoDem) e Horizons, formazione guidata dall’ex primo ministro Edouard Philippe. Ai Républicains che non hanno accettato di convergere con l’estrema destra andrebbe un altro 8% e una manciata di seggi.
“Prima gli interessi francesi”
Il partito di Marine Le Pen vuole assolutamente evitare la coabitazione con Macron che obbligherebbe il Rassemblement National a rinunciare a molti dei suoi obiettivi, visto il potere di cui gode la presidenza della repubblica nel sistema francese. Bardella mira quindi a ottenere la maggioranza assoluta, cioè più di 289 seggi sui 577 totali, per tener testa agli eventuali condizionamenti dell’Eliseo. Emmanuel Macron infatti ha voluto ribadire, con un messaggio affidato al primo ministro uscente Gabriel Attal, che «qualunque sia il risultato, il presidente sarà sempre il presidente» fino al voto fissato nel 2027.
Da parte sua Bardella ha concentrato la campagna elettorale sui temi cari al suo partito, all’insegna del nazionalismo e della difesa degli «interessi della Francia». Sul piano economico, le proposte si concentrano sulla difesa del potere d’acquisto di salari e pensioni: il RN propone il taglio dell’Iva sulle bollette di gas ed elettricità, ma anche sul carburante, che passerebbero dal 20 al 5,5%.
La destra radicale batte anche sul contrasto all’immigrazione, puntando a sopprimere lo ius soli, ad abbassare a 10 mila il numero di ingressi legali nel paese, e a impedire ai cittadini con doppia nazionalità di occupare incarichi pubblici di natura “strategica”. «Non vogliamo rimettere in discussione la doppia nazionalità», ha garantito Bardella durante una conferenza stampa, spiegando però che i «posti strategici legati ai settori della sicurezza e della difesa» sono da «riservare esclusivamente ai francesi».
Rispetto al passato, il Rassemblement National sembra aver adottato una strategia di relativa moderazione, abbandonando la richiesta di un’uscita della Francia dall’Unione Europea – anche se Bardella ha citato il diritto di Parigi, in certe circostanze, di “disobbedire” a Bruxelles – e di un allontanamento dall’Alleanza Atlantica. Sul sostegno militare all’Ucraina, che il RN in questi due anni ha avversato, il partito è ambiguo.
Bardella si dice invece pronto, come del resto il Nuovo Fronte Popolare di sinistra, a cancellare la “riforma delle pensioni” che aumenta l’età pensionabile, duramente contestata da una lunga serie di scioperi, manifestazioni e occupazioni che hanno contribuito a minare la residua popolarità di Macron.
Il Nuovo Fronte Popolare
Sulla fine del macronismo insiste proprio il leader della France Insoumise, il principale partito della sinistra francese. In una recente intervista Jean-Luc Melenchon ha detto che Macron «è finito», spiegando ai francesi che per impedire la vittoria dei «fascisti» rimane solo il Nuovo Fronte Popolare. La coalizione di sinistra, dopo le prime difficoltà causate dalle rivalità tra i diversi partiti, sembra recuperare la consistenza elettorale che la Nupes (alleanza simile al NFP) aveva ottenuto alle scorse votazioni, anche se Melenchon ha dovuto farsi da parte per le critiche ricevute sia dai socialisti che da altre formazioni (oltre che da alcuni settori della stessa France Insoumise).
Dell’alleanza, oltre al partito di Melenchon, fanno parte decine di formazioni e gruppi, tra i quali spiccano il Partito Comunista, gli Ecologisti, il Partito Socialista, Place Publique (formazione socialdemocratica guidata dall’ex leader del PS Gluksmann) e il Nuovo Fronte Anticapitalista. Il programma della coalizione è ambizioso sul terreno economico – proponendo una riforma del sistema fiscale per aumentarne il carattere progressivo, l’aumento del salario minimo, l’abbassamento dell’età pensionabile, l’ampliamento del settore pubblico – ma ha rinunciato alla critica radicale al sostegno di Macron all’Ucraina e moderato i toni rispetto a Israele, modifiche imposte dalle componenti più moderate che annoverano anche alcuni pezzi dello schieramento macroniano entrati ad un certo punto in rotta di collisione con l’inquilino dell’Eliseo.
Macron “argine contro estremismi e guerra civile”
Nel tentativo di recuperare consensi – cosa che secondo i sondaggi gli starebbe riuscendo – il presidente della repubblica sta invece giocando la carta degli “estremismi”, descrivendo il suo Ensemble come l’unico argine all’affermazione del RN o del NFP e all’esplosione nel paese di una “guerra civile”. Macron spera di attirare così soprattutto i voti degli elettori di centro-destra delusi e spaventati dalla frattura interna ai Républicains e concentra i dardi contro le sinistre radicali piuttosto che contro Jordan Bardella e Marine Le Pen.
L’esito del voto è molto incerto. Tutto dipenderà dal funzionamento del cosiddetto “fronte repubblicano” al secondo turno. Se gli elettori avversi all’estrema destra, al di là dell’opzione scelta al primo turno, voteranno compattamente i candidati non lepenisti giunti in testa il 30 giugno, il successo del RN verrà ridimensionato com’è avvenuto già in passato. Se invece prevarranno le rivalità e i calcoli, allora le elezioni anticipate potrebbero segnare il trionfo, tante volte rimandato, dell’estrema destra francese.
Alcuni settori di centro e centro-destra stanno già avvisando che il 7 luglio non convergerebbero sui candidati del Nuovo Fronte Popolare. Gli ambienti finanziari, già entrati in fibrillazione dopo l’inatteso scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte di Macron, dichiarano che lo scenario peggiore sarebbe rappresentato da una vittoria delle sinistre che potrebbero aumentare la tassazione sulle medie e grandi imprese e sul segmento più ricco della popolazione.
Lo spettro dell’ingovernabilità e del déclassement
Lo scenario più probabile, secondo molti analisti, è che il voto non conceda la maggioranza assoluta a nessuno degli schieramenti in campo, aprendo così una pagina di estrema instabilità che molti francesi temono forse più della vittoria di Marine Le Pen.
Il timore per un’eventuale vittoria dell’estrema destra convive con la paura che l’instabilità possa infatti condurre ad un “déclassement”, cioè a un declino dell’influenza francese in Europa e nel resto del pianeta, del resto già ampiamente annunciato dalla recente fine della Françafrique, la storica area di influenza di Parigi in Africa.
Molti francesi potrebbero scegliere il Rassemblement National proprio per difendere la “grandeur” francese, il primato internazionale di Parigi, messo a rischio dall’incompetenza di Macron che nel frattempo ha peggiorato le condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici e delle classi medie, alle prese con un déclassement economico e sociale causato dall’aumento del costo della vita e dal graduale degrado dei servizi pubblici e della macchina statale.
Fonte
24/06/2024
Alla UE vanno bene anche i fascisti, basta che ne accettino i vincoli
I mercati si sono mossi non secondo il timore che il Rassemblement National potesse gettare l’Esagono nel buio del fascismo, che anzi fa comodo ai profitti. La paura era che Marine Le Pen esprimesse ancora una linea di contrarietà all’euro e ai vincoli di Bruxelles, che qualche giorno fa non si è fatta mancare di aprire una procedura di infrazione sui conti francesi.
Allora, qualcuno doveva pur rassicurare i mercati e indicare la via ai fascisti. Ci ha pensato subito il commentatore capo per le questioni economiche del Wall Street Journal, Greg Ip, che ha scritto un articolo in cui sembra proprio voler dare la benedizione della finanza all’estrema destra europea, purché rispetti alcuni paletti.
Non che ciò rappresenti una novità. Appena qualche settimana fa il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, aveva detto chiaro e tondo che con l’estrema destra si poteva guidare la UE durante il difficile mandato della prossima Commissione Europea, purché si continuasse a sostenere la guerra per procura contro la Russia in Ucraina e si continuasse sulla via dell’austerità.
“Man mano che i partiti di estrema destra europei si sono avvicinati al potere, i loro obiettivi dichiarati sono passati dal lasciare l’UE al riformarla dall’interno. La notizia della stagione elettorale europea non è la fragilità dell’UE e dell’euro, ma la loro resilienza“, dice Ip.
Il giornalista si affida anche a parole di Jordan Bardella. “I nostri oppositori macronisti ci accusano... di essere favorevoli a una Frexit (Brexit francese, ndr), di voler prendere il potere per lasciare l’UE“, ha detto a maggio il candidato primo ministro del RN, il quale ha poi aggiunto, con una metafora da poker, che “non si abbandona il tavolo quando si sta per vincere la partita“.
Anche il Partito per la Libertà, forza che in autunno ha vinto le elezioni nei Paesi Bassi, ha abbandonato la richiesta per un referendum sull’adesione all’UE. Così come Giorgia Meloni, a detta della stessa von der Leyen, si è rivelata un interlocutore affidabile quando si è parlato di sostegno a Kiev e stretta sulle finanze italiane.
“L’AfD tedesca vuole invece ancora uscire dall’Ue, motivo per cui potrebbe aver ottenuto scarsi risultati nelle elezioni del Parlamento Europeo“, dice Ip. Qui si mostra tutto il carattere strumentale del suo articolo, oltre che la poca attenzione ai dati, perché l’AfD, purtroppo, è diventato il secondo partito tedesco, e ha aumentato i propri numeri sia in termini percentuali sia in termini assoluti.
Ip sta mandando un messaggio chiaro, da parte dei mercati internazionali, ai fascisti europei: se resterete dentro le regole dettate dalla filiera euroatlantica, a nessuno interesserà delle vostre politiche interne sui migranti e sulla repressione del dissenso. Certo, potrebbero ancora paralizzare il processo decisionale europeo su tanti dossier, ma Bruxelles ha uno strumento di deterrenza.
“Il punto critico, però, sono le finanze traballanti della Francia. […] Bruxelles ha concesso alla Francia un lungo margine sui deficit, perché è troppo politicamente e finanziariamente importante per fallire“, a differenza di una Grecia, ad esempio, che può essere sventrata fino all’osso come avvenuto negli ultimi 15 anni.
“La Banca Centrale Europea può acquistare obbligazioni dei paesi membri i cui rendimenti sono aumentati eccessivamente, a condizione che il paese sia fiscalmente solido o stia andando in quella direzione. […] Krishna Guha di Evercore ritiene che la Bce potrebbe sostenere le obbligazioni di paesi cooperativi come l’Italia ma non «il paese che sta causando lo stress», cioè la Francia“.
“La crisi, sostiene, «finirebbe quasi sicuramente con il crollo del nuovo governo del RN o con il raggiungimento di qualche compromesso con Bruxelles»“. Ip chiude dicendo: “l’estrema destra potrebbe volere una strada diversa rispetto al resto d’Europa, ma la sua libertà è limitata se vuole mantenere l’euro“.
E allora, cade la retorica con cui, poche righe prima, aveva affermato che “l‘euro è sopravvissuto perché la sua popolarità politica ha prevalso sui difetti economici“. L’euro è sopravvissuto perché è un’arma di ricatto, che attraverso il vincolo esterno indirizza le politiche economiche di interi paesi, in cui i parlamenti nazionali sono svuotati di concreti poteri decisionali.
Tranne per ciò che riguarda l’ordine pubblico, si intende. E ora la borghesia europea è pronta a integrare i fascisti nella governance continentale, perché in epoca di guerra fanno sempre comodo, purché appunto siano ligi ai dettami di UE e NATO.
Fonte
