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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2026

Israele - Haaretz: “Netanyahu sapeva in anticipo del 7 ottobre”

Mancano meno di due mesi alle elezioni politiche in Israele (il prossimo 27 ottobre), e sulla campagna elettorale è esplosa una nuova inchiesta del quotidiano Haaretz che sta scuotendo la scena politica israeliana rimettendo nel mirino le responsabilità per il fallimento della sicurezza che ha portato all’attacco militare dei palestinesi contro Israele del 7 ottobre 2023.

Secondo la ricostruzione di Haaretz, Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente, circa dieci giorni prima dell’attacco, dal leader degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, di una “grande operazione” in preparazione da parte di Hamas.

L’inchiesta di Haaretz, si basa sulle informazioni contenute nel libro di due giornalisti, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, che sarà pubblicato a breve, e che inquadra il 7 ottobre nei negoziati segreti che si sarebbero tenuti tra Israele e Hamas nel 2023. I colloqui, che miravano a una tregua e a uno scambio di prigionieri, si arenarono quando Netanyahu ritardò ripetutamente la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio di detenuti palestinesi.

I contatti per un possibile accordo sarebbero iniziati nel 2023. Un alto interlocutore di Fatah chiamato “Occhi di carbone” scambiava messaggi in ebraico con Ghazi Hamad, rappresentante di Sinwar, così da far sembrare che non ci fosse alcun contatto diretto tra Israele e Hamas, scrive Haaretz.

In realtà, le conversazioni focalizzate sull’allentamento del blocco su Gaza e sul miglioramento delle condizioni nella Striscia, erano “praticamente dirette”. Sia Hamad che Occhi di carbone si vedevano nella casa di un ex funzionario dell’Autorità Palestinese a Gaza, dove un funzionario dello Shin Bet israeliano chiamava per telefono.

Secondo quanto riportato nel libro e nell’inchiesta, all’inizio del settembre 2023, il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, interruppe i contatti e fece pervenire un messaggio minaccioso: se i negoziati non fossero proseguiti, avrebbe scatenato un “terremoto” (in arabo zilzal) contro Israele.

Il messaggio fu trasmesso da un intermediario palestinese a un consigliere del presidente emiratino e, da lì, arrivò allo Shin Bet, i servizi di intelligence israeliani. All’inizio di settembre 2023 un alto funzionario dello Shin Bet ha riferito ad Haaretz che Sinwar “è scomparso dal nostro radar, è evaporato”.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, informò Netanyahu il 15 settembre e, due giorni dopo, il 17 settembre, convocò una riunione di sicurezza raccomandando un’azione militare decisiva contro Sinwar. Secondo le fonti di Haaretz, Netanyahu chiese un piano, ma la decisione fu rinviata e non fu preso alcun provvedimento significativo.

Il punto critico secondo Haaretz, va collocato nell’ultima settimana di settembre, quando il leader emiratino bin Zayed chiamò direttamente Netanyahu con una telefonata durata circa 45 minuti per metterlo in guardia. Bin Zayed avrebbe espresso preoccupazione per un’operazione di Hamas che avrebbe causato un elevato numero di vittime, destabilizzato la regione e messo a rischio gli Accordi di Abramo, il trattato di normalizzazione dei rapporti che Israele e pochissimi Paesi arabi – tra cui proprio gli Emirati Arabi Uniti – avevano firmato nel 2020.

Il rapporto afferma che il leader emiratino bin Zayed avrebbe condiviso il suo avvertimento anche con il direttore della CIA William J. Burns, affermando di aver cercato di convincere Netanyahu che “qualcosa lì sta per esplodere”.

La risposta di Netanyahu, stando a quanto riportato dai funzionari ad Haaretz, fu apparentemente calma. Egli avrebbe affermato che Israele aveva la situazione sotto controllo, che Hamas sembrava più concentrato sulla Cisgiordania e che Israele era pronto per qualsiasi scenario.

Il punto cruciale dell’accusa è che Netanyahu non avrebbe trasmesso alcuna informazione su questa importante conversazione né ai vertici militari né ai capi dei servizi di intelligence, e nemmeno durante le riunioni sulla sicurezza successive al 1° ottobre.

L’ufficio del Premier Netanyahu ha respinto con forza la ricostruzione di Haaretz, definendola “un’assoluta menzogna” e negando che il Premier abbia parlato con il leader emiratino o ricevuto un avvertimento da lui nel periodo precedente al 7 ottobre. Su questo anche gli Emirati Arabi Uniti non hanno commentato pubblicamente la vicenda.

Il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e gli ex capi dello Shin Bet e del Mossad hanno confermato di non essere mai stati informati di un simile avvertimento.

Le rivelazioni di Haaretz, sebbene non verificate, hanno acceso un durissimo scontro politico a poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre. I capi dell’opposizione, in una dichiarazione congiunta, hanno definito le rivelazioni “scioccanti” e hanno chiesto un’indagine immediata, sostenendo che “il pubblico ha il diritto di sapere cosa sapeva Netanyahu e quando lo sapeva”.

L’ex Premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu “porta una responsabilità personale e diretta per il fallimento che ha portato alla morte di migliaia di israeliani”.

La pubblicazione dell’inchiesta di Haaretz, ha riacceso i riflettori sul più grave fallimento della sicurezza nella storia di Israele.

Le elezioni si svolgono già in un clima politico molto acceso, a quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, e sono viste come un vero e proprio referendum sulla gestione della guerra e della sicurezza da parte del governo guidato da Netanyahu. I sondaggi indicano che il blocco del Premier è in difficoltà, con il partito di opposizione Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che risulta in vantaggio.

La ricostruzione di Haaretz e il libro di Eldar e Yuval cercano così di dare sistematicità ai sospetti che da tre anni circolano intorno all’ipotesi che il 7 ottobre “Netanyahu abbia lasciato fare” per poter poi avere il casus belli per scatenare il genocidio contro i palestinesi.

È una tesi che i giornalisti e scrittori israeliani oggi irrobustiscono con alcuni elementi in più, ma che continuiamo a prendere con le pinze, sia perché è decisamente molto funzionale allo scontro politico interno ad Israele, sia perché alimenta nuovamente quella mentalità secondo cui Israele sarebbe sempre invincibile e gli arabi incapaci di produrre azioni militari di rilievo.

E se queste azioni alla fine riescono nel loro obiettivo è solo perché “Israele glielo ha consentito”. Le possibili capacità organizzative dei palestinesi e i buchi che la routine apre anche nei sistemi di sicurezza più consolidati, non vengono mai presi in considerazione.

È una logica un po’ autoconsolatoria che non ci ha mai convinto, né in questa né in altri avvenimenti della storia.

Fonte

23/06/2026

Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran

I documenti aziendali esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha sollecitato Facebook e Instagram a rimuovere i post a sostegno dell’Iran.

Dai registri aziendali emerge che Israele ha chiesto a Meta di rimuovere da Facebook e Instagram i post che esprimevano sostegno all’Iran, opposizione a Israele e persino immagini dell’impatto di missili iraniani.

Il governo ha segnalato diversi materiali relativi alla guerra, tra cui post che esprimevano cordoglio per la morte dell’ayatollah Khamenei, assassinato da Stati Uniti e Israele il primo giorno del conflitto, contenuti a sostegno delle rappresaglie iraniane e account iraniani che condividevano analisi militari e propaganda favorevoli alla posizione del regime iraniano.

In alcuni casi, Meta ha ottemperato alle richieste di censura, come dimostrano i documenti, sebbene non sia chiaro per quali motivi. Meta sostiene di rimuovere i contenuti solo se richiesto dalla legge o se violano le sue politiche in materia di libertà di espressione.

Alla domanda su quante richieste di rimozione di contenuti relativi all’Iran fossero state accolte dall’inizio della guerra, l’azienda non ha risposto. Il Ministero della Giustizia israeliano, che inoltra le richieste di rimozione alle piattaforme di social media, non ha risposto a una richiesta di commento.

L’attività di lobbying di Israele sui social media non è una novità; da anni il Paese si avvale della sua stretta relazione con Meta per promuovere un’applicazione mirata del regolamento di moderazione dei contenuti dell’azienda.

Secondo quanto riportato sul suo sito web, l’Ufficio del Procuratore Generale israeliano presenta regolarmente denunce alle piattaforme di social media per conto delle agenzie di sicurezza statali in merito a contenuti ritenuti illegali o che promuovono il “terrorismo”.

Nei documenti esaminati da The Intercept, in alcuni casi l’ufficio non ha affermato che i contenuti sui social media violassero la legge israeliana. Ha invece richiesto la rimozione di post o account perché in violazione del regolamento di moderazione dei contenuti di Meta.

Meta, ad esempio, classifica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane come “Organizzazione Terroristica” e vieta agli utenti di esprimere opinioni positive sulle sue azioni. Ciò significa che i post a sostegno dei lanci missilistici di rappresaglia da parte delle Guardie Rivoluzionarie, ad esempio, potrebbero violare le regole della piattaforma. Non esiste invece alcun divieto per gli utenti che pubblicano commenti favorevoli sugli eserciti statunitense o israeliano.

Meta non ha risposto alle domande sulle richieste relative alla guerra in Iran, ma il portavoce Daniel Roberts ha rilasciato una dichiarazione a The Intercept: “Chiunque può segnalare contenuti che ritiene violino le nostre regole. Indipendentemente da chi o come un contenuto venga segnalato, lo valutiamo in base alle nostre politiche, che regolano ciò che è consentito e ciò che non lo è sulla nostra piattaforma. È sbagliato e irresponsabile insinuare che queste richieste siano in qualche modo insolite o inappropriate”.

Un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia consentito dire a miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Meta è stata oggetto di critiche, soprattutto in Medio Oriente, per la rimozione di contenuti che non violavano le regole aziendali. Un audit del 2022, commissionato dalla stessa azienda, ha rilevato discrepanze nelle sue pratiche di moderazione dei contenuti tra quelli in arabo e quelli in ebraico.

“I contenuti in arabo sono stati soggetti a un’applicazione eccessiva delle regole (ad esempio, la rimozione errata di contenuti palestinesi) per singolo utente”, ha rilevato l’azienda. Un rapporto del 2023 del comitato di vigilanza interno all’azienda ha descritto l'“applicazione eccessiva” delle regole alla lista nera di organizzazioni e individui pericolosi, composta in modo sproporzionato da entità musulmane e mediorientali.

Meta sostiene da tempo che, in quanto azienda americana, sia legalmente obbligata a rimuovere talvolta contenuti relativi a determinate entità sanzionate dagli Stati Uniti, come il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Tuttavia, gli esperti legali sostengono che tale affermazione non ha praticamente alcun precedente o fondamento nella legislazione vigente in materia di sanzioni, che si concentra sul sostegno materiale piuttosto che sulla libertà di espressione politica.

Si tratta di una politica che ha creato un’enorme distorsione ideologica: un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia lecito esprimere per miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Ad aggravare ulteriormente lo squilibrio nella gestione delle crisi in Medio Oriente contribuisce il fatto che Meta ha concesso a Israele un accesso privilegiato ai suoi team responsabili delle politiche di moderazione dei contenuti. Nel 2024, The Intercept ha riportato come Jordana Cutler, dipendente di Meta ed ex collaboratrice di Benjamin Netanyahu, fungesse da referente dedicata presso il governo israeliano, promuovendo gli interessi del Paese e facilitando la rimozione di contenuti indesiderati.

Pochi altri Paesi al mondo hanno un rappresentante dedicato all’interno di Meta: nel 2020, una responsabile delle politiche per il mercato indiano si è dimessa dopo le rivelazioni sul suo coinvolgimento in attività di lobbying a favore del partito nazionalista indù al governo. Interpellata in merito a un possibile ruolo di Cutler nel facilitare le richieste israeliane di rimozione di contenuti relativi alla guerra, Meta non ha fornito risposta.

“Lo stretto rapporto di Meta con il governo israeliano per le richieste di rimozione dei contenuti è un problema di lunga data“, ha dichiarato a The Intercept Evelyn Douek, professoressa di diritto alla Stanford Law School ed esperta di politiche sulla libertà di espressione digitale. “L’acquiescenza di Meta a numerose richieste di rimozione è una prassi consolidata“.

Queste asimmetrie nel potere di censura sono particolarmente delicate in tempo di guerra, ha affermato Douek.

“La volontà dei governi di sopprimere la libertà di parola critica nei confronti dei loro sforzi bellici è antica quanto il mondo stesso”, ha affermato. “Consentire ai governi di invocare ragioni di sicurezza nazionale per sopprimere la libertà di parola a proprio piacimento annullerebbe il valore della tutela della libertà di espressione”

Secondo una fonte a conoscenza dei fatti, Israele avrebbe fatto pressioni su Meta affinché implementasse una regola generale che limitasse la pubblicazione di immagini di danni bellici all’interno del suo territorio, ricalcando una politica di censura dei media israeliani che impedisce ai giornalisti di documentare l’impatto delle armi senza l’approvazione militare.

Meta si è finora rifiutata di implementare tale politica per i suoi miliardi di utenti in tutto il mondo, ha affermato la fonte. Meta non ha risposto alle domande sullo stato di questa richiesta.

Venerdì gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un accordo di cessate il fuoco, sebbene Israele abbia lasciato intendere che non ne rispetterà i termini. Mentre molte delle richieste di censura riguardavano direttamente la guerra, altre erano tangenziali al conflitto stesso.

I documenti mostrano che Israele ha cercato di rimuovere contenuti che esprimevano indignazione per l’assalto alla moschea di Al-Aqsa avvenuto il mese scorso per mano del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Ha anche cercato di soffocare i post critici nei confronti della retorica israeliana che collegava la recente chiusura di Al-Aqsa alla guerra in corso.

In generale, Meta accoglie la stragrande maggioranza delle richieste di rimozione presentate dal governo israeliano. La Procura di Stato ha vantato un tasso di conformità del 92% nel 2023, e un rapporto del 2025 di Drop Site News ha affermato che il tasso complessivo è salito al 94% dopo l’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas.

I documenti esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha chiesto la rimozione di contenuti relativi alla guerra contro l’Iran usando esattamente lo stesso linguaggio, che evocava l’attacco di Hamas del 7 ottobre, che aveva utilizzato quando aveva richiesto la censura di discorsi filo-palestinesi e anti-israeliani in tutto il mondo durante la guerra contro Gaza.

“Ciò suggerisce che non si aspettano che le loro richieste vengano esaminate con molta attenzione”, ha affermato Douek.

Douek sosteneva che le richieste di censura in tempo di guerra evidenziano il pericolo di controllare la libertà di parola completamente al di fuori della vista del pubblico attraverso “processi opachi” come i canali governativi segreti.

“Queste piattaforme hanno sempre sostenuto di essere neutrali, o di essere semplicemente uno spazio in cui le persone possono esprimere le proprie opinioni, ma è da tempo che queste aziende hanno sempre presentato una particolare visione del mondo e si sono sempre mostrate sensibili ai propri interessi geopolitici e commerciali, diventando sempre più inclini a farsi influenzare da governi potenti”, ha affermato Douek.

Questo crea una dinamica profondamente squilibrata per quanto riguarda la guerra contro l’Iran: i due governi probabilmente meglio rappresentati al mondo all’interno di Meta – Stati Uniti e Israele – sono belligeranti alleati in un conflitto contro uno stato fortemente sanzionato dalle regole di espressione dell’azienda. “Il dibattito finirà inevitabilmente per essere distorto”, ha affermato Douek.

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21/04/2026

I servizi segreti “sul mercato”. La privatizzazione dello spionaggio

Ci risiamo. È in corso una nuova inchiesta su ambienti ed ex dirigenti dei servizi segreti che si sono “messi sul mercato” vendendo ai privati le loro conoscenze, attività e strumenti di spionaggio.

Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.

L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.

Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.

L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.

Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.

Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.

C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.

Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.

“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.

Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.

La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.

Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.

Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.

“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.

“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.

Fonte

16/03/2026

Nessuna strategia, alla Casa Bianca

Presentiamo di seguito la sintesi di una lunga inchiesta condotta da diversi giornalisti della CNN dopo due settimane di guerra, pubblicata sabato 14 marzo.

È noto che tra la testata e l’amministrazione Trump non corre buon sangue, quindi è possibile che alcuni giudizi siano un tantino enfatizzati.

Ma è anche ovvio che sono stati sentiti, per fare questo lavoro, un gran numero di funzionari e militari. E dunque una così larga disponibilità a parlare “sotto anonimato” è di fatto il segnale più certo di una insofferenza diffusa per lo “stile di lavoro” e la scarsa “profondità strategica” dei principali decisori dell’amministrazione.

In ogni caso, quindi, un contributo importante per capire cosa sta succedendo ai piani alti della Casa Bianca e del Pentagono ben al di là del vaniloquio depistante offerto h24 dal tycoon e dalle sue barbie-portavoce.

Buona lettura.

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Dentro la rischiosa decisione di Trump di attaccare l’Iran e la corsa a contenerne le conseguenze

La guerra del presidente Donald Trump con l’Iran durava solo da poche ore, e già il piano era andato storto.

Spinti da nuove informazioni secondo cui il leader supremo ottantaseienne del paese, Ali Khamenei, si sarebbe incontrato con i suoi massimi funzionari la mattina del 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele avevano accelerato i piani per un attacco nella speranza di spazzare via l’intera alta dirigenza del regime in un colpo solo.

Se avesse funzionato, ragionavano i funzionari, il conseguente vuoto di potere avrebbe potuto essere colmato da una serie di leader di livello inferiore che, si sperava, sarebbero stati aperti a inaugurare un’era più amica verso gli Stati Uniti in Iran.

Primo problema immediato: anche tutti i candidati che l’amministrazione aveva individuato per guidare l’Iran erano stati spazzati via. Sembra anche questa solo una vanteria stesa sull’imprevisto sorgere di altre difficoltà, ma i giornalisti della CNN la indagano egualmente.

“La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte”, ha riconosciuto Trump giorni dopo. “E ora abbiamo un altro gruppo. Potrebbero essere morti anche loro, in base alle notizie. Quindi immagino che arriverà una terza ondata. Tra non molto, non conosceremo più nessuno”

Già qui, come si intuisce, la sovrapposizione tra fatti e propaganda trionfalistica crea una “nebbia cognitiva” all’interno stesso dell’amministrazione: se ci credi davvero, vuol dire che hai sbagliato il tipo di attacco. In ogni caso la realtà dei giorni successivi smentiva questa favoletta inventata a tavolino. Nella giornata dedicata a Quds (venerdì 13), tutte le figure principali – a parte Mojtaba Khamenei – erano in piazza tra la folla, intervistati da media anche non iraniani: Larijani, Araghci, Pezeshkian, generali e alti magistrati.

Ma già il non sapere davvero con chi hai a che fare e come “funziona” il sistema nemico implica una ignoranza profonda dell’avversario. Cosa che in guerra è sempre sconsigliata e spesso fatale.

L’amministrazione Trump aveva immaginato una campagna militare mirata della durata di poche settimane, ma è andata subito trasformandosi in una guerra a tempo indeterminato sfuggita al controllo degli Stati Uniti, con ripercussioni economiche e politiche in espansione – e nessuna chiara strategia di uscita.

Il “regime” iraniano ha addirittura consolidato il controllo sul paese e ha risposto in modo più aggressivo di quanto i funzionari statunitensi si aspettassero, aprendo il fuoco su obiettivi in tutto il Medio Oriente. L’Iran ha di fatto fermato il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz “per i paesi nemici” (quelli occidentali), innescando una crisi energetica globale difficile da contenere.

Tredici soldati sono morti finora, e circa altri 140 sono rimasti feriti. Piccole cifre rispetto ai morti militari e civili provocati, ma comunque troppi per chi aveva vinto le elezioni presidenziali promettendo “mai più guerre lontane”. In tutti gli Stati Uniti, dai primi sondaggi non emerge alcuna indicazione che il pubblico sia d’accordo con l’idea di questa guerra.

Questo obbliga i funzionari a correre per pianificare le prossime fasi dell’operazione, consapevoli della lunga storia di disavventure americane in Medio Oriente e altrove, ma incerti su come evitare un destino simile.

Incoraggiato dai colpi precedenti

In un’intervista, la segretaria stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha respinto le insinuazioni secondo cui Trump e la sua squadra non fossero preparati per nessuno degli sviluppi degli ultimi 14 giorni, dichiarando alla CNN che il presidente era stato pienamente informato sui vari rischi e aveva stabilito che valeva la pena di affrontarli dichiarando guerra all’Iran.

A Trump era stato specificamente fatto notare che l’esito “più probabile” dell’uccisione di Khamenei era la sua sostituzione da parte di un’altra figura altrettanto oltranzista, ha detto Leavitt, sebbene i funzionari siano partiti per gli attacchi nutrendo la speranza che questi potessero portare a un volto più amico al vertice del regime iraniano.

“Quella rimane la speranza ed era una possibilità. Ma anche l’esito più probabile presentato al presidente – e lui lo sapeva – era che una persona più oltranzista venisse nominata da ciò che restava del regime”, ha dichiarato Leavitt.

A Trump erano state illustrate anche le potenziali ritorsioni iraniane su più larga scala e la possibilità che chiudessero lo Stretto di Hormuz, ha aggiunto. Gli era stato anche detto che gli iraniani avrebbero probabilmente usato qualsiasi mezzo per resistere.

Tuttavia, incoraggiato dai precedenti successi militari, ha scelto di andare avanti.

Trump, nel suo primo mandato, aveva ordinato l’assassinio del massimo funzionario militare iraniano di allora, Qasem Soleimani; più recentemente, il bombardamento di tre siti nucleari iraniani l’anno scorso.

Queste azioni avevano provocato relativamente poche ritorsioni da parte dell’Iran, rafforzando la convinzione dei funzionari che il regime non potesse opporre una resistenza troppo forte. Gli Stati Uniti e Israele, nel frattempo, avevano fatto costanti progressi nell’erosione della minaccia posta dai proxy iraniani nella regione, come Hamas e Hezbollah. A gennaio un’ondata di proteste scoppiata in tutto il paese e duramente repressa, li ha ulteriormente convinti che i leader iraniani fossero diventati più deboli che mai.

Trump era stato inoltre rafforzato dall’operazione “afferra e porta via” di poche settimane prima, che aveva estromesso il leader del Venezuela e imposto altre relazioni con quel paese, ricco di petrolio, dall’oggi al domani.

‘Shock and awe moltiplicato per 10’

Alti funzionari dell’amministrazione hanno esaminato le potenziali conseguenze dell’innescare un conflitto in Medio Oriente, avvertendo il presidente in più occasioni che queste avrebbero potuto essere imprevedibili e di vasta portata.

Tuttavia, nel tentativo di limitare la cerchia di Trump e ridurre il rischio di fughe di notizie, il processo di pianificazione della guerra non è stato “solido” come al solito, ha detto un alto funzionario statunitense. La Casa Bianca ha drasticamente ridimensionato il ruolo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale nell’ultimo anno, indebolendo il ruolo di coordinamento che svolgeva nel raccogliere diversi input nel governo e nell’assicurarsi che eventuali preoccupazioni o considerazioni chiave non restassero inascoltate.

“L’NSC era solito essere il sintetizzatore finale prima di passare alle riunioni dei vice o dei principi per le approvazioni. Senza un vero processo interagenzie guidato dall’NSC, la pianificazione va a rotoli”

“Il presidente non ha bisogno di strati e strati di burocrati che gli forniscano documenti per fare dichiarazioni di politica estera e prendere decisioni”, ha detto la portavoce Leavitt. “Questo è un presidente che guida basandosi sui fatti e sulle informazioni fornitegli dalla sua squadra di vertice”. La domanda riguarda però proprio la comprensione realistica dei “fatti” e la veridicità delle informazioni chiave.

Mentre Trump propendeva sempre più per gli attacchi, chi gli stava intorno si è affrettato ad allinearsi, abbracciando le proiezioni più ottimistiche. Ma gli yes men fanno sempre un pessimo lavoro... 

“È uno ‘shock and awe’ moltiplicato per 10”, ha detto un funzionario riassumendone l’atteggiamento alla vigilia dell’attacco. “Questa è una cosa che quei tizi hanno iniziato 47 anni fa” – riferendosi alla rivoluzione khomeinista – “quindi andiamo a sistemarla”

Sebbene l’offensiva militare sia stata ampiamente efficace, non è riuscita a soddisfare le grandi speranze di Trump e della sua squadra, che avrebbe cioè indotto il regime iraniano alla resa o provocato una resa di massa delle forze combattenti della nazione.

Invece, i leader iraniani si sono trincerati. Il regime ha rapidamente nominato un nuovo leader supremo – il figlio di Khamenei, Mojtaba – che in un presunto primo messaggio ha giurato vendetta. Tra il popolo iraniano, non ci sono segni immediati di ribellione, e con l’aumentare del numero dei morti, anche alcuni che avevano sostenuto i bombardamenti come ultima risorsa per porre fine al regime hanno iniziato a dubitarne. Non era esattamente una previsione difficile da fare...

Il regime iraniano ha da allora lanciato ripetuti attacchi di ritorsione contro un’ampia gamma di obiettivi nella regione, inclusi nei paesi arabi circostanti che non avevano preso parte all’attacco e non erano preparati per le successive conseguenze.

Il nuovo leader supremo dell’Iran ha avvertito, nella sua prima dichiarazione, che i paesi del Golfo dovrebbero recidere i loro legami con gli Stati Uniti per evitare futuri attacchi.

‘Partite ora’

La portata della risposta di Tehran ha scatenato il panico all’interno dell’amministrazione Trump, con funzionari impegnati a stilare in tempo reale elenchi di americani bloccati e a organizzare evacuazioni dalla regione.

Il Dipartimento di Stato ha quindi istituito una task force attiva 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per assistere i cittadini statunitensi nella regione. Ma il messaggio registrato sulla sua linea di assistenza inizialmente consigliava loro di non fare troppo affidamento “sul governo degli Stati Uniti per una esfiltrazione assistita o l’evacuazione in questo momento”.

Il Dipartimento di Stato ha anche scelto di non ridurre il personale nella maggior parte delle ambasciate della regione fino a dopo l’inizio della guerra. Da allora, però, ha ordinato al personale non essenziale di lasciare più di mezza dozzina di nazioni vicine e ha chiuso temporaneamente la sua ambasciata in Kuwait.

Questo caos ha approfondito l’allarme tra gli alleati stranieri più vicini, i membri del Congresso e un più ampio pubblico americano.

Durante una visita alla Casa Bianca la scorsa settimana, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha spinto Trump a definire più chiaramente un finale di partita. Ma “Siamo particolarmente preoccupati che non esista chiaramente un piano comune per portare questa guerra a una conclusione rapida e convincente”, ha detto ai giornalisti pochi giorni dopo.

Il più grande ‘Ve l’avevo detto’

Tra gli alleati degli Stati Uniti nella regione che ospitano molti stranieri, inclusi cittadini americani, il conflitto ha sconvolto le vite e stravolto i piani futuri. Le università hanno sospeso le lezioni, mentre alcune istituzioni americane hanno trasferito studenti e personale in alberghi.

La guerra ha infranto il senso di sicurezza che per lungo tempo aveva attratto gli occidentali in paesi come Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Arabia Saudita. E in alcuni ambienti, c’è frustrazione per il fatto che gli Stati Uniti non abbiano prestato sufficiente attenzione agli avvertimenti che un confronto militare con l’Iran avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche.

“Ora puoi mettere il dito su una mappa della regione, e non sarai in grado di trovare uno spazio dove non ci sia un’escalation”, ha detto Majed Al-Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar. “Questo è il più grande ‘Ve l’avevo detto’ nella storia dei ‘Ve l’avevo detto’”

Israele ha approfittato del momento per attuare i piani per un rinnovato assalto contro Hezbollah in Libano. Il 2 marzo Hezbollah ha reagito, sparando sei razzi nel nord di Israele – l’apertura che il governo israeliano stava aspettando. “Di fronte alla finestra di opportunità creata quando Hezbollah ha scelto di iniziare una guerra, dobbiamo usare questo momento per finire ciò che non abbiamo completato”, ha detto un funzionario militare israeliano.

‘Sono completamente confusi’

A Capitol Hill, sia i repubblicani che i democratici hanno incalzato i massimi funzionari dell’amministrazione Trump in briefing riservati sugli obiettivi e la tempistica della guerra, ma hanno ricevuto pochi dettagli concreti. Durante un briefing, quattro giorni dopo l’inizio della guerra, il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto ai membri del Campidoglio che non poteva prevedere per quanto tempo sarebbe continuata.

Nonostante Trump avesse dichiarato poche ore prima che sarebbe durata dalle quattro alle cinque settimane.

Persino il piccolo blocco di democratici filo-israeliani ovviamente pro-guerra ora sta vacillando, privo di fiducia.

“Sono completamente confusi. Devono darsi una mossa e mettere ordine nelle loro idee”, ha riferito uno dei membri del gruppo.

Anche i deputati repubblicani hanno segnalato che la loro pazienza potrebbe presto finire, con il protrarsi della guerra e l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato.

‘Non abbiamo vinto abbastanza’

Rubio e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno cercato di promuovere una serie di obiettivi più chiari e pragmatici per il conflitto: eliminare la capacità dell’Iran di sviluppare e lanciare missili balistici, distruggere la sua marina e annientare la sua capacità di sviluppare un’arma nucleare. Il tutto entro 4-6 settimane.

Ma Trump li ha ripetutamente smentiti, sollevando interrogativi sul fatto che uno qualsiasi dei suoi principali collaboratori abbia realmente il controllo su come si svolgeranno le prossime settimane.

“Abbiamo già vinto in molti modi”, ha detto Trump ai repubblicani della Camera durante il loro ritiro in Florida all’inizio di questa settimana. “Ma non abbiamo vinto abbastanza. Andiamo avanti più determinati che mai a raggiungere la vittoria finale che porrà fine a questo pericolo di lunga data una volta per tutte”

Questo percorso verso la “vittoria finale” non affrontava però il peggioramento nello Stretto di Hormuz. Eppure il rischio di interruzione delle spedizioni attraverso lo stretto è stato a lungo visto come uno dei più grandi rischi legati a qualsiasi guerra con l’Iran, per timore che potesse far impennare i prezzi dell’energia e mandare in tilt le economie di tutto il mondo.

“L’elemento chiave di continuità attraverso tutte le amministrazioni è che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti sempre per garantire il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha detto Gregory Brew, analista senior specializzato in petrolio e gas in Eurasia Group, definendo la protezione dello stretto “uno dei pilastri strategici fondamentali della politica in Medio Oriente”.

Nel periodo precedente alla guerra, i funzionari di Trump hanno valutato la possibilità che l’Iran interrompesse effettivamente il traffico attraverso la via d’acqua, ma hanno sottovalutato la volontà di Teheran di farlo. In fondo, si dicevano, l’Iran non aveva interrotto il transito delle petroliere all’indomani del bombardamento dei suoi siti nucleari l’anno scorso...m a si sbagliavano.

Le costose conseguenze sul mercato petrolifero

Le ritorsioni e le minacce dell’Iran hanno portato il traffico a un arresto effettivo nel giro di pochi giorni, tagliando fuori dall’economia mondiale fino a 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Le conseguenze si sono propagate attraverso i mercati finanziari globali e nella vita quotidiana dei consumatori americani, facendo impennare i prezzi del petrolio e quindi il prezzo della benzina.

E all’interno dell’amministrazione Trump e di altri governi occidentali, i funzionari ora si affrettano a mitigare le conseguenze, cercando qualsiasi opzione per rafforzare l’offerta e abbassare i picchi di prezzo.

Alti funzionari dell’amministrazione Trump hanno iniziato a sollecitare i collaboratori per una serie più ampia di idee la settimana scorsa, quando i prezzi del petrolio si avvicinavano ai 100 dollari al barile.

Ma questa spinta finora è caduta nel vuoto. Un’offerta da 20 miliardi di dollari per assicurare le navi che dovevano transitare nello stretto non ha attirato nessuno.

Dopo giorni in cui avevano escluso la possibilità di rilasciare le riserve strategiche di petrolio statunitensi, i funzionari USA hanno improvvisamente cambiato posizione. Mercoledì, hanno iniziato a fare pressione sugli alleati per avviare un rilascio coordinato di circa 400 milioni di barili.

Il rilascio – il più grande nella storia dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, che conta 32 membri – ha comunque fatto poco per alleviare la crisi dei prezzi nei giorni successivi.

Un’opzione che Trump aveva avanzato più di una settimana fa – usare la Marina per scortare le navi attraverso lo stretto – non sta del resto in piedi.

Nelle chiamate quotidiane con i funzionari militari statunitensi, i rappresentanti dell’industria energetica hanno infatti chiesto scorte della Marina. Ma i funzionari le hanno rifiutate, citando la necessità per le navi da guerra della Marina di svolgere missioni altrove – e ritenendo che lo stretto sia ancora troppo insicuro persino per le imbarcazioni militari statunitensi. Figuriamoci per le enormi petroliere.

Venerdì sera, Trump ha annunciato il bombardamento dell’isola iraniana di Kharg, che gestisce la maggior parte delle esportazioni di petrolio della nazione.

In un post su Truth, Trump ha minacciato di andare ancora oltre e di eliminare le infrastrutture petrolifere dell’isola se l’Iran non avesse riaperto lo stretto. Ma Tehran ha reagito minacciando di far saltare tutti gli impianti nel Golfo, bloccando così di fatto qualsiasi estrazione di greggio per mesi anche dopo la fine della guerra.

Alla ricerca di un finale di partita

All’interno dell’amministrazione, i funzionari hanno lavorato per mantenere aperte una serie di strade, nel tentativo di fornire a Trump la massima flessibilità e nella consapevolezza che potrebbe decidere una direzione in qualsiasi momento.

Ma Trump ha ignorato gli sforzi per definire le sue intenzioni future, preferendo insistere sul fatto che “alla fine tutto si risolverà”.

Tra gli alleati più pessimisti sulla direzione della guerra, il divario tra la retorica di Trump e la complessa realtà sul campo ha sollevato interrogativi sul fatto che i suoi collaboratori gli stiano fornendo la nuda verità oppure solo una versione addomesticata e “gradevole”.

Tuttavia, mentre la guerra arrivava alla terza settimana, Trump è apparso più orientato ad esaltare i suoi “successi” presenti piuttosto che esercitarsi sull’incerto percorso futuro.

Venerdì, in un’intervista a Fox News Radio, alla domanda su quando la guerra sarebbe finita, Trump ha risposto: “Quando lo sentirò. Lo sentirò nelle ossa”.

Praticamente un “non lo so e non ci voglio pensare”.
È così che le guerre diventano incontrollabili.

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24/07/2025

“Un giorno in procura” mica da ridere

Modello Milano, inchiesta Ricci, riforma della giustizia. Che succede nella magistratura?

Sono giorni movimentati per la giustizia italiana, alle prese con l’avvio di inchieste che scuotono (o dovrebbero) il mondo politico e riforme strutturali che, qualora approvate in via definitiva, manderebbero forse una volta per tutte all’aria la tripartizione dei poteri tanto cara alla democrazia liberal-borghese. Ma andiamo con ordine.

Nella giornata di martedì due notizie hanno attirato l’attenzione dei media.

Avviso di garanzia per l’europarlamentare dem Matteo Ricci

La prima è l’avviso di garanzia recapitato a Matteo Ricci, europarlamentare eletto con il Partito Democratico e candidato per il campo largo alla Regione Marche nella prossima tornata autunnale.

La Procura di Pesaro contesta a Ricci l’assegnazione di fondi da parte del Comune di Pesaro, quando Ricci era sindaco, a due associazioni culturali per una cifra superiore a 500 mila euro per varie opere, come il murales dedicato a Liliana Segre e l’installazione di un casco gigante in onore di Valentino Rossi.

Da questi affidamenti diretti e senza gara secondo i pm l’allora sindaco Ricci non avrebbe ricevuto utilità patrimoniali (non ha quindi intascato mazzette), ma “consenso politico”.

La figura di Marco Mescolini, Procuratore capo a Pesaro

Il Procuratore capo di Pesaro è Marco Mescolini, un profilo di primo piano nell’ambiente. Nel febbraio del 2021, mentre è a capo della Procura di Reggio Emilia, Mescolini viene trasferito d’ufficio a Firenze per “incompatibilità ambientali”, ossia sospettato di aver protetto il Pd nell’inchiesta sulle infiltrazioni ndranghetiste “Aemilia” in Emilia-Romagna, dove tra gli indagati finiscono solo esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Pochi mesi dopo, a giugno la Procura generale della Cassazione guidata da Giovanni Salvi, delfino di Falcone e Borsellino ed esponente di spicco della corrente Magistratura democratica (oggi Area, riferimento del centrosinistra), avvia un procedimento disciplinare nei confronti di Mescolini dopo la pubblicazione delle chat con Luca Palamara riguardanti la nomina di Mescolini alla Procura di Reggio Emilia.

La procedura disciplinare verrà archiviata nel 2022, mentre il trasferimento d’ufficio verrà annullato nel 2024, “riabilitando” la figura di Mescolini, che oggi sale di nuovo alle cronache per l’avviso di garanzia all’europarlamentare dem.

La riforma della giustizia al Senato

Sempre martedì il Senato approva, con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. Palazzo Madama licenzia il testo dalla Camera, il che vuol dire che i prossimi due passaggi confermativi per ogni Camera, attesi in autunno, non modificheranno il ddl.

In soldoni, con questa riforma – che divide i pubblici ministeri dai giudici – i pm potrebbero essere sottoposti alla guida del ministero della Giustizia e subire l’influenza dell’esecutivo, mettendo a rischio “quel che rimane” dell’autonomia del potere giudiziario, già duramente picconato con l’inchiesta Palamara.

La Procura meneghina all’attacco del Modello Milano

Tutto questo si inserisce nel clima avvelenato dall’inchiesta sul Modello Milano che ha portato sotto accusa 74 indagati in vari filoni giudiziari riconducibili a un rodato sistema di favori immersi in conflitti di interessi, a tutto vantaggio della speculazione edilizia (a Milano in 10 anni si è edificato tanto quanto in Piemonte e Toscana messe insieme) e del consenso politico attorno alla figura del sindaco PD Giuseppe Sala.

Alla Procura di Milano dal 2024 è arrivato Marcello Viola, vicino alla corrente Magistratura indipendente (riferimento del centrodestra), considerato un “papa straniero” nella capitale meneghina, da sempre dominata dalle correnti di centrosinistra e negli ultimi anni finita nell’occhio del ciclone per il processo contro il colosso Eni per corruzione internazionale relativa alla concessione di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Il caso aveva coinvolto, tra gli altri, l’Ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, assolti entrambi sia in primo grado che in appello.

L’inizio di una nuova “stagione giudiziaria”?

La sensazione è che ci si trovi solo all’inizio di una “stagione giudiziaria” che non risparmierà altri colpi di scena nei prossimi mesi.

Lo scontro tra potere esecutivo e magistratura tocca le radici incancrenite della Repubblica e mette a repentaglio la “volontà di potenza” (chiamarla autonomia ci sembra eccessivo) del terzo potere.

Non è escluso che all’interno della magistratura ci sia chi coltivi sogni di gloria nell’assoggettamento formale della stessa al governo, provocando pruriti all’interno delle Procure in base ai rispettivi schieramenti.

D’altronde, la delegittimazione degli organi deputati alla rappresentanza, come l’Associazione nazionale magistrati (il sindacato dei magistrati), facilita il “tintinnar di sciabole” tra i corridoi dei tribunali.

Lo smottamento nelle basi dello Stato

Premierato, ddl sicurezza, riforma della giustizia, magari prossima legge elettorale ecc., non sono che ulteriori tasselli di quello che appare come uno smottamento nelle basi dello Stato italiano, alle prese con la crisi sistemica del capitalismo e degli imperialismi occidentali.

Rimanere informati e saper leggere tra le righe crediamo sia un passo importante dell’attività politica in questo Paese. Con l’occhio vigile e le antenne dritte per far sì che non si tramuti in una questione di agibilità democratica...

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25/07/2024

Amazon sfrutta e truffa, maxi sequestro a Milano

La Guardia di Finanza ha eseguito il sequestro preventivo di 121 milioni di euro ad Amazon Italia Transport srl, filiale italiana del colosso dell’e-commerce Amazon, che gestisce 44 magazzini in Italia e si occupa di servizi di movimentazione e consegna finale dei “pacchi”.

Il dispositivo, partito dall’inchiesta dei Pm Paolo Storari e Valentina Mondovì, accusa Amazon di frode fiscale tra il 2017 e il 2022 in seguito allo sfruttamento di manodopera, apparentemente appaltata, ma in realtà diretta tramite gli strumenti tecnologici con cui il corriere risponde direttamente ad Amazon e non alla società appaltante, utilizzata perciò come mero strumento di abbattimento dei costi della forza lavoro.

Nelle 94 pagine prodotte dal decreto di sequestro della procura si legge che Amazon “attraverso i propri dispositivi tecnologici esercita poteri direttivi organizzando di fatto l’attività complessiva di distribuzione e consegna merci, compresa quella relativa alla cosiddetta consegna ‘di ultimo miglio’ in apparenza appaltata, esercitando direttamente nei confronti dei singoli corrieri”, formalmente dipendenti dalle società appaltatrici, “i poteri specifici del datore di lavoro”.

Pertanto, “le singole società affidatarie del servizio di consegna non dispongono nello svolgimento dell’attività di alcun potere discrezionale, in quanto i lavoratori non possono che interloquire costantemente solo con il dispositivo informatico loro in uso, dotato di un software gestionale di proprietà Amazon, con cui sono impartite le concrete direttive operative per effettuare l’attività di consegna”.

Sono questi i “serbatoi di manodopera” tramite cui Amazon ha sbaragliato la concorrenza della consegna a domicilio della merce ordinata sul proprio sito, offrendo tariffe ipercompetitive a tutto discapito del lavoratore e, afferma la Procura di Milano, di riflesso delle entrate dello Stato.

Un sistema, come ricorda Milano Finanza, venuto già a galla in passato per Dhl, Gls, Uber, Lidl, Brt, Geodis, Esselunga, Securitalia, Ups, Gs del gruppo Carrefour e Gxo, a testimoniare come l’abbattimento dei prezzi di un servizio non può che essere a discapito dei lavoratori e delle lavoratrici impiegato nel comparto, nella fattispecie la logistica.

150 consegne al giorno, tre minuti per consegna, standardizzate e monitorate in tempo reale, con l’algoritmo, chiamato “manifest”, che giudica l’operato del corriere. Questo l’inferno descritto anche in una delle ultime fatiche di Ken Loach.

Tale strumento di gestione “consente di elaborare delle schede che periodicamente vengono consegnate ai singoli corrieri ed in cui vengono annotati in tempi medi di esecuzione delle specifiche attività indicate sulla scheda, come il tempo intercorrente tra una consegna e la successiva, il tempo di arrivo e ripartenza dal luogo di consegna e il rispetto della fascia oraria di consegna prescelta dal cliente Prime”.

La logistica sono anni che in questo Paese rappresenta il comparto maggiormente conflittuale di un mondo del lavoro ancora incapace di reagire al reiterato attacco padronale, coadiuvato da una classe politica complice, che prosegue ininterrotto almeno dagli anni ’80, con l’eliminazione della scala mobile e l’inizio delle politiche dei sacrifici per lavoratori e lavoratrici.

Questa ennesima iniziativa della Procura di Milano, la dodicesima nell’ultimo anno nel coacervo delle cooperative e delle microimprese che si muovono tra i meandri degli appalti della grande distribuzione, è l’ennesima testimonianza delle ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici, oramai “ultime colonne portanti delle fragili fondamenta” su cui poggia l’economia deindustrializzata del nostro Paese.

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12/05/2024

Liguria - Il crack della cricca

Da quanto emerge dalle carte dell’inchiesta sul finanziamento illecito alla fondazione Change e al Comitato Toti, aperta nel 2021 dalla Procura di Genova sulle base di segnalazioni sospette da parte di Bankitalia, il “Modello Liguria” seguiva in fondo uno schema abbastanza semplice.

Sulla base di una seconda inchiesta – tutt’ora in corso, solo in parte confluita nell’attuale – rispetto a quella che due anni fa portò alla perquisizioni nelle sedi dei finanziatori del governatore, il quale ai tempi non compariva tra gli indagati, la cricca politica di Giovanni Toti faceva cassa chiedendo finanziamenti alla cricca economica della regione in cambio di favori di varia natura che ne facilitavano gli affari, il tutto a discapito della “Cosa Pubblica”.

Questa prassi sembra essersi talmente consolidata da diventare un vero e proprio codice di condotta nell’interscambio bidirezionale interno alla trama di poteri che governava la regione, e che comprendeva anche uomini vicini (o non invisi) alla sedicente “sinistra”; oppure, come lo stesso Toti, cui il Movimento 5 Stelle al governo aveva conferito un molto delicato incarico di “commissario straordinario” nel 2018.

Una trama di potere per ora con 25 indagati in custodia cautelare – ma solo Signorini è in carcere – da cui neanche i vertici locali della CGIL escono puliti.

Venanzio Maurici, ex segretario della Fillea Cgil e poi della Filcams Cgil, ora iscritto allo SPI e dal 2019 responsabile della Lega Medio Ponente di Genova dei pensionati, è accusato di corruzione elettorale “con l’aggravante di associazione mafiosa”, secondo cui sarebbe il referente genovese del clan Cammarata di Cosa Nostra.

Non proprio un pesce piccolo nel sindacato, e non per semplice corruzione, insomma.

Uno che ha passato la propria vita da sindacalista in impegni dirigenziali prima nella Federazione degli edili, poi nel commercio e infine tra i pensionati.

Su “Zi Venè” la Casa della Legalità della Liguria aveva da tempo sottolineato alcune frequentazioni non proprio limpidissime, ma questo non aveva frenato la sua carriera nel sindacato che fu di Di Vittorio.

Per capire l’“alto profilo morale” di questa cricca economico-politica è bene ricordare che la parola più pronunciata captata dalla intercettazioni era Montecarlo con 646 citazioni. Se vi aggiungiamo Monaco – nel senso del Principato – si arriva a 857.

Una specie di ossessione, per così dire, che ricorda l’immagine – non troppo distante dalla realtà – dei commenda nella saga fantozziana, con il codazzo di tutto quello che si può immaginare, ludopatia a parte.

Ma ancora più interessante è un altro termine che ricorre frequentemente: “milione”, anzi “milioni”. Ma non si tratta nemmeno del valore delle tangenti, ma del costo delle opere da sbloccare con la presunta corruzione.

Ossia la rimozione di quei “lacci e lacciuoli”, avrebbe detto qualcuno, che rallentano le possibilità del business e sono stati rimossi a suon di bustarelle. Quei “freni”, insomma, per cui le istituzioni e gli impianti legislativi posti come filtro cautelativo rispetto alla legge della giungla del capitalismo selvaggio, sono una insopportabile scocciatura e rispetto ai quali va costruita una “corsia preferenziale”.

Come avrebbe detto nelle intercettazioni un noto imprenditore nautico: “non chiedo mica la Luna”.

Favori che diventavano moneta di scambio per far “marciare l’economia”. Una disponibilità di “ascolto” delle istituzioni che solitamente i “normali cittadini” non trovano mai... Ma che hanno degradato la funzione pubblica e il welfare a livelli infimi, e per cui i cittadini – se pretendono ciò che gli spetta di diritto – vengono trattati come piantagrane.

Una modalità di governance che sembra essere stata la prassi per la realizzazione di “grandi opere”, come hanno mostrato per esempio le inchieste precedenti riguardanti il TAV in Liguria, sul COCIV, e potrebbero interessare gli altri faraonici progetti infrastrutturali di dubbia utilità ancora allo stadio di progetto o appena messi in cantiere: Gronda di Ponente, “nuova” diga foranea, tunnel sub-portuale.

Le bustarelle, in totale, finora ammontano ad una cifra quasi ridicola: 574.611 euro.

La metà del costo della casa romana affacciata sul Colosseo di un famoso ex ministro ligure che se l’è trovata comprata “a sua insaputa“, come ebbe a dire mostrando assoluto sprezzo del ridicolo o una faraonica faccia tosta.

Un altro termine rientra tra i più presenti: Riesi. È il paese di provenienza della “colonia mafiosa” genovese indicata come “grande elettrice” di Toti, attraverso i gemelli Testa – fin qui dirigenti locali di Forza Italia – in cambio del potere di disporre le assegnazioni di alloggi in case popolari e assunzioni, nel più tradizionale rapporto clientelare ereditato dalla Democrazia Cristiana o dal PSI craxiano, anche sotto la Lanterna.

Ma come riporta ilSole24Ore, “I pubblici ministeri e la GdF si accingono a studiare il materiale sequestrato nei giorni scorsi, con l’obiettivo di fare ulteriore luce su un sistema d’affari, politica, presunte mazzette che coinvolge oltre al porto, il sistema dei rifiuti, le grandi opere e potrebbe anche sfiorare, non escludono gli investigatori, la sanità”.

Insomma, rimarrebbe fuori veramente poco da questo “sistema” nato in regione con il centrosinistra di Burlando (2005-2015), come si può leggere sull'inchiesta Il Partito del Cemento. Politici, imprenditori, banchieri. La nuova speculazione edilizia, di Ferruccio Sansa e Marco Preve del 2008, edita da Chiarelettere.

L’inchiesta giudiziaria ha tolto il sorriso al sindaco di Genova Marco Bucci, che con Toti rappresentava una delle coppie politiche più consolidate in Italia (dopo Il Gatto e La Volpe) e che sono apparsi sempre insieme per le costose baracconate che avevano organizzato in questi anni e, in genere, in ogni occasione pubblica.

Bucci, infatti, potrebbe presto essere sentito come “persona informata sui fatti”.

Ecco, diciamo che fare luce sulla ditta Toti e Bucci – maneggi e mastrussi, come suggerisce l’adagio popolare – sarebbe a questo punto doveroso.

Vorremo solo ricordare l’endorsement di Toti a Bucci, lo scorso agosto, come possibile commissario alla Diga Foranea: “Ha dimostrato di essere il miglior commissario d’Italia, quello che in due anni è riuscito a far realizzare il Ponte San Giorgio dopo il crollo del ponte Morandi”.

Affermazioni piuttosto imbarazzanti, alla luce dell’inchiesta.

Si apre insomma una grossa breccia in quello che sembrava un intreccio granitico tra malaffare economico e rendita politica che si alimentavano reciprocamente senza remore, e di cui vanno evidenziati i tratti essenziali per poter meglio combatterli e sradicarli.

Strapotere della rendita, carattere parassitario di una classe prenditoriale stracciona ed arrogante, una cricca politica priva di qualsiasi visione progettuale che non sia occupare stabilmente il potere agendo da comitato d’affari di prenditori e rentier, un apparato mediatico prono a diffondere una narrazione vincente di questo modello, ormai abituata a fare pubblicità per il potere piuttosto che informare su quel che combina; e infine una sedicente “sinistra” politica e sindacale inetta, quando non organica al “sistema”, che sostanzialmente ha fiancheggiato l’andazzo senza grande imbarazzo.

Anche per questo la costruzione della mobilitazione del Primo Giugno è una condizione necessaria per consolidare una vera opposizione a questo governo e alla falsa alternativa del cosiddetto “campo largo”, per porre le basi di un’alternativa a questa fetida e marcescente “classetta” economica-politica.

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08/05/2024

Porto di Genova, USB: mazzette per ottenere concessioni portuali, caso isolato o normalita?

Genova - Mercoledì, 8 maggio 2024

All’indomani dell’inchiesta per corruzione a Genova che ha coinvolto anche il gruppo Spinelli e l’ex Presidente dell’Autorità Portuale di Genova Signorini, iniziano ad emergere alcuni dettagli inquietanti rispetto al sistema delle concessioni portuali nello scalo più importante d’Italia. Quello che da sempre dovrebbe fare “scuola”. Si parla di telefonate dirette tra Aponte e il dirigente della AdSP che si lamenta delle troppe concessioni verso l’ex Presidente del Genoa e del Livorno Calcio minacciando Signorini di ritorsioni.

Non è da escludere che questo filone di indagine possa essere una “rappresaglia” ma bisogna considerare il rischio concreto per migliaia di lavoratori, adesso che alla famiglia Spinelli viene imposto il divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale.

Ma tornando agli aspetti generali, a fronte della Legge 84/94 che pone regole precise e stringenti per ottenere una concessione portuale, si assiste al “mercato delle vacche” con trattative telefoniche.

E non potrebbe essere altrimenti visto che ormai sono 4 o 5 i grandi gruppi terminalisti che si contendono le banchine in tutti i porti italiani. Chi è in grado di esercitare maggiori pressioni (o pagare mazzette?) ottiene ciò che vuole.

Il pagamento irrisorio richiesto dallo Stato attraverso le AdSP per tali concessioni rischia di favorire questi meccanismi. Si fanno enormi profitti a fronte di entrare di pochi spiccioli.

Se aggiungiamo che negli anni la durata delle concessioni è, in alcuni casi, quadruplicata diventa chiaro come si sia scientificamente deciso di privatizzare i porti italiani. Se succede così a Genova come funziona negli altri porti? Come mai gli armatori stanno facendo pressioni affinché si arrivi alla privatizzazione anche delle AdSP?

C’è solo un modo per evitare tutto ciò favorendo il bene pubblico e non il profitto di pochi soggetti privati. Tornare all’utilizzo pubblico delle banchine. Le concessioni devono essere l’eccezione (così com’era in passato) e non la regola. La favola che solo il privato può garantire gli investimenti è, appunto, una favola. Quanti milioni di euro pubblici sono stati spesi per le infrastrutture portuali?

Dopo i fatti di Genova crediamo sia giunto il momento di aprire una riflessione seria su questi temi. Una discussione non più rimandabile.

USB Mare e Porti

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Genova, è corruzione?

Le compagne e i compagni brutalmente arrestati/e venerdì durante una serata alla ex latteria di Sarzano sono usciti/e dal carcere. A loro va il nostro abbraccio solidale.

Nei giorni scorsi abbiamo partecipato alle iniziative di solidarietà sia nelle strade che davanti al carcere.

Al di là delle differenze era fondamentale stabilire che quello che era accaduto era inaccettabile. Chi tocca uno tocca tutti.

Oggi siamo quindi contenti che i compagni, le compagne e chi ha dimostrato affetto militante nei confronti degli arrestati possa abbracciare chi esce dalle mura di Marassi e Pontedecimo.

Paradossalmente, la scarcerazione avviene mentre in città scoppia un bubbone enorme con gli arresti dei vertici dell’intreccio tra politica, imprenditoria e mafia. Di questi arrestati ovviamente non ci frega niente se non per capire cosa potrà succedere nei prossimi mesi, perché si rischia che a pagare siano, come sempre, i lavoratori. Questi signori di carcere ne faranno poco. Ma non è questo il punto. Infatti dei Rolex, degli yacht e delle ville non ci interessa discutere. Perché sappiamo che , anche se la chiamano corruzione, è il normale funzionamento di un sistema che schiaccia i lavoratori, taglia sanità e welfare, reprime chi cerca di organizzare le lotte dei lavoratori e si schiera, coerentemente con il proprio interesse, verso chi alimenta le guerre. Si chiama capitalismo. Festeggeremo solo quando questo sistema sarà fatto saltare in aria, non dalle procure ma da coloro che da questo sistema vengono schiacciati.

Genova City Strke

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07/05/2024

Toti arrestato. Genova in mano alle gang imprenditorial-mafiose

Non è una novità, ma la conferma arriva sempre gradita: abbiamo la classe politica peggiore d’Europa.

Da settimane le forze politiche che sostengono il governo Meloni conducevano una campagna continua – peraltro motivata con dati di fatto inoppugnabili – contro gli esponenti del PD protagonisti di diversi scandali per corruzione, specie a livello locale (in Puglia e altrove).

Stamattina, a guastare i giochi, è arrivato l’arresto di un pilastro storico del berlusconismo, il governatore della Liguria Giovanni Toti, che si era addirittura inventato un movimento personale (mai decollato, peraltro).

L’accusa è di quelle più frequenti, in questo tipo di politichetta arraffona: corruzione. E naturalmente non poteva essere solo, visto che per corrompere un amministratore pubblico ci vuole necessariamente qualche manager privato.

Con lui infatti finisce indagato anche l’ex presidente dell’Autorità portuale genovese nonché – ora – amministratore delegato di Iren, multiutility del settore energetico – per cui è scattata l’accusa di «corruzione per l’esercizio della funzione e per atti contrari ai doveri d’ufficio».

Ma l’epicentro dell’inchiesta è il nome di Aldo Spinelli, imprenditore portuale tra i più noti.

Gli affari sotto esame riguardano alcune concessioni di aree portuali, come quella del Terminal Rinfuse, pagamenti in nero di spazi pubblicitari (come il maxi cartellone luminoso sul grattacielo più alto di Genova e dove spesso è apparsa la scritta Esselunga, il cui consigliere d’amministrazione Francesco Moncada è stato temporaneamente interdetto dall’attività imprenditoriale).

La corruzione di Toti si sarebbe concretizzata in 74.000 euro in cambio della trasformazione della spiaggia di Punta dell’Olmo da pubblica in privata (un classico da “mani sulla città” quella delle variazione delle “destinazioni d’uso”). Su cui oltretutto incombeva un complesso immobiliare nell’interesse di Spinelli, che però incontrava qualche difficoltà per l’approvazione. E infine il rinnovo della concessione trentennale del Terminal Rinfuse (controllato di fatto sempre da Spinelli), egualmente “in stallo”.

L’attuale capo di gabinetto della Regione, Matteo Cozzani, è invece accusato di «corruzione elettorale», con l’aggravante del fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, segnatamente il clan Cammarata del mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova.

Un bell’ambientino, insomma, quello che governa sotto la Lanterna.

Gli altri nomi sono quelli di Mauro Vianelli, presidente dell’Ente Bacini, Roberto Spinelli, figlio dell’imprenditore Aldo, Venanzio Maurici (sindacalista della Cgil), Arturo Angelo Testa e Italo Maurizio Testa: gli ultimi tre sono il collegamento nell’ambito della criminalità organizzata.

Qui il testo dell’ordinanza. Appena possibile faremo seguire le valutazioni dei lavoratori portuali.

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Porto di Genova 7 maggio 2024

Questo è il primo terremoto, sarebbe facile dire avevamo ragione su tutto, sarebbe facile dire che alcuni nostri compagni da tanto tempo denunciavano quello che sta venendo fuori adesso. Sarebbe facile e infatti lo diciamo a caldo senza neanche approfondire troppo, sapendo che questo è solo l’inizio, non ci hanno mai troppo entusiasmato gli interventi della magistratura, ma ormai le questioni che stanno portando in galera i padroni erano talmente evidenti da sembrare normali... ci sono tanti episodi che si fa fatica a ricordarli tutti.

Che il porto era diventato il centro di interessi che poco avevano a che fare con il lavoro era drammaticamente evidente e, ripetiamo, se questa inchiesta va avanti, se i coinvolti parlano si allargherà a macchia d’olio, si dovrà parlare di soldi pubblici buttati, della diga, del tunnel sub portuale, delle concessioni, dei traffici di armi, del ruolo delle grandi multinazionali del mare, delle complicità di partiti e sindacati.

Della durezza e della difficoltà che i lavoratori trovano nel cercare di affermare i propri diritti... lo sapevamo, lo abbiamo sempre denunciato, si stavano abituando tutti a questo. Ma noi no! Non ci siamo mai arresi, nemmeno quando i padroni ci hanno mandato la questura in casa, hanno provato a fermarci, a fermare quello che gli fa più paura: la determinazione dei lavoratori!

Nota positiva: oggi dovrebbero uscire le compagne e i compagni arrestati venerdì sera!!! Escono loro e entrano i padroni...

Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

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Terremoto giudiziario in Liguria. Un sistema mafioso che unisce classe dirigente e imprenditoria

In mattinata un vero e proprio sisma giudiziario ha colpito la Liguria, toccando con arresti e altre misure varie altre parti d’Italia. Il presidente della regione ligure è stato posto ai domiciliari nel quadro di un’indagine che sta falcidiando varie teste illustri, mostrando quello che diciamo da tempo: tra la classe dirigente e l’imprenditoria italiana (in primo luogo quella che si è arricchita sulle privatizzazioni del pubblico) c’è un sodalizio criminale.

L’obiettivo è arricchirsi a scapito dei cittadini e delle finanze pubbliche.

In questa storia di corruzione e voto di scambio sono coinvolti l’Esselunga, che ha visto cinque operai uccisi in un suo cantiere a Firenze; l’amministratore delegato della multiutility Iren che non si faceva problemi a stringere accordi con la Mekorot, parte attiva dell’apartheid israeliana; i fratelli Spinelli che hanno ottenuto il rinnovo trentennale della concessione del Terminal Rinfuse del porto di Genova.

Il capo di gabinetto di Toti, Matteo Cozzani, è accusato di corruzione elettorale con l’aggravante di agevolazione dell’attività di Cosa Nostra (il clan Cammarata del mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova).

Questa classe dirigente va spazzata via. Così come i grandi prenditori – più che imprenditori – italiani, che sono i parassiti e il vero problema del paese.

Marta Collot, portavoce di Potere al Popolo

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29/02/2024

Anche i manganelli mandano in crisi Meloni

Il muro del governo Meloni mostra sempre più crepe. Dopo quasi un anno e mezzo i limiti diventano molto evidenti. E se prima riguardavano questo o quello degli uomini che Meloni aveva scelto in base al grado di fedeltà nei suoi confronti, ora la coinvolgono in prima persona.

Due sono stati gli eventi che hanno messo in luce questa quasi inattesa debolezza. Le manganellate agli studenti (a Pisa, ma non solo...) e ovviamente le elezioni in Sardegna. Su queste ultime in particolare, pesa il fatto che proprio non si può imporre una “narrazione” che in qualche modo attenui le sue responsabilità. I numeri stanno lì...

Ma anche sul fronte prediletto, quello dell’“ordine pubblico”, il brutale pestaggio di Pisa – la sua evidente sproporzione rispetto al “pericolo” rappresentato da un centinaio di ragazzi forse al loro primo corteo, per di più immortalato da diversi video ripresi dalle più diverse angolazioni – si comincia a sgretolare “il fronte della fermezza”.

La dirigente del reparto mobile della polizia responsabile del pestaggio, Silvia Conti, è stata trasferita ad altro incarico. E naturalmente si deve indorare la pillola amara assicurando che lo spostamento “non sarebbe legato alla gestione dell’ordine pubblico nell’occasione e sarebbe stato chiesto in precedenza dalla stessa dirigente”.

Ma naturalmente non ci crede nessuno. Tanto meno i peggiori sponsor del “manganello libero”, ossia i dirigenti dei vari sindacatini di polizia. Che provano – sì – a rovesciare l’accusa di “violenza” citando dati chiaramente taroccati, ma fanno solo figure ridicole.

Tipo “Nel corso delle migliaia di manifestazioni di piazza che si sono svolte negli ultimi sedici mesi ci sono stati quasi 200 feriti tra le Forze dell’Ordine; meno della metà tra i manifestanti, che non erano certo lì a rappresentare pacificamente le proprie idee.”

Per chi conosce le pratiche di caserma non è un mistero che dopo ogni “bravata” di piazza, comunque sia andata, un congruo numero di agenti si faccia refertare dai medici di polizia “contusioni e traumi” a volontà, scroccando così qualche giorno supplementare di licenza per malattia.

Ma tolti i piccoli Torquemada da caserma, appunto, o gli immancabili corvi dei giornalacci di estrema destra, quasi nessuno difende l’operato dei poliziotti in piazze che non sono mai state così “tranquille” come in questi ultimi anni.

Ma la Procura di Pisa, ravvisando nelle immagini comportamenti non in linea con le normali “regole di ingaggio”, ha aperto un’inchiesta per appurare chi ha preso le decisioni e chi ha dato l’ordine di caricare.

Da qui, secondo logica, sarebbe derivata la decisione di rispedire la dirigente Conti a Pescara, piazza decisamente meno impegnativa.

E comunque l’attenzione della Procura si rivolge a ben quindici poliziotti, evidentemente selezionati come i più esagitati. Troppe cose per far finta di nulla. E dunque dai palazzi ministeriali è partito un deciso – ma negato – scaricabarile.

Giorgia Meloni, dopo un lungo e imbarazzato silenzio, ha preso la parola sui fatti ma solo per dire che “Io penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra. È un gioco che può diventare molto pericoloso”.

Ha provato a strumentalizzare i fatti di Torino – un gruppo di “anarchici” ha bloccato un’auto della polizia che aveva fermato un immigrato senza documenti – come a dire “vedete cosa può accadere se criticate troppo la polizia”. Ma è abbastanza chiaro che episodi come quelli di Pisa, Firenze e Catania possono solo aumentare – non certo diminuire – la critica popolare alle presunte “forze dell’ordine”.

“Gioggia” è stata insomma costretta a non indossare la faccia feroce per non aggravare la situazione e proporsi – a là Salvini – come la mandante delle bastonate agli studenti.

Una classica situazione lose-lose. Non puoi benedire quei manganelli, ma non puoi neanche criticarli. Qualsiasi cosa fai è sbagliata. Ed è questo il segnale più chiaro dei limiti che questo governo ormai incontra.

Un segnale di crisi, che ogni conflitto sociale può e deve accentuare.

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09/02/2024

Le porcate degli Agnelli non finiscono mai...

È difficile delineare con grande chiarezza la propria natura con solo tre notizie nella stessa giornata. Ma alla famiglia Agnelli-Elkann certi miracoli riescono, specie se l’immagine che deve venir fuori è un orrore.

Qualche giorno fa Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis – la multinazionale dell’auto che riunisce ora Fiat, Maserati, Chrysler, Citroen, Peugeot, ecc) – ha chiesto seccamente al governo italiano “incentivi”, altrimenti la produzione del gruppo avrebbe lasciato molti degli stabilimenti ancora presenti in Italia.

Proprio come faceva “l’Avvocato” ai bei tempi in cui in Fiat lavoravano oltre 200.000 persone.

Il governo Meloni, in pubblico, ha fatto finta di indignarsi ma, come vedremo, si è messo a lavorare per accontentarlo senza dare spunto ai titoli sui giornali. Intanto ha inserito in manovra un miliardo per gli “ecobonus”, qualcuno direbbe “col favore delle tenebre”.

Ieri le tre notizie.

A Mirafiori l’azienda ha comunicato che dal 31 marzoterminerà la produzione del Maserati Levante, il Suv di lusso lanciato nel 2016. Numeri di vendite e di occupati non grandissimi, come è ovvio per un marchio del lusso, ma un segnale preciso a governo e sindacati: “facciamo sul serio, siamo una multinazionale e andiamo da un’altra parte, se ci conviene”.

Gli operai del primo e del secondo turno sono immediatamente entrati in sciopero dopo un’assemblea, ma è scontato che la partita si giochi soprattutto in campo politico (e qui Cgil-Cisl-Uil non toccano palla da decenni, dopo aver a suo tempo calato completamente le brache).

La seconda notizia è assai meno “muscolare”, perché se una madre – Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato – fa causa al figlio (John Elkann) significa che in quella famiglia volano più coltelli che fratelli.

Ma non è più neanche una dolorosa causa civile, ma una ben più scabrosa inchiesta penale. John Elkann, presidente della Fiat, della Ferrari, del gruppo editoriale Gedi nonché amministratore delegato di Exor è indagato dalla procura delle Repubblica di Torino per presunte violazioni fiscali riguardanti l’eredità di sua nonna, Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli.

In pratica, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe manipolato il testamento del Nonno assicurando a se stesso (ai danni dei fratelli Lapo e Ginevra, nonché della madre) la quota azionaria di controllo che era appartenuta all’Avvocato.

E quindi la Guardia di Finanza ha perquisito lo studio del commercialista Gianluca Ferrero, storico consulente degli Agnelli e oggi presidente della Juventus.

Sempre le Fiamme Gialle si sono recate nello studio del notaio Remo Morone, anche lui un professionista legato alla Famiglia (ha redatto il testamento dell’Avvocato) e poi negli uffici della Fiduciaria Nomen, del gruppo Ersel, proprietà della famiglia Giubergia, che gestisce in maniera riservata e fiduciaria attività finanziarie e partecipazioni riconducibili anche agli Elkann.

Vedremo gli sviluppi, ma se questo è quello che avviene in “famiglia”, figuriamoci cosa possono combinare costoro nei confronti di dipendenti, fornitori, società italiana nel suo complesso.

La terza è stata prodotta dal ministro Urso, che per dimostrare il suo fattivo interessamento alla permanenza produttiva della Fiat nel paese ha rivelato di aver incontrato per due volte Tavares e tre volte Elkann. Il quale ultimo gli avrebbe giurato di voler raggiungere l’obiettivo produttivo in Italia di un milione di veicoli. Si è visto subito a Mirafiori con la Maserati, no?

Non pago, Urso ha riferito che la promessa è avvenuta in Francia, “quando hanno inaugurato la prima gigafactory. Mi aspetto che presto sia realizzata anche nel nostro Paese“. Ma ne ha parlato soltanto lui, nessuno di Stellantis. Qualche sospetto che sia una balla… viene.

Anche perché lo stesso Urso ha confermato indirettamente che gli incentivi chiesti da Tavares sono già quasi pronti: “Il piano straordinario per sostenere l’acquisto di auto sarà attuato a breve, prevede quasi un miliardo e ora è alla concertazione con gli altri ministri. Dal prossimo anno gli incentivi non saranno più al consumo ma alla produzione per incentivare chi voglia produrre nel nostro Paese sia auto che componentistica“.

Diciamo ancora più chiaramente: fin qui, quando si parlava di incentivi alla rottamazione, i soldi venivano destinati agli acquirenti di un’auto nuova (il che ovviamente era un vantaggio per tutte le case automobilistiche, che potevano vendere di più).

Il governo che dice di star “litigando con la Fiat”, invece, ha deciso di dare quei soldi direttamente all’azienda. Senza alcuna seria garanzia produttiva e occupazionale. Così, per marcare la propria “incazzatura”, no?

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14/12/2022

L’Antitrust mette sotto inchiesta le aziende energetiche

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato sette procedimenti istruttori, e deciso di adottare altrettanti provvedimenti cautelari, nei confronti delle principali società fornitrici di energia elettrica e di gas naturale sul mercato libero, che rappresentano circa l’80% del mercato.

Nella nota diffusa dall’Authority, si legge che i provvedimenti sono stati avviati nei confronti delle principali società fornitrici di energia elettrica e di gas naturale sul mercato libero, che rappresentano circa l’80% del mercato.

Sotto la lente dell’Autorithy sono finite le proposte di modifica del prezzo di fornitura di energia elettrica e di gas naturale e le successive proposte di rinnovo delle condizioni contrattuali, in contrasto con l’art. 3 del Decreto Legge 9 agosto 2022 n. 115 (cd. Aiuti bis), convertito in Legge n. 142 del 21 settembre 2022. La norma sospende, dal 10 agosto fino al 30 aprile 2023, l’efficacia sia delle clausole contrattuali che consentono alle società di vendita di modificare il prezzo di fornitura sia delle relative comunicazioni di preavviso, salvo che le modifiche di prezzo si siano già perfezionate prima dell’entrata in vigore del decreto stesso.

Questi interventi – spiega l’Antitrust – “vanno ad aggiungersi ai quattro procedimenti istruttori e agli altrettanti provvedimenti cautelari adottati nei confronti delle società Iren, Dolomiti, E.On e Iberdrola e fanno seguito ad un’ampia attività preistruttoria svolta nei confronti di 25 imprese, dalla quale è emerso che circa la metà degli operatori interessati ha rispettato la legge evitando di modificare le condizioni economiche – dopo il 10 agosto 2022 – ovvero revocando gli aumenti illecitamente applicati”.

A sette società – Eni, Enel, Acea, Hera, Edison, A2A, Engie – viene contestata dall’Antitrust la mancata sospensione delle comunicazioni di proposta di modifica unilaterale delle condizioni economiche, inviate prima del 10 agosto 2022 e, in seguito, le proposte di aggiornamento o di rinnovo dei prezzi di fornitura, di carattere peggiorativo, giustificate sulla base della asserita scadenza delle offerte a prezzo fisso. La norma sospende, dal 10 agosto fino al 30 aprile 2023, l’efficacia sia delle clausole contrattuali che consentono alle società di vendita di modificare il prezzo di fornitura sia delle relative comunicazioni di preavviso, salvo che le modifiche di prezzo si siano già perfezionate prima dell’entrata in vigore del decreto stesso.

Alla società Acea viene anche contestata l’asserita efficacia delle comunicazioni di modifica unilaterale del prezzo di fornitura perché inviate prima dell’entrata in vigore del Decreto Aiuti bis (10 agosto) e non “perfezionate” prima della stessa data.

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16/11/2022

Nazisti e suprematisti all’ombra del Vesuvio

Con un discreto clamore mediatico la Procura della Repubblica napoletana ha dato notizia di una “operazione antiterrorismo” culminate con quattro arresti in Campania e un “obbligo di presentazione” per un cittadino di Roma.

La Digos e la Polizia Postale hanno eseguito oltre 30 perquisizioni negli ambienti della “destra estrema” anche a seguito di una lunga fase di “monitoraggio” di profili Facebook e di altri strumenti Social in uso alle persone coinvolte. Nelle indagini – secondo quando fa sapere la Procura della Repubblica – sarebbe coinvolto un cittadino ucraino il quale, però, sarebbe rientrato nel suo paese.

Sull’indagine in corso pesa però una curiosità. Su questa rete di neonazisti c’erano già state perquisizioni e un blitz esattamente un anno fa, ne abbiamo dato conto anche sul nostro giornale nell’ottobre del 2021.

L’operazione di oggi sembra una fotocopia di quella, resa forse più cogente dall’individuazione questa volta di un addestratore militare ucraino, Anton Radomski, al momento irreperibile perché ritenuto sul fronte bellico in Ucraina.

L’ordinanza ha portato in carcere Maurizio Ammendola, 42 anni, di Maddaloni in provincia di Caserta, ideatore e fondatore dell’associazione Ordine di Hagal; Michele Rinaldi, 47 anni, residente in provincia di Avellino, vicepresidente dell’Ordine di Hagal e gestore di un canale Telegram; Massimiliano Mariano, 46enne di Castellammare di Stabia e Giampiero Testa, 25enne di Marigliano, in provincia di Napoli, simpatizzante di organizzazioni neofasciste ucraine.

La misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stata emessa nei confronti di Fabio Colarossi, romano di 36 anni, accusato di propaganda di “ideali (?) neonazisti“.

Dalle intercettazioni risulterebbe che gli indagati inneggiavano al “potere bianco”, all’odio contro gli immigrati, a tutto l’armamentario ideologico e ai sottoprodotti culturali tipici delle destre razziste e suprematiste.

Inoltre – ed è questa l’accusa più pesante – gli indagati progettavano un “attentato” alla caserma dei Carabinieri di Marigliano mentre il neonazista ucraino coinvolto nelle indagini alludeva ad un “attentato” ad un non meglio precisato Centro Commerciale della zona.

Questo è quanto si conosce a poche ore dall’operazione della Magistratura.

È utile sapere che questa associazione Ordine di Hagal è attiva da qualche anno nelle province della Campania, anche con iniziative definite di “mutualismo” intrecciate agli stereotipi della propaganda No Vax e contro il 5G – specie durante la crisi Covid – si presenta, almeno pubblicamente, con un profilo soprattutto “spiritualista/religioso/mistico”.

Al momento in cui scriviamo, nonostante le indagini sono state svolte dalla Polizia Postale, risulta ancora attiva la “pagina Facebook” di questa “associazione”.

Una considerazione da fare – a margine di questa operazione giudiziaria, e al di là della verificabilità o meno delle accuse rivolte agli inquisiti – è la presa d’atto che dentro le dinamiche della crisi ideologica, economica e sociale che incide sulla società stanno emergendo grumi di razzismo, di culture oscurantiste e di comportamenti scopertamente antisociali.

La vicenda ucraina, con il suo portato di identificazione, “sostegno senza riserve” governativo, finanziamenti ed armi che poi spariscono nel nulla, sta diventando il vettore militare di una radicalizzazione violenta del neofascismo in questo paese.

È che questa “proliferazione sotto traccia” avvenga nella provincia meridionale deve rappresentare un autentico campanello d’allarme circa i processi di frantumazione e desolidarizzazione che si diffondono nei territori stressati dalla crisi.

Un dato da comprendere ed analizzare seriamente per quanti lavorano per la rinascita e un nuovo protagonismo politico e sociale dei settori popolari del Sud Italia.

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08/06/2020

Veneto Connection

Affrontare l’affaire scaligero da un punto di vista meramente cronachistico e giudiziario, isolandolo dal contesto e dal modello di sviluppo veneto, è pura astrazione e rischia di corroborare ulteriormente la tossica narrazione razzista, leghista e autonomista per la quale la criminalità organizzata in Veneto sarebbe solo un corpo estraneo.

È ormai manifesta, in questa regione, l’integrazione tra interessi di frange dell’amministrazione, di molte Pmi, di figure professionali e della criminalità organizzata. La crescita esponenziale negli ultimi anni di reati quali riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e illeciti vari contro la pubblica amministrazione, con incrementi a due o tre cifre, attesta che la succitata integrazione è stata pienamente assimilata da una parte del tessuto economico del Nordest.

La vicenda scaligera non va quindi ascritta a fattori criminogeni occasionali, ma si inserisce in un contesto regionale fatto di zone grigie che nascono da interessi convergenti: un terreno di coltura ottimale per la criminalità organizzata.

Già nel 1994, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari manifestava crescente attenzione per la penetrazione diffusa della criminalità organizzata in territorio Veneto.

Evidentemente, la permeazione di tale fenomeno non ha incontrato molti ostacoli negli anni, se è vero che, in merito all’andamento della criminalità, nel 2019 “su base distrettuale [...] gli aumenti più consistenti in termini percentuali si sono registrati nelle notizie di reato in tema di criminalità organizzata (+32,00%), nei reati tributari (+31,69%), nei reati economici (comprensivi di falso in bilancio e bancarotte: +26,92%)”1.

L’operazione “Isola Scaligera” non è, quindi, un cataclisma episodico e improvviso, ma uno dei tanti tasselli di un sistema diffuso. A tal proposito, l’inchiesta che ha recentemente coinvolto il comune veneziano di Eraclea, fino a ipotizzarne lo scioglimento per mafia (ipotesi poi rigettata), è paradigmatica in quanto ha permesso di scoperchiare una trama complessa di relazioni e connivenze nella quale spiccava l’opera di mediazione di imprenditori e professionisti tra amministratori e cosche (a Eraclea operavano i Casalesi).

I fatti di Eraclea rappresentano la punta dell’iceberg di un tessuto economico altamente sviluppato e a intensa infiltrazione mafiosa, come dimostra la stagione di inchieste culminate nei maxi – processi veneti in corso.

Tornando a “Isola Scaligera”, la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha coordinato un’operazione che si è conclusa con provvedimenti di varia natura a carico di ventisei persone, sedici delle quali sono accusate di associazione mafiosa.

In realtà l’inchiesta coinvolge anche una serie di soggetti, indagati per reati differenti che vanno dal peculato per l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (all’epoca leon che magna el teron, ma che sembra aver perso i denti), alla turbativa d’asta per i dirigenti dell’Amia di Verona, municipalizzata che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.

A tal riguardo, all’ex presidente Amia, Andrea Miglioranzi2 (a suo tempo fedelissimo di Tosi e, più recentemente, militante di Fratelli d’Italia), e al direttore tecnico della stessa, Ennio Cozzolotto, viene contestato il reato di concorso esterno nell’associazione che fa capo ad Antonio Giardino.

Quest’ultimo, detto Totareddu, ha un “curriculum” di spessore, essendo legato al potente clan degli Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto. Giardino rappresenta un’altra attestazione probante del radicamento in Veneto della ‘ndrangheta che ha trovato, evidentemente, compiacenza e terreno fertile nel tessuto economico-amministrativo di questa regione.

A conferma di quanto l’intreccio fosse ramificato, vale la pena sottolineare come l’operazione abbia comportato il sequestro di 15 milioni di beni immobili e quote societarie, mentre i vari capi d’imputazione spaziano dalla truffa all’estorsione, dal riciclaggio al traffico di droga, dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, per arrivare al traffico di rifiuti, al trasferimento fraudolento di beni e alle fatture false.

In un quadro di questo tipo, il Veneto non può certo fregiarsi dell’appellativo di regione virtuosa, come pretende da decenni la retorica leghista, risfoderata in questi giorni dal “governatorissimo” Zaia. Questi, sulla scorta dei successi nella lotta al Covid-19 (la cui paternità è però rivendicata dal virologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti), spinge sempre più forte verso l’autonomia differenziata.

È evidente come la rappresentazione leghista del Veneto confligga con quanto emerge, sempre più spesso, dalla cronaca giudiziaria e non. Il Veneto, come mostrano i fatti, condivide col resto del paese la piaga di un sistema economico spesso criminogeno. Fingere di non comprendere che la collusione con gli interessi della criminalità organizzata non è il risultato di una darwiniana affermazione delle consorterie meridionali e dei loro boss, è mistificazione. Nel “virtuoso” Veneto, nascondere l’effetto calamitante reciproco del concorso di interessi tra una certa parte del tessuto socio-economico e la criminalità organizzata, è semplice falsificazione.

Il Veneto non è un’altra cosa.

Note:

1) https://www.corteappello.venezia.it/80015340278/news/hGm5oint_corteappellove_2019_completo.pdf

2) Neofascista veronese, è stato membro del Veneto Fronte Skinheads e dirigente di Fiamma Tricolore; ha fatto parte del gruppo nazi-rock “Gesta bellica” che suonava pezzi inneggianti a Erik Priebke e Rudolph Hess; è stato condannato a 3 mesi di carcere per istigazione all’odio razziale.

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03/03/2020

Bolivia - Non ci fu alcuna frode elettorale. La vittoria di Evo Morales era legittima

Il quotidiano statunitense The Washington Post ha pubblicato giovedì scorso un’investigazione che conferma come non esistono evidenze di frode nelle elezioni del 20 ottobre 2019 in Bolivia: “La nostra investigazione non ha trovato nessuna ragione per sospettare una frode”.

“Come specialisti in integrità elettorale, troviamo che l’evidenza statistica non appoggia la denuncia di frode nelle elezioni di ottobre in Bolivia”, affermano John Curiel e Jack Williams, esperti del Laboratorio di Scienza e Dati Elettorali del Massachusetts Institute of Technology (MIT), nell’articolo apparso nella sezione di politica del quotidiano statunitense.

“Considerando tutto, l’analisi statistica e le conclusioni dell’OSA sembrano enormemente difettose”, riferisce l’articolo.

La notizia di quell’organizzazione, ricorda The Washington Post, è stato il supporto principale per le denunce di frode.

L’OSA ha parlato di “profonda preoccupazione e sorpresa per il cambiamento drastico e difficile da spiegare nella tendenza dei risultati preliminari”. Ma l’analisi statistica dietro questa affermazione è problematica.

“Nel momento del fermo nel conteggio, dato che Morales aveva superato la soglia del 40%, la questione chiave è se il suo calcolo di voti era di 10 punti più alto rispetto al suo competitore più vicino. Altrimenti, avrebbe dovuto sostenere un secondo turno contro l’ex presidente Carlos Mesa.

“I nostri risultati sono stati diretti. Non sembra esserci statisticamente una differenza significativa nel margine prima e dopo il fermo nel conteggio preliminare. Invece, è altamente probabile che Morales avesse sorpassato il margine di 10 punti nel primo turno.

“Come arriviamo lì? La messa a fuoco dell’OSA si appoggia su ipotesi binarie: che il conteggio ufficioso riflette con esattezza il voto continuamente misurato, e che le preferenze di voto riportate non variano durante il giorno. Se queste ipotesi fossero certe, un cambiamento di tendenza a favore di un partito col passare del tempo allora potrebbe indicare potenzialmente una frode.

“L’OSA non cita un’investigazione previa su cui dovrebbero basarsi queste ipotesi per reggere. Ci sono ragioni per credere che le preferenze degli elettori e le notifiche sui votanti possono variare nel tempo: aree dove si ammucchiano elettori poveri possono avere file più lunghe e minore capacità per contare e riportare rapidamente il totale dei voti. E questi fattori si possono applicare molto bene in Bolivia, dove ci sono brecce severe nelle infrastruttura e nelle situazioni economiche tra zone urbane e rurali.

La pubblicazione del Washington Post segnala inoltre l’assenza di un cambiamento drastico nei risultati prima e dopo la detenzione preliminare del conteggio o nella tendenza del voto che ha sempre favorito Morales.

“Non troviamo nessuna evidenza di queste anomalie”, hanno assicurato Curiel e Williams dopo aver analizzato i dati sull’investigazione, che hanno notificato all’OSA, però senza ricevere risposta.

Le rivelazioni del Washington Post hanno confermato che la differenza di più del 10% a favore di Morales è legittima e coincide col conteggio preliminare.

Denunciano che ci sono state numerose irregolarità e mancanza di evidenza nella relazione dell’OSA, e che i dati dimostrano chiaramente che la frode non esiste e che il margine di differenza che ha dato la vittoria ad Evo Morales è corretto.

Curiel e Williams concludono: “La frode elettorale è un problema grave, però basarsi su prove non verificate come segno di frode è una seria minaccia per qualsiasi democrazia”.

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