Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Camorra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Camorra. Mostra tutti i post

21/04/2024

Genealogia criminale: le mafie negli anni '90

Gli anni Novanta, tra le altre cose, sono stati il decennio nel quale le mafie italiane hanno compiuto la transizione dalle loro forme organizzative e operative tradizionali a modelli che le hanno proiettate nel terzo millennio.

Anton Monti spiega questo passaggio leggendo, in una prospettiva storica, le traiettorie seguite dalle diverse organizzazione criminali presenti sul territorio italiano.

*****

Il panorama globale

L’evento fondamentale degli anni Novanta è la fine della guerra fredda, della contrapposizione tra il blocco guidato dall’Unione Sovietica e quello a guida statunitense.

La guerra fredda aveva influito nel secondo dopoguerra a livello mondiale sullo sviluppo di tutti i conflitti politici e sociali, sia interni che esterni. Spesso il non allineamento dei movimenti sociali rispetto al contesto geopolitico mondiale aveva fatto supporre una loro autonomia rispetto al conflitto globale. Nella sostanza, però, i soggetti istituzionali interpretavano le pulsioni sociali proprio nel contesto della guerra fredda, in una specie di specchio distorto.

Gli effetti della fine della contrapposizione tra i due blocchi riverberano in ogni luogo della terra negli anni Novanta.

Ovunque si danno nuovi equilibri interni ed esterni.

La fine della guerra fredda dà l’inizio a un breve periodo in cui la «pax americana» rende possibile il sogno di una democratizzazione planetaria, accompagnata da una globalizzazione dell’economia capitalistica in grado di portare sviluppo in ogni luogo. Il sogno si realizzerà solo in parte. La democratizzazione fallisce a fronte del rafforzarsi d’identità «fondamentaliste» che rifiutano le forme politiche, sociali e finanche culturali dell’Occidente liberale. Si realizza invece in modo definitivo la globalizzazione del modo di produzione e del mercato capitalistico.

Capitalismo e fondamentalismo riescono dunque a svilupparsi in parallelo. Negli anni Novanta si afferma anche un processo di digitalizzazione della vita che avrà nei decenni successivi conseguenze antropologiche. La fine della guerra fredda non conduce, ovviamente, all’esaurirsi di tutte le guerre che acquisiscono in quel frangente forme nuove, diventando più simili a operazioni di polizia o a conflitti di carattere etnico e tribale. Il decennio degli anni Novanta fa emergere dunque due caratteri fondamentali che solo apparentemente sono in contraddizione fra di loro: arcaismo e postmoderno.

L’Italia

In Italia negli anni Novanta si esaurisce la vecchia politica della Prima Repubblica e si apre una nuova fase in cui si affermano spinte particolaristiche, accentuate soprattutto nelle regioni del Nord. Contemporaneamente viene meno la spinta propulsiva della sinistra classica così come quella dei nuovi movimenti sociali. Lo spirito del tempo spinge sempre di più verso una liberalizzazione e privatizzazione dell’economia, che però non assumerà mai forme pienamente compiute, dando luogo a un mix di liberismo e corporativismo. Il sistema politico si trova dunque ad affrontare il nuovo periodo storico senza gli stimoli delle rivendicazioni e delle lotte sociali e senza peraltro neppure un disegno capitalistico e istituzionale di sviluppo generale del paese.

La crisi demografica, il mancato investimento nell’istruzione e nella ricerca, il fallimento della digitalizzazione e l’incapacità di cogliere le possibilità offerte dalle migrazioni sono il risultato di un capitalismo ottuso, che tenta di affrontare la concorrenza con i nuovi centri produttivi mondiali e la transizione verso il mercato globale e digitale quasi esclusivamente attraverso una riduzione dei costi e delle condizioni del lavoro. Gli anni Novanta, che dovevano essere gli anni della transizione verso il nuovo, diversamente da molti altri paesi, sono gli anni che suggellano in modo definitivo la crisi del sistema paese.

Gli anni di piombo delle mafie

Le mafie arrivano agli anni Novanta chiudendo il ciclo dei propri «anni di piombo».

Se negli «anni di piombo» in Italia ci furono circa 500 morti, le mafie provocarono nello stesso periodo un numero di vittime enormemente più alto, difficile da quantificare, ma sicuramente superiore alle 5000, così da classificare le guerre di mafia come il conflitto europeo più sanguinoso del secondo dopoguerra – superato poi solo dalle guerre civili della Jugoslavia in dissoluzione. Per dare una misura dell’importanza del fenomeno, basti pensare che il numero delle vittime sarà più alto di quello dei cosiddetti «troubles» dell’Irlanda settentrionale.

Questa guerra impone qualche considerazione sul totale silenzio riguardo le migliaia e migliaia di vittime appartenenti alla criminalità organizzata.

La posizione delle istituzioni e dei media, infatti, riassumibile nella frase «finché si ammazzano tra di loro», rispecchia l’atteggiamento marcatamente razzista nei confronti degli abitanti dell’Italia meridionale, oltre a trasmettere una chiara rinuncia dello Stato a controllare interi territori e ad applicarvi le proprie leggi.

Cosa nostra

Con il termine Cosa nostra, entrato in uso negli anni Cinquanta, identifichiamo qui la mafia siciliana storica, ovvero l’organizzazione che si sviluppa, a partire dai primi decenni del 1800, nella parte occidentale dell'isola, nel territorio compreso dal triangolo grosso modo delimitato da Palermo, Trapani e Agrigento.

I componenti originari della mafia siciliana sono perlopiù amministratori di latifondi, uomini delle libere professioni e del clero. Questo territorio non è il più povero della regione ma, al contrario, quello maggiormente inserito nelle reti dei commerci europei e mondiali grazie ai rilevanti investimenti esteri nella produzione vinicola e degli agrumi, nell’estrazione mineraria e nei trasporti navali.

L’amministrazione del Regno d’Italia, che si installa in Sicilia in seguito al processo di unificazione nazionale, si rende presto conto della totale differenza del suo tessuto sociale rispetto a quello settentrionale e della necessità di doversi confrontare con reti di potere più o meno occulte, che obbligano immediatamente lo Stato centrale a compromessi e a una sostanziale rinuncia al controllo dei territori e della vita sociale. Fanno eccezione solamente i moti proletari che attraversano l’Italia liberale attorno all’ultimo decennio del 1800 e che verranno repressi duramente dallo Stato, nella sostanziale indifferenza dei potentati locali.

Durante gli anni del fascismo si assiste a una repressione massiccia e indiscriminata del fenomeno mafioso. Una dittatura, per sua stessa definizione, non può sopportare l’esistenza di contropoteri. La repressione fascista non modifica però nella sostanza la struttura mafiosa. La mafia siciliana si adegua alla situazione, mantenendo un basso profilo, per essere poi pronta a riemergere subito dopo la caduta del fascismo.

Nel secondo dopoguerra il sistema mafioso siciliano intesse relazioni con il sistema politico locale e nazionale. La mafia viene tollerata, e spesso anche promossa, proprio perché è in grado di esercitare quel controllo reale sul territorio – essendo capace di rispondere alle domande dei movimenti sociali locali – che lo Stato italiano non è in grado di garantire; ciò significa che la mafia non si qualifica solo come l’organizzazione che assassina attivisti sindacali e politici quando questi non si pongono in una posizione subordinata rispetto a essa, ma anche come l’organizzazione che riesce a garantire i diritti e la sopravvivenza alla popolazione locale in cambio del consenso sociale.

Giovanni Arrighi coglie in pieno questo aspetto in un articolo, pubblicato nel 1987 in lingua inglese, relativo alla natura delle mafie, riguardante la presenza della ’ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro. Essa infatti, una volta stabilitasi nel territorio, tendeva a esercitare funzioni di governo informali garantendo l’ordine pubblico, mediando i conflitti, assicurando la reciprocità nelle transazioni e il rispetto degli obblighi contrattuali, regolando la competizione, occupando i punti «cruciali» dello scambio nelle ramificazioni locali della produzione e ponendo limiti al perseguimento del profitto e allo sfruttamento del lavoro, proteggendo gli interessi locali contro il potere dei proprietari e dello Stato.

La guerra interna di Cosa nostra siciliana, che si svolge tra il 1981 e il 1984, è dovuta all’emergere prepotente della famiglia mafiosa di Corleone.

I corleonesi rompono, in un modo che si potrebbe definire «sovversivo», con i vecchi codici d’onore, i rituali e le gerarchie mafiose storiche. Essi puntano a una redistribuzione dei proventi delle attività criminali e reclutano all’interno dell’organizzazione soggetti di tipo nuovo, che in passato non sarebbero mai stati affiliati. Praticano una «proletarizzazione» dell’apparato mafioso che sorprende la vecchia mafia.

La guerra interna condotta dai corleonesi negli anni Ottanta, oltre a essere di per sé sovversiva, ha anche l'obiettivo di permettergli di accaparrarsi la ricchezza prodotta tramite la raffinazione della morfina in Sicilia e la successiva esportazione dell’eroina verso gli Stati Uniti, commercio che era nelle mani delle tradizionali famiglie palermitane e dei loro referenti nella costa orientale degli Stati Uniti. I corleonesi, che venivano tenuti ai margini di questo ricco business, vinceranno la guerra. Paradossalmente si tratterà di una vittoria effimera, poiché con gli anni Novanta si chiude il ciclo espansivo dell’eroina nel mercato degli stupefacenti, cosicché i corleonesi si troveranno in un primo momento privi della principale fonte di ricavi dell’organizzazione e, a causa delle turbolenze politiche del periodo, anche senza i tradizionali referenti politici.

Il sistema camorristico

La camorra è probabilmente la più antica delle organizzazioni criminali italiane: di essa si hanno tracce già nel 1500. Le prime segnalazioni ufficiali delle autorità borboniche sono della metà del 1700 mentre la definizione documentata di una struttura organizzativa risale precisamente al 1827. Nel 1915 perderà definitivamente la sua struttura unitaria.

Il carattere principale, che distingue la camorra dalle altre mafie tradizionali, è quello dello svolgimento frammentato dell’attività criminale all’interno del proprio territorio. Il territorio, che in molti casi le altre mafie tendono a pacificare, è qui uno strumento produttivo messo al servizio del crimine ed è il luogo dove si svolge in un modo continuativo una feroce concorrenza. Inoltre, essa non è invisibile come le altre mafie, ma fa della visibilità un tratto fondamentale. L’organizzazione campana ha una sua produzione culturale storica fatta di abiti, di musica, di tatuaggi, di rappresentazioni teatrali e mediatiche, che dalle sceneggiate napoletane e dalla musica neomelodica portano fino alla trap e a Instagram dei nostri tempi. La camorra è dunque un sistema costituito da soggetti molteplici e ben diversi fra loro: dalle piccole bande della microcriminalità giovanile fino a veri e propri clan mafiosi.

In linea di massima, il sistema camorristico può essere suddiviso in tre filoni principali: la camorra dell’area cittadina di Napoli, quella delle periferie urbane e quella dell’area di produzione agricola che circonda la città. Le strutture criminali cittadine sono dedite allo spaccio e ad altre attività di livello microcriminale, quelle delle periferie hanno creato un sistema rilevante di piazze di spaccio, mentre le strutture che operano fuori dall’ambito urbano sono più simili, anche per dimensioni, a quelle mafiose vere e proprie, al punto che alcuni dei soggetti più importanti risultavano essere affiliati a Cosa nostra siciliana.

La guerra di camorra, che si svolge tra il 1978 e il 1983 e che provoca quasi mille morti, per certi versi segue la stessa traiettoria del conflitto siciliano.

La Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo si presenta come un’organizzazione camorristica atipica che tenta di sovvertire gli equilibri preesistenti e il potere delle famiglie storiche. Cutolo stesso, che non ha ascendenze camorristiche, inventa una struttura criminale che potremmo definire di massa e che si fonda sul mito di Cutolo stesso. Il reclutamento avviene a tutto campo e non ci sono criteri specifici per essere affiliati. Il suo scopo è quello di aggregare il maggior numero possibile di soggetti che provengono dalla microcriminalità all’interno di un disegno generale di acquisizione del controllo prima delle carceri e infine di tutta la camorra. L’opposizione delle famiglie tradizionali sarà durissima e il sogno cutoliano di un’unificazione dell’organizzazione sotto la sua guida si infrangerà sia per l’alleanza dei suoi oppositori sia a causa del protagonismo eccessivo di Cutolo stesso, che culminerà nella trattativa tra servizi, Brigate rosse e Nuova camorra organizzata in occasione del sequestro Cirillo, e che porterà alla fine del tentativo cutoliano.

Così, la camorra giunge negli anni Novanta trasformata da una guerra interna che ne ha ridisegnato le strutture e in un territorio profondamente mutato in seguito alla ricostruzione post terremoto, che ne ha sconvolto anche il tessuto sociale.

La ’ndrangheta

La ’ndrangheta è l’organizzazione criminale calabrese.

Si differenzia dalle altre strutture mafiose per alcune caratteristiche particolari. L’organizzazione si basa esclusivamente sulla struttura familiare, ha una codificazione di regole e rituali molto complessa – che la rende simile ad una setta o a una società segreta – ed è dedita, a partire dagli anni Ottanta, al commercio mondiale della cocaina, con un controllo diretto e indiretto, che le frutta miliardi di euro all’anno. Dato il numero di affiliati è sicuramente la maggiore organizzazione mafiosa italiana.

I primi segnali della sua esistenza risalgono agli inizi del 1800. Già nei rapporti di polizia immediatamente successivi all’unificazione d’Italia vi sono segnalazioni dell’esistenza di bande criminali – con caratteristiche di setta – che operano a Reggio Calabria.

La ’ndrangheta ha un’origine non esclusivamente borghese e una base massificata di adepti. In Calabria, pur esistendo il latifondo, non si forma, a causa della povertà del territorio, quella classe di amministratori dei terreni agricoli (i gabellotti) dalla quale nascerà la mafia siciliana. Solamente in alcune zone limitate, come la Piana di Gioia Tauro, la ’ndrangheta dei primordi esercita un controllo dei mercati agricoli e della intermediazione della forza lavoro. Tutto il fenomeno criminale calabrese ha inizialmente caratteristiche locali, limitate territorialmente, ma con livelli di affiliazione estremamente elevati.

Negli anni Sessanta del secolo scorso aumentano gli investimenti dello Stato nel meridione, e ciò conduce al tentativo di tutte le organizzazioni mafiose d'inserirsi nei nodi istituzionali, dove avviene la distribuzione dei fondi statali. Per la ’ndrangheta la grande opportunità è la costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e poi il cosiddetto «Pacchetto Colombo», cioè i fondi destinati all’industrializzazione della regione devoluti in seguito alla rivolta di Reggio Calabria.

Lo sviluppo dell’attività edile prima e del commercio della cocaina poi, ambedue richiedenti notevoli capitali iniziali, obbliga la ’ndrangheta a una vera e propria accumulazione originaria tramite i sequestri di persona, che raggiungeranno una dimensione quasi industriale e termineranno solo negli anni Novanta.

La seconda guerra di ’ndrangheta (1985-1991) ha, almeno apparentemente, una sua ragione nella disputa sui territori destinati alle infrastrutture del ponte sullo stretto. Per altri versi, lo scontro nasce a causa della natura stessa della ’ndrangheta che non accetta il predominio di una determinata ’ndrina sulle altre. La guerra è dunque un tentativo di riequilibrio della struttura interna a scapito di una ’ndrina che aveva acquisito un eccessivo peso specifico all’interno dell’organizzazione. Il conflitto – che causa in sei anni mille morti – si conclude con la ristrutturazione dell’organizzazione criminale calabrese che, da qui in avanti, coordinerà le proprie azioni senza però l’esasperata centralizzazione verticistica di Cosa nostra. L’esigenza di una centralizzazione e di un contemporaneo equilibrio nasce anche dalla necessità di disporre di crescente liquidità, unificando le risorse di ’ndrine differenti, per lo sviluppo del traffico di cocaina che negli Novanta inizierà ad affermarsi a livello mondiale come il prodotto principale nel mercato degli stupefacenti.

Le mafie negli anni Novanta

Gli anni Novanta delle mafie, in prima istanza, richiamano alla mente il periodo stragista di Cosa nostra. Tale fenomeno terroristico-criminale si ricollega direttamente alla chiusura della fase storica della guerra fredda, allo scomparire dei tradizionali referenti politici della mafia siciliana e al venire meno, almeno in parte, di una certa tolleranza istituzionale nei confronti della mafia, che veniva precedentemente vista anche come garante dello status quo nell’isola. Inoltre, è possibile ipotizzare che i corleonesi, in quanto soggetto atipico nella storia delle mafie siciliane, fossero poco propensi ai compromessi insiti nell’agire politico.

I corleonesi, dopo aver sovvertito la mafia tradizionale, vanno dunque all’attacco dello Stato con lo scopo di chiudere in modo vincente il ciclo apertosi con il maxiprocesso (1986-1992). Apparentemente, Cosa nostra a trazione corleonese esce sconfitta da questa fase. Contemporaneamente però si definisce una nuova formulazione dell’agire mafioso, secondo alcuni, tollerata dallo Stato. In assenza del traffico di eroina, la nuova mafia riannoda le relazioni politiche con i soggetti politici emergenti, con l'obiettivo di inserirsi nei gangli della spesa pubblica regionale. Cosa nostra, dunque, si trasforma: in corrispondenza della trasformazione geopolitica dettata dall’esaurimento della guerra fredda, da garante dello status quo in Sicilia diviene il ben più modesto gestore del sistema di relazioni imprenditoriali e politiche che permettono l’assunzione del controllo di notevoli flussi di denaro pubblico e privato. In piena consonanza con lo spirito liberista dell’epoca, la mafia relega il suo agire politico a mero strumento in favore dell'arricchimento economico e finanziario. La mafia siciliana, come organizzazione criminale tradizionale, scompare, reinventandosi come soggetto produttivo.

Per quanto riguarda la camorra, nell’area del napoletano emerge un nuovo sistema che controlla un territorio totalmente rimodulato dalla ricostruzione post terremoto, la quale ha prodotto aree senza una pregressa socialità, senza strutture sociali e di servizi e con abitanti totalmente abbandonati a se stessi. In questo contesto, com’era facilmente prevedibile, la presenza criminale è riuscita a creare un tessuto in grado di legare la popolazione al territorio e il territorio all'accumulazione di denaro, fino al punto da mettere in produzione la terra stessa, le sue viscere, attraverso il business dello smaltimento dei rifiuti. Questo passaggio è in pieno accordo con il paradigma dominante dell’epoca, che pone il guadagno al centro dell'attività mafiosa. Contemporaneamente si assiste, nell’area urbana periferica, al totale fallimento dei tentativi di creare nuove formule di edilizia pubblica. L’intelligenza criminale è in grado di trasformare mostri architettonici in supermercati fortificati per il consumatore di droga. Egli non sarà più considerato un tossico, ma un cliente: non una piaga, ma una fonte di ritorno finanziario. Nelle aree periferiche di Napoli il fenomeno di trasformazione del territorio urbano in mercato procede di pari passo con lo smantellamento delle attività industriali. La presenza di una classe operaia politicamente attiva era stata un antidoto potente alla presenza criminale, ma, con la chiusura delle attività industriali, si afferma il passaggio diretto a un’economia illegale. Come scrive Francesco Barbagallo: «Lì dove c’erano fabbriche e operai si sono insediati agguerriti clan criminali». Inoltre, la deindustrializzazione paradossalmente apre le porte agli affari legati alla riconversione delle aree industriali dismesse, che forniranno notevoli ritorni in termini economici.

All’interno del sistema camorristico permane una guerriglia strisciante che riguarda la contesa tra bande rivali di spazi infinitamente piccoli del territorio, nel quadro di una vera e propria privatizzazione e spartizione di esso, dove ogni metro quadrato viene reso produttivo: dai parcheggi privatizzati agli spazi di vendita di merci contraffatte, dal tratto di marciapiede usato per lo spaccio a quello reso produttivo con la prostituzione. La concorrenza, anch’essa ben radicata nel paradigma dominante degli anni Novanta, in questi territori avrà forme estremamente violente.

Intanto la ’ndrangheta, al pari di Cosa nostra, tenta di rendersi gradualmente invisibile sul proprio territorio, cercando di inserirsi nei flussi di denaro pubblico, in particolare nel settore della sanità, spinta dal consolidarsi di un livello superiore all’interno della stessa organizzazione – la Santa – che è in grado di intessere relazioni con il mondo politico.

La ’ndrangheta – invisibile a occhi esterni sul proprio territorio – diventa nel corso degli anni Novanta uno dei principali attori nel quadro del commercio mondiale della cocaina.

Essa si globalizza, utilizzando talvolta anche le sedimentazioni realizzate dalle famiglie calabresi emigrate ben prima di molte aziende italiane, stabilendo delle teste di ponte nelle zone di produzione della cocaina, affermando la propria presenza nei principali porti di diversi continenti, creando reti di distribuzione, spesso anche esternalizzate ad altri soggetti criminali, e specializzandosi nell’investimento globale dei ricavi ottenuti, facendo crescere a dismisura il suo potere finanziario. Questo processo avviene nella totale ombra, poiché in quel periodo, per quanto possa sembrare paradossale, la ’ndrangheta non viene neppure considerata una mafia, ma il retaggio di un passato arcaico di sperduti paesi dell’Aspromonte i cui abitanti, secondo una visione razzista, non sono neppure in grado di condurre attività criminali moderne.

Un caso estremamente interessante, che si colloca all’interno degli anni Novanta, è quello delle organizzazioni criminali pugliesi. Esse riusciranno a controllare il traffico dei tabacchi esteri lavorati tra i paesi balcanici, in piena fase di transizione e addirittura di guerra civile, e l’Italia. In questi traffici saranno anche implicati a vario titolo esponenti governativi dei paesi balcanici, a testimonianza della capacità delle mafie d'inserirsi nei contesti in cambiamento.

La Puglia, fino agli Ottanta, veniva considerata una regione senza presenza mafiosa e tutt’oggi è difficile dire in modo univoco se le organizzazioni criminali locali siano state o siano mafie. Storicamente l’assenza di organizzazioni mafiose dal territorio pugliese è stata spiegata con l'assenza dei gabellotti, ovvero con la partecipazione diretta con funzioni direttive dei proprietari terrieri alle attività agricole, senza cioè quelle figure di mediazione da cui si formarono le strutture mafiose in Sicilia; inoltre, una significativa politicizzazione delle masse dei braccianti agiva da freno all’instaurarsi di relazioni di tipo mafioso.

L’attività di contrabbando con i paesi balcanici, fino all’inizio degli anni Ottanta, era svolta in forme locali non centralizzate, ma il tentativo cutoliano di assumerne il controllo provocò per reazione la nascita nel 1981 della Sacra corona unita. L’organizzazione, i cui componenti erano generalmente molto giovani ed inesperti, si ritrovò ben presto in una serie di faide interne che impedirono il suo costituirsi in soggetto egemone nel territorio pugliese. Negli anni Novanta, le varie organizzazioni criminali pugliesi, tra cui la stessa Sacra corona unita, crearono saldi legami in Albania e in Montenegro, assumendo addirittura il controllo diretto di almeno due importanti porti. La capacità del contrabbando di produrre reddito era tale che nel 1995 a Brindisi 5.000 famiglie, cioè almeno 20.000 persone, vivevano con i proventi di tali attività.

Anche il caso pugliese rientra nel modello di imprenditorialità dal basso generato dalle organizzazioni criminali, tipico di questa fase storica.

Le mafie come contropotere territoriale

La definizione giuridica di mafia implica sia un territorio specifico controllato in modo continuativo che la capacità di influenzare le decisioni politiche prese all’interno di esso. La mafia è quindi tale quando esercita un contropotere territoriale effettivo e continuativo, il quale non può esistere senza il consenso sociale.

Il radicarsi delle mafie nel territorio negli anni Novanta, come abbiamo visto, è legato alla capacità delle organizzazioni criminali di creare occupazione e reddito in forma diretta con, per esempio, le figure della manovalanza e dell’imprenditoria delle piazze di spaccio o della logistica delle organizzazioni dedite al contrabbando di massa. Inoltre, la crescita della loro disponibilità finanziaria ha permesso di creare occupazione anche nell’economia legale tramite investimenti, sempre a titolo d’esempio, in attività in campo commerciale o edile. Infine, a tutto ciò si aggiunge, la capacità di controllare le assunzioni e gli appalti nel settore pubblico.

La capacità delle mafie di produrre reddito in forme dirette e indirette non può essere slegata dalla stagnazione del Pil nel meridione che, tra il 1991 ed il 1996, rimane sostanzialmente immutato, e dalla scomparsa nello stesso periodo di 600.000 posti di lavoro. Dietro questi dati c’è anche una crescente polarizzazione dell’economia del Sud: ci sono aree di crescita e sviluppo e aree dove cresce invece solo la povertà. In sostanza, l’economia del meridione – per l’assenza totale di politiche di sviluppo statali – si trasforma, in alcune zone, in economia controllata dalle mafie. In alcune aree, tutta la struttura sociale rimane coesa solamente in virtù della presenza e attività mafiosa.

Le mafie negli anni Novanta, oltre a stabilire il suddetto contropotere territoriale effettivo nei loro luoghi di origine, realizzano anche una globalizzazione delle attività criminali, concependo il mondo intero come un unico mercato. In questo periodo, fatta eccezione per il sistema camorristico, non avranno più la necessità di esercitare una violenza aperta nei territori controllati, come testimoniano le statistiche sul numero degli omicidi, che dal 1991 inizieranno a calare. Gli equilibri interni alle organizzazioni sono stabili e dall’esterno ben pochi vogliono opporsi al potere criminale, così le mafie valutano di mantenere un basso profilo per ottenere un vantaggio per le proprie attività. Il loro interesse per la grande politica diminuisce gradualmente, virando verso la politica regionale e locale, lì dove in conseguenza del decentramento amministrativo vengono gestiti i fondi pubblici.

Gli anni Novanta portano quindi al formarsi di un mondo nuovo, dove si riscontra una compenetrazione di economia, crimine e politica che porta al superamento di ognuna di esse: economia di mercato, ma controllata da soggetti monopolistici; politica come esclusivo agire sui flussi di fondi pubblici indipendentemente dalle ideologie; e, infine, crimine che non necessità più di azione diretta violenta o illegale. È questo il campo dove agiscono le mafie del nuovo millennio.

Fonte

18/02/2021

Se ne va Cutolo, icona del rapporto camorra-politica

Con Raffaele Cutolo scompare una figura di indubbio carisma e una traiettoria criminale anomala, che dalla capacità di organizzare il carcere si faceva struttura di potere nella società.

Una singolare commistione tra accumulazione criminale e retorica “populista” che poteva prodursi in quella forma solo nella porosità degli anni ’70; capace di mescolare e sfruttare i linguaggi mainstream in modalità irrituali, spregiudicate e perfino “innovative” a partire da un uso spettacolare (e quindi ordinativo e verticistico) della violenza.

Fino a proporsi come il portavoce di un partito dei giovani armati, che in cambio della fedeltà garantiva ai suoi adepti un certo livello di identificazione e di tutela sociale e si faceva largo a spallate in un paese a democrazia bloccata e in un meridione dove nemmeno il ciclo di lotte e di rivolte di quegli anni aveva potuto rimettere in moto l’ascensore sociale.

Self made man che univa la retorica del prigioniero e quella del vincente, mito ambiguo e polivalente. Un megalomane di grande appeal mediatico, diventato nel tempo addirittura una figura della cultura pop, che ha accumulato però gravissime responsabilità verso la mia terra, dirottando in forme che hanno sfiorato la venerazione le istanze irrisolte di un intero pezzo di generazione di giovani proletari della provincia vesuviana (e non solo).

La sua parabola è in fondo la risposta patriarcale e clanistica a una grande questione politica irrisolta, capace di porsi come alternativa ai conflitti e alle tensioni sociali di quegli anni, canalizzandole in un’assurda mattanza che faceva infine centinaia di morti ammazzati per servire la sua ambizione e quella dei suoi rivali.

In un territorio subalterno, periferia dell’Italia fordista che usava come volano il sottosviluppo del sud e l’emigrazione interna, i processi di accumulazione di capitale tendono a sussumere le pratiche informali e usare la stessa criminalità organizzata come dispositivo di controllo e militarizzazione dell’illegalità di massa, distorcendone le pulsioni politiche e i processi di soggettivazione che pure si manifestavano in quella stagione.

Mentre una forma Stato post-coloniale e un ceto politico pervasivo e parassitario appaltano anche a strutture extralegali la stabilità del sistema e il governo delle relazioni sociali.

Nasce in quella stagione, dall’implosione del fenomeno cutoliano e dalla successiva ricalibrazione dei rapporti tra mafie e politica nel governo di un evento chiave come il terremoto del 1980, la cifra e la collocazione dell’economia campana nel modello dell’Italia post-fordista, caratterizzandosi come un’economia sempre più estrattiva ed aggressiva verso ambiente e territorio.

Al tempo stesso quest’uomo che ha fatto di se stesso un’icona ne ha pagato il prezzo, con 57 anni di carcere su 80 anni di vita e una detenzione protrattasi oltre ogni senso logico e civile, simbolo di un modello penale che proprio dietro forme di persecuzione afflittiva ed “esemplare” racconta per contrappasso inconfessabili (e stranote) commistioni.

Sullo sfondo di una notizia come quella di oggi c’è infine anche la storia di Mimmo Beneventano, giovane medico e militante comunista di Ottaviano (Napoli) ucciso dalla NCO di Raffaele Cutolo perché, da consigliere comunale, nella solitudine del suo stesso partito, provava a difendere l’interesse pubblico dalla sua torsione camorristica.

Fonte

08/06/2020

Veneto Connection

Affrontare l’affaire scaligero da un punto di vista meramente cronachistico e giudiziario, isolandolo dal contesto e dal modello di sviluppo veneto, è pura astrazione e rischia di corroborare ulteriormente la tossica narrazione razzista, leghista e autonomista per la quale la criminalità organizzata in Veneto sarebbe solo un corpo estraneo.

È ormai manifesta, in questa regione, l’integrazione tra interessi di frange dell’amministrazione, di molte Pmi, di figure professionali e della criminalità organizzata. La crescita esponenziale negli ultimi anni di reati quali riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e illeciti vari contro la pubblica amministrazione, con incrementi a due o tre cifre, attesta che la succitata integrazione è stata pienamente assimilata da una parte del tessuto economico del Nordest.

La vicenda scaligera non va quindi ascritta a fattori criminogeni occasionali, ma si inserisce in un contesto regionale fatto di zone grigie che nascono da interessi convergenti: un terreno di coltura ottimale per la criminalità organizzata.

Già nel 1994, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari manifestava crescente attenzione per la penetrazione diffusa della criminalità organizzata in territorio Veneto.

Evidentemente, la permeazione di tale fenomeno non ha incontrato molti ostacoli negli anni, se è vero che, in merito all’andamento della criminalità, nel 2019 “su base distrettuale [...] gli aumenti più consistenti in termini percentuali si sono registrati nelle notizie di reato in tema di criminalità organizzata (+32,00%), nei reati tributari (+31,69%), nei reati economici (comprensivi di falso in bilancio e bancarotte: +26,92%)”1.

L’operazione “Isola Scaligera” non è, quindi, un cataclisma episodico e improvviso, ma uno dei tanti tasselli di un sistema diffuso. A tal proposito, l’inchiesta che ha recentemente coinvolto il comune veneziano di Eraclea, fino a ipotizzarne lo scioglimento per mafia (ipotesi poi rigettata), è paradigmatica in quanto ha permesso di scoperchiare una trama complessa di relazioni e connivenze nella quale spiccava l’opera di mediazione di imprenditori e professionisti tra amministratori e cosche (a Eraclea operavano i Casalesi).

I fatti di Eraclea rappresentano la punta dell’iceberg di un tessuto economico altamente sviluppato e a intensa infiltrazione mafiosa, come dimostra la stagione di inchieste culminate nei maxi – processi veneti in corso.

Tornando a “Isola Scaligera”, la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha coordinato un’operazione che si è conclusa con provvedimenti di varia natura a carico di ventisei persone, sedici delle quali sono accusate di associazione mafiosa.

In realtà l’inchiesta coinvolge anche una serie di soggetti, indagati per reati differenti che vanno dal peculato per l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (all’epoca leon che magna el teron, ma che sembra aver perso i denti), alla turbativa d’asta per i dirigenti dell’Amia di Verona, municipalizzata che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.

A tal riguardo, all’ex presidente Amia, Andrea Miglioranzi2 (a suo tempo fedelissimo di Tosi e, più recentemente, militante di Fratelli d’Italia), e al direttore tecnico della stessa, Ennio Cozzolotto, viene contestato il reato di concorso esterno nell’associazione che fa capo ad Antonio Giardino.

Quest’ultimo, detto Totareddu, ha un “curriculum” di spessore, essendo legato al potente clan degli Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto. Giardino rappresenta un’altra attestazione probante del radicamento in Veneto della ‘ndrangheta che ha trovato, evidentemente, compiacenza e terreno fertile nel tessuto economico-amministrativo di questa regione.

A conferma di quanto l’intreccio fosse ramificato, vale la pena sottolineare come l’operazione abbia comportato il sequestro di 15 milioni di beni immobili e quote societarie, mentre i vari capi d’imputazione spaziano dalla truffa all’estorsione, dal riciclaggio al traffico di droga, dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, per arrivare al traffico di rifiuti, al trasferimento fraudolento di beni e alle fatture false.

In un quadro di questo tipo, il Veneto non può certo fregiarsi dell’appellativo di regione virtuosa, come pretende da decenni la retorica leghista, risfoderata in questi giorni dal “governatorissimo” Zaia. Questi, sulla scorta dei successi nella lotta al Covid-19 (la cui paternità è però rivendicata dal virologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti), spinge sempre più forte verso l’autonomia differenziata.

È evidente come la rappresentazione leghista del Veneto confligga con quanto emerge, sempre più spesso, dalla cronaca giudiziaria e non. Il Veneto, come mostrano i fatti, condivide col resto del paese la piaga di un sistema economico spesso criminogeno. Fingere di non comprendere che la collusione con gli interessi della criminalità organizzata non è il risultato di una darwiniana affermazione delle consorterie meridionali e dei loro boss, è mistificazione. Nel “virtuoso” Veneto, nascondere l’effetto calamitante reciproco del concorso di interessi tra una certa parte del tessuto socio-economico e la criminalità organizzata, è semplice falsificazione.

Il Veneto non è un’altra cosa.

Note:

1) https://www.corteappello.venezia.it/80015340278/news/hGm5oint_corteappellove_2019_completo.pdf

2) Neofascista veronese, è stato membro del Veneto Fronte Skinheads e dirigente di Fiamma Tricolore; ha fatto parte del gruppo nazi-rock “Gesta bellica” che suonava pezzi inneggianti a Erik Priebke e Rudolph Hess; è stato condannato a 3 mesi di carcere per istigazione all’odio razziale.

Fonte

08/09/2019

Calci a un bambino di 3 anni. Fermato il fratello di un “pentito” sotto protezione

L’episodio è del tipo che resta in testa a lungo. Fin dall’inizio era sembrato esserci “qualcosa di più” del semplice razzismo fascioleghista. Che un bambino di 3 anni si avvicini alla carrozzina del tuo è gesto troppo normale e tranquillo per motivare – “giustificare” è ovviamente impossibile – un gesto assurdo come il prenderlo a calci, in mezzo alla strada.

Poi le notizie si sono arricchite. Il tizio è il fratello di un camorrista pentito, sotto protezione della polizia con tutta la famiglia. E allora ti puoi solo immaginare – con qualche esperienza alle spalle è più facile – il groviglio di cazzate che abita una mente. Dal superomismo camorrista a quello poliziottesco, fatto di frequentazioni quotidiane e discorsi “complici” su quei poveracci – tutti noi, di qualsiasi colore e nazonalità – che dovremmo vivere solo abbassando la testa. Davanti a un mafioso o a una divisa, specie se racchiuse in una “crisi di identità” che le riassume entrambe.

Un “pentito” assume il punto di vista della repressione, diventa la punta di lancia delle indagini della magistratura; la scorta armata incrementa questo senso di “potere tutto”. Figuriamoci su un bambino di tre anni, colpevole di essere curioso e nero di pelle.

*****

Arrestato l’aggressore del bimbo preso a calci in strada a Cosenza

Ha un nome e un volto l’uomo che martedì scorso a Cosenza ha preso a calci un bambino marocchino di tre anni perché si era avvicinato al passeggino del figlio. Lui e la moglie sono stati individuati, fermati e denunciati a piede libero con l’accusa di lesioni personali aggravate. Al momento sono state diffuse solo le iniziali dei loro nominativi. Si tratta di T. D. di 22 anni e M. V. di 24.

Non si conoscono ancora le motivazioni che hanno spinto l’uomo a compiere un atto così folle e crudele. Gli inquirenti stanno cercando di capire se il gesto sia stato aggravato da istinti xenofobi. L’uomo non è cosentino. Fratello di un camorrista collaboratore di giustizia, si trovava a Cosenza in regime di protezione e nella giornata di ieri le autorità ne hanno disposto il trasferimento in altra località. Si è difeso negando qualsiasi movente razzista. Avrebbe agito in preda ad un raptus.

La storia è stata raccontata in anteprima da questo giornale. Il bimbo nordafricano era in compagnia dei due fratellini di 8 e 10 anni. La madre dei piccoli si era allontanata pochi minuti prima dai figli per recarsi in uno studio medico e ritirare dei certificati. Avvicinatisi al passeggino, i giovanissimi migranti hanno incontrato la reazione violenta del papà del neonato, che all’inizio li ha strattonati per poi sferrare un forte calcio nell’addome del più giovane. In difesa del bambino sono intervenuti diversi passanti, costringendo l’aggressore alla fuga e richiedendo l’intervento di un’ambulanza e della polizia. Trasportato in ospedale, il piccolo è stato medicato e dimesso dopo pochi minuti.

Rocambolesche le modalità con cui gli investigatori sono pervenuti all’identità della coppia. È stato uno dei tre fratelli, camminando per strada, a riconoscerli nel pomeriggio di venerdì. La madre dei bambini ha subito allertato la polizia. Giunti sul posto, gli agenti hanno identificato i due, procedendo poi con i riconoscimenti. Determinanti nelle indagini anche le numerose telecamere a circuito chiuso, presenti nella zona, ma soprattutto le testimonianze di alcuni dei passanti accorsi.

La più coraggiosa è stata una ragazza, Jennifer Castiglia, che dopo aver soccorso i tre fratellini, ha inseguito l’uomo col passeggino. Non riuscendo a raggiungerlo perché si è dileguato tra la folla che ogni sera riempie il corso principale, ha denunciato subito l’episodio dal suo profilo social, raccogliendo le testimonianze indignate di altri concittadini che avevano assistito alla terribile scena.

La famiglia del bambino vive in Italia dal 2003, abita in un centro a pochi chilometri dalla città. Intervistata dal manifesto, Sara, la mamma del piccolo, scarica la tensione di questi giorni. «Mentre ero in sala d’attesa, nello studio medico – spiega la signora – ho notato che i miei figli giocavano tra di loro. Per evitare che dessero fastidio agli altri pazienti, ho chiesto al più grandicello, che quest’anno frequenterà il primo anno di scuola superiore, di accompagnare i fratellini al bar all’angolo, per prendere un gelato. Pochi minuti dopo, quando sono uscita dallo studio medico, davanti ai miei occhi ho trovato il più piccolo dei miei figli, cianotico, a terra, che non riusciva a respirare, ed il fratellino maggiore con la manina al ginocchio, anch’esso contuso da un calcio. Intorno tante persone che urlavano e si agitavano. Da quella sera non riesco a dormire». La signora è riuscita a contattare Jennifer: «Ho voluto ringraziarla di persona. In quanto donna, mi sento meglio sapendo che in giro ci sono ragazze pronte a difendere i bambini».

Netta la condanna del sindaco Mario Occhiuto: «Qualsiasi sia il motivo, se di natura razzista o di cieca follia, certamente si tratta di un gesto gravissimo che non può trovare alcuna giustificazione né deve passare sottaciuto. Non possiamo assolutamente tollerare l’odio inconsulto e cruento, specie quando la vittima è un bimbo piccolissimo e specie se tale violenza si verifica a Cosenza, storicamente città di inclusione e accoglienza».

Sdegno e preoccupazione nel mondo dell’associazionismo cosentino. Da più parti arrivano accorati appelli alla mobilitazione civile contro l’intolleranza e a sostegno dei diritti dei bambini. «Ci siamo spesso mobilitati anche per meno – afferma Radio Ciroma in una nota –. L’episodio del bambino preso a calci nella storia di questa città è il più grave fatto di razzismo. Rimanere ancorati solo all’indignazione che si manifesta attraverso i social non basta. Chiamare a raccolta la Cosenza solidale diventa urgente. Usciamo dal virtuale. Concordiamo insieme un momento di mobilitazione, riempiamo Via Macallè di colori, seminiamo la cultura dell’integrazione, non facciamoci trascinare da questo pensiero intossicato».

Fonte

19/12/2018

Gls. Il caporale chiama la camorra per “mazzuolare” i facchini Usb

Ecco le prove dell’uso violento dei caporali contro i facchini di Usb in lotta.

Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.

Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.

#schiavimai.

E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...

Così, tanto perché si sappia

Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.

Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.

P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.

Fonte

24/11/2017

Teatri di guerra nella città ribelle

Il Sindaco ribelle, Luigi De Magistris, prometteva, tempo fa, lo stanziamento di un milione di euro per le piccole realtà teatrali cittadine – in costante affanno, se non proprio annegate – da distribuire mediante bando. A tutt’oggi, il bando non è ancora partito ma la somma si è già assottigliata, drasticamente e magicamente, a trecentomila euro circa. Settecentomila euro andati in fumo, dunque.

D’altro canto, a Napoli si aprirà, nella sede di quello che fu l’ex istituto per cadetti Nunziatella – a Pizzofalcone – la prima Scuola di Guerra Europea, voluta dall’Ue (e dalla Nato), frutto avvelenato del cosiddetto accordo Pesco (Politica Estera e Sicurezza Comune) siglato dai Ministri della Difesa della Comunità Europea. Insomma, Teatri di Guerra – per riprendere il titolo di un bel film di Martone, degli anni ’90 – anziché Teatri. La Cultura della Guerra, invece della Cultura contro la Guerra.

Come se non bastasse, tra gli antichi e stanchi vicoli di Partenope, la cultura camorristica ed il suo parto bastardo: quella guerra di camorra che, da sempre, insanguina le strade cittadine, per il controllo del business e degli affari, illeciti o leciti, con il coinvolgimento della borghesia imprenditoriale e dei gruppi di potere, le cui mani son diventate, nel tempo, tentacoli sulla nostra metropoli.

Guerra di camorra, cui fa da risonanza l’annesso rimando mediatico su scala planetaria, sotto forma di fiction, televisiva o letteraria, che ha trasformato Napoli da capoluogo culturale e città teatrale per antonomasia, a non luogo-mito di una moderna Gomorra. Biblica condanna per piaghe morali ed umano decadimento, che affliggerebbero una città – complessa, certo, ma non più di altre megalopoli contemporanee – il cui destino segnato sarebbe quello di finir distrutta dal fuoco divino.

Narcisistico compito assunto, da circa un decennio, da un auto proclamatosi padreterno di piccolo cabotaggio, come Saviano, o da altri Savonarola e fustigatori di turno, specie nordico-savoiardi o lombardo-veneti, cui non dispiacerebbe veder seppellita Napoli da ceneri e lapilli infernali.

Contraddizioni e ipocrisie ad impalcatura di un sistema, dunque, che condanna la guerra di strada, prodotto di distorti rapporti di forza e di produzione, nonché di perverse dinamiche classiste, figli e figlie del capitalismo selvaggio; che però accetta ed anzi promuove la guerra sul ben più ampio scacchiere internazionale, tra Stati, Popoli ed Imperi, a sancire un simulacro di democrazia che, invece, altro non rappresenta se non il sintomo più doloroso dello stesso morbo: il capitalismo finanziario. La guerra, insomma, a qualunque livello, come estensione naturale del Mercato.

Di fronte a tanta barbarie, solo un’arte e una cultura “clandestine”, e il teatro come ultima sacca di resistenza, possono/potrebbero creare, a nostro modesto parere, anticorpi sociali, intelligenze e tendenze di pensiero capaci di opporsi a questo atroce supermercato della morte.

A Napoli, però, le giunte susseguitesi nel tempo non sono riuscite a disegnare uno straccio di politica culturale, programmatica e seria, che non fosse quella dei grandi eventi, dispendiosi ma inutili, lasciando progressivamente morire proprio quelle piccole realtà “clandestine”, le sole capaci di ridare senso, in termini estetici e politici, ad un discorso teatrale ormai stagnante ed autoreferenziale. Passi per le giunte di destra, notoriamente estranee alla materia...

Ma l’Amministrazione De Magistris non fa certo eccezione. Circoscrivendo qui il discorso al solo ambito teatrale, Napoli Teatro Festival, Fondazione Campania dei Festival e Teatro Nazionale si muovono e si organizzano seguendo esclusivamente le logiche asfittiche e stritolanti del liberismo economico, secondo cui la quantità conta decisamente più della qualità. Il prodotto più dell’arte. Il profitto più della crescita civile e culturale dei cittadini.

E allora ben vengano le Scuole di Guerra, i cui prodotti – umani e militari – agiranno in teatri bellici per distruggere culture e civiltà diverse, nondimeno difendendo interessi e garantendo guadagni, seppur su corpi e bare. Mentre invece periscano pure i Teatri, la cui unica funzione, oramai, non è quella di parlare al pubblico e di far cultura, ma di riproporre, sui palchi, il linguaggio televisivo ed i suoi stereotipi, producendo profitto.

Eppure, una città che voglia considerarsi ribelle non può prescindere dall’elemento fondamentale per quella ribellione. Una controcultura, capace di attaccare alle fondamenta il sistema. Una cultura ribelle. A ben considerare, tuttavia, in questa triste e paradossale vicenda, fatta di compromessi, ripiegamenti strategici e riposizionamenti tattici, interni all’Amministrazione Comunale, lo slogan della Città Ribelle ci sta tutto, etimologicamente parlando s’intende.

Ribelle: da Re (di nuovo) e Bellum (Guerra). Che ricomincia la guerra.

La Giunta cittadina, dunque, composta anche da alcuni validi compagni, piega la testa alle logiche imperialistiche e guerrafondaie dell’Occidente, targato Usa. “L’Ombrello della Nato”, di berlingueriana memoria, evidentemente getta ancora molte, fredde e fosche ombre.

Fonte

19/09/2017

‘O sanghenapule non è chill ‘e Saviano

È andato in onda, domenica sera su Rai3, “Sanghenapule”. Spettacolo teatrale divenuto evento televisivo, “Sanghenapule” è stato registrato per Rai Cultura, dalla Sala Piccolo Teatro Studio Melato del Piccolo di Milano, che ha anche prodotto lo spettacolo. La regia scenica è del bacolese Mimmo Borrelli, i testi dello stesso Borrelli e di Roberto Saviano, che sono anche i protagonisti di questa orazione poetica e politica.

Più che sulla qualità di uno spettacolo senz’altro potente, almeno sul versante della poesia e della sonorità linguistica di Borrelli, voglio qui soffermarmi sulle ragioni di un’endiadi (Borrelli-Saviano) che trovo non solo ingiustificata – se non per ragioni di mercato – ma addirittura insopportabile.

Ho sempre amato la drammaturgia poetica, intrisa di amara e struggente violenza, carnale e densa di umori, dell’amico Mimmo Borrelli, per il quale ho scritto l’introduzione a un’antologia di poesia in lingue minoritarie, dal titolo “L’Italia a Pezzi” (edita, nel 2014, da Argo e curata da Christian Sinicco).

“‘A sciaveca” “‘Nzularchia” e “La Madre” sono spettacoli che ho recensito, cercando di restituire sempre le forti emozioni che mi avevano regalato. Proprio per questo non capisco la scelta di Mimmo di affiancarsi a Saviano. Cosa c’entri la scrittura di Borrelli, talvolta persino capace di accenti lirici, con la brutta prosa di Saviano e la sua sovraesposizione da personaggio mediatico, creato dal potere politico, non lo capisco.

Alcuni passaggi, devo confessare, mi hanno fatto letteralmente infuriare. Sulla bocca dell’ipergiustizialista Saviano, ad esempio, la citazione di Sacco e Vanzetti suona, mi sia consentito, come un affronto ed una beffa per chiunque creda in ideali anarchici o comunisti.

Non dimentichiamo, infatti, che questo ennesimo Savonarola, con i toni del moderno questurino, ha definito un uomo come Antonio Gramsci “un pedagogo di violenza”. Si è sempre schierato col potere giudiziario e poliziesco, trovando alloggio ai piani alti dell’editoria mainstream, progressista o reazionaria, a seconda dei casi e delle convenienze.

Per non parlare del suo speculare e lucrare sui mali di quella Napoli liminare ed emarginata, di cui non si preoccupa di approfondire le ragioni storico-culturali e/o politico-sociali, puntando solo ad affossarne dignità e senso civico, con la sua retorica manettara, la sua morale poliziesca e giudiziaria. Come se le sorti di una città fossero legate esclusivamente ad un “camorrismo” di genere, da fiction, per pure ragioni strumentali e lucrative; specie se la camorra, lo sottolineo ancora una volta, è male effettivo, purtroppo anche secolare, piaga di origine economica, storica, politica e sociale, che lo scrittore sta però trasformando in stigma antropologico.

E allora viene da chiedersi, quando sale su un palco a parlarci del 1799 e del sanfedismo, a che scopo lo faccia. Forse soltanto per marcare, possiamo dedurre, sempre più la differenza tra la borghesia illuminata d’allora e i reietti appartenenti al lumpenproletariat di oggi, avallando di fatto quel bieco antimeridionalismo un po’ razzista che contribuisce a formare, da tempo ormai, una parte rilevante del “senso comune” che avvelena questo paese, spingendolo sempre più a destra.

Insomma, sentire Saviano parlare del sangue di Napoli è come sentir dire da un fascista “W La Libertà”. Viene da chiedersi, immediatamente, quale sia il senso inconfessabile di quella parola, per lui.

Per farla breve, citando Nanni Moretti, le parole sono importanti ma soprattutto è fondamentale chi le pronuncia, specie in un teatro che vuole assumere una valenza civile e, quindi, politica. In bocca a Saviano alcune parole assumono irrimediabilmente l’amaro sapore dell’ambiguità. Inoltre, a mio avviso, Saviano è posseduto da una concezione borghese, classista, moralista e reazionaria della cultura. Una concezione che, personalmente, non posso che rifiutare. Una concezione e una visione che la poesia teatrale, dolente e materica di Borrelli, non ha mai contenuto. Almeno finora.

Fonte

20/06/2017

Stazione di Afragola. Inaugurata due settimane fa e già è stata chiusa

Era il 6 giugno. Ricordate il premier Gentiloni che in compagnia del ministro Delrio e del governatore della Campania De Luca tagliava il nastro ad inaugurare la fine dei lavori della “ stazione più bella d’Italia”? La porta del sud che avrebbe dovuto sgravare il traffico della stazione centrale di Napoli e collegare il nord con il sud. Quante belle parole da incidere nel marmo a imperitura memoria: “il riscatto del sud, l’Italia che riparte, l’Italia che funziona...”

Ecco: fatta l’inaugurazione a favore di stampa e telecamere la stazione è già chiusa.

Per una serie di concause. Ci piove dentro (incredibile ma vero a pochi giorni dall’apertura), i bar interni e i (pochi ) negozi aperti sono risultati tutti sprovvisti delle autorizzazioni necessarie, il parcheggio esterno è stato messo sotto sequestro dalla Magistratura, le norme di sicurezza carenti (mancanza di estintori, uscite di sicurezza non conformi alla legge, condizionatori mal funzionanti).

85 milioni spesi. Ottantacinque.

In più mettiamoci pure che sui terreni dove è sorta la stazione molto probabilmente sono stati interrati nei decenni passati i rifiuti tossici industriali provenienti dalle fabbriche del Nord Italia. Almeno a credere alle confessioni di Gaetano Vassallo del clan dei Casalesi.

E che la camorra abbia messo le mani su una serie di attività gravitanti intorno la stazione è cosa risaputa da tempo. Appalti, subappalti e licenze commerciali. Gli inquirenti rilasciano addirittura interviste alle televisioni locali su questo tema.

Alla vigilia del 6 giugno 3 morti ammazzati. Il più conosciuto delle vittime l’imprenditore Salvatore Caputo, nome chiacchierato da tempo di essere parte del temibile e spietato clan Moccia.

Altra considerazione: sotto Salerno non vi sono praticamente collegamenti ferroviari. La Lombardia da sola ha più tratti ferroviari dell’intero meridione d’Italia. Andare dal basso Tirreno al basso Adriatico è un’impresa. Da Napoli si fa molto prima ad arrivare a Milano che a Catanzaro.

Napoli (la città più grande del meridione) e Bari (la terza città del sud) non hanno un collegamento ferroviario diretto. Si va con i bus delle compagnie private. I soldi stanziati negli anni scorsi per costruire finalmente una linea tra le due grandi città sono stati dirottati sulla povera e disagiata Milano.

Cosa vogliamo dire con questo? Che è alquanto sospetto che uno stato che in tema di ferrovie spende l’80% del proprio budget per le ferrovie settentrionali decida poi di costruire “la più bella stazione d’Italia” ad Afragola, a 10 minuti da Napoli.

L’impressione è che la tav di Afragola sia la prebenda da dare a quell’imprenditoria meridionale solitamente predatoria, operante tra economia legale e illegale e che assicura però la pace sociale a dispetto della disoccupazione, della mancanza di servizi e della mancanza di infrastrutture. La cui influenza si espande per interi territori condizionando la vita sociale, politica ed economica di quei luoghi.

E’ notizia di oggi che l’Anm, l’azienda del trasporto pubblico napoletano, ha tagliato il proprio parco mezzi di 40 unità. Di un servizio di mobilità urbana già tra i più scadenti d’Europa.

Questa è la situazione dei trasporti al sud… tra nuove e scintillanti grandi opere e vecchie inefficienze e ruberie.

Fonte

29/05/2017

Di Tav si muore. La camorra uccide un manager a Napoli

Da giorni nell’area napoletana è in corso una nuova mattanza criminale. Omicidi e ferimenti si susseguono in ogni punto del territorio dell’area metropolitana con una sequenza rapsodica che ricorda i famigerati anni ’80, caratterizzati dalle grandi guerre di camorra.

Se si scorre la cronaca, però, colpisce che tra i morti di questi ultimi giorni ci sia un colletto bianco, un vero manager del sistema: Salvatore Caputo, 72 anni, ucciso in un agguato ad Afragola.

L’uomo, mai indagato seriamente – godeva anzi di una sentenza di assoluzione – era un imprenditore molto noto, con legami e relazioni ad ampio raggio. Si pregiava di acclarate aperture di credito in campo finanziario e bancario ed aveva interessi nell’edilizia e nell’agricoltura. Negli anni ’80/’90 aveva avuto un trascorso nella politica come assessore nell’allora Psdi (prima che questa formazione politica finisse travolta da Tangentopoli e dai processi politici che configurarono la fine della cosiddetta Prima Repubblica), poi formalmente più nulla sul versante della “politica”.

L’eco della sua esecuzione mortale è stato forte nella zona di Afragola/Cardito/Acerra dove permangono, tutt’ora, le radici e i centri di comando di alcuni clan storici della Camorra, ma è, comunque, riverberato nelle cronache giudiziarie dell’intera regione. Del resto, a parere della Direzione Distrettuale Antimafia alcuni pentiti indicavano in Caputo uno dei “sei senatori” che compongono la cupola che dirige il potente clan Moccia; un clan mai seriamente intaccato dalle inchieste penali e mai privato della sua notevole disponibilità di denaro che lo contraddistingue dalle altre “paranze”.

Abbiamo citato questo episodio, per i lettori Contropiano, perché – da quello che sta emergendo dalle prime indagini e da come la “vox populi” racconta – Salvatore Caputo era il terminale, il vero punto di connessione, di un collaudato intreccio di interessi affaristici, speculativi e criminali che ruotano attorno alla TAV e alla nuova stazione della linea dell’Alta Velocità, “La porta del Sud”, che il prossimo 6 giugno sarà inaugurata, nel territorio di Afragola, alla presenza di Paolo Gentiloni, dei vertici di Trenitalia e dei manager delle principali aziende che curano questo tipo di interventi legati al comparto delle “grandi opere”.

“La porta del Sud” è un opera faraonica, progettata dalla archistar iraniana Zaha Hadid, costata centinaia di milioni di Euro, spesso interrotta nella sua realizzazione per irregolarità varie, ma praticamente, almeno per il momento, poco funzionale per l’attuale stadio di funzionamento delle infrastrutture e dell’intermodalità ferroviaria attorno Napoli e dell’intero meridione d’Italia.

Tornando all’omicidio di Salvatore Caputo sembra che quest’ultimo, in vista dell’imminente apertura della nuova stazione ferroviaria, da alcuni mesi si stesse prodigando per l’assegnazione dei numerosi locali collocati nelle faraoniche gallerie commerciali de “La porta del Sud” e nei diversi comparti di contorno di quest’opera (gestione parcheggi, licenze taxi, opere viarie di collegamento e di interconnessione con la rete stradale, assegnazione della pubblicità). Una complessa azione di lottizzazione, compensazione ed equilibrio tra interessi dei clan della zona, tra gli appetiti dei settori della cosiddetta imprenditoria legale e dei centri politici variamente posizionati. Un lavorio che, evidentemente, non ha trovato una “sintesi” accettabile per alcuni dei vari soggetti impegnati, determinando infine la reazione violenta che lo ha condannato a morte.

Ancora una volta, quindi, attorno al mondo delle grandi opere – e della Tav in particolare – si squaderna il verminaio della speculazione, della grassazione e la pratica delle illegalità più pervasive e che si radicano subito negli habitat sociali circostanti. Questo paradigma è il filo conduttore che si riscontra in tanti casi specifici – oggi attorno a questa mega opera della Tav nel napoletano – ma che risulta chiaramente percepibile in ogni significativa iniziativa infrastrutturale di questa fase.

Il carattere criminale e criminogeno del capitale in questo paese, e dei suoi parossistici meccanismi di accumulazione e di valorizzazione, sono il segno maturo di un degrado delle attuali forme dello sviluppo delle forze produttive che non disdegnano – non l’hanno mai fatto – di coniugare sapientemente modalità dello sfruttamento, uso della politica borghese, implementazione degli affari e compenetrazione ed integrazione nelle pratiche camorristiche e mafiose. E non è un caso che questo stadio di integrazione tra dispositivi “legali” ed “illegali” delle forme della governance economica e produttiva avvenga non più solo a ridosso dei comparti marginali del mercato (droga e similari), ma direttamente nei punti alti degli investimenti pubblici, nella circolazione di capitali e delle merci e nelle loro sofisticate forme della riproduzione.

Il sangue e gli affari criminali di cui sono intrise le grandi opere – ad Afragola come altrove – sono il rovescio della medaglia di una gigantesca narrazione tossica, alimentata dai media della comunicazione deviante del capitale, che presenta queste realizzazioni come “indispensabili e moderne”.

Non a caso il governo Renzi, nell’ambito delle sue controriforme, aveva varato il decreto “Sblocca Italia” che ha consentito di velocizzare gli iter realizzativi di decine di interventi che stanno manomettendo l’ambiente, devastando il territorio, arricchendo – nel contempo – il sistema delle imprese e la criminalità. Una offensiva antidemocratica che sta calpestando, per davvero, ciò che residua degli strumenti di controllo delle “autonomie locali”.

L’opposizione alla corrente filosofia delle grandi opere, la lotta al blocco sociale del cemento e la difesa intransigente dei territori, si dimostrano sempre più necessari e indispensabili per difendere la nostra vita, le nostre terre e la qualità della democrazia; con buona pace di quei servi che – in nome di una funambolica “modernizzazione” a chiacchiere – sono complici con l’affarismo e con la criminalità “legale” ed “illegale”.

Fonte

27/04/2016

L’inchiesta su Graziano mostra di che pasta è fatto il Pd

Niente da fare. Per il Pd campano è notte fonda, nonostante il disperato sforzo di Renzi di “tirar su” la candidatura di Valeria Valente. La bufera diventa più violenta, abbattendosi sul segretario regionale del partito, nonché consigliere regionale, Stefano Graziano. È da ieri indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel pomeriggio di martedì 26 aprile ci sono state le perquisizioni dei carabinieri e della guardia di Finanza nelle due abitazioni del consigliere dem, a Roma e a Teverola (Caserta), oltre che negli uffici del Consiglio Regionale, proprio nel Centro Direzionale di Napoli.

In precedenza, Graziano era stato deputato per una legislatura, consulente dei governi Letta e Renzi, carica alla quale aveva poi rinunciato per la candidatura nelle ultime elezioni regionali. Le indagini che lo coinvolgono si collegano al filone di inchiesta che ha portato all’arresto di altre nove persone, per favoreggiamento del clan dei casalesi nell’assegnazione di alcuni appalti.

E’ proprio in occasione della tornata elettorale del maggio 2015 che, secondo gli inquirenti, Graziano avrebbe chiesto e ottenuto l’appoggio elettorale del “sistema” in cambio della sua elezione a consigliere. Secondo le ipotesi degli inquirenti, l’esponente PD sarebbe assurto a vero e proprio punto di riferimento politico e amministrativo del clan Zagaria, come emerge nelle intercettazioni tra l’ex-sindaco del comune di Santa Maria Capua Vetere, Biagio Di Muro, e l’imprenditore Alessandro Zagaria.

Quest’ultimo avrebbe ricoperto il ruolo di tramite tra l’omonimo clan e l’amministrazione casertana, con Di Muro e i suoi funzionari, finiti agli arresti per l’inchiesta riguardante l’assegnazione dell’appalto del Palazzo Teti Maffuccini, già confiscato al padre dell’ex-primo cittadino, situato nella città calena.

Graziano si sarebbe attivato (anche se tale circostanza non è illecita, secondo la DDA di Napoli) per favorire il finanziamento dei lavori di consolidamento dello storico immobile.

Il gruppo di imprese indagato, che si sarebbe assicurato il sostegno dei casalesi su un appalto dall’ammontare complessivo di 9 milioni di euro, è costituito dall’Archicons dell’ingegnere Guglielmo La Regina, che si occupava dei lavori, e dalla Lande Srl di Marco Cascella, vincitrice della gara.

Con le dimissioni di Graziano dal PD – ma curiosamente non dalla carica di consigliere regionale – si apre di fatto l’occasione di una ricostruzione della Gomorra interna al democratici campani, nonché del perverso intreccio di interessi che affligge localmente Santa Maria Capua Vetere.

Nicola Di Muro fu citato dal pentito Carmine Schiavone come referente sammaritano nel traffico dei rifiuti coi casalesi, e suo figlio Biagio, come dimostra il triste epilogo della sua amministrazione, non ha mai preso totalmente le distanze da ciò che nella politica locale ha rappresentato suo padre.

Ma al tempo stesso non si può non notare come questo dichiarato “neoliberismo del fare”, che sposta uomini, capitali, merci, sembra fatto su misura delle mafie che, come dimostrano le cronache giudiziarie ed economiche campane, si innervano e si ramificano in una Regione martoriata da un disastro su tutti i fronti: ecologico, sociale, morale, economico e politico.

Ad oggi si vede come lo strapotere della camorra in Campania, soprattutto in Terra di Lavoro, cresca di pari passo col processo, in atto, di smobilitazione industriale: nel recente passato la Siemens, proprio a Santa Maria Capua Vetere, la Texas Instruments di Aversa, oggi a Marcianise la Jabil e la Firema, dove si sta consumando il licenziamento di 160 lavoratori, nonostante le condizioni di lavoro disumane che hanno accettato pur di evitare la disoccupazione.

E’ allarmante come non ci sia almeno sdegno per la nascita di un nuovo paradigma economico fondato sullo smaltimento dei rifiuti, sull’edilizia, sull’urbanistica e sui colletti bianchi; un ordine garantito da manager che occupano ruoli chiave anche nei colossi industriali, e che talvolta hanno anche il coraggio (o forse la spudoratezza) di candidarsi a sindaci delle metropoli con liste che ospitavano personaggi in odore di mafia.

Fonte

26/04/2016

Napoli, the dark side of the moon

All’indomani degli ennesimi morti di camorra.

Nella serata di venerdì 22 aprile a Napoli – nel cuore del quartiere Sanità a poco meno di un chilometro dal centro antico cittadino zeppo di turisti e visitatori – un nuovo raid di morte ha lasciato sul terreno due corpi senza vita ed oltre 10 feriti.

Si dirà – a Napoli e nel resto del paese – che queste morti per le strade, praticamente in tutti i quartieri della città, non sono una novità ma una sommessa e ordinarietà che, non da poco tempo ma da lunghissimi anni, segna la vita della metropoli partenopea.

Pletore di sociologi, di criminologi, cordate di aspiranti Roberto Saviano in sedicesimo, giornaliste prefiche e spocchiose ed ogni altra genia di cosiddetti esperti – puntualmente ad ogni episodio criminoso che si produce – si accapigliano attorno alle proprie tesi interpretative di questa fenomenologia e si lanciano in azzardate, e spesso bizzarre, ricette presuntamente risolutive.

Dal governo, poi, arriva – scandita con gli abituali tempi mediatici e dell’interessata polemica politica verso l’amministrazione cittadina – sempre la stessa soluzione: la presenza dell’esercito nelle piazze, negli snodi stradali più importanti e il pattugliamento con i blindati Lince dei “quartieri a rischio”.

Naturalmente il risultato di questo oneroso impegno dell’esercito in funzione di ordine pubblico è pari allo zero. Una media ridicola che è sempre la stessa dal 1993 ossia da quando (in Campania ed in Sicilia) fu utilizzato per la prima volta l’esercito per le strade con simili funzioni. Una pratica, presentata come eccezionale, divenuta, con il trascorre del tempo, un dato ordinario ed immanente.

Il lato oscuro della città

L’ossessiva metrica dei morti ammazzati per le strade di Napoli e della sua area metropolitana e l’intero corollario di chiacchiere su nuove aggregazioni camorristiche, paranze criminali e funamboliche baby gang rappresentano – al di là della ipocrita esecrazione dei media sempre alla ricerca di scoop e di sensazionalismi – l’iceberg di una complessa situazione sociale che perniciosamente alligna e si riproduce costantemente in un ampio spettro della società napoletana.

I morti e l’intera gamma di violenza e vessazioni che si consumano quotidianamente non cadono dal cielo, non sono manifestazioni eccezionali in un quadro sociale stabile, non sono improvvisi squarci di terrore in un universo sereno ed armonioso.

Questa narrazione da operetta è bene lasciarla a coloro i quali analizzano le cronache o sulla scorta dei freddi mattinali questurini o con la perversa logica dello sguardo, attraverso il buco della serratura, su ampie zone della metropoli conosciute, magari, solo attraverso la notorietà delle serie televisive sulle varie Gomorre post/moderne ed americanizzate.

La realtà, quella vera, quella impastata con il dolore, il sangue ed il pesante male di vivere in un territorio dove tutto è negato – purtroppo – ci dice altro.

Analizzando i vari dati statistici a disposizione a proposito di alcuni fondamentali indicatori ed osservando la cartografia produttiva ed economica della città e della sua conurbazione territoriale si può – senza timore di essere smentiti – affermare che esiste un ampio 50% della popolazione cittadina che vive/sopravvive in una condizione di atomizzazione e di disgregazione al di fuori di qualsivoglia anelito associativo (politico, sociale, religioso, sportivo, culturale).

Le cifre sulla partecipazione alle elezioni, i dati sulla disoccupazione ed il lavoro nero, gli indici di povertà assoluta e relativa, l’espansione dell’economia e dei circuiti criminali, la diffusione degli stupefacenti, l’enorme evasione scolastica e tanti altri segnali ci mostrano ampie zone del territorio e, quindi, centinaia di migliaia di persone che vivono costantemente escluse da ogni ipotesi di “cittadinanza”.

E’ evidente, dunque, che quando la dimensione sociale della crisi e della frantumazione umana ed economica raggiunge simili proporzioni lo sviluppo del degrado, della violenza gratuita, della disumanizzazione della vita e delle relazioni societarie ha facile gioco conoscendo una generalizzazione, anche in settori sociali che fino ad un po’ di tempo fa erano impermeabili a simili fenomeni, senza precedenti.

Certo in molti quartieri sono attivi centri sociali ed associazioni indipendenti che si cimentano su molti problemi; la Chiesa, e più specificatamente l’attivismo di alcuni parroci di frontiera, sollecita la formazione di esperienze di solidarietà e di resistenza interessanti e partecipate.

Sul versante istituzionale possiamo dare atto che l’amministrazione di Luigi De Magistris, in un contesto di tagli alle spese sociali ad opera dell’azione degli esecutivi nazionali, ha concretizzato alcune scelte in direzione di una nuova politica e di una possibile rivitalizzazione di alcune aree della città definite “a rischio”.

Ma l’insieme di queste, per molti tratti generose, imprese collettive non riesce a tamponare la terribile vigenza di una emergenza criminale strutturale che insanguina la città.

Anzi, occorre prendere atto che non si intravedono, al momento, strategie politiche e pratiche in grado di delineare una efficace controtendenza che non si affidi, unicamente, all’azione di polizia e magistratura ma anche all’enuclearsi di veri e propri anticorpi sociali tra i giovani, tra i lavoratori, i settori popolari e nell’insieme della società cittadina.

Del resto le scarse reazioni a questi continui episodi criminali e criminogeni che, comunque, apprezziamo, valorizziamo e, per ciò che è possibile fare, sosteniamo spesso rifluiscono – in mancanza di una prospettiva chiara e duratura in grado di prospettare un orizzonte di mutamento e di trasformazione – in micro ghetti, in terreno di caccia per il cosiddetto privato/sociale che, di fatto, sostituisce l’indispensabile azione delle politiche istituzionali (istruzione, reddito, assistenza alla persone, diritto alla salute).

Riaccendere la luce sul lato oscuro di Napoli, sui suoi soggetti in carne ed ossa, sui tanti senza volto che animano le periferie deve essere l’obiettivo di una politica che allude – per davvero – al cambiamento, alla trasformazione ed, in definitiva, alla emancipazione dei soggetti sociali.

Una politica fatta di atti e provvedimenti che non può demagogicamente prefigurarsi solo o all’indomani delle stragi o, come in questo periodo, nelle chiacchiere in libertà della campagna elettorale.

Questo impegno non è un compito facile, non è un atto politico che si può fare con un semplice decreto normativo, non è una pratica che può improvvisarsi, considerato anche la vischiosità culturale e politica di alcune questioni.

Tali controindicazioni, per chi professa la centralità del conflitto e dei movimenti di lotta, non è una dichiarazione di facciata o formale.

Questa linea di condotta è – sicuramente – un impegno di lunga lena che deve, sapientemente, coniugare e connettere azione sociale, inchiesta sul campo, sperimentazioni organizzative e, soprattutto, uno stile di intervento non spocchioso ed elitario.

Questa difficile materia sociale, da conoscere, trattare e, se ci riusciamo, riconfigurare è il terreno vero su cui immaginare una stagione – forse anche con profili e modalità inedite – di insediamento profondo nelle pieghe della metropoli per disvelare e sconfiggere, finalmente, una produzione di morte e di lutti insopportabile ed inaccettabile a cui non intendiamo rassegnarci.

Fonte

08/04/2016

Il limite della vergogna non esiste per i Folli di Repubblica

Un giornale che ha inventato quel “capolavoro di democrazia” che si chiama Matteo Renzi. Che ogni giorno deve fare i salti carpiati sulle proprie stesse premesse per continuare a sostenere un governo composto da clan in guerra reciproca, senza alcun interesse per l’interesse pubblico. Che deve tacere o sminuire le cose più inguardabili che la classe dirigente e il suo stesso editore combinano. Un giornale così dovrebbe stare attento a quel che scrive e consigliare prudenza ai suoi opinion maker, gli stessi che hanno tessuto a lungo le lodi di questo o quel futuro premier, fin quando non si sono ritrovati costretti a mollarlo.

E invece no. Maramaldo si rivela quando, invece di fare le pulci al potere – secondo la lezione del giornalismo british – si dedica a infangare i deboli, i marginali, gli outsider.

Stefano Folli, firma famosa ma non per questo prestigiosa, su Repubblica di ieri, ha comunque sorpassato il limite dell’indecenza:
“I centri sociali, non sappiamo quanto infiltrati dalla camorra, si sono messi al servizio di un gioco politico distruttivo”.
Mr Folli dovrebbe sapere bene, visto il mestiere che fa, che la camorra e le mafie stanno sempre al governo, mai all’opposizione. Questione di affari, è notorio. Solo stando al governo – a Roma come nell’hinterland di qualsiasi città – si possono arraffare appalti, concessioni, nomine, finanziamenti di opere inutile o persino anche utili.

Folli sa, o dovrebbe ricordare, che alle primarie napoletane del Pd, la camorra ha appoggiato il candidato renziano doc, addirittura per sbarrare la strada a un ex amministratore non particolarmente “controcorrente” come Bassolino. Ci sono filmati che hanno fatto il giro d’Italia e dintorni, spammati anche dal suo stesso giornale. Difficile dimenticare…

Se dunque Folli si è abbassato fino al punto da infilare un’insinuazione gratuita dentro un discorsetto pro Renzi (e il commissariamento di Bagnoli), contro Luigi De Magistris e i Cinque Stelle, significa che di argomenti politici non ne sono rimasti. E’ un segno di crisi, oltre che di prepotenza. Niente altro.

Non sappiamo quanto il Pd sia infiltrato dalla camorra o da qualche altra mafia. Ma di sicuro ci sono molte inchieste, anche “arrivate a sentenza”, che stanno lì a dimostrarlo. Se Folli sapesse fare il mestiere di giornalista, anziché il trombettiere del governo, se ne sarebbe ricordato per tempo. E avrebbe intinto la penna in un altro veleno, ne siamo certi.

Così, invece, si rivela come un aspirante Maramaldo. Uno dei tanti che affollano le redazioni, neanche il più lucido.

Fonte

11/01/2016

Quarto. Un sindaco sull'orlo del dimissionamento obbligato

La povera Rosa Capuozzo, sindaco di Quarto eletta come candidata Cinque Stelle, è la vittima designata di un sistema di merda e della astrattezza politica di un movimento fondato su principi illusori.

Le ultime ore ci consegnano questo quadro: Beppe Grillo la invita anche lui alle dimissioni, dopo l'insolito e duro scontro tra maggiorenti della'”ala napoletana” del M5S, Di Maio e Fico, sulla base di un calcolo realistico del danno che la vicenda sta creando all'immagine pubblica del movimento.

Tutt'intorno la canea vociante dei corrotti e dei servi (esponenti di partito, media, scrittori di regime, ecc) che hanno il solito, unico, obiettivo: se proprio non si riesce a difendere i propri uomini (e tra Pd, Forza Italia e Lega, per restare ai principali, è ormai difficile dire chi abbia prodotto più delinquenti, spesso in associazione tra loro, come Mafia Capitale ha certificato) bisogna dimostrare che “sono tutti uguali”.

Dall'altra parte sembra arrivare al capolinea una subcultura politica semplicistica e facilona, che suddivideva il mondo tra una “kasta” rapace e “i cittadini”, senz'altra specificazione, considerati tutti e per principio buoni, onesti e consapevoli di quel che c'è da fare. La realtà dimostra a iosa che la “kasta” è effettivamente quella roba lì (tranne le solite eccezioni molto isolate, tanto che si fatica ormai a trovarle), ma “i cittadini” non sono affatto tutti uguali e “perbene”; e qual che c'è da fare dipende da molte cose, non risolvibili con un sondaggio tra gli iscritti (spesso pochissimi, a livello locale).

Ci sono le strutturali differenze di classe (ma a queste pensiamo ormai in pochi, anche se sono quelle principali), che davanti a qualsiasi problema politico o amministrativo generano risposte differenti in corrispondenza di interessi differenti o addirittura opposti. Per esempio, i servizi pubblici. “Li privatizziamo” gridano i “cittadini” che possiedono aziende o imprese commerciali (e anche qualche deficiente disinformato), convinti che il privato sia sempre più efficiente e onesto del “pubblico”. “Li liberiamo dagli amministratori corrotti, li rendiamo più efficienti e garantiamo diritti agli utenti”, si propongono quanti campano soltanto del proprio lavoro, quand'anche lo hanno.

Ma anche volendo far finta che la posizione sociale nella produzione sia ininfluente, restano comunque enormi differenze che l'ideologia grillina si è fin qui ben guardata dall'evidenziare. E così accade che in alcuni territori pezzi di società organizzata nella difesa di interessi a cavallo tra tra legale e criminale, di fronte al tracollo delle vecchie rappresentanze politiche, abbia scelto di non farsi scavalcare dai nuovi trionfatori, prima ancora del successo. A Quarto e a Gela, pur nella profonda diversità delle situazioni, questa società “infetta” (nella concezione ideale grillina) ha fatto di necessità virtù, infilando propri rappresentanti “immacolati”, dal punto di vista giudiziario, nelle liste elettorali del M5S.

Obiettivo facile, come notavamo altre volte, perché il meccanismo di selezione attraverso meetup e rete non può selezionare assolutamente nulla, tranne i registrati nel casellario giudiziale. Storia, idee, esperienze passate, collegamenti sociali virtuosi o indicibili, insomma tutto ciò che rientra nelle normali conoscenze che una collettività possiede per prassi quotidiana, viene tenuto fuori. Ma rientra sempre, e tanto più facilmente quanto più certi “pezzi di società” sono organizzati saldamente a difesa dei propri interessi.

Quella di ridurre la politica a semplice amministrazione delle opinioni maggioritarie è un'antica e pericolosa illusione. Che viene svelata – sempre – alla prima prova pratica.

Fonte

09/01/2016

Il "caso Quarto". Faccia tosta del Pd e i "bachi" dell'ideologia grillina

Il bue che dice cornuto all'asino è un classico del trasformismo italico, un modo d'essere connaturato al lato peggiore delle peggiori subculture di un paese allo sbando.

Non a caso è stata la reazione dell'intero Pd di fronte alla notizia insperata: un consigliere del Movimento 5 Stelle di Quarto – comune dell'interland napoletano commissariato nel recente passato per infiltrazioni della camorra – avrebbe ricevuto il voto delle famiglie camorristiche locali. Un fatto grave, che dimostra quanto determinati fenomeni siano radicati “nel popolo”, abbiano una “base di massa” certamente inquietante, capace di spostare pacchi di voti considerevoli, tale da non consentire risposte facili, “populiste”, ovvero semplificatrici.

I Cinque Stelle sono stati certamente dei campioni nella semplificazione dei problemi sociali e politici più complicati, tanto da ridurre quasi sempre la complessità a un binomio alquanto stupido: “onestà” contro “illegalità”. Ma che siano gli sgherri di Matteo Renzi a intonare ritmando “onestà, onestà” in faccia alla sindaca pentastellata Rosa Capuozzo, in effetti, fa gridare vendetta. Specie se ciò avviene nel giorno delle prime condanne per Mafia Capitale, a carico dell'ex assessore alla casa del Comune di Roma (Daniele Ozzimo) e dell'ex consigliere Massimo Caprari, entrambi esponenti di spicco del Pd romano.

Detto questo, resta il fatto: la “cultura politica” – diciamo così – del Movimento 5 Stelle non regge la prova dell'amministrazione concreta. Gli schematismi ideologici assunti come dogmi – “la rete”, “onestà”, ecc – vanno benissimo per conquistare il consenso elettorale in un paese squassato dal malessere sociale e privo di prospettive realistiche, con figure sociali che fanno fatica persino a riconoscere i propri interessi concreti (il lavoro dipendente di ogni ordine e grado o contratto, per esempio). Ma non servono a nulla quando bisogna fare qualcosa, realizzare programmi, assecondare alcuni interessi sociali bastonandone altri.

Beppe Grillo, in un raro momento di serietà, ha scritto ieri nel suo blog "A chi ha orecchie per intendere ribadiamo un concetto che per noi è scontato: i voti delle mafie ci fanno schifo. Le mafie da sempre tentano di salire sul carro del vincitore. Ci hanno provato anche con il M5S a Quarto e succederà anche in futuro".

Le mafie, le imprese, le banche, la finanza... tutte queste concrezioni di potere organizzato praticano da sempre lo stesso principio: salire sul carro del vincitore, se proprio non si è riusciti a far vincere il proprio rappresentante (il governo Renzi, per ora). Quindi occorrerebbe un movimento molto più consapevole della reale struttura sociale e di potere del paese per disegnare un progetto non solo “diverso”, ma realmente alternativo.

Per noi era scontato fin dall'inizio: se il tuo modo di selezionare dei “rappresentanti politici”, tanto per le elezioni politiche quanto per quelle amministrative, è quello dei meetup cui si può iscrivere chiunque, purché non sia pregiudicato o con un procedimento in corso, è inevitabile che si crei un "baco" che consente di ottenere due risultati negativi in un colpo solo: a) si perde la possibilità di impiegare soggetti validi, realmente fuori dagli intrighi di potere, ma che hanno pagato il loro pulitissimo attivismo sociale subendo denunce, fermi, perquisizioni, ecc; b) si lascia la porta aperta a tutti quei complici dei poteri più fetidi che hanno l'unica qualità di non essere ancora incappati in un'inchiesta.

Come a Quarto, insomma.

Fonte

08/09/2015

Self-destruction. Fermare le violenze a Napoli

Da qualche mese al centro di Napoli si spara. Nella maggior parte dei casi sparano i giovanissimi e muoiono i giovanissimi.

La scorsa notte è successa, tra tutte, la vicenda forse più inquietante. Gennaro, 17 anni,  freddato da uno dei  numerosi colpi di arma da fuoco  esplosi a caso nel mezzo del Rione Sanità. Gennaro è una vittima assolutamente innocente. Eppure ai giornali è bastata nient’altro che la sua provenienza per parlare immediatamente di lui come di un pregiudicato, lasciando intendere tutt’altra dinamica e infangando la sua giovane biografia già a poche ore dalla morte. Ancora stamattina, nonostante l’acclarata ricostruzione della dinamica, Studio Aperto si è inserito in questa narrazione menzognera, fomentandola.

Gennaro, nonostante la sua età, per il main stream è già solo un numero, l’ultimo morto che serve a convocare in prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza e a motivare probabilmente l’ennesima inutile calata dell’esercito sulla città.

Per noi però Gennaro non può essere un numero. Per questo a suo padre, storico attivista del movimento dei disoccupati organizzati che ha speso una vita in prima linea per l’emancipazione e la dignità dei subalterni di questa città, dobbiamo innanzitutto una ricostruzione di verità pubblica perché Gennaro non finisca dove aveva scelto di non stare.

Non è la prima volta che succede che la morte di un innocente venga fatta passare per altra cosa. E’ il quartiere di provenienza e la condizione sociale a determinare il grado di sospetto da volgere ai corpi senza vita e quando il quartiere è popolare quasi sempre non c’è appello. L’innocenza assoluta non esiste. Così Gennaro sta pagando per essere un giovanissimo abitante della Sanità, figlio sicuramente di un Dio minore di quello degli stessi pennivendoli che con superficialità lo hanno descritto come vittima di un agguato.

Che in questa città esistono due pesi, due misure, due registri e due modalità di allarme assai differenti è cosa nota. L’agenda della Napoli “per bene”, preoccupata della sicurezza, stabilisce le priorità in base a un ordine assolutamente arbitrario. Basti pensare a quanto rumore ha generato il raid di Piazza Bellini di qualche notte fa a fronte dell’uccisione del piccolo Gennaro, per il quale ancora nessuno ha speso una parola. Per alcuni politici che già si sfregano le mani in attesa della campagna elettorale, la questione più rilevante  pare essere semplicemente salvare il marciapiede buono dall’incursione dei “violenti”, come ci ha tenuto a definirli l’ex governatore Bassolino. Proprio lui, che tra città e regione ha governato questo territorio per vent’anni e che ha una quantità infinita di responsabilità nel peggioramento delle nostre condizioni di vita che dovrebbe indurlo a modificare il linguaggio o meglio a stare sapientemente in silenzio.

A noi, alla parte di città a cui non interessano condizioni e provenienze delle vittime di questa mattanza, spetta il compito di prendere parola e costruire la mobilitazione. Non ci sfugge che la vicenda di Gennaro merita la massima attenzione e che provando a contestualizzarla non bisogna correre noi stessi il rischio di confonderla con le altre storie, legate comunque a dinamiche di faida e micro-faida. Gennaro è comunque la vittima di una guerra. Una guerra strana perché per la prima volta non si combatte tra due grandi clan ma si esprime in una serie di conflitti molto più pulviscolari. Ogni guerra per, qualunque sia la sua forma, lascia sul terreno gli innocenti. Nessuna guerra purtroppo risparmia chi non c’entra.

E allora forse bisogna provare a fare un passo indietro, utile a connettere la morte di Gennaro, gli agguati continui tra ragazzini e l’inadeguatezza della  propaganda securitaria promossa dalla società civile.

Tanto per cominciare le guerre di camorra non sono mai un fenomeno inedito. Possono certamente cambiare le forme, le modalità con cui si danno i processi di accumulazione di profitto dell’economia illegale sui territori ma le guerre prima o poi arrivano.

La guerra è l’espressione della concorrenza nel libero mercato dell’informale e si combatte quasi esclusivamente nei luoghi controllati dall’imprenditoria armata.

Dunque se succedono sempre, ovunque ci sia un territorio sottoposto al ricatto del crimine organizzato, allora dovremmo interrogarci su che cosa sono in effetti queste fantomatiche faide se non un periodico riassestamento delle spartizioni del controllo territoriale, della governance che di volta in volta producono i cartelli criminali nella gestione del profitto. E soprattutto quanto sono funzionali anche alle clientele politiche del formale questi riassestamenti di cui la città “indignata” e “legale” nota solo l’estetica della brutalità. Da questa prospettiva la storia dei tanti e troppi giovanissimi che vengono reclutati sistematicamente dai clan e senza batter ciglio rischiano tutto, va affrontata seriamente, innanzitutto come questione sociale e non come espressione di un’anomalia metropolitana, segnata da una precisa stigmatizzazione antropologica. Nominarli Baby-padrini, boss-bambini o con altre stupide formulette come queste, non fa altro che allargare la distanza tra il fenomeno e la causa, non costruendo, in questo senso, alcuno spazio per la risposta. Piuttosto dopo anni di inutile militarizzazione, dopo la sperimentazione delle operazioni “alto impatto” fiancheggiate da indignazione a singhiozzo, possiamo tranquillamente ammettere che l’informale continua ad essere, in tutte le sue articolazioni, la prima voce dell’economia di alcuni quartieri. Soprattutto perché le richieste del mercato riguardano la città tutta, come racconta bene il caso della droga. L’economia illegale è parte della medesima fabbrica sociale di quella legale. Entrambe nella metropoli e per la metropoli producono merci, sfruttano forza lavoro, controllano e appagano il desiderio. L’illegale detiene l’egemonia sull’appagamento del proibito.

E se questo è il nodo, allora è evidente che non può esistere forma di risposta collettiva incisiva, mobilitazione delle coscienze efficace  che parta già con la pretesa di costruzione di un noi e di un loro, di una Napoli “per bene” e di una “per male”. A questa idea di città divisa, che non si preoccupa di tutta se stessa ma di sottrarre alla barbarie la sua parte migliore, andrebbe sostituito piuttosto un accorato appello da noi a noi, un grido che viene da dentro e che a chi è dentro chieda di interrompere questa follia fratricida funzionale sempre agli interessi degli oppressori.

Abbiamo bisogno di un appello largo e rapido, che contagi tutti e che coinvolga artisti, studenti ma soprattutto i guaglioni che abitano i quartieri coinvolti. Un appello che richiami allo spirito di quella canzone che nell’89 a New York una parte della scena rap scrisse per fermare le faide tra i neri e l’affermazione dell’etica gangsta. Self-destruction si chiamava il brano. Auto-distruzione, appunto. La stessa a cui ci sottoponiamo da sempre nelle strade di questa metropoli e che oggi ci porta a registrare giorno dopo giorno la scomparsa o il ferimento di ragazzi sempre più giovani a cui la magistratura adduce cinicamente curriculum criminali da boss sanguinari e che invece, senza quella fame di forca e galera, ci sembra più una immensa tragedia sociale. Per questo, sarebbe il caso che chi ha avuto rilevanti ruoli di governo di questi territori, invece che fare opinione sui fatti di cronaca, si assumesse la responsabilità di aver usato troppo spesso anche la marginalità sociale come terreno su cui lucrare e costruire clientele, lasciando di fatti i tantissimi quartieri popolari di questa complessa città in balia della solitudine e del ricatto del modello di sfruttamento criminale.

Per Gennaro, per suo padre e per la città, dobbiamo lavorare seriamente per costruire una mobilitazione contro i virus che generano i sintomi non una reazione ottusa alla sintomatologia punto e basta. Una mobilitazione per fermare l’auto-distruzione non per rigettarla nei vicoli poco lontani dal marciapiede buono. E’ necessario scendere in strada per arginare questa forma di oppressione e per pretendere la rottura dell’isolamento e della marginalizzazione economica di Napoli, perché solo l’arrivo di ingenti risorse destinate allo sviluppo dei territori e solo un’implementazione vera del welfare e delle possibilità di lavoro può interrompere per sempre la mattanza.

Fonte

19/04/2015

Campania: il caso Giugliano e la trasformazione/degenerazione del sistema PD

Giugliano la terza città della Campania per numero di abitanti il cui Comune è commissariato da circa due anni per infiltrazioni camorristiche si avvia verso l’elezione amministrativa del prossimo mese di maggio.
Giugliano è una città che è stata stuprata, violentata e devastata dal connubio politico-mafioso camorristico.
La sua terra negli ultimi trent’anni ha ingoiato in discariche “legali” ed “illegali”  tonnellate e tonnellate di rifiuti.

Rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia ed essenzialmente da siti industriali, pertanto altamente tossici e nocivi che stanno determinando con  l’avvelenamento della intera zona la crescita del tasso di mortalità della popolazione con un alto livello esponenziale.

Milioni di balle di rifiuti (definite eufemisticamente eco/balle) accatastate per accordo tra gruppi bancari ed imprenditori al fine di un business di accaparramento degli incentivi statali aspettano per essere incenerite un inceneritore che si vorrebbe costruire in spregio alla già avvenuta devastazione ambientale del territorio.

Tutto ciò mentre indagini parlamentari, con l’ausilio della procura di Napoli e di illustri geologi, hanno sentenziato che questa terra da qui a quarant’anni subirà la desertificazione completa, ovvero non avrà più vita. Un disastro che comporterà la compromissione totale ed irreversibile della falda acquifera.
Come se non bastasse il territorio di Giugliano ospita apparati ricetrasmittenti della Nato altamente inquinanti per l’emissione di onde elettromagnetiche che si somma al pericolo di rappresentare un bersaglio militare in possibili e attualissimi scenari di guerra.

Su tali problematiche le forze politiche in campo per le prossime elezioni comunali non mostrano alcuno approfondimento al fine di un vero dibattito nella città ma mostrano attraverso un aspro scontro tra soggetti e i loro aggregati affaristici e speculativi, una esigenza finalizzata esclusivamente ai fini della riperpetuazione di tali lobby.

Quest’ultimo aspetto, ovviamente, non sempre slegato alla rappresentanza di gruppi che per diversi aspetti si apprestano a ricontrollare la città dopo la pausa del commissariamento.

Purtroppo a Giugliano non emerge, seppure esiste in maniera diffusa, una soggettività politica che si assume il compito dello scontro a tutto campo con quanti si sono resi responsabili dello scempio giuglianese e che ancora attraverso le cronache di queste ultime settimane concorrono a mettere di nuovo le mani sulla città.

In questo quadro la vicenda Poziello (l’esponente del PD vincitore delle primarie e rinviato a giudizio per “associazione a delinquere”) fa implodere gli assetti precostituiti della politica giuglianese nell’affrontare la campagna elettorale.
Verso il nome di Antonio Poziello sono stati dirottati circa diecimila voti espressi. Già qui abbiamo un numero di voti che non giustificherebbe il reale potenziale elettorale del PD a Giugliano. C’è chi ipotizza una confluenza di voti di compagini elettoralistiche “diverse” verso un soggetto in grado di fare “sintesi”.

Ma con il vincitore delle primarie del PD in ogni caso comincia il balletto delle dichiarazioni, sia di soggetti individuali che di vari coaguli di cosiddette formazioni civiche per essere pronti ad apparentarsi per un possibile posto di rappresentanza della Casa Comunale. In tal caso non si escluderebbero riferimenti provenienti per conto di soggettività della destra giuglianese verso il disinvolto candidato del PD.

Ma proprio negli ultimi giorni arriva la tegola giudiziaria.
A Poziello viene notificato un provvedimento di rinvio a giudizio per associazione a delinquere per fatti risalenti al 2008 (un imbroglio ascrivibile alla realizzazione di Corsi di Formazione quando il buon Poziello era impegnato nello staff dell’Assessore Regionale al Lavoro dell’amministrazione di Bassolino) con una prima udienza fissata per il prossimo 15 maggio nel pieno della prossima campagna elettorale.

Tale “imprevisto” scompiglia il dato che si dava per certo: Antonio Poziello prossimo Sindaco di Giugliano. Una canea si agita pro e/o contro Poziello.

Da un lato supporters del circolo locale con attestati di stima e dall’altro lato, la posizione del riferimento parlamentare del Pd di Giugliano che si è posto in una dinamica di assoluto scontro fino alla decisione dell’annullamento delle primarie per ordine gerarchico del partito. Quest’ultimo provvedimento è commentato dal Poziello: “andrò avanti ad ogni costo”!

E’ iniziata, quindi, una ricomposizione di nuovi assetti elettoralistici con un apporto di uomini ed interessi provenienti dalla destra, pronti a nuovi e trasversali posizionamenti politici.
Ma il PD con il suo provvedimento “moralizzatore” può assurgere al compito di essere interprete della cosiddetta buona politica.

Il partito di Renzi è quello che attualmente sia a livello nazionale che in Campania ha il maggiore numero di propri esponenti indagati per malaffare?
E’ utile ricordare che solo nell’ambito della provincia di Napoli il PD ha indagati non solo a Giugliano ma anche a Pomigliano, ad Ercolano, a Castellamare e ad Ischia.

Inchieste diversificate dove non si escludono risvolti nazionali come nel caso di Ischia dove si palesa il coinvolgimento dei vertici nazionali del partito e della Lega delle Cooperative.
Sullo stesso candidato alla Presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca, pesa una condanna per abuso di ufficio.

La vicenda di Giugliano - non tanto riferita al caso specifico di Antonio Poziello ma alla specificità omologante della moderna rappresentanza della politica borghese - non costituisce un corpo estraneo all’interno delle modalità di funzionamento del sistema di potere e di comando.

Tale fenomenologia è parte integrante della degenerazione politica che assume aspetti sempre più drammatici ed antisociali.
Quello che si produce a Giugliano, come altrove, è direttamente conseguenza delle politiche di massacro sociale e di svolta autoritaria della società.

E non è un caso accidentale che ampi settori popolari a Giugliano, come in tutto il paese,  si allontanino sempre più dal protagonismo politico estraniandosi dal voto e dai processi di partecipazione ufficiali. Incoraggia, però, che a fronte di tale situazione generale, negli ultimi anni, abbiamo partecipato, attraverso varie forme di comitati e movimenti, ad una ripresa delle mobilitazioni e del conflitto su vari aspetti delle condizioni di vita e di lavoro dei settori popolari.

Fonte