Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/11/2025

Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa?

A scrutinio concluso per le tre tornate elettorali che hanno interessato le regioni Veneto, Campania e Puglia, si possono fare valutazioni più puntuali di quelle possibili ieri, sia perché i dati sono definitivi, sia perché indicazioni più generali è bene trarle a mente fredda. E il primo elemento da sottolineare è la portata dell’astensionismo, ma anche il precipitato politico.

Ieri e l’altroieri erano coinvolti oltre 12 milioni di aventi diritto, ma negli ultimi due mesi sono state sette le regioni a rinnovare i proprio organi. Tolta la Valle d’Aosta (che fa intorno ai 120 mila abitanti e vive dinamiche a sé, dovute pure allo statuto speciale), sono stati dunque circa 19 milioni gli italiani chiamati al voto.

Marche, Calabria, Toscana, e infine Veneto, Campania e Puglia. Una fetta importante dell’elettorato del nostro paese, che costituisce un campione rappresentativo dell’intera penisola, sia per provenienza geografica, sia estrazione sociale. E quello che emerge in maniera netta è che più di un italiano su due non vota più, senza eccezioni “locali”.

Controllando i dati su Eligendo o su siti affini, queste sono le percentuali dei votanti: Marche 50,01%; Calabria 43,15%; Toscana 47,73%; Veneto 44,65%; Campania 44,10%; Puglia 41,83%. Nella maggior parte delle regioni si sono perse percentuali a due cifre, fino al -16% in Veneto.

La metà della popolazione italiana non trova più alcun rappresentante politico: non parliamo più neanche di adesione “ideologica”, ma è lo stesso “voto di opinione” che ormai sta scomparendo, come hanno evidenziato persino alcuni politici o commentatori mainstream. Il popolo non ha più interesse a esprimere nemmeno un’opinione contingente, perché evidentemente lo ritiene inutile; lo scollamento tra classe politica e “rappresentati” appare irreversibile.

Ormai, a votare sono solo le consorterie, le filiere clientelari, quegli agglomerati sociali più o meno organizzati in soggetti portatori di interessi specifici, non generali, che trovano nei politici di turno (o più spesso in gruppi di potere che sono un “usato garantito”) la propria espressione.

Tutta la dimensione della rappresentanza politica si esaurisce ormai in una sorta di “voto di scambio” un po’ più generalizzato, ma che riguarda ad ogni modo solo una fetta minoritaria della popolazione. Gli interessi di tutti gli altri non hanno rappresentanza, come previsto da un sistema costruito per garantire “la stabilità” eliminando gli interessi – e i soggetti – “disturbanti”.

Questa consapevolezza pone interrogativi significativi anche a chi vuole organizzare un’alternativa indipendente, rompendo il “bipolarismo obbligato” che immobilizza lo scenario politico, dove a prendere davvero le decisioni sono i funzionari che gestiscono i vincoli esterni e interni a UE e NATO (ancora meno “contendibili” democraticamente di quelli che siedono in Parlamento e nei consigli regionali).

L’unica proposta in questo senso che è andata vicina a eleggere qualcuno, in queste tornate elettorali, è stata la lista Toscana Rossa, formata da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Possibile, dove pende peraltro un ricorso perché la candidata presidente ha superato la soglia di sbarramento al 5%, ma la lista l’ha solo sfiorata.

Bisogna però anche evidenziare che questa impasse sociale e politica non si risolve con le scorciatoie “legali”, neanche con una legge elettorale proporzionale. Se le condizioni generali rimangono le stesse, una riforma del genere porterebbe semmai a una polverizzazione della rappresentanza nei collegi eletti.

Senza poi dimenticare che non sempre le liste create intorno alle scadenze elettorali sono costruite da soggetti realmente “alternativi”, ossia con un’ipotesi fondata sull’indipendenza politica (anche dal “campo largo”) e sulla necessità della rottura con il quadro dei vincoli sopra accennato.

A ridosso delle mobilitazioni oceaniche che hanno attraversato il paese per settimane e settimane tra settembre e ottobre abbiamo scritto che si erano rotti gli argini della passività delle masse popolari. Che in milioni erano scesi in piazza, magari per la prima volta, e che lo hanno fatto non su di un interesse particolare, legato magari al proprio portafoglio, ma su di una questione certamente umanitaria come un genocidio, ma riguardante il posizionamento internazionale dell’Italia: una questione eminentemente politica.

Allo stesso tempo, anche queste elezioni dimostrano come tutte queste persone possono pure aver preso le strade, ma sono le stesse che ancora non sono spinte a mettere nero su bianco, con una croce, la propria approvazione a chi quelle piazze oceaniche le ha promosse e organizzate. Magari apprezzano il lavoro di alternative genuine e coerenti come quelle promosse da Potere al Popolo, ma non le vedono ancora come una rappresentanza credibile dei propri interessi politici.

Cosa rimane, dunque, alla fine di queste regionali? Abbiamo già detto che, se le condizioni rimangono immutate, non c’è una soluzione “facile”. Il tema per un’alternativa è allora quello di cambiare le condizioni, e questo può essere fatto solo con il lavoro paziente e di lungo respiro nel rapporto di massa con i settori popolari. Qualcosa che si sta già facendo, altrimenti quelle mobilitazioni di massa non ci sarebbe state, ma che ha i suoi tempi di maturazione.

In questo senso, va riportata la giusta posizione espressa da Giuliano Granato, candidato presidente di Campania Popolare. Intervistato dal Tg regionale, ha innanzitutto evidenziato che, anche se il risultato è ancora negativo, i dati di Potere al Popolo sono in crescita.

Ma non si è fermato alla fotografia dei numeri: ha ribadito che la forza di questa alternativa è il fatto che, già da oggi, sono di nuovo in piazza al fianco delle lotte, come quella degli ispettori del lavoro. “La battaglia elettorale è un pezzo”, ha specificato, “poi ci sono le battaglie della vita quotidiana, in cui saremo sempre presenti”.

Questa dichiarazione risponde proprio a quel “lavoro paziente” citato sopra. Che significa organizzare dal basso le persone, mantenendo una prospettiva generale di cambiamento della società. Significa anche costruire alleanze sociali sempre più solide, come quella che si è delineata tra studenti e lavoratori negli ultimi anni. Significa saldare questo nuovo blocco sociale e politico nelle piazze. Significa dare continuità a tali percorsi e indirizzarli contro il governo (ora Meloni, domani chissà).

Lo spazio per la politicizzazione dei vari interessi particolari, per un loro allineamento in un blocco sociale con una prospettiva politica più generale c’è: è dato dalla crisi economica ed egemonica, dalla mancanza di margini di trattativa, dall’incombere della guerra.

La loro organizzazione politica è un lavoro quotidiano che deve creare un nuovo “legame sentimentale”, che non è una presa di posizione emotiva ma, al contrario, l’auto-riconoscimento di far parte di un gruppo sociale, e che i suoi interessi sono rappresentati in maniera generale da un determinato schieramento politico. Su questa strada c’è molto da lavorare, ma c’è anche terreno fertile per farlo.

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24/11/2025

Italia - Elezioni regionali. Astensione record e continuità di potere

Un test elettorale nazionale probante – 12 milioni di aventi diritto al voto – si è trasformato nella conferma clamorosa del distacco ormai irrecuperabile tra “rappresentanza politica” e paese reale.

Tre regioni molto popolate hanno dato tutte un riscontro unanime, indipendentemente dalla collocazione meridionale o settentrionale: meno del 50%, con un aumento medio dell’astensionismo che supera il 14% rispetto a cinque anni fa.

Domani, a risultati definitivi, daremo un giudizio politico più articolato, tenendo conto della distribuzione del voto tra i vari partiti. Per noi, come sapete, ha molta importanza il risultato delle minicoalizioni guidate da Potere al Popolo in Puglia e Campania, anche con prospettive profondamente diverse per ragioni “legali”.

In Campania la soglia di sbarramento è fissata al 2,5% e dai primi “instant poll” non risulta impossibile, mentre in Puglia è all’8% ed era data per irraggiungibile già dagli stessi militanti che si sono spesi in questa corsa, perché l’obiettivo era, e sarà far crescere un’alternativa radicale ed indipendente dal “mondo politico” mainstream.

In Venete non era stata presentata nessuna lista, perché la presenza organizzata non è ancora sufficiente a provare un test di questo impegno (tra raccolta delle firme e capacità di attraversare il territorio con continuità).

Alle ore 16, comunque i dati forniti dagli istituti di rilevazione (ancora non c’è una sola sezione che abbia completato lo scrutinio e comunicati i risultati) sono questi:

Puglia:
Antonio Decaro (“campo largo”) 64-68%
Luigi Lobuono (centrodestra) 30-34%
Altri 1,5 – 2,5%

Campania:
Roberto Fico (“campo largo”) 56-60%
Edmondo Cirielli (centrodestra) 36-40%
Altri 3-5%

Veneto:
Alberto Stefani (centrodestra) 58-62%
Giovanni Manildo (“campo largo”) 32-36%
Altri 5-7%

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20/11/2024

Il day after delle elezioni. Destra alla resa dei conti, campo largo a misura del PD

In Emilia Romagna ha votato il 46,4% degli aventi diritto, in Umbria il 52,3%. Sono dati che confermano la tendenza ormai in atto. Ormai la “politica” deve fare i conti solo con metà della società, l’altra metà l’ha liquidata come opzione non meritoria di attenzione né di voto.

In questo bacino la competizione avviene tra i due blocchi principali – centrodestra e campo largo del centrosinistra – con scostamenti nei risultati spesso limitatissimi, talvolta legati alla credibilità dei candidati, altre volte alle “percezioni” della congiuntura, altre ancora alla qualità del messaggio pubblicitario, esattamente come un prodotto da banco su uno scaffale del supermercato.

Di fronte a questa strettoia tra astensionismo di massa e bipolarismo blindato, per chi ha in mente una alternativa sistemica e di rottura della gabbia restano poche opzioni. Rifugiarsi nell’astensione o provare a “fare guerriglia” negli interstizi di un meccanismo elettorale truccato.

Inevitabilmente c’è anche chi propone di arrendersi allo stato delle cose e legarsi ad uno dei due campi cercando di rosicchiare qualcosa come “voce critica”.

Ma a fare l’andatura e definire le priorità rimangono i capi bastone locali e le dirigenze centrali dei blocchi principali. Come ci documenta un passato fin troppo recente, alla fine si perde anche la funzione di voce critica e si viene assimilati/accomunati ai partiti principali perdendo ogni autonomia di azione e indipendenza politica.

È per questo che tra le opzioni possibili ci convince ancora quella della rottura possibile e di una alternativa dichiarata, anche in condizioni temporaneamente minoritarie.

Il candidato della lista alternativa Emilia Romagna Pace, Ambiente, Lavoro, ha preso l’1,9% a livello regionale ma ha superato il 3,4 a Bologna.

“Abbiamo fatto una campagna elettorale coraggiosa, in cui abbiamo portato i temi e le lotte al centro del dibattito, e vogliamo ringraziare tutte e tutti coloro che hanno usato il loro voto per dare un segnale che un’alternativa in questo “sistema Emilia-Romagna” c’è e si deve rafforzare” è il commento della lista Emilia Romagna Pace, Ambiente, Lavoro costituita da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano. “Nonostante non abbiamo raggiunto la soglia di sbarramento, il candidato presidente Federico Serra e alcune candidature di rottura hanno saputo raccogliere un consenso indicativo e molto superiore rispetto al nostro recente passato”.

Non è molto, ma se gestito bene, con lungimiranza politica ed estensione del radicamento sociale, non è neanche poco ci sentiamo di aggiungere. Del resto se valutiamo il mondo solo sulla base dei dati elettorali, questo è il bacino di influenza elettorale da anni della sinistra radicale comunque apparecchiata. Per i più anziani è come tornare ai tempi di Democrazia Proletaria, con la sola differenza che il sistema elettorale precedente anche con quei risultati assicurava la rappresentanza parlamentare o locale, adesso invece c’è spazio solo per i “pezzi grossi”.

I risultati delle elezioni regionali in due regioni storicamente “di sinistra” come Emilia Romagna e Umbria (la seconda perduta e riconquistata), ci consegnano un quadro politico che vede in maggiore difficoltà la destra piuttosto che il campo largo del centrosinistra.

I risultati sono stati severissimi con le due “variabili” nei due blocchi. Crolla il M5S (che però sul piano locale non è mai andato benissimo) e c’è una Lega fortemente indebolita a vantaggio di una Forza Italia rinvigorita. Forza Italia, gioisce per la costante crescita dei consensi. “Faremo valere il nostro status di secondo partito della coalizione, prendano sul serio le nostre istanze”, chiosano vari parlamentari del partito.

Nella coalizione di centro-destra Fratelli d’Italia (che continua a perdere voti ad ogni tornata elettorale, ndr) si prepara a far valere il proprio peso, con il rischio di un braccio di ferro a oltranza con la Lega sia a livello centrale che locale.

Per le prossime elezioni regionali in Veneto, ad esempio, la Lega non sembra disposta a cedere di un millimetro. “Il percorso per un candidato presidente della Lega è già iniziato”, afferma un deputato leghista del Nord-Est. Anche l’ipotesi della candidatura di Luca Zaia a sindaco di Venezia come contropartita non sembra soddisfare la Lega. E addirittura c’è chi ipotizza che “non è escluso che la Lega possa correre anche da sola”. Per Fratelli d’Italia un nome alternativo a Zaia ci sarebbe già, ed è quello di Luca de Carlo.

Nel campo largo del centrosinistra, il Pd non solo può rivendicare la “riconquista” dell’Umbria, ma anche il pieno di voti a discapito del M5S. Che per vincere in Umbria si sia dovuti ricorrere ad una sindaca democristiana, antiabortista, cattolica ma filo-israeliana, non sembra sconvolgere nessuno a sinistra.

Sullo sfondo del centrosinistra c’è poi la “rogna” del terzo mandato di De Luca per la regione Campania. Lo “sceriffo di Salerno” non intende mollare la presa per le elezioni regionali del prossimo anno, mentre il PD nazionale gli chiede di farsi da parte rischiando di perdere il governo regionale. È la resa dei conti tra “cacicchi” e nuova leadership piddina, una incognita di prima grandezza in un sistema che sui poteri e i potentati locali fonda molto del suo rapporto di “fidelizzazione” con la ormai metà dell’elettorato. Le elezioni regionali sono lì a dimostrarlo.

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19/11/2024

Elezioni regionali in Emilia Romagna: tra l’astensionismo e gli accordi del partito unico, si fa strada la voce di chi lotta

I risultati di queste elezioni ci danno una serie di conferme.

La prima è che una percentuale enorme di elettori di questa regione non si sente rappresentata dal partito unico della guerra, degli appalti, del cemento, dell’autonomia differenziata. L’astensionismo che supera il 52% è più che un sintomo: è un chiaro messaggio al sistema politico del bipolarismo contro il quale abbiamo lottato durante la campagna elettorale, il quale ci dice che il loro mondo non è più in grado di dare risposte alle centinaia di migliaia di cittadini che non sono andati a votare.

Con oltre 270.000 voti persi dalla coalizione e dal suo candidato presidente De Pascale, il quadro si conferma: il Patto per il Lavoro e per il Clima è crollato con le alluvioni, con gli omicidi sul lavoro, con la privatizzazione della sanità, con il sistema degli appalti.

Le prime parole che De Pascale ha detto subito dopo aver avuto la conferma dell’elezione, peraltro, sono molto indicative: mettere da parte le differenze e cominciare un vero dialogo con il governo per risollevare le sorti della regione colpita dal disastro climatico. La proposta è, ancora, la gestione commissariale in mano al Presidente. Un atteggiamento in assoluta continuità con il passato.

In questo quadro, però, vediamo con ottimismo il risultato ottenuto dalla nostra lista. Pur non essendo sufficiente ad assicurare un seggio che rappresentasse quanti abbiamo incontrato nelle lotte e in questa campagna elettorale, siamo in crescita rispetto alle liste a sinistra della coalizione del PD alle scorse regionali. Siamo l’unica lista, rispetto alla tornata precedente, ad aver aumentato non solo in termini percentuali ma anche in termini assoluti il consenso ricevuto.

Questo non vuol certo dire che abbiamo raggiunto un traguardo, ma ci dice che si aprono degli spazi possibili per l’alternativa, e su questa consapevolezza d’ora in poi dobbiamo e vogliamo lavorare!

Abbiamo fatto una campagna elettorale coraggiosa, in cui abbiamo portato i temi e le lotte al centro del dibattito, e vogliamo ringraziare tutte e tutti coloro che hanno usato il loro voto per dare un segnale che un’alternativa in questo “sistema Emilia-Romagna” c’è e si deve rafforzare. Nonostante non abbiamo raggiunto la soglia di sbarramento, il candidato presidente Federico Serra e alcune candidature di rottura hanno saputo raccogliere un consenso indicativo e molto superiore rispetto al nostro recente passato.

Per noi le elezioni sono un passaggio, che però ci indica la direzione. E la direzione è quella della lotta, della costruzione di legami con coloro che ogni giorno si impegnano per resistere al disastro ambientale, alla cementificazione, che si ribellano a salari da fame e allo sfruttamento, che rifiutano gli alibi dei tagli ai servizi pubblici che nascondono gli effetti dell’economia di guerra.

Non saremo dentro l’assemblea regionale, ma continueremo a fare opposizione nelle strade, e a costruire, giorno per giorno, un’alternativa al sistema politico, e un’alternativa di società.

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12/11/2024

Casa Pound. Una milizia al servizio di Salvini

Non si sono ancora stemperate le polemiche su quanto avvenuto sabato a Bologna, quando due cortei antifascisti hanno cercato di intercettare e contestare una manifestazione organizzata – in modo piuttosto anomalo – dai neofascisti di Casa Pound che nel capoluogo emiliano non ha certo un suo insediamento significativo. Non solo. I tartarugati, sul piano della presenza politica nelle piazze e nel paese, da anni erano quasi scomparsi dai radar. Si segnalano infatti solo la loro festa nazionale a Grosseto qualche mese fa e sette/otto flash mob in occasione del IV Novembre.

La prima domanda da farsi è infatti: perché Casa Pound voleva manifestare proprio a Bologna? La risposta più ovvia è perché domenica prossima in Emilia Romagna ci sono le elezioni regionali. Ma Casa Pound non si presenta alle elezioni. Nel 2019 aveva deciso di rinunciare alla esposizione elettorale in prima persona optando per l’entrismo nei partiti di destra più grossi, in particolare la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia.

Qui è là infatti sono spuntati candidati di Casa Pound nelle liste dei “fratelli maggiori”, con risultati evidenti come a L’Aquila o a Lucca, dove i neofascisti di Casa Pound hanno assunto cariche istituzionali di rilievo. Ma anche nel Lazio dove uno dei leader di Casa Pound, Mauro Antonini, si era candidato alle recenti elezioni regionali con la Lega. Per non parlare poi del sottosegretario leghista Durigon che voleva intestare un parco pubblico di Latina a Benito Mussolini.

La “relazione particolare” tra i neofascisti di Casa Pound e la Lega di Salvini è stata coltivata e cresciuta fino alle elezioni europee del 2019. In molti ricordano il corteo neofascista che entrava in Piazza del Popolo a Roma nella manifestazione di Salvini, oppure il comizio di Salvini al teatro Brancaccio apparecchiato e affollato dai tartarugati.

La foto del leader della Lega a cena con gli esponenti di Casa Pound ancora non è stata cancellata dalla psicostoria di orwelliana memoria.

Questa familiarità di Salvini con i neofascisti è stato anche uno dei motivi di rottura con il vecchio leader della Lega Umberto Bossi il quale – tra molti difetti – rimaneva però un convinto antifascista, tanto da fare a sportellate anche con il veronese Tosi, transitato poi in Forza Italia.

Dunque a Bologna che cosa ci facevano i neofascisti di Casa Pound – arrivati anche da Roma ed i cui esponenti capitolini sono ben visibili nei video – in una manifestazione convocata una settimana prima delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna?

Riteniamo che i neofascisti dovessero fare esattamente il lavoro sporco per Salvini che hanno fatto, così come avvenuto, magari anche con l’aiuto di qualche “manina” dall’alto che ha voluto a tutti i costi mantenere la loro manifestazione nel centro della città piuttosto che in una zona più defilata. Insomma Casa Pound è diventata una sorta di milizia privata per la Lega di Salvini.

La dovuta reazione degli antifascisti bolognesi alla provocazione del tandem Casa Pound/Salvini, ha visto immediatamente il leader leghista far salire i toni, costringendo tutti i suoi colleghi di governo a seguirlo sulla stessa linea e intestandosi la rappresentanza dell’anticomunismo nel secolo XXI.

Viene da domandarsi quale sia lo scopo di una campagna anticomunista in un paese in cui, purtroppo, i comunisti sono da quindici anni fuori dal Parlamento e frammentati in diversi partiti con prospettive politiche differenti. Insomma non proprio una “minaccia eversiva alla stabilità politica del paese”.

Eppure l’anticomunismo sembra essere ancora un tasto su cui la destra batte a fini propagandistici ed elettorali, mischiando fake news e lavoro sporco nelle piazze, ovviamente affidandolo ai neofascisti... e poi magari a questure e tribunali.

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29/09/2024

Cambiamento climatico, mancata manutenzione e cementificazione: le responsabilità di PD e destre nell’alluvione

A una settimana dalla nuova alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna dobbiamo prendere un attimo di respiro e fare un ragionamento complessivo su cosa sta succedendo.

Da subito siamo partiti da tutta la regione per andare a portare solidarietà attiva alle persone colpite, rimanendo colpiti ovviamente dalle condizioni di Traversara, in cui i muri delle case sono stati spaccati dalla forza dell’acqua, così come a vedere di nuovo sott’acqua le stesse zone e quartieri già alluvionati l’anno scorso, e che dopo 16 mesi devono ricominciare tutto da capo.

La forza e l’orgoglio che abbiamo visto l’anno scorso, in questi giorni le abbiamo viste sostituite da tanta rabbia emersa da praticamente tutte le persone: in 16 mesi nessuno ha fatto niente. Sabato si è formato un presidio a Budrio, domenica c’è stata una manifestazione spontanea a Faenza, per sabato prossimo ne è stata chiamata una dagli alluvionati della Val di Zena.

La rabbia è diretta a tutte le istituzioni: Governo e Regione per 16 mesi hanno condotto un balletto politico sui nostri territori, ma le responsabilità sono di entrambi. Da una parte, il governo Meloni, negazionista del cambiamento climatico nonostante le evidenze sempre più palesi, che ha messo su una struttura commissariale assolutamente fallimentare per fare arrivare i fondi dei ristori alle famiglie e alla ricostruzione.

Dall’altra, una Regione da sempre a guida PD, che nemmeno l’alluvione dell’anno scorso ha fatto ricredere sulle sue politiche di totale cementificazione: che il consumo di suolo fosse uno dei maggiori responsabili di queste alluvioni sta emergendo sempre di più da parte sia di urbanisti e geologi, sia della stessa classe politica.

La timida critica di Lepore alla legge regionale cosiddetta “contro il consumo di suolo” è però non solo tardiva, perché sono cinque anni che insieme alle associazioni ambientaliste denunciamo come quella legge abbia favorito il consumo di suolo, ma anche falsa e ipocrita, perché è grazie a quella legge che il sindaco di Bologna ha potuto varare piani di urbanizzazione estremi, così come De Pascale, ora candidato PD alla presidenza della regione, nel suo mandato e mezzo da sindaco di Ravenna ha reso la sua città quella con il maggior consumo di suolo in Italia, seconda solo a Roma.

Nel giro di qualche settimana uscirà il nuovo rapporto Ispra sul consumo di suolo nell’anno 2023, e potremo così vedere come anche nei territori maggiormente colpiti dell’alluvione si è continuato a cementificare, proprio grazie alle ulteriori deroghe che vennero fatte alla legge regionale. Pronta è stata comunque la risposta del capo Bonaccini: provate voi a fare di meglio.

Dobbiamo rompere con il partito unico del cemento. La nostra proposta è di un completo cambio di rotta sulla gestione ambientale e la messa in sicurezza del territorio. Da una parte, l’abolizione immediata della legge regionale 24/2017 per una vera legge di consumo zero (e non 3%) del territorio senza deroghe, da affiancare a una moratoria su tutte le nuove costruzioni sia edilizie che di infrastrutture, le grandi opere inutili e inquinanti.

Dall’altra, un piano di lungo termine di gestione del territorio, che significa non soltanto riparare i danni esistenti, ma allargare gli alvei dei fiumi, insieme e non alternativamente alla creazione di casse di espansione.

Cambiamento climatico e cementificazione stanno condannando l’Emilia-Romagna a un’emergenza perenne, dobbiamo cambiare rotta, che vuol dire anche impedire a chi ci governa di continuare su una strada che ci porta verso la distruzione.

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19/08/2024

Liguria - Tolto un Toti se ne fa un altro

Venerdì 26 luglio Toti si è dimesso dalla carica di governatore della Liguria dopo 80 giorni agli arresti domiciliari. Una decisione inevitabile che apre la strada alle elezioni anticipate; queste dimissioni, però, non portano solo alla fine dei nove anni dell’era Toti in regione, ma anche del “modello Liguria” tanto sostenuto dallo stesso Toti e dal sindaco di Genova Marco Bucci.

Le elezioni regionali liguri, insieme a quelle in Umbria ed Emilia-Romagna previste per l’autunno, saranno un banco di prova sia per la tenuta della coalizione di centro-destra, sia per il campo largo del centro-sinistra, che ha aperto le danze con la cosiddetta “via maestra”.

Risulta pertanto doveroso interrogarsi sul modello Liguria, gli interessi che difende, così da costruire un’alternativa reale che ribadisca una discontinuità verso un sistema che di certo non cambierà da solo: del resto, come diciamo dall’inizio, “tolto un Toti se ne fa un altro”.

L’inchiesta che ha portato alle dimissioni di Toti ha rivelato la corruzione di un sistema basato su interessi personali e privatistici di una classe politica e imprenditoriale marcia fino al midollo: sarebbe tuttavia sbagliato pensare che questa rete di scambi di favori e corruzione riguardi solamente il centro-destra, infatti, sarebbe ingenuo pensare che il centro-sinistra e il campo largo possano costituire una vera opzione di discontinuità con la gestione precedente, dal momento che sono anch’essi legati a doppio filo con il mondo imprenditoriale.

Non è un caso che sia stata proprio l’amministrazione Burlando (centro-sinistra) a spianare la strada alle politiche di privatizzazione e speculazione in Regione: pensiamo alla sanità, alla deindustrializzazione e alla turistificazione selvaggia subita dal territorio ligure. Inoltre, non dobbiamo assolutamente dimenticare il coinvolgimento dell’uomo ombra del PD, Vianello, nella maxi-inchiesta sulla corruzione ne’ gli incontri di Burlando e Sanna sullo yacht di Spinelli, o i sostegni economici sempre elargiti da quest’ultimo al PD.

Su questa scia si è mosso anche il Movimento 5stelle, che ha consolidato il centro-destra in Regione, nominando Bucci commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi e con il Decreto Genova, preso a modello dalla destra e diventato sinonimo di deroghe, nomine dirette, pochi controlli in nome di un’emergenza in realtà quotidiana, ormai usato in tutte le inutili infrastrutture.

Proprio per questi motivi, l’idea di appoggiare da sinistra il campo largo rende complici di un’operazione di maquillage e di legittimazione dei corresponsabili della situazione regionale e nazionale vigente; serve, invece, un progetto radicale di rottura con il ventennio Burlando-Toti, rimettendo finalmente al centro gli interessi della collettività, finora sacrificati sull’altare del profitto e del clientelismo.

Chiusura delle opportunità di profitto per la sanità privata, più aiuti ai giovani su stipendi (introducendo il salario minimo a 10€ in tutti gli affidamenti o bandi regionali) più soldi all’istruzione con un profondo riordino dei fondi sulla “formazione professionale” e misure che garantiscano la fine dell’invasione di turisti mentre prevedano iniziative culturali e musicali per chi è residente. La regione Liguria spende milioni in enti inutili come Alisa o l’ente regionale dei rifiuti e decine di milioni di euro in propaganda per Toti.

Le risorse da investire per i liguri ci sono, serve una proposta politica che le investa in modo strutturale e duraturo in beni e servizi per il benessere della regione.

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01/08/2024

Liguria: l’astensione sarà il convitato di pietra

Elettrici ed elettori liguri saranno chiamati alle urne entro il prossimo mese di ottobre in seguito alle dimissioni del Presidente coinvolto in una vicenda giudiziaria salita agli onori di tutte le cronache con il conseguente scioglimento del consiglio regionale.

Si tratterà di una prova molto significativa da un particolare punto di vista: quello della partecipazione al voto.

Non ci saranno rendite di posizione, considerata la situazione in atto.

L’elettorato ligure esce sfiancato da questa vicenda e l’Ente Regione rimane un oggetto misterioso per la gran parte di elettrici ed elettori anche perchè il principale (e quasi esaustivo) fattore di “ricasco pubblico” rimane quello della crisi della sanità pubblica attribuita (giustamente) al favore che la Regione riserva alla Sanità Privata.

La situazione particolare di Liguria elezioni 2024 porta però alla necessità di impostare una campagna elettorale imperniata su:

a) dagli atti fin qui portati avanti dall’autorità giudiziaria appare rilevarsi il profilo di un vero e proprio “sistema di potere” collocato ben al di fuori da un contesto di esercizio della responsabilità democratica. Le scelte fin qui compiute dal Presidente della Regione Liguria nel corso del suo mandato hanno avuto l’evidente destinazione proprio del consolidamento di questo sistema di potere attraverso scelte di carattere corporativo sia sul piano economico sia sul piano delle destinazioni territoriali (ultima in ordine di tempo ma non ultima per importanza quella della destinazione della nave rigassificatorice a Vado Ligure);

b) Abbiamo di fronte un caso “nazionale”. Per quanto descritto fin qui dalla Magistratura ci troviamo di fronte ad una faglia molto più sottile di quella classicamente rappresentata dalla dazione di tangenti che un tempo confluivano genericamente nello “scambio politico”: un filone del tutto interno al mutamento di indirizzo nella concezione di divisione del potere e di annullamento del confine tra pubblico e privato.

La maggioranza uscente in Regione Liguria ha tentato di giocare la carta di affiancamento della tecnocrazia con il populismo senza colore politico, cercando anche di portare questo schema secondo la magistratura comune anche ad altre amministrazioni locali a dimensione nazionale, ma il tentativo è fallito piuttosto miseramente e non soltanto a causa del consueto intervento “supplente” da parte dell’autorità giudiziaria.

Le elezioni saranno probabilmente decise dalla dimensione che assumerà la crescita del tasso di astensione che dovrebbe essere rivolto prevalentemente a destra: le forze del centro – sinistra chiamate a presentare un’alternativa dovranno cercare prima di tutto di chiamare a raccolta i propri sostenitori “storici” attraverso una definizione molto netta dell’impianto progettuale tra pubblico e privato (sanità/portualità) e nei riferimenti della dimensione territoriale tra Genova e il resto della Regione: è possibile nella situazione attuale della Liguria che la vittoria di una candidatura si determini “in discesa”, tra che perderà meno voti rispetto alla diserzione dalle urne che tenterà molti.

In ogni caso si tratterà di un passaggio di grande interesse per l’insieme del sistema politico italiano.

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11/03/2024

Abruzzo. Le elezioni confermano la presidenza al centro-destra

Dopo che per settimane il mainstream politico e mediatico gli aveva affidato un ruolo al di sopra della realtà, le elezioni regionali in Abruzzo hanno visto la riconferma di Marco Marsilio – candidato del centrodestra – alla guida della regione.

Un risultato ampiamente prevedibile che solo il circo delle illusioni poteva immaginare diverso. Le elezioni regionali sono tali, soprattutto se avvengono isolate da contesti politici più ampi, ragione per cui si può vincere in un territorio e perdere in un altro, soprattutto in una regione storicamente legata alla Dc nella Prima repubblica e al centro-destra nella seconda.

Marsilio ha vinto con il 53,42%. Lo sfidante Luciano D’Amico (centrosinistra) si è fermato al 46,58%. Marsilio ha ottenuto la sua vittoria nella provincia dell’Aquila, dove ha ottenuto il 61,14% dei voti. Più contenuto il suo risultato nelle altre province: Marsilio ottiene il 51,49% nella provincia di Pescara, il 51,26% nella provincia di Chieti mentre è sceso al 49,67% nella provincia di Teramo.

Anche in questa occasione bassa l’affluenza al voto in Abruzzo, pari al 52,2%.

Che la partita fosse complicata era chiaro già un mese fa, quando il distacco fra i due candidati era di circa venti punti percentuali. L’aver ridotto considerevolmente quel distacco può essere valutato come un risultato per il cosiddetto “campo largo” dell’opposizione.

Fratelli d’Italia si conferma come primo partito con il 24,05%. Nel 2019 aveva il 6,5%, alle politiche del 2022 però aveva ottenuto di più: il 27,9%. La Lega ottiene il 7,62%. Nel 2019 ebbe il 27,5%, nel 2022 l’8,1%.

Il Partito Democratico migliora sia rispetto alle precedenti regionali del 2019 sia rispetto alle politiche del 2022, passando dal 16 al 20,04 per cento.

Al contrario, i Cinque Stelle hanno visto quasi dimezzare il proprio consenso, fermandosi al 7 per cento.

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28/02/2024

La Sardegna morde Meloni

La Sardegna è l’Italia, certo. Ma prendere un ceffone di questa portata è comunque un problema per i fascisti di governo.

Detta in “elettoralese” – l’orribile linguaggio derivante da una logica priva di contenuti, dove conta solo “vincere” o “eleggere” non importa per fare che cosa – il centrodestra unito è riuscito a perdere contro il centrosinistra diviso.

E ci è riuscito nonostante abbia comunque preso circa la metà dei voti espressi (che sono a loro volta la metà degli aventi diritto; il dato forse più significativo di tutti).

Non che tra centrodestra e centrosinistra, anche in Sardegna, ci siano differenze politiche particolarmente importanti.

Questioni locali a parte (quali cordate affaristiche debbono avere la prevalenza e quali accontentarsi di farsi i fatti propri), sulle questioni chiave di questo momento storico – guerra in Ucraina, genocidio in Palestina, stagnazione economica, crollo dei salari e quindi dei consumi di massa, ecc.) – regna un indistinguibile silenzio. Oppure l’adesione pedissequa ai diktat dell’establishment euro-atlantico.

Alla fin fine l’unica “novità” rilevante è quella indicata dalla stessa Alessandra Todde – la cinquestelle vincitrice grazie al “campo largo” con il PD e frattaglie varie: “Sarò il primo presidente donna dell’isola“.

Il resto è effettivamente dimenticabile e impalpabile. A cominciare dall’incertezza totale sui consiglieri e la distribuzione dei 60 seggi nel consiglio regionale, grazie ad una legge elettorale (rigorosamente redatta in “autonomia differenziata”) che sembra fatta apposta per impedire di capirci qualcosa.

Il candidato con più voti diventa infatti governatore, anche se non arriva al 50%. È inoltre previsto un premio di maggioranza: se la coalizione supera il 40%, alle liste collegate vanno il 60% dei seggi, mentre se la coalizione che si piazza per prima ottiene tra il 25 e il 40% dei voti, è previsto un premio al 55%. Nessun premio, invece, al di sotto del 25%. Infine, ma non per importanza, la legge elettorale regionale impone un incostituzionale sbarramento al 10% che esclude qualsiasi rappresentanza al di sotto di questa soglia, escludendone così migliaia di elettori.

Un gioco di bussolotti che per ora garantisce soltanto la corsa alla richiesta di riconteggio dei voti, visto che la differenza con il candidato meloniano – il sindaco di Cagliari, Truzzu – è meno di 3.000 schede.

Ma sono tutti problemi di dettaglio. Il fatto politico vero è che stavolta Giorgia Meloni ha dimostrato di non avere alcun “tocco magico”. Anzi...

È noto che era stata lei a pretendere un “riequilibrio” interno alla maggioranza, imponendo il “suo” candidato anche a costo di bruciare il governatore uscente – il peraltro pessimo Solinas – “in quota” Lega ma esponente del Partito Sardo d’Azione.

Ed è quindi ovvio che la sconfitta è tutta sua, anche se facilitata dal “fuoco amico” che ha utilizzato il “voto disgiunto” (si può votare un candidato presidente e contemporaneamente una lista che non lo appoggia) per affondare il delfino locale della “presidente del consiglio”.

Ma era altrettanto ovvio e certo che quella imposizione dettata dall’ottusità con cui si interpretano i “rapporti di forza” all’interno della maggioranza – Fratelli d’Italia poco sotto il 30%, Lega e residui berlusconiani sempre sotto il 10 – avrebbe sollevato più risentimenti del sopportabile.

Si chiude quindi malissimo la “settimana horribilis” della “straccivendola” (copyright di Vincenzo De Luca, com’è noto), che aveva già inciampato pesantemente sulle manganellate a pioggia contro studenti minorenni e palesemente pacifici (a volto scoperto, senza alcuno “strumento atto ad offendere” né protezioni difensive).

È presto per dire che qui comincia la valanga che porterà i fascisti di governo a deragliare. Di fronte hanno il nulla del centrosinistra, che – a parte lo sbandieramento di qualche diritto civile a costo zero – non ha prodotto sin qui alcuna differenza apprezzabile sui temi fondamentali (dalla guerra ai diritti sociali e sindacali).

Ma hanno davanti anche il 50% di astenuti. Una crescita del malcontento sordo e rancoroso, senza prospettive immediate (i “movimenti antagonisti” sono per ora troppo poca cosa, e con idee ancora vaghe), ma dilagante ad ogni tornata elettorale.

Si capisce dunque facilmente perché questo governo affronti l’opposizione di piazza con tanta ferocia. Teme che qualche idea “diversa” venga fatta propria da una massa delusa da tutti.

E quindi prova a vietare di pensare: non si può dire la parola “genocidio”, non si può manifestare in difesa della popolazione palestinese, non si può chiedere di fermare l’invio di armi ai nazisti ucraini, non si può chiedere un salario che consenta di vivere, non si può scioperare per ottenerlo, ecc.

Ma un potere così anelastico è fragile come il cristallo. Rischia di andare in pezzi ad ogni vibrazione.

Lo sanno. Ma non sanno fare altro che irrigidirsi ancora di più. Ed è quando cominciano a mordersi tra di loro che le vibrazioni si fanno più forti e potenzialmente invalidanti.

Aumentare le occasioni perché entrino in risonanza, scuotendo il Palazzo, è giusto e necessario. Non semplice, certo, ma si può fare.

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14/02/2023

L’invasione delle faccette nere

Se in Lombardia ha votato solo il 41,68 per cento degli aventi diritto e nel Lazio appena il 37,20, chi ha vinto e cosa ha vinto?

Ha vinto la smania del potere, per acchiappare posti di comando, non di governo regionale, per il semplice motivo che non ne ha autorevolezza, non ha ricevuto un mandato sufficientemente democratico. Non sarà il governo della cosa pubblica, ma il potere di tutela degli interessi lobbistici, oligarchici e corporativi, che è esattamente la cifra politica dell’attuale governo nazionale.

La destra si sentirà autorizzata a infestare enti regionali e a favorire appalti e subappalti per rafforzare il proprio potere, basato sul trucco delle percentuali e non sull’effettivo largo consenso, che i numeri assolutamente gli negano.

Quanto alla cosiddetta opposizione, la sconfitta è più che concreta: confrontate con i numeri reali, le percentuali sono sbriciolate in numeri risibili.

La democrazia rappresentativa non rappresenta che una minoranza. Il sistema politico è collassato. Il governo centrale e quello delle due più importanti regioni italiane hanno perso l’ancoraggio con la realtà sociale.

L’astensione non è stata una rinuncia, è una vera e propria sentenza di condanna senza appello, pronunciata dai ceti sociali penalizzati dalla pandemia prima e ora dall’inflazione prodotta dalla guerra.

Ci aspetta una lunga stagione di rabbia e rancore, non più controllabile né dalla debolezza programmatica, oltre che di leadership del PD; né dai 5S, che hanno creduto nella rendita di posizione e giocando di rimessa, ci hanno clamorosamente rimesso; men che meno dal cosiddetto terzo polo cui il ceto medio ha letteralmente e definitivamente girato le spalle.

Il partito di Meloni non ne esce più forte, solo più vorace: in Lombardia e nel Lazio piazzerà più fedelissimi in regione, di quelli più graditi ai palazzinari e ai ras della Sanità, alle camarille neocorporative.

Così la faglia tra ceti sociali si allargherà ancora, la coesione sociale verrà compromessa, i principi della democrazia verranno piegati agli interessi oligarchici: già oggi la distanza tra i poteri e la vita collettiva si è irrigidita, è diventata fastidio, disapprovazione, repulsa.

Per chi voglia mettere mano a una alternativa credibile per un cambio di prospettiva, c’è un vero e profondo lavoro politico da mettere in campo.

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Un popolo senza politica

Se ci sono mai state delle elezioni chiare, queste si sono palesate nell’ultimo weekend. Meno del 40% degli aventi diritto ha esercitato quella facoltà. Significa, detto brutalmente, che quasi i due terzi della popolazione adulta ritengono ormai superfluo partecipare a questo rito.

Per manifesta inutilità.

Sulle ragioni di questo distacco tra popolo e “politica” si possono ascoltare molte “narrazioni” diverse, ma nessuna analisi politica e sociale. Perché uno sforzo serio di analisi porterebbe piuttosto velocemente alla conclusione inevitabile: cosa voto a fare se non serve a cambiare qualcosa?

Sia detto pacatamente: questa impossibilità di cambiare con il voto le scelte politiche implica la delegittimazione radicale dell’assetto istituzionale che continuiamo perversamente a chiamare “democrazia parlamentare”.

In quello schema, ormai puramente teorico, i più vari interessi e bisogni della popolazione vengono “rappresentati” da forze politiche che, in ragione dei voti presi e quindi dei seggi conquistati (a qualsiasi livello istituzionale), traducono quegli interessi in leggi, decreti, ordinanze, misure amministrative.

Così non è più. Ormai da decenni, ammesso e non concesso che sia mai stato integralmente vero. Anche nel passato remoto quella “traduzione” era difficile, contrastata, mediata, ostacolata da interessi potenti, intoccabili ed indicibili (alleanze internazionali e poteri economici, in primis).

Ma in qualche misura, con una fortissima spinta conflittuale e al prezzo di molto sangue, qualcosa poteva essere effettivamente cambiato. È la storia dello Statuto dei lavoratori, della sanità pubblica, del diritto al divorzio e all’aborto, alla pensione in età umanamente accettabile, ecc.

Poi il meccanismo è stato interrotto. Per decisione presa fuori e sopra i livelli istituzionali condizionabili con il voto popolare. Gli accordi di Maastricht e l’operazione “Mani pulite” sono stati contemporanei.

I primi sottraevano agli Stati – e dunque ai Parlamenti – il potere di decidere sulle politiche di bilancio (ossia sull’utilizzo della ricchezza prodotta). La seconda eliminava i partiti nati nel dopoguerra, certamente divorati dalla corruzione, ma altrettanto certamente “orientati” a visioni di società tra loro differenti, in corrispondenza di interessi sociali diversi.

Poi è stato tutto un “fluire” verso identità indeterminate e “narrazioni” orientate dai sondaggi, mentre gli interessi scomparivano schiacciati da politiche economiche sempre determinate da istituzioni sovranazionali inarrivabili, tanto dal voto quanto dalle manifestazioni fisiche del dissenso di massa.

L’astensionismo è andato crescendo su quest’onda di qualunquismo istituzionale. Se chiunque vinca farà le stesse cose – demolire le pensioni, la sanità pubblica, scuola e università, fino a benedire di nuovo la guerra – a che serve votare?

L’oggetto del contendere politico è diventato “minimo”. C’è chi vota per ragioni clientelari, chi per ragioni corporative, ma sempre meno per ragioni politiche generali. Lo smarrimento dell’identità fondata su un interesse sociale chiaro lo si può misurare su quegli operai che votano a destra non perché credano che questa farà qualcosa di positivo su salari e pensioni, ma magari solo per cacciare migranti o rom dai loro quartieri abbandonati al degrado da quegli stessi poteri che ora vengono invocati come “giustizieri”.

La “tenuta sociale”, una volta eliminate le politiche di welfare, viene subappaltata alle polizie. E c’è pure qualche imbecille che si ritiene “di sinistra” che plaude al ristabilimento dell’”ordine”...

Politica e società non si parlano più, perché la scelta (l’essenza di qualsiasi politica) è sottratta a monte. Il voto non cambia nulla, dunque non serve. O meglio: serve a chi ha qualcosa da chiedere e ottenere in cambio, purché rigorosamente di basso livello (una concessione, un appalto, un condono, uno sconto fiscale, un lavoretto, ecc).

Che la destra post-fascista – o dichiaratamente nostalgica – vinca in queste condizioni è “normale”. Se non c’è altro da sperare che mantenere privilegi minimi, beh, un manganello torna più utile che un diritto sociale. E quelli “civili”, è comprovato, interessano davvero solo i diretti interessati, più qualche anima ancora non corrotta. Ma che non fa massa critica...

Qui, naturalmente, non si sta argomentando a favore dell’astensionismo sistematico. Si sta prendendo atto che questo gioco non solo è “truccato” (tutti i tg e i giornali hanno sempre presentato solo tre concorrenti, sia in Lazio che in Lombardia), ma è inutile rispetto allo scopo che sarebbe fondamentale in una competizione elettorale: eleggere dei rappresentanti per cambiare o almeno condizionare le scelte politiche.

Si può decidere di partecipare lo stesso, magari solo per far sapere che c’è un’alternativa ancora in gioco. Ma poi è inutile stracciarsi le vesti se “i risultati” sono quelli che sono.

Tutto ciò per dire che, per la sinistra radicale, una stagione è definitivamente tramontata. Ossia quella in cui circoli sempre più ristretti (e anziani) di iscritti si attivavano solo in vista di una tornata elettorale, scervellandosi e dilaniandosi su quale fosse la combinazione migliore (la meno peggio...) per “eleggere”. Ad ogni elezione uguale, come se le precedenti non potessero insegnare mai nulla.

I fatti dimostrano che nessuna combinazione (collaterali al PD o al M5S, utilizzare il residuo appeal della falce e martello, unire le forze disponibili) risponde più a quell’obiettivo (“eleggere”).

Da oggi converrà misurarsi su quel che si fa, politicamente e socialmente, ogni giorno. Su come si lotta, ci si unisce, ci si misura, ci si rafforza.

Perché – a prescindere persino dall’utilità o meno del presentarsi ad una certa elezione – in quel tipo di scadenze si raccoglie quel che si è seminato fin lì. E se non si fa granché, per mesi o per anni, non ci sarà niente da raccogliere.

Come si vede...

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13/02/2023

Stravince l’astensione, di nuovo

In Lombardia alle 19, l’affluenza alle urne è stata del 27,16%, contro il 60,14% del 2018.

Nel Lazio, alle 19 l’affluenza alle urne è stata del 22,11%, contro il 52,47% del 2018.

Siamo alla metà della metà. Ma alle 23 siamo a meno della metà della metà: ha votato solo il 29,5% degli elettori, cioè meno della metà rispetto alle elezioni del 2018.

Se doveva essere un test politico, la risposta è netta: il sistema politico è collassato, il governo non convince.

Senza una vera opposizione, gli elettori fanno da soli.

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06/12/2022

La sinistra dei pesci rossi

Si stanno avvicinando le elezioni regionali e come al solito la politica della sinistra ufficiale, quella che ha costruito tutte le condizioni per l’avvento del governo Meloni, entra nella finzione che contraddistingue le sue campagne elettorali.

Ci sono due vincoli fondamentali a cui obbedisce tutto il palazzo della politica.

Il primo è quello euroatlantico, che ora è diventato partecipazione dell’Italia alla guerra NATO contro la Russia.

Il secondo è quello della austerità liberista dettata dai vincoli UE, apparentemente sospesi ma sempre in sostanziale vigore. E che torneranno in campo ufficialmente, in particolare per il nostro paese, dal 1 gennaio 2024.

All’obbedienza assoluta a questi vincoli, il governo Meloni ha aggiunto sue carognate come il taglio del reddito di cittadinanza. Ma questo governo ha lo stesso impianto politico fondamentale dei predecessori, impianto che in campagna elettorale il PD aveva chiamato agenda Draghi.

Questa è la realtà, un partito unico trasversale degli affari del liberismo e ora anche della guerra, che sulle scelte qualificanti, ad esempio l’invio di armi all'Ucraina di Zelensky, governa assieme indipendentemente dalla collocazione di ogni forza.

Poi ci sono le elezioni e qui compare la recita. Più a sinistra che nella destra, che per sua natura in guerra e liberismo ci sguazza.

Invece la sinistra deve fare molta più commedia. Deve scoprirsi rivoluzionaria e trovare dei candidati che siano meno impresentabili dei suoi leader ufficiali. E poi deve naturalmente innalzare lo stendardo della lotta alla destra. Cosa che fa regolarmente da trent’anni, diventando sempre più di destra ad ogni appuntamento elettorale.

La novità è che questa volta la finzione è pure più grande. Perché le alleanze del PD nascono già perdenti come alle elezioni politiche. Perché a destra hanno la concorrenza dei renziani e a sinistra del M5S.

Per cui cercano di allearsi con l’uno o l’altro, con Conte in Lombardia e con Renzi nel Lazio, ma sempre per perdere. Il PD di oggi non ha alcuna possibilità di sconfiggere la destra, ma fa finta che invece sia così, come fa finta di essere di sinistra. E purtroppo c’è ancora chi questa finzione la prende per buona e preferisce perdere con il PD, piuttosto che provare a ricostruire una sinistra che sia un’alternativa vera a tutto questo schifo.

Scusate l’ingenuità, ma credo che se davvero si è contro la guerra, allora non si possa sostenere direttamente o indirettamente un partito guerrafondaio come il PD.

Non ci si può dimenticare della guerra, e di tutto il resto, solo perché ci sono le elezioni.

E neppure ci si può dimenticare che in TUTTA la passata legislatura il M5S, che ora si presenta come il vendicatore del popolo, ha SEMPRE governato, con tutti.

Il pesce rosso ha la memoria di un minuto. Quando nella boccia di vetro sbatte contro il vetro si accorge dell’ostacolo e torna indietro; poi però si dimentica di tutto, si dirige di nuovo verso il vetro e ci sbatte ancora. E avanti così.

Dopo le sardine ora in Italia abbiamo la sinistra dei pesci rossi.

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28/09/2020

Giannuli - Referendum e regionali, cosa ci si capisce?

Quale scenario emerge dalla tornata elettorale appena conclusa? Il referendum, le regionali e le amministrative quali messaggi ci restituiscono? Ragioniamo insieme, mettendo in fila i dati.



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23/09/2020

Che brutto risvegliarsi in un’Italia con meno democrazia

Tomaso Montanari analizza i risultati elettorali. Dalla tristezza di un risveglio in un’Italia meno plurale e con il conflitto sociale istradato nelle istituzioni, alla consapevolezza dell’inesistenza di una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri. “Occorre battere strade più lontane, più impervie”.

di Tomaso Montanari

Il giorno dopo queste strane elezioni pandemiche ci siamo svegliati con meno democrazia. Mi pare questa la cifra dominante: almeno se con ‘democrazia’ intendiamo pluralità, rappresentanza, istradamento del conflitto sociale nelle istituzioni. Decenni di plebiscitarismo, maggioritarismo, riduzione quantitativa e qualitativa della rappresentanza danno i loro frutti: in Veneto e in Campania siamo al dominio personale, al di là di ogni partito; in Liguria perde l’unico progetto in qualche modo progressivo; in Toscana trionfa una paura creata ad arte.

Sulla mia Toscana vorrei scrivere qualche parola in più. Mentre per fortuna muore nella sua stessa culla Italia Viva (4,48% mentre mancano ancora poche sezioni da scrutinare), Renzi trionfa nella sadica imposizione al Pd di Eugenio Giani, un candidato di apparato, anzi di corridoio. Del tutto incapace di parlare di futuro, del tutto alieno da ogni idea di sinistra. Come ho continuato (inutilmente) a scrivere fino a ieri, quel candidato inguardabile era un candidato naturalmente vincente: perché capace di attrarre moltissimi voti dalla destra del potere, e insieme di ricattare (proprio per la sua apparente debolezza) gli elettori di sinistra attraverso la paura della destra popolare.

È andata puntualmente così: a urne aperte i toscani (specie quelli di sinistra-sinistra) hanno ricevuto decine di sms con sondaggi che davano la Ceccardi in vantaggio di dieci e passa punti (varie denunce sono state presentate), secondo una tecnica ampiamente sperimentata in Brasile, dove le campagne elettorali si decidono attraverso campagne mistificatorie via Whatsapp.

Conosco amici carissimi, e membri della mia stessa famiglia che, presi dal panico dei fascisti che arrivano in Piazza della Signoria, hanno votato per Giani, spesso senza riuscire a fare il voto disgiunto (risultano oltre quarantamila schede nulle), e trattenendo a stento i conati di vomito: salvo accorgersi, ieri pomeriggio, della truffa subìta. Il risultato è che la bella lista di Tommaso Fattori, Toscana a Sinistra, che nel 2015 aveva preso il 6,9 entrando in Consiglio regionale con due seggi, oggi con il 2,86 rimane fuori. E del resto dal Consiglio regionale toscano rimane fuori (secondo i dati attuali) ogni possibile sinistra: perché nella coalizione vincente eleggono consiglieri solo il Pd, la lista di Giani e Italia Viva, mentre i (peraltro risibili) cartelli ‘di sinistra’ creati ad hoc non superano lo sbarramento. Vincono dunque la paura, la credulità popolare e il cinismo di un sistema mediatico che, obbedendo a proprietà e poteri, all’unisono ha suonato l’allarme per l’inesistente pericolo fascista e invitato al salvifico voto per Giani, eliminando dalla narrazione qualunque altra lista.

Naturalmente, però, i problemi della sinistra sono più antichi e più profondi. Giani vince con i voti dei salvati, di coloro a cui conviene che tutto rimanga com’è: mentre il voto dei sommersi, dei poveri, degli esclusi (la base sociale naturale di ogni sinistra) rimane nell’astensione (il 37,3 per cento dei toscani non ha votato), o va (per disperazione e rabbia) alla Ceccardi, la candidata della Lega. Ma anche il 6,9 per cento di Toscana a Sinistra del 2015 veniva dai salvati: dai più generosi e illuminati dei salvati, che si impegnano nelle lotte per l’ambiente e per gli ultimi.

Stavolta sono stati terrorizzati, e si sono compattati per Giani, suicidando le loro idee. Ma è chiaro che, anche se avessero votato come nel 2015, il problema sarebbe stato lì, enorme: non esiste (in Toscana, in Italia, in Europa e forse nel mondo) una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri. E il sistema mediatico e quello elettorale, la forma stessa assunta dalle istituzioni, rende difficile o forse impossibile anche solo provare a costruirla.

E la vittoria del Sì (votata dal 69,64 per cento del 54,9 per cento che ha votato) prosciugando ancora l’acqua della rappresentanza popolare, aumentando l’oligarchia, restringendo lo spazio del dissenso, chiude un po’ di più quella porta già quasi serrata.

È sempre più evidente che la “Sinistra che non c’è” non nascerà in prossimità di elezioni e istituzioni. Occorre battere strade più lontane, più impervie.

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Italia - Si ritorna ai granducati?

Le caselle del dopo voto delle elezioni regionali e del referendum sono ormai riempite e questo consente di avanzare alcune osservazioni che riteniamo utili sulle tendenze e gli scenari futuri.

In qualche modo, i due diversi processi elettorali sono arrivati a sintesi e ci consegnano dei dati che vanno connessi tra loro.

Se partiamo dall’esito del referendum, si conferma come il messaggio anti-casta, strumentale e sballato sin dalle premesse, sia passato socialmente ancora una volta tra la gente delle periferie ed ha trovato opposizione negli abitanti dei centri cittadini e nei ceti più abbienti.

Il dato che dovrebbe essere però colto non è quello immediatamente visibile, ma gli effetti che produrrà nel futuro del paese.

Il Parlamento ridotto in questi termini perderà ulteriormente la sua funzione (quella che dovrebbe essere centrale, ossia legislativa), per diventare una istituzione oligarchica in mano ai maggiori partiti e a ristretti gruppi di interesse.

In tal senso il M5S con il referendum ha letteralmente portato acqua con le orecchie alla “vocazione maggioritaria” incarnata dal Pd e da tempo pretesa dai “poteri forti”, nazionali ed europei.

L'impoverimento del Parlamento si sposa con la crescita inversamente proporzionale del potere delle Regioni, uscito rafforzato da queste elezioni e dall’”investitura popolare” dei governatori quali figure decisionali e decisive della governance del paese. Sembra quasi un ritorno all’epoca dei Granducati.

Ciò significa che il progetto destrutturante dell’autonomia differenziata – già invocata da Zaia come priorità – acquisterà velocità.

Non solo. Il fatto che le Regioni saranno collettori rilevanti dei finanziamenti europei in arrivo, per un verso ne aumenterà il peso politico rispetto allo Stato centrale, per un altro acutizzerà il processo di frammentazione del Paese palesemente sostenuto dalla Germania e dagli interessi dominanti europei.

Per la stessa ragione, sul piano politico, le elezioni regionali ci consegnano indubbiamente un fattore di stabilità per il governo – o comunque per la legislatura – fino alla sua scadenza naturale, nel 2023.

Nei due principali partiti dell’esecutivo, il Pd di Zingaretti sembra godere di una buona stella e i risultati – soprattutto l’insperata Puglia – gli consentono di tenere botta e di tenere al proprio posto la boria di Renzi.

Il M5S per un po’ – ma non sappiamo quanto a lungo – potrà crogiolarsi con il risultato del referendum per compensare i pessimi risultati nelle regionali.

Il nuovo Parlamento a numeri ridotti e la nuova legge elettorale metteranno in angolo tutti i “cespugli” sorti negli interstizi o ai margini del PD: da Italia Viva a Calenda, da +Europa a Sinistra Italiana.

Si torna ad un maggioritario di fatto che via via estinguerà l’anomalia M5S. Com’è noto... ce lo chiede l’Europa!

Ad aver subito le botte più pesanti è stato invece Salvini e il suo progetto “destabilizzante” di Lega nazionale.

Il plebiscito su Zaia e la sconfitta in Toscana e Puglia (si può consolare relativamente con le Marche, che però sono in mano alla competitor Meloni), dicono che il tempo della redde rationem dentro la Lega è arrivato. Se ci sono da gestire i fondi del Recovery Fund servirà la Lega di governo e dei governatori, non quella rissosa e provocatoria di Salvini.

Infine c’è da fare un bilancio della esperienza di Potere al Popolo dentro questa scadenza elettorale. Se lo guardassimo ancora con gli occhi della sinistra residuale, che ormai da anni vede nelle elezioni un possibile (ma sempre deluso) certificato di esistenza in vita, si dovrebbe dire che il risultato non c’è stato.

Se invece lo guardiamo con la logica di chi è consapevole che il tesoretto elettorale della “sinistra” è finito da tempo, ci sono indicazioni utili e positive.

I dati ci dicono che le estenuanti lamentazioni sul fatto che “insieme sarebbe stato meglio” sono sballate persino sul piano numerico. Anche “insieme”, i residui della sinistra, com’è avvenuto in Toscana, non sarebbero andati da nessuna parte e avrebbero mancato il “risultato”.

Potere al Popolo, anche a costo della rottura con il Prc nel 2018, sta via via costruendo un percorso e un approccio molto diverso. Le elezioni sono utili solo se servono a costruire e consolidare uno strumento politico che prima non c’era. A far vedere e rendere riconoscibile un’alternativa all’esistente, senza compromessi al ribasso.

Pensare di agguantare il risultato ai primi tentativi sarebbe e rimane velleitario, è come sfidare la Legge di Murphy.

Intanto, però, si è superata la soglia psicologica dello “zero virgola”, e questo non guasta affatto. In tutte le realtà in cui Potere al Popolo ha presentato autonomamente liste o candidati sta ben sopra l’1% (e a Napoli città, Giugliano, Cava de’ Tirreni, ben sopra il 2%, ad Aosta si sale al 3%).

Ciò significa che Potere al Popolo sta cominciando a conquistare il proprio spazio politico e la propria credibilità, “anche” utilizzando le elezioni.

Inutile dire che il percorso avviato da Potere al Popolo è decisamente in controtendenza rispetto a quello che avviene sia sul piano politico sia sul piano sociale.

La “politica” si rivela molto truccata e corrotta nei suoi meccanismi di riproduzione e ricambio.

I conflitti sociali stentano e si palesano solo lì dove resistere è questione di sopravvivenza. Il clima di insicurezza e securitario, imposto a ridosso della pandemia di Covid, avvolge come una cappa le capacità di reazione sia a livello collettivo che individuale.

L’esperienza ci insegna poi che l’attivismo sociale, di per sé, non si trasforma automaticamente in consenso politico. Il processo di costruzione della rappresentanza politica di interessi sociali definiti è molto più complesso ed agisce sia dall’alto sia dal basso. Richiede la definizione di un’idea della direzione in cui si vuol portare il Paese.

Adesso, ed è già nell’agenda della discussione interna di Potere al Popolo definita nei mesi precedenti, si tratta di sedimentare e consolidare lo strumento costruito. Un primo passo è stato fatto, e nella direzione giusta.

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21/09/2020

Purtroppo passa il “sì”, ma i leghisti frenano

I primi exit poll dopo la chiusura delle urne consegnano la vittoria del “sì” al referendum sulla riduzione dei parlamentari, ma con una maggioranza leggermente più risicata rispetto a quanto lumeggiato dai sondaggi (70 a 30), e comunque infinitamente meno rispetto alla percentuale di parlamentari che aveva votato la riforma costituzionale (97%).

Il tutto in presenza di una affluenza sicuramente superiore alle attese (oltre il 54%) e probabilmente dovuta soprattutto al “traino” delle regionali, che in genere motivano di più le reti di consenso e clientelari.

Il risultato del referendum, come scritto in precedenza, congela la legislatura fino alla scadenza naturale (primavera del 2023), visto che il ridisegno dei seggi elettorali sui territori porterà la tempistica dentro il “semestre bianco”, in cui non si possono sciogliere la Camere.

La situazione in alcune regioni chiave sembrava molto incerta, ma si è rivelato un abbaglio; probabilmente gonfiato dalla ricerca del “voto utile”.

In Toscana il renziano del Pd, Giani, dopo la seconda proiezione su dati reali (scrutinati) è in netto vantaggio rispetto alla leghista Ceccardi (quasi il 48% contro il 41).

In Puglia invece il presidente uscente Emiliano (Pd) sembra aver stracciato – 47% contro 39 – il solito Fitto (ex berlusconiano della prima ora, oggi in quota Meloni). Per i patiti del “voto utile”, qui si può misurare l’impatto destrorso di Matteo Renzi, che ha fatto presentare Scalfarotto solo per togliere voti al Pd ed esporlo a una possibile sconfitta, che poi avrebbe provato a giocare in chiave anti-Zingaretti. Il gioco non gli è riuscito.

Nessuna incertezza invece sulla Campania (De Luca senza avversari), Veneto (Zaia confermatissimo nonostante le gaffe a ripetizione, dai “topi vivi” in giù) e Liguria (l’ex berlusconiano Toti nettamente in testa).

Di fatto, rispetto al temuto “7 a 0” della vigilia, il Pd perde solo le Marche, chiudendo “3 a 3” nelle regioni più grandi (in Valle d’Aosta c’è un altro sistema elettorale regionale).

Mentre i Cinque Stelle accentuano la tendenza verso la dissoluzione, e possono vantare solo il risultato del referendum.

Tra le poche buone notizie in questi primi “sondaggioni” la percentuale attribuita a Potere al Popolo in Campania (tra l’1 e il 3%), che non tutti credevano – sbagliando – possibile. Ma la giornata sarà lunga.

I risultati veri, per regionali e comunali, arriveranno entro domani...

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17/09/2020

La maionese può impazzire


In questi giorni verranno a sintesi alcuni snodi che determineranno, in una direzione o in un’altra, gli scenari politici dei prossimi mesi o dei prossimi anni.

C’è il referendum più pazzo del mondo sul taglio dei parlamentari e ci sono le elezioni in sette regioni.

Il primo è nato già sbagliato, le seconde vengono presentate, come al solito, come l’ultima spiaggia.

Il referendum si è riempito di incognite e trasformismo, che ne confermano il male originario.

I referendum in materia costituzionale sono una cosa seria, ma è dal 2001 (quello sul federalismo) che la politica – in modo del tutto trasversale – ci gioca sopra con un avventurismo e una visione corta che spiega bene il degrado politico e sociale che abbiamo davanti agli occhi.

Usare i referendum in materia costituzionale come strumento per la tenuta o la fine di un governo è indecente da ogni punto di vista. Come diceva Calamandrei “i banchi del governo devono essere vuoti quando si parla di Costituzione”.

Vale a dire che in ogni discussione costituzionale si deve valutare il testo e non il contesto. Perché si decide su regole che dovranno valere per tutti, per decenni; dunque anche per singoli e frazioni politiche che non ci saranno più o che non sono ancora nati.

In questo c’è il senso dell’importanza delle leggi generali di un intero Paese e della società racchiuse in una carta costituzionale. Al contrario, utilizzarne le modifiche in base alle necessità elettorali del momento è meschino, ma soprattutto avventurista. Un avventurismo che accomuna centro-sinistra, centro-destra ed ora M5S.

È evidente come tale approccio, del tutto strumentale, non possa che produrre trasformismo e cambiamenti repentini di posizione che meriterebbero il pubblico disprezzo.

Praticamente tutti i partiti in Parlamento hanno votato “Sì” alla legge che riduce i parlamentari per puro calcolo elettorale di breve termine. Ma adesso assistiamo a repentini voltafaccia che indicano il “No” alla conferma della legge in sede referendaria. Il problema non ci tange, perchè, come abbiamo spiegato e motivato da tempo, noi siamo convintamente schierati per il NO.

Le motivazioni sono le più indecenti, soprattutto perché – arbitrariamente – l’esito del referendum sul taglio dei parlamentari viene legato a quello delle elezioni regionali, ossia due cose completamente diverse tra loro, per importanza e per competenze.

Se vince il Sì e il Pd non perde in Toscana la legislatura rimane com’è fino al 2023. Ma anche perdendola, non cambierebbe poi molto, se non sul piano degli strepiti propagandistici finto-contrapposti.

Se vince il No e il Pd perde anche la Toscana, invece, non essendoci più la norma costituzionale che riduce i parlamentari, le Camere potrebbero invece essere sciolte per andare ad elezioni anticipate.

A quel punto la “maionese è impazzita”.

Come vediamo si tratta di scenari di veduta corta, congiunturali in ogni caso, che nulla hanno a che vedere con l’importanza della materia costituzionale, né con la definizione di una prospettiva per il paese dentro la crisi e la perdurante emergenza Covid.

È evidente come nella posta in gioco dei prossimi mesi ci siano anche le decine di miliardi di finanziamenti europei da gestire e da spartire. Certo si dovrà e potrà spendere come dice l’Unione Europea, ma chi avrà le mani sul malloppo, seppur parzialmente legate, avrà a disposizione una leva di potere e di consenso rilevante.

Infine, ma questo riguarda soprattutto il nostro mondo, si pone seriamente il problema di rendere visibile e credibile una alternativa a questo perverso intreccio di visione corta e fallimento delle classi dirigenti, aumento delle disuguaglianze e delle insicurezze sociali nel paese, evidenza degli effetti devastanti dei modelli competitivi, individuali o generali che siano.

Sta in questo la responsabilità che dovrà assumersi Potere al Popolo, soprattutto se – a differenza delle disastrose esperienze della sinistra – riuscirà a crescere senza perdere l’anima.

Potere al Popolo ha accettato questa sfida solo nelle realtà locali dove dispone di un minimo di insediamento sociale e credibilità, rifiutando così la logica elettoralista che vede la partecipazione alle elezioni come un certificato di esistenza in vita.

È innegabile che questa sfida avviene tutta in controtendenza. Sia sul piano dei conflitti sociali, che stentano a farsi sentire e, lì dove pure agiscono, a farlo in modo coordinato. Sia sul piano politico, dove una oggi necessaria prospettiva collettiva di cambiamento e transizione sociale, ambientale, civile si scontra con l’egemonia del pensiero “corto” e dell’individualismo.

È sempre bene ricordare però che l’unica battaglia persa in partenza è quella che si è deciso di non combattere, e che quando si ha la ragione, ma non la forza, occorra lavorare proprio a costruirla.

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28/06/2020

Stercocrazia

di Alessandra Daniele 

È particolarmente difficile scrivere di politica italiana in questi giorni.
Perché fa veramente schifo al cazzo.
Persino più del solito.

È tutta una cacarella di correnti contrapposte, con due soli punti fermi.

Matteo Renzi è fermamente deciso a far perdere le elezioni regionali al PD. Uno  scossone che farebbe traballare il governo, rendendo più importante il suo sostegno condizionato. Per Renzi la vendetta è un piatto che si serve quando serve.

Matteo Salvini è fermamente deciso a mangiare tutto quello che gli passa davanti. Salumi, mozzarelle, polpette, ciliegie, bulloni, scarafaggi.

L’unica cosa che non ha ancora tentato di inghiottire sono i cellulari che gli porgono per i selfie, perché quelli sono la sua Sindone: ci lascia impressa la sua immagine di sudore e sugna che gli archeologi del futuro considereranno un falso, perché di tratti evidentemente non umani.

Scrivere di politica italiana in questi giorni è come fare l’autopsia d’un cadavere frollato in una fogna. In mezzo ai topi.

La Destra sfrutta il Covid-19 per istigare all’odio razziale.

I candidati alle elezioni regionali sono una secchiata di riciclati.

Gli Stati Confusionali di Conte non sono serviti a un cazzo.

Ma è davvero questa la politica? No.

La politica, quella vera, è per le strade. Nelle piazze. Davanti alle fabbriche.

La politica, quella vera, non sono le ripicche di Renzi, la bulimia di Salvini, l’inesistenza di Conte. Non è questo teatrino degli orrori.

La politica, quella vera, siamo noi.

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