Non si sono ancora stemperate le polemiche su quanto avvenuto sabato a Bologna, quando due cortei antifascisti hanno cercato di intercettare e contestare una manifestazione organizzata – in modo piuttosto anomalo – dai neofascisti di Casa Pound che nel capoluogo emiliano non ha certo un suo insediamento significativo. Non solo. I tartarugati, sul piano della presenza politica nelle piazze e nel paese, da anni erano quasi scomparsi dai radar. Si segnalano infatti solo la loro festa nazionale a Grosseto qualche mese fa e sette/otto flash mob in occasione del IV Novembre.
La prima domanda da farsi è infatti: perché Casa Pound voleva manifestare proprio a Bologna? La risposta più ovvia è perché domenica prossima in Emilia Romagna ci sono le elezioni regionali. Ma Casa Pound non si presenta alle elezioni. Nel 2019 aveva deciso di rinunciare alla esposizione elettorale in prima persona optando per l’entrismo nei partiti di destra più grossi, in particolare la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia.
Qui è là infatti sono spuntati candidati di Casa Pound nelle liste dei “fratelli maggiori”, con risultati evidenti come a L’Aquila o a Lucca, dove i neofascisti di Casa Pound hanno assunto cariche istituzionali di rilievo. Ma anche nel Lazio dove uno dei leader di Casa Pound, Mauro Antonini, si era candidato alle recenti elezioni regionali con la Lega. Per non parlare poi del sottosegretario leghista Durigon che voleva intestare un parco pubblico di Latina a Benito Mussolini.
La “relazione particolare” tra i neofascisti di Casa Pound e la Lega di Salvini è stata coltivata e cresciuta fino alle elezioni europee del 2019. In molti ricordano il corteo neofascista che entrava in Piazza del Popolo a Roma nella manifestazione di Salvini, oppure il comizio di Salvini al teatro Brancaccio apparecchiato e affollato dai tartarugati.
La foto del leader della Lega a cena con gli esponenti di Casa Pound ancora non è stata cancellata dalla psicostoria di orwelliana memoria.
Questa familiarità di Salvini con i neofascisti è stato anche uno dei motivi di rottura con il vecchio leader della Lega Umberto Bossi il quale – tra molti difetti – rimaneva però un convinto antifascista, tanto da fare a sportellate anche con il veronese Tosi, transitato poi in Forza Italia.
Dunque a Bologna che cosa ci facevano i neofascisti di Casa Pound – arrivati anche da Roma ed i cui esponenti capitolini sono ben visibili nei video – in una manifestazione convocata una settimana prima delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna?
Riteniamo che i neofascisti dovessero fare esattamente il lavoro sporco per Salvini che hanno fatto, così come avvenuto, magari anche con l’aiuto di qualche “manina” dall’alto che ha voluto a tutti i costi mantenere la loro manifestazione nel centro della città piuttosto che in una zona più defilata. Insomma Casa Pound è diventata una sorta di milizia privata per la Lega di Salvini.
La dovuta reazione degli antifascisti bolognesi alla provocazione del tandem Casa Pound/Salvini, ha visto immediatamente il leader leghista far salire i toni, costringendo tutti i suoi colleghi di governo a seguirlo sulla stessa linea e intestandosi la rappresentanza dell’anticomunismo nel secolo XXI.
Viene da domandarsi quale sia lo scopo di una campagna anticomunista in un paese in cui, purtroppo, i comunisti sono da quindici anni fuori dal Parlamento e frammentati in diversi partiti con prospettive politiche differenti. Insomma non proprio una “minaccia eversiva alla stabilità politica del paese”.
Eppure l’anticomunismo sembra essere ancora un tasto su cui la destra batte a fini propagandistici ed elettorali, mischiando fake news e lavoro sporco nelle piazze, ovviamente affidandolo ai neofascisti... e poi magari a questure e tribunali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/11/2024
28/11/2022
Chi arma il rinascente squadrismo neo-fascista?
L’attuale esecutivo di “destra-centro” oltre a proseguire – ed approfondire – le politiche neo-liberiste e guerrafondaie del governo Draghi, deve fare quel lavoro sporco che i tre esecutivi precedenti (Conte, Conte bis ed infine quello “tecnico” dell’ex governatore della BCE) non potevano intestarsi.
La visione del mondo di Fratelli d’Italia e di una parte non secondaria della dirigenza della Lega è profondamente fascista, più democristiana ma non meno anticomunista quella di Forza Italia.
Sono fascisti dentro, come abbiamo puntualmente denunciato subito dopo i noti fatti della Sapienza.
Non passa giorno che, in maniera piuttosto marcata, si ripropongono in quelle vesti, anche quando cercando di “rettificare” in parte affermazioni scomposte, senza però mai modificarne il significato e, soprattutto, l’orientamento e il metodo politico.
Aspetti che delineano una simbologia identitaria cui tengono molto, non proprio ascrivibile alla mera “destra conservatrice”.
Anche in questo, una parte della sedicente “sinistra” ha responsabilità precise e di lunga durata nello sdoganamento del fascismo e, contemporaneamente, nella “normalizzazione” del neofascismo; ossia due fenomeni coevi e profondamente intrecciati.
L’elenco sarebbe lungo e tedioso, ma è chiaro che ha creato un collante culturale che ha decimato gli anticorpi di un antifascismo che non fosse pura retorica a fini elettorali.
L’escalation in Ucraina e la politica bellicista del governo Draghi – sostenuto da PD, Lega, M5S, FI e mai sostanzialmente osteggiato da FdI – ha portato a compimento questo processo grazie all’attiva collaborazione degli apparati culturali e dei media mainstream, fino a livello parossistici.
La favola dei neonazisti ucraini dipinti come “neo-kantiani” sembra più il prodotto di uno stato alterato di coscienza causato dall’abuso di sostanze psicotrope che non “giornalismo”.
Mentre si incensavano i battaglioni neonazisti che dal 2014 combattevano contro le popolazioni del Donbass, si lasciavano agire impuniti i neonazisti che qui in Italia (ucraini e “autoctoni”, insieme) attaccavano iniziative contro la guerra, feste popolari di quartiere, giungendo al più vile degli attacchi contro una compagna in puro stile di (fortunatamente solo tentato) “stupro di guerra”.
Una situazione che anche una parte della sinistra antagonista non ha correntemente decifrato e, conseguentemente, non ha politicamente denunciato, con un cortocircuito logico-politico evidente quanto avvilente.
Tutto questo mentre un flusso di armi arrivava in Polonia in direzione Kiev senza che nessuno potesse esattamente capire a chi poi venissero consegnate (l’ha denunciato l’Interpol e persino il Dipartimento di Stato Usa), e si infittivano i legami tra la variopinta comunità neofascista italiana – ed europea in genere – e i banderisti ucraini.
Rapporti “covati” almeno dai moti di piazza Maidan nel 2014.
Risultato: un fiume di armi incontrollato prima o poi (se non già ora...) tornerà da dove è partito, ma in mano alla criminalità organizzata e a gruppi neofascisti. E una nuova generazione di soldati politici di ultradestra tornerà in Italia dopo avere combattuto fianco a fianco dei neonazisti in Ucraina, in una guerra fortemente voluta dalla NATO.
Se colleghiamo le varie inchieste giudiziarie su questa galassia, il quadro è inquietante.
Ma torniamo al ragionamento iniziale.
Uno dei compiti fondamentali di questo governo è stroncare preventivamente, per conto del padronato, ogni opposizione politico-sociale – quella di Palazzo è in questo contesto innocua ed anzi per molti versi funzionale – prima che assuma un profilo in grado di impensierire l’agenda della Meloni scritta tra Washington e Bruxelles, tranne qualche ridicola smargiassata ultra-reazionaria sul piano “culturale”.
In prima linea si trovano quei comparti avanzati della classe come il sindacalismo conflittuale e di base, che ha ritrovato una indispensabile unità d’azione con lo sciopero generale del 2 dicembre, e il variegato movimento studentesco che sta prendendo forma nelle scuole medie superiori come nelle università, e che sarà protagonista della mobilitazione nazionale contro la guerra il 3 dicembre a Roma.
Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: sia il “nuovo movimento operaio” sia quello studentesco costituiscono un problema in prospettiva se riusciranno a legare a sé una parte relativamente consistente dei ceti popolari, e non lo sono immediatamente già qui e ora.
In secondo luogo, le mobilitazioni cui abbiamo fino a qui assistito a livello sindacale e studentesco sono state il frutto di un certosino e defatigante sforzo soggettivo nel contesto di una società “stagnante”, dove il conflitto di classe è ridotto al lumicino.
Inoltre c’è sempre da ricordare che la filiera della “sinistra istituzionale” e dei suoi corpi intermedi ha ancora una relativa capacità di mobilitazione, nonostante i contenuti ambigui, strumentali, deboli, inadeguati allo spessore delle contraddizioni esistenti, ma purtroppo ancora capace di “inquinare” ogni tentativo di generosa ripresa conflittuale.
Soprattutto, questa filiera non è in grado – e non ne ha neanche l’intenzione – di elaborare un’alternativa credibile, foss’anche blandamente neo-socialdemocratica, tanto è filo-atlantista e filo-UE. Ed ha comunque una “classe dirigente” che sembra uscita dal circo Barnum.
In questo contesto la “Destra-centro”, insieme ad una battaglia ideologica costante e ridondante, usa – e soprattutto userà – gli strumenti tipici dello squadrismo ed il manganello contro quelle che sono le esperienze organizzate del movimento operaio e studentesco, lì dove la destra si sente più forte e protetta e gli si concede maggiore terreno.
In quegli ambienti c’è chi pensa che questa sia l’occasione buona per fare i conti con il “nemico interno”. Specie se questo nemico è costituito da una generazione cresciuta nella crisi, senza prospettiva, che può però svolgere una funzione generale nella ripresa del conflitto di classe nel nostro paese.
Giuseppe Valditara, non ha forse dichiarato al Sole24Ore: «Un buon genitore si preoccupa che questi ragazzi abbiano gli strumenti per farcela nella vita, altrimenti rischiano di essere degli sbandati»?
Per la precisione, utilizzando la non proprio finissima categoria sociologica di sbandati, si riferiva a chi lascia gli studi, senza minimamente indagare i perché di tale scelta, di cui naturalmente si incolpano soltanto i genitori ed una scuola ancora “troppo poco azienda” ai suoi occhi.
La realtà è che gli studenti vivono in scuole-gabbia, che li mandano a morire in alternanza scuola-lavoro e che risolvono qualsiasi problema in una ottica disciplinare e poliziesca, a volte con punte distopiche che ricordano il pinkfloydiano The Wall.
La proiezione politica di tutto questo è l’obiettivo padronale e reazionario di realizzare il grado zero di organizzazione studentesca fuori e dentro gli istituti; e, dal punto di vista del movimento operaio, similmente, il trattare il sindacalismo come “pratica criminale”, come dimostrano i fatti di Piacenza di questa estate.
In questo caso, fuori dalle mura degli istituti, dove non arrivano i manganelli della polizia e la zelante opera della Digos, si inserisce e, prevedibilmente si manifesterà l’azione del neo-fascismo contro le organizzazioni studentesche.
Abbiamo una lunga tradizione neo-fascista in questo senso, a far data almeno dagli anni Sessanta, che purtroppo ci sembra sia stata dimenticata da coloro che non comprendono l’attuale gravità della situazione, considerato anche il differente contesto: neo-fascismo sdoganato anche “a sinistra”, “camerati” addestrati all’uso delle armi, relativa facilità per chi è interno ad alcuni circuiti nel procurarsi delle armi provenienti da contesti bellici, una sinistra “democraticista” che ha dimenticato le più elementari nozioni di auto-tutela, e soprattutto la copertura istituzionale di cui godono i neo-fascisti, ovviamente ora più di prima.
Per questi motivi non va sottovalutato alcun fenomeno di riemersione dello squadrismo specie se perpetrato nei confronti del movimento studentesco, e va data una risposta all’altezza sul piano politico e “di massa”.
Che un gruppo di fascisti a volto coperto e con le mani alle cinghie faccia una incursione in un locale dell’Arci, a La Spezia, mentre si svolge una festa organizzata da OSA il giorno dopo la riuscita mobilitazione studentesca del 18 novembre, è un fatto che dovrebbe preoccupare e fare accendere una sorta di “campanello”, specie se si inserisce sulla scia di intimidazioni avvenute nelle settimane precedenti nella stessa città.
Non è un fatto isolato e locale, ma un tassello di un puzzle più ampio che rischia di estendersi, assolutamente non derubricabile ad una forma un po’ spinta di “bullismo”.
Su questo terreno “cedere un poco significa capitolare molto”.
L’uso della manovalanza neo-fascista da parte del governo di destra-centro non può essere accettato con “spirito di rassegnazione” ed un sostanziale immobilismo, lo stesso che abbiamo visto in questi anni di fronte al riemergere del fenomeno.
Per questo l’Assemblea all’Arci Canaletto, a La Spezia, domenica 27 novembre alle ore 18:00, in risposta a ciò che è accaduto e soprattutto per impedire che si ripeta, è un primo momento importante, anche per richiamare la politica locale e nazionale alle sue responsabilità affinché nessuno provi a “fare lo struzzo”.
Detto altrimenti va smascherata la regia politica in questa divisione dei ruoli tra neo-fascismo istituzionale in tailleur della Meloni e quello dei “camerati” che agiscono a volto coperto.
Fonte
La visione del mondo di Fratelli d’Italia e di una parte non secondaria della dirigenza della Lega è profondamente fascista, più democristiana ma non meno anticomunista quella di Forza Italia.
Sono fascisti dentro, come abbiamo puntualmente denunciato subito dopo i noti fatti della Sapienza.
Non passa giorno che, in maniera piuttosto marcata, si ripropongono in quelle vesti, anche quando cercando di “rettificare” in parte affermazioni scomposte, senza però mai modificarne il significato e, soprattutto, l’orientamento e il metodo politico.
Aspetti che delineano una simbologia identitaria cui tengono molto, non proprio ascrivibile alla mera “destra conservatrice”.
Anche in questo, una parte della sedicente “sinistra” ha responsabilità precise e di lunga durata nello sdoganamento del fascismo e, contemporaneamente, nella “normalizzazione” del neofascismo; ossia due fenomeni coevi e profondamente intrecciati.
L’elenco sarebbe lungo e tedioso, ma è chiaro che ha creato un collante culturale che ha decimato gli anticorpi di un antifascismo che non fosse pura retorica a fini elettorali.
L’escalation in Ucraina e la politica bellicista del governo Draghi – sostenuto da PD, Lega, M5S, FI e mai sostanzialmente osteggiato da FdI – ha portato a compimento questo processo grazie all’attiva collaborazione degli apparati culturali e dei media mainstream, fino a livello parossistici.
La favola dei neonazisti ucraini dipinti come “neo-kantiani” sembra più il prodotto di uno stato alterato di coscienza causato dall’abuso di sostanze psicotrope che non “giornalismo”.
Mentre si incensavano i battaglioni neonazisti che dal 2014 combattevano contro le popolazioni del Donbass, si lasciavano agire impuniti i neonazisti che qui in Italia (ucraini e “autoctoni”, insieme) attaccavano iniziative contro la guerra, feste popolari di quartiere, giungendo al più vile degli attacchi contro una compagna in puro stile di (fortunatamente solo tentato) “stupro di guerra”.
Una situazione che anche una parte della sinistra antagonista non ha correntemente decifrato e, conseguentemente, non ha politicamente denunciato, con un cortocircuito logico-politico evidente quanto avvilente.
Tutto questo mentre un flusso di armi arrivava in Polonia in direzione Kiev senza che nessuno potesse esattamente capire a chi poi venissero consegnate (l’ha denunciato l’Interpol e persino il Dipartimento di Stato Usa), e si infittivano i legami tra la variopinta comunità neofascista italiana – ed europea in genere – e i banderisti ucraini.
Rapporti “covati” almeno dai moti di piazza Maidan nel 2014.
Risultato: un fiume di armi incontrollato prima o poi (se non già ora...) tornerà da dove è partito, ma in mano alla criminalità organizzata e a gruppi neofascisti. E una nuova generazione di soldati politici di ultradestra tornerà in Italia dopo avere combattuto fianco a fianco dei neonazisti in Ucraina, in una guerra fortemente voluta dalla NATO.
Se colleghiamo le varie inchieste giudiziarie su questa galassia, il quadro è inquietante.
Ma torniamo al ragionamento iniziale.
Uno dei compiti fondamentali di questo governo è stroncare preventivamente, per conto del padronato, ogni opposizione politico-sociale – quella di Palazzo è in questo contesto innocua ed anzi per molti versi funzionale – prima che assuma un profilo in grado di impensierire l’agenda della Meloni scritta tra Washington e Bruxelles, tranne qualche ridicola smargiassata ultra-reazionaria sul piano “culturale”.
In prima linea si trovano quei comparti avanzati della classe come il sindacalismo conflittuale e di base, che ha ritrovato una indispensabile unità d’azione con lo sciopero generale del 2 dicembre, e il variegato movimento studentesco che sta prendendo forma nelle scuole medie superiori come nelle università, e che sarà protagonista della mobilitazione nazionale contro la guerra il 3 dicembre a Roma.
Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: sia il “nuovo movimento operaio” sia quello studentesco costituiscono un problema in prospettiva se riusciranno a legare a sé una parte relativamente consistente dei ceti popolari, e non lo sono immediatamente già qui e ora.
In secondo luogo, le mobilitazioni cui abbiamo fino a qui assistito a livello sindacale e studentesco sono state il frutto di un certosino e defatigante sforzo soggettivo nel contesto di una società “stagnante”, dove il conflitto di classe è ridotto al lumicino.
Inoltre c’è sempre da ricordare che la filiera della “sinistra istituzionale” e dei suoi corpi intermedi ha ancora una relativa capacità di mobilitazione, nonostante i contenuti ambigui, strumentali, deboli, inadeguati allo spessore delle contraddizioni esistenti, ma purtroppo ancora capace di “inquinare” ogni tentativo di generosa ripresa conflittuale.
Soprattutto, questa filiera non è in grado – e non ne ha neanche l’intenzione – di elaborare un’alternativa credibile, foss’anche blandamente neo-socialdemocratica, tanto è filo-atlantista e filo-UE. Ed ha comunque una “classe dirigente” che sembra uscita dal circo Barnum.
In questo contesto la “Destra-centro”, insieme ad una battaglia ideologica costante e ridondante, usa – e soprattutto userà – gli strumenti tipici dello squadrismo ed il manganello contro quelle che sono le esperienze organizzate del movimento operaio e studentesco, lì dove la destra si sente più forte e protetta e gli si concede maggiore terreno.
In quegli ambienti c’è chi pensa che questa sia l’occasione buona per fare i conti con il “nemico interno”. Specie se questo nemico è costituito da una generazione cresciuta nella crisi, senza prospettiva, che può però svolgere una funzione generale nella ripresa del conflitto di classe nel nostro paese.
Giuseppe Valditara, non ha forse dichiarato al Sole24Ore: «Un buon genitore si preoccupa che questi ragazzi abbiano gli strumenti per farcela nella vita, altrimenti rischiano di essere degli sbandati»?
Per la precisione, utilizzando la non proprio finissima categoria sociologica di sbandati, si riferiva a chi lascia gli studi, senza minimamente indagare i perché di tale scelta, di cui naturalmente si incolpano soltanto i genitori ed una scuola ancora “troppo poco azienda” ai suoi occhi.
La realtà è che gli studenti vivono in scuole-gabbia, che li mandano a morire in alternanza scuola-lavoro e che risolvono qualsiasi problema in una ottica disciplinare e poliziesca, a volte con punte distopiche che ricordano il pinkfloydiano The Wall.
La proiezione politica di tutto questo è l’obiettivo padronale e reazionario di realizzare il grado zero di organizzazione studentesca fuori e dentro gli istituti; e, dal punto di vista del movimento operaio, similmente, il trattare il sindacalismo come “pratica criminale”, come dimostrano i fatti di Piacenza di questa estate.
In questo caso, fuori dalle mura degli istituti, dove non arrivano i manganelli della polizia e la zelante opera della Digos, si inserisce e, prevedibilmente si manifesterà l’azione del neo-fascismo contro le organizzazioni studentesche.
Abbiamo una lunga tradizione neo-fascista in questo senso, a far data almeno dagli anni Sessanta, che purtroppo ci sembra sia stata dimenticata da coloro che non comprendono l’attuale gravità della situazione, considerato anche il differente contesto: neo-fascismo sdoganato anche “a sinistra”, “camerati” addestrati all’uso delle armi, relativa facilità per chi è interno ad alcuni circuiti nel procurarsi delle armi provenienti da contesti bellici, una sinistra “democraticista” che ha dimenticato le più elementari nozioni di auto-tutela, e soprattutto la copertura istituzionale di cui godono i neo-fascisti, ovviamente ora più di prima.
Per questi motivi non va sottovalutato alcun fenomeno di riemersione dello squadrismo specie se perpetrato nei confronti del movimento studentesco, e va data una risposta all’altezza sul piano politico e “di massa”.
Che un gruppo di fascisti a volto coperto e con le mani alle cinghie faccia una incursione in un locale dell’Arci, a La Spezia, mentre si svolge una festa organizzata da OSA il giorno dopo la riuscita mobilitazione studentesca del 18 novembre, è un fatto che dovrebbe preoccupare e fare accendere una sorta di “campanello”, specie se si inserisce sulla scia di intimidazioni avvenute nelle settimane precedenti nella stessa città.
Non è un fatto isolato e locale, ma un tassello di un puzzle più ampio che rischia di estendersi, assolutamente non derubricabile ad una forma un po’ spinta di “bullismo”.
Su questo terreno “cedere un poco significa capitolare molto”.
L’uso della manovalanza neo-fascista da parte del governo di destra-centro non può essere accettato con “spirito di rassegnazione” ed un sostanziale immobilismo, lo stesso che abbiamo visto in questi anni di fronte al riemergere del fenomeno.
Per questo l’Assemblea all’Arci Canaletto, a La Spezia, domenica 27 novembre alle ore 18:00, in risposta a ciò che è accaduto e soprattutto per impedire che si ripeta, è un primo momento importante, anche per richiamare la politica locale e nazionale alle sue responsabilità affinché nessuno provi a “fare lo struzzo”.
Detto altrimenti va smascherata la regia politica in questa divisione dei ruoli tra neo-fascismo istituzionale in tailleur della Meloni e quello dei “camerati” che agiscono a volto coperto.
Fonte
08/12/2021
Il neofascismo oggi in Italia
Evoluzione e tratti identitari
L’area del neofascismo si presenta ad oggi assai frastagliata. D’altro canto è sempre stata una sua caratteristica storica fin dalle origini.
Una fotografia d’insieme
Molte cose sono cambiate da quando, a seguito della trasformazione nel gennaio 1995 dell’Msi – lo storico partito del neofascismo italiano, fondato nel lontano 1946 – in Alleanza nazionale, nuove formazioni esplicitamente nostalgiche del passato Ventennio mussoliniano si sono affacciate sulla scena politica.
La più vecchia delle organizzazioni post-missine, la Fiamma tricolore, è praticamente scomparsa, così il Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher (di fatto i reduci di Avanguardia nazionale, organizzazione sciolta per legge come ricostituzione del partito fascista nel giugno 1976).
Forza nuova (di cui diremo più avanti) si è, dal canto suo, fortemente ridimensionata dopo aver subito nel maggio del 2020 una scissione assai consistente che ha prosciugato molte delle sue sezioni territoriali e dato vita alla cosiddetta Rete dei patrioti.
Da qui anche la scelta strategica di infiltrarsi nei movimenti No Vax e No Green Pass, radicalizzando parole d’ordine soprattutto contro la cosiddetta “Dittatura sanitaria”.
La lotta con CasaPound per l’egemonia nella galassia neofascista l’ha spinta sempre più verso derive violente. L’assalto squadristico alla sede della Cgil a Roma del 9 ottobre scorso rappresenta un punto di arrivo, volto a segnare con un inconfondibile marchio fascista la propria azione.
L’unica realtà che nel frattempo è cresciuta e si è consolidata, dal 2008, anno della sua fondazione, è certamente CasaPound, divenuta la principale espressione del neofascismo odierno.
La specificità nazifasacista e antisemita di Forza Nuova
Forza nuova, nata nel settembre 1997, si ispira senza infingimenti, da sempre, alla Guardia di ferro rumena fondata da Corneliu Zelea Codreanu, uno dei più sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto. Attiva negli anni Trenta e Quaranta, la Guardia di ferro arrivò a collaborare con i nazisti e praticare l’azione terroristica su larga scala.
I “legionari” (così si facevano chiamare) della Guardia di ferro furono soprattutto protagonisti di spaventosi pogrom antiebraici, tra gli altri quello di Bucarest del 22 gennaio 1941. Un atto bestiale: i legionari irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo.
Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo «carne ebrea». «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati.
Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di ferro. Più di un centinaio di essi furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi.
Costituita da Roberto Fiore (già promotore alla fine degli anni Settanta di Terza posizione) e da Massimo Morsello (prima nella sezione del Fuan di via Siena a Roma, poi nei Nar), ambedue fuggiti a Londra nel 1980 (inseguiti da mandati di cattura per associazione sovversiva e banda armata e successivamente condannati rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a otto anni e due mesi), Forza nuova è stata più volte oggetto di attenzioni da parte della magistratura.
Moltissimi sono stati gli episodi che hanno visto militanti e dirigenti di Fn, o che vi avevano fatto parte, condannati per aggressioni violente. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma riguardo la natura di questa organizzazione, di particolare rilevanza sono stati due pronunciamenti della Corte di Cassazione: il primo, dell’8 giugno 2010, con sentenza avversa a una denuncia di Roberto Fiore, ritenne «pienamente giustificato l’uso delle espressioni» «nazifascisti» e «neofascisti» nei confronti di Forza nuova.
Il secondo, del 10 febbraio 2011 (sentenza 4938 della Quinta sezione penale), assolveva dall’accusa di diffamazione il direttore e un giornalista del «Corriere della Sera», denunciati anche in questo caso da Roberto Fiore, per l’intervista a un politico che definiva l’organizzazione «chiaramente fascista» e «portatrice di valori quali la xenofobia, il razzismo, la violenza e l’antisemitismo».
Il testo della sentenza affermava che «alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista, segnatamente delle leggi razziali», la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo».
Differenze e denominatori comuni
CasaPound a differenza del partitino di Roberto Fiore guarda al primo movimento fascista in Italia, di cui tenta di ripercorrerne le gesta. Una sorta di identificazione, a partire dai suoi caratteri pseudo-rivoluzionari e giovanili.
Centrali rispetto alla propria identità risultano due figure, in primis Ezra Pound, di cui sono state recuperate alcune teorie economiche, in particolare in favore del controllo statale del sistema bancario e per la «messa fuori legge dell’usura».
A seguire il romanziere e scrittore Robert Brasillach (condannato a morte in Francia nel 1945 per la sua attività di collaboratore dei nazisti), la cui effige è stata affissa nel marzo 2009 sui muri di Roma in occasione del lancio del movimento artistico letterario legato a Casa Pound, denominato Turbodinamismo, nei fatti una rimasticatura del futurismo marinettiano.
Le nostalgie e le ascendenze nell’area del neofascismo italiano sono dunque variegate. Ma al di là delle differenze e delle specificità delle diverse formazioni organizzate, è ai tratti comuni di questo arcipelago nero che bisogna guardare.
Da questo punto di vista, trasversalmente, il neofascismo odierno si riconosce in un’analisi della globalizzazione che denuncia il potere delle élite finanziarie identificabili ancora una volta nei banchieri ebrei, da Soros a Rotschild, i cui progetti punterebbero alla trasformazione delle società occidentali in società sempre più «multirazziali», nonché al «sostitutismo» della popolazione lavoratrice «bianca» con altra di colore, nord-africana in particolare.
Anche la pandemia da Covid-19 è stata interpretata come una manovra orchestrata da questi poteri forti, volti all’instaurazione di una sorta di «dittatura» all’insegna del «pensiero unico». Nelle élite si individua la genesi di ogni complotto.
Da qui la difesa del «povero bianco», che perde diritti e spazi e che «disprezza la mescolanza», ora abbandonato e colpevolizzato. Da qui il muoversi «in nome del popolo», promuovendo movimenti contro la «dittatura sanitaria», parte di un tentativo per cercare di rappresentare delle collettività, dei pezzi di società abbandonati.
I luoghi, non a caso, dell’agire sono le periferie delle grandi metropoli e i temi sono quelli della difesa dello Stato sociale per la popolazione “autoctona”. Comune è anche una sorta di strategia della tensione xenofoba con campagne organizzate su temi sensibili come la sicurezza, contro i centri di accoglienza e i campi Rom.
L’espansione senza pianificazione urbana di alcune nostre metropoli, si pensi a Roma, con mano libera ai palazzinari, con insediamenti casuali e frammentari e l’assenza di servizi, fanno da sfondo a queste politiche di intervento.
Il neofascismo non si muove più rincorrendo le ipotesi di sovvertimento istituzionale di tipo golpista come negli anni Settanta, ma su un crinale di erosione della coesione sociale e per questa via della tenuta del tessuto democratico. La distanza tra le organizzazioni cresciute nei Sessanta e Settanta e quelle odierne è abissale. Il contesto non è in alcun modo paragonabile. L’Italia della “Guerra fredda” non è quella di oggi.
Avanguardia nazionale e Ordine nuovo (organizzazioni filo-naziste e terroristiche) erano inserite in uno schieramento anticomunista ampio, con vertici istituzionali, da quelli militari a quelli di polizia e di intelligence, attraversati da pulsioni e intenti eversivi dell’ordine costituzionale, con ampie quote della classe politica dirigente tentate da avventure reazionarie.
Derive armate
La deriva verso la lotta armata di frange sempre più consistenti del neonazismo a livello europeo è ormai una realtà. Negli ultimi anni sono stati diversi, in Francia e in Germania, i gruppi organizzatisi in funzione terroristica individuati e sciolti per legge.
Così in Italia dove in soli due anni si è provveduto da parte della magistratura e delle autorità di polizia a intercettare e disarticolare più di una formazione.
Nel novembre 2019 è avvenuto nei confronti del “Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori”, con tanto di simbolo tratto dalle Waffen-SS, nato a fine 2016, dotato di armi ed esplosivi, presente in Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto, in contatto con l’organizzazione terroristica Combat 18.
Sempre nello stesso mese, la Digos di Firenze aveva perquisito dodici persone, tra Siena e provincia, con l’accusa di associazione per sovvertire l’ordine democratico, trovando armi ed esplosivi, elmetti e divise tedesche. Durante le intercettazioni era anche emerso che alcuni degli indagati avessero l’intenzione di far saltare in aria la moschea di Colle Val d’Elsa.
Nel solo 2021 si sono, invece, di fatto sciolti ben cinque analoghi raggruppamenti in procinto di passare alla lotta armata, con l’intenzione di colpire, armi alla mano, avversari politici, ma anche ebrei, omosessuali e stranieri.
A gennaio è stata la volta di Sole Nero, a maggio de L’ultima Legione, a giugno dell’Ordine Ario Romano, a luglio di Avanguardia Rivoluzionaria, per finire in ottobre con l’Ordine di Hagal.
Tutte minuscole realtà, non costituite da giovanissimi, se non in un caso, ma da militanti in età matura provenienti da precedenti esperienze politiche nella destra radicale, in particolare da Forza nuova. Un dato preoccupante segno di un salto di qualità nell’ambito del neofascismo italiano.
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L’area del neofascismo si presenta ad oggi assai frastagliata. D’altro canto è sempre stata una sua caratteristica storica fin dalle origini.
Una fotografia d’insieme
Molte cose sono cambiate da quando, a seguito della trasformazione nel gennaio 1995 dell’Msi – lo storico partito del neofascismo italiano, fondato nel lontano 1946 – in Alleanza nazionale, nuove formazioni esplicitamente nostalgiche del passato Ventennio mussoliniano si sono affacciate sulla scena politica.
La più vecchia delle organizzazioni post-missine, la Fiamma tricolore, è praticamente scomparsa, così il Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher (di fatto i reduci di Avanguardia nazionale, organizzazione sciolta per legge come ricostituzione del partito fascista nel giugno 1976).
Forza nuova (di cui diremo più avanti) si è, dal canto suo, fortemente ridimensionata dopo aver subito nel maggio del 2020 una scissione assai consistente che ha prosciugato molte delle sue sezioni territoriali e dato vita alla cosiddetta Rete dei patrioti.
Da qui anche la scelta strategica di infiltrarsi nei movimenti No Vax e No Green Pass, radicalizzando parole d’ordine soprattutto contro la cosiddetta “Dittatura sanitaria”.
La lotta con CasaPound per l’egemonia nella galassia neofascista l’ha spinta sempre più verso derive violente. L’assalto squadristico alla sede della Cgil a Roma del 9 ottobre scorso rappresenta un punto di arrivo, volto a segnare con un inconfondibile marchio fascista la propria azione.
L’unica realtà che nel frattempo è cresciuta e si è consolidata, dal 2008, anno della sua fondazione, è certamente CasaPound, divenuta la principale espressione del neofascismo odierno.
La specificità nazifasacista e antisemita di Forza Nuova
Forza nuova, nata nel settembre 1997, si ispira senza infingimenti, da sempre, alla Guardia di ferro rumena fondata da Corneliu Zelea Codreanu, uno dei più sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto. Attiva negli anni Trenta e Quaranta, la Guardia di ferro arrivò a collaborare con i nazisti e praticare l’azione terroristica su larga scala.
I “legionari” (così si facevano chiamare) della Guardia di ferro furono soprattutto protagonisti di spaventosi pogrom antiebraici, tra gli altri quello di Bucarest del 22 gennaio 1941. Un atto bestiale: i legionari irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo.
Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo «carne ebrea». «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati.
Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di ferro. Più di un centinaio di essi furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi.
Costituita da Roberto Fiore (già promotore alla fine degli anni Settanta di Terza posizione) e da Massimo Morsello (prima nella sezione del Fuan di via Siena a Roma, poi nei Nar), ambedue fuggiti a Londra nel 1980 (inseguiti da mandati di cattura per associazione sovversiva e banda armata e successivamente condannati rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a otto anni e due mesi), Forza nuova è stata più volte oggetto di attenzioni da parte della magistratura.
Moltissimi sono stati gli episodi che hanno visto militanti e dirigenti di Fn, o che vi avevano fatto parte, condannati per aggressioni violente. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma riguardo la natura di questa organizzazione, di particolare rilevanza sono stati due pronunciamenti della Corte di Cassazione: il primo, dell’8 giugno 2010, con sentenza avversa a una denuncia di Roberto Fiore, ritenne «pienamente giustificato l’uso delle espressioni» «nazifascisti» e «neofascisti» nei confronti di Forza nuova.
Il secondo, del 10 febbraio 2011 (sentenza 4938 della Quinta sezione penale), assolveva dall’accusa di diffamazione il direttore e un giornalista del «Corriere della Sera», denunciati anche in questo caso da Roberto Fiore, per l’intervista a un politico che definiva l’organizzazione «chiaramente fascista» e «portatrice di valori quali la xenofobia, il razzismo, la violenza e l’antisemitismo».
Il testo della sentenza affermava che «alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista, segnatamente delle leggi razziali», la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo».
Differenze e denominatori comuni
CasaPound a differenza del partitino di Roberto Fiore guarda al primo movimento fascista in Italia, di cui tenta di ripercorrerne le gesta. Una sorta di identificazione, a partire dai suoi caratteri pseudo-rivoluzionari e giovanili.
Centrali rispetto alla propria identità risultano due figure, in primis Ezra Pound, di cui sono state recuperate alcune teorie economiche, in particolare in favore del controllo statale del sistema bancario e per la «messa fuori legge dell’usura».
A seguire il romanziere e scrittore Robert Brasillach (condannato a morte in Francia nel 1945 per la sua attività di collaboratore dei nazisti), la cui effige è stata affissa nel marzo 2009 sui muri di Roma in occasione del lancio del movimento artistico letterario legato a Casa Pound, denominato Turbodinamismo, nei fatti una rimasticatura del futurismo marinettiano.
Le nostalgie e le ascendenze nell’area del neofascismo italiano sono dunque variegate. Ma al di là delle differenze e delle specificità delle diverse formazioni organizzate, è ai tratti comuni di questo arcipelago nero che bisogna guardare.
Da questo punto di vista, trasversalmente, il neofascismo odierno si riconosce in un’analisi della globalizzazione che denuncia il potere delle élite finanziarie identificabili ancora una volta nei banchieri ebrei, da Soros a Rotschild, i cui progetti punterebbero alla trasformazione delle società occidentali in società sempre più «multirazziali», nonché al «sostitutismo» della popolazione lavoratrice «bianca» con altra di colore, nord-africana in particolare.
Anche la pandemia da Covid-19 è stata interpretata come una manovra orchestrata da questi poteri forti, volti all’instaurazione di una sorta di «dittatura» all’insegna del «pensiero unico». Nelle élite si individua la genesi di ogni complotto.
Da qui la difesa del «povero bianco», che perde diritti e spazi e che «disprezza la mescolanza», ora abbandonato e colpevolizzato. Da qui il muoversi «in nome del popolo», promuovendo movimenti contro la «dittatura sanitaria», parte di un tentativo per cercare di rappresentare delle collettività, dei pezzi di società abbandonati.
I luoghi, non a caso, dell’agire sono le periferie delle grandi metropoli e i temi sono quelli della difesa dello Stato sociale per la popolazione “autoctona”. Comune è anche una sorta di strategia della tensione xenofoba con campagne organizzate su temi sensibili come la sicurezza, contro i centri di accoglienza e i campi Rom.
L’espansione senza pianificazione urbana di alcune nostre metropoli, si pensi a Roma, con mano libera ai palazzinari, con insediamenti casuali e frammentari e l’assenza di servizi, fanno da sfondo a queste politiche di intervento.
Il neofascismo non si muove più rincorrendo le ipotesi di sovvertimento istituzionale di tipo golpista come negli anni Settanta, ma su un crinale di erosione della coesione sociale e per questa via della tenuta del tessuto democratico. La distanza tra le organizzazioni cresciute nei Sessanta e Settanta e quelle odierne è abissale. Il contesto non è in alcun modo paragonabile. L’Italia della “Guerra fredda” non è quella di oggi.
Avanguardia nazionale e Ordine nuovo (organizzazioni filo-naziste e terroristiche) erano inserite in uno schieramento anticomunista ampio, con vertici istituzionali, da quelli militari a quelli di polizia e di intelligence, attraversati da pulsioni e intenti eversivi dell’ordine costituzionale, con ampie quote della classe politica dirigente tentate da avventure reazionarie.
Derive armate
La deriva verso la lotta armata di frange sempre più consistenti del neonazismo a livello europeo è ormai una realtà. Negli ultimi anni sono stati diversi, in Francia e in Germania, i gruppi organizzatisi in funzione terroristica individuati e sciolti per legge.
Così in Italia dove in soli due anni si è provveduto da parte della magistratura e delle autorità di polizia a intercettare e disarticolare più di una formazione.
Nel novembre 2019 è avvenuto nei confronti del “Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori”, con tanto di simbolo tratto dalle Waffen-SS, nato a fine 2016, dotato di armi ed esplosivi, presente in Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto, in contatto con l’organizzazione terroristica Combat 18.
Sempre nello stesso mese, la Digos di Firenze aveva perquisito dodici persone, tra Siena e provincia, con l’accusa di associazione per sovvertire l’ordine democratico, trovando armi ed esplosivi, elmetti e divise tedesche. Durante le intercettazioni era anche emerso che alcuni degli indagati avessero l’intenzione di far saltare in aria la moschea di Colle Val d’Elsa.
Nel solo 2021 si sono, invece, di fatto sciolti ben cinque analoghi raggruppamenti in procinto di passare alla lotta armata, con l’intenzione di colpire, armi alla mano, avversari politici, ma anche ebrei, omosessuali e stranieri.
A gennaio è stata la volta di Sole Nero, a maggio de L’ultima Legione, a giugno dell’Ordine Ario Romano, a luglio di Avanguardia Rivoluzionaria, per finire in ottobre con l’Ordine di Hagal.
Tutte minuscole realtà, non costituite da giovanissimi, se non in un caso, ma da militanti in età matura provenienti da precedenti esperienze politiche nella destra radicale, in particolare da Forza nuova. Un dato preoccupante segno di un salto di qualità nell’ambito del neofascismo italiano.
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08/07/2014
Lo schifo che mi fanno Giorgio Napolitano…
…e Fausto Bertinotti quando omaggiano il fascista Giorgio Almirante.
Il presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano, il 26 giugno, ha inviato un messaggio al convegno organizzato alla Camera in occasione del centenario della nascita di Giorgio Almirante, in cui ha affermato che «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane […] a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio».
Non un’opinione ma un falso storico. Più avanti darò alcuni riferimenti storici, ben noti.
Non bastasse il presidente-re c’è anche un’altra (ex) alta carica dello Stato che riabilita l’ex capo dei neofascisti italiani.
Leggo in rete (nella lista «R-esistiamo», fonte degna di fiducia) che in quella occasione Fausto Bertinotti – ex presidente della Camera, ex sindacalista ed ex segretario di Rifondazione – ha pensato bene di recarsi in visita dalla vedova di Almirante.
Un grave errore politico: ovviamente Bertinotti in privato può frequentare chi vuole (da Valeria Marini al principe Sforza Ruspoli… contento lui) ma una visita simile, cioè fatta conoscere, diventa appunto un evento “pubblico”, dunque un omaggio ad Almirante. E un’offesa all’antifascismo.
Impensabile che Napolitano e Bertinotti ignorino la storia. Dunque si tratta di una scelta: ignobile, secondo me.
Per chi è più giovane ecco due link sull’ex capo dei neofascisti e qualche altra notizia ripresa da un (mio) vecchio libro.
1 – Qui in blog (cfr: «Scor-data: 17 maggio 1944») ho ricordato il «Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani» riprendendo un post dall’ «Osservatorio democratico sulle nuove destre». Si dirà che sono fatti del passato, che è possibile cambiar vita… Certo, però Almirante (fra l’altro ex segretario di redazione della rivista «Difesa della razza») mai si è pentito del suo passato fascista. Anzi sempre se ne vantò pubblicamente... tranne nelle occasioni in cui la paura (o le elezioni) lo spingevano per un po’ a fingersi moderato.
2 – Un secondo testo utile è LO SGUARDO DI ALMIRANTE di Claudia CERNIGOI: una breve biografia che si trova facilmente in rete ed è ripresa da «La nuova alabarda».
3 – Aggiungo qualche altra notizia su Almirante sintetizzata da un (mio) vecchio libro: «Agenda nera: 30 anni di neofascismo in Italia» che pubblicai nel gennaio 1976 con Coines edizioni.
Almirante nel 1946 è tra i promotori dei clandestini Far (Fasci azione rivoluzionaria) che si impegnarono in attentati. Poi il 26 dicembre 1946 è tra i fondatori del Msi, Movimento Sociale Italiano, il cui simbolo è una fiamma tricolore che si alza da una bara, ovviamente quella di Mussolini. Nel Msi degli inizi Almirante è all’opposizione, vorrebbe una linea ancora più dura, più fascista. Dopo le giornate antifasciste del luglio 1960 (Genova e non solo) quando l’impaurito segretario del Msi Arturo Michelini invitò i camerati a tener calmi gli squadristi ovviamente fra coloro che criticarono la svolta “morbida” c’era anche lui. E ancora Almirante si fa fotografare il 15 marzo 1968 in mezzo agli squadristi che dalla facoltà di Giurisprudenza di Roma si preparano ad assaltare Lettere occupata da compagne/i. Quando poi Almirante prenderà il posto di Michelini, morto nel 1969, non a caso i gruppi più duri (come Ordine Nuovo) rientreranno, almeno in parte, nel Msi. Da allora l’escalation dei gruppi neofascisti è visibile quanto sanguinosa ma il nuovo segretario non sconfessa i suoi. Anzi, nel settembre 1970 Almirante dichiara: «Oggi la consegna è di passare dall’essere fascisti al fare i fascisti». Ricorda che ora tutti i massimi dirigenti Msi provengono dalla Rsi, «che fu libera scelta non solo atto di fedeltà». A novembre 1971 il procuratore Luigi Bianchi d’Espinosa promuove un’indagine sulla ricostituzione del partito fascista, indagando anche sui massimi dirigenti del Movimento Sociale. Ma l’Italia ancora dominata dalla Dc non può permettere che i dirigenti neofascisti vadano davvero sotto processo perché significherebbe far luce sui finanziamenti e sulle complicità; e dopo la morte di Bianchi d’Espinosa si aggiungerà la “bassezza” di Almirante che insinuerà «non era in possesso delle sue facoltà mentali» mentre a livello politico la Dc prende dall’Msi voti utili sia in Parlamento che per eleggere Giovanni Leone alla presidenza della repubblica. Nel giugno ’72 in una manifestazione pubblica a Firenze Almirante dichiara: «Noi siamo pronti a surrogare lo Stato» e ancora «I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e siccome una volta sono stato frainteso, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico». Una delle tante apologie dello squadrismo.
Ma i neofascisti non pagano il conto (giudiziario e/o politico). Neppure quando il 7 aprile 1973 il missino Nico Azzi si fa esplodere fra le gambe una bomba che stava collocando sul direttissimo Genova-Roma o quando, 5 giorni dopo, i fascisti (tutti iscritti o ex iscritti al Msi) in piazza a Milano tirano bombe sulla polizia, uccidendo l’agente Antonio Marino... neppure allora il partito di Almirante rischia. In quegli anni infatti la tesi della Dc e dei suoi alleati è che ci sono gli «opposti estremismi» (uno rosso e l’altro nero) ma la verità è che i camerati sono vezzeggiati, incoraggiati e foraggiati salvo poi spedire qualche “pesce piccolo” in carcere se proprio l’incauto si fa cogliere con le mani nel sacco... mentre i corpi dello Stato chiudono gli occhi sulle evidenze che legano squadristi e attentatori al Movimento Sociale, oltre a dimenticare che in Italia è vietata per legge la «ricostituzione del partito fascista».
Il mio libro si chiudeva con il 1975 (e da allora mi sono dedicato a cose “più allegre” che studiare i neofascisti) ma è ben noto che, anche dopo di allora, Giorgio Almirante non ha dato segni di pentimento o ravvedimento. Fascista, razzista e repubblichino prima; neofascista poi cioè ideologo dello squadrismo, complice politico e mandante morale di delitti e stragi targate estrema destra.
E allora chiedo: «senso dello Stato»? E «rispetto per le istituzioni repubblicane»? Anzi, «un esempio»? Come osa Napolitano dire queste bugie?
Fonte
Il presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano, il 26 giugno, ha inviato un messaggio al convegno organizzato alla Camera in occasione del centenario della nascita di Giorgio Almirante, in cui ha affermato che «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane […] a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio».
Non un’opinione ma un falso storico. Più avanti darò alcuni riferimenti storici, ben noti.
Non bastasse il presidente-re c’è anche un’altra (ex) alta carica dello Stato che riabilita l’ex capo dei neofascisti italiani.
Leggo in rete (nella lista «R-esistiamo», fonte degna di fiducia) che in quella occasione Fausto Bertinotti – ex presidente della Camera, ex sindacalista ed ex segretario di Rifondazione – ha pensato bene di recarsi in visita dalla vedova di Almirante.
Un grave errore politico: ovviamente Bertinotti in privato può frequentare chi vuole (da Valeria Marini al principe Sforza Ruspoli… contento lui) ma una visita simile, cioè fatta conoscere, diventa appunto un evento “pubblico”, dunque un omaggio ad Almirante. E un’offesa all’antifascismo.
Impensabile che Napolitano e Bertinotti ignorino la storia. Dunque si tratta di una scelta: ignobile, secondo me.
Per chi è più giovane ecco due link sull’ex capo dei neofascisti e qualche altra notizia ripresa da un (mio) vecchio libro.
1 – Qui in blog (cfr: «Scor-data: 17 maggio 1944») ho ricordato il «Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani» riprendendo un post dall’ «Osservatorio democratico sulle nuove destre». Si dirà che sono fatti del passato, che è possibile cambiar vita… Certo, però Almirante (fra l’altro ex segretario di redazione della rivista «Difesa della razza») mai si è pentito del suo passato fascista. Anzi sempre se ne vantò pubblicamente... tranne nelle occasioni in cui la paura (o le elezioni) lo spingevano per un po’ a fingersi moderato.
2 – Un secondo testo utile è LO SGUARDO DI ALMIRANTE di Claudia CERNIGOI: una breve biografia che si trova facilmente in rete ed è ripresa da «La nuova alabarda».
3 – Aggiungo qualche altra notizia su Almirante sintetizzata da un (mio) vecchio libro: «Agenda nera: 30 anni di neofascismo in Italia» che pubblicai nel gennaio 1976 con Coines edizioni.
Almirante nel 1946 è tra i promotori dei clandestini Far (Fasci azione rivoluzionaria) che si impegnarono in attentati. Poi il 26 dicembre 1946 è tra i fondatori del Msi, Movimento Sociale Italiano, il cui simbolo è una fiamma tricolore che si alza da una bara, ovviamente quella di Mussolini. Nel Msi degli inizi Almirante è all’opposizione, vorrebbe una linea ancora più dura, più fascista. Dopo le giornate antifasciste del luglio 1960 (Genova e non solo) quando l’impaurito segretario del Msi Arturo Michelini invitò i camerati a tener calmi gli squadristi ovviamente fra coloro che criticarono la svolta “morbida” c’era anche lui. E ancora Almirante si fa fotografare il 15 marzo 1968 in mezzo agli squadristi che dalla facoltà di Giurisprudenza di Roma si preparano ad assaltare Lettere occupata da compagne/i. Quando poi Almirante prenderà il posto di Michelini, morto nel 1969, non a caso i gruppi più duri (come Ordine Nuovo) rientreranno, almeno in parte, nel Msi. Da allora l’escalation dei gruppi neofascisti è visibile quanto sanguinosa ma il nuovo segretario non sconfessa i suoi. Anzi, nel settembre 1970 Almirante dichiara: «Oggi la consegna è di passare dall’essere fascisti al fare i fascisti». Ricorda che ora tutti i massimi dirigenti Msi provengono dalla Rsi, «che fu libera scelta non solo atto di fedeltà». A novembre 1971 il procuratore Luigi Bianchi d’Espinosa promuove un’indagine sulla ricostituzione del partito fascista, indagando anche sui massimi dirigenti del Movimento Sociale. Ma l’Italia ancora dominata dalla Dc non può permettere che i dirigenti neofascisti vadano davvero sotto processo perché significherebbe far luce sui finanziamenti e sulle complicità; e dopo la morte di Bianchi d’Espinosa si aggiungerà la “bassezza” di Almirante che insinuerà «non era in possesso delle sue facoltà mentali» mentre a livello politico la Dc prende dall’Msi voti utili sia in Parlamento che per eleggere Giovanni Leone alla presidenza della repubblica. Nel giugno ’72 in una manifestazione pubblica a Firenze Almirante dichiara: «Noi siamo pronti a surrogare lo Stato» e ancora «I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e siccome una volta sono stato frainteso, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico». Una delle tante apologie dello squadrismo.
Ma i neofascisti non pagano il conto (giudiziario e/o politico). Neppure quando il 7 aprile 1973 il missino Nico Azzi si fa esplodere fra le gambe una bomba che stava collocando sul direttissimo Genova-Roma o quando, 5 giorni dopo, i fascisti (tutti iscritti o ex iscritti al Msi) in piazza a Milano tirano bombe sulla polizia, uccidendo l’agente Antonio Marino... neppure allora il partito di Almirante rischia. In quegli anni infatti la tesi della Dc e dei suoi alleati è che ci sono gli «opposti estremismi» (uno rosso e l’altro nero) ma la verità è che i camerati sono vezzeggiati, incoraggiati e foraggiati salvo poi spedire qualche “pesce piccolo” in carcere se proprio l’incauto si fa cogliere con le mani nel sacco... mentre i corpi dello Stato chiudono gli occhi sulle evidenze che legano squadristi e attentatori al Movimento Sociale, oltre a dimenticare che in Italia è vietata per legge la «ricostituzione del partito fascista».
Il mio libro si chiudeva con il 1975 (e da allora mi sono dedicato a cose “più allegre” che studiare i neofascisti) ma è ben noto che, anche dopo di allora, Giorgio Almirante non ha dato segni di pentimento o ravvedimento. Fascista, razzista e repubblichino prima; neofascista poi cioè ideologo dello squadrismo, complice politico e mandante morale di delitti e stragi targate estrema destra.
E allora chiedo: «senso dello Stato»? E «rispetto per le istituzioni repubblicane»? Anzi, «un esempio»? Come osa Napolitano dire queste bugie?
Fonte
12/06/2014
La Resistenza nel Donbass e i nerissimi rossobruni di Millenium
“Sostengo che per quanto ci riguarda, è male se una persona, un partito, un esercito o una scuola non viene attaccata dal nemico, perché in tal caso significa che senza dubbio siamo scesi sullo stesso piano del nemico”. Mao Tse Tung
Spicca sul web in questi giorni la foto di alcuni “volontari appartenenti all'associazione antifascista “Millenivm” con tanto di bandiera italiana con stella rossa al centro (la bandiera usata dalla divisione partigiana Garibaldi durante la resistenza) a quanto pare riportata sul profilo facebook del Governatore popolare della Repubblica di Donetsk. Questo è il titolo della didascalia che accompagna la foto utilizzata da Rai News per dar credito all’iniziativa.[1]
Si scatena il tam tam, rimbalza la notizia che finalmente gli antifà italiani si sono mossi. Ma qui – non è la prima volta – si sta prendendo un granchio di proporzioni piuttosto grosse.
I due capofila dell’operazione, Orazio Maria Gnerre e Luca Pintaudi, appartenenti all'associazione Millenivm, per quanto si spaccino per sostenitori delle Repubbliche popolari ucraine che resistono contro il golpe di Kiev, non sono necessariamente antifascisti, tanto meno compagni. Anzi. Come si può leggere ad esempio da un loro articolo sul 9 maggio[2], data che celebra la vittoria sul nazismo, e pubblicato sul loro blog, essi propugnano considerazioni assai discutibili per quanto riguarda la definizione di antifascismo. Innanzitutto pongono una differenza in termini qualitativi tra antifascismo russo, di matrice nazionalistica e religiosa (celebrano infatti la giornata del 9 maggio quale “vittoria della Russia e di altre nazioni invase dalla Germania nazionalsocialista,” per l'immenso valore patriottico), e l'antifascismo europeo, “variegato” e “fatto proprio da diverse posizioni politiche”, per questo, secondo loro, dai toni interclassisti. Si rifanno direttamente alla teoria previana dell' “antifascismo in assenza di fascismo”, teoria secondo la quale ora che non esistono più stati fascisti, il conflitto antifascisti/fascisti non fa altro che mantenere vivo uno scontro novecentesco e superato, “disperdendo le energie delle forze d’opposizione al Sistema” intese in senso anti-atlantista.
Ricordiamoci chi è Costanzo Preve, intellettuale “marxista” che piano piano cominciò a incentrare la sua analisi sulla nazione e sulla sovranità fino a trovarsi, in Francia, a dare indicazione di voto per il partito di estrema destra Front National della Le Pen.[3] Non possiamo non ricordarlo quale padrino di Diego Fusaro, rampante filosofo “marxista” che finisce per dare dei fascisti ai compagni che lo criticano perché disponibile a partecipare a iniziative su Marx a Casapound e che a breve parteciperà ad un convegno organizzato dalla Fondazione Evola.[4] Il cui segretario Gianfranco De Turris, ex giornalista Rai, ha scritto la prefazione di due testi di Gianluca Casseri, il fascista di Casapound Pistoia che assassinò due migranti senegalesi a Firenze. E’ facile pensare che questi “marxisti” sembrano sempre più neri e sempre meno rossi...
Ma tornando ai nostri, secondo i membri di Millenium l'antifascismo europeo dopo il 1945, “è stato quindi funzionale alle logiche di dominio liberalcapitalista e atlantista, per questi tre motivi: ha indebolito le forze rivoluzionarie socialiste fornendo loro un mito comune con le forze borghesi, ha contribuito a distruggere i principi tradizionali delle società europee (il patriottismo, la religione, la famiglia) a favore della società liquida postmoderna e capital-consumista, ha funto da “arma di distrazione di massa” dando luogo ad una guerra simulata tra opposti estremismi”. L'antifascismo dunque, con il suo presunto “interclassismo” avrebbe disperso le forze rivoluzionarie e contribuito se non rafforzato il mantenimento del sistema, a danno di valori patriottici, nazionalistici, culturali, “comunitaristi”, secondo il termine caro a questa frangia di intellettuali.
Ma di quali valori stiamo parlando? Principalmente di valori nazionalistici e religiosi: la stessa associazione Millenium si vanta sul proprio sito di ritenere prioritaria la tutela della cultura cristiana, ed è in questo senso che stringe legami con organizzazioni quali il Partito del Levante libanese, una realtà che promuove gli interessi delle comunità cristiane in Libano contro il dilagare del fondamentalismo islamico e la “spersonalizzazione” del culto dovuta alla propaganda di valori “occidentali”.
Ma chi fa parte di Millennium? Molti – pochi, in realtà, vista l’esiguità della sigla – sono sconosciuti, ma spiccano due nomi: Andrea Virga e Orazio Maria Gnerre.
Orazio Maria Gnerre è un giovane “intellettuale” fuoriuscito da Stato e Potenza, altra realtà rossobruna per eccellenza, fervente cattolico nonché ammiratore del Papa Guerriero Pio V. Gnerre scrive su riviste del calibro di Riscossa cristiana, è ferreo seguace di Schmitt, ma sopratutto di Aleksandr Gel'evič Dugin, pensatore di estrema destra russo, fondatore del partito Fronte nazionale bolscevico - Partito Eurasia, che si prefigge l’obiettivo di unire tutti i paesi di lingua russa per creare un contraltare ai paesi atlantisti. Dugin unisce in un calderone mistico - nazionalistico l’elogio dello stalinismo alle teorie evoliane e a quelle anti-atlantiste e neofasciste di Jean-François Thiriart.[5] E' con queste idee in testa che Orazio Maria Gnerre, ai tempi ancora membro di Stato e Potenza, volò in Siria e parlò dal palco di una enorme manifestazione pro Assad, nientemano che “a nome del popolo italiano”.[6]
Andrea Virga invece, un dottorando dell'Università di Lucca, è il responsabile Piemonte per Millennivm. Il suo blog personale è un patrimonio immenso per comprendere le diverse sfaccettature del rossobrunismo e rafforzare quindi quella necessarissima dose di anticorpi politici utili a non cadere in certe trappole. Sul suo blog personale ad esempio scrive su Don Gallo: "Tuttavia, restano inaccettabili le sue “aperture” – ma sarebbe meglio dire “tradimenti del depositum fidei a lui affidato – nei confronti della legalizzazione delle droghe (pur avendo constatato nel suo apostolato sociale la tragedia della tossicodipendenza), dell’ordinazione femminile, dell’abolizione del celibato sacerdotale, dell’anarchismo, del bolscevismo, delle unioni omosessuali, della contraccezione, dell’eutanasia, persino del crimine dell’aborto! Questa sua totale sottomissione di fronte agli idoli del mondo moderno e della sovversione anticristiana, propria di ampia parte delle sinistre occidentali, gli aveva valso l’amicizia ed il plauso di molti personaggi pubblici, in genere di sinistra, al punto da essere elevato ad “antipapa”, fautore di un’immaginaria “altra Chiesa” che rinneghi la propria missione e dottrina, ad uso e consumo della propaganda laicista e radicale. E tuttavia, non si può non notare come le gerarchie ecclesiastiche, in tutto questo tempo, siano venute meno al loro dovere paterno di riprenderlo ed ammonirlo a tornare sulla retta via. Invece, il suo funerale sarà celebrato dal Card. Bagnasco, suo Arcivescovo e Presidente della CEI, senza un accenno ai suoi errori, col rischio di indurre in scandalo i fedeli."
Ancora Virga, come si può leggere su un suo intervento sul sito di Millenivm a proposito della Giornata del ricordo, parla delle foibe in termini di "pulizia etnica ad opera dei partigiani titini anti-italiani" , ovviamente sorvolando sull'invasione fascista della Jugoslavia, parla del Venezia Giulia e della Dalmazia come territori chiaramente appartenenti all'Italia. Inoltre, si rammarica per la mancanza di una memoria condivisa sulla questione (tanto, come ripete anche Millennivm, destra e sinistra sono concetti superati) e ricorda agli antifascisti italiani che "l'odio per la propria patria è l'internazionalismo degli imbecilli". Lo ritroviamo inoltre in occasione della commemorazione dei Martirti delle Foibe a Firenze, evento caro ai fascisti fiorentini in cui Azione Universitaria, Casaggì, Fratelli d'Italia, Forza Nuova e Casapound tentano di fare a gara per guadagnare la prima fila.[7]
Per quanto però egli si affretti a scrivere che la sua partecipazione non implichi l' appoggio ad alcuna organizzazione politica, come si spiega ad esempio il comunicato in solidarietà ai poveri cuccioli di Stormfront-White pride?[8]
Ma venendo ai contatti, oltre a quelli in Siria, Ucraina e Libano, è interessante vedere nell'italica patria, quali siano i gruppi con cui Millennivm collabora.
Così risulta che Orazio Maria Gnerre dona numeri di riviste di chiara matrice ultra-religiosa ad un gruppo di nome “Comunità Antagonista Padana", che, con base nell'università cattolica di Milano, si dichiara fiermanete più a destra della Lega Nord.[9]
Ma i legami con l'università in generale sono ancora più pesanti: non a caso Gnerre organizza iniziative con gruppi quali il Gruppo Alpha (nella cui home page troneggiano citazioni di Evola e Pound), e Lealtà e Azione, gruppo vicino agli hammerskin famoso per le sue scorribande e aggressioni contro gli antifascisti milanesi e su cui il Fatto Quotidiano ha più volte insinuato il dubbio che esistano legami con il clan mafioso dei De Stefano.[10]
Già il 17 gennaio del 2014 gli antifascisti di Milano hanno contestato la presenza di questi gruppi che dovevano partecipare a un'iniziativa congiunta al Politecnico poi rinviata.[11]
Occorre inoltre segnalare che la loro rivista Nomos è legata ad Eurasia, il cui direttore, Claudio Mutti è un nome ben noto per quanto riguarda le stragi degli anni '70 e il neo-fascismo italiano.
Al di là dei fatti, che di certo parlano più delle parole, i membri di Millenivm ci tengono a prendere le distanze dal neofascismo quale riproposizione nostalgica che rinnova in sé i suoi errori passati (anche se dalle prese di posizione, dai simboli utilizzati e dagli autori di riferimento non sembrerebbe proprio). Ma ancora di più ci tengono a prendere le distanze dall'antifascismo che, secondo loro, impedisce di considerare il fascismo come parte integrante delle storie nazionali europee, “demonizza” il nazionalismo europeo senza analizzarlo ostacolando la costituzione di un fronte “anti-sistema in quanto anti-atlantista”, capace di superare le dicotomie destra-sinistra. I (nerissimi) rossobruni in questione dunque non solo effettuano una differenziazione tra antifascismo patriottico e non, ma anche tra antifascismo storico e “a-storico”. Essi pretendono infatti che, essendo stato sconfitto il fascismo storico, l'antifascismo non abbia più ragione di esistere: “l'antifascismo in assenza di fascismo” sarebbe appunto insostenibile al giorno d'oggi. Come se il fascismo fosse da considerare unicamente quale esperienza nazionale, culturale e relegata ad un certo periodo storico, e non si trattasse di un aspetto insito del modo di produzione capitalistico: come se la lotta tra fascismo e antifascismo fosse semplicemente una questione politica che affonda le proprie radici nella cultura e non nella lotta di classe. Essi propugnano un modello nazionalista, comunitarista e corporativista, sognano un'alleanza interclassista anti-atlantista in nome dei “Popoli” capace di superare destra e sinistra, fascismo e comunismo visti come opposti estremismi, come da peggior testata giornalistica mainstream. Anche a proposito della questione Ucraina, per la cui analisi si rivolgono al sovracitato padrino del nazionalismo russo Aleksandr Gel'evič Dugin, affermano che la lettura della questione in termini di fascismo e antifascismo è debilitante.[12]
Ancora una volta, chi propone il superamento di fascismo e antifascismo, chi nega una lettura di classe dei fenomeni, chi afferma che al giorno d'oggi non abbia più senso professarsi antifascista, chi blatera di imperialismi nazionali senza analizzare il modo di produzione capitalistico in termini marxisti, chi propugna un'alleanza sulla base dell' “anti-atlantismo”, del nazionalismo e del comunitarismo e pertanto sulla base dell'interclassismo e di un non meglio precisato “Popolo” non si trova dalla stessa parte della nostra barricata, non importa di quali simboli possa fregiarsi e di quali parole possa riempirsi la bocca.
I nemici del nostro nemico non sono nostri amici. Ed è più che mai necessario frapporre quella netta linea di demarcazione fra noi e loro.
Consigliamo, come approfondimenti su comunitarismo e rossobrunismo, questi due testi:
Contributo dei compagni di Militant http://www.militant-blog.org/?p=7617
Contributo di Claudia Cernigoi: http://www.nuovaalabarda.org/dossier/comunitaristi_e_nazimaoisti.pdf
Dossier a cura di due compagne di Firenze
Note:
[1] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/A-Donetsk-sono-arrivati-volontari-italiani-per-combattere-le-truppe-di-Kiev-9480d2a5-99e6-48d2-b884-36cad0c80999.html
[2] http://www.millennivm.org/millennivm/?p=994.
[3] http://www.ilprimatonazionale.it/2013/11/25/quando-il-marxista-preve-invitava-a-votare-front-national/
[4] http://contropiano.org/articoli/item/22198 http://contropiano.org/politica/item/24573-un-convegno-di-evoliani-e-rispunta-diego-fusaro
[5] Un esempio del pensiero di Dugin lo trovate qui: http://xoomer.virgilio.it/controvoce/fascismoimmenso-dugin.htm
[6] http://www.youtube.com/watch?v=k_Hj7rhCjM0
[7] http://andreavirga.blogspot.it/2012/01/corteo-in-ricordo-dei-martiri-delle.html http://andreavirga.blogspot.it/2012/12/lo-stormfront-ed-il-bispensiero.html
[8] http://andreavirga.blogspot.it/2012/12/lo-stormfront-ed-il-bispensiero.html
[9] http://www.capcattolica.org/home.html
[10] http://gruppoalphaunimi.blogspot.it/p/blog-page_13.html - http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/28/neonazi-e-mafia-il-battesimo-a-milano-con-la-sede-di-lealta-e-azione/896507/
[11] Qui i video della contestazione: http://www.serviziopubblico.it/2014/01/milano-gli-scontri-al-politecnico/
[12] http://www.millennivm.org/millennivm/?p=595
http://www.millennivm.org/millennivm/?p=809
Fonte
Spicca sul web in questi giorni la foto di alcuni “volontari appartenenti all'associazione antifascista “Millenivm” con tanto di bandiera italiana con stella rossa al centro (la bandiera usata dalla divisione partigiana Garibaldi durante la resistenza) a quanto pare riportata sul profilo facebook del Governatore popolare della Repubblica di Donetsk. Questo è il titolo della didascalia che accompagna la foto utilizzata da Rai News per dar credito all’iniziativa.[1]
Si scatena il tam tam, rimbalza la notizia che finalmente gli antifà italiani si sono mossi. Ma qui – non è la prima volta – si sta prendendo un granchio di proporzioni piuttosto grosse.
I due capofila dell’operazione, Orazio Maria Gnerre e Luca Pintaudi, appartenenti all'associazione Millenivm, per quanto si spaccino per sostenitori delle Repubbliche popolari ucraine che resistono contro il golpe di Kiev, non sono necessariamente antifascisti, tanto meno compagni. Anzi. Come si può leggere ad esempio da un loro articolo sul 9 maggio[2], data che celebra la vittoria sul nazismo, e pubblicato sul loro blog, essi propugnano considerazioni assai discutibili per quanto riguarda la definizione di antifascismo. Innanzitutto pongono una differenza in termini qualitativi tra antifascismo russo, di matrice nazionalistica e religiosa (celebrano infatti la giornata del 9 maggio quale “vittoria della Russia e di altre nazioni invase dalla Germania nazionalsocialista,” per l'immenso valore patriottico), e l'antifascismo europeo, “variegato” e “fatto proprio da diverse posizioni politiche”, per questo, secondo loro, dai toni interclassisti. Si rifanno direttamente alla teoria previana dell' “antifascismo in assenza di fascismo”, teoria secondo la quale ora che non esistono più stati fascisti, il conflitto antifascisti/fascisti non fa altro che mantenere vivo uno scontro novecentesco e superato, “disperdendo le energie delle forze d’opposizione al Sistema” intese in senso anti-atlantista.
Ricordiamoci chi è Costanzo Preve, intellettuale “marxista” che piano piano cominciò a incentrare la sua analisi sulla nazione e sulla sovranità fino a trovarsi, in Francia, a dare indicazione di voto per il partito di estrema destra Front National della Le Pen.[3] Non possiamo non ricordarlo quale padrino di Diego Fusaro, rampante filosofo “marxista” che finisce per dare dei fascisti ai compagni che lo criticano perché disponibile a partecipare a iniziative su Marx a Casapound e che a breve parteciperà ad un convegno organizzato dalla Fondazione Evola.[4] Il cui segretario Gianfranco De Turris, ex giornalista Rai, ha scritto la prefazione di due testi di Gianluca Casseri, il fascista di Casapound Pistoia che assassinò due migranti senegalesi a Firenze. E’ facile pensare che questi “marxisti” sembrano sempre più neri e sempre meno rossi...
Ma tornando ai nostri, secondo i membri di Millenium l'antifascismo europeo dopo il 1945, “è stato quindi funzionale alle logiche di dominio liberalcapitalista e atlantista, per questi tre motivi: ha indebolito le forze rivoluzionarie socialiste fornendo loro un mito comune con le forze borghesi, ha contribuito a distruggere i principi tradizionali delle società europee (il patriottismo, la religione, la famiglia) a favore della società liquida postmoderna e capital-consumista, ha funto da “arma di distrazione di massa” dando luogo ad una guerra simulata tra opposti estremismi”. L'antifascismo dunque, con il suo presunto “interclassismo” avrebbe disperso le forze rivoluzionarie e contribuito se non rafforzato il mantenimento del sistema, a danno di valori patriottici, nazionalistici, culturali, “comunitaristi”, secondo il termine caro a questa frangia di intellettuali.
Ma di quali valori stiamo parlando? Principalmente di valori nazionalistici e religiosi: la stessa associazione Millenium si vanta sul proprio sito di ritenere prioritaria la tutela della cultura cristiana, ed è in questo senso che stringe legami con organizzazioni quali il Partito del Levante libanese, una realtà che promuove gli interessi delle comunità cristiane in Libano contro il dilagare del fondamentalismo islamico e la “spersonalizzazione” del culto dovuta alla propaganda di valori “occidentali”.
Ma chi fa parte di Millennium? Molti – pochi, in realtà, vista l’esiguità della sigla – sono sconosciuti, ma spiccano due nomi: Andrea Virga e Orazio Maria Gnerre.
Orazio Maria Gnerre è un giovane “intellettuale” fuoriuscito da Stato e Potenza, altra realtà rossobruna per eccellenza, fervente cattolico nonché ammiratore del Papa Guerriero Pio V. Gnerre scrive su riviste del calibro di Riscossa cristiana, è ferreo seguace di Schmitt, ma sopratutto di Aleksandr Gel'evič Dugin, pensatore di estrema destra russo, fondatore del partito Fronte nazionale bolscevico - Partito Eurasia, che si prefigge l’obiettivo di unire tutti i paesi di lingua russa per creare un contraltare ai paesi atlantisti. Dugin unisce in un calderone mistico - nazionalistico l’elogio dello stalinismo alle teorie evoliane e a quelle anti-atlantiste e neofasciste di Jean-François Thiriart.[5] E' con queste idee in testa che Orazio Maria Gnerre, ai tempi ancora membro di Stato e Potenza, volò in Siria e parlò dal palco di una enorme manifestazione pro Assad, nientemano che “a nome del popolo italiano”.[6]
Andrea Virga invece, un dottorando dell'Università di Lucca, è il responsabile Piemonte per Millennivm. Il suo blog personale è un patrimonio immenso per comprendere le diverse sfaccettature del rossobrunismo e rafforzare quindi quella necessarissima dose di anticorpi politici utili a non cadere in certe trappole. Sul suo blog personale ad esempio scrive su Don Gallo: "Tuttavia, restano inaccettabili le sue “aperture” – ma sarebbe meglio dire “tradimenti del depositum fidei a lui affidato – nei confronti della legalizzazione delle droghe (pur avendo constatato nel suo apostolato sociale la tragedia della tossicodipendenza), dell’ordinazione femminile, dell’abolizione del celibato sacerdotale, dell’anarchismo, del bolscevismo, delle unioni omosessuali, della contraccezione, dell’eutanasia, persino del crimine dell’aborto! Questa sua totale sottomissione di fronte agli idoli del mondo moderno e della sovversione anticristiana, propria di ampia parte delle sinistre occidentali, gli aveva valso l’amicizia ed il plauso di molti personaggi pubblici, in genere di sinistra, al punto da essere elevato ad “antipapa”, fautore di un’immaginaria “altra Chiesa” che rinneghi la propria missione e dottrina, ad uso e consumo della propaganda laicista e radicale. E tuttavia, non si può non notare come le gerarchie ecclesiastiche, in tutto questo tempo, siano venute meno al loro dovere paterno di riprenderlo ed ammonirlo a tornare sulla retta via. Invece, il suo funerale sarà celebrato dal Card. Bagnasco, suo Arcivescovo e Presidente della CEI, senza un accenno ai suoi errori, col rischio di indurre in scandalo i fedeli."
Ancora Virga, come si può leggere su un suo intervento sul sito di Millenivm a proposito della Giornata del ricordo, parla delle foibe in termini di "pulizia etnica ad opera dei partigiani titini anti-italiani" , ovviamente sorvolando sull'invasione fascista della Jugoslavia, parla del Venezia Giulia e della Dalmazia come territori chiaramente appartenenti all'Italia. Inoltre, si rammarica per la mancanza di una memoria condivisa sulla questione (tanto, come ripete anche Millennivm, destra e sinistra sono concetti superati) e ricorda agli antifascisti italiani che "l'odio per la propria patria è l'internazionalismo degli imbecilli". Lo ritroviamo inoltre in occasione della commemorazione dei Martirti delle Foibe a Firenze, evento caro ai fascisti fiorentini in cui Azione Universitaria, Casaggì, Fratelli d'Italia, Forza Nuova e Casapound tentano di fare a gara per guadagnare la prima fila.[7]
Per quanto però egli si affretti a scrivere che la sua partecipazione non implichi l' appoggio ad alcuna organizzazione politica, come si spiega ad esempio il comunicato in solidarietà ai poveri cuccioli di Stormfront-White pride?[8]
Ma venendo ai contatti, oltre a quelli in Siria, Ucraina e Libano, è interessante vedere nell'italica patria, quali siano i gruppi con cui Millennivm collabora.
Così risulta che Orazio Maria Gnerre dona numeri di riviste di chiara matrice ultra-religiosa ad un gruppo di nome “Comunità Antagonista Padana", che, con base nell'università cattolica di Milano, si dichiara fiermanete più a destra della Lega Nord.[9]
Ma i legami con l'università in generale sono ancora più pesanti: non a caso Gnerre organizza iniziative con gruppi quali il Gruppo Alpha (nella cui home page troneggiano citazioni di Evola e Pound), e Lealtà e Azione, gruppo vicino agli hammerskin famoso per le sue scorribande e aggressioni contro gli antifascisti milanesi e su cui il Fatto Quotidiano ha più volte insinuato il dubbio che esistano legami con il clan mafioso dei De Stefano.[10]
Già il 17 gennaio del 2014 gli antifascisti di Milano hanno contestato la presenza di questi gruppi che dovevano partecipare a un'iniziativa congiunta al Politecnico poi rinviata.[11]
Occorre inoltre segnalare che la loro rivista Nomos è legata ad Eurasia, il cui direttore, Claudio Mutti è un nome ben noto per quanto riguarda le stragi degli anni '70 e il neo-fascismo italiano.
Al di là dei fatti, che di certo parlano più delle parole, i membri di Millenivm ci tengono a prendere le distanze dal neofascismo quale riproposizione nostalgica che rinnova in sé i suoi errori passati (anche se dalle prese di posizione, dai simboli utilizzati e dagli autori di riferimento non sembrerebbe proprio). Ma ancora di più ci tengono a prendere le distanze dall'antifascismo che, secondo loro, impedisce di considerare il fascismo come parte integrante delle storie nazionali europee, “demonizza” il nazionalismo europeo senza analizzarlo ostacolando la costituzione di un fronte “anti-sistema in quanto anti-atlantista”, capace di superare le dicotomie destra-sinistra. I (nerissimi) rossobruni in questione dunque non solo effettuano una differenziazione tra antifascismo patriottico e non, ma anche tra antifascismo storico e “a-storico”. Essi pretendono infatti che, essendo stato sconfitto il fascismo storico, l'antifascismo non abbia più ragione di esistere: “l'antifascismo in assenza di fascismo” sarebbe appunto insostenibile al giorno d'oggi. Come se il fascismo fosse da considerare unicamente quale esperienza nazionale, culturale e relegata ad un certo periodo storico, e non si trattasse di un aspetto insito del modo di produzione capitalistico: come se la lotta tra fascismo e antifascismo fosse semplicemente una questione politica che affonda le proprie radici nella cultura e non nella lotta di classe. Essi propugnano un modello nazionalista, comunitarista e corporativista, sognano un'alleanza interclassista anti-atlantista in nome dei “Popoli” capace di superare destra e sinistra, fascismo e comunismo visti come opposti estremismi, come da peggior testata giornalistica mainstream. Anche a proposito della questione Ucraina, per la cui analisi si rivolgono al sovracitato padrino del nazionalismo russo Aleksandr Gel'evič Dugin, affermano che la lettura della questione in termini di fascismo e antifascismo è debilitante.[12]
Ancora una volta, chi propone il superamento di fascismo e antifascismo, chi nega una lettura di classe dei fenomeni, chi afferma che al giorno d'oggi non abbia più senso professarsi antifascista, chi blatera di imperialismi nazionali senza analizzare il modo di produzione capitalistico in termini marxisti, chi propugna un'alleanza sulla base dell' “anti-atlantismo”, del nazionalismo e del comunitarismo e pertanto sulla base dell'interclassismo e di un non meglio precisato “Popolo” non si trova dalla stessa parte della nostra barricata, non importa di quali simboli possa fregiarsi e di quali parole possa riempirsi la bocca.
I nemici del nostro nemico non sono nostri amici. Ed è più che mai necessario frapporre quella netta linea di demarcazione fra noi e loro.
Consigliamo, come approfondimenti su comunitarismo e rossobrunismo, questi due testi:
Contributo dei compagni di Militant http://www.militant-blog.org/?p=7617
Contributo di Claudia Cernigoi: http://www.nuovaalabarda.org/dossier/comunitaristi_e_nazimaoisti.pdf
Dossier a cura di due compagne di Firenze
Note:
[1] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/A-Donetsk-sono-arrivati-volontari-italiani-per-combattere-le-truppe-di-Kiev-9480d2a5-99e6-48d2-b884-36cad0c80999.html
[2] http://www.millennivm.org/millennivm/?p=994.
[3] http://www.ilprimatonazionale.it/2013/11/25/quando-il-marxista-preve-invitava-a-votare-front-national/
[4] http://contropiano.org/articoli/item/22198 http://contropiano.org/politica/item/24573-un-convegno-di-evoliani-e-rispunta-diego-fusaro
[5] Un esempio del pensiero di Dugin lo trovate qui: http://xoomer.virgilio.it/controvoce/fascismoimmenso-dugin.htm
[6] http://www.youtube.com/watch?v=k_Hj7rhCjM0
[7] http://andreavirga.blogspot.it/2012/01/corteo-in-ricordo-dei-martiri-delle.html http://andreavirga.blogspot.it/2012/12/lo-stormfront-ed-il-bispensiero.html
[8] http://andreavirga.blogspot.it/2012/12/lo-stormfront-ed-il-bispensiero.html
[9] http://www.capcattolica.org/home.html
[10] http://gruppoalphaunimi.blogspot.it/p/blog-page_13.html - http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/28/neonazi-e-mafia-il-battesimo-a-milano-con-la-sede-di-lealta-e-azione/896507/
[11] Qui i video della contestazione: http://www.serviziopubblico.it/2014/01/milano-gli-scontri-al-politecnico/
[12] http://www.millennivm.org/millennivm/?p=595
http://www.millennivm.org/millennivm/?p=809
Fonte
30/04/2014
Nuvole nere a Milano. E non solo
Un lettore milanese ci descrive l'aria che tira nella “capitale economica” del paese, tra fascisti in piazza, business dominante e istituzioni complici.
Queste giornate pre e post 25 aprile sono state decisamente segnate dall’ipocrisia e dalla concessione al peggio. L’apice è stato raggiunto con l’ennesima parata di saluti romani e inni nazi fascisti per le vie di Milano. Poco conta il numero degli adepti rosso bruni e camice nere riverniciate. Sono sempre troppi e pericolosi per l’ideologia che portano, per le minacce che portano e per essere pronti all’uso contro comunisti e antifascisti e classe operaia in genere.
Ma tant’è. Quasi ci siamo abituati. La parata per Ramelli è uso dei fascisti per ribadire che ci sono.
Eppure non ci dobbiamo abituare ma rispondere con la presenza in piazza e il nostro continuare a fare politica, quotidianamente a fianco alle lotte, ribadendo i giusti punti di riferimenti della Resistenza (tradita), dell'uguaglianza, libertà e giustizia sociale. Ricordando che la lotta di liberazione fu per ridarci l’autodeterminazione dall’occupante e per rilanciare la lotta di classe contro il profitto che sfruttò i regimi fascisti e nazisti contro le lotte popolari. Le risposte ci sono state. Ma, per contro altare, sono state proprio le istituzioni locali e, in particolare il sindaco Pisapia, che procedono a equiparazioni inaccettabili. L’ultima in senso cronologico è la partecipazione del sindaco alla commemorazione mattutina di Ramelli. Atto dovuto dice. Ci si chiede verso chi. Verso i camerati? Verso una pacificazione non richiesta? Perché il punto non è la morte di Ramelli. Sarebbe fin troppo facile chiedere a Pisapia: perché Ramelli si, Varalli e Zibecchi no? E Dax?
No non ci aspettiamo da Pisapia equidistanza. Non la vogliamo. Anzi oramai anche chi ci credeva non si aspetta più molto. La bella faccia ha mostrato il lato vero. Ogni giorno si assiste a sfratti e politiche che di sociale non hanno nulla. E le posizioni politiche sono quelle della coalizione che lo supporta nel governo della città. Le autogiustificazioni sono il naturale comportamento che copre la totale assenza nel supporto dei lavoratori e delle famiglie. Doveva essere il cambiamento ma ha rappresentato la continuità.
E così si erge a sostegno di una pace contro gli imbecilli. E qui andiamo all’intervento fatto in consiglio comunale l’indomani del 25 aprile. Chiama imbecilli equiparando ancora lo striscione di Forza Nuova nel giorno della Festa della Liberazione con chi in piazza sosteneva la causa palestinese contro i simboli di morte sionisti. Le iniziative antifasciste sono viste come momenti di tensione e dimentica che in Cimitero Maggiore ormai i fascisti di Lealtà e azione si contrappongono al quartiere e agli antifascisti.
Milano risponde come può. Nel suo insieme la città è addormentata dalla Movida e dalle iniziative per l’Expo 2015. Per non dimenticare la cementificazione e lo scempio quotidiano. Quartieri sempre più poveri contrapposti a quartieri sempre più ricchi. Case popolari contro grattacieli e boschi verticali.
Tante le iniziative in questi giorni. Contro i fascisti. Contro i sionisti. Contro l’equidistanza delle istituzioni. Lo stesso 25 aprile la stragrande maggioranza del corteo portava i valori della lotta: contro la Tav, contro il Jobs act, l’imperialismo, contro il massacro dei palestinesi.
Ci si prova tutti i giorni. Ci proveremo anche domani. Sappiamo che le nuvole nere a Milano le portano i fascisti. Ma anche chi volutamente dimentica la storia, fa finta che tutto sia passato e sia tutto uguale e giorno dopo giorno concede spazi a tutto ciò che non serve ai lavoratori, alle loro lotte e alle loro conquiste compresi i valori del 25 aprile.
Giosta
Fonte
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Queste giornate pre e post 25 aprile sono state decisamente segnate dall’ipocrisia e dalla concessione al peggio. L’apice è stato raggiunto con l’ennesima parata di saluti romani e inni nazi fascisti per le vie di Milano. Poco conta il numero degli adepti rosso bruni e camice nere riverniciate. Sono sempre troppi e pericolosi per l’ideologia che portano, per le minacce che portano e per essere pronti all’uso contro comunisti e antifascisti e classe operaia in genere.
Ma tant’è. Quasi ci siamo abituati. La parata per Ramelli è uso dei fascisti per ribadire che ci sono.
Eppure non ci dobbiamo abituare ma rispondere con la presenza in piazza e il nostro continuare a fare politica, quotidianamente a fianco alle lotte, ribadendo i giusti punti di riferimenti della Resistenza (tradita), dell'uguaglianza, libertà e giustizia sociale. Ricordando che la lotta di liberazione fu per ridarci l’autodeterminazione dall’occupante e per rilanciare la lotta di classe contro il profitto che sfruttò i regimi fascisti e nazisti contro le lotte popolari. Le risposte ci sono state. Ma, per contro altare, sono state proprio le istituzioni locali e, in particolare il sindaco Pisapia, che procedono a equiparazioni inaccettabili. L’ultima in senso cronologico è la partecipazione del sindaco alla commemorazione mattutina di Ramelli. Atto dovuto dice. Ci si chiede verso chi. Verso i camerati? Verso una pacificazione non richiesta? Perché il punto non è la morte di Ramelli. Sarebbe fin troppo facile chiedere a Pisapia: perché Ramelli si, Varalli e Zibecchi no? E Dax?
No non ci aspettiamo da Pisapia equidistanza. Non la vogliamo. Anzi oramai anche chi ci credeva non si aspetta più molto. La bella faccia ha mostrato il lato vero. Ogni giorno si assiste a sfratti e politiche che di sociale non hanno nulla. E le posizioni politiche sono quelle della coalizione che lo supporta nel governo della città. Le autogiustificazioni sono il naturale comportamento che copre la totale assenza nel supporto dei lavoratori e delle famiglie. Doveva essere il cambiamento ma ha rappresentato la continuità.
E così si erge a sostegno di una pace contro gli imbecilli. E qui andiamo all’intervento fatto in consiglio comunale l’indomani del 25 aprile. Chiama imbecilli equiparando ancora lo striscione di Forza Nuova nel giorno della Festa della Liberazione con chi in piazza sosteneva la causa palestinese contro i simboli di morte sionisti. Le iniziative antifasciste sono viste come momenti di tensione e dimentica che in Cimitero Maggiore ormai i fascisti di Lealtà e azione si contrappongono al quartiere e agli antifascisti.
Milano risponde come può. Nel suo insieme la città è addormentata dalla Movida e dalle iniziative per l’Expo 2015. Per non dimenticare la cementificazione e lo scempio quotidiano. Quartieri sempre più poveri contrapposti a quartieri sempre più ricchi. Case popolari contro grattacieli e boschi verticali.
Tante le iniziative in questi giorni. Contro i fascisti. Contro i sionisti. Contro l’equidistanza delle istituzioni. Lo stesso 25 aprile la stragrande maggioranza del corteo portava i valori della lotta: contro la Tav, contro il Jobs act, l’imperialismo, contro il massacro dei palestinesi.
Ci si prova tutti i giorni. Ci proveremo anche domani. Sappiamo che le nuvole nere a Milano le portano i fascisti. Ma anche chi volutamente dimentica la storia, fa finta che tutto sia passato e sia tutto uguale e giorno dopo giorno concede spazi a tutto ciò che non serve ai lavoratori, alle loro lotte e alle loro conquiste compresi i valori del 25 aprile.
Giosta
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