Per capire che sta succedendo, la prima cosa da fare è mettere subito in chiaro che il problema non è solo il come, ma soprattutto il perché.
Il fatto è che se il “come” ha dei colpevoli, il “perché” ha delle complicità conclamate. Infatti, se abbiamo capito come la democrazia cosiddetta occidentale ha terminato il suo compito nel momento in cui la riproduzione capitalistica non si perpetua attraverso il lavoro, ma attraverso la finanza; e se abbiamo assistito all’esaurirsi del ruolo della manifattura come veicolo per l’accumulazione – quello che Marx definiva il rapporto tra valore d’uso e quello di scambio – a tutto ed esclusivo vantaggio del possesso esclusivo non più solo dei mezzi di produzione, ma di quelli di riproduzione finanziaria di accumulo borsistico del valore, abbiamo chiaro il quadro di come siano stati sbilanciati i rapporti, i conflitti, le rivendicazioni che contrapponevano Capitale e Lavoro.
I diritti non servono più come “palliativi” per anestetizzare le contraddizioni di classe; né quelli politici (per mantenere il potere urgono sempre nuove leggi elettorali), né quelli civili (il principio di uguaglianza è dialettico con l’appartenenza a un ceto espressione di una lobby); men che meno i diritti internazionali (il diritto di occupare e distruggere un territorio di conquista, le norme vessatorie contro le moltitudini dell’emigrazione servono a tenere bassi e fuori controllo normativo le leggi e i costi del mercato del lavoro).
Torniamo per alcune precisazioni al problema del “come”.
La crisi di Ceuta è esplosa in tutta la sua bolla manipolatrice e propagandistica. A cominciare dal modo in cui viene geograficamente descritto quel lembo di terra: secondo l’IA di Google, “Ceuta è una città autonoma spagnola situata nel Nordafrica, circondata dal Marocco”.
Se non ci fosse il pudore di avere almeno il rispetto di 87 morti, ci sarebbe da ridere a crepapelle. Sarebbe come dire che Belfast è una città inglese situata nel Nord Europa, circondata dall’Irlanda.
Invece che ammettere onestamente che Ceuta è un cimelio del colonialismo spagnolo, che serve a mantenere il controllo del traffico marittimo nello stretto di Gibilterra. Infatti neppure il governo Sanchez è riuscito a restituire quel lembo strategico al Marocco, il cui sovrano, invece di occuparsi delle condizioni di vita e del futuro dei suoi cittadini (o “sudditi”), che cercano una via d’uscita dignitosa alle tremende condizioni sociali, preferisce baciare la pantofola a Trump, al quale dedica un’autostrada, e aderire agli accordi di Abramo, piegandosi al sionismo di Netanyahu.
Chiedersi che cosa c’entri “la difesa dei confini europei” se in realtà è territorio marocchino è come chiedersi che c’entrava Valpreda con la strage di Piazza Fontana, o perché l’ex presidente Cossiga avesse tirato fuori la pista palestinese sulla strage di Bologna, senza voler vedere il vero motivo delle trame manipolatorie.
Certo, accusare di violazione dei confini quei 50mila cittadini marocchini che in realtà erano pur sempre in Marocco ha qualcosa di surreale. Ed è proprio per colmare il vuoto di ragioni politiche plausibili che in genere si alza il tiro delle panzane.
Ed ecco, con una tempestività di quelle che in realtà sono parti in commedia già definite e preordinate, che Meloni decreta la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna e tutti i giornali della banda Angelucci si scatenano contro i socialisti spagnoli che accolgono e regolarizzano lavoratori emigrati.
I giornalisti di destra, che imbrattano la carta stampata con la loro coscienza sporca, non sanno che l’Italia, nonostante la famigerata legge Fini-Bossi, nel corso degli ultimi anni ha “regolarizzato” più di due milioni di lavoratori stranieri?
Non sanno che poco meno della metà di loro, cioè 934mila, sono stati regolarizzati nel 2002 e nel 2009, proprio dai governi Berlusconi, il proprietario delle reti televisive dalle cui redazioni dei tg provengono questi sicari dell’oggettività nell’informazione?
Ma è tempo di lasciare il come e tornare a dedicarsi al perché.
La crisi della democrazia italiana, la reiterata spinta all’obsolescenza della Carta Costituzionale che sanciva i presupposti del contratto sociale, è giunta a una svolta. Prima che le componenti sociali disagiate e le opinioni pubbliche attente prendano coscienza collettiva che la perdita del ruolo di mediatore delle disuguaglianze – rappresentato per anni dallo Stato sociale – si stia riversando precipitosamente sullo stesso Stato di diritto, è urgente sancire il cambio dei rapporti di forza.
L’esempio MAGA di Trump è l’idea-guida. Il consenso elettorale non serve per governare, ma per comandare. L’ossessione dei “pieni poteri” si ripropone storicamente come panacea per mantenere il pieno controllo della rete dei privilegi oligarchici nell’energia, nelle materie prime pregiate, nel digitale, nella finanza globale e nell’industria bellica.
Meloni ha ormai chiaramente dato prova della coerente continuità politica, più che ideologica, con la vocazione collaborazionista: ieri Salò oggi Mar-a-lago sono i punti di riferimento di una politica asservita alla logica del dominio che non comprende né ammette dialettica con l'opposizione sociale.
Ecco il perché, per esempio, delle leggi sulla cosiddetta sicurezza: vietare, punire, reprimere significa disumanizzare i soggetti della lotta di classe, e riclassificarli sotto un elenco di fattispecie penali: clandestini, NoTav, black- bloc, terroristi, anarchici, “quelli di sinistra”, i pro-Pal, i maranza. E, ovviamente, gli antifascisti.
Le condizioni economiche e sociali dei lavoratori italiani sono palesemente al di sotto della media europea, distogliere la loro attenzione per scagliarla contro l’immigrazione è un trucco che non può durare per sempre. Ecco che bisogna irrigidire i rapporti di forza, impedire che lavoratori italiani e stranieri si accorgano degli inganni del neo-nazionalismo e si accordino con quelli più sfruttati di loro negli stessi luoghi di lavoro mal pagato e insicuro, negli stessi quartieri in cui condividono pessime politiche dell’abitare.
Coniughiamo il come e il perché e avremo il quadro della variabile del fascismo del Terzo millennio che è in atto nel cosiddetto Occidente. Trump lo spinge, von der Leyen lo mette all’ordine del giorno, Meloni ci sguazza, con la scusa di Vannacci.
Se n’è accorto anche qualcuno dei nostrani columnist, capaci di descrivere il “come”, ma solo per tenersi lontani dal “perché”, di cui sono spesso complici.
Come Ezio Mauro, che descrive la deriva del socialismo e del cristianesimo sociale, ma si dimentica delle colpevoli ambiguità della redazione del suo giornale; come Valter Veltroni che nei panni di commentatore lancia sul Corsera la patacca della “gestione della sicurezza da sinistra” (si rigirerebbe nella tomba anche Ugo Pecchioli), ma lo imita Gianni Cuperlo che sostiene il binomio “sinistra-legalità”, come un benpensante annoiato seduto al Caffè San Marco di Trieste; o come quell’anima persa del liberalismo italico che descrive come un pericolo che le scuole pubbliche del nord siano frequentate dai figli degli immigrati, guadagnandosi così il nuovo appellativo di Ernesto Galli della Razza.
Tuttavia, non sono utili le critiche di costume, le inchieste sulle trame, gli eventi di beneficenza, le adunate europeiste, men che meno i campi larghi o le alchimie delle alleanze. Per non dire delle speranze riposte sulle elezioni di Midterm statunitensi di fine anno.
Proprio perché non sono semplicemente in ballo gli ideali di una democrazia che barcolla sotto i colpi della remigrazione, della xenofobia, del neonazionalismo, del bellicismo, del precariato a vita. È in ballo un radicale cambio nel paradigma dei rapporti sociali nella società, nel paese, nel mondo in cui viviamo.
Abbiamo l’esperienza, la cultura, la visione d’insieme. È tempo di progettare una efficace nuova resistenza, una possibile nuova liberazione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/08/2026
MAGA e Maghella
06/06/2026
Dal «muro di ferro» di Jabotinsky alle tombe di Gaza: le alleanze fasciste del sionismo
I pensatori-fondatori del sionismo (Theodor Herzl, Max Nordau e altri) guardavano esplicitamente al colonialismo europeo come loro modello.
Herzl, il padre del sionismo politico, descrisse apertamente il futuro stato ebraico come «una parte delle mura difensive dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà in opposizione alla barbarie». Cercò attivamente di ottenere concessioni dalle potenze coloniali per fondare una colonia ebraica in Palestina. Non si è mai trattato di coesistenza con la popolazione indigena. Si trattava di conquista e sostituzione etnica.
Nessuna figura incarnava meglio la corrente più aggressiva di questa ideologia di Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista e padre spirituale dell’estrema destra israeliana moderna. Nel suo fondamentale saggio del 1923 “The Iron Wall” (Il Muro di Ferro), Jabotinsky espose la brutale verità con fredda onestà. Riconobbe apertamente che gli arabi palestinesi non avrebbero mai accettato volontariamente la trasformazione della loro patria in uno stato ebraico.
L’unica soluzione, sosteneva, era erigere un “muro di ferro” di superiorità militare, una barriera di forza così schiacciante che la popolazione autoctona non avrebbe mai potuto superarla. La colonizzazione, insisteva, doveva procedere “a prescindere dalla popolazione autoctona”. Questa non era difesa. Era il manifesto per un colonialismo d‘insediamento.
Spinto da questa visione fanatica, Jabotinsky corteggiò attivamente le potenze fasciste emergenti d’Europa. Nel 1934, con l’approvazione entusiastica di Benito Mussolini, fondò l’Accademia Navale Betar nella città portuale italiana di Civitavecchia.
Lì, i giovani cadetti sionisti si addestravano sotto ufficiali fascisti italiani, indossavano uniformi modellate sulle camicie nere di Mussolini e assorbivano lo spirito militarista e autoritario del fascismo. L’obiettivo era esplicito: forgiare una spietata forza combattente ebraica in grado di imporre il “muro di ferro” di Jabotinsky al popolo palestinese.
L’Accademia rimase in funzione fino al 1938, quando la crescente alleanza dell’Italia con la Germania nazista e l’approvazione delle leggi razziali antiebraiche posero definitivamente fine alla collaborazione. Molti dei diplomati dall’Accademia avrebbero poi costituito la spina dorsale della prima marina israeliana.
Ancora più grave fu la collaborazione con la Germania nazista. Nel 1933, le organizzazioni sioniste firmarono il famigerato Accordo Haavara con il regime di Hitler. Questo cinico patto permise a decine di migliaia di ebrei tedeschi di emigrare in Palestina trasferendo i propri beni sotto forma di merci tedesche. Per i nazisti, era un meccanismo conveniente per espellere gli ebrei e incrementare le esportazioni. Per i sionisti, si trattava di un freddo calcolo volto a rafforzare la colonizzazione ebraica della Palestina.
Mentre gli ebrei comuni subivano una persecuzione sempre più intensa, alcuni leader sionisti stringevano accordi pragmatici proprio con il regime che avrebbe presto scatenato l’Olocausto.
Queste alleanze non erano anomalie. Riflettevano la logica fondamentale di un progetto coloniale che dava priorità alla conquista territoriale e alla costruzione dello stato rispetto alla moralità e alla solidarietà con altri popoli oppressi. Quella stessa logica guida Israele oggi.
Il genocidio in diretta streaming a Gaza dall’ottobre 2023 è il culmine orribile di questo progetto coloniale. Ciò che è iniziato con le fantasie imperiali di Herzl e la dottrina del Muro di Ferro di Jabotinsky si è evoluto in un sofisticato sistema di apartheid, pulizia etnica e uccisioni di massa.
L’affamamento deliberato, la distruzione sistematica di ospedali e scuole, gli attacchi mirati contro i civili: questi non sono eccessi del sionismo. Sono il risultato inevitabile di un movimento fondato sulla convinzione che la popolazione indigena debba essere sottomessa o rimossa affinché lo stato coloniale possa prosperare.
Questa continuità storica è visibile nel panorama politico odierno. In Italia, il governo di estrema destra di Giorgia Meloni – le cui radici politiche affondano nella tradizione post-fascista – continua a fornire copertura politica, protezione diplomatica e sostegno materiale ai crimini di Israele, facendo eco alle alleanze opportunistiche che Jabotinsky cercò un tempo con Mussolini.
La Germania, un paese che sostiene di aver affrontato il proprio passato nazista, ha invece trasformato quella colpa storica in un sostegno incondizionato allo stato sionista, bloccando sanzioni serie e fornendo componenti per costruire le armi.
Negli Stati Uniti, la storia inquietante della famiglia Trump – dall’arresto di Fred Trump nel 1927 durante una rivolta del Ku Klux Klan all’abbraccio di Donald Trump ai sionisti evangelici e agli estremisti pro-Israele della linea dura – rivela quanto il potere americano rimanga profondamente intrecciato con questa impresa coloniale.
Il grottesco “Board of Peace” dell’amministrazione Trump – una cricca di miliardari speculatori immobiliari, sionisti intransigenti ed estremisti evangelici – incarna perfettamente questa depravata fusione di capitalismo gangsteristico e fanatismo messianico. Incaricata di rimodellare Gaza dopo il genocidio, questa cosiddetta iniziativa di pace sogna apertamente di trasformare le macerie delle case palestinesi in hotel di lusso, porti turistici e resort sulla spiaggia – una grottesca “Riviera del Medio Oriente” costruita sopra fosse comuni.
Questa non è diplomazia. È l’espressione estrema del saccheggio coloniale: le stesse forze che finanziano l’espansione degli insediamenti e la pulizia etnica ora sbavano per gli immobili una volta completata la strage.
Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir non sono aberrazioni. Sono la naturale propaggine estremista del pensiero sionista, gli eredi logici della visione di dominio dal pugno di ferro di Jabotinsky. I loro apertissimi appelli all’annessione, all’esecuzione dei prigionieri e all’ingegneria demografica non sono deviazioni dal sionismo: ne sono il compimento.
La bancarotta morale dell’Occidente continua a essere sbalorditiva. I governi europei che danno lezioni al Mondo sui diritti umani continuano ad armare Israele, a proteggerlo dalle responsabilità e a bloccare qualsiasi sanzione significativa. La loro complicità rivela un continente ancora intrappolato in vecchi schemi di potere, lealtà, moralità selettiva e pensiero colonialista.
Nonostante le centinaia di milioni investiti da Israele nella propaganda (hasbara), la maschera è caduta. La realtà sadica del sionismo – apartheid, pulizia etnica e genocidio – è ora visibile a milioni di persone. Più Israele si scaglia con arroganza e brutalità, più velocemente si diffonde il risveglio globale. La storia è schiacciante. Il sionismo ha stretto accordi con fascisti e nazisti quando ciò serviva ai suoi obiettivi. Oggi compie un genocidio con il pieno sostegno delle potenze occidentali. La continuità è innegabile.
L’Occidente deve smettere di fingere che si tratti semplicemente di un “conflitto”. Affinché sia fatta giustizia, bisogna riconoscere che il genocidio palestinese è la brutale continuazione di un’impresa coloniale di insediamento radicata nel suprematismo europeo e mantenuta con una forza implacabile.
La resistenza cresce – nelle strade e in mare, nel crescente movimento internazionale che chiede giustizia. La lotta per la liberazione palestinese è la prima linea della battaglia contro il colonialismo, l’apartheid e l’imperialismo del nostro tempo. Rendiamo Israele di nuovo Palestina.
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30/04/2026
La sirena d’allarme di Parco Schuster
Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.
Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.
La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.
L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.
Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.
Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.
Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.
È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.
Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.
È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.
Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.
Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.
Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.
Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.
Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.
Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).
Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.
La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?
La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?
Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.
Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.
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18/04/2026
Su Giovanni Gentile, 82 anni dopo e sul mito “fascista per caso amico degli ebrei”
Riguardo al “filosofo in camicia nera” (grazie allo storico Mimmo Franzinelli per la definizione) la mia domanda principale è: perché i celebratori e rivalutatori di Gentile – anche a sinistra – nella santificazione del personaggio gli fanno il torto enorme di negare il lato militante della sua adesione al fascismo?
Perché far passare per un bonario opportunista, un “liberale confuso” o un uomo politicamente “passivo” l’intellettuale organico per eccellenza del regime mussoliniano, una personalità pubblica che rimase coerente con lo spirito militante-combattentistico del suo percorso politico e della sua fede mussoliniana dopo i trascorsi liberal-conservatori della sua formazione giovanile (dal “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 1925, fino alla scelta di campo per la “Repubblica di Salò”, quando le sorti della guerra negative avevano già stemperato il fanatismo di altri famosi colleghi legati alla corte accademica del regime)?
Perché ricondurre la scelta “repubblichina” di un filosofo che, in base agli scritti privati, sempre vide in Mussolini la massima affermazione “post-risorgimentale” della sua idea di Italia-Nazione, solo alla vicenda personale, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, del figlio Federico, ufficiale del Regio Esercito Italiano di stanza a Tolone nel territorio della Francia meridionale occupata, poi deportato dai tedeschi in un campo d’internamento militare a Lvov in Ucraina (tesi che circola spesso sul suo periodo “repubblichino”: un adesione su misura esclusivamente di far liberare il figlio)?
Riassumendo su Gentile: con la sua spesso celebrata riforma dell’Istruzione del 1923 sancì un primato sessista dell’insegnamento umanistico escludendo le donne dalla docenza in filosofia, pose le basi con la stessa riforma per la persecuzione dell’uso delle lingue minoritarie nelle province di confine (lo sloveno e il croato in quelle nord-orientali, il tedesco e il ladino in Alto Adige, il francese e il franco-provenzale in Val d’Aosta), ideò il giuramento di fedeltà del 1931 per i docenti universitari, incoraggiò l’arruolamento volontario dei propri figli in guerra dopo il 1940 come “offerta al Duce”, esaltò nel 1942 il Giappone militarista alleato come modello di virtù guerriere, si circondò dopo l’adesione alla “Repubblica di Salò”, a Firenze, dei personaggi più estremisti e screditati nello stesso mondo culturale fascista (tipo lo scultore Antonio Maraini – nonno della più celebre e di altro orientamento politico Dacia – ammiratore della politica contro l'“arte degenerata” della Germania nazista), definì gli inglesi “barbari del 20° secolo” e, infine, pronunciò il suo ultimo discorso pubblico come rettore dell’Accademia d’Italia il 19 marzo 1944 – in cui definì Hitler “grande Condottiero” – quando a Firenze l’occupazione tedesca aveva già portato la guerra in città.
Come avrebbe detto un vecchio compagno dell’ANPI-Legnaia di mia conoscenza, con trascorsi in montagna e ormai scomparso da anni: “E che altro avrebbe dovuto fare per dimostrare che l’era fascista?”.
Quello che i partigiani comunisti fiorentini dei GAP guidati da Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini colpirono non era un “liberale confuso”, ma un fascista “repubblichino” convinto, anche se non della tipologia più estrema o più truce (ma con responsabilità morali, politiche intellettuali più gravi di qualsiasi squadrista semi-analfabeta).
Riconoscere quello che Gentile era senza inventarsi biografie riabilitatorie forse è l’atto più pietoso che noi compagni possiamo concedergli.
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11/02/2026
Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” europei
Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi che evidenziano “cordate” differenti a seconda del problema da affrontare (energia, riarmo, nuove tecnologie, ecc.) e complicano oltre il pensabile la ricerca di soluzioni “unitarie”.
La stessa proposta logico-draghiana – forzare lo stallo ricorrendo a una nuova mini-cordata di “volenterosi” che costruisca il prossimo “nucleo fondatore” e il corrispondente “sistema di regole”, oggi al centro del nuovo “vertice” – deve scontare negativamente il fatto oggettivo che quegli interessi concreti divaricano lo stesso gruppetto che dovrebbe esserne protagonista. L’affossamento del progetto franco-tedesco di “caccia del futuro” è probabilmente il segno più evidente, per ora, di difficoltà quasi insormontabili.
L’aspetto politicamente più devastante è però la totale crisi di credibilità della classe politica attualmente dirigente in quasi tutti i paesi della UE. Il popolare giornale tedesco Bild ha pubblicato i dati di un sondaggio sull’indice di “sgradimento” – diciamo così, dei vari primi ministri in carica nel mondo.
Il risultato è semplicemente agghiacciante per gli europei, come potete vedere. Uno solo, il ceco Babis, neoeletto (e forse solo per questo), può vantare un tasso di approvazione tranquillizzante. Tutti gli altri sono esplicitamente rifiutati da almeno il 50% degli elettori, compresa quella Meloni che parla ogni giorno come se “gli italiani” si riconoscessero tutti nei suoi siparietti.
Le posizioni peggiori – le prime, in questa classifica a rovescio – sono appannaggio esclusivo proprio del team dei “volenterosi” che ancora si consultano su come far proseguire la guerra in Ucraina nonostante il palese arretramento Usa e l’esaurimento delle forze a Kiev.
Starmer è sull’orlo delle dimissioni, con i vertici del partito laburista, già in crisi per motivi “nazionali”, travolto dall’onda lunga degli “Epstein files”. Macron, per ammissione del segretario del suo stesso partito nonché ex premier, Gabriel Attal, “È alla fine del mandato”, dopo la faticosissima approvazione del bilancio. Il tedesco Friedrich Merz, nonostante sia cancelliere da meno di un anno, risulta sfiduciato dal 67% degli elettori, e peggiora di settimana in settimana (la tabella qui di fianco risale a soli sette giorni fa).
Il dato comune è comunque un altro: in tutti e tre i paesi chiave i loro successori saranno con tutta probabilità dei nazifascisti, dichiarati o meno. L’AfD tedesca è nei sondaggi il primo partito, anche se con soltanto il 26%, appena un punto sopra la CDU del cancelliere ma a grande distanza dai cosiddetti “socialdemocratici” dell’Spd (16%). È pronta, insomma, per raccogliere l’eredità che Merz promette di lasciargli: “l’esercito più forte d’Europa“. Già sentita, vero?
In Francia la sicura vittoria dei lepenisti può essere fermata soltanto dalle loro contraddizioni interne, che diventano più visibili man mano che si avvicinano al sogno del “potere”. Non a caso in corrispondenza della faglia della guerra, tra cosiddetti “filo-atlantici” (Bardella) e altrettanto improbabili “filo-Putin” (Le Pen).
Ma in comune, così come l’Italia e in parte anche la Spagna, questi tre paesi hanno soprattutto le politiche di austerità con cui l’Unione Europea ha impoverito per oltre 30 anni le popolazioni del continente. Salari congelati e mangiati dall’inflazione, tagli continui a welfare, sanità, istruzione, riduzione dei diritti del lavoro, ecc., hanno progressivamente reso devastante l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico. Il declino del modello di vita capitalistico occidentale è diventato così visibile, palpabile, insopportabile. “Terrorizzante”.
In questo vuoto di futuro spalancato davanti alle nuove generazioni, esaltato da disuguaglianze mai così sfacciate, hanno trovato facile pascolo quanti hanno saputo deviare la “caccia alle responsabilità” da chi comanda davvero – le imprese multinazionali e il capitale finanziario – a chi ne subisce i danni più pesanti: immigrati, poveri, “diversi” di ogni genere, ecc..
La sedicente “sinistra” – senza troppe differenze tra quella liberale e quella sedicente “radicale” – è stata del resto protagonista assoluta nel gestire le politiche che hanno impoverito le classi popolari fin su al “ceto medio”. Sia a livello europeo che nazionale.
In quella stagione di “austerità” senza speranze è andata perciò progressivamente smarrita qualsiasi parvenza di “democrazia”, ossia di corrispondenza tra volontà popolare e orientamento dei governi. Una sola politica per tutta Europa ed elezioni nazionali che, quando la contraddicevano, venivano considerate “inutili” (la Grecia di Tsipras ha fatto da laboratorio e monito per tutti), fino a esser dichiarate “non valide” (quelle più recenti in Romania e altrove).
L’astensionismo ha così raggiunto quote ampiamente maggioritarie quasi dappertutto, confermando anche visivamente l’illegittimità sociale di una classe politica peraltro di livello sempre più infimo.
In assenza di alternative potenti, la paura spinge a guardarsi indietro, verso un passato mitico di benessere e “glorie” che in realtà coincide con la fase alta – per i paesi europei – del colonialismo predatorio verso il resto del mondo. Oggi quel passato non è però più ripetibile (come “potenze” quelle europee non contano un tubo, ormai) e il pensiero reazionario deve accontentarsi di una prospettiva tutta “difensiva”. Di chiusura fisica e mentale a protezione dei privilegi residui, contro chiunque ne sia privo e chieda una qualche giustizia.
Quindi no all’immigrazione e sì all’idiozia più fulminata che ci sia (la “remigrazione”), come se fosse realizzabile – senza precipitare nel baratro della crisi – l’allontanamento di milioni di persone che lavorano soprattutto nei settori ad alta intensità di lavoro e più basso salario, sostituendoli con il nulla o il davvero onirico “ritorno dei nostri emigrati” (come se si potessero lasciare di botto una vita e stipendi spesso multipli dei nostri per adattarsi a salari da fame solo per “amore della patria”).
E quindi no ai diritti, al dissenso, alla libertà di critica e di opposizione, sia interna che internazionale – da Gaza a Palestine Action, dai centri sociali agli scioperi sindacali, dal Venezuela all’Iran; non conta neanche più se “socialista” o semplicemente “altro da noi” – e sì al controllo totale, allo stato di polizia, all’“uomo solo al comando”.
Il liberismo impoverisce e produce fascismo, è la regola. Ma in effetti è vero che la reazione attuale è diversa dal nazifascismo “storico”, quello di un secolo fa. Ma molto in peggio.
Quello accompagnava la necessità di “modernizzare la società” e renderla compatibile con la rivoluzione industriale, la produzione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, creando al contempo “il sapere” necessario a gestire processi così complessi. Qualcosa che nello stesso periodo avveniva in forme “liberali” negli Usa e socialiste in Unione Sovietica. Per avere una misura spicciola della differenza tra ieri e oggi provate a mettere a confronto – come ministro dell’istruzione – un Gentile e un Valditara. Roba da tagliarsi le vene...
Quel nazifascismo, del resto, teneva insieme la paura per il proletariato rivoluzionario (“i bolscevichi!”) e la concorrenza per la supremazia imperialista in Europa. Persino l’Italietta mussoliniana pretendeva infatti “un posto al sole” all’ultimo turno del colonialismo ottocentesco.
Quella battaglia fu notoriamente fatale e portò all’azzeramento delle pretese europee, consegnando lo scettro dell’egemonia globale agli Stati Uniti in campo capitalistico e all’URSS nel fronte opposto.
La fetenzia reazionaria presente è invece solo uno spasmo da vassalli abbandonati dall’imperatore. Un piccolo stormo di corvi che si era preparato a fare guerra – non importa a chi: Russia, Iran, Cina, andava bene tutto purché dietro Washington – e ora si ritrova senza capo, senza copertura nucleare credibile, senza autonomia né preminenza in nessun campo. Senza una “visione”. Terrorizzato dal proprio declino e dalla propria inconsistenza, ormai conclamata agli occhi di tutto il mondo.
Le visite tardive di Macron, Starmer e ora anche Merz in Cina sono l’ultimo tentativo di trovare sponde per un gioco di cui non tengono più il “banco”.
Lo dimostra, una volta di più, il “lancio del cuore oltre l’ostacolo” di un Macron a fine corsa, che chiede “debito comune per riarmo e intelligenza artificiale” e la risposta gelida di un Merz che blatera di “deficit di produttività” per scindere, in prospettiva ma inutilmente, le sorti tedesche dal possibile caos continentale.
Per i popoli di questo continente è l’ora di separare nettamente il proprio futuro da questa banda di minus habens, presenti e futuri. Prima che la china della guerra senza più neanche un obbiettivo dicibile (“per la democrazia”, non fa neanche ridere...) diventi irrecuperabile.
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03/11/2025
Tutti noi israeliani siamo Ben Gvir
Finalmente, siamo tutti Itamar Ben-Gvir. C’è una linea comune tra Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman, la speranza dell’opposizione, e Ben-Gvir, il grande terrore: nazionalismo, fascismo e militarismo differiscono solo per le più piccole sfumature. Tra il governo più di estrema destra nella storia di Israele e coloro che aspirano al potere, non ci sono altro che 50 sfumature di destra.
Pertanto, tutti i discorsi su “una frattura nella nazione” e “le elezioni più importanti nella storia del Paese”, quest’ultimo un cliché attualmente in circolazione, sono una menzogna. Israele non ha Zohran Mamdani e non ne avrà uno a breve. Di Ben-Gvir ne abbiamo a palate.
La stagione elettorale è alle porte e non c’è nessuno come Lapid in grado di identificare rapidamente lo spirito del tempo, ovvero il fascismo, e cavalcarne l’onda. È il prodotto più gettonato sul mercato dal 7 Ottobre e Lapid lo sta già dispensando con entusiasmo.
Questa settimana, il “capo dell’opposizione” ha promesso che avrebbe sostenuto una legge che impedisse il voto a chi non si arruola nell’esercito. Né a Sparta né nella super-Sparta avrebbero mai osato prendere in considerazione una misura così militarista. Lì, avrebbero potuto vergognarsene. Gli arabi, gli ultraortodossi, i disabili, i malati, i criminali e gli handicappati sarebbero stati gettati nel Nilo. Non fanno parte della nostra democrazia, quindi perché non deportare tutti coloro che non prestano servizio? Revocare loro la cittadinanza? E magari rinchiuderli nei campi?
Secondo Lapid, il servizio militare è ciò che dà diritto ai diritti fondamentali. Se non uccidete bambini a Gaza, cari israeliani, Lapid vi toglierà la tessera elettorale. La gente, martoriata e segnata da anni di Benjamin Netanyahu, ora dovrebbe guardare a una figura come questa come a una speranza per qualcosa di diverso.
La più grande speranza per l’opposizione è ancora più scoraggiante. Questa settimana Bennett ha avvertito gli abitanti della città di Omer: “Nel Negev sta emergendo uno Stato Palestinese”. “Se non agiamo, ci sveglieremo con un 7 Ottobre nel Negev”. I cittadini beduini di Israele, il gruppo più svantaggiato e diseredato della società, sono Hamas. Il pericolo che rappresentano è un altro 7 Ottobre.
Visto che Ben-Gvir parla in questo modo, a cosa ci serve Bennett? Al suo buon inglese? Ai suoi modi raffinati? Al suo servizio militare in una forza speciale? A una moglie che non va in giro con la pistola alla cintura? A vivere a Ra’anana (e non a Tel Rumeida)?
Per Bennett, non meno che per Ben-Gvir, questa terra è riservata agli ebrei. I beduini, alcuni dei quali sono stati espulsi nel Negev da altre parti di Israele, non sono figli loro. Sono una minaccia che deve essere contenuta. Ma il fatto è che il Negev è loro non meno di quanto appartenga a Bennett o ai bravi cittadini di Omer.
Il Negev è ciò che resta di ciò che abbiamo lasciato loro dopo averli espropriati delle loro terre, distrutto il tessuto delle loro vite e imprigionati in pensieri di povertà. Alcuni di loro, però, non sono gentili: guidano in modo selvaggio sulle strade, hanno più di una moglie e sono violenti. Questa situazione deve essere corretta, ma senza violare i loro diritti civili, che non possono essere negati.
Bennett, come Lapid, è un individuo oscuro. Entrambi credono che i diritti siano concessi dalla bontà d’animo dello Stato, come dono o ricompensa per ciò che ai loro occhi è un buon comportamento. Questo è fascismo allo stato puro, e Lieberman, il fascista più veterano dei tre, si unirà a lui con entusiasmo. Anche lui è favorevole a negare il diritto di voto a coloro che non hanno contribuito a combattere la guerra e non ne hanno commesso i crimini. Anche lui considera i beduini ospiti indesiderati in questo Paese.
La somiglianza fascista tra coalizione e opposizione non è casuale. Si chiama Sionismo. Nel 2025, non si può più sostenere questa ideologia nazionale senza essere fascisti o militaristi. È ormai l’essenza del Sionismo. Forse è stato così fin dall’inizio, e l’onestà richiede che lo ammettiamo.
Netanyahu e Bennett, Ben-Gvir e Lapid sono Sionisti come quasi tutti gli israeliani. Quando si tratta della terra, credono nella Supremazia Ebraica e nella menzogna di uno Stato Ebraico e democratico. Il fascismo è l’inevitabile conseguenza di tutto ciò. Non è più possibile essere Sionisti e non fascisti.
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13/10/2025
Se l’anima del governo parla attraverso Roccella...
La ministra della famiglia Eugenia Roccella, ex femminista di area radicale (i pannelliani, insomma, gli stessi che hanno prodotto i Taradash e i Capezzone), poi berlusconiana, ecc., se n’è uscita con una dichiarazione che è riuscita a far impallidire persino Liliana Segre, che pure quanto a stomaco forte non scherza.
“Tutte le gite scolastiche ad Auschwitz, cosa sono state? Sono state gite? A che cosa sono servite? Sono servite, secondo me – e sono state incoraggiate e valorizzate – perché servivano effettivamente all’inverso. Servivano cioè a dirci che l’antisemitismo era qualcosa che riguardava un tempo ormai collocato nella storia, e collocato in una precisa area: il fascismo. Le gite ad Auschwitz secondo me sono state un modo per ripetere che l’antisemitismo era una questione fascista e basta.
E quindi il problema era essere antifascista non essere antisemita. Allora, io penso che il problema oggi sia fare i conti con il nostro antisemitismo, fare i conti con il nostro passato senza illuderci che tutto si è affinato in un’epoca storica e in un’area politica, cosa che trovo difficile sostenere”.
In questo delirio entrano, basta farci caso, alcuni dei luoghi comuni più abusati della retorica meloniana. Per esempio il fascismo come fenomeno di “un tempo ormai collocato nella storia” e non come un’ideologia della modernità capitalistica con più di un secolo di vita.
Soprattutto, questo groviglio di bestemmie nasce dal bisogno di affermare che “l’antisemitismo” è stato comune a tutte le aree politiche, e non solo al fascismo storico (che ovviamente si sarebbe concluso con la fucilazione di Mussolini e la morte di Hitler).
Si deve notare che lo sforzo è titanico, ma non molto intelligente. L’obiettivo, praticamente dichiarato, è affermare che le manifestazioni oceaniche contro il genocidio a Gaza sono una forma di questo “antisemitismo” che fa coincidere – come i nazisionisti di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir pretendono – l’odio per gli ebrei con la critica puntuale a quello che Israele concretamente fa.
È lo stesso obiettivo del governo Meloni, che ha preparato un disegno di legge per per introdurre come obbligatoria nei programmi scolastici la definizione di antisemitismo coniata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Che di fatto renderebbe “reato” criticare Israele e il genocidio di questi due anni, quanto meno.
L’ironia della Storia è crudele, spesso, visto che il presentatore è quel Maurizio Gasparri proveniente dal Msi e dalla sua “cultura”, che sopravvive da quelle parti ancora oggi in forma palese – per esempio – nelle curve degli stadi, dove l’insulto più sanguinoso al tifoso avversario è pur sempre “ebreo”, e produce la rimozione di pietre di inciampo o scritte sulla saracinesca di un negozio a Roma.
Ma anche con questi obiettivi in testa, prendersela con le “gite ad Auschwitz” – come fossero equivalenti a quelle a Paestum o alle discoteche di Rimini – come prova di un tentativo di attribuire l’antisemitismo al solo fascismo è davvero qualcosa di inaudito.
Per quanto possa essere stata deformata la Storia da parte dell’Unione Europea – giunta ad approvare una mozione che equipara fascismo e comunismo – è assodato e indiscutibile che i campi di sterminio per ebrei, comunisti, rom, omosessuali, ecc., siano stati un’“invenzione” esclusiva del nazifascismo.
E anche se è stata messo in sordina il fatto – altrettanto accertato nei documenti e nelle testimonianze dei sopravvissuti – che la liberazione da Aushwitz e altri lager è avvenuta per opera dell’Armata Rossa sovietica (vergogna perenne su Benigni per La vita è bella).
Far visitare alle scolaresche Auschwitz, Treblinka o altri campi di sterminio è dunque un lavoro di normale formazioni sulla Storia europea contemporanea. In cui si apprende che quell’orrore ha una firma precisa, nomi, cognomi, padrini filosofici e tessere di partito.
La demenza di questo goffo tentativo sta comunque anche nella tempistica. Lo sforzo dell’Occidente neoliberista, in questo momento, è completamente diretto a presentare il “piano di pace” di Trump come una soluzione definitiva per il Medio Oriente e, indirettamente, per provare a spegnere i movimenti globali contro il genocidio praticato da Israele per due anni (senza neanche risalire, com’è giusto fare) al 1947.
In questo quadro ci sarebbe bisogno di ridurre al minimo i punti di frizione, in modo da facilitare il “reinserimento” di Israele e dei sionisti in una “comunità internazionale” che giustamente li ha rifiutati (sappiamo bene che i governi occidentali sono stati complici fino alla fine, ma i popoli hanno fatto sentire la loro voce con molta forza).
Una sortita a freddo come quella della Roccella dimostra cecità politica oltre che un “revisionismo storico” fuori da ogni parametro anche solo discutibile.
Gratta sotto il liberale radicale e trovi il fascista rancoroso...
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29/01/2025
La “democratura” di Meloni, o l’Occidente 2.0
L’ex ragazza del Movimento Sociale almirantiano, oggi primo ministro (e prima donna in tale ruolo), nonché al momento unica abbastanza salda sulla sedia tra i premier europei, per di più simpaticamente ammessa alla corte di Musk e Trump insieme a Milei, ha ricevuto dal Procuratore capo di Roma – Francesco Lo Voi – la segnalazione di essere stata iscritta nel registro degli indagati in seguito alla denuncia presentata da un privato cittadino, per quanto “speciale”: l’avvocato Luigi Li Gotti. La cronaca dei fatti è ricostruita fedelmente in questo altro articolo.
I reati contestati dall’avvocato sono favoreggiamento personale (nei confronti del generale libico Najeen Osama Almasri) e peculato (per l’uso dell’aereo di Stato utilizzato dai servizi segreti per rimpatriarlo). A farle compagnia sono i ministri della giustizia Carlo Nordio, quello dell’interno Piantedosi e il sottosegretario Mantovano (che ha la delega ai servizi segreti).
Di certo non è un “avviso di garanzia” e non si tratta di una iniziativa della magistratura.
Quindi su questo aspetto Meloni mente. Punto.
L’avvocato Li Gotti, peraltro, dovrebbe essere una sua vecchia conoscenza in quanto era stato come lei un militante del Movimento Sociale almirantiano, poi traslocato ovviamente in Alleanza Nazionale e infine approdato in Italia dei Valori (finto partito personale dell’ex commissario di polizia Antonio Di Pietro, protagonista dell’operazione di lawfare chiamata “Mani pulite”) giusto in tempo per fare il sottosegretario in un governo Prodi.
Professionalmente, Li Gotti è stato protagonista di processi importanti. Avvocato difensore del mafioso pentito Buscetta, legale di parte civile dei familiari del commissario Calabresi e di alcuni dei carabinieri caduti in via Fani, oltre che di altri pentiti di mafia. In pratica un rappresentante di destra nell’“antimafia” e nell’“antiterrorismo”, sulla linea del giudice Borsellino che non aveva mai nascoste le sue simpatie per “la fiamma” che ancora campeggia sotto il simbolo di Fratelli d’Italia.
Un ex amico, insomma, che tira una imprevista coltellata. Capita, in politica, anche a destra, dove comunque hanno mantenuto una qualche capacità di non lasciare indietro nessuno o quasi dei vecchi complici di gioventù...
Ma i magistrati non c’entrano nulla, in questo caso. Specie se si tiene conto che proprio ieri hanno votato per rinnovare i vertici dell’ANM premiando con la maggioranza relativa la corrente più di destra (Magistratura Indipendente, quella che fu anche di Mario Sossi ed altri), considerata da tutti “filogovernativa”.
Del resto, come i nostri lettori sanno, non abbiamo mai avallato la narrazione idiota per cui sarebbero esistite le “toghe rosse” contro il potere politico. I pochi magistrati “di sinistra” che hanno attraversato gli ultimi 50 anni si sono in genere occupati di problemi sociali o politici in senso lato, non certo delle piccole faide intestine tra conventicole imprenditorial-partitiche.
Dunque Meloni, descrivendo il “non avviso” come un “attacco della magistratura”, ha mentito anche su questo. Punto.
Il resto – “non sono ricattabile”, ecc. – è pura retorica per condire il piatto principale.
Che è secondo noi questo.
In Italia come in tutto l’Occidente neoliberista – negli Usa come nell’Unione Europa – la crisi economica e di egemonia sta riducendo al minimo i margini per la mediazione sociale e quindi anche per quella politica. Sia interna ai singoli Paesi che tra Paesi diversi.
La mediazione del resto si fa con la spesa pubblica, e se da un lato cala la possibilità di rapinare il resto del mondo (o di far pagare ad altri i nostri debiti), dall’altra “va ridotto la spesa sociale” per favorire il riarmo, ecco che la struttura fondamentale della “democrazia liberale” viene stritolata.
Nella Storia degli ultimi due secoli, a dir tanto, si è avuta “libertà democratica” – parziale, certo, al massimo come libertà di espressione e manifestazione, e solo finché restavano nell’ambito delle compatibilità nella gestione degli affari politici – solo quando gli interessi sociali contrapposti mantenevano un relativo equilibrio. Come si diceva ai tempi dei democristiani, in cui tutti, bene o male, avevano un pasto e una casa sicuri.
Questo non è più vero da almeno 30 anni, ma ora la somma delle diseguaglianze sta diventando incommensurabile. La quantità di ricchezza appropriata da pochi e il dilagare della povertà/precarietà esistenziale nell’assoluta maggioranza, è uno squilibrio sempre più ingestibile con i mezzi della “democrazia parlamentare”. Anche perché i centri di comando sono ormai stati trasferiti in altra sede (così come le industrie principali hanno delocalizzato, anche se in posti diversi).
Unione Europea, sul piano economico, e Nato su quello militare sono dispositivi istituzionali che non prevedono reale opposizione interna, frequenti frenate nelle catene di comando, interrogativi sul senso di quel che si va decidendo. Siamo entrati in una guerra senza accorgercene e siamo incapaci (come governi occidentali) persino di immaginarne l’uscita senza catastrofe finale.
Sul piano interno, questa somma di vincoli economico-militari hanno da tempo imposto una linea unica di governo, chiunque occupi temporaneamente le poltrone dell’esecutivo. Macron, Schroeder, Meloni, Starmer, ecc., sono indistinguibili tra loro nel concreto fare. Si differenziano solo per le dichiarazioni di circostanza, e nemmeno sempre.
L’offensiva degli interessi oligarchici – tecno-finanziari e militari – va dunque imponendo in tutto l’Occidente un nuovo modello di regolazione istituzionale che non prevede più alcuna “tripartizione dei poteri”, secondo il modello della Rivoluzione francese. Né partecipazione popolare, né eguaglianza politica tra tutti i cittadini (tanto meno “davanti alla legge”!), né libertà individuale (un daspo è più frequente di una contravvenzione), né stato di diritto, né autentica libertà di espressione (il “pluralismo” ormai è una cacofonia tra voci simili).
Né, soprattutto una reale “alternanza politica” sugli indirizzi da dare al Paese di appartenenza. Si moltiplicano a macchia d’olio i casi di elezioni considerate “non valide” se a vincere sono i partiti “sbagliati”. E non vale più solo per gli Stati dove è in corso un processo rivoluzionario di trasformazione sociale (il Venezuela, per esempio), ma ormai anche per paesi semi-periferici del “centro” imperiale occidentale (Romania, Georgia, Slovacchia, ora anche Serbia; ma non per l’Austria in mano ai neonazisti, guarda caso...).
Ovunque si va imponendo una forma di “governo monocratico” senza contrappesi istituzionali. E, fin quando non saranno abolite le elezioni – ridotte a passiva scelta tra prodotti tutti uguali attraverso spot televisivi – il “vincitore giusto” potrà e dovrà agire come oligarchia comanda.
Di fronte a questo processo le lamentele “democratiche” di chi non siede momentaneamente al governo risultano un tantinello vacue, comunque senza presa persuasiva. Quello che si va delineando, infatti, non è “il ritorno del fascismo”, ma qualcosa di peggio. Come del resto abbiamo cominciato a spiegare da qualche tempo...
Ci sono similitudini, è evidente. I processi reazionari, in fondo, si somigliano sempre. E ogni volta i “democratici liberali” si strappano le vesti inorriditi dalla rozzezza dei mostriciattoli che loro stessi hanno allevato e protetto quando non contavano nulla.
Un secolo fa si contrapposero, in Germania, ballando sui cadaveri degli Spartachisti uccisi a Berlino, la “democrazia liberale di Weimar” – che enunciava regole ed equilibri tutti dotati di logica e fascino kantiano – e la brutalità del “suprematismo ariano” che voleva farsi strada affermando il “nomos della terra” e del sangue.
Sappiamo com’è andata.
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26/01/2025
Olocausto e fiamma
È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.
In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.
Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.
Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Il Partito Fascista Repubblicano tracciando le linee programmatiche del nuovo regime offriva di fatto un solido appoggio alla svolta impressa alla ‘questione ebraica’ nelle settimane precedenti. A metà ottobre (1943 n.d.r.) a conclusione del congresso di Verona aveva dichiarato gli ebrei “stranieri” e in tempo di guerra “appartenenti a nazionalità nemica” introducendo lo spirito delle leggi di Norimberga sul territorio della RSI.Vale allora la pena in questi giorni del ricordo rammentare questo fondamentale passaggio, aggiungendo la trilogia Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, Fratelli d’Italia: se qualcuno vuol pensare a un collegamento diretto di discendenza tra questi soggetti riteniamo sia libero di farlo.
Il 30 novembre il ministro dell’Interno Buffarini Guidi trasmetteva ai capi delle province (prefetti) l’ordine di arresto degli elementi considerati di razza ebraica, anche se discriminati, del loro internamento in appositi campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati e di confisca dei loro beni.
Tali decisioni convinsero l’alleato tedesco che le condizioni erano mature per un cambio di strategia nella caccia nella caccia agli ebrei nella penisola...
Alle forze di polizia italiane sarebbe spettato di identificare e fermare tutti gli ebrei per concentrarli poi nelle apposite strutture, agli specialisti del RSHA (tedeschi sotto il comando diretto di Eichmann) di organizzare i trasporti, per quello che il gergo nazista definiva come il ‘reinsediamento ebraico’.
Il prezzo di una tale collaborazione implicava la perdita delle autorità italiane degli arrestati e la subordinazione alla giurisdizione tedesca (un bell’esempio di sovranismo al contrario, ndr).
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15/11/2024
Il fascismo aziendale si fa Stato
Basta questa affermazione per definire chi sia: un sostenitore del fascismo aziendale, che nei luoghi di lavoro nega ai dipendenti quelle libertà costituzionali di cui il padrone pretende per sé il massimo delle garanzie e disponibilità.
Elon Musk è un padrone che ha proibito ai propri dipendenti negli USA di organizzarsi in sindacato e che ha persino vietato ad essi di indossare magliette con loghi sindacali. Un padrone che controlla minuziosamente come i propri dipendenti si comportino in ogni momento della loro vita, per cacciare chi non sia d’accordo con lui. E non vengono solo colpiti dissidenti e rompiscatole che vorrebbero un sindacato.
Poco tempo fa Elon Musk ha licenziato 13.000 dipendenti con una semplice email, un decimo di tutta la sua forza lavoro. Nelle prime settimane del suo possesso di Twitter diventata X, Musk ha licenziato una media di quaranta persone al giorno. Tutto questo per mantenere inalterato il margine dei suoi colossali profitti.
Ora il suo discepolo italiano Stroppa propone la stessa ricetta per il nostro paese: licenziamenti, privatizzazioni e naturalmente soldi ai padroni, a quelli come il suo soprattutto.
Non c’è davvero niente di nuovo nella tanto esaltata modernità di Musk, anzi sì prova persino una noia storica nel sentire sempre lo stesso blablabla reazionario. Altri prima di lui hanno praticato le stesse ricette liberalfasciste, anche quando producevano innovazioni tecnologiche.
Henry Ford era un ammiratore di Mussolini e Hitler e come il padrone di Tesla vietava i sindacati nelle sue fabbriche. Nell’Ottocento i baroni industriali che avevano costruito le ferrovie negli Stati Uniti erano tanto ladri quanto criminali assassini di lavoratori e sindacalisti.
Lo sviluppo tecnologico a volte va in direzione opposta a quello sociale e civile, soprattutto quando viene dominato da una ristretta oligarchia di ricconi che fanno dei loro guadagni il principio guida della società.
Oggi siamo regrediti in un epoca in cui ogni progresso della scienza e della tecnica pare minacciare, anziché migliorare, le sorti dell’umanità. E questo perché “il progresso” è stato preso in mano da una ristretta cerchia di super ricchi, che con le loro imprese dominano la politica e le scelte economiche. Questi super ricchi possono anche dividersi nelle scelte di rappresentanza politica, come è avvenuto nelle elezioni USA dove Musk ha vinto e Buffet ha perso, ma sono uniti nelle scelte di fondo, in quelle “di sistema”.
Musk più di altri è la rappresentazione personificata del male di questa nostra epoca, dove il capitalismo viene esaltato come bene assoluto, anche quando produce effetti e mali mostruosi.
I suoni e le luci dei razzi, dei satelliti, delle auto computerizzate del padrone di Tesla, si accompagnano alla profonda regressione sociale e civile dell’Occidente. Siamo nel terzo millennio con la scienza, ma stiamo precipitando più in basso dell’Ottocento nella civiltà.
Il fascismo aziendale dilaga anche da noi. Un lavoratore della USB dipendente dell’aeroporto civile di Montichiari a Brescia rischia il licenziamento per aver detto in una intervista che da quell’aeroporto transitano armi. Un altro sindacalista della USB è stato licenziato a Pisa da un appalto di Amazon perché rivendicava migliori condizioni di lavoro. Amazon è in mano a Bezos, un altro oligarca che contende a Musk il ruolo di persona più ricca del mondo.
Due secoli fa Balzac aveva scritto: dietro ogni grande ricchezza si cela sempre un grande crimine. E più si esaltano le figure dei “padri padroni” mega imprenditori, più le libertà di chi lavora per loro e di tanti altri vengono negate.
Il fatto che un rappresentante puro di questa razza padrona oggi assuma rilevanti responsabilità di governo nella prima potenza occidentale, è un segno dei tempi ed anche un utile chiarimento sulla deriva autoritaria delle cosiddette democrazie liberali.
Il capitalismo liberista, la cui più vecchia, falsa e sciocca propaganda ritroviamo anche nell’intervista di Stroppa su Il Giornale, non può fare a meno di farsi Stato.
Ha cominciato nel 1973 in Cile, con il golpe di Kissinger e di Pinochet. Il rovesciamento nel sangue del governo del socialista Allende permise di fare di quel paese la prima cavia del liberismo economico di Milton Friedman e dei suoi discepoli. Oggi il nuovo governo di Trump è composto in gran parte da ammiratori di Pinochet. E lo sono prima di tutto per l’esaltazione del dominio assoluto degli affari, dei ricchi e della libertà d’impresa.
La libertà d’impresa è quella libertà che uccide tutte le altre libertà. Coerentemente Elon Musk rivendica solo per se stesso tutte quelle libertà costituzionali che nega ai propri dipendenti.
Evidentemente il “libero mercato” non è un luogo così confortevole, se i suoi più fanatici propugnatori ricercano e accaparrano cariche pubbliche per garantire i propri affari.
Oggi il fascismo aziendale di Musk si fa Stato e probabilmente diventerà un esempio per i paesi, come il nostro, legati a filo doppio agli USA. Un esempio da denunciare e da abbattere.
Fonte
14/11/2024
[Contributo al dibattito] - Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale
Con gli articoli di Maurizio Lazzarato «Perché la guerra?» e di Andrea Pannone «La Borsa, il "comitato d'affari della borghesia" e la guerra» Machina ha impostato un dibattito volto a riflettere su guerra e crisi, oggi.
La nostra attuale impotenza politica è la conseguenza diretta dell’esclusione delle guerre e delle guerre civili dalla teoria critica, essa stessa risultato di un’altra esclusione: quella delle lotte di classe, cioè della questione della rivoluzione. Porre il problema della guerra significa, oggi, porre il problema del mercato mondiale.
Quando la guerra, la guerra civile, il genocidio e il fascismo ritornano clamorosamente nelle nostre cronache (e con essi, paradossalmente, la «possibilità impossibile» della rivoluzione) ci scopriamo impotenti perché, se è vero che questi processi sono l'evidente risultato della produzione capitalistica, è impossibile spiegarli con le sole categorie della critica dell’economia politica.
Che rapporto hanno le guerre con il capitalismo e la sua produzione? Costituiscono incidenti del suo sviluppo o elementi strutturali? E ancora: che rapporto esiste tra lo Stato – che ha il potere di dichiarare e gestire la guerra – e il Capitale? È ancora valido un concetto di produzione che marginalizza lo Stato e la sua sovranità? Si può continuare a considerare lo Stato come elemento puramente funzionale e subordinato alle esigenze dell’accumulazione di capitale?
*****
Maestro : Rifletti bambino, da dove vengono questi doni. Tu non puoi avere niente da te stesso.
Bambino : Ho tutto dal papà.
Maestro : E da dove li prende lui ?
Bambino : Dal nonno.
Maestro : Ma no. E da chi li ha avuti il nonno ?
Il Bambino : Li ha presi.
Il Capitale, capitolo XXIV
Nell’articolo precedente (riferimento) abbiamo visto come l’affermazione della sovranità degli Usa è andata, di pari passo, con quel processo che, sbrigativamente, abbiamo definito come subordinazione dello Stato alla finanza. In realtà, il potere sovrano, che trova nella guerra la sua massima espressione, non si dà senza la potenza della finanza. Inoltre, il monopolio economico di quest’ultima non può sussistere senza il monopolio politico-militare della forza che favorisce e impone la dollarizzazione, condizione indispensabile per l’esistenza sia dello Stato che della finanza americani. Economia e potere politico sono in presupposizione reciproca, ma nelle fasi come quella che stiamo attraversando, il politico primeggia, anche se nella decisione sovrana per la guerra la questione dell’egemonia economica è decisiva. Nelle nostre società azione economica e azione politico-militare sono strettamente connesse in quanto costituiscono una sola macchina Stato-Capitale, in cui il primo non ha una funzione semplicemente strumentale e subordinata al secondo. Stato e Capitale perseguono fini distinti ma convergenti; l’aumento della potenza del primo e l’aumento del profitto del secondo si alimentano a vicenda. Non è vero che la politica è scomparsa, che lo Stato si è ritirato; lo Stato e la politica sono parte integrante della macchina in cui accumulazione del profitto e accumulazione di potere funzionano insieme.
La teoria critica, dagli anni ’60 ad oggi, ha posto al centro della sua ricerca i concetti e le realtà del potere e dello Stato. Gli obiettivi perseguiti sono stati la critica del concetto di sovranità e la volontà di superare l’interpretazione marxista secondo cui il potere si identifica con la produzione e lo Stato è ridotto a semplice funzione dei processi di accumulazione del valore. Alla fine degli anni ʼ70 il concetto di governamentalità di Foucault (l’insieme delle tecniche disciplinari, biopolitiche, di controllo) sembra aver raggiunto lo scopo: non solo esautora e marginalizza il potere sovrano, ma pretende di contenere le relazioni che spiegano il funzionamento dei meccanismi di potere nelle società contemporanee, irriducibili all’azione sia della produzione che dello Stato. Agamben, qualche anno dopo, corregge questa pacificazione teorica e politica che elimina la sovranità, coniugando governamentalità e potere sovrano, biopotere e Stato, ma facendo di queste categorie delle realtà trans-storiche, delle invarianti che attraversano i secoli sempre uguali a se stesse. Sia l’uno che l’altro escludono il capitalismo, la sua dinamica, le sue contraddizioni, a meno che non si assuma la «teologia economica» dei padri della chiesa cattolica come una efficace alternativa alla critica dell’economia politica (cosa francamente abbastanza ridicola) o si identifichi il funzionamento del capitalismo con i primi capitoli del Capitale di Marx – che Foucault utilizza per un breve periodo per spiegare l’azione disciplinare.
In sintesi, la mia tesi è semplice: lo Stato e la sua sovranità, il monopolio della forza che si manifesta pienamente nella guerra, ma anche il suo potere amministrativo, dovrebbero essere integrati ai concetti marxiani di capitale e di produzione. Cerchiamo di spiegare meglio questo rapporto che sfugge a Foucault come ad Agamben e che, al contrario, è alla base della congiuntura attuale.
Possiamo approssimare il problema ponendoci la domanda: come definire la situazione apertasi con la crisi finanziaria del 2007/8? La sua condizione negativa è data dalla fine del neoliberalismo e dal tramonto della sua governamentalità, il che comporta la subordinazione delle tecniche disciplinari, biopolitiche, alle necessità del regime di guerra che ha la facoltà di utilizzarle, sospenderle o semplicemente cancellarle.
Che l’economia possa essere regolata dal mercato e dalla concorrenza – anche se giuridicamente definiti e attivati da uno Stato che interviene con la stessa intensità e frequenza dello Stato keynesiano – come sostengono gli ordoliberali tedeschi, è stata l’ideologia degli ultimi quarant’anni. Buona parte del pensiero critico ha dato credito a tale ideologia, riconoscendo la teoria secondo cui mercato e concorrenza corrispondano a qualcosa di reale.
Fernand Braudel – che non era un pensatore marxista – ci ha insegnato che il capitalismo «è sempre stato monopolista», che la concorrenza serve a eliminare gli avversari e che il mercato nel capitalismo non esiste: c’è un «contro-mercato» controllato da pochi soggetti il quale, proprio grazie alla concorrenza, sfocia sempre e comunque nel monopolio.
Scriveva Braudel che i capitalisti «hanno mille modi per distorcere il gioco a loro favore, attraverso il credito», la moneta, il potere politico, ecc., «che abbiano a disposizione i monopoli o semplicemente la potenza necessaria per cancellare, nove volte su dieci, la concorrenza, chi ne dubiterebbe?». Sicuramente gli ordoliberali, i neoliberali, Foucault, Dardot e Leval, tutti gli allievi o gli ammiratori del filosofo francese, i media, i politici, ecc.
Come spiegare che la fine della governance neoliberale attraverso il mercato ci abbia regalato la più grossa concentrazione monopolistica della storia del capitalismo e della storia dell’umanità? (vedi articolo precedente) Con il semplice fatto che la centralizzazione economica (come quella politica) non si è mai fermata. Anzi, nel neoliberalismo ha conosciuto un’accelerazione folgorante, velata dall’ideologia del mercato e della concorrenza. Mercato e capitalismo non sono la stessa cosa, ci dice Braudel, e confonderli ha creato e continua a creare un’enorme confusione. Si compie un errore simile identificando capitalismo e neo liberalismo.
La condizione positiva per cogliere la situazione contemporanea è data invece dall’accavallarsi degli eventi: crisi finanziaria, populismi, nuovi fascismi, guerre civili, guerra, genocidio. Giovanni Arrighi la definirebbe come una «fase di transizione egemonica» o di «caos sistemico». Per cercare di essere meno generici, potremmo avventurarci a dire che la fase politica aperta dalla crisi finanziaria del 2007/2008, decretando la fine dei «cicli egemonici» (à la Braudel, Wallerstein, Arrighi), presenta i caratteri dell’«accumulazione originaria» di Karl Marx e dello «stato di eccezione» di Carl Schmitt. Per cui abbiamo un «Karl und Carl» differente da quello di Mario Tronti, un po’ più operativo.
Due osservazioni a proposito: per avere un’immagine del capitale e del suo rapporto con la sovranità, che assume un ruolo decisivo proprio in questo periodo, partiremo non dall’inizio, ma dalla fine del primo libro del Capitale, cioè dall’accumulazione originaria. Marx la descriveva come l’epoca di formazione delle classi e dello Stato (assoluto) dentro e attraverso l’esercizio della grande violenza delle guerre civili, delle guerre di conquista e dei genocidi. Il rivoluzionario tedesco pensava, a torto, che una volta affermatasi la produzione capitalista, questa avrebbe sempre riprodotto le sue proprie condizioni. Il che è vero in modo limitato (riproduce le sue condizioni di esistenza dentro un modo specifico di accumulazione fino a quando questo non entra in crisi) o falso, perché il passaggio da un modo di accumulazione a un altro, ad esempio dal fordismo al neoliberalismo, non è sorto in maniera spontanea e immanente dalla produzione e dal consumo fordisti e dallo Stato keynesiano. La macchina Stato-Capitale è dovuta passare per l’organizzazione di una rottura, di una discontinuità rappresentate dal decennio ʼ69-ʼ79 che ha implicato l’intervento del potere sovrano e della forza armata dove era necessario. È il politico non solo statale, cioè la guerra, i colpi di Stato, le rivoluzioni, la lotta di classe e i loro esiti, che decidono la nuova configurazione dei rapporti di capitale, dei rapporti di potere e della forma Stato. La prima divisione del lavoro è sempre politica e non economica perché deve produrre i dominanti e i dominati, perché deve dividere tra proprietari e non proprietari.[1] La proprietà privata è un presupposto del capitale, ma a crearla e garantirla è lo Stato. L’organizzazione della produzione e la divisione del lavoro propriamente detta, quelle che troviamo nel Capitale, arrivano in seguito per normalizzare rapporti di forza definiti dallo scontro politico tra le classi.
La seconda osservazione riguarda il concetto di stato di eccezione in virtù del quale si possono sospendere le norme giuridiche, produttive, democratiche per cui lo Stato, l’uso della forza e la guerra regnano e decidono. Lo stato di eccezione deve però essere distinto – a differenza di ciò che pensa Agamben – dall’emergenza. Il «Patriot Act» di Bush o le misure imposte dallo Stato durante il Covid-19 sono casi di emergenza. Riserviamo il concetto di stato di eccezione a epoche di rotture radicali che segnano il passaggio da un ordine economico-politico del mondo a un altro: la Rivoluzione francese che segna la fine dall’ancien régime (feudale); le due guerre mondiali che sono state un’ unica e lunga guerra civile e, dentro queste guerre, la Rivoluzione sovietica (o cinese) che insieme hanno definito un nuovo ordine mondiale – la guerra fredda; gli anni ʼ70 che determinano il passaggio dal fordismo al mal definito neoliberalismo; o, ancora, la situazione attuale che annuncia la fine di quest’ultimo e pre-annuncia il «nuovo» che uscirà proprio dallo scontro in corso.
Sarebbe forse più corretto utilizzare un altro concetto di Schmitt come complementare all’accumulazione originaria: il «Nomos della terra», evento storico dove la conquista, la guerra, l’appropriazione – come nell’accumulazione originaria marxiana – generano e istituiscono un nuovo ordine e un nuovo potere; il suo realizzarsi non ha bisogno di norme, queste saranno istituite successivamente. Il Nomos è evento, luogo e momento di discontinuità dove si decide, tramite l’esercizio della forza, la forma dello Stato, delle classi sociali, dei rapporti di forza. Senza l’accumulazione originaria, cioè senza il Capitale, il «Nomos della terra» sarebbe un qualcosa solo di storico-politico; invece, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, ma già dalla Rivoluzione francese, è diventato in maniera indissolubile economico-politico – cosa di cui Schmitt è perfettamente consapevole: egli infatti vede nella lotta di classe ormai irriducibile a partire dalla rottura operata tra il 1830 e il 1848, la ragione principale della fine dello Stato come lo desiderava, autonomo e indipendente dalla «società».
Il diritto non nasce nella zona di indifferenza tra «interno e esterno» determinata dalla sospensione del sistema giuridico (Agamben), ma da conflitti tra forze che vedono vincitori e vinti. Quindi in nessun caso il campo di concentramento può essere definito il «Nomos del moderno», la sua «matrice nascosta» perché, così come l’emergenza, è «solo» uno degli elementi di strategie che distruggono un ordine e ne fanno nascere un altro. Ciò che diventa regola, gestione quotidiana del potere, è l’emergenza e non il Nomos della terra che resta un’eccezione. La pandemia non definisce un nuovo ordine del mondo, la guerra che è scoppiata subito dopo sì. Agamben si è agitato molto durante la pandemia ed è praticamente sparito con la guerra, proprio perché riduce il Nomos della terra al problema del diritto, confrontato al dato di fatto della violenza armata, dello scontro di classe. Quello che ci interessa capire è, nel «vuoto giuridico» dello stato di eccezione, quali forze combattono tra loro per una nuova egemonia economico-politica o anche, se possibile, per la rivoluzione impossibile.
A fondamento sia dell’accumulazione originaria che dello Stato di eccezione/Nomos della terra, troviamo una conquista, una presa di possesso che è sia di potenza per lo Stato che di profitto per il Capitale. È tramite l’appropriazione, il possedere che Stato e Capitale comunicano. Qui sia Karl che Carl ci dicono che prima di produrre bisogna prendere, appropriarsi, espropriare (terra, esseri umani, risorse, mezzi di produzione, ricchezza, ecc.) e dividere ciò che si è preso tra proprietari e non proprietari. La produzione non crea le classi, né l’istituto della proprietà, né è capace di organizzare l’espropriazione dei mezzi di produzione stessi e delle risorse necessarie al suo svolgersi. Al contrario presuppone il prendere, l’espropriare, e il dividere tra proprietario e non proprietari, tra dominanti e dominati. Per esercitare la grande violenza necessaria al prendere e al dividere, ciò che diventa dirimente è l’uso della forza, la guerra e la guerra civile. Ma anche prima di produrre il diritto bisogna prendere e dividere. Mentre per Marx la violenza è «essa stessa una potenza economica», in Schmitt, che diventi una potenza giuridica, è ambiguamente affermato – dico ambiguamente perché il vero stato di eccezione non può essere un momento disciplinato dal diritto, un momento in cui quest’ultimo, per salvare se stesso e lo Stato, ammette le violenza, annettendola all’ordinamento; la definizione in corso di un nuovo Nomos della terra passa ancora attraverso la forza che diventa sia nuova potenza economica che giuridica.
Nell’accumulazione originaria descritta da Marx troviamo, come del resto nei suoi scritti storico-politici, molti paralleli, mutatis mutandis, con la nostra situazione: molteplicità di soggetti (rapitori e mercanti di schiavi, avventurieri, pirati, rentiers, finanzieri, capitalisti, contadini, militari, mercanti, ecc.); molteplicità di modi di produzione e di sfruttamento (la schiavitù, il lavoro servile, il lavoro salariato, lo sfruttamento finanziario e creditizio, ecc.); molteplicità di forme di violenza (genocidio degli indigeni, l’espropriazione delle terre comuni in Europa e «libere» nel nuovo mondo, la guerra di conquista, d’assoggettamento, la guerra civile, le guerre tra imperialismi, ecc.). In questa fase di violenza dispiegata, il ruolo centrale è giocato dallo Stato – «la borghesia nascente non può fare a meno del suo intervento costante» per cui «tutti i metodi di accumulazione originaria sfruttano, senza eccezioni, il potere dello Stato» – non solo dal punto di vista militare come detentore del monopolio della forza – «brutale» dice Marx –, ma anche da quello economico in quanto gestore del credito e del debito pubblico e politico/legislativo, capace di sfornare leggi speciali – «legislazione sanguinaria» contro i contadini ridotti a mendicanti dalle espropriazioni.
Dal testo emerge un’affermazione marxiana molto importante che va però prolungata fin dentro la nostra attualità: è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine a un altro (qui dal feudalesimo al capitalismo) e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione.[2]
Lo svilupparsi del capitalismo introduce un cambiamento radicale nel rapporto Stato/Capitale. Se è vero che sono sempre stati in un rapporto di dipendenza reciproca, a partire dalle fine del XIX secolo e in modo particolare dall’inizio del XX, la relativa autonomia dello Stato dall’economia (Poulantzas) e di quest’ultima dallo Stato viene assottigliandosi e le due realtà si integrano in una sola macchina a due teste.
Come è nato e come è morto il neoliberalismo
La definizione che abbiamo dato della situazione attuale (accumulazione originaria e stato di eccezione) ci permette di fugare tutte le ambiguità e le confusioni che il concetto di neoliberalismo ha suscitato. Dall’esperienza della sua nascita e del suo rapido declinare possiamo forse trarre qualche insegnamento per la situazione che stiamo vivendo.
Grazie alla mia veneranda età ho potuto vivere e vedere con i miei occhi l’alternarsi di fasi di governamentalità e di momenti in cui si scatena la violenza dell’accumulazione originaria e lo stato di eccezione. Le due guerre mondiali avevano affermato un nuovo Nomos della terra, con l’egemonia americana in Occidente, sovietica in Oriente. Rapporti di potere inediti sono stati successivamente stabilizzati e normalizzati nel nord del mondo da una governamentalità keynesiana, a volte socialdemocratica. La nuova accumulazione del capitale a guida statunitense è entrata in crisi già alla fine degli anni ʼ60. La macchina Stato-Capitale degli Usa ha immediatamente lanciato una nuova accumulazione originaria e il suo Stato di eccezione ha imperversato sul pianeta dal 1969 al 1979, determinando il passaggio dal fordismo al post-fordismo. La vittoria riportata dalla macchina Stato-Capitale in quel decennio ha aperto la strada a una nuova forma di governamentalità, il neoliberalismo, che ha accompagnato l’accumulazione centrata sul credito e la finanza, fino a quando anche quest’ultima è crollata (2008). Il susseguirsi della crisi finanziaria, il populismo, la guerra e il genocidio hanno decretato la sua fine. Ci troviamo ora dentro la grande violenza propria dei momenti in cui si stabilisce un nuovo ordine (se le grandi potenze ci riescono, perché la cosa non è scontata!).
Cerchiamo di vedere più da vicino quello che è successo nel decennio ʼ69-ʼ79, così da avere un’idea più precisa della forma e della funzione dell’accumulazione originaria e del Nomos della terra all’origine della nuova globalizzazione cominciata negli anni '80, che ora si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Il ciclo di lotte mondiale che sfocia nel ʼ68 impone un cambiamento di strategia politica della macchina Stato-Capitale americana, che cerca – all’inizio a tentoni, poi sempre più sicura del suo progetto – di definire una nuova forma d’accumulazione, prima sconfiggendo e successivamente modificando la composizione di classe, costruendo uno Stato che sia una critica in atto dello Stato keynesiano, poiché le masse erano riuscite, grazie alle rivoluzioni del XX secolo, a ritagliarsi spazi di contro-potere al suo interno. L’opera di distruzione non può che cominciare dal luogo in cui il soggetto politico era più forte: il Sud del mondo. Gli Usa, guidati da Kissinger, organizzano una serie esemplare di colpi di Stato in Sud America tramite i militari fascisti. Lo Stato e il suo potere di dichiarare la guerra civile, di imporre lo stato di eccezione e di utilizzare i fascisti, si manifesta anche dentro il capitalismo maturo, come diritto sulla vita e sulla morte di migliaia di comunisti e socialisti. Nel Nord l’integrazione relativa della classe operaia nel sistema, operata grazie al salario e al consumo, ha richiesto più semplicemente una sconfitta politica – vedi gli esempi dei governi Thatcher o Reagan. Vengono sospese le norme giuridiche, produttive, sociali e le tecniche che avevano governato dal dopoguerra al ʼ68. Senza che si tocchi la costituzione formale, né il diritto, è sconvolta e profondamente modificata la costituzione materiale. I rapporti di forza, radicalmente modificati a favore del Capitale, creano le condizioni per modificare di fatto le norme giuridiche, le norme produttive e le tecniche di potere che non emergono in maniera immanente dalla produzione fordista e dallo Stato keynesiano, ma devono essere costruite con l’uso della forza armata del fascismo e la forza politica dello Stato. L’oggetto principale della violenza sono i processi di soggettivazione rivoluzionaria. Le nuove norme non possono agire in una situazione di «caos» determinata da una lotta di classe dispiegata come in America Latina. Per imporle bisogna prima stabilire l’ordine nelle soggettività; solo dei soggetti vinti saranno disponibili ad assumere nuovi comportamenti, nuovi modi di lavorare, nuove modalità della loro riproduzione.
Come nel passaggio di Marx sull’accumulazione originaria, anche negli anni ʼ70 è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine politico-economico a un altro e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione[3] . Non sono i capitalisti che, negli anni ʼ70 hanno bombardato la residenza presidenziale di Allende e imprigionato e torturato miglia di militanti socialisti e comunisti – o che hanno assassinato quadri dei Black Panthers, che hanno organizzato la strategia della tensione in Italia, ecc. –, ma una volta acquisita la vittoria sulla rivoluzione, nei governi sudamericani gli economisti neoliberali siedono insieme ai militari fascisti. Solo dopo aver normalizzato completamente la «situazione» creata dai colpi di stato («sovrano», dice Schmitt, «è colui che decide in modo definitivo se questo stato di normalità regna davvero»), i neoliberali potranno governare da soli imponendo nuove norme e comportamenti. Dopo il ristabilimento del comando della macchina Stato-Capitale, la situazione sarà normalizzata costruendo un nuovo consenso dei vincitori che passa per l’economia del debito e per il consumo a credito e non più per il salario e il welfare.
Il risultato politico più importante della nuova accumulazione originaria e dello stato di eccezione sarà, come sempre nel capitalismo, una nuova configurazione della proprietà privata non più fondata sul capitalismo industriale ma sulla finanza: il nuovo principio della distribuzione della ricchezza non vede più al suo centro i produttori, ma i proprietari di azioni, obbligazioni e asset finanziari.
Solo dopo che la macchina Stato-Capitale ha seminato la morte politica comincia il neoliberalismo come governamentalità dei nuovi rapporti di forza tra le classi. Soltanto ora il biopotere (discipline, biopolitica, potere pastorale) si dà come compito la «gestione della vita» delle soggettività vinte e governa le loro esistenze sottomesse e assoggettate. Il modello di potere descritto da Foucault (biopotere) non ha più come fondamento la violenza dello Stato, la sovranità, ma l’economia. Anche qui è poi vero che capitalismo ed economia coincidono? Il capitalismo contemporaneo perfettamente incarnato dalla predazione finanziaria, dalla grande violenza dell’appropriazione dell’accumulazione originaria e dalla guerra di classe tra proprietari e non proprietari non ha molto da spartire con l’economia dove degli uomini antropologicamente equipaggiati per lo scambio, per evitare di battersi l’un l’altro armati, preferiscono competere nella produzione e nel commercio, secondo le leggi asettiche della political economy scozzese. Il biopotere fa sua propria questa immagine pacificata della concorrenza e del mercato: non mira a reprimere ma favorisce, incita, sollecita l’attività dei governati; non lavora per la guerra, ma per la pace. Il suo modello è dato dal potere pastorale che non conosce né violenza, né nemici: «Il potere pastorale non ha per funzione principale di fare del male ai nemici, ma di far il bene a quelli su cui veglia. Fare del bene nel senso materiale del termine, cioè: nutrire, offrire sussistenza».
Questa vera e propria ideologia che oppone la governamentalità biopolitica al potere sovrano, cancellando i contendenti della lotta di classe (sia il potere della macchina Stato-Capitale che il potere della rivoluzione) è penetrata fino dentro il pensiero critico, per esempio, della cosiddetta Italian Theory, debitrice sia della governamentalità che del biopotere. Agamben, Negri, Esposito adottano, in modo diverso, questi concetti, ma sembrano ignorare che il loro presupposto, in Foucault, è l’abbandono della guerra di classe come modello delle relazioni sociali. Il rapporto di potere non è più né giuridico, né guerriero, ma di governo. Non si deve cercare né nel contratto, né nella violenza e la lotta. Il rapporto amico-nemico imposto della rivoluzione mondiale scatenata dalla rottura sovietica e riprodottosi fino agli anni '60/'70, è diventato una innocua, pacifica, consensuale, relazione tra governanti e governati: il massimo che si può pretendere è di «non essere più governati» in questo o quel modo. È questa la ragione che sta al fondamento del fallimento di tutte queste teorie incapaci di anticipare la guerra, la guerra civile e il genocidio, cioè di comprendere la natura del capitalismo.
Queste narrazioni pacificatrici sono state spazzate dalla crisi proprio dell’economia, fondamento del biopotere. In maniera rapidissima ricompare in tutta la sua orribile forza ciò che non si era mai ritirato: il potere sovrano sulla vita e sulla morte, segno che una nuova accumulazione originaria si appresta a creare le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale. Il liberalismo classico è stato annientato dalla Prima guerra mondiale, ma il capitalismo ha continuato a riprodursi alleandosi con il fascismo e il nazismo. Il neoliberalismo è morto, ma il capitalismo continua con la guerra, la guerra civile e rinnovando le alleanze con nuovi fascismi, facendosi carico oggi della grande violenza del genocidio.
Un nuovo concetto di produzione?
Da quanto abbiamo detto si deduce che l’accumulazione originaria e la sua grande violenza – come anche lo stato di eccezione o Nomos della terra e soprattutto la lotta di classe – devono far parte integrante del concetto di produzione, costituiscono i suoi presupposti che ogni volta decidono sulla sua forma. In questo modo si esce definitivamente dalle ambiguità e dai limiti, anche marxiani, del concetto di produzione che spesso rischiano di far cadere in un imbarazzante economicismo i suoi epigoni. La violenza, la guerra, la guerra civile e il genocidio non sono un incidente dell’accumulazione del capitale, ma suoi elementi strutturali, fondativi.
Negli anni Sessanta e Settanta sono stati fatti diversi tentativi per arricchire e ampliare il concetto di produzione, cercando di superare i limiti economicisti del marxismo dell’epoca: l'economia libidica (Lyotard), l'economia degli affetti (Klossowski), il discorso del capitalista (Lacan), la produzione desiderante (Deleuze e Guattari), la biopolitica (Foucault), l'ontologia spinozista dell’Essere come produzione di Negri. Tutte queste teorie sembrano fare un passo avanti dal punto di vista teorico (poiché il capitalismo funziona anche attraverso i desideri e gli affetti), ma dal punto di vista politico fanno due o più passi indietro, poiché hanno contribuito a pacificare il capitalismo separando la produzione dalle guerre e dalle lotte di classe.
Il capitalismo nasce da una grande violenza, da massacri, genocidi, espropriazioni, guerre, assoggettamenti. La macchina Stato-Capitale si rinnova, si riproduce e si impone tramite una barbarie che non fa che crescere lungo i secoli, proporzionalmente allo sviluppo delle forze produttive del lavoro e della tecnica che, se non sono indirizzate all’emancipazione dalle rivoluzioni, convergono nella distruzione non solo del capitale variabile o fisso, come recita il marxismo della crisi, ma della specie umana e del suo mondo.
La furia sanguinaria da cui sono presi i nostri governanti non è né un tratto psicologico, né una malattia mentale, né niente di nuovo. Si ripete con regolarità sconcertante e averla esclusa dalla definizione del capitalismo e del capitale è semplicemente idiota e suicida. Aver ridotto il capitalismo a mercato e il potere a disciplina, governo e biopolitica, credendo che l’uno e gli altri avessero finalmente decapitato il moderno Leviatano – che regge con una mano il simbolo del potere politico e con l’altra il simbolo del potere economico piuttosto che religioso – quando invece continua, imperterrito, a decidere della vita e della morte, è uno degli esiti più disastrosi della teoria critica del post sessantotto. La verità del suo mortifero esercizio è oggi facilmente verificabile, ma il confronto con il reale della guerra di classe sembra impossibile da assumere in un Occidente ormai al suo definitivo tramonto. Il profitto capitalista e la potenza dello stato si alimentano a vicenda, ma nei periodi in cui l’accumulazione originaria continuata agisce in sintonia con lo Stato di eccezione, il potere sovrano di dare la morte, di prendere e di vedere primeggia necessariamente. Un potere non più identificabile unicamente con lo Stato, ma che rinvia piuttosto alla forza politica della macchina Stato-Capitale che decide e guida la strategia. Il rovescio di questa situazione è ciò che, dal punto di vista degli oppressi, si può definire il momento leninista, ovvero il momento nel quale l’impossibile può realizzarsi (sempre se si danno le condizioni soggettive per farlo).
Che cos’è la democrazia?
La democrazia è esistita solo per un brevissimo periodo, in Occidente, grazie alla lotta di classe e alle rivoluzioni del XX secolo. Sparite queste ultime, è ritornata ad essere quella che è sempre stata per i liberali: democrazia per i proprietari – Marx ricordava che la costituzione materiale in Occidente è la proprietà –, democrazia per la guerra e il genocidio, democrazia per i fascismi.
C’è un elemento che manca nell’accumulazione originaria marxiana ed è il fascismo, che, effettivamente, emerge solo con l’imperialismo: il capitalismo monopolistico, a differenza del capitalismo concorrenziale, «non sviluppa più una tendenza al socialismo, ma caso mai, alla barbarie fascista», suggeriva Hans Junger Krahl.
Una delle caratteristiche più peculiari del fascismo storico è che, a differenza dei comunisti e dei rivoluzionari, non deve prendere il potere perché gli è offerto su un piatto d’argento dalle classi dominanti terrorizzate dalle proprie crisi, che rendono ogni volta attuale l’abolizione della proprietà privata – unico vero valore dell’Occidente. Il fascismo e il nazismo sono degli elementi indispensabili per l’esistenza e la riproduzione della macchina Stato-Capitale quando mobilitano accumulazione originaria e stato di eccezione.
La cosa si sta producendo, mutatis mutandis, oggi. La «Repubblica delle banane» francese è un caso esemplare a questo proposito. Il presidente Macron, quando era stato eletto la seconda volta, non aveva più la maggioranza e governava tramite decreti esautorando completamente il parlamento. Dopo aver perso anche le elezioni europee, il suo progetto era di traghettare i fascisti al potere come avevano fatto i suoi avi nel XX secolo perché sono la soluzione ideale all’epoca delle catastrofi capitaliste: applicano le politiche del capitale come i liberali, ma con una governance «illiberale».
Prendiamo in considerazione le cosiddette posizioni antisistema dei fascisti italiani che al governo ci sono già. Una volta al potere hanno abbandonato immediatamente il sovranismo, diventando ligi esecutori degli ordini dell’Europa e servi dell’atlantismo; nel mentre si sono impegnati a svendere la «patria» ai fondi americani. Il governo ha promesso a Bruxelles 20 miliardi di privatizzazioni entro il 2027. Meloni ha venduto la rete telefonica nazionale agli americani di KKR; quote dei depositi di Sace; il 3% di Leonardo al maxi-fondo USA Black Rock che ha già raggiunto il 9% di Eni e costituisce già l’azionista più importante della Borsa di Milano; Vanguard è entrata nel Monte dei Paschi. La privatizzazione delle Poste non è che è un regalo a questi fondi di investimento, a cui è riservata una quota del 70% delle azioni vendute! E si prepara a fare lo stesso con le Ferrovie. La finanza americana considera l’Italia l’anello debole per entrare in Europa e depredarla – l’80% dei soldi investiti nei titoli dei fondi finiscono negli USA per comprare titoli americani e sorreggere la loro economia iper-indebitata. L’Italia è utilizzata anche per continuare a smantellare l’industria tedesca, sempre sospettata di rapporti con la Cina – ad esempio, l’operazione di Unicredit contro CommerzBank, è finanziata dagli americani. L’8 marzo del 2023, durante la visita di Netanyahu a Roma, i fascisti hanno firmato un accordo per appaltare una parte consistente della nostra cybersecurity agli israeliani in cambio di commesse militari. In poche parole Israele ci osserva e ci scruta come e quando vuole. I fascisti, grandissimi patrioti, spalancano i confini alla finanza «straniera» per impoverire la «madre patria», mentre li chiudono a qualche migliaio di migranti o li deportano in Albania. Per ligio servizio reso ai padroni americani, Giorgia Meloni è stata premiata dall’Atlantic Council – il cui nome è tutto un programma.
Il governo ha anche tolto risorse a sanità e scuola pubblica allo scopo di favorire la privatizzazione di tutti i servizi pubblici che è proprio la politica dei fondi americani; ha impoverito il paese, soprattutto i pensionati, fatto votare leggi liberticide contro scioperi e manifestazioni, inventato anche il reato di resistenza passiva. Non ha tassato gli enormi profitti di banche, assicurazioni, multinazionali dell'energia e della farmaceutica e delle Gafam. Ha incrementato l’evasione fiscale legalizzata, anche chiamata ottimizzazione fiscale, altra condizione indispensabile al capitalismo finanziario. Questo enorme trasferimento di ricchezza verso le tasche dei padroni ha svuotato i conti pubblici e ora i fascisti chiedono «sacrifici». Per i prossimi 7 anni, dopo essersi schierata contro l’austerità quando era all’opposizione, Meloni impone tagli per 12 miliardi l’anno alla spesa pubblica per rientrare nei parametri stabiliti dal nuovo patto di stabilità europeo (anche questo aspramente criticato prima di salire al potere).
I fascisti sono più liberali dei liberali in politica economica e fiscale. Il solo terreno su cui tengono le promesse fasciste è la repressione di ogni dissenso e di ogni differenza. I colleghi francesi non riescono ancora ad accedere al potere per via elettorale? Ci pensa Macron, convinto che scogliere il parlamento e convocare nuove elezioni politiche fosse il modo migliore per spianare la strada a questi alleati più che sicuri – ma che possono sempre partire per la loro strada, come hanno fatto i nazisti. Che sfiga! Hanno perso sia i fascisti che Macron e la prima forza politica è risultata essere stata la sinistra. Da subito il presidente non riconosce i risultati delle elezioni. In una situazione d’accumulazione originaria e Nomos della terra, dove conta solo la forza, è possibile fare solo ciò che conviene alla macchina Stato-Capitale. Le norme democratiche sono di fatto sospese e dipendono dal volere del «sovrano» democratico Macron, che nomina un governo dove è rappresentata tutta la destra, dalla repubblicana ai fascisti, cioè le forze che sono uscite sconfitte dalle elezioni. Il governo esiste solo grazie all’astensione dei fascisti che lo tengono in pugno e che, mostrandolo pubblicamente, se ne vantano. Aperta la strada politica al potere fascista, mancava quella economica. Eccola: il nuovo governo deve coprire i buchi di bilancio del precedente governo dei banchieri che ha dispensato miliardi pubblici alle imprese e ai ricchi con enorme generosità. Ora bisogna tagliare 60 miliardi di spese dello Stato e si potrà fare soltanto al prezzo di una austerità dello stesso valore (2% del Pil) di quella imposta alla Grecia dalla magnanima Europa.
Il nazismo non è cresciuto tra le due guerre a causa dell’inflazione, come racconta lo storytelling democratico dei tedeschi, ma a causa dell’austerità imposta dalla crisi del 1929. Tutte le condizioni sono riunite perché i fascisti, bocciati dal «popolo» nelle elezioni, salgano prossimamente al potere. Voilà la democrazia!
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Maurizio Lazzarato vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato(2012), Il governo dell’uomo indebitato(2013), Il capitalismo odia tutti(2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024).
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