È approdata nel parlamento turco la “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”, approdo di più di due anni di trattative di pace sulla questione curda fra stato turco e Abdullah Ocalan, mediate dal Partito della sinistra filocurda DEM.
La proposta prevede che indagini, processi e pene a carico di militanti del PKK relativi a reati punibili con una pena detentiva fino a 15 anni vengano sospesi per cinque anni, mentre i procedimenti che prevedono pene più severe, incluso l’ergastolo, vengano sospesi per 10 anni. Quest’ultima casistica era inaspettata alla vigilia, quando le indiscrezioni parlavano di un’esclusione totale per coloro i quali si fossero macchiati di reati molto gravi.
Tuttavia, i principali dirigenti del PKK, fra cui Ocalan, restano esclusi per effetto di un’altra clausola “ad personas”: chi è stato condannato all’ergastolo può aderire ai benefici previsti dalla legge solo se ha commesso i propri reati prima del primo giugno 2005.
Si potrà fare richiesta di adesione solo dopo che una commissione ad hoc, formata da apparati di sicurezza e apparati governativi, avrà certificato il completo disarmo del PKK, ovvero lo svuotamento di tutti i depositi di armi, ubicati nelle montagne del Kurdistan Iracheno, che i servizi segreti attribuiscono all’organizzazione curda.
La legge è estesa sia ai militanti che attualmente si trovano, appunto, nei rifugi del Kurdistan iracheno, sia a quelli che si trovano in carcere, sia a quelli che si trovano in esilio altrove. Se durante i 5 o 10 anni di sospensione degli aggravi a loro carico non commetteranno altri reati, l’amnistia per loro sarà definitiva, altrimenti perderanno tutti i benefici.
La proposta di legge è stata firmata dai parlamentari dei partiti di governo, da quelli del partito DEM e da quelli di quel che resta del Partito Popolare Repubblicano (CHP), “ammaestrato” per via giudiziaria; i 91 parlamentari del più grande gruppo di opposizione, ovvero quello neocostituito del “Partito Nuovo”, composto dai fuoriusciti del CHP, non hanno inteso firmare la legge, in protesta contro la repressione abbattutasi sul loro partito.
Ora resta da vedere se il blocco formatosi a sostegno di questa legge possa consolidarsi e portare avanti anche un progetto di modifica costituzionale, come vorrebbe Erdogan.
In tal senso, il leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahceli, alleato di governo, ha chiesto che, parallelamente all’implementazione di questa legge quadro, anche Ocalan e Demirtas vengano rilasciati.
Del loro destino, attualmente, non si sa nulla, così come di quello dei tanti ex sindaci ed ex parlamentari della sinistra filocurda non armata, prigionieri da anni. Il loro peso politico ed il loro consenso sono sicuramente maggiori di quello di cui godrebbe qualche migliaio di ex quadri di base o quadri medi del PKK tornati alla “politica legale”.
È dall’inizio del processo di pace che Bahceli si è cucito addosso questo insolito ruolo di “colomba”, in contrasto con la maggiore durezza espressa da Erdoagn, in quello che ormai sembra essere più un gioco delle parti che una divaricazione reale.
L’efficacia di questo processo di pace, tuttavia, potrebbe essere minata da un fattore esterno, ovvero l’escalation in corso fra vari gruppi politici curdi basati anch’essi nel Kurdistan Iracheno e la Repubblica Islamica dell’Iran.
Sin da quando si sono diffuse voci su un possibile coinvolgimento di gruppi separatisti curdi – di diversa ideologia – nell’aggressione di USA e Israele nei confronti dell’Iran, la rappresaglia di Teheran nei loro confronti non si è fermata nemmeno durante i periodi di cessate il fuoco.
La Turchia, durante le prime fasi della guerra, aveva collaborato con le Guardie della Rivoluzione fornendo informazioni di intelligence circa i movimenti effettuati sul terreno da questi gruppi e aveva contribuito – a detta dello stesso Aragchi – a dissuadere Trump da dare attuazione al piano israeliano di utilizzarli per un’offensiva di terra.
Successivamente, però, la linea di Ankara è cambiata: in occasione di colloqui seguiti ai funerali di Khamenei, secondo il Middle East Eye, ufficiali turchi hanno chiesto alla controparte iraniana di fermare gli attacchi contro i gruppi curdi. Il timore è che una continuazione della rappresaglia avrebbe spinto questi ultimi a stringere ulteriormente i legami con Israele, compromettendo anche il processo di pace in Turchia.
Tuttavia, non si va nella direzione auspicata da Ankara. Il 2 agosto, un attacco con droni rivendicato dal Pjak, ala iraniana del Pkk, ha ucciso un soldato iraniano in un villaggio di confine. I droni erano partiti dal Kurdistan iracheno. Ovviamente, se emergesse che quest’organizzazione sia venuta in possesso in quantità massicce di questi letali droni esplosivi, l’escalation cambierebbe passo.
In tal caso, l’intera Regione Autonoma Curda si troverebbe completamente esposta agli attacchi missilistici iraniani a seguito del ritiro delle batterie Patriot effettuato dagli USA, i quali, come noto, dopo la fallimentare campagna contro la Repubblica Islamica, sono a corto di missili intercettori e hanno deciso che i primi ad essere lasciati scoperti siano, ancora una volta, gli “alleati curdi”.
L’esercito iraniano, da parte sua, ha affermato che le proprie forze speciali stanno effettuando una serie di operazioni di terra all’interno del territorio iracheno, di cui Baghdad è informata.
In una di queste, avvenuta due giorni dopo aver subito il letale attacco con droni, è rimasto gravemente ferito il figlio di Hussein Yazdanpanah, capo del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), gruppo separatista curdo iraniano che più di tutti è vicino ai Barzani e rivendica legami con Israele.
Si tratta, dunque, di operazioni volte a colpire i vertici delle organizzazioni separatiste e distruggerne le basi operative, che confermano la risolutezza dell’Iran a colpire i propri nemici a 360 gradi.
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