Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2026
“Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation
Attraverso una nota diffusa dall’emittente di Stato Irib, i vertici militari iraniani hanno ricordato un dato di fatto acquisito ormai da chiunque ragioni con un po’ di onestà intellettuale: l’amministrazione Trump fa certe dichiarazioni per manipolare l’andamento delle quotazioni del petrolio e mascherare i limiti della propria operazione militare.
L’ammiraglio Bradley Cooper, comandante del Centcom, ha dichiarato che le forze armate americane hanno sminato con successo lo Stretto, ma oltre ai legittimi dubbi in merito, il nodo rimane il controllo effettivo del corridoio commerciale. Mohsen Rezaei, presidente del Consiglio iraniano per la sicurezza nazionale, ha confermato che Hormuz resta chiuso a tutte le navi che intendono transitare senza coordinamento con Teheran.
L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) ha segnalato una media di circa 29 navi commerciali al giorno in transito nell’ultima settimana, con un leggero incremento rispetto ai minimi toccati all’inizio del mese. Ma gli operatori energetici e i mercati finanziari restano in allerta.
Affinché si torni a parlare di stabilizzazione dello Stretto, Rezaei ha ribadito un elenco di condizioni per la sua riapertura, a partire dalla fine delle aggressioni regionali condotte da Israele, compresi il Libano, la Siria e anche Gaza. C’è poi l’attuazione degli impegni del Memorandum di Islamabad, con la revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche e lo sblocco delle risorse finanziarie.
L’obiettivo, infine, è la costruzione di un’architettura di sicurezza congiunta per l’Asia occidentale, che arriverebbe a tagliare fuori importanti influenze statunitensi. Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riportato di aver concordato con l’Oman la definizione di un corridoio di navigazione sicuro.
Non è l’unica iniziativa diplomatica che spinge verso la conferma della sconfitta strategica stelle-e-strisce, e del regime sionista. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in visita a Teheran per un vertice ad alto livello con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi.
L’obiettivo prioritario dell’emirato è favorire una rapida de-escalation, ristabilire canali di dialogo indiretto tra Washington e Teheran e sbloccare la navigazione commerciale attraverso Hormuz, soprattutto ora che i nuovi equilibri militari regionali dovuti alla “NATO islamica” e suoi associati hanno portato alla reazione ancora più sclerotica e guerrafondaia da parte di Tel Aviv.
Nel frattempo, sono stati rinviati i colloqui sul futuro dello Stretto promossi dalla Turchia e dalla Germania, che avrebbero dovuto tenersi domenica a Istanbul. All’incontro avrebbero dovuto partecipare i ministri degli Esteri di Germania, Turchia, Francia e Gran Bretagna, e nella capitale turca si sarebbero svolti incontri con i capi della diplomazia di Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto.
Se per i paesi della regione un tale incontro, anche se rimandato, conferma una crescita di influenza sugli affari locali, per le capitali europee il rinvio (a data da destinarsi) ribadisce l’assoluta marginalità negli affari internazionali. Si agitano per mostrarsi attori globali, ma ogni atto conferma come il Vecchio Continente sia fuori dai giochi, tolta la complicità strutturale per via delle basi statunitensi sui propri territori.
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27/08/2026
L’Iran viene spinto verso la soglia nucleare
L’Iran si sta avvicinando alla sua linea rossa riguardo al TNP. Il ritiro dal trattato non è più discusso solo come rappresaglia retorica. Istituzioni iraniane, incluso il parlamento, lo hanno esaminato come risposta pratica agli attacchi contro impianti nucleari sotto salvaguardia, al fallimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nel condannare tali attacchi, e al sospetto che le informazioni raccolte attraverso le ispezioni siano finite nei processi di targeting statunitensi e israeliani.
A fine marzo 2026, un disegno di legge con tripla urgenza che propone il ritiro dell’Iran dal TNP è stato caricato nel sistema legislativo del parlamento iraniano, sebbene non fosse ancora stato dibattuto o approvato.
Il TNP consente il ritiro quando uno stato conclude che “eventi straordinari” hanno messo in pericolo i suoi interessi supremi. L’Iran può sostenere plausibilmente che il bombardamento dei suoi impianti nucleari da parte di stati dotati di armi nucleari costituisca proprio un tale evento.
Funzionari iraniani che sostengono il ritiro dal trattato hanno sottolineato che un passo del genere non significherebbe necessariamente la decisione di fabbricare una bomba. Alaeddin Boroujerdi, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento, ha sostenuto a marzo 2026 che l’Iran dovrebbe lasciare il TNP insistendo: “Non stiamo cercando una bomba nucleare”.
Una tale mossa, tuttavia, terminerebbe o ridurrebbe radicalmente il sistema di ispezione attraverso il quale l’AIEA monitora il materiale nucleare iraniano. Tale distinzione è giuridicamente significativa ma strategicamente labile. Una volta che l’Iran avrà lasciato il trattato, avrà limitato gli ispettori e aumentato l’arricchimento, gli altri governi presumibilmente riterranno che stia preparando un’arma.
Secondo le rivelazioni di Transition Protocol, l’Iran ha deciso di spostare le sue scorte di uranio verso un arricchimento al 90%. L’Iran aveva accumulato circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% prima che gli ispettori perdessero la capacità di stabilire l’ubicazione e le condizioni dell’intera scorta.
L’uranio arricchito al 60% è già ben oltre il livello normalmente richiesto per la produzione di energia civile, sebbene non sia di per sé un’arma nucleare. Arricchire questo materiale a circa il 90% lo porterebbe nella gamma convenzionalmente definita come “grado per armi”.
Conversazioni con persone in Iran hanno rivelato che le autorità iraniane hanno incaricato l’apparato nucleare di prepararsi a processare gran parte di questo materiale verso il 90% se gli Stati Uniti dovessero compiere un’altra escalation.
Arricchire l’uranio, convertirlo in forma adatta, costruire un dispositivo esplosivo e sviluppare un’arma consegnabile sono fasi correlate ma distinte. Tuttavia, se le informazioni sono accurate, la direzione è inequivocabile.
Un altro importante attacco statunitense potrebbe indurre l’Iran a lasciare il TNP, arricchire l’uranio fino a un grado per armi e arrivare alla deterrenza di soglia. Teheran potrebbe allora assemblare un dispositivo senza testarlo, oppure potrebbe effettuare una detonazione sotterranea o dimostrativa per rimuovere ogni dubbio di aver superato la soglia.
Una tale detonazione costituirebbe una fase completamente nuova nella storia dell’Asia occidentale. Ma sarebbe la conseguenza di una guerra esistenziale, non la prova che l’Iran avesse sempre segretamente inteso arrivare a questo punto.
Corea vs. Libia
La scelta che gli strateghi iraniani devono affrontare è sempre più descritta attraverso due precedenti: la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) e la Libia.
La Libia rinunciò al suo embrionale programma nucleare e missilistico nel 2003. Trasferì attrezzature e documenti agli Stati Uniti, accettò ispezioni invasive e cercò relazioni normali con l’Occidente. Washington e Londra presentarono la decisione di Muammar Gheddafi come prova che il disarmo avrebbe portato sicurezza e riabilitazione internazionale.
Otto anni dopo, la NATO utilizzò una risoluzione delle Nazioni Unite apparentemente intesa a proteggere i civili per condurre una guerra per il cambiamento di regime. Lo stato libico fu distrutto e Gheddafi fu catturato e ucciso.
La RPDC seguì la strada opposta. Si ritirò dal TNP nel 2003, testò un dispositivo nucleare nel 2006 e sviluppò gradualmente una capacità nucleare e missilistica. La Corea del Nord ha subito sanzioni, isolamento, esercitazioni militari e minacce ripetute.
Tuttavia, nessun governo statunitense ha tentato un’invasione su vasta scala o una guerra di cambiamento di regime contro di essa. Washington negozia con Pyongyang in condizioni fondamentalmente diverse da quelle imposte a Baghdad, Tripoli o Teheran, perché le conseguenze di un attacco alla RPDC non possono essere controllate con sicurezza.
La lezione appresa a Teheran, Pyongyang e altrove è tremendamente semplice: Gheddafi abbandonò il suo deterrente, aprì il suo paese e non ricevette alcuna garanzia duratura contro l’attacco occidentale. La sua sottomissione rimosse un ostacolo al cambiamento di regime anziché garantire la sovranità della Libia.
Questa non è un’approvazione della proliferazione nucleare. Le armi nucleari sono strumenti di distruzione di massa e la loro abolizione rimane una necessità umana. È una spiegazione del calcolo strategico determinato dalla condotta occidentale.
Le potenze nucleari non hanno rispettato l’accordo di disarmo del TNP, hanno protetto l’arsenale nucleare non dichiarato di Israele, hanno attaccato stati non nucleari e hanno preteso che determinati avversari rimanessero permanentemente vulnerabili. Hanno trasformato il possesso nucleare nella polizza assicurativa più credibile contro il rovesciamento forzato.
L’Iran finora ha resistito a questa logica. La sua posizione ufficiale rimane che le armi nucleari sono religiosamente proibite, militarmente non necessarie e incompatibili con la sua dottrina dichiarata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito dopo gli attacchi precedenti che l’Iran non aveva abbandonato questa politica e continuava a considerare la produzione, l’accumulo e l’uso di armi di distruzione di massa come disumani e anti-islamici.
Ha anche spiegato che l’Iran ha portato l’arricchimento al 60% per dimostrare che minacce e pressioni non avrebbero costretto alla capitolazione.
Tuttavia, le dottrine non sono immuni ai cambiamenti nelle circostanze materiali. Se uno stato viene ripetutamente attaccato mentre osserva un divieto, e se i suoi attaccanti discutono apertamente di distruggere il suo governo (anche con armi nucleari), i suoi leader inevitabilmente riconsidereranno se la moderazione morale sia diventata un’esposizione strategica.
Il dibattito interno all’Iran si è già spostato dal chiedersi se le armi nucleari siano desiderabili al chiedersi se la deterrenza nucleare possa diventare indispensabile per la sopravvivenza nazionale.
Se l’Iran dovesse superare la soglia, quasi certamente presenterebbe la decisione come la costruzione di uno scudo, non come preparazione a una guerra offensiva. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non cercare conquiste territoriali, coercizione nucleare o attacchi contro popoli vicini. Il suo scopo immediato sarebbe convincere Washington e Tel Aviv che nessuna campagna per distruggere lo stato iraniano potrebbe procedere senza conseguenze inaccettabili per gli attaccanti.
Un deterrente, tuttavia, non può essere reso completamente sicuro dichiarandolo difensivo. Gli altri governi non possono conoscere le intenzioni future con certezza. Un’arma iraniana potrebbe stimolare un hedging nucleare da parte di Arabia Saudita, Turchia, Egitto o altri.
Israele potrebbe tentare un attacco preventivo prima che l’Iran completi la costruzione di un'arma atomica. Il periodo di transizione – tra l’arricchimento al 90% e l’istituzione di un deterrente credibile – sarebbe particolarmente pericoloso. Un errore di calcolo potrebbe produrre la catastrofe che tutte le parti affermano di opporsi.
Ecco perché la responsabilità decisiva ora ricade sugli stati che possono scegliere o meno se fare escalation. Se gli Stati Uniti attaccano di nuovo, intensificano un assedio economico progettato per spezzare lo stato iraniano, o rendono i negoziati indistinguibili da un ultimatum, rafforzeranno coloro che a Teheran sostengono che la via libica finisce con la morte e solo la via coreana garantisce la sopravvivenza.
L’Iran sembra prepararsi a resistere piuttosto che a capitolare. Sta rafforzando la sua struttura di comando, preservando la capacità missilistica e dei droni, e organizzandosi per una guerra economica prolungata.
La scommessa di Teheran è di poter assorbire un’enorme pressione finché la coalizione statunitense non dovrà affrontare crescenti costi militari, commerciali e politici (in particolare dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre). La questione nucleare ora si inserisce in quella più ampia strategia di sopravvivenza.
La scelta è quindi netta. Washington può accettare un accordo verificabile che riconosca il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare civile, garantisca la non aggressione e ripristini ispezioni credibili. Oppure può continuare una guerra che distrugge la restante base di sostegno alla moderazione all’interno dell’Iran.
Se sceglie l’escalation, non dovrebbe fingere di essere sorpresa quando l’Iran conclude che i trattati non forniscono scudi, le ispezioni non portano sicurezza, e solo il possesso dell’arma definitiva impedisce un’altra Libia.
Fonte
25/08/2026
La psico-guerra economica all’Iran
Scott Bessent come Andrea Delmastro: per l’Iran «Zero contatti, nessuno spazio per respirare».
Uno psicoanalista potrebbe spiegare meglio di noi questa fissazione dei reazionari per il “soffocamento” di altri esseri viventi, scovando magari qualche fantasia per le pratiche sessuali sadomaso Epstein style. Ma sta di fatto che il segretario al Tesoro Usa, ex amministratore di hedge fund abituato a fare il bello e cattivo tempo a Wall Street, non ha saputo trovare una metafora migliore per sintetizzare le “misure straordinarie” (di ordinario in quella amministrazione non ci può essere nulla...) disegnate per asfissiare l’economia di Teheran.
Non ci vuol molto a vedere che la logica messa al lavoro è identica a quella che governa l’assedio di Cuba, con cui Teheran condivide la lunga durata (dal 1979, mentre per L’Avana ci sono venti anni in più) e l’orgoglio dell’indipendenza.
Sistema economico e politico, risorse naturali, quantità della popolazione, visione del mondo, ecc., sono invece molto diverse. Dunque anche le singole misure sono state immaginate cercando di tener presente queste differenze.
Cosa c’è in comune
Rispetto alle amministrazioni precedenti è stato completamente cancellato qualsiasi riferimento a un “quadro di regole legali” di portata internazionale. Gli Stati Uniti attuali “fanno quello che vogliono”, senza più pretendere che sia “giusto” o “legale”.
Resta ferma invece la “centralità del comando” in capo alla Casa Bianca, per la quale i propri ordini vanno eseguiti e basta, sia dagli alleati che dai “competitori”. “Anche dalla Cina”, ci ha tenuto a dire Bessent. “È tempo per i leader mondiali di prendere una decisione ... tra America e Iran”, ha detto. Senza altre giustificazioni “moraleggianti”...
Le misure
I dettagli costituiscono sicuramente una lista sterminata, ma vanno raggruppati come sanzioni secondarie nei settori degli asset digitali, della tecnologia, dell’oro, dell’aviazione e del trasporto marittimo. Sarebbero questi i settori utilizzati dall’Iran per generare entrate, eludere le sanzioni o comunque mitigare la pressione economica.
Il primo problema è rappresentato dal fatto che Teheran è sotto sanzioni Usa fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979, quindi non ha più molto in comune con il sistema finanziario internazionale controllato dagli Stati Uniti. Per rendere effettive le sanzioni, dunque, queste dovranno prendere di mira chi invece dentro questo sistema “dollarizzato” vive ed opera ancora.
In pratica, qualsiasi paese o società privata che dovesse continuare a fare affari con l'Iran vedrà bloccati i propri conti, le proprie carte di credito, i contratti in essere o in discussione, ecc.. L’esempio vivente – anche se poi un tribunale Usa ha annullato quelle sanzioni – è Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina, che per molti mesi si è vista impedire qualsiasi operazione bancaria.
Il sistema finanziario occidentale, infatti, viaggia attraverso il sistema di pagamenti internazionali Swift, pienamente controllato da Washington, che dunque rende operative le sue “sanzioni” potendo decidere se un soggetto qualsiasi può operare oppure no all'interno di quel sistema.
Ma il mondo ha preso atto da tempo di questa malevola anomalia. Cina, Russia e altri paesi hanno dato vita a sistemi di pagamento alternativi, o da soli o coordinandosi con altri, e questo va riducendo in proporzione il dominio del sistema finanziario Usa e dello stesso dollaro.
La durata
Bessent è stato vago. Potrebbe durare il tempo necessario a far celebrare le elezioni di midterm – il primo martedì di novembre – che potrebbero mettere a rischio la maggioranza repubblicana al Congresso. Dopo, eventualmente, Trump potrebbe riconsiderare l’opzione militare come prevalente o di “accompagnamento” alla guerra economica.
Ma potrebbe anche durare tendenzialmente all’infinito, visto che la soluzione militare – senza poter agire con l’invasione di terra o utilizzando l’arma atomica (ci hanno pensato, al Pentagono e a Tel Aviv, ma hanno soprasseduto) – non è risultata vincente. Anzi...
L’efficacia
L’Iran, sul piano economico, non se la passa certamente bene da decine di anni, pur crescendo come Paese fino a presentare un’industria moderna, infrastrutture notevoli, una quantità di laureati superiore a quelli Usa, un sistema missilistico economico ma efficiente, ecc..
L’inflazione è però pesantissima e mina la capacità di acquisto di salari e pensioni, esponendo così il governo a periodiche crisi di consenso che costituiscono per l’Occidente altrettante occasioni di “ingerenza” (anche se non più travestita da “umanitaria”).
Ma c’è da dire che quasi 50 anni di sanzioni non sono serviti a impedire il consolidamento del sistema istituzionale iraniano, che ha sicuramente molti avversari interni ma gode di una seguito popolare maggioritario, rinforzato peraltro proprio dagli attacchi israelo-americani.
I dirigenti iraniani, peraltro, non negano le difficoltà ed il “dibattito interno” sembra considerare la possibile alternativa tra “pace presto”, capitalizzando il successo – aver resistito per sei mesi infliggendo colpi serissimi al sistema di basi militari Usa in Medio Oriente – oppure puntare su una guerra d’attrito, inevitabilmente di lunga durata, contando sul fatto che l’economia Usa e quella mondiale non possono reggere in eterno in una situazione di incertezza sulle forniture di idrocarburi. Come si vede dai prezzi alla pompa, peraltro...
Lo stesso Barak Ravid – l’(ex?) ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano delegato a gestire il sito Axios sulla guerra all’Iran – è abbastanza scettico sull’efficacia della strategia economica.
“Affinché la nuova campagna di pressione economica sia efficace, gli Stati Uniti dovranno mobilitare i loro alleati occidentali per formare una coalizione per far rispettare le misure contro l’Iran.Gli stessi Stati Uniti, per dire, hanno dovuto ad un certo punto sospendere persino le proprie sanzioni sul petrolio iraniano già caricato sulle navi per cercare di contenere l’ascesa dei prezzi.
L’amministrazione Trump dovrà anche affrontare in modo aggressivo paesi come Cina, Russia, India, Pakistan, Qatar, Turchia e altri che commerciano ancora con l’Iran, qualcosa che finora non ha fatto.”
Convincere gli “alleati” europei o il Giappone è già complicato (Tokyo dipende al 90% dal petrolio del Golfo Persico); minacciare i “mediatori” (Pakistan, Qatar, Turchia, ecc.) è già un po’ più difficile; obbligare Pechino e Mosca a seguire gli ordini di Trump è escluso categoricamente.
Non serve un genio della geopolitica per capire che gli Usa stanno sistematicamente attaccando i paesi “indipendenti” che fin qui si erano difesi cercando alternative commerciali stabili proprio con Russia e Cina, dentro e fuori i Brics+. Che queste due superpotenze collaborino al proprio stesso “strangolamento” è un obiettivo così stupido da esser difficilmente commentabile.
Pechino, ci viene ricordato sempre, ha un’infinità di leve per ridimensionare la iattanza di Washington. Primo fra tutti il controllo dei giacimenti di terre rare nonché il quasi monopolio nella loro raffinazione. In pratica si tratta di 17 elementi, ovvero i 15 elementi della serie dei lantanidi, più lo scandio e l’ittrio, metalli classificati tra le terre rare per affinità chimica e compresenza nei minerali.
Tutti, chi più chi meno, servono per la costruzione di armi Usa ad alta tecnologia (dai missili spalleggiabili Stinger fino ai Patriot, i Thaad e SM-3), che – guarda il caso – si sono andate esaurendo nei magazzini del Pentagono e in quelli dei paesi Nato proprio grazie al loro uso smodato nelle guerra in Ucraina e Iran, oltre che per lo “scudo” su Israele (peraltro “bucato” con attacchi a saturazione).
La “coperta corta”, come si vede anche solo da questi accenni, è il problema che erode l’egemonia Usa. A sentire le parole – sia di Trump che di Bessent – sembra che non se ne siano ancora accorti. Ma è certo che, almeno dal Pentagono, qualcuno glielo sta ricordando...
Se c’è qualcuno che “fa fatica a respirare”, insomma, sta da quelle parti...
Fonte
21/08/2026
“Strangolare” l’Iran? Tra il dire e il fare, ce ne corre...
A tutti gli analisti attendibili questo “cambio di strategia” è apparso subito come un’ammissione di debolezza. Esaurite le opzioni militari – i bombardamenti ottengono risultati limitati, l’attacco di terra costerebbe troppo in termini economici e soprattutto umani (soldati americani, chiaro, “il nemico” non conta mai), l’uso dell’atomica aprirebbe una fase incontrollabile con le altre potenze nucleari – si ripiega sul logoramento dell’economia iraniana, che di certo non se la passa benissimo.
Detto questo, come si fa? Il controllo delle frontiere esterne è di fatto impossibile, viste le dimensioni del Paese e la varietà geostrategica dei vicini. Quello aereo sarebbe più praticabile, ma ben poca parte del traffico commerciale viaggia in questo modo. Senza contare che i principali vettori diretti a Tehran sono russi, cinesi, ecc.
Il blocco di Hormuz è bilaterale, ossia reciproco. E allora è partita una sottile valanga di indiscrezioni pilotata dal sito Axios – tramite il solito Barak Ravid (ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’intelligence israeliana) – che descrivono un fantastico film in cui “una lunga fila di petroliere viene fatta uscire nottetempo dal Golfo Persico lungo un canale molto vicino alle coste dell’Oman, sotto scorta delle navi militari Usa”. Lo stesso, quasi contemporaneamente, avverrebbe per le petroliere vuote che debbono entrare per caricare. “I soliti ignoti” in dimensioni hollywoodiane…
E gli iraniani? Zitti e buoni, perché i bombardamenti Usa avrebbero distrutto buona parte dei radar lungo lo Stretto di Hormuz, “accecando” di fatto droni e missili che potrebbero essere sparati. Quanto basta per far dire a Trump, in tv, che “Abbiamo spazzato via l’Iran”.
Impossibile trovare il benché minimo riscontro a questo traffico gigantesco, che avrebbe mobilitato circa 10 milioni di barili al giorno (il 50% del traffico pre-bellico) e contribuito a calmierare I prezzi comunque in ascesa del greggio sui mercati. Basta la parola di Barak…
Il vicepresidente J.D Vance e il ministro del Tesoro Bessent sembrano essere gli incaricati della gestione “ottimistica” della nuova strategia, a fini soprattutto interni.
Il primo, in un’intervista rilanciata dalla Cnn, spiega che “Lo strumento più efficace che abbiamo è la pressione economica che possiamo esercitare su di loro. E questa è una danza delicata, perché se esercitiamo pressione economica su di loro, loro cercheranno di fare altrettanto con noi”. Ma naturalmente “nelle ultime due settimane loro hanno subito molta più pressione di noi”.
Vance ha dovuto comunque ammettere che, nonostante questa “prevalenza” Usa, “ovviamente i prezzi del petrolio sono alti, come si può notare alla pompa” (il primo cruccio dell’americano medio). Ma siccome “stiamo facendo transitare le navi nello Stretto” in una certa quantità, “se riusciamo, non tanto a riportarlo alla situazione precedente, ma a far uscire abbastanza petrolio e gas, riusciremo a dare un po’ di sollievo agli americani alla pompa, un po’ di sollievo sui prezzi dell’energia”.
Un po’ pochino per “strangolare” un paese enorme, posizionato agli antipodi degli States e con una popolazione dieci volte superiore a quella cubana (che ha la sfortuna di vivere ai confini del “mostro”). Più esplicito ancora Bessent, che ha annunciato “le sanzioni più dure della storia”, esortando però Pechino a collaborare con Washington. Tradotto: “se non collabora, non funzionano“. Fino allo sconsolato “Se applichiamo la massima pressione economica, è improbabile che si assista a una ripresa su larga scala delle operazioni militari“.
Isolare Tehran economicamente è del resto un’impresa ritenuta fattualmente impossibile. Praticamente non ci sono rapporti commerciali con il resto dell’Occidente, quindi non si può tagliare quello che non c’è.
La gran parte del petrolio era ed è venduta alla Cina, che ha da poco inaugurato una lunghissima tratta ferroviaria fino a Tehran. Ancora non funziona a pieno ritmo, ma il traffico va ovviamente crescendo per compensare il blocco di Hormuz.
I rapporti con la Russia viaggiano attraverso il mar Caspio, e quindi fuori da ogni possibile blocco Usa.
Anche sul piano strettamente finanziario – circolazione monetaria, sistemi di pagamento internazionali, ecc – Tehran è da anni fuori dal controllo statunitense, rapportandosi con i suoi partner grazie ad altri meccanismi istituzionalizzati (per esempio Russia e Cina hanno sviluppato sistemi di pagamento che ignorano lo Swift, controllato dagli Usa).
Tutti i corridoi commerciali che in varia misura attraversano o sfiorano l’Iran coinvolgono un numero di paesi molto elevato e con rapporti assai differenziati tra loro. Esercitare “pressione” su tutti significherebbe ridurre anche l’efficacia di quei corridoi per gli interessi Usa e israeliani (si veda l’importante analisi pubblicata qui oggi), mettere in discussione alleanze già siglate o in fase di elaborazione, gettando magari potenziali “clienti” su corridoi alternativi già esistenti e rodati.
Il “cambio di strategia”, quindi, col passare dei giorni assume i contorni di una “pausa di riflessione” in attesa che le elezioni di midterm stabiliscano il nuovo quadro politico interno agli Stati Uniti (avere un Congresso a maggioranza democratica, con una forte componente “socialista” e pro-palestinese, intralcerebbe non poco un presidente abituato a viaggiare a colpi di “decreti esecutivi”) e magari che le industrie Usa rimpolpino le scorte di missili Patriot e Tomahawk, giunte al limite dell’operatività.
Non sembra un caso che la retorica tonitruante delle “misure mai viste prima” si sia spostata dal piano militare (“cancelleremo una civiltà”) al più prosaico “imporremo sanzioni, se sarà possibile”.
Fonte
19/08/2026
Siria - Si sciolgono le Ypg/Ypj
Nei mesi scorsi, anche il processo siriano, così come quello turco, appariva in stallo, con le Ypg che avevano boicottato le elezioni per il parlamento siriano, in quanto blindate all’interno di un ristretto novero di nomi di nomina presidenziale.
Tuttavia, queste resistenze sembrano essere cadute nei giorni scorsi, quando Mahmoud Barkhodan, comandate di una delle brigate curde integrate nell’esercito centrale, ha annunciato il prossimo scioglimento delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e delle Ypg. “Annunceremo lo scioglimento delle YPG-FDS entro i prossimi giorni. Anche la struttura amministrativa autonoma scomparirà. Costruiremo una nuova Siria mano nella mano, nel quadro di un unico esercito, un unico Stato, un’unica bandiera e una patria comune”, ha dichiarato dalle colonne di Türkiye Gazetesi, giornale molto vicino al Erdogan.
Riguardo lo stato del processo d’integrazione delle milizie curde nell’esercito centrale, Barkhodan ha affermato: “Finora, 10.000 dei nostri combattenti sono stati integrati nell’esercito siriano. Questo numero potrebbe arrivare a 12.000. Le affermazioni secondo cui avremmo un esercito di 70-100.000 uomini, non corrispondono alla verità... non ci sono quasi più arabi tra noi”. Questi effettivi sono stati integrati nelle quattro divisioni stabilite nell’accordo di gennaio.
Barkhodan ha aggiunto che esistono ancora dei punti di disaccordo, quali il destino delle Ypj femminili – che le milizie qaediste non vorrebbero mai vedere al proprio fianco – ma nulla è insormontabile.
Per le Ypj si parla di integrazione nel Ministero dell’Interno, anziché in quello della Difesa, per operazioni antiterrorismo e di polizia; il che equivarrebbe ad un deciso ridimensionamento non facilmente accettabile per le dirette interessate, che hanno già declinato.
Anche le Università, le istituzioni civili ed i pozzi petroliferi stanno progressivamente passando sotto l’autorità di Damasco.
Significativo è che, in conseguenza di questi passi, i servizi di sicurezza di Ankara abbiano cominciato a rimuovere ufficialmente i comandanti delle Ypg dalla lista dei ricercati.
È emerso, inoltre, che anche le filiazioni politiche delle Ypg/Ypj, ovvero Il PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il TEV-DEM (Movimento per una Società Democratica) dovrebbero sciogliersi. Il loro posto verrà preso da un partito con un nuovo nome, guidato sempre da Mozloum Abdi ed Ilhan Amed – rispettivamente capo militare e responsabile esteri dell’amministrazione del Rojava in dissolvimento – che si presenterà come libero da ogni filiazione con il PKK/KCK.
Come si vede, le condizioni sono molto restrittive per il movimento curdo, che fino a pochi mesi fa controllava il 30% dell’intero territorio nazionale siriano. Come noto, la decadenza è cominciata con la perdita dell’appoggio statunitense, che ha deciso di investire sul regime qaedista, abbandonando la causa curda in precedenza cavalcata in maniera strumentale.
Anche sul fronte turco, i dirigenti del PKK in dissolvimento continuano a lamentare i caratteri troppo restrittivi della legge di amnistia approvata dal parlamento e la mancanza di una soluzione per Ocalan.
Tuttavia, è chiaro che Erdogan, per fare maggiori concessioni e procedere alle modifiche costituzionali richieste, cerca un appoggio più marcato, da parte del partito filocurdo DEM, all’alleanza di governo, in modo da assicurarle un maggiore consenso fra i Curdi, condizione necessaria per rimanere in sella nei prossimi anni.
Su tutti e due i processi continuano a gravare le tensioni fra Iran e Regione Autonoma Curda. Il 16 agosto alcuni droni hanno colpito l’edificio degli uffici del Primo Ministro Masrour Barzani. Teheran ha declinato le accuse di coinvolgimento, denunciando che si tratta di un’operazione di falsa bandiera.
Tuttavia, è chiaro che la Repubblica Islamica sta esercitando una fortissima pressione per espellere completamente dalla Regione Autonoma Curda la presenza statunitense e, con essa, i gruppi curdo-iraniani di opposizione.
Fonte
16/08/2026
L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense
di Pino Arlacchi
Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.
La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.
La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.
L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.
Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.
Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.
Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.
L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.
Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.
Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.
La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.
Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.
Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.
Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.
Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.
Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.
Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.
Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.
Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.
La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.
Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.
Fonte
11/08/2026
L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta
La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.
La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.
Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.
La negoziazione, quindi, è meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.
Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.
Iraq e Palestina
L’Iraq è stato l’esempio più lampante. Dopo la Guerra del Golfo del 1991, sanzioni estese devastarono una società già provata. Il programma “Oil-for-Food” delle Nazioni Unite, istituito con la Risoluzione 986 del Consiglio di Sicurezza nel 1995, consentiva all’Iraq di vendere quantità limitate di petrolio, mentre i proventi passavano attraverso un sistema di deposito controllato dall’ONU per pagare beni umanitari.
Fu presentato come un sollievo, ma il suo messaggio più profondo era inequivocabile: l’Iraq poteva accedere alla propria risorsa principale solo all’interno di una struttura progettata e supervisionata dall’esterno.
La sovranità era diventata condizionata e la punizione – inclusi i bombardamenti puntuali da parte degli Stati Uniti – divenne comune.
Il processo di Oslo operò diversamente, ma rifletteva uno squilibrio simile. La Dichiarazione di Principi del 1993 fu negoziata direttamente da israeliani e palestinesi attraverso un canale norvegese e firmata a Washington. Portò al riconoscimento reciproco e creò istituzioni palestinesi provvisorie, ma l’accordo rimandò le questioni decisive (statalità, confini, Gerusalemme, rifugiati e insediamenti) lasciando la potenza occupante a controllo del territorio e dei fatti sul terreno.
Washington sponsorizzò un “processo di pace” senza correggere l’asimmetria che rendeva una pace giusta così sfuggente. L’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e della Cisgiordania divenne strutturalmente permanente.
In entrambi i casi, gli Stati Uniti e le istituzioni che dominavano esercitarono un potente privilegio: determinavano la domanda a cui tutti gli altri erano tenuti a rispondere.
Iran
Con l’Iran, quella domanda è stata per più di due decenni il fascicolo sulle armi nucleari. La preoccupazione non iniziò nel 2005 (la cronologia dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica fa risalire l’impegno intensivo al 2002 e 2003), ma il confronto si inasprì dopo il 2005, quando l’Iran riprese l’attività di conversione dell’uranio per l’energia nucleare e la disputa si spostò verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La leadership iraniana dichiarò di non essere interessata alle armi nucleari, ma fu ignorata. Da allora, quasi ogni discussione sull’Iran è stata organizzata attorno a livelli di arricchimento, centrifughe, ispezioni, tempo di “breakout” e alleggerimento delle sanzioni.
L’inquadramento del programma nucleare iraniano come questione di proliferazione nucleare fu politicamente conveniente per Washington. Ridusse un’ampia contesa sul programma di armi nucleari di Israele, le basi militari statunitensi, le sanzioni e il controllo marittimo a un test di conformità iraniana.
Gli Stati Uniti potevano mantenere un’enorme impronta militare in tutto il Golfo, presentando le capacità iraniane come l’unica fonte di instabilità.
L’Iran sta ora tentando di invertire questo dibattito. Attraverso la diplomazia che coinvolge Oman, Pakistan e altri stati regionali, la posizione di Teheran è che la questione nucleare non può essere separata dall’architettura della sicurezza regionale.
La domanda non è più semplicemente quali limiti l’Iran accetterà, ma anche quali limiti dovrebbero applicarsi alla presenza militare e al potere coercitivo degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Questo è il motivo per cui la questione delle basi statunitensi nel Golfo è importante. Per Washington, quelle installazioni sono infrastrutture che proteggono alleati, forniture energetiche e navigazione. Dal punto di vista di Teheran, sono le posizioni avanzate di una potenza capace di attaccare l’Iran rimanendo al riparo da ritorsioni sul proprio territorio.
L’argomento iraniano è che nessun accordo duraturo può esigere un contenimento permanente di Teheran, trattando nel contempo la postura militare degli Stati Uniti in Asia Occidentale come qualcosa di non negoziabile.
La discussione emergente sullo Stretto di Hormuz rende concreta questa inversione. Iran e Oman hanno riferito di progressi su un nuovo accordo per il traffico marittimo attraverso il corso d’acqua. Secondo resoconti della proposta, l’Iran sovrintenderebbe al traffico in entrata nel Golfo e l’Oman alla corsia in uscita, con una qualche forma di pagamento per servizi di sicurezza o ambientali ancora in discussione.
Il piano non è definitivo e Washington si oppone a qualsiasi accordo che comprometta il libero passaggio o dia a Teheran il controllo sulle proprie acque territoriali. Ciononostante, il significato politico di questo accordo in discussione è considerevole.
Per decenni, gli Stati Uniti si sono presentati come il garante ultimo della navigazione nel Golfo. I colloqui Iran-Oman suggeriscono un principio alternativo: gli stati che confinano con un corso d’acqua strategico possono costruire da soli il proprio ordine operativo.
Questa possibilità espone anche una contraddizione nella politica delle sanzioni. Se le navi commerciali devono entrare nel Golfo attraverso un corridoio amministrato dall’Iran, gli armatori, gli assicuratori e le banche dovranno sapere se i servizi iraniani richiesti, i sistemi dati o le tariffe attivano le restrizioni statunitensi.
Il semplice attraversamento delle acque territoriali iraniane non violerebbe automaticamente ogni sanzione statunitense. Il problema legale non nascerebbe solo dal transito, ma dai pagamenti a entità iraniane, dall’uso di fornitori di servizi sanzionati, dall’esposizione assicurativa e dall’elaborazione dei dati delle navi attraverso un meccanismo amministrato dall’Iran.
Ma un sistema funzionante amministrato dall’Iran potrebbe costringere Washington a concedere licenze, tollerare transazioni strettamente definite o rischiare di ostacolare il commercio che dice di proteggere. Le sanzioni non sarebbero più uno strumento applicato in un vuoto politico; si scontrerebbero con i requisiti pratici del passaggio marittimo.
Cosa significhi questo per la più ampia politica delle sanzioni statunitensi diventerà più chiaro solo in seguito per assicuratori e compagnie di navigazione.
Il quadro regionale più ampio rafforza l’argomentazione iraniana. La riconciliazione del 2023 tra Iran e Arabia Saudita, mediata dalla Cina dopo colloqui preliminari ospitati da Iraq e Oman, ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra i due principali rivali del Golfo.
Non ha risolto la loro competizione né cancellato i loro conflitti. Ma ha dimostrato che la de-escalation poteva essere prodotta da trattative regionali e mediazione non occidentale (in questo caso, in modo sostanziale, dalla Cina) piuttosto che da una campagna di bombardamenti statunitensi.
La mediazione del Pakistan e il crescente dialogo sulla sicurezza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan puntano nella stessa direzione, anche se non devono essere scambiati per un blocco guidato dall’Iran. Questi stati hanno i loro interessi e, a volte, profondi sospetti nei confronti di Teheran.
Il loro significato sta altrove: i governi regionali stanno sperimentando accordi sovrapposti in cui Washington non è più l’unico convocatore, garante o autore. L’azione militare statunitense ha ripetutamente promesso deterrenza, producendo invece escalation, spostamenti di popolazione e nuovi risentimenti.
I bombardamenti possono distruggere impianti e uccidere comandanti, ma non possono creare un ordine regionale legittimo. Né un sistema può essere stabile quando uno stato (Israele) possiede armi nucleari non dichiarate, continua a occupare la terra di un popolo e a condurre un genocidio contro di esso (i palestinesi), e si sente incoraggiato ad attaccare i suoi vicini (Libano, Iran, Siria) quando vuole.
Le vere domande
La vera sfida che l’Iran ha posto a Washington è quindi concettuale. Chi definisce l’agenda? Chi decide quali armi, basi e alleanze sono destabilizzanti? Chi controlla le vie d’acqua attraverso cui passa la ricchezza della regione? E ogni accordo deve essere garantito dall’esterno, oppure le potenze regionali (con tutte le loro rivalità) possono costruire accordi applicabili tra di loro?
Il prossimo accordo mediorientale non sarà duraturo se assomiglierà a un documento di resa. Dovrà affrontare il contenimento nucleare, gli schieramenti militari stranieri, l’accesso marittimo, le sanzioni, i missili e la non aggressione reciproca come parti di un unico problema di sicurezza.
Il risultato dell’Iran non è quello di aver risolto il problema. È che, dopo decenni in cui è stato costretto a rispondere alla domanda di Washington, ha costretto la regione a considerare una domanda diversa.
La questione non è più solo ciò che l’Iran deve cedere. È ciò che ogni potenza (inclusi gli Stati Uniti) deve essere pronta a negoziare.
Fonte
10/08/2026
Turchia - Presentata la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi
La proposta prevede che indagini, processi e pene a carico di militanti del PKK relativi a reati punibili con una pena detentiva fino a 15 anni vengano sospesi per cinque anni, mentre i procedimenti che prevedono pene più severe, incluso l’ergastolo, vengano sospesi per 10 anni. Quest’ultima casistica era inaspettata alla vigilia, quando le indiscrezioni parlavano di un’esclusione totale per coloro i quali si fossero macchiati di reati molto gravi.
Tuttavia, i principali dirigenti del PKK, fra cui Ocalan, restano esclusi per effetto di un’altra clausola “ad personas”: chi è stato condannato all’ergastolo può aderire ai benefici previsti dalla legge solo se ha commesso i propri reati prima del primo giugno 2005.
Si potrà fare richiesta di adesione solo dopo che una commissione ad hoc, formata da apparati di sicurezza e apparati governativi, avrà certificato il completo disarmo del PKK, ovvero lo svuotamento di tutti i depositi di armi, ubicati nelle montagne del Kurdistan Iracheno, che i servizi segreti attribuiscono all’organizzazione curda.
La legge è estesa sia ai militanti che attualmente si trovano, appunto, nei rifugi del Kurdistan iracheno, sia a quelli che si trovano in carcere, sia a quelli che si trovano in esilio altrove. Se durante i 5 o 10 anni di sospensione degli aggravi a loro carico non commetteranno altri reati, l’amnistia per loro sarà definitiva, altrimenti perderanno tutti i benefici.
La proposta di legge è stata firmata dai parlamentari dei partiti di governo, da quelli del partito DEM e da quelli di quel che resta del Partito Popolare Repubblicano (CHP), “ammaestrato” per via giudiziaria; i 91 parlamentari del più grande gruppo di opposizione, ovvero quello neocostituito del “Partito Nuovo”, composto dai fuoriusciti del CHP, non hanno inteso firmare la legge, in protesta contro la repressione abbattutasi sul loro partito.
Ora resta da vedere se il blocco formatosi a sostegno di questa legge possa consolidarsi e portare avanti anche un progetto di modifica costituzionale, come vorrebbe Erdogan.
In tal senso, il leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahceli, alleato di governo, ha chiesto che, parallelamente all’implementazione di questa legge quadro, anche Ocalan e Demirtas vengano rilasciati.
Del loro destino, attualmente, non si sa nulla, così come di quello dei tanti ex sindaci ed ex parlamentari della sinistra filocurda non armata, prigionieri da anni. Il loro peso politico ed il loro consenso sono sicuramente maggiori di quello di cui godrebbe qualche migliaio di ex quadri di base o quadri medi del PKK tornati alla “politica legale”.
È dall’inizio del processo di pace che Bahceli si è cucito addosso questo insolito ruolo di “colomba”, in contrasto con la maggiore durezza espressa da Erdoagn, in quello che ormai sembra essere più un gioco delle parti che una divaricazione reale.
L’efficacia di questo processo di pace, tuttavia, potrebbe essere minata da un fattore esterno, ovvero l’escalation in corso fra vari gruppi politici curdi basati anch’essi nel Kurdistan Iracheno e la Repubblica Islamica dell’Iran.
Sin da quando si sono diffuse voci su un possibile coinvolgimento di gruppi separatisti curdi – di diversa ideologia – nell’aggressione di USA e Israele nei confronti dell’Iran, la rappresaglia di Teheran nei loro confronti non si è fermata nemmeno durante i periodi di cessate il fuoco.
La Turchia, durante le prime fasi della guerra, aveva collaborato con le Guardie della Rivoluzione fornendo informazioni di intelligence circa i movimenti effettuati sul terreno da questi gruppi e aveva contribuito – a detta dello stesso Aragchi – a dissuadere Trump da dare attuazione al piano israeliano di utilizzarli per un’offensiva di terra.
Successivamente, però, la linea di Ankara è cambiata: in occasione di colloqui seguiti ai funerali di Khamenei, secondo il Middle East Eye, ufficiali turchi hanno chiesto alla controparte iraniana di fermare gli attacchi contro i gruppi curdi. Il timore è che una continuazione della rappresaglia avrebbe spinto questi ultimi a stringere ulteriormente i legami con Israele, compromettendo anche il processo di pace in Turchia.
Tuttavia, non si va nella direzione auspicata da Ankara. Il 2 agosto, un attacco con droni rivendicato dal Pjak, ala iraniana del Pkk, ha ucciso un soldato iraniano in un villaggio di confine. I droni erano partiti dal Kurdistan iracheno. Ovviamente, se emergesse che quest’organizzazione sia venuta in possesso in quantità massicce di questi letali droni esplosivi, l’escalation cambierebbe passo.
In tal caso, l’intera Regione Autonoma Curda si troverebbe completamente esposta agli attacchi missilistici iraniani a seguito del ritiro delle batterie Patriot effettuato dagli USA, i quali, come noto, dopo la fallimentare campagna contro la Repubblica Islamica, sono a corto di missili intercettori e hanno deciso che i primi ad essere lasciati scoperti siano, ancora una volta, gli “alleati curdi”.
L’esercito iraniano, da parte sua, ha affermato che le proprie forze speciali stanno effettuando una serie di operazioni di terra all’interno del territorio iracheno, di cui Baghdad è informata.
In una di queste, avvenuta due giorni dopo aver subito il letale attacco con droni, è rimasto gravemente ferito il figlio di Hussein Yazdanpanah, capo del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), gruppo separatista curdo iraniano che più di tutti è vicino ai Barzani e rivendica legami con Israele.
Si tratta, dunque, di operazioni volte a colpire i vertici delle organizzazioni separatiste e distruggerne le basi operative, che confermano la risolutezza dell’Iran a colpire i propri nemici a 360 gradi.
Fonte
07/08/2026
Ballo a due su Hormuz, quasi senza gli Usa
“E il modo ancor m’offende...”
Iran e Oman hanno raggiunto, sembra, lo sperato accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz che dovrebbe portare alla riapertura della via d’acqua al momento più importante al mondo.
I dettagli sono per il momento ancora vaghi, ma ricalcano quanto già indicato nei giorni scorsi: a Teheran la competenza (e gli introiti futuri) sul canale di ingresso e a Muscat quella sul canale di uscita (con le informazioni condivise con l’Iran). Nessun “diritto di passaggio” da esigere per i prossimi 60 giorni, necessari a “svuotare” l'accumulo di navi bloccate nel Golfo, e poi si vedrà il come, il quanto e con quale giustificazione.
La notizia chiave è però l’esclusione degli Stati Uniti da questa trattativa, che sarebbe stata perciò limitata ai due Stati che fisicamente “contengono” lo Stretto, come sarebbe peraltro logico e coerente con il diritto internazionale (la vittima principale delle guerre recenti).
Naturalmente non è del tutto vero, anche se da Teheran si batte molto su questo tasto, dato che proprio l’Iran aveva lamentato nei giorni scorsi “rallentamenti e complicazioni” nella discussione con i dirimpettai a causa delle ingerenze statunitensi. Ma lo spostamento del baricentro – dalla volontà statunitense agli interessi dei paesi rivieraschi – resta evidente.
Le dichiarazioni pubbliche del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi sono esplicite: “L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa. Non ci sono stati negoziati”.
I canali di comunicazione con Washington non sono stati però mai chiusi del tutto, visto che l’Iran – secondo il vice di Araghci – ha ricevuto messaggi dagli Usa sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti.
Lo stesso Donald Trump ha parlato più volte nelle ultime ore di “ottimi colloqui” in corso con Teheran, anche se sembra più una vanteria a beneficio di telecamera per rivendicare un ruolo di primo piano, almeno sui media.
La situazione resta infatti complicata soprattutto dal lato Usa, visto che il Washington Post (un quotidiano storicamente “dem” riallineato però sul fronte trumpiano dopo l’acquisto da parte di Jeff Bezos, patron di Amazon) ha riferito di una sfuriata del tycoon in quel di Camp David contro il somaro da lui stesso messo a guidare il “ministero della guerra”, quel Pete Hegseth ora individuato come responsabile della carenza di missili – sia d’attacco che intercettori, come i Patriot – che ha costretto l’America a rinunciare a nuove offensive contro Teheran.
La CNN, da parte sua, ha dettagliato meglio questa carenza quantificando che le riserve di missili sarebbero scese dell’80%, il che lascia scoperti gli stessi Stati Uniti e quindi li costringe a non rifornire più gli alleati principali (Ucraina, Israele, stati arabi del Golfo).
Lo stile di lavoro dei funzionari a Washington, con l’avvento di Trump, sembra completamente degenerato nell’italianissimo scaricabarile. Hegseth si sarebbe infatti difeso attribuendone la responsabilità al suo vice, Stephen Feinberg.
Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, è stata a quel punto interpellata da diversi media e costretta a definire la storia una “fake news al 100%. Il presidente Trump ha la massima fiducia nel segretario Hegseth”.
Il licenziamento del buzzurro diventa perciò una ipotesi da non scartare...
Sta di fatto, comunque, che le opzioni a disposizione della Casa Bianca si sono ridotte drasticamente. O avalla l’accordo Iran/Oman facendolo proprio con le consuete operazioni di “abbellimento propagandistico”, oppure lo ostacola mantenendo il blocco dello Stretto dall’unica parte che controlla a distanza.
Ma senza più la possibilità di minacciare “attacchi davvero distruttivi” la pressione possibile cala quasi a zero. A meno di non prendere in considerazione l’uso dell’atomica (con tutte le conseguenze inimmaginabili sul piano globale).
Se le prossime settimane confermeranno questa “impressione”, la fine della guerra con l’Iran segnerebbe una sconfitta strategica ben più seria della disordinata fuga dall’Afghanistan il 15 agosto 2021.
Fonte
05/08/2026
In attesa del miracolo di Hormuz
In teoria oggi potrebbe arrivare l’annuncio di un accordo per la gestione, e dunque la riapertura, dello Stretto di Hormuz.
Il problema è: un accordo tra chi?
Le fonti Usa, come sempre, danno per scontato che sarebbe stata accettata l’imposizione statunitense. Tutte quelle mediorientali, sia iraniane che arabe, raccontano una storia diversa. E questo naturalmente rende meno certa una soluzione positiva.
Al momento la situazione sarebbe la seguente, in base agli accordi tra Iran e Oman, con la mediazione di Pakistan e Qatar, l’Iran controllerebbe il canale di ingresso nel Golfo Persico, che passa tra le isole di Larak e Qeshm, mentre l’Oman quello di uscita, più vicina alle proprie coste. L’Iran manterrebbe in questo caso il diritto ad essere informato circa i movimenti su questo canale.
Per i 60 giorni necessari a formalizzare l’accordo, e soprattutto a smaltire il traffico bloccato da cinque mesi, non sarebbe richiesto il pagamento di diritti di passaggio, che entrerebbero in vigore solo in seguito sotto la dizione “per la sicurezza e la protezione dell’ambiente”.
Alcune fonti vicine al negoziato hanno riferito a Reuters che l'Iran “è improbabile che cambi la sua posizione attuale” poiché ha già abbandonato la sua richiesta iniziale di pieno controllo sul traffico in entrambe le direzioni.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha confermato che i colloqui sono “concentrati sulla creazione di rotte di navigazione sicure, salvaguardando gli interessi sovrani in materia di diritti e sicurezza dell’Iran e dell’Oman”. Ma ha anche spiegato che tutto sarebbe andato più velocemente se gli americani non fossero più volte intervenuti per condizionare la parte omanita.
Ogni esternazione di Trump rischia però di far saltare tutto, perché la delegazione iraniana ricorda spesso che non accetterà mai “pressioni e minacce” per arrivare ad un accordo non condiviso.
Ma non per questo il tycoon rinuncia a una “comunicazione” tutta orientata a far credere – ai soli cittadini statunitensi – che finalmente sta ottenendo una qualche “vittoria”. Ieri, per esempio, ha pubblicato il miliardesimo tweet in cui dichiarava che che Washington sta avendo “ottime discussioni” con l’Iran, che stanno “andando molto bene”, ma avverte che Teheran sarà colpita “molto duramente” se i colloqui falliscono.
I media statunitensi, nelle stesse ore, pubblicavano inchieste da cui risulta che l’esercito americano ha utilizzato quasi tutte le sue scorte globali di missili di precisione a lungo raggio e quasi l’80% degli intercettori THAAD.
Dunque un eventuale nuova ondata di attacchi dovrebbe come minimo avvenire dopo la definizione di nuove strategie. Ma non sembra ci siano molte idee in proposito, ed ha fatto ridere il mondo la notizia per cui il Pentagono avrebbe lanciato una sorta di “concorso” per avere suggerimenti in proposito.
Nel frattempo, però, “i mercati” stanno scommettendo sul fatto che un qualche sblocco dello Stretto sia alle porte, tanto che il prezzo del petrolio è sceso sotto gli 80$ al barile, mentre a Wall Street sia il Dow Jones che l’S&P 500 hanno raggiunto livelli record, mentre il Nasdaq è salito del 2,6%.
Sta di fatto, comunque, che i “percorsi negoziali” sono almeno due. Uno riguardante Hormuz, animato dai diretti interessati (con interferenze Usa, come detto), a ribadire che la gestione non dipende da “potenze che stanno a migliaia di km di distanza”.
L’altro, direttamente tra Iran e Stati Uniti, che soffre però di una diffidenza cresciuta esponenzialmente per colpa dei continui ripensamenti di Washington. Ma è anche l’unico che può metter fine, oppure no, alla guerra.
Il problema ulteriore è che questa trattativa riguarda tutto lo scenario mediorientale, Libano compreso, dove invece Israele prosegue nell’opera di demolizione di tutte le case nel Sud del paese, in modo da impedire il ritorno degli sfollati e trasformare un’occupazione illegale in “territorio israeliano”.
Una tattica che va avanti da 80 anni ed è alla radice di tutte le guerre che ci sono state e purtroppo ci saranno nella regione.
Fonte
03/08/2026
I numeri hanno la testa dura, anche più di quella di Trump
La “pausa” improvvisa dei bombardamenti di Trump contro l’Iran non è diplomazia. È il suono dell’Impero del Caos che si schianta a tutta velocità contro il muro industriale, per poi fingere di aver scelto di rallentare per un servizio fotografico tramite intermediari omaniti a Teheran.
Axios può riciclare le stesse fonti per tutto il fine settimana riguardo a una “via d’uscita” e a un possibile accordo per la riapertura di Hormuz, ma la vera aritmetica è scritta nei contenitori vuoti dei missili intercettori PAC-3 MSE e THAAD già utilizzati.
Tra la fase iniziale dell’Operazione Epic Fury e l’ultima campagna di due settimane, condotta giorno e notte, gli Stati Uniti hanno lanciato circa 1.500 missili intercettori Patriot, più della metà delle scorte dichiarate prima della guerra, pari a 2.300 missili.
La linea di produzione della Lockheed, anche dopo gli esorbitanti contratti di emergenza, procede ancora a rilento con 620 missili all’anno, condivisi con ogni “alleato” disperato e allo sbando, dall’Ucraina al Golfo.
Sono stati effettivamente consegnati solo 172 esemplari di ricambio. L’aumento promesso è pura fantasia e non si concretizzerà prima della fine del decennio; il ripristino dei depositi di munizioni prebellici è previsto per la metà del 2029, a meno che non si verifichino altri problemi nel frattempo.
La situazione del THAAD è ancora più critica: più della metà dei circa 360 intercettori è già andata perduta, la produzione è ancora ferma a 96 unità all’anno, non sono previste consegne negli Stati Uniti per tutto il 2026 e un orizzonte di rifornimento realistico è fissato alla fine del 2029.
Ogni Patriot costa dai 4 ai 5 milioni di dollari, ogni THAAD dai 12 ai 15. L’Impero sta bruciando in poche settimane la capacità produttiva di 18 mesi, solo per non riuscire a fermare i droni e i missili balistici iraniani che costano una frazione di quella cifra. Si tratta di una demolizione controllata della stessa riserva di munizioni di cui il Pentagono ha bisogno per qualsiasi guerra futura.
Secondo quanto riportato dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e dal Teheran Times, ondate successive delle operazioni Nasr-2 e Thunderbolt avrebbero già colpito batterie Patriot, radar collegati al sistema THAAD e infrastrutture di supporto in Bahrein, Kuwait e Giordania.
Affermano che le reti radar sono state neutralizzate, i sistemi Patriot disattivati, il personale americano ucciso e lo Stretto di Hormuz rimane sotto il controllo iraniano grazie a colpi di avvertimento, intercettazioni di navi e al semplice fatto che il traffico marittimo è crollato.
Valutazioni parallele stimano che la flotta di lanciatori mobili e l’inventario missilistico iraniani rimanenti si attestino a circa il 70% dei livelli prebellici, con quasi il 90% delle infrastrutture sotterranee lungo le vie di accesso a Hormuz ripristinate parzialmente o completamente operative, e questo prima ancora di considerare l’ingresso dello Yemen nel conflitto. Gli attacchi notturni dell’Impero colpiscono obiettivi vuoti o infrastrutture civili; la rete sotterranea iraniana si ricarica e continua a sparare.
Il risultato è una classica guerra di logoramento che la base industriale degli Stati Uniti è strutturalmente incapace di vincere. Ogni ulteriore notte di bombardamenti non fa che accelerare il ritiro delle truppe, mentre Teheran continua a imporre costi misurati in intercettori multimilionari contro proiettili letali economici e prodotti in serie.
Nel frattempo, il secondo fronte è già aperto e sanguinante. Missili yemeniti hanno colpito petroliere legate all’Arabia Saudita e, secondo alcune fonti, anche una raffineria; la risposta saudita a Hodeidah non fa che aggravare le conseguenze di una chiusura totale del Mar Rosso/Bab el-Mandab, che si aggiunge alla quasi totale paralisi del porto di Hormuz.
Il Brent ha chiuso venerdì a 96,78 dollari, dopo aver superato i 100 dollari, e le previsioni delle banche d’investimento Goldman Sachs, RBC e JPMorgan indicano già un possibile superamento dei 130 dollari se entrambi i punti strategici dovessero rimanere bloccati.
Una VLCC battente bandiera di Hong Kong ha già invertito la rotta e ha optato per la lunga rotta del Capo. I progetti per aggirare gli oleodotti e i nuovi porti del Golfo esistono solo sulla carta, nessuno di essi può sostituire i barili fisici che non vengono più trasportati. Il canale dell’Oman e le voci di un accordo nel fine settimana sono solo una messa in scena utile.
La dura verità è che gli Stati Uniti hanno già speso gran parte delle loro riserve di munizioni per difendere una presenza eccessiva che non può essere sostenuta senza smantellare ogni altro teatro operativo.
La pausa è il riconoscimento, per quanto tardivo, che l’Impero sta esaurendo le armi necessarie per mantenere viva la finzione del dominio militare.
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02/08/2026
Contrordine! Per oggi non si spara...
Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.
“Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO”, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).
Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana”.
Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita...
Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Teheran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione petrolifera dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israele.
Dopo cinque mesi di guerra “a rate”, del resto, la realtà ha stabilito che Teheran ha ancora grandi capacità di risposta missilistica e che la presenza di basi militari Usa nell’area è un pericolo per chi le ospita, non una “protezione”. Tanto meno una protezione efficace.
La prospettiva di un attacco “risolutivo”, dunque, che avrebbe fatto felice Netanyahu (questa la ragione del suo viaggio a Washington nei giorni scorsi), coincideva con il disastro per economie già pesantemente rallentate dal blocco dello Stretto di Hormuz e dalle prime avvisaglie di “problemi” anche nel passaggio di Bal-el Mandeb, porta del Mar Rosso.
Di lì a far esplodere una crisi globale per scarsità di forniture energetiche, il passo era infinitesimale.
Non è un segreto che fin qui i danni economici sono stati in varia misura tamponati con misure eccezionali e, in quanto tali, di breve durata. Come il rilascio di buona parte delle “riserve strategiche” di greggio da parte di quasi tutti i paesi (a partire proprio dagli Usa). Ma una riserva va poi ricostituita, e se c’è scarsità di forniture, resta semi-vuota. Con i prezzi che, come sperimentiamo quotidianamente, volano in cielo.
Anche perché quasi nessuno ha una capacità di diversificazione delle fonti di energia del livello della Cina (-40% di import petrolifero dal Golfo, compensato da rinnovabili e carbone).
Gli analisti militari ci aggiungono però i calcoli fatti dal Pentagono, alle prese con un consumo ormai accertato di missili intercettori (Patriot ed altri) tale da svuotare i depositi, mentre la produzione – per quanto incentivata dalla Casa Bianca – resta infinitamente più lenta.
Tra la fase iniziale dell’“Operazione Epic Fury” e l’ultima campagna offensiva gli Stati Uniti hanno lanciato circa 1.500 missili intercettori Patriot, più della metà delle scorte dichiarate prima della guerra, ovvero 2.300.
La linea di produzione della Lockheed, anche dopo i contratti di emergenza, procede a rilento: 620 missili l’anno, da condividere peraltro con ogni “alleato” disperato, dall’Ucraina al Golfo e soprattutto Israele.
In questi cinque mesi sono stati effettivamente consegnati solo 172 esemplari di ricambio, poco più del 10% rispetto al “consumo”. L’aumento promesso non si concretizzerà prima della fine del decennio; il ripristino dei depositi di munizioni prebellici è previsto per la metà del 2029, ma naturalmente solo se si smette di usarli nelle varie guerre in corso.
Preoccupazioni simili ci sono però anche per i missili “offensivi” come i Tomahawk (uno dei quali ha provocato la strage di Minab, 162 bambine uccise nella loro scuola). L’unica alternativa, come già detto, restano le vecchie bombe “prive di intelligenza”, che vanno però portate sugli obbiettivi da aerei, con il forte rischio che vengano abbattuti (un F-15 e un F-35 hanno subito questa sorte e da allora gli attacchi sono quasi solo missilistici, così come le risposte iraniane).
Insomma Donal “Taco” Trump ci fa la grazia di sospendere un nuovo attacco perché non se lo può permettere, sia per calcolo economico (e politico, visto che tra 90 giorni si vota per rinnovare metà Congresso), sia per brutale matematica militare.
Questo non vuol dire però che la strada per un “accordo” – possibilmente meno ambiguo del Memorandum firmato in Svizzera tempo fa – sia in discesa. Anzi...
Ross Harrison, del Middle East Institute, ha spiegato ad Al Jazeera che “Abbiamo altri file che sono ora confusi con il file iraniano: il file del Libano, il file Israele-Palestina, il file saudita-houthi, il file in Iraq. Ad un certo punto nel tempo, i responsabili delle decisioni perdono il controllo della dinamica [perché] anche se vogliono una de-escalation, altri attori possono intensificare il quadro, e potrebbe rendere molto, molto difficile per gli Stati Uniti e l’Iran districarsi dalla situazione”.
Le verifiche ci sono già state: ogni volta che “la trattativa” tra Usa e Iran sembrava prendere la direzione giusta, Israele è intervenuta – con azioni dirette o false-flag – per riportare tutto sul piano puramente militare. Altri soggetti “bisognosi” della guerra perenne, nell’area, non ce ne sono...
La situazione, quindi, per ora non cambia. Questo continuo stop & go appare destinato a durare ancora a lungo. Molti scommettono, augurandosi ovviamente di sbagliare, che si potrebbe arrivare fino a metà 2027.
Con la benzina a 4 euro al litro non si va lontano...
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31/07/2026
“Bibi” a Washington, la guerra all’Iran ricomincia
Un altro giro di giostra, l’ennesimo dopo una “visita” di Netanyahu a Washington (schivando New York, stavolta, e possibili incidenti diplomatici). Ci si potrebbe quasi regolare l’orologio, vista la sistematica connessione tra i due movimenti...
Questa volta, però avevano contribuito già gli iraniani colpendo una base Usa in Giordania (ufficialmente – e come sempre – “tutti i missili sono stati abbattuti”, la quantificazione dei danni verrà dopo), mentre aerei Usa e sauditi (la vera novità di questi giorni) colpivano le milizie sciite in Iraq, i coloni israeliani invadevano una zona della Siria vicino Quneitra, spalleggiati dall’esercito che poi bombardava l’area da cui sarebbe potuta arrivare un’eventuale (ma fortemente improbabile) risposta delle milizie qaediste del nuovo presidente-terrorista, “Al Jolani”.
Israele in effetti ha liberato i suoi cani anche in Libano (dove continua la distruzione delle abitazioni civili per impedire qualsiasi ritorno dei profughi), e ovviamente a Gaza e in Cisgiordania, incrementando la contabilità dei morti.
È sempre meno chiaro invece lo scopo degli attacchi statunitensi. “Decine di obbiettivi” sono stati attaccati con missili da crociera, danneggiando e uccidendo. Ma per ottenere cosa?
Se lo scopo è una maggiore arrendevolezza da parte di Teheran, sembra scontato dire che oltre un anno di guerra “a rate” e cinque mesi di “stop & go” l’hanno dimostrato utopistico. Il presidente eletto, Masoud Pezeshkian, cardiochirurgo laico e quindi considerato “moderato”, ha definito la resistenza iraniana “un modello senza precedenti di fermezza contro la coercizione e l’oppressione. Allo stesso modo, non possiamo costringere o opprimere il popolo, perché questi due approcci sono contraddittori”. Chiudendo dunque tutte le porte a una possibile divisione interna ai diversi gruppi dirigenti.
Ma se l’indebolimento della capacità missilistica e la divisione interna risultano una chimera, perché continuare a bombardare creando una situazione che l’economia mondiale dimostra di temere come la peste? Perché insistere per qualche giorno e poi di nuovo “tregua”, consumando un altro po’ delle riserve sempre più ridotte di missili intercettori?
Sul punto, la convergenza degli analisti è ormai un coro unanime. Anche Ryan Bohl, “analista senior per il Medio Oriente presso RANE Network”, sentito da Al Jazeera, spiega che questi missili “sono munizioni di difesa aerea di alta gamma, come il THAAD, le cui scorte si stanno esaurendo rapidamente, e sappiamo da diverse fonti che molti strateghi del Pentagono sono seriamente preoccupati per la loro disponibilità futura”.
Naturalmente gli Usa dispongono di molti altri mezzi offensivi, ma ognuno con qualche problema “collaterale”. Per esempio, spiega Bohl, “dispongono di una scorta pressoché illimitata di bombe non guidate che potrebbero usare contro gli iraniani”.
Purtroppo, però, questo tipo di bombe “all’antica” devono essere sganciate dagli aerei, sorvolando il territorio iraniano, che è molto esteso (oltre cinque volte l’Italia). Soprattutto, ricorda Bohl, “abbiamo già visto un F-15 abbattuto. Abbiamo visto un F-35 colpito dalla difesa aerea iraniana. E non credo che questa amministrazione sia particolarmente desiderosa di utilizzare quei sistemi più semplici che comportano un rischio maggiore, a causa della minaccia militare che la difesa aerea iraniana rappresenta per loro”.
Sembra perciò obbligatorio concludere che questa situazione continuerà almeno fino alla doppia scadenza elettorale di inizio autunno, quando sia Israele che (per metà) gli Stati Uniti rinnoveranno i rispettivi Parlamenti.
Ma mentre per Tel Aviv cambierà quasi nulla (anche se “Bibi” dovesse essere finalmente messo da parte, anzi in galera), visto che “l’opposizione” appare persino più guerrafondaia e genocida, per gli Usa potrebbe esserci comunque uno shock.
La sconfitta dei trumpiani sembra abbastanza probabile e questo apre due possibili scenari.
Il primo, più “normale”, prevede una maggioranza democratica al Congresso, con rafforzata presenza di “socialisti” (“con caratteristiche statunitensi”, ovvio) e in generale di deputati insofferenti per l’attuale legame con Israele. In tal caso ogni iniziativa di Trump sarebbe da gennaio in poi fortemente compromessa dal veto parlamentare, rendendolo la classica “anatra zoppa” fino alla fine del mandato (tra due anni).
Il secondo scenario prevede invece un mezzo “colpo di stato” all’interno della superpotenza, con Trump e il mondo “Maga” che rifiutano di riconoscere i risultati elettorali ed aprono uno scontro di potere dalle conseguenze semplicemente imprevedibili.
Entrambi gli scenari, però, non sono quelli più adatti a confermare la possibilità di condurre “guerre infinite” su tutto il globo.
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30/07/2026
Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?
Era solo questione di tempo
Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.
Il blitz di Kiev
“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.
L’intesa Mosca-Teheran
L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.
Ucraina superpotenza europea
Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.
“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.
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Traffico a Washington, vista su Hormuz
Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.
Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.
Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.
Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).
Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.
L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.
In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.
Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.
Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.
Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.
Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.
Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.
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29/07/2026
Un pirla da battaglia
Si dice di solito che «dio confonde coloro che vuol perdere». Il senso della citazione è esplicito: chi sta finendo nel burrone accelera la corsa, anziché frenare, travolgendo tutti i segnali d’allarme sparsi sul percorso per evitare un finale del genere.
Parlando delle guerra in Ucraina, uno delle menzogne più raccontate dall’establishment occidentale – e di conseguenza da un sistema mediatico totalmente asservito alla propaganda di guerra – stabiliva che l’invio di armi, soldi, consiglieri militari, assistenza tecnica e satellitare nonché di intelligence di tutti i livelli (sorvolando sui mercenari ex militari occidentali) – NON costituisse una «partecipazione diretta» della Nato alla guerra stessa.
Una tesi da ridere, certamente, ma – come asseriva Goebbels – «se la ripeti tutti i giorni, alla fine diventa una verità».
D’altro canto anche la sua utilità propagandistica è evidente. Se «noi» occidentali non siamo in guerra con la Russia, ogni azione che eventualmente Mosca potrebbe imbastire contro gli interessi occidentali potrebbe essere descritta come «un atto di guerra unilaterale ingiustificato». Confermando che «noi» siamo «i buoni» e quindi la «legalità» del sostegno alla junta nazigolpista di Kiev.
Ma dio confonde i pirla che gli stanno antipatici...
E dunque il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, su X, ribattendo alla risposta decisamente incazzata di Teheran dopo l’attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, ha scritto papale papale: «Le minacce dell’Iran sono ingiustificate e prive di fondamento. Il regime di Teheran è complice diretto dell’aggressione russa contro l’Ucraina, alimentando la guerra criminale di Mosca con armi che hanno ucciso ucraini dal 2022. L’Iran non ha alcuna legittimazione a fingere di essere vittima, né tantomeno a giustificare le sue minacce con assurdi riferimenti alla Carta delle Nazioni Unite».
Allora.
Se Teheran vende droni o altro alla Russia, e queste armi uccidono degli ucraini, questa è una complicità diretta nella guerra all’Ucraina che legittima gli attacchi militari di Kiev contro navi civili iraniane sospettate di trasportare armi o altro.
Se invece l’Europa e gli Stati Uniti regalano armi e soldi all’Ucraina golpista (il Majdan del 2014, che ha portato i nazisti nostalgici di Bandera al governo), e quelle armi uccidono dei russi, allora è un «gesto di solidarietà all’aggredito», che mai e poi mai potrebbe giustificare una reazione russa.
Neanche gli viene il sospetto, al signor Sybiha, che proprio le sue parole – scritte su un social, quindi immagazzinate per sempre negli archivi – saranno la prima giustificazione o legittimazione di una qualsiasi «pillola» che potrebbe essere spedita sulle teste dei distratti «liberali europei». Perché armare un paese in guerra è ipso facto partecipare a quella guerra.
Anni di sottile e meditata propaganda buttati nel cesso da un pirla da battaglia convinto di essere «superiore», unto dal signore degli eserciti e quindi destinato a sicura vittoria sull’«asse del male».
Vero è che per la lista dei pirla di cui ricordarsi a tempo debito c’è un affollamento esagerato. Ma il signor Sybiha si è guadagnato un posto in prima fila, sconcertando – ne siamo sicuri – anche i «consiglieri» che la Nato gli ha da anni messo a disposizione.
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