Il Tribunale di Torino ha confermato la sorveglianza speciale a Eddi senza attenuazioni.
Ecco alcune parti del comunicato dei Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est:
La procura torinese non ha rispetto per le cadute e i caduti della guerra di liberazione contro Daesh, lo Stato Islamico, in Siria – e in tutto il Medio Oriente. Non ha rispetto per le Unità di difesa della donna – YPJ di cui Eddi ha fatto parte. A causa di questa scelta la Procura sabauda ritiene anzi Eddi “socialmente pericolosa”.
La procura aveva affermato il 12 novembre che l’attivismo politico di Eddi è inseparabile dalla sua partecipazione siriana. Questo è vero: non si ha una “Eddi” senza l’altra. Ma è anche ciò che i giudici non possono accettare.
Le manifestazioni universitarie, ambientaliste, No Tav, per i diritti sul lavoro e contro l’invasione turco-jihadista del Rojava sono definite «pericolose» e «gravissime». Nessuna sentenza definitiva ha mai addossato a Eddi alcunché di illecito e non potendo fare leva su sentenze, il tribunale si fonda su «segnalazioni» di singoli poliziotti.
La proibizione più grave, e maggiormente contraria ai diritti umani e costituzionali – quella di manifestare e anche parlare in pubblico – viene giustificata in base a questi «paradigmi di pericolosità soggettiva».
Se qualcuno ancora avesse dubbi su cosa è oggi il tribunale di Torino, si consideri la provocazione conclusiva del decreto. Eddi ha chiesto che le venga restituita almeno in parte la somma di 1.000 euro che ha dovuto versare allo stato come “cauzione” per essere sorvegliata, facendo presente che, per una lavoratrice della ristorazione, questo non è un periodo facile; e che chi è sottoposto a sorveglianza speciale perde automaticamente il diritto a qualsiasi sussidio corrisposto dallo stato.
Il collegio risponde a p. 24: «Tra il 2018 e il 2019 la proposta ha affrontato le spese di un lungo viaggio in zona di belligeranza, per poi rientrare per via aerea, così palesando capacità reddituale non minimale».
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/12/2020
02/12/2017
Gli anti-imperialisti devono comprendere la relazione tra SDF e Stati Uniti
Dopo l’ISIS, gli Stati Uniti abbandoneranno subito i propri alleati curdi?
Il 17 ottobre, le Forze Democratiche Siriane hanno annunciato la liberazione di Raqqa dalle forze reazionarie dello Stato islamico dopo la cosiddetta "Grande Battaglia”, in cui oltre 600 dei loro compagni hanno perso la vita. La liberazione della città dal gruppo fascista più brutale della regione è stato un grande momento di giubilo per le forze delle SDF, sia nelle sue milizie arabe che nelle forze prevalentemente curde delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ).
In particolare, il ruolo delle militanti delle YPJ è servito come fedele promemoria che si trattasse di una battaglia che riguardava tanto la liberazione delle donne dalle costrizioni della schiavitù quanto quella della città nel suo complesso dalla brutalità che aveva sopportato fin dal 2014. Le immagini di donne vestite in uniforme militare che cantano 'Jin Jiyan Azadi' (Donna, Vita, Libertà) dopo aver preso la piazza centrale di Raqqa, insieme alle loro compatriote delle Unità delle Donne di Sinjar che si erano unite alla battaglia per vendicare il massacro del 2014 delle loro sorelle Yazide di Sinjar erano smisuratamente potenti. Dopotutto, è qui che i fascisti dello Stato islamico (ISIS) avevano effettuato esecuzioni pubbliche non molto tempo fa, esponendo le teste mozzate delle loro vittime. Era impossibile immaginare una giustapposizione di immagini più radicalmente diversa.
Eppure, non erano solo le forze socialiste e femministe del movimento a guida curda a rivendicare Raqqa come propria vittoria. La città era stata ridotta in macerie dai raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, che ha sostenuto dal cielo l'assalto delle SDF all’autoproclamata capitale dello Stato islamico. Per gli Stati Uniti, si è trattato di un'opportunità per gongolare del loro ruolo nella lotta al "terrorismo", tanto quanto hanno tentato di rivendicare la paternità del salvataggio di Kobane nel gennaio 2015, quando è iniziato il coordinamento tra le YPG / YPJ e gli Stati Uniti. 'Operation Inherent Resolve' è stata, secondo loro, un grande successo.
Le basi dell'Alleanza USA-SDF
L’alleanza tra SDF e Stati Uniti ha causato un grande senso di confusione e alienazione a molti socialisti in tutto il mondo. Ho scritto più addietro sull'incapacità della sinistra occidentale di comprendere le dinamiche in gioco nella guerra siriana nel mio articolo 'YPG & YPJ: Revolutionists or Pawns of the Empire?’. Una critica che tanto riguardava la mia precedente mancanza di comprensione quanto la considerava un problema generale per gli autoproclamati rivoluzionari e le persone di sinistra di tutto il mondo.
A dire il vero, la cooperazione tra le forze che hanno in comune il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Ocalan come proprio leader ideologico e la principale potenza imperialista del mondo è una situazione estremamente insolita e unica. Il curriculum degli USA all'estero è stato generalmente di sostenere ed armare le forze più reazionarie per impegnarsi nella sua conquista di parti del mondo geopoliticamente significative. Uno sguardo superficiale ai colpi di stato, agli interventi e alle guerre sostenute dagli USA in giro per il mondo ci fornisce una chiara indicazione del fatto che l’attività del Pentagono non è quella di schierarsi generalmente con movimenti di liberazione autentici. Qualsiasi numero di esempi ci mostra la vera natura della macchina da guerra americana, dalla "Guerra Dimenticata" nella penisola coreana dal 1950 al 1953 al brutale tentativo di soffocare la lotta di liberazione vietnamita un decennio dopo, dal sostegno al colpo di stato fascista in Cile nel 1973, all’armamento dei Contras in Nicaragua per tutti gli anni '80, e più recentemente le guerre in Iraq e Afghanistan. Sappiamo molto bene cosa siano le forze dell'impero USA.
Detto ciò, forse nessuno potrebbe meglio essere in grado di comprendere quali siano le intenzioni e le motivazioni degli Stati Uniti che il Movimento di Liberazione Curdo stesso. Dopotutto, sono stati gli Stati Uniti sotto l'egida del presidente Bill Clinton e della CIA a svolgere un ruolo chiave nel facilitare il complotto internazionale contro Ocalan nel 1999 che ha portato alla sua cattura in Kenya ed alla detenzione in Turchia, che continua ancora oggi. Anche mentre le armi statunitensi sono confluite verso le forze delle YPG e delle YPJ e gli USA hanno effettuato attacchi aerei in tandem con esse, gli Stati Uniti stanno coordinando l'intelligence e i raid aerei con la Turchia contro i quadri del PKK in Turchia e Iraq.
L'ipocrisia è sconcertante. Se gli USA avessero davvero investito in una partnership con il movimento rivoluzionario curdo, avrebbero rimosso il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche, rifiutato di sostenere le ambizioni genocide della Turchia nella propria regione curda e richiesto la presenza dell'ala politica delle forze guidate dalle YPG e dalle YPJ , il Partito dell'Unione Democratica, al tavolo dei negoziati di Ginevra che determinerà il futuro della Siria. Tuttavia, ciò non è in definitiva nel loro interesse. La promozione di un modello politico orientato al socialismo nell'Asia occidentale è in contrasto ultimo con le esigenze economiche dei monopoli, di Wall Street, e dei decisori a Washington. Il PYD e il Movimento di Liberazione Curdo raggruppati attorno all'Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) lo sanno. È per questo che hanno continuamente citato l'alleanza con gli Stati Uniti come "tattica” e come una contraddizione che sarà in ultima istanza irricomponibile.
In un'intervista con ANF English all'inizio di novembre, Riza Altun, membro del Comitato Esecutivo del KCK, ha commentato l'alleanza con gli Stati Uniti, sottolineando che "il rapporto tra la coalizione a guida USA e le YPG era considerato legittimo e necessario come l'alleanza tra USA ed Unione Sovietica contro il fascismo di Hitler al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Entrambe le parti avevano bisogno di quel tipo di rapporto, come ne ebbero allora bisogno gli USA ed i sovietici. Quindi una relazione tattica con gli USA è stata sviluppata contro l'ISIS”. In altre parole, interessi reciproci e sovrapposti hanno indotto entrambe le parti a cooperare tra loro, anche se le loro prospettive ideologiche sono notevolmente diverse, allo stesso modo dell'URSS e delle potenze occidentali - unite contro la minaccia della Germania nazista, nonostante i sistemi capitalista e socialista fossero in definitiva incompatibili.
Altun sottolinea anche che il KCK è consapevole del fatto che, fedelmente alla natura degli Stati Uniti in tutti gli interventi di cui sopra in tutto il mondo, Washington ha anche ricoperto un ruolo nella diffusione dei gruppi salafiti come al-Nusra e lo Stato islamico in Siria e Iraq. Dopotutto, la fissazione del regime change degli Stati Uniti rispetto alla Siria è stata ben documentata per decenni. Anche se il governo siriano del Baath ha partecipato ad un certo livello alla "guerra al terrore" sostenuta dagli USA e si è mosso nella direzione delle riforme neoliberiste nell'era di Bashar al-Assad, l'establishment statunitense ha continuato a vedere la Siria come un esempio di indipendenza e nazionalismo economico. Questo è inaccettabile per il Pentagono come lo erano i governi nazionalisti dell'Iraq sotto Saddam Hussein e della Libia sotto Muammar Gheddafi. Altun è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno foraggiato forze reazionarie in questa missione, affermando che quando è iniziata la battaglia per Kobane, il sostegno ai gruppi salafiti non proveniva solo dalla Turchia, ma anche che ”altre potenze, in particolare gli Stati Uniti e Israele, sostenessero questi gruppi .' Afferma che è stato solo a causa delle imponenti pressioni internazionali che gli Stati Uniti hanno infine deciso di intervenire e aiutare le YPG e le YPJ a prevenire lo Stato islamico dal raggiungere il confine turco a Kobane.
A coloro che stavano a guardare mentre l'amministrazione Obama era quasi intervenuta in Siria nel settembre 2013 per bombardare le posizioni del governo siriano, solo per essere bombardata da proteste sia nelle strade che al Congresso da coloro che volevano sapere se ciò equivalesse a sostenere al-Nusra e lo Stato islamico, l'intervento degli USA in Siria in una portata di "guerra al terrore" verso la fine del 2014 puzzava di ipocrisia.
Sfortunatamente, gran parte della sinistra che aveva sostenuto la resistenza kurda a Kobane ora non potrebbe spingersi a continuare la sua solidarietà con le YPG e le YPJ. La resistenza non era più "pura", ma era contaminata da un'associazione con le forze dell'impero. Per le frotte di guerrieri da tastiera nel comfort dei loro caffè occidentali, i "curdi rossi" si erano ora trasformati in ascari per la balcanizzazione della Siria e della regione. Non c'era alcuna distinzione da fare tra le YPG ed il clan reazionario di Barzani nel nord dell'Iraq - erano entrambe parti di un assalto imperialista appoggiato dal sionismo, anche se le YPG non avevano intenzione di combattere le forze dello stato siriano - nonostante le occasionali scaramucce con l’Esercito Arabo Siriano.
La furia degli USA per la dedica della vittoria di Raqqa ad Ocalan
Mentre il giubilo sulla vittoria di Raqqa continuava nei giorni successivi alla dichiarazione della sua liberazione, le YPG e le YPJ hanno annunciato che questo risultato storico sarebbe stato dedicato al loro leader Abdullah Ocalan. I dipartimenti mediatici di entrambe le organizzazioni hanno prodotto video in cui i militanti hanno parlato a lungo e con passione su quanto fosse importante 'Serok Apo' (Leader Ocalan) per l'ispirazione di ottenere la vittoria non solo a Raqqa, ma nelle battaglie degli anni precedenti in tutta la Siria del Nord. La vista di un enorme striscione nella piazza centrale della città è stata vista da alcuni nazionalisti arabi come prova del "colonialismo curdo", nonostante il fatto che gli scritti di Ocalan e il progetto del Rojava si siano allontanati dal discorso nazionalista in favore di una società multietnica in cui la cooperazione tra curdi, arabi, assiri, turcomanni e altre nazioni è fondamentale.
La campagna per mantenere Ocalan come simbolo del movimento e la vittoria di Raqqa mostrata al mondo era strategicamente significativa. Era tanto per far sapere agli Stati Uniti che le convinzioni del movimento non sarebbero mai state compromesse. Alcuni giorni dopo, il portavoce del Dipartimento della Difesa USA, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato al Global Post: "Condanniamo la manifestazione del leader e fondatore del PKK Abdullah Ocalan durante la liberazione di Raqqa. Gli Stati Uniti continuano a sostenere la nostra alleata della NATO, la Turchia, nella sua lotta pluridecennale contro il PKK e riconoscono la perdita di vite umane che la Turchia ha subito in quel conflitto ".
Questo rivela ancora una volta il profondo livello delle tensioni in atto nella precaria alleanza e il fatto che, nonostante le obiezioni della Turchia alla fornitura di armi USA alle SDF, gli americani non siano mai stati interessati a segnare una rottura netta con il secondo più grande esercito della NATO. Mentre gli Stati Uniti e la Turchia rimangono fondamentalmente nella stessa squadra, le differenze tra il Pentagono e il Movimento di Liberazione Curdo sono troppo significative per creare una cooperazione a lungo termine.
L’esponente del KCK Altun ha relazionato su queste tensioni nella sua intervista ad ANF English, dichiarando che “La lotta per la libertà dei curdi in Rojava si basa sulla libertà e l'uguaglianza su basi socialiste. È l'espressione di un percorso politico che si è sviluppato sulla base della fratellanza e dell'unità dei popoli. Dall'altra parte, gli imperialisti stanno combattendo per imporre la propria egemonia sul Medio Oriente ... Questa non è una relazione in cui le parti si sostengono a vicenda ma sono in costante conflitto. "" Difficilmente queste parole suonano come quelle del leader di una forza di ascari che segua ciecamente gli ordini del suo burattinaio, desiderando soddisfare i bisogni della missione storica di quest’ultimo e rigettando la propria.
Altun menziona ancora una volta l'esempio della cooperazione occidentale-sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, affermando che "L'alleanza sviluppata durante la Seconda Guerra Mondiale fu una posizione antifascista che emerse dall'intersezione tra la difesa nazionale dell'Unione Sovietica sotto intensi attacchi e gli interessi di altre potenze antifasciste. Questo accordo rimase in vigore fino a quando continuarono gli attacchi fascisti. Ma una volta sconfitto il fascismo, tutte le parti tornarono alle loro posizioni politiche e proseguirono sui propri rispettivi percorsi ideologico-politici ".
Per quanto si protragga la cooperazione tra il Movimento di Liberazione Curdo e gli Stati Uniti, non c'è dubbio che le YPG e le YPJ non rinunceranno mai alle loro convinzioni ideologiche. Sarebbe una spettacolare fantasticheria ed un'illusione monumentale per Washington pensare che le idee basilari di un movimento di liberazione di 40 anni, scritte nel sangue di decine di migliaia di martiri, possano essere smantellate per le richieste dell’arroganza imperiale americana. Parlando all’Aspen Institute a luglio, Raymond "Tony" Thomas, Comandante del Comando per le Operazioni Speciali degli USA, ha detto con sufficienza ai curdi combattenti in Siria, "non potete tenervi stretto Ocalan". Forse proprio Julian Assange di WikiLeaks lo ha detto nel modo migliore, quando ha risposto dicendo: “Chi è quell’ #Ocalan che l'esercito americano dice che i curdi non possono tenersi stretto? E’ il loro Mandela. E’ più probabile che gli USA rinuncino a George Washington".
Un segno premonitore?
I curdi dicono che le loro uniche amiche sono le montagne. Sono stati usati ed emarginati da potenze occupanti e colonizzatrici per decenni, anzi per secoli. La divisione della loro patria storica in quattro stati-nazione quasi cento anni fa è solo la versione più recente di una storia di assoggettamento. Sarebbe sbagliato presumere che il movimento non abbia capito che a un certo punto dopo la sconfitta dello Stato islamico, questa situazione di essere "senza amici" potrebbe essere di nuovo una prospettiva molto reale.
La stesura di un cambiamento nella politica degli Stati Uniti nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) - o almeno delle YPG e delle YPJ - potrebbe già essere un segno premonitore. Il 13 novembre, quasi un mese dopo la proclamazione della liberazione di Raqqa e molto tempo dopo che gli americani avevano reagito con rabbia alla sua dedica ad Ocalan, la BBC ha pubblicato una presunta ricostruzione intitolata “Lo sporco segreto di Raqqa". La storia in sé era tutt'altro che sporca, lontana da essere un segreto. La sua premessa fondamentale era che ci fosse un accordo tra la SDF e Stato islamico per evacuazione centinaia di questi militanti fascisti dalla città. Ciò era già stato pubblicato da decine di canali mediatici in lingua inglese nei giorni successivi al suo pubblico annuncio da parte delle SDF. Vi sono delle motivazioni ciniche nel riconfezionare una vecchia storia come "un'indagine" dirompente per far sembrare le SDF “sporche”?
L'internazionalista delle YPJ, Kimmie Taylor, che ha preso parte a numerose campagne con i suoi compagni curdi tra cui la Grande Battaglia per Raqqa, ha dichiarato riguardo al reportage che manchi di credibilità, essendo composto di "interviste a conducenti e contrabbandieri preoccupati solamente del denaro. In altre notizie, migliaia e migliaia di combattenti YPG e SDF sono rimasti soli per sei anni, morendo per salvare l'umanità dall'ISIS. Strano come ora, dopo che abbiamo di fatto sconfitto l'ISIS, i media e l'occidente inizino a rivolgersi contro di noi. Pensateci per un minuto".
Non importa cosa succederà dopo, il movimento curdo continuerà a combattere per gli stessi principi di socialismo, uguaglianza di genere, unità multietnica e società ecologica. Ha tenuto queste posizioni molto prima che gli USA decidessero di offrire il proprio incerto appoggio, e continuerà a tenerle a lungo dopo la fine di questo aiuto militare. La sinistra globale deve divulgare ai propri movimenti la comprensione della natura di questa relazione, e rendersi conto che i rivoluzionari moderni come Mehmet Aksoy il cui sangue sta ora nutrendo il suolo di Raqqa sono morti per un futuro più luminoso per tutta l'umanità, non per gli interessi dell'imperialismo.
Fonte
Una testimonianza utile a dipanare almeno parzialmente l'intricatissimo scenario siriano.
Decisamente fuoriluogo, tuttavia, l'associazione quasi ossessiva dell'ISIS al fascismo che può avere un senso soltanto sul piano mediatico (per bucare le coscienze) mentre su quello analitico oltre ad essere errato, diventa pure fuorviante.
Il 17 ottobre, le Forze Democratiche Siriane hanno annunciato la liberazione di Raqqa dalle forze reazionarie dello Stato islamico dopo la cosiddetta "Grande Battaglia”, in cui oltre 600 dei loro compagni hanno perso la vita. La liberazione della città dal gruppo fascista più brutale della regione è stato un grande momento di giubilo per le forze delle SDF, sia nelle sue milizie arabe che nelle forze prevalentemente curde delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ).
In particolare, il ruolo delle militanti delle YPJ è servito come fedele promemoria che si trattasse di una battaglia che riguardava tanto la liberazione delle donne dalle costrizioni della schiavitù quanto quella della città nel suo complesso dalla brutalità che aveva sopportato fin dal 2014. Le immagini di donne vestite in uniforme militare che cantano 'Jin Jiyan Azadi' (Donna, Vita, Libertà) dopo aver preso la piazza centrale di Raqqa, insieme alle loro compatriote delle Unità delle Donne di Sinjar che si erano unite alla battaglia per vendicare il massacro del 2014 delle loro sorelle Yazide di Sinjar erano smisuratamente potenti. Dopotutto, è qui che i fascisti dello Stato islamico (ISIS) avevano effettuato esecuzioni pubbliche non molto tempo fa, esponendo le teste mozzate delle loro vittime. Era impossibile immaginare una giustapposizione di immagini più radicalmente diversa.
Eppure, non erano solo le forze socialiste e femministe del movimento a guida curda a rivendicare Raqqa come propria vittoria. La città era stata ridotta in macerie dai raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, che ha sostenuto dal cielo l'assalto delle SDF all’autoproclamata capitale dello Stato islamico. Per gli Stati Uniti, si è trattato di un'opportunità per gongolare del loro ruolo nella lotta al "terrorismo", tanto quanto hanno tentato di rivendicare la paternità del salvataggio di Kobane nel gennaio 2015, quando è iniziato il coordinamento tra le YPG / YPJ e gli Stati Uniti. 'Operation Inherent Resolve' è stata, secondo loro, un grande successo.
Le basi dell'Alleanza USA-SDF
L’alleanza tra SDF e Stati Uniti ha causato un grande senso di confusione e alienazione a molti socialisti in tutto il mondo. Ho scritto più addietro sull'incapacità della sinistra occidentale di comprendere le dinamiche in gioco nella guerra siriana nel mio articolo 'YPG & YPJ: Revolutionists or Pawns of the Empire?’. Una critica che tanto riguardava la mia precedente mancanza di comprensione quanto la considerava un problema generale per gli autoproclamati rivoluzionari e le persone di sinistra di tutto il mondo.
A dire il vero, la cooperazione tra le forze che hanno in comune il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Ocalan come proprio leader ideologico e la principale potenza imperialista del mondo è una situazione estremamente insolita e unica. Il curriculum degli USA all'estero è stato generalmente di sostenere ed armare le forze più reazionarie per impegnarsi nella sua conquista di parti del mondo geopoliticamente significative. Uno sguardo superficiale ai colpi di stato, agli interventi e alle guerre sostenute dagli USA in giro per il mondo ci fornisce una chiara indicazione del fatto che l’attività del Pentagono non è quella di schierarsi generalmente con movimenti di liberazione autentici. Qualsiasi numero di esempi ci mostra la vera natura della macchina da guerra americana, dalla "Guerra Dimenticata" nella penisola coreana dal 1950 al 1953 al brutale tentativo di soffocare la lotta di liberazione vietnamita un decennio dopo, dal sostegno al colpo di stato fascista in Cile nel 1973, all’armamento dei Contras in Nicaragua per tutti gli anni '80, e più recentemente le guerre in Iraq e Afghanistan. Sappiamo molto bene cosa siano le forze dell'impero USA.
Detto ciò, forse nessuno potrebbe meglio essere in grado di comprendere quali siano le intenzioni e le motivazioni degli Stati Uniti che il Movimento di Liberazione Curdo stesso. Dopotutto, sono stati gli Stati Uniti sotto l'egida del presidente Bill Clinton e della CIA a svolgere un ruolo chiave nel facilitare il complotto internazionale contro Ocalan nel 1999 che ha portato alla sua cattura in Kenya ed alla detenzione in Turchia, che continua ancora oggi. Anche mentre le armi statunitensi sono confluite verso le forze delle YPG e delle YPJ e gli USA hanno effettuato attacchi aerei in tandem con esse, gli Stati Uniti stanno coordinando l'intelligence e i raid aerei con la Turchia contro i quadri del PKK in Turchia e Iraq.
L'ipocrisia è sconcertante. Se gli USA avessero davvero investito in una partnership con il movimento rivoluzionario curdo, avrebbero rimosso il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche, rifiutato di sostenere le ambizioni genocide della Turchia nella propria regione curda e richiesto la presenza dell'ala politica delle forze guidate dalle YPG e dalle YPJ , il Partito dell'Unione Democratica, al tavolo dei negoziati di Ginevra che determinerà il futuro della Siria. Tuttavia, ciò non è in definitiva nel loro interesse. La promozione di un modello politico orientato al socialismo nell'Asia occidentale è in contrasto ultimo con le esigenze economiche dei monopoli, di Wall Street, e dei decisori a Washington. Il PYD e il Movimento di Liberazione Curdo raggruppati attorno all'Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) lo sanno. È per questo che hanno continuamente citato l'alleanza con gli Stati Uniti come "tattica” e come una contraddizione che sarà in ultima istanza irricomponibile.
In un'intervista con ANF English all'inizio di novembre, Riza Altun, membro del Comitato Esecutivo del KCK, ha commentato l'alleanza con gli Stati Uniti, sottolineando che "il rapporto tra la coalizione a guida USA e le YPG era considerato legittimo e necessario come l'alleanza tra USA ed Unione Sovietica contro il fascismo di Hitler al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Entrambe le parti avevano bisogno di quel tipo di rapporto, come ne ebbero allora bisogno gli USA ed i sovietici. Quindi una relazione tattica con gli USA è stata sviluppata contro l'ISIS”. In altre parole, interessi reciproci e sovrapposti hanno indotto entrambe le parti a cooperare tra loro, anche se le loro prospettive ideologiche sono notevolmente diverse, allo stesso modo dell'URSS e delle potenze occidentali - unite contro la minaccia della Germania nazista, nonostante i sistemi capitalista e socialista fossero in definitiva incompatibili.
Altun sottolinea anche che il KCK è consapevole del fatto che, fedelmente alla natura degli Stati Uniti in tutti gli interventi di cui sopra in tutto il mondo, Washington ha anche ricoperto un ruolo nella diffusione dei gruppi salafiti come al-Nusra e lo Stato islamico in Siria e Iraq. Dopotutto, la fissazione del regime change degli Stati Uniti rispetto alla Siria è stata ben documentata per decenni. Anche se il governo siriano del Baath ha partecipato ad un certo livello alla "guerra al terrore" sostenuta dagli USA e si è mosso nella direzione delle riforme neoliberiste nell'era di Bashar al-Assad, l'establishment statunitense ha continuato a vedere la Siria come un esempio di indipendenza e nazionalismo economico. Questo è inaccettabile per il Pentagono come lo erano i governi nazionalisti dell'Iraq sotto Saddam Hussein e della Libia sotto Muammar Gheddafi. Altun è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno foraggiato forze reazionarie in questa missione, affermando che quando è iniziata la battaglia per Kobane, il sostegno ai gruppi salafiti non proveniva solo dalla Turchia, ma anche che ”altre potenze, in particolare gli Stati Uniti e Israele, sostenessero questi gruppi .' Afferma che è stato solo a causa delle imponenti pressioni internazionali che gli Stati Uniti hanno infine deciso di intervenire e aiutare le YPG e le YPJ a prevenire lo Stato islamico dal raggiungere il confine turco a Kobane.
A coloro che stavano a guardare mentre l'amministrazione Obama era quasi intervenuta in Siria nel settembre 2013 per bombardare le posizioni del governo siriano, solo per essere bombardata da proteste sia nelle strade che al Congresso da coloro che volevano sapere se ciò equivalesse a sostenere al-Nusra e lo Stato islamico, l'intervento degli USA in Siria in una portata di "guerra al terrore" verso la fine del 2014 puzzava di ipocrisia.
Sfortunatamente, gran parte della sinistra che aveva sostenuto la resistenza kurda a Kobane ora non potrebbe spingersi a continuare la sua solidarietà con le YPG e le YPJ. La resistenza non era più "pura", ma era contaminata da un'associazione con le forze dell'impero. Per le frotte di guerrieri da tastiera nel comfort dei loro caffè occidentali, i "curdi rossi" si erano ora trasformati in ascari per la balcanizzazione della Siria e della regione. Non c'era alcuna distinzione da fare tra le YPG ed il clan reazionario di Barzani nel nord dell'Iraq - erano entrambe parti di un assalto imperialista appoggiato dal sionismo, anche se le YPG non avevano intenzione di combattere le forze dello stato siriano - nonostante le occasionali scaramucce con l’Esercito Arabo Siriano.
La furia degli USA per la dedica della vittoria di Raqqa ad Ocalan
Mentre il giubilo sulla vittoria di Raqqa continuava nei giorni successivi alla dichiarazione della sua liberazione, le YPG e le YPJ hanno annunciato che questo risultato storico sarebbe stato dedicato al loro leader Abdullah Ocalan. I dipartimenti mediatici di entrambe le organizzazioni hanno prodotto video in cui i militanti hanno parlato a lungo e con passione su quanto fosse importante 'Serok Apo' (Leader Ocalan) per l'ispirazione di ottenere la vittoria non solo a Raqqa, ma nelle battaglie degli anni precedenti in tutta la Siria del Nord. La vista di un enorme striscione nella piazza centrale della città è stata vista da alcuni nazionalisti arabi come prova del "colonialismo curdo", nonostante il fatto che gli scritti di Ocalan e il progetto del Rojava si siano allontanati dal discorso nazionalista in favore di una società multietnica in cui la cooperazione tra curdi, arabi, assiri, turcomanni e altre nazioni è fondamentale.
La campagna per mantenere Ocalan come simbolo del movimento e la vittoria di Raqqa mostrata al mondo era strategicamente significativa. Era tanto per far sapere agli Stati Uniti che le convinzioni del movimento non sarebbero mai state compromesse. Alcuni giorni dopo, il portavoce del Dipartimento della Difesa USA, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato al Global Post: "Condanniamo la manifestazione del leader e fondatore del PKK Abdullah Ocalan durante la liberazione di Raqqa. Gli Stati Uniti continuano a sostenere la nostra alleata della NATO, la Turchia, nella sua lotta pluridecennale contro il PKK e riconoscono la perdita di vite umane che la Turchia ha subito in quel conflitto ".
Questo rivela ancora una volta il profondo livello delle tensioni in atto nella precaria alleanza e il fatto che, nonostante le obiezioni della Turchia alla fornitura di armi USA alle SDF, gli americani non siano mai stati interessati a segnare una rottura netta con il secondo più grande esercito della NATO. Mentre gli Stati Uniti e la Turchia rimangono fondamentalmente nella stessa squadra, le differenze tra il Pentagono e il Movimento di Liberazione Curdo sono troppo significative per creare una cooperazione a lungo termine.
L’esponente del KCK Altun ha relazionato su queste tensioni nella sua intervista ad ANF English, dichiarando che “La lotta per la libertà dei curdi in Rojava si basa sulla libertà e l'uguaglianza su basi socialiste. È l'espressione di un percorso politico che si è sviluppato sulla base della fratellanza e dell'unità dei popoli. Dall'altra parte, gli imperialisti stanno combattendo per imporre la propria egemonia sul Medio Oriente ... Questa non è una relazione in cui le parti si sostengono a vicenda ma sono in costante conflitto. "" Difficilmente queste parole suonano come quelle del leader di una forza di ascari che segua ciecamente gli ordini del suo burattinaio, desiderando soddisfare i bisogni della missione storica di quest’ultimo e rigettando la propria.
Altun menziona ancora una volta l'esempio della cooperazione occidentale-sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, affermando che "L'alleanza sviluppata durante la Seconda Guerra Mondiale fu una posizione antifascista che emerse dall'intersezione tra la difesa nazionale dell'Unione Sovietica sotto intensi attacchi e gli interessi di altre potenze antifasciste. Questo accordo rimase in vigore fino a quando continuarono gli attacchi fascisti. Ma una volta sconfitto il fascismo, tutte le parti tornarono alle loro posizioni politiche e proseguirono sui propri rispettivi percorsi ideologico-politici ".
Per quanto si protragga la cooperazione tra il Movimento di Liberazione Curdo e gli Stati Uniti, non c'è dubbio che le YPG e le YPJ non rinunceranno mai alle loro convinzioni ideologiche. Sarebbe una spettacolare fantasticheria ed un'illusione monumentale per Washington pensare che le idee basilari di un movimento di liberazione di 40 anni, scritte nel sangue di decine di migliaia di martiri, possano essere smantellate per le richieste dell’arroganza imperiale americana. Parlando all’Aspen Institute a luglio, Raymond "Tony" Thomas, Comandante del Comando per le Operazioni Speciali degli USA, ha detto con sufficienza ai curdi combattenti in Siria, "non potete tenervi stretto Ocalan". Forse proprio Julian Assange di WikiLeaks lo ha detto nel modo migliore, quando ha risposto dicendo: “Chi è quell’ #Ocalan che l'esercito americano dice che i curdi non possono tenersi stretto? E’ il loro Mandela. E’ più probabile che gli USA rinuncino a George Washington".
Un segno premonitore?
I curdi dicono che le loro uniche amiche sono le montagne. Sono stati usati ed emarginati da potenze occupanti e colonizzatrici per decenni, anzi per secoli. La divisione della loro patria storica in quattro stati-nazione quasi cento anni fa è solo la versione più recente di una storia di assoggettamento. Sarebbe sbagliato presumere che il movimento non abbia capito che a un certo punto dopo la sconfitta dello Stato islamico, questa situazione di essere "senza amici" potrebbe essere di nuovo una prospettiva molto reale.
La stesura di un cambiamento nella politica degli Stati Uniti nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) - o almeno delle YPG e delle YPJ - potrebbe già essere un segno premonitore. Il 13 novembre, quasi un mese dopo la proclamazione della liberazione di Raqqa e molto tempo dopo che gli americani avevano reagito con rabbia alla sua dedica ad Ocalan, la BBC ha pubblicato una presunta ricostruzione intitolata “Lo sporco segreto di Raqqa". La storia in sé era tutt'altro che sporca, lontana da essere un segreto. La sua premessa fondamentale era che ci fosse un accordo tra la SDF e Stato islamico per evacuazione centinaia di questi militanti fascisti dalla città. Ciò era già stato pubblicato da decine di canali mediatici in lingua inglese nei giorni successivi al suo pubblico annuncio da parte delle SDF. Vi sono delle motivazioni ciniche nel riconfezionare una vecchia storia come "un'indagine" dirompente per far sembrare le SDF “sporche”?
L'internazionalista delle YPJ, Kimmie Taylor, che ha preso parte a numerose campagne con i suoi compagni curdi tra cui la Grande Battaglia per Raqqa, ha dichiarato riguardo al reportage che manchi di credibilità, essendo composto di "interviste a conducenti e contrabbandieri preoccupati solamente del denaro. In altre notizie, migliaia e migliaia di combattenti YPG e SDF sono rimasti soli per sei anni, morendo per salvare l'umanità dall'ISIS. Strano come ora, dopo che abbiamo di fatto sconfitto l'ISIS, i media e l'occidente inizino a rivolgersi contro di noi. Pensateci per un minuto".
Non importa cosa succederà dopo, il movimento curdo continuerà a combattere per gli stessi principi di socialismo, uguaglianza di genere, unità multietnica e società ecologica. Ha tenuto queste posizioni molto prima che gli USA decidessero di offrire il proprio incerto appoggio, e continuerà a tenerle a lungo dopo la fine di questo aiuto militare. La sinistra globale deve divulgare ai propri movimenti la comprensione della natura di questa relazione, e rendersi conto che i rivoluzionari moderni come Mehmet Aksoy il cui sangue sta ora nutrendo il suolo di Raqqa sono morti per un futuro più luminoso per tutta l'umanità, non per gli interessi dell'imperialismo.
Fonte
Una testimonianza utile a dipanare almeno parzialmente l'intricatissimo scenario siriano.
Decisamente fuoriluogo, tuttavia, l'associazione quasi ossessiva dell'ISIS al fascismo che può avere un senso soltanto sul piano mediatico (per bucare le coscienze) mentre su quello analitico oltre ad essere errato, diventa pure fuorviante.
29/11/2015
La rivoluzione delle donne in Rojava: vincere il fascismo costruendo una società alternativa
di Dilar Dirik, attivista curda e dottoranda all’università di Cambridge.
La sua ricerca è incentrata sul Kurdistan e il movimento delle donne curde
(Titolo come apparso nel blog dell’autrice: The Women’s Revolution in Rojava: Defeating Fascism by Constructing an Alternative Society, dal capitolo “A Small Key Can Open A Large Door: The Rojava Revolution” in Strangers in a Tangled Wilderness, Marzo 2015, Combustion Books. (Traduzione di Eugenia)
La resistenza contro lo Stato Islamico a Kobane ha fatto conoscere al mondo la causa delle donne curde. Con la loro tipica miopia, i media non hanno preso in considerazione le radicali implicazioni del loro gesto, ovvero l’essere pronte ad abbracciare le armi in una società patriarcale, e per di più contro un gruppo che sistematicamente stupra e vende donne come schiave sessuali, anzi, persino riviste di moda si sono appropriate della lotta delle donne curde per i loro scopi sensazionalisti. Le combattenti più “attraenti” finiscono nelle interviste e nei servizi che ne fanno poi un’immagine esotica da toste amazzoni. La verità è che, per quanto possa essere affascinante – sopratutto in una prospettiva orientalista – scoprire una rivoluzione femminile tra i curdi, la mia generazione è cresciuta riconoscendo le donne combattenti come parte della nostra identità.
L’Unità di Difesa Popolare (curdo: Yekîneyên Parastina Gel, YPG) e l’Unità di Difesa delle Donne (curdo: Yekîneyên Parastina Jin, YPJ) di Rojava, regione a maggioranza curda nel nord della Siria, affrontano il cosiddetto “stato islamico” da due anni e stanno opponendo una strenua resistenza nella città di Kobane. All’incirca il 35 per cento dei combattenti, un numero stimato di 15.000, sono donne. Fondata nel 2013 come un’armata delle donne indipendente, il YPJ dirige autonomamente operazioni e addestramenti. Ci sono centinaia di brigate femminili sparse nel Rojava. Quali sono le motivazioni politiche di queste donne? Perché Kobane non è caduta? La risposta si trova nella radicale rivoluzione sociale che accompagna i loro fucili di autodifesa.
Innanzitutto bisogna analizzare le implicazioni di stampo patriarcale, nella guerra e nel militarismo, per comprendere la natura della lotta delle donne contro l’ISIS e della sistematica guerra condotta dall’ISIS contro le donne. Normalmente, in guerra, le donne vengono percepite come parti passive nei territori difesi dagli uomini, mentre al contempo il sistematico ricorso alla violenza sessuale è strumento di dominio e umiliazione del nemico. Essere militante è “non-femminile” (un-womanly); scavalca le norme sociali e mina lo status quo. La guerra è vista come una questione maschile: suscitata, condotta e conclusa da uomini. Che “combattente” possa dunque essere anche donna, crea disagio generale. Nonostante la tradizionale divisione di genere esemplifichi e idealizzi le donne come delle sante, la punizione è altrettanto feroce una volta che abbiano osato violare il ruolo prestabilito. Questo è il motivo per il quale tante donne combattenti, ovunque nel mondo, sono soggette a violenza sessualizzata in quanto combattenti in guerra o prigioniere politiche. Come molte femministe hanno indicato, lo stupro e la violenza sessuale hanno poco o nulla a che vedere con il desiderio sessuale, ma sono strumenti per dominare e imporre la propria volontà su un’altra. Nel caso delle donne militanti, il fine della violenza sessualizzata, fisica o verbale che sia, è di punirle per essere entrate in una sfera maschile.
Le militanti curde stanno combattendo contro lo stato turco (secondo esercito più grande della NATO e primo ministro che si appella alle donne chiedendo loro di partorire almeno tre figli), contro il regime iraniano (il quale disumanizza le donne apparentemente nel nome dell’Islam), contro il regime siriano (stupro sistematico come strategia di guerra) e contro i jihadisti, come quelli dell’ISIS. Inoltre, combattono anche contro il patriarcato, ancora insito nella stessa società curda. E ancora contro matrimoni precoci e forzati, violenza domestica, delitti d’onore e cultura dello stupro.
L’ISIS ha dichiarato una guerra alle donne con rapimenti, matrimoni forzati e schiavitù sessuale. Si tratta di una distruzione sistematica della donna, una forma specifica di violenza: femminicidio. La violenza sessuale è il castigo per le donne militanti che sono entrate in una sfera riservata agli uomini, al “genere privilegiato”. Per i membri dell’ISIS, che dichiarano “halal” (lecito) stuprare le donne nemiche e che si aspettano 72 vergini in paradiso come ricompensa per le loro atrocità, le donne militanti sono certamente un perfetto nemico…
Nonostante l’esplicita natura sessista della guerra e della violenza, in tutto il mondo le donne si schierano in prima fila nelle lotte per la libertà ma, una volta che la “liberazione” è raggiunta, vengono respinte, rimandate nei ruoli tradizionali in modo da ristabilire la “normale” vita civile; considerando ciò, cosa possiamo imparare sulla liberazione da un punto di vista radicale?
La repressione delle donne curde avviene su vari livelli, e questa esperienza ha maturato in loro la consapevolezza che le diverse forme di oppressione sono interconnesse tra loro. Da qui scaturisce l’ideologia che ora anima la resistenza nei tre cantoni del Rojava dichiarati autonomi nel gennaio del 2014, tra cui, appunto, Kobane. È una resistenza che trova risonanza con gente in lotta in tutto il mondo, che sente la causa come propria.
Qual è il credo politico dietro la resistenza delle donne curde?
“Noi non vogliamo che il mondo ci conosca per le nostre pistole, ma per le nostre idee,”, dice Sozda, una comandante del YPJ a Amude, indicando le immagini che tappezzano la loro stanza in comune: guerriglieri del PKK e Abdullah Öcalan, il rappresentante ideologico del movimento, attualmente in prigione. “Non siamo soltanto donne che combattono l’ISIS. Noi lottiamo per cambiare la mentalità della società e mostrare al mondo di cosa siano capaci le donne.” Per quanto il PKK e l’amministrazione del Rojava non siano esplicitamente legati, condividono gli stessi principi politici.
Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), fondato nel 1978, ha iniziato una guerriglia contro lo stato turco nel 1984. Inizialmente puntava all’indipendenza del Kurdistan, ma sorpassò ben presto i concetti di stato e nazionalismo, criticati in quanto oppressivi ed egemonici. Ora propugna un progetto di liberazione sotto forma di democrazia – inclusiva, femminista e radicale – e di autonomia regionale: “confederalismo democratico” (parità dei generi, ecologia) e democrazia diretta per tutti i gruppi (etnici, linguistici, culturali e religiosi). Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e allo Stato, sono alla base di oppressione, dominazione e potere: “L’uomo è un sistema. Il maschile è diventato Stato e lo ha trasformato in cultura dominante. L’oppressione di classe di genere si sviluppano insieme. La mascolinità ha generato il genere dominante, la classe dominante, e lo stato dominante,”. Si ribadisce il bisogno di una lotta femminista autonoma e cosciente: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che una società ha ottenuto generale libertà ed eguaglianza.” I quadri del PKK frequentano seminari contro il patriarcato e a sostegno dell’uguaglianza di genere, in modo di cambiare il senso di privilegio e diritto naturale dell’uomo sulla donna. Öcalan dimostra le connessioni tra differenti istituzioni di potere: “Tutte le ideologie, di stato e di potere, derivano da comportamenti sessisti […]. Senza la schiavitù della donna nessun altro tipo di schiavitù può esistere, e nemmeno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione non sono che il maschile dominante nella sua forma istituzionalizzata. Detto con franchezza: il capitalismo e lo stato nazione sono il monopolio del maschio dispotico e sfruttatore”. Anche il movimento delle donne produce indipendentemente teorie e critiche sofisticate, ma che, nel Medio Oriente, il leader di una lotta per la liberazione metta la liberazione femminile come misura critica della libertà stessa, è pressoché straordinario. Solo leggendo, capendo la posizione di questo movimento e le sue azioni corrispondenti, è possibile comprendere la mobilitazione di massa delle donne di Kobane. Questa posizione non è emersa dal nulla, ma nasce da una tradizione radicata con un determinato sistema di principi.
Il PKK ripartisce ogni posizione nell’amministrazione tra un uomo e una donna, dalle presidenze del partito ai consigli di quartiere, tramite il principio di co-presidenza (co-chair concept, lett. “seggio in comune”). Oltre al fornire ad entrambi lo stesso potere decisionale, il concetto di co-presidenza mira a decentralizzare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere la ricerca del consenso (consensus-finding). Il movimento delle donne è organizzato autonomamente, socialmente, politicamente e militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza femminile, la mobilitazione massiva sociale e politica mira alla coscienza della società in modo da interiorizzare i concetti appoggiati. Influenzate dalla linea femminista del PKK, la maggioranza delle donne nel parlamento turco e nelle amministrazioni municipali sono curde. Insieme al YPG/YPJ, unità del PKK realizzarono un corridoio umanitario per salvare i Yazida nelle montagne del Jebel Sinjār (Nord-Iraq) ad agosto. Alcune donne del PKK morirono difendendo la cittadina di Makhmour, nel Kurdistan iraqeno, a fianco dei compagni uomini. Ispirati da questi principi, i cantoni del Rojava hanno rinforzato i meccanismi di copresidenze e quote, hanno creato unità di difesa della donna, comuni femminili, accademie, tribunali e cooperative. Il movimento delle donne Yekîtiya Star è organizzato autonomamente in tutti i settori, dalla difesa all’economia, fino alla sanità. Assemblee e consigli femminili coesistono con quelli popolari e hanno potere di veto sulle decisioni di quest’ultimi. La discriminazione basata sul genere viene fronteggiata dalle leggi. Uomini colpevoli di violenze contro le donne non sono supposti a far parte dell’amministrazione. Nel bel mezzo della guerra, uno dei primi atti del governo è stata la criminalizzazione di fenomeni come matrimoni forzati, violenza domestica, delitti d’onore, poligamia, matrimoni precoci e il “prezzo della sposa”. Molte donne non-curde, specialmente arabe e siriane, si sono unite ai ranghi militari e amministrativi del Rojava e vengono incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, incluse le forze di sicurezza interna, la parità dei sessi è parte centrale dell’educazione e dell’addestramento. Mentre alcuni editorialisti affermano arrogantemente che le donne di Kobane lottano “per valori occidentali”, le accademie femminili in Rojava criticano la nozione delle donne occidentali più libere, e dell’occidente detentore di un monopolio dei valori come la parità dei sessi. “Non c’è libertà individuale se l’intera società è schiavizzata”. In seminari pubblici, le donne esprimono le proprie critiche alle scienze sociali e propongono vie per liberare il sapere dal potere. Eppure questa rivoluzione femminista popolare ed esplicita è completamente ignorata dai media mainstream.
“La nostra lotta non è solo per la difesa della nostra terra”, spiega una comandante del YPJ.
Jiyan Afrin. “Noi in quanto donne facciamo parte di tutte le estrazioni sociali, indipendentemente se combattiamo l’ISIS o la discriminazione e violenza contro le donne. Stiamo cercando di mobilitare e di essere le autrici della nostra stessa liberazione”. Quale liberazione?
L’esperienza del movimento femminile curdo illustra che per una rivoluzione sociale significativa i concetti di liberazione devono essere sciolti dai parametri dello status quo. Per esempio, il nazionalismo è un concetto patriarcale. Le sue premesse limitano le lotte per la giustizia. Similarmente, l’idea di uno stato-nazione perpetua il sistema egemonico, oppressivo e dominante. Piuttosto che sottoscrivere questi concetti, la liberazione dovrebbe essere vista come una lotta senza fine, il tentativo di costruire una società etica, solidarietà tra le comunità e giustizia sociale. Dunque, piuttosto che essere una questione basata sui diritti che carica il peso sulle donne, la liberazione e l’uguaglianza dei generi dovrebbe diventare una questione di responsabilità di tutta la società, perché misurano l’etica e la libertà della società stessa. Per una lotta radicale e rivoluzionaria, la liberazione della donna deve essere nel processo sia obiettivo intrinseco, sia metodo attivo. La partecipazione politica deve andare oltre al voto e ai diritti e deve venir radicalmente reclamata dalle persone.
In un era nella quale grandi statiste alimentano guerre ingiuste in paesi del terzo mondo pretendendo di “salvare le povere donne oppresse”, insieme a gruppi razzisti e maschilisti che credono di contribuire alla causa femminile nel medio oriente tramite azioni sensazionaliste egocentriche che loro considerano radicali, e nella quale l’estremo individualismo e consumismo sono propagati come emancipazione, le combattenti di Kobane hanno contribuito a ri-articolare il femminismo radicale rifiutandosi di attenersi alle premesse dell’ordine costituito da stato-nazioni capitalisti e patriarcali, reclamando l'autodifesa legittima, dissociandosi dal monopolio di potere dallo stato, e combattendo una forza brutale non per conto degli imperialisti, ma per una liberazione nella quale loro stesse stabiliscono i termini.
Da Kobane, la combattente YPJ Amara Cudî mi racconta via internet: “Una volta ancora, nuovamente, i curdi sono apparsi sul palcoscenico della Storia. Ma questa volta con un sistema di autogoverno e autodifesa, specialmente per le donne, che ora, dopo millenni, scrivono loro stesse la loro storia per la prima volta. La nostra filosofia ha reso noi donne coscienti che possiamo vivere solo resistendo. Se non possiamo difendere e liberare noi stesse, non possiamo difendere o liberare altri. La nostra rivoluzione va oltre questa guerra. Per riuscire, è vitale sapere per cosa stiamo lottando.”
Senza questo impegno collettivo per scuotere la coscienza della società, per trasformare i senzavoce in attori politici, Kobane non sarebbe stata capace di resistere per così tanto. Questo perché la mobilitazione politica e ideologica della popolazione di Rojava sono imprescindibili dalle vittorie contro l’ISIS: una rivoluzione genuina deve prima sfidare la mentalità di una società. Perciò, la lotta delle donne contro l’ISIS non è solo militare, ma anche esistenziale. Esse non resistono solo contro la misoginia dell’ISIS, ma anche contro la cultura dello stupro e del patriarcato nella loro stessa comunità. Dopotutto, l’ISIS cavalca sopra il concetto di “onore” nella regione, costruito intorno ai corpi e alla sessualità delle donne. Per questo, un grande striscione nel centro di Qamishlo dichiara: “Noi sconfiggeremo gli attacchi dell’ISIS garantendo la libertà delle donne nel medio oriente.”
Uno non deve simpatizzare con il PKK, ma non può nemmeno sostenere la resistenza a Kobane negando il pensiero che la alimenta, per poi esprimere solidarietà alle donne coraggiose che combattono l’ISIS. Non puoi scrivere l’epos delle donne di Kobane senza aver letto la vita di Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, che aveva guidato un'insurrezione in un carcere turco e aveva sputato in faccia al suo torturatore. È stata assassinata insieme a Fidan Dogan e Leyla Saylemez il 9 gennaio 2013 a Parigi. Donne come lei hanno aperto la strada alla lotta contro lo stato islamico – donne che erano state, prima dell’ascesa dell’ISIS, etichettate come prostitute, terroriste, streghe irrazionali e confuse, crudeli, perché combattevano lo stato turco, membro della NATO.
Oggi, le donne di Rojava decorano le loro stanze con foto delle loro compagne Sakine, Fidan, e Leyla.
La de-politicizazzione della lotta a Kobane priva i combattenti del senso del loro operato e estrae la mobilitazione collettiva dal contesto – questo per interesse della coalizione, che consiste di stati che non solo avevano ignorato e marginalizzato la resistenza di Rojava all’ISIS per due anni, ma anche rifornito di armi gli stessi individui che poi avrebbero formato questo sanguinario gruppo. Solidarietà con le donne di Kobane vuol dire anche interessarsi alle loro politiche. Vuol dire sfidare l’ONU, la NATO, le guerre ingiuste, il patriarcato, il capitalismo, la religione politica, il commercio mondiale di armi, il nazionalismo, il settarismo, il paradigma dello stato, la distruzione ambientale – i pilastri di un sistema che ha scatenato l’inizio di questa situazione. Non permettete che coloro che hanno proiettato ombre buie, violente sul Medio Oriente e che causarono l’ascesa dell’ISIS, pretendino ora di essere i “buoni”. Sostenere le donne di Kobane vuol dire alzarsi in piedi e diffondere la rivoluzione.
Fonte
La sua ricerca è incentrata sul Kurdistan e il movimento delle donne curde
(Titolo come apparso nel blog dell’autrice: The Women’s Revolution in Rojava: Defeating Fascism by Constructing an Alternative Society, dal capitolo “A Small Key Can Open A Large Door: The Rojava Revolution” in Strangers in a Tangled Wilderness, Marzo 2015, Combustion Books. (Traduzione di Eugenia)
La resistenza contro lo Stato Islamico a Kobane ha fatto conoscere al mondo la causa delle donne curde. Con la loro tipica miopia, i media non hanno preso in considerazione le radicali implicazioni del loro gesto, ovvero l’essere pronte ad abbracciare le armi in una società patriarcale, e per di più contro un gruppo che sistematicamente stupra e vende donne come schiave sessuali, anzi, persino riviste di moda si sono appropriate della lotta delle donne curde per i loro scopi sensazionalisti. Le combattenti più “attraenti” finiscono nelle interviste e nei servizi che ne fanno poi un’immagine esotica da toste amazzoni. La verità è che, per quanto possa essere affascinante – sopratutto in una prospettiva orientalista – scoprire una rivoluzione femminile tra i curdi, la mia generazione è cresciuta riconoscendo le donne combattenti come parte della nostra identità.
L’Unità di Difesa Popolare (curdo: Yekîneyên Parastina Gel, YPG) e l’Unità di Difesa delle Donne (curdo: Yekîneyên Parastina Jin, YPJ) di Rojava, regione a maggioranza curda nel nord della Siria, affrontano il cosiddetto “stato islamico” da due anni e stanno opponendo una strenua resistenza nella città di Kobane. All’incirca il 35 per cento dei combattenti, un numero stimato di 15.000, sono donne. Fondata nel 2013 come un’armata delle donne indipendente, il YPJ dirige autonomamente operazioni e addestramenti. Ci sono centinaia di brigate femminili sparse nel Rojava. Quali sono le motivazioni politiche di queste donne? Perché Kobane non è caduta? La risposta si trova nella radicale rivoluzione sociale che accompagna i loro fucili di autodifesa.
Innanzitutto bisogna analizzare le implicazioni di stampo patriarcale, nella guerra e nel militarismo, per comprendere la natura della lotta delle donne contro l’ISIS e della sistematica guerra condotta dall’ISIS contro le donne. Normalmente, in guerra, le donne vengono percepite come parti passive nei territori difesi dagli uomini, mentre al contempo il sistematico ricorso alla violenza sessuale è strumento di dominio e umiliazione del nemico. Essere militante è “non-femminile” (un-womanly); scavalca le norme sociali e mina lo status quo. La guerra è vista come una questione maschile: suscitata, condotta e conclusa da uomini. Che “combattente” possa dunque essere anche donna, crea disagio generale. Nonostante la tradizionale divisione di genere esemplifichi e idealizzi le donne come delle sante, la punizione è altrettanto feroce una volta che abbiano osato violare il ruolo prestabilito. Questo è il motivo per il quale tante donne combattenti, ovunque nel mondo, sono soggette a violenza sessualizzata in quanto combattenti in guerra o prigioniere politiche. Come molte femministe hanno indicato, lo stupro e la violenza sessuale hanno poco o nulla a che vedere con il desiderio sessuale, ma sono strumenti per dominare e imporre la propria volontà su un’altra. Nel caso delle donne militanti, il fine della violenza sessualizzata, fisica o verbale che sia, è di punirle per essere entrate in una sfera maschile.
Le militanti curde stanno combattendo contro lo stato turco (secondo esercito più grande della NATO e primo ministro che si appella alle donne chiedendo loro di partorire almeno tre figli), contro il regime iraniano (il quale disumanizza le donne apparentemente nel nome dell’Islam), contro il regime siriano (stupro sistematico come strategia di guerra) e contro i jihadisti, come quelli dell’ISIS. Inoltre, combattono anche contro il patriarcato, ancora insito nella stessa società curda. E ancora contro matrimoni precoci e forzati, violenza domestica, delitti d’onore e cultura dello stupro.
L’ISIS ha dichiarato una guerra alle donne con rapimenti, matrimoni forzati e schiavitù sessuale. Si tratta di una distruzione sistematica della donna, una forma specifica di violenza: femminicidio. La violenza sessuale è il castigo per le donne militanti che sono entrate in una sfera riservata agli uomini, al “genere privilegiato”. Per i membri dell’ISIS, che dichiarano “halal” (lecito) stuprare le donne nemiche e che si aspettano 72 vergini in paradiso come ricompensa per le loro atrocità, le donne militanti sono certamente un perfetto nemico…
Nonostante l’esplicita natura sessista della guerra e della violenza, in tutto il mondo le donne si schierano in prima fila nelle lotte per la libertà ma, una volta che la “liberazione” è raggiunta, vengono respinte, rimandate nei ruoli tradizionali in modo da ristabilire la “normale” vita civile; considerando ciò, cosa possiamo imparare sulla liberazione da un punto di vista radicale?
La repressione delle donne curde avviene su vari livelli, e questa esperienza ha maturato in loro la consapevolezza che le diverse forme di oppressione sono interconnesse tra loro. Da qui scaturisce l’ideologia che ora anima la resistenza nei tre cantoni del Rojava dichiarati autonomi nel gennaio del 2014, tra cui, appunto, Kobane. È una resistenza che trova risonanza con gente in lotta in tutto il mondo, che sente la causa come propria.
Qual è il credo politico dietro la resistenza delle donne curde?
“Noi non vogliamo che il mondo ci conosca per le nostre pistole, ma per le nostre idee,”, dice Sozda, una comandante del YPJ a Amude, indicando le immagini che tappezzano la loro stanza in comune: guerriglieri del PKK e Abdullah Öcalan, il rappresentante ideologico del movimento, attualmente in prigione. “Non siamo soltanto donne che combattono l’ISIS. Noi lottiamo per cambiare la mentalità della società e mostrare al mondo di cosa siano capaci le donne.” Per quanto il PKK e l’amministrazione del Rojava non siano esplicitamente legati, condividono gli stessi principi politici.
Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), fondato nel 1978, ha iniziato una guerriglia contro lo stato turco nel 1984. Inizialmente puntava all’indipendenza del Kurdistan, ma sorpassò ben presto i concetti di stato e nazionalismo, criticati in quanto oppressivi ed egemonici. Ora propugna un progetto di liberazione sotto forma di democrazia – inclusiva, femminista e radicale – e di autonomia regionale: “confederalismo democratico” (parità dei generi, ecologia) e democrazia diretta per tutti i gruppi (etnici, linguistici, culturali e religiosi). Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e allo Stato, sono alla base di oppressione, dominazione e potere: “L’uomo è un sistema. Il maschile è diventato Stato e lo ha trasformato in cultura dominante. L’oppressione di classe di genere si sviluppano insieme. La mascolinità ha generato il genere dominante, la classe dominante, e lo stato dominante,”. Si ribadisce il bisogno di una lotta femminista autonoma e cosciente: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che una società ha ottenuto generale libertà ed eguaglianza.” I quadri del PKK frequentano seminari contro il patriarcato e a sostegno dell’uguaglianza di genere, in modo di cambiare il senso di privilegio e diritto naturale dell’uomo sulla donna. Öcalan dimostra le connessioni tra differenti istituzioni di potere: “Tutte le ideologie, di stato e di potere, derivano da comportamenti sessisti […]. Senza la schiavitù della donna nessun altro tipo di schiavitù può esistere, e nemmeno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione non sono che il maschile dominante nella sua forma istituzionalizzata. Detto con franchezza: il capitalismo e lo stato nazione sono il monopolio del maschio dispotico e sfruttatore”. Anche il movimento delle donne produce indipendentemente teorie e critiche sofisticate, ma che, nel Medio Oriente, il leader di una lotta per la liberazione metta la liberazione femminile come misura critica della libertà stessa, è pressoché straordinario. Solo leggendo, capendo la posizione di questo movimento e le sue azioni corrispondenti, è possibile comprendere la mobilitazione di massa delle donne di Kobane. Questa posizione non è emersa dal nulla, ma nasce da una tradizione radicata con un determinato sistema di principi.
Il PKK ripartisce ogni posizione nell’amministrazione tra un uomo e una donna, dalle presidenze del partito ai consigli di quartiere, tramite il principio di co-presidenza (co-chair concept, lett. “seggio in comune”). Oltre al fornire ad entrambi lo stesso potere decisionale, il concetto di co-presidenza mira a decentralizzare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere la ricerca del consenso (consensus-finding). Il movimento delle donne è organizzato autonomamente, socialmente, politicamente e militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza femminile, la mobilitazione massiva sociale e politica mira alla coscienza della società in modo da interiorizzare i concetti appoggiati. Influenzate dalla linea femminista del PKK, la maggioranza delle donne nel parlamento turco e nelle amministrazioni municipali sono curde. Insieme al YPG/YPJ, unità del PKK realizzarono un corridoio umanitario per salvare i Yazida nelle montagne del Jebel Sinjār (Nord-Iraq) ad agosto. Alcune donne del PKK morirono difendendo la cittadina di Makhmour, nel Kurdistan iraqeno, a fianco dei compagni uomini. Ispirati da questi principi, i cantoni del Rojava hanno rinforzato i meccanismi di copresidenze e quote, hanno creato unità di difesa della donna, comuni femminili, accademie, tribunali e cooperative. Il movimento delle donne Yekîtiya Star è organizzato autonomamente in tutti i settori, dalla difesa all’economia, fino alla sanità. Assemblee e consigli femminili coesistono con quelli popolari e hanno potere di veto sulle decisioni di quest’ultimi. La discriminazione basata sul genere viene fronteggiata dalle leggi. Uomini colpevoli di violenze contro le donne non sono supposti a far parte dell’amministrazione. Nel bel mezzo della guerra, uno dei primi atti del governo è stata la criminalizzazione di fenomeni come matrimoni forzati, violenza domestica, delitti d’onore, poligamia, matrimoni precoci e il “prezzo della sposa”. Molte donne non-curde, specialmente arabe e siriane, si sono unite ai ranghi militari e amministrativi del Rojava e vengono incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, incluse le forze di sicurezza interna, la parità dei sessi è parte centrale dell’educazione e dell’addestramento. Mentre alcuni editorialisti affermano arrogantemente che le donne di Kobane lottano “per valori occidentali”, le accademie femminili in Rojava criticano la nozione delle donne occidentali più libere, e dell’occidente detentore di un monopolio dei valori come la parità dei sessi. “Non c’è libertà individuale se l’intera società è schiavizzata”. In seminari pubblici, le donne esprimono le proprie critiche alle scienze sociali e propongono vie per liberare il sapere dal potere. Eppure questa rivoluzione femminista popolare ed esplicita è completamente ignorata dai media mainstream.
“La nostra lotta non è solo per la difesa della nostra terra”, spiega una comandante del YPJ.
Jiyan Afrin. “Noi in quanto donne facciamo parte di tutte le estrazioni sociali, indipendentemente se combattiamo l’ISIS o la discriminazione e violenza contro le donne. Stiamo cercando di mobilitare e di essere le autrici della nostra stessa liberazione”. Quale liberazione?
L’esperienza del movimento femminile curdo illustra che per una rivoluzione sociale significativa i concetti di liberazione devono essere sciolti dai parametri dello status quo. Per esempio, il nazionalismo è un concetto patriarcale. Le sue premesse limitano le lotte per la giustizia. Similarmente, l’idea di uno stato-nazione perpetua il sistema egemonico, oppressivo e dominante. Piuttosto che sottoscrivere questi concetti, la liberazione dovrebbe essere vista come una lotta senza fine, il tentativo di costruire una società etica, solidarietà tra le comunità e giustizia sociale. Dunque, piuttosto che essere una questione basata sui diritti che carica il peso sulle donne, la liberazione e l’uguaglianza dei generi dovrebbe diventare una questione di responsabilità di tutta la società, perché misurano l’etica e la libertà della società stessa. Per una lotta radicale e rivoluzionaria, la liberazione della donna deve essere nel processo sia obiettivo intrinseco, sia metodo attivo. La partecipazione politica deve andare oltre al voto e ai diritti e deve venir radicalmente reclamata dalle persone.
In un era nella quale grandi statiste alimentano guerre ingiuste in paesi del terzo mondo pretendendo di “salvare le povere donne oppresse”, insieme a gruppi razzisti e maschilisti che credono di contribuire alla causa femminile nel medio oriente tramite azioni sensazionaliste egocentriche che loro considerano radicali, e nella quale l’estremo individualismo e consumismo sono propagati come emancipazione, le combattenti di Kobane hanno contribuito a ri-articolare il femminismo radicale rifiutandosi di attenersi alle premesse dell’ordine costituito da stato-nazioni capitalisti e patriarcali, reclamando l'autodifesa legittima, dissociandosi dal monopolio di potere dallo stato, e combattendo una forza brutale non per conto degli imperialisti, ma per una liberazione nella quale loro stesse stabiliscono i termini.
Da Kobane, la combattente YPJ Amara Cudî mi racconta via internet: “Una volta ancora, nuovamente, i curdi sono apparsi sul palcoscenico della Storia. Ma questa volta con un sistema di autogoverno e autodifesa, specialmente per le donne, che ora, dopo millenni, scrivono loro stesse la loro storia per la prima volta. La nostra filosofia ha reso noi donne coscienti che possiamo vivere solo resistendo. Se non possiamo difendere e liberare noi stesse, non possiamo difendere o liberare altri. La nostra rivoluzione va oltre questa guerra. Per riuscire, è vitale sapere per cosa stiamo lottando.”
Senza questo impegno collettivo per scuotere la coscienza della società, per trasformare i senzavoce in attori politici, Kobane non sarebbe stata capace di resistere per così tanto. Questo perché la mobilitazione politica e ideologica della popolazione di Rojava sono imprescindibili dalle vittorie contro l’ISIS: una rivoluzione genuina deve prima sfidare la mentalità di una società. Perciò, la lotta delle donne contro l’ISIS non è solo militare, ma anche esistenziale. Esse non resistono solo contro la misoginia dell’ISIS, ma anche contro la cultura dello stupro e del patriarcato nella loro stessa comunità. Dopotutto, l’ISIS cavalca sopra il concetto di “onore” nella regione, costruito intorno ai corpi e alla sessualità delle donne. Per questo, un grande striscione nel centro di Qamishlo dichiara: “Noi sconfiggeremo gli attacchi dell’ISIS garantendo la libertà delle donne nel medio oriente.”
Uno non deve simpatizzare con il PKK, ma non può nemmeno sostenere la resistenza a Kobane negando il pensiero che la alimenta, per poi esprimere solidarietà alle donne coraggiose che combattono l’ISIS. Non puoi scrivere l’epos delle donne di Kobane senza aver letto la vita di Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, che aveva guidato un'insurrezione in un carcere turco e aveva sputato in faccia al suo torturatore. È stata assassinata insieme a Fidan Dogan e Leyla Saylemez il 9 gennaio 2013 a Parigi. Donne come lei hanno aperto la strada alla lotta contro lo stato islamico – donne che erano state, prima dell’ascesa dell’ISIS, etichettate come prostitute, terroriste, streghe irrazionali e confuse, crudeli, perché combattevano lo stato turco, membro della NATO.
Oggi, le donne di Rojava decorano le loro stanze con foto delle loro compagne Sakine, Fidan, e Leyla.
La de-politicizazzione della lotta a Kobane priva i combattenti del senso del loro operato e estrae la mobilitazione collettiva dal contesto – questo per interesse della coalizione, che consiste di stati che non solo avevano ignorato e marginalizzato la resistenza di Rojava all’ISIS per due anni, ma anche rifornito di armi gli stessi individui che poi avrebbero formato questo sanguinario gruppo. Solidarietà con le donne di Kobane vuol dire anche interessarsi alle loro politiche. Vuol dire sfidare l’ONU, la NATO, le guerre ingiuste, il patriarcato, il capitalismo, la religione politica, il commercio mondiale di armi, il nazionalismo, il settarismo, il paradigma dello stato, la distruzione ambientale – i pilastri di un sistema che ha scatenato l’inizio di questa situazione. Non permettete che coloro che hanno proiettato ombre buie, violente sul Medio Oriente e che causarono l’ascesa dell’ISIS, pretendino ora di essere i “buoni”. Sostenere le donne di Kobane vuol dire alzarsi in piedi e diffondere la rivoluzione.
Fonte
27/06/2015
Fonti siriane: "Kobane si è liberata di nuovo"
Kobane si sarebbe liberata di nuovo. Pochi minuti fa l’Osservatorio
Siriano per i Diritti Umani ha fatto sapere alla stampa che le forze
militari kurde hanno ripreso il controllo della città siriana al confine
con la Turchia, dopo il nuovo assalto compiuto nei giorni scorsi dallo
Stato Islamico.
Sarebbero ancora in corso scontri a sud di Kobane tra combattenti kurdi e miliziani islamisti, ma questi ultimi sarebbero stati espulsi dalla città dove erano rientrati giovedì. La nuova liberazione – seguita a quella di gennaio, che pose fine a mesi di assedio islamista – sarebbe giunta a poche ore da un’esplosione che ha colpito la comunità stamattina.
In due giorni l’Isis si è vendicato dell’umilizione subita all’inizio dell’anno, compiendo una carnefica: sarebbero quasi 150 i civili uccisi a Kobane in 48 ore, molti dei quali giustiziati nelle proprie abitazioni, con colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata. Per riprendere la città persa a gennaio, lo Stato Islamico ha inviato giovedì tre kamikaze travestiti da combattenti kurdi ed entrati dal confine turco, a bordo di veicoli che hanno sfondato la linea kurda. Un fatto che ha provocato la rabbia della popolazione kurda siriana e turca e che ha risvegliato le dure accuse mosse da mesi al governo di Ankara, ritenuto responsabile non solo di garantire libertà di movimento ai miliziani islamisti, ma di foraggiarne le attività.
Prosegue invece la battaglia a Hasakah, città kurdo-araba vicino al confine con l’Iraq. Le rinnovate violenze hanno provocato un nuovo esodo della popolazione civile: secondo fonti locali almeno 120mila persone si sono date alla fuga, da Hasakah e dai villaggi vicini.
Presa d’assalto due giorni fa dagli uomini del califfato, che hanno occupato il centro della città, Hasakah è oggi teatro di scontri tra forze kurde e esercito siriano da una parte e islamisti dall’altra (l’amministrazione della città è divisa a metà, tra Damasco e kurdi), seppure le Ypg abbiano precisato che non c’è al momento un coordinamento con le truppe governative. Ieri il ministro dell’Informazione siriano, Omran al-Zoubi, ha fatto appello ai residenti perché prendano le armi per difendere Hasakah: “Chiedo ad ogni uomo, ad ogni giovane uomo e ad ogni giovane donne di prendere le armi e di muoversi verso la linea del fronte per difendere la città”.
La preda, per il califfo, è ghiotta: occupare Hasakah significa controllare il triangolo di territorio che unisce i confini di Turchia, Iraq e Siria e garantirsi una libertà di spostamento di miliziani e armi molto più consistente del passato. Significherebbe annullare definitivamente le frontiere con l’Iraq e creare un corridoio di territorio che dalle province ovest irachene, saldamente in mano all’Isis, corrono lungo il nord della Siria fino alla “capitale” islamista Raqqa e quindi alle porte di Aleppo.
Fonte
Sarebbero ancora in corso scontri a sud di Kobane tra combattenti kurdi e miliziani islamisti, ma questi ultimi sarebbero stati espulsi dalla città dove erano rientrati giovedì. La nuova liberazione – seguita a quella di gennaio, che pose fine a mesi di assedio islamista – sarebbe giunta a poche ore da un’esplosione che ha colpito la comunità stamattina.
In due giorni l’Isis si è vendicato dell’umilizione subita all’inizio dell’anno, compiendo una carnefica: sarebbero quasi 150 i civili uccisi a Kobane in 48 ore, molti dei quali giustiziati nelle proprie abitazioni, con colpi di pistola sparati da distanza ravvicinata. Per riprendere la città persa a gennaio, lo Stato Islamico ha inviato giovedì tre kamikaze travestiti da combattenti kurdi ed entrati dal confine turco, a bordo di veicoli che hanno sfondato la linea kurda. Un fatto che ha provocato la rabbia della popolazione kurda siriana e turca e che ha risvegliato le dure accuse mosse da mesi al governo di Ankara, ritenuto responsabile non solo di garantire libertà di movimento ai miliziani islamisti, ma di foraggiarne le attività.
Prosegue invece la battaglia a Hasakah, città kurdo-araba vicino al confine con l’Iraq. Le rinnovate violenze hanno provocato un nuovo esodo della popolazione civile: secondo fonti locali almeno 120mila persone si sono date alla fuga, da Hasakah e dai villaggi vicini.
Presa d’assalto due giorni fa dagli uomini del califfato, che hanno occupato il centro della città, Hasakah è oggi teatro di scontri tra forze kurde e esercito siriano da una parte e islamisti dall’altra (l’amministrazione della città è divisa a metà, tra Damasco e kurdi), seppure le Ypg abbiano precisato che non c’è al momento un coordinamento con le truppe governative. Ieri il ministro dell’Informazione siriano, Omran al-Zoubi, ha fatto appello ai residenti perché prendano le armi per difendere Hasakah: “Chiedo ad ogni uomo, ad ogni giovane uomo e ad ogni giovane donne di prendere le armi e di muoversi verso la linea del fronte per difendere la città”.
La preda, per il califfo, è ghiotta: occupare Hasakah significa controllare il triangolo di territorio che unisce i confini di Turchia, Iraq e Siria e garantirsi una libertà di spostamento di miliziani e armi molto più consistente del passato. Significherebbe annullare definitivamente le frontiere con l’Iraq e creare un corridoio di territorio che dalle province ovest irachene, saldamente in mano all’Isis, corrono lungo il nord della Siria fino alla “capitale” islamista Raqqa e quindi alle porte di Aleppo.
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23/06/2015
Turchia minaccia Usa per avanzata curda in Siria e si riavvicina a Tel Aviv
Nuova importante vittoria militare per le forze della resistenza curda in Siria che dopo aver conquistato una settimana fa Tal Abyad, strategica città al confine con la Turchia, hanno cacciato ieri i jihadisti dello Stato islamico (Is) da una base militare situata 30 chilometri più a sud, a soli 50 chilometri dalla roccaforte fondamentalista di Raqqa. Le Unità di Protezione del Popolo e le Unità di Protezione delle Donne hanno assunto ieri il pieno controllo della base Liwa (Brigata) 93 "facendo retrocedere le linee di difesa dell'Isis alle porte di Raqqa". La base conquistata è cruciale perché consente di controllare le strade che collegano Raqqa alle altre località in mano ai jihadisti, sia nella provincia di Aleppo a Ovest che in quella di Hasakah a Est. Secondo varie fonti i curdi sarebbero anche entrati nei quartieri periferici della città di Ain Issa, vicino alla base Brigata 93.
La nuova avanzata curda non è affatto piaciuta al regime turco. Ankara ha infatti di nuovo ammonito gli Stati Uniti e l'Occidente in generale sulla necessità di non varcare "linee rosse" alla luce dell'avanzata delle forze curde nel Nord della Siria, ribadendo in sostanza che non ci possono essere revisioni di confini o assetti territoriali che mirino alla creazione di uno Stato curdo autonomo, obiettivo che tra l’altro il movimento di liberazione curdo ha da tempo abbandonato. A riferire il nuovo altolà turco alla tolleranza statunitense nei confronti dell’avanzata curda in Siria è stato il quotidiano Hurriyet, che ha riportato alcuni stralci di un documento che illustra la posizione dell’Akp sulla situazione creata ai suoi confini dalle recenti e continue vittorie militari dei combattenti delle Unità di difesa del popolo (YPG) contro le milizie jihadiste dello Stato islamico. Nel documento – approvato dal presidente Recep Tayyip Erdogan e inoltrato a una serie di cancellerie occidentali, in particolare quella statunitense – Ankara afferma di temere possibili stravolgimenti demografici sul versante siriano del confine. "Nessuno può agire perseguendo i propri specifici interessi solo perché combatte contro lo Stato islamico e la struttura demografica della regione non può venire modificata con un processo presentato come fatto compiuto", afferma il documento.
Nel frattempo la Turchia e Israele provano a riavvicinarsi approfittando di colloqui convocati in segreto a Roma tra il direttore generale del ministero degli Esteri di Tel Aviv, Dore Gold, e il suo omologo turco, Feridun Sinirlioglu, per anni ambasciatore di Ankara in Israele. L'incontro avrebbe avuto luogo ieri, scrivono sia il quotidiano Haaretz che il sito di notizie israeliano Ynetnews: secondo quest'ultimo, Gold, appena nominato, è volato a Roma all'insaputa del consigliere per la sicurezza nazionale Yossi Cohen, responsabile dei colloqui tra Israele e la Turchia. E il nuovo direttore generale, viene precisato, non ha reso nota in anticipo la sua missione neppure a Joseph Ciechanover, il precedente emissario del premier Netanyahu per la Turchia. In base alle indiscrezioni, all'inviato israeliano sarebbe stato chiesto di valutare la possibilità di porre fine alla crisi bilaterale esplosa alcuni anni fa quando Ankara iniziò a sostenere Hamas e poi le forze militari israeliane assaltarono il convoglio marittimo di solidarietà con i palestinesi partito dalla Turchia. Nell’assalto alla Mavi Marmara, una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza violando il blocco, le teste di cuoio di Tel Aviv uccisero 10 cittadini turchi e ne ferirono altri 50.
A spingere per un riavvicinamento formale tra Tel Aviv e Ankara – che comunque in tutti gli ultimi anni non hanno mai realmente sospeso i rapporti economici e militari – sarebbe stata la Casa Bianca, che però dovrebbe preoccuparsi dalla eventuale saldatura degli interessi israeliani e turchi nella regione. Non è un segreto che se da una parte il regime islamista turco sostiene lo Stato Islamico e altre realtà jihadiste contro il governo Assad e i curdi ed ha rifiutato di collaborare con Washington e la coalizione militare che combatte – seppur senza grande impegno – i fondamentalisti in Iraq e Siria, anche Israele non ha mai alzato un dito contro Al Nusra e lo stesso Is che pure occupano ampi territori ai suoi confini. Negli ultimi anni sia Ankara che Tel Aviv hanno allentato i rapporti con Washington in nome di una loro strategia regionale che non sempre coincide – ed anzi spesso collide – con gli interessi statunitensi in Medio Oriente.
Fonte
La nuova avanzata curda non è affatto piaciuta al regime turco. Ankara ha infatti di nuovo ammonito gli Stati Uniti e l'Occidente in generale sulla necessità di non varcare "linee rosse" alla luce dell'avanzata delle forze curde nel Nord della Siria, ribadendo in sostanza che non ci possono essere revisioni di confini o assetti territoriali che mirino alla creazione di uno Stato curdo autonomo, obiettivo che tra l’altro il movimento di liberazione curdo ha da tempo abbandonato. A riferire il nuovo altolà turco alla tolleranza statunitense nei confronti dell’avanzata curda in Siria è stato il quotidiano Hurriyet, che ha riportato alcuni stralci di un documento che illustra la posizione dell’Akp sulla situazione creata ai suoi confini dalle recenti e continue vittorie militari dei combattenti delle Unità di difesa del popolo (YPG) contro le milizie jihadiste dello Stato islamico. Nel documento – approvato dal presidente Recep Tayyip Erdogan e inoltrato a una serie di cancellerie occidentali, in particolare quella statunitense – Ankara afferma di temere possibili stravolgimenti demografici sul versante siriano del confine. "Nessuno può agire perseguendo i propri specifici interessi solo perché combatte contro lo Stato islamico e la struttura demografica della regione non può venire modificata con un processo presentato come fatto compiuto", afferma il documento.
Nel frattempo la Turchia e Israele provano a riavvicinarsi approfittando di colloqui convocati in segreto a Roma tra il direttore generale del ministero degli Esteri di Tel Aviv, Dore Gold, e il suo omologo turco, Feridun Sinirlioglu, per anni ambasciatore di Ankara in Israele. L'incontro avrebbe avuto luogo ieri, scrivono sia il quotidiano Haaretz che il sito di notizie israeliano Ynetnews: secondo quest'ultimo, Gold, appena nominato, è volato a Roma all'insaputa del consigliere per la sicurezza nazionale Yossi Cohen, responsabile dei colloqui tra Israele e la Turchia. E il nuovo direttore generale, viene precisato, non ha reso nota in anticipo la sua missione neppure a Joseph Ciechanover, il precedente emissario del premier Netanyahu per la Turchia. In base alle indiscrezioni, all'inviato israeliano sarebbe stato chiesto di valutare la possibilità di porre fine alla crisi bilaterale esplosa alcuni anni fa quando Ankara iniziò a sostenere Hamas e poi le forze militari israeliane assaltarono il convoglio marittimo di solidarietà con i palestinesi partito dalla Turchia. Nell’assalto alla Mavi Marmara, una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza violando il blocco, le teste di cuoio di Tel Aviv uccisero 10 cittadini turchi e ne ferirono altri 50.
A spingere per un riavvicinamento formale tra Tel Aviv e Ankara – che comunque in tutti gli ultimi anni non hanno mai realmente sospeso i rapporti economici e militari – sarebbe stata la Casa Bianca, che però dovrebbe preoccuparsi dalla eventuale saldatura degli interessi israeliani e turchi nella regione. Non è un segreto che se da una parte il regime islamista turco sostiene lo Stato Islamico e altre realtà jihadiste contro il governo Assad e i curdi ed ha rifiutato di collaborare con Washington e la coalizione militare che combatte – seppur senza grande impegno – i fondamentalisti in Iraq e Siria, anche Israele non ha mai alzato un dito contro Al Nusra e lo stesso Is che pure occupano ampi territori ai suoi confini. Negli ultimi anni sia Ankara che Tel Aviv hanno allentato i rapporti con Washington in nome di una loro strategia regionale che non sempre coincide – ed anzi spesso collide – con gli interessi statunitensi in Medio Oriente.
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Rojava, da sogno a soluzione democratica
In tanti hanno gioito per la liberazione di Kobanê. Tutta la stampa ne ha parlato, inviati hanno filmato l’agghiacciante orizzonte di macerie post riconquista (l’80% della città era, ed è, ridotta così), cronisti mainstrem hanno coccolato quei guerriglieri kurdi in altri momenti dimenticati o definiti terroristi. Ma sul fronte opposto era schierata l’ombra nera dell’Isis, jihadisti fanatici e tagliagole, i potenziali assassini di qualsivoglia occidentale. Perciò le grandi democrazie dell’Ovest hanno applaudito chi metteva gli stivali su quel suolo e s’opponeva ai miliziani fondamentalisti, dimenticando forse che gli uomini e le donne del Rojava che sono kurdi, ma anche turkmeni, armeni, alawiti, caldei, ceceni, muoiono per difendere una causa e un progetto di democrazia. Su quest’articolato programma si dovrebbe pronunciare la politica nazionale, quella d’opposizione che con Sel ha ospitato a Montecitorio una delegazione formata da Saleh Mohamed (Co-Presidente del Partito Unione Democratico – PYD), Anwar Muslem (Co-Presidente del Cantone di Kobane), Nessrin Abdalla (Comandante YPJ Unità di difesa delle donne). E la politica di governo che sulla proposta di creare corridoi umanitari per l’assistenza ai profughi finiti in Turchia, ha già affermato di non poter fare nulla perché Ankara chiude ermeticamente le frontiere. E la nostra diplomazia deve tenere un approccio molto soft, per ragioni di mercato prima che di Stato.
Nei mesi scorsi dall’Italia, grazie all’attivismo militante, è partita una catena di sostegno alla popolazione locale divisa nei tre cantoni di Cizira (originariamente un milione di abitanti, attualmente dimezzatasi per la diaspora dei rifugiati), Kobanê ed Efrin, entrambi con 500.000 cittadini, ciascuno disgregati nei campi profughi. Molti sono finiti in Turchia, ma non solo. I dati di Kobanê – l’aerea più colpita e analizzata – attualmente conta 25.000 presenze fra città e circondario resi spettrali: 3.247 gli edifici civili e pubblici colpiti, 1.200 distrutti e altrettanti seriamente danneggiati. Una situazione che ha fatto trasmigrare 200.000 persone sotto le tende predisposte entro il confine turco dall’Unhcr e dalla Mezzaluna Rossa. I restanti a vagare in altri Paesi mediorientali (Libano, Giordania) oppure a raggiungere la Grecia e alcuni i nostri lidi. Nei cantoni disintegrati serve tutto. Servono medicinali per i feriti in cura che sono numerosi, serve ricostruire, prima e oltre gli edifici, le condotte d’acqua e le fogne. Come nella Gaza martoriata dai caccia israeliani, Kobanê ha perduto quelle infrastrutture primarie per la sopravvivenza e la salute collettive. Tutto ciò racconta la delegazione in giro per l’Europa e per questo genere di lavori servono impegni di sostegno economico e politico da parte di singoli governi e dell’Unione Europea.
Il progetto del Rojava, preesistente alla crisi e alla guerra che sta disgregando la Siria di Asad, è stato inevitabilmente toccato dal conflitto, anche prima della comparsa delle bande del Daesh. Nell’estate del 2012, dopo oltre un anno di contrasti interni al regime di Damasco, i kurdi decisero di organizzare la propria resistenza, armata e politica. Il principio seguito era definito ‘autonomia democratica’ e s’occupava di autodifesa, amministrazione, giustizia, attività economiche e culturali. Nelle assemblee popolari le donne combattenti delle ‘Unità di difesa delle donne’ hanno rappresentato un asse portante sui versanti militare, militante, educativo. Un piano che si distingue nettamente da quel pezzo dell’opposizione al baathismo clanista e familiare del presidente-monarca finita nel gorgo di alleanze col salafismo combattente e con lo stesso Stato Islamico. Il Movimento per una Società Democratica che ha stilato la ‘Carta del contratto sociale’ ritiene che il suo sia “l’unico programma democratico, basato su una struttura amministrativa autonoma eletta e sottoposta a verifiche quadriennali, difesa dei diritti individuali e di genere, parità e libertà religiosa, indipendenza giuridica, che con uno spirito di riconciliazione e pluralismo punti a una partecipazione democratica”.
Ascoltate la comandante Nessrin: “Il nostro morale è fortissimo, ma ci mancano le armi. Abbiamo bisogno di aiuti militari. L’Isis ha armi più sofisticate delle nostre. Comunque non consideriamo la battaglia solo come uno scontro militare, puntiamo alla trasformazione culturale, sociale e di valori che ci offre la possibilità di costruire un modello di vita sul nostro territorio ben diverso da quello che abbiamo avuto sotto gli occhi per decenni. Lottiamo contro il sistema patriarcale, il despotismo religioso e le disparità tra uomini e donne a favore della libertà e dell'uguaglianza per le donne. L’Isis è una minaccia per tutto il mondo e la nostra è una sfida per salvare i valori dell'umanità. Abbiamo ripulito strade e case dalle mine interrate, stiamo richiamando la gente, la tranquillizziamo e la proteggiamo. La sicurezza è stabilita. Stiamo dando assistenza umanitaria a tutti per facilitare il rientro a casa. Abbiamo creato un'organizzazione per aiutare le donne che hanno subìto violenza. Non c’è alcuna intenzione d’invadere territori, né pratichiamo pulizie etniche come qualche giornalista ha scritto. Chiunque voglia può venire a verificare”. La tranquillità con cui afferma quel che è stato fatto, è tutt’uno con quanto il movimento che sostiene tale progetto continuerà a fare. Il gap riguarda l’Occidente: i Grandi resteranno a guardare? O peggio, temendo la democrazia dal basso più del Daesh, continueranno a perorare e finanziare la guerra sporca praticando il doppiogiochismo del peggior wahhabismo delle petromonarchie?
Fonte
Nei mesi scorsi dall’Italia, grazie all’attivismo militante, è partita una catena di sostegno alla popolazione locale divisa nei tre cantoni di Cizira (originariamente un milione di abitanti, attualmente dimezzatasi per la diaspora dei rifugiati), Kobanê ed Efrin, entrambi con 500.000 cittadini, ciascuno disgregati nei campi profughi. Molti sono finiti in Turchia, ma non solo. I dati di Kobanê – l’aerea più colpita e analizzata – attualmente conta 25.000 presenze fra città e circondario resi spettrali: 3.247 gli edifici civili e pubblici colpiti, 1.200 distrutti e altrettanti seriamente danneggiati. Una situazione che ha fatto trasmigrare 200.000 persone sotto le tende predisposte entro il confine turco dall’Unhcr e dalla Mezzaluna Rossa. I restanti a vagare in altri Paesi mediorientali (Libano, Giordania) oppure a raggiungere la Grecia e alcuni i nostri lidi. Nei cantoni disintegrati serve tutto. Servono medicinali per i feriti in cura che sono numerosi, serve ricostruire, prima e oltre gli edifici, le condotte d’acqua e le fogne. Come nella Gaza martoriata dai caccia israeliani, Kobanê ha perduto quelle infrastrutture primarie per la sopravvivenza e la salute collettive. Tutto ciò racconta la delegazione in giro per l’Europa e per questo genere di lavori servono impegni di sostegno economico e politico da parte di singoli governi e dell’Unione Europea.
Il progetto del Rojava, preesistente alla crisi e alla guerra che sta disgregando la Siria di Asad, è stato inevitabilmente toccato dal conflitto, anche prima della comparsa delle bande del Daesh. Nell’estate del 2012, dopo oltre un anno di contrasti interni al regime di Damasco, i kurdi decisero di organizzare la propria resistenza, armata e politica. Il principio seguito era definito ‘autonomia democratica’ e s’occupava di autodifesa, amministrazione, giustizia, attività economiche e culturali. Nelle assemblee popolari le donne combattenti delle ‘Unità di difesa delle donne’ hanno rappresentato un asse portante sui versanti militare, militante, educativo. Un piano che si distingue nettamente da quel pezzo dell’opposizione al baathismo clanista e familiare del presidente-monarca finita nel gorgo di alleanze col salafismo combattente e con lo stesso Stato Islamico. Il Movimento per una Società Democratica che ha stilato la ‘Carta del contratto sociale’ ritiene che il suo sia “l’unico programma democratico, basato su una struttura amministrativa autonoma eletta e sottoposta a verifiche quadriennali, difesa dei diritti individuali e di genere, parità e libertà religiosa, indipendenza giuridica, che con uno spirito di riconciliazione e pluralismo punti a una partecipazione democratica”.
Ascoltate la comandante Nessrin: “Il nostro morale è fortissimo, ma ci mancano le armi. Abbiamo bisogno di aiuti militari. L’Isis ha armi più sofisticate delle nostre. Comunque non consideriamo la battaglia solo come uno scontro militare, puntiamo alla trasformazione culturale, sociale e di valori che ci offre la possibilità di costruire un modello di vita sul nostro territorio ben diverso da quello che abbiamo avuto sotto gli occhi per decenni. Lottiamo contro il sistema patriarcale, il despotismo religioso e le disparità tra uomini e donne a favore della libertà e dell'uguaglianza per le donne. L’Isis è una minaccia per tutto il mondo e la nostra è una sfida per salvare i valori dell'umanità. Abbiamo ripulito strade e case dalle mine interrate, stiamo richiamando la gente, la tranquillizziamo e la proteggiamo. La sicurezza è stabilita. Stiamo dando assistenza umanitaria a tutti per facilitare il rientro a casa. Abbiamo creato un'organizzazione per aiutare le donne che hanno subìto violenza. Non c’è alcuna intenzione d’invadere territori, né pratichiamo pulizie etniche come qualche giornalista ha scritto. Chiunque voglia può venire a verificare”. La tranquillità con cui afferma quel che è stato fatto, è tutt’uno con quanto il movimento che sostiene tale progetto continuerà a fare. Il gap riguarda l’Occidente: i Grandi resteranno a guardare? O peggio, temendo la democrazia dal basso più del Daesh, continueranno a perorare e finanziare la guerra sporca praticando il doppiogiochismo del peggior wahhabismo delle petromonarchie?
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24/02/2015
La banalità del male in Iraq e Siria
di Roberto Prinzi
Almeno novanta cristiani assiri sarebbero stati rapiti stamattina dai
miliziani dello Stato Islamico (Is). A rivelarlo è l’Osservatorio
Siriano per i diritti umani, Ong di stanza a Londra e vicina
all’opposizione al regime di Damasco. I rapimenti sarebbero avvenuti in
due villaggi assiri situati vicino a Tel Tamr nella provincia di
Hassakeh, il cui controllo è conteso tra le forze curde e gli uomini
dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi. Al momento la notizia non è
verificabile.
Secondo alcuni analisti, il rapimento
(eventuale) di stamane potrebbe essere una risposta dei jihadisti ai
recenti successi militari compiuti dalle forze curde. Le unità di
protezione del popolo curde nelle loro sezioni maschili (YPG) e
femminili (YPJ) da giorni provano a guadagnare terreno nelle aree vicine
a Kobane e nella provincia stessa di Hasakeh. I curdi hanno
già conquistato 24 villaggi e starebbero provando a prendere il
controllo della cittadina di Tal Hamis (e delle zone limitrofe) situata a
est dei villaggi occupati oggi dall’Is. L’offensiva curda prosegue,
inoltre, anche nella provincia di Raqqa (la “capitale” siriana dello
Stato Islamico) dove sono stati riconquistati 19 villaggi. Tuttavia,
proprio questi successi potrebbero far temere il peggio per i
cristiani rapiti che potrebbero “pagare” con la vita la vendetta degli
uomini di al-Baghdadi.
Ma in Siria a destare le preoccupazioni della
comunità internazionale non sono solo i miliziani jihadisti. Un
rapporto della ong statunitense Human Rights Watch (HMW) ha duramente
attaccato il governo siriano perché ha compiuto “centinaia di attacchi
indiscriminati lo scorso anno con armi anche improvvisate come le bombe
al barile”. “I raid di Damasco – continua HMW – hanno avuto un
impatto devastante sui civili uccidendo e ferendo migliaia di persone”.
Ma secondo Human Rights Watch a salire sul banco degli imputati è anche
il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che “per un anno, non ha fatto nulla
per fermare i raid aerei assassini di Bashar al-Asad sulle aree sotto il
controllo dei ribelli” ha dichiarato Nadim Houry, vice direttore di HMW
per il Medio Oriente e per il Nord Africa. Secondo l’organizzazione
statunitense “la questione è se la Russia e la Cina alla fine
permetteranno al Consiglio dell’Onu di imporre sanzioni per fermare
l’uso delle bombe a barile”. Un resoconto, però parziale che non tiene
conto dei crimini (non meno brutali) compiuti dai “ribelli”, definizione
quanto mai vaga per definire la variegata e divisa opposizione al
regime siriano.
La situazione umanitaria è gravissima anche nel confinante Iraq. Uno rapporto
– pubblicato ieri e curato dalla Missione d’Assistenza delle Nazioni
Unite per l’Iraq (UNAMI) e dall’Alto Commissariato dell’Onu per i
Diritti umani – ha denunciato gli abusi commessi dai miliziani
dello Stato Islamico. “Membri di diverse comunità religiose ed etniche
del Paese, tra cui turkmeni, shabachi, cristiani, yazidi, sciiti, curdi e
altri sono stati intenzionalmente e sistematicamente presi di mira
dall’Is e da gruppi armati a essa affiliati – si legge nel
documento – e sono stati oggetto di una grave violazione dei diritti
[umani] in quella che appare una deliberata politica di distruzione,
soppressione o espulsione di queste comunità dalle aree sotto il
controllo dello Stato Islamico”. “Molte delle violazioni e degli abusi
commessi dall’Is – aggiunge lo studio – possono essere considerati
crimini di guerra contro l’umanità e forse anche genocidio”.
Ma se erano prevedibile le accuse allo Stato
Islamico, meno scontata era la parte del rapporto in cui a essere
duramente condannato è l’operato delle forze di sicurezza irachene (Isf)
e dei gruppi armati ad esse alleati che hanno compiuto “uccisioni mirate, incluso quelle dei prigionieri dell’Is, rapimenti di civili e altri abusi”.
Dal punto di vista politico e militare, intanto, la Nuova Zelanda ha annunciato ieri che si unirà alla coalizione internazionale a guida statunitense contro lo Stato islamico.
I soldati di Wellington non combatteranno, ha precisato il governo, ma
si limiteranno ad addestrare l’esercito iracheno. Il premier John Key ha
ribadito che i suoi militari (143) non saranno “in prima linea” nella
battaglia contro i fondamentalisti islamici. La missione durerà due anni
e dovrebbe iniziare a maggio.
La Nuova Zelanda si unisce all’Australia che ha già 600 soldati impegnati in Iraq e che, probabilmente, aumenterà il suo contingente militare a 900 unità nei prossimi mesi. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, da quando sono iniziati i raid aerei della coalizione internazionale contro l’Is in Siria (23 settembre) sono stati 1.465 gli uomini di al-Baghdadi uccisi. Più di 1.000 le vittime tra i civili. I bombardamenti della coalizione proseguono senza sosta: negli due ultimi giorni sono stati 25 gli attacchi piovuti dal cielo contro le postazioni dell’Is. Tra le aree maggiormente colpite vi sono la provincia di Hasakeh, le aree vicine a Kobane (l’ormai celebre cittadina a confine con la Turchia) e Dayr az-Zour in Siria, Mosul, Kirkuk, al-Asad, ar-Rubtah e Tal Afar in Iraq.
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28/01/2015
La sinistra curda riconquista Kobane
Quattro mesi di battaglia, a volte disperata, centinaia di morti. Ora la vittoria sull'Isis.
Lo afferma addirittura un organismo filo-occidentale come l'Osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra. L'Ong segnala ancora sporadici combattimenti in due sobborghi periferici, dove c'è una residua presenza dei jihadisti. Ma il simbolo più chiaro della riconquista è la foto della bandiera curda sulla collina di Kobane che sventola da alcuni giorni.
Nella giornata di ieri si era già avuta notizia che le Unità di Protezione Popolare curde (YPG e YPJ) avevano quasi completamente respinto i miliziani del Califfato, riprendendo il possesso della città, tranne il quartiere di Kani Arabani, in cui ancora si spara.
Nei giorni scorsi, vedendo scemare le sue forze, l'Isis aveva inviato nella zona altri 140 combattenti, ma in possesso di un livello di addestramento minore del solito; segno che stavano raschiando il fondo del barile.
«Stiamo avanzando lentamente – ha spiegato Mazlum Kobane, uno dei comandanti curdi della città – per via delle mine che i miliziani si sono lasciati alle spalle nella ritirata. Quando riusciremo a raggiungere l’altura di Kaniya Kurda, avremo liberato l’intera Kobane dalle truppe dell’Isis e dichiareremo la vittoria».
Una cautela necessaria, visto che l'Isis resta padrona del territorio fuori della città e che la Turchia certo non ha smesso di "facilitare" i jihadisti che entrano in Siria.
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20/10/2014
I curdi si riprendono Kobane ma i combattimenti continuano
Sabato alcuni portavoce delle forze curde impegnate nella difesa del Rojava dall’assalto islamista avevano dato Kobane per completamente liberata ed in effetti le Ypg e le Ypj – Unità di Difesa Popolare e Unità di difesa delle Donne – avevano rioccupato numerosi quartieri della città abbandonati dai fondamentalisti sunniti.
Ma poi ieri i combattimenti sono esplosi di nuovo e assai intensi, segno che le bande dello Stato Islamico sono ancora infiltrate in alcune propaggini della località e dei suoi dintorni e che il pericolo che l’arrivo di nuovi rinforzi da altre zone della Siria possa nuovamente portare ad una caduta di Kobane. Comunque la strenua resistenza dei combattenti curdi e l’aumento dei raid aerei statunitensi negli ultimi giorni – in aperta polemica di Washington nei confronti di Ankara – hanno di fatto spezzato le linee di rifornimento dell’Isis e causato forti perdite tra i jihadisti. Nei giorni scorsi alcuni combattenti curdi hanno raccontato di aver trovato alcune strade della città appena riconquistate letteralmente lastricate dei cadaveri dei jihadisti uccisi.
La lunga battaglia per conquistare la città al confine con la Turchia starebbe logorando i tagliagole di Abu Bakr al Baghdadi che, affermano esponenti curdi al Wall Street Journal, "non accetteranno mai di perdere". Alcuni non meglio precisati “attivisti” presenti a Raqqa, roccaforte dell'Isis in Siria, avrebbero raccontato al quotidiano Usa di appelli lanciati ogni giorno dalle moschee della città per raccogliere il sangue necessario ai combattenti feriti ricoverati negli ospedali cittadini, e di bambini di soli 12 anni reclutati dai fondamentalisti per andare al fronte.
La difficile situazione sul terreno avrebbe spinto i jihadisti a tentare di reclutare, in gran parte senza successo, gli arabi che vivono nei villaggi situati intorno a Kobane con la promessa di ottenere le case dei curdi una volta conquistata definitivamente la città.
Il vicepresidente del governo locale di Kobane, Khaled Barkal, ha riferito di raid aerei particolarmente efficaci nelle zone aperte della città, dove sono state colpite postazioni di artiglieria e carri armati dello Stato Islamico. Dopo un incontro a Parigi tra il leader kurdo siriano Muslim e l’inviato speciale Usa per la Siria Rubinstein, l’intensificazione dei raid della coalizione guidata dagli Usa e il loro coordinamento con le unità kurde sul terreno hanno sortito i loro effetti. E nelle ultime ore un cargo C-130 statunitense ha paracadutato armi, munizioni e materiale medico ai curdi dell’enclave accerchiata dai miliziani dello Stato Islamico, ufficialmente provenienti dal governo curdo dell’Iraq del Nord, finora assai restio ad aiutare i compatrioti di oltre confine.
Prima di dare il via all’operazione – la prima del genere in oltre un mese – i comandi militari statunitensi hanno informato il governo della Turchia. Sabato l’inquilino della Casa Bianca ha addirittura chiamato al telefono il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per avvisarlo. Ankara non ha finora mosso un dito per aiutare i curdi siriani contro l’Isis, che pure dice di voler combattere, ma solo a condizione che Washington dia il suo benestare ad una invasione turca del nord della Siria, all’imposizione di una zona di non sorvolo per bloccare l’aviazione di Damasco e all’instaurazione di un governo delle zone occupate affidato alle marionette dell’Esercito Siriano Libero che, casualmente, è ospitato proprio in territorio turco.
Dal canto loro le Unità di Difesa Popolare, espressione del Partito di Unità Democratica del Kurdistan siriano, chiedono alla comunità internazionale di premere sul regime turco affinché venga creato al più presto un corridoio umanitario che permetta a migliaia di sfollati di fuggire da Kobane e dai villaggi limitrofi e di essere curati e rifocillati. L’inverno si avvicina e per decine di migliaia di sfollati la situazione potrebbe diventare presto tragica. “Possiamo dormire nel tronco di un albero o sotto una roccia, ma per i civili è diverso. La maggior parte sono bambini, donne o persone anziane. Stiamo cercando di conquistare altre parti della città, in modo che possano tornare indietro” racconta all’agenzia curda Firat una combattente delle Ypj, Bişeng.
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Ma poi ieri i combattimenti sono esplosi di nuovo e assai intensi, segno che le bande dello Stato Islamico sono ancora infiltrate in alcune propaggini della località e dei suoi dintorni e che il pericolo che l’arrivo di nuovi rinforzi da altre zone della Siria possa nuovamente portare ad una caduta di Kobane. Comunque la strenua resistenza dei combattenti curdi e l’aumento dei raid aerei statunitensi negli ultimi giorni – in aperta polemica di Washington nei confronti di Ankara – hanno di fatto spezzato le linee di rifornimento dell’Isis e causato forti perdite tra i jihadisti. Nei giorni scorsi alcuni combattenti curdi hanno raccontato di aver trovato alcune strade della città appena riconquistate letteralmente lastricate dei cadaveri dei jihadisti uccisi.
La lunga battaglia per conquistare la città al confine con la Turchia starebbe logorando i tagliagole di Abu Bakr al Baghdadi che, affermano esponenti curdi al Wall Street Journal, "non accetteranno mai di perdere". Alcuni non meglio precisati “attivisti” presenti a Raqqa, roccaforte dell'Isis in Siria, avrebbero raccontato al quotidiano Usa di appelli lanciati ogni giorno dalle moschee della città per raccogliere il sangue necessario ai combattenti feriti ricoverati negli ospedali cittadini, e di bambini di soli 12 anni reclutati dai fondamentalisti per andare al fronte.
La difficile situazione sul terreno avrebbe spinto i jihadisti a tentare di reclutare, in gran parte senza successo, gli arabi che vivono nei villaggi situati intorno a Kobane con la promessa di ottenere le case dei curdi una volta conquistata definitivamente la città.
Il vicepresidente del governo locale di Kobane, Khaled Barkal, ha riferito di raid aerei particolarmente efficaci nelle zone aperte della città, dove sono state colpite postazioni di artiglieria e carri armati dello Stato Islamico. Dopo un incontro a Parigi tra il leader kurdo siriano Muslim e l’inviato speciale Usa per la Siria Rubinstein, l’intensificazione dei raid della coalizione guidata dagli Usa e il loro coordinamento con le unità kurde sul terreno hanno sortito i loro effetti. E nelle ultime ore un cargo C-130 statunitense ha paracadutato armi, munizioni e materiale medico ai curdi dell’enclave accerchiata dai miliziani dello Stato Islamico, ufficialmente provenienti dal governo curdo dell’Iraq del Nord, finora assai restio ad aiutare i compatrioti di oltre confine.
Prima di dare il via all’operazione – la prima del genere in oltre un mese – i comandi militari statunitensi hanno informato il governo della Turchia. Sabato l’inquilino della Casa Bianca ha addirittura chiamato al telefono il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per avvisarlo. Ankara non ha finora mosso un dito per aiutare i curdi siriani contro l’Isis, che pure dice di voler combattere, ma solo a condizione che Washington dia il suo benestare ad una invasione turca del nord della Siria, all’imposizione di una zona di non sorvolo per bloccare l’aviazione di Damasco e all’instaurazione di un governo delle zone occupate affidato alle marionette dell’Esercito Siriano Libero che, casualmente, è ospitato proprio in territorio turco.
Dal canto loro le Unità di Difesa Popolare, espressione del Partito di Unità Democratica del Kurdistan siriano, chiedono alla comunità internazionale di premere sul regime turco affinché venga creato al più presto un corridoio umanitario che permetta a migliaia di sfollati di fuggire da Kobane e dai villaggi limitrofi e di essere curati e rifocillati. L’inverno si avvicina e per decine di migliaia di sfollati la situazione potrebbe diventare presto tragica. “Possiamo dormire nel tronco di un albero o sotto una roccia, ma per i civili è diverso. La maggior parte sono bambini, donne o persone anziane. Stiamo cercando di conquistare altre parti della città, in modo che possano tornare indietro” racconta all’agenzia curda Firat una combattente delle Ypj, Bişeng.
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