“Il processo è stato positivo finora, ma la fase successiva è la più rischiosa”. Sono queste le parole utilizzate dal Presidente del Parlamento turco Kurtulmuş a commento del colloquio avuto dalla delegazione parlamentare ufficiale con Ocalan a Imrali. “Bisogna accertare che l’organizzazione [PKK] abbia deposto le armi e abbandonato le sue attività organizzative. Bisogna anche accertarsi che si integri con la nuova amministrazione in Siria”.
In sede parlamentare non è stato letto per intero il verbale del colloquio, ma solo un breve riassunto dal quale si evince che sulla Turchia Ocalan non chiede nessuna regione autonoma o decentramento amministrativo, così come sulla Siria, rispetto alla quale si è dichiarato favorevole all’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) nella struttura centrale, mantenendo una propria polizia nell’area nord-est, ma non proprie forze armate. Inoltre, il leader curdo si sarebbe espresso contro le manovre israeliane nel paese e nella regione.
Sulle FDS, però, la partecipante curda della delegazione parlamentare Kilic Kocyigit ha affermato che il riassunto letto in Parlamento è incompleto e non riflette per intero i contenuto del colloquio: Ocalan avrebbe puntualizzato che l’integrazione delle FDS nelle strutture centrali siriane potrebbe avvenire solo nell’ambito di un’effettiva democratizzazione del paese e si sarebbe riservato di intervenire di nuovo sul tema se le condizioni lo permetteranno.
Effettivamente c’è da credere che se davvero il leader curdo avesse avallato lo scioglimento tout court delle forze armate delle SDF, gli sarebbe stato consentito di esprimersi apertamente. Invece i media filogovernativi hanno fatto passare molto sottotraccia il colloquio e lo stesso Erdogan mostra un atteggiamento distaccato rispetto al processo di pace: secondo alcuni sondaggi, infatti, la fiducia che esso vada in porto è bassa, mentre la mobilitazione popolare affinché questo avvenga è praticamente inesistente.
Da parte loro, i dirigenti del PKK stanno inasprendo la retorica ed hanno fatto sapere che non intendono effettuare alcun ulteriore passo unilaterale finché lo stato turco non avrà messo in atto le misure legali promesse e non avrà liberato Ocalan. Intanto nei video continuano a mostrarsi in armi, segnalando che il processo di disarmo non è completato.
La co-presidente dell’Unione delle Comunità Curde (KCK) Bese Hozat ha, inoltre, rifiutato la parola “amnistia” per qualificare le loro richieste di provvedimenti legali allo stato turco: “Non chiediamo l’amnistia. Non abbiamo commesso alcun crimine... chiediamo leggi per la libertà di tutti. Dai dirigenti al più giovane combattente, tutti contribuiranno al lavoro di costruzione democratica in Turchia e in Kurdistan”.
Quest’ultima dichiarazione è stata interpretata in Turchia come un tentativo di sabotare il processo di pace, provocando la risposta di Bahceli: “Nessuno ha il diritto di sprecare questa opportunità. Qualsiasi opposizione all’iniziativa può essere interpretata come una resistenza alla nazione e allo Stato. Siamo sulla soglia di un’opportunità storica”.
Non tutti i segnali sono negativi, però. Qualche parlamentare del partito di Erdogan comincia a parlare apertamente di percorsi di reintegrazione sociale e possibilità di partecipazione politica per i guerriglieri che depongano le armi dopo lo scioglimento definitivo e comprovato dell’organizzazione.
Mentre sono in atto questi processi molto delicati, sono piombate sul dibattito le dichiarazioni quantomeno superficiali dell’inviato USA per il Medio-Oriente, Tom Barrack, che rispondendo sulla possibile istituzione di un sistema decentrato in Siria ha rimarcato che il decentramento non ha mai funzionato, facendo poi esempi diversissimi fra di loro, come i Balcani, la Libia, l’Iraq e il Libano.
Ovviamente in queste ore tutti coloro che sono stati toccati da queste affermazioni stanno reagendo, ma soprattutto sono motivo di preoccupazione per le SDF, in vista di un possibile ritiro USA dalla Siria ed un riallineamento di Washington con la Turchia.
Preoccupazioni che, del resto, vengono da qualche tempo espresse apertamente dalla dirigenza delle SDF, anche in forme molto contestabili. Il capo militare Mazloum Abdi, ad esempio, si è fatto intervistare dalla ultras sionista Quanta Ahmed per il Jerusalem Post; l’accettazione di una simile interlocuzione sta evidentemente a segnalare che le SDF intendono far pesare la possibilità di affidarsi all’appoggio israeliano, magari in sostituzione di quello americano, nel caso in cui le trattative con la Turchia dovessero andare male ed il conflitto armato riaccendersi. Si tratterebbe proprio di una delle manovre sioniste contro le quali si è espresso Ocalan.
“Da quando il presidente Trump ha ridotto o eliminato l’USAID, abbiamo molta meno manodopera e supporto umanitario per gestire il campo degli sfollati dell’ISIS, Al-Hol, – ha lamentato Abdi – Ci sono meno aiuti e meno personale di sicurezza”.
In altri passaggi sembra chiedere un’attività di lobbying al Congresso: “Abbiamo il CENTCOM e l’ammiraglio Brad Cooper, che ci sostiene molto, ma l’esercito americano ha bisogno di maggiore sostegno politico al Congresso. Il sostegno politico del Congresso è estremamente importante... Abbiamo bisogno di una discussione più ampia sulla rimozione delle sanzioni del Caesar Act. Il sostegno degli Stati Uniti per Ahmed al-Sharaa non deve essere incondizionato. Al momento, non ci sono condizioni”.
Si propone, poi, di collaborare contro la presenza iraniana: “Sebbene l’Iran sia ora più debole, sta ancora cercando di ricostruire gruppi a suo supporto. Le SDF sono pronte a collaborare con gli Stati Uniti e altre potenze attive per proteggere la Siria. Sappiamo che alcuni ex ufficiali del regime si trovano all’estero e sono già stati contattati, probabilmente nel tentativo di creare gruppi di supporto”.
Come si vede, la situazione è potenzialmente esplosiva. Vi sono indubbiamente degli elementi che segnalano la possibilità di un accordo generale che riguardi sia il PKK che le SDF. Tuttavia, è evidente che se la situazione non dovesse andare in tale direzione, la conflittualità armata potrebbe riesplodere in maniera aspra dentro e fuori la Turchia, proprio come accadde 10 anni fa, dopo il fallimento del precedente processo di pace. La situazione di stallo che va avanti dalla caduta del regime baathista non può durare in eterno.
È proprio nella direzione della creazione di condizioni di instabilità e conflitti etnici che vanno le manovre israeliane, tendenti a strumentalizzare le minoranze per frazionare gli stati dell’area mediorientale.
Da parte sua, la Turchia sta sperimentando come l’installazione a Damasco di Al-Jolani abbia rafforzato, anziché indebolito, l’autonomia curda nel nord-est e conta sul fatto che l’Amministrazione USA opti per il ritiro dalla Siria, magari in cambio del proprio impegno sulla seconda fase del cosiddetto “pano di pace” di Gaza.
Certo non saranno USA ed Israele a risolvere la questione curda.
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28/11/2025
Turchia - Parlamentari da Ocalan, ma si gioca sporco sul processo di pace
Il 24 novembre si è verificato il tanto atteso viaggio in delegazione di alcuni parlamentari turchi ad Imrali, per incontrare Abdullah Ocalan in merito al processo di pace in corso fra stato turco e PKK, così come stabilito dalla commissione parlamentare “per la riconciliazione nazionale, la fratellanza e la democrazia”.
A darne l’annuncio è stato un comunicato del Parlamento, che ha definito l’incontro positivo. Il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), fino ad oggi impegnato nella mediazione con Ocalan, ha definito la decisione della commissione parlamentare “storica” poiché per la prima volta Ocalan riceve la legittimazione istituzionale ufficiale come interlocutore dello Stato.
Durante la visita, secondo quanto è trapelato, sarebbero stati affrontati i temi più importanti: il destino dei militanti del PKK che disarmano e, soprattutto, la situazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e la loro integrazione nelle strutture dello stato centrale di Damasco.
Su quest’ultima questione, per non far deragliare l’intero processo di pace, è necessario mediare fra le esigenze delle SDF di mantenere una loro struttura al cospetto del nuovo regime qaedista e le preoccupazioni turche circa i pericoli per la propria integrità territoriale derivati dalla presenza di un’area autonoma curda, indipendente di fatto e supportata da potenze imperialiste, ai propri confini con la Siria.
Tuttavia, non si sa se per motivi di riservatezza (il verbale della riunione rimarrà segretato per 10 anni) o perché in realtà non si sono fatti sostanziali passi avanti, non è stato stato dato grande risalto ai risultati di questi colloqui, nemmeno dalla parte curda, che, quando si tratta di pronunciamenti di Ocalan, solitamente mette molta enfasi.
Al contrario, hanno fatto più rumore le assenze, in particolare nella composizione della delegazione. C’erano, infatti, soltanto un esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), un esponente dei nazionalisti (MHP) ed un esponente del DEM, ovvero i due partiti di governo e il partito incaricato di mediare. Si sono volontariamente chiamati fuori tutti gli altri partiti di opposizione, anche quelli che avevano accettato di entrare nella commissione parlamentare.
Particolarmente clamoroso è stato il passo indietro effettuato all’ultimo minuto da parte del Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale partito di opposizione, nonostante quest’ultimo negli ultimi mesi si sia sempre dichiarato a favore del processo di pace e nonostante il potenziale autolesionistico di questa decisione. L’ondata di vittorie elettorali nelle elezioni locali degli ultimi anni, infatti, è avvenuta anche grazie al voto curdo.
La motivazione ufficiale è la mancanza di trasparenza nei vari passaggi politici di questo processo di pace. In realtà, probabilmente, la decisione è motivata in piccola parte dal riemergere, all’interno del partito, di pulsioni ideologiche anticurde e, in gran parte, dalla volontà di non allinearsi ad un processo di pacificazione nazionale voluto dal governo, proprio mentre i propri dirigenti e sindaci vengono arrestati e messi sotto processo uno dopo l’altro.
In tal senso, nei giorni scorsi è stato reso pubblico l’atto d’accusa nei confronti di Imamoglu, sindaco eletto di Istanbul, in carcere dal marzo scorso: rischia una condanna fino a 2.352 anni di reclusione perché accusato di essere il capo di un’organizzazione criminale, avente come scopo quello di fargli vincere in maniera fraudolenta il congresso del CHP e la candidatura alla Presidenza della Repubblica per il 2028. Contestualmente è stato richiesto l’avvio delle procedure legali per sciogliere il CHP. Inoltre, è in piedi anche l’accusa di spionaggio per conto della Gran Bretagna.
Autore delle indagini è il famigerato procuratore Hakin Gurlek, che in passato si era occupato di alcuni processi nei confronti della sinistra filocurda per poi diventare Vice Ministro della Giustizia e tornare, infine, in Magistratura, nel ruolo di procuratore capo di Istanbul, subito dopo la rielezione a sindaco di Imamoglu. Un vero e proprio sicario governativo, insomma.
L’autoesclusione del CHP dal processo di pace rappresenta una vittoria per Erdogan nella sua tattica di dividere le opposizioni e cercare di attirare verso l’area governativa la sinistra filocurda o, comunque, il consenso curdo. Eppure, sono passati non più di 9 anni dai numerosi coprifuoco imposti in vaste aree del sud-est nell’ambito dell’ultima aspra fase del conflitto con il PKK.
Il Partito DEM, da parte sua, critica la decisione del CHP in quanto il processo di pace nasce per risolvere una questione, quella curda, che è storica e va al di là della lotta attuale fra governo e opposizioni. Tuttavia, ora si trova nella situazione scomoda di essere associato a una “manovra di palazzo” da parte della compagine governativa ed è esposto all’accusa di prestarsi ai suoi disegni neo-ottomani.
La vera mancanza di cui soffre il partito filocurdo è l’assenza di un vero dibattito pubblico e di una mobilitazione popolare a sostegno del processo di pace, come c’erano nel precedente tentativo del 2013-2015; in quest’occasione, tutto sta avvenendo esclusivamente tramite trattative fra vertici e gruppi politici.
Chi sta mobilitando in massa la propria base, in Turchia e in tutta Europa (dove gode dell’appoggio della “sinistra liberale”), è proprio il CHP, il quale, dall’arresto di Imamoglu, organizza periodiche manifestazioni contro la detenzione di sindaci e dirigenti di opposizione; rispetto a tali mobilitazioni il DEM, essendo coinvolto direttamente nella mediazione con Ocalan, mantiene un atteggiamento di adesione meramente formale, pur avendo a sua volta ancora moltissimi sindaci e dirigenti in carcere, come risultato della stagione repressiva dell’ultimo decennio.
Sulla testa del più popolare di questi prigionieri, ovvero Demirtas, si sta concentrando un gioco politico sporco, volto ad attribuirgli false richieste di grazia al Presidente e ad accreditare divaricazioni fra lui e il DEM o Ocalan. Il tutto mirante a screditarlo presso la sua base e ad ostacolarne la liberazione, che, per costituzione, sarebbe dovuta essere già avvenuta dopo la pronuncia definitiva della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) a suo favore.
Evidentemente, il profilo politico forte e autonomo di Demirtas, unico leader curdo ad avere consensi anche i fra i Turchi, è visto come un ostacolo nella cooptazione del consenso dei DEM verso l’area governativa.
Pertanto, dal carcere di Edirne, è dovuto così intervenire: “Sono entrato qui con onore e a testa alta. Ne uscirò con onore, o rimarrò qui fino all’ultimo giorno della mia vita. Non c’è alternativa per me... Qualsiasi dichiarazione, commento o pensiero che non ho condiviso direttamente non mi vincola”.
E sulle presunte differenze fra lui e Ocalan: “Non ho alcuna competizione, divergenza o scontro con Abdullah Öcalan. La visione, il ruolo e la responsabilità storica di Öcalan sono molto importanti, e solo lui può farsene carico... Sono entrato in politica nel Partito della Società Democratica (DTP), e il Partito DEM, l’attuale rappresentante della nostra tradizione politica, è il mio unico partito. Anche se un giorno dovessi entrare in politica, la mia casa è il Partito DEM. Qualsiasi ipotesi che io possa fondare un altro partito o passare a un altro è pura speculazione”.
Questo tentativo di dividere il movimento curdo (e tutta la sinistra) potrebbe avere il suo punto di caduta nel caso in cui, come sembra, dovesse essere emessa un’amnistia parziale che copra solo alcuni militanti del PKK, escludendo gli altri prigionieri politici (per non dover liberare quelli con maggior consenso popolare). Nel mentre, come detto, si attende ancora l’esecuzione delle sentenze definitive della CEDU.
In definitiva, si stanno palesando una serie di nodi non sciolti e di sfacciati tentativi di strumentalizzazione politica che stanno minando la credibilità del processo di pace. Gli atti simbolici non possono bastare.
Fonte
A darne l’annuncio è stato un comunicato del Parlamento, che ha definito l’incontro positivo. Il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), fino ad oggi impegnato nella mediazione con Ocalan, ha definito la decisione della commissione parlamentare “storica” poiché per la prima volta Ocalan riceve la legittimazione istituzionale ufficiale come interlocutore dello Stato.
Durante la visita, secondo quanto è trapelato, sarebbero stati affrontati i temi più importanti: il destino dei militanti del PKK che disarmano e, soprattutto, la situazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e la loro integrazione nelle strutture dello stato centrale di Damasco.
Su quest’ultima questione, per non far deragliare l’intero processo di pace, è necessario mediare fra le esigenze delle SDF di mantenere una loro struttura al cospetto del nuovo regime qaedista e le preoccupazioni turche circa i pericoli per la propria integrità territoriale derivati dalla presenza di un’area autonoma curda, indipendente di fatto e supportata da potenze imperialiste, ai propri confini con la Siria.
Tuttavia, non si sa se per motivi di riservatezza (il verbale della riunione rimarrà segretato per 10 anni) o perché in realtà non si sono fatti sostanziali passi avanti, non è stato stato dato grande risalto ai risultati di questi colloqui, nemmeno dalla parte curda, che, quando si tratta di pronunciamenti di Ocalan, solitamente mette molta enfasi.
Al contrario, hanno fatto più rumore le assenze, in particolare nella composizione della delegazione. C’erano, infatti, soltanto un esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), un esponente dei nazionalisti (MHP) ed un esponente del DEM, ovvero i due partiti di governo e il partito incaricato di mediare. Si sono volontariamente chiamati fuori tutti gli altri partiti di opposizione, anche quelli che avevano accettato di entrare nella commissione parlamentare.
Particolarmente clamoroso è stato il passo indietro effettuato all’ultimo minuto da parte del Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale partito di opposizione, nonostante quest’ultimo negli ultimi mesi si sia sempre dichiarato a favore del processo di pace e nonostante il potenziale autolesionistico di questa decisione. L’ondata di vittorie elettorali nelle elezioni locali degli ultimi anni, infatti, è avvenuta anche grazie al voto curdo.
La motivazione ufficiale è la mancanza di trasparenza nei vari passaggi politici di questo processo di pace. In realtà, probabilmente, la decisione è motivata in piccola parte dal riemergere, all’interno del partito, di pulsioni ideologiche anticurde e, in gran parte, dalla volontà di non allinearsi ad un processo di pacificazione nazionale voluto dal governo, proprio mentre i propri dirigenti e sindaci vengono arrestati e messi sotto processo uno dopo l’altro.
In tal senso, nei giorni scorsi è stato reso pubblico l’atto d’accusa nei confronti di Imamoglu, sindaco eletto di Istanbul, in carcere dal marzo scorso: rischia una condanna fino a 2.352 anni di reclusione perché accusato di essere il capo di un’organizzazione criminale, avente come scopo quello di fargli vincere in maniera fraudolenta il congresso del CHP e la candidatura alla Presidenza della Repubblica per il 2028. Contestualmente è stato richiesto l’avvio delle procedure legali per sciogliere il CHP. Inoltre, è in piedi anche l’accusa di spionaggio per conto della Gran Bretagna.
Autore delle indagini è il famigerato procuratore Hakin Gurlek, che in passato si era occupato di alcuni processi nei confronti della sinistra filocurda per poi diventare Vice Ministro della Giustizia e tornare, infine, in Magistratura, nel ruolo di procuratore capo di Istanbul, subito dopo la rielezione a sindaco di Imamoglu. Un vero e proprio sicario governativo, insomma.
L’autoesclusione del CHP dal processo di pace rappresenta una vittoria per Erdogan nella sua tattica di dividere le opposizioni e cercare di attirare verso l’area governativa la sinistra filocurda o, comunque, il consenso curdo. Eppure, sono passati non più di 9 anni dai numerosi coprifuoco imposti in vaste aree del sud-est nell’ambito dell’ultima aspra fase del conflitto con il PKK.
Il Partito DEM, da parte sua, critica la decisione del CHP in quanto il processo di pace nasce per risolvere una questione, quella curda, che è storica e va al di là della lotta attuale fra governo e opposizioni. Tuttavia, ora si trova nella situazione scomoda di essere associato a una “manovra di palazzo” da parte della compagine governativa ed è esposto all’accusa di prestarsi ai suoi disegni neo-ottomani.
La vera mancanza di cui soffre il partito filocurdo è l’assenza di un vero dibattito pubblico e di una mobilitazione popolare a sostegno del processo di pace, come c’erano nel precedente tentativo del 2013-2015; in quest’occasione, tutto sta avvenendo esclusivamente tramite trattative fra vertici e gruppi politici.
Chi sta mobilitando in massa la propria base, in Turchia e in tutta Europa (dove gode dell’appoggio della “sinistra liberale”), è proprio il CHP, il quale, dall’arresto di Imamoglu, organizza periodiche manifestazioni contro la detenzione di sindaci e dirigenti di opposizione; rispetto a tali mobilitazioni il DEM, essendo coinvolto direttamente nella mediazione con Ocalan, mantiene un atteggiamento di adesione meramente formale, pur avendo a sua volta ancora moltissimi sindaci e dirigenti in carcere, come risultato della stagione repressiva dell’ultimo decennio.
Sulla testa del più popolare di questi prigionieri, ovvero Demirtas, si sta concentrando un gioco politico sporco, volto ad attribuirgli false richieste di grazia al Presidente e ad accreditare divaricazioni fra lui e il DEM o Ocalan. Il tutto mirante a screditarlo presso la sua base e ad ostacolarne la liberazione, che, per costituzione, sarebbe dovuta essere già avvenuta dopo la pronuncia definitiva della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) a suo favore.
Evidentemente, il profilo politico forte e autonomo di Demirtas, unico leader curdo ad avere consensi anche i fra i Turchi, è visto come un ostacolo nella cooptazione del consenso dei DEM verso l’area governativa.
Pertanto, dal carcere di Edirne, è dovuto così intervenire: “Sono entrato qui con onore e a testa alta. Ne uscirò con onore, o rimarrò qui fino all’ultimo giorno della mia vita. Non c’è alternativa per me... Qualsiasi dichiarazione, commento o pensiero che non ho condiviso direttamente non mi vincola”.
E sulle presunte differenze fra lui e Ocalan: “Non ho alcuna competizione, divergenza o scontro con Abdullah Öcalan. La visione, il ruolo e la responsabilità storica di Öcalan sono molto importanti, e solo lui può farsene carico... Sono entrato in politica nel Partito della Società Democratica (DTP), e il Partito DEM, l’attuale rappresentante della nostra tradizione politica, è il mio unico partito. Anche se un giorno dovessi entrare in politica, la mia casa è il Partito DEM. Qualsiasi ipotesi che io possa fondare un altro partito o passare a un altro è pura speculazione”.
Questo tentativo di dividere il movimento curdo (e tutta la sinistra) potrebbe avere il suo punto di caduta nel caso in cui, come sembra, dovesse essere emessa un’amnistia parziale che copra solo alcuni militanti del PKK, escludendo gli altri prigionieri politici (per non dover liberare quelli con maggior consenso popolare). Nel mentre, come detto, si attende ancora l’esecuzione delle sentenze definitive della CEDU.
In definitiva, si stanno palesando una serie di nodi non sciolti e di sfacciati tentativi di strumentalizzazione politica che stanno minando la credibilità del processo di pace. Gli atti simbolici non possono bastare.
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11/09/2025
Pacificazione alla turca: repressione dei Repubblicani e schermaglie con le FDS
È durato un tempo quasi nullo l’illusione di pacificazione interna della Turchia in seguito alla cerimonia simbolica di distruzione delle armi da parte del PKK, lo scorso luglio, e alla seguente creazione di una commissione parlamentare apposita, incaricata di discutere i passi successivi del processo di pace.
Immediatamente dopo, infatti, il focus repressivo degli apparati statali, oggi completamente allineati al governo dell'AKP dopo anni e anni di epurazioni, si è spostato sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), storico architrave laico e moderato della repubblica, fondato da Ataturk.
Già a marzo era stato arrestato il sindaco di Istanbul e candidato in pectore alle presidenziali del 2028 Ekren Imamoglu, dato come stravincente nei sondaggi. Successivamente, in estate, sono stati arrestati altri sindaci di grandi città, quali Adana, Adıyaman, Antalya, o di distretto metropolitano, quali Beyoglu, al centro di Istanbul, tutti del CHP.
Le accuse in questione, che comprendono tangenti, manipolazioni di gare d’appalto e simili, venivano mosse anche quando i sindaci erano del partito governativo AKP; ma in quei casi le indagini finivano nel nulla, nonostante che il blocco imprenditoriale attivo intorno alle istituzioni locali sia più o meno lo stesso. Nel caso di Imamoglu, poi, si aggiunge anche l’accusa più grave: sostegno al PKK.
Attualmente è in corso una nuova escalation repressiva nei confronti dei Repubblicani: un giudice civile, infatti, ha annullato per “irregolarità” il congresso locale di Istanbul del 2013, azzerandone i vertici e imponendo un nuovo comitato dei curatori, capeggiato da un esponente legato alla precedente leadership che aveva perso clamorosamente le presidenziali del 2023, tale Gürsel Tekin.
Quest’ultimo è entrato nella sede istanbuliota del partito sotto la protezione di un imponente cordone di polizia, che lo proteggeva dall’assedio dei militanti del CHP stesso e non solo.
Anche il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM) della sinistra filocurda ed altri partiti di sinistra si stanno associando alle proteste, sostenendo che è a rischio l’agibilità politica di tutti, non solo dei Repubblicani. Si segnala già qualche fermo.
In contemporanea, è in corso un altro processo civile che potrebbe invalidare l’intero congresso nazionale del 2023, estromettendo l’attuale leader Ozgur Ozel a favore di esponenti che sono in rotta con lui o che addirittura hanno nel frattempo lasciato il partito.
Ozel, intanto, ha convocato per il 21 settembre un congresso straordinario per sventare questo tentativo.
Lo scopo finale dell’intera manovra sembra essere quello di costringere l’attuale gruppo dirigente del CHP, dato come nettamente vincente alle prossime scadenze elettorali, a crearsi un nuovo partito, lasciando il prestigioso e storico brand dei Repubblicani – con il relativo imponente patrimonio di sedi e proprietà – al precedente gruppo dirigente perdente.
Ad Ozel e soci, insomma, viene riservato lo stesso calvario, fatto di cambi di denominazioni, spoliazioni e repressione, riservato gli anni scorsi alla sinistra filocurda; la quale attualmente viene vezzeggiata per ottenerne i voti in vista di possibili modifiche costituzionali e l’entrata nell’alleanza governativa, in modo da scongiurare future sconfitte. Ciò indipendentemente dall’intenzione di Erdogan, fino ad oggi sempre negata, di allungare il limite costituzionale di mandati presidenziali per potersi ricandidare anche nel 2028.
Il Partito DEM finora ha respinto queste offerte, anche perché stanno ricominciando le minacce da parte di Ankara di un’azione militare diretta nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (FDS), a guida curda, se queste non s’integreranno nell’esercito centrale di Hayat Tahrir al-Aham, non rinunceranno alle loro ambizioni federaliste e non espelleranno i loro miliziani non siriani.
In occasione di una ricorrenza ottomana, il Presidente Erdogan ha affermato: “Se la spada esce dal fodero, non ci sarà spazio per la penna e la parola... Come tutti i popoli fratelli in Siria, la sicurezza, la pace e il benessere dei curdi sono garantiti in Turchia. Chi si volgerà verso Ankara e Damasco vincerà. Chi rispetterà la legge della fratellanza e del buon vicinato vincerà. Chi perderà la strada e cercherà nuovi protettori stranieri alla fine perderà”.
Questo riferimento ai protettori stranieri riguarda i tanto discussi progetti sionisti di istituire il cosiddetto “corridoio di Davide” – dalle aree druse del sud della Siria fino al confine con l’Iraq, attraverso le aree controllate dalle FDS – nonché alcune mosse statunitensi delle ultime settimane che sembrano indicare un rafforzato sostegno alle forze curde, contraddicendo i propositi successivi all’incontro fra Trump e Al-Golani.
Il Pentagono, infatti, ha fatto uscire un documento in cui sottolinea la permanente forte influenza di organizzazioni terroristiche sulle nuove autorità di Damasco, che avrebbe determinato un rafforzamento delle stesse FDS; successivamente, l’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, nonostante sia ambasciatore ad Ankara ed abbia interessi immobiliari personali in Turchia, si è espresso a favore di un ordinamento decentralizzato della Siria, che consenta una relativa autonomia alle regioni curda e drusa, in contrapposizione alla centralizzazione che la Turchia vorrebbe imporre.
Inoltre, si sta incrementando la cooperazione militare fra FDS e contingente americano, specie nell’ambito di azioni militari contro le cellule dell’Isis presenti nei campi profughi o di prigionia in cui sono stipati i miliziani islamisti e le loro famiglie.
Tali campi sarebbero dovuti passare, nelle intenzioni di Ankara, sotto il controllo di Damasco, eliminando il pretesto principale utilizzato da Washington per rinnovare all’infinito la presenza militare USA a sostegno delle milizie curde.
Questi atti sono visti da Ankara come un modo più o meno deliberato per far deragliare il processo di pace interno con il PKK, basato, secondo le parole dello stesso Ocalan, su disarmo e integrazione.
Il permanere dell’appoggio USA nei confronti delle milizie siriane legate al PKK, infatti, offrirebbe ai miliziani curdi la possibilità di un “rebranding” sotto le FDS o altre sigle, in alternativa al disarmo effettivo, e alimenterebbe le ambizioni di costruire un’area autonoma “come il Rojava” anche in Turchia. Cosa già accaduta quando fallì il processo di pace del 2015, per altro.
Il contesto di guerra totale regionale, che il regime sionista continua ad espandere, ha ora colpito anche il Qatar, l’alleato geopolitico più vicino al progetto neo-ottomano di Erdogan, dalle cosiddette “primavere arabe” in poi.
Ciò apre ad un duplice e contraddittorio scenario: per un verso potrebbe verificarsi una spinta ad un compattamento interno, dando impulso al processo di pace con il PKK, per un altro potrebbero crearsi ulteriori divaricazioni con le componenti politiche interne più allineate agli USA (di cui il CHP è capofila), nonché con le Ypg in Siria, fino a dar luogo ad una nuova invasione turca nelle aree controllate dai curdi siriani.
In tal senso è da capire, ora, se verrà consentito ad Ocalan di incontrare i dirigenti delle FDS e la commissione parlamentare turca sul disarmo del PKK.
Le parole del leader curdo potrebbero aiutare a contemperare l’esigenza dei curdi siriani di non disarmarsi al cospetto dei tagliagole istallati a Damasco con le preoccupazioni turche circa l’utilizzo della carta curda a scopo di frammentazione interna e dell’intera regione.
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Immediatamente dopo, infatti, il focus repressivo degli apparati statali, oggi completamente allineati al governo dell'AKP dopo anni e anni di epurazioni, si è spostato sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), storico architrave laico e moderato della repubblica, fondato da Ataturk.
Già a marzo era stato arrestato il sindaco di Istanbul e candidato in pectore alle presidenziali del 2028 Ekren Imamoglu, dato come stravincente nei sondaggi. Successivamente, in estate, sono stati arrestati altri sindaci di grandi città, quali Adana, Adıyaman, Antalya, o di distretto metropolitano, quali Beyoglu, al centro di Istanbul, tutti del CHP.
Le accuse in questione, che comprendono tangenti, manipolazioni di gare d’appalto e simili, venivano mosse anche quando i sindaci erano del partito governativo AKP; ma in quei casi le indagini finivano nel nulla, nonostante che il blocco imprenditoriale attivo intorno alle istituzioni locali sia più o meno lo stesso. Nel caso di Imamoglu, poi, si aggiunge anche l’accusa più grave: sostegno al PKK.
Attualmente è in corso una nuova escalation repressiva nei confronti dei Repubblicani: un giudice civile, infatti, ha annullato per “irregolarità” il congresso locale di Istanbul del 2013, azzerandone i vertici e imponendo un nuovo comitato dei curatori, capeggiato da un esponente legato alla precedente leadership che aveva perso clamorosamente le presidenziali del 2023, tale Gürsel Tekin.
Quest’ultimo è entrato nella sede istanbuliota del partito sotto la protezione di un imponente cordone di polizia, che lo proteggeva dall’assedio dei militanti del CHP stesso e non solo.
Anche il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM) della sinistra filocurda ed altri partiti di sinistra si stanno associando alle proteste, sostenendo che è a rischio l’agibilità politica di tutti, non solo dei Repubblicani. Si segnala già qualche fermo.
In contemporanea, è in corso un altro processo civile che potrebbe invalidare l’intero congresso nazionale del 2023, estromettendo l’attuale leader Ozgur Ozel a favore di esponenti che sono in rotta con lui o che addirittura hanno nel frattempo lasciato il partito.
Ozel, intanto, ha convocato per il 21 settembre un congresso straordinario per sventare questo tentativo.
Lo scopo finale dell’intera manovra sembra essere quello di costringere l’attuale gruppo dirigente del CHP, dato come nettamente vincente alle prossime scadenze elettorali, a crearsi un nuovo partito, lasciando il prestigioso e storico brand dei Repubblicani – con il relativo imponente patrimonio di sedi e proprietà – al precedente gruppo dirigente perdente.
Ad Ozel e soci, insomma, viene riservato lo stesso calvario, fatto di cambi di denominazioni, spoliazioni e repressione, riservato gli anni scorsi alla sinistra filocurda; la quale attualmente viene vezzeggiata per ottenerne i voti in vista di possibili modifiche costituzionali e l’entrata nell’alleanza governativa, in modo da scongiurare future sconfitte. Ciò indipendentemente dall’intenzione di Erdogan, fino ad oggi sempre negata, di allungare il limite costituzionale di mandati presidenziali per potersi ricandidare anche nel 2028.
Il Partito DEM finora ha respinto queste offerte, anche perché stanno ricominciando le minacce da parte di Ankara di un’azione militare diretta nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (FDS), a guida curda, se queste non s’integreranno nell’esercito centrale di Hayat Tahrir al-Aham, non rinunceranno alle loro ambizioni federaliste e non espelleranno i loro miliziani non siriani.
In occasione di una ricorrenza ottomana, il Presidente Erdogan ha affermato: “Se la spada esce dal fodero, non ci sarà spazio per la penna e la parola... Come tutti i popoli fratelli in Siria, la sicurezza, la pace e il benessere dei curdi sono garantiti in Turchia. Chi si volgerà verso Ankara e Damasco vincerà. Chi rispetterà la legge della fratellanza e del buon vicinato vincerà. Chi perderà la strada e cercherà nuovi protettori stranieri alla fine perderà”.
Questo riferimento ai protettori stranieri riguarda i tanto discussi progetti sionisti di istituire il cosiddetto “corridoio di Davide” – dalle aree druse del sud della Siria fino al confine con l’Iraq, attraverso le aree controllate dalle FDS – nonché alcune mosse statunitensi delle ultime settimane che sembrano indicare un rafforzato sostegno alle forze curde, contraddicendo i propositi successivi all’incontro fra Trump e Al-Golani.
Il Pentagono, infatti, ha fatto uscire un documento in cui sottolinea la permanente forte influenza di organizzazioni terroristiche sulle nuove autorità di Damasco, che avrebbe determinato un rafforzamento delle stesse FDS; successivamente, l’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, nonostante sia ambasciatore ad Ankara ed abbia interessi immobiliari personali in Turchia, si è espresso a favore di un ordinamento decentralizzato della Siria, che consenta una relativa autonomia alle regioni curda e drusa, in contrapposizione alla centralizzazione che la Turchia vorrebbe imporre.
Inoltre, si sta incrementando la cooperazione militare fra FDS e contingente americano, specie nell’ambito di azioni militari contro le cellule dell’Isis presenti nei campi profughi o di prigionia in cui sono stipati i miliziani islamisti e le loro famiglie.
Tali campi sarebbero dovuti passare, nelle intenzioni di Ankara, sotto il controllo di Damasco, eliminando il pretesto principale utilizzato da Washington per rinnovare all’infinito la presenza militare USA a sostegno delle milizie curde.
Questi atti sono visti da Ankara come un modo più o meno deliberato per far deragliare il processo di pace interno con il PKK, basato, secondo le parole dello stesso Ocalan, su disarmo e integrazione.
Il permanere dell’appoggio USA nei confronti delle milizie siriane legate al PKK, infatti, offrirebbe ai miliziani curdi la possibilità di un “rebranding” sotto le FDS o altre sigle, in alternativa al disarmo effettivo, e alimenterebbe le ambizioni di costruire un’area autonoma “come il Rojava” anche in Turchia. Cosa già accaduta quando fallì il processo di pace del 2015, per altro.
Il contesto di guerra totale regionale, che il regime sionista continua ad espandere, ha ora colpito anche il Qatar, l’alleato geopolitico più vicino al progetto neo-ottomano di Erdogan, dalle cosiddette “primavere arabe” in poi.
Ciò apre ad un duplice e contraddittorio scenario: per un verso potrebbe verificarsi una spinta ad un compattamento interno, dando impulso al processo di pace con il PKK, per un altro potrebbero crearsi ulteriori divaricazioni con le componenti politiche interne più allineate agli USA (di cui il CHP è capofila), nonché con le Ypg in Siria, fino a dar luogo ad una nuova invasione turca nelle aree controllate dai curdi siriani.
In tal senso è da capire, ora, se verrà consentito ad Ocalan di incontrare i dirigenti delle FDS e la commissione parlamentare turca sul disarmo del PKK.
Le parole del leader curdo potrebbero aiutare a contemperare l’esigenza dei curdi siriani di non disarmarsi al cospetto dei tagliagole istallati a Damasco con le preoccupazioni turche circa l’utilizzo della carta curda a scopo di frammentazione interna e dell’intera regione.
Fonte
10/07/2025
La svolta storica di Ocalan
Ocalan chiama all’integrazione della lotta curda nella politica turca
Il 9 luglio è stata rilasciata una dichiarazione video[1] definita storica da parte del leader curdo Abdullah Öcalan, che, esprimendosi in lingua turca, ribadisce ed approfondisce l’invito allo scioglimento del PKK da lui formulato a febbraio.
Sostanzialmente, Apo invita ad implementare il disarmo dell’organizzazione combattente curda rapidamente, a prescindere dalla sua stessa liberazione, che era stata posta dal Congresso del PKK come condizione necessaria. Inoltre, ribadisce che il futuro del movimento di liberazione curdo risiede nell’integrazione con lo stato turco ed i suoi meccanismi, principalmente quelli parlamentari: non vi è più traccia di rivendicazioni federaliste o simili.
Questa svolta è motivata dalla fine delle politiche assimilazioniste da parte dello stato, avvenuto proprio grazie alla lotta del PKK. In tal senso, Öcalan annuncia di aver preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che dovrebbe costituire un’ulteriore svolta teorica.
Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi una cerimonia simbolica nel Kurdistan Iracheno, in cui alcune decine di miliziani del PKK verranno ripresi mentre si disferanno delle armi.
Questa dichiarazione va ad aggiungersi ai verbali dei colloqui fra lo stesso Öcalan e una delegazione del Partito DEM intercettati dal Middle East Eye[2] e ad una lettera dal carcere[3] scritta dall’altro detenuto eccellente, Selahattin Demirtaş; tali documenti propongono una svolta integrazionista della lotta di liberazione curda (per quanto riguarda, ovviamente, il cosiddetto “Bakur”, Nord Kurdistan) nello stato turco in chiave “frontista”, per contrapporsi alla guerra imperialista e all’espansionismo sionista nella regione, che prima o poi rischiano d’investire anche la Turchia.
Ancora non è stata espressa una chiara posizione rispetto alla strategia delle organizzazioni curde dei paesi circostanti che dichiarano di essere fedeli a Öcalan. Vi è, come noto, la macro-questione della regione Autonoma del Nord-Est della Siria, che potrebbe influenzare in maniera negativa l’esito del processo politico in Turchia, in quanto è vista da Ankara come un semi-stato controllato da milizie considerate emanazione del PKK. La Turchia ne reclama, pertanto, lo scioglimento.
In generale, le posizioni di Öcalan e Demirtaş potrebbero rivelarsi non facilmente digeribili per alcune organizzazioni e milizie che da tempo adottano la linea di allearsi con chiunque le appoggi nel loro tentativo di guadagnare il controllo di aree autonome, o prometta di farlo. Già piovono accuse di complicità con il “carnefice turco” da parte delle ali più nazionaliste del movimento curdo.
Di seguito la comunicazione integrale di Ocalan.
Il 9 luglio è stata rilasciata una dichiarazione video[1] definita storica da parte del leader curdo Abdullah Öcalan, che, esprimendosi in lingua turca, ribadisce ed approfondisce l’invito allo scioglimento del PKK da lui formulato a febbraio.
Sostanzialmente, Apo invita ad implementare il disarmo dell’organizzazione combattente curda rapidamente, a prescindere dalla sua stessa liberazione, che era stata posta dal Congresso del PKK come condizione necessaria. Inoltre, ribadisce che il futuro del movimento di liberazione curdo risiede nell’integrazione con lo stato turco ed i suoi meccanismi, principalmente quelli parlamentari: non vi è più traccia di rivendicazioni federaliste o simili.
Questa svolta è motivata dalla fine delle politiche assimilazioniste da parte dello stato, avvenuto proprio grazie alla lotta del PKK. In tal senso, Öcalan annuncia di aver preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che dovrebbe costituire un’ulteriore svolta teorica.
Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi una cerimonia simbolica nel Kurdistan Iracheno, in cui alcune decine di miliziani del PKK verranno ripresi mentre si disferanno delle armi.
Questa dichiarazione va ad aggiungersi ai verbali dei colloqui fra lo stesso Öcalan e una delegazione del Partito DEM intercettati dal Middle East Eye[2] e ad una lettera dal carcere[3] scritta dall’altro detenuto eccellente, Selahattin Demirtaş; tali documenti propongono una svolta integrazionista della lotta di liberazione curda (per quanto riguarda, ovviamente, il cosiddetto “Bakur”, Nord Kurdistan) nello stato turco in chiave “frontista”, per contrapporsi alla guerra imperialista e all’espansionismo sionista nella regione, che prima o poi rischiano d’investire anche la Turchia.
Ancora non è stata espressa una chiara posizione rispetto alla strategia delle organizzazioni curde dei paesi circostanti che dichiarano di essere fedeli a Öcalan. Vi è, come noto, la macro-questione della regione Autonoma del Nord-Est della Siria, che potrebbe influenzare in maniera negativa l’esito del processo politico in Turchia, in quanto è vista da Ankara come un semi-stato controllato da milizie considerate emanazione del PKK. La Turchia ne reclama, pertanto, lo scioglimento.
In generale, le posizioni di Öcalan e Demirtaş potrebbero rivelarsi non facilmente digeribili per alcune organizzazioni e milizie che da tempo adottano la linea di allearsi con chiunque le appoggi nel loro tentativo di guadagnare il controllo di aree autonome, o prometta di farlo. Già piovono accuse di complicità con il “carnefice turco” da parte delle ali più nazionaliste del movimento curdo.
Di seguito la comunicazione integrale di Ocalan.
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Cari compagni,
Eticamente, mi sento in dovere di fornire, attraverso una lettera esaustiva – seppur ripetitiva – risposte esplicative e creative sui problemi, le soluzioni, i livelli raggiunti e la situazione concreta del nostro Movimento di Compagni Comunisti. 1. Continuo a difendere l’appello per “Pace e Società Democratica“, [dichiarato il] 27 febbraio 2025.
2. Convocando il 12° Congresso di Scioglimento del PKK, avete fornito una risposta positiva e completa al mio appello, sostanziandolo. Attribuisco un valore storico alla vostra risposta.
3. Il punto raggiunto è di grande valore e storicamente significativo. L’impegno dei compagni che hanno contribuito a questa comunicazione è altrettanto prezioso e lodevole.
4. Come risultato di questo processo, ho preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che deve essere considerato una trasformazione storica. Questo Manifesto possiede le caratteristiche necessarie per sostituire con successo il Manifesto “La Via verso la Rivoluzione del Kurdistan”, risalente a 50 anni fa. Credo che esso abbia un valore storico e sociale non solo per la società curda storica, ma anche per la società regionale e globale. Non ho dubbi che costituisca un esempio riuscito della tradizione del manifesto storico.
5. Devo affermare chiaramente che tutti questi sviluppi sono il risultato degli incontri che ho tenuto a Imrali. È stata posta grande attenzione affinché questi incontri si svolgessero sulla base della libera volontà.
6. Il livello raggiunto richiede di passare alla pratica con nuovi passi. La natura dei progressi che si faranno dipende inevitabilmente dalla corretta valutazione della natura storica di questa fase e dal grado di adesione a ciò che essa necessita.
a. Il movimento del PKK e la sua “Strategia di Liberazione Nazionale”, emersa come reazione alla negazione dell’esistenza [dei curdi] e quindi volta a creare uno stato separato, si sono sciolti. L’esistenza [dei curdi] è stata riconosciuta; pertanto, l’obiettivo fondamentale è stato raggiunto. In questo senso, ha fatto il suo tempo. Tutto quanto accaduto dopo [che l’esistenza dei curdi è stata riconosciuta] è stato vi sto come ripetitivo e come una situazione di stallo. Ciò costituirà la base per una critica e un’autocritica complete.
b. La politica non conosce vuoti; pertanto, il vuoto deve essere riempito con il programma della “Società Democratica”, dalla strategia della “Politica Democratica” e dal “diritto olistico” come sua tattica fondamentale. Stiamo parlando di un processo storico.
c. Il processo complessivo di disarmo volontario e la commissione parlamentare che si prevede di istituire per legge e autorizzata dalla Grande Assemblea Nazionale Turca sono cruciali. Attenzione e sensibilità sono essenziali nell’intraprendere questi passi, senza cadere nella sterile logica del “prima tu” o “prima io”. So che i passi intrapresi non saranno vani. Vedo e confido nella sincerità.
d. Pertanto, sono in atto sforzi per fare progressi attraverso l’adozione di misure più concrete. Ecco le principali tesi che propongo:
1) Raggiungere l’obiettivo della Pace e di una Società Democratica è possibile attraverso una prospettiva integrazionista positiva, in cui ognuno faccia la propria parte. La conclusione che ne deriva è che il PKK ha abbandonato il suo obiettivo di Stato-nazione e, abbandonando questo obiettivo fondamentale, ha anche abbandonato la sua strategia fondamentale, ovvero la guerra, ponendo fine alla sua esistenza. Questi punti storici attendono di essere approfonditi ulteriormente.
2) Dovreste accettare con serenità che la vostra garanzia di deporre le armi, di fronte alla testimonianza del pubblico e degli ambienti interessati, non solo avvantaggerebbe la TBMM [Grande Assemblea Nazionale Turca] e la Commissione, ma rassicurerebbe anche l’opinione pubblica e onorerebbe le nostre promesse. L’istituzione di un meccanismo per la deposizione delle armi farà progredire il processo. Si tratta di una transizione volontaria dalla fase della Lotta Armata alla fase della Politica e del Diritto Democratici. Questa non è una perdita, ma deve essere considerata una conquista storica. I dettagli della deposizione delle armi saranno specificati e attuati rapidamente.
3) Il DEM [Partito], che è sotto l’egida del parlamento, farà la sua parte e collaborerà con gli altri partiti per garantire il successo del processo.
4) Nel frattempo, per quanto riguarda “La mia condizione di libertà”, che avete proposto come disposizione indispensabile nei testi di risoluzione del vostro [XII] Congresso, devo dire che non ho mai considerato la mia libertà una questione personale. Filosoficamente, la libertà dell’individuo non può essere astratta dalla [libertà della] società. La libertà dell’individuo è la misura della libertà della società, e la libertà della società è la misura della libertà dell’individuo. Questa tendenza deve essere rispettata.
Non credo nelle armi, ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio.
Gli ultimi sviluppi nella regione hanno chiaramente dimostrato l’importanza e l’urgenza di questo passo storico.
Desidero dichiarare che attendo con ansia di ricevere ogni tipo di critica, suggerimento e contributo che possiate fornire in merito a questo processo.
Affermo, con ambizione e veemenza, che queste discussioni ci porteranno, noi forze della Modernità Democratica, verso un nuovo programma teorico, verso una nuova fase strategica e tattica a livello nazionale, regionale e globale, ed esprimo il mio ottimismo e la mia disponibilità per gli sforzi preparatori.
Affrontiamo il periodo a venire in linea con il mio appello, le decisioni del congresso, le opinioni e i suggerimenti che ho espresso in questo articolo e progrediamo sulla base del successo.
Cordiali saluti da compagni.
Auguri
Abdullah Öcalan
19 giugno 2025
Note
1) https://firatnews.com/guncel/Onder-apo-dan-tarihi-cagri-214619
2) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/07/07/ocalan-il-movimento-di-liberazione-curdo-non-si-faccia-usare-da-israele-0184770
3) https://x.com/hdpdemirtas/status/1934923066003607614/photo/1
Fonte
07/07/2025
“Il movimento di liberazione curdo non si faccia usare da Israele”
Riportiamo un articolo della testata Middle East Eye, che sostiene di aver intercettato alcuni documenti relativi alle comunicazioni fra Ocalan e gli esponenti del Partito della sinistra turca incaricato di mediare nell’ambito del processo di pace fra stato turco e PKK. Il Middle East Eye è tradizionalmente vicino alla linea politica di Turchia e Qatar; quindi, è verosimile che le sue fonti in materia di comunicazioni segrete siano di prima mano, ancorché mosse da interessi ben determinati.
Ne vien fuori che il leader curdo incarcerato stia cercando di limitare la forte influenza che il blocco statunitense-sionista attualmente esercita nei confronti del movimento di liberazione curdo: la guerra totale per ristabilire i rapporti di forza nell’area, infatti, minaccia chiunque, anche la Turchia.
Ne vien fuori che il leader curdo incarcerato stia cercando di limitare la forte influenza che il blocco statunitense-sionista attualmente esercita nei confronti del movimento di liberazione curdo: la guerra totale per ristabilire i rapporti di forza nell’area, infatti, minaccia chiunque, anche la Turchia.
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Abdullah Öcalan del PKK: “Nessuna supremazia israeliana attraverso i curdi”
Abdullah Öcalan del PKK: “Nessuna supremazia israeliana attraverso i curdi”
In alcune note trapelate, Öcalan si presenta come il leader curdo in grado di fermare le ambizioni regionali di Israele.
Da quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Iran lo scorso anno, la Turchia ha trovato un alleato inaspettato: Abdullah Öcalan, il leader incarcerato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
Per mesi, fonti interne ad Ankara hanno attribuito l’apertura del governo turco al PKK e ad altri partiti curdi come parte della sua strategia per impedire al gruppo armato di diventare un proxy o un’arma di pressione contro la Turchia, nel contesto della rivalità regionale tra Iran e Israele.
La Turchia è da tempo preoccupata per i tentativi iraniani di utilizzare il PKK contro Ankara, ma la crescente influenza di Israele nella regione e le relazioni sempre più tese hanno anche sollevato il timore che il PKK possa trovare un altro partner sul campo.
Tuttavia, il documento relativo ad una riunione trapelato e visionato da Middle East Eye indica che Öcalan, il quale ha guidato la lotta armata contro la Turchia per quasi 40 anni, è fermamente contrario a qualsiasi potenziale predominio regionale da parte di Israele.
Il verbale, che descrive in dettaglio un incontro tra Öcalan e una delegazione del Partito Democratico filo-curdo del 21 aprile, registra le preoccupazioni del leader del PKK sulla possibile “Gaza-izzazione” della regione, termine che usa per descrivere la volontà di Israele di attaccare i paesi vicini a piacimento, portando potenzialmente alla loro divisione.
“Israele ha questo obiettivo da 30 anni. Per tre decenni, Israele ci ha segretamente promesso uno Stato”, ha dichiarato Öcalan durante l’incontro, secondo il documento.
Ha aggiunto che Israele stava usando i media per incoraggiare i curdi a fondare uno stato indipendente. “Qualsiasi attore regionale riesca ad allineare i Curdi con i propri interessi otterrà il predominio in Medio Oriente”, ha detto. “Se ne sono resi conto prima di me”.
“Gaza-izzazione” della regione
La posizione antisraeliana di Öcalan è ben nota, poiché il suo gruppo aveva sede nella valle della Bekaa negli anni ’80, dove collaborava con i gruppi del movimento di liberazione palestinese di sinistra. Nel documento, Öcalan si presenta come il leader che potrebbe impedire a Israele di diventare la potenza egemonica in Medio Oriente.
“I continui andirivieni tra Netanyahu e Trump ruotano attorno a questo. È una strategia in cinque fasi. Le prime tre – Gaza, Libano, Siria – sono state completate. Ne rimangono solo due: Iran e Turchia”, ha affermato.
“L’obiettivo è rendere Israele come forza dominante che plasma la strategia mediorientale”.
Öcalan ha aggiunto che i Curdi sono una parte essenziale di questa strategia, ed egli stesso è l’unica persona in grado di impedire che la branca siriana del PKK, le Forze Democratiche Siriane (SDF), o il suo quartier generale, cadano sotto l’influenza dell’Iran o di Israele.
Ha anche descritto uno scambio di messaggi con l’allora Ministro degli Esteri israeliano Yitzhak Shamir nel 1982, quando Öcalan era di stanza a Damasco sotto la protezione del presidente siriano Hafez al-Assad.
“Mi dissero di lasciare Damasco, che mi avrebbero dato tutto ciò che volevo”, ha dichiarato, secondo il documento.
“Dicevano che ero una grave minaccia per la sicurezza di Israele. Fu forse il Ministro degli Esteri di allora, Shamir – Yitzhak Shamir? – nel 1982, a chiedermi: Cosa volete da noi? Perché state usando questi giovani contro di noi?”.
Diversi governi israeliani hanno offerto sostegno politico e militare alla Turchia negli anni ’90, stringendo una salda alleanza con i generali laicisti dell’epoca.
Ma sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdogan, le relazioni si sono deteriorate e Ankara ha occasionalmente accusato Israele di sostenere indirettamente il PKK.
Dividere la Siria
Le relazioni hanno toccato il fondo dopo la guerra a Gaza, e le dichiarazioni ufficiali israeliane riguardo “ai Curdi”, in particolare riguardo ai gruppi legati al PKK in Siria, sono da allora cambiate.
A novembre, il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha apertamente chiesto relazioni più strette tra Israele e le comunità curde, affermando che il suo Paese avrebbe dovuto rivolgersi ai Curdi e ad altre minoranze regionali che sono alleati “naturali”.
Öcalan ha affermato che l’agenzia di intelligence israeliana Mossad lo aveva contattato anche a Mosca, dove si era rifugiato dalle autorità turche nel 1998, dicendogli che avrebbero potuto nasconderlo anche in Russia.
“È in atto un piano per trasformare la regione da Sulaymaniyah ad Afrin in un’altra Gaza”, ha detto Öcalan, “Israele ha preparato tutto il terreno per questo”.
Dopo la caduta di Assad a dicembre, l’agenzia di stampa israeliana Kann ha riportato diversi abboccamenti tra Israele e le Forze Democratiche Siriane (SDF), un gruppo armato sostenuto dagli Stati Uniti e guidato da ramificazioni del PKK.
MEE ha riferito a dicembre che Israele stava pianificando di dividere la Siria in quattro regioni, tra cui una per i Drusi e una per i Curdi, per mantenere il vicino debole e diviso. Il piano ha fatto infuriare la Turchia.
Öcalan ha aggiunto che la guerra di Israele contro Gaza sia già finita e ora Israele sta cercando di trascinare i Curdi in un conflitto a tutto campo contro la Turchia – “nell’ambito di questo processo di Gaza-izzazione”, ha detto.
A febbraio, Öcalan ha chiesto lo scioglimento del PKK. La leadership del PKK, dopo aver tenuto un congresso a maggio, ha dichiarato che si sarebbe sciolta e avrebbe posto fine alla lotta armata.
Tuttavia, Ankara non ha ancora ricevuto alcuna prova che indichi che il PKK sia effettivamente in procinto di scioglimento.
Öcalan sostiene che la Turchia stia entrando in un importante processo di democratizzazione attraverso i negoziati con il movimento politico curdo.
“Il vantaggio strategico per noi si sta spostando verso la Turchia; solo un bambino non lo capirebbe”, ha affermato, “Dovremmo consegnare questo vantaggio a Israele?”
Fonte
02/03/2025
PKK - “Sì al processo di pace, ma con Apo libero per guidarlo”
«Dichiariamo un cessate il fuoco in vigore da oggi per aprire la strada all’attuazione dell’appello del leader Apo per la pace e una società democratica. Nessuna delle nostre forze intraprenderà azioni armate a meno che non venga attaccata».
L’attesa risposta del PKK all’appello di Ocalan dal carcere è arrivata ieri. Il comunicato rende noto che il PKK cessa unilateralmente il fuoco contro le forze turche fino al “Congresso” che dovrà decidere se e come sciogliere le formazioni armate (da tempo arroccate nelle montagne di Qandil) e avviarsi su un complicato percorso politico che dipenderà, com’è naturale, dall’atteggiamento del governo turco, che fin qui ha gestito la parte di Kurdistan sotto il suo controllo come un’occupazione militare.
Per un’organizzazione che da oltre 40 anni conduce uno scontro durissimo con i diversi – ma non troppo – governi di Ankara si tratta di una decisione strategica di importanza storica, necessariamente molto sofferta.
Da parte nostra non possiamo che rispettare, come per ogni altro movimento di resistenza popolare, le decisioni che verranno prese. Uno dei princìpi cardine dell’internazionalismo solidale è che nessun partito o organizzazione può pretendere di dire ad un altro popolo come deve condurre la propria lotta di liberazione. Specie se, aggiungiamo noi, i “consigli” provengono da paesi – e partiti, organizzazioni, movimenti, ecc. – piuttosto indietro come capacità di cambiamento sociale (è il caso dell’Italia e di molti altri paesi europei).
La risposta positiva del PKK, peraltro, non ha affatto i toni di una “resa” – come pure è stata raccontata sui media occidentali – perché contiene una condizione precisa: «Siamo pronti a convocare il congresso come desidera il leader Apo. Tuttavia, affinché ciò accada, è necessario creare un ambiente di sicurezza adeguato e il leader Apo deve guidare e gestire personalmente il congresso affinché abbia successo».
Fin qui, com’è noto, Ocalan è stato rinchiuso all’interno del carcere sull’isola di Imrali, in condizioni di isolamento decisamente dure, e solo negli ultimi tempi c’è stato un allentamento delle restrizioni tale da consentire colloqui con alcuni parlamentari dell’opposizione considerati vicini ai curdi.
Ma è chiaro che un vero “processo di pace” non può essere sviluppato con il capo-negoziatore rinchiuso in una prigione. Non sarà facile neanche una liberazione a tutti gli effetti, viste le caratteristiche del regime di Erdogan, e quindi quella formula certamente vaga – “è necessario creare un ambiente di sicurezza adeguato” – sta ad indicare che il primo passo del negoziato riguarderà proprio le condizioni in cui la trattativa dovrà svolgersi.
In pratica il cessate il fuoco unilaterale da parte del PKK sta ad indicare una disponibilità a discutere dello scioglimento, non avvia l’abbandono immediato delle armi.
Non si tratta di un modo per prendere tempo. Il PKK indica, o propone, due date simbolicamente importanti per avviare il processo di trattativa. L’8 marzo, giornata internazionale delle donne, in coerenza piena con il ruolo che hanno all’interno del popolo curdo e dell’organizzazione anche militare del . Oppure il 21 marzo, il Newroz, il capodanno per molti popoli della regione, da sempre centrale nella cultura curda e nella stessa lotta di liberazione.
Di fatto si vuole andare a verificare subito se, da parte turca, si sta facendo sul serio nel percorso di “pacificazione” oppure no.
Se infatti dentro i confini turchi sembra esistere una larga disponibilità politica al “dialogo” – la proposta era stata lanciata addirittura da Bahceli, leader del partito di estrema destra MHP – nella Siria ora guidata dall’ex qaedista Al Jolani le milizie islamiste guidate da Ankara appaiono decise a proseguire la guerra contro i curdi nel Rojava e nelle altre aree sotto il loro storico controllo.
Mazloum Abdi, leader delle FDS, ha dichiarato esplicitamente che, “pur accogliendo positivamente l’appello di Apo”, lo scioglimento dell’ala armata del PKK non significa lo smantellamento delle difese curde lungo l’Eufrate, che avrebbe per conseguenza la resa agli ascari arabo-siriani alleati della Turchia riuniti sotto le insegne dell’Esercito nazionale siriano.
Le FDS curdo-siriane si dicono favorevoli a un paese unito, ma chiedono di mantenere gli ampi margini di autonomia politica, energetica e culturale conquistati sin dal 2012 e difesi aspramente durante la guerra contro l’Isis dal 2014 al 2019.
In Siria appare insomma determinante capire se il prospettato ritiro delle truppe statunitensi aprirà oppure no un margine di operatività maggiore per le milizie islamiste anti-curde. Ed è chiaro che non si può chiedere il disarmo unilaterale a chi si trova davanti a un nemico determinato ad attaccare.
Vedremo rapidamente, comunque, gli sviluppi della situazione, anche se il processo di pacificazione – inevitabilmente – sarà abbastanza lungo e complesso. Non si esce da 40 anni di guerra con una firma su un pezzo di carta...
Fonte
L’attesa risposta del PKK all’appello di Ocalan dal carcere è arrivata ieri. Il comunicato rende noto che il PKK cessa unilateralmente il fuoco contro le forze turche fino al “Congresso” che dovrà decidere se e come sciogliere le formazioni armate (da tempo arroccate nelle montagne di Qandil) e avviarsi su un complicato percorso politico che dipenderà, com’è naturale, dall’atteggiamento del governo turco, che fin qui ha gestito la parte di Kurdistan sotto il suo controllo come un’occupazione militare.
Per un’organizzazione che da oltre 40 anni conduce uno scontro durissimo con i diversi – ma non troppo – governi di Ankara si tratta di una decisione strategica di importanza storica, necessariamente molto sofferta.
Da parte nostra non possiamo che rispettare, come per ogni altro movimento di resistenza popolare, le decisioni che verranno prese. Uno dei princìpi cardine dell’internazionalismo solidale è che nessun partito o organizzazione può pretendere di dire ad un altro popolo come deve condurre la propria lotta di liberazione. Specie se, aggiungiamo noi, i “consigli” provengono da paesi – e partiti, organizzazioni, movimenti, ecc. – piuttosto indietro come capacità di cambiamento sociale (è il caso dell’Italia e di molti altri paesi europei).
La risposta positiva del PKK, peraltro, non ha affatto i toni di una “resa” – come pure è stata raccontata sui media occidentali – perché contiene una condizione precisa: «Siamo pronti a convocare il congresso come desidera il leader Apo. Tuttavia, affinché ciò accada, è necessario creare un ambiente di sicurezza adeguato e il leader Apo deve guidare e gestire personalmente il congresso affinché abbia successo».
Fin qui, com’è noto, Ocalan è stato rinchiuso all’interno del carcere sull’isola di Imrali, in condizioni di isolamento decisamente dure, e solo negli ultimi tempi c’è stato un allentamento delle restrizioni tale da consentire colloqui con alcuni parlamentari dell’opposizione considerati vicini ai curdi.
Ma è chiaro che un vero “processo di pace” non può essere sviluppato con il capo-negoziatore rinchiuso in una prigione. Non sarà facile neanche una liberazione a tutti gli effetti, viste le caratteristiche del regime di Erdogan, e quindi quella formula certamente vaga – “è necessario creare un ambiente di sicurezza adeguato” – sta ad indicare che il primo passo del negoziato riguarderà proprio le condizioni in cui la trattativa dovrà svolgersi.
In pratica il cessate il fuoco unilaterale da parte del PKK sta ad indicare una disponibilità a discutere dello scioglimento, non avvia l’abbandono immediato delle armi.
Non si tratta di un modo per prendere tempo. Il PKK indica, o propone, due date simbolicamente importanti per avviare il processo di trattativa. L’8 marzo, giornata internazionale delle donne, in coerenza piena con il ruolo che hanno all’interno del popolo curdo e dell’organizzazione anche militare del . Oppure il 21 marzo, il Newroz, il capodanno per molti popoli della regione, da sempre centrale nella cultura curda e nella stessa lotta di liberazione.
Di fatto si vuole andare a verificare subito se, da parte turca, si sta facendo sul serio nel percorso di “pacificazione” oppure no.
Se infatti dentro i confini turchi sembra esistere una larga disponibilità politica al “dialogo” – la proposta era stata lanciata addirittura da Bahceli, leader del partito di estrema destra MHP – nella Siria ora guidata dall’ex qaedista Al Jolani le milizie islamiste guidate da Ankara appaiono decise a proseguire la guerra contro i curdi nel Rojava e nelle altre aree sotto il loro storico controllo.
Mazloum Abdi, leader delle FDS, ha dichiarato esplicitamente che, “pur accogliendo positivamente l’appello di Apo”, lo scioglimento dell’ala armata del PKK non significa lo smantellamento delle difese curde lungo l’Eufrate, che avrebbe per conseguenza la resa agli ascari arabo-siriani alleati della Turchia riuniti sotto le insegne dell’Esercito nazionale siriano.
Le FDS curdo-siriane si dicono favorevoli a un paese unito, ma chiedono di mantenere gli ampi margini di autonomia politica, energetica e culturale conquistati sin dal 2012 e difesi aspramente durante la guerra contro l’Isis dal 2014 al 2019.
In Siria appare insomma determinante capire se il prospettato ritiro delle truppe statunitensi aprirà oppure no un margine di operatività maggiore per le milizie islamiste anti-curde. Ed è chiaro che non si può chiedere il disarmo unilaterale a chi si trova davanti a un nemico determinato ad attaccare.
Vedremo rapidamente, comunque, gli sviluppi della situazione, anche se il processo di pacificazione – inevitabilmente – sarà abbastanza lungo e complesso. Non si esce da 40 anni di guerra con una firma su un pezzo di carta...
Fonte
28/02/2025
Ocalan chiede lo scioglimento del PKK: una prima analisi
L’appello di Ocalan allo scioglimento unilaterale del PKK è un evento potenzialmente storico, che potrebbe influenzare gli equilibri in tutta la regione. Traduciamo l’analisi effettuata da Amberin Zaman su Al Monitor.
Per dare un po’ di contesto, Amberin Zaman è una giornalista turco–statunitense con una solida carriera alle spalle in molti giornali dell’establishment USA (The Economist, Washington Post, The Los Angeles Times) come inviata in Turchia. Ha rotto con le autorità del suo paese a partire dal 2024, man mano che si sono inaspriti i rapporti con gli USA. È sposata con un alto diplomatico americano. È fra le maggiori esperte delle questioni relative alle minoranze della Turchia.
Per evitare i soliti equivoci interessati: quanto qui di seguito scritto viene riportato per informazione, ovviamente parziale, non rappresenta “la posizione” del giornale.
Per dare un po’ di contesto, Amberin Zaman è una giornalista turco–statunitense con una solida carriera alle spalle in molti giornali dell’establishment USA (The Economist, Washington Post, The Los Angeles Times) come inviata in Turchia. Ha rotto con le autorità del suo paese a partire dal 2024, man mano che si sono inaspriti i rapporti con gli USA. È sposata con un alto diplomatico americano. È fra le maggiori esperte delle questioni relative alle minoranze della Turchia.
Per evitare i soliti equivoci interessati: quanto qui di seguito scritto viene riportato per informazione, ovviamente parziale, non rappresenta “la posizione” del giornale.
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Fine di un’era? Il leader del PKK Ocalan ordina ai militanti di porre fine alla guerra con la Turchia e di “sciogliersi”
Fine di un’era? Il leader del PKK Ocalan ordina ai militanti di porre fine alla guerra con la Turchia e di “sciogliersi”
Mentre l’appello di Ocalan solleva speranze di porre fine a decenni di conflitto con la Turchia, restano interrogativi sul futuro della politica curda in Siria e nella più ampia regione mediorientale.
In una dichiarazione ampiamente attesa che molti sperano possa preparare il terreno per porre fine a più di quattro decenni di conflitto tra Turchia e curdi, il leader curdo in prigione Abdullah Ocalan ha invitato i suoi seguaci giovedì a deporre le armi e a sciogliere l’organizzazione ribelle.
“Sto lanciando un appello per la deposizione delle armi e mi assumo la responsabilità storica di questo appello”, ha affermato Ocalan nelle sue osservazioni trasmesse in una conferenza stampa a Istanbul. “Tutti i gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi”, dopo aver convocato un congresso a tal fine.
Il capo ribelle 74enne non ha fatto alcun riferimento allo staterello guidato dai curdi nel nord-est della Siria, che lo venera come il suo leader ideologico, mentre la Turchia lo vede come una minaccia esistenziale. Mazlum Kobane, comandante in capo delle Forze democratiche siriane guidate dai curdi, il principale alleato del Pentagono nella lotta contro lo Stato islamico, ha confermato che la chiamata non era rivolta al suo gruppo. “Solo per chiarire, questo è solo per il PKK, niente che ci riguardi in Siria”, ha detto Kobane.
Le divergenze sulla Siria sono state un ostacolo chiave nei colloqui, con la Turchia che ha insistito sul fatto che comprendessero il nord-est della Siria, dove le forze turche e le fazioni sunnite sue alleate hanno condotto una feroce campagna di nove anni per distruggere l’autoproclamata Amministrazione autonoma democratica della Siria settentrionale e orientale per i suoi legami con il PKK.
Ma Ankara sembra aver ammorbidito la sua posizione, poiché diverse nazioni arabe hanno respinto la crescente influenza della Turchia in Siria, dove una propaggine di al-Qaeda ha rovesciato Bashar al-Assad e ha preso il potere l’8 dicembre dell’anno scorso. Se il cambiamento si rivelasse duraturo, ciò significherebbe una grande vittoria per i curdi siriani.
Le scene a Istanbul erano festose, poiché i parlamentari del più grande partito filo-curdo DEM della Turchia si sono alternati nel leggere gli ordini di Ocalan al suo PKK fuorilegge, prima in curdo e poi in turco, davanti a un pubblico che includeva politici curdi recentemente liberati dalla prigione e le madri dei curdi fatti sparire forzatamente dallo stato turco. La conferenza stampa è stata trasmessa in diretta dalla televisione nazionale.
Una fotografia di Ocalan affiancato dai legislatori DEM che lo avevano incontrato sulla sua isola-prigione in precedenza nel corso della giornata è stata mostrata su uno schermo gigante. Con indosso una camicia color ciliegia e una giacca blu navy, l’ex corpulento leader del PKK appariva più grigio e magro rispetto alle ultime fotografie ufficiali che lo ritraevano, circolate più di un decennio fa durante i precedenti colloqui di pace.
Un tuffo nel passato
Con argomentazioni che ricordano il suo processo in tribunale del 1999, in cui fu condannato all’ergastolo, Ocalan ha sostenuto che le condizioni per la continuazione del PKK, incluso il crollo del socialismo negli anni Novanta, non esistono più, “indebolendo così il significato fondante del PKK”. Ha sostenuto, inoltre, che l’identità curda non è più respinta in Turchia e che ci sono stati miglioramenti nella libertà di espressione, anche se un gran numero di curdi che esprimono opinioni nazionaliste o indossano simboli curdi continuano ad essere perseguiti e incarcerati in una nuova ondata di repressione.
Uno stato nazionale separato, una federazione, un’autonomia amministrativa o “soluzioni culturaliste” non sono la risposta, ha detto Ocalan. “Non c’è alternativa alla democrazia nel perseguimento e nella realizzazione di un sistema politico. Il consenso democratico è l’unica via”, ha aggiunto. Il suo riferimento all’autonomia amministrativa può ancora essere interpretato come un messaggio all’autoproclamata amministrazione autonoma nel nord-est della Siria, che la Turchia e i nuovi leader islamisti della Siria affermano debba essere sciolta.
Tuttavia, Foza Yusuf, un funzionario chiave nell’amministrazione guidata dai curdi, ha riecheggiato le opinioni del comandante delle SDF Kobane secondo cui Ocalan non stava alludendo alla Siria. “La sua dichiarazione rivela ancora una volta la sua brillantezza strategica. Sapevamo che non ci avrebbe reso parte di alcun patto. I nostri accordi, i nostri affari devono essere fatti con Damasco, non con la Turchia”, ha detto Yusuf ad Al-Monitor. “Questa è la conferma che non ci sono legami organici tra noi e il PKK”. La distinzione potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, consentendo alla Turchia di proseguire i suoi attacchi contro i curdi siriani anche mentre fa pace con i propri.
Basandosi sulla narrazione del governo turco secondo cui le forze esterne maligne stanno deliberatamente mettendo i turchi contro i curdi, Ocalan ha anche sottolineato lo “spirito di fratellanza” tra turchi e curdi che è essenziale per “sopravvivere contro le potenze egemoniche”. Ha anche attribuito a Erdogan e al suo alleato nazionalista, Devlet Bahceli, il merito di aver creato le condizioni per gli attuali colloqui.
Nell’ottobre 2024, Bahceli ha rivelato che erano in corso colloqui segreti con il PKK e il governo, riportati per la prima volta da Al-Monitor, quando ha invitato Ocalan in parlamento, dove avrebbe dovuto fare un appello al disarmo, lo stesso appello che il leader del PKK ha fatto oggi.
La reazione ufficiale è stata finora smorzata e non c’è stata alcuna risposta dal PKK al momento della pubblicazione di questo articolo.
Efkan Ala, vicepresidente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdogan e figura chiave nei precedenti colloqui di pace falliti nel 2015, è stato il primo a commentare dalla parte turca.
“Il risultato dell’appello [di Ocalan] è che l’organizzazione terroristica si sciolga da sola e tutti devono fare uno sforzo per raggiungere questo risultato”, ha detto Ala al canale di notizie filogovernativo A Haber. “Se il terrorismo persiste, siamo determinati a continuare a combatterlo”, ha affermato.
Applausi e lacrime
Migliaia di persone si sono radunate davanti ai maxi schermi installati nelle piazze principali delle città nella regione sud-orientale prevalentemente curda per guardare la conferenza stampa. Hanno applaudito e ululato prima che il messaggio di Ocalan venisse letto. Alcuni non sono riusciti a nascondere lo shock quando hanno sentito le sue parole. “C’erano parecchie persone che piangevano, chiedendosi perché Ocalan avesse rinunciato a così tanto senza ottenere nulla in cambio”, ha detto il giornalista locale Selim Kurt ad Al-Monitor da Diyarbakir, la capitale informale dei curdi.
Sentimenti simili sono riecheggiati a Istanbul, spingendo il parlamentare DEM Sırrı Sureyya Onder a notare che il leader del PKK aveva anche affermato che erano necessarie “politiche democratiche e un quadro giuridico” – apparentemente da parte di Ankara – affinché i membri del PKK si disarmino.
Quelle parole non erano incluse nella dichiarazione che è stata letta ad alta voce.
Oltre 40.000 persone, la maggior parte delle quali combattenti del PKK, sono morte nella campagna armata dei ribelli lanciata da Ocalan nel 1984, che originariamente mirava a uno stato curdo indipendente ricavato da Turchia, Iran, Iraq e Siria. I ribelli hanno dichiarato sin dall’inizio degli anni ’90 che si sarebbero accontentati dell’autonomia locale.
Non è ancora chiaro cosa abbia offerto il governo in cambio dell’appello di Ocalan, con i colloqui avvolti nel segreto. Fonti a conoscenza dei negoziati affermano che a Ocalan sono state promesse condizioni di prigionia notevolmente migliorate e che numerosi prigionieri politici curdi, in particolare Selahattin Demirtas, il politico curdo più popolare della Turchia, saranno liberati.
L’amnistia per i combattenti del PKK cui non sono imputati fatti di sangue sarebbe fra le proposte, e il governo regionale del Kurdistan (KRG) in Iraq ha offerto asilo ai quadri superiori del PKK, hanno detto alcune fonti ad Al-Monitor.
Un primo e necessario passo per la continuazione del processo sarebbe un cessate il fuoco reciprocamente dichiarato, affermano fonti del PKK. Ci sono voci non confermate secondo cui il PKK rilascerà due alti ufficiali dell’agenzia di intelligence nazionale turca, MIT, che il gruppo ha rapito nella provincia di Sulaimaniyah nel Kurdistan iracheno nel 2017.
Ma il percorso verso una pace duratura è costellato di insidie, come hanno dimostrato i precedenti tentativi.
I detrattori nazionalisti di Erdogan si sono affrettati a criticare l’appello di Ocalan. Ali Sehiroglu, vicepresidente del partito di estrema destra Zafer (Vittoria), ha giurato in un post su X di annullare “questo torbido processo”.
“Non lasceremo che la repubblica [turca] venga distrutta! Non permetteremo che la patria turca venga divisa”, ha scritto Musavat Dervisoglu, leader del partito nazionalista Iyi (Bene), su X.
Il principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), che ha fatto affidamento sul sostegno curdo nelle recenti elezioni, ha appoggiato l’appello di Ocalan. Il leader del CHP Ozgur Ozel ha affermato che l’appello è “importante” e ha espresso la speranza che il PKK lo ascolti.
Uno degli obiettivi principali dell’impegno di Erdogan nei confronti di Ocalan è quello di creare una spaccatura tra il CHP e il DEM prima delle prossime elezioni presidenziali e parlamentari, che si terranno nel 2028. Essere in grado di rivendicare la vittoria sul PKK, un’organizzazione designata come gruppo terroristico da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea, darebbe a Erdogan un’enorme spinta tra i nazionalisti. Le aperture a Ocalan, a lungo etichettato come “baby killer”, conquisterebbero un numero sufficiente di curdi, secondo Erdogan.
La gestione logistica del disarmo è complicata. “Una chiamata storica, sì, ma il PKK non scomparirà domani. A livello pratico, il PKK ha bisogno di garanzie di sicurezza per tenere un congresso, almeno uno grande, e questo richiederà più della dichiarazione di Ocalan”, ha affermato Aliza Marcus, autrice di “Blood and Belief: The PKK and the Kurdish Fight for Independence”.
“Inoltre, qual è la definizione, in questo caso, di ‘scioglimento’? Ci sono migliaia di ribelli armati sulle montagne del Kurdistan iracheno: il gruppo non può semplicemente sciogliersi o addirittura disarmarsi senza una decisione su cosa accadrà a queste persone. Dove andranno? Cosa faranno? Gli sarà permesso di tornare in Turchia e di entrare nella politica legale? Il KRG permetterà loro di stabilirsi nel Kurdistan iracheno? Il PKK dovrebbe sciogliersi, ma i suoi quadri non spariscono e basta”, ha detto Marcus ad Al-Monitor.
Il lato positivo, ha osservato Marcus, è che “sciogliendosi, il PKK in sostanza darebbe ai suoi affiliati locali, che siano per la Siria o l’Iran, l’indipendenza che era stata loro promessa quando questi partiti si sono fondati nel 2003”. “Se Ankara accetterà questo è un’altra questione”, ha aggiunto Marcus.
Fonte
01/01/2025
Ocalan incontra parlamentari di sinistra e non chiede la smobilitazione del Pkk
È sicuramente deludente, dal punto di vista di Erdogan, l’esito del colloquio concesso al leader curdo prigioniero Abdullah Ocalan con i parlamentari del partito DEM – Pervin Buldan e Sırrı Süreyya Önder – il 28 dicembre.
Il primo incontro di natura politica dai tempi della rottura del processo di pace tra stato turco e Pkk, nel 2015 (quello dell’ottobre scorso, che vide sbarcare sull’isola di Imrali il nipote Omar Ocalan, era ufficialmente di natura familiare).
L’intento di Ankara era ottenere da Ocalan segnali che andassero nella direzione di richiedere al Pkk, e magari anche alle Ypg, forme di disarmo e smobilitazione, in maniera tale da utilizzare l’influenza che avrebbe avuto un pronunciamento in tal senso di “Apo” per spaccare e sottomettere il fronte curdo.
La dichiarazione, che riportiamo, si limita invece ad una generica disponibilità alla trattativa, eleggendo il Parlamento come luogo del dialogo (confermata, quindi, la centralità del Partito DEM) e mettendo sullo stesso piano, come interlocutori, Erdogan e Bahceli.
Il tutto, ovviamente, s’intreccia con la resa dei conti che si avvicina fra le Forze Democratiche Siriane e l’”Esercito Nazionale Siriano”, proxy di Ankara. Su questo capitolo, come detto, nessuna sponda è stata offerta allo stato turco dall’incontro fra i parlamentari DEM e Ocalan.
Il primo incontro di natura politica dai tempi della rottura del processo di pace tra stato turco e Pkk, nel 2015 (quello dell’ottobre scorso, che vide sbarcare sull’isola di Imrali il nipote Omar Ocalan, era ufficialmente di natura familiare).
L’intento di Ankara era ottenere da Ocalan segnali che andassero nella direzione di richiedere al Pkk, e magari anche alle Ypg, forme di disarmo e smobilitazione, in maniera tale da utilizzare l’influenza che avrebbe avuto un pronunciamento in tal senso di “Apo” per spaccare e sottomettere il fronte curdo.
La dichiarazione, che riportiamo, si limita invece ad una generica disponibilità alla trattativa, eleggendo il Parlamento come luogo del dialogo (confermata, quindi, la centralità del Partito DEM) e mettendo sullo stesso piano, come interlocutori, Erdogan e Bahceli.
Il tutto, ovviamente, s’intreccia con la resa dei conti che si avvicina fra le Forze Democratiche Siriane e l’”Esercito Nazionale Siriano”, proxy di Ankara. Su questo capitolo, come detto, nessuna sponda è stata offerta allo stato turco dall’incontro fra i parlamentari DEM e Ocalan.
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Il 28 dicembre 2024, abbiamo tenuto un incontro completo con il signor Abdullah Öcalan a Imralı. È in buona salute e il suo morale era notevolmente alto. Le sue valutazioni, volte a trovare una soluzione duratura alla questione curda, sono state di vitale importanza.
Durante l’incontro, sono stati discussi i recenti sviluppi in Medio Oriente e in Turchia e il signor Öcalan ha proposto soluzioni costruttive per contrastare gli scenari imposti di un futuro cupo.
I punti principali dei suoi pensieri e del suo approccio possono essere riassunti come segue:
- Rafforzare nuovamente la fratellanza turco-curda non è solo una responsabilità storica, ma anche una questione di importanza decisiva e urgenza per tutti i popoli.
- Per garantire il successo di questo processo, è essenziale che tutti i circoli politici in Turchia superino i calcoli ristretti e a breve termine, prendano iniziative, agiscano in modo costruttivo e contribuiscano positivamente. Indubbiamente, una delle piattaforme più significative per tali contributi sarà la Grande Assemblea Nazionale della Turchia (TBMM).
- I recenti incidenti a Gaza e in Siria hanno dimostrato che la risoluzione di questo problema, aggravato da interventi esterni, non può più essere rinviata. I contributi e le proposte dell’opposizione sono preziosi anche per portare avanti con successo gli sforzi proporzionali alla gravità di questa questione.
- Possiedo la competenza e la determinazione necessarie per contribuire positivamente al nuovo paradigma sostenuto dal signor Bahçeli e dal signor Erdoğan.
- La delegazione trasmetterà il mio approccio sia allo Stato che ai circoli politici. Alla luce di ciò, sono pronto a compiere i necessari passi positivi e a fare la chiamata richiesta.
- Tutti questi sforzi eleveranno il paese al livello che merita e fungeranno da guida inestimabile per la trasformazione democratica.
- Questa è un’era di pace, democrazia e fratellanza per la Turchia e la regione.
Pervin Buldan e Sırrı Süreyya Önder
29 dicembre 2024
Fonte
29/10/2024
Turchia - Il PKK rivendica l’attacco di Ankara, ma il dialogo non si ferma
Alla fine il PKK ha rivendicato apertamente l’attacco alla sede dell’industria aerospaziale Tusas, nei pressi di Ankara, avvenuto il 24 ottobre con un bilancio finale di 5 morti e 22 feriti.
Le tempistiche di tale attacco hanno stupito molti poiché è avvenuto proprio mentre il clima fra governo e sinistra filo – curda sembra essere mutato, rispetto agli ultimi 9 anni, nella direzione della ripresa del dialogo.
Il giorno precedente era stato ancora una volta Davlet Bahceli, alleato di governo di estrema destra, ad uscire allo scoperto, evocando addirittura la possibilità di un invito ad Ocalan in Parlamento: “Se l’isolamento del leader terrorista viene revocato, lasciatelo venire a parlare (in Parlamento)”, ha detto, rivolgendosi ai rappresentanti del movimento filo-curdo di sinistra, Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (Dem), “Lasciamo che gridi che il terrorismo è completamente finito e che l’organizzazione è smantellata”.
Il giorno dopo, ad attacco avvenuto, il Ministero della Difesa aveva immediatamente puntato il dito contro il PKK ancor prima della rivendicazione, facendo partire immediatamente la rappresaglia, con una serie di raid in Siria, nelle aree controllate dalla Ypg/Ypj, e in Iraq, dove hanno base le milizie curde.
Rivendicazione che poi è arrivata: “È noto che le armi prodotte da Tusas hanno ucciso migliaia di civili, compresi bambini e donne, in Kurdistan. Non esiste diritto più legittimo di quello di ogni organizzazione, istituzione e persona patriottica del Kurdistan ad agire contro i centri in cui vengono prodotte queste armi di massacro”. In un altro passaggio, i combattenti curdi spiegano, però, che l’azione era programmata da tempo e “non ha alcuna relazione con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese”, quasi a non voler interferire con le prove di dialogo dell’ultimo mese.
Effettivamente, nonostante tutto facesse pensare che fosse stata messa una pietra sopra qualsiasi possibilità di dialogo, il giorno dopo è stato consentito ugualmente ad Omer Ocalan, parlamentare del partito DEM, di andare a trovare lo zio Abdullah sull’isola prigione di Imrali, rompendo un isolamento assoluto che durava dal 2020.
Il messaggio recapitato dal leader curdo è breve ma significativo: “L’isolamento continua. Se le condizioni saranno quelle buone, avremo il potere teorico e pratico di muovere questo processo da un piano di conflitto e violenza a un piano legale e politico”.
La portavoce del partito DEM Ayşegül Doğan lo ha così commentato: “Questo messaggio, che sembra composto da 3 righe e 3 frasi contiene molti messaggi in sé. Innanzitutto, lui stesso afferma che l’isolamento continua. In secondo luogo afferma che se vengono create le condizioni ha il potere teorico e pratico di spostare questo processo dal terreno del conflitto e della violenza a un terreno legale e politico. İmralı è pronta, il signor Öcalan è pronto. Ma lo Stato è pronto? Come Partito DEM qui chiediamo: la politica democratica è pronta, il signor Öcalan è pronto, lo Stato è pronto a creare queste condizioni, a eliminare l’isolamento e a creare il terreno legale e politico per la soluzione democratica della questione curda? È il turno di coloro che hanno fatto questo appello e di coloro che lo sostengono. Una volta che la parola è stata pronunciata, è tempo di metterla in pratica”.
L’altro prigioniero eccellente, Salhattim Demirtas, si è spinto a condannare l’attacco di Ankara con un messaggio su X: “Condanniamo l’attentato di Ankara, che Dio abbia pietà di coloro che hanno perso la vita e offriamo le nostre condoglianze ai loro parenti. Auguriamo ai feriti una pronta guarigione.
La mentalità che cerca di fermare con il sangue la ricerca di risolvere i nostri problemi attraverso la conversazione, il dialogo e la politica dovrebbe sapere che se Öcalan prenderà un’iniziativa e vorrà aprire la strada alla politica, noi saremo al suo fianco con tutte le nostre forze.
Non accetteremo alcun approccio che miri a screditare la politica democratica e la ricerca della pace. Tutti dovrebbero fare i loro calcoli e comportarsi di conseguenza. Questa volta non permetteremo mai che le voci di coloro che vogliono la pace vengano soppresse, non importa da quale direzione”.
Questo messaggio fa pensare ad una divaricazione interna al movimento filo-curdo, che, tuttavia, rimane unito nel riconoscere la leadership di Ocalan. Lo afferma chiaramente Zilar Stêrk, la dirigente del KCK, organizzazione transnazionale curda cui è affiliato anche il PKK, in un’intervista pubblicata sul sito KCK-info: “Tutta la lotta che abbiamo condotto negli ultimi ventisei anni è stata volta a sviluppare una soluzione democratica alla questione curda. È diretta a garantire la libertà fisica di Rêber Apo (Abdullah Ocalan). Perché la soluzione alla questione curda significa la libertà fisica di Rêber Apo. E la libertà di Rêber Apo significa la soluzione alla questione curda. Entrambi sono due aspetti fondamentali che sono il più possibile vicini tra loro”.
La combattente ha voluto, poi, commentare le affermazioni concilianti di Bahceli, tenendo aperta la porta del dialogo, seppure con termini più aspri rispetto al partito DEM: “Il fascista Devlet Bahceli ha invocato Imrali nel suo discorso dal podio del parlamento. Hanno chiuso la porta a Imrali. Non permettono che una sola parola esca da Imrali. Come può chiamare Imrali senza che ci sia un incontro con Imrali? Ha chiamato Imrali ad agire. Ha detto a Rêber Apo di liquidare la sua organizzazione. Bahceli, la tua gente non ti chiede cosa sta succedendo con i curdi che hai dichiarato morti? Cosa sta succedendo con il movimento che hai dato per morto? I curdi hanno dato il loro messaggio molto chiaramente ad Amed. “I giovani sono i Fedayin di Rêber Apo” e “Nessuna vita senza Rêber Apo” erano gli slogan che si sentivano ad Amed. Devi prendere il vero messaggio da qui. Se vuoi fare una chiamata sincera a Imrali, allora prima devi aprire la porta a Imrali. Devi fissare un incontro e un dialogo a Imrali”.
In definitiva, nonostante la prudenza sia d’obbligo da parte curda e nonostante l’attacco ad Ankara, intervenuto proprio nel momento in cui si decideva di consentire la prima visita ad Ocalan dopo 4 anni, almeno l’argomento del destino di quest’ultimo sembra sdoganato definitivamente.
Si tratta di una novità importante, in quanto negli ultimi nove anni il leader curdo sembrava sepolto vivo nell’isola – prigione di Imrali ed il suo nome era tabù nel dibattito politico turco. Ovviamente, nel caso in cui il suo isolamento dovesse essere alleggerito e gli fosse consentito di avere un ruolo politico, lo scenario potrebbe cambiare con riflessi non solo in Turchia, ma anche in Siria, Iraq e forse, Iran. Fondamentale rimane l’unità dell’intero movimento curdo, al di là del comune riconoscimento della leadership di Ocalan. Le tempistiche dell’attacco di Ankara e le successive dichiarazioni di Demirtas lasciano intravedere alcune differenze che potrebbero essere usate dal governo turco.
Fonte
Le tempistiche di tale attacco hanno stupito molti poiché è avvenuto proprio mentre il clima fra governo e sinistra filo – curda sembra essere mutato, rispetto agli ultimi 9 anni, nella direzione della ripresa del dialogo.
Il giorno precedente era stato ancora una volta Davlet Bahceli, alleato di governo di estrema destra, ad uscire allo scoperto, evocando addirittura la possibilità di un invito ad Ocalan in Parlamento: “Se l’isolamento del leader terrorista viene revocato, lasciatelo venire a parlare (in Parlamento)”, ha detto, rivolgendosi ai rappresentanti del movimento filo-curdo di sinistra, Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (Dem), “Lasciamo che gridi che il terrorismo è completamente finito e che l’organizzazione è smantellata”.
Il giorno dopo, ad attacco avvenuto, il Ministero della Difesa aveva immediatamente puntato il dito contro il PKK ancor prima della rivendicazione, facendo partire immediatamente la rappresaglia, con una serie di raid in Siria, nelle aree controllate dalla Ypg/Ypj, e in Iraq, dove hanno base le milizie curde.
Rivendicazione che poi è arrivata: “È noto che le armi prodotte da Tusas hanno ucciso migliaia di civili, compresi bambini e donne, in Kurdistan. Non esiste diritto più legittimo di quello di ogni organizzazione, istituzione e persona patriottica del Kurdistan ad agire contro i centri in cui vengono prodotte queste armi di massacro”. In un altro passaggio, i combattenti curdi spiegano, però, che l’azione era programmata da tempo e “non ha alcuna relazione con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese”, quasi a non voler interferire con le prove di dialogo dell’ultimo mese.
Effettivamente, nonostante tutto facesse pensare che fosse stata messa una pietra sopra qualsiasi possibilità di dialogo, il giorno dopo è stato consentito ugualmente ad Omer Ocalan, parlamentare del partito DEM, di andare a trovare lo zio Abdullah sull’isola prigione di Imrali, rompendo un isolamento assoluto che durava dal 2020.
Il messaggio recapitato dal leader curdo è breve ma significativo: “L’isolamento continua. Se le condizioni saranno quelle buone, avremo il potere teorico e pratico di muovere questo processo da un piano di conflitto e violenza a un piano legale e politico”.
La portavoce del partito DEM Ayşegül Doğan lo ha così commentato: “Questo messaggio, che sembra composto da 3 righe e 3 frasi contiene molti messaggi in sé. Innanzitutto, lui stesso afferma che l’isolamento continua. In secondo luogo afferma che se vengono create le condizioni ha il potere teorico e pratico di spostare questo processo dal terreno del conflitto e della violenza a un terreno legale e politico. İmralı è pronta, il signor Öcalan è pronto. Ma lo Stato è pronto? Come Partito DEM qui chiediamo: la politica democratica è pronta, il signor Öcalan è pronto, lo Stato è pronto a creare queste condizioni, a eliminare l’isolamento e a creare il terreno legale e politico per la soluzione democratica della questione curda? È il turno di coloro che hanno fatto questo appello e di coloro che lo sostengono. Una volta che la parola è stata pronunciata, è tempo di metterla in pratica”.
L’altro prigioniero eccellente, Salhattim Demirtas, si è spinto a condannare l’attacco di Ankara con un messaggio su X: “Condanniamo l’attentato di Ankara, che Dio abbia pietà di coloro che hanno perso la vita e offriamo le nostre condoglianze ai loro parenti. Auguriamo ai feriti una pronta guarigione.
La mentalità che cerca di fermare con il sangue la ricerca di risolvere i nostri problemi attraverso la conversazione, il dialogo e la politica dovrebbe sapere che se Öcalan prenderà un’iniziativa e vorrà aprire la strada alla politica, noi saremo al suo fianco con tutte le nostre forze.
Non accetteremo alcun approccio che miri a screditare la politica democratica e la ricerca della pace. Tutti dovrebbero fare i loro calcoli e comportarsi di conseguenza. Questa volta non permetteremo mai che le voci di coloro che vogliono la pace vengano soppresse, non importa da quale direzione”.
Questo messaggio fa pensare ad una divaricazione interna al movimento filo-curdo, che, tuttavia, rimane unito nel riconoscere la leadership di Ocalan. Lo afferma chiaramente Zilar Stêrk, la dirigente del KCK, organizzazione transnazionale curda cui è affiliato anche il PKK, in un’intervista pubblicata sul sito KCK-info: “Tutta la lotta che abbiamo condotto negli ultimi ventisei anni è stata volta a sviluppare una soluzione democratica alla questione curda. È diretta a garantire la libertà fisica di Rêber Apo (Abdullah Ocalan). Perché la soluzione alla questione curda significa la libertà fisica di Rêber Apo. E la libertà di Rêber Apo significa la soluzione alla questione curda. Entrambi sono due aspetti fondamentali che sono il più possibile vicini tra loro”.
La combattente ha voluto, poi, commentare le affermazioni concilianti di Bahceli, tenendo aperta la porta del dialogo, seppure con termini più aspri rispetto al partito DEM: “Il fascista Devlet Bahceli ha invocato Imrali nel suo discorso dal podio del parlamento. Hanno chiuso la porta a Imrali. Non permettono che una sola parola esca da Imrali. Come può chiamare Imrali senza che ci sia un incontro con Imrali? Ha chiamato Imrali ad agire. Ha detto a Rêber Apo di liquidare la sua organizzazione. Bahceli, la tua gente non ti chiede cosa sta succedendo con i curdi che hai dichiarato morti? Cosa sta succedendo con il movimento che hai dato per morto? I curdi hanno dato il loro messaggio molto chiaramente ad Amed. “I giovani sono i Fedayin di Rêber Apo” e “Nessuna vita senza Rêber Apo” erano gli slogan che si sentivano ad Amed. Devi prendere il vero messaggio da qui. Se vuoi fare una chiamata sincera a Imrali, allora prima devi aprire la porta a Imrali. Devi fissare un incontro e un dialogo a Imrali”.
In definitiva, nonostante la prudenza sia d’obbligo da parte curda e nonostante l’attacco ad Ankara, intervenuto proprio nel momento in cui si decideva di consentire la prima visita ad Ocalan dopo 4 anni, almeno l’argomento del destino di quest’ultimo sembra sdoganato definitivamente.
Si tratta di una novità importante, in quanto negli ultimi nove anni il leader curdo sembrava sepolto vivo nell’isola – prigione di Imrali ed il suo nome era tabù nel dibattito politico turco. Ovviamente, nel caso in cui il suo isolamento dovesse essere alleggerito e gli fosse consentito di avere un ruolo politico, lo scenario potrebbe cambiare con riflessi non solo in Turchia, ma anche in Siria, Iraq e forse, Iran. Fondamentale rimane l’unità dell’intero movimento curdo, al di là del comune riconoscimento della leadership di Ocalan. Le tempistiche dell’attacco di Ankara e le successive dichiarazioni di Demirtas lasciano intravedere alcune differenze che potrebbero essere usate dal governo turco.
Fonte
17/10/2024
Turchia - L’espansionismo sionista fa ripartire il dialogo coi curdi?
Possibile ennesima giravolta da parte di Erdogan. I vertici politici turchi, compreso il Presidente, stanno lanciando da giorni segnali di volontà politica di riaprire il dialogo con la sinistra filo – PKK.
Si ricorda che nel 2015, i colloqui di pace fra le parti portarono a un passo da uno storico accordo fra lo stato ed il PKK, sintetizzato in un documento in 10 punti che avrebbe dovuto portare a rimuovere le restrizioni politico – culturali nei confronti della minoranza curda in cambio dello smantellamento dell’arsenale del PKK su ordine di Abdullah Ocalan, il quale avrebbe dovuto essere liberato ed avere successivamente un ruolo politico. Allo stesso tempo, era aperto il dialogo con l’ala siriana del PKK, il PYD e, quindi, il Rojava, che all’epoca marciava assieme ad Ankara (oltre che assieme agli USA e ai paesi del golfo) nell’obiettivo di far cadere manu militari lo stato centrale baathista.
Successivamente, con gli USA che puntarono forte sulle milizie curde nella loro “coalizione anti-Isis”, Erdogan, forse temendo che questa alleanza militare ingombrante avrebbe portato alle condizioni per la rivendicazione di uno stato curdo indipendente transfrontaliero, cambiò totalmente politica: si alleò con l’estrema destra del Movimento Nazionalista ed inaugurò un’epoca di repressione interna ed operazioni militari contro il Rojava in Siria.
È stato proprio il capo del Movimento Nazionalista Devlet Behceli, nei giorni scorsi a dare un segnale di discontinuità con un gesto altamente simbolico e shockante, ovvero una stretta di mano in Parlamento a Tuncer Bakırhan, dirigente del Partito per l’Uguaglianza dei Popoli e la Democrazia (DEM), ennesima incarnazione della sinistra filo-curda, ai cui membri, fino al giorno prima, i nazionalisti rifiutavano di sedere accanto nell’emiciclo parlamentare in quanto considerati terroristi.
Secondo la ben informata giornalista Amberin Zaman, su Al Monitor, la volontà di riaprire il dialogo è reale e sarebbe motivata dal timore che la Turchia venga coinvolta nel turbinio degli sconvolgimenti geopolitici derivanti dall’espansionismo sionista e dal clima di guerra totale regionale che esso ha scatenato. La possibilità di una guerra totale a seguito dell’attesa risposta militare di Tel Aviv sul territorio iraniano, in sostanza, starebbe consigliando di agire preventivamente per eliminare i conflitti e serrare i ranghi all’interno del paese.
Nello stesso articolo, l’autrice afferma di aver parlato con tre fonti “con una conoscenza approfondita del dossier curdo del governo”, che hanno preteso l’anonimato, secondo le quali Ocalan sarebbe stato coinvolto direttamente in tentativi preliminari di riaprire il dialogo e avrebbe avuto una telefonata piuttosto tesa con la leadership del PKK nelle montagne del Qandil, in Iraq, avente come tema la possibilità di cominciare a discutere la deposizione delle armi.
Inoltre, sul tavolo del Governo di Ankara sarebbero arrivati report secondo i quali, in Iran, le Guardie Rivoluzionarie spingerebbero affinché Teheran, a sua volta, trovi un accordo con PJAK, espressione locale del PKK, che, per altro, recentemente ha allargato i propri ranghi grazie al movimento di protesta a seguito della morte di Mahsa Amimi. Ciò allo scopo di evitare saldature indesiderate fra nemico sionista e fronte interno.
Il 12 ottobre, Erdogan, parlando del gesto di Behceli, è stato inauditamente esplicito, arrivando addirittura ad alludere ad una riforma costituzionale “inclusiva e libertaria”, in maniera tale da ricalcare le rivendicazioni della sinistra filo-curda: “Troviamo l’atteggiamento del signor Bahçeli positivo e significativo per la lotta del nostro Paese per la democrazia. Ci auguriamo che il numero di coloro che intraprendono queste azioni aumenti in futuro. Con l’aumentare del numero di coloro che intraprendono queste azioni, ci auguriamo di poter espandere la base del consenso sociale sulla nuova costituzione. In una geografia regionale segnata da organizzazioni terroristiche, in un periodo di tensioni in Iraq, guerra civile in Siria e brutalità di Israele, è importante stabilire la pace in patria. Siamo sempre pronti a risolvere i problemi con metodi non terroristici. Perché facciamo politica per rafforzare la pace e l’unità del nostro Paese e per fornire alla nostra nazione i servizi di qualità che merita. Questo è anche il motivo per cui chiediamo una nuova costituzione. Abbiamo bisogno di creare una costituzione inclusiva, equa, civile e libertaria”.
Qualche giorno prima, lo stesso Erdogan aveva già chiarito che l’espansionismo sionista richieda una svolta nel trattare i conflitti interni: “Che sia ben chiaro: oggi la riconciliazione deve prevalere sul conflitto per fronteggiare l’aggressione israeliana. L’amministrazione israeliana, dopo la Palestina e il Libano, punterà i suoi occhi sui territori della nostra nazione”.
Da parte curda, la prudenza, ovviamente, regna sovrana. Il timore è che semplicemente il Presidente cerchi l‘appoggio del partito DEM per modificare la costituzione in maniera tale da farsi eleggere oltre il limite dei mandati (anche se fino ad ora ha negato di volersi ricandidare nel 2028), oppure che sia disposto ad offrire, in cambio della fine del conflitto, la libertà di Ocalan e null’altro, come sempre fa alla vigilia delle azioni militari di più ampia portata.
Ad esempio, il veterano curdo Ahmet Türk ha affermato che, sebbene ci siano stati recenti gesti da parte del governo turco, rimane incerto se essi si tradurranno in cambiamenti sostanziali. “Non lo sappiamo. Il tempo lo dirà”, ha dichiarato, esortando poi a riconoscere il Rojava: “Riconoscere l’autonomia del Rojava e promuovere il dialogo porterebbe ad una maggiore sicurezza per entrambe le parti”.
Ancora più scettico è Mustafa Karasu, membro del KCK, organizzazione “ombrello” che raccoglie tutte le sigle afferenti al PKK nella regione: “L’alleanza fascista AKP-MHP ha teso una trappola al Partito DEM e allo spazio politico democratico. Faranno delle chiamate al dialogo; imporranno cose che il Partito DEM non può accettare. E quando il Partito DEM e le forze democratiche non faranno ciò che ordinano, aumenteranno ancora di più i loro attacchi dicendo: “Abbiamo dialogato con il Partito DEM; abbiamo aperto uno spazio; abbiamo offerto delle opportunità; abbiamo dato loro la possibilità di fare politica, ma non hanno risposto positivamente”. Questo sembra essere il gioco che hanno messo in atto”.
Ovviamente è impossibile trarre conclusioni rispetto al reale intento, da parte di Ankara, di riaprire il dialogo con la sinistra filo-curda, oltre che con il governo di Damasco, con cui, nei mesi scorsi, pure ha annunciato di voler cercare una pacificazione definitiva, invitando Assad in Turchia.
Gli ostacoli sono molteplici, a partire dalla repressione che continua nel Kurdistan turco, dall’isolamento di Ocalan non ancora alleviato e dalla presenza militare turca, sia nel nord-est che nel nord-ovest della Siria, a sostegno di truppe salafite (sostenute militarmente anche da Tel Aviv e da Kiev) di cui difficilmente Ankara si può disfare senza problemi interni ed esterni. Tali milizie hanno già dato vita a proteste a Idlib e a minacce nel momento in cui Erdogan ha annunciato di voler incontrare Assad. Anche la presenza USA nel Rojava potrebbe nuovamente rivelarsi un intralcio rispetto ai processi riconciliatori in Siria ed in Turchia, se Washington dovesse rendersi conto che essi avvengono contro i suoi interessi e quelli sionisti.
Proprio l’espansionismo sionista, comunque, può rivelarsi detonatore di processi politici virtuosi nella regione fino a qualche mese fa impensabili, anche alla luce dell’inerzia dei paesi arabi sunniti.
I quali, a furia di non fare nulla e di attendere che gli USA frenino i deliri sionisti, sono entrati nelle mire espansioniste del “Grande Israele compreso fra Mediterraneo, Nilo ed Eufrate”, quindi esteso a territori di Giordania, Libano, Siria, Iraq, Egitto, Turchia e Arabia Saudita, che alcuni ministri afferenti al sionismo religioso intendono esplicitamente perseguire. Al momento sembra, appunto, un delirio. Ma se non si fa nulla non è detto che lo rimanga per sempre.
Si spera che qualcuno, ad Ankara e nelle altre capitali del vicino Oriente, lo abbia capito.
Fonte
Si ricorda che nel 2015, i colloqui di pace fra le parti portarono a un passo da uno storico accordo fra lo stato ed il PKK, sintetizzato in un documento in 10 punti che avrebbe dovuto portare a rimuovere le restrizioni politico – culturali nei confronti della minoranza curda in cambio dello smantellamento dell’arsenale del PKK su ordine di Abdullah Ocalan, il quale avrebbe dovuto essere liberato ed avere successivamente un ruolo politico. Allo stesso tempo, era aperto il dialogo con l’ala siriana del PKK, il PYD e, quindi, il Rojava, che all’epoca marciava assieme ad Ankara (oltre che assieme agli USA e ai paesi del golfo) nell’obiettivo di far cadere manu militari lo stato centrale baathista.
Successivamente, con gli USA che puntarono forte sulle milizie curde nella loro “coalizione anti-Isis”, Erdogan, forse temendo che questa alleanza militare ingombrante avrebbe portato alle condizioni per la rivendicazione di uno stato curdo indipendente transfrontaliero, cambiò totalmente politica: si alleò con l’estrema destra del Movimento Nazionalista ed inaugurò un’epoca di repressione interna ed operazioni militari contro il Rojava in Siria.
È stato proprio il capo del Movimento Nazionalista Devlet Behceli, nei giorni scorsi a dare un segnale di discontinuità con un gesto altamente simbolico e shockante, ovvero una stretta di mano in Parlamento a Tuncer Bakırhan, dirigente del Partito per l’Uguaglianza dei Popoli e la Democrazia (DEM), ennesima incarnazione della sinistra filo-curda, ai cui membri, fino al giorno prima, i nazionalisti rifiutavano di sedere accanto nell’emiciclo parlamentare in quanto considerati terroristi.
Secondo la ben informata giornalista Amberin Zaman, su Al Monitor, la volontà di riaprire il dialogo è reale e sarebbe motivata dal timore che la Turchia venga coinvolta nel turbinio degli sconvolgimenti geopolitici derivanti dall’espansionismo sionista e dal clima di guerra totale regionale che esso ha scatenato. La possibilità di una guerra totale a seguito dell’attesa risposta militare di Tel Aviv sul territorio iraniano, in sostanza, starebbe consigliando di agire preventivamente per eliminare i conflitti e serrare i ranghi all’interno del paese.
Nello stesso articolo, l’autrice afferma di aver parlato con tre fonti “con una conoscenza approfondita del dossier curdo del governo”, che hanno preteso l’anonimato, secondo le quali Ocalan sarebbe stato coinvolto direttamente in tentativi preliminari di riaprire il dialogo e avrebbe avuto una telefonata piuttosto tesa con la leadership del PKK nelle montagne del Qandil, in Iraq, avente come tema la possibilità di cominciare a discutere la deposizione delle armi.
Inoltre, sul tavolo del Governo di Ankara sarebbero arrivati report secondo i quali, in Iran, le Guardie Rivoluzionarie spingerebbero affinché Teheran, a sua volta, trovi un accordo con PJAK, espressione locale del PKK, che, per altro, recentemente ha allargato i propri ranghi grazie al movimento di protesta a seguito della morte di Mahsa Amimi. Ciò allo scopo di evitare saldature indesiderate fra nemico sionista e fronte interno.
Il 12 ottobre, Erdogan, parlando del gesto di Behceli, è stato inauditamente esplicito, arrivando addirittura ad alludere ad una riforma costituzionale “inclusiva e libertaria”, in maniera tale da ricalcare le rivendicazioni della sinistra filo-curda: “Troviamo l’atteggiamento del signor Bahçeli positivo e significativo per la lotta del nostro Paese per la democrazia. Ci auguriamo che il numero di coloro che intraprendono queste azioni aumenti in futuro. Con l’aumentare del numero di coloro che intraprendono queste azioni, ci auguriamo di poter espandere la base del consenso sociale sulla nuova costituzione. In una geografia regionale segnata da organizzazioni terroristiche, in un periodo di tensioni in Iraq, guerra civile in Siria e brutalità di Israele, è importante stabilire la pace in patria. Siamo sempre pronti a risolvere i problemi con metodi non terroristici. Perché facciamo politica per rafforzare la pace e l’unità del nostro Paese e per fornire alla nostra nazione i servizi di qualità che merita. Questo è anche il motivo per cui chiediamo una nuova costituzione. Abbiamo bisogno di creare una costituzione inclusiva, equa, civile e libertaria”.
Qualche giorno prima, lo stesso Erdogan aveva già chiarito che l’espansionismo sionista richieda una svolta nel trattare i conflitti interni: “Che sia ben chiaro: oggi la riconciliazione deve prevalere sul conflitto per fronteggiare l’aggressione israeliana. L’amministrazione israeliana, dopo la Palestina e il Libano, punterà i suoi occhi sui territori della nostra nazione”.
Da parte curda, la prudenza, ovviamente, regna sovrana. Il timore è che semplicemente il Presidente cerchi l‘appoggio del partito DEM per modificare la costituzione in maniera tale da farsi eleggere oltre il limite dei mandati (anche se fino ad ora ha negato di volersi ricandidare nel 2028), oppure che sia disposto ad offrire, in cambio della fine del conflitto, la libertà di Ocalan e null’altro, come sempre fa alla vigilia delle azioni militari di più ampia portata.
Ad esempio, il veterano curdo Ahmet Türk ha affermato che, sebbene ci siano stati recenti gesti da parte del governo turco, rimane incerto se essi si tradurranno in cambiamenti sostanziali. “Non lo sappiamo. Il tempo lo dirà”, ha dichiarato, esortando poi a riconoscere il Rojava: “Riconoscere l’autonomia del Rojava e promuovere il dialogo porterebbe ad una maggiore sicurezza per entrambe le parti”.
Ancora più scettico è Mustafa Karasu, membro del KCK, organizzazione “ombrello” che raccoglie tutte le sigle afferenti al PKK nella regione: “L’alleanza fascista AKP-MHP ha teso una trappola al Partito DEM e allo spazio politico democratico. Faranno delle chiamate al dialogo; imporranno cose che il Partito DEM non può accettare. E quando il Partito DEM e le forze democratiche non faranno ciò che ordinano, aumenteranno ancora di più i loro attacchi dicendo: “Abbiamo dialogato con il Partito DEM; abbiamo aperto uno spazio; abbiamo offerto delle opportunità; abbiamo dato loro la possibilità di fare politica, ma non hanno risposto positivamente”. Questo sembra essere il gioco che hanno messo in atto”.
Ovviamente è impossibile trarre conclusioni rispetto al reale intento, da parte di Ankara, di riaprire il dialogo con la sinistra filo-curda, oltre che con il governo di Damasco, con cui, nei mesi scorsi, pure ha annunciato di voler cercare una pacificazione definitiva, invitando Assad in Turchia.
Gli ostacoli sono molteplici, a partire dalla repressione che continua nel Kurdistan turco, dall’isolamento di Ocalan non ancora alleviato e dalla presenza militare turca, sia nel nord-est che nel nord-ovest della Siria, a sostegno di truppe salafite (sostenute militarmente anche da Tel Aviv e da Kiev) di cui difficilmente Ankara si può disfare senza problemi interni ed esterni. Tali milizie hanno già dato vita a proteste a Idlib e a minacce nel momento in cui Erdogan ha annunciato di voler incontrare Assad. Anche la presenza USA nel Rojava potrebbe nuovamente rivelarsi un intralcio rispetto ai processi riconciliatori in Siria ed in Turchia, se Washington dovesse rendersi conto che essi avvengono contro i suoi interessi e quelli sionisti.
Proprio l’espansionismo sionista, comunque, può rivelarsi detonatore di processi politici virtuosi nella regione fino a qualche mese fa impensabili, anche alla luce dell’inerzia dei paesi arabi sunniti.
I quali, a furia di non fare nulla e di attendere che gli USA frenino i deliri sionisti, sono entrati nelle mire espansioniste del “Grande Israele compreso fra Mediterraneo, Nilo ed Eufrate”, quindi esteso a territori di Giordania, Libano, Siria, Iraq, Egitto, Turchia e Arabia Saudita, che alcuni ministri afferenti al sionismo religioso intendono esplicitamente perseguire. Al momento sembra, appunto, un delirio. Ma se non si fa nulla non è detto che lo rimanga per sempre.
Si spera che qualcuno, ad Ankara e nelle altre capitali del vicino Oriente, lo abbia capito.
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03/11/2019
Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e il confederalismo democratico
La questione curda, nello specifico la cronaca del Rojava, continua a tenere banco da settimane nelle discussioni dei gruppi di sinistra.
Siccome le analisi sono quasi costantemente sdraiate sulla narrazione (sì, purtroppo ci sono anche a sinistra) del popolo indomito dalla cui parte stanno tutte le ragioni, di seguito propongo una disamina puntuale e ragionata in termini di classe del PKK, che focalizza meglio del tifo da stadio i motivi per cui non si dovrebbe sdraiare sul sostegno acritico alla lotta curda.
L’intervento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna in Medio Oriente, che è sorto dalla crisi irachena, è un evento fondamentale […] I regimi mediorientali, non riuscendo a vedere le possibilità di cambiamento per mezzo di dinamiche interne, sono state portate a questo punto con l’intervento straniero. Mentre i risultati di questo intervento hanno avviato un nuovo periodo che è destinato ad avere ripercussioni in tutto il mondo, ha anche aperto la strada allo sviluppo delle forze democratiche.
Dichiarazione finale della Conferenza di Fondazione del Congresso del Popolo del Kurdistan (Kongra Gel) – novembre 2003.
Con il voto unanime del 26 novembre 2014, il senato italiano impegnava il governo ad adoperarsi per incoraggiare, anche tramite l’Ue, ad uno sviluppo positivo dei negoziati tra Ankara e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), con l’obiettivo che quest’ultimo venisse cancellato dalla lista europea delle organizzazioni “terroristiche”. Ugualmente, il primo ministro inglese, Cameron, ha più volte espresso la necessità di questo passaggio formale, mentre il parlamento europeo, pur senza successo, ha votato una mozione in tal senso.
Gli stessi stati coinvolti nell’arresto e nella deportazione nel carcere di Imrali del leader curdo Abdullah Ocalan nel 1999, oggi riconoscono il ruolo che il Pkk svolge nell’area o, in alternativa, fanno i vari distinguo rapportandosi alla sua ala siriana, il Partito dell’Unione Democratica (Pyd). Se, almeno in parte, possiamo considerare vero che le liste nere antiterrorismo, promosse dall’Ue su imitazione degli Usa, possono essere viste come una istantanea sui gruppi che si pongono sul terreno dello scontro con gli interessi strategici di tali potenze imperialiste, allora il tentativo di cancellare un particolare gruppo da tale elenco può rappresentare una sua conciliazione con tali interessi.
Per comprendere in che modo una organizzazione, nata nel solco della sinistra rivoluzionaria turca e addestratasi nei campi del Fronte Popolare in Libano, sia oggi reputata da alcuni settori della borghesia imperialista come un possibile partner, piuttosto che un nemico da eliminare, bisogna osservare lo sviluppo della linea politica del Pkk dall’arresto di Ocalan ai processi di pace, fino alla collaborazione militare con gli Usa.
L’inizio dell’attività politica e della lotta armata
Il Pkk è un partito politico fondato nel 1979 da un gruppo di studenti universitari curdi di Ankara, interni alla sinistra rivoluzionaria attiva in Turchia. A partire dagli anni ’60 si sviluppava una forte battaglia ideologica in seno al movimento comunista e alle sue organizzazioni, che vide una polarizzazione tra due linee. La prima, capeggiata dal riformista Partito dei Lavoratori di Turchia, sosteneva una transizione pacifica al socialismo dall’interno del parlamento. La seconda propugnava una rivoluzione democratica nazionale, negli interessi degli operai e dei contadini, per liberare la Turchia dal semi – colonialismo statunitense, affidandone però la guida all’esercito, secondo il modello già seguito da Kemal Ataturk – ovvero del fondatore della Turchia moderna post ottomana – ma declinandolo apertamente in senso socialista e comunista.
Da questa seconda posizione, successivamente ad un suo sviluppo ideologico, che tentava di affrancarsi dalla tendenza kemalista, criticando il putchismo e la fiducia nell’esercito, nascono negli anni ’70 le organizzazioni rivoluzionarie Esercito di Liberazione del Popolo Turco (Thko) e il Partito – Fronte di Liberazione del Popolo Turco (Thkc-p), le quali sostenevano la necessità di una guerra popolare condotta da operai e contadini con l’obiettivo di liberare la Turchia dal giogo statunitense-atlantico. Il Pkk nacque e si sviluppò su ispirazione di queste, calando, all’interno della realtà curda, l’analisi che la sinistra rivoluzionaria faceva sulla Turchia, quindi rivendicando la necessità della lotta di liberazione nazionale per la costruzione di un Kurdistan socialista separato da essa. Pur traendo ispirazione dai partiti rivoluzionari della sinistra turca, il Pkk, in quella fase, criticava l’ispirazione kemalista alla base della loro analisi, accusandoli di socialsciovinismo. Da parte loro, le organizzazioni turche criticavano la definizione di colonia per il Kurdistan, vista la natura di semi – colonia e di paese con uno sviluppo capitalistico arretrato della Turchia stessa. Secondo il loro ragionamento il concetto di colonialismo deve essere letto nel quadro dell’imperialismo, negando quindi la possibilità che un paese non avanzato abbia delle pretese coloniali su altre nazioni. Di conseguenza veniva criticata la scelta dei curdi di organizzarsi separatamente dalla sinistra rivoluzionaria turca.
Le posizioni della maggior parte delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria turca e dei nazionalisti curdi, sul ruolo storico di Kemal Ataturk, sono enormemente differenti: per i primi il “padre dei turchi” rappresenta la borghesia nazionale nascente che si è opposta alla spartizione imperialista del territorio nazionale dopo la caduta dell’Impero Ottomano, traghettando il paese dal feudalesimo al capitalismo, dandone quindi, in questo senso, una lettura progressista; al contrario, per il nazionalismo curdo, egli rappresenta il punto d’inizio del colonialismo del Kurdistan. Il trattato capestro di Sevres imposto dai vincitori della Prima guerra mondiale nel 1920, prevedeva il riconoscimento dello Stato curdo; la rinegoziazione ottenuta da Kemal e la firma nel ’23 del trattato di Losanna negarono la formazione della nuova entità statale, suddividendo il territorio in quattro parti e, più in generale, dava avvio al processo assimilazionista forzato, al quale tutte le minoranze etniche (curdi, armeni, circassi etc.) e le comunità religiose (sufi, dervisci, cristiano – greche, etc.) dovettero adeguarsi, compreso l’islam politico, che rimarrà confinato e represso fino alla salita al governo di Erdogan. Le politiche di Ataturk diedero il via alla prima rivolta curda del 1925, guidata dall’autorità religiosa Şeyh Said e, più in generale, determinarono la nascita del movimento nazionalista curdo.
Per i primi anni il Pkk si orientava principalmente sulla costruzione dell’organizzazione del partito, portando avanti lotte, sabotaggi e mobilitazioni, principalmente contro le famiglie feudali in Kurdistan, che esercitavano il dominio sui lavoratori e sul territorio. Le lotte in Hilvan, nel 1978, e in Siverek, nella provincia di Urfa, nel 1979, portarono l’organizzazione a porsi il problema concreto del piano clandestino e militare che, fino ad allora, era rimasto solo sulla carta. Sul piano ideologico, il gruppo si ispirava sostanzialmente al maoismo, alla teoria della guerra popolare prolungata e alla costruzione di un esercito popolare, che avesse come referente principale i contadini.
Dopo alcuni anni passati tra i campi di addestramento in Libano e Siria, durante i quali in Turchia avvenne l’ennesimo golpe militare, veniva costruito un nucleo di circa 300 militanti che, nell’estate del 1984, entrava in Turchia, passando dal Bashur, il Kurdistan iracheno (grazie ad un accordo con il Partito Democratico del Kurdistan – Kdp). Il 15 agosto 1984, i guerriglieri curdi del Pkk attaccavano postazioni dell’esercito turco, con mitragliatrici e razzi, e distribuendo volantini, nei quali dichiaravano aperta la fase di “guerra popolare allo stato colonialista e fascista turco”. Questa data rimarrà, nella biografia dell’organizzazione, come il Giorno del Risveglio.
Il materiale distribuito durante l’azione, firmato dall’Hrk (Hazen Rizgariya Kurdistan – Unità di Liberazione del Kurdistan), non conteneva elementi di natura etnica o nazionalista, ma, al contrario, invitava le organizzazioni rivoluzionarie turche a unire le forze contro la dittatura e inquadrava la lotta del popolo curdo come parte integrante della lotta di emancipazione della classe operaia e delle masse popolari di tutta la Turchia. La lotta del Pkk – Hrk non veniva concepita esclusivamente come una lotta di curdi per i curdi, ma veniva inserita, pur rivendicando il diritto alla separazione nazionale per il popolo curdo, nella causa rivoluzionaria di tutti i popoli della Turchia.
Le esperienze di fronte unito con le organizzazioni comuniste turche furono molteplici a partire dal 1982, come il Faşizme Karşı Birleşik Direniş Cephesi (Fkbdc; Fronte Unificato di Resistenza Contro il Fascismo) che comprese, oltre al Pkk, Sentiero Rivoluzionario (Dev Yol), il Thkc-p, Guerra Rivoluzionaria (Devrimci Savas) e altri. Esso venne sciolto nell’86 a causa degli arresti che colpivano Dev Yol, l’organizzazione maggiore del Fronte. Seguiranno altri protocolli di collaborazione, tra cui quello con il Partito/Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario (Dhkc-p) nel 1996. [1] Esperienza conclusasi due anni dopo con l’accusa, da parte dei rivoluzionari turchi nei confronti del Pkk, di privilegiare la collaborazione con i partiti riformisti. Infatti, parallelamente ai rapporti, talvolta simbolici, con le altre organizzazioni rivoluzionarie turche, il Pkk, a partire dagli anni ’90, incominciava a cooperare con una serie di partiti parlamentari filo – curdi, come il Partito della Democrazia del Popolo (Hadep), con l’obiettivo di avere un ramo legale della lotta di liberazione, che conducesse la denuncia della repressione dello Stato.
Alla fine degli anni ’80, con l’inizio dello scontro armato, il partito dava vita ad una serie di strutture ramificate come l’Ernk (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan), organizzazione interclassista di intellettuali, studenti, operai, rappresentativa di ogni settore della società curda. Esso veniva concepito come un fronte ampio con un notevole sostegno di massa e che operava anche fuori dai confini del Kurdistan, per far conoscere la lotta di autodeterminazione del popolo curdo. Parallelamente il Pkk cambiava denominazione alle Hrk, fondando l’Esercito di Liberazione Nazionale del Kurdistan (Argk) e dando il via alla prima fase della guerra popolare, la “difensiva strategica”. L’obiettivo era quello di mobilitare il popolo curdo grazie alla lotta armata.
Nel giro di alcuni anni, a causa soprattutto delle politiche etnocide e terroristiche dello Stato turco, iniziava la “Serhildan”, la rivolta di massa curda. Questa fase rappresentò il periodo più alto raggiunto dal Pkk in termini di consenso e radicamento.
La forza della lotta curda ebbe eco internazionale, portando settori di borghesia imperialista europea, come lo Stato svizzero ed in seguito il parlamento dell’Ue, ad esprimersi per una soluzione pacifica del conflitto. L’allora premier Turgut Özal si pronunciava a favore di una serie di concessioni alla popolazione curda e Ocalan annunciava, nel 1993, la prima tregua unilaterale dichiarando che era arrivato il momento per dei negoziati pacifici.
Il riconoscimento, da parte del governo turco e internazionale, della “questione curda” e il controllo operato su alcune zone del Bakur (Kurdistan turco), portava il Pkk ad affrontare il quinto congresso, nel gennaio del ’95, come l’ingresso in una nuova fase, formalizzando il passaggio politico e militare “all’equilibrio strategico”. Dal punto di vista di Ocalan, in contrasto alla visione del movimento comunista e alle esperienze di altre guerre rivoluzionarie vittoriose, questa fase rappresentava il momento della guerra popolare in cui dare maggiore peso al piano politico e diplomatico rispetto a quello militare. Questo congresso, però, non venne ricordato per questo aspetto, pur molto importante nello sviluppo ideologico del partito, quanto per la sua lettura della situazione internazionale, nella quale il Pkk si dissociava dall’esperienza del socialismo sovietico e dalle “altre politiche dogmatiche”, ritenute “l’era più primitiva e violenta del socialismo”. Si arrivò a rimuovere, dalla propria bandiera, i simboli storici del movimento comunista, la falce e il martello, a dimostrazione di un cambio sul piano ideologico, in questo momento ancora non del tutto consolidato e solo agli inizi, ma che aprì la nuova fase del partito.
Dal Pkk al Kongra – Gel
La nuova fase di “equilibrio strategico”, più che determinata da fattori interni allo sviluppo della guerra popolare, era il prodotto di uno spostamento ideologico del Pkk, dal campo della sinistra rivoluzionaria turca marxista – leninista al movimento nazionalista curdo, quindi dalla prospettiva della costruzione dello Stato socialista curdo ad una soluzione autonomista. Questo passaggio fu dato da elementi di carattere internazionale, come la caduta dell’Urss, storico sostenitore dell’organizzazione, e dal consolidarsi dell’autonomia curda del Bashur, ad opera dei combattenti peshmerga del Kpd e dell’Unione Patriottica del Kurdistan (Upk), con il sostegno degli imperialisti Usa, nell’ambito del piano di frammentazione dell’Iraq successivo alla Prima guerra del Golfo (1991).
I rapporti tra Pkk e i peshmerga curdo – iracheni sono contraddittori, tanto che nel ’91 vi furono due conflitti armati, terminati con la successiva tregua e la possibilità per l’organizzazione di Ocalan di costruire le proprie basi logistiche sicure sui monti Qandil (zona sotto il controllo dell’Upk) e di condurre diverse azioni congiunte contro le incursioni dell’esercito turco in Iraq. Ocalan incominciò a vedere nella soluzione autonomista una possibilità concreta, determinata dalla caduta della cortina di ferro e quindi della rimessa in discussione di tutti quegli equilibri che, fino a quel momento, avevano caratterizzato l’area mediorientale. La nuova stagione di aggressione imperialista, iniziata con la guerra del Golfo, apriva la possibilità di modificare confini e sovranità nazionali.
L’arresto di Ocalan, nel ’99, avvenne in un momento in cui, in fuga dopo l’espulsione dalla Siria [2], si recava in Europa alla ricerca di possibili interlocutori istituzionali, che si prendessero in carico l’onere di fare da sponsor per una negoziazione del conflitto. Possiamo ricordare in tal senso gli appelli di Ocalan allo Stato italiano, all’Unione Europea e agli Stati Uniti per la costruzione di una conferenza di pace sulla questione curda che vedesse le forze imperialiste in prima linea nei negoziati. Parte di questa visione furono i tentativi di costruire una rappresentanza diplomatica curda accreditabile presso gli alleati della Turchia nell’ambito della Nato. Tale obiettivo venne raggiunto con la formazione del Knk (Congresso Nazionale del Kurdistan) con sede a Bruxelles, che funziona tuttora da “organizzazione ombrello”, raccogliendo tutti i partiti dei quattro lati del Kurdistan, dal Pkk al Kdp, fino ad altre formazioni minori curde.
L’ufficializzazione di un’ulteriore deriva revisionista nel Pkk avvenne con il settimo congresso nel 2000, con l’adozione delle tesi esposte da Ocalan nei ricorsi presentati alla corte europea dei diritti dell’uomo e al tribunale di sorveglianza di Ankara. Le dichiarazioni del dirigente curdo sostennero che l’obiettivo del partito non era più da tempo la costruzione di uno Stato indipendente socialista, bensì i legittimi “diritti culturali dei curdi” e che anzi i curdi avrebbero potuto dare un contributo alla stabilità, alla pace e allo sviluppo della Turchia. Queste stesse dichiarazioni, rilasciate al tribunale di Strasburgo, chiedevano l’intervento dell’Ue come negoziatore. Tale cambio di rotta, che trasformò l’organizzazione da partito nazionale rivoluzionario a partito nazionale riformista, ebbe le sue conseguenze sulla ristrutturazione del Pkk. Il congresso eliminò l’Argk, l’esercito popolare, mutandolo in Hpg (Forze di Difesa del Popolo), che ebbero il compito di auto – difesa contro le aggressioni dell’esercito turco, e venne sciolto l’Ernk, il fronte politico, in favore di un rafforzamento del ruolo diplomatico del Knk. Questi cambiamenti non vennero accettati da tutti i militanti dell’organizzazione. [3] Dal fronte delle carceri un gruppo di prigionieri del Pkk criticò aspramente quella che definirono una “linea liquidazionista”; all’esterno diverse unità di guerriglieri e militanti politici lasciarono l’organizzazione e formarono nuove strutture; Una di queste è il Tak (Falchi della libertà del Kurdistan) che pur non mettendo in discussione la leadership di Ocalan, attaccarono la scelta dei negoziati e dei cessate il fuoco, cominciando a portare avanti azioni di guerriglia urbana contro obiettivi turchi.
Passeranno due anni, prima della perdita di ruolo ufficiale del Pkk stesso e la fondazione del Kadek (Congresso per la Libertà e la Democrazia nel Kurdistan) durante l’ottavo congresso del partito. Nonostante l’assenza fisica, Ocalan continuò a dettare la linea tramite le sue teorizzazioni dal carcere.
L’organizzazione fece proprio l’impianto ideologico liquidazionista della causa curda, formalizzandone i nuovi obiettivi: lavorare per la democratizzazione della repubblica turca, riconoscendone confini e governo e costruire una coalizione di associazioni e partiti democratici che guidino il negoziato con Ankara. Non solo, rispetto alla situazione internazionale, ridefinì il ruolo Usa in Iraq, come “colonialismo democratico”, e rilesse la situazione mediorientale, dall’aggressione imperialista alla lotta del popolo palestinese, come “un uso della violenza senza senso”, invitando “tutte le forze internazionali e locali ad agire in modo più responsabile”. [4] Il Kadek, come struttura, assumeva il ruolo di congresso mirante a sviluppare il lavoro nelle aree ideologiche, politiche e pratiche per le associazioni e i gruppi della società curda. L’attività congressuale, di formazione della nuova filosofia della dirigenza del Pkk, portava da un lato alla formazione del Kongra – Gel (Congresso del Popolo del Kurdistan) e dall’altro alla ricostituzione del Pkk, che mirò a diventare l’organizzazione del Bakur nel contesto del cosiddetto confederalismo democratico.
Il confederalismo democratico
Nel 2005 il Kongra – Gel fa propria la teoria sviluppata nel carcere di Imrali da Ocalan sulle forme di autogoverno del Kurdistan. Il leader curdo, influenzato dalle teorie dell’anarchico statunitense Bookchin (1921-2006), partendo da una analisi storica della civiltà umana, basata sulla critica dello Stato, condannava l’esperienza storica del movimento comunista e dei movimenti di liberazione nazionale, in quanto sarebbero invalidati dall’idea dello Stato e dello Stato-nazione. In alternativa, elaborava una teoria idealistica dell’autogoverno della società, con il ripristino della civiltà neolitica, riafferrmando i valori umani altrimenti completamente distrutti dallo sviluppo della società gerarchica costruita dallo Stato. Quei valori comuni, come l’uguaglianza di genere, l’ecologismo, la solidarietà e il socialismo, sono la base etica della sua concezione di democrazia radicale. Sulla base di questi valori, il progetto politico e sociale di confederalismo democratico è organizzato su quattro livelli. Alla base i comuni dei villaggi e i distretti, che sono coordinati a livello di quartiere, città, provincia e regione nella quale sono situati. Poi l’organizzazione dei gruppi sociali, come le donne, i giovani, gli anziani, ecc. Un altro livello di organizzazione si verifica sul piano culturale, in termini di organizzazione di diverse identità etnico-religioso-culturali. Il quarto e ultimo livello è quello delle organizzazioni della fantomatica “società civile”. Il suo essere “autogoverno” deriva dalla forma dei consigli comunali e dalle assemblee di tutti i livelli, le quali sono libere e aperte.
Se il confederalismo democratico prevede questa forma di organizzazione sociale, rispetto invece alla causa del Kurdistan, si prospetta la costituzione di un proprio autogoverno basato sull’Unione delle Comunità del Kurdistan (Kck), organo istituito nel 2007, il quale comprenda, oltre al Pkk per il Kurdistan turco, il Pyd per il Rojava siriano, gli altri loro equivalenti per l’Iraq (il Partito del Kurdistan per la Soluzione Democratica – Pçdk) e per l’Iran (il Partito per una Vita Libera in Kurdistan – Pjack) raggruppando potenzialmente tutte le minoranze curde divise nei quattro paesi mediorientali.
Il Kongra – Gel, invece, agirebbe come un parlamento, essendo previsto come il più alto organo legislativo dei confederati. La costituzione del Kck dovrebbe istituire anche un regime economico di tipo socialista, basato sul controllo centralizzato dell’economia da parte dell’organo stesso, pur non essendo contemplata l’abolizione della proprietà privata. Tra i territori curdi non esisterebbero frontiere, prendendo come esempio esplicito il trattato di Schengen nell’Ue, e l’ordine sarebbe regolato dalle proprie forze di difesa e da un apparato giudiziario autonomo, sia civile che militare. Il confederalismo democratico, prospettato da Ocalan, si tradurebbe in un’entità che agisca o in accordo con l’autorità centrale (i regimi di Iraq, Iran, Turchia e Siria), prevedendo una negoziazione pacifica e democratica per una riforma dell’intero assetto istituzionale di appartenenza o attuando la difesa militare dalle aggressioni di questi Stati.
Secondo Ocalan, il confederalismo democratico, applicabile anche in altri contesti fuori dal Kurdistan, sarebbe una soluzione complessiva della situazione del Medio Oriente, a partire dal conflitto arabo – sionista per il quale sostiene: “il conflitto in Palestina rende chiaro che il paradigma dello stato-nazione non aiuta una soluzione. C’è stato troppo sangue; quanto rimane è un retaggio difficile di problemi apparentemente irrisolvibili. Gli esempi israelo – palestinesi mostrano il fallimento completo del capitalismo moderno e dello Stato – nazione. Gli ebrei appartengono e sono portatori della cultura del Medio Oriente. Negare il loro diritto all’esistenza è un attacco al Medio Oriente in quanto tale”. [5] Una posizione che, dietro la vuota retorica radicaldemocratica e pacifista, porta acqua al mulino di chi taccia di antisemitismo la lotta palestinese.
Secondo Ocalan il problema del Medio Oriente è dato dalla rigidità dei confini degli Stati – nazione, nati dopo la Prima e Seconda guerra mondiale, in quanto incapaci di contenere le diverse specificità. Il suo è un attacco al panarabismo, reo di aver cercato di portare avanti politiche assimilazioniste contro l’eterogeneità culturale e religiosa, al pari dello stesso Ataturk in Turchia. Secondo la teoria di Ocalan, lo Stato prende il posto della religione e costringe gli individui a convertirsi ad esso, imponendo il proprio credo e cancellando quello degli altri. Da questo punto di vista, il ruolo delle guerre per procura degli imperialisti non è quello di aggressori di sovranità nazionali per la rapina dei territori, ma diventa occasione per liberare le forze democratiche rimaste imbrigliate dai regimi arabisti.
L’elemento estremamente idealista di questa visione del mondo è dato dalla concezione per cui le strutture sociali esistano di per sé e agiscono con una propria autonomia e non come prodotto dell’antagonismo storico tra le classi. Ocalan afferma: “Lo Stato – nazione necessitava della borghesia e del potere del capitale per rimpiazzare il vecchio ordine feudale e la sua ideologia che poggiava su strutture tribali ed aveva ereditato i diritti da un’ideologia nazionale che univa tutti i clan e le tribù sotto il tetto della nazione”. [6] All’incontrario, l’esperienza storica dimostra che è la borghesia ad aver utilizzato lo Stato – nazione moderno nella presa del potere dalle mani dell’aristocrazia e dei feudatari; non è lo Stato – nazione che agisce autonomamente, ma bensì la classe che lo dirige. L’analisi sul ruolo dello Stato è centrale in una teoria rivoluzionaria, perché implica la possibilità stessa della rivoluzione, come atto finale di una guerra in cui una classe prende il potere al posto di un’altra. Nelle lotte di liberazione nazionale questo significa lo scalzamento di una borghesia compradora o di una borghesia straniera in favore di un governo popolare di nuova democrazia. Negare il ruolo dello Stato, all’interno del sistema capitalistico, come oggetto del contendere, per la costruzione di una vera emancipazione e libertà per gli oppressi, significa opportunisticamente negare il percorso verso questa libertà stessa.
Conclusioni
Il Pkk, con il confederalismo democratico, conclude la propria parabola dal punto di vista ideologico: il revisionismo e l’opportunismo lo hanno portato su una linea riformista borghese. Comunque in trent’anni di attività, pur avendo dichiarato innumerevoli cessate il fuoco, non ha mai ceduto al disarmo e ha sempre cercato di rispondere agli attacchi del governo turco. Senza dubbio, però, ha progressivamente ridimensionato le proprie capacità militari, spostando aldilà del confine, in territorio iracheno, gran parte dei reparti di guerriglia, in funzione di una soluzione negoziata con lo Stato turco. Ovviamente né il Pkk né il movimento nazionalista curdo sono da considerarsi dei monoliti e, anzi, le barricate e i continui attacchi effettuati per le strade del Bakur e le azioni condotte in tutta la Turchia, dimostrano che la determinazione e la volontà di lottare da parte delle masse curde non si è mai sopita.
D’altra parte, la linea liquidazionista nel Bakur è in dialettica con quello che oggi succede nel Rojava, dove le Ypg (Unità di Protezione del Popolo), ovvero le milizie del Pyd, agiscono, da un lato, in coordinamento militare con l’aviazione yankee (all’interno del Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve) e dall’altro, attualmente, anche con le forze russe. [7]
Pur avendo subito, in Siria, l’assalto delle forze islamiste, strumentali alla Turchia, e avendovi resistito, stabilendo un tacito accordo di non belligeranza, se non di vera e propria collaborazione, con l’Esercito Arabo Siriano, il Pyd si è fiondato subito nel dichiarare la sua adesione alla coalizione contro lo Stato Islamico promossa dagli Usa, che ha il chiaro scopo politico di giustificare l’intervento imperialista e mettere all’angolo Assad. Allo stesso tempo, mentre Erdogan sotto banco sosteneva lo Stato Islamico in funzione anti-Pyd e conduceva una guerra totale alla Resistenza Curda in Turchia, Siria e Iraq, la direzione del Pkk proclamava, sia nel 2014 che nel 2015, tregue unilaterali nei confronti del regime di Ankara.
Le parole di Cemil Bayk (co – fondatore del Pkk e attuale numero due del Kck), durante una intervista sul Guardian [8], sono chiare: egli auspicava che l’appoggio dato dalle forze curde alla coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, portasse almeno al delisting del Pkk dalle liste nere antiterrorismo. Il tatticismo è chiaro: ingraziarsi le potenze imperialiste per ottenere un riconoscimento ufficiale che costringa il governo turco, in primis, a dover negoziare con l’organizzazione e a riconoscere l’autonomia curda sia in Siria che, in prospettiva, in Turchia. Quello che sta drammaticamente avvenendo nel Bakur dimostra, però, quanto questa posizione sia fallimentare. Non solo Erdogan ha chiuso qualsiasi possibilità sui negoziati, ma ha mandato l’esercito a massacrare i curdi e sta facendo pesare tutto ciò che è in suo potere sulla diplomazia internazionale (vedi ad esempio la questione dei profughi) per far considerare lo stesso Pyd una organizzazione terroristica. Per Erdogan e la borghesia turca, il Rojava, la Siria e non solo sono aree da includere nel proprio progetto espansionista neo – ottomano, che va in contraddizione aperta con qualsiasi autonomia o federazione proposta dalle organizzazioni curde. La contropartita del sangue versato dai curdi sull’altare degli interessi imperialisti non arriverà mai, o al limite essa consisterà in uno Stato satellite degli Usa com’è l’attuale Kurdistan iracheno.
Il senso di questo articolo non è quello di criticare coloro che oggi, con coraggio e determinazione, combattono in Bakur come nel Rojava, ai quali dobbiamo tutti mostrarci solidali. Anzi, i tanti giovani che partono per lottare sul fronte siriano, come prima su quello del Donbass, dimostrano un nuovo spirito internazionalista. L’obiettivo, invece, è dare degli strumenti per evitare facili innamoramenti verso delle organizzazioni liquidazioniste e linee politiche riformiste borghesi. La libertà dei popoli e le lotte di liberazione nazionale non hanno mai trovato un possibile alleato nelle fazioni di borghesia imperialista più aggressive, oggi rappresentate dal blocco Nato sotto la guida Usa: l’autodeterminazione dei popoli è impossibile da conquistare in alleanza con coloro che, per preservare la propria posizione di dominio, non possono che negarla.
Ciò che si esprime nella linea politica del Pkk e dalle organizzazioni ad esso legato confonde il movimento contro la guerra imperialista nel nostro paese, in particolare la scelta di cercare l’appoggio dei governi interventisti (è un esempio l’incontro ufficiale di Nessrin Abdalla delle Ypg con il ministro della difesa italiano Gentiloni). [9] Dal nostro punto di vista, nella fase attuale di tendenza alla guerra, il ruolo delle lotte di liberazione e autodeterminazione nazionale rivestono un ruolo essenziale nell’avanzamento della prospettiva rivoluzionaria, purché si sostanzino in lotta all’imperialismo e contribuiscano alla lotta più generale contro il capitalismo.
Note
Materiali utili per l’approfondimento
Blood and Belief: The Pkk and the Kurdish Fight for Independence
Siccome le analisi sono quasi costantemente sdraiate sulla narrazione (sì, purtroppo ci sono anche a sinistra) del popolo indomito dalla cui parte stanno tutte le ragioni, di seguito propongo una disamina puntuale e ragionata in termini di classe del PKK, che focalizza meglio del tifo da stadio i motivi per cui non si dovrebbe sdraiare sul sostegno acritico alla lotta curda.
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Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e il confederalismo democratico
L’intervento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna in Medio Oriente, che è sorto dalla crisi irachena, è un evento fondamentale […] I regimi mediorientali, non riuscendo a vedere le possibilità di cambiamento per mezzo di dinamiche interne, sono state portate a questo punto con l’intervento straniero. Mentre i risultati di questo intervento hanno avviato un nuovo periodo che è destinato ad avere ripercussioni in tutto il mondo, ha anche aperto la strada allo sviluppo delle forze democratiche.
Dichiarazione finale della Conferenza di Fondazione del Congresso del Popolo del Kurdistan (Kongra Gel) – novembre 2003.
Con il voto unanime del 26 novembre 2014, il senato italiano impegnava il governo ad adoperarsi per incoraggiare, anche tramite l’Ue, ad uno sviluppo positivo dei negoziati tra Ankara e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), con l’obiettivo che quest’ultimo venisse cancellato dalla lista europea delle organizzazioni “terroristiche”. Ugualmente, il primo ministro inglese, Cameron, ha più volte espresso la necessità di questo passaggio formale, mentre il parlamento europeo, pur senza successo, ha votato una mozione in tal senso.
Gli stessi stati coinvolti nell’arresto e nella deportazione nel carcere di Imrali del leader curdo Abdullah Ocalan nel 1999, oggi riconoscono il ruolo che il Pkk svolge nell’area o, in alternativa, fanno i vari distinguo rapportandosi alla sua ala siriana, il Partito dell’Unione Democratica (Pyd). Se, almeno in parte, possiamo considerare vero che le liste nere antiterrorismo, promosse dall’Ue su imitazione degli Usa, possono essere viste come una istantanea sui gruppi che si pongono sul terreno dello scontro con gli interessi strategici di tali potenze imperialiste, allora il tentativo di cancellare un particolare gruppo da tale elenco può rappresentare una sua conciliazione con tali interessi.
Per comprendere in che modo una organizzazione, nata nel solco della sinistra rivoluzionaria turca e addestratasi nei campi del Fronte Popolare in Libano, sia oggi reputata da alcuni settori della borghesia imperialista come un possibile partner, piuttosto che un nemico da eliminare, bisogna osservare lo sviluppo della linea politica del Pkk dall’arresto di Ocalan ai processi di pace, fino alla collaborazione militare con gli Usa.
L’inizio dell’attività politica e della lotta armata
Il Pkk è un partito politico fondato nel 1979 da un gruppo di studenti universitari curdi di Ankara, interni alla sinistra rivoluzionaria attiva in Turchia. A partire dagli anni ’60 si sviluppava una forte battaglia ideologica in seno al movimento comunista e alle sue organizzazioni, che vide una polarizzazione tra due linee. La prima, capeggiata dal riformista Partito dei Lavoratori di Turchia, sosteneva una transizione pacifica al socialismo dall’interno del parlamento. La seconda propugnava una rivoluzione democratica nazionale, negli interessi degli operai e dei contadini, per liberare la Turchia dal semi – colonialismo statunitense, affidandone però la guida all’esercito, secondo il modello già seguito da Kemal Ataturk – ovvero del fondatore della Turchia moderna post ottomana – ma declinandolo apertamente in senso socialista e comunista.
Da questa seconda posizione, successivamente ad un suo sviluppo ideologico, che tentava di affrancarsi dalla tendenza kemalista, criticando il putchismo e la fiducia nell’esercito, nascono negli anni ’70 le organizzazioni rivoluzionarie Esercito di Liberazione del Popolo Turco (Thko) e il Partito – Fronte di Liberazione del Popolo Turco (Thkc-p), le quali sostenevano la necessità di una guerra popolare condotta da operai e contadini con l’obiettivo di liberare la Turchia dal giogo statunitense-atlantico. Il Pkk nacque e si sviluppò su ispirazione di queste, calando, all’interno della realtà curda, l’analisi che la sinistra rivoluzionaria faceva sulla Turchia, quindi rivendicando la necessità della lotta di liberazione nazionale per la costruzione di un Kurdistan socialista separato da essa. Pur traendo ispirazione dai partiti rivoluzionari della sinistra turca, il Pkk, in quella fase, criticava l’ispirazione kemalista alla base della loro analisi, accusandoli di socialsciovinismo. Da parte loro, le organizzazioni turche criticavano la definizione di colonia per il Kurdistan, vista la natura di semi – colonia e di paese con uno sviluppo capitalistico arretrato della Turchia stessa. Secondo il loro ragionamento il concetto di colonialismo deve essere letto nel quadro dell’imperialismo, negando quindi la possibilità che un paese non avanzato abbia delle pretese coloniali su altre nazioni. Di conseguenza veniva criticata la scelta dei curdi di organizzarsi separatamente dalla sinistra rivoluzionaria turca.
Le posizioni della maggior parte delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria turca e dei nazionalisti curdi, sul ruolo storico di Kemal Ataturk, sono enormemente differenti: per i primi il “padre dei turchi” rappresenta la borghesia nazionale nascente che si è opposta alla spartizione imperialista del territorio nazionale dopo la caduta dell’Impero Ottomano, traghettando il paese dal feudalesimo al capitalismo, dandone quindi, in questo senso, una lettura progressista; al contrario, per il nazionalismo curdo, egli rappresenta il punto d’inizio del colonialismo del Kurdistan. Il trattato capestro di Sevres imposto dai vincitori della Prima guerra mondiale nel 1920, prevedeva il riconoscimento dello Stato curdo; la rinegoziazione ottenuta da Kemal e la firma nel ’23 del trattato di Losanna negarono la formazione della nuova entità statale, suddividendo il territorio in quattro parti e, più in generale, dava avvio al processo assimilazionista forzato, al quale tutte le minoranze etniche (curdi, armeni, circassi etc.) e le comunità religiose (sufi, dervisci, cristiano – greche, etc.) dovettero adeguarsi, compreso l’islam politico, che rimarrà confinato e represso fino alla salita al governo di Erdogan. Le politiche di Ataturk diedero il via alla prima rivolta curda del 1925, guidata dall’autorità religiosa Şeyh Said e, più in generale, determinarono la nascita del movimento nazionalista curdo.
Per i primi anni il Pkk si orientava principalmente sulla costruzione dell’organizzazione del partito, portando avanti lotte, sabotaggi e mobilitazioni, principalmente contro le famiglie feudali in Kurdistan, che esercitavano il dominio sui lavoratori e sul territorio. Le lotte in Hilvan, nel 1978, e in Siverek, nella provincia di Urfa, nel 1979, portarono l’organizzazione a porsi il problema concreto del piano clandestino e militare che, fino ad allora, era rimasto solo sulla carta. Sul piano ideologico, il gruppo si ispirava sostanzialmente al maoismo, alla teoria della guerra popolare prolungata e alla costruzione di un esercito popolare, che avesse come referente principale i contadini.
Dopo alcuni anni passati tra i campi di addestramento in Libano e Siria, durante i quali in Turchia avvenne l’ennesimo golpe militare, veniva costruito un nucleo di circa 300 militanti che, nell’estate del 1984, entrava in Turchia, passando dal Bashur, il Kurdistan iracheno (grazie ad un accordo con il Partito Democratico del Kurdistan – Kdp). Il 15 agosto 1984, i guerriglieri curdi del Pkk attaccavano postazioni dell’esercito turco, con mitragliatrici e razzi, e distribuendo volantini, nei quali dichiaravano aperta la fase di “guerra popolare allo stato colonialista e fascista turco”. Questa data rimarrà, nella biografia dell’organizzazione, come il Giorno del Risveglio.
Il materiale distribuito durante l’azione, firmato dall’Hrk (Hazen Rizgariya Kurdistan – Unità di Liberazione del Kurdistan), non conteneva elementi di natura etnica o nazionalista, ma, al contrario, invitava le organizzazioni rivoluzionarie turche a unire le forze contro la dittatura e inquadrava la lotta del popolo curdo come parte integrante della lotta di emancipazione della classe operaia e delle masse popolari di tutta la Turchia. La lotta del Pkk – Hrk non veniva concepita esclusivamente come una lotta di curdi per i curdi, ma veniva inserita, pur rivendicando il diritto alla separazione nazionale per il popolo curdo, nella causa rivoluzionaria di tutti i popoli della Turchia.
Le esperienze di fronte unito con le organizzazioni comuniste turche furono molteplici a partire dal 1982, come il Faşizme Karşı Birleşik Direniş Cephesi (Fkbdc; Fronte Unificato di Resistenza Contro il Fascismo) che comprese, oltre al Pkk, Sentiero Rivoluzionario (Dev Yol), il Thkc-p, Guerra Rivoluzionaria (Devrimci Savas) e altri. Esso venne sciolto nell’86 a causa degli arresti che colpivano Dev Yol, l’organizzazione maggiore del Fronte. Seguiranno altri protocolli di collaborazione, tra cui quello con il Partito/Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario (Dhkc-p) nel 1996. [1] Esperienza conclusasi due anni dopo con l’accusa, da parte dei rivoluzionari turchi nei confronti del Pkk, di privilegiare la collaborazione con i partiti riformisti. Infatti, parallelamente ai rapporti, talvolta simbolici, con le altre organizzazioni rivoluzionarie turche, il Pkk, a partire dagli anni ’90, incominciava a cooperare con una serie di partiti parlamentari filo – curdi, come il Partito della Democrazia del Popolo (Hadep), con l’obiettivo di avere un ramo legale della lotta di liberazione, che conducesse la denuncia della repressione dello Stato.
Alla fine degli anni ’80, con l’inizio dello scontro armato, il partito dava vita ad una serie di strutture ramificate come l’Ernk (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan), organizzazione interclassista di intellettuali, studenti, operai, rappresentativa di ogni settore della società curda. Esso veniva concepito come un fronte ampio con un notevole sostegno di massa e che operava anche fuori dai confini del Kurdistan, per far conoscere la lotta di autodeterminazione del popolo curdo. Parallelamente il Pkk cambiava denominazione alle Hrk, fondando l’Esercito di Liberazione Nazionale del Kurdistan (Argk) e dando il via alla prima fase della guerra popolare, la “difensiva strategica”. L’obiettivo era quello di mobilitare il popolo curdo grazie alla lotta armata.
Nel giro di alcuni anni, a causa soprattutto delle politiche etnocide e terroristiche dello Stato turco, iniziava la “Serhildan”, la rivolta di massa curda. Questa fase rappresentò il periodo più alto raggiunto dal Pkk in termini di consenso e radicamento.
La forza della lotta curda ebbe eco internazionale, portando settori di borghesia imperialista europea, come lo Stato svizzero ed in seguito il parlamento dell’Ue, ad esprimersi per una soluzione pacifica del conflitto. L’allora premier Turgut Özal si pronunciava a favore di una serie di concessioni alla popolazione curda e Ocalan annunciava, nel 1993, la prima tregua unilaterale dichiarando che era arrivato il momento per dei negoziati pacifici.
Il riconoscimento, da parte del governo turco e internazionale, della “questione curda” e il controllo operato su alcune zone del Bakur (Kurdistan turco), portava il Pkk ad affrontare il quinto congresso, nel gennaio del ’95, come l’ingresso in una nuova fase, formalizzando il passaggio politico e militare “all’equilibrio strategico”. Dal punto di vista di Ocalan, in contrasto alla visione del movimento comunista e alle esperienze di altre guerre rivoluzionarie vittoriose, questa fase rappresentava il momento della guerra popolare in cui dare maggiore peso al piano politico e diplomatico rispetto a quello militare. Questo congresso, però, non venne ricordato per questo aspetto, pur molto importante nello sviluppo ideologico del partito, quanto per la sua lettura della situazione internazionale, nella quale il Pkk si dissociava dall’esperienza del socialismo sovietico e dalle “altre politiche dogmatiche”, ritenute “l’era più primitiva e violenta del socialismo”. Si arrivò a rimuovere, dalla propria bandiera, i simboli storici del movimento comunista, la falce e il martello, a dimostrazione di un cambio sul piano ideologico, in questo momento ancora non del tutto consolidato e solo agli inizi, ma che aprì la nuova fase del partito.
Dal Pkk al Kongra – Gel
La nuova fase di “equilibrio strategico”, più che determinata da fattori interni allo sviluppo della guerra popolare, era il prodotto di uno spostamento ideologico del Pkk, dal campo della sinistra rivoluzionaria turca marxista – leninista al movimento nazionalista curdo, quindi dalla prospettiva della costruzione dello Stato socialista curdo ad una soluzione autonomista. Questo passaggio fu dato da elementi di carattere internazionale, come la caduta dell’Urss, storico sostenitore dell’organizzazione, e dal consolidarsi dell’autonomia curda del Bashur, ad opera dei combattenti peshmerga del Kpd e dell’Unione Patriottica del Kurdistan (Upk), con il sostegno degli imperialisti Usa, nell’ambito del piano di frammentazione dell’Iraq successivo alla Prima guerra del Golfo (1991).
I rapporti tra Pkk e i peshmerga curdo – iracheni sono contraddittori, tanto che nel ’91 vi furono due conflitti armati, terminati con la successiva tregua e la possibilità per l’organizzazione di Ocalan di costruire le proprie basi logistiche sicure sui monti Qandil (zona sotto il controllo dell’Upk) e di condurre diverse azioni congiunte contro le incursioni dell’esercito turco in Iraq. Ocalan incominciò a vedere nella soluzione autonomista una possibilità concreta, determinata dalla caduta della cortina di ferro e quindi della rimessa in discussione di tutti quegli equilibri che, fino a quel momento, avevano caratterizzato l’area mediorientale. La nuova stagione di aggressione imperialista, iniziata con la guerra del Golfo, apriva la possibilità di modificare confini e sovranità nazionali.
L’arresto di Ocalan, nel ’99, avvenne in un momento in cui, in fuga dopo l’espulsione dalla Siria [2], si recava in Europa alla ricerca di possibili interlocutori istituzionali, che si prendessero in carico l’onere di fare da sponsor per una negoziazione del conflitto. Possiamo ricordare in tal senso gli appelli di Ocalan allo Stato italiano, all’Unione Europea e agli Stati Uniti per la costruzione di una conferenza di pace sulla questione curda che vedesse le forze imperialiste in prima linea nei negoziati. Parte di questa visione furono i tentativi di costruire una rappresentanza diplomatica curda accreditabile presso gli alleati della Turchia nell’ambito della Nato. Tale obiettivo venne raggiunto con la formazione del Knk (Congresso Nazionale del Kurdistan) con sede a Bruxelles, che funziona tuttora da “organizzazione ombrello”, raccogliendo tutti i partiti dei quattro lati del Kurdistan, dal Pkk al Kdp, fino ad altre formazioni minori curde.
L’ufficializzazione di un’ulteriore deriva revisionista nel Pkk avvenne con il settimo congresso nel 2000, con l’adozione delle tesi esposte da Ocalan nei ricorsi presentati alla corte europea dei diritti dell’uomo e al tribunale di sorveglianza di Ankara. Le dichiarazioni del dirigente curdo sostennero che l’obiettivo del partito non era più da tempo la costruzione di uno Stato indipendente socialista, bensì i legittimi “diritti culturali dei curdi” e che anzi i curdi avrebbero potuto dare un contributo alla stabilità, alla pace e allo sviluppo della Turchia. Queste stesse dichiarazioni, rilasciate al tribunale di Strasburgo, chiedevano l’intervento dell’Ue come negoziatore. Tale cambio di rotta, che trasformò l’organizzazione da partito nazionale rivoluzionario a partito nazionale riformista, ebbe le sue conseguenze sulla ristrutturazione del Pkk. Il congresso eliminò l’Argk, l’esercito popolare, mutandolo in Hpg (Forze di Difesa del Popolo), che ebbero il compito di auto – difesa contro le aggressioni dell’esercito turco, e venne sciolto l’Ernk, il fronte politico, in favore di un rafforzamento del ruolo diplomatico del Knk. Questi cambiamenti non vennero accettati da tutti i militanti dell’organizzazione. [3] Dal fronte delle carceri un gruppo di prigionieri del Pkk criticò aspramente quella che definirono una “linea liquidazionista”; all’esterno diverse unità di guerriglieri e militanti politici lasciarono l’organizzazione e formarono nuove strutture; Una di queste è il Tak (Falchi della libertà del Kurdistan) che pur non mettendo in discussione la leadership di Ocalan, attaccarono la scelta dei negoziati e dei cessate il fuoco, cominciando a portare avanti azioni di guerriglia urbana contro obiettivi turchi.
Passeranno due anni, prima della perdita di ruolo ufficiale del Pkk stesso e la fondazione del Kadek (Congresso per la Libertà e la Democrazia nel Kurdistan) durante l’ottavo congresso del partito. Nonostante l’assenza fisica, Ocalan continuò a dettare la linea tramite le sue teorizzazioni dal carcere.
L’organizzazione fece proprio l’impianto ideologico liquidazionista della causa curda, formalizzandone i nuovi obiettivi: lavorare per la democratizzazione della repubblica turca, riconoscendone confini e governo e costruire una coalizione di associazioni e partiti democratici che guidino il negoziato con Ankara. Non solo, rispetto alla situazione internazionale, ridefinì il ruolo Usa in Iraq, come “colonialismo democratico”, e rilesse la situazione mediorientale, dall’aggressione imperialista alla lotta del popolo palestinese, come “un uso della violenza senza senso”, invitando “tutte le forze internazionali e locali ad agire in modo più responsabile”. [4] Il Kadek, come struttura, assumeva il ruolo di congresso mirante a sviluppare il lavoro nelle aree ideologiche, politiche e pratiche per le associazioni e i gruppi della società curda. L’attività congressuale, di formazione della nuova filosofia della dirigenza del Pkk, portava da un lato alla formazione del Kongra – Gel (Congresso del Popolo del Kurdistan) e dall’altro alla ricostituzione del Pkk, che mirò a diventare l’organizzazione del Bakur nel contesto del cosiddetto confederalismo democratico.
Il confederalismo democratico
Nel 2005 il Kongra – Gel fa propria la teoria sviluppata nel carcere di Imrali da Ocalan sulle forme di autogoverno del Kurdistan. Il leader curdo, influenzato dalle teorie dell’anarchico statunitense Bookchin (1921-2006), partendo da una analisi storica della civiltà umana, basata sulla critica dello Stato, condannava l’esperienza storica del movimento comunista e dei movimenti di liberazione nazionale, in quanto sarebbero invalidati dall’idea dello Stato e dello Stato-nazione. In alternativa, elaborava una teoria idealistica dell’autogoverno della società, con il ripristino della civiltà neolitica, riafferrmando i valori umani altrimenti completamente distrutti dallo sviluppo della società gerarchica costruita dallo Stato. Quei valori comuni, come l’uguaglianza di genere, l’ecologismo, la solidarietà e il socialismo, sono la base etica della sua concezione di democrazia radicale. Sulla base di questi valori, il progetto politico e sociale di confederalismo democratico è organizzato su quattro livelli. Alla base i comuni dei villaggi e i distretti, che sono coordinati a livello di quartiere, città, provincia e regione nella quale sono situati. Poi l’organizzazione dei gruppi sociali, come le donne, i giovani, gli anziani, ecc. Un altro livello di organizzazione si verifica sul piano culturale, in termini di organizzazione di diverse identità etnico-religioso-culturali. Il quarto e ultimo livello è quello delle organizzazioni della fantomatica “società civile”. Il suo essere “autogoverno” deriva dalla forma dei consigli comunali e dalle assemblee di tutti i livelli, le quali sono libere e aperte.
Se il confederalismo democratico prevede questa forma di organizzazione sociale, rispetto invece alla causa del Kurdistan, si prospetta la costituzione di un proprio autogoverno basato sull’Unione delle Comunità del Kurdistan (Kck), organo istituito nel 2007, il quale comprenda, oltre al Pkk per il Kurdistan turco, il Pyd per il Rojava siriano, gli altri loro equivalenti per l’Iraq (il Partito del Kurdistan per la Soluzione Democratica – Pçdk) e per l’Iran (il Partito per una Vita Libera in Kurdistan – Pjack) raggruppando potenzialmente tutte le minoranze curde divise nei quattro paesi mediorientali.
Il Kongra – Gel, invece, agirebbe come un parlamento, essendo previsto come il più alto organo legislativo dei confederati. La costituzione del Kck dovrebbe istituire anche un regime economico di tipo socialista, basato sul controllo centralizzato dell’economia da parte dell’organo stesso, pur non essendo contemplata l’abolizione della proprietà privata. Tra i territori curdi non esisterebbero frontiere, prendendo come esempio esplicito il trattato di Schengen nell’Ue, e l’ordine sarebbe regolato dalle proprie forze di difesa e da un apparato giudiziario autonomo, sia civile che militare. Il confederalismo democratico, prospettato da Ocalan, si tradurebbe in un’entità che agisca o in accordo con l’autorità centrale (i regimi di Iraq, Iran, Turchia e Siria), prevedendo una negoziazione pacifica e democratica per una riforma dell’intero assetto istituzionale di appartenenza o attuando la difesa militare dalle aggressioni di questi Stati.
Secondo Ocalan, il confederalismo democratico, applicabile anche in altri contesti fuori dal Kurdistan, sarebbe una soluzione complessiva della situazione del Medio Oriente, a partire dal conflitto arabo – sionista per il quale sostiene: “il conflitto in Palestina rende chiaro che il paradigma dello stato-nazione non aiuta una soluzione. C’è stato troppo sangue; quanto rimane è un retaggio difficile di problemi apparentemente irrisolvibili. Gli esempi israelo – palestinesi mostrano il fallimento completo del capitalismo moderno e dello Stato – nazione. Gli ebrei appartengono e sono portatori della cultura del Medio Oriente. Negare il loro diritto all’esistenza è un attacco al Medio Oriente in quanto tale”. [5] Una posizione che, dietro la vuota retorica radicaldemocratica e pacifista, porta acqua al mulino di chi taccia di antisemitismo la lotta palestinese.
Secondo Ocalan il problema del Medio Oriente è dato dalla rigidità dei confini degli Stati – nazione, nati dopo la Prima e Seconda guerra mondiale, in quanto incapaci di contenere le diverse specificità. Il suo è un attacco al panarabismo, reo di aver cercato di portare avanti politiche assimilazioniste contro l’eterogeneità culturale e religiosa, al pari dello stesso Ataturk in Turchia. Secondo la teoria di Ocalan, lo Stato prende il posto della religione e costringe gli individui a convertirsi ad esso, imponendo il proprio credo e cancellando quello degli altri. Da questo punto di vista, il ruolo delle guerre per procura degli imperialisti non è quello di aggressori di sovranità nazionali per la rapina dei territori, ma diventa occasione per liberare le forze democratiche rimaste imbrigliate dai regimi arabisti.
L’elemento estremamente idealista di questa visione del mondo è dato dalla concezione per cui le strutture sociali esistano di per sé e agiscono con una propria autonomia e non come prodotto dell’antagonismo storico tra le classi. Ocalan afferma: “Lo Stato – nazione necessitava della borghesia e del potere del capitale per rimpiazzare il vecchio ordine feudale e la sua ideologia che poggiava su strutture tribali ed aveva ereditato i diritti da un’ideologia nazionale che univa tutti i clan e le tribù sotto il tetto della nazione”. [6] All’incontrario, l’esperienza storica dimostra che è la borghesia ad aver utilizzato lo Stato – nazione moderno nella presa del potere dalle mani dell’aristocrazia e dei feudatari; non è lo Stato – nazione che agisce autonomamente, ma bensì la classe che lo dirige. L’analisi sul ruolo dello Stato è centrale in una teoria rivoluzionaria, perché implica la possibilità stessa della rivoluzione, come atto finale di una guerra in cui una classe prende il potere al posto di un’altra. Nelle lotte di liberazione nazionale questo significa lo scalzamento di una borghesia compradora o di una borghesia straniera in favore di un governo popolare di nuova democrazia. Negare il ruolo dello Stato, all’interno del sistema capitalistico, come oggetto del contendere, per la costruzione di una vera emancipazione e libertà per gli oppressi, significa opportunisticamente negare il percorso verso questa libertà stessa.
Conclusioni
Il Pkk, con il confederalismo democratico, conclude la propria parabola dal punto di vista ideologico: il revisionismo e l’opportunismo lo hanno portato su una linea riformista borghese. Comunque in trent’anni di attività, pur avendo dichiarato innumerevoli cessate il fuoco, non ha mai ceduto al disarmo e ha sempre cercato di rispondere agli attacchi del governo turco. Senza dubbio, però, ha progressivamente ridimensionato le proprie capacità militari, spostando aldilà del confine, in territorio iracheno, gran parte dei reparti di guerriglia, in funzione di una soluzione negoziata con lo Stato turco. Ovviamente né il Pkk né il movimento nazionalista curdo sono da considerarsi dei monoliti e, anzi, le barricate e i continui attacchi effettuati per le strade del Bakur e le azioni condotte in tutta la Turchia, dimostrano che la determinazione e la volontà di lottare da parte delle masse curde non si è mai sopita.
D’altra parte, la linea liquidazionista nel Bakur è in dialettica con quello che oggi succede nel Rojava, dove le Ypg (Unità di Protezione del Popolo), ovvero le milizie del Pyd, agiscono, da un lato, in coordinamento militare con l’aviazione yankee (all’interno del Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve) e dall’altro, attualmente, anche con le forze russe. [7]
Pur avendo subito, in Siria, l’assalto delle forze islamiste, strumentali alla Turchia, e avendovi resistito, stabilendo un tacito accordo di non belligeranza, se non di vera e propria collaborazione, con l’Esercito Arabo Siriano, il Pyd si è fiondato subito nel dichiarare la sua adesione alla coalizione contro lo Stato Islamico promossa dagli Usa, che ha il chiaro scopo politico di giustificare l’intervento imperialista e mettere all’angolo Assad. Allo stesso tempo, mentre Erdogan sotto banco sosteneva lo Stato Islamico in funzione anti-Pyd e conduceva una guerra totale alla Resistenza Curda in Turchia, Siria e Iraq, la direzione del Pkk proclamava, sia nel 2014 che nel 2015, tregue unilaterali nei confronti del regime di Ankara.
Le parole di Cemil Bayk (co – fondatore del Pkk e attuale numero due del Kck), durante una intervista sul Guardian [8], sono chiare: egli auspicava che l’appoggio dato dalle forze curde alla coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, portasse almeno al delisting del Pkk dalle liste nere antiterrorismo. Il tatticismo è chiaro: ingraziarsi le potenze imperialiste per ottenere un riconoscimento ufficiale che costringa il governo turco, in primis, a dover negoziare con l’organizzazione e a riconoscere l’autonomia curda sia in Siria che, in prospettiva, in Turchia. Quello che sta drammaticamente avvenendo nel Bakur dimostra, però, quanto questa posizione sia fallimentare. Non solo Erdogan ha chiuso qualsiasi possibilità sui negoziati, ma ha mandato l’esercito a massacrare i curdi e sta facendo pesare tutto ciò che è in suo potere sulla diplomazia internazionale (vedi ad esempio la questione dei profughi) per far considerare lo stesso Pyd una organizzazione terroristica. Per Erdogan e la borghesia turca, il Rojava, la Siria e non solo sono aree da includere nel proprio progetto espansionista neo – ottomano, che va in contraddizione aperta con qualsiasi autonomia o federazione proposta dalle organizzazioni curde. La contropartita del sangue versato dai curdi sull’altare degli interessi imperialisti non arriverà mai, o al limite essa consisterà in uno Stato satellite degli Usa com’è l’attuale Kurdistan iracheno.
Il senso di questo articolo non è quello di criticare coloro che oggi, con coraggio e determinazione, combattono in Bakur come nel Rojava, ai quali dobbiamo tutti mostrarci solidali. Anzi, i tanti giovani che partono per lottare sul fronte siriano, come prima su quello del Donbass, dimostrano un nuovo spirito internazionalista. L’obiettivo, invece, è dare degli strumenti per evitare facili innamoramenti verso delle organizzazioni liquidazioniste e linee politiche riformiste borghesi. La libertà dei popoli e le lotte di liberazione nazionale non hanno mai trovato un possibile alleato nelle fazioni di borghesia imperialista più aggressive, oggi rappresentate dal blocco Nato sotto la guida Usa: l’autodeterminazione dei popoli è impossibile da conquistare in alleanza con coloro che, per preservare la propria posizione di dominio, non possono che negarla.
Ciò che si esprime nella linea politica del Pkk e dalle organizzazioni ad esso legato confonde il movimento contro la guerra imperialista nel nostro paese, in particolare la scelta di cercare l’appoggio dei governi interventisti (è un esempio l’incontro ufficiale di Nessrin Abdalla delle Ypg con il ministro della difesa italiano Gentiloni). [9] Dal nostro punto di vista, nella fase attuale di tendenza alla guerra, il ruolo delle lotte di liberazione e autodeterminazione nazionale rivestono un ruolo essenziale nell’avanzamento della prospettiva rivoluzionaria, purché si sostanzino in lotta all’imperialismo e contribuiscano alla lotta più generale contro il capitalismo.
Note
[1] Vedi l’articolo “La lotta rivoluzionaria in Turchia e Kurdistan”
paragrafo “Le principali formazioni rivoluzionarie turche e curde”
Antitesi n.2 sezione 3: Imperialismo e guerra
[2] Vedi l’articolo ” Dalla primavera al lungo inverno siriano”
paragrafo “Il ruolo e la condizione dei curdi nel conflitto siriano
Antitesi n.2 sezione 3: Imperialismo e guerra
http://www.tazebao.org/primavera-damasco-inverno-siriano/
paragrafo “Il ruolo e la condizione dei curdi nel conflitto siriano
Antitesi n.2 sezione 3: Imperialismo e guerra
http://www.tazebao.org/primavera-damasco-inverno-siriano/
[4] https://wikileaks.org/gifiles/attach/8/8824_Pkk%20RESEARCH.doc
[6] Ibidem.
[7] Vedi l’articolo ” Dalla <> al lungo inverno siriano”
paragrafo “Conclusioni”
Antitesi n.2 sezione 3: Imperialismo e guerra
http://www.tazebao.org/primavera-damasco-inverno-siriano/
paragrafo “Conclusioni”
Antitesi n.2 sezione 3: Imperialismo e guerra
http://www.tazebao.org/primavera-damasco-inverno-siriano/
[8] http://delistthePkk.com/the-guardian-interviews-cemal-bayik-in-qandil/
Materiali utili per l’approfondimento
Blood and Belief: The Pkk and the Kurdish Fight for Independence
From
Kawa the Blacksmith to Ishtar the Goddess: Gender Constructions in
Ideological-Political Discourses of the Kurdish Movement in post-1980
Turkey su http://ejts.revues.org/4657
Özcan, Ali Kemal, Turkey’s Kurds. A theoretical analysis of the Pkk and Abdullah Öcalan, New York 2006. .
Turchia. Una prateria in fiamme! Internazionalismo proletario e processo rivoluzionario in Turchia del Collettivo Comunista Metropolitano, Milano, 1999.
Abdullah Ocalan, La Road Map verso i negoziati, edizioni Punto Rosso, Milano, 2014.
Knk – Congresso Nazionale del Kurdistan, Siria. Sviluppi politici nel Kurdistan Occidentale (Kurdistan Rojava), Med – Centro Culturale Curdo, Torino, 2013.
AA.VV., Dai monti del Kurdistan. Intervista a più voci in un villaggio del Kurdistan turco, edizioni a cura di “Alpi Libere”, Cuneo, 2012.
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