Perché le temperature minime vicino al mare sono altissime e rendono impossibile dormire? Facile da spiegare: il mare è un gigantesco volano termico, impiega molto tempo a scaldarsi, però una volta che è caldo resta tale per mesi. E visto che i mari si stanno progressivamente scaldando, anche in profondità (il Mediterraneo secondo i dati satellitari Copernicus è circa tre gradi sopra media) l’energia presente nell’acqua è smisurata. Se il mare arriva a 30 gradi, le minime nelle zone costiere sono elevatissime”. Luca Mercalli, climatologo e presidente dell’associazione Società Meteorologica Italiana, ragiona su una delle tante anomalie di questa estate. Sottolineandone le conseguenze sulla salute: “La differenza tra 20 e 27 gradi in una temperatura minima notturna per il corpo umano è abissale. Paradossalmente, sarebbe meglio non andare al mare d’estate, e andarci a maggio e giugno, quando le acque sono ancora fresche in seguito all’inverno”.
Dopo mesi di silenzio sul clima, ora i media lanciano un
allarme all’insegna del panico: sarà l’estate più fresca della nostra
vita, andrà sempre peggio. È così?
I toni apocalittici nascono quando viene data un’assurda enfasi sui
fatti di cronaca, che possono essere limitati a giorni specifici, ma poi
si dimenticano in fretta. Invece i veri elementi di preoccupazione
devono essere continui e strutturali, ciò che viviamo è il sintomo di
una crisi climatica che diventerà sempre peggiore nei prossimi anni e
durerà secoli. Per questo serve una programmazione a lungo termine,
perché queste estati sono ormai la norma.
Questa estate sarà più calda di quella del 2003?
Molto probabilmente sì, anche se dobbiamo aspettare la fine di agosto
per avere i dati completi. In ogni caso si gioca la posizione con quella
del 2003, del 2022 e del 2026. Per avere un’idea del livello di
anomalia statistica, pensiamo che per l’estate del 2003 il tempo di
ritorno stimato senza crisi climatica era di mille anni. Ora invece è la
terza in poco più di vent’anni.
El Nino non c’entra, ancora?
No, non c’entra, per ora si sta rinforzando e crescendo di intensità
sull’oceano Pacifico, basti pensare alle alluvioni in Cile, in una zona
normalmente arida. Ma qui da noi al momento la causa dell’anomalia
termica è solo il riscaldamento globale, che genera una maggiore
espansione dell’anticiclone del Sahara, dove d’altronde pochi giorni fa
c’erano 50 gradi. El Nino culminerà a fine anno.
Dal suo osservatorio nota maggiore preoccupazione nelle persone?
Sicuramente le persone sono più scioccate e sentono sulla loro pelle il
peso di queste anomalie, ma molti stanno cercando fughe psicologiche: ho
visto aumentare messaggi di persone che mi chiedono se il caldo sia
legato, ad esempio, al gran numero di satelliti, al cambiamento di
inclinazione dell’asse terrestre o altre cause bislacche. È come se si
cercassero alibi invece che accettare la causa più logica, il
riscaldamento globale, una responsabilità collettiva legata al consumo
di energia fossile, alla deforestazione, agli allevamenti intensivi,
ovvero ai 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente che emettiamo in
un anno nella nostra atmosfera.
Ciò che è accaduto quest’estate era prevedibile dai modelli?
Sostanzialmente non c’è alcuna sorpresa scientifica, siamo nella parte
alta delle simulazioni che avevano una forchetta di incertezza, secondo
cui la media globale poteva aumentare di due o di quattro gradi a fine
secolo. Ricordo che se in Francia ci sono stati scostamenti giornalieri
anche di dieci e passa gradi questo deriva dal fatto che i modelli
indicano una media globale annua che include tutto il pianeta, dai
deserti agli oceani. Poi ci sono i picchi locali e temporanei.
Quello che dobbiamo fare è arcinoto, giusto?
Ma certo, lo sappiamo da oltre trent’anni, lo dice l’accordo di Parigi, è
contenuto dentro tutti i rapporti delle Nazioni Unite e degli enti di
ricerca internazionali. L’Europa è andata molto bene avanti con il Green
Deal, modello di sostenibilità all’avanguardia. Peccato che il
pacchetto di misure sia stato considerato un fastidio per l’economia, ad
esempio dal nostro governo, per cui sono state date deroghe che
spostano le date del raggiungimento degli obiettivi, si fa di tutto per
rallentarne l’applicazione. Per non parlare dello smantellamento
sistematico di ogni protezione ambientale fatto da Donald Trump, che è
uscito dall’Accordo di Parigi. Io però non mi capacito soprattutto di
una cosa.
Quale?
Come mai il mondo della finanza e dell’economia non si muovano: qualche
giorno fa su “Le Monde” c’era scritto che il caldo e gli incendi che
hanno avuto in Francia in questi mesi costeranno dai 3 ai 6 miliardi di euro e che
per questo non riusciranno a rispettare la diminuzione del debito
pubblico.
Cosa auspica per questo inverno?
Che davvero si continui a parlare di clima una volta passato il caldo,
anche perché poi tornerà. E che si smetta di guardare al caldo come
qualcosa che scende fatalmente dal cielo. Infine, che si parli anche del
legame tra caldo e bollette. Ma insomma, noi spendiamo 50 miliardi di
euro all’anno per comprare energie fossili dagli sceicchi così come
dagli Stati Uniti: proviamo a pensare se tutti questi soldi restassero
in Italia e venissero impiegati per fare energie rinnovabili, sarebbe un
volano per l’economia italiana. Come facciamo a non vedere
l’opportunità? Come possiamo accettare di pagare miliardi a paesi terzi
diventando anche ricattabili?
In conclusione?
Vorrei dare un messaggio costruttivo: non è vero che non possiamo più
fare niente. Possiamo almeno evitare di peggiorare, ecco, questo sì, il
clima resterà compromesso per secoli e forse millenni, ma possiamo
fermare un aumento di temperatura pericoloso per la specie umana.
Piantando alberi?
Piantare alberi è importantissimo ma non è la soluzione decisiva. Alberi
in città possono abbassare le temperature di due gradi, poniamo da 40 a
38. Forse occorre depenalizzare la responsabilità degli amministratori
per gli alberi non malati caduti durante temporali sempre più intensi,
altrimenti continueranno a tagliarli senza pietà. Ma il problema del
caldo e del clima è molto più complesso e vasto. Occorre che questa
complessità sia compresa da tutti, dagli amministratori come dai
cittadini. Occorre mettere tutti i saperi al servizio di questo
gigantesco problema esistenziale: non servono solo i climatologi, ma
pure i giuristi, gli ingegneri, perfino i filosofi!
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