di Alessandro Volpi
L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano e ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.
Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario.
In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper. In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione.
Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper. L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano.
Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli.
Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra le soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.
Quando il quadro sembrava definirsi, il cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta di Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. Si tratta di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco Bpm, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere Mps non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali.
Siena intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attenta a non ripercorrere una storia già vista.
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