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lunedì 31 dicembre 2018

Capisaldi 2018

La maggior criticità del 2017 è stata proprio questa, la mancanza di tempo ed energie per interessarsi a tutto quanto esula dalla mera sopravvivenza quotidiana...
Era questo il passaggio più pregno dei capisaldi dello scorso anno.
Trascorsi 12 mesi, la situazione è probabilmente peggiorata, lo testimonia la cronologia sonora rintracciabile su queste pagine dell'anno ormai trascorso: limitata nella quantità ed estemporanea nello sviluppo.

Al proprio interno, inoltre, nessun nuovo ascolto si è rivelato "memorabile". Infatti, il meglio di quanto mi è passato nelle orecchie, come i Creedence oppure i Metallica, è base delle mie scalette ormai da anni.
L'eccezione è costituita da Rainier Fog, ultima pubblicazione degli Alice in Chains e The Wake dei Voivod che, tuttavia, essendo un unicum, hanno confermato sostanzialmente la regola.

Meritano comunque di essere menzionati i Godflesh, autori di un ritorno del tutto inatteso, i Bush con l'ottimo esordio del 1994 Sixteen Stone e a seguire con parecchia distanza i Great White ed i Greta Van Fleet, entrambi autori di alcuni brani che ho trovato particolarmente piacevoli.

Resta tuttavia il fatto che il 2018 si chiude all'insegna della crisi, a onor del vero non interamente determinata dai soli ritmi di vita sempre più estenuanti che impediscono di dedicarsi al "superfluo", ma anche da un sostanziale stallo dell'arte, che ha ormai superato abbondantemente il tempo utile per "anticipare l'effettivo crollo della società borghese liberale".

Quest'ultima, infatti, è ormai morta da un pezzo, ma dal momento che nessuno ha trovato la forza per seppellirla nel cimitero della Storia, il suo cadavere continua ad ingombrare gli spazi della vita, compresi quelli dell'arte che non  sa scovarne di nuovi, e non è solo una questione di gusti personali dissonanti rispetto a ciò che viene dato in pasto al pubblico oggi.

Non si può fare a meno di augurarsi che il 2019 la mandi migliore...

Vuoto all’Interno

di Alessandra Daniele

Salvini è sempre in maschera. Sempre in costume. È passato dalle felpe padane geolocalizzate, a quelle poliziesche paramilitari da golpista, con un breve intervallo in completo ministeriale dello stesso blu elettrico del suo nuovo logo “Noi con Salvini”.

Il costume è un esoscheletro. Un guscio. Un carapace.

Salvini è sempre in scena. Fa anche la pubblicità.

“Sono un tipo normale che fa cose normali”. Chi è davvero normale non ha bisogno di ripeterlo così ossessivamente.

Salvini È una maschera. E sotto la maschera, niente.

Non ha vere idee politiche, soltanto un paio di slogan razzisti da stadio.

È passato direttamente dal secessionismo di “Padania is not Italy”, al nazionalismo di “Prima gli italiani”.

Ha speso tutta la campagna elettorale a promettere meno tasse per tutti, e poi ha firmato una manovra finanziaria che le aumenta.

Sventola il Vangelo ai comizi, e respinge i profughi la notte di Natale.

Salvini È un guscio. Vuoto.

Non ha ideali, non ha competenze, non ha abilità, a parte attribuirsi le vittime della Dottrina Minniti come un mitomane, e ripetere ossessivamente ai suoi followers “Sono uno di voi”.

Salvini è un green screen su cui i suoi elettori proiettano la loro rabbia. E lo schermo l’assorbe e la neutralizza, così che si perda senza arrivare a nuocere davvero alle élite.

Si perda nel vuoto.

Salvini resterà in scena più di Renzi, perché i suoi elettori ne hanno un bisogno disperato, è la loro ultima, rabbiosa illusione di potere.

Ma alla fine la maschera cadrà, il guscio andrà in pezzi.

E non resterà che un oscuro, famelico vuoto.

Fonte

Aridatece er puzzone? Riflessioni politiche di fine anno

di Angelo d’Orsi 

Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “Aridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.

Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Reagan e da Margareth Thatcher. Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.

La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.

Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.

A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Monti, ipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio...”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico... raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione... E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili..., naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.

Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.

Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo, tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico...

Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.

E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.

Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.

Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.

Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico. In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”.

Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.

Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni... una cosa infame inventata da chi comanda", non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze. Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali?

Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori.

Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread.

Non accettiamo la morale dell’“Aridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.

(31 dicembre 2018)

Fonte

Legge di Bilancio da vecchi reazionari

L’analisi dei provvedimenti fiscali previsti dalla manovra rende evidente l’essenza profondamente reazionaria di questo esecutivo.

I reazionari, infatti, sono contrari al progresso e vogliono portare indietro le lancette della storia. Sono contrari allo sviluppo delle forze produttive e tentano in ogni modo di ostacolarlo. Non a caso la loro base elettorale è composta in buona parte da quella piccola e media borghesia incapace ormai di competere, che in questi anni si è impoverita o addirittura è già in via di proletarizzazione.

È per questo motivo che proprio attorno alla manovra si è acuito lo scontro tra governo e Confindustria in particolare rispetto ai temi relativi a Industria 4.0, super-ammortamento, iper-ammortamento e credito di imposta per ricerca e sviluppo.

Al contrario, si punta su provvedimenti come l’implementazione del regime forfettario delle partite Iva e l’eliminazione delle annesse norme anti-elusive previste dai precedenti governi. Si tratta di politiche che da una parte incentivano il nanismo industriale, la mancata associazione tra soggetti economici, l’evasione fiscale, il mascheramento dei rapporti di lavoro dipendente mentre dall’altra rendono poco convenienti gli investimenti in beni strumentali che servono ad aumentare il livello di produttività del lavoro.

Insomma, anche dal punto di vista strettamente capitalistico, vanno nella direzione sbagliata, anche se soddisfano una certa quota di base elettorale (più leghista che grillina).

A questo proposito è estremamente interessante ciò che scrive il professor Stevanato su Il Sole 24 Ore:
“Anzitutto, è evidente che la previsione di soglie di ricavi, superate le quali vi è il rientro nell’Irpef ordinaria (o, per i forfettari, dal 2020 l’assoggettamento dell’intero reddito, e non solo di quello aggiuntivo, alla più elevata aliquota del 20 per cento), determina un forte deterrente alla produzione, causato da un’aliquota marginale superiore al cento per cento, oppure un altrettanto forte incentivo all’occultamento dei ricavi sopra soglia (come rilevato anche dall’ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui «in corrispondenza delle soglie emergono dei forti disincentivi all’incremento dei ricavi, che possono incentivare anche l’evasione»).

In secondo luogo, i nuovi regimi agevolati genereranno parcellizzazione produttiva, dissuadendo dall’esercizio di attività economiche in forma associata, con conseguenze distorsive sulla concorrenza dovute non solo al favorevole differenziale di tassazione ma altresì alla mancata applicazione dell’Iva a valle, nei rapporti con consumatori finali o soggetti che non detraggono l’imposta, potendo la stessa essere utilizzata per incrementare i ricavi o praticare prezzi più concorrenziali.

All’opposto, l’irrilevanza dei costi effettivi di acquisto (assorbiti dalla determinazione forfettaria del reddito) insieme all’indetraibilità dell’Iva a monte farà aumentare l’onere connesso all’acquisto di beni strumentali, ostacolando anche per questa via la formazione o il rinnovo delle dotazioni aziendali e in ultima analisi la produttività del lavoro.”
Tradotto in linguaggio per non addetti ai lavori: questi ancora pensano, come il PD veltroniano di venti anni fa, che “piccolo è bello”. E nemmeno si rendono conto che i residui pilastri dell’industria nazionale – le grandi imprese che creano innovazione, value chain, ricchezza su larga scala e un vasto indotto – sono ormai soltanto quelle di proprietà pubblica (almeno come quota maggioritaria o di riferimento).

Il resto è roba che non sta in piedi da sola, ma unicamente se inserita – in modo molto subordinato ed ininfluente – in una catena del valore che ha il suo “cuore” altrove. E precisamente in Germania, per quanto riguarda il Nord Italia. Ed è roba che seguirà come un maialino al mattatoio il destino “competitivo” di quella catena, nel bene (fin qui) e nel male (i prossimi mesi e anni). Senza poter far nulla...

Un governo “contoterzista”, insomma, quanto quelli precedenti, da cui differisce solo per la frazione sociale che gli detta il programma. Il capitale multinazionale, prima, i piccoli subfornitori di quel capitale nel presente governo “gialloverde”.

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Ciò che avviene a Minbic è il risultato di otto anni della politica curda

Le YPG hanno invitato lo Stato siriano alla protezione di Minbic da violenze filo-turche. Unità militari siriane sono avanzate verso Minbic. L’evento non è in contraddizione con anni di politica dei curdi in Siria.

In Siria del nord sono in atto gravi sviluppi. Il ritiro dalla Siria annunciato dal Presidente USA Donald Trump ha sorpreso tutti. Non solo gli USA, tutte le forze che fanno politica sulla Siria, devono riconoscere che questa situazione porterà a cambiamenti significativi in Siria. Finora l’equilibrio di forze in essere non ha permesso un cambiamento del genere. Dopo la decisione di Trump, tutte le aree si riorganizzano. E i curdi, come hanno fatto fin dall’inizio, fanno una politica che corrisponde a una terza via per democratizzare la Siria.

La Siria si deve assumere la responsabilità dei confini di Minbic

Tutte le potenze coinvolte in Siria nella loro pianificazione politica a breve e lungo termine sono partite dalla presenza degli USA. Questa pianificazione ora non è più valida. I curdi in generale sono stati considerati l’anello più debole della catena dei cambiamenti. Ora ancora una volta si è visto che i curdi sono l’elemento più efficace dei cambiamenti in atto. Il comando generale delle Unità di Difesa del Popolo (YPG) in una dichiarazione resa pubblica ieri, ha dichiarato che determinano la sicurezza di una parte del territorio siriano, della popolazione e dei confini. Insieme a questo ha rivolto un appello alle forze statali siriane a difendere i confini di Minbic (Manbij) contro le minacce dello Stato turco che punta a un’invasione e di rispondere in questo modo ai loro compiti.

Dopo la dichiarazione delle YPG, l’esercito siriano ha comunicato ufficialmente che unità militari sono avanzate verso i confini di Minbic. Nella dichiarazione viene sottolineata inoltre la sovranità nazionale della Siria, si tratterebbe della fine del terrore e di respingere aggressori e occupanti dal territorio siriano.

La Russia si è immediatamente mostrata compiaciuta, in fondo ha a lungo lavorato per la creazione di presupposti di questo tipo.

Si è sempre trattato della democratizzazione della Siria

Nelle relazioni tra i curdi e il regime siriano, fin dall’inizio si è trattato dei principi per una democratizzazione del Paese. I curdi volevano cambiamenti democratici nel regime siriano e una Costituzione democratica che risponda alla realtà del Paese. La terza via e la lotta contro il terrorismo sono tuttora i principi della politica dei curdi.

I conflitti in Siria nell’ultima fase vanno risolti attraverso un dialogo con il regime siriano. Una soluzione diversa non fa parte degli obiettivi curdi.

I curdi non hanno mai voluto che milizie e lo Stato turco dividano la Siria. Vogliono solo vivere liberi nei loro territori all’interno dei confini politici della Siria.

I curdi lottano per una Siria decentralizzata. Questo può essere chiamato Federazione oppure Autonomia.

Per questa ragione gli eventi a Minbic non rappresentano in alcun modo una contraddizione con la politica che i curdi hanno seguito fin dal 2011. Sono solo un completamento di questa politica.

Fonte

Pur con tutto il rispetto per i curdi e il sacrifico che hanno profuso nella guerra siriana, a parere di chi scrive, ci troviamo di fronte alla sagra dell'opportunismo. Quanto si sta verificando è la sconfessione di anni d'azione politica curda estremamente spregiudicata e foriera di contraddizioni sul piano internazionale.

Cos’è che va minando l’unità del paese?

Dopo il napoletano Massimo Villone anche il veneto Massimo Cacciari parla di rischio spaccatura per il paese a causa della nuova devoluzione di poteri (e finanziamenti) chiesti da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Ancora non ci si arriva che la spaccatura è figlia delle cose economiche: il Nord ha bisogno di tenersi più risorse possibili per mantenere il ritmo della competizione europea (vana speranza peraltro). Il Sud è un mercato marginale non più necessario come mercato di sbocco del Nord con la conseguenza che può tranquillamente morire.

Cacciari, ovviamente non comprendendo che il problema è economico-sistemico; non vede infatti che la causa sta nel progetto folle di Europa studiato a Berlino, che non è nient’altro che il IV Reich, con conseguente germanizzazione dell’Europa, e crede che basti una nuova costituente per risolvere il problema.

E invece questo è uno dei frutti avvelenati dell’Unione Europea, dove il Nord Italia è nel secondo cerchio concentrico dei contoterzisti tedeschi, mentre il Sud è nella terza fascia, quella fornitrice di derrate alimentari, svago ai cittadini dell’Europa Core e ospizio nella vecchiaia. Sia la seconda sia la terza fascia, ovviamente sono in competizione al massimo ribasso di prezzo con altre aree europee e mediterranee.

Ovviamente sia Villone sia Cacciari lasciano intendere che l’Italia peninsulare e insulare non ha alcun interesse ad accettare la magrebinizzazione e lo spopolamento mentre il Nord avrebbe il destino della Repubblichina di Salò in attesa della Liberazione (poco importa che i cittadini del Nord Italia si cullino nelle illusioni).

Però almeno si sta aprendo il dibattito sull’unità nazionale che è davvero a rischio, ed è già qualcosa.



Post Scriptum.

Bella e sincera l'intervista di Junker già nel titolo a #LaRepubblica. Faccio la traduzione per i duri di comprendonio.

“O capitolate e accettate l’Europa a cerchi concentrici dominata dai paesi core (Germania, Olanda, Austria, Lussemburgo, Belgio) dove farete al massimo i servi e accetterete di essere cittadini di Serie B con diritti differenziati rispetto alle razze nordiche superiori o sarà la guerra”.

Questo ha detto Junker abbastanza chiaramente mi pare.

C’è solo un piccolo problema. Questa Europa è incompatibile con il Trattato di Parigi che pose fine alla seconda guerra mondiale perché fare un Europa egemonizzata dai tedeschi significa comunque fare quello che volevano Guglielmo II e Hitler. E bisogna vedere se le controparti Inglesi (che nel frattempo stanno salutando) americane e russe sono d’accordo.

Io non mi capacito di come ci siano persone che non capiscano cosa stia succedendo.

Fonte

Sarebbe l'ora, come giustamente suggerisce l'autore del pezzo, di rimettersi a ragionare su quello che è successo nel continente europeo.
Un buon punto di partenza potrebbe essere proprio quello di discutere dell'UE come di un quarto Reich, che a parere del sottoscritto costituisce un caso molto particolare di imperialismo dal momento che ha consentito alla Germania di ritagliarsi uno "spazio vitale" che storicamente si è sempre conquistato con le armi.

domenica 30 dicembre 2018

La storia di Alfa Corse nel DTM


Perché l’Italia non cresce (dagli anni Novanta)

La storia recente dell’economia italiana mostra come le nostre imprese hanno sempre cercato di guadagnare competitività nei mercati internazionali comprimendo i salari o approfittando di svalutazioni della lira. La linea di politica economica che si sta perseguendo in Italia, oggi, sembra essere una riproposizione della vecchia tesi del “piccolo è bello” – associata alla convinzione della superiore efficienza delle piccole imprese a vocazione artigianale – combinata con la sostanziale rinuncia a collocare le nostre imprese in segmenti alti della catena globale del lavoro, incentivandole a innovare.

di Guglielmo Forges Davanzati

L’Italia non cresce perché continua a ridursi la produttività del lavoro, in una spirale che dura da oltre venti anni e che segnala valori della produttività quasi costantemente inferiori alla media europea nel periodo considerato.

La bassa crescita della produttività del lavoro è imputabile a due fattori: il calo degli investimenti pubblici e privati e la continua riduzione della quota dei salari sul Pil. Proviamo a capire perché ciò è accaduto, a partire da alcune considerazioni sulla storia recente della nostra economia.

Terminato il ‘miracolo economico’ degli anni cinquanta-sessanta e dunque la stagione di una crescita trainata dalle esportazioni, negli anni settanta si registra un imponente ciclo di lotte operaie. Aumentano gli scioperi, diminuiscono le ore lavorate, aumentano i salari monetari, con conseguente inflazione conflittuale e peggioramento del saldo delle partite correnti. Le imprese del ‘triangolo industriale’, nel tentativo di contenere la conflittualità operaia e recuperare competitività di prezzo, avviano processi di decentramento produttivo, spostando la produzione in unità di piccole dimensioni inizialmente nel Nord Est.

Si indebolisce, per conseguenza, il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali e l’inflazione – che negli anni precedenti era estremamente alta anche per il doppio shock petrolifero del 1973 e del 1979 – comincia a essere ridotta. Dopo il picco raggiunto nel 1982 (14.7%), per tutti gli anni ottanta il tasso di inflazione continua a scendere, arrivando al 4.7% del 1987. Ciò è imputabile, da un lato, alla fine della stagione del conflitto dentro e fuori la fabbrica, e dunque all’avvio di una fase di moderazione salariale, dall’altro, all’aumento dei tassi di interesse finalizzato ad attirare capitali speculativi per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.

L’aumento dei tassi di interesse ha però effetti di segno negativo sulla dinamica degli investimenti privati, non compensati da significativi aumenti degli investimenti pubblici. Negli anni ottanta, l’aumento della spesa pubblica è prevalentemente dovuta a un aumento della spesa corrente (che passa dal 35% del 1980 al 45% in rapporto al Pil del 1990), finalizzata a neutralizzare – definitivamente – i residui di conflittualità ereditati dal decennio precedente. L’ingresso nello SME nel 1979 – sistema di cambi fissi con banda di oscillazione fissata al 6% – introduce ulteriori rigidità per le imprese, dal momento che rende difficili svalutazioni competitive.

Si fa strada la necessità di dotarsi di un ‘vincolo esterno’, assunto necessario per avviare una stagione di riforme nel segno della ‘modernizzazione’ e soprattutto di tenere sotto controllo i conti pubblici[1].

Il 1992 segna un anno di svolta. Le imprese italiane continuano a perdere quote di mercato nel commercio estero, a causa di una pressione competitiva sempre più globale, ed esauritosi ormai definitivamente il conflitto sociale, occorre ripristinare le condizioni affinché le imprese italiane recuperino competitività. In un contesto peraltro segnato da attacchi speculativi al nostro debito pubblico. Si sceglie la linea delle politiche “lacrime e sangue”, ovvero misure fiscali fortemente restrittive, ufficialmente finalizzate a ridurre il debito pubblico, di fatto funzionali a comprimere la domanda interna, con conseguente riduzione delle importazioni. Il potere contrattuale dei lavoratori si riduce come conseguenza dell’aumento del tasso di disoccupazione per l’intero periodo che va dal 1992 all’inizio degli anni duemila, comportando compressione dei salari.

L’arrivo della crisi del 2008 fa deflagrare tutti i problemi sedimentatisi nei decenni precedenti e si innesta su una struttura produttiva divenuta progressivamente sempre più fragile e caratterizzata da piccole dimensioni aziendali, forte dipendenza dal credito bancario, specializzazione in settori tecnologicamente maturi (turismo, agroalimentare, beni di lusso).

In estrema sintesi, si può comprendere la storia recente dell’economia italiana come la storia dei tentativi di accrescere la competitività di prezzo delle nostre imprese, attraverso manovre fiscali, politiche monetarie e accordi di cambio che hanno sistematicamente posto le nostre imprese nella condizione di competere riducendo i salari.

Negli anni più recenti, nessun Governo ha provato a invertire la rotta, ovvero a rendere il nostro sistema produttivo più forte e più competitivo su scala internazionale attraverso investimenti in innovazione. Per contro, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo è stata drammaticamente ridotta (e la spesa privata ha assunto dimensioni irrisorie). Ciò è probabilmente da imputare all’estrema difficoltà di recuperare il terreno perso (è difficile re-industrializzare un Paese dopo decenni di politiche di de-industrializzazione), alla convinzione che l’Italia possa crescere in virtù della presunta eccellenza del ‘piccolo è bello’ e delle sue produzioni artigianali, alla scorciatoia politica di rinunciare a interventi sulla struttura produttiva con investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture materiale e immateriali (il cui effetto si vedrebbe nel lungo periodo), aumentando la spesa corrente per l’acquisizione di consenso.

Si arriva al 2018. Il cosiddetto Governo del cambiamento fa propria la convinzione che questi problemi dipendano dai vincoli europei, sulla scia di una ormai decennale elaborazione teorica per la quale le condizioni materiali di vita dei cittadini italiani migliorerebbero se si potesse fare a meno dell’euro. Si tratta di una tesi errata e che non coglie la reale portata del problema (economico e politico). Come recentemente ricordato da Mario Draghi, le svalutazioni della lira (7 casi dal 1979 al 1992) si sono sempre accompagnate a cali di produttività, per effetto della possibilità accordata alle imprese di competere con un cambio favorevole rinunciando a innovare[2].

A ciò si può aggiungere il fatto che, poiché soprattutto negli ultimi decenni le imprese italiane esportatrici sono localizzate prevalentemente a Nord, le svalutazioni della lira hanno di norma prodotto un ampliamento dei divari regionali.

Sebbene errata o comunque fortemente opinabile, questa tesi è alla base della lunga contrattazione con le Istituzioni europee per l’aumento del rapporto deficit/Pil, che dovrebbe portare (nelle intenzioni del Governo) a una radicale revisione dei Trattati europei, se non all’abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia[3].

I sondaggi disponibili – confidando nella loro attendibilità – ci dicono che la gran parte degli italiani è contraria all’abbandono unilaterale dell’euro. Ma, a fronte di ciò, vi è un diffuso consenso sulla manovra, anche da parte di intellettuali fino a poco tempo fa vicini alla sinistra. Un consenso che riguarda anche economisti che si definiscono keynesiani e che la interpretano come radicale inversione rispetto alle misure di austerità fin qui attuate. Si tratta di un’illusione ottica, dal momento che la manovra risente essenzialmente degli interessi della vera base elettorale della Lega (la piccola impresa del Nord), che vanno nella direzione di aumentare il deficit prevalentemente attraverso detassazioni – via flat tax – e di ampliare il mercato interno attraverso trasferimenti monetari – via reddito di cittadinanza. In tal senso, la manovra non può dirsi keynesiana, almeno nel senso che una politica economica propriamente keynesiana prevede incrementi di spesa innanzitutto per investimenti pubblici con finalità redistributive. La Legge di stabilità introduce, per contro, elementi che vanno nella direzione di aumentare le diseguaglianze.

In tal senso, non è il segno della manovra (espansivo) a destare preoccupazione in Europa, ma il tentativo di questo Governo di ribaltare la logica che guida le politiche dell’eurozona e che corrispondono agli interessi delle grandi imprese con elevata propensione alle esportazioni: creare cioè le condizioni per favorire la crescita aumentando le vendite all’estero – attraverso moderazione salariale e compressione dei prezzi – e riducendo le importazioni – attraverso riduzioni di spesa pubblica. In altri termini, la fondamentale incompatibilità fra Governo e istituzioni europee sta nel fatto che il Governo mira a espandere la domanda interna per far recuperare margini di profitto a imprese italiane che non riuscirebbero a recuperali tramite esportazioni, mente le Istituzioni europee fanno propria una linea di politica economica finalizzata alla crescita per il tramite dell’aumento delle esportazioni nette. Si è quindi in presenza di un tipico conflitto inter-capitalistico, fra grande e piccola impresa, fra impresa esportatrice e impresa che opera sul mercato interno sul quale si basa il fragile equilibrio politico interno e l’ancor più fragile equilibrio nelle trattative fra il Governo e le Istituzioni europee.

La linea di politica economica che si sta perseguendo negli ultimi mesi in Italia sembra, in definitiva, basarsi su una riproposizione della vecchia tesi del “piccolo è bello” – associata alla convinzione della superiore efficienza delle piccole imprese a vocazione artigianale – combinata con la sostanziale rinuncia a posizionare l’economia italiana in un segmento alto della catena globale del valore, consentendo alle nostre imprese (alle piccole, in particolare) di sopravvivere vendendo sul mercato interno.

NOTE

[1] Vincolo esterno la cui necessità fu teorizzata, fra gli altri, da Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta, per i quali l’Italia sarebbe stata capace di rispettare una rigida disciplina nella gestione della finanza pubblica solo se questa fosse stata imposta da un attore esterno, in particolare da Istituzioni europee.

[2] Si può discutere il fatto che vi sia un inequivocabile nesso di causa-effetto fra svalutazioni e cali di produttività, ma l’evidenza empirica sembra darne una prova sufficiente almeno per il secondo periodo considerato, ovvero fra fine anni ottanta e inizio degli anni novanta.

[3] Sembrano emergere, a riguardo, alcune affinità fra ciò che successe a fine ottocento fra l’Italia e l’Unione latina (un esperimento embrionale di unificazione monetaria), allorché l’Italia riuscì, nel 1878, a ottenere la coniazione di monete d’argento – ciò che oggi sarebbe la riappropriazione della sovranità monetaria – per poi intrattenere un braccio di ferro con la Francia che terminò con il successivo divieto di emissione di moneta argentea. Fuori dai tecnicismi, l’Italia ne uscì sostanzialmente sconfitta e tacciata di “atti inconsulti”.

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Suicidi in carcere, di nuovo in crescita

Ultimi giorni dell’anno e, come sempre accade, impazzano bilanci di ogni genere: da quelli personali a quelli economico-politici, il passaggio dal trentuno dicembre al primo gennaio è sempre preso come occasione per tirare le somme dei dodici mesi appena trascorsi. Purtroppo, però, alcune di queste valutazioni “finali” non godono della attenzione che invece meriterebbero.

Tra i “bilanci dimenticati” potremmo inserire ad esempio il numero di morti sul lavoro (700 dal primo gennaio, quasi due ogni giorno): un dramma che si rinnova quotidianamente, un’emergenza vera e propria che tuttavia continuiamo ad ignorare in favore di altre emergenze, magari create ad arte (per dirne una: i migranti). Un altro dei bilanci che probabilmente è più scomodo fare (cosa che ci porta, spesso, a rinunciarvi) riguarda le condizioni di vita e, purtroppo in molti casi, di morte, all’interno delle nostre carceri.

Iniziamo dai numeri; per quanto fredde ed incapaci di raccontare le singole persone che, sommate una ad una, le compongono, le cifre sono il primo indicatore che può darci la misura della situazione. E i numeri ci dicono che il 2018 è stato un anno pessimo per quanto riguarda i suicidi in carcere: sono infatti 65 i detenuti che negli ultimi dodici mesi hanno deciso di togliersi la vita in cella, il dato peggiore dal 2011 ad oggi (quando i casi furono 66). La questione dei suicidi nei penitenziari, tra l’altro, va ben oltre il pur serio discorso riguardante le condizioni delle strutture stesse (sovraffollamento, condizioni igieniche a dir poco precarie etc).

Questo perché per spingere una persona a suicidarsi, probabilmente è necessaria l’azione di una serie di fattori e di elementi – alcuni dei quali profondamente intimi – che vanno al di là delle difficili condizioni quotidiane tipiche degli istituti italiani. Lo racconta bene Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone, in un articolo sul suo blog per ilfattoquotidiano.it.

C’è ad esempio il caso di un quarantasettenne finito in manette a settembre. L’accusa nei suoi confronti era di rapina impropria: aveva rubato delle merendine in un supermercato ed era recidivo per piccoli furti di questo genere. Pensare che nel paese della grande malavita organizzate, della corruzione dilagante e degli intrighi più oscuri che si possano immaginare, a finire in galera debba essere qualcuno che ruba merendine... fa venire i brividi.

Un caso come questo ci racconta infatti tante delle contraddizioni del nostro paese: l’assenza quasi totale di pene alternative alla detenzione; la assoluta mancanza di supporti di carattere psicologico per i detenuti, privati di qualsiasi forma di umanità; la rinuncia, ormai acclarata e definitiva, alla “funzione riabilitativa” della pena carceraria; la tendenza, sempre più forte, a perseguire piccoli reati mentre la vera criminalità (che sia quella con la coppola o quella con la cravatta) tende sempre di più a farla franca.

Purtroppo, il caso che abbiamo citato non è una rarità. Anzi. Le nostre carceri sono piene, sempre di più, di persone costrette alla detenzione per piccoli reati, per episodi di microcriminalità; ad affollare le nostre celle sono, sempre di più, gli ultimi, i poveri, gli emarginati, gli stranieri. Se ce ne fosse bisogno, insomma, l’ennesima prova dell’utilizzo classista del sistema carcerario.

E d’altra parte con una popolazione carceraria in costante aumento (siamo ormai oltre le 60mila unità), è difficile immaginare un cambio di tendenza, una maggiore attenzione nei confronti dei detenuti, un sistema capace di intercettare la disperazione che spesso attanaglia chi viene rinchiuso.

In questo senso, l’associazione Antigone ha inviato ai componenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato una proposta di legge che, attraverso misure come il potenziamento dei contatti con amici e familiari (anche in forma privata) e la drastica limitazione del ricorso all’isolamento, mira a ridurre i casi di suicidi in carcere. Accogliere e rendere operativa questa proposta sarebbe un primo, piccolo passo.

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Gilet Gialli, diffidate dalle imitazioni

Quando un simbolo emerge casualmente da un conflitto sociale in gran parte spontaneo – accade, non è frequentissimo, ma accade – si mettono in moto diversi processi.

Uno, molto politico e concreto, è la lotta tra le diverse componenti sociali – ognuna con il suo immaginario, interessi, valori, “ideologia” in senso marxiano stretto (falsa coscienza) – per assumere in quel movimento una posizione egemone, o perlomeno rilevante nel determinarne sviluppo e direzione.

Il secondo, più modesto, è il tentativo di illustri sconosciuti o gruppetti minimali di assumere il simbolo per acquisire con poco sforzo una notorietà o una visibilità basata sull’equivoco. Questo gioco funziona soprattutto se il simbolo è stato creato in un paese differente, perché altrimenti la sua “proprietà” non sarebbe mai contendibile.

Il Gilet Giallo agitato dai manifestanti francesi non poteva sfuggire a questo destino, diventando nel breve arco di un mese il simbolo comune di proteste sociali in tutta Europa, dal Portogallo all’Ungheria.

In Italia – paese per molti versi disperante – dobbiamo registrare un doppio utilizzo del classico giacchetto obbligatorio da tenere in auto. Il primo, socialmente serio e politicamente giustificato, è stato esplicitato dalle manifestazioni di piazza di Usb, Potere al Popolo, gruppi di lavoratori di aziende in crisi, fino agli autisti degli Ncc.

E’ un utilizzo in senso lato politico, perché segnala alla controparte – azienda o Stato nazionale – che la misura è colma e quote crescenti di popolazione in difficoltà sono pronte a farsi valere nelle strade, non solo a piangere e sperare. Un’allusione forte che dice: “se non capite, faremo come in Francia”. Nell’immediato magari no, ma il tempo della pazienza sta per scadere. I “cambiamenti”, o sono reali o non fermano l’incazzatura sociale.

Poi ci sono i poveretti in cerca di adepti per la propria setta, o di attirare l’attenzione per i più diversi motivi. I signori “nulla” speranzosi di apparir “qualcosa” (da lontano). Avete visto quel tizio di CasaPound che cercava di farsi intervistare da tutti i giornalisti presenti a Parigi mentre i Gilets Jaunes si scontravano con la polizia? Beh, quel tipo di gente...

Questa inchiesta prende in esame soprattutto questo secondo mondo, visto che quello del vero conflitto politico e sociale è alla luce del sole da tempo. Come dice il titolo, l’abito non fa il monaco...

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«Nel 1921 trattando di quistioni di organizzazione Vilici scrisse e disse (press’a poco) così: non abbiamo saputo “tradurre” nelle lingue europee la nostra lingua»1. Così Antonio Gramsci nell’undicesimo (correggendo una nota già apparsa nel settimo) dei Quaderni del carcere.

Il riferimento è a una risoluzione votata nel III Congresso dell’Internazionale comunista sull’organizzazione dei partiti comunisti, risoluzione che viene criticata da Lenin («Vilici») al Congresso successivo, a cui Gramsci partecipa, in quanto «interamente permeata di spirito russo».

Secondo Lenin, la risoluzione pone metodi e contenuti che non potranno essere compresi (e dunque nemmeno applicati) dagli altri paesi, perché troppo «ispirati alle condizioni» dell’Unione sovietica2.

Un problema di traduzione dunque, intesa come difficoltà di attingere a quell’esperienza per portare la Rivoluzione oltre i suoi confini.

Facciamo un balzo in avanti di circa cento anni, veniamo in Francia e in Italia, invertiamo la direzione e abbiamo l’oggetto di questa breve inchiesta: quello che, per ora, si muove in Italia sulla scia del modello Gilets Jaunes francesi (chiamata online-mobilitazione) non rispecchia quella che a noi sembra la tendenza del movimento.

Ma andiamo con ordine: cercando «gilet gialli» su Facebook, piattaforma da cui in Francia ha preso piede l’ondata di proteste a partire da un evento pubblicizzato proprio sul social di Zuckerberg, sono numerosi i gruppi o le pagine ispirate ai cugini transalpini.

Tra tutte, abbiamo scelto le prime tre per numero di iscritti (aggiornamento al 28/12) e abbiamo controllato chi dicesse cosa, con quali motivazioni e a partire da quali percorsi o ispirazioni. Insomma, abbiamo provato a fare le pulci a coloro che tentano di replicare (tradurre, appunto) la Colère populaire française in termini nostrani.
1) Coordinamento Nazionale Gilet Gialli Italia. Con quasi 12.000 follower è, tra gli utilizzatori di quel simbolo, la pagina Facebook più seguita in Italia, a cui vanno aggiunte una serie di pagine regionali, rimaste tuttavia con scarso seguito fin’ora.

In questo tentativo, ciò che è degno di nota è la traiettoria con cui la pagina si sta sviluppando, oltre ai buoni numeri raggiunti dopo circa un mese di esistenza.

L’amministratore è Ivan Della Valle, ex deputato del M5S espulso per aver trattenuto quei rimborsi che, secondo le direttive del Movimento, dovevano essere versati a un fondo per le piccole imprese. Nel suo mandato, Della Valle ha depositato una proposta di legge che escludeva gli ambulanti dalla direttiva Bolkestein, atto approvato dalla Commissione europea che sancisce l’obbligo di rimessa a bando di alcune concessioni pubbliche nell’ottica di una liberalizzazione del mercato dei servizi su scala europea.

Da questo interesse, nasce l’intesa politica con Giancarlo Nardozzi, presidente del Goia, primo degli iscritti alla pagina secondo Repubblica e noto per essere stato attivo in quel movimento dei Forconi che, a partire dalla Sicilia, arrivò fino a Torino mobilitando soprattutto la piccola borghesia reazionaria (a Roma, si arrivò addirittura a un contatto con CasaPound) contro il governo di allora.

Sotto la “guida Nardozzi”, le questioni agitate dal Coordinamento sono la necessità di far ripartire i consumi attraverso una riduzione di tasse e burocrazia per i commerciati, delle accise sulla benzina, e lo stop alle delocalizzazioni che hanno smantellato il settore produttivo del paese.

Il Tav? «Non ce ne frega niente» ammette Nardozzi, «da Torino c’è bisogno di una terza piazza, che vada oltre la dicotomia Sì-No Tav, attenta ai bisogni reali, come il crollo dei ponti: a questo il governo deve dare risposte».

L’idea di costeggiare l’operato del governo si esprime nel fatto che, per il Coordinamento, il nemico principale non è l’esecutivo attuale (in continuità per altro con il pensiero dei reduci di quella protesta), a cui si chiede invece di mantenere le promesse, quanto piuttosto l’Unione Europea in quanto responsabile delle enormi difficoltà incontrate dalla piccola impresa con l’avvio del processo di integrazione europeo.

L’hashtag più ricorrente è, senza sorprese, #ItalExit, con tanto di suo inserimento sul logo ufficiale della pagina.

Un leggero cambio di prospettiva si registra a partire dal 21 dicembre, quando viene «reclutato» come amministratore, al fianco di Della Valle, Nicolas Micheletti, attivista per i diritti umani e animali, fondatore nel 2015 di un’associazione di divulgazione di teorie economiche, anch’essa vicina alle posizioni del governo per «aver portato a casa la pellaccia» nella battaglia con Bruxelles3.

Purtroppo, per questa associazione le posizioni euroscettiche trovano in ambito europeo un riferimento nel gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, il quale include i partiti di estrema destra nel panorama europeo, come il Front National, la Lega o l’Alternative für Deutschland.

Per Micheletti, i riferimenti intellettuali sono gli economisti Alberto Bagnai (senatore leghista) e Jacques Sapir (teorizzatore di un’alleanza tra destra e sinistra in funzione anti-Euro), il giornalista italiano Paolo Barnard (attivista per la libertà di stampa) e il panafricanista Mohamed Konare, quest’ultimo importante per la denuncia del colonialismo francese in Africa perpetrato attraverso il ruolo del Franco Cfa.

Dall’arrivo di Micheletti, il tema principale per il Coordinamento è il recupero della sovranità monetaria, da aggiungere a un rinnovato interesse per questione del Tav, messa in secondo piano quando Nardozzi sembrava avere un peso maggiore nella pagina (sulla sua personale, non pubblica un aggiornamento del Coordinamento dal video dell’11 dicembre).

Un ultimo elemento degno di nota è il tentativo di connessione tentato da Steven Lebee, uno dei fondatori del movimento in Francia, per tentare un’azione congiunta nella giornata del 22 dicembre che bloccasse il tunnel del Monte Bianco, oltre che dalla parte francese, anche da quella italiana. Secondo il Coordinamento stesso, l’assenza di organizzazione non ha permesso la realizzazione del piano.

A nostro parere, quello che ne esce è l’espressione delle condizioni in cui, chi fa politica, si trova a operare quotidianamente in questo paese: le politiche social-liberali della “sinistra del XXI secolo” hanno porta a un rifiuto di quel mondo (etichettato come «piddino») e della dicotomia tra destra e sinistra in quanto superamento dell’epoca delle ideologie.

Tutto ciò si incarna nel (non ancora recepito) bluff giallo-verde sul piano europeo e sulla richiesta di maggiore democrazia barra sovranità in termini di possibilità di scelta nel paese, il che offre, a volte suo malgrado, nuova agibilità alla xenofobia in doppiopetto, mascherata come sempre dietro una retorica patriottarda e vagamente nostalgica.

2) Gilet Gialli. Subito una nota di merito: lo screenshot evidenzia come questo gruppo sia stato creato due anni fa, dunque il numero degli iscritti successivi alla mobilitazione dei GJ può essere considerato più o meno quello degli ultimi 30 giorni.

Con “7.000” membri al momento della pubblicazione del pezzo, questo gruppo si caratterizza per essere apparentemente il meno dirigista rispetto agli altri due. Come il primo, si dota di una serie di pagine regionali per il coordinamento di azioni locali (con tanto di numeri di telefono di riferimento), anche qui, non troppo partecipate.

In linea con quanto appena detto, l’attività sul gruppo è libera e perciò enorme (più di 2000 post nell’ultimo mese), quanto eterogenea (articoli da Contropiano a Infoaut, video personali, link di riviste francesi, ecc.). Uno solo l’indirizzo da seguire: come da “Descrizione”, «i partiti a noi non interessano, non mettete post che li valuta[no]».

Questo breve quadro, appena schizzato, si fa più chiaro alla lettura della voce amministratori: questi sono ben 24, tra cui 9 sono pagine regionali di un auto-definitosi Coordinamento rivoluzionario di un gruppo chiamato Noi siamo il Popolo Noi siamo lo Stato. Molti degli amministratori si ritrovano nei commenti ai post scritti sul quel blog.

Queste rapide informazioni dovrebbero chiudere il cerchio sul dilemma, accennato in apertura, circa il numero effettivo dei membri iscritti: probabilmente, si tratta di un “cambio nome” su un gruppo evidentemente precostituito, nel tentativo di cavalcare l’ondata di interesse per allargare il giro di riferimento.

La domanda a cui rispondere allora diventa: qual è lo scopo di Noi siamo lo Stato?

Semplice: «un governo senza partiti», e cioè l’identificazione, decisamente sinistra, del Popolo con lo Stato. Qui si trova un abbozzo di prassi da seguire, ma solo dopo la pubblicazione del «Manifesto rivoluzionario» e la costituzione del «Coordinamento rivoluzionario spontaneo».

L’appello è alla Costituzione italiana e al Diritto internazionale, i quali riconoscono la sovranità al Popolo, che dunque deve diventare il soggetto unitario, armonico e principale del momento decisionale, espellendo ogni forma di rappresentanza politica, e con ciò la base del “sistema” attuale.

Politicanti corrotti, grandi potentati, banche, affaristi, europei e non: più o meno questo l’inventario dei nemici giurati del gruppo, che in effetti sfrutta il vantaggio organizzativo per mettere in cascina la prima iniziativa di un certo rilievo: la consegna di due documenti, uno alla Commissione europea e un altro alla Camera e al Senato, contenenti una serie lunghissima di richieste volte a restituire al Popolo la guida della Nazione mediante il superamento degli organi intermediari tra il primo e lo Stato.

Come di moda, sui Gilet le parole d’ordine: uscita dall’Euro, lotta al Signoraggio e... Italia agli italiani.

Così, le rivendicazioni che caratterizzano questo tentativo di direzionare la protesta ci appaiono di certo eclatanti, per certi versi irreali (non basate su una valutazione concreta della situazione concreta), ma non per questo immuni a qualche tipo di svolta nazionalistica che sfoghi l’eventuale esplosione del malessere sociale in una delle due facce della reazione.

3) Gilet Gialli Italia. 1300 follower, un sito web e richiami a una sovranità di stampo nostalgico-nazionalista neanche troppo velata. Il gruppo è gestito da Antonio Del Piano, autore in prima persona dei video che spiegano le rivendicazioni portate avanti da questa pagina

Come si legge dal sito, i nemici del popolo italiano, cosi come di quello francese, sono «l’elite finanziaria e i governi al servizio dei banchieri internazionali», che mettono «in pericolo la nostra libertà e quella dei nostri figli, (...) la nostra identità e il nostro patrimonio culturale e artistico».

I punti del programma sono la sovranità monetaria, il rigetto del Global compact, la riduzione delle tasse, a cui va sommato il diritto allo studio gratuito, il rifiuto delle Grandi opere inutili (in senso anche ambientalistico) e dei vaccini obbligatori.

Tra questi, i primi due sono quelli più sentiti dall’ideatore della pagina.

Nel primo caso, i riferimenti culturali per l’uscita dall’Euro sono Savino Frigiola, economista che oltre a rilasciare interviste per organi d’informazione4 interessati alla storia del nazismo (eufemismo, tra l’altro sostenuti da soggettività che richiamano a stadi spirituali superiori in chiave antimoderna, che non disdegnano però la vendita di prodotti, come dire, ben più mirati), è allievo di quel Giacinto Auriti («persona illustre», secondo Del Piano) teorico del complotto del signoraggio, candidato nel 2004 al Parlamento europeo con la lista Alternativa sociale di Alessandra Mussolini e definito missino direttamente dal Secolo XIX – come dire, ci si può fidare.

Inoltre, Frigiola ha pubblicato nel 2008 un libro per l’editore Controcorrente, il quale nel suo scaffale fa sfoggio di titoli di questo genere.

Se i riferimenti ci sembrano chiari, è dunque difficile pensare che Del Piano non sappia che tipo di prospettiva-di-mondo portano in dote gli autori citati.

E infatti, il cerchio si chiude prendendo in carico il secondo punto, di cui Del Piano ci fa un bel riassunto in questo video: il No al Global compact è, «in continuità coi GJ, un punto cardine del programma. (...) Noi non siamo razzisti, ma qua non si può andare avanti con concorrenza sleale degli extracomunitari, questa non è la terra di nessuno». Per avere un «paese libero e forte» si deve «riunire il popolo italiano» contro il «sistema dei partiti politici» e i «diktat delle oligarchie finanziare».

Un altro elemento, tutt’altro che neutrale, è la propensione a richiamare più volte (come qui e qui) l’onorevole causa palestinese, che tuttavia, nel contesto descritto, non può che risultare di ambigua derivazione.

Caratteristica peculiare di questa pagina, oltre alla più volte ripresa questione meridionale, è il tentativo di lancio di una «Manifestazione Nazionale» per il 9 febbraio a Roma, che ambisce a riprodurre, in chiave «pacifica ma determinata», la protesta francese.

In modo più marcato rispetto alle valutazioni precedenti, anche in questa breve analisi emerge la matrice destrorsa che prova a capitalizzare il simbolo di un sentimento che, al di là delle Alpi, pur con le problematiche classiche di un movimento genuino, spontaneo, struttura le proprie rivendicazioni con un accento che non ci pare esagerato definire di classe.

Ma, è bene ricordarlo, se è vero che i processi storici non si evolvono secondo equazioni scritte comodamente a tavolino, rimane allora la necessità di continuare a vigilare nei meandri di queste chiamate alla mobilitazione in salsa nostrana, consci del fatto che, in caso di effettiva partenza di un moto di protesta, lasciare in mano alle frange reazionarie il simbolo del più importante stato di agitazione presente sul palcoscenico europeo, sarebbe un grave errore politico.

P.S.

Forse non nuoce ricordare che questa breve ricerca non aveva il fine di esaurire l’inteso spettro delle mobilitazioni targate Gilet Gialli in Italia (si sarebbe dovuto scrivere di Potere al Popolo, o degli Ncc, ecc.), ma solo di quelle modalità che tentano di replicare la scintilla che ha dato vita alla protesta nei territori francesi: come accennato in apertura, chiamata online e scesa in piazza concreta.

Note

1 A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 20144, p. 1468.

2 V. Lenin, Opere complete. Vol. XXXIII, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 395-396.

3 Micheletti è anche fondatore di un movimento politico chiamato Democrazia Verde, che si batte per la piena occupazione e la difesa dell’ambiente. Tra le altre cose, DV promuove un Manifesto per la «Rivoluzione Vegan» in cui si teorizza un ambiguo antispecismo che non vieta il consumo della carne, quanto piuttosto la sua sostituzione con la «clean meat», pulita da «antibiotici, antiparassitari, ormoni, funghicidi e pesticidi».

4 Ultimo in ordine di apparizione, un rilancio di un video pubblicato su Facebook da Del Piano dal sito attivo.news, la cui posizione sulla questione dell’immigrazione può essere riassunta dal seguente articolo.

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Visioni Militant(i): Santiago, Italia, di Nanni Moretti

Il golpe contro Allende è notoriamente una delle mitologie degli anni Settanta, vicenda entro cui trovano spazio tutte le narrazioni edificanti della sinistra popolare dell’epoca. Dopo essersi allontanato dalle dispute politiche – ritagliandosi e poi rifiutando il ruolo di grillo parlante dell’incontro tra Dc e Magistratura (i girotondi, Micromega, in seguito il Pd) – Moretti decide di tornare a parlare di politica senza rischiare nulla. Riparte dunque dal golpe cileno, sicuro dell’unanimità di vedute che avvolge l’evento. Per essere sicuro di essere ecumenicamente accettato e osannato nei circoli intellettuali più navigati, decide di parlare del Cile senza mai parlare degli Usa, senza intervistare i politici cileni più compromessi, senza indagare il ruolo della Chiesa o della borghesia stracciona e dipendente. Una merda insomma? Non proprio. Perché l’asciutto resoconto delle testimonianze dei sopravvissuti, delle vittime del golpe, e della solidarietà che questi ricevettero dal mondo e in particolare dall’Italia, hanno oggi – oggi, alle soglie del 2019 – ancora la forza di colpire al cuore tanto il militante politico “abituato” al racconto della dura storia di classe, quanto il sincero democratico lontano dalla bagarre degli eventi ma ancora “umano”.

Fino a qualche anno fa un’operazione di questo tipo sarebbe stata molto più compromettente. Il silenzio sulle responsabilità, certo, ma anche la struttura di un racconto che si regge sulle emozioni dei rifugiati, degli espatriati. E’ il racconto della fuga, la legittimazione di chi venne travolto dagli eventi. Gente ammirevole, vittime – vere – dell’imperialismo. E chi rimase a combattere i militari? La resistenza armata del Mir? I rivoluzionari morti combattendo? Questioni da tempo espulse dall’interesse generale, figuriamoci dunque se possono interessare Moretti, vecchia volpe del compromesso intellettuale. Ma per ricostruire quelle storie, ritrovare grammatiche più ardite, linguaggi più prossimi alla verità, servirà del tempo. Inutile pretendere quello che non può più essere, almeno momentaneamente, almeno al livello mainstream. Molto più facile mettere nel calderone “migrante” tanto chi lottava per il comunismo – e per questo ha trovato la morte, il carcere o l’esilio – quanto i dannati della terra che attraversano il Mediterraneo. Proponendo, tra le righe, sottaciuti (e compiaciuti) paralleli a-storici (Pinochet come Salvini?).

Ma il documentario conserva una sua forza ineluttabile, che nessuna pacificazione storica e ideologica riuscirà mai a cancellare del tutto. La forza del semplice racconto delle vittime, di chi veniva torturato, di chi si trovò ad abbandonare, dalla notte al giorno, tutta la sua vita, i suoi affetti, le sue cose, per rifugiarsi in qualche ambasciata straniera, partendo poi per paesi lontani. Questo e non altro sono le politiche imperialiste, anche se dirlo oggi risulta inevitabilmente melenso, ideologicamente ottuso, sottilmente populista, e così sia. Il Cile ancora oggi ha molto da insegnarci. Senza difesa non c’è rivoluzione, e non c’è difesa senza repressione. Allende pagò sulla sua pelle questa mancata scelta di campo. Piace proprio per questo, Allende. Perché venne sconfitto. Perché non ebbe il tempo, o non volle accorgersi, che il potere popolare va difeso con ogni mezzo necessario. Che la difesa del potere è una gran brutta cosa, che costa compromessi e scelte etiche senza risposta se pensate fuori dalla rivoluzione. Allende insegna che non bisogna fare come Allende. Questo limite è il motivo per cui uno come Moretti oggi può parlare liberamente di Allende, riuscendo a superare – momentaneamente – i limiti evidenti di una narrazione sostanzialmente opportunista. Moretti è stato un regista importante, il suo problema non è di certo organizzare una messa in scena convincente. E’ una vecchia volpe e sa come trascinare a sé lo spettatore. E nonostante ciò, la forza dei volti e dei corpi è ancora giustamente emozionante. Il problema non è lasciarsi convincere dall’emozione, ma di non saper più pensare le sue necessarie conseguenze.

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Francia: Atto VII


La capacità di tenuta del movimento dei Gilets Jaunes è un inedito pressoché assoluto nella storia della Quinta Repubblica.

La marea gialla che ha investito la Francia a partire dal 17 novembre non ha eguali nel recente conflitto di classe del Vecchio Continente, nonostante si siano prodotti diversi importanti momenti di rottura, ma non con questa estensione, continuità e chiarezza politica, finora.

Il combinato disposto tra volontà dell’Esecutivo di far cessare ad ogni costo il movimento, unito all’allineamento della magistratura nel comminare pene esemplari ai manifestanti processati, e cooptazione di un parte della dirigenza sindacale nel “partito dell’ordine”, e non da ultimo il ruolo ignobile dei mezzi di comunicazione, non ha comunque prodotto un effetto smobilitante, a un mese e mezzo dall’inizio, neanche successivamente alla breve “tregua” natalizia; che, tra l’altro, molti Gilets Jaunes hanno passato ai presidi sulle rotonde o nei caselli autostradali.

Proprio il maltrattamento ricevuto dai media è stato motivo di una forte reazione: a Nantes la tipografia che stampa Ouest France e distribuisce il giornale a Loire-Atlantique, Vandée e Cholet, alcuni giorni fa è stata bloccata, così come l’uscita dei camion che trasportavano il giornale.

Ieri l’azione “a sorpresa” dei Gilets Jaunes a Parigi – che anche questo sabato hanno chiuso la manifestazione ai Campi Elisi – ha riguardato la sede della rete televisiva BFM, mentre gli operatori dello stesso canale televisivo sono stati allontanati dai GJ a Marsiglia, al grido di “Menteurs! Menteurs!”. A Lione una cinquantina di GJ si sono recati di fronte alla sede di France 3 per chiedere spiegazioni alla redazione rispetto al trattamento mediatico che stanno ricevendo.

Numerose macchine sono state date alle fiamme di fronte alla sede del giornale Le Parisien.

Naturalmente gli operatori dell’informazione che cercano di dare una immagine reale delle mobilitazioni, testimoniando le violenze delle forze dell’ordine, vengono pesantemente minacciati dalla polizia.

Un video della mobilitazione di ieri a Rouen, postato dalla pagina FB Gilets Jaunes Info, mostra un giornalista intento a filmare un manifestante che viene picchiato dalle forze dell’ordine, ma che ad un certo punto si vede puntare una cosiddetta “arma non letale”, ad altezza uomo e a pochi metri di distanza, nonostante continui a ripetere, allontanandosi, “sono un giornalista, ho diritto di essere qua”.


La sua colpa è quella di aver cercato di riprendere le violenze su un GJ a terra, in una delle mobilitazioni che si è caratterizzata per la violenza poliziesca e per l’incendio del portone della “Banca di Francia”, tra l’altro.

Prima dell’Atto VII c’erano state nell’Esagono numerose iniziative sparse che testimoniavano la vitalità del movimento, nonostante gli allontanamenti forzati dai presìdi...

Il segnale più inquietante del giro di vite che l’Esecutivo intende dare – a parte il premio eccezionale pagato alle forze dell’ordine, per cui è stata acquistata un ulteriore tipologia di “arma non letale” che sarà presto in dotazione – è il divieto di organizzare manifestazioni ed assembramenti, deciso da alcuni prefetti come ad Amiens, oppure il divieto dei “veglioni” in giallo, la notte di capodanno, a Calais o Hénin-Beaumont.

Misure da stato d’assedio che potrebbero moltiplicarsi.

Anche ieri si è ripetuto, intensificato, il “solito” copione di violenza poliziesca come a Tolosa – la Prefettura parla di 1300 manifestanti – uno degli epicentri del movimento, dove il centro città è stato letteralmente “accerchiato” ben prima dell’inizio ufficiale della manifestazione; i CRS hanno poi usato tutti i mezzi in loro possesso per cercare di disperdere i GJ, impedendogli di svolgere un corteo unitario e cercando di allontanarli dal centro città con diverse cariche.

Le immagini fatte circolare dal sito di controinformazione Revolution Permanente mostrano l’abbondante uso di lacrimogeni, e due dei suoi collaboratori che vengono colpiti mentre stavano riprendendo e commentando gli avvenimenti.

A Bordeaux, invece, i numeri della manifestazione sono quelli della settimana precedente, così come il percorso prescelto, non si registrano casi di violenza da parte delle forze dell’ordine, a differenza di quanto avvenuto nell’Atto VI, a parte qualche fermo e relativo interrogatorio preventivo.

I GJ erano preceduti da un buon numero di motociclisti con l’acronimo RIC ben visibile, che sta a significare una delle principali richieste del movimento: l’istituzione di un “referendum di iniziativa cittadina” come strumento di riappropriazione di una sovranità popolare sempre più evanescente.

Non si sono registrati casi di violenza neanche a Tolone – dove la manifestazione è stata partecipata da 800 persone e preceduta da 200 motociclisti che hanno sfilato dietro lo striscione “Noi siamo la Francia” – e a Marsiglia, in cui circa mille manifestanti hanno percorso il centro città dietro lo striscione “La Francia non è in vendita”, partendo dalla porta d’Aix fino ad occupare la stazione ferroviaria Saint Charles e il tunnel della Citadelle.

Le mobilitazioni hanno avuto differenti modalità; non sono mancate le operazioni di “pedaggio gratuito”, come a Gravelle (uno dei più costosi dell’ovest) o a Saône-et-Loire, e in molte altre località. Blocchi dei centri commerciali a Brest dove circa 750 GJ hanno voluto bloccare i negozi del gruppo Mulliez – padrone simbolo dell’ingiustizia fiscale – e a Languex. Altrove si sono tenuti pacifici banchetti informativi, come a Tulle, dove insieme ai doni natalizi si è proceduto a far conoscere la proposta di RIC, mentre a Bergerac, i GJ hanno distribuito gratuitamente in strada la zuppa, invitando a mangiare i senza fissa dimora. Un gesto di solidarietà nei confronti della parte più vulnerabile della popolazione simile a quelli avvenuti nel corso delle settimane precedenti in differenti città.

Anche a Le Havre la manifestazione si è svolta in relativa tranquillità; una manifestante mostrava un cartello che chiedeva di costituire un “governo provvisorio” eleggendo “un milione di delegati”.

A Strasburgo, dopo una assemblea generale in una piazza del centro cittadino, è stato di nuovo bloccato il Ponte Europa, snodo del traffico del confine franco-tedesco della città alsaziana.

A Montpellier la manifestazione dei Gilets Jaunes ha bloccato la stazione del metro ed è stata duramente repressa, facendo alcuni feriti gravi tra i manifestanti – come si vede da foto e filmati postati sulla pagina Montpellier Poing Info – dopo essere stati abbondantemente gasati dai lacrimogeni all’altezza della Prefettura.

Anche a Metz i manifestanti sono stati fatti oggetto di lancio di lacrimogeni nei pressi della Prefettura, quando il corteo ha puntato in quella direzione attraversando il ponte sulla Mosella.

A Caen i numeri sono quelli della settimana scorsa – 700 per la Prefettura, ben più di mille per gli organizzatori – che hanno sfilato per il centro cittadino dietro lo striscione “Macron impone, la Francia Esplode”, che è stato calato da una torre del Castello Guillaume, dopo che 10 croci erano state piantate in ricordo delle 10 persone morte nelle mobilitazioni dei GJ.

A Narbonne la manifestazione di un migliaio di persone ha toccato differenti punti sensibili, generando momenti di tensione, dopo il corteo mattutino di alcune centinaia di motards venuti da tutta la regione.

Circa 1.500 persone, con in testa le famose “Marianne”, hanno sfilato e poi cercato di bloccare il pedaggio, dispersi subito dopo dalla polizia, mentre una parte si è diretta verso la zona commerciale.

Ad Avignone i manifestanti hanno incontrato sulla loro strada il blocco dei CRS. Intonando la Marsigliese, il centro commerciale Auchan è stato chiuso in seguito alla manifestazione.

Anche a Lille il centro cittadino è stato invaso dalla marea gialla al grido di “Macron Dimissioni” e “tutti insieme” cantato saltando, con alla testa uno striscione con scritto semplicemente “giltes jaunes Atto VII Lille”.

A Nantes, dopo una manifestazione tranquilla, i CRS hanno caricato violentemente, ferendo in maniera grave un manifestante 22enne alla testa con un tiro di flash-ball.

A Tarbes si è svolta una partecipata manifestazione, così come a Pamiers e a Dunkerque, dove i manifestanti, concentratisi di fronte alla stazione, si sono diretti verso una rotonda bloccando il traffico.

A Digione, dopo l’allontanamento forzato dal presidio, giovedì e venerdì, che aveva bloccato l’accesso a differenti centri commerciali, sono stati fatti convergere per queste azioni differenti i GJ del circondario. Erano stati circa 1.500 a partecipare all’atto VI, sabato scorso.

Aisne, Marne, Ardennes, Reims e in tutta la regione non si è assistito a nessuna flessione della protesta, e venerdì i GJ francesi e belgi hanno occupato una rotonda.

Una manifestazione molto partecipata si è svolta anche a Bencançon.

Questa è solo una panoramica parziale delle azioni intraprese questo sabato dai Giltes Jaunes, nel mentre stanno circolando degli appelli per l’Atto VIII la notte di capodanno.

Possiamo perciò affermare che la Marea Gialla non ha dato tregua a Macron nemmeno durante le feste.

Concludiamo riferendo che in settimana, i GJ hanno cercato di andare a stanare Macron al forte Brégançon, mantenendo la promessa contenuta in uno dei cori più urlati: “ti veniamo a cercare a casa tua”.

Diciamo che la coerenza non è una qualità che manca alla marea gialla, da cui abbiamo solo da imparare.

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Siria - I curdi si ritirano dalle enclavi, chiesto l’intervento delle truppe siriane

C’è stata una svolta negli assetti e nella dislocazione delle forze in campo nel nord della Siria. Le Ypg, le Unità di protezione popolare dei curdi siriani, hanno chiesto all’esercito siriano di prendere il controllo di Manbji, una città strategica fino ad oggi sotto il controllo curdo, che le Ypg si apprestano a lasciare.

La richiesta era arrivata proprio quando la Turchia si preparava a sferrare un’imponente operazione militare contro le Ypg curde nei distretti di Manbji e Kobane. Nel comunicato delle Ypg è scritto chiaramente che ad Assad viene chiesto di “proteggere questi territori dall’invasione turca”.

“I nostri contatti con la Russia e il regime (del presidente siriano Bashar al-Assad) mirano a trovare chiari meccanismi per proteggere il confine nel nord. Vogliamo che la Russia svolga un ruolo importante nel raggiungimento della stabilità “, ha dichiarato Aldar Xelil, un dirigente politico curdo in un’intervista pubblicata ieri dall’agenzia di stampa britannica Reuters.

I curdi avevano denunciato il ritiro delle forze Usa annunciato il 19 dicembre dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, definendolo un “tradimento” e una “pugnalata alle spalle”, così hanno affermato la loro volontà di prendere in considerazione “gli accordi protezione sul terreno con le forze iraniane e siriane.

L’esercito siriano è così entrato a Manbij, località strategica situata a ovest dell’Eufrate (nordest) controllata dalle forze curde. “Fuori dall’impegno dell’esercito siriano e su richiesta del popolo di Manbij, il comando generale dell’esercito siriano dichiara di essere entrato a Manbij e di aver issato la bandiera siriana al suo interno”, ha affermato l’esercito siriano in un comunicato.

Le enclavi di Mambji e Kobane sono infatti territorio siriano ed Erdogan, qualora avesse sferrato l’operazione militare, sarebbe entrato nel territorio della Siria.

Intanto all’inizio del prossimo anno è previsto un nuovo round dei colloqui sulla Siria tra i presidenti di Russia, Iran e Turchia. A confermarlo è stato il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov. “E’ il nostro turno per accogliere il summit dei tre Paesi garanti con il presidente turco, iraniano e il nostro. E’ stato concordato che avrà luogo attorno alla prima settimana del nuovo anno, dipende dalle agende dei presidenti”, ha detto Bogdanov.

L’incontro a tre si iscrive nell’ambito del processo di pace di Astana, che dall’inizio del 2017 riunisce regolarmente Russia, Turchia e Iran, oltre a rappresentanti dell’opposizione e del regime siriani. Gli Usa non sono coinvolti e questi colloqui hanno progressivamente eclissato i negoziati sotto sulla Siria sotto l’egida dell’Onu.

Sul fronte siriano, alla luce dell’annunciato ritiro delle truppe statunitensi dal terreno, una delegazione militare americana è attesa “questa settimana” in Turchia per discussioni sul ritiro americano in Siria.

La decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Siria, ha spiazzato il suo stesso staff e gli è costata le dimissioni del segretario alla difesa, James N. Mattis, che, secondo il New York Times avrebbe parlato espressamente di «Un tradimento dei curdi», aggiungendo che «I kurdi potrebbero diventare vittime di un attacco turco» e che «L’influenza della Russia e dell’Iran crescerebbe».

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Se questo è un Parlamento...

Le scene recitate ieri nell’aula di Montecitorio hanno sollevato il prevedibile coro dei moralisti in servizio effettivo permanente, con effetti quasi tragicomici, stile “dove siamo finiti, signora mia!”.

Non ci uniremo a questo coro.

Il Parlamento italiano del dopoguerra è stato teatro di fiere risse e scazzottate, soprattutto tra comunisti e fascio-missini (si distinsero in diversi periodi Giancarlo Pajetta e una pattuglia di picchiatori eletta con Almirante). Lo scontro anche fisico, nella politica vera, è nell’ordine delle cose nella tradizione di quasi tutti i Parlamenti mondiali, anche di quello britannico.

Dunque, nessun moralismo è ammissibile. In fondo, la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. E viceversa, secondo il proverbiale aforisma di von Clausewitz.

Ma, appunto, la politica come battaglia è vera quando si scontrano interessi sociali irriducibili, che a volte trovano un temporaneo punto di mediazione (ne discendono in quel caso le “riforme”, che non hanno affatto soltanto un segno “progressivo”, come ben sappiamo in Italia negli ultimi 40 anni), altre no (e ne conseguono conflitti, che in qualche caso si manifestano fisicamente anche nel luogo deputato alla mediazione politica tra interessi sociali diversi).

Una scazzottata tra nemici – momentaneamente entrambi disarmati – è insomma un evento ammissibile e in larga misura anche nobile, trasfigurazione ideale concentrata di interessi sociali insopprimibili.

La pantomima di ieri, con Emanuele Fiano pallido emulo di Mario Merola (massimo protagonista del genere musical-teatrale “sceneggiata napoletana”), commessi niente affatto trafelati, banchi del governo ululanti e presidente della Camera in vistoso imbarazzo, non rientra invece affatto nella sfera della nobiltà.

A un osservatore minimamente abituato sia alle discussioni parlamentari che alle risse di strada, tutto quello scomposto agitarsi suonava falso come una moneta di cartone.

La ragione non sta nella pochezza dei protagonisti, davvero esangui fantasmi rispetto ai dirigenti politici di ogni partito della Prima Repubblica. Quella pochezza è infatti un risultato, una conseguenza, non certo una causa.

Bisogna insomma chiedersi – e spiegare – come sia stato possibile che certi “personaggetti” siano assurti a cariche manifestamente troppo impegnative per le loro fragili spalle. E menti. Bisogna chiedersi dove sia nata la “crisi della politica” che ha dissolto quelle autentiche scuole di formazione – e quindi severe macchine di selezione – che erano i partiti, i sindacati, le associazioni nazionali; i “corpi intermedi”, insomma, capaci di rappresentare interessi sociali diversi, sintetizzarne i bisogni sotto forma di proposte di legge, e infine mediarli con altri interessi sociali (e altra proposte di legge) fino a partorire una norma dotata di una ragione, anche se non necessariamente condivisibile.

Una dinamica – non sempre virtuosa – possibile solo grazie ad una condizione: una relativa possibilità di decidere autonomamente, come paese inserito in un sistema di mercato, l’allocazione della proprie risorse, la redistribuzione della ricchezza tra le varie classi sociali (tanto alle imprese di ogni ordine e grado, poco – e strappato coi denti – a operai, impiegati, pensionati, disoccupati, senza casa, studenti, ecc) tramite le scelte di spesa pubblica.

In altri linguaggi viene chiamata sovranità economica, e per l’Italia del dopoguerra anche questa è stata sempre assai limitata, ma comunque meno di quanto non avvenisse per la politica estera e militare (subordinazione forte agli Usa, con qualche libertà sul Medio Oriente; integrazione totale nella Nato).

Per poco libera che fosse, insomma, c’era un discreto margine di libertà di scelta su cui i partiti (e sindacati, e associazioni, e movimenti, ecc) potevano incidere agendo conflitto sociale e/o parlamentare. Quel margine, in altri termini, permetteva di fare politica, e quindi anche di selezionare un personale in grado di corrispondere a quell’impegno. Non sempre “persone perbene”, anzi… Ma sicuramente persone mediamente capaci, con qualche picco da statista.

Produceva persino ottimi economisti eterodossi, molti di scuola marxista, tanti di scuola keynesiana, e anche singolari miscugli di entrambe le scuole.

Tutto ciò non esiste più perché non esiste più quel margine di autonomia di scelte. La caduta del Muro ha preceduto di un attimo (1989-1992) gli accordi di Maastricht, la serie di trattati progressivamente più vincolanti, l’adozione della moneta unica e il trasferimento della sovranità economico-finanziaria – la “legge finanziaria” ora si chiama “legge di stabilità”, e la parola ha un senso – alla Commissione Europea. E quella monetaria alla Bce.

Significa che la più importante delle leggi dello Stato – quella che anno dopo anno definisce gli indirizzi di politica economica, di bilancio e di redistribuzione – viene riscritta, corretta, emendata, integrata, da un’autorità superiore che riflette interessi estranei a quelli sociali di ogni paese. Quegli interessi non sono mediabili, ma si impongono per pura forza quantitativa e sistemica (se non gli si obbedisce, “i mercati” te la fanno pagare). Al tempo stesso, anche gli interessi sociali delle classi medio-basse di ogni paese non trovano più un ambito per la mediazione. E dunque vengono bellamente ignorati.

O meglio. Per le élite burocratico-finanziarie quegli interessi in senso lato “popolari” non devono trovare accoglienza dentro la politica generale dell’Unione Europea. Ma per le “classi politiche” nazionali c’è comunque la necessità di imbastire ogni anno qualche “falso bersaglio” con cui giocarsi la partita del consenso elettorale, pena la scomparsa, giocando con gli spiccioli. Gli “80 euro” di Renzi, la “quota 100” di Salvini, il “reddito di cittadinanza” di Di Maio. Questo, e non altro, è il margine residuo su cui si finge una politica.

Di qui il degrado della classe politica (che non può essere più almeno in parte “dirigente”), il prevalere della “comunicazione” (pura propaganda, senza alcun riferimento alla prassi concreta), la “discesa in campo” di soldatini e fortunelli, nani e ballerini, truffatori più o meno abili. Tanto non c’è niente da decidere, mediare, comporre, progettare, per far avanzare la società e il paese.

Non scompare la competizione formale, però. Ogni gruppo di aspiranti poltronari sa che deve battagliare sul nulla, dotarsi di poderosi strumenti di propaganda (media e social), allearsi e disallinearsi ad ogni snodo. Sa che deve “farsi notare”, per rimanere sulla breccia.

Di qui l’innalzamento continuo dei toni, le urla scomposte, le accuse di infimo livello, gli insulti di strada, i “ti faccio vedere io” ma “tenetemi, presto, mica pensate che faccio sul serio” che la tv ci distribuisce quotidianamente nei talk show e in Parlamento. Non si arriva alla scazzottata perché, come al cinema, ci si muove a favore di telecamera. Ed è inutile farsi male…

Piccoli personaggetti in cerca di visibilità, come surrogato della capacità di progetto e di proposta. Attori, non politici; men che mai “statisti”.

E’ inutile chieder loro “rispetto per le istituzioni”, come tardivamente è stata costretta a fare una delle protagoniste del processo di dissoluzione della politica a livello nazionale ed europeo, come Emma Bonino. E’ tutto vero: la Costituzione non è più riconosciuta da nessuno, le istituzioni sono carne di porco per chi le conquista, il Parlamento non conta più nulla e viene sbertucciato da ogni governo (e da Bruxelles). Ma il dentifricio è ormai fuori dal tubetto, nessuno può farlo rientrare.

E’ inutile chieder loro di “non dare spettacolo”. Stanno lì solo per quello, ormai…

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