Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2022

“Qui comando io, se no è il diluvio”

Senza mezzi termini: “per fare tutto questo – il programma previsto da PNRR e partecipazione alla guerra – serve un governo forte e coeso, e un Parlamento che lo accompagni. Serve una fiducia vera, non di facciata”. Sottinteso: totale. “Siete pronti? La risposta non la dovete a me ma a tutti gli italiani”.

L’attesa per il discorso di Mario Draghi al Senato si è conclusa con la prevista dichiarazione di disponibilità a restare presidente del consiglio ma solo se si “ricostruisce il patto di fiducia” per come era stato all’inizio del suo mandato.

Ovvero senza nessun distinguo dei singoli partiti su nessuno dei punti fondamentali. Con i partiti obbedienti come lo sono stati – purtroppo aggiungiamo noi – “i cittadini”, che hanno sopportato di tutto con poche o nessuna resistenza.

Non ha detto, e non poteva certo dirlo senza passare per un aspirante “autocrate”, “qui comando io”. Ma il senso di tutto il discorso è stato questo.

Il lungo e scontato elenco delle cose fatte e da fare, con tanto di date e accenno alle conseguenze negative in caso di mancato delle scadenze del PNRR (“difficilmente si potrebbero chiedere altri aiuti in futuro”), è servito ad evidenziare che su tutti i temi su cui Lega o Cinque Stelle hanno storto il naso (reddito di cittadinanza, bonus edilizia, riforma del fisco, concessioni balneari, taxi, ecc.) le uniche soluzioni possibili sono quelle proposte da lui.

Perché le regole europee – anche se molte vanno ridiscusse, ma solo da un “governo autorevole” sul piano internazionale – sono vincolanti.

E così sulla guerra e l’invio di armi all’Ucraina (“unico modo per permettergli di difendersi”), dove la sottolineatura sulla “risoluzione parlamentare già approvata” serviva solo a ribadire che non ci saranno altri voti parlamentari su un’eventuale (e probabile) escalation su quantità e qualità degli armamenti.

Su tutto, continuo ed insistente, il riferimento al contesto e alle organizzazioni sovranazionali (Unione Europea, Nato, G7), che sono “la nostra casa” e che ci stanno a sentire solo se siamo “sufficientemente autorevoli”. Il che significa una sola cosa: un governo di unità nazionale il più largo possibile, senza opposizione interna (la Meloni, si sa, fa finta e lo spiegheremo presto, analizzando la sua ipotetica “lista dei ministri” in caso dovesse vincere le prossime elezioni).

C’è un solo programma, un solo interesse sociale legittimo, e corrisponde totalmente a quello che “i mercati” pretendono. L’“orgoglio nazionale” sta nel rispondere a questa volontà. Altrimenti – è il sottotesto che ogni tanto fa capolino dalle sue parole – è il diluvio.

Anche le ridicole “mobilitazioni spontanee” di questi giorni, con cui ha voluto identificare “la maggioranza degli italiani”, sono state un argomento usato con vero sprezzo del ridicolo come “legittimazione” alla propria permanenza alle sue condizioni.

Il resto – le parole sull’“agenda sociale” o sul “salario minimo”, sui rinnovi contrattuali o sulla mancanza di contratti – sono state per l’appunto parole. Spese per far dire che “c’è attenzione” a certi temi, ma senza alcun impegno formale, tanto meno sul merito concreto (per altre questioni, come il contestato rigassificatore a Piombino, ha indicato invece anche la data di completamento dei lavori).

Anzi, c’è semmai da preoccuparsi per quell’accenno a una “riforma delle pensioni” che – immancabilmente, come da 30 anni a questa parte – dovrà garantire “flessibilità in uscita” ma dentro uno schema “sostenibile”. La Fornero, insomma, con qualche modifica anche peggiorativa...

Ma è il dato istituzionale quello peggiore: “serve un governo forte e coeso, e un Parlamento che lo accompagni” è un rovesciamento costituzionale che elimina la democrazia parlamentare liberale. Per ora nei fatti, le riforme costituzionali seguiranno.

Magari quando, dopo le prossime elezioni politiche, Mattarella potrebbe a sua volta lasciare il Quirinale per consegnarlo a Lui.

P.s. Coincidenze.

Subito dopo la conclusione del discorso, dopo un’apertura negativa, la Borsa di Milano è passata in positivo, con le banche in grande spolvero. Ed anche lo spread è ridisceso, beneficiando i possessori di titoli di stato italiani (prima di tutto le banche, ovviamente) con un aumento dei prezzi e una diminuzione dei rendimenti.

Fonte

19/07/2022

I “pieni poteri” a Mario Draghi?

A 24 ore dall’apparizione di Mario Draghi in Parlamento la domanda non è se l’ex presidente della Bce resterà a Palazzo Chigi, ma come. Ovvero con quali poteri.

Tutto il sistema dei media chiama alla mobilitazione e alla preghiera perché faccia la grazia di continuare, con toni a volte incompatibili con una democrazia parlamentare credibile.

Si moltiplicano gli appelli di gruppi trasversali (i sindaci, i presidenti di regione, ecc.), come di associazioni di categoria (dai camionisti in su, la CGIL aveva già dato...), fino ai cosiddetti “partiti” che dovrebbero rappresentare qualche frangia della società.

Prendiamo ad esempio un post di Italia Viva, la sigla di copertura di Matteo Renzi, in cui si dice esplicitamente “Chiediamo a Mario Draghi di restare a Palazzo Chigi con un programma chiaro di pochi punti da comunicare in Parlamento, senza ulteriori trattative con le forze politiche di maggioranza e con un governo di persone di sua stretta fiducia”.

Il Re Sole poteva contare su una dialettica interna più vivace, se non altro a corte...

Non mancano neanche “i mercati”, tornati tranquilli dopo un primo momento di apprensione. Anche lo spread ridiscende, segno che “c’è fiducia”. Fitch (una delle tre agenzie di rating Usa che decidono dello spread di qualunque paese o società quotata nel mondo) avverte che “Le implicazioni di breve termine per la politica economica e di bilancio dipendono dagli esiti politici, ma è probabile che le riforme strutturali e il risanamento di bilancio diventino più impegnativi“. Stateve accuort’...

Da Washington e Bruxelles sono arrivate voci pesanti, nello stesso senso. Il cosiddetto “ministro degli esteri” dell’Unione Europea, Joseph Borrell, cui veniva chiesto un parere sull’ironia di Mosca circa l’ennesimo “caduto” tra i governanti occidentali, ha risposto con un lapidario “Non si vende la pelle dell’orso prima di averlo preso”. Una scommessa, o la certezza, che tutto resterà sotto controllo, come prima.

Sul piano strettamente istituzionale, e costituzionale, va segnalato che in effetti non si è mai vista una crisi più “strana”. Sul “decreto aiuti” il governo Draghi ha ricevuto il voto di fiducia da entrambe le Camere, e con una maggioranza pressoché “bulgara”.

Solo al Senato si è registrata l’uscita dall’aula del gruppo parlamentare Cinque Stelle, dopo molti giorni di inutile attesa di una risposta di Draghi ad una lettera con nove punti consegnatagli da Giuseppe Conte. Ma senza spostare di una virgola i numeri a favore del governo.

Tanto è bastato a far presentare le dimissioni, che Mattarella non poteva che respingere rinviando il governo al Parlamento per verificare se dispone o no di una maggioranza.

Cosa che peraltro aveva evitato di fare – forse “per distrazione”, segnalano alcuni osservatori – quando Luigi Di Maio aveva dichiarato la scissione dai Cinque Stelle trascinandosi dietro una pattuglia di parlamentari, ministri, sottosegretari, dando vita all’ennesima formazione politica non rilevata da nessun sondaggio, neanche quelli più amichevoli.

Quella, in termini democrazia liberale, era una vera “svolta che modifica la maggioranza di governo” e richiedeva – come minimo – un passaggio parlamentare.

Ma di stranezze, in questi mesi, ne abbiamo registrate a bizzeffe, a cominciare da un presidente del consiglio che di fronte alla richiesta di sottoporre ad un nuovo voto l’invio di armi all’Ucraina – “tecnicamente” un’entrata in guerra al fianco di Kiev – rispondeva «Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento». Come è previsto da ogni Costituzione liberale, peraltro...

Anche dagli “ambienti di Palazzo Chigi”, a leggere sui giornali, trapela qualche sicurezza sul fatto che domattina potrà essere registrato qualche “fatto politico nuovo” che consentirà a SuperMario di “sciogliere le sue riserve” e concedersi come monarca fino a fine legislatura (marzo 2023).

E anche i muri sanno che si tratta dell’ennesima scissione dei Cinque Stelle, con i gruppi parlamentari ormai schedati minuto per minuto per stilare gli elenchi dei “governisti” e dei “reprobi fedeli a Conte”. Per chi ha visto sempre queste stesse scene ad ogni crisi di governo – ricordare i “responsabili” di Razzi e Sicilipoti? – tutto sembra già scritto. Ed anche abbastanza noioso.

La novità vera, che dovrebbe invece preoccupare tutti quelli non si sentono affatto rappresentati da SuperMario, è la misura dello strapotere che viene concentrato nelle sue mani e che dovrebbe valere in futuro per ogni altro governo dello stesso tipo: “tecnico”, di “unità” o “salvezza nazionale”, senza “una formula politica precisa” (fuori dalla dialettica politica, insomma) e senza opposizione. Né politica, né – soprattutto – sociale.

Come se Draghi avesse chiesto, senza dirlo apertamente, quei “pieni poteri” che un Salvini ottenebrato al Papeete aveva invocato, facendosi ridere dietro. Personaggi diversi, sostenuti da poteri molto diversi quanto a forza coercitiva, e risultati necessariamente opposti.

Un passo deciso sulla via della governance oligarchica che sostituisce la dialettica politica fatta da forze che rappresentano – bene o male – classi e figure sociali portatrici di interessi diversi, e che “la politica” dovrebbe comporre in programmi di governo che favoriscono alcune figure e penalizzano altre.

E già si trovano i “costituzionalisti” che legittimano come “pienamente democratica” questa inversione di dominanza tra i poteri dello Stato (dal legislativo-parlamentare all’esecutivo).

Tale Marco Olivetti, docente alla Lumsa (una delle tante università private dove ti puoi comprare una laurea senza studiare troppo), è arrivato a sostenere che “Mattarella potrebbe anche respingere nuovamente le dimissioni di Draghi e sciogliere le Camere. In quel caso sarebbe un governo non dimissionario; certo, senza le Camere i suoi poteri sarebbero limitati. Ma noi non abbiamo una contezza precisa di quali saranno questi limiti. Per esempio si discute se possa o meno fare i decreti legge, e io dico di sì se c’è una reale urgenza; si discute se le possa adottare i decreti legislativi di attuazione delle leggi delega del PNRR, e io direi di sì con la dovuta prudenza. Insomma non è uno scenario apocalittico: si vota in tutti i Paesi d’Europa alla scadenza“.

Un bel governo senza Parlamento... Cosa c’è di più moderno e “democratico”, in tempi di guerra?

Un “golpe morbidissimo”, applaudito da quasi tutto l’establishment. E che dovrebbe mettere sotto gli occhi di tutti noi la differenza radicale tra “andare al governo” ed “esercitare il potere”.

Era già accaduto alla “sinistra” bertinottiana di sperimentare, disastrosamente, lo scarto irrimediabile tra facoltà concesse dalle poltrone istituzionali e potere effettivo di imporre scelte economiche, belliche (la guerra contro la Jugoslavia, allora), istituzionali.

In questa legislatura ne hanno fatto esperienza – con identici risultati – anche i due “populismi” piccolo-borghesi che avevano gonfiato Lega e M5S. La “sovranità”, o il potere di decidere, sta ormai nei “mercati”, non negli Stati. E la struttura istituzionale dei mercati, in questo continente, si chiama Unione Europea,

Chiunque lo ignori, prima o poi, si trova di fronte a un plotone di esecuzione – metaforico e non sanguinario, per ora – che lo rimette a posto.

Di quei plotoni di esecuzione uno come Draghi è abituato a fare il comandante, non il semplice componente (ricordatevi della Grecia del 2015, sempre). E tra lui e il Parlamento va a casa il Parlamento, non certo lui.

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14/07/2022

Draghi ottiene la fiducia ma annuncia le dimissioni

La comunicazione fatta da Draghi in Cdm recita:
«Voglio annunciarvi che questa sera rassegnerò le mie dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica. Le votazioni di oggi in Parlamento sono un fatto molto significativo dal punto di vista politico. La maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più. È venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo.

In questi giorni da parte mia c’è stato il massimo impegno per proseguire nel cammino comune, anche cercando di venire incontro alle esigenze che mi sono state avanzate dalle forze politiche. Come è evidente dal dibattito e dal voto di oggi in Parlamento questo sforzo non è stato sufficiente.

Dal mio discorso di insediamento in Parlamento ho sempre detto che questo esecutivo sarebbe andato avanti soltanto se ci fosse stata la chiara prospettiva di poter realizzare il programma di governo su cui le forze politiche avevano votato la fiducia. Questa compattezza è stata fondamentale per affrontare le sfide di questi mesi. Queste condizioni oggi non ci sono più.

Vi ringrazio per il vostro lavoro, i tanti risultati conseguiti. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo raggiunto, in un momento molto difficile, nell’interesse di tutti gli Italiani».
Crediamo che siano da segnalare alcune circostanze “eccezionali”.

Ci sembra sia infatti la prima volta che un presidente del consiglio rassegna le dimissioni dopo aver ricevuto la fiducia su un suo provvedimento. L’uscita dall’aula della residua pattuglia grillina al momento del voto non ha messo in discussione la larga maggioranza a favore dell'esecutivo.

Questo dato segnala un rovesciamento del rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo (il Parlamento), già del resto esplicitati dallo stesso Draghi quando ha voluto spiegare perché proprio non poteva accettare di subordinare le sue scelte sull’invio delle armi in Ucraina al voto dell’aula, né ora né in futuro: «Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento».

Che è poi la condizione “normale” della democrazia liberale: il Parlamento concede la fiducia a un governo, e questo entra in funzione, oppure no e quel governo si dimette.

Con Draghi è avvenuto spesso l’opposto, più volte e infine anche oggi.

E infatti Mattarella – che ha evidentemente concordato col premier le mosse successive, nell’ora di colloquio avvenuto prima della riunione del Cdm – ha respinto le dimissioni e lo ha invitato a presentarsi di nuovo davanti alle Camere per un voto di fiducia (come la Costituzione vorrebbe).

Lì, inevitabilmente, avrà di nuovo una ampia fiducia (senza i Cinque Stelle, vedremo se tutti o solo una parte). In pratica, il Parlamento “lo pregherà di restare al suo posto”, promettendo di rinunciare a qualsiasi pretesa di controllo sul suo operato.

Di fatto, se andrà così, sarà ratificato quel “rovesciamento” dei poteri che il sistema dei trattati europei impone (e che è del resto ben rappresentato dalla funzione ancillare del cosiddetto Parlamento Europeo, l’unico nel mondo liberale ad esser privo del potere di proporre e approvare leggi di propria iniziativa).

Appare inoltre chiaro che “i partiti”, in questo schema, non contano assolutamente nulla (a maggioranza approvano un decreto, ma il promotore se ne va lo stesso...).

Teniamo gli occhi molto aperti, perché sta avvenendo qualcosa di importante. E non solo sul piano del “rispetto delle norme costituzionali”. Non sembra banale ricordare che siamo in tempi di guerra, e che vi partecipiamo direttamente, anche se per “interposta persona”. E in tempi di guerra, più che in altri, cambiano gli assetti istituzionali. In modo radicale, anche se non necessariamente violento.

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26/08/2020

Il taglio dei parlamentari? È la nuova frontiera della “nuova casta”

È in corso un demagogico e volgare attacco all’istituzione parlamentare, vecchio arnese di fascisti, fascistoidi, reazionari, demagoghi ed idioti che, in assenza di idee e progetti per il futuro del paese, ritirano fuori la solita “antipolitica” ed il vecchio arnese dell’antiparlamentarismo (do you remember il “discorso del bivacco” del 16 novembre del 1922?) che hanno, come unico effetto, quello di sedimentarie ancor di più qualunquismo ed ignoranza becera proprio sul delicato tema della democrazia, benché rappresentativa.

E poi i 5 Stelle (ovvero, coloro che hanno lanciato questo sciocco e pericoloso referendum in piena emergenza Covid-19) non erano quelli che volevano tagliare gli stipendi anziché il numero dei parlamentari?

Eh sì... sono propri gli stessi che ora, però, vogliono rivedere anche uno dei principi ritenuti inossidabili del movimento, almeno, fino a qualche tempo fa: l’ineleggibilità dei propri rappresentanti dopo 2 mandati. Una regola (ed una bandiera) di cui il movimento (?) si era dotato proprio con il fine dichiarato di impedire, ostacolare, superare la “politica come professione” (problema non banale, come ci spiegava Max Weber nel suo Politik als Beruf già nel lontano 1919), in favore di un ricambio continuo e a rotazione della classe politica che non doveva più farsi casta ma lasciare spazio, nelle istituzioni rappresentative, alla così detta “cittadinanza attiva”.

Ebbene, a quanto pare, se ne sono bellamente dimenticati virando poi verso l’esatto opposto: il taglio secco dei parlamentari (restrizione della base democratica) ed ampie deroghe al divieto di accedere a più di due mandati.

Insomma, come utilizzare la retorica della “lotta alla casta” in una robusta operazione di rilancio della casta stessa e della dittatura dei partiti che ormai nominano direttamente i propri rappresentanti in totale spregio a quanto ancora previsto all’art. 67 della Costituzione italiana secondo la quale: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

È vero che siamo immersi, ormai da troppo tempo, dentro un processo di trasformazione e trasfigurazione del modello di democrazia rappresentativa e di una crisi di egemonia delle classi dirigenti che attraversa, più o meno, tutti i paesi occidentali. Le nazioni si fanno comunità indistinte, unite dai confini “minacciati” da vecchi e nuovi nemici.

I nuovi ‘populisti’, cavalcano l’avversione verso i ‘capi’, le burocrazie tanto quanto verso gli stranieri, gli islamici e i migranti. I populisti reazionari offrono risposte immediate e semplificazioni a situazioni complesse la cui soluzione richiederebbe tempi lunghi. Tuttavia, si fa sempre più largo una tentazione di massa di sposare un approccio sempre più sbrigativo ad ogni questione, dalla più piccola alla più grande.

Alla crisi della democrazia parlamentare e dei partiti, ora, si contrappone tout court la “democrazia della rete”. Un modello bottom-up che si spaccia per “democrazia immediata” ma che, come abbiamo visto, è sempre più preda delle manipolazioni e del controllo assoluto da parte dei suoi padroni e detentori.

È chiaro che l’attuale crisi delle istituzioni rappresentative è anche figlia di in un mondo globalizzato popolato di solitudini e che i nuovi dispositivi digitali attraverso cui viene costruito il consenso riempiono un vuoto ed una distanza che appaiono sempre più incolmabili e che non potranno essere riempiti solo e semplicemente attraverso una semplice rievocazione del passato e/o mediante anacronistici appelli alla “sacralità” delle istituzioni democratiche nate dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla lotta al fascismo.

Tuttavia, la cosa peggiore sarebbe credere di avviare un percorso di rinnovamento della nostra già fragile democrazia buttando il bambino insieme all’acqua sporca. È appena il caso di rammentare che l’Assemblea Costituente del 1947 decise, sulla base di un criterio di proporzionalità, che si dovesse eleggere un deputato ogni 80.000 abitanti, non uno ogni 150.000.

L’equazione stabilita da padri e madri costituenti fu più deputati = più democrazia. Ed avevano ragione: ad una drastica riduzione del numero di rappresentanti corrisponderebbe un altrettanto drastico restringimento della base democratica.

Di certo, un responso referendario del genere segnerebbe un ulteriore regresso in un paese, qual è il nostro, già a corto di democrazia sostanziale.

Per questo #iovotono.

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19/07/2020

Conte e lo stato di emergenza

Lascio ai filosofi discettare sulle assonanze tra lo ‘stato di emergenza’ istituito in Italia con i decreti del Presidente del Consiglio e lo ‘stato di eccezione’ teorizzato da Carl Schmitt, così come lascio ai politologi il compito di interpretare la volontà di accentramento del potere dell’avv. Conte con il ‘perpetuo e incessante desiderio di potere dopo potere, che cessa solo con la morte’, di cui parla Hobbes nel suo Leviathan.

Qui interessa soprattutto mettere in rilievo come il Presidente Conte abbia, ricorrendo sempre ad annunci stampa, evocato la prosecuzione dello stato di emergenza, che secondo la Delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio, dovrebbe terminare il prossimo 31 luglio.

C’è chi sostiene la legittimità dell’uso di una Delibera del Consiglio dei ministri per proclamare lo stato di emergenza in base al Codice della Protezione civile (d.lgs. 1/2018) – Massimo Luciani per esempio – chi, come Sabino Cassese, ne ha contestato la legittimità perché essa, così come con i successivi DPCM, ha tagliato fuori il Parlamento, e dunque l’organo legislativo non ha potuto incidere sulle deliberazione delle misure per contrastare l’epidemia COVID-19.

Se teniamo sempre a mente che queste misure hanno inciso sui diritti fondamentali dei cittadini, ci rendiamo conto che l’esclusione del Parlamento dalle deliberazioni ha significato che il Presidente del Consiglio ha accentrato su di sé poteri che nessun organo della Repubblica può avere.

Chi bilancia il diritto alla salute con i diritti di mobilità, o con la libertà di manifestazione oppure con la libertà di culto? Se ciò avviene con provvedimenti quali i DPCM, di fatto, si sottrae, non solo al Parlamento, ma al Presidente della Repubblica e, di fatto, agli organi giurisdizionali la possibilità di prendere parte al processo di bilanciamento dei valori in gioco.

Sia chiaro: io sono – con l’USB e con il sindacalismo di base, con i Comitati contro l’autonomia differenziata e con quelli che si battono per la salvaguardia della scuola pubblica, con Medicina democratica – perché la salute e la vita dei/delle lavoratori/trici e dei/delle cittadini/e siano preservati e perché le misure preventive contro la diffusione del COVID-19 siano messe al primo posto.

Ma allora come spiegare che al picco della pandemia siano state tenute aperte le fabbriche di interesse strategico nazionale, come le filiere delle armi, o quelle metalmeccaniche a Brescia e a Bergamo, e perché nelle aziende agricole e della logistica non sono stati garantiti i livelli di protezione necessari per salvaguardare la salute dei lavoratori?

Come spiegare, nonostante i vari Commissari, la mancanza di strumenti protettivi per gli operatori sanitari? Perché il Protocollo sottoscritto il 14 marzo da CGIL-CISL-UIL e dalle associazioni padronali, con l’assenso del governo, ha lasciato mano libera agli imprenditori nella riorganizzazione dei processi produttivi, provocando nuovi focolai, come è successo a Bologna proprio in un’azienda della logistica?

A colpire non è solo l’asimmetria tra riapertura indiscriminata delle aziende dell’industria e dei servizi, e misure per disciplinare e comprimere i diritti di manifestazione e di sciopero; sì, anche degli scioperi, con gli interventi della Commissione di garanzia per impedire e sanzionare le iniziative degli operatori del pubblico impiego e della sanità, chiamati a svolgere lavori più gravosi del normale, come negli ospedali o nelle scuole, e sottoposti a misure limitative della loro agibilità sindacale e politica.

Ciò che oggi più preoccupa è l’intenzione del governo Conte II di prolungare lo stato di emergenza sempre ricorrendo al DPCM.

Che occorra continuare a praticare tutte le azioni di prevenzione contro il COVID-19, è fuori da ogni dubbio, anzi andrebbero moltiplicate ed estese, però ciò che interessa al governo è avere strumenti di compressione del conflitto sociale, non di tutela della salute dei cittadini, che viene strumentalizzata solo per contenere la loro rabbia per le lacune dei provvedimenti presi dal governo sulla cassa integrazione, sui vuoti di protezione dei settori sociali più fragili, sulle deroghe nei contratti a termine, sull’assenza di volontà di difendere i livelli dell’occupazione – continua invece l’uso dei contratti atipici, non si è voluta una sanatoria generalizzata dei lavoratori migranti, e soprattutto si propone, al di là della retorica del green deal, di perpetuare il modello di economia fondato sulle catene del valore transnazionali legate al mercato unico europeo.

Qui risiede la ragione della volontà del Presidente Conte di avere in mano uno strumento per gestire in autunno l’ordine pubblico, come la ministra Lamorgese chiama il conflitto sociale.

Questo è ciò che preoccupa il governo: come fronteggiare i movimenti sociali e sindacali che sorgeranno per contestare le non-misure del governo.

Si pensi al settore dei servizi, alla scuola, alle produzioni delle aziende legate alle esportazioni, che vorranno recuperare se non aumentare i livelli produttivi; si pensi alla sanità, dove non esiste un piano di riorganizzazione che le faccia fare un salto di qualità, si pensi al peggioramento della vita di chi sarà senza lavoro e di chi è già ora in condizioni di povertà. Ebbene non ci sarà settore sociale che non avrà difficoltà a sopravvivere e dunque vorrà far sentire la propria voce.

È questa voce che il governo vuol soffocare, e, per impedirle di farsi udire, il governo vorrà usare gli strumenti dello stato di emergenza.

Certo, ora qualche esponente politico ha chiesto che il governo si presenti almeno in Parlamento, anche questa volta però il Presidente Conte ha ribadito che comunque verrà adottato un DPCM e che il Parlamento potrà al più votare una risoluzione.

Con i provvedimenti normativi adottati durante il COVID-19 – DCPM e decreti-legge approvati con la fiducia – è continuato il processo di accentramento dei poteri da parte del governo, forma specifica con cui si manifesta in Italia l’autoritarismo sempre più necessario per comprimere i conflitti e le dinamiche sociali.

La difesa della democrazia contro le élite politiche e la lotta per la trasformazione sociale, per spezzare i vincoli e il dominio delle forze capitalistiche, vanno di pari passo, e solo dalle mobilitazioni sociali potranno scaturire movimenti per ‘democratizzare’ la democrazia e trasformare le relazioni economico-sociali.

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03/07/2020

Brancaccio - I tagli alla “casta”? Un alibi per l’austerity

Repetita iuvant

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RAI Radio Uno – ERESIE – 3 luglio 2020 – La crociata contro i privilegi del ceto politico trova consensi ovunque. Dal Corriere della Sera con il celebrato pamphlet di Rizzo e Stella, fino ai loro più recenti epigoni populisti, tagliare la “casta politica” ha sempre messo d’accordo un po’ tutti quanti. Resta tuttavia un interrogativo: visto che i risparmi effettivi per i conti pubblici sono sempre stati pressoché risibili, perché i paladini della lotta alla casta insistono con la sciocchezza secondo cui i tagli aiuterebbero a risanare il bilancio statale? Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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29/06/2020

Brancaccio - La lotta alla “casta”? Solo un alibi per l’austerity

l’Espresso, 28 giugno 2020

Sostenuta dai potentati mediatici e finanziari, la propaganda anti-casta di questi anni è stata soltanto una delle forme fenomeniche della reazione anti-statuale. In essa non c’è nessuna rivoluzione giacobina, nessun furore rosso. Solo bieca vandea liberista.

di Emiliano Brancaccio

Meno di un euro, nemmeno un caffè all’anno. È questo il risparmio che ogni cittadino italiano potrà attendersi dal taglio dei parlamentari che sarà oggetto di referendum confermativo il 20 e 21 settembre prossimi.

Iniziata una dozzina di anni fa come puritana ribellione verso un ceto politico ingordo di privilegi, la lotta alla casta giunge così al suo infimo epilogo. In origine la crociata poteva rivendicare risparmi un po’ più consistenti, come ad esempio la stretta di 700 milioni sulle famigerate auto blu. Oggi deve accontentarsi di un più magro bottino: dall’annunciato taglio dei parlamentari verranno meno di 60 milioni. Ma a ben guardare, nemmeno ai suoi esordi la guerra alla casta ha avuto la benché minima rilevanza macroeconomica. I tagli più rilevanti ai privilegi del ceto politico, effettuati sotto l’austerico governo Monti, non hanno mai raggiunto il millesimo della spesa pubblica nazionale. Una roboante propaganda su risibili voci di contabilità, insomma.

Si potrebbe obiettare che per soddisfare la brama popolare di vendetta contro un ceto politico reputato inetto e distante, la rilevanza macroeconomica dei tagli sia in fondo secondaria. Ma allora, perché questa risibile insistenza sul risparmio per le casse pubbliche? Il motivo è presto detto.

La verità è che le strette sulle poltrone, sui viaggi e sulle buvettes dell’odiata casta politica sono state un alibi ingegnoso per far passare ben altri tagli ai fondi pubblici, che hanno provocato danni incalcolabili alle infrastrutture, alla ricerca, all’istruzione e anche alla sanità pubblica, come ormai purtroppo sappiamo. Sapere dei tagli al ristorante di Montecitorio ha reso più tollerabile il clima generale di austerity, ridurre l’odiato parlamentare alla questua ha reso più accettabile la dura quaresima per tutti.

Le rivalse anti-casta vanno quindi valutate per quel che sono: un oppio del popolo per intorpidire le menti e giustificare il più reazionario ordine di politica economica che si sia imposto nella storia repubblicana. Oggi è il turno dei pentastellati, peraltro appoggiati da quasi tutto l’arco parlamentare. Ma dai democratici alle destre forcaiole, appoggiate dalla grande stampa tutte le forze di governo hanno abusato in questi anni del venefico oppiaceo. E gli effetti sono sotto i nostri occhi. I politici si ritroveranno pure con meno scranni e meno rimborsi, ma è solo un diversivo: quel che conta è che la politica generale di austerity ha allargato la forbice macroeconomica tra ricchi e poveri, in particolare tra percettori di profitti e rendite da un lato e lavoratori salariati dall’altro. Alla fine, la vendetta sociale ha operato in direzione esattamente contraria a quel che si crede.

Eppure a quanto pare non ci siamo ancora svegliati dal torpore. La drogante propaganda anti-casta continua a circolare e c’è il rischio che faccia i suoi danni anche al prossimo appuntamento referendario. Con un risvolto particolarmente ridicolo, questa volta. Andremo infatti a votare nel mezzo di una colossale crisi economica, che sta determinando la più rapida caduta della produzione e del reddito che si sia registrata nella storia del capitalismo. Per arginare la catastrofe i governi hanno dovuto per forza dare sfogo alla spesa pubblica e al deficit di bilancio. Nella sola Italia il disavanzo statale aumenterà di un centinaio di miliardi rispetto all’anno scorso. E non si immagini che le cose torneranno rapidamente al loro posto. Persino l’ex presidente della BCE ha ammesso che con l’esplosione dei debiti pubblici dovremo convivere e che per lungo tempo toccherà alle banche centrali governare i mercati per garantire la sostenibilità dei bilanci. In questo gigantesco rivolgimento della politica economica, la scena dei tagliatori di scranni parlamentari che si rallegrano per un risparmio di un euro scarso all’anno per ogni cittadino risulta semplicemente patetica.

Per giunta, se la riforma costituzionale sarà approvata, ci ritroveremo con un solo parlamentare ogni 151 mila cittadini, il più basso livello di rappresentanza politica in rapporto alla popolazione nell’Unione europea. Sappiamo bene che la crisi della rappresentanza si può risolvere solo con una espansione e un radicamento capillare della democrazia: un tempo si parlava di democrazia progressiva, di conquista delle casematte dello Stato. Invece a settembre ci toccherà votare sull’ennesima ipotesi di restringimento del perimetro democratico. Se al referendum vincerà il sì brinderanno solo le oligarchie finanziarie: meno deputati ci saranno, meno costerà fare lobbying.

Sostenuta dai potentati mediatici e finanziari, la propaganda anti-casta di questi anni è stata dunque solo una delle forme fenomeniche della reazione anti-statuale. In essa non c’è nessuna rivoluzione giacobina, nessun furore rosso. Se non si ferma questa bieca vandea liberista, al prossimo giro qualcuno magari proporrà di trasformare l’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli. E ci mostrerà fiero gli spicci risparmiati, mentre distrugge quel che resta dello stato sociale.

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16/02/2020

Comunisti fuorilegge in Italia, lo chiede un deputato fascista. Il mondo alla rovescia

Un deputato neofascista di Fratelli d’Italia, tal Edmondo Cirielli, intende presentare una proposta di legge costituzionale per mettere fuorilegge in Italia le organizzazioni comuniste. Ci ha tenuto a specificare che la misura dovrebbe riguardare anche Potere al Popolo, il quale pur non dichiarando come tale l’identità nel nome (non si chiama infatti partito comunista con tutte le varie declinazioni che conosciamo) deve essere ritenuto tale in quanto “non ne rinnega la storia criminale”.

Per un verso è un riconoscimento di importanza da parte del nemico, dall’altro sembra essere una smentita fattuale a tutti coloro che in questi due anni nel nostro paese, in nome di una autodefinita identità comunista, hanno denigrato Potere al Popolo apostrofandolo come sinistra fucsia.

Ma a parte gli scherzi, l’iniziativa del deputato neofascista si rivela in tutta evidenza come la logica conseguenza di atti come la risoluzione del parlamento europeo di Strasburgo che equipara nazismo e comunismo e votata da tutti i partiti conservatori e socialisti europei (Pd e Verdi inclusi), ma anche delle strumentalizzazioni sulla “memoria condivisa” invocata dal presidente Mattarella e dalla politica bipartizan che in questi giorni sulle foibe ha avuto un’altra accelerazione nel percorso di criminalizzazione dei comunisti e della Resistenza partigiana.

Solo degli imbecilli potevano pensare che la risoluzione di Strasburgo o la capitolazione storica e politica sulla Resistenza in Italia non si rivelassero un assist formidabile esclusivamente per i partiti neofascisti in parlamento o fuori. Era solo questione di tempo.

I risultati adesso sono evidenti. Non sappiamo se la proposta di legge del deputato fascista Cirielli avrà un seguito, sappiamo solo che ha creato un precedente che mutate condizioni politiche potrebbero rendere reale.

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02/12/2019

Nella faccenda del MES emergono problemi di legalità, logica e democrazia

Proponiamo, come spesso ci capita di fare, un articolo che compare su una testata molto lontana da noi per visione, valori e riferimenti politici. Ciò nonostante, proprio questa lontananza rende più utile il contenuto specifico dell’articolo. Che è poi relativamente semplice: in tutta questa vicenda del “nuovo Mes” (il Meccanismo Europeo di Stabilità), al di là degli stessi – ma strategici – dispositivi economici e finanziari, emerge la natura dittatoriale dell’Unione Europea.

Dittatoriale, non solo “poco democratica”. Persino usando i criteri e i valori liberali (di cui il pessimo Karl Popper è uno dei pilastri sul piano teorico). Non ci sembra un dettaglio da poco. E certo può essere efficacemente usato in tutti i confronti/scontri con quegli imbecilli democrats che si dicono “europeisti” e “anti-sovranisti”.

È vero, infatti: l’europeismo è un’ideologia dittatoriale che nega la sovranità popolare perché afferma la sovranità delle imprese e della finanza multinazionale.

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di Francesco Carraro - il Fatto Quotidiano

Nella vicenda del Mes alcuni punti stanno emergendo con chiarezza esemplare, specie dopo l’audizione di Roberto Gualtieri alla Commissione parlamentare.

1. Il Governo, prima di “impegnare” il Paese con gli altri partner europei, avrebbe dovuto, a mente dell’articolo 5 comma 2 della legge 234 del 2012, tener conto degli “atti di indirizzo adottati dalle Camere”. Nel remoto, e improbabile, caso in cui ciò non fosse stato possibile, il Governo avrebbe dovuto “riferire tempestivamente alle Camere, fornendo le appropriate motivazioni della posizione assunta”. Nel nostro caso, non è stata fatta né l’una né l’altra cosa. All’università “di legge”, si direbbe che è stata violata una legge.

2. Oggi, a cose fatte, il Parlamento dovrebbe conservare la piena disponibilità di pronunciarsi (pro o contro) sul trattato del Mes; e ciò è stato riconosciuto dallo stesso Gualtieri davanti alla succitata Commissione, laddove egli ha testualmente dichiarato: “come il Parlamento aveva richiesto, comunque il testo finale sarebbe stato sottoposto alla valutazione del Parlamento”.

3. Il punto secondo è semplicemente un proforma. Ma in verità non conta nulla, così come non conta nulla il Parlamento italiano. Lo ha candidamente ammesso lo stesso Gualtieri quando ha affermato di ritenere, in ogni caso, il testo inemendabile.

Ora, capite bene che cominciamo ad avere grossissimi problemi di legalità, di logica e anche di democrazia.

Di legalità perché un esecutivo – per di più se nato per iniziativa, e supporto, di un Movimento che della legalità fa il suo primum movens – non può collocarsi in modo tanto palese al di là del recinto di quanto la legge prescrive. Perché la legge non è uguale (solo) per (tutti) i cittadini, ma anche (e soprattutto) per le istituzioni da cui quei cittadini sono rappresentati.

E a tal proposito, come suol dirsi, “carta canta”. Una risoluzione (nr. 6-00076) approvata dal Parlamento, il 19 giugno 2019 di quest’anno, recitava papale papale: “Si impegna il Governo a non approvare modifiche che prevedano condizionalità”. Non serviva l’Accademia della Crusca per rettamente interpretare, e conseguentemente applicare, il significato delle parole di cui sopra.

Quanto ai problemi di logica, dobbiamo seriamente interrogarci se per caso – ossessionati come siamo dal rispetto pedissequo e meticoloso (talora persino ottuso) delle “regole” e dei “parametri” – non stiamo perdendoci per strada qualcosa di ben più prezioso: la logica, appunto, e quindi, in senso lato ma non troppo, la razionalità e la giustizia. È assurdo sostenere, come ha fatto Gualtieri, che il testo finale sarà sottoposto alla votazione del Parlamento e poi confessare che, comunque, tale testo non potrà mai essere cambiato.

Dire che un Parlamento è preservato nella sua intangibile facoltà di dire sì o no a una legge (baluardo teoricamente inespugnabile di una democrazia con la D maiuscola) e poi aggiungere che quello stesso Parlamento dovrà comunque “assoggettarsi”, è qualcosa che non si può sentire sul piano della logica. Ciononostante, la colpa non è di Gualtieri.

Infatti il ministro, paradossalmente, ha detto il vero. Per come è oggi architettata la Ue, e per come sono (già) disegnati gli Stati uniti d’Europa di domani, i parlamenti nazionali sono destinati a divenire inessenziali e ad adempiere a una funzione meramente coreografica. Potranno dire la loro, in teoria; ma non conteranno nulla, in pratica. Monsieur le Commissaire, les jeux sont faits. I giochi sono fatti – in alte cupole, e in altre stanze – da soggetti a cui sono (preventivamente) riservate tutte le decisioni dirimenti.

Il che ci porta all’ultimo tema sul tappeto, che è poi anche il più importante: quello della emergenza democratica. In un sistema in cui un Governo può, senza grossi problemi, agire oltre i perimetri di una legge dello Stato, e quindi contra legem, in cui un ministro può fare dichiarazioni marchianamente contraddittorie, e quindi contra logicam, che fine farà la democrazia? Qui ci può aiutare Karl Popper il quale, nel secolo scorso, ebbe il merito di puntualizzare alcuni aspetti del “gioco democratico” da noi dati, troppo spesso, per scontati.

La “democrazia”, diceva Popper, non si identifica solo con il suffragio universale e con il governo della “maggioranza”. La sua vera essenza risiede nella possibilità, per i governati, di poter controllare i governanti. Così, il nostro sintetizzava il concetto: “Se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilità di lavorare per un governo pacifico, il loro governo è una tirannia”.

Forse, sotto le mentite spoglie del Mes, c’è un’urgenza ancora più impellente di quanto abbiamo finora immaginato.

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30/11/2019

MES incostituzionale, oltre che suicida

Alla fine, oltre ad essere assurdamente svantaggioso (per l’Italia e altri paesi) il trattato che riforma il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) è anche incostituzionale. Sia nel contenuto sia nell’iter procedurale.

In più, risulta essere la prova inconfutabile dell’idiozia contrattuale della nostra “classe politica”, pronta a firmare quel che gli altri partner europei – a cominciare ovviamente da quelli più forti, la Germania – si guardano bene dal sottoscrivere.

Un’analisi costituzionale e non soltanto economica del testo solleva infatti “delicate questioni di legittimità costituzionale e di uguaglianza dell’Italia nei rapporti internazionali”. Parole che appaiono sull’editoriale di Milano Finanza, a firma di Guido Salerno Aletta (L’Unione dei diseguali), non in qualche scantinato leghista.

In ballo ci sono due “piccoli dettagli” come il principio di sovranità (chi comanda dentro i confini dello Stato) e il ruolo del Parlamento, cui la sovranità popolare viene delegata con il normale processo elettorale.

Da sempre, l’Italia firma i trattati europei senza una vera discussione parlamentare (addirittura a Camere chiuse, come avvenne per il Trattato di Maastricht!) e sicuramente senza alcun esame della Corte Costituzionale.

Tanto per restare nell’esempio tipico, la Germania agisce in modo opposto, tanto che – come nel 2012, quando fu decisa la struttura istituzionale del Mes ancora oggi vigente – il Bundestag approvò il trattato solo il 27 settembre, dopo una sentenza dell’Alta Corte che metteva rigidi paletti all’approvazione del trattato stesso.

L’Italia invece lo aveva approvato il 23 luglio, tra le tante cosette che un Parlamento con le valige in mano, pronto a traslocare in qualche spiaggia assolta, vota senza neanche starci a pensare un attimo.

La corte tedesca poneva infatti due condizioni, come ricorda Salerno Aletta: «la necessità che ogni incremento dell’ammontare della dotazione dell’Esm fosse preventivamente ed esplicitamente approvato dal Parlamento tedesco». Perché quando si parla di impegnare soldi pubblici, foss’anche per un’istituzione europea, il Parlamento deve farlo con tutta la consapevolezza e la formalità necessaria.

E «la necessità di assicurare una sufficiente influenza parlamentare sulla maniera in cui vengono gestiti i fondi». Ossia: non è che noi (la Germania) mettiamo soldi nostri e poi qualcun altro decide come spenderli; in ogni passaggio noi (la Germania) vogliamo decidere a chi si danno, come, perché e in che modo debbono essere restituiti.

Per maggiore sicurezza pretesero la nomina di Klaus Regling a capo del Mes.

Ma non basta. La stessa Corte Costituzionale germanica mise altre tre condizioni: “nello strumento di ratifica del Trattato si sarebbe dovuta inserire una riserva formale che recepisse le condizioni di merito stabilite dalla Corte medesima; occorreva inoltre inserirvi la clausola secondo cui la Germania non desidera essere vincolata da quanto stabilito dal Trattato medesimo nella sua interezza se dette riserve dovessero risultare inefficaci sul piano del diritto internazionale; infine, si precisava che le altre Parti che avevano già ratificato il Trattato avrebbero dovuto esprimersi sulle riserve poste dalla Germania, accettandole o meno.”

Della serie: “partner europei, avete capito che noi non ci accolleremo nessun carico senza prima vedere se ci conviene?”

In ogni caso, bontà loro, veniva dato per scontato che anche gli altri paesi avrebbero potuto avanzare le stesse “riserve”, limitando così le funzioni del Mes.

Ma quando mai... Dall’Italia non venne neanche un vagito, figuriamoci una perplessità. Non sarebbe stato facile, perché “non sarebbe stata sufficiente la sola dichiarazione ministeriale di accettazione unilaterale delle riserve tedesche, resa senza l’assenso preventivo del Parlamento”. Altrimenti “sarebbe intervenuta, senza averne titolo, su un atto del Presidente della Repubblica”, ossia la firma al trattato.

In altre parole, la “diseguaglianza tra [finti] uguali” ha nell’Unione Europea una lunga storia, fatta di complicità – sposata a incompetenza e debolezza – e “volontà di potenza” di chi ha un peso economico superiore. Ma è una diseguaglianza che è andata crescendo oltre ogni ragionevole tolleranza, e che genera le “tensioni” popolari che sprezzantemente vengono derubricate a “populiste” o “sovraniste”, ma che riguardano effettivamente le condizioni di vita dei vari popoli europei ed anche la loro (residua) sovranità popolare, inscritta in genere nelle loro Costituzioni.

Ma, giunti a questo punto, come se ne esce? Giustamente Salerno Aletta fa notare che – per tentare di salvare capra e cavoli – almeno si sarebbe dovuta ripristinare la “parità tra partner”. Ovvero: “Una volta che la Germania ha affermato l’incomprimibilità della responsabilità del Parlamento in ordine alle decisioni di spesa, e visto che la medesima prescrizione è contenuta nella nostra Costituzione per quanto riguarda i trattati internazionali, è via obbligata accedere alla impostazione della riserva tedesca e inserirne una di identica portata da parte italiana”.

Ma di questa consapevolezza nella nostra “classe dirigente” – non solo della sua parte “politica” – non c’è alcuna traccia.

La Lega solleva strumentalmente il problema, è vero. Ma il problema esiste e il gruppo dirigente della Lega lo sapeva benissimo. Il “documento” con il testo del nuovo Mes campeggia infatti dal 4 dicembre 2018 sul sito del Consiglio Ue, e illustra in dettaglio ciò che poi sarebbe stato concordato sei mesi dopo. Una “location” certo poco attrattiva per i “leoni da tastiera”, ma sicuramente non ignorata dai Bagnai, Borghi e Garavaglia – le “teste economiche” del Carroccio.

Il problema politico ora è piuttosto incasinato. Divisioni partitiche a parte, infatti, accettare questo trattato è finanziariamente un suicidio. L’Italia dovrebbe garantire copertura (in caso di necessità) per 125 miliardi ad un fondo gestito non all’unanimità (in cui non avrebbe insomma diritto di veto), ma in base alla maggioranza delle quote. Germania e Francia, insieme, dispongono del 47%; basterà aggregare Olanda, Austria o Finlandia per raggiungere la maggioranza e farci neri. Al resto penseranno come sempre “i mercati”...

L’analisi sulla sostenibilità del debito pubblico dei vari paesi, infatti, passerebbe dall’essere esclusiva della Commissione Europea (organo politico, dunque in qualche misura “sensibile” o “sensibilizzabile” alle ragioni di opportunità, equilibrio, cautela, ecc.) a prerogativa principale del Mes, che assume però “il punto di vista del creditore”. Ossia di chi vuol rientrare del proprio capitale (cui contribuiscono però i vari paesi, non “appartiene” al Mes) e se ne fotte se il debitore va sul lastrico.

È il massimo dell’idiozia, ci sembra, finanziare (sia pure “a garanzia”) lo strumento che potrebbe decapitarci come Paese e gettare milioni di lavoratori/correntisti (obbligati) in pasto alla speculazione.

L’unica soluzione decente sarebbe non ratificare il trattato (ormai “inemendabile”, garantisce il ministro dell’economia, nonché ex tecnoburocrate di Bruxelles ed ex senatore Pd) e far saltare il tavolo.

Ma di certo non lo faranno queste orde di mentitori professionali e statisti mancati che abitano le stanze di Cinque Stelle, Lega e, a maggior ragione, Pd, Fratelli d’Italia e frattaglie varie. I “sovranisti da operetta”, quando il gioco si fa duro, farfugliano e si arrendono.

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29/11/2019

MES, si profila uno scontro istituzionale

Siamo ritornati al 1989, quando, con la caduta del Muro di Berlino, il Presidente Cossiga picconò il Parlamento. L’oggetto del contendere ora è il Mes che, a quanto pare, sembra sia stato sottoscritto il 21 giugno scorso da Conte nonostante una risoluzione contraria della maggioranza parlamentare.

I leghisti stanno allertando costituzionalisti e giuristi per, eventualmente, denunciare il Presidente del Consiglio. Oggi Salvini invoca l’intervento di Mattarella.

E qui sta il vulnus. Il Presidente della Repubblica, ma questo discorso vale da Oscar Luigi Scalfaro in poi, è espressione diretta anche generazionale del principio europeo, Mattarella invoca l’Europa, o meglio l’Unione Europea, a ogni discorso pubblico.

Come si comporterà ora, visto che si profila una violazione del regime parlamentare come previsto dalla Costituzione del 1948? Si può dire quel che si vuole, ma la Lega ha ora la stessa forza elettorale del Pci degli anni settanta, assieme a Fdi supera il 40%. Parla a nome delle banche cooperative, delle piccole e medie imprese, dei professionisti, ma anche degli operai, queste ultime figure avendo da decenni abbandonato i partiti di “sinistra”.

Cossiga picconò il Pci, ma aveva un obiettivo, transitare il paese dopo la caduta del Muro di Berlino.

Una chiarezza che manca in questo Paese da due decenni. Rino Formica da un anno esorta Mattarella a mandare una lettera al Parlamento anche per verificare la posizione del nostro Paese circa l’Ue, per non subire sempre. Quella lettera non è mai pervenuta.

Ora Salvini coinvolge Mattarella, sul Mes vi potrebbe essere un potenziale conflitto istituzionale. Ma a quel punto, occorre dirlo, siamo ancora in una Repubblica Parlamentare o, a partire da Scalfaro, ma ancor di più con Napolitano, siamo in una Repubblica Presidenziale?

I cittadini hanno votato nel 2016 no alla riforma costituzionale. Sarebbe bene che Mattarella mandi un messaggio ufficiale alle Camere. Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione potrebbe essere eccellente.

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09/10/2019

Il taglio ai parlamentari è un taglio a democrazia e rappresentanza: le nostre contro-proposte!

“Finalmente ci siamo!”, gridano i 5S. È arrivato il momento dell’attacco alla casta, l’inizio della sua fine. Riducendo il numero dei parlamentari faremo un deciso passo in avanti contro inaccettabili privilegi. Ma sarà davvero così?

Facciamo un passo indietro. Da trent’anni, in contemporanea e a causa dell’affermarsi del dominio del pensiero unico liberista e delle sue politiche economiche di distruzione dei diritti sociali e del lavoro, il sistema politico italiano cerca la formula magica della governabilità, la regola che sostituisca al consenso reale il potere elettorale, conquistato con leggi maggioritarie che permettano alla minoranza tra la popolazione di diventare maggioranza assoluta nelle istituzioni.

Così da trent’anni le riforme elettorali e quelle costituzionali stravolgono il principio costituzionale fondante della rappresentanza: un Parlamento che sia specchio del Paese. Invece, il Parlamento è dominato da maggioranze costruite a tavolino con leggi elettorali che cambiano di volta in volta a secondo delle convenienze di chi governa. Questo ha provocato una drastica riduzione della partecipazione al voto – che sempre di più coinvolge solo le minoranze che sperano di vincere – e la spoliticizzazione del voto stesso, ridotto sempre più a voto utile o voto al “meno peggio”.

Infine, il sistema maggioritario e la distruzione della rappresentanza hanno prodotto il trasformismo negli eletti, molti dei quali si presentano in coalizioni o partiti solo perché questi hanno la possibilità di vincere e li abbandonano a secondo delle convenienze.

Tutto ciò produce crisi della partecipazione, corruzione politica, drastica riduzione della democrazia.

La riforma costituzionale voluta dal M5S si inquadra perfettamente in questo circolo vizioso, nel quale la riduzione degli spazi democratici provoca rifiuto di massa della politica, che a sua volta viene usato per ridurre ulteriormente gli spazi politici.

La riduzione del numero dei parlamentari è una misura demagogica che allude alla lotta alla corruzione e alla inefficienza politica facendo credere che meno persone deciderebbero di più e meglio, mentre in realtà si riducono ulteriormente gli spazi della rappresentanza e della democrazia e si fa un altro passo verso quella dittatura di fatto del governo, che era al centro dei progetti della P2 e che oggi viene chiesta dai poteri finanziari e dai vincoli dell’austerità UE.

Se le democrazie sono a sovranità limitata perché devono adattarsi agli obblighi dei mercati globalizzati, allora i parlamenti e le Costituzioni devono contare sempre meno, come già scritto in un documento della Banca JP Morgan nel 2013.

Potere al Popolo! ritiene che le crisi economica, sociale ed ambientale debbano essere affrontate con più partecipazione e democrazia e non dando ancora più potere ai governi. Per questo PaP! si oppone al taglio dei parlamentari voluto dal M5S, erede della controriforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, e a ogni progetto di riduzione della rappresentanza nel nome della governabilità.

COSA DICE LA RIFORMA COSTITUZIONALE?

Il progetto prevede la riduzione del numero di senatori da 315 a 200, e dei deputati da 630 a 400, per un totale di 345 rappresentanti in meno (modifiche degli artt. 56 e 57 della Costituzione).

Non è la prima volta che provano a ridurre il numero dei parlamentari. Un tentativo lo fece anche D’Alema con la Bicamerale e l’ultimo tentativo in ordine di tempo lo ha fatto Matteo Renzi, sonoramente sconfitto dal voto popolare che presentava un deciso NO in faccia ai progetti “autoritari” dell’allora primo ministro. In definitiva i peggiori tentativi di torsione autoritaria li dobbiamo storicamente al PD, anche se la riforma dei 5S è molto simile a quella di Quagliarello del NCD (centro-destra).

COSA DICONO I TIFOSI DELLA RIFORMA E COSA PENSA POTERE AL POPOLO

“Meno sprechi, più efficienza”, così il Ministro 5 Stelle Fraccaro presentava la riforma a gennaio.

“Meno sprechi”. Come al solito, quando si parla di soldi c’è una guerra delle cifre. Il Senato costa all’incirca 540 milioni. Riducendo il numero di senatori il risparmio, stimato in circa 60 milioni, sarebbe irrilevante, soprattutto se consideriamo che il prezzo che pagheremo sarà quello di uno sbilanciamento del potere a favore del Governo, ovvero del potere esecutivo, a danno del potere legislativo, incarnato da un Parlamento in uno dei suoi due rami: il Senato. Avremmo cioè un sistema più autoritario.

Se il reale obiettivo fosse effettivamente il risparmio, è evidente che non sarebbe questa la strada da intraprendere. Il risparmio ci sarebbe se, ad esempio, si riducesse non il numero, ma lo stipendio di tutti i parlamentari. Per questo la nostra proposta è semplice: ridurre drasticamente gli stipendi degli eletti mantenendo il numero dei parlamentari.

“Più efficienza”. FALSO. Ridurre il numero dei parlamentari non serve ad aumentare l’efficienza del Parlamento. Ne decreta invece la trasformazione in un organo che ha semplicemente il compito di ratificare quanto deciso dall’esecutivo. Già oggi il potere legislativo, che la Costituzione attribuisce al Parlamento, è in realtà mortificato dal Governo che, con una eccessiva produzione di decreti legge, di fatto svuota la funzione legislativa parlamentare. La riduzione del numero di parlamentari, tanto voluta dal M5S, si muove nella stessa direzione della riforma costituzionale di Renzi: accentramento dei poteri nell’esecutivo, svilimento del ruolo del Parlamento, reso sempre più inutile, e meno rappresentatività democratica.

“Meno poltrone, più democrazia”, altro slogan del M5S. FALSO anche questo. Per avere più democrazia è vera l’affermazione opposta. Perché? Innanzitutto perché viene a indebolirsi ulteriormente il legame tra elettori ed eletto. I 5S per giustificare la riforma, sostengono che abbiamo un numero troppo alto di parlamentari, e che siamo secondi soltanto al Regno Unito. Questa affermazione è vera solo se il numero dei parlamentari viene valutato in termini assoluti, ma la truffa si disvela se questo numero viene rapportato agli abitanti rappresentati da ogni parlamentare perché in questo caso non siamo al secondo, ma al ventiduesimo posto. Se oggi, con 60 milioni di abitanti circa, c’è un deputato ogni 96.000 abitanti e un senatore ogni 190.000 abitanti, con l’approvazione della riforma ci sarebbe un deputato ogni 150.000 abitanti e un senatore ogni 300.000 abitanti, una autentica truffa per la democrazia rappresentativa.

Con il numero dei parlamentari ridotto ci sarà meno democrazia perché la riforma costituzionale sarà legata a una nuova legge elettorale che inasprirà i tratti peggiori del “Rosatellum”. Innanzitutto innalzando la soglia di ingresso. Oggi è fissata al 3% per la Camera dei Deputati e si passerebbe al 5%; al Senato addirittura arriveremmo a più del doppio. Tutto ciò senza modifiche esplicite della soglia del Rosatellum, che rimarrebbe del 3%, ma di una soglia implicita che deriverebbe dal fatto che ci saranno meno parlamentari da eleggere nei vari collegi. E non possiamo certo dirci rassicurati dai progetti di riforma elettorale che secondo l’attuale maggioranza – ma anche la minoranza della Lega – dovrebbe accompagnare la riduzione del numero dei parlamentari: le ipotesi al vaglio sono sostanzialmente due (un proporzionale con sbarramento al 5% o un maggioritario a doppio turno) e in entrambi i casi a farne le spese sarebbero rappresentatività e democrazia, a favore della “governabilità”, cioè delle mani libere per il Governo di turno.

La conseguenza del progetto in discussione in Parlamento? Intere fasce della popolazione del Paese rimarrebbero senza rappresentanza, ancor più di quanto non accada oggi. Di fatto, il combinato disposto di riforma costituzionale e nuova legge elettorale blinderebbe il Parlamento, lasciandolo appannaggio dei soli partiti già esistenti, estromettendo i “piccoli”, ma soprattutto, svelando la truffa dell’“uno vale uno” tanto caro al M5S. Uno non varrà uno, perché il voto di tanti sarà, di fatto, inutile. Per questo noi proponiamo sì una nuova legge elettorale, ma che vada nella direzione esattamente opposta a quella agognata da tutto – o quasi – l’arco parlamentare: una legge elettorale proporzionale, senza soglie di sbarramento, così che il voto di ogni cittadina e ogni cittadino abbia il suo giusto peso.

Drastica riduzione degli stipendi dei parlamentari, legge elettorale proporzionale e centralità del Parlamento: questo il programma di Potere al Popolo! contro la tendenza al rafforzamento dell’esecutivo, che non trova opposizione né quando al governo c’è il PD né quando ci sono Lega o M5S (per non parlare di FdI o FI).

Non un Parlamento espressione di partiti che vogliono blindare il proprio potere, ma un Parlamento veramente rappresentativo delle opinioni, delle idee e dei progetti che vivono nella nostra società.

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28/09/2019

Fine vita. La Corte Costituzionale supplisce ad un Parlamento vile

La Corte Costituzionale con una sentenza decisamente rilevante, ha aperto al suicidio assistito, stabilendo che non è punibile chi agevola il suicidio nei casi come quelli del Dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale, vittima di atroci sofferenze per la sua patologia, ma pienamente consapevole della sua volontà di considerare quelle condizioni di vita non compatibili con la sua dignità.

“Ho aiutato Fabiano perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci” ha dichiarato Marco Cappato, incriminato e processato per aver aiutato il suo amico a morire. Il suo caso giudiziario ha consentito di far arrivare alla Corte Costituzionale una questione non più rinviabile.

Ma nel suo pronunciamento la Corte ha ribadito come rimanga “indispensabile” l’intervento del Parlamento, già sollecitato inutilmente l’anno scorso a produrre una legge in materia. La Corte aveva sospeso per 11 mesi la sua decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, una norma introdotta 90 anni fa e che pone sullo stesso piano aiuto e istigazione al suicidio, con la reclusione sino a 12 anni. Il Parlamento, con una vigliaccheria che rivela molto di una trasversale subalternità culturale, ideologica, etica dei suoi membri, non si è voluto prendere la responsabilità di discutere e decidere nel merito.

La Corte Costituzionale ha posto però anche dei paletti. In attesa dell’indispensabile intervento del Parlamento, ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017). Non solo: la verifica delle condizioni richieste (come la irreversibilità della patologia e la natura intollerabile delle sofferenze) e delle modalità di esecuzione deve essere compiuta da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. Si tratta di cautele adottate “per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili”, un’esigenza già sottolineata nell’ordinanza 207 con cui un anno fa aveva sospeso la sua decisione.

Secondo l’Associazione Luca Coscioni, fino ad oggi sono 761 le persone che, dal 2015, si sono rivolte all’associazione per chiedere informazioni su come ottenere il suicidio assistito all’estero. Almeno 115 di esse si sono poi effettivamente rivolte a cliniche in Svizzera che praticano il suicidio assistito. Ce ne sono anche alcune che hanno successivamente cambiato idea.

Ma il numero di richieste di suicidio assistito secondo l’Associazione Exit-Italia è in aumento. In media, ogni anno sono circa un centinaio gli italiani che chiedono e in vari casi ottengono il suicidio assistito in Svizzera.

Secondo la legge svizzera i requisiti fondamentali per potere accedere al suicidio assistito sono cinque: la presenza di una malattia grave, irreversibile, clinicamente accertata, senza possibilità di guarigione e la capacità di intendere e volere da parte del paziente. Il primo passo prevede l’attivazione dei contatti con la struttura sul territorio svizzero e l’invio della documentazione medica che attesti la patologia da cui la persona è affetta. Dopo l’accettazione da parte della struttura è previsto un colloquio con il medico che accompagnerà il soggetto al fine vita.

Appare evidente come non tutti, anzi pochissimi, possano pagarsi e recarsi in Svizzera per poter usufruire di una fine vita dignitosa. Era tempo che questa possibilità venisse contemplata nella legislazione del nostro paese, anche pestando i calli ai dogmi e alle visioni religiose che continuano ad avere la testa e la mente rivolte all’indietro.

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30/12/2018

Se questo è un Parlamento...

Le scene recitate ieri nell’aula di Montecitorio hanno sollevato il prevedibile coro dei moralisti in servizio effettivo permanente, con effetti quasi tragicomici, stile “dove siamo finiti, signora mia!”.

Non ci uniremo a questo coro.

Il Parlamento italiano del dopoguerra è stato teatro di fiere risse e scazzottate, soprattutto tra comunisti e fascio-missini (si distinsero in diversi periodi Giancarlo Pajetta e una pattuglia di picchiatori eletta con Almirante). Lo scontro anche fisico, nella politica vera, è nell’ordine delle cose nella tradizione di quasi tutti i Parlamenti mondiali, anche di quello britannico.

Dunque, nessun moralismo è ammissibile. In fondo, la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. E viceversa, secondo il proverbiale aforisma di von Clausewitz.

Ma, appunto, la politica come battaglia è vera quando si scontrano interessi sociali irriducibili, che a volte trovano un temporaneo punto di mediazione (ne discendono in quel caso le “riforme”, che non hanno affatto soltanto un segno “progressivo”, come ben sappiamo in Italia negli ultimi 40 anni), altre no (e ne conseguono conflitti, che in qualche caso si manifestano fisicamente anche nel luogo deputato alla mediazione politica tra interessi sociali diversi).

Una scazzottata tra nemici – momentaneamente entrambi disarmati – è insomma un evento ammissibile e in larga misura anche nobile, trasfigurazione ideale concentrata di interessi sociali insopprimibili.

La pantomima di ieri, con Emanuele Fiano pallido emulo di Mario Merola (massimo protagonista del genere musical-teatrale “sceneggiata napoletana”), commessi niente affatto trafelati, banchi del governo ululanti e presidente della Camera in vistoso imbarazzo, non rientra invece affatto nella sfera della nobiltà.

A un osservatore minimamente abituato sia alle discussioni parlamentari che alle risse di strada, tutto quello scomposto agitarsi suonava falso come una moneta di cartone.

La ragione non sta nella pochezza dei protagonisti, davvero esangui fantasmi rispetto ai dirigenti politici di ogni partito della Prima Repubblica. Quella pochezza è infatti un risultato, una conseguenza, non certo una causa.

Bisogna insomma chiedersi – e spiegare – come sia stato possibile che certi “personaggetti” siano assurti a cariche manifestamente troppo impegnative per le loro fragili spalle. E menti. Bisogna chiedersi dove sia nata la “crisi della politica” che ha dissolto quelle autentiche scuole di formazione – e quindi severe macchine di selezione – che erano i partiti, i sindacati, le associazioni nazionali; i “corpi intermedi”, insomma, capaci di rappresentare interessi sociali diversi, sintetizzarne i bisogni sotto forma di proposte di legge, e infine mediarli con altri interessi sociali (e altra proposte di legge) fino a partorire una norma dotata di una ragione, anche se non necessariamente condivisibile.

Una dinamica – non sempre virtuosa – possibile solo grazie ad una condizione: una relativa possibilità di decidere autonomamente, come paese inserito in un sistema di mercato, l’allocazione della proprie risorse, la redistribuzione della ricchezza tra le varie classi sociali (tanto alle imprese di ogni ordine e grado, poco – e strappato coi denti – a operai, impiegati, pensionati, disoccupati, senza casa, studenti, ecc) tramite le scelte di spesa pubblica.

In altri linguaggi viene chiamata sovranità economica, e per l’Italia del dopoguerra anche questa è stata sempre assai limitata, ma comunque meno di quanto non avvenisse per la politica estera e militare (subordinazione forte agli Usa, con qualche libertà sul Medio Oriente; integrazione totale nella Nato).

Per poco libera che fosse, insomma, c’era un discreto margine di libertà di scelta su cui i partiti (e sindacati, e associazioni, e movimenti, ecc) potevano incidere agendo conflitto sociale e/o parlamentare. Quel margine, in altri termini, permetteva di fare politica, e quindi anche di selezionare un personale in grado di corrispondere a quell’impegno. Non sempre “persone perbene”, anzi… Ma sicuramente persone mediamente capaci, con qualche picco da statista.

Produceva persino ottimi economisti eterodossi, molti di scuola marxista, tanti di scuola keynesiana, e anche singolari miscugli di entrambe le scuole.

Tutto ciò non esiste più perché non esiste più quel margine di autonomia di scelte. La caduta del Muro ha preceduto di un attimo (1989-1992) gli accordi di Maastricht, la serie di trattati progressivamente più vincolanti, l’adozione della moneta unica e il trasferimento della sovranità economico-finanziaria – la “legge finanziaria” ora si chiama “legge di stabilità”, e la parola ha un senso – alla Commissione Europea. E quella monetaria alla Bce.

Significa che la più importante delle leggi dello Stato – quella che anno dopo anno definisce gli indirizzi di politica economica, di bilancio e di redistribuzione – viene riscritta, corretta, emendata, integrata, da un’autorità superiore che riflette interessi estranei a quelli sociali di ogni paese. Quegli interessi non sono mediabili, ma si impongono per pura forza quantitativa e sistemica (se non gli si obbedisce, “i mercati” te la fanno pagare). Al tempo stesso, anche gli interessi sociali delle classi medio-basse di ogni paese non trovano più un ambito per la mediazione. E dunque vengono bellamente ignorati.

O meglio. Per le élite burocratico-finanziarie quegli interessi in senso lato “popolari” non devono trovare accoglienza dentro la politica generale dell’Unione Europea. Ma per le “classi politiche” nazionali c’è comunque la necessità di imbastire ogni anno qualche “falso bersaglio” con cui giocarsi la partita del consenso elettorale, pena la scomparsa, giocando con gli spiccioli. Gli “80 euro” di Renzi, la “quota 100” di Salvini, il “reddito di cittadinanza” di Di Maio. Questo, e non altro, è il margine residuo su cui si finge una politica.

Di qui il degrado della classe politica (che non può essere più almeno in parte “dirigente”), il prevalere della “comunicazione” (pura propaganda, senza alcun riferimento alla prassi concreta), la “discesa in campo” di soldatini e fortunelli, nani e ballerini, truffatori più o meno abili. Tanto non c’è niente da decidere, mediare, comporre, progettare, per far avanzare la società e il paese.

Non scompare la competizione formale, però. Ogni gruppo di aspiranti poltronari sa che deve battagliare sul nulla, dotarsi di poderosi strumenti di propaganda (media e social), allearsi e disallinearsi ad ogni snodo. Sa che deve “farsi notare”, per rimanere sulla breccia.

Di qui l’innalzamento continuo dei toni, le urla scomposte, le accuse di infimo livello, gli insulti di strada, i “ti faccio vedere io” ma “tenetemi, presto, mica pensate che faccio sul serio” che la tv ci distribuisce quotidianamente nei talk show e in Parlamento. Non si arriva alla scazzottata perché, come al cinema, ci si muove a favore di telecamera. Ed è inutile farsi male…

Piccoli personaggetti in cerca di visibilità, come surrogato della capacità di progetto e di proposta. Attori, non politici; men che mai “statisti”.

E’ inutile chieder loro “rispetto per le istituzioni”, come tardivamente è stata costretta a fare una delle protagoniste del processo di dissoluzione della politica a livello nazionale ed europeo, come Emma Bonino. E’ tutto vero: la Costituzione non è più riconosciuta da nessuno, le istituzioni sono carne di porco per chi le conquista, il Parlamento non conta più nulla e viene sbertucciato da ogni governo (e da Bruxelles). Ma il dentifricio è ormai fuori dal tubetto, nessuno può farlo rientrare.

E’ inutile chieder loro di “non dare spettacolo”. Stanno lì solo per quello, ormai…

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21/12/2018

Maxi-emendamento, voto di fiducia e Parlamento in discarica

Ormai è una tradizione: ogni anno, negli ultimi giorni di dicembre, il Parlamento fa finta di discutere un testo contenente la “legge di stabilità”, mentre il governo riceve da Bruxelles indicazioni perentorie su cosa debba contenere. Una volta finito il lavoro di riscrittura, lo stesso governo la presenta come “maxi-emendamento” che sostituisce in toto le vecchie carte, pone la questione di fiducia e le norme decisive per la vita della popolazione nel prossimo anno vengono approvate senza neppure essere state lette lette. Figuriamoci discusse o contestate.

E visto che stavolta c’è il “governo del cambiamento” avviene esattamente la stessa scena. Anzi, ancora più evidente, perché si è perso un po’ di tempo nella finzione di una “trattativa” con l’Unione Europea, e quindi si è arrivati al voto parlamentare davvero in extremis.

Non che i governi targati Pd fossero migliori, semplicemente si evitavano la sceneggiata europea – accettando tutto senza discutere – e quindi c’era un po’ di tempo in più per inscenare un “dibattito parlamentare” che si concludeva nello stesso modo: maxi-emendamento e voto di fiducia.

Per capire che nessun parlamentare saprà esattamente cosa vota basta guardare i tempi.

Oggi alle 16 viene presentato il maxi-emendamento e subito l’aula comincerà a “discuterlo”. Se immaginate la scena, c’è da ridere. Ogni parlamentare riceve un elenco telefonico ricco di allegati e tabelle; neanche il tempo di aprirlo e si cominciano gli interventi.

Alle 22 si chiude la “discussione” e si fanno le “dichiarazioni di voto” da parte di ogni gruppo. Alle 23 si vota e a mezzanotte si chiude (hai visto mai che qualche onorevole debba saltare anche solo un giorno di festa per colpa di una quisquilia del genere...). Praticamente c’è più tempo per scrivere il tema di terza media...

Si potrebbero scrivere a questo punto interi libri sulla distruzione del Parlamento, ovvero del potere legislativo. Che, sia detto a futura memoria, è ancora il più importante tra i tre per definire una “democrazia”. Gli altri due, infatti – esecutivo, ossia, il governo, e giudiziario, la magistratura – sono comuni anche alle dittature.

Ma non ci sembra che sia più nessuna forza presente in questo Parlamento a preoccuparsi di questa deriva verso la discarica…

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07/05/2018

Promemoria per il governo

In attesa di veder districata la matassa tra “governo a tempo”, “governo di scopo”, “governo istituzionale”, “governo tecnico”, “governo delle astensioni” sembra proprio il caso di fissare alcuni punti fermi, in questa crisi infinita del sistema politico italiano che è prima di tutto crisi di consenso, di autorevolezza e di cultura politica:

1) La strada del “governo di scopo” per le riforme istituzionali è sbarrata dall’esito del referendum del 4 dicembre 2016. Nessun monocameralismo, nessun presidenzialismo, nessuna semplificazione forzata del procedimento legislativo spostandone il riferimento dal Parlamento all’esecutivo. Fu quello il responso delle urne e quel responso deve essere rispettato in ogni caso;

2) Una ulteriore eventuale proposta di modifica della legge elettorale, tendente a favorire la “governabilità” (premio di maggioranza, doppio turno e quant’altro) deve tener conto di ben due sentenze della Corte Costituzionale, con le quali sono state bocciate la legge elettorale del 2005 con la quale si era votato nel 2006, 2008, 2013 (premio di maggioranza, liste bloccate) e la legge elettorale – mai provata sul campo e approvata a colpi di fiducia – denominata Italikum (liste bloccate, ballottaggio senza soglia, con premio di maggioranza ). Le indicazioni della Corte Costituzione in materia non possono essere nuovamente eluse come si è anche cercato di fare con la formula elettorale (la peggiore fra tutte) con la quale si è votato il 4 marzo 2018;

3) Va ancora annotato un appunto sulla “centralità del Parlamento” rivendicata, in inizio di legislatura, dal M5S che, su quella base, ha ottenuto la presidenza della Camera. Premesso che il presupposto necessario per realizzare la cosiddetta “centralità del Parlamento” è oggettivamente costituito dall’adozione di una formula elettorale proporzionale (dalla quale può scaturire una composizione delle Camere la più aperta e plurale possibile rispetto alle “sensibilità” politiche presenti con una certa consistenza nel Paese) va ricordato come non si tratti di una formula astratta al fine di determinare una sorta di “assemblearismo permanente”. La “centralità del Parlamento” si può realizzare, infatti, attraverso un articolato lavoro di correlazione tra l’operato del Governo in fase esecutiva e quello realizzato sul piano legislativo nell’Aula e nelle Commissioni (ricordiamo che in Italia, caso unico, disponiamo delle Commissioni redigenti e deliberanti). L’articolazione tra esecutivo e legislativo è ben indicata nella suddivisione dei poteri prevista dalla Costituzione Repubblicana, negli ultimi tempi assolutamente violata dal profluvio di decreti governativi verso i quali al Parlamento non rimaneva altro che assolvere a compiti di ratifica. Certo che tra eventuale “governo tecnico” o “istituzionale” (formule che contraddicono proprio la necessaria correlazione tra esecutivo e legislativo) e la rivendicazione della “centralità del Parlamento” acqua in mezzo ce ne corre.

Il tutto a presente e futura memoria.

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20/10/2017

Banca d’Italia, tra istituzioni e Pd

Nella vicenda in corso tra le massime istituzioni dello Stato, Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio e il partito di maggioranza relativa PD, si presenta un aspetto riferito alla dinamica politica non sufficientemente messo in chiaro nel dibattito mediatico in corso.

Premesso che la “vicenda Banche” è stata a lungo ignorata o presentata riduttivamente proprio dal concerto mediatico che oggi fa grancassa, mentre si tratta di questione gravissima che si trascina da tempo (molto acuita nell’ultimo ventennio, quello delle grandi concentrazioni e del massiccio trasferimento avvenuto a livello globale dall’economia produttiva all’economia finanziaria) che è stata coperta da tutti fino all’inverosimile. Chiamando quindi a responsabilità generali e specifiche che non sono state sufficientemente accertate e, di conseguenza, perseguite.

La questione pone a tutti una domanda di fondo.

Si tratta di questo: si può ancora credere nel rispetto delle competenze e delle prerogative istituzionali previste dalla Costituzione e dalla Legge?

Sono ancora valide le determinazioni di funzione e di ruolo tra Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica?

Se non ci si crede più allora basta, va bene e si può chiudere a questo punto.

Invece, se ci si crede ancora, sarà bene tenere a mente alcuni punti fermi.

Il ruolo dei partiti, e soprattutto quello dei capi partito è ancora validamente espresso all’interno dell’articolo 49 della Costituzione Repubblicana: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” [cfr. artt. 18, 98 c. 3, XII c. 1].

Mentre così può essere riassunto il ruolo del Parlamento: “La Costituzione italiana, stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, cioè a tutti i cittadini, che la esercitano nelle forme e nei limiti che la Costituzione stessa indica. Una delle più importanti forme di espressione della sovranità popolare è l’elezione del Parlamento.

Il Parlamento è composto dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica che hanno eguali compiti e poteri”
(per questo si parla di bicameralismo “paritario” essendo differente la platea elettorale e la formula di elezione dei senatori).

“Il Parlamento è un’Istituzione centrale nel nostro sistema costituzionale. Esso, infatti, approva le leggi, indirizza e controlla l’attività del Governo, svolge attività d’inchiesta su materie di pubblico interesse, concede e revoca la fiducia al Governo; inoltre il Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali, elegge il Presidente della Repubblica; infine il Parlamento in seduta comune elegge una parte dei giudici della Corte costituzionale e dei componenti del Consiglio superiore della magistratura”.

E quello della Presidenza della Repubblica? “il presidente della Repubblica italiana rappresenta l’unità nazionale ed è il garante della Costituzione; è inoltre a capo del Consiglio superiore della magistratura (Csm), ha il comando delle Forze armate e presidente il Consiglio supremo di difesa. All’interno della Carta il suo ruolo è posto al di fuori dei tre poteri fondamentali dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario); il capo dello Stato, infatti, è posto al di sopra delle parti e non svolge alcuna funzione attiva nella determinazione e nell’attuazione dell’indirizzo politico del Paese”.

Come viene nominato il Governatore della Banca d’Italia: “L’articolo 19, comma 8, della Legge 28 dicembre 2005, n. 262 (Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari) afferma che la nomina del governatore è disposta con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Il procedimento si applica anche per la revoca del governatore.

La sua carica, fino al 2005 senza limite di mandato, dura sei anni, rinnovabile una sola volta (art. 19 L. 262/2005).

Anche per gli altri membri del Direttorio il mandato dura 6 anni ed è rinnovabile una sola volta (art. 25 e 26 Statuto della Banca d’Italia, 2006).”


Ciò premesso per conoscenza e a futura memoria risalta un punto fondamentale nell’azione del PD: il partito risulta sulla materia totalmente incompetente. Stesso rilievo per l’azione del M5S, con una differenza politica determinante: il M5S è gruppo parlamentare d’opposizione; il PD principale gruppo parlamentare di governo per tutta questa legislatura (sia con il governo Letta, con quello Renzi e adesso Gentiloni): quello del superamento dei ruoli istituzionali fornendo – attraverso la ormai celeberrima mozione (pur temperata dall’intervento in extremis del governo).

PD e M5S hanno quindi svolto un atto politico posto del tutto al di fuori dai propri compiti attuando una vera e propria proditoria “invasione di campo”.

Tutta questa valutazione risulta valida, ovviamente, se si crede nell’impalcatura istituzionale prevista dalla Costituzione e dalle leggi.

Questo rispetto non è evidentemente patrimonio della maggioranza del PD e del M5S e le famose mozioni, nella loro sostanza risultano eversive, come hanno già fatto notare molti commentatori.

La mozione del PD, infatti, è stata ben spiegata in un’intervista dal presidente del partito Orfini: “si trattava di riprendere sintonia con il popolo”. Quindi una questione di dialogo diretto tra il Partito e il suo Capo allo scopo di acquisire–riacquisire consenso.

La centralità del Parlamento si esercita in maniera affatto diversa, recuperando il ruolo – perduto – della rappresentatività politica ed esprimendo, in quella sede, il punto più alto della volontà dei settori sociali e delle istanze ideali rappresentate.

Il punto trascurato da tutti o quasi, allora, è quello che al di là del merito la maggioranza del PD non si è scostata dal modello istituzionale che aveva cercato di imporre con la modifica della Costituzione, proposta e approvata dal Parlamento ma respinta seccamente dal voto popolare nel referendum confermativo e con la legge elettorale “Italikum” approvata dal Parlamento attraversato reiterati voti di fiducia (al governo Renzi) e poi smontata dalla Corte Costituzionale.

Si tratta del modello a “vocazione totalitaria” che non prevede l’alternanza e il ruolo dei partiti, ma esalta il ruolo del Capo che appunto dialoga con le masse, legifera direttamente (con il Parlamento ridotto a un ruolo di mera ratifica) sulla base di un progetto di crescente acquisizione del consenso (si direbbe in forma meramente populistica) e con il partito di maggioranza (assoluta, tramite premi elettorali abnormi) utilizzato soltanto come canale di approvazione dell’operato del Capo stesso e di megafono propagandistico (come abbiamo visto del resto nel comportamento dei singoli nel corso di queste ultime tormentate vicende).

Il tutto non solo risulta molto pericoloso per la democrazia, almeno per chi crede ancora alla divisione e al bilanciamento dei poteri, ma in clamorosa minoranza nel Paese come ha dimostrato il già richiamato esito del voto del 4 dicembre 2016.

Purtroppo questo modo d’agire mette la sordina al disastro delle banche italiane, capaci di accumulare – per scelte massimamente di tipo clientelare – centinaia e centinaia di miliardi di crediti deteriorati, di mandare in crisi i risparmi di altre centinaia di migliaia di risparmiatrici/ori , di rimettere in evidenza le solite “liaisons dangereuses” tra finanza, politica, logge più o meno segrete.

Non a caso l’operazione compiuta in Parlamento da PD e M5S si rivolge esclusivamente al tema delle nomine, dopo che è stata costituita una Commissione bicamerale “ad hoc” che non ha ancora praticamente cominciato a lavorare e che dovrebbe esaminare un dossier di 4.200 pagine elaborato proprio dal contestato Governatore uscente (senza dimenticare metodo e merito nella nomina del presidente di detta Commissione)

Il tema istituzionale comunque rimane centrale e suscita un gravissimo allarme: anche perché questo comportamento rivela ancora una volta il massimo dispregio della volontà popolare.

Del resto da un partito come il PD che con il 25% dei voti pretendeva di assicurarsi il 55% dei seggi in un sistema praticamente monocamerale c’era poco di diverso da aspettarsi.

Il tema, alle fine, in questo caso è semplicemente quello di una antidemocratica voracità del potere che pare accomunare quelli che , sulla carta, si presentano come i due maggiori partiti italiani: alle loro spalle c’è il vecchio centro – destra, non solo antesignano della linea del Capo che “unto dal signore” si fa seguire da masse plaudenti e sognanti la “rivoluzione liberale” promessa nel 1994, ma anche ricolmo di pulsioni razziste e fasciste.

Insomma: c’è poco da stare allegri, anzi niente.

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14/05/2017

Legge elettorale. Quell’ansia incostituzionale di scegliersi i deputati

Nell’apparente infuriare di una discussione riguardante la legge elettorale condotta con grande fragore di grancassa mediatica e in gran parte utilizzando argomenti capziosi e strumentali mi farebbe piacere riuscire a ricordare alcuni principi fondamentali, con un ricordo del passato.

Una premessa complessiva, prima di entrare nel merito:

L’acquisizione della logica riguardante la cosiddetta “vocazione maggioritaria” da parte di forze provenienti da quella che è stata la “sinistra storica” in questo paese ha significato un vero e proprio “slittamento a destra” (scusandomi per la terminologia d’antan) anche perché collegata all’espressione di quell’individualismo competitivo (che sta alle base delle disgraziatissime “primarie”) ancora non sufficientemente esplorato dalla scienza politica e che, invece, rappresenta un fenomeno che andrebbe analizzato con attenzione anche perché strettamente connesso all’affermazione del “partito personale” invece già così brillantemente esaminato da Mauro Calise.

Un coacervo quello tra partito personale, individualismo competitivo, vocazione maggioritaria che sta alla base dello smarrimento completo delle finalità “di parte” dei soggetti politici (non più posti direttamente di fronte alle contraddizioni sociali e alla necessità di mediare le esigenze dei soggetti che le incarnano materialmente) e rende di formazione opaca e incontrollabile socialmente la costruzione della rappresentanza politica e, di conseguenza, le fonti della governabilità.

Partito personale, individualismo competitivo (primarie) vocazione maggioritaria (sistema elettorale – appunto – maggioritario) rappresentano così la piena applicazione dei dettami dell’intramontabile P2.

Ciò premesso alcune considerazioni:

La Costituzione com’è noto non contiene alcuna scelta al riguardo della formula elettorale attraverso la quale i voti sono tradotti in seggi, ma fornisce una indicazione del tutto decisiva al proposito: il corpo elettorale elegge il Parlamento e non il Governo (che tra l’altro come sappiamo bene può essere condotto, quando fa comodo, da un Presidente non eletto da nessuna parte o magari nominato Senatore a vita 24 ore prima di ricevere l’incarico).

Il Governo ha l’obbligo di ricevere il voto di fiducia da entrambi i rami del Parlamento ed è in quella sede che si formano le eventuali maggioranze e le eventuali minoranze, tanto più che deputati e senatori agiscono in regime di articolo 67 della Carta Costituzionale, cioè in assenza di vincolo di mandato rappresentando ciascheduno di essi l’intero corpo elettorale.

Strumentalizzano e falsificano quindi coloro che vorrebbero pretendere che la formazione del governo uscisse direttamente dalle urne: adesso si propone una variante del sistema tedesco dimenticando che proprio in quel sistema l’appoggio all’esecutivo è totalmente parlamentare, tanto è vero che – adesso come adesso – abbiamo una maggioranza formata dai due maggiori partiti, CDU-CSU e SPD, in teoria alternativi e, in passato, l’FDP è transitata più volte da una maggioranza con la CDU- CSU ad una maggioranza con l’SPD.

Ricordando ancora come ben due sistemi elettorali fondati sul premio di maggioranza allo scopo di forzare la mano ad una presunta “governabilità” sono stati bocciati dalla Suprema Corte (un record mondiale, tale da far nascondere dalla vergogna i presunti legislatori capaci di un tale obbrobrio: e c’è chi ancora insiste su quelle strade) rammento come il sistema proporzionale in vigore tra il 1948 e il 1992 conteneva comunque un premio per i partiti maggiori, attraverso l’aumento di 2 unità del divisore per ogni circoscrizione e l’esclusione dalla suddivisione dei seggi per quelle liste che non avessero conseguito almeno un “quorum” pieno in almeno una circoscrizione e 300.000 sul totale di lista.

In questo modo DC e PCI pagavano ogni deputato circa 50.000 voti mentre i partiti minori li pagavano 100.000 voti.

Aggiungo inoltre che il collegio uninominale non garantisce minimamente la vicinanza tra eletto ed elettore essendo stata usuale (quando era in vigore la legge del 1993) il paracadutare nei collegi candidati graditi alle direzioni nazionali dei partiti (in Germania i candidati per i 299 collegi uninominali sono scelti attraverso assemblee con voto segreto rigorosamente riservate agli iscritti dei partiti di ogni collegio).

Il tutto invitando gli addetti ai lavori a ragionare sulla credibilità complessiva del sistema: è quello il punto altro che formula elettorale.

Al contrario degli intendimenti di lorsignori che, in realtà, risiedono completamente nella possibilità di controllo delle nomine (e non nell’elezione) dei parlamentari: questo vale per tutti o quasi i gruppi di potere che gestiscono i simulacri di “soggetto politico” presenti nel nostro Paese.

Il resto interessa poco: ormai la cosiddetta “politica” è ridotta al potere di nomina e al potere di spesa, indipendentemente dalle finalità che non siano quelle strettamente private nell’esercizio più classico del “familismo amorale” come ci mostrano, con grande tranquillità, le cronache dell’oggi.

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12/05/2016

Referendum: ma se Renzi perde deve andarsene?

Come si sa, Renzi ha annunciato che, nel caso di sconfitta al Referendum, si dimetterà ritirandosi dalla politica. Ora sembra ci stia ripensando perché nel ”Giglio magico” alcuni, preoccupati per le vicende giudiziarie, o per le amministrative che buttano male, o forse temendo che la promessa possa ingolosire troppo gli italiani, gli starebbero suggerendo di non insistere. Quindi, piano B, per il quale resterebbe al suo posto anche in caso di sconfitta ritenuta non più impossibile. Bene: ammettiamo che Renzi faccia finta di nulla o si faccia pregare di restare al suo posto e ci resti. E’ accettabile? E che costi politici avrebbe?

Questo avrebbe un costo di immagine elevatissimo sia nel partito (dove persino quella cosa inutile di Bersani alzerebbe la voce) sia nell’elettorato. Aggiungerebbe discredito alla sconfitta senza calcolare che la Corte Costituzionale dovrebbe pronunciarsi sull’Italicum ed una nuova sentenza di bocciatura metterebbe il governo in una condizione insostenibile.

Ma il problema più serio, in ogni caso (che Renzi insista a minacciare le dimissioni o no, che la Corte si pronunci sfavorevolmente sull’Italicum o no) è accettabile, sul piano della correttezza costituzionale, che Renzi non si dimetta?
Se il governo pone la fiducia su un provvedimento legislativo e una delle Camere gliela nega, le dimissioni sono un atto dovuto ed il governo non può far finta di nulla dicendo “Scherzavo”.

A  maggior ragione questo è vero se la smentita viene dal corpo elettorale. Una permanenza in quel caso sarebbe intollerabile. Riflettiamo su come sono andate le cose, riassumendo il percorso che ci ha portati a questa situazione: le elezioni del febbraio 2013, grazie al premio di maggioranza previsto, davano la vittoria alla Camera alla coalizione di centro sinistra, ma non al Senato e lo stallo veniva superato con la trovata del governo di unità nazionale. Che però era cosa ben diversa da quella che gli elettori avevano votato, sia perché il Presidente del consiglio era persona diversa da quella indicata, sia perché la coalizione vincitrice si era sciolta con il passaggio di Sel all’opposizione, mentre il governo era il prodotto dell’alleanza Pd-Sc-Fi. E già questo fa sorgere dubbi sulla correttezza costituzionale di questa prassi.

A dicembre giungeva una sentenza della Corte che dichiarava incostituzionale il premio di maggioranza (per la sua entità) e l’elezione senza preferenze. Di fatto il Parlamento era delegittimato perché eletto su un presupposto non più esistente (quel dispositivo di legge). Infatti le sentenze della Corte dovrebbero produrre effetti anche retroattivi, in quanto non di annullamento si tratterebbe, ma di nullità assoluta, per cui gli effetti della legge dovrebbero cessare tam quam non esset. Però, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento venne ritenuto formalmente legittimo per cui potette restare in carica. Si sarebbe potuto, però, provvedere alla nuova ripartizione dei seggi senza tener conto del premio di maggioranza, anche perché le procedure di verifica e proclamazione degli eletti non erano ancora perfezionate ed ultimate, ma, siccome una parte degli eletti era stata proclamata, non si poteva dichiarare nulla l’elezione di quelli che ancora non lo erano e che, per caso, erano ancora non proclamati. Il pasticcio venne risolto facendo prevalere nuovamente il  principio della “conservazione degli atti” per cui il Parlamento restò nella composizione determinata dalla legge dichiarata incostituzionale.

E già qui si capisce come il testo costituzionale sia stato stiracchiato all’inverosimile per arrivare a questa soluzione. Ma, se, con molto sforzo, si poteva giustificare la sopravvivenza del Parlamento su un piano formale, sul piano della correttezza sostanziale, sarebbe stato necessario sciogliere le Camere, dopo gli adempimenti più urgenti, ed andare a votare al più presto. Ma il Presidente della Repubblica (l’inimitabile Giorgio Napolitano) ritenne che questo avrebbe causato ingovernabilità (chissà perché) e che invece occorresse rifare la legge elettorale e superare il bicameralismo, per cui alle elezioni si sarebbe andati dopo le riforme. Decisione opinabile ma, comunque, la Costituzione affida alla discrezionalità del Presidente la decisione sullo scioglimento anticipato delle Camere, per cui la cosa venne risolta in questo modo, mentre veniva insediato un comitato di saggi per la riforma  della Costituzione, in assoluto  contrasto con quanto previsto dall’art. 138, che però fece naufragio.

Poi vennero il governo Renzi (nuovo Presidente del Consiglio senza investitura popolare e con maggioranza nuovamente modificata), il patto del Nazareno, mentre, man mano, si produceva una ondata di scissioni in Forza Italia, di espulsioni nel M5s, di fatto si scioglieva Scelta Civica e c’erano alcuni abbandoni individuali nel Pd per cui un terzo dei parlamentari cambiava casacca. E senza contare gli avvisi di garanzia (per numero inferiori solo al periodo di Mani Pulite) e richieste di autorizzazioni all’arresto. Una situazione paradossale per la quale il Parlamento meno rappresentativo della storia repubblicana, eletto su una base incostituzionale e segnato da una grandinata di avvisi di reato, restava in carica e:
 
1. eleggeva per ben due volte il Capo dello Stato;
 
2. eleggeva 5 giudici costituzionali;
 
3. eleggeva un terzo del Csm;
 
4. varava una riforma del sistema elettorale che, peraltro, riprendeva aggravandoli i difetti di costituzionalità riscontrati dalla Corte;
 
5. varava la più ampia riforma della Costituzione in 60 anni;

6. varava una serie di provvedimenti importantissimi (come quello sulla Banca d’Italia, quello sul jobs act eccetera).

Nessun Parlamento “normale” ha mai assunto tante decisioni di questa importanza. A rafforzare la posizione del governo, venivano le elezioni europee che, attribuendo quasi il 41% dei voti al Pd, creavano la sensazione che si fosse sanato il difetto di disrappresentatività della maggioranza parlamentare. Sensazione falsa perché si trattava di elezioni di diverso tipo e che segnavano sostanzialmente il passaggio degli elettori di centro al Pd, quel che non alterava il dato di fondo, inoltre, trattandosi di un fenomeno temporaneo, come dimostreranno le elezioni amministrative successive che segnalavano un calo medio del 6-7% del Pd.

In ogni caso, la legittimazione dell’esistenza di questo Parlamento era sostenuta dalla necessità di dargli il tempo necessario per attuare le riforme istituzionali. Ne deriverebbe che, con il referendum di conferma, il suo ruolo è esaurito comunque vadano le cose: se il referendum conferma la riforma, il processo si è compiuto e questo Parlamento non ha più nulla da fare, se, invece, la boccia, a maggior ragione il Parlamento deve essere sciolto e, per conseguenza, in ogni caso il governo decade.

In fondo, Renzi è stato il più onesto di tutti (mi costa ammetterlo, ma è così) dicendo che in caso di sconfitta si ritirerebbe dalla vita politica dimettendosi da tutti gli incarichi. Nella mia città di origine si usa dire: “Passasse l’Angelo e dicesse Amen”.

Magari lui non lo ha fatto per un atto di onestà intellettuale (cosa di cui non lo sospettiamo capace) ma per drammatizzare la consultazione e spingere a votare si, ma le intenzioni non contano. Quel che conta è che è l’unico ad aver capito che questo Parlamento non può sopravvivere al referendum come vada (e, infatti, la riserva mentale è con ogni evidenza quella di sciogliere le camere ed andare a votare in caso di vittoria).

Il punto è che succede se perde. Semplice: se ne deve andare e bisogna andare a votare (a parte scriveremo della legge elettorale). Ogni permanenza ulteriore sarebbe un abuso intollerabile ai limiti del colpo di Stato.