Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/08/2024
Sognare di prendersi Bankitalia e piangere per Arianna
C’è da dire che solo l’assenza agostana di notizie politiche – ci sono due guerre in corso alle porte del Paese, ma a quanto pare chissenefrega, ci pensano gli americani... – può giustificare l’abnorme attenzione dedicata a un “sospetto”: quello secondo cui la magistratura potrebbe indagare su Arianna Meloni per “traffico di influenze”.
Sorvoliamo sul fatto (importante) che questo reato è stato già molto depotenziato dagli interventi del governo in carica, quindi non avrebbe gli effetti devastanti ipotizzati, e concentriamoci sulla catena di evidenze che nessuno vuol notare.
Il Giornale, diretto da Sallusti, è di proprietà della Tosinvest, finanziaria della famiglia Angelucci. Il cui capo assoluto, Antonio, boss della sanità privata, è da quattro legislature parlamentare nelle varie formazioni del centrodestra, dal “Popolo delle libertà” di Berlusconi alla Lega.
Abbiamo quindi il caso “fortuito” di un giornale posseduto da un membro della maggioranza al governo, che senza alcuna prova evidente, lancia l’allarme su “manovre eversive” (della magistratura più retriva, accondiscendente e spesso incapace che si ricordi) contro il governo.
Lo stesso Sallusti, per corroborare il suo finto scoop, è arrivato a chiedere una smentita alla Procura di Roma, dimenticando che la magistratura – soprattutto quella inquirente – “parla attraverso gli atti”; ossia mandati di arresto, avvisi di reato, ecc. Altrimenti è obbligata a tacere (tutt’altra cosa, invece, per le associazioni di magistrati, abituate da sempre a interloquire con la politica).
Il tutto poi è partito da un’interrogazione parlamentare (uno degli atti più frequenti e pressoché inutili possibili in Aula) dei renziani. Come dire: se la suonano e se la cantano, a destra, passando amichevolmente la palla e gli assist.
Come ballon d’essai agostano è stato sicuramente efficace, ma solo nel coprire altro. E tutti gli analisti meno fessi hanno provato a guardare ai problemi che si delineano all’orizzonte, visto che è ora di scrivere la legge finanziaria (“di stabilità”, si chiama adesso) e di “tesoretti” in cassa non ce ne sono.
La botta più seria per il governo arriva dal quotidiano economico Milano Finanza, che pubblica un fondo di Angelo De Mattia, ex Direttore della Banca d’Italia. Non un giornalistucolo qualsiasi…
Anche lui parla di “voci” e non di atti pubblici, ma per la sua internità al mondo della finanza istituzionale ha chiaramente letto proposte circolanti in forma di bozza, prima che arrivino alla presentazione ufficiale.
Fin dal titolo l’attacco (al governo) è tranchant: “Nazionalizzare Bankitalia, un’ipotesi da colpo di sole”.
Il termine “nazionalizzare” può ingenerare confusione, ma solo perché lo statuto della Banca d’Italia favorisce gli equivoci, specie tra i non addetti ai lavori. L’istituto è infatti un ente di “diritto pubblico”, incaricato di tenere sotto controllo la stabilità dei prezzi; stampare denaro nell’ambito delle decisioni prese dalla Banca Centrale Europea, ecc. Dunque è di fatto una istituzione pubblica.
Ma la sua proprietà – le azioni del suo capitale – sono in mano a soggetti privati, ossia banche, assicurazioni, enti di previdenza italiani.
Un ircocervo prodotto dalle “privatizzazioni” anni ‘90 (quelle di Prodi, Bersani e tutto il centrosinistra d’allora), perché gli azionisti di riferimento di Bankitalia (la maggioranza azionaria relativa) era in mano alle “banche di interesse pubblico” gravitanti nell’ambito delle “società partecipate”.
In pratica erano banche semi-pubbliche, che avevano un tempo il compito di stampare moneta per conto dello Stato.
La privatizzazione di quelle banche, e le fusioni-acquisizioni successive (il “risiko bancario”), hanno portato alla situazione attuale.
Toccare questo sistema significa aprire molti fronti di guerra contemporaneamente. L’idea circolante nel governo sarebbe quasi da prima elementare, ossia da ignoranti totali: comprare le quote azionarie dai privati (una spesa relativamente bassa, circa 7,5 miliardi di euro, meno di quanto ha regalato lo Stato ai Benetton per riprendersi la società Autostrade dopo il crollo del Ponte Morandi).
Una volta preso il controllo, si potrebbero usare le “risorse” di via XX Settembre per sistemare i conti pubblici nel modo più consono ai diktat della Commissione Europea.
De Mattia chiarisce in pochi tratti la ragione per cui questa idea è da “colpo di sole”. Intanto la cifra da spendere (7,5 miliardi) “in base a una singolare stima che lega il valore dell’Istituto solo al suo capitale”.
Non secondaria nemmeno la disponibilità dei potenziali venditori delle azioni (“ammesso che i 173 attuali partecipanti al capitale fossero adeguatamente indennizzati e cedessero le rispettive quote”), potendo come minimo “tirare sul prezzo” visto che si paleserebbe una “domanda” fin qui inesistente.
L’ostacolo principale sarebbe comunque istituzionale e internazionale: “chiara violazione dell’autonomia e indipendenza dell’Istituto, anche finanziaria, tutelata, in quanto parte del Sistema europeo di Banche centrali, dal Trattato Ue che ha, per l’Italia, rango di legge costituzionale”.
In pratica “bisognerebbe acquisire il parere obbligatorio della Bce, che è facile immaginare”. A meno di non uscire da tutti i trattati, da Maastrcht in poi, non si può fare...
E infine il problema con “i mercati”, perché “si formerebbe l’effetto-annuncio che toccherebbe la politica economica e di finanza pubblica ingenerando il convincimento che si sia alla frutta nella gestione dei conti pubblici e, quindi, si ricorra a misure fin qui mai neppure concepite”.
È appena il caso di ricordare il singolare collegamento tra l’Arianna-gate e questa “idea balzana”: il ministro dell’economia, Giorgetti, è una delle figure di spicco della Lega. Come Angelucci (padrone de Il Giornale).
Non è neanche il caso, qui, di ricordare tutte le nostre critiche all’Unione Europea, alle sue regole e ai suoi diktat. L’idea di “nazionalizzare la Banca d’Italia” non sarebbe probabilmente una buona idea neanche dopo una rivoluzione socialista (“Un [ministero del] Tesoro proprietario totalitario della Banca centrale nazionale non è esistito neppure nell’Unione Sovietica all’epoca del più duro Gosplan”, ricorda De Mattia) e comunque andrebbe ragionata nell’ambito di una visione strategica del cambiamento sociale e di sistema economico, non come singola “misura spot”.
Resta insomma la straordinaria sensazione di pochezza della classe politica al governo (non solo quella ovviamente, viste le vicende del centrosinistra e dei Cinque Stelle).
L’obiettivo più realistico di questa “pensata” sarebbe com’è ovvio un “piano B” per nulla originale, “riproponendo la questione stracca e stantia delle riserve valutarie dell’Istituto, per non dire di quelle auree, e del loro impiego da parte del governo, dimenticando puntualmente, ogni volta in cui viene agitato questo tema, che le riserve sono a presidio della moneta e della sua stabilità e che, per il fatto che sono della Banca ente pubblico, non significa che possano essere stralciate dal suo bilancio e utilizzate per impegni di spesa”.
Alla fine, non potendo naturalmente metter mano su quel “tesoro”, il governo eserciterà con più ferocia del solito il consueto “taglio della spesa pubblica”, mettendo di nuovo mano a pensioni, sanità, scuola, università, cura del territorio, ecc.
Miseri pasticcioni della politica, deboli con i forti (la Ue e la Nato) e vandali contro i deboli. Facendo pure le vittime di “oscuri complotti”...
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11/08/2023
Meloni ci fa o ci è?
Ci siamo abituati, lo sappiamo da sempre. Però, ieri, quando abbiamo sentito la dichiarazione della Meloni in video solitario (evitare le domande è un ottimo modo di recitare una parte “autorevole”) sulle varie proposte di salario minimo, siamo rimasti per un attimo incerti.
Vuoi vedere che ci sbagliamo e questa signora non sta volontariamente mentendo?
Seguiteci un attimo nel ragionamento, per favore.
Meloni dixit:
“Il paradosso è che il salario minimo potrebbe rischiare di diventare un parametro sostitutivo e non aggiuntivo, con il risultato di peggiorare per paradosso il salario di molti più lavoratori di quelli ai quali lo migliorerebbe. Titolo accattivante, ma risultato che rischia di essere controproducente”.
I padroni sono capaci di tutto, lo sappiamo. Anche di prendere l’eventuale livello di un “salario minimo” per una indicazione di “salario massimo”, ma la logica e la pratica – il salario minimo esiste praticamente in tutta l’eurozona, e a livelli parecchio più alti della miserabile proposta del PD – ci dicono l’opposto.
Di fatto, ovunque sia stato definito per legge, la fissazione di un minimo – e un’azione conseguente dello Stato per farlo rispettare da tutte le imprese – permette alla normale contrattazione sindacale di poter aspirare ed eventualmente conquistare livelli superiori, ovviamente a partire da una forza conflittuale seria (Francia e Germania, senza alcuna radicalità “rivoluzionaria”, stanno lì a dimostrarlo) e secondo le qualità professionali della forza lavoro.
Se sotto il minimo un salario è illegale – cioè un reato perseguibile – sopra quel minimo è perfettamente in regola. Banale, no?
Dovrebbe saperlo anche Giorgia Meloni, che ormai gira per l’Europa venendo ricevuta da governanti che certo non sono “generosi” con i lavoratori di casa propria.
La dichiarazione dell’ex militante missina della Garbatella, invece, sembra proprio intendere che, nella sua testa, fissare per legge un “minimo” significhi fissare un “salario uguale per tutti”. Idea balzana che era stata già espressa dal geniale Antonio Tajani, che l’aveva definita una “misura sovietica”.
E certo la Storia si diverte a perculare gli incauti che usano certe espressioni a casaccio (per non dire di peggio).
Ieri entrambi, insieme a tutto il governo, si sono ritrovati attaccati come “sovietici” dall’amministratore delegato di Ryanair, Eddie Wilson, che ha definito il decreto contro il caro-voli come “ridicolo e illegale”, perché “interferisce con le leggi del libero mercato secondo le norme Ue: è una roba populista e di stampo sovietico”, quindi “da cancellare”.
Che incubo questa uguaglianza “sovietica”, per tutti i padroni...
Diciamo quindi che la fissazione per legge di un (congruo) salario minimo contiene effettivamente un problema per qualsiasi governo. Perché rende immediatamente politico lo scontro sui livelli salariali.
In altri termini, una volta che esista un minimo, se i salari sono bassi diventa una colpa del governo, non più scaricabile sulla “libera contrattazione tra le parti sociali”. E questa responsabilità politica resta anche se, esistendo un minimo, le imprese non lo applicano. Perché evidentemente non c’è un controllo da parte dello Stato.
Si comprende facilmente, insomma, perché un governo espressione della parte più micragnosa della piccola e media impresa – quella che fa i soldi con l’evasione fiscale e con il lavoro sottopagato, fuori di ogni normalità contrattuale (anche se pessima come quella gestita da CgilCislUil) – abbia così paura di un istituto del tutto “normale” (in una economia liberista) come il salario minimo.
Non potrebbe, infatti, più giocare la partita del consenso sulle chiacchiere o su altri problemi “distrattivi” (dall’immigrazione alla maternità surrogata, ai diritti civili in genere) e dovrebbe scontare la “normale” insoddisfazione di chi, pur lavorando, fatica a sopravvivere.
Al termine della “riflessione”, dunque, abbiamo preferito pensare che parlando in quel modo Meloni stia – come d’abitudine – mentendo a fini di bassa propaganda.
L’ipotesi alternativa – che non sappia esattamente di cosa stia parlando – è infatti semplicemente terrificante, visto il potere che purtroppo esercita.
P.s. A favore dell’ipotesi della menzogna continua militano anche gli eventi delle ultime ore. Come già avvenuto per la “tassazione degli extraprofitti delle banche”, ridotta ad un irrilevante 0,1% degli attivi, anche per il decreto sul “caro-voli” è arrivata immediatamente la marcia indietro.
Non c’è niente da fare... I fascisti sono quella robetta lì, sul piano sociale. Piccola borghesia che vorrebbe fare la voce grossa anche con quella più grande, ma che al dunque rimette la coda tra le gambe e si limita a bastonare lavoratori e poveri in genere...
Fonte
16/07/2023
29/08/2021
John Elkann e il miracolo delle scatole cinesi
Nella telenovela grottesca e quasi pietosa sul piano umano dello scontro in famiglia su eredità, donazioni e linee di successione di casa Agnelli tra la madre Margherita e il figlio John Elkann (che dura da anni e che è riesplosa con fragore quest’estate) un punto fermo è finalmente emerso. Nell’offensiva, l’ennesima, scoccata dalla figlia di Gianni Agnelli si è alzato, almeno in parte, il velo sulla Dicembre società semplice, la cassaforte di famiglia in cima alla lunga catena societaria della dinastia torinese. Una piccola scatola, fantasma per la Camera di Commercio di Torino fino all’altro ieri e considerata “inattiva” e che dal 1984 non aveva aggiornato la situazione dei possessi azionari. Neppure dopo la scomparsa di tutti i soci storici dall’Avvocato, alla moglie Marella, a Gabetti a Franzo Stevens.
Un’anomalia profonda, concessa non si sa perché proprio alla cabina ultima di controllo dell’impero degli Agnelli. Ora però si è finalmente acclarato che John Elkann, in virtù di successive donazioni, è titolare nella Dicembre del 60% delle quote. L’altro 40% è suddiviso tra i fratelli Lapo e Ginevra. E così la designazione da delfino a monarca assoluto predestinato alla guida della dinastia, prefigurata in anni lontani da Gianni Agnelli è compiuta nei fatti. È l’ex giovane rampollo, l’unico dominus incontrastato di quello che era l’impero Fiat e connessi e oggi è rappresentato dalla Exor, la holding olandese di partecipazioni che raggruppa le quote di Stellantis; Ferrari; Cnh; di PartnerRe e degli asset minori: dalla Juve, a Gedi (editore di Repubblica, La Stampa e Secolo XIX), all’Economist.
Quella saga sulla successione ereditaria sa tanto di ancien regime quanto a lotte e faide familiare. Ma ha sapore stantio anche la struttura societaria che, scatola su scatola, consente a Yaki, come prima al nonno Gianni, di comandare con il minor esborso possibile di denaro. È il miracolo delle scatole cinesi, delle lunghe filiere societarie che hanno consentito alla famiglia di governare per decenni l’impero con capitali ridotti all’osso. Uno schema caro al vecchio capitalismo familiare e che John Elkann nell’era della turbo finanza e delle public company, non si sogna di abbandonare. In questo fedele seguace del nonno. Quando si pensa all’ex Fiat, poi Fca oggi Stellantis, si pensa a John Elkann come il grande proprietario. Grave errore di prospettiva, dato che in virtù della diluizione dei vari passaggi societari, il condottiero unico degli affari degli Agnelli, governa con piccolissime quote di capitale diretto.
Stellantis quota di Yaki sotto il 2% – Partiamo dal caso di Stellantis. Exor ne possiede solo il 14,4%. A sua volta però Exor è controllata al 53% da un’altra scatola olandese, la Giovanni Agnelli BV la holding che raggruppa tutti i rami del casato torinese. Sopra la Giovanni Agnelli Bv ecco comparire come primo
socio la Dicembre che ha il 38% delle quote. Infine si
arriva direttamente a John Elkann che di Dicembre possiede il 60%. Ecco
così che, salendo lungo i rami della catena societaria, si scopre che
John Elkann di suo possiede appena l’1,74% di Stellantis. Di fatto, con Carlos Tavares come amministratore delegato, governa sulla fusione tra Fca e Peugeot con una quota di possesso diretto di capitale che è meno di un qualsiasi fondo d’investimento.
Il copione si può replicare con tutti gli asset della finanziaria di partecipazioni. La quota di Ferrari diretta di Elkann è del 2,78%. Di Ferrari, il vero gioiello dell’impero, Exor possiede il 22,9%. E anche qui la quota diretta in mano a John Yaki Elkann risalendo la filiera delle scatole fino al 60% di Dicembre, è solo del 2,78%. Per Cnh che costruisce macchine agricole e veicoli industriali, di cui Exor controlla il 26,8%, la quota diretta del nipote dell’Avvocato è appena del 3,2%. Il peso di Elkann sale solo con PartnerRe, la compagnia di riassicurazioni dato che Exor la possiede al 100%. In ogni caso ecco che Yaki ne è socio con solo il 12%.
Poi ci sono gli asset minori: dalla Juventus (Exor ha il 63,8%) a Gedi (Exor ha una quota dell’89%) fino all’Economist. Qui il peso societario del capostipite della dinastia torinese si fa più consistente, ma non certo con quote maggioritarie. È il miracolo consentito dalle “medioevali” scatole cinesi, messe una sopra l’altra, con quote che consentono di diluire la necessità di capitale idonea a governare. Comandare di fatto con i soldi degli azionisti di minoranza che in realtà mettono la gran parte del capitale. Uno schema che da sempre usano le grandi famiglie imprenditoriali del Belpaese per minimizzare il loro rischio di capitale. Basti pensare che con soli 61 milioni di euro, la quota di capitale di proprietà di John Elkann in Dicembre, l’ex delfino di casa Agnelli governa su asset che valgono oggi oltre 28 miliardi di valore di Borsa. Non male come moltiplicazione esponenziale della ricchezza. Un “vizietto” antico, tanto caro da sempre agli Agnelli come ad altre grandi famiglie e che il moderno e innovatore Yaki, ben si è guardato dall’abbandonare.
25/03/2021
Nel Pd è scontro tra maschi, ma “in nome delle donne”
Da un lato, il nuovo segretario, Enrico Letta, che vuole due donne ai vertici del PD, nei ruoli di capigruppo a Camera e Senato. “Con vertici fatti solo di uomini il partito è irricevibile“, dice.
Salvo, dimenticare, che si tratterebbe, comunque, di una decisione dall’alto, di un capo-maschio, in stile rigorosamente patriarcale, non certo dell’esito di un processo reale, autonomo dalla contesa in atto per il controllo del partito.
Dall’altro il super-renziano Andrea Marcucci, capogruppo al Senato, che, ovviamente, gli risponde picche e chiede “coerenza” al segretario. Se parità di genere deve essere, è il ragionamento di Marcucci, si cominci dal leader: “Io voglio coerenza, bisogna smetterla con la tradizione di avere segretari sempre uomini“.
Marcucci o è scarso di memoria o è in malafede.
Fu proprio sotto il governo Renzi che si svolse il “Fertility Day“; fu sempre Renzi che, in occasione della sua nomina a segretario durante l’assemblea nazionale 2017 del PD, riassunse le sue priorità in “lavoro, casa e mamme”.
E fu ancora Renzi che, quando divise nello stesso anno gli obiettivi del partito in 40 dipartimenti, creò il “Dipartimento mamme”. Renzi, quello che dice di essere a favore di un “femminismo de-ideologizzato e concreto”: il suo.
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La Cina tiene in piedi la produzione italiana, ma il governo vaneggia
Intanto parlano i numeri, cioè i fatti. A febbraio le esportazioni italiane verso la Cina sono aumentate, su base annua del 54,2%. Ora, qualcuno potrebbe dire che lo scorso anno c’era il lockdown anche in Cina.
Ebbene, le esportazioni italiane in Cina a febbraio 2020 crollarono effettivamente del 21,6%. Nei primi due mesi dello scorso anno del 16,8%.
Ma nei primi due mesi di quest’anno sono cresciute del 41,1%. Dunque, non solo hanno recuperato, rispetto a blasonati paesi come Usa, Germania, Opec e altro, ma hanno aggiunto circa 10 punti percentuali rispetto al 2019. Se la manifattura italiana ha retto l’urto, insomma, una bella parte di merito va alla domanda cinese, che intanto ha preso a correre a livelli impossibili per l’intero Occidente.
Il peso della crescita dell’export verso Pechino è ancora più rimarchevole se si tiene conto che, complessivamente, le esportazioni nello stesso periodo sono comunque calate (-0,7%), “grazie” al tracollo degli ordinativi da Usa (-21%), paesi Opec (-20,2%).
La quota Cina sul totale delle esportazioni italiane passa dal 2,7 al 3%, ma a questo bisogna aggiungere le triangolazioni con Svizzera (farmaceutica e pelletteria) e Belgio (farmaceutica), come subfortniture per produzioni che vanno in Cina. Perché l’effetto-traino vale per tutta Europa, ovviamente, non solo per l’Italia.
C’è chi, come Michele Geraci, si è fatto i conti: se aggiungiamo queste triangolazioni con altri paesi, già oggi la Cina è il quarto partner dell’export italiano.
Nel comunicato, la stessa Istat rimarca il dato di oggi, considerando la crescita “molto sostenuta”.
È allora da considerare vergognosa la campagna dei media contro la Cina nel mentre i loro industriali – spesso proprietari dei media stessi – fanno affari d’oro con Pechino.
I numeri spingono a dire che, almeno in questo lasso di tempo, si va profilando un disaccoppiamento di parte della manifattura italiana rispetto agli antichi rapporti e legami. Con la Cina la dinamica è ora positiva e molto sostenuta, mentre con gli Usa ancora deve riprendere il ritmo che era tenuto, dal lato dell’import, nel 2019.
La Cina sta contribuendo a che l’economia italiana non sprofondi del tutto, ma – visti i chiari di luna e il comportamento politicamente indecente – a questo punto i cinesi potrebbero mandare a quel paese gli industriali italiani.
Un esempio concreto viene proprio in queste ore dalla multinazionale svedese H&M (abbigliamento pret-a-porter). Dopo che la società aveva tagliato le ordinazioni di cotone coltivato nel Xinjang – obbedendo alle pressioni Usa sulla questione degli Uiguri, popolazione di religione musulmana – H&M è stata cancellata da tutte le piattaforme di vendita online (Taobao, Tmall, JD.com, Pinduoduo, ecc). La app della multinazionale è sparita dai download permesse da Huawei e altri marchi di telefonia cinesi. Il suo marchio è sparito dagli stream di diverse “celebrità” della tv o della rete (anche i cinesi hanno i loro ferragnez...).
Praticamente ora H&M è fuori da un mercato potenziale di 1,4 miliardi di consumatori.
Chi vuol fare la stessa fine per assecondare le mattane euroatlantiche è avvisato.
Anche nei rapporti ufficiali con lo lo Stato italiano, si conferma la volontà cinese di rispettare gli accordi del Memorandum firmati nel 2019, a differenza degli sbruffoni italiani, pronti a cambiar bandiera – come di Maio – appena il padrone estero lo rimprovera.
L’ignavia delle “classi dirigenti” nostrane sta diventando un pericolo grave
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11/03/2021
In Lombardia si vaccina chi è “produttivo”, gli altri crepino
Dopo il fallimento di tale folle proposta a livello nazionale, la regione Lombardia ha deciso di far da sé. Ha concluso un accordo con Confindustria e Confapi per la somministrazione dei vaccini nelle aziende, che inizierà con i rifornimenti di aprile. In pratica, i vaccini saranno dirottati sui canali aziendali e quindi sottratti agli anziani e ai soggetti a maggior rischio per vaccinare, invece, chi è in produzione.
L’accordo è stato annunciato in una conferenza stampa con la partecipazione del gongolante presidente della Confindustria lombarda Bonometti, colui che l’anno scorso, per tenere aperte le fabbriche delle valli bergamasche, contribuì a creare una strage.
L’accordo tra Regione e industriali garantirà il rilancio del PIL poiché le aziende potranno lavorare a pieno ritmo, mentre gli anziani e i fragili potranno restare a casa dove sono rinchiusi da un anno senza alcun aiuto né sostegno. Oppure uscire, ammalarsi e morire, facendo così anche risparmiare i soldi della loro pensione.
La corrotta e incapace giunta lombarda raggiunge livelli di cinismo e di disumanità che non avremmo voluto essere costretti a vedere. Qualunque idea di solidarietà sociale è stata ribaltata, un trentenne in buona salute potrà essere vaccinato, perché produttivo, prima di un settantenne con malattie che lo mettono a rischio.
Peraltro, la campagna vaccinale in Lombardia avanza a rilento e senza alcun vero piano. Non sono ancora terminate le vaccinazioni del personale sanitario, sono lentissime quelle degli ultraottantenni, appena iniziate, con poche unità, quelle dei lavoratori della scuola.
Gli ultraottantenni, in particolare, sono stati vaccinati solo per il 18% e al ritmo attuale non si potrà terminare la loro vaccinazioni prima di fine maggio. A causa dell’incapacità a gestire le vaccinazioni, la regione sta stringendo accordi con ospedali e cliniche private, che “collaboreranno” grazie a lauti compensi (30 euro circa a somministrazione).
Infine, la Regione ha dovuto cambiare il sistema informatico di prenotazione, che ha fatto impazzire più di un vaccinando, con prenotazioni che saltavano, non si registravano, con l’invio di perentori messaggi a novantenni per presentarsi urgentemente a chilometri dalla loro abitazione, salvo poi smentire il tutto pochi minuti dopo.
Altri cittadini sono stati chiamati alla vaccinazione usando il fascicolo sanitario personale, destinato a conservare i risultati di visite e analisi e che quindi nessuno consulta tutti i giorni, ma solo quando attende il risultato di accertamenti sanitari. Quindi vaccinazione saltata.
Ieri mattina, ad Antegnate, comune di una zona particolarmente a rischio, tutto era pronto per vaccinare mille persone, ma quasi nessuno si è presentato, semplicemente perché non sono stati inviati i messaggi di convocazione. In compenso, un buco nel sistema ha consentito a persone che non ne avevano diritto di effettuare la vaccinazione prenotandosi attraverso il link apposito che circolava persino nelle chat whatsapp dei ragazzi della parrocchietta.
Quante persone abbiano potuto in questo modo vaccinarsi anche se non facenti parte delle categorie che ne avevano diritto, non si può evidentemente sapere. Ora la Regione ha deciso di dismettere l’attuale sistema di prenotazioni per utilizzarne un secondo, fornito dalle Poste, ma ci vorranno tre settimane per la sua messa a punto. Ciò ha poco rilievo, visto che d’ora in poi, in Lombardia, chi è “produttivo” sarà vaccinato sul posto di lavoro e per gli altri invece la vaccinazione sarà rimandata a tempi migliori.
Tutto ciò in una situazione drammatica nel bresciano, ma anche nei dintorni di Milano. Il capoluogo è ormai circondato da comuni in grave difficoltà e se il contagio dovesse sfondare a Milano sarebbe la catastrofe con altre decine di migliaia di morti.
La gestione della Sanità in Lombardia è già responsabile di 30.000 morti che in gran parte potevano essere evitate, di quante altre si macchierà in futuro la giunta Fontana-Moratti?
Fonte
09/03/2021
Avidi come batteri, dunque perdenti rispetto a chi pianifica
Ieri ho letto alle 7 un’intervista a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Il nulla del nulla, nessun piano, nessun investimento, nessuna programmazione.
Unico leit motiv la richiesta di rendere totalmente liquida la forza lavoro, ossia senza diritti, da rendere quasi schiava. Oltre non vanno.
Ieri pomeriggio, invece, sul China Daily ho letto un articolo di Liu Qiao, della Peking University, a proposito del Piano Quinquennale cinese dei prossimi 5 anni.
L’architrave della politica economica è la produttività totale dei fattori produttivi, intesa, secondo l’autore, come apporto di risorse naturali, capitale, risorse umane input di lavoro, tecnologia (vaglielo a spiegare a Confindustria questo).
I cinesi vogliono raggiungere entro il 2035 il 65% della produttività totale dei fattori produttivi degli Usa, con un aumento medio annuo dell’1,95%. I cinesi si sono accorti che la produttività è calante nei settori labour intensive (per intenderci: tessile e similari) e puntano perciò su nuove infrastrutture e sul digitale.
Inoltre vogliono aumentare il prodotto interno lordo pro capite per diminuire l’apporto dell’export sul Pil. Tale apporto era al 35% nel 2017, è passato al 18% nel 2019 e lo vogliono diminuire ulteriormente.
Per fare questo l’apporto dei consumi interni passerà dal 39% del 2019 sul pil al 60% entro il 2035. Potete rendervi conto di cosa significhi questo: aumentare i consumi interni significa aumentare i salari e i servizi sociali universali (se un lavoratore spende meno per i servizi, può spendere di più per il resto).
Inoltre la produttività totale dei fattori produttivi, lato input lavoro, aumenterà con la diminuzione della forza lavoro rurale, attualmente al 27%, per farla arrivare al 6% del totale entro il 2035.
Per far questo, si riformerà l’hukou (il sistema in vigore dagli anni ‘50, che distingue tra abitanti rurali e delle città), e alla popolazione lavoratrice che andrà nelle città saranno garantire assistenza, sanità, alloggi, istruzione e formazione.
Lo sbocco lavorativo sarà nei servizi, i cui consumi esploderanno a danno dei consumi di beni. Inoltre sono programmate fortissime spese in ricerca e sviluppo.
Fate una comparazione con i nostri campioni. E vedete se per loro la produttività totale dei fattori produttivi è centrale.
Manco sanno cosa sia. Hanno la visione corta come quella di un batterio, avido ma cieco...
Fonte
27/02/2021
26/02/2021
Draghi comincia a scoprire di non essere un drago...
Altrimenti ti esponi a figuracce come quella del neo sottosegretario leghista all’istruzione – all’istruzione! – Rossano Sasso, che spara una citazione da Topolino attribuendola a Dante. Ognuno ha il suo curriculum letterario, certo, ma il silenzio è d’oro, se non sai niente di una certa materia...
Coi parvenu della politica parlamentare è fin troppo facile sparare a palle incatenate, ma se ti chiami Mario Draghi dovresti essere un po’ più accorto. Non è che ti puoi appellare alla mancanza di esperienza...
I media hanno servilmente glissato sulla stupidaggine pericolosa che ha proposto addirittura in sede di Consiglio Europeo (il vertice dei capi di stato e di governo), aprendo alla possibilità di vaccinare le persone soltanto con le prime dosi, invece che due, in modo da coprire una platea più vasta.
Persino una immunologa molto “democratica” e ammiratrice del neo presidente del consiglio, come Antonella Viola, è stata costretta a balzare sulla sedia.
“Draghi ha azzardato a dire di somministrare una sola dose. Ha fatto un gravissimo errore. Non si deve giocare a dadi con la salute delle persone“. La spiegazione scientifica è semplice, per chi come lei conosce la materia:
“Con una sola dose di vaccino avrò pochi anticorpi che spariscono rapidamente. Ci sono due grandi problemi: uno è quello di salute pubblica l’altro è quello di metodo scientifico E noi ci possiamo basare sull’evidenza o sull’intuito. L’idea di vaccinare con una sola dose è intuitiva. Ma non ci sono dati scientifici per dire che così proteggiamo adeguatamente i vaccinati. C’è invece evidenza che potremmo favorire lo sviluppo di varianti“.
Che è insomma un modo educato di dire “ma di che parli? Informati, prima”.
Perché in medicina (come in fisica e altre “scienze dure”) non sempre la metà di una grandezza (una dose invece di due) equivale davvero alla metà. Quella è un’idea che può venire in mente a un matematico, oppure a un ragioniere e persino a un banchiere: “mezzo stipendio è meglio che niente”, così come “mezzo pasto è meglio che niente”.
In sede di virologia, invece, come spiega anche la prof. Viola, “la metà” può equivalere addirittura a niente, dopo qualche settimana o mese. Dal mondo matematico a quello fisico, il salto può essere infinito. E quell’idea di “dividere” il dosaggio diventa una fesseria degna di Boris Johnson o Bolsonaro, non una strategia con possibilità di riuscita.
L’esordio in Europa di Draghi en travesti – da banchiere a premier non eletto – ha comunque rivelato debolezze strategiche persino inaspettate, sia in lui sia nell’intera Unione Europea.
Per tutti i paesi il problema è la mancanza di vaccini. Ci si può girare intorno quanto si vuole, seminare i discorsi con “perle di saggezza” generica, come “Dobbiamo mantenere rigorose restrizioni e nel contempo intensificare gli sforzi per accelerare la fornitura dei vaccini”. Ma se materialmente non hai le dosi necessarie, quelle resteranno parole.
E la tua credibilità come “salvatore della patria” scende...
Ma non è che l’insieme dei leader europei stia messa meglio. Nel comunicato finale si legge che “le vaccinazioni sono ormai cominciate in tutti gli Stati membri e, grazie alla nostra strategia vaccinale, tutti gli Stati hanno accesso ai vaccini. Ciononostante, dobbiamo accelerare con urgenza l’autorizzazione, la produzione e la distribuzione dei vaccini, nonchè le vaccinazioni”. Ossia parole senza conseguenze pratiche.
Da cui emerge persino qualche preoccupante angoscia. Se i capi di Stato europei sono costretti ad invocare “l’accelerazione dell’autorizzazione” ai vaccini che verranno presentati all’Ema, significa che la carenza di rifornimenti è tale da far loro chiedere “controlli frettolosi”, invece che ben fatti. Aumentando così i rischi...
Ancora peggio: nessuno stato della Ue possiede la capacità autonoma di produrre i vaccini anti-Covid. Né ha messo in campo fin qui – dopo un anno! – alcuna iniziativa pratica per dotarsi di quella capacità. E dunque sono costretti a scrivere che: “Sosteniamo gli ulteriori sforzi profusi dalla Commissione per collaborare con l’industria e con gli Stati membri al fine di aumentare la capacità dell’attuale produzione di vaccini nonché di adeguare i vaccini alle nuove varianti, secondo necessità“.
Lo traduciamo per chi non è abituato al linguaggio viscido delle burocrazie continentali: “Stiamo cercando di fare pressione sulle multinazionali del farmaco perché ne producano e ce ne diano di più”. Ma neanche un accenno all’unica “misura di guerra” che potrebbe cominciare a risolvere la situazione: requisire gli impianti adatti alla produzione di vaccini, sospendere la validità legale dei brevetti, espropriare chi si rifiuta di collaborare.
In guerra si fa così. Fabbriche di automobili modificano le linee di montaggio per sfornare carri armati. Fabbriche chimiche vengono riconvertite per produrre munizioni. Ecc. Altrimenti di sicuro perdi la guerra, ovvio.
Tutta l’Unione Europa invece resta in rispettosa adorazione delle multinazionali di Big Pharma, alzando – al massimo – il livello della protesta quando queste non fanno pervenire neanche i quantitativi scritti nei contratti (meno del 50%, ormai). E dire che diversi stabilimenti di produzione di quei vaccini sono in territorio europeo! In Belgio, in Francia, ecc; l’inventore del vaccino Pfizer, BionTech, è addirittura una società tedesca. Ma neanche la Germania riesce ad averne quanti ne servono.
Anche su questo terreno Draghi ha sostanzialmente sparato a salve. Ha proposto infatti di ridurre l’export delle dosi prodotte in quegli impianti. Una sorta di “sovranismo europeo” per disperazione: visto che le produciamo qui, teniamoci almeno quei quantitativi.
Ma si è sentito dare dalla Von der Leyen la più scontata delle risposte neoliberiste: “questa strada potrebbe rivelarsi un vicolo cieco a causa dei contratti” sottoscritti con le multinazionali.
Perché quelle comandano e gli Stati possono solo “chiedere”, pagare (con le tasse dei cittadini) e al massimo lamentarsi se neanche i contratti vengono rispettati.
Questa è la realtà attuale dell’Unione. E neanche un anno di pandemia ha fatto correggere una virgola di questa sudditanza alle imprese più grandi.
E in questo pantano Mario Draghi ha cominciato a misurare la distanza abissale tra il suo ruolo precedente e quello attuale.
Da presidente della Bce poteva stoppare la speculazione sui mercati soltanto dicendo che avrebbe fatto whatever it takes per difendere la stabilità dell’euro. Era credibile perché una banca centrale di quelle dimensioni può in effetti stampare quanto denaro serve o vuole, in un fiat, a volontà, per annientare qualsiasi speculazione privata (che ha munizioni magari grandi, ma non estendibili a seconda delle necessità o volontà). Nel mondo magico delle monete e della finanza, se po’ ffà...
Tutt’altra cosa, invece, quando si deve affrontare una pandemia. Qui servono dosi di vaccino, almeno un miliardo (per mezzo miliardo di cittadini europei).
O sei in grado di produrli da solo o devi comprarli dai produttori privati. O sei davvero “sovrano” (“senza nessuno sopra di te”) nelle tue scelte, o sei dipendente da quelle altrui.
O ti imponi con la forza del potere pubblico, dello Stato, o resti uno schiavo del privato.
Benvenuto nel mondo dell’economia reale, mr. Draghi. Qui la finanza non aiuta granché, anzi. Qui servono cose materiali, prodotti fisici in grande quantità, che richiedono tempo per essere fabbricati. Qui non basta parlare o bloccare i bancomat, come fatto contro i greci nel 2015.
Qui, o si combatte contro lo strapotere dei “privati” oppure si resta servi o schiavi.
Di certo non draghi...
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03/02/2021
Dovremmo credere a Bertolaso?
Tuttavia, nella mattinata di martedì 2 febbraio Letizia Moratti ha estratto il coniglio dal cappello, nelle sembianze di Guido Bertolaso, nominato ufficialmente consigliere (o commissario?) al piano vaccinale lombardo, nonostante ne esistesse già un altro che è stato cacciato. Tutto è cambiato, come per incanto.
Bertolaso ha fatto la sua sceneggiata nella conferenza stampa di presentazione del piano vaccinale rassicurando che in Lombardia la vaccinazione degli ultraottantenni partirà il 24 febbraio e che entro la fine di giugno tutti i lombardi saranno vaccinati, lavorando 24 ore su 24 e per sette giorni a settimana.
Anche perché – ha dichiarato sempre lui – “da aprile saremo inondati da ingenti consegne di almeno quattro diversi vaccini”. Sulle certezze di Bertolaso è lecito nutrire qualche dubbio, poiché al momento nulla è stato predisposto. Si sa solo che gli ultraottantenni dovranno prenotarsi via internet, strumento poco conosciuto in quella fascia d’età, ma in seguito dovranno attendere una telefonata di conferma.
Parliamo di 700.000 telefonate da fare, quando è noto che molte persone, certamente molte di meno, cadute ammalate di Covid che chiedevano assistenza o tamponi, non sono mai state richiamate dalle ATS.
Bertolaso sostiene che nella campagna vaccinale saranno coinvolti i farmacisti e i medici di base, che al momento non sono stati neanche contattati, e quindi non si conoscono le loro reali possibilità e disponibilità di partecipare al progetto. Peraltro, non è facile trasformare una farmacia in centro vaccinale, ma forse Bertolaso non lo capisce.
Forse non si rende nemmeno conto che per raggiungere il suo obiettivo si dovrebbero vaccinare 140.000 persone al giorno, traguardo ben lontano dalle possibilità di un servizio sanitario distrutto nelle strutture (non ci sono nemmeno i frigoriferi) e privo di personale.
Il presidente Fontana ha dichiarato di essere “onorato” della collaborazione di Bertolaso, “che già tanto bene ha fatto in Lombardia”. Ricordiamo che nel marzo scorso, quando la Regione era in grave difficoltà per la quantità di ricoveri necessari in terapia intensiva, Bertolaso, allora consulente di Fontana, anziché riaprire e riattrezzare strutture pubbliche chiuse dalla giunte Formigoni-Maroni-Fontana, che potevano tornare a essere luoghi di cura permanenti, scelse di costruire il nuovo Ospedale della Fiera.
Tale ospedale effimero fu aperto con grande ritardo, con personale sottratto ad altri istituti e ospitò pochissimi pazienti, a fronte di una spesa di circa 25.000.000 di euro (più o meno, dato che i conti non sono mai stati resi pubblici).
Un enorme spreco di denaro pubblico e di donazioni private per un modello che tuttavia Bertolaso non si vergognò di proporre altrove, come nelle Marche. Naturalmente con analoghi, fallimentari, risultati.
La nomina di Bertolaso è l’ennesima manovra propagandistica della giunta lombarda per nascondere la propria incapacità di combattere la pandemia nella regione che, non a caso, continua ad avere un tasso di mortalità tra i più alti al mondo in rapporto alla popolazione.
Ma pensano proprio che crediamo ancora a Babbo Natale?
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17/12/2020
Nemmeno la pandemia basta per fare una patrimoniale anche minima
Tutto nelle previsioni.
Solo un alto tasso di ingenuità e sprovvedutaggine avrebbe potuto indurci a credere che un governo del genere, composto da vili, opportunisti e mezze tacche, avrebbe mai avuto il coraggio politico anche solo di sfiorare i privilegi, le rendite, i lauti profitti e i patrimoni di quella esigua minoranza di ricchi e super ricchi che la pandemia non ha minimamente intaccato.
Anzi, proprio durante la più grave pandemia del dopoguerra, alcuni tra questi, hanno visto crescere (e di tanto) la propria ricchezza.
Questo è il paese nato dalla Resistenza, certo.
Ma di quella genia, quella tempra e quel coraggio, nessun governo, dal dopoguerra ad oggi, ha conservato una qualche traccia tangibile, men che meno quelli dell’ultimo decennio.
Piuttosto, l’ignavia e la mediocrità imperanti nelle classi dirigenti, ci ricordano assai di più quel re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e quell’altro “eroe” del maresciallo d’Italia Badoglio, quando, in mezzo al caos che seguì l’armistizio, abbandonarono precipitosamente la nave, all’alba del 9 settembre 1943.
La pandemia ha già fatto 66.000 morti e finiamo l’anno con il record europeo dei morti di e per Covid-19. Purtroppo, per come stanno andando le cose e per le tante, troppe lacune nella gestione di questa seconda emergenza epidemiologica e sanitaria, molti altri ce ne saranno ancora. Non è andato e continuerà a non andare bene niente.
Incertezze, sbandamenti e cedimenti sono la cifra principale di una classe dirigente a capo di Stato e Regioni, che è apparsa incapace di assumere davvero, una volta per tutte, il controllo di una situazione di gravissima emergenza sanitaria perché priva di una visione autonoma dagli interessi e dai desiderata dei grandi potentati nazionali ed internazionali.
La rissa sul recovery fund è la dimostrazione plastica del ruolo di semplici terminali degli appetiti delle grandi corporation che svolgono i partiti di governo tanto quanto avrebbero fatto quelli dell’opposizione se fossero stati al loro posto.
Il resto è solo teatrino della politica-spettacolo.
Si preparino anche loro al peggio, perché il peggio arriverà. Noi lo siamo già da un pezzo.
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16/12/2020
L’uomo senza qualità che divenne ministro di tutto
Luigi Di Maio, nel corso di una nota trasmissione sportiva in onda su Rai2, intervistato sulla recente morte del calciatore Paolo Rossi ha detto “Paolo Rossi è il simbolo di un anno magico, il 1982, perché con la vittoria dell’Italia ai mondiali, il ‘paese unito’ si lasciò dietro gli anni di piombo”.
Dunque, un pezzo importantissimo della storia di questo paese, tanto complesso quanto fondamentale per capire cosa eravamo e cosa siamo diventati, liquidato con una tale banalità da far rimpiangere i vecchi ministri democristiani che, a memoria, si guardavano bene dall’ostentare un livello di sciatteria così abissale.
Certo, da uno scappato di casa, sempre in lite con i congiuntivi, che t’aspetti?
Da uno che, non molto tempo fa, disse che “Renzi era come Pinochet, il dittatore del Venuezuela”, che t’aspetti?
Da uno (sempre lui) che da “ministro dello sviluppo economico” (ahinoi), in visita ufficiale in Cina, chiamò “Ping” il presidente cinese Xi Jinping che t’aspetti?
Che t’aspetti, da uno che, in piena crisi diplomatica con la Francia, per fare un po’ il ruffianetto, mandò una lettera (scritta certamente a quattro mani con l’altra aquila, Vito Crimi) a Le Monde, in cui confidava di “nutrire ammirazione per il popolo francese” perché lo considera «un punto di riferimento per la sua tradizione democratica millenaria»?
Ma, insomma! Che t’aspetti?
Che t’aspetti da uno che, volendo definire il suo movimento, disse, una volta, testualmente, in diretta televisiva da Vespa, che “è post-ideologico, porta con sé tante idee che erano state i cavalli di battaglia dei partiti di destra e di sinistra, valori che sono dentro ognuno di noi. Quelli di Berlinguer, Almirante e della DC“.
Che t’aspetti davvero da uno cosi? Che lo facciano pure ministro degli esteri?
Ah, mo’ tu mi vuoi dire che questo è già ministro degli esteri?
Ma dai, non mi prendere in giro... dai. Ah... lo è? Ecchecazz...
Buio.
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14/12/2020
Le stalle di Natale
Siccome sono dei vili, la scelta viene imputata all’“irresponsabilità della gente”, che si è precipitata a fare acquisti in vista delle feste, dopo aver varato un meccanismo premiale – il cashback – per quanti pagheranno la merce con bancomat o carta di credito.
È lo stesso meccanismo folle adottato all’inizio dell’estate – il “bonus vacanze”, per “salvare il settore turistico” – salvo poi additare chi s’era mosso in base a quell’incentivo, affollando le località balneari et similia.
La schizofrenia di governo e opposizione, che cambiano posizione a orario alterno, ha una spiegazione strategica e motivazioni opportunistiche.
Il dato sistemico è noto: le strutture sanitarie pubbliche, colpite da decenni di feroci tagli, vanno in affanno o collassano davanti al crescere dei contagiati sintomatici. Pronto soccorso, reparti Covid e terapie intensive hanno una capacità di intervento limitata (è relativamente semplice mettere dei letti in più, quasi impossibile trovare altri medici e infermieri specificamente preparati) proprio “grazie” ai tagli di spesa.
Dunque l’unico parametro effettivamente tenuto d’occhio dal governo e dai complici del Cts è il rischio di saturazione dei reparti, a partire dalle terapie intensive.
Per il resto, “contagiatevi pure fin quando la situazione non diventa grave”. Tanto, la colpa è “nostra”.
È lo stesso meccanismo bastardo adottato per mostrarsi green. Da un lato c’è un’offerta mostruosa di merci imballate con plastiche di ogni tipo (fino alle “mono-porzioni per single” vendute in tutti i supermercati), dall’altra si colpevolizzano i “singoli individui” per l’incapacità del sistema di smaltire – poi – in modo efficace quelle montagne di inquinanti messi in circolazione.
È chiaro che chi non fa raccolta differenziata, o scarica per strada rifiuti ingombranti, aumenta in qualche misura questa incapacità sistemica. Così come è chiaro che quanti si muovono a branco, magari senza mascherina né igienizzanti, aumentano la frequenza delle possibilità di contagio da Covid.
Ma questi “eccessi” non sono la causa fondamentale, né dell’inquinamento né dei contagi. Se tutti fossimo assolutamente irreprensibili, avremmo forse un 5-20% di disastri in meno, in entrambi i campi. Ma non avremmo risolto il problema. Se i mezzi pubblici sono pieni (perché pochi), se i luoghi di lavoro anche, c’è poco da “stare attenti ognun per sé”...
Un governo lo sa. O comunque dovrebbe saperlo.
Fin dai primi giorni andiamo dicendo – inascoltati, certo... – che l’unico modo di debellare il virus è fare contemporaneamente un lockdown vero, stile “cinese”, e uno screening di massa, con tamponi molecolari, su tutta la popolazione.
Sappiamo benissimo che la prima cosa non è mai stata fatta per soddisfare i diktat di Confindustria (a marzo, in Val Seriana e altrove, una marea di aziende cambiava il proprio “codice Ateco” per autodichiararsi “produzione essenziale”, anche se magari fabbrica armi o tubi per trivellazioni petrolifere in Alaska).
E sappiamo anche benissimo che uno screening su tutta la popolazione richiede una preparazione logistica colossale, da tempi di guerra, per reperire il materiale e il personale necessario.
Ma vediamo, come tutti, che non è stato fatta né una cosa né l’altra. Qualche chiusura, un po’ di tamponi e poi speraindio...
Per dire. A Qingbao, Cina, per una decina di positivi scoperti in ospedale, hanno bloccato la città e fatto tamponi a tutti – 9 milioni di abitanti! – in tre giorni. Tre giorni chiusi, poi si torna alla normalità... Idem nell’area di Kashgar, ai confini del deserto del Takamaklan. Qui, quando si esagera, poco più di 200.000 al giorno. Si vede che non interessa più di tanto...
Insomma, la situazione attuale, dopo 10 mesi, è il risultato di una scelta criminale: convivere con il virus. Questa scelta ha prodotto quasi due milioni di contagiati, oltre 65mila morti, centinaia di migliaia di “feriti” nei polmoni, una crisi economica molto più vasta di quella che si voleva evitare. E altri ne produrrà nei prossimi mesi.
Si dice: “ma adesso arrivano i vaccini”. Ne siamo ovviamente contenti, non si scherza sulla salute pubblica. Ma chiunque ne sappia qualcosa – ogni giorno, governo compreso – ci spiega che “ci vorrà tempo”, almeno altri nove mesi (più o meno quelli trascorsi finora...).
Non basta. Non sappiamo – non lo sanno nemmeno i ricercatori che li hanno prodotti – se quei vaccini, oltre a proteggere il singolo, impediscono anche la diffusione del contagio verso i non vaccinati. Né la durata della “copertura”.
In ogni caso, insomma, dovremo tutti circolare seguendo le stesse regole d’attenzione seguite in questo momento (mascherine, lavaggio mani, distanza, numeri limitati, ecc).
Dunque la “zona rossa natalizia” sarebbe una cosa sacrosanta, e anche “intelligente” (il periodo festivo prolungato riduce il danno economico complessivo delle chiusure, tranne ovviamente che per il commercio-ristorazione), se venisse anche accompagnata dall’organizzazione di uno screeening di massa.
Cosa di cui non si parla affatto. Anzi, come per tutti i festivi e prefestivi, si prevedono decine di migliaia di tamponi in meno.
Dunque la previsione è facile e tragica. Anche se dovessimo restare tutti effettivamente chiusi in casa fino alla Befana, subito dopo – con l’ennesima “riapertura” – ci ritroveremo nel giro di pochi giorni esattamente nella stessa situazione, ad affrontare la terza ondata.
Solo molto più incazzati, impoveriti, stufi di fare dentro e fuori dalle stalle, come bestie in mano a un allevatore avido ma cretino; e alla fine indisponibili a seguire le raccomandazioni, anche quelle più logiche e salvavita.
Un bel risultato, non c’è che dire. E di cui dovremo ringraziare non solo i Conte, Salvini, Speranza, Fontana, Zaia (a proposito: funziona il tuo “modello”, vero?), Di Maio, Bonomi, Rocca family & altri “imprenditori”. Ma anche quegli scienziati che si sono prostituiti “mediando” tra conoscenza scientifica ed “esigenze produttive”.
Fonte
30/11/2020
Giannuli - Anticipazioni sulle misure anticovid del governo
19/11/2020
Calabria - “Ci voleva un microbo per capire che la sanità è vicina allo zero”
Da qualche decennio, in Calabria si assiste a una emorragia di risorse economiche per foraggiare i grandi ospedali del nord a causa della famosa e triste migrazione sanitaria e le cliniche private calabresi quasi sempre in mano a faccendieri e quasi sempre collusi.
Ma anche per mantenere una struttura commissariale, conseguenza degli scioglimenti, per infiltrazioni mafiose, delle Asp calabresi, con funzionari incapaci e incompetenti frutto della spartizione politica, i quali della salute dei cittadini calabresi se ne fottono altamente.
Ci voleva un microbo per far capire come la sanità pubblica in Calabria sia vicina allo zero. Per anni è stata una miniera di soldi per gli affaristi di cliniche e aziende private. Una fonte inesauribile di bandi personalizzati per le forniture, nomine truccate di dirigenti, intrecci con consorterie malavitose e i clan politico-massoni. Tanti politici che hanno amministrato la regione Calabria finora e altri che sono stati piazzati più in alto a Roma, hanno sempre sguazzato con tali porcherie, facendo le loro fortune sulle malattie e la salute dei cittadini.
Commissari ad acta cacciati dopo che essi stessi hanno scoperto per caso, davanti a una telecamera del servizio pubblico, di avere la responsabilità della stesura di un piano anticovid rivelandosi incompetenti, davanti a tutto il popolo calabrese, con pantomima finale di scuse e le giustificazioni più stravaganti che suscitano pena e... tantissima rabbia.
Ma anche, ancora, nuovi commissari nemici della utilissima mascherina. Capi di protezione civile che non sanno cosa sono i ventilatori. Presidenti di regione che ammettono spudoratamente la propria ignoranza sulla situazione delle terapie intensive in regione e dati taroccati forniti per non incorrere nelle restrizioni del DPCM che inserisce la Calabria in zona rossa.
Milioni di euro accreditati alla regione per potenziare il sistema in previsione della seconda ondata di contagio da coronavirus e mai spesi, lasciando che il bacillo galoppasse infettando tutti alla velocità di un tornado.
Questa è la politica calabrese e così è la sanità in Calabria.
Quaggiù, la salute da molto tempo non è più un diritto costituzionale ma un accessorio o addirittura un lusso. Forse pezzi di magistratura illuminata cominciano ad aprire qualche fascicolo, la speranza è che tutte le procure calabresi facciano altrettanto e finalmente comincino ad alzare il tiro mettendo nel mirino gli ‘incappucciati’ che pervadono, saccheggiano e derubano questa terra.
E se anche l’antimafia si svegliasse... Gino Strada commissario? Ci sarebbe semplicemente da esserne fieri e orgogliosi, ma i calabresi continueranno a distrarsi seguendo il mago di turno, con tarantelle, cortometraggi superpagati e qualche zeppolata, cercando sempre un colpevole e un capro espiatorio ai problemi, senza capire che in ‘cabina’ di voto sono i primi della filiera, perché la politica è tutto.
Come dice Orwell. Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori, non è vittima! È complice!
Fonte
16/11/2020
Lombardia: perché Gallera resta in giunta
Tale situazione è paradossalmente aggravata dalla riapertura dell’Ospedale alla Fiera di Milano, poiché – per la totale mancanza di programmazione delle assunzioni da parte della Regione – il personale di questo nosocomio temporano viene raccolto dagli altri istituti di cura, con il risultato di sguarnirli ulteriormente.
Un esempio clamoroso di questo tragico pasticcio è dato da quanto successo all’Ospedale San Gerardo di Monza, il più importante della Brianza, dove 340 operatori sanitari sono in quarantena perché positivi. Tuttavia, la Regione ha spostato ugualmente 14 medici e 40 infermieri – i dati sono approssimativi perché dalla Regione Lombardia è impossibile averne di precisi – dal San Gerardo alla Fiera.
Si conferma così la cecità dell’operazione ideata da Bertolaso in primavera su mandato del presidente Fontana, che è consistita nel realizzare un ospedale senza prevedere il reclutamento del personale.
Inoltre, non ci si stancherà mai di ripetere che un ospedale che ha solo il reparto di terapia intensiva, non affiancato da altre specialità, è poco efficiente dal punto di vista sanitario.
La mancanza di programmazione e il voler fronteggiare i problemi con provvedimenti d’emergenza, anziché strutturali, è confermato anche dal caso già citato di Monza dove, in una situazione gravissima, si sta procedendo ad assunzioni con contratto interinale, nonostante sia aperta una graduatoria per l’immissione di personale a tempo indeterminato.
Detto degli ospedali, resta da constatare la totale mancanza di interventi territoriali, poiché le USCA (le unità di pronto intervento sul territorio) sono sempre pochissime e isolate.
Nel frattempo, in Lombardia, la campagna vaccinale contro l’influenza stagionale continua a rilento, a causa dell’incapacità della Regione a procurarsi dosi sufficienti.
Sulla questione si è diffusa pochi giorni fa uno notizia tragicomica. La Regione avrebbe infatti tentato di acquistare 150.000 dosi di vaccino in India, passando attraverso un intermediario non iscritto nel registro del Ministero della Salute per tali operazioni, essendo una società di Bolzano che gestisce uno studio dentistico.
Proprio per la mancanza di questa autorizzazione, la Guardia di Finanza ha sanzionato tale società con una multa di 6000 euro. La società bolzanina, che avrebbe realizzato l’acquisto in India attraverso ulteriori mediatori turchi, peraltro, difficilmente avrebbe potuto avere l’iscrizione all’albo degli intermediari farmaceutici, poiché costituita solo trenta giorni fa, proprio in concomitanza con il bando d’acquisto di Aria, la centrale per gli acquisti della Regione.
La stessa – per intenderci – dell’ordine dei camici e calzari alla ditta del cognato del presidente Fontana, su cui è aperta un’inchiesta della Magistratura che riguarda anche il conto di svizzero di oltre 5.000.000 di euro del presidente.
Continua anche l’inchiesta della Magistratura sui quasi 450 decessi avvenuti al Pio Albergo Trivulzio di Milano, la più grande struttura geriatrica del paese. Purtroppo la strage della scorsa primavera sembra avere insegnato poco alla direzione dell’istituto, poiché anche in questa seconda ondata si sono verificati dei casi di degenti ammalati, anche se, per il momento, in numero inferiore a quanto avvenuto in marzo e aprile.
In questo totale marasma in cui si trova la Lombardia, ci si chiede come l’assessore Gallera possa restare al suo posto. In effetti la posizione di Gallera si è fatta delicata, da tempo ogni sua decisione deve passare al vaglio dell’intera giunta regionale.
Più volte si è anche discusso di affiancare a Gallera degli “esperti” – era circolato anche il nome del dott. Zangrillo, che forse è meglio sia caduto – mettendolo quindi sotto tutela. Tuttavia, per ora, decisioni non se ne sono prese, poiché esistono – almeno per il presidente Fontana – buone ragioni per non revocare la delega a Gallera.
La prima è che rimuovere l’assessore al welfare significherebbe comunque ammettere che qualcosa in Lombardia non va bene – mentre Fontana vuol far credere che tutto procede al meglio – e potrebbe di conseguenza innescare un effetto domino sulla credibilità della giunta arrivando a coinvolgerla nel suo complesso.
La seconda ragione, meno evidente ma non meno importante, è la salvezza della legge regionale 23/2015, firmata dalla giunta Maroni, che è in fase di sperimentazione e dovrà essere verificata in dicembre. Tale verifica avrebbe dovuto avvenire in agosto, ma la giunta è riuscita a posticiparla con uno stratagemma politico – il ritiro provvisorio del piano sanitario – per non arrivarci sull’onda della strage di primavera.
La legge 23/2015 è quella che regge la sanità lombarda ed evidentemente non è tatticamente opportuno arrivare a una sua verifica con dei malumori nella maggioranza (Fontana è della Lega, ma Gallera è di Forza Italia). Peraltro, se la legge 23/2015, un regalo alla sanità privata, fu firmata dalla giunta del leghista Maroni (entrato recentemente nel CdA del gruppo San Donato, vero gigante della sanità privata), essa accoglieva le basi del sistema ideato da Formigoni, ancora oggi detenuto per scandali relativi proprio al sistema sanitario.
La stretta continuità tra la gestione leghista e la precedente a guida Formigoni si sta dimostrando nei fatti, anche attraverso il richiamo in servizio attivo di diversi tecnici di formazione formigoniana.
Così è stato per Marco Trivelli, chiamato a sostituire l’ex poliziotto Cajazzo al posto di direttore generale della sanità, mentre sembra che presto ricomparirà, forse proprio come “stretto marcatore” di Gallera un altro artefice del sistema Formigoni: Carlo Lucchina.
Da parte nostra, possiamo solo dire che il siluramento del solo assessore Gallera non c’interessa. Sarebbe infatti una soluzione adatta a far credere che tutto quanto avvenuto in questi mesi in Lombardia sia esito degli errori di un singolo, seppure dimostratosi incompetente sino a coprirsi di ridicolo.
È di Gallera infatti la famosa gag televisiva sulla necessità di “incontrare contemporaneamente due positivi” per essere contagiati. Ma più seriamente, per citare un caso per tutti, è folle aver promesso – l’estate scorsa – incentivi ai manager che avessero ridotto i posti Covid negli ospedali.
Se la sanità lombarda è a pezzi e la salute dei cittadini ad alto rischio è colpa del sistema di aziendalizzazione, di sussidiarietà e di privilegio alla sanità privata inaugurato da Formigoni e continuato dalle giunte a trazione leghista.
Per questo, al di là degli errori dei singoli, è necessario che a tutta la giunta lombarda siano revocati i poteri e che si commissari la Regione.
Fonte
13/11/2020
Il lockdown col braccino corto...
Tutto l’Occidente capitalistico è in condizioni simili, chi più chi meno.
E tutto questo mondo paga la scelta folle di convivere con il virus o addirittura ignorarlo, minimizzandone la pericolosità.
Dopo una settimana di discussioni – forse – si faranno alcune zone rosse in Campania. Nonostante gli ospedali stiano esplodendo già da molti giorni, nonostante l’ordine dei medici abbia chiesto di farlo in tutta Italia.
Tra governo Conte e presidenti di Regioni non si può dire chi sia il peggiore. I secondi vorrebbero che il governo si assumesse la responsabilità di ogni chiusura, per non perdere spicchi della propria popolarità, mentre pretendono la massima autonomia su come spendere i soldi della sanità. Il peggio del peggior “carattere degli italiani”, insomma, voler la gloria e scansare il rischio...
L’esecutivo obbedisce come sempre agli ordini di Confindustria, che fin dall’inizio ha messo in conto decine di migliaia di morti se gran parte della produzione fosse rimasta aperta.
Gli industriali di maggior pese non avevano calcolato – nella loro famelica cecità – che migliaia di morti e oltre un milione di contagiati avrebbero comunque demolito l’economia e parte dei loro profitti. Perché qualsiasi economia cammina sulle gambe degli uomini, alla fin fine, come produttori e consumatori. Non sui grafici elaborati dai centri studi...
I Dpcm si susseguono, ognuno accompagnato dalla frase rivelatrice: “faremo di tutto per evitare il lockdown completo”.
Su questo dopo otto mesi di pandemia, bisogna essere estremamente chiari.
L’alternativa vera non è mai stata tra “bloccare tutto” o far finta che il virus non c’è, come molti idioti della destra fascioleghista andavano ripetendo. Perché è certamente vero che non si può rinunciare a produrre per mesi, così com’è vero che ignorare il contagio – prima o poi – ti ammazza o ti infila in un casco.
L’alternativa vera è invece tra il continuare con la strategia idiota seguita finora, con finti lockdown dichiarati solo per limitare la pressione sul sistema ospedaliero, oppure fare un lockdown serio, “alla Wuhan”, per il periodo necessario a fare tamponi su tutta la popolazione.
Un mega-test nazionale per individuare tutti i contagiati e tenerli in isolamento fino a guarigione. Un lockdown finalizzato al censimento del Covid-19, per 15-20 giorni, non per mesi.
Costa troppo? No. Costa molto meno di quanto finora è stato stanziato dal governo. E anche la produzione – il Pil – ne soffrirebbe molto meno di quanto non sia accaduto fin qui.
Nel grafico qui sopra sono riportate le stime del Fondo Montario Internazionale sulla crescita del Pil nel 2020. Tutti i paesi dell’Occidente capitalistico sono in grave recessione (e ancora non sono state conteggiate le perdite della “seconda ondata”). La Cina, con il “modello Wuhan”, ha risolto l’emergenza, anche prima di procurarsi un vaccino.
Ieri sera il direttore dell’Oms, Raniera Guerra, ha annunciato su La7 che, a settimane, nelle farmacie saranno disponibili kit per testare in autonomia se si è contratto il virus oppure no.
Dunque gli strumenti tecnici per testare l’intera popolazione esistono, e sono in produzione in quantità adeguate. Ma invece di organizzare una grande campagna di massa, in modo centralizzato, per riprendere il controllo sulla diffusione della pandemia, si preferisce ancora una volta il fai-da-te, ognun per sé.
Certo, serve uno Stato serio, che ordina o requisisce quel che è necessario per metter su questo censimento di massa. Che precetta aziende e professionisti per il tempo necessario. Nella logica dei “servizi essenziali” e delle “fasce di garanzia” viene fatto di frequente contro i lavoratori in sciopero, solo al miserabile scopo di sminuirne gli effetti e “tutelare il diritto alla libera circolazione”.
Perché non si può fare per una emergenza nazionale che sta facendo un numero di morti paragonabile ad una guerra? Quale servizio è più “essenziale” che proteggere la salute di tutta la popolazione? Perché ad aziende e liberi professionisti non si può chiedere/esigere che “facciano la loro parte”, ameno per qualche giorno?
Invece che una soluzione, si va avanti con i placebo. E anche costosi. I test per l’autoanalisi in farmacia bisogna comprarli a proprie spese. Una fetta importante della popolazione rinvierà l’acquisto fino a quando i sintomi saranno inequivocabili e la malattia troppo grave.
In ogni caso i risultati saranno ignoti, non faranno statistica, non saranno tracciati. Servirà forse ai singoli che dovranno decidere se autoisolarsi oppure far correre agli altri il rischio della propria presenza da contagiati. Ma tutti noi, il popolo, non ne sapremo nulla. Non ci servirà a niente, come insieme.
Da questa situazione non si può uscire in questo modo, con questa classe dirigente, con queste imprese, con questa logica.
Anche un vaccino efficace potrebbe non essere risolutivo, con l’attuale organizzazione del sistema sanitario.
Lo vediamo in questi giorni, con i 15 milioni di dosi di normale vaccino antinfluenzale che mancano, dopo che per mesi era stata fatta la campagna di comunicazione perché, questa volta, tutti scegliessero di vaccinarsi.
E dire che l’antinfluenzale può essere tenuto a temperatura ambiente, non a meno 75 gradi, come quello di Pfizer. La catena logistica necessaria per il primo esisterebbe già; per il secondo va costruita ex novo...
La privatizzazione della sanità ha distrutto gran parte della sua capacità operativa, questo è il problema. Si poteva capirlo già prima. Ma con la pandemia ne abbiamo la dimostrazione fisica. La sanità pubblica è considerata un costo, quella privata serve a far soldi. Si vede che fanno due mestieri diversi...
Chiunque insista su questa strada, con qualsiasi abito politico si presenti, è un criminale. Nemico del popolo, in senso stretto: perché ne fa strage.
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02/11/2020
Prodi e il trasformismo della classe politica
Ma basta osservare con un minimo di attenzione la gragnuola di voci più disparate che si abbattono sulla gestione della fase pandemica in corso, su tutti gli ambiti possibili, per capire che non sia così.
La confusione circa il “da farsi” regna totale, con TotoDpcm domenicali manco fossero la nuova schedina e scontri giornalieri tra Stato, Regioni e Città metropolitane, perlopiù alla ricerca di un posto al sole per i soldi del “Recovery fund”, se mai arriveranno.
L’unica certezza invece emerge in quello che non si sta facendo e non si farà: contenere il virus, con buona pace della salute della popolazione e di conseguenza dei “risultati economici”, la cui bontà necessita – al minimo! – di lavoratori in salute. Altrimenti, chi “produce”?
In questo caos generato dall’indecenza della classe politica e dall’ingordigia di quella imprenditoriale, scorgere un lampo di luce chiarificatore non è semplice. Come se non bastasse, i più navigati approfittano della “notte in cui tutte le vacche sono nere” per rifarsi il trucco e apparire, dopo avere causato la malattia, con la ricetta salvifica.
Ultimo esempio in ordine di tempo è l’editoriale domenicale scritto da Romano Prodi sulle pagine de Il Messaggero.
“Debbo confessare che, negli ormai lunghi anni nei quali mi sono dedicato a riflettere sullo stato dell’economia italiana, non mi sono mai trovato nella situazione di difficoltà e di incertezza in cui oggi mi trovo”.
Insomma, anche il “boiardo di Stato” per eccellenza sembra navigare a vista.
“Il futuro dipenderà quindi dall’evoluzione della pandemia e dalla strategia di intervento dell’Europa e dei governi che, a differenza di quanto sarebbe avvenuto in passato in presenza di eventi simili, possono disporre di robuste risorse aggiuntive e di una ancora più robusta possibilità di indebitarsi”.
Il passaggio con cui l’Unione europea, e non “l’Europa”, che è un’altra cosa, ha improvvisamente deciso che i soldi ci sono viene lasciato sottotraccia, cercando di obliare anni di “ce lo chiede l’Europa” a colpi di tagli alla sanità, alla scuola, ai trasporti, alle infrastrutture e al reddito dei lavoratori, diretto come indiretto. Tuttavia, che di indebitamento si tratta non ci sono dubbi, con cui un giorno non molto lontano dovremo fare letteralmente i conti.
“Diventa perciò necessario e urgente destinare tutte le possibili risorse aggiuntive agli investimenti dedicati a evitare la futura catastrofe della nostra economia e a preparare la ripresa, senza la quale non ci libereremo mai dal peso del debito pubblico.
Se i sussidi si rivelano insufficienti, gli investimenti sono del tutto latitanti. Parlo sia degli investimenti pubblici che di quelli privati. Dal punto di vista temporale mi rendo conto che gli investimenti privati possono partire solo in un quadro di maggiore certezza degli orizzonti economici, oggi molto confusi e destinati a cambiare radicalmente.
(...) Imperdonabile è invece la perdurante inerzia degli investimenti pubblici nelle nuove e nelle vecchie infrastrutture necessarie per aumentare la nostra produttività”.
Il passaggio logico è il seguente: per tornare a crescere “ed evitare la futura catastrofe” bisogna investire (regola ferrea del modo di produzione capitalistico), ma visto che gli orizzonti in termini di guadagni non sono rosei, lo Stato deve tornare a fare la sua parte.
Detta dal più grande privatizzatore di imprese pubbliche della storia della Repubblica tutta, questa frase è l’emblema del trasformismo per la sopravvivenza e l’autoriproduzione della classe politica che uscirà con le spalle al muro dai risultati sociali ed economici degli ultimi trent’anni, di cui il Covid non è che la spinta finale.
Inoltre, l’obiettivo non celato è il solito “aumento della produttività”, che è una bella formula per dire che va diminuito il costo del lavoro per ogni merce prodotta, ossia o si riduce il salario, o il numero dei lavoratori.
Ma non è tutto, perché la ciliegina è sempre l’ultimo elemento di cui si compone la torta.
“Nel nostro caso bisogna aggiungere un’importante osservazione aggiuntiva. Come è stato messo in rilievo in occasione della giornata del risparmio, più la crisi si aggrava più le nostre banche si riempiono dei denari delle imprese e dei cittadini che, incerti sul futuro, risparmiano tutto quello che possono e spendono il meno che possono. Se non utilizziamo queste enormi risorse per preparare il nostro futuro, non usciremo mai dalla crisi”.
Tradotto, se i correntisti trattengono l’equivalente del Pil al sicuro nei caveaux delle banche (in realtà, sempre più stringhe di numeri con poco equivalente nella realtà), sblocchiamo quei denari e ripartiamo. Che i soldi insomma ce li mettano i cittadini (quelli delle imprese che contano infatti sono da anni investiti all’estero, di solito nel debito pubblico statunitense).
Eccola qua la proposta del più grande interprete della “sinistra” dell’ultimo trentennio, quella del “tutti uniti contro la destra” che tanto ricorda la bassezza del dibattito pubblico odierno nell’area piddina, al netto del cambio di spauracchio – da Berlusconi a Salvini, e domani magari alla Meloni.
Chi oggi pensa che i ricchi “se sono intelligenti un po’ di soldi se li fanno prendere”, non ha capito la visione del mondo a cui risponde il padronato nostrano, che è quella con cui si è arricchito.
Il lavoro, se non si può automatizzare, va economicamente e socialmente massacrato, nessuna reale cooperazione è possibile, la fine del “regime di Bretton Woods” ha dettato la linea, il calo del tasso dei profitti continua a segnare il passo.
La patrimoniale in questo quadro non è un’alternativa.
A meno che... a meno che non si riprendano realmente le strade del paese, avendo ben chiari chi sono i nemici. Non era così d’altronde che ce la conquistammo?
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