Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2021

John Elkann e il miracolo delle scatole cinesi

Nella telenovela grottesca e quasi pietosa sul piano umano dello scontro in famiglia su eredità, donazioni e linee di successione di casa Agnelli tra la madre Margherita e il figlio John Elkann (che dura da anni e che è riesplosa con fragore quest’estate) un punto fermo è finalmente emerso. Nell’offensiva, l’ennesima, scoccata dalla figlia di Gianni Agnelli si è alzato, almeno in parte, il velo sulla Dicembre società semplice, la cassaforte di famiglia in cima alla lunga catena societaria della dinastia torinese. Una piccola scatola, fantasma per la Camera di Commercio di Torino fino all’altro ieri e considerata “inattiva” e che dal 1984 non aveva aggiornato la situazione dei possessi azionari. Neppure dopo la scomparsa di tutti i soci storici dall’Avvocato, alla moglie Marella, a Gabetti a Franzo Stevens.

Un’anomalia profonda, concessa non si sa perché proprio alla cabina ultima di controllo dell’impero degli Agnelli. Ora però si è finalmente acclarato che John Elkann, in virtù di successive donazioni, è titolare nella Dicembre del 60% delle quote. L’altro 40% è suddiviso tra i fratelli Lapo e Ginevra. E così la designazione da delfino a monarca assoluto predestinato alla guida della dinastia, prefigurata in anni lontani da Gianni Agnelli è compiuta nei fatti. È l’ex giovane rampollo, l’unico dominus incontrastato di quello che era l’impero Fiat e connessi e oggi è rappresentato dalla Exor, la holding olandese di partecipazioni che raggruppa le quote di Stellantis; Ferrari; Cnh; di PartnerRe e degli asset minori: dalla Juve, a Gedi (editore di Repubblica, La Stampa e Secolo XIX), all’Economist.

Quella saga sulla successione ereditaria sa tanto di ancien regime quanto a lotte e faide familiare. Ma ha sapore stantio anche la struttura societaria che, scatola su scatola, consente a Yaki, come prima al nonno Gianni, di comandare con il minor esborso possibile di denaro. È il miracolo delle scatole cinesi, delle lunghe filiere societarie che hanno consentito alla famiglia di governare per decenni l’impero con capitali ridotti all’osso. Uno schema caro al vecchio capitalismo familiare e che John Elkann nell’era della turbo finanza e delle public company, non si sogna di abbandonare. In questo fedele seguace del nonno. Quando si pensa all’ex Fiat, poi Fca oggi Stellantis, si pensa a John Elkann come il grande proprietario. Grave errore di prospettiva, dato che in virtù della diluizione dei vari passaggi societari, il condottiero unico degli affari degli Agnelli, governa con piccolissime quote di capitale diretto.

Stellantis quota di Yaki sotto il 2% – Partiamo dal caso di Stellantis. Exor ne possiede solo il 14,4%. A sua volta però Exor è controllata al 53% da un’altra scatola olandese, la Giovanni Agnelli BV la holding che raggruppa tutti i rami del casato torinese. Sopra la Giovanni Agnelli Bv ecco comparire come primo
socio la Dicembre che ha il 38% delle quote. Infine si arriva direttamente a John Elkann che di Dicembre possiede il 60%. Ecco così che, salendo lungo i rami della catena societaria, si scopre che John Elkann di suo possiede appena l’1,74% di Stellantis. Di fatto, con Carlos Tavares come amministratore delegato, governa sulla fusione tra Fca e Peugeot con una quota di possesso diretto di capitale che è meno di un qualsiasi fondo d’investimento.

Il copione si può replicare con tutti gli asset della finanziaria di partecipazioni. La quota di Ferrari diretta di Elkann è del 2,78%. Di Ferrari, il vero gioiello dell’impero, Exor possiede il 22,9%. E anche qui la quota diretta in mano a John Yaki Elkann risalendo la filiera delle scatole fino al 60% di Dicembre, è solo del 2,78%. Per Cnh che costruisce macchine agricole e veicoli industriali, di cui Exor controlla il 26,8%, la quota diretta del nipote dell’Avvocato è appena del 3,2%. Il peso di Elkann sale solo con PartnerRe, la compagnia di riassicurazioni dato che Exor la possiede al 100%. In ogni caso ecco che Yaki ne è socio con solo il 12%.

Poi ci sono gli asset minori: dalla Juventus (Exor ha il 63,8%) a Gedi (Exor ha una quota dell’89%) fino all’Economist. Qui il peso societario del capostipite della dinastia torinese si fa più consistente, ma non certo con quote maggioritarie. È il miracolo consentito dalle “medioevali” scatole cinesi, messe una sopra l’altra, con quote che consentono di diluire la necessità di capitale idonea a governare. Comandare di fatto con i soldi degli azionisti di minoranza che in realtà mettono la gran parte del capitale. Uno schema che da sempre usano le grandi famiglie imprenditoriali del Belpaese per minimizzare il loro rischio di capitale. Basti pensare che con soli 61 milioni di euro, la quota di capitale di proprietà di John Elkann in Dicembre, l’ex delfino di casa Agnelli governa su asset che valgono oggi oltre 28 miliardi di valore di Borsa. Non male come moltiplicazione esponenziale della ricchezza. Un “vizietto” antico, tanto caro da sempre agli Agnelli come ad altre grandi famiglie e che il moderno e innovatore Yaki, ben si è guardato dall’abbandonare.

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28/03/2020

L'industria automobilistica riapre in ordine sparso

La Fca in Italia e in Europa riapre oggi i suoi stabilimenti. In Italia riaprono: Melfi, Pomigliano, Cassino, Carrozzerie Mirafiori, Grugliasco e Modena, in Serbia: Kragujevac, in Polonia: Tychy

Invece, le fabbriche Fca negli Stati Uniti e in Canada resteranno chiuse fino al 14 aprile per il coronavirus.

Sempre negli Usa, Ford farà ripartire la produzione “in alcuni impianti chiave”. In una nota, la casa automobilistica ha specificato che introdurrà delle misure di sicurezza aggiuntive per proteggere i lavoratori quando queste fabbriche riapriranno: l’intenzione è far ripartire la produzione il 6 aprile nell’impianto di Hermosillo, in Messico, e una settimana dopo, il 14 aprile, in quattro impianti statunitensi. La scorsa settimana, Ford aveva annunciato la chiusura di tutti gli impianti per due settimane, a causa del coronavirus.

Tornando in Italia si segnala che la Magneti Marelli ha esteso al 3 aprile la sospensione della produzione nelle sue fabbriche per l’emergenza coronavirus. Lo comunica la società, sottolineando che “in relazione alla sospensione temporanea delle attività produttive nella maggioranza degli stabilimenti europei, annunciata il 19 marzo, questa misura sarà estesa anche nel corso della prossima settimana, fino al 3 aprile”.

Ferrari prevede invece di riaprire la produzione il 14 aprile, a condizione che sia garantita la continuità della catena di fornitura. A fronte della grande incertezza e dell’imprevedibilità causata dal Covid-19, la società “sta adottando tutte le misure più appropriate per assicurare il benessere e la salute dei suoi dipendenti, nell’interesse di tutti i suoi azionisti”.

Fca si è dunque sbrigata a far ripartire la produzione in Italia e in Europa, prima ancora che negli Stati Uniti. Vedremo come reagiranno gli operai.

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04/03/2018

1° Drive Experience Track Day (Video Ufficiale) Modena 2018


Sono impressionato dall'entusiasmo del pubblico (roba che trovi soltanto a un concerto e nemmeno sempre) e dalla perizia con cui tutto è stato organizzato.

23/10/2015

«A lavorare in fabbrica… si diventa MATTI»


«L’iniziativa parte da un dato preciso ed emblematico» spiegano i promotori. Da quando è iniziata la crisi a oggi il numero di persone che si sono rivolte ai Csm (Centri di salute mentale) è aumentato di un terzo e la stragrande maggioranza sono lavoratori dipendenti vittime delle dure conseguenze della crisi.
Da un lato, chi ha perso il posto di lavoro e cade in depressione e crisi esistenziale; dall’altro, chi è rimasto al lavoro ed è costretto a subire ritmi sempre più pesanti e alienanti. La crisi peggiora le condizioni di vita e di lavoro e questo impatta sulla condizione psicologia dei lavoratori. Da qui l’esigenza di provare a rispondere a questi bisogni.


Relazione introduttiva di Paolo Brini (responsabile Salute Ambiente Sicurezza della Fiom di Modena)

La scelta di organizzare questa assemblea, cui abbiamo voluto dare un titolo un po’ scherzoso, nello spirito della «Settimana della salute mentale» risiede nella volontà di affrontare un tema in realtà molto serio ed importante. Il peggioramento devastante delle condizioni di vita e di lavoro cui stiamo assistendo dall’esplosione della crisi economica del 2008 a oggi e l’impatto dirompente che questo sta avendo sulla salute mentale della classe lavoratrice. Parliamo di classe lavoratrice, di proletariato, perché non ci riferiamo solo ai metalmeccanici in senso stretto. È un fatto indiscutibile che tutte le categorie di lavoratori dipendenti sono state travolte dalla crisi. È altresì un fatto che tutte le categorie in un qualche modo sono legate a una forma di “catena di montaggio”, sia essa materiale o no, e a una forma di organizzazione del lavoro che le vessa. Dal centro commerciale al Mc Donald’s, dal call center alla Ausl, dal facchino al cooperatore sociale. Per dirla con una parola, al centro vogliamo porre o meglio vogliamo tornare a porre la condizione operaia. Se qualcuno pensa che si stiano affrontando temi desueti e antichi, lo invitiamo a guardare un po’ meno televisione e a soffermarsi un po’ di più anche solo sulle ultime leggi reazionarie varate da questo governo. Leggi che hanno riportato la condizione di lavoro e del diritto del lavoro indietro di almeno 50 anni. Per dirne una rimanendo in tema, nel Jobs Act si dà anche la possibilità al padrone di demansionare il lavoratore che abbia problemi di salute, fisici o mentali che siano. Naturalmente in questo mondo orwelliano ci raccontano che lo si fa per dare una opportunità in più al lavoratore di (testualmente) «migliorare le proprie condizioni di vita». Esattamente come quando ci raccontano che le guerre si fanno con missioni di pace.

I numeri parlano chiaro. Solo nel modenese dal 2008 a oggi la quantità di persone che si rivolge ai Centri di Salute Mentale è aumentato di oltre un terzo. La stragrande maggioranza dei nuovi utenti sono lavoratori dipendenti travolti da uno dei due opposti effetti che la crisi ingenera. Da un lato chi cade in depressione perché in cassa integrazione o licenziato vede crollare la propria esistenza senza alcuna prospettiva per il futuro. Dall’altro chi il lavoro non lo ha perso e proprio per questo si trova a dover lavorare il doppio. Per fare un esempio, solo nel settore metalmeccanico in questi anni si sono persi 300mila posti di lavoro. L’aumento degli ordinativi e della produzione che stiamo registrando in questi mesi in qualche settore della metalmeccanica si sta traducendo (checché ne millanti il governo con i suoi dati falsi) non in nuove assunzioni, bensì nell’aumento dei ritmi di chi al lavoro c’è già.

Questi dati ci inducono innanzitutto a formulare una prima considerazione. Il concetto teorico di fondo dei padri della cosiddetta “psichiatria alternativa” come Franco Basaglia, Franca Ongaro, Sergio Piro e qualche decennio prima di loro Wilhelm Reich è confermato nella pratica dai fatti. Concetto da essi traslato in ambito psichiatrico dal materialismo storico e dialettico di Marx ed Engels. Ovvero, è il sistema nella sua brutalità, nelle aberranti condizioni di esistenza che impone alla classe lavoratrice, la causa di fondo anche dell’insorgere dei problemi legati alla salute mentale. Il fenomeno che stiamo esaminando lo conferma in maniera inequivocabile proprio perché a essere investita da problemi di carattere psicologico e psichiatrico non è più solo quella parte di emarginazione che il sistema produce e che fino a qualche tempo fa rinchiudeva in un manicomio, in un Opg o in una clinica. Una emarginazione che il sistema poteva “facilmente” celare o dipingere come fenomeno inevitabile e tutto sommato trascurabile. Oggi invece sono i lavoratori – e cioè l’asse centrale attorno a cui ruota, volenti o nolenti, questo sistema – a esserne travolti e l’evidenza di questi dati non può più essere sottaciuta né negata.

In secondo luogo questa situazione ci spinge a proporre due riflessioni. Una rivolta al personale medico che è chiamato dalla propria angolazione ad affrontare questo fenomeno, e l’altra rivolta al sindacato, a noi della Fiom e alla Cgil.

Al personale sanitario l’invito e la sollecitazione che ci sentiamo di fare è di non affrontare questo problema in termini sanitari, medicalizzando il lavoratore che chiede aiuto ai Csm. Perché questo è un rischio che può esserci se non si contestualizza la questione. Si pensi solo alla definizione che ormai viene generalmente utilizzata di Stress Lavoro-Correlato. E’ una definizione sanitaria che spoliticizza un problema che al contrario è profondamente politico e sociale. Un problema presente da quando esiste la classe lavoratrice e che da almeno 150 anni ha un nome scientifico preciso: alienazione. Il che naturalmente non significa che nei casi in cui il personale competente lo ritiene opportuno e necessario per la salvaguardia del lavoratore stesso, non si debba affrontare la questione ANCHE dal punto di vista sanitario. La consapevolezza però che si deve avere e che in un qualche modo deve essere il motore anche dell’azione medica è che esiste una sola cura vera ed efficace per risolvere il problema e questa cura non è una goccettina né una pillolina né la seduta dallo psicoterapeuta. L’unica terapia efficace è che il lavoratore capisca che si deve organizzare con i propri compagni di lavoro e lottare assieme a loro per migliorare e cambiare la propria condizione, dentro e fuori la fabbrica. Dopotutto ci pare che questo sia anche lo spirito di fondo della «Settimana della salute mentale». Uno spirito che trae ispirazione dall’esperienza di quella Psichiatria Alternativa che ha fatto delle assemblee, delle riunioni, del decidere e lottare assieme – invece di delegare al medico o al sanitario – i propri motori propulsivi e la propria forza. Come “il matto” si riappropria dei propri diritti lottando in prima persona e non delegando alla clinica o alla pillola, così deve tornare a fare il lavoratore.

La seconda e più importante considerazione riguarda invece il sindacato. Se è vero come è vero, che in questi anni migliaia di lavoratori anziché rivolgersi al sindacato per i propri problemi di lavoro hanno preferito, perché lo ritenevano più efficace, rivolgersi al medico vuol dire che abbiamo un problema grosso come una casa. Il problema è che come sindacato stiamo perdendo credibilità agli occhi di chi lavora. Su questo dobbiamo aprire riflessioni serie e approfondite evitando di chiuderci in un fortino autoreferenziale. Il sindacato deve tornare a essere percepito come strumento efficace dai lavoratori. Il sindacato deve tornare a essere percepito come strumento di classe non per i lavoratori ma dei lavoratori, il mezzo attraverso cui i lavoratori si organizzano e lottano per difendere e migliorare la propria condizione.

Proprio perché queste due riflessioni debbono essere in un qualche modo intrecciate e il ruolo di medici e sindacalisti deve essere di grande sinergia, ci sentiamo di avanzare una proposta su cui come Fiom, non solo a livello locale ma anche nazionale, stiamo ragionando. Una proposta che naturalmente non pretende di essere esaustiva e che è assolutamente aperta, ma che vuole essere un primo tentativo di provare, come si suol dire, a prendere il toro per le corna. Proponiamo e ci proponiamo di istituire uno sportello organizzato dal sindacato con l’intervento del personale medico di riferimento. Uno sportello che riceva e aiuti i lavoratori con problemi psicologici.

Un tale strumento ci permetterebbe di contrastare la tendenza sempre più diffusa e preoccupante delle aziende a mettere a disposizione del lavoratore i propri psicologi “di fiducia”. Se non contrastiamo questa tendenza, “lo psicologo aziendale” diventerà uno strumento di controllo ancora più deleterio del Jobs Act! I lavoratori già sono costretti per vivere a regalare i propri muscoli e la propria fatica ai padroni, non possiamo permettere che siano costretti a dare loro anche la propria mente e i propri sogni.

L’obbiettivo che ci prefiggiamo attraverso questa proposta non è di limitarci a fornire un mero servizio al lavoratore. Al contrario vorremmo poter fornire un’assistenza che possa tradursi anche in militanza, ridando coraggio e fiducia ai lavoratori in se stessi non solo come individui ma come classe.

Insomma, come nella migliore tradizione del movimento operaio, l’idea è che sindacalisti e personale tecnico si mettano insieme al servizio della classe lavoratrice. Perché anche oggi, come in passato, è solo la classe lavoratrice che ha la forza per migliorare e cambiare questo mondo.

«A lavorare in fabbrica... si diventa MATTI» è il titolo scelto per l’iniziativa promossa per venerdì 23 ottobre dal sindacato metalmeccanici Fiom/Cgil Modena nell’ambito della rassegna sulla salute mentale «Màt» dell’Ausl di Modena.
L’incontro-dibattito è previsto per le 18 presso il salone Corassori della Cgil Modena (piazza Cittadella 36). Partecipano; Maurizio Marcelli responsabile salute-ambiente-sicurezza Fiom/Cgil nazionale; Teresa Capacchione presidente “Associazione Sergio Piro” per la psichiatria alternativa di matrice basagliana; la psichiatra Letizia Grossi del Dipartimento di salute mentale Ausl Modena; Paolo Ventrella delegato Rls Fiom/Cgil Ferrari Auto; Paolo Brini responsabile salute-ambiente-sicurezza Fiom/Cgil Modena
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14/09/2014

Montezemolo aveva già il salvagente pronto: Alitalia

Per qualche deficiente dotato di spirito "nazionale", la sortita di Luca Cordero di Montzemolo davanti alla sfanculata di Sergio Marchionne ("Ferrari non vince da sei anni, nessuno è indispensabile"), era sembrata la dimostrazione che ci poteva essere una borghesia "anti-europea", o se non altro anti-americana. Aveva infatti chiosato a beneficio dei giornalisti "Ormai Fiat è americana...". E chi vuole intendere intendesse.

Si scopre ora - in realtà s'era intuito da qualche giorno - che il buon Luca è in trattative serissime con un altro gigante dell'imprenditoria globale. Certo, non un americano, ma un a ricchissimo arabo come Etihad. Oggetto: la presidenza di Alitalia, o almeno un ruolo di primissimo piano.

Tranquilli: non vedrete Luca con la fascia da kamikaze attendere Sergio all'uscita del Lingotto. Il contratto che sta contrattando è più che buono. Ovviamente.

Tutto è diventato chiarissimo oggi, a Roma, quando ha incontrato il ceo (l'amministratore delegato, in italiano) di Etihad James Hogan (che proprio arabo non è). L'oggetto dell’incontro doveva rimanere rigorosamente segreto, ma dalle parti della nuova azienda di trasporto aereo - o dall'entourage del buon Luca - è stato fatto trapelare il punto centrale: la definizione dei poteri del nuovo numero uno di Alitalia, su cui i soci sono d'accordo già da qualche settimana.

Tutta l'operazione ha una sola incognita: il via libera da Bruxelles. La morte di Alitalia come vettore indipendente, in grado di competere sul mercato globale, era già stata decisa ai tempi del trattato di Maastricht. Ma secondo quello schema, tutto interno all'Unione Europea, sarebbe dovuta diventare una spalla per Air France (così come Iberia per British Airways e SwissAir per Lufthansa). L'ingresso degli arabi su "slot" appetitosi come quelli italiani non è piaciuto in diversi ambienti continentali. Non si possono dunque escludere sorprese "protezionistiche".

Per i padroni di Etihad, che non vogliono neppure pensare all'ipotesi di un veto Ue, resta decisivo completare l'assetto di guida della nuova società, dopo aver scelto Silvano Cassano per la carica di amministratore delegato.

Per il rampollo laterale di casa Agnelli si prospetta comunque un incarico operativo, non solo d'immagine (come ex presidente della Ferrari e di Poltrone Frau è molto noto tra i clienti del lusso globale). Non dovrebbe insomma ricoprire soltanto il ruolo di "volto" della compagnia nel mondo, ma ricevere anche le deleghe operative su marketing e comunicazione aziendale. Le uniche materie su cui la sua esperienza ha effettivamente un valore vero.
Come dicevamo qualche giorno fa, o addirittura a giugno, "Non piangeteci sopra, please". In fondo si è messo in tasca 27 milioni solo per uscire da Maranello...

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10/09/2014

Montezemolo lascia Ferrari, Marchionne prende tutto


«Con effetto il 13 ottobre prossimo a conclusione del festeggiamento dei 60 anni di Ferrari in America. La Presidenza della Ferrari sarà assunta dall’Amministratore Delegato della Fiat, Sergio Marchionne».

Montezemolo era presidente della Ferrari dal 1991, «ha portato l’azienda a conseguire risultati molto importanti sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sportivo. Una lunga storia di grandi successi alla Ferrari dove Montezemolo ha raggiunto traguardi di assoluto rilievo, con un team di eccellenza mondiale».

La nota della Fiat-Fca ammorbidisce i toni dispetto alla brutale rottura pronunciata da Marchionne due giorni fa, ma naturalmente non cambia una decisione che viene da lontano.

Quel che la nota non dice è che una Ferrari che non vince - alla lunga - fa perdere quota al mito. La Ferrari non vince un titolo di Formula Uno da ormai sei anni, nonostante abbia due piloti considerati tra i migliori, sebbene non più giovanissimi.

E il mito ha una sua sporca influenza sul prezzo di ogni singolo veicolo venduto sul mercato. Perché è certamente vero che il marchio è "un mix di tecnologia ed estetica, reputazione e manifattura artigianalizzata", tale da rappresentare "un paradigma della cultura industriale e del saper fare italiano"; ma tutta questa eccellenza deve continuamente nutrirsi di vittorie, altrimenti diventa modernariato. A prezzi troppo cari.

Il bilancio 2013 si è chiuso in ampio attivo, così come quella della "sorella" Maserati. Ma il futuro ha un'altra dimensione. C'è da quotare Ferrari in borsa, magari a Wall Street, visto che "Fiat ormai è americana" (Luca stesso dixit); bisogna riportare dentro Exor (la scatoletta finanziaria di famiglia che controlla tutta la matrioska multinazionale) quote azionarie che dovrebbero subire un'impennata verticale con la quotazione; c'è da vedere se tutte le società del "lusso" interne o vicine a Fiat (compresa la società di Giorgio Armani) possano essere in qualche misura fuse o rese "sinergiche", per conquistare quote più ampie di mercato dai margini altissimi.

Ma, per l'appunto, questi margini si allargano e si restringono nella misura in cui "si vince" anche sportivamente. Quindi Marchionne prende la guida anche di questa fetta di ex Lingotto e dovrà trovare un manager in grado di risollevare l'immagine sportiva del Cavallino. Fuori dalla sua porta si farà presto la fila, ma non è detto che sarà facile fare la scelta giusta. Ossia vincente.

E' il capitalismo multinazionale, bellezza! Il paese d'origine vale solo come suggestione o immagine (nel lusso "made in Italy", però, bisogna fare attenzione a non dare l'impressione che il distacco sia troppo radicale; puoi vendere la Panda anche se è fatta in Polonia, ma se pretendi 300mila euro - minimo - per una quattroruote devi tenerti anche Maranello, o gestire il passaggio con lentezza e attenzione). Suona dunque quasi patetico il lamento di Montezemolo ("ormai Fiat è americana"), spazzato da una logica ferrea che lui stesso ha contribuito a rendere strangolante (è stato anche presidente di Confindustria, non dimentichiamolo).

Si consolerà con una bella liquidazione, che potrà variare dai 14 ai 50 milioni. Non piangeteci sopra, please.

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04/04/2013

Gli effetti del modello Marchionne

Nel silenzio sociale più assoluto a Modena iniziano le ricadute del "modello Marchionne" all'interno degli stabilimenti a marchio Fiat.
Da una parte in Cnh (l'azienda che produce trattori) sono stati tagliati gli stipendi ai lavoratori in malattia, in particolare a quelli che subiscono malesseri di breve durata; invece alla Ferrari vengono cambiati gli orari dal giorno alla notte, senza nessuna consultazione che passi attraverso le classiche assemblee dei lavoratori.

Proviamo ad entrare nel dettaglio.

In seguito alla denuncia della Fiom-Cgil sappiamo che alla Cnh sono stati apportati tagli della busta paga a decine di lavoratori che hanno dovuto richiedere assenze per malattie brevi, quelle "che vanno da uno a cinque giorni negli ultimi 12 mesi". E' una procedura che deriva dal nuovo contratto Fiat, che non vede la firma della Fiom-Cgil, ma che ha visto iniziare questa pratica all'interno dello stabilimento Magneti Marelli di Crevalcore. Ben presto toccherà anche a Ferrari e Maserati.
Riportiamo le dichiarazioni di Fernando Siena della Fiom per capire meglio cosa comporta questa decurtazione di stipendio, che ha come contraltare il fatto che l’a.d. Marchionne di Fiat-Chrisler ha ottenuto per il 2012 un aumento di stipendio del 50%, ovvero 7,4 milioni di euro rispetto ai 5 milioni del 2011: "Nelle lettere viene riportato l’art.24 del capitolo assenteismo-versione B: 'qualora a gennaio 2013 (…) il tasso di assenteismo medio per malattia riferito al secondo semestre 2012 non è sotto il 4% verrà applicata la disciplina B' del contratto stesso, che prevede la decurtazione dei primi 2 giorni di malattia per periodi di malattie brevi, sino a 5 giorni, che precedono o seguono festività o ferie o il giorno di riposo settimanale'". "Stimiamo che il taglio possa andare dai 60 euro a qualche centinaia di euro a seconda dei periodi di assenza, dei livelli di inquadramento e turni di lavoro", spiega Siena. Un danno significativo se si tiene conto dei salari medi dei lavoratori che si aggirano intorno ai 1.300-1.400 euro mensili. "Si tratta di un vero e proprio attacco ai diritti dei lavoratori ammalati – continua Siena – si perde una conquista storica, il diritto alla retribuzione dei primi 3 giorni di malattia appunto, e si spingono i lavoratori (per non perdere salario) ad andare al lavoro anche se ammalati, o paradossalmente ad allungare i periodi di malattia stessa di almeno 6 giorni".

Ma cosa sta succedendo in Ferrari?
In questi mesi ha fatto notizia la questione dei premi di produzione di oltre 7000 euro da elargire in tre anni e di uno stabilimento che non conosce crisi visto che l'ordinativo del nuovo modello sfornato in questi giorni è pari al doppio della produzione prevista considerando un prezzo di 1,3 milioni di euro a macchina. Questo premio di produzione, che viene elargito in modo unilaterale con fondi che erano stati accantonati in passato e non consegnati, è il prezzo che l'azienda paga per far passare il principio per cui i lavoratori non possono parlare delle condizioni interne, ma si trovano costretti a subire un accordo con contenuti normativi più volte bocciati.
Infatti la polpetta avvelenata è arrivata puntuale come le tazzine di caffè di Andreotti: il cambio d'orario senza un confronto con i lavoratori, i quali da oltre due settimane chiedono insistentemente di poter svolgere un’assemblea nell’area “polo motore” per discutere delle modifiche degli orari di lavoro, incontro che i sindacati Fim Uilm Fismic firmatari del contratto separato – secondo la Fiom – negano.
Anche qui, per maggiore chiarezza, riportiamo le prese di posizione della Fiom-Cgil: “Si stanno introducendo modifiche consistenti all’orario di lavoro, anche a partire dall’introduzione del turno notturno, senza la condivisione di tutti i lavoratori dei reparti interessati (fonderia, meccanica, sale prove motori e montaggio motori), ma calandoli dall’alto sulle loro teste". Per questi motivi, nei giorni scorsi, è partita spontaneamente una raccolta di firme per chiedere a Fim, Uilm e Fismic l’assemblea. “Ma per questi sindacati – attacca la Fiom – 150 lavoratori firmatari non sono degni di attenzione!”.“Si passa dai turni diurni di 7 ore e 30 minuti pagati 8 ore a turni di 8 ore pagati 8 ore e 30 minuti a normale retribuzione (senza conteggiare come straordinario la mezz’ora aggiuntiva). Il terzo turno, quello notturno, non viene riconosciuto come lavoro disagiato: si passa infatti dalle 7 ore pagate 8, alle 8 ore retribuite 9. C’è una maggiorazione economica, ma non la riduzione oraria, bensì l’aumento strutturale dell’orario di lavoro”.

Riportati gli aspetti tecnici, stupisce ancora una volta la Fiom che caparbiamente cerca di ottenere un tavolo di confronto con un soggetto che vuole eliminarla, rimanendo ancorata a logiche concertative che, specialmente in questa fase, non possono più stare in piedi.

E' evidente che per certe realtà lavorative, esperienze come quella della logistica non rientrino nell'orizzonte del possibile. Sembra che quegli ambienti si ostinino a restare per sempre legati a scelte che con un sindacato di lotta non hanno nulla da spartire; come un disco incantato, chiedono di partecipare al governo del mondo del lavoro con una strategia, la cui inefficacia è confermata anche dai risultati che il loro partito di riferimento (grande fautore della stessa) ha raccolto alle ultime elezioni. Ci riferiamo a quel PD targato Bersani, tanto caro alla Camusso.

Fonte

Scommetterei la testa sul fatto che in Ferrari non intendono tirare eccessivamente la corda in quanto, vista la situazione odierna, i lavoratori si sentiranno comunque dei "privilegiati" rispetto alla stragrande maggioranza dei loro colleghi.