Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/04/2024

Il significato rivoluzionario del Primo Maggio e la questione sindacale

1) Origine, significato e valore del Primo Maggio

La “giornata internazionale del lavoro” venne istituita a Parigi nel corso di un congresso operaio che vide costituirsi, in significativa coincidenza con il primo centenario della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1889, la Seconda Internazionale. Proprio per tale motivo questo anno passerà alla storia come il “secondo ’89”.

Lo scopo dei dirigenti del movimento operaio e socialista che fissarono questo annuale appuntamento, che per decenni avrebbe visto le classi lavoratrici dei più diversi paesi del mondo manifestare per i loro diritti economici, sociali e politici, fu quello di fare del Primo Maggio il momento centrale della storica battaglia per la conquista della giornata lavorativa di 8 ore. La data fu prescelta in ricordo dei fatti di Chicago, dove il l° maggio di tre anni prima si era svolta una grande manifestazione della classe operaia che aveva visto 80.000 lavoratori scendere in sciopero per rivendicare la giornata lavorativa dì 8 ore.

Dopo la sanguinosa provocazione della polizia, che il 3 maggio aveva attaccato i lavoratori dinanzi ai cancelli di una fabbrica, la borghesia nord-americana scatenò una durissima repressione contro i “Knights of Labor” (Cavalieri del lavoro), l’organizzazione che aveva diretto gli scioperi e promosso le manifestazioni dei lavoratori.

Gli effetti della furiosa campagna propagandistica con cui il padronato e il governo attuarono l’azione repressiva al fine di criminalizzare i “Knights” e di isolare il movimento operaio dall’opinione pubblica, furono talmente pesanti e duraturi, che ancor oggi negli Usa i lavoratori sono costretti dal potere capitalistico, il quale ha così cercato di cancellare perfino il ricordo di quei conflitti, a celebrare le loro lotte il primo lunedì di settembre.

A partire dalla sua nascita, indissolubilmente connessa al ricordo dei “martiri di Chicago”, altri significati si sono aggiunti alla “Festa del Lavoro” nei periodi successivi e nel solco delle specifiche tradizioni dei diversi paesi. Ancor oggi il Primo Maggio è una ricorrenza celebrata nei paesi capitalistici e nei paesi del Terzo Mondo. Quando un “leader” carismatico del socialismo italiano, Andrea Costa, affermò nel 1893, a proposito del Primo Maggio: “I cattolici hanno la Pasqua; da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua”, mise bene in luce la portata universale, militante e classista della “festa del lavoro”.

2) Sindacati e partito comunista nel periodo della Terza Internazionale

La Terza Internazionale (1919-1943), dal canto suo, nei momenti più acuti della lotta di classe poneva con forza, contrapponendosi alla tradizione opportunista della Seconda Internazionale socialdemocratica, il problema della separazione dei rivoluzionari dai riformisti:
«Poiché per i comunisti gli scopi e l’essenza dell’organizzazione sindacale sono più importanti della sua forma, essi non debbono arretrare neppure dinnanzi ad una scissione delle organizzazioni all’interno del movimento sindacale, qualora il rinunziare alla scissione equivalesse a rinunziare al proprio lavoro rivoluzionario nei sindacati, a rinunziare al tentativo di fare di questi uno strumento di lotta rivoluzionaria, a rinunziare ad organizzare la parte più sfruttata del proletariato» (“Tesi sul movimento sindacale, i consigli di fabbrica e la Terza Internazionale”, 3 agosto 1920).
E quando le scissioni avvennero per iniziativa dei riformisti, che espellevano i comunisti dai sindacati, e si crearono così sindacati rivoluzionari come in Francia con la CGTU, l’Internazionale détte le seguenti indicazioni:
«Là dove la scissione tra il movimento sindacale opportunista e quello rivoluzionario è già avvenuta, là dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti sussistono organizzazioni rivoluzionarie, anche se non di tendenze comuniste, i comunisti sono tenuti ad appoggiare questi sindacati rivoluzionari, ad aiutarli a liberarsi dei pregiudizi sindacalisti e a portarli sul terreno del comunismo: esso soltanto è una bussola sicura nella confusione della lotta economica.

Là dove nell’ambito dei sindacati o al di là di essi, nelle fabbriche, si costruiscono organizzazioni, come gli ‘shop stewards’ e il consiglio di fabbrica, che si pongono come scopo la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni spontanee e dirette del proletariato, è evidente che i comunisti debbono appoggiare con tutta la loro energia tali organizzazioni» (“Tesi sul movimento sindacale, i consigli di fabbrica e la Terza Internazionale”).
3) Sindacati di base e sindacati confederali

In sostanza la Terza Internazionale subordinava la creazione di una nuova organizzazione sindacale alle seguenti condizioni:
a) quando non è possibile un lavoro rivoluzionario nei sindacati;
b) quando non è possibile fare dei sindacati uno strumento della lotta rivoluzionaria;
c) quando nei sindacati non si riescono ad organizzare i settori più sfruttati del proletariato.
Ora, la domanda a cui occorre rispondere è la seguente: è possibile in questo periodo condurre un lavoro rivoluzionario all’interno dei sindacati confederali?

In effetti, abbiamo visto le espulsioni nella CGIL dei delegati non in linea. Se non è possibile fare un lavoro rivoluzionario nei sindacati confederali, è implicito che non se ne possa fare uno strumento di lotta rivoluzionaria. Per quanto riguarda il terzo quesito, si vede quanto il lavoro precario sia lasciato a se stesso, così come accade in certi settori del mondo del lavoro, dove ci sono situazioni di sfruttamento ai limiti della sopportazione umana.

Bisogna allora riconoscere nella creazione dei vari sindacati di base un’esigenza della parte più avanzata dei lavoratori salariati rispetto ai continui cedimenti dei sindacati confederali.

Per questo motivo è giusto considerare attualmente come prioritario l’intervento dei comunisti all’interno dei sindacati di base per dare a tali organismi un orientamento politico efficace; diversamente, se lasciati alla loro spontaneità, questi organismi possono diventare delle brutte copie dei sindacati confederali, cioè dei micro-sindacati che coltivano il proprio orticello.

Questo non significa però trascurare l’intervento nella CGIL, ossia consegnare alle dirigenze collaborazioniste centinaia di migliaia di lavoratori; sennonché questo intervento va esplicato senza illusioni di sorta circa rotture di massa tra i lavoratori o circa una possibile direzione alternativa.

In realtà, ogni qualvolta la lotta di classe si sviluppa, essa deve affrontare il problema di rompere politicamente ed organizzativamente con le politiche di collaborazione per tendere verso la costruzione di un sindacato di classe e di massa.

Fondamentale resta infine la consapevolezza della differenza irriducibile che intercorre tra il partito comunista e il sindacato: differenza che consiste nel fatto che, per quanto conflittuale possa essere, il sindacato di classe e di massa si limita (non per cattiva volontà ma) strutturalmente a lottare contro gli effetti dello sfruttamento, laddove spetta al partito comunista condurre la lotta strategica contro le cause dello sfruttamento.

4) Il Primo Maggio tra integrazione e conflittualità

Ripercorrere pertanto la storia del Primo Maggio in Italia significa individuare le tappe del lungo cammino del movimento operaio nel nostro Paese a partire dalle grandi lotte combattute per creare i primi embrioni di organizzazione sindacale, cooperativa e infine politica, indispensabili sia per ottenere un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita (tra loro strettamente connesse, come ben presto si capì e come oggi si tende a dimenticare), sia per porre un limite al bestiale sfruttamento capitalistico; passando attraverso il divieto di celebrare la Festa, quando le classi lavoratrici, private dei loro partiti e dei loro sindacati, caddero sotto il giogo della dittatura fascista; per giungere fino ai nostri giorni che vedono, in un quadro che riproduce, all’interno di un regime formalmente democratico, taluni meccanismi nazional-corporativi di quel ventennio, il movimento operaio presentarsi diviso, subordinato ed impotente di fronte a un avversario di classe che, nonostante i suoi acuti conflitti interni, appare invece compatto e sempre più aggressivo.

L’importanza storica e politica (non meramente sindacale) del Primo Maggio, che riceve da questi dati storici un’ampia conferma, spiega l’attuale tentativo, condotto dalle forze dominanti e dal loro agenti interni al movimento operaio, di svuotare tale Festa di qualsiasi contenuto classista e di toglierle ogni carattere militante.

Sennonché la riflessione sul senso del Primo Maggio non può essere disgiunta da un attento esame della situazione attuale del movimento sindacale italiano, che appare sempre più diviso e subordinato (come dimostrano l’imposizione di un modello contrattuale regressivo e peggiorativo, la sostanziale cooptazione della Cisl nel blocco governativo e padronale, la linea incerta, subalterna e rinunciataria della Cgil).

La recessione capitalistica significherà, quindi, per la classe operaia, se questa non sarà capace di stabilire un nesso inscindibile tra le sue forme di organizzazione e le sue forme di lotta, un ulteriore pauroso arretramento su tre decisivi terreni: quello del benessere materiale, quello dei rapporti di forza con la classe capitalistica e quello del livelli di coscienza politica.

Il nostro paese, infatti, a causa della congenita debolezza della sua struttura economica, è destinato a subire le conseguenze più pesanti della congiunzione tra l’ondata recessiva in corso e gli eventi bellici sempre più incalzanti: accentuazione degli squilibri già esistenti nei settori produttivi, aumento del deficit già enorme del bilancio statale, ripresa del tasso d’inflazione, bassi salari, licenziamenti in massa ed espansione dell’esercito della manodopera precaria formato da giovani, donne ed immigrati stranieri, destrutturazione dei servizi sociali (a partire dalla scuola e dalla sanità), crescente impoverimento della popolazione lavoratrice e contestuale arricchimento delle classi dominanti.

In sostanza, i costi più pesanti della crisi e delle manovre di parte padronale e governativa dirette a rialzare un tasso di profitto sempre più declinante, saranno fatti pagare ai lavoratori con un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e con una regolamentazione del diritto di sciopero in senso sempre più restrittivo, sino alla sua pratica vanificazione.

5) Rivendicazioni immediate, memoria storica e prospettiva strategica

Una particolare attenzione deve essere posta da tutti i lavoratori nel contrastare la riproduzione, attraverso l’introduzione dell’autonomia differenziata, delle “gabbie salariali”, ossia di una struttura delle retribuzioni, parimenti differenziata, fra il nord e il sud: tendenza sostenuta in chiave esplicitamente corporativa e nord-sciovinista dalla Lega Nord, che anche su questo piano rivela la sua natura reazionaria di forza di complemento del blocco capitalistico.

La consapevolezza dell’origine, delle cause e dei caratteri dell’attuale situazione delle classi lavoratrici trova oggi il suo fattore unificante, di carattere non solo ideale ma anche materiale, nella lotta contro la guerra imperialista e contro il sionismo, nella denuncia della organica complicità dell’Unione Europea e del governo Meloni rispetto all’una e all’altro, nell’appoggio militante e nella solidarietà con l’eroico popolo palestinese.

In questo senso, la chiara dimostrazione dell’importanza rivoluzionaria e internazionalista del Primo Maggio costituisce un elemento vitale della coscienza di classe dei lavoratori tanto riguardo al loro passato quanto riguardo al loro presente e al loro futuro.

Il Primo Maggio, da questo punto di vista, nonostante le ombre pesanti stese sul suo significato storico e programmatico dal revisionismo e dal riformismo, continua ad irradiare sull’origine e sul destino del movimento operaio la luce potente di una prospettiva di riscatto, di emancipazione e di libertà (quella vera, la libertà dal bisogno): prospettiva che il dominio sempre più feroce e distruttivo delle classi borghesi rende ancor più attuale ed urgente.

Con questa stessa ottica si esprimeva uno scrittore tedesco, Walter Benjamin, “compagno di strada” del movimento comunista nel periodo di ferro e di fuoco della Terza Internazionale, affermando giustamente in una delle sue celebri “Tesi di filosofia della storia” che «il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono» e che «esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante», cosicché «per il materialismo storico si tratta di fissare l’immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo».

Da quando il Primo Maggio fu proclamato “giornata internazionale del lavoro” sono trascorsi centotrentacinque anni. Più di un secolo di lotte, di conquiste, di preziose esperienze, ma anche di sconfitte, di arretramenti e di aspre lezioni.

L’impegno dei comunisti è rivolto a creare le condizioni che, da un lato, permettano alla classe operaia e al popolo lavoratore del nostro paese di ricongiungere la propria azione agli aspetti vivi e attuali di questa secolare vicenda e, dall’altro, li pongano in grado di portare avanti la battaglia per l’emancipazione sociale, difendendo il valore della forza-lavoro, spezzando la cappa soffocante del regime neocorporativo, affermando il proprio controllo sul mercato del lavoro, collegandosi ai nuovi problemi e alle nuove figure che sono emersi nel mondo della produzione e dei servizi, ma soprattutto risolvendo in modo nuovo e creativo il problema della costruzione dei due fondamentali strumenti della loro azione economica e politica: un sindacato di classe dei lavoratori, un partito del proletariato il cui obiettivo sia la rivoluzione socialista.

Di fronte all’attacco politico, ideologico e culturale, che la borghesia capitalistica ha sferrato alla teoria comunista e alla storia del movimento operaio con lo scopo di prevenire, contenere e reprimere la politicizzazione in senso rivoluzionario delle masse lavoratrici, i comunisti debbono rispondere anche sul terreno della ricostruzione della memoria storica del proletariato, mettendo in luce i veri significati del Primo Maggio, giornata di festa, di lotta e di organizzazione dei lavoratori che tornano ad innalzare, sollevandola dal fango in cui l’hanno gettata i revisionisti e i liquidatori di ogni risma, la rossa bandiera che reca il grande appello dettato da Marx e da Engels: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!».

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24/07/2023

Gran Bretagna - Approvata legge antisciopero

La legge anti-sciopero, con la quale Sunak vuole mettere in ginocchio il suo più forte oppositore, il movimento sindacale, avrà conseguenze devastanti.

La legislazione approvata alla Camera dei Comuni (ma respinta dalla Camera dei Lord) è una risposta ai più grandi scioperi avvenuti in questi mesi in Gran Bretagna dagli anni ’80.

D’ora in poi, i lavoratori di cinque settori possono essere licenziati per aver partecipato a scioperi. Nelle ferrovie e nei vigili del fuoco, nel settore della sanità e dell’istruzione, i servizi di base devono essere garantiti anche durante i grandi scioperi. In tal senso l’Italia ha, purtroppo, fatto scuola in negativo.

I sindacati continueranno a lottare, ma il loro potere adesso viene estremamente limitato. Sono anche responsabili del fatto che si sono opposti al disegno di legge troppo tardi e troppo timidamente. Sebbene le Trade Unions abbiano intentato una causa contro la legge, questa adesso è in vigore, firmata dal re.

La Gran Bretagna aveva in precedenza le leggi sindacali più restrittive in Europa. Dall’era Margaret Thatcher negli anni ’80, i diritti dei lavoratori sono stati progressivamente smantellati. Per molto tempo e senza molta resistenza.

Gli scioperi programmati la prossima settimana dai lavoratori della metropolitana di Londra sono stati sospesi.

I membri dei sindacati ferroviari Aslef e RMT avrebbero dovuto intraprendere un’azione sindacale per tutta la settimana in una disputa di lunga data su salari, pensioni e condizioni.

Entrambi i sindacati hanno affermato che sono stati compiuti progressi nei colloqui presso il servizio di conciliazione Acas.

Finn Brennan, l’organizzatore di Aslef sulla metropolitana, ha dichiarato: “Dopo una settimana di intensi negoziati, abbiamo compiuto progressi reali per garantire che le condizioni di lavoro e le pensioni dei nostri membri siano protette dall’impatto dei tagli del governo Tory ai finanziamenti di Transport for London.
Non ci saranno modifiche alle prestazioni pensionistiche prima delle prossime elezioni generali e qualsiasi futura modifica delle condizioni di lavoro e degli accordi sarà effettuata solo mediante negoziazione”
.

Il segretario generale di RMT Mick Lynch ha dichiarato: “Ci sono stati progressi significativi compiuti dal nostro team negoziale nei colloqui Acas con TfL.
Tuttavia, questa non è la fine della disputa né è ancora una vittoria per il sindacato.
Il mandato di sciopero di RMT rimane attivo fino a ottobre e siamo pronti a utilizzarlo se necessario”
.

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18/04/2022

Germania - Aziende e sindacati non vogliono l’embargo al gas russo

La BDA, associazione degli industriali tedeschi (Confindustria, insomma), e la DGB, associazione dei sindacati tedeschi, hanno firmato una nota congiunta nella quale hanno espresso opposizione all’ipotesi di un embargo sul gas russo, paventando una deindustrializzazione della Germania.

In una dichiarazione congiunta all’agenzia Dpa, i presidenti delle due associazioni, Rainer Dulger (BDA) e Rainer Hoffmann (DGB), hanno sottolineato che le sanzioni dovrebbero essere mirate, esercitare pressione sul destinatario e prevenire il più possibile danni alla propria economia.

Secondo Dulger e Hoffman un blocco delle importazioni di gas russo avrebbe invece conseguenze molto più gravi per l’economia e il mercato del lavoro tedeschi che per la Russia.

“Un immediato embargo sul gas comporterà perdite di produzione, arresti della produzione, ulteriore deindustrializzazione e continue perdite di posti di lavoro”, avverte la nota. “Nei prossimi mesi avremo ancora molti problemi da risolvere. Non possiamo agire da una posizione di debolezza”, hanno concluso i due presidenti.

Il portavoce del governo tedesco, Wolfgang Buechner, aveva chiarito in precedenza che le autorità di Berlino si oppongono all’imposizione immediata di un embargo sulle forniture di petrolio e gas dalla Russia.

Il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha più volte sottolineato che il suo esecutivo sta seguendo una strategia di riduzione graduale della dipendenza dalle forniture energetiche russe.

A sua volta Robert Habeck, vicecancelliere e ministro dell’Economia, ha annunciato l’introduzione di un piano di emergenza in caso di cessazione dell’approvvigionamento energetico dalla Russia. Secondo le previsioni ufficiali del ministero guidato da Habeck, la Germania non potrà raggiungere la piena indipendenza dal gas russo prima dell’estate del 2024.

Il petrolio ai massimi da 3 settimane

I prezzi del petrolio sono saliti ai massimi da quasi tre settimane sui timori per l’offerta globale con l’aggravarsi della crisi in Ucraina che solleva la prospettiva di sanzioni più pesanti da parte dell’Occidente sul principale esportatore, la Russia.

I futures del Brent avanzano dello 0,73% a 112,51 dollari al barile, dopo aver toccato il massimo dal 30 marzo di 113,80 dollari.

I futures statunitensi del West Texas Intermediate sono saliti dello 0,69%, a 107,69 dollari al barile, dopo aver guadagnato fino a 108,55 dollari, il massimo dal 30 marzo.

Secondo gli analisti, la guerra tra Russia e Ucraina, senza segni di un cessate il fuoco, sta alimentando i timori di approvvigionamento, soprattutto perché la domanda dovrebbe aumentare con l’avvicinarsi della stagione di guida nell’emisfero nord.

Le previsioni per il mercato del petrolio sono favorevoli a una tendenza rialzista questa settimana con una limitata offerta aggiuntiva proveniente dai principali produttori di petrolio per compensare un flusso ridotto dalla Russia.

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21/08/2021

La FCA di Marchionne corrompeva i sindacalisti Usa

È ufficiale e lo ha riconosciuto la stessa azienda patteggiando, cioè riconoscendo la colpa. FCA, ora Stellantis, dovrà pagare negli USA una multa di 30 milioni di dollari per aver corrotto dirigenti del sindacato dell’auto, quando impose alla Chrysler un accordo capestro per i lavoratori. Come quello di Pomigliano e Mirafiori in Italia.

Negli USA il padrone, se vuole un contratto che rubi ai lavoratori salario e diritti, deve pagare milioni ai sindacalisti. In Italia invece il padrone non ha neanche bisogno di soldi sporchi, politici e sindacalisti si vendono per disinteressato amore per le imprese. O forse no?

In ogni caso questa sentenza negli USA conferma il nostro giudizio su Sergio Marchionne, pace alla sua anima.

Egli fu il più alto livello del peggio del sistema manageriale e imprenditoriale multinazionale. E grazie anche al suo successo e a tutti i suoi seguaci sindacali e politici oggi l’Italia è un paese peggiore. Naturalmente per gli operai e i loro diritti, non certo per i padroni.

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11/03/2021

Lavoro USA, l'illusione della riforma

Secondo la stampa “liberal” americana, quella che la Camera dei Rappresentanti di Washington ha approvato martedì (“PRO Act”) sarebbe una riforma in grado di rafforzare i diritti dei lavoratori USA in una maniera mai vista dai tempi del New Deal rooseveltiano. Il tono quasi trionfale riservato all’iniziativa è tuttavia a dir poco esagerato, ma, se anche fosse giustificato, la celebrazione della presunta nuova era che si prospetta per la “working-class” americana omette o, per lo meno, minimizza un dettaglio fondamentale, che la riforma stessa non ha una sola possibilità di diventare legge degli Stati Uniti.

In primo luogo, il provvedimento, come conferma anche il titolo (“Protecting the Right to Organize Act”), offre solo in apparenza un percorso per il miglioramento dei diritti del lavoro, mentre il suo vero obiettivo è quello di fornire ossigeno ai sindacati. Alla luce dell’involuzione di queste ultime organizzazioni, le due questioni non coincidono o coincidono solo raramente, anche se il Partito Democratico e i media che lo sostengono cercano di promuovere la tesi di un allineamento perfetto dei rispettivi interessi.

La legge è stata licenziata dalla Camera con 225 voti a favore, di cui 5 di deputati repubblicani, e 206 contrari. I punti più importanti riguardano appunto misure che intendono facilitare la sindacalizzazione della forza lavoro e ostacolare i metodi anti-sindacali dei datori di lavoro. Nel mirino della riforma ci sono in particolare le leggi sul cosiddetto “diritto al lavoro” che in molti stati le amministrazioni locali repubblicane hanno introdotto negli ultimi anni. Queste leggi impediscono in genere ai sindacati di raccogliere quote in denaro anche tra i lavoratori non iscritti ma che hanno beneficiato delle contrattazioni collettive. Misure di questo genere trovano talvolta il sostegno degli stessi lavoratori, i quali vedono come illegittimo il prelievo sugli stipendi da versare a organizzazioni che poco o nulla fanno per i loro interessi.

In buona parte per gonfiare le entrate dei sindacati è anche un’altra disposizione di rilievo del “PRO Act”. Per compagnie come “Uber” o “Lyft” sarà cioè più difficile classificare i propri dipendenti come collaboratori autonomi. Anche se apparentemente positivo, il cambiamento nella definizione dei lavoratori sarebbe in gran parte limitato alle questioni relative alla sindacalizzazione del personale. Essendo considerati dipendenti, questi lavoratori potrebbero aderire a un sindacato, e versare le rispettive quote, ma per tutti gli altri aspetti (assicurazione, welfare, straordinari, licenziamenti) resterebbe a disposizione delle compagnie la classificazione di lavoratore “freelance”.

Qualche disposizione autenticamente favorevole alle lotte dei lavoratori è in realtà presente nella legge in discussione, ma è molto probabile che, nel caso dovesse essere approvata definitivamente, queste ultime verrebbero stralciate dal testo finale. Quelle più significative comportano l’abolizione di alcune norme introdotte dalla legge anti-sindacale “Taft-Hartley” del 1947, come il divieto dei cosiddetti “boicottaggi secondari”, ovvero scioperi indetti in appoggio di altri settori industriali in mobilitazione, e la proibizione fatta alle aziende di sostituire in modo permanente i lavoratori in sciopero.

La legge si propone inoltre di assegnare agli organi federali deputati alla risoluzione delle dispute tra lavoratori e aziende gli strumenti legislativi e sanzionatori necessari a svolgere le loro funzioni. L’accertamento dell’applicazione del diritto del lavoro spetta negli USA in particolare al National Labor Relations Board, il cui ruolo è stato però negli anni progressivamente svuotato dalle amministrazioni che si sono succedute a Washington, soprattutto quelle repubblicane.

La nuova legge evidenzia piuttosto chiaramente l’obiettivo generale di inquadrare i lavoratori americani in un sistema di relazioni e regole definite da un lato dalle organizzazioni sindacali e, dall’altro, dalle apposite agenzie federali. In questo modo, si intende contrastare qualsiasi spinta centrifuga che possa sfociare in una mobilitazione indipendente dei lavoratori americani o, comunque, svincolata dagli ultra-compromessi sindacati tradizionali.

L’ipotesi non è del tutto inverosimile se si pensa al discredito dei sindacati, la cui quota di iscritti è crollata sensibilmente negli ultimi decenni. In questo senso, i segnali dell’inquietudine dei lavoratori americani sono stati numerosi in questi anni, dalle resistenze alla ratifica dei contratti collettivi negoziati dai sindacati con i giganti dell’auto all’ondata di scioperi degli insegnanti tra il 2018 e il 2019, fino alle proteste spontanee della scorsa primavera per chiedere la chiusura delle fabbriche non essenziali durante la prima fase della pandemia.

I sindacati che il “PRO Act” vorrebbe rafforzare svolgono dunque un ruolo fondamentale, soprattutto agli occhi del Partito Democratico americano. Queste organizzazioni garantiscono, negli USA come altrove, il contenimento delle tensioni e delle rivendicazioni sociali, in primo luogo attraverso l’isolamento delle singole battaglie dei lavoratori. I sindacati rappresentano poi un serbatoio di voti per i democratici, anche se sempre meno consistente, e una fonte di finanziamento elettorale per questo stesso partito.

Non è dunque una sorpresa che una delle due principali fazioni della classe politica americana abbia fatto propria la campagna per l’approvazione di una nuova legge sul diritto del lavoro, nonostante risponda in maniera pressoché esclusiva a interessi diametralmente opposti. Sull’altro fronte, in linea di massima i repubblicani tendono invece a favorire politiche più apertamente classiste, cercando di liquidare del tutto ogni forma di organizzazione dei lavoratori.

Come spiegato all’inizio, malgrado il rilievo dato all’approvazione alla camera del “PRO Act”, non ci sono chance che la legge possa entrare in vigore. Per via di una norma procedurale anti-democratica, la proposta dovrebbe ottenere 60 voti al Senato per essere approvata in via definitiva. I democratici dispongono di appena 50 seggi e, oltre a non essere unanimemente favorevoli al provvedimento nemmeno i loro senatori, le possibilità di incassare voti repubblicani sufficienti ad approvarlo sono pari a zero.

Il vicolo cieco della “riforma” del lavoro è emblematica della strategia del Partito Democratico e dell’amministrazione Biden. Questa legge era stata ampiamente propagandata durante la campagna elettorale, assieme ad altre iniziative progressiste come il già defunto aumento del salario minimo federale a 15 dollari l’ora. Una volta vinte le elezioni, le misure più “radicali”, quanto meno per gli standard americani odierni, sono state messe da parte o sono oggetto di discussioni e votazioni alla Camera dei Rappresentanti, dove per approvare qualsiasi legge basta una maggioranza semplice.

L’insabbiamento ha luogo poi quasi sempre al Senato, dove il già citato ostacolo procedurale (“filibuster”) viene indicato come un muro insormontabile in assenza di una supermaggioranza da parte dei democratici. Questa regola dei 60 voti per far passare leggi che non hanno implicazioni con il bilancio federale non è tuttavia immutabile e potrebbe essere cancellata con un voto a maggioranza semplice.

Ciò che manca è piuttosto la volontà politica da parte di un partito, come quello democratico, che, vista la sua natura e gli interessi che rappresenta, in un frangente storico segnato dalla crisi del capitalismo e dalla crescente competizione per i mercati internazionali non è in grado di offrire o garantire nulla di genuinamente progressista ai lavoratori americani.

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16/10/2020

Brancaccio - Blocco dei licenziamenti? va prorogato ma non basta

RAI radio uno – Eresie – 16 ottobre 2020 – Le associazioni padronali considerano il blocco dei licenziamenti un provvedimento “stalinista” che opprime la libera iniziativa imprenditoriale e crea un’anomalia italiana che ritarderà la ripresa del paese. Ma a ben guardare il blocco è limitato, al momento non è correlato ad anomalie nell’andamento del rapporto tra Pil e disoccupazione e se prorogato potrebbe fungere da freno contro la minaccia incombente di “doppia recessione”. Invocare però soltanto la proroga del blocco dei licenziamenti non ha senso. I sindacati dovrebbero anche denunciare l’assenza di una pianificazione degli investimenti pubblici all’altezza della crisi e anziché aspettare Godot dovrebbero riconoscere che pure il Recovery Fund rischia di rivelarsi cosa tardiva e modesta. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.



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25/08/2020

“Tutta colpa dei sindacati”: il mantra reazionario di Galli della Loggia

Una delle caratteristiche peculiari della rivoluzione boliviana è consistita nello sforzo di cooptare/integrare una serie di associazioni intermedie – movimenti, sindacati ecc. – nella gestione del potere statuale. Del resto, lo stesso presidente Evo Morales era un leader del sindacalismo indio e non un politico (i partiti della sinistra tradizionale non erano mai riusciti a conquistare il potere e, dopo la svolta “etnicista” dei movimenti contadini, sono stati integrati nel blocco sociale e politico del MAS, il Movimento al Socialismo guidato da Morales e dal vicepresidente Linera).

Nei suoi libri (vedi fra gli altri “Democrazia, Stato, Rivoluzione”, recentemente tradotto da Meltemi) Linera spiega bene il processo attraverso il quale una serie di lotte contro il regime neoliberista hanno dato vita al fronte che ha consentito l’elezione di Morales e la sua conferma (fino al golpe di destra di pochi mesi fa). Spiega inoltre come la sfida più ardua che il nuovo regime ha dovuto affrontare è stata la necessità di riformare quelle strutture statali (burocrazia, magistratura, esercito, sistema educativo ecc.) in cui erano profondamente radicati (attraverso corruzione, legami famigliari, interessi trasversali di élite e lobby economiche, politiche, accademiche e mediatiche) i rapporti di forza di un secolo di dominio coloniale e post coloniale. Uno sforzo riuscito solo in parte, come il successo della controrivoluzione ha dimostrato.

È significativo che una delle più frequenti critiche “di sinistra” rivolte al governo rivoluzionario, fosse quella di avere costruito un dispositivo di governance “corporativa”, in cui il potere decisionale, invece di essere monopolizzato dalle tradizionali strutture e procedure istituzionali (governo, parlamento, democrazia rappresentativa ecc.) veniva condiviso con una serie di movimenti e con i corpi intermedi che ne erano espressione (Linera parlava, in proposito, di “potere della moltitudine”, termine cui dava un significato diverso da quello attribuitogli da Antonio Negri, in quanto non riferito a un insieme di “singolarità” bensì a una aggregazione di soggetti collettivi sindacalmente e politicamente organizzati).

Questo dibattito mi è tornato in mente leggendo un articolo di Ernesto Galli della Loggia, uscito sul Corriere di sabato 22 agosto (“Lo strapotere dei sindacati nella scuola”). Al piano terra del ministero dell’Istruzione, scrive uno scandalizzato Galli della Loggia, si trovano “non si riesce a capire bene autorizzati quando e da chi”, uffici sindacali che in quanto “associazioni private” non hanno titolo di usufruire di quegli spazi pubblici (lo scandalo per l’abuso del potere “privato” riguarda sempre le rappresentanze delle classi subalterne, mai l’occupazione sistematica di funzioni pubbliche da parte di rappresentanti del potere economico, vedi il meccanismo delle “porte girevoli”, che consente a “esperti” già consulenti di grandi gruppi finanziari di divenire ministri della Repubblica o, vedi il caso di Monti, Presidenti del Consiglio).

L’articolo prosegue attribuendo al decennale “strapotere sindacale”, tutti i guai del nostro sistema educativo (le deliranti “riforme” inanellate da governi di destra e sinistra nell’ultimo mezzo secolo non c’entrano nulla!) e inneggiando alla fermezza con cui la ministra Azzolina (da quando si sono “normalizzati” gli esponenti del M5S – anche i più palesemente mediocri – non hanno mai raccolto tanti elogi) “ha coraggiosamente denunciato la resistenza strenua al rinnovamento dei sindacati stessi”.

Esempio di tale resistenza, continua il nostro, sono le polemiche sulla ripresa delle lezioni e sulle garanzie di sicurezza che, bontà sua, riconosce che sono una “questione cruciale”, la quale tuttavia, “si presta fin troppo bene a essere oggetto di agitazione a base di facili (!?) denunce di ritardi e contraddizioni”. Ovviamente per il nostro non spetta ai lavoratori (il che vale, implicitamente, non solo per gli insegnanti ma anche per operai e impiegati delle imprese private) stabilire quale livello di rischio sia accettabile, bensì agli “scienziati”, prontamente evocati in veste di esperti per tacitare dubbi e paure del popolo ignorante.

Dubbi che non possono non aumentare di fronte allo spettacolo delle baruffe fra “competenti” che litigano sostenendo tutto e il contrario di tutto. La gente non si fida, si mette di traverso alle sagge decisioni di istituzioni ed esperti? Colpa dello spirito distruttivo ispirato “al più gretto corporativismo”. La canzone cara ai conservatori e alle sinistre “liberal” latinoamericane, che prima denunciano le pratiche antidemocratiche dei vari Morales, Correa, Lula, Maduro, poi versano lacrime di coccodrillo quando al potere arrivano i Bolsonaro, risuona insomma anche alle nostre latitudini, e risuonerà più forte a mano a mano che bisognerà convincere le persone a immolarsi per rilanciare l’economia a rischio della propria pelle, soprattutto perché ci vedremo presto presentare il conto dei “generosi aiuti” che la Ue ci ha appena elargito (pardon che, forse ci verranno elargiti, se faremo i bravi).

Carlo Formenti

Fonte

28/11/2019

A cinquant’anni dall’autunno caldo

'68-'69, sindacalismo, società italiana

Il ’68 italiano è stato molto diverso da quello europeo e mondiale: l’originalità fu dovuta da quello che, all’epoca, con una certa enfasi abbiamo definito come l’incontro tra operai e studenti “uniti nella lotta” che portò all’apertura di un vero e proprio ciclo politico prolungato nel tempo.

In questa nostra occasione, per evidenti ragioni di economia del discorso, ci occuperemo dell’autunno 1969, l’autunno “caldo” della classe operaia italiana.

Il periodo che si aprì con quell’autunno rimase decisivo per la comprensione della società italiana almeno fino alla svolta degli anni ’80.

Le lotte sociali di quel periodo scatenarono, infatti, tutta una serie di processi che provocarono profonde mutazioni in quasi tutti i settori della realtà sociale.

Cambiarono le istituzioni, furono ridimensionate e riadattate le organizzazioni, si assistette a un vero processo di evoluzione del costume e nella mentalità della società civile attraverso un importante processo di modernizzazione.

L’autunno 1969 rivelò, per il numero e la portata dei conflitti sociali una combattività operaia ineguagliata in Europa; le forme di lotta scelte chiamarono in causa le strutture tradizionali del sindacato; i temi delle lotte, all’interno e all’esterno della fabbrica interpellarono non solo i sindacati ma l’insieme delle forze politiche; l’aspirazione all’unità sindacale, espressa dalla base manifestò una volontà d’espressione politica autonoma della classe operaia.

Debbono essere ricordate, innanzitutto, quelle che erano le nuove domande emergenti in seno alla classe operaia.

Tre di queste riguardavano, più in particolare direttamente o indirettamente, il posto e il ruolo del movimento operaio nel sistema politico.

Si trattava delle domande relative alla democratizzazione delle strutture sindacali, all’unità e al potere politico.

Le risposte a queste domande andarono, necessariamente, ben oltre le funzioni tradizionalmente assolte dai sindacati e ne risultò profondamente modificata la natura dell’insieme dei rapporti sociali mantenuti dalle stesse organizzazioni sindacali.

Gli studi sui conflitti sociali mettono spesso e volentieri l’accento sulla funzione trainante e decisiva svolta da taluni strati sociali tradizionalmente conservatori ma soggetti a un processo di proletarizzazione, o da strati nuovi apparsi con lo sviluppo della società industriale.

L’Italia, a questo proposito, offrì a cavallo del 68-69 una situazione particolare: si verificò infatti una riarticolazione dell’intera società nazionale attorno a tre punti: la crescente importanza dei meridionali nel proletariato non qualificato del Nord, l’impossibile socializzazione di questi meridionali da parte delle forze politiche e la crescente importanza dei tecnici.

Nei quattro anni precedenti all’autunno caldo l’industria aveva creato quasi un milione di posti di lavoro provocando dei veri e propri spostamenti di popolazione dal sud verso il nord, con tutti i problemi che ne seguivano: acculturazione, casa, scuole, sanità, ecc.

Si assistette, dunque, a un gonfiamento e a un ringiovanimento considerevoli della classe operaia: i nuovi arrivati erano per giunta sradicati.

Si costituì così un’inedita “massa critica” nelle grandi metropoli industriali del Nord.

Nel 1969 questa “massa critica” raggiunse dimensioni esplosive.

All’inizio dell’anno la Fiat rese nota la sua intenzione di costruire una nuova fabbrica nella periferia di Torino.

In un anno dovevano essere creati 15.000 nuovi posti di lavoro e si assistette a una nuova, ulteriore ondata migratoria.

A quel punto nacque (dopo tante sporadiche insorgenze specifiche: pensiamo ai fatti di Piazza Statuto, sempre a Torino, nel 1962) un movimento di rivendicazione generalizzato come mai in precedenza.

La popolazione immigrata prese a rivendicare il proprio carattere “nazionale”, esigendo dalle istituzioni un trattamento pari a quello degli altri strati della popolazione a contrasto di latenti forme di razzismo.

I meridionali erano arrivati al Nord sapendo di non poter più fare ritorno a casa, ne era derivato quindi, dopo un periodo di adattamento alle nuove condizioni di vita, un comportamento rivendicativo immediato.

Si pose, insomma, con inedita urgenza il problema della socializzazione della massa immigrata.

Questo compito fu assolto in larga parte dal sindacato e in particolare dalla CISL, attraverso anche un nuovo ruolo assunto dalle ACLI.

Uno degli elementi nuovi e caratterizzanti dello scontro di classe che si verificò in Italia in quel periodo furono le lotte sindacali degli impiegati e dei tecnici che, a partire dal giugno 1968, con gli scioperi della Falck a Milano, avevano interessato più di 30 fabbriche.

Un fenomeno completamente inedito, sia sul piano quantitativo sia sul piano qualitativo nella storia della categoria tradizionalmente condizionata dalle strutture aziendali e dall’ideologia dominante del neocapitalismo.

Il discorso sull’unità sindacale si pose allora come elemento fondante di una ricomposizione sulla base di un’acquisita coscienza di classe, considerato che il peso schiacciante del dominio padronale faceva apparire gli altri tipi di pressione come secondari o derivati.

Il sindacato avrebbe compreso, sul campo, che la sindacalizzazione della categoria dipendeva dalla qualità delle lotte contro il potere padronale e l’organizzazione capitalistica del lavoro.

Angelo Dina scrisse: “La parola d’ordine del controllo operaio non è ormai per il tecnico né una minaccia né un appello a una solidarietà generica, ma una condizione di liberazione”.

Il “lungo” 68-69 italiano aveva, davvero, provocato una svolta d’epoca.

Nuove esigenze di democrazia


Il 1968 e il 1969 furono gli anni in cui apparvero forme diverse di democrazia nella gestione delle lotte.

L’analisi di queste forme di lotta ci indica le caratteristiche comuni, sia di lotte interne o esterne alla fabbrica, sia di rappresentazione di un bisogno di partecipazione collettiva alle decisioni, sia di costante ricerca con altri gruppi sociali, al fine di associarli ai conflitti, trasformare i temi, allargare le basi della contestazione.

Si moltiplicarono i cortei in fabbrica, nei quartieri, i comitati, gli interventi nelle piazze, le assemblee.

Si manifestò un intenso bisogno di partecipazione democratica.

I due “prodotti” più importanti della “mobilitazione partecipante” di quegli anni furono le assemblee e i delegati.

Le prime assemblee apparvero nel 1968 in due luoghi diversi: dapprima nelle università e nelle scuole, dove la mancanza di una struttura organizzativa preesistente non poteva che favorire la generalizzazione di queste nuove istanze decisionali; in seguito nelle aziende, con le lotte degli impiegati e dei tecnici.

Le assemblee furono rapidamente istituzionalizzate, anche dallo “Statuto dei Lavoratori”, votato dal Parlamento il 20 Maggio 1970, che all’articolo 20 specificava: “i lavoratori hanno diritto di riunirsi, nell’unità produttiva in cui prestano la loro opera, fuori dall’orario di lavoro, nonché durante l’orario di lavoro, nei limiti di dieci ore annue, per le quali sarà corrisposta la normale retribuzione”.

I delegati apparvero nel 1968 in diversi luoghi di lavoro, generalizzandosi nel 1969 con procedure e funzioni differenziate.

Possiamo rintracciare, riferendoci all’epoca, quattro tipi di delegati: il delegato designato con un accordo aziendale dopo i conflitti verificatisi sui problemi del lavoro a cottimo; il delegato voluto dal sindacato, fuori dai momenti di lotta, per consolidare la sua presenza nell’azienda; il delegato politicizzato eletto nei reparti in momenti di lotta particolarmente duri, per il valore del suo impegno nel conflitto; il delegato eletto dall’assemblea nei momenti di lotta, per dirigere i dibattiti, organizzare gli scioperi, assicurare i collegamenti con i sindacati.

Una delle caratteristiche fondamentali del periodo che si era aperto con il 1969 risiedeva nell’elasticità delle soluzioni adottate un po’ ovunque e nell’intenso dibattito che, proprio sul tema della democrazia operaia, coinvolgeva le varie organizzazioni.

Già dal 1970 le federazioni dei metallurgici si schierarono a favore di una concezione assai ampia del ruolo e dei compiti del delegato, cercando di portare sullo stesso terreno le confederazioni.

Nuovi equilibri nelle strutture sindacali e il dibattito sull’unità

Alla fine di questo periodo molto intenso e tumultuoso che possiamo definire come quello dell’emergere della nuova classe operaia e dell’affermazione del sindacato dei consigli, ci si trova davanti ad un sindacato sostanzialmente squilibrato le cui strutture variavano a seconda delle federazioni, delle regioni, delle città: talvolta le nuove strutture sostituivano quelle vecchie, in altri casi non era stato possibile insediare le nuove, in altri casi ancora le vecchie e le nuove coesistevano.

Nelle lotte del 1969 si era innanzitutto posta un’esigenza di potere: potere dell’organizzazione (con la gestione delle lotte), potere in fabbrica (con il controllo delle condizioni di lavoro), potere nella società (con la spinta per le riforme).

Il potere del lavoratore poteva però esistere solo se egli era in grado di controllare le sue organizzazioni. Ma occorreva anche che queste ultime fossero forti, ossia unite. Da qui la domanda di unità, costantemente presente fin dal '68.

Come reagirono allora gli apparati di fronte ai nuovi comportamenti unitari apparsi alla base nel 68-69?

Numerose furono, infatti, in questo periodo le richieste d’adesione a tutti e tre i sindacati, o addirittura le richieste d’adesione sindacale in genere, che cioè non indicavano espressamente una preferenza per l’una o l’altra confederazione.

Questi comportamenti andavano contro le tradizioni partitiche di numerosi dirigenti confederali.

Il dibattito sull’unità, dunque, si sarebbe sviluppato a due livelli, e con contenuti diversi, alla base e al vertice delle organizzazioni, oltre tra quelli che, a distanza di anni, potremmo definire come i dirigenti politici del sindacato (leader che cercavano di attuare una politica sindacale autonoma) e i dirigenti-uomini di partito (leader che continuavano a dipendere dai rispettivi partiti).

Il problema dell’unità di base si manifestò, prima di tutto, nell’azione rivendicativa dell’“autunno caldo”, più in particolare nelle grandi aziende.

L’accumulo delle pressioni sul sistema sociale provocò, come si è visto, delle rivolte.

Gli obiettivi immediati di quelle rivolte si potevano trovare, in questo caso, nelle condizioni che, secondo Max Weber favoriscono “l’attività organizzata delle classi”.

Esistevano, infatti, le possibilità di concentrare l’azione in una sfera in cui il conflitto di interessi acquistava un’importanza vitale, si ravvisava l’esistenza di uno “statuto di classe” identico per le grandi masse; l’opportunità, anche sul piano tecnico, per i membri della classe di riunirsi facilmente nelle grandi fabbriche con forte concentrazione di manodopera; l’utilizzo di una leadership orientata verso obiettivi facilmente comprensibili.

Tutto ciò si ripercuoteva sugli apparati che non potevano più eludere il problema.

Quale unità costruire?

Si trattava di sciogliere le centrali esistenti e costruire il sindacato unico a partire dalla strutture di base (delegati e consigli)?

Oppure occorreva ritentare l’operazione del patto di Roma, ossia la riunione delle tre componenti ideologiche del movimento operaio italiano, salvaguardando il diritto di espressione di ciasuna di esse?

Alla fine fu adottata questa soluzione e molti militanti rimasero profondamente delusi di fronte ad un arretramento così evidente rispetto agli impegni presi.

All’epoca delle scissioni avvenute subito dopo la Liberazione non erano mancate le pressioni esterne.

Non mancarono neppure in quest’occasione.

Fin dal marzo 1971 il segretario generale della CISL internazionale, M.Buiter, venne in Italia a chiedere spiegazioni e a mettere in guardia CISL e UIL contro il processo unitario in corso.

Nel maggio del 1971 una delegazione della Cgt-Fo aveva ricevuto, in Francia, una delegazione dell’AFL-CIO, e la stessa AFL-CIO, per bocca del suo rappresentante in Europa, Irvin Brown, aveva dichiarato di non aver mutato opinione rispetto alle posizioni espresse alla fine degli anni’40 sul tema del sindacalismo italiano.

Nella sostanza, pur essendo il quadro sindacale europeo non del tutto ostile al processo unitario, gli “antiunionisti” alla fine, presero il sopravvento, perché le loro “pressioni esterne” s’incontrarono ed intrecciarono all’interno nella situazione italiana.

A questo proposito è necessario rammentare due fatti molto importanti.

In primo luogo nel gennaio del 1972, la Confindustria fece pervenire alle confederazioni un documento sulla situazione economica e sociale italiana.

Questo documento prospettava una situazione economica assai grave (prevedendo tra l’altro un deficit commerciale di 2.000 miliardi di lire per l’anno seguente) e proponendo dei rimedi.

La manovra era astuta: scadevano alla fine dell’anno i contratti di circa 5 milioni e mezzo di lavoratori (metallurgici, chimici, tessili, ecc.) e l’apertura di negoziati al vertice mirava ad impedire l’elaborazione di piattaforme rivendicative alla base.

Le confederazioni si divisero sull’atteggiamento da assumere: la UIL e la CISL furono favorevoli al dialogo mentre la CGIL e le federazioni “unitarie” lo respinsero.

Nacque così una prima grossa divergenza proprio nel momento in cui si tentava di portare avanti l’unificazione.

Il secondo fatto rilevante fu rappresentato dalla svolta a destra nel paese, che fece seguito all’avviarsi della strategia della tensione con le bombe di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969.

L’elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica, alla fine del 1971, richiese ben 23 votazioni (fu “bruciato” il candidato ufficiale della DC, Fanfani) e l’apporto determinante di una quota consistente dei voti del MSI.

Incombente il referendum sul divorzio (la legge Fortuna – Baslini era stata approvata qualche tempo prima) rese complessa la formazione del governo, Leone, quale suo primo atto del mandato presidenziale, sciolse le Camere ed indisse le elezioni anticipate (per la prima volta nella storia della Repubblica) per il 7 Maggio 1972.

Il risultato elettorale confermò la svolta a destra. Il PCI e la DC mantennero le posizioni ma lo PSIUP ed il “Manifesto” persero la loro rappresentanza parlamentare (a sinistra il mancato quorum di queste formazioni, oltre all’MPL e ad altre minori rese inefficace, al fine della divisione dei seggi, oltre un milione di voti).

Il MSI raddoppiò i parlamentari passando da 30 a 56 alla Camera e da 13 a 26 al Senato.

Il risultato elettorale e la strategia della tensione bloccarono definitivamente il processo di unificazione.

Bruno Storti, messo in minoranza in seno alla CISL, fu costretto ad aderire alla proposta dei suoi oppositori e della UIL, per il ripiegamento del progetto unitario su di un “patto federativo”.

Le federazioni della metallurgia, che si erano tutte e tre sciolte nel corso dei primi tre mesi del 1972 in attesa dell’approvazione confederale alla costituzione di un unico sindacato di categoria, dopo aspri dibattiti e nonostante l’avversità delle loro basi di fronte a questo “compromesso d’apparato” approvarono anche loro il progetto di “patto federativo”.

Il “patto” fu firmato a Roma il 3 Luglio 1972, e ratificato il 24 dello stesso mese dai tre consigli generali riuniti.

La struttura stabilita dal patto federativo presentava tre caratteristiche: non era rigida, non escludeva un suo possibile potenziamento, segnava però una battuta d’arresto riguardo alle esperienze unitarie di base, una battuta d’arresto che si sarebbe rivelata irreversibile e infine, per quel che riguardava la composizione degli organismi dirigenti, concedeva troppo ai partiti.

Nonostante l’aspetto transitorio ed evolutivo “il patto” segnò incontestabilmente un secco arretramento riguardo l’insieme dell’esperienza unitaria e delle prospettive che essa aveva aperto negli anni conclusivi del decennio ’60 e in quelli di apertura del decennio ’70.

Infatti, se il Consiglio dei delegati rimaneva l’istanza sindacale di base con poteri di contrattazione sui posti di lavoro, la sua formazione adesso era intesa come restrittiva perché vi era prevista, contrariamente al recentissimo passato, l’assicurazione delle rappresentanze dei tre sindacati nell’esecutivo.

La scelta del patto federativo al riguardo delle esperienze di unità organica progettate in particolare nella metallurgia non consentì forme unitarie organiche comunque denominate e articolate ai livelli verticali e orizzontali, che avrebbero reso di fatto non operante la stessa federazione.

Il passo indietro del progetto unitario era evidente: mutavano i dati di fondo della realtà sindacale di quegli anni, esisteva ormai un movimento operaio assai combattivo, difficile da circoscrivere, ma si operava per evidenziare un divario in seno alla struttura sindacale, tra la base e il vertice, tra una classe operaia non priva di elementi fuori sistema e uno strato di dirigenti, per volontà o per necessità, integrati nel sistema.

'68 studentesco, '69 operaio avevano ormai terminato il proprio ciclo: per dirla con una parafrasi celebre “avevano esaurito la loro spinta propulsiva”, anche se tante cose erano cambiate.

Il riflusso era nell’aria: crisi petrolifera del 1974, austerità, terrorismo, accompagnarono la seconda metà degli anni ’70 preparando il definitivo scenario di sconfitta segnato all’inizio degli anni ’80 dal decreto di San Valentino del 1984.

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29/06/2019

Il sorprendente sciopero delle infermiere irlandesi

In un Irlanda dove molti lavoratori non hanno ancora riscontrato alcun beneficio dalla ripresa economica successiva alla crisi, sono le infermiere a essersi messe in prima linea nella lotta contro l’austerità. Nelle ultime due settimane, i sindacati delle infermiere sono gradualmente riusciti a costruire degli scioperi partecipati che hanno messo pressione al governo rivendicando nuove assunzioni e aumenti salariali. I sondaggi indicano che la lotta delle infermiere è vista favorevolmente dal 74% della popolazione, un numero straordinario.

Lo sciopero ha certamente avuto un effetto importante. Nei tre giorni di forte protesta, 30 gennaio, 5 febbraio e 7 febbraio 2019, tutti i servizi ospedalieri non emergenziali sono stati cancellati, e ciò ha toccato più di 80 mila pazienti. La lotta sembrava destinata a intensificarsi, visto che l’Irish Nurses and Midwives Organization (Inmo) e lo Psychiatric Nurses Association (Pna) avevano minacciato tre giorni consecutivi di azioni di lotta. Uno sciopero di questa portata avrebbe ridotto in ginocchio un sistema sanitario già in sofferenza.

Seppur il conflitto si stesse intensificando, l’opinione pubblica è rimasta saldamente dalla parte delle infermiere. Il 9 febbraio, come segno di questo travolgente supporto, decine di migliaia di persone hanno marciato insieme alle infermiere nel centro di Dublino. Due giorni dopo, i sindacati hanno sospeso le loro azioni, non appena la corte del lavoro ha avanzato una proposta con nuove fasce salariali e opportunità di promozione, che sarà votata dai membri del sindacato a marzo.

Per molti aspetti, è stata una lotta lavorativa tradizionale: ha riguardato stipendi, condizioni di lavoro e si è sviluppata nella consueta escalation di tensione, sospesa solo dopo l’intervento della Corte del Lavoro. Gli strumenti utilizzati dalle scioperanti sono noti a chiunque abbia una qualche familiarità con la lotta sindacale: picchetti intorno alle strutture ospedaliere, canti di slogan, bandiere del sindacato e cartelloni rivendicativi.

Tuttavia che le infermiere siano riuscite in un’azione di questa portata – il più grande sciopero in Irlanda negli ultimi anni – è sorprendente in sé. In un passato non così distante, i professionisti del settore pubblico si sono trattenuti dalla partecipazione alle lotte sul lavoro a causa della combinazione delle leggi sulle limitazioni dello sciopero nei servizi pubblici e di una certa concezione della propria etica professionale. Citando Harry Eckstein, i professionisti medici hanno una «profonda inibizione nei confronti di tutto ciò che sa di sindacalismo», e le associazioni di infermieri solitamente hanno un atteggiamento simile.

Oggi vediamo quanto questo sia cambiato. Nelle economie avanzate, una crescente porzione delle proteste lavorative viene da chi meno ci si aspetta. Insegnanti, infermieri e addirittura i consulenti medici sono entrati in conflitto con il proprio datore di lavoro, che solitamente è lo Stato. Nel portare avanti gli scioperi, lavoratori spesso poco propensi a utilizzare il repertorio delle strategie del movimento operaio, stanno rigenerando la lotta contro l’austerità nel suo complesso.

Professionisti proletarizzati

Che un’azione di lotta di questa portata venga dalle infermiere è particolarmente sorprendente se consideriamo nel lungo periodo la storia del loro associazionismo professionale. Sebbene l’Inmo sia nato nel 1919, si è tenuto distante dal movimento sindacale fino alla fine degli anni '80, indicendo il primo sciopero solo nel 1999. Da allora, tuttavia, ha giocato un ruolo di primo piano nelle lotte per il salario ed è divenuto uno degli avversari più ferventi dell’austerità.

Per decenni l’associazionismo delle infermiere ha mantenuto una posizione subordinata a quella dei gruppi di interesse politici Irlandesi, tra cui è influente anche la pressione conservatrice della Chiesa Cattolica. Ciò si è sposato con una visione sessista dell’assistenza infermieristica come attività caritatevole di stampo femminile, in cui l’accettazione di una paga bassa andava di pari passo con la subordinazione e il senso di devozione che le lavoratrici dovevano mantenere. Eppure il loro associazionismo si è tenuto a lungo lontano dalla lotta per i diritti sul lavoro.

Oggi, visioni di questo tipo sembrano antiquate, soprattutto perché le lavoratrici e i lavoratori sono soggetti alla contraddittoria pressione della professionalizzazione e della proletarizzazione. Ai dipendenti dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria e dei servizi sociali è richiesto di svolgere compiti sempre più complessi e di prendere ora per ora decisioni ad alta responsabilità. Nel caso delle infermiere, questo processo ha gradualmente liberato la professione dalla sua subordinazione ai medici: per esempio, le infermiere irlandesi sono state recentemente autorizzate a prescrivere medicinali.

Tuttavia, questi avanzamenti non sono stati seguiti da un aumento del reddito o dall’indipendenza professionale. Al contrario, queste nuove (semi)professioni si ritrovano spesso costrette tra strutture burocratiche con rigide gerarchie e non sono premiate remunerativamente. Negli anni recenti poi sono divenuti uno dei target principali dell’austerità. I servizi pubblici sono attività altamente dipendenti dal lavoro, gli stipendi infatti possono pesare tra il 60 e l’85% delle spese operative, il taglio dei salari offre perciò l’opportunità maggiore per risparmiare.

L’enfasi sulla necessità di ridurre il più possibile gli stipendi nel settore pubblico si fonde con il discorso neoliberista sulla “competitività”, così caro alle piccole economie aperte come l’Irlanda. In questa narrazione, il settore pubblico è quello «riparato, protetto» che si mantiene isolato dalle pressioni del mercato globale e rappresenta quindi una minaccia per i settori economici «esposti», in quanto offre ai dipendenti delle retribuzioni eccessivamente alte. Più specificatamente, si sostiene che gli stipendi del settore pubblico non siano in linea con la sua produttività.

Questa affermazione è doppiamente problematica. I rilevamenti sulla produttività hanno poco senso in settori dove il rendimento dell’attività non è venduto sul mercato. E la produttività è per definizione più bassa in attività costruite attorno all’interazione umana diretta e in tempo reale, come ad esempio l’istruzione o l’assistenza sanitaria. Spesso, la bassa produttività (una bassa percentuale di studenti per facoltà o di pazienti per infermiere) può essere considerata un segnale di qualità.

Infatti, nel suo recente libro, Il valore di tutto, Mariana Mazzucato sostiene in maniera convincente che le statistiche nazionali sottostimano sistematicamente il valore delle attività del servizio pubblico, per esempio attraverso il non riconoscimento del ruolo cruciale che la salute e l’educazione svolgono nel sostenere il settore privato. Nonostante ciò, la nozione di improduttività del settore pubblico da forma alle più importanti decisioni dei governi e alle raccomandazioni legislative dell’Unione europea, ed è divenuta ancora più forte sulla scia della crisi finanziaria globale.

Le élite irlandesi insistono che la ripresa economica del paese successiva alla crisi sia dovuta a politiche fiscali responsabili, e non alle straordinarie entrate di cui l’Irlanda gode come base finanziaria e di servizi per le multinazionali. Il mantra ufficiale è che l’austerità ha funzionato, e nel caso irlandese l’austerità ha significato ridurre fortemente i salari del settore pubblico. Gli stipendi degli impiegati nel settore pubblico sono stati ridotti ogni anno tranne uno tra il 2008 e il 2014 (e solo nel 2009 la riduzione è stata del 7%).

Alcuni di questi tagli si sono basati su accordi collettivi sottoscritti a malincuore anche dai sindacati, i quali venivano minacciati con misure unilaterali addirittura più severe. Gli accordi prevedevano anche la promessa di tornare indietro sui tagli previsti una volta stabilizzate le finanze pubbliche. Negli ultimi anni, la discussione è perciò virata sul ripristino dei livelli salariali del settore pubblico. Tuttavia, la versione corrente dell’Accordo sulla Stabilità del Servizio Pubblico dà ancora priorità alla disciplina fiscale non occupandosi delle gravi ingiustizie nella gestione dei dipendenti pubblici.

Su chi grava il peso

Riguardando l’intero servizio pubblico (dal lavoro d’ufficio, fino all’applicazione della legge sui servizi sanitari e l’educazione) questo accordo gode del supporto dei sindacati generali del settore pubblico (come il Siptu e l’Impact), i quali di regola evitano il confronto con il governo su vasta scala. Visto che i sindacati professionali del servizio pubblico (incluse le infermiere) avrebbero rischiato di non ottenere nulla andando da soli, hanno sottoscritto l’accordo.

Ma la maggior parte delle infermiere sono rimaste insoddisfatte dal ritmo e dai metodi di ripristino delle retribuzioni. Analogamente a molti altri paesi, il servizio sanitario irlandese sta affrontando una crisi di assunzioni e mantenimento del personale.

Molte delle infermiere irlandesi più qualificate continuano la tradizione di emigrare alla ricerca di salari più alti e migliori condizioni di lavoro in Australia, Canada, Usa o anche nel Regno Unito. Altri se ne vanno per approdare al settore privato. Sommato tutto, la carenza di personale significa una vita lavorativa estenuante e un grosso rischio di crisi da stress per quelli che non sono usciti dal sistema sanitario. È in questo contesto che le infermiere hanno deciso di lanciare la campagna di quest’anno sulla retribuzione.

Il dibattito pubblico tra il governo e i sindacati delle infermiere è ruotato intorno al tema di cosa costituisca un comportamento responsabile in un tale contesto. Il governo insiste sulla presunta necessità di sostenere la responsabilità fiscale.

Il primo ministro (Taoiseach) Leo Varadkar, si è persino spinto a sostenere che lo stato irlandese non può permettersi aumenti salariali del settore pubblico perché deve risparmiare fondi in preparazione di una dura Brexit. «Devo essere Taoiseach per l’intero paese», ha detto Varadkar durante un dibattito nel parlamento irlandese.

La sua dichiarazione è un promemoria di come agisca il governo quando si trova in dispute con i sindacati del settore pubblico: prova a dare un’immagine di sé come guardiano dell’interesse pubblico contro gli irresponsabili gruppi di interesse particolare. La credibilità del governo nello spendere responsabilmente le proprie risorse tuttavia è stata screditata dalle rivelazioni sul costo di un nuovo ospedale per bambini (ancora in costruzione) che ha superato i 400 milioni di euro, un episodio che il ministro della salute ha tentato di insabbiare. In confronto, l’accordo attualmente sul tavolo per risolvere le tensioni con le infermiere costerà al massimo 35 milioni di euro l’anno.

A parte la questione della responsabilità fiscale, i sindacati del servizio pubblico per vincere dispute di questo genere devono essere in grado di convincere i cittadini che non stanno solo lottando per stipendi più alti, ma anche per servizi pubblici di maggiore qualità. Il supporto pubblico è l’arma più potente in mano ai sindacati. L’interruzione del servizio non può fare molti danni finanziari a un governo, in quanto le tasse continuano a essere raccolte mentre il pagamento degli stipendi è sospeso; parallelamente, ci si aspetta che i sindacati coprano le remunerazioni perse dagli scioperanti attraverso i loro fondi per lo sciopero.

Gli organizzatori delle lotte devono anche guardarsi da chi li indica come pericolosi per le vite dei pazienti. Infatti, anche se i servizi di emergenza e soccorso fossero pienamente funzionanti durante lo sciopero delle infermiere, i media irlandesi hanno fatto circolare notizie allarmistiche.Tuttavia, i sindacati sono vivi in questa battaglia mediatica.

L’Irisih Nurses and Midwives’ Organization ha la fama di prendere seriamente le preoccupazioni dei pazienti, già prima dell’attuale sciopero. Dal 2004, l’Inmo ha raccolto dati sul numero di pazienti che giacevano sulle barelle nei reparti e nei pronto soccorso degli ospedali. A questa semplice misurazione è stato anche conferito valore dal Hearth Service Executive; l’Inmo in un secondo momento l’ha poi utilizzata per evidenziare un aspetto del sottofinanziamento degli ospedali tra i più drammatici e che può quindi mobilitare più facilmente la sensibilità dell’opinione pubblica rispetto alle sole cifre della lista d’attesa.

Durante lo sciopero, le leader delle infermiere si sono anche appellate al concetto di sicurezza del paziente, sostenendo che gli attuali livelli di personale sono pericolosi. È stata resa esplicita la catena causale iniziata dai bassi salari, i quali hanno portato all’emigrazione e alla carenza di manodopera, per arrivare infine a orari di lavoro eccessivi che hanno sfiancato il personale residuo.

Seppur i gruppi di difesa dei pazienti si siano astenuti dal prendere posizione nella disputa, il livello del supporto che le infermiere hanno ricevuto durante il loro corteo a Dublino e la copertura mediatica favorevole suggeriscono che le strategie dei sindacati hanno avuto successo. Un sondaggio condotto un giorno prima dello sciopero su un campione di 1.000 persone ha mostrato che il 74% supportava la protesta. Oltretutto, a partire dal 7 febbraio 2019, più di 68 mila persone hanno espresso il proprio sostegno firmando una petizione online che «invita il governo a prendere provvedimenti e ad aumentare le retribuzioni di infermieri e ostetrici per garantire personale adeguato».

Per decenni, i sindacati nel Nord del mondo hanno dovuto sopportare l’accusa di irresponsabilità economica. Le élite politiche ed economiche incolpavano i militanti sindacali per la crisi di stagnazione degli anni '70, anche se il collegamento causale non è stato mai provato. Sulla scia dell’assalto neoconservatore degli anni '80, i leader sindacali hanno interiorizzato questa responsabilità e, ovunque hanno potuto, hanno preso parte a patti sociali che hanno preservato il loro status istituzionale, ma che non hanno portato grande apporto materiale ai propri aderenti.

La crisi del 2008 ha trovato un movimento sindacale i cui membri erano decimati e il cui centro di gravità si era spostato verso il settore pubblico. Le élite politiche ed economiche hanno usato l’austerità post-2008 anche come un’opportunità per lanciare un altro duro colpo al movimento. Tuttavia, hanno anche provocato una nuova radicalità dei sindacati del settore pubblico che può essere uno dei primi segnali di rinnovamento del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici.

Molti osservatori (anche quelli di sinistra) pensano che lo spostamento delle proteste del lavoro verso il settore pubblico peggiori l’immagine dei sindacati come gruppi irresponsabili di interessi particolari. Il messaggio principale dello sciopero delle infermiere irlandesi è che non è necessariamente così. I sindacati possono mostrare la propria responsabilità sociale senza rinunciare ad azioni radicali in difesa dei salari e dei servizi pubblici.

di Imre G. Szabó detentrice di ricerca post-dottorato all’University College di Dublino, si occupa di sindacati e della governance economica dell’Unione europea.

Fonte

16/05/2019

La relazione europeismo-corporativismo nei sindacati


di Domenico Moro per laboratorio21

Da circa dieci anni l’austerity europea, combinata con la più grave crisi economica dal 1929, sta devastando la società europea. I danni più gravi sono stati sopportati dal lavoro salariato che ha registrato importanti balzi all’indietro a tutti i livelli. Eppure, le mobilitazioni più importanti contro l’austerity europea sono venute soprattutto da movimenti extrasindacali sorti fuori dai luoghi di lavoro, come gli indignados e i gilet gialli, invece che dalle organizzazioni tradizionali dei lavoratori.

Non sono mancate le eccezioni, come in Francia, dove negli ultimi anni si sono avute alcune forti mobilitazioni sindacali, anche recentemente, come nel caso dei ferrovieri. Invece, le mobilitazioni contro l’austerity e le controriforme del mercato del lavoro, delle pensioni, ecc. sono state particolarmente deboli nel nostro Paese, dove persino i provvedimenti del governo Monti, di gran lunga il peggiore almeno dell’ultimo decennio, sono passati senza alcuna opposizione da parte dei sindacati principali.

Le ragioni della particolare debolezza della riposta sindacale in Italia sono molteplici, e vanno dalle massicce delocalizzazioni alla estrema frammentazione contrattuale del lavoro salariato. Ma, almeno in parte, sono da ascriversi alle scelte politiche del sindacato stesso, in particolare al connubio di concertazione, neocorporativismo e filo-europeismo, che ha caratterizzato i tre principali sindacati italiani, compreso il maggiore, cioè la Cgil.

Un appello e una lettura dell’Europa sbagliati

Il recente Appello per l’Europa, firmato congiuntamente da Confindustria e sindacati (Cgil, Cisl e Uil), è la dimostrazione emblematica di questa situazione. L’organizzazione che rappresenta i maggiori beneficiari delle controriforme europee, le grandi imprese internazionalizzate, e le organizzazioni che dovrebbero rappresentare i più penalizzati, i lavoratori salariati dell’industria, firmano insieme un manifesto che riproduce quelle illusioni sull’Europa nelle quali forse si poteva cadere qualche anno fa, ma che ora non ha più senso ripetere. L’Europa è, secondo gli estensori del manifesto, terreno di benessere, pace e democrazia e come tale va difeso.

Il processo di integrazione europeo continuerebbe a favorire “la coesione tra i Paesi” e a garantire “benefici tangibili e significativi”. Eppure, è sotto gli occhi di tutti che i vincoli europei hanno impedito di contrastare la crisi, che i meccanismi dell’euro hanno portato non alla convergenza ma alla divergenza delle economie europee e che l’Europa occidentale è, tra le aree più industrializzate, quella in maggiore difficoltà. Lascia, inoltre, perplessi l’attribuzione di “garanzia di pace” all’integrazione europea, che, invece, sta alimentando nazionalismi, competizione e proxy war tra Stati europei per la conquista di sbocchi economici e materie prime, come accade in Libia tra Italia e Francia. Senza contare che le guerre nei Balcani negli anni Novanta e oggi in Ucraina sono state fomentate anche dalla Ue e dai suoi Stati principali, come la Germania.

Non parliamo poi della democrazia. Questa è la vittima principale della Ue e dell’euro, che determinano il prevalere degli esecutivi e di organismi “tecnici” non eletti, come le Bce e la Commissione europea. In questo modo, i Parlamenti nazionali vengono espropriati della capacità di controllare le scelte di politica economica e sociale, vanificando la sovranità popolare e democratica sancita dalle Costituzioni nazionali.

Infine, di particolare debolezza e astrazione dalla realtà sono le proposte del manifesto. Si propongono alcune misure – investimenti europei finanziati da eurobond, l’esclusione dei cofinanziamenti nazionali dal Fiscal compact, l’aumento degli investimenti pubblici – la cui realizzazione è resa impossibile dai Trattati e dai meccanismi dell’euro oppure che sono già state rifiutate da molti Paesi della Ue, tra cui la Germania, perché non c’è alcuna disponibilità ad accollarsi a livello europeo il debito pubblico di singoli Paesi in difficoltà.

Altrettanto illusoria è la proposta di rafforzare la politica estera europea che, fino ad ora inesistente, è stata definitivamente affossata dal recente Trattato di Aquisgrana, che dimostra l’aspirazione dell’asse franco-tedesco a svolgere un ruolo egemonico nelle istituzioni europee e ad agire autonomamente al di fuori dell’Europa. Tuttavia, definire quest’appello un errore sarebbe sbagliato, perché esso è la logica conseguenza di un percorso ormai piuttosto lungo dei maggiori sindacati italiani, che ha visto il saldarsi di nuove forme di corporativismo – il principio della concertazione ad esempio – con l’accettazione dei vincoli esterni europei.

Le origini del “male”, l’accettazione della politica dei sacrifici e il vincolo esterno

L’origine di questo connubio è da far risalire alla metà degli anni ’70. Era quello il periodo del “compromesso storico” del Pci1, che nel 1976 organizzò, attraverso il Cespe (il centro studi di politica economica del Pci), un convegno sul tema della crisi, del costo del lavoro e dei condizionamenti internazionali dell’Italia2. Nel convegno fu presentata la posizione di Modigliani, che proponeva la cancellazione della scala mobile e la moderazione dei salari, alla cui crescita, a seguito della imponente stagione di lotte tra ’69 e primi ’70, era imputata l’alta inflazione.

La tesi di Modigliani è la stessa che abbiamo sentito negli ultimi decenni: flessibilità (ovvero moderazione salariale per gli occupati) in cambio di nuova occupazione. È quella che sarà chiamata “politica dei sacrifici”, grazie alla quale ottenere la piena occupazione, il riequilibrio dei conti con l’estero e la riduzione dell’inflazione, che era ritenuta il principale problema dei lavoratori dal sindacato e dal Pci. Per Modigliani il vincolo esterno, cioè il mercato mondiale, doveva fungere da regolatore dei salari, attraverso la liberalizzazione degli scambi internazionali. Questa posizione fu osteggiata da altri economisti, tra i quali Caffè, che, invece, riteneva che la difesa degli interessi dei lavoratori passasse attraverso un maggiore controllo statale sulle importazioni e sui movimenti di capitale collegato alle politiche di investimento pubblico e alla pianificazione.

I massimi esponenti della Cgil dell’epoca si espressero a favore di Modigliani e contro le posizioni di Caffè. Luciano Lama, segretario generale della Cgil, bollò le proposte di Caffè come protezioniste, e, in quanto tali, generatrici “di una rapida uscita dell’Italia non solo dal serpente monetario europeo3 ma anche dal novero dei paesi industrializzati”, mentre Trentin, responsabile della Fiom, accettò di moderare le rivendicazioni dei salariati in cambio della “possibilità offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici.”

Il Pci e con esso la Cgil finì per sposare le tesi di Modigliani secondo cui, dato che il vincolo esterno era ritenuto inamovibile, l’Italia non avrebbe potuto affrontare la crisi se non tagliando occupazione e salari. Nella relazione di Eugenio Peggio, responsabile del Cespe e deputato del Pci, si accetta la necessità di allineare il costo del lavoro ai paesi concorrenti, come condizione per continuare a stare in una economia aperta senza dover introdurre elementi protezionistici. Dunque, è sulla base di queste considerazioni che il Pci appoggiò le politiche di compressione salariale e deflazionistiche varate dal governo Andreotti nel 1976.

Nonostante la buona fede del segretario del Pci, appare evidente che la “teoria dell’austerità”, presentata da parte di Berlinguer come lotta al consumismo, costituì la giustificazione sul piano ideologico delle misure di compressione salariale. Il cedimento del Pci fu veramente grave perché aprì il fianco alla strategia del capitale – esemplarmente sostenuta da Giudo Carli4 – in base alla quale le difficoltà dei conti con l’estero e dell’inflazione venivano usate come pretesto per attaccare il movimento operaio nel suo momento di maggiore forza. Queste posizioni portarono alla cosiddetta svolta dell’Eur (1978) in cui il sindacato accettava di perseguire la moderazione salariale. La filosofia dietro la svolta è illustrata con chiarezza da Lama in una intervista, rilasciata il 24 gennaio 1978 a Eugenio Scalfari su la Repubblica:

“…la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza.”

Nonostante gli auspici dei leader sindacali, la classe lavoratrice finì per essere colpita su due fronti, oltre che su quello dell’inflazione anche su quello della disoccupazione. Intanto, le singole confederazioni della Cgil cercavano in tutti i modi di ottenere miglioramenti salariali, dimostrando a governo e Confindustria che la Cgil e il Pci non avevano il pieno controllo della spontaneità operaia. Del resto, il Pci e la Cgil finirono per scavare un solco tra loro e diversi settori popolari, specialmente giovanili, che alimentarono il movimento del ’77 e sfociarono nella contestazione di Lama all’Università di Roma. Inoltre, il Pci, a causa della sua politica di cedimento verso l’austerity, registrò un calo di voti alle elezioni del 1979. Ovviamente non possiamo confondere il Pci, neanche quello del compromesso storico, con i partiti che nasceranno dalla sua dissoluzione, Pds, Ds e Pd, né Berlinguer è paragonabile con D’Alema o con Bersani, tantomeno con Zingaretti.

Ma sarebbe anche storicamente e politicamente onesto riconoscere che la fine del Pci nonché l’evoluzione dei suoi succedanei e del sindacato dai primi anni ’90 ad oggi non cadono direttamente dal cielo ma hanno cause storiche precise. Tanto che si rimane impressionati da come i temi al centro del dibattito politico siano, dagli anni ’70 ad oggi, più o meno sempre gli stessi: lo scambio tra diritti (flessibilità e salario) e occupazione/crescita (perennemente tradito), il vincolo esterno e la paura dell’inflazione come nemico principale da battere, resi sempre più stringenti attraverso i vari trattati (da Maastricht in poi fino al Fiscal compact) e dall’introduzione prima dello Sme e poi dell’euro.

Dopo la parentesi degli anni ‘80, caratterizzata da un relativo indebolimento delle lotte, lo stesso atteggiamento che nel 1976-1977 troviamo nel sindacato, e in particolare nella Cgil, lo ritroviamo anche negli anni ’90, ma evoluto in peggio. Infatti, il Pci si è ormai sciolto, dividendosi in due tronconi, e, quindi, non c’è più una sponda politica che possa, sebbene in modo limitato, offrire un argine allo smottamento a destra delle posizioni del sindacato. Anzi, il 1992 è l’anno del Trattato di Maastricht, che viene votato anche dal partito più grande che proviene dall’esperienza del Pci, il Pds, mentre l’erede più piccolo, Rifondazione comunista, è il solo partito (o quasi) a votare contro il trattato che inciderà in modo pesante sui rapporti tra capitale e lavoro a favore del primo.

Proprio la debolezza politica dei partiti, usciti ridimensionati, quando non completamente distrutti, da “Mani pulite”, accentua la tendenza del sindacato, cioè di Cisl, Uil e soprattutto Cgil, a svolgere una funzione di supplenza politica, che si estrinseca nella cosiddetta concertazione. Il sindacato è la controparte diretta, insieme alla Confindustria, del governo nella definizione di accordi generali su aspetti importanti di politica economica e sociale, stabilendo così una forma di neocorporativismo.

È una novità in Italia, dal momento che la triangolazione Stato-imprese-sindacati era storicamente appannaggio di Paesi del Centro e del Nord Europa come la Germania e la Svezia. Con la giustificazione delle difficoltà italiane ad allinearsi ai criteri di Maastricht, accentuate dalle crisi economiche e dalla crescita del debito tra i primi anni ’80 e i primi anni ’90, il sindacato, a partire dalla Cgil, cede pezzi sempre più importanti delle precedenti conquiste dei lavoratori. Fra l’altro, mentre il sistema dei partiti è indebolito, al governo vanno i cosiddetti “tecnici”, che non devono rispondere all’elettorato e pertanto sono i più adatti a implementare politiche restrittive, anticipando quanto sarà svolto, grazie all’euro, nel periodo della crisi del debito dopo il 2011, in specie durante il governo di un altro tecnico, Mario Monti.

A quella fase possono essere fatti risalire gli accordi tra governo e sindacato del 1992-1995. In primo luogo, quello del luglio 1992 (accordo Amato), che stabilisce “di riconvergere verso i parametri dell’accordo di Maastricht” e la necessità “di recuperare piena credibilità internazionale” (temi che saranno il leitmotiv degli ultimi vent’anni fino a diventare il nocciolo del dibattito politico dopo la crisi del debito sovrano), impegnando le parti sociali, e in particolare i sindacati, a comportamenti coerenti per uscire dalla crisi, come risulta chiaramente dal passaggio seguente.

“Il Governo ritiene che, per conseguire apprezzabili risultati nell’abbattimento dell’inflazione, rafforzare la competitività dei nostri prodotti sui mercati internazionali e garantire la stabilità del cambio, occorra rendere coerente la dinamica delle retribuzioni unitarie e del costo del lavoro con l’inflazione programmata.”5

Si tratta di una scelta che avvantaggia le imprese, perché, essendo l’inflazione programmata inferiore a quella reale, ciò significa una riduzione dei salari reali a fronte di prezzi e quindi di profitti più alti. All’accordo Amato seguono quello del luglio 1993 (accordo Ciampi), che stabilisce formalmente la concertazione e quello del 1995 (accordo Dini), sulla riforma del sistema pensionistico, che introduce il sistema contributivo al posto di quello retributivo e la previdenza complementare. Ovviamente, tutti questi accordi sono inseriti nel solco dei provvedimenti indirizzati a stare all’interno del processo di convergenza definito dai trattati europei e finalizzato all’entrata nell’euro.

L’ultimo periodo della CGIL, la crisi dei corpi intermedi e la necessità della politica nel sindacato

Tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo secolo, Uil, Cisl e Cgil in particolare continuano a svolgere un ruolo di supplenza nei confronti della politica. Ciò accade soprattutto durante la segreteria di Cofferati, che diventa una delle personalità più di spicco del Paese, tanto da far sperare che la sinistra possa ricostruirsi attorno alla sua figura. In realtà, terminato il suo mandato alla segreteria Cgil, Cofferati finirà per passare in secondo piano, dopo un deludente periodo ai vertici del comune di Bologna. Il sindacato non è riuscito a rinnovare la politica italiana, malgrado abbia fornito numerosi dirigenti ai partiti.

L’opera del sindacato è caratterizzata dal completamento della sua trasformazione da organizzazione di lotta a soggetto della concertazione e a gestore di servizi, anche attraverso gli enti bilaterali. Questi rappresentano, insieme alla concertazione, un pilastro del neocorporativismo sindacale, essendo un importante momento di collaborazione con le associazioni imprenditoriali per la gestione di fondi e l’erogazione di pezzi di welfare e di attività di formazione. Sul piano politico, la Cgil in particolare ha svolto un ruolo, in alcuni casi determinante, di contrasto ai governi Berlusconi.

Viceversa, l’atteggiamento nei confronti dei governi Prodi è stato di appoggio attraverso il legame che la Cgil ha mantenuto con il Pds-Ds e in misura inferiore con il Pd grazie anche al passaggio di una serie di dirigenti e funzionari dal sindacato al partito. Il sindacato in questo periodo ha cercato di difendere il suo ruolo nella concertazione, fino ad arrivare a rimettere in discussione alcune decisioni, paradossalmente più avanzate (sulla previdenza), del governo Prodi II.

La crisi del 2007-2009 e la successiva crisi del debito sovrano nel 2011 sconvolgono, insieme all’assetto sociale, anche il ruolo dei sindacati nella definizione delle politiche sociali ed economiche, che è reso sempre più marginale. Infatti, la politica economica e sociale è sempre più stretta nei vincoli europei e qualunque deviazione viene rintuzzata dalla Bce e dalla Commissione europea. Anche il sindacato subisce per certi versi la tendenza all’indebolimento che investe tutti i corpi intermedi.

Ne è dimostrazione l’inazione di fronte ai provvedimenti dei governi di questi anni, a partire dalla riforma Fornero durante il governo Monti, che passa quasi senza colpo ferire da parte di Cgil, Cisl e Uil, e la cui contestazione è egemonizzata più di recente dal M5s e dalla Lega. Tuttavia, mentre i nuovi partiti riescono a sopravvivere sulla base del riflesso mediatico e come espressione degli interessi economici dominanti, pur mutando il loro carattere da quello di partito di massa e radicato sul territorio a quello di partito basato sulla comunicazione e sulla leadership carismatica, il sindacato rimane ancorato alla sua base sociale e territoriale anche grazie al servizio, che, sebbene in modo corporativo, svolge dentro e fuori i posti di lavoro.

Il punto più basso del coinvolgimento del sindacato nella definizione delle politiche pubbliche e, di conseguenza, nel suo rapporto con il centro sinistra e il Pd avviene durante la segreteria Renzi. Questi, infatti, teorizza la “disintermediazione”, cioè l’eliminazione dei corpi intermedi, che viene sancita nella sua proposta di riforma costituzionale. La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale dimostra, però, che il sistema non sopporta mutamenti così bruschi, che, dal punto di vista del capitale, non sono neanche così necessari, vista la funzione neutralizzante della sovranità democratica da parte dei vincoli esterni rappresentati dai trattati europei e dall’euro. Al contrario, il sindacato può trovare una collocazione nella sua forma corporativa nell’attuale assetto istituzionale basato sulla combinazione tra Stato nazionale e organismi sovranazionali.

L’elezione di Landini a segretario della Cgil appare come un tentativo di rilancio del ruolo del sindacato, appannatosi dopo le vicende degli ultimi anni. Fra l’altro l’elezione di Landini è avvenuta quasi in concomitanza con quella di Zingaretti a segretario del Pd, e può rappresentare il ritorno a una qualche forma di collaborazione tra Pd e Cgil. Del resto, il carisma della figura di Landini può poco per mutare l’indirizzo del sindacato, se non si prendono di petto i nodi dirimenti centrali, che sono la concertazione, ossia la collaborazione con le imprese e con Confindustria, e i vincoli europei. Invece, l’Appello per l’Europa dimostra, come abbiamo visto, che la Cgil rimane nel solco della tradizione ormai pluridecennale europeista e di collaborazione con le organizzazioni datoriali. La mancanza di una mobilitazione spontanea in Italia, a differenza di quanto accaduto nei principali Paesi europei – Spagna, Francia e Regno Unito – dipende, tra le altre cose, dalla relativa forza che il sindacato concertativo continua ad avere e dal suo ruolo come ammortizzatore/anestetico del disagio sociale.

Per questa ragione è bene riprendere in mano la questione sindacale, che assume un nuova centralità in quanto è uno dei nodi per la ripresa dell’antagonismo di classe. Secondo un'interpretazione corrente, il sindacato e il partito agiscono su terreni diversi, il primo nella sfera dell’economia e il secondo in quella della politica. In realtà, queste due sfere sono sempre state strettamente intrecciate. Nel corso della storia del movimento operaio, il sindacato ha spesso deciso o contribuito a decidere l’orientamento del partito di riferimento. In sostanza è stato sì “cinghia di trasmissione”, ma spesso non dal partito ai lavoratori, bensì dai centri dirigenti del sindacato nei confronti del partito.

L’esito di tale condizionamento è stato più frequentemente di segno negativo, permettendo di sconfiggere la sinistra interna ai partiti operai, come la storia tedesca della Spd e della Seconda internazionale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dimostra. Tuttavia, qualche volta è stato anche di segno positivo, favorendo la sinistra del partito, come avvenuto di recente con l’elezione inaspettata di Corbin a segretario del Labour party. Ne consegue che l’approccio al tema del sindacato non può che essere politico. È vero che il sindacato è la forma immediata e quindi più facile di organizzazione del lavoro, rappresentando il primo gradino nella partecipazione attiva dei lavoratori. È, però, altrettanto vero che non si può separare il sindacato e la sua azione da una critica politica più generale, pena il ricadere sotto l’egemonia delle compatibilità con l’esistente, cioè con il capitalismo nelle forme che esso di volta in volta assume.

Note:
1 Il compromesso storico fu un tentativo, attraverso un accordo con la Dc, di rompere la conventio ad excludendum che impediva al Pci di partecipare ai governi della Repubblica.

2 L’episodio e il suo contesto storico sono ben ricostruiti da Thomas Fazi nel suo “Sovranità o barbarie” pp.90-98.

3 Il Serpente monetario europeo fu un accordo che imponeva un margine di fluttuazione limitato tra le valute di Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

4 Guido Carli, governatore della Banca d’Italia per 15 anni e ministro del Tesoro nei governi Andreotti VI e VII, fu uno dei principali fautori del vincolo esterno europeo per costringere il Parlamento ad accettare politiche restrittive di bilancio.

5 Protocollo 31 luglio 1992 tra Governo e Parti sociali – Politica dei redditi, lotta all’inflazione e costo del lavoro.

Fonte

24/01/2019

La marcia del gambero della CGIL

La paura del voto ha portato la CGIL indietro di quasi trent’anni. Non alle lotte di allora, beninteso, che sarebbe una buona cosa, ma alla struttura interna ingessata tra le componenti, allora di partito. Ora i partiti non ci sono più ma quella ingessatura torna.

L’accordo tra Landini, Camusso e Colla per la gestione cosiddetta “unitaria” del più grande sindacato italiano è una ulteriore dimostrazione della sua involuzione e crisi. Non che il voto tra i due avrebbe rappresentato di per sé un progresso. Landini e Colla si contrapponevano alla carica di segretario generale non avendo dichiarato nessuna differenza politica, facendo parte dello stesso documento congressuale che aveva ricevuto il solito 98% nei congressi di base, con una partecipazione reale bassissima, poi come sempre gonfiata dai dati ufficiali finti.

Tuttavia il voto tra i due candidati avrebbe sconvolto le certezze burocratiche dell’organizzazione, avrebbe forse aperto qualche spiraglio ad un salutare confronto di posizioni. Forse avrebbe davvero costretto i due candidati a dire qualcosa di diverso l’uno dall’altro.

Proprio per evitare questo alla fine si è giunti all’accordo, che instaura la carica di vicesegretario della CGIL – anzi, di doppio vice segretario per la “questione di genere” – carica inesistente nello Statuto. Si annuncia così un Manuale Cencelli nei ruoli di direzione che si diffonderà rapidamente in tutta l’organizzazione.

In un certo senso la Cgil torna all’architettura con la quale era organizzata nel passato, quando il direttivo nazionale era spartito a tavolino tra un 60% di comunisti, un 35 di socialisti e il resto alle varie anime della sinistra radicale. E i socialisti avevano il vice segretario, chiamato segretario generale aggiunto. Poi lo scioglimento del PCI e la fine del PSI privarono di senso le componenti di partito, che furono superate, anche per merito della minoranza di Essere Sindacato, che nel 1991 fece saltare il banco, presentando al congresso un documento politico alternativo a tutta la vecchia maggioranza dell’organizzazione.

Ovviamente la diarchia Landini - Colla non può materialmente riproporre una CGIL finita negli anni '80. Però la sostanza sarà che la corrente del vicesegretario finirà per essere sempre più identificata ed identificarsi con un PD derenzizzato, mentre la maggioranza landiniana dovrà inventarsi una identità che non ha. Quale sarà?

Landini viene eletto segretario per accordo politico con Susanna Camusso, la cui direzione della CGIL è sicuramente stata la peggiore dal dopoguerra. Il più grande sindacato si è inabissato nel burocraticismo, nella marginalità e nella inconsistenza dell’iniziativa, cui hanno corrisposto catastrofici arretramenti delle condizioni di lavoro, precarietà, disoccupazione. E la legge Fornero ed il Jobsact, lasciati passare dalla CGIL senza reagire.

Landini divenne un leader nazionale quando nel 2010 disse NO al piano Marchionne. In realtà quel suo “no” era frutto della storia di un quindicennio della FIOM, che a partire dagli anni '90 aveva assunto un profilo politico e sindacale decisamente distinto da quello della CGIL.

Era quella la FIOM che aveva sfilato a Genova nel 2001, contravvenendo alle decisioni della CGIl, e che aveva condotto una lunga lotta contro gli accordi sindacali al ribasso.

Era quella la FIOM che diceva no alla FIAT. Landini appena eletto segretario assunse quel no e fu la sua fortuna. Poi, forte del consenso per quel no, nei suoi otto anni di mandato Landini ha operato per riportare la FIOM nell’attuale normalità sindacale, sia rispetto alla CGIL, sia rispetto alle controparti.

L’ultimo contratto nazionale da lui sottoscritto per i metalmeccanici è il peggiore della storia della categoria, cancella venti e più anni di lotte e conquiste della FIOM, sposa totalmente il modello sindacale legato all’impresa, al mercato, agli enti bilaterali su pensioni, sanità e quant’altro. Dopo questo accordo Landini è entrato nella segreteria CGIL, che poi a maggioranza lo ha designato a successore di Susanna Camusso.

Gran parte degli iscritti della CGIL saluteranno comunque con soddisfazione e speranza l’elezione di Landini. La sua immagine mediatica di combattente radicale è infatti ancora molto forte, anche se tutti i comportamenti concreti di questi anni l’hanno smentita. D’altra parte il buio della direzione Camusso può essere rischiarato anche solo dal bagliore di qualche buona battuta.

Tuttavia il favore mediatico non basta e non dura, qualche scelta politica andrà fatta.

Non credo affatto che Landini vorrà distinguersi da Colla per movimentismo o per giochi politici spregiudicati coi Cinque Stelle, come qualcuno gli attribuisce. L’uomo è sufficientemente scaltro e spregiudicato per fare di queste scelte: nel passato tentò una alleanza tra rottamatori con Renzi, finita subito male, come il suo tentativo di una “coalizione sociale” mirante alla politica.

Dopo queste esperienze non credo che Landini tenti nuove incursioni nel campo minato della politica attuale. Penso invece che punterà alla unità con CISL e UIL e alla alleanza con Confindustria e imprese, su un terreno i cui confini sono già indicati dal contratto dei metalmeccanici.

Una volta nella CGIL questo si chiamava “patto dei produttori” , cioè l’alleanza corporativa tra imprese e sindacati per presentarsi uniti nei confronti della politica. Una scelta sempre sostenuta dalla CISL e dalla maggioranza moderata della CGIL. Questa scelta sarà ora la base della maggioranza landiniana e verrà presentata come quella di un sindacalismo “puro”, non inquinato da collocazioni politiche. Colla a sua volta potrà caratterizzarsi come più legato alla storia di collocazione “a sinistra” della CGIL e rivendicare un maggior protagonismo politico del sindacato.

Da un lato l’alleanza corporativa con CISL UIL e Confindustria, dall’altro il fiancheggiamento collaterale a ciò che resta del centrosinistra, due scelte perdenti del passato che verranno presentate come il luminoso futuro di una CGIL che cerca di uscire dalla sua crisi con il passo del gambero. E che intanto festeggia di non aver votato, non sia mai...

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