In una città dove sempre più spesso si annunciano “Remigration day” come quello del 17 ottobre e dove si moltiplicano i tentativi di entrare nelle scuole per intercettare il malcontento studentesco, la notte tra lunedì 29 e martedì 30 settembre uno studente è stato, com’è noto, vigliaccamente aggredito – 12 contro 1 e una frattura cranica operata d’urgenza – dai neofascisti di Blocco studentesco davanti al liceo di via Einstein a Milano.
Ironia della sorte, la domenica successiva, a una manciata di metri di distanza dal luogo dell’aggressione, Fratelli d’Italia e la sua giovanile commemoravano – alla presenza del Presidente del Senato La Russa – Norma Cossetto nei giardini a lei dedicati: “Norma Cossetto, martire delle foibe e vittima dei comunisti”, ovvero giovane attivista fascista e figlia del podestà fascista di Visinada, Istria.
Arriviamo a martedì e il corteo antifascista, partito da via Einstein in risposta all’aggressione, lascia dietro di sé la targa dei giardini “Cossetto” imbrattata. Seguono, il mercoledì, piagnistei e spugnette dei meloniani.
Ironia della sorte, appunto. Ma la casualità e la geografia cittadina hanno intrecciato accidentalmente due questioni distinte che a ben guardare, però, sono tutt’altro che separate. Questioni da prendere molto seriamente, se è vero che la ricerca di agibilità politica da parte di questi gruppuscoli neofascisti – di per sé numericamente e politicamente irrilevanti – non sono che uno dei tanti sintomi di un fenomeno ben evidente, e di scala continentale, di ripresa delle peggiori destre fasciste, sioniste e reazionarie.
Perché in questi trent’anni tutti “li hanno visti arrivare”, ma qualcuno – mentre gridava “al lupo” in cambio del voto utile – ha steso loro un tappeto nero, fatto non solo di austerità, macelleria sociale, guerra e riarmo; non solo di scientifica disgregazione di quello che era il patrimonio antifascista, militante e di classe, radicato nei quartieri e nei posti di lavoro; ma anche di accettazione e legittimazione – quando non di collaborazione attiva – del peggior revisionismo storico.
C’è stato, in sostanza, anche un lavorio intellettuale e culturale da parte delle istituzioni e dell’intera classe politica italiana – con non pochi “insospettabili” fiancheggiatori dal basso e a lato, diretti e non, consapevoli e meno – che, tramite quello che potremmo sintetizzare come il mito della “memoria condivisa”, ha oggettivamente aperto uno spazio, ideologico prima ancora che politico, alle forze più reazionarie. E queste a quello spazio ci hanno lavorato e, naturalmente, non si accontentano dei risultati fin qui raggiunti, ma continuano a rilanciare, perché dall’altra parte la porta è sempre più spalancata.
Certe domande bisogna allora cominciare a farle all’antifascismo da salotto e da campagna elettorale, che già vediamo all’opera in vista delle scadenze elettorale dell’anno prossimo; e forse ancora di più vanno rivolte a chi ancora gli va dietro: ad esempio, perché è stata scelta e accettata la figura della fascista Norma Cossetto – emblema del revisionismo e della più becera falsificazione storica – per intitolarle nel 2020 un luogo in città? Perché il sindaco Sala – che, anche se a molti ora sembra sfuggire, non ha governato due mandati da solo – ha benedetto, sempre nel 2020, l’inaugurazione di un monumento ai “martiri delle foibe” in piazza della Repubblica? Sono scelte e responsabilità politiche che lasciano un segno.
Come quella di partecipare istituzionalmente alle commemorazioni per Sergio Ramelli, sdoganata già con Pisapia e trasformata poi da Sala in un appuntamento fisso per sindaco e istituzioni. Di morti per la Resistenza e poi nelle lotte politiche e sociali del dopoguerra, da commemorare o cui dedicare vie e giardini, ne potremmo elencare a decine; e tanti luoghi a loro intitolati e celebrazioni già c’erano e ci sono per fortuna, ma lì il sindaco e il PD spesso e volentieri marcano visita.
Ma se per la “sinistra” – e addentellati vari – di questa città la memoria è una memoria condivisa, non bisogna sorprendersi se poi qualcuno si sente legittimato a inventarsi qualsiasi tipo di commemorazione, fino ad arrivare all’equiparazione tra partigiani e nazisti; in questo senso le risoluzioni votate a larga maggioranza dal Parlamento europeo che equiparano comunismo e nazismo hanno certamente aperto la strada.
È accaduto così che lo scorso agosto anche i morti civili per l’attentato dell’8 agosto 1944 in viale Abruzzi 77 a Milano – operazione mai rivendicata dai Gap di Pesce e che oggi definiremmo “false flag” da parte dell’occupante nazista per quella che sarebbe stata poi la rappresaglia e l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto successivo – sono stati ricordati come “vittime dei comunisti” da un improbabile presidio promosso da Assoarma, ma subito raccolto da La Russa per invocarne una commemorazione istituzionale.
Per non parlare di qual è la memoria tramandata sul conflitto politico e sociale degli anni Settanta, a cominciare da come viene ricordata ogni 12 dicembre da istituzioni e partiti la strage di Stato di piazza Fontana. L’elenco sarebbe lungo, ma ci ripromettiamo in ogni caso di ritornarci.
I risvolti politici di tutto questo e lo sdoganamento di qualsiasi revisionismo o soggetto politico, lì vediamo qui e ora in tutta la loro portata. Da quelli apparentemente più grotteschi – come il figlio di La Russa e la Sardone che possono fare a gara come “influencer dei navigli” per chiedere la cancellazione del grande murales antifascista e per la Palestina della Darsena – a quelli decisamente più seri, come le piazze sioniste, nazi-ucraine o pro-scià.
Piazze a cui uno come De Corato non manca mai – impegnato a saldarne la convergenza e stabilizzarne l’asse con le destre di governo – ma dove sono ben presenti anche il solito assortimento di liberali guerrafondai capeggiati, si fa per dire, da Calenda o “Sinistra per Israele”: variamente prodotti, interlocutori, se non direttamente ex o tutt’ora rappresentanti del Partito Democratico, con buona pace dei suoi “compagni” di viaggio.
Parliamo della stessa internazionale nera che se non ha sfilato serenamente nel corteo istituzionale dell’ultimo 25 aprile è stato solamente perché l’esasperazione di larga parte del corteo ha avuto la meglio sulla direzione degli organizzatori.
Ma come si è arrivati a questo punto? Basti ricordare che sono proprio gli organizzatori di quella piazza ad aver sdoganato le bandiere della Nato, dell’Unione Europea e dell’Ucraina, oltre che di Israele, che ormai da almeno tre anni hanno piena cittadinanza nel 25 aprile istituzionale milanese; e sempre pronti, nonostante tutto, a ritendere la mano a questi soggetti, vedi il comunicato congiunto di luglio Anpi-Ucei.
Quindi la memoria è un campo di battaglia che non può e non dev’essere separato dalla politica. È compito importante quindi unire tutti i punti e trovare le forme di intervento anche sui territori, dove il recupero e la riaffermazione della memoria storica, in particolare del movimento comunista e di classe e del contributo popolare e di massa alla lotta al nazi-fascismo riacquistino significato dentro le battaglie odierne. Una via né facile né scontata, ma necessaria per ricostruire un tessuto politico e sociale che è l’unico vero “argine alle destre”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2026
Fascisti a Milano. Li avevano visti arrivare, ma niente di più
21/05/2026
La missione Onu per salvare gli archivi dei rifugiati palestinesi
Il Guardian racconta la corsa contro il tempo dei funzionari Onu per mettere al sicuro l’immenso patrimonio cartaceo, custode della memoria palestinese dalla Nakba a oggi.
Milioni di foto, documenti, atti di proprietà, certificati di nascita, di matrimonio e di morte. Un immenso patrimonio che dopo il 7 ottobre rischiava di svanire per sempre. E con lui la memoria della popolazione palestinese e la sua storia, dall’esodo forzato del 1948 dopo la creazione di Israele a oggi.
Per salvarlo gli operatori dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, hanno organizzato una delicata e rischiosissima operazione lunga 10 mesi.
Lo racconta il Guardian, che in un lungo pezzo pubblicato nell’anniversario della Nakba descrive il lavoro fatto per mettere al sicuro l’archivio della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est e trasferirlo ad Amman, in Giordania.
Un’operazione tutt’altro che semplice. Dopo il 7 ottobre gli uffici dell’Unrwa sono stati evacuati e i suoi dipendenti sono stati costretti a lasciare in sede l’archivio, in gran parte non ancora digitalizzato.
“C’era il rischio concreto che gli israeliani intervenissero e li distruggessero, oppure che venissero semplicemente bruciati da un incendio, un’esplosione o chissà cos’altro”, ha raccontato al Guardian Sam Rose, direttore ad interim degli affari dell’Unrwa a Gaza. Così nei mesi successivi, nonostante i continui raid dell’Idf, una piccola squadra di funzionari ha raggiunto gli uffici di Gaza City e caricato il furgone a noleggio.
Attraverso tre viaggi ad altissimo rischio i documenti sono stati portati a sud, in un magazzino alimentare di Rafah. Il team, lavorando in incognito, è riuscito a farli uscire attraverso il confine con l’Egitto. Da lì poi, grazie a un’organizzazione benefica, sono stati trasferiti ad Amman usando gli aerei che facevano ritorno in Giordania dopo aver consegnato gli aiuti.
Nello stesso periodo la missione è stata condotta anche nella sede di Gerusalemme Est, spesso oggetto di assalti. Ora, riferisce sempre il Guardian, i milioni di documenti si trovano in un seminterrato di Amman, dove 50 dipendenti dell’Unrwa stanno lavorando a un lungo processo di digitalizzazione di ogni singola carta.
Quei documenti sono “cruciali per l’esperienza palestinese” ha sottolineato Jean-Pierre Filiu, professore di Studi sul Medio Oriente presso Sciences Po a Parigi. “La loro distruzione sarebbe stata catastrofica” ha detto al Guardian Roger Hearn, alto funzionario dell’Unrwa. “Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, sono l’unica prova che si può usare per dimostrare che un tempo in quel luogo vivevano palestinesi”.
Milioni di foto, documenti, atti di proprietà, certificati di nascita, di matrimonio e di morte. Un immenso patrimonio che dopo il 7 ottobre rischiava di svanire per sempre. E con lui la memoria della popolazione palestinese e la sua storia, dall’esodo forzato del 1948 dopo la creazione di Israele a oggi.
Per salvarlo gli operatori dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, hanno organizzato una delicata e rischiosissima operazione lunga 10 mesi.
Lo racconta il Guardian, che in un lungo pezzo pubblicato nell’anniversario della Nakba descrive il lavoro fatto per mettere al sicuro l’archivio della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est e trasferirlo ad Amman, in Giordania.
Un’operazione tutt’altro che semplice. Dopo il 7 ottobre gli uffici dell’Unrwa sono stati evacuati e i suoi dipendenti sono stati costretti a lasciare in sede l’archivio, in gran parte non ancora digitalizzato.
“C’era il rischio concreto che gli israeliani intervenissero e li distruggessero, oppure che venissero semplicemente bruciati da un incendio, un’esplosione o chissà cos’altro”, ha raccontato al Guardian Sam Rose, direttore ad interim degli affari dell’Unrwa a Gaza. Così nei mesi successivi, nonostante i continui raid dell’Idf, una piccola squadra di funzionari ha raggiunto gli uffici di Gaza City e caricato il furgone a noleggio.
Attraverso tre viaggi ad altissimo rischio i documenti sono stati portati a sud, in un magazzino alimentare di Rafah. Il team, lavorando in incognito, è riuscito a farli uscire attraverso il confine con l’Egitto. Da lì poi, grazie a un’organizzazione benefica, sono stati trasferiti ad Amman usando gli aerei che facevano ritorno in Giordania dopo aver consegnato gli aiuti.
Nello stesso periodo la missione è stata condotta anche nella sede di Gerusalemme Est, spesso oggetto di assalti. Ora, riferisce sempre il Guardian, i milioni di documenti si trovano in un seminterrato di Amman, dove 50 dipendenti dell’Unrwa stanno lavorando a un lungo processo di digitalizzazione di ogni singola carta.
Quei documenti sono “cruciali per l’esperienza palestinese” ha sottolineato Jean-Pierre Filiu, professore di Studi sul Medio Oriente presso Sciences Po a Parigi. “La loro distruzione sarebbe stata catastrofica” ha detto al Guardian Roger Hearn, alto funzionario dell’Unrwa. “Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, sono l’unica prova che si può usare per dimostrare che un tempo in quel luogo vivevano palestinesi”.
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da Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2026
La missione segreta per salvare il vitale archivio delle Nazioni Unite sui rifugiati palestinesi
Il viaggio da Gerusalemme Est ad Amman avrebbe dovuto essere semplice: un breve tragitto in auto fino al Mar Morto, oltre il valico di frontiera e subito a destinazione la capitale giordana.
Ma all’inizio dell’estate del 2024, la distanza si rivelò un ostacolo quasi insormontabile per gli operatori umanitari dell’UNRWA (l’ Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi), impegnati a mettere in salvo enormi quantità di documenti d’archivio di vitale importanza per decenni di storia recente palestinese.
Un’operazione durata 10 mesi per salvare gli archivi custoditi dall’UNRWA a Gaza e Gerusalemme Est stava giungendo alle fasi finali. L’intervento era stato estremamente delicato e a tratti pericoloso. Aveva già coinvolto decine di membri dello staff dell’UNRWA in almeno quattro paesi diversi, viaggi rischiosi per salvare documenti sotto i bombardamenti, funzionari che trasportavano con cura buste anonime in Egitto e preziose scatole portate in salvo con aerei militari.
Ma ormai il tempo stringeva. Il vasto complesso dell’UNRWA a Gerusalemme Est era diventato il fulcro di un’azione concertata israeliana per espellere l’agenzia, nonché bersaglio di gruppi di destra.
L’importanza degli archivi dell’UNRWA, che contenevano molti documenti sulle esperienze dei palestinesi in fuga o costretti ad abbandonare le proprie case durante le guerre che portarono alla fondazione di Israele nel 1948, era evidente.
“La loro distruzione sarebbe stata catastrofica… Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, questa è l’unica prova che si può usare per dimostrare che un tempo in quel luogo vivevano palestinesi”, ha affermato Roger Hearn, un alto funzionario dell’UNRWA che ha supervisionato l’operazione.
Tali attività clandestine non avrebbero mai dovuto rientrare tra i compiti dell’UNRWA, fondata nel 1949 per fornire assistenza sanitaria, cibo e istruzione a circa 750.000 rifugiati palestinesi.
All’inizio della guerra a Gaza, scoppiata in seguito all’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele che causò la morte di 1.200 persone, per lo più civili, gli archivi dell’organizzazione erano sparsi nei paesi del Medio Oriente in cui opera. In scatole impolverate nel complesso dell’UNRWA a Gaza City si trovavano le schede di registrazione originali dei rifugiati palestinesi che avevano cercato rifugio a Gaza nel 1948, nonché certificati di nascita, matrimonio e morte risalenti a diverse generazioni. Questi documenti potrebbero permettere ai palestinesi i cui antenati furono costretti ad abbandonare le proprie case di ricostruire le origini familiari in quello che sarebbe diventato Israele.
Nonostante i precedenti tentativi di digitalizzare i documenti, nel 2023 centinaia di migliaia di documenti storici erano ancora disponibili solo in formato cartaceo, vulnerabili a incendi, alluvioni o distruzione deliberata.
Jean-Pierre Filiu, professore di Studi sul Medio Oriente presso Sciences Po a Parigi, che visitò Gaza durante la guerra, ha descritto i documenti come “cruciali per l’esperienza palestinese”.
«Ci sono testimonianze di come le persone furono costrette a fuggire nel 1948, da dove provenivano, dove si trovavano i loro beni, cosa fu distrutto. Duecentomila persone arrivarono a Gaza tra il 1948 e il 1949, da tutta la Palestina », ha detto Filiu.
Per decenni, Israele si è mostrato ostile all’UNRWA, accusando l’agenzia di alimentare le speranze palestinesi di un ritorno alle proprie terre d’origine, concedendo lo status di rifugiato ai discendenti degli sfollati. Israele ha inoltre spesso accusato l’UNRWA di utilizzare nelle proprie scuole libri di testo che promuovono posizioni anti-israeliane e antisemite.
Dopo il raid di Hamas del 2023, Israele ha affermato che alcuni membri dello staff dell’UNRWA a Gaza avevano preso parte all’attacco. L’agenzia ha poi licenziato nove dei suoi dipendenti a seguito di un’indagine.
La prima fase dell’operazione di recupero dei documenti è stata drammatica e rischiosa.
Pochi giorni dopo l’invasione di Gaza da parte delle sue forze, Israele ha ordinato l’evacuazione degli uffici dell’UNRWA a Gaza City. Il personale internazionale ha lasciato la sede nel giro di poche ore, impossibilitato a portare con sé gli archivi di vitale importanza.
“C’era un rischio concreto che gli israeliani intervenissero e li distruggessero, oppure che venissero semplicemente distrutti da un incendio, un’esplosione o chissà cos’altro”, ha dichiarato Sam Rose, direttore ad interim degli affari dell’UNRWA a Gaza.
Solo pochi mesi prima, il sistema di registrazione digitale dell’UNRWA era stato temporaneamente disattivato a seguito di un attacco informatico, e c’era anche una diffusa preoccupazione che un altro attacco informatico potesse cancellare dai server i dati già digitalizzati.
“C’è stato un periodo molto pericoloso in cui subivamo moltissimi attacchi [informatici] ogni giorno e abbiamo davvero temuto di vedere distrutti sia gli originali che tutte le copie digitali che avevamo realizzato. A quel punto, tutto sarebbe andato perduto per sempre”, ha detto Hearn.
Nonostante i continui raid aerei e i bombardamenti, tra i più letali dell’incessante offensiva israeliana, che hanno causato la morte di oltre 70.000 persone, per lo più civili, una piccola squadra di funzionari dell’UNRWA ha raggiunto a bordo di furgoni a noleggio il vasto complesso dell’organizzazione a Gaza City. Hanno effettuato tre viaggi per portare i documenti a sud, in un magazzino alimentare a Rafah, al confine con l’Egitto.
Ma il Cairo non avrebbe permesso che gli archivi uscissero da Gaza senza consultare Israele. I funzionari dell’UNRWA erano certi che i funzionari israeliani, che avevano imposto un blocco quasi totale su Gaza, avrebbero immediatamente compreso l’importanza dei documenti e li avrebbero sequestrati o impedito il loro ingresso. Nel 1982, quando Israele invase il Libano, i suoi militari prelevarono gli archivi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dagli uffici di Beirut.
Al contrario, funzionari dell’UNRWA muniti di passaporti internazionali furono incaricati di far uscire gli archivi senza destare sospetti.
«Se qualcuno veniva fermato alla frontiera, diceva semplicemente di avere con sé dei documenti. C’erano montagne [di documenti] da sbrigare. Tutti si portavano dietro un sacco di cose», ha detto Rose.
Nei sei mesi successivi, i documenti furono raccolti in Egitto e poi trasportati da un’organizzazione benefica giordana utilizzando gli aerei militari del regno, che facevano ritorno ad Amman dopo aver consegnato aiuti a Gaza. L’ultimo carico era in viaggio appena due settimane prima che i carri armati israeliani si muovessero per conquistare Rafah nel maggio 2024, bloccando definitivamente la via di fuga.
Restava però da recuperare con urgenza un altro insieme di documenti altrettanto importanti, custoditi nel complesso dell’UNRWA a Gerusalemme Est.
A poche settimane dall’inizio della guerra, che sarebbe durata due anni, Israele aveva intensificato le accuse di collaborazione tra l’UNRWA e Hamas, lanciando una campagna di ostruzionismo e molestie nei confronti dell’agenzia. All’inizio del 2024, il complesso di Gerusalemme Est era bersaglio di proteste e di una serie di incendi dolosi che causarono ingenti danni. Le manovre per espellere l’UNRWA si stavano intensificando.
“A Gerusalemme Est, abbiamo ricevuto per mesi avvertimenti sul fatto che avremmo perso l’accesso [ai nostri uffici]”, ha detto Rose.
I tentativi di persuadere le missioni diplomatiche amiche a custodire gli archivi non ebbero successo. Pertanto, con il tempo che stringeva, anche questi furono rimossi dal personale e trasferiti segretamente nel corso di diversi mesi, raggiungendo infine gli uffici dell’UNRWA in Giordania. Nel gennaio 2025, nuove leggi israeliane vietarono all’agenzia l’accesso a Israele e alla Palestina occupata da Israele.
Ad Amman è stato avviato un nuovo e vasto progetto per la digitalizzazione dei documenti. Finanziato principalmente dal Lussemburgo, oltre 50 dipendenti dell’UNRWA hanno lavorato in uno scantinato affollato e angusto per scansionare a mano un gran numero di documenti originali di registrazione dei rifugiati, delle dimensioni di una cartolina, oltre a milioni di altri documenti.
«Ora [gli archivi] non si trovano più in Palestina, ma almeno sono al sicuro», ha detto Filiu.
Con quasi 30 milioni di documenti ormai digitalizzati, l’UNRWA si propone di fornire a ogni rifugiato palestinese il proprio albero genealogico e tutta la documentazione di supporto, nonché di realizzare mappe che mostrino i modelli di spostamento del 1948. Gli archivi consentiranno inoltre una migliore comprensione degli eventi, ampiamente controversi, relativi all’espulsione e alla fuga di circa 750.000 palestinesi in quel periodo. I funzionari stimano che il completamento dell’operazione potrebbe richiedere altri due anni.
La dottoressa Anne Irfan, storica del Medio Oriente moderno presso l’University College di Londra e autrice del recente libro ” Una breve storia della Striscia di Gaza” , ha affermato che i documenti forniscono una testimonianza fondamentale della storia nazionale palestinese.
“I palestinesi sono un popolo senza stato e senza un archivio nazionale pienamente unificato… quindi l’archivio dell’UNRWA ha un significato particolare per loro”, ha affermato Irfan.
Gli archivi digitalizzati aprono molteplici prospettive di indagine sull’esperienza dei rifugiati palestinesi, sul ruolo delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, e sugli elementi chiave della politica mediorientale degli ultimi 80 anni, ha dichiarato Irfan al Guardian.
“Si tratta di una storia molto controversa, una storia che potrebbe avere ripercussioni molto concrete sul presente.”
Fin dalla sua fondazione nel 1949, lo staff dell’UNRWA ha contribuito a fornire assistenza sanitaria, cibo e istruzione ai rifugiati palestinesi.
Fonte
15/05/2026
La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità
Le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca che ha operato in Emilia Romagna tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono di nuovo al centro dell’attenzione mediatica.
Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.
Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.
Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.
Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.
È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.
Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.
Così non è stato.
I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.
La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?
Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?
Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.
Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.
Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.
Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.
Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.
Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.
Fine prima parte.
Fonte
Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.
Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.
Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.
Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.
È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.
Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.
Così non è stato.
I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.
La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?
Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?
Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.
Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.
Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.
Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.
Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.
Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.
Fine prima parte.
Fonte
10/05/2026
Arcipelago Rosso. Un libro per togliere dal silenzio il massacro dei comunisti in Indonesia
Il libro “Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1965)”, edito da Mimesis e curato da Claudio Tanno, è un corposo testo che racconta la storia del genocidio anticomunista avvenuto tra il 1965 e il 1966 in Indonesia ma tratta più in generale della storia del PKI, il più grande partito comunista del ‘900 non al potere.
Nel biennio 1965-1966 viene calcolato che quasi 500mila militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) furono assassinati dall’esercito golpista di Suharto. Quello che è stato uno dei più terribili e dimenticati massacri del ‘900 pose fine alla storia del più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese.
“Arcipelago rosso” racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati.
Ma è anche il racconto dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.
Al massacro dei comunisti indonesiani sono stati dedicati anche due film. “The Look of Silence” del 2014, “uno dei più grandiosi e potenti documentari mai realizzati” secondo Werner Herzog ed Errol Morris, che erano stati anche i produttori esecutivi del primo film sullo stesso tema di Joshua Oppenheimer “The Act of Killing” (2012) che aveva già squarciato il velo sull’agghiacciante massacro di massa in Indonesia della metà degli anni Sessanta.
Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro di Claudio Tanno si interroga su due questioni essenziali: com’è stato possibile che un partito così grande sia stato annientato del tutto? Un ruolo decisivo in questo vero e proprio genocidio (si parla infatti di quasi mezzo milione di morti) fu giocato dagli Stati Uniti.
In una prima fase gli USA sostennero economicamente e logisticamente i partiti politici anticomunisti, ma senza ottenere i risultati sperati. Al contrario, il relativo successo elettorale del PKI alle elezioni del 1955 e del 1957 spinse Washington ad adottare misure molto più violente, ideate dai fratelli Dulles – Allen, alla guida della CIA, e John Foster a quella del Dipartimento di Stato.
Nel biennio 1957-'58 gli USA diedero manforte a un’operazione militare per rimuovere Sukarno, un leader nazionalista sempre più distante dagli USA e affine al PKI. Un gruppo di militari e politici anticomunisti proclamò l’indipendenza di una repubblica alternativa, la PRRI/Permesta, attraverso una ribellione innescata nelle zone di Sumatra e Sulawesi. Gli USA intervennero direttamente attraverso bombardamenti, operazioni segrete e sostegno logistico ai militari rivoltosi, ma sottovalutarono il nazionalismo interno al grosso dell’esercito, finanche nelle sue frange più anticomuniste, restie ad accettare la secessione di un pezzo del paese.
Il pretesto per la sanguinaria controrivoluzione si materializzò il 30 settembre 1965 quando un colpo di Stato di un alcuni ufficiali proclamò “un governo rivoluzionario” dopo aver giustiziato alcuni membri dello stato maggiore della fazione di destra.
Suharto, il capo delle truppe riserviste, il giorno dopo – 1 ottobre 1965, prese il controllo di Jakarta e iniziò la repressione e i massacri di massa. Il coinvolgimento della Cia, dell’ambasciata degli Stati Uniti, così come dei servizi segreti britannici sono stati ampiamente provati.
La Cia ebbe un ruolo chiave nell’elaborazione della propaganda anticomunista dei golpisti, facendo circolare false notizie sulle atrocità commesse dai comunisti e fomentando l’odio razziale contro i cinesi o religioso contro gli atei. L’ambasciata USA e la CIA avevano stilato un elenco di 5000 quadri di tutti i livelli del Partito Comunista e li avevano forniti all’esercito indonesiano, facilitando così il massacro dei militanti e dei dirigenti del partito.
“Arcipelago rosso” ha il merito di restituire alla conoscenza pubblica una storia troppo poco conosciuta, tanto da sospettarne la chiusura di un altro scheletro negli armadi dei crimini commessi dagli Stati Uniti.
Ma non è solo la storia di un genocidio, è anche l’epopea di un partito comunista di massa in un realtà complessa e lontana come quella dell’Indonesia, un arcipelago di migliaia di isole e con decine di milioni di abitanti nella quale però le istanze di emancipazione sociale crebbero vertiginosamente per decenni. Fino ad essere stroncate in un bagno di sangue che merita di essere conosciuto e ricordato.
Fonte
Nel biennio 1965-1966 viene calcolato che quasi 500mila militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) furono assassinati dall’esercito golpista di Suharto. Quello che è stato uno dei più terribili e dimenticati massacri del ‘900 pose fine alla storia del più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese.
“Arcipelago rosso” racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati.
Ma è anche il racconto dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.
Al massacro dei comunisti indonesiani sono stati dedicati anche due film. “The Look of Silence” del 2014, “uno dei più grandiosi e potenti documentari mai realizzati” secondo Werner Herzog ed Errol Morris, che erano stati anche i produttori esecutivi del primo film sullo stesso tema di Joshua Oppenheimer “The Act of Killing” (2012) che aveva già squarciato il velo sull’agghiacciante massacro di massa in Indonesia della metà degli anni Sessanta.
Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro di Claudio Tanno si interroga su due questioni essenziali: com’è stato possibile che un partito così grande sia stato annientato del tutto? Un ruolo decisivo in questo vero e proprio genocidio (si parla infatti di quasi mezzo milione di morti) fu giocato dagli Stati Uniti.
In una prima fase gli USA sostennero economicamente e logisticamente i partiti politici anticomunisti, ma senza ottenere i risultati sperati. Al contrario, il relativo successo elettorale del PKI alle elezioni del 1955 e del 1957 spinse Washington ad adottare misure molto più violente, ideate dai fratelli Dulles – Allen, alla guida della CIA, e John Foster a quella del Dipartimento di Stato.
Nel biennio 1957-'58 gli USA diedero manforte a un’operazione militare per rimuovere Sukarno, un leader nazionalista sempre più distante dagli USA e affine al PKI. Un gruppo di militari e politici anticomunisti proclamò l’indipendenza di una repubblica alternativa, la PRRI/Permesta, attraverso una ribellione innescata nelle zone di Sumatra e Sulawesi. Gli USA intervennero direttamente attraverso bombardamenti, operazioni segrete e sostegno logistico ai militari rivoltosi, ma sottovalutarono il nazionalismo interno al grosso dell’esercito, finanche nelle sue frange più anticomuniste, restie ad accettare la secessione di un pezzo del paese.
Il pretesto per la sanguinaria controrivoluzione si materializzò il 30 settembre 1965 quando un colpo di Stato di un alcuni ufficiali proclamò “un governo rivoluzionario” dopo aver giustiziato alcuni membri dello stato maggiore della fazione di destra.
Suharto, il capo delle truppe riserviste, il giorno dopo – 1 ottobre 1965, prese il controllo di Jakarta e iniziò la repressione e i massacri di massa. Il coinvolgimento della Cia, dell’ambasciata degli Stati Uniti, così come dei servizi segreti britannici sono stati ampiamente provati.
La Cia ebbe un ruolo chiave nell’elaborazione della propaganda anticomunista dei golpisti, facendo circolare false notizie sulle atrocità commesse dai comunisti e fomentando l’odio razziale contro i cinesi o religioso contro gli atei. L’ambasciata USA e la CIA avevano stilato un elenco di 5000 quadri di tutti i livelli del Partito Comunista e li avevano forniti all’esercito indonesiano, facilitando così il massacro dei militanti e dei dirigenti del partito.
“Arcipelago rosso” ha il merito di restituire alla conoscenza pubblica una storia troppo poco conosciuta, tanto da sospettarne la chiusura di un altro scheletro negli armadi dei crimini commessi dagli Stati Uniti.
Ma non è solo la storia di un genocidio, è anche l’epopea di un partito comunista di massa in un realtà complessa e lontana come quella dell’Indonesia, un arcipelago di migliaia di isole e con decine di milioni di abitanti nella quale però le istanze di emancipazione sociale crebbero vertiginosamente per decenni. Fino ad essere stroncate in un bagno di sangue che merita di essere conosciuto e ricordato.
Fonte
20/11/2025
Spudoratamente Nordio
L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.
Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.
Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.
Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.
Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.
Il caso Moro.
Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro [traduzione a scanso di equivoci: “impedire che lo Stato trattasse con le BR”, ndr].
La strage di Bologna.
Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.
Il Banco Ambrosiano.
Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.
Tangentopoli.
Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al PSI. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.
E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.
La fuga.
Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.
La dittatura argentina.
E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trentamila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico.
Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.
E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di “opinioni”. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Succede perché l’Italia non ricorda.
Succede perché il passato dura 24 ore.
Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.
Fonte
Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.
Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.
Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.
Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.
Il caso Moro.
Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro [traduzione a scanso di equivoci: “impedire che lo Stato trattasse con le BR”, ndr].
La strage di Bologna.
Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.
Il Banco Ambrosiano.
Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.
Tangentopoli.
Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al PSI. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.
E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.
La fuga.
Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.
La dittatura argentina.
E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trentamila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico.
Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.
E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di “opinioni”. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Succede perché l’Italia non ricorda.
Succede perché il passato dura 24 ore.
Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.
Fonte
22/03/2025
«Ascolta la memoria che parla»...
«La verità fa odio», proverbio ciociaro e del Sud dell’Italia
«La verità suona come l’odio alle orecchie di quelli che odiano la verità», Malcom X
«La verità suona come l’odio alle orecchie di quelli che odiano la verità», Malcom X
Identità popolari, revisionismo storico e «dissociazione»
Esiste nel Sahel, in Africa dell’Ovest, una casta di genealogisti, depositari della storia e delle tradizioni dei popoli discendenti dall’Impero Mandingo, che nel periodo del suo apogeo, il XIVesimo secolo, si estendeva dal Mali e la Guinea fino al Burkina Faso, al Senegal e alla Costa d’Avorio.
In Europa, questi guardiani della conoscenza trasmessa per via orale son chiamati griot, espressione probabilmente mutuata dal portoghese «criado», che vuol dire «servitore», o «persona ben educata».
Nella lingua dei Bambara, une delle etnie principali della regione subsahariana dell’attuale Mali, questi uomini e donne, legati a un mestiere trasmesso ancor oggi di generazione in generazione, hanno il titolo di djeli, temine il cui significato in bambara è «sangue».
Quando un djeli, o una djelimusso (la donna-griot), declina le genealogie delle famiglie del Mandé accompagnandosi con l’arpa e cantando con uno stile struggente di nostalgia, gli eventi del passato risorgono e, come per incanto, la coesione dell’insieme del clan si ritrova rinforzata nell’identità comune.
Il passato è un campo di battaglia
La rimembranza degli avvenimenti lontani svela antichi legami e relazioni tra lignaggi che hanno avuto ragione del tempo...
Queste forme di divulgazione hanno il vantaggio di presentare una Storia non riducibile ai grandi avvenimenti e protagonisti. Una Storia che integra il vissuto delle genti, le loro culture, spiritualità, migrazioni.
«Se ascolti la parola del griot, tu ascolti la memoria che parla»… I griot, o djeli, sono il sangue che scorre nelle vene delle società ovest-africane, la linfa vitale che ha permesso loro di sopravvivere, resistere e rialzarsi dopo secoli di oppressioni e di violenze subite.
La trasmissione della conoscenza storica è la barriera invalicabile contro la quale si sono urtati e si urtano i disegni di dominazione e di conquista dell’invasore, di tutti gli invasori. Questo è vero da più di 500 anni in Africa e nel Sud Globale, in America del Sud e nei Caraibi in particolare.
Marcus Garvey, il pensatore jamaicano annoverato tra i precursori del panafricanismo, affermava che «un popolo che ignora la sua storia è come un albero senza radici».
Fondatore e rappresentante principale del movimento letterario della Negritudine, il martinichese Aimé Césaire diceva che «un popolo senza storia è un popolo senza avvenire». Sottolineando, come un avvertimento visionario, che la Storia resta un’arma che può essere manipolata e sottoposta a revisione.
Di fronte a questo rischio evidente di perversione della Storia, lo psichiatra e militante anti-coloniale Franz Fanon, anche lui originario della Martinica, invitava a smantellare tutte le strutture di potere dei coloni e a «provocare un’insurrezione delle coscienze al fine di dissolvere le narrazioni coloniali... Il passato è un campo di battaglia dove si gioca l’avvenire dei popoli. Parlare del passato non è solo un tributo alla memoria, è un’arma di giustizia e uno strumento di lotta contro l’oblio e la falsificazione storica».
Dettata dagli interessi del potere, di tutti i poteri, la revisione del passato è un’opera formidabile di induzione della rimozione e dell’amnesia collettive. È la creazione artificiale di una «zona di conforto» delle menti e dell’opinione, in cui la dimenticanza delle asprezze del passato, così artificialmente introdotta, dovrebbe essere il lievito di un quieto vivere, in cui tutti i conflitti, compreso quello tra capitale e lavoro, si estinguono.
Questo processo d’azione psicologica per inverarsi nella realtà, sedimentarsi per «conquistare i cuori e le anime», non è esente dalla coercizione. La contro-verità deve essere protetta e la legislazione interviene con il suo seguito di procedure giudiziarie e poliziesche. Il caso del genocidio israeliano a Gaza è emblematico: la sua denuncia prevede l’accusa d’apologia del terrorismo, il fermo di polizia e la convocazione in Tribunale.
L’Italia degli anni ‘70
Gli esempi del revisionismo storico già in corso nelle cronache ufficiali sono molteplici. Quello della Palestina è tipico, mentre il racconto della guerra nell’Est della Repubblica democratica del Congo (RDC) è completamente stravolto nelle vulgate ufficiali attraverso l’inversione dei ruoli dei protagonisti e una moltitudine d’affabulazioni che ne offuscano la visione corretta.
Una caso particolare e poco segnalato è quello dell’Italia degli anni ’70.
Un caso che ci interpella direttamente. Ma che è anche necessario rimettere in evidenza per il ruolo che questo paese dovrebbe giocare come cerniera tra Nord e Sud del Mondo, una linea di frontiera che attraversa il suo centro, essendo il Mezzogiorno della Penisola tributario di influenze e lasciti provenienti dalle rive basse del Mediterraneo e fino alle savane dell’Africa Nera.
Ricordarlo è pertinente, perché fu proprio questa emergenza totale del Sud uno dei motori degli avvenimenti che ci accingiamo a trattare.
Qui in Italia, nel decennio a cui si fa riferimento, un grande sommovimento sociale di un’intensità fino allora sconosciuta si manifestò facendo tremare le mura del Palazzo. La ribellione nella sua crescita non rinunciò ad adottare tutti gli strumenti necessari per opporsi alla violenza statuale, né a contestarne il monopolio dell’uso della forza.
La guerra civile si mantenne a lungo in uno stadio di bassa intensità, in cui l’esplosione permanente delle lotte operaie e sociali si tradusse spesso in vere e proprie forme di contropotere e di liberazione.
Poi, per ragioni che non è possibile esaminare qui, comunque sia endogene che esterne, una curva d’involuzione segnò il declino progressivo del movimento. E nella fase crepuscolare di questo ciclo di conflittualità radicale, accompagnata da una guerriglia diffusa sull’insieme del territorio, il fenomeno della «dissociazione» sorse all’inizio degli anni ’80 all’interno delle carceri speciali. Il suo ideologo e promotore fu Toni Negri, che era stato tra i fondatori e i dirigenti della formazione della sinistra extra-parlamentare Potere Operaio.
Diversi gruppi di detenuti provenienti dalle numerose tendenze della lotta armata furono sollecitati dal potere, via l’autorità giudiziaria (in particolare i magistrati incaricati dell’inchiesta penale nei confronti dei prigionieri politici), all’abiura collettiva.
Per uscire dal cercare speciale, e non passarci il resto o gran parte della loro vita, fu posta loro come condizione di rinnegare non solo della lotta armata, ma anche qualsiasi forma di uso della violenza (per esempio, i picchetti durante gli scioperi nelle fabbriche, o il blocco stradale) nel conflitto sociale.
L’elogio dell’oblio
Soprattutto, quelli che aderivano a questo movimento di dissociazione dovevano accettare di riconoscersi nello statuto di «terroristi» e pentirsene, compiere il loro autodafé in un atto ufficiale.
Si trattava così, e attraverso questa formulazione sintetica, di ridurre il decennio 1970 a un’oscura stagione di «terrorismo» – i cosiddetti «anni di piombo» – cancellandone le svariate e diffuse manifestazioni dell’insubordinazione delle classi subalterne, che ne avevano invece caratterizzato gli avvenimenti.
Perché l’evocazione sinistra degli «anni di piombo» doveva sostituirsi, nell’immaginario dell’opinione e per la posterità, all’antagonismo delle masse, alla rivolta, anche violenta, contro l’ordine costituito. E cancellandone dalla memoria quella sua sublime bellezza che si esprime talora con la lotta, in cui la sospensione del potere deriva nella festa popolare.
L’ingiunzione statuale non ammise repliche.
Il messaggio dello storytelling era chiaro e suonava così nei cupi avvertimenti ai «reprobi»:
Ricordatevi, come un monito terribile, delle vittime del «terrorismo» e del sangue sparso dalle sua bande e dimenticate Valle Giulia, Corso Traiano, Battipaglia, Castel Volturno...
Dimenticate milioni di ore di scioperi selvaggi, i cortei interni, i picchetti duri contro i crumiri, i bulloni lanciati contro i capi-reparto nelle grandi concentrazioni operaie, le sommosse dei braccianti meridionali, gli atenei occupati e la chiusura, da parte dei giovani proletari, dei centri del lavoro nero nelle periferie delle agglomerazioni urbane.
Soprattutto, dimenticate la strage di Piazza Fontana e quelle dell’Italicus e di Bologna, i morti di Avola e la defenestrazione di Pinelli, il tentato golpe di Junio Valerio Borghese e le squadre speciali del ministero degli Interni che agivano fuori gerarchia durante le manifestazioni di piazza, come nel giorno dell’assassinio di Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 a Roma.
Dimenticate le esecuzioni extra-giudiziarie di Mara Cagol e dei quattro militanti delle Brigate Rosse, uccisi nel sonno a via Fracchia dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il 28 marzo 1980 a Genova.
Perché, come diceva Franz Fanon, «parlare del passato... è un’arma di giustizia» contro l’impunità, e quella del potere deve essere salvaguardata.
Allora bisogna dimenticare, perché la storia ufficiale è rimozione di fatti e la memoria degli anni dell’antagonismo devono far posto alla vulgata del potere, abitata da terroristi pentiti e allo sbando.
L’assassinio della memoria intrinseco al discorso statuale assegnato ai dissociati si traduceva, nella migliore delle ipotesi, nella separazione delle lotte da coloro che se ne sarebbero fatti gli epigoni in forma violenta; mentre questa violenza era consustanziale alle lotte stesse, perché anti-statuale.
Nell’ipotesi più conseguente, si dovevano perciò riscrivere in toto i fatti, avviare un processo di manipolazione e revisione.
Riscrivere il tempo che fu
Il compito assegnato al «partito della dissociazione» era in questa prospettiva duplice: da una parte e nell’immediato, assestare il colpo decisivo a un movimento di lotta e ai suoi militanti più agguerriti, giunti nella fase calante per ragioni che tratteremo altrove; dall’altra, tramandare la versione della Storia dettata dai «vincitori»: gli anni ’70 non furono quelli delle lotte contro lo Stato e il padronato, ma quelli del «terrorismo».
Per questa ragione, il movimento della «dissociazione» è eminentemente politico e trascende se stesso: aldilà dei suoi protagonisti, promotori ed esecutori – per non parlare di quelli che ne furono discriminati e ne subirono le conseguenze sul piano penale – la sua portata è inscritta in una strategia più ampia che va aldilà di quegli anni.
Se il suo contributo è stato importante per lo Stato, perché gli ha permesso di voltare la pagina della guerra civile di bassa intensità del decennio precedente, esso fa parte di un dispositivo classico di coercizione e di dissuasione utilizzato dal potere, ovviamente lungi dall’essere fenomeno peculiare dell’Italia, e dell’Italia del periodo a cui facciamo riferimento.
La «dissociazione» è la narrazione del potere, la sua revisione della storia fattuale. La formulazione discorsiva di cui si serve la classe dirigente per riscrivere il passato e nasconderne le cause profonde soggiancenti alla crisi trascorsa, una crisi del rapporto capitale / lavoro e classe / Stato, che aveva minacciato le fondamenta del comando capitalista e del suo apparato istituzionale.
L’assassinio della memoria è il presupposto del «racconto» del potere, seguendo un metodo oggi applicato con costanza e con un alto grado di sofisticazione nelle crisi principali che attraversano il mondo.
Per tornare al caso della Palestina, l’atto di resistenza del 7 ottobre 2023 non è stato catalogato come un «pogrom», per occultare l’infamia originaria della costituzione coloniale dello Stato d’Israele e la Nakba, l’epurazione etnica della popolazione palestinese? E in quello della Repubblica democratica del Congo (RDC), la lotta di liberazione del Movimento del 23 marzo (M23) contro il regime etnocida di Kinshasa non è completamente travisata in una narrazione, fabbricata in Occidente, in cui la ribellione è presentata come una manipolazione di un altro paese africano, il Ruanda ?
La messa in scena mediatica, comunicazionale e diplomatica dei fatti, secondo le versioni ufficiali veicolate dai detentori del potere, si manifesta sempre di più in quanto arma di guerra e di distruzione, sotto tutte le latitudini, non solo delle lotte contro l’oppressione, ma soprattutto della loro memoria storica. Condizione, quest’ultima, necessaria per impedire una possibile nuova insorgenza delle prime.
Riscoprire le culture subalterne
Per quello che riguarda l’Italia e il fenomeno della «dissociazione», la funzione di quest’ultima è stata e resta quella di fare tabula rasa nell’immaginario popolare del ricordo della sovversione sociale, più che l’annichilimento di quelli che furono, se si vuole, i suoi epifenomeni (absit iniuria verbis...).
Perché, e senza assolutamente sottovalutare il ruolo importante che i militanti rivoluzionari hanno giocato per oltre dieci anni, questi ultimi non sarebbero esistiti in quanto tali senza la vasta esplosione delle classi sfruttate.
In sintesi se ne evince che nella trasmissione della conoscenza storica da parte del potere, la definizione/trasmissione artefatta degli eventi che sottintendono la crisi è, in ultima istanza, prioritaria rispetto a quella dei suoi protagonisti. Il loro ruolo è secondario rispetto alle modalità di presentazione degli avvenimenti.
Sono questi ultimi che vanno riadattati, riformulati, o addirittura misconosciuti nella narrazione ufficiale. È questa la regola applicata da quando l’Occidente produce la storia, l’arma di manipolazione di massa con cui la sua doxa s’impone come dominazione del mondo.
Ed è sul crinale che separa lo storytelling ufficiale, in quanto opera di persuasione e di organizzazione del consenso, dalle memorie popolari, che Antonio Gramsci sottolineava lo scarto tra le «credenze» delle culture subalterne e quelle delle culture dominanti. E l’urgenza di assumere questo scarto come terreno di scontro nella lotta per l’emancipazione delle classi dominate.
La «dissociazione» non è e non è stata mero processo giudiziario, ma episteme della realtà imposta con un autodafé collettivo, spettacolo del riscatto simbolico dei vinti che dalla terra del rimorso dovevano approdare a quella del perdono... La miseria sua e dei suoi epigoni è tutta in questa sorta di scambio ineguale, in cui la catarsi accordata dallo Stato esigeva, ed esige ancor oggi – a causa della sedimentazione di un’ideologia appropriata – l’apporto alla ricostruzione storica di parte dettata dai «vincitori»... quelli che avevano sconfitto il «terrorismo».
Noi siamo qui sul terreno della battaglia culturale. Una battaglia di decisiva importanza per la sopravvivenza e la riabilitazione delle culture popolari minacciate di estinzione dal Leviatano imperiale euro-atlantico.
Combattere contro la trasmissione deviante della Storia che si manifesta nella narrazione statuale e decostruire il discorso ufficiale è opera indispensabile di resistenza della memoria collettiva «autoctona» delle classi popolari.
Essa è alla base del permanere o meno di un’ostinata identità alternativa al comando del capitale, della sua macchina statuale e del suo apparato ideologico.
La memoria alimenta l’immaginario delle genti: tramandare il ricordo cupo di «anni di piombo» è ben altra cosa che rinviare le menti a una lunga stagione di lotte in cui le masse furono l’attore pubblico, protagonista dello spazio sociale e politico.
Fonte
11/02/2025
Quando ricordare diventa pericoloso
Sul Giorno del Ricordo, sulla complessa questione del confine orientale italiano e sulla propaganda riguardante gli eventi legati alle foibe è stato scritto tantissimo. Basta cercare e leggere per avere delle ricostruzioni basate su documenti e fatti accertati.
Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.
Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.
Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.
Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.
Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.
Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.
Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.
Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.
Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.
Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.
Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.
Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.
In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.
Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.
Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.
Fonte
Questo breve articolo non vuole aggiungersi a questa lunga lista di lavori, perché sono già abbastanza esaustivi e non sono un esperto di quelle vicende. Alcune parole, senza pretesa di completezza, vanno però dette sulle parole del Presidente della Repubblica.
Perché il ricordo è una cosa privata, a cui tutti hanno diritto finché qualche caro rimane in vita per ricordare. Ma la memoria è un’altra cosa, attiene alla dimensione della collettività e al modo in cui i suoi vertici stabiliscono degli eventi da considerarsi importanti, quasi fondativi, dei valori della comunità stessa.
Per questo abbiamo un Giorno della Memoria: perché vogliamo una società in cui la violenza del genocidio nazifascista non solo non sia dimenticata, ma non venga ripetuta. Anche se, purtroppo, oggi l’Occidente difende la pulizia etnica operata contro i palestinesi, con Israele che fa di tutto per riscrivere la storia dei suoi crimini.
Purtroppo, anche Mattarella si è lasciato andare di recente a manipolazioni storiche che non rendono conto di fenomeni complessi, così come lo fu lo scenario dell’Europa degli anni Trenta del Novecento. E al Quirinale, per il Giorno del Ricordo, ha ripetuto l’esperienza, quando avrebbe potuto fare altro, visti i post-fascisti al governo, pur rispettando i suoi obblighi istituzionali.
Perché la legge con cui è stata introdotta questa ricorrenza cita esplicitamente la “complessa vicenda del confine orientale”, ma gli eventi organizzate dalle autorità pubbliche si concentrano sempre quasi esclusivamente su una parte ristretta di questa “complessa vicenda”: gli infoibamenti del 1943 e del 1945, e l’esodo del decennio successivo dai territori persi dall’Italia con la fine della guerra.
Togliamo subito dall’equazione l’esodo, che è stato un fenomeno di lunga durata, non un’espulsione coatta ma il risultato del nuovo ordine post-bellico e di quelle terre. Magari per molti quella di trasferirsi è stata una scelta dolorosa, ma pur sempre volontaria: non l’effetto di un’opera di pulizia etnica.
Insomma, ha poco o nulla a che vedere con il fenomeno degli infoibamenti, che nei due momenti citati (1943 e 1945) ha riguardato meno di 5 mila persone, stando alle fonti accertate. E non sono solo italiani, perché il fenomeno è legato alle epurazioni che avvengono alla fine di un conflitto – successero e fecero probabilmente anche più vittime in Francia – e, di nuovo, non è stata un’opera di pulizia etnica.
Possiamo provare giustamente disgusto per la violenza della guerra e di eventi ad essa collegata, come gli infoibamenti appunto (già usati precedentemente dai nazifascisti, tra l’altro). Ma la storia è questa e, da storico, non siamo qui a giudicare ma a comprendere perché gli uomini si sono comportati in un determinato modo.
Per questo andrebbe posta in risalto la “complessa vicenda del confine orientale”, perché solo così si potrebbe capire da dove è originata, quale è stata la causa prima da cui poi è scaturita la Guerra Mondiale e tutte le violenze annesse. E questo poteva fare Mattarella, puntando il dito contro il suprematismo e l’espansionismo nazifascista.
Il Presidente della Repubblica ha invece preferito dire che “troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia”. Che è semplicemente una falsità per evitare proprio di inserire la questione ‘foibe’ dentro le vicende del confine orientale italiano, che cominciano anche prima dell’avvento di Mussolini.
Al di là del fatto che lavori di ricostruzione storiografica su tali vicende sono stati prodotti in quantità nell’ultimo mezzo secolo, e nessuno ha mai nascosto nulla, nel 1993 i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storica italo-slovena per fare il punto delle ricerche effettuate e incamminarsi su una definitiva riconciliazione.
Nel 2000 ne venne presentata la relazione finale, dal titolo “I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956”, e il governo sloveno la adottò l’anno successivo. A Palazzo Chigi, dove sedeva Amato, si dimenticarono invece di questo testo, che aveva giustamente ripercorso l’opera di pulizia etnica – questa sì – degli italiani nei Balcani.
In quel governo il ministro della Difesa era Mattarella, che pochi mesi prima, sotto un altro presidente del Consiglio (D’Alema), aveva fatto bombardare Belgrado. Quattro anni dopo il centrodestra di Berlusconi avrebbe istituito il Giorno del Ricordo, e oggi Mattarella ci viene a dire che c’è stata una sorta di “congiura del silenzio” sugli eventi del confine orientale.
Ma chi ha silenziato la verità storica accertata con anni e anni di lavoro di storici attenti e accreditati? Poiché la storia non si adeguava bene alla rimozione delle responsabilità storiche dell’Italia, allora è stata disconosciuta a favore di una ricorrenza fondata esclusivamente sulla narrazione che di quegli eventi fanno i post-fascisti.
Il problema è che la storia non relega tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra, come vorrebbe l’attuale classe dirigente italiana. E ciò renderebbe impossibile stigmatizzare Tito, il comunismo e il movimento partigiano jugoslavo. Perché diciamocelo, solo chi vuole tenere gli occhi chiusi e le orecchie tappate non capirebbe che l’obiettivo di fondo è quello.
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09/02/2025
Il Revisionismo e Auschwitz. Breve guida “per voi giovani”
di Massimo Zucchetti
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
12/12/2024
Piazza Fontana, incancellabile memoria
A poche settimane dalla morte di Licia Pinelli, dolorosa testimone e vittima di quei giorni bui non si può dimenticare: 12 Dicembre 1969, strage di Piazza Fontana (senza dimenticare un altro attentato a Roma, al Vittoriano, questo fortunatamente senza spargimento di sangue): si inaugura in Italia la “strategia della tensione”.
Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.
Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi, mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza, della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.
In quel momento nessuno, o pochissimi, riconosce la verità: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da una finestra della questura di Milano (quella dell’ufficio del commissario Calabresi, capo della “squadra politica”, ndr). Pietro Valpreda arrestato.
Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa, poi eterno anchorman di regime.
Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d’Italia degli anni’70-’80.
Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggiosi, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l’impegno del Comitato Antifascista milanese.
Soprattutto pensiamo alla grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo ’68 che arrivò fino all’autunno caldo dell’anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.
Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un’idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.
I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell’attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.
Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse complesso scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell’eversione, coperture politiche ad altissimo livello.
Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d’Italia.
Fonte
Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.
Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi, mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza, della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.
In quel momento nessuno, o pochissimi, riconosce la verità: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da una finestra della questura di Milano (quella dell’ufficio del commissario Calabresi, capo della “squadra politica”, ndr). Pietro Valpreda arrestato.
Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa, poi eterno anchorman di regime.
Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d’Italia degli anni’70-’80.
Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggiosi, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l’impegno del Comitato Antifascista milanese.
Soprattutto pensiamo alla grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo ’68 che arrivò fino all’autunno caldo dell’anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.
Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un’idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.
I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell’attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.
Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse complesso scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell’eversione, coperture politiche ad altissimo livello.
Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d’Italia.
Fonte
30/04/2024
Il significato rivoluzionario del Primo Maggio e la questione sindacale
1) Origine, significato e valore del Primo Maggio
La “giornata internazionale del lavoro” venne istituita a Parigi nel corso di un congresso operaio che vide costituirsi, in significativa coincidenza con il primo centenario della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1889, la Seconda Internazionale. Proprio per tale motivo questo anno passerà alla storia come il “secondo ’89”.
Lo scopo dei dirigenti del movimento operaio e socialista che fissarono questo annuale appuntamento, che per decenni avrebbe visto le classi lavoratrici dei più diversi paesi del mondo manifestare per i loro diritti economici, sociali e politici, fu quello di fare del Primo Maggio il momento centrale della storica battaglia per la conquista della giornata lavorativa di 8 ore. La data fu prescelta in ricordo dei fatti di Chicago, dove il l° maggio di tre anni prima si era svolta una grande manifestazione della classe operaia che aveva visto 80.000 lavoratori scendere in sciopero per rivendicare la giornata lavorativa dì 8 ore.
Dopo la sanguinosa provocazione della polizia, che il 3 maggio aveva attaccato i lavoratori dinanzi ai cancelli di una fabbrica, la borghesia nord-americana scatenò una durissima repressione contro i “Knights of Labor” (Cavalieri del lavoro), l’organizzazione che aveva diretto gli scioperi e promosso le manifestazioni dei lavoratori.
Gli effetti della furiosa campagna propagandistica con cui il padronato e il governo attuarono l’azione repressiva al fine di criminalizzare i “Knights” e di isolare il movimento operaio dall’opinione pubblica, furono talmente pesanti e duraturi, che ancor oggi negli Usa i lavoratori sono costretti dal potere capitalistico, il quale ha così cercato di cancellare perfino il ricordo di quei conflitti, a celebrare le loro lotte il primo lunedì di settembre.
A partire dalla sua nascita, indissolubilmente connessa al ricordo dei “martiri di Chicago”, altri significati si sono aggiunti alla “Festa del Lavoro” nei periodi successivi e nel solco delle specifiche tradizioni dei diversi paesi. Ancor oggi il Primo Maggio è una ricorrenza celebrata nei paesi capitalistici e nei paesi del Terzo Mondo. Quando un “leader” carismatico del socialismo italiano, Andrea Costa, affermò nel 1893, a proposito del Primo Maggio: “I cattolici hanno la Pasqua; da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua”, mise bene in luce la portata universale, militante e classista della “festa del lavoro”.
2) Sindacati e partito comunista nel periodo della Terza Internazionale
La Terza Internazionale (1919-1943), dal canto suo, nei momenti più acuti della lotta di classe poneva con forza, contrapponendosi alla tradizione opportunista della Seconda Internazionale socialdemocratica, il problema della separazione dei rivoluzionari dai riformisti:
In sostanza la Terza Internazionale subordinava la creazione di una nuova organizzazione sindacale alle seguenti condizioni:
a) quando non è possibile un lavoro rivoluzionario nei sindacati;
b) quando non è possibile fare dei sindacati uno strumento della lotta rivoluzionaria;
c) quando nei sindacati non si riescono ad organizzare i settori più sfruttati del proletariato.
Ora, la domanda a cui occorre rispondere è la seguente: è possibile in questo periodo condurre un lavoro rivoluzionario all’interno dei sindacati confederali?
In effetti, abbiamo visto le espulsioni nella CGIL dei delegati non in linea. Se non è possibile fare un lavoro rivoluzionario nei sindacati confederali, è implicito che non se ne possa fare uno strumento di lotta rivoluzionaria. Per quanto riguarda il terzo quesito, si vede quanto il lavoro precario sia lasciato a se stesso, così come accade in certi settori del mondo del lavoro, dove ci sono situazioni di sfruttamento ai limiti della sopportazione umana.
Bisogna allora riconoscere nella creazione dei vari sindacati di base un’esigenza della parte più avanzata dei lavoratori salariati rispetto ai continui cedimenti dei sindacati confederali.
Per questo motivo è giusto considerare attualmente come prioritario l’intervento dei comunisti all’interno dei sindacati di base per dare a tali organismi un orientamento politico efficace; diversamente, se lasciati alla loro spontaneità, questi organismi possono diventare delle brutte copie dei sindacati confederali, cioè dei micro-sindacati che coltivano il proprio orticello.
Questo non significa però trascurare l’intervento nella CGIL, ossia consegnare alle dirigenze collaborazioniste centinaia di migliaia di lavoratori; sennonché questo intervento va esplicato senza illusioni di sorta circa rotture di massa tra i lavoratori o circa una possibile direzione alternativa.
In realtà, ogni qualvolta la lotta di classe si sviluppa, essa deve affrontare il problema di rompere politicamente ed organizzativamente con le politiche di collaborazione per tendere verso la costruzione di un sindacato di classe e di massa.
Fondamentale resta infine la consapevolezza della differenza irriducibile che intercorre tra il partito comunista e il sindacato: differenza che consiste nel fatto che, per quanto conflittuale possa essere, il sindacato di classe e di massa si limita (non per cattiva volontà ma) strutturalmente a lottare contro gli effetti dello sfruttamento, laddove spetta al partito comunista condurre la lotta strategica contro le cause dello sfruttamento.
4) Il Primo Maggio tra integrazione e conflittualità
Ripercorrere pertanto la storia del Primo Maggio in Italia significa individuare le tappe del lungo cammino del movimento operaio nel nostro Paese a partire dalle grandi lotte combattute per creare i primi embrioni di organizzazione sindacale, cooperativa e infine politica, indispensabili sia per ottenere un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita (tra loro strettamente connesse, come ben presto si capì e come oggi si tende a dimenticare), sia per porre un limite al bestiale sfruttamento capitalistico; passando attraverso il divieto di celebrare la Festa, quando le classi lavoratrici, private dei loro partiti e dei loro sindacati, caddero sotto il giogo della dittatura fascista; per giungere fino ai nostri giorni che vedono, in un quadro che riproduce, all’interno di un regime formalmente democratico, taluni meccanismi nazional-corporativi di quel ventennio, il movimento operaio presentarsi diviso, subordinato ed impotente di fronte a un avversario di classe che, nonostante i suoi acuti conflitti interni, appare invece compatto e sempre più aggressivo.
L’importanza storica e politica (non meramente sindacale) del Primo Maggio, che riceve da questi dati storici un’ampia conferma, spiega l’attuale tentativo, condotto dalle forze dominanti e dal loro agenti interni al movimento operaio, di svuotare tale Festa di qualsiasi contenuto classista e di toglierle ogni carattere militante.
Sennonché la riflessione sul senso del Primo Maggio non può essere disgiunta da un attento esame della situazione attuale del movimento sindacale italiano, che appare sempre più diviso e subordinato (come dimostrano l’imposizione di un modello contrattuale regressivo e peggiorativo, la sostanziale cooptazione della Cisl nel blocco governativo e padronale, la linea incerta, subalterna e rinunciataria della Cgil).
La recessione capitalistica significherà, quindi, per la classe operaia, se questa non sarà capace di stabilire un nesso inscindibile tra le sue forme di organizzazione e le sue forme di lotta, un ulteriore pauroso arretramento su tre decisivi terreni: quello del benessere materiale, quello dei rapporti di forza con la classe capitalistica e quello del livelli di coscienza politica.
Il nostro paese, infatti, a causa della congenita debolezza della sua struttura economica, è destinato a subire le conseguenze più pesanti della congiunzione tra l’ondata recessiva in corso e gli eventi bellici sempre più incalzanti: accentuazione degli squilibri già esistenti nei settori produttivi, aumento del deficit già enorme del bilancio statale, ripresa del tasso d’inflazione, bassi salari, licenziamenti in massa ed espansione dell’esercito della manodopera precaria formato da giovani, donne ed immigrati stranieri, destrutturazione dei servizi sociali (a partire dalla scuola e dalla sanità), crescente impoverimento della popolazione lavoratrice e contestuale arricchimento delle classi dominanti.
In sostanza, i costi più pesanti della crisi e delle manovre di parte padronale e governativa dirette a rialzare un tasso di profitto sempre più declinante, saranno fatti pagare ai lavoratori con un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e con una regolamentazione del diritto di sciopero in senso sempre più restrittivo, sino alla sua pratica vanificazione.
5) Rivendicazioni immediate, memoria storica e prospettiva strategica
Una particolare attenzione deve essere posta da tutti i lavoratori nel contrastare la riproduzione, attraverso l’introduzione dell’autonomia differenziata, delle “gabbie salariali”, ossia di una struttura delle retribuzioni, parimenti differenziata, fra il nord e il sud: tendenza sostenuta in chiave esplicitamente corporativa e nord-sciovinista dalla Lega Nord, che anche su questo piano rivela la sua natura reazionaria di forza di complemento del blocco capitalistico.
La consapevolezza dell’origine, delle cause e dei caratteri dell’attuale situazione delle classi lavoratrici trova oggi il suo fattore unificante, di carattere non solo ideale ma anche materiale, nella lotta contro la guerra imperialista e contro il sionismo, nella denuncia della organica complicità dell’Unione Europea e del governo Meloni rispetto all’una e all’altro, nell’appoggio militante e nella solidarietà con l’eroico popolo palestinese.
In questo senso, la chiara dimostrazione dell’importanza rivoluzionaria e internazionalista del Primo Maggio costituisce un elemento vitale della coscienza di classe dei lavoratori tanto riguardo al loro passato quanto riguardo al loro presente e al loro futuro.
Il Primo Maggio, da questo punto di vista, nonostante le ombre pesanti stese sul suo significato storico e programmatico dal revisionismo e dal riformismo, continua ad irradiare sull’origine e sul destino del movimento operaio la luce potente di una prospettiva di riscatto, di emancipazione e di libertà (quella vera, la libertà dal bisogno): prospettiva che il dominio sempre più feroce e distruttivo delle classi borghesi rende ancor più attuale ed urgente.
Con questa stessa ottica si esprimeva uno scrittore tedesco, Walter Benjamin, “compagno di strada” del movimento comunista nel periodo di ferro e di fuoco della Terza Internazionale, affermando giustamente in una delle sue celebri “Tesi di filosofia della storia” che «il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono» e che «esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante», cosicché «per il materialismo storico si tratta di fissare l’immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo».
Da quando il Primo Maggio fu proclamato “giornata internazionale del lavoro” sono trascorsi centotrentacinque anni. Più di un secolo di lotte, di conquiste, di preziose esperienze, ma anche di sconfitte, di arretramenti e di aspre lezioni.
L’impegno dei comunisti è rivolto a creare le condizioni che, da un lato, permettano alla classe operaia e al popolo lavoratore del nostro paese di ricongiungere la propria azione agli aspetti vivi e attuali di questa secolare vicenda e, dall’altro, li pongano in grado di portare avanti la battaglia per l’emancipazione sociale, difendendo il valore della forza-lavoro, spezzando la cappa soffocante del regime neocorporativo, affermando il proprio controllo sul mercato del lavoro, collegandosi ai nuovi problemi e alle nuove figure che sono emersi nel mondo della produzione e dei servizi, ma soprattutto risolvendo in modo nuovo e creativo il problema della costruzione dei due fondamentali strumenti della loro azione economica e politica: un sindacato di classe dei lavoratori, un partito del proletariato il cui obiettivo sia la rivoluzione socialista.
Di fronte all’attacco politico, ideologico e culturale, che la borghesia capitalistica ha sferrato alla teoria comunista e alla storia del movimento operaio con lo scopo di prevenire, contenere e reprimere la politicizzazione in senso rivoluzionario delle masse lavoratrici, i comunisti debbono rispondere anche sul terreno della ricostruzione della memoria storica del proletariato, mettendo in luce i veri significati del Primo Maggio, giornata di festa, di lotta e di organizzazione dei lavoratori che tornano ad innalzare, sollevandola dal fango in cui l’hanno gettata i revisionisti e i liquidatori di ogni risma, la rossa bandiera che reca il grande appello dettato da Marx e da Engels: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!».
Fonte
La “giornata internazionale del lavoro” venne istituita a Parigi nel corso di un congresso operaio che vide costituirsi, in significativa coincidenza con il primo centenario della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1889, la Seconda Internazionale. Proprio per tale motivo questo anno passerà alla storia come il “secondo ’89”.
Lo scopo dei dirigenti del movimento operaio e socialista che fissarono questo annuale appuntamento, che per decenni avrebbe visto le classi lavoratrici dei più diversi paesi del mondo manifestare per i loro diritti economici, sociali e politici, fu quello di fare del Primo Maggio il momento centrale della storica battaglia per la conquista della giornata lavorativa di 8 ore. La data fu prescelta in ricordo dei fatti di Chicago, dove il l° maggio di tre anni prima si era svolta una grande manifestazione della classe operaia che aveva visto 80.000 lavoratori scendere in sciopero per rivendicare la giornata lavorativa dì 8 ore.
Dopo la sanguinosa provocazione della polizia, che il 3 maggio aveva attaccato i lavoratori dinanzi ai cancelli di una fabbrica, la borghesia nord-americana scatenò una durissima repressione contro i “Knights of Labor” (Cavalieri del lavoro), l’organizzazione che aveva diretto gli scioperi e promosso le manifestazioni dei lavoratori.
Gli effetti della furiosa campagna propagandistica con cui il padronato e il governo attuarono l’azione repressiva al fine di criminalizzare i “Knights” e di isolare il movimento operaio dall’opinione pubblica, furono talmente pesanti e duraturi, che ancor oggi negli Usa i lavoratori sono costretti dal potere capitalistico, il quale ha così cercato di cancellare perfino il ricordo di quei conflitti, a celebrare le loro lotte il primo lunedì di settembre.
A partire dalla sua nascita, indissolubilmente connessa al ricordo dei “martiri di Chicago”, altri significati si sono aggiunti alla “Festa del Lavoro” nei periodi successivi e nel solco delle specifiche tradizioni dei diversi paesi. Ancor oggi il Primo Maggio è una ricorrenza celebrata nei paesi capitalistici e nei paesi del Terzo Mondo. Quando un “leader” carismatico del socialismo italiano, Andrea Costa, affermò nel 1893, a proposito del Primo Maggio: “I cattolici hanno la Pasqua; da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua”, mise bene in luce la portata universale, militante e classista della “festa del lavoro”.
2) Sindacati e partito comunista nel periodo della Terza Internazionale
La Terza Internazionale (1919-1943), dal canto suo, nei momenti più acuti della lotta di classe poneva con forza, contrapponendosi alla tradizione opportunista della Seconda Internazionale socialdemocratica, il problema della separazione dei rivoluzionari dai riformisti:
«Poiché per i comunisti gli scopi e l’essenza dell’organizzazione sindacale sono più importanti della sua forma, essi non debbono arretrare neppure dinnanzi ad una scissione delle organizzazioni all’interno del movimento sindacale, qualora il rinunziare alla scissione equivalesse a rinunziare al proprio lavoro rivoluzionario nei sindacati, a rinunziare al tentativo di fare di questi uno strumento di lotta rivoluzionaria, a rinunziare ad organizzare la parte più sfruttata del proletariato» (“Tesi sul movimento sindacale, i consigli di fabbrica e la Terza Internazionale”, 3 agosto 1920).E quando le scissioni avvennero per iniziativa dei riformisti, che espellevano i comunisti dai sindacati, e si crearono così sindacati rivoluzionari come in Francia con la CGTU, l’Internazionale détte le seguenti indicazioni:
«Là dove la scissione tra il movimento sindacale opportunista e quello rivoluzionario è già avvenuta, là dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti sussistono organizzazioni rivoluzionarie, anche se non di tendenze comuniste, i comunisti sono tenuti ad appoggiare questi sindacati rivoluzionari, ad aiutarli a liberarsi dei pregiudizi sindacalisti e a portarli sul terreno del comunismo: esso soltanto è una bussola sicura nella confusione della lotta economica.3) Sindacati di base e sindacati confederali
Là dove nell’ambito dei sindacati o al di là di essi, nelle fabbriche, si costruiscono organizzazioni, come gli ‘shop stewards’ e il consiglio di fabbrica, che si pongono come scopo la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni spontanee e dirette del proletariato, è evidente che i comunisti debbono appoggiare con tutta la loro energia tali organizzazioni» (“Tesi sul movimento sindacale, i consigli di fabbrica e la Terza Internazionale”).
In sostanza la Terza Internazionale subordinava la creazione di una nuova organizzazione sindacale alle seguenti condizioni:
a) quando non è possibile un lavoro rivoluzionario nei sindacati;
b) quando non è possibile fare dei sindacati uno strumento della lotta rivoluzionaria;
c) quando nei sindacati non si riescono ad organizzare i settori più sfruttati del proletariato.
Ora, la domanda a cui occorre rispondere è la seguente: è possibile in questo periodo condurre un lavoro rivoluzionario all’interno dei sindacati confederali?
In effetti, abbiamo visto le espulsioni nella CGIL dei delegati non in linea. Se non è possibile fare un lavoro rivoluzionario nei sindacati confederali, è implicito che non se ne possa fare uno strumento di lotta rivoluzionaria. Per quanto riguarda il terzo quesito, si vede quanto il lavoro precario sia lasciato a se stesso, così come accade in certi settori del mondo del lavoro, dove ci sono situazioni di sfruttamento ai limiti della sopportazione umana.
Bisogna allora riconoscere nella creazione dei vari sindacati di base un’esigenza della parte più avanzata dei lavoratori salariati rispetto ai continui cedimenti dei sindacati confederali.
Per questo motivo è giusto considerare attualmente come prioritario l’intervento dei comunisti all’interno dei sindacati di base per dare a tali organismi un orientamento politico efficace; diversamente, se lasciati alla loro spontaneità, questi organismi possono diventare delle brutte copie dei sindacati confederali, cioè dei micro-sindacati che coltivano il proprio orticello.
Questo non significa però trascurare l’intervento nella CGIL, ossia consegnare alle dirigenze collaborazioniste centinaia di migliaia di lavoratori; sennonché questo intervento va esplicato senza illusioni di sorta circa rotture di massa tra i lavoratori o circa una possibile direzione alternativa.
In realtà, ogni qualvolta la lotta di classe si sviluppa, essa deve affrontare il problema di rompere politicamente ed organizzativamente con le politiche di collaborazione per tendere verso la costruzione di un sindacato di classe e di massa.
Fondamentale resta infine la consapevolezza della differenza irriducibile che intercorre tra il partito comunista e il sindacato: differenza che consiste nel fatto che, per quanto conflittuale possa essere, il sindacato di classe e di massa si limita (non per cattiva volontà ma) strutturalmente a lottare contro gli effetti dello sfruttamento, laddove spetta al partito comunista condurre la lotta strategica contro le cause dello sfruttamento.
4) Il Primo Maggio tra integrazione e conflittualità
Ripercorrere pertanto la storia del Primo Maggio in Italia significa individuare le tappe del lungo cammino del movimento operaio nel nostro Paese a partire dalle grandi lotte combattute per creare i primi embrioni di organizzazione sindacale, cooperativa e infine politica, indispensabili sia per ottenere un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita (tra loro strettamente connesse, come ben presto si capì e come oggi si tende a dimenticare), sia per porre un limite al bestiale sfruttamento capitalistico; passando attraverso il divieto di celebrare la Festa, quando le classi lavoratrici, private dei loro partiti e dei loro sindacati, caddero sotto il giogo della dittatura fascista; per giungere fino ai nostri giorni che vedono, in un quadro che riproduce, all’interno di un regime formalmente democratico, taluni meccanismi nazional-corporativi di quel ventennio, il movimento operaio presentarsi diviso, subordinato ed impotente di fronte a un avversario di classe che, nonostante i suoi acuti conflitti interni, appare invece compatto e sempre più aggressivo.
L’importanza storica e politica (non meramente sindacale) del Primo Maggio, che riceve da questi dati storici un’ampia conferma, spiega l’attuale tentativo, condotto dalle forze dominanti e dal loro agenti interni al movimento operaio, di svuotare tale Festa di qualsiasi contenuto classista e di toglierle ogni carattere militante.
Sennonché la riflessione sul senso del Primo Maggio non può essere disgiunta da un attento esame della situazione attuale del movimento sindacale italiano, che appare sempre più diviso e subordinato (come dimostrano l’imposizione di un modello contrattuale regressivo e peggiorativo, la sostanziale cooptazione della Cisl nel blocco governativo e padronale, la linea incerta, subalterna e rinunciataria della Cgil).
La recessione capitalistica significherà, quindi, per la classe operaia, se questa non sarà capace di stabilire un nesso inscindibile tra le sue forme di organizzazione e le sue forme di lotta, un ulteriore pauroso arretramento su tre decisivi terreni: quello del benessere materiale, quello dei rapporti di forza con la classe capitalistica e quello del livelli di coscienza politica.
Il nostro paese, infatti, a causa della congenita debolezza della sua struttura economica, è destinato a subire le conseguenze più pesanti della congiunzione tra l’ondata recessiva in corso e gli eventi bellici sempre più incalzanti: accentuazione degli squilibri già esistenti nei settori produttivi, aumento del deficit già enorme del bilancio statale, ripresa del tasso d’inflazione, bassi salari, licenziamenti in massa ed espansione dell’esercito della manodopera precaria formato da giovani, donne ed immigrati stranieri, destrutturazione dei servizi sociali (a partire dalla scuola e dalla sanità), crescente impoverimento della popolazione lavoratrice e contestuale arricchimento delle classi dominanti.
In sostanza, i costi più pesanti della crisi e delle manovre di parte padronale e governativa dirette a rialzare un tasso di profitto sempre più declinante, saranno fatti pagare ai lavoratori con un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e con una regolamentazione del diritto di sciopero in senso sempre più restrittivo, sino alla sua pratica vanificazione.
5) Rivendicazioni immediate, memoria storica e prospettiva strategica
Una particolare attenzione deve essere posta da tutti i lavoratori nel contrastare la riproduzione, attraverso l’introduzione dell’autonomia differenziata, delle “gabbie salariali”, ossia di una struttura delle retribuzioni, parimenti differenziata, fra il nord e il sud: tendenza sostenuta in chiave esplicitamente corporativa e nord-sciovinista dalla Lega Nord, che anche su questo piano rivela la sua natura reazionaria di forza di complemento del blocco capitalistico.
La consapevolezza dell’origine, delle cause e dei caratteri dell’attuale situazione delle classi lavoratrici trova oggi il suo fattore unificante, di carattere non solo ideale ma anche materiale, nella lotta contro la guerra imperialista e contro il sionismo, nella denuncia della organica complicità dell’Unione Europea e del governo Meloni rispetto all’una e all’altro, nell’appoggio militante e nella solidarietà con l’eroico popolo palestinese.
In questo senso, la chiara dimostrazione dell’importanza rivoluzionaria e internazionalista del Primo Maggio costituisce un elemento vitale della coscienza di classe dei lavoratori tanto riguardo al loro passato quanto riguardo al loro presente e al loro futuro.
Il Primo Maggio, da questo punto di vista, nonostante le ombre pesanti stese sul suo significato storico e programmatico dal revisionismo e dal riformismo, continua ad irradiare sull’origine e sul destino del movimento operaio la luce potente di una prospettiva di riscatto, di emancipazione e di libertà (quella vera, la libertà dal bisogno): prospettiva che il dominio sempre più feroce e distruttivo delle classi borghesi rende ancor più attuale ed urgente.
Con questa stessa ottica si esprimeva uno scrittore tedesco, Walter Benjamin, “compagno di strada” del movimento comunista nel periodo di ferro e di fuoco della Terza Internazionale, affermando giustamente in una delle sue celebri “Tesi di filosofia della storia” che «il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono» e che «esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante», cosicché «per il materialismo storico si tratta di fissare l’immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo».
Da quando il Primo Maggio fu proclamato “giornata internazionale del lavoro” sono trascorsi centotrentacinque anni. Più di un secolo di lotte, di conquiste, di preziose esperienze, ma anche di sconfitte, di arretramenti e di aspre lezioni.
L’impegno dei comunisti è rivolto a creare le condizioni che, da un lato, permettano alla classe operaia e al popolo lavoratore del nostro paese di ricongiungere la propria azione agli aspetti vivi e attuali di questa secolare vicenda e, dall’altro, li pongano in grado di portare avanti la battaglia per l’emancipazione sociale, difendendo il valore della forza-lavoro, spezzando la cappa soffocante del regime neocorporativo, affermando il proprio controllo sul mercato del lavoro, collegandosi ai nuovi problemi e alle nuove figure che sono emersi nel mondo della produzione e dei servizi, ma soprattutto risolvendo in modo nuovo e creativo il problema della costruzione dei due fondamentali strumenti della loro azione economica e politica: un sindacato di classe dei lavoratori, un partito del proletariato il cui obiettivo sia la rivoluzione socialista.
Di fronte all’attacco politico, ideologico e culturale, che la borghesia capitalistica ha sferrato alla teoria comunista e alla storia del movimento operaio con lo scopo di prevenire, contenere e reprimere la politicizzazione in senso rivoluzionario delle masse lavoratrici, i comunisti debbono rispondere anche sul terreno della ricostruzione della memoria storica del proletariato, mettendo in luce i veri significati del Primo Maggio, giornata di festa, di lotta e di organizzazione dei lavoratori che tornano ad innalzare, sollevandola dal fango in cui l’hanno gettata i revisionisti e i liquidatori di ogni risma, la rossa bandiera che reca il grande appello dettato da Marx e da Engels: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!».
Fonte
03/12/2023
“Palazzina Laf” e i reparti confino. Un aiuto a non dimenticare
Nell’assistere al film “Palazzina Laf” di Michele Riondino il pensiero corre agli anni ’50: alle Officine “Stella Rossa”, alla lunga fase di repressione operaia da parte del governo centrista: una repressione costellata dal sangue provocato dalla polizia intervenendo sugli operai in sciopero e sui contadini che occupavano le terre lasciate incolte dai latifondisti.
“Palazzina Laf” è ambientato nel 1997 nello stabilimento ILVA di Taranto in una storia di sfruttamento, degrado, guerra tra poveri in una fase tumultuosa di dismissioni del patrimonio industriale pubblico, di privatizzazioni che nel campo strategico della siderurgia fu contrassegnato dal disgraziato avvento di Riva.
Esiste una differenza storica tra il tipo di repressione mostrata nel film e quella che fu portata avanti negli anni ’50: nella fabbrica illustrata dal lavoro di Riondino il confino in un “reparto-ghetto” è associato una forma sottile di violenza privata (con il sindacato che annaspa), concluso con una sentenza che riconosceva, per la prima volta in Italia, il reato di “mobbing”.
La storia delle repressioni padronali – governative – poliziesche di cinquant’anni prima fu una storia tutta politica, di isolamento degli attivisti, di licenziamenti brutali destinati a spezzare concentrazioni giudicate pericolose, di invenzioni di “sindacati gialli” e di spionaggio a livello industriale come dimostrò un famoso caso poi denunciato alla Fiat.
La Fiat può essere considerata l’epicentro di queste tristi vicende (cfr. Pugno e Garavini “Gli anni duri della FIAT”) la storia dell’OSR, l’Officina Sussidiaria Ricambi che inizia il 15 dicembre 1952, a Torino, quando la Fiat di Valletta mandò l’elettricista Pietro Baldini a sistemare un piccolo stabilimento, in Via Peschiera, per preparare l’apertura di una nuova officina.
L’apertura della nuova sezione venne spiegata con generici motivi tecnici, ma presto fu chiaro che la direzione non aveva alcun effettivo interesse per l’attrezzatura e la produttività del nuovo stabilimento: la Fiat di Valletta vi destinò 130 lavoratori per motivi politici e sindacali. Erano quasi tutti comunisti, più qualche socialista.
Nel gergo aziendale erano stati catalogati come “facinorosi” ed erano tutti attivisti dell’unico sindacato, la FIOM, che si opponesse allora allo strapotere della azienda torinese.
La Fiat, nella lotta contro l’organizzazione operaia, cercava di decapitare il movimento di classe nei suoi stabilimenti concentrando in un vero e proprio ghetto gli attivisti più impegnati, e si preparava ad eliminare tutti coloro che non si fossero piegati alle discriminazioni ed ai soprusi, additandoli ai benpensanti come vagabondi per il minor rendimento dovuto alle pietose condizioni del macchinario.
La FIAT intesa come apripista di un quadro complessivo che ha segnato l’intera ripresa dell’industria italiana: una ripresa pagata completamente dalla classe operaia.
Erano gli anni più bui della reazione, ma quelli dell’O.S.R (ribattezzata dagli operai Officina Stella Rossa) non mollarono, smascherando le manovre del monopolio torinese davanti all’opinione pubblica italiana, tanto che la commissione parlamentare di inchiesta nelle fabbriche visitò l’O.S.R. e parlò con gli operai per una intera giornata.
Fallì anche il tentativo di disgregare la compattezza dei lavoratori con l’immissione di una ventina di elementi provocatori, e quando nel dicembre 1957 gli operai furono tutti licenziati e l’officina venne chiusa, perfino il consiglio comunale di Torino, che pure era di maggioranza centrista, condannò all’unanimità il comportamento della Fiat: la tenace resistenza degli operai della O.S.R. aveva reso impossibile a chiunque chiudere gli occhi sul carattere di discriminazione dei licenziamenti.
Anche a Savona accaddero episodi analoghi sia all’ILVA come alla Scarpa e Magnano: le due fabbriche più importanti di una città industriale dove all’epoca (comprendendo le officine di Vado Ligure) gli operai di fabbrica erano circa 10.000.
Savona fu colpita in pieno da una forte recessione occupazionale concentrata negli stabilimenti ILVA, messi in crisi dalla scelta di costruire il grande centro siderurgico “Oscar Sinigaglia” a Genova Cornigliano: scelta avvenuta proprio nel quadro di quella ricollocazione complessiva dell’intervento pubblico in economia cui si accennava e che rappresentò il punto di forza dell’interventismo democristiano nella gestione dell’economia della ricostruzione. Savona si trovò al centro di questo tipo di episodi.
A Savona tutta la Città si unì in un vero e proprio afflato corale per difendere il proprio patrimonio industriale.
L’Amministrazione Comunale di sinistra si schierò totalmente dalla parte degli operai (l’ILVA risultò occupata per molti mesi nell’inverno 1951) formando con il sindacato un blocco fortemente coeso e puntando anche su di una certa qualità di proposta e su di una grande capacità di attivizzazione sociale, tale da coinvolgere larga parte della Città nella difesa dei posti di lavoro: molti ricorderanno come nel corso dei grandi scioperi che contraddistinsero quel periodo risultava spontanea l’adesione di commercianti e artigiani.
Alla fine, siamo nella prima metà degli anni’50, nell’ambito di un rafforzamento dell’intervento dello Stato in alcuni settori strategici dell’industria con l’allargamento del sistema di Partecipazioni Statali (nel 1956 fu istituito un apposito Ministero) strettamente collegato alla crescita di potere della corrente fanfaniana della DC, Savona uscì sicuramente ridimensionata nella sua presenza industriale ma ancora in possesso dei suoi settori più significativi.
Il declino vero e proprio si avviò nel decennio successivo soprattutto accumulando ritardo sul piano del know-how e avviandosi il fenomeno determinante della “fuga dei cervelli”, soprattutto in esito della vertenza dell’elettromeccanica nel 1960 con il trasferimento a Bergamo dei più importanti quadri tecnici della Scarpa e Magnano trasformata in Magrini – Galileo.
A partire dai primi anni cinquanta e per tutto il decennio fino al '68-'69 si spegne l’incantesimo, la grande fabbrica è caserma o prigione nascondendo i luccichii del boom. Lo spirito geometrico della grande fabbrica si alimenta di ordine e di regolarità e si serve della repressione; il tempo rigorosamente calcolato non ammette vuoti, nello sfruttamento intensivo e scientifico e per chi si ribella ci sono esilio e confino.
La grande ristrutturazione è affrontata mandando a casa le lettere di licenziamento consegnate a mezzanotte dalle guardie della sicurezza per evitare l’immediata reazione degli operai. Il film di Riondino pur nella diversità dei fatti ci aiuta a non dimenticare.
Fonte
“Palazzina Laf” è ambientato nel 1997 nello stabilimento ILVA di Taranto in una storia di sfruttamento, degrado, guerra tra poveri in una fase tumultuosa di dismissioni del patrimonio industriale pubblico, di privatizzazioni che nel campo strategico della siderurgia fu contrassegnato dal disgraziato avvento di Riva.
Esiste una differenza storica tra il tipo di repressione mostrata nel film e quella che fu portata avanti negli anni ’50: nella fabbrica illustrata dal lavoro di Riondino il confino in un “reparto-ghetto” è associato una forma sottile di violenza privata (con il sindacato che annaspa), concluso con una sentenza che riconosceva, per la prima volta in Italia, il reato di “mobbing”.
La storia delle repressioni padronali – governative – poliziesche di cinquant’anni prima fu una storia tutta politica, di isolamento degli attivisti, di licenziamenti brutali destinati a spezzare concentrazioni giudicate pericolose, di invenzioni di “sindacati gialli” e di spionaggio a livello industriale come dimostrò un famoso caso poi denunciato alla Fiat.
La Fiat può essere considerata l’epicentro di queste tristi vicende (cfr. Pugno e Garavini “Gli anni duri della FIAT”) la storia dell’OSR, l’Officina Sussidiaria Ricambi che inizia il 15 dicembre 1952, a Torino, quando la Fiat di Valletta mandò l’elettricista Pietro Baldini a sistemare un piccolo stabilimento, in Via Peschiera, per preparare l’apertura di una nuova officina.
L’apertura della nuova sezione venne spiegata con generici motivi tecnici, ma presto fu chiaro che la direzione non aveva alcun effettivo interesse per l’attrezzatura e la produttività del nuovo stabilimento: la Fiat di Valletta vi destinò 130 lavoratori per motivi politici e sindacali. Erano quasi tutti comunisti, più qualche socialista.
Nel gergo aziendale erano stati catalogati come “facinorosi” ed erano tutti attivisti dell’unico sindacato, la FIOM, che si opponesse allora allo strapotere della azienda torinese.
La Fiat, nella lotta contro l’organizzazione operaia, cercava di decapitare il movimento di classe nei suoi stabilimenti concentrando in un vero e proprio ghetto gli attivisti più impegnati, e si preparava ad eliminare tutti coloro che non si fossero piegati alle discriminazioni ed ai soprusi, additandoli ai benpensanti come vagabondi per il minor rendimento dovuto alle pietose condizioni del macchinario.
La FIAT intesa come apripista di un quadro complessivo che ha segnato l’intera ripresa dell’industria italiana: una ripresa pagata completamente dalla classe operaia.
Erano gli anni più bui della reazione, ma quelli dell’O.S.R (ribattezzata dagli operai Officina Stella Rossa) non mollarono, smascherando le manovre del monopolio torinese davanti all’opinione pubblica italiana, tanto che la commissione parlamentare di inchiesta nelle fabbriche visitò l’O.S.R. e parlò con gli operai per una intera giornata.
Fallì anche il tentativo di disgregare la compattezza dei lavoratori con l’immissione di una ventina di elementi provocatori, e quando nel dicembre 1957 gli operai furono tutti licenziati e l’officina venne chiusa, perfino il consiglio comunale di Torino, che pure era di maggioranza centrista, condannò all’unanimità il comportamento della Fiat: la tenace resistenza degli operai della O.S.R. aveva reso impossibile a chiunque chiudere gli occhi sul carattere di discriminazione dei licenziamenti.
Anche a Savona accaddero episodi analoghi sia all’ILVA come alla Scarpa e Magnano: le due fabbriche più importanti di una città industriale dove all’epoca (comprendendo le officine di Vado Ligure) gli operai di fabbrica erano circa 10.000.
Savona fu colpita in pieno da una forte recessione occupazionale concentrata negli stabilimenti ILVA, messi in crisi dalla scelta di costruire il grande centro siderurgico “Oscar Sinigaglia” a Genova Cornigliano: scelta avvenuta proprio nel quadro di quella ricollocazione complessiva dell’intervento pubblico in economia cui si accennava e che rappresentò il punto di forza dell’interventismo democristiano nella gestione dell’economia della ricostruzione. Savona si trovò al centro di questo tipo di episodi.
A Savona tutta la Città si unì in un vero e proprio afflato corale per difendere il proprio patrimonio industriale.
L’Amministrazione Comunale di sinistra si schierò totalmente dalla parte degli operai (l’ILVA risultò occupata per molti mesi nell’inverno 1951) formando con il sindacato un blocco fortemente coeso e puntando anche su di una certa qualità di proposta e su di una grande capacità di attivizzazione sociale, tale da coinvolgere larga parte della Città nella difesa dei posti di lavoro: molti ricorderanno come nel corso dei grandi scioperi che contraddistinsero quel periodo risultava spontanea l’adesione di commercianti e artigiani.
Alla fine, siamo nella prima metà degli anni’50, nell’ambito di un rafforzamento dell’intervento dello Stato in alcuni settori strategici dell’industria con l’allargamento del sistema di Partecipazioni Statali (nel 1956 fu istituito un apposito Ministero) strettamente collegato alla crescita di potere della corrente fanfaniana della DC, Savona uscì sicuramente ridimensionata nella sua presenza industriale ma ancora in possesso dei suoi settori più significativi.
Il declino vero e proprio si avviò nel decennio successivo soprattutto accumulando ritardo sul piano del know-how e avviandosi il fenomeno determinante della “fuga dei cervelli”, soprattutto in esito della vertenza dell’elettromeccanica nel 1960 con il trasferimento a Bergamo dei più importanti quadri tecnici della Scarpa e Magnano trasformata in Magrini – Galileo.
A partire dai primi anni cinquanta e per tutto il decennio fino al '68-'69 si spegne l’incantesimo, la grande fabbrica è caserma o prigione nascondendo i luccichii del boom. Lo spirito geometrico della grande fabbrica si alimenta di ordine e di regolarità e si serve della repressione; il tempo rigorosamente calcolato non ammette vuoti, nello sfruttamento intensivo e scientifico e per chi si ribella ci sono esilio e confino.
La grande ristrutturazione è affrontata mandando a casa le lettere di licenziamento consegnate a mezzanotte dalle guardie della sicurezza per evitare l’immediata reazione degli operai. Il film di Riondino pur nella diversità dei fatti ci aiuta a non dimenticare.
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