Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/08/2026

Siria - Si sciolgono le Ypg/Ypj

Dopo l’approvazione della legge di amnistia parziale nei confronti dei membri del PKK in Turchia, ecco che, di conseguenza, in Siria si assiste ad un’accelerazione del parallelo processo di integrazione delle milizie curde nelle strutture del nuovo stato di marca qaedista, implementando i termini dell’accordo – capestro firmato lo scorso gennaio.

Nei mesi scorsi, anche il processo siriano, così come quello turco, appariva in stallo, con le Ypg che avevano boicottato le elezioni per il parlamento siriano, in quanto blindate all’interno di un ristretto novero di nomi di nomina presidenziale.

Tuttavia, queste resistenze sembrano essere cadute nei giorni scorsi, quando Mahmoud Barkhodan, comandate di una delle brigate curde integrate nell’esercito centrale, ha annunciato il prossimo scioglimento delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e delle Ypg. “Annunceremo lo scioglimento delle YPG-FDS entro i prossimi giorni. Anche la struttura amministrativa autonoma scomparirà. Costruiremo una nuova Siria mano nella mano, nel quadro di un unico esercito, un unico Stato, un’unica bandiera e una patria comune”, ha dichiarato dalle colonne di Türkiye Gazetesi, giornale molto vicino al Erdogan.

Riguardo lo stato del processo d’integrazione delle milizie curde nell’esercito centrale, Barkhodan ha affermato: “Finora, 10.000 dei nostri combattenti sono stati integrati nell’esercito siriano. Questo numero potrebbe arrivare a 12.000. Le affermazioni secondo cui avremmo un esercito di 70-100.000 uomini, non corrispondono alla verità... non ci sono quasi più arabi tra noi”. Questi effettivi sono stati integrati nelle quattro divisioni stabilite nell’accordo di gennaio.

Barkhodan ha aggiunto che esistono ancora dei punti di disaccordo, quali il destino delle Ypj femminili – che le milizie qaediste non vorrebbero mai vedere al proprio fianco – ma nulla è insormontabile.

Per le Ypj si parla di integrazione nel Ministero dell’Interno, anziché in quello della Difesa, per operazioni antiterrorismo e di polizia; il che equivarrebbe ad un deciso ridimensionamento non facilmente accettabile per le dirette interessate, che hanno già declinato.

Anche le Università, le istituzioni civili ed i pozzi petroliferi stanno progressivamente passando sotto l’autorità di Damasco.

Significativo è che, in conseguenza di questi passi, i servizi di sicurezza di Ankara abbiano cominciato a rimuovere ufficialmente i comandanti delle Ypg dalla lista dei ricercati.

È emerso, inoltre, che anche le filiazioni politiche delle Ypg/Ypj, ovvero Il PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il TEV-DEM (Movimento per una Società Democratica) dovrebbero sciogliersi. Il loro posto verrà preso da un partito con un nuovo nome, guidato sempre da Mozloum Abdi ed Ilhan Amed – rispettivamente capo militare e responsabile esteri dell’amministrazione del Rojava in dissolvimento – che si presenterà come libero da ogni filiazione con il PKK/KCK.

Come si vede, le condizioni sono molto restrittive per il movimento curdo, che fino a pochi mesi fa controllava il 30% dell’intero territorio nazionale siriano. Come noto, la decadenza è cominciata con la perdita dell’appoggio statunitense, che ha deciso di investire sul regime qaedista, abbandonando la causa curda in precedenza cavalcata in maniera strumentale.

Anche sul fronte turco, i dirigenti del PKK in dissolvimento continuano a lamentare i caratteri troppo restrittivi della legge di amnistia approvata dal parlamento e la mancanza di una soluzione per Ocalan.

Tuttavia, è chiaro che Erdogan, per fare maggiori concessioni e procedere alle modifiche costituzionali richieste, cerca un appoggio più marcato, da parte del partito filocurdo DEM, all’alleanza di governo, in modo da assicurarle un maggiore consenso fra i Curdi, condizione necessaria per rimanere in sella nei prossimi anni.

Su tutti e due i processi continuano a gravare le tensioni fra Iran e Regione Autonoma Curda. Il 16 agosto alcuni droni hanno colpito l’edificio degli uffici del Primo Ministro Masrour Barzani. Teheran ha declinato le accuse di coinvolgimento, denunciando che si tratta di un’operazione di falsa bandiera.

Tuttavia, è chiaro che la Repubblica Islamica sta esercitando una fortissima pressione per espellere completamente dalla Regione Autonoma Curda la presenza statunitense e, con essa, i gruppi curdo-iraniani di opposizione.

Fonte

13/08/2026

Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni diplomatiche

Il governo criminale di Israele e il Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas aveva interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, della presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell’AIPAC (la più grande rappresentante della lobby sionista per fare pressione su senatori e deputati yankee) è arrivata a Caracas, è stata accolta dalla presidente e ha avuto un incontro con suo fratello, il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Tra i visitatori figuravano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson, e l’agenda si sarebbe concentrata su “sicurezza e cooperazione antidroga”, la tipica scusa per entrare di nascosto in suolo venezuelano. Questa invasione sfacciata, impossibile da immaginare in qualsiasi altro momento, ha provocato un duro ripudio da parte dei militanti chavisti.

Mast, Fine e Cammack, tutti repubblicani della Florida, sono sionisti irriducibili. Mast ha prestato servizio come volontario con le Forze di Occupazione in Palestina e non ha esitato a dichiarare che “non ci sono civili palestinesi innocenti”. Inoltre, ha invocato di “colpire duramente i terroristi palestinesi” e di “affamare Gaza”.

E infine, dopo che sono emersi gli elogi del genocida Netanyahu per la possibilità di riavviare le relazioni con il Venezuela, è giunto il momento, e ciò che era stato ottenuto oggi con la dignità e il coraggio del comandante Hugo Chávez (che ha espulso i criminali di guerra sionisti dal territorio bolivariano), in Venezuela sotto occupazione yankee, è diventato l’opposto.

È incredibile: i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla CPI riprenderanno. Oggi, i sionisti entrano e escono da Caracas con totale impunità, e il peggio deve ancora arrivare.

Non esiste scusa al mondo che possa giustificare un tale affronto a un popolo che per più di due decenni e mezzo ha costruito un processo rivoluzionario. Gli assassini del popolo palestinese oggi si vantano e celebrano il fatto di essere stati accolti come amici nel Palazzo Miraflores. La memoria filo-palestinese del comandante Chavez e la posizione decisamente anti-sionista del presidente legittimo (rapito dagli Stati Uniti) Nicolás Maduro non merita un simile affronto.

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28/07/2026

“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”

Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.

Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.

“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.

“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.

Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?

Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.

Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.

Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.

Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.

Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?

Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.

Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.

Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.

Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?

Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.

E sul rapporto con Cuba?

Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.

Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.

Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.

Perché considera questo aspetto così grave?

Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.

Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?

Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.

Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?

Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.

Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?

Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.

La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?

È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.

Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?

Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.

Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?

Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.

Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?

È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.

Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?

Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

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05/07/2026

Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia

In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA (Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di vista”

Peccato che, dal settembre 2025, questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati.

Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.

Sul sito della sua fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”.

Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli.

In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni.

Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia?

Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine?

Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta – negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni – una forma di normalizzazione del predominio.

Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi.

NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo attuale. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano.

Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane.

Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto.

Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e solo 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto.

Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti.

Cosa dice Noa della “direttiva Hannibal”, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative?

Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “A quest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi?

Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani?

Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio?

Fonte

28/06/2026

Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

Fonte

27/05/2026

Erri De Luca si schianta sul genocidio palestinese

La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria.

Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico che ci troviamo ad affrontare – il sionismo suprematista e razzista – deve essere compreso nella sua realtà effettiva, non ridotto a facile bersaglio di insulti che danno soddisfazione a pochi neuroni e lasciano impotenti sul piano politico. Abbiamo davanti una vera e propria teologia dello sterminio, non dei decerebrati fascistelli di quartiere.

Buona lettura.

In aggiornamento

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Erri: sionista da sempre tra le addormentate braccia della sinistra radicale

Siete meravigliosi. Devo riconoscerlo. Dopo le parole di Erri De Luca sul sionismo e sul genocidio state tutti qui tra Facebook, Instagram e non so quali altri marchingegni infernali ad insultare l’illustre scrittore. Da sempre icona di una sinistra radicale e autoproclamatasi rivoluzionaria.

E già perché Erri, il muratore fattosi letterato, ha sempre sbandierato ai quattro venti la sua militanza nelle file di Lotta Continua, addirittura parlando di sé come “rivoluzionario di professione”. E in effetti negli anni ’70 e poi da quando è diventato scrittore cult non è che non abbia fatto battaglie assolutamente condivisibili. Si pensi a quella al fianco dei No Tav, per cui ha subito anche un processo per istigazione a delinquere.

Ora però c’è chi ci tiene a sottolineare di non aver mai letto un libro di De Luca. Non dubito che per alcuni sia un’affermazione veritiera. Tuttavia non credo a chiunque ci tenga ad evidenziarlo. Qualcuno ne sminuisce addirittura, con toni sprezzanti, il valore letterario.

Non voglio fare il critico ad ogni costo o il magister del gusto, va detto però che sebbene non tutti gli scritti del romanziere, poeta e drammaturgo napoletano siano dei capolavori ce ne sono di bellissimi. Come “Tre cavalli”, “Tufo” , “Non ora non qui”.

Ad ogni buon conto, Erri la sua ambiguità nei confronti di Israele la mantiene da decenni. Nel 2011 partecipò per esempio a quella bieca manifestazione promossa a Roma dai coloni sionisti, alla quale presero parte anche Saviano, Raiz e tanti altri; manifestazione che provocò un’indignata risposta da parte del mai troppo compianto Vittorio Arrigoni.

Ancor prima, nel 2008 o giù di lì, De Luca allestì uno spettacolo teatrale smaccatamente filo sionista – “Provando in nome della madre”, tratto dall’omonimo suo libro – sebbene sotto la parvenza del testo biblico che narra la vicenda di Maria, madre di Cristo. Una rappresentazione tutta declinata secondo i canoni, i segni e i riti della cultura ebraica e dei suoi miti. Una genuflessione molto controversa per un uomo di sinistra radicale quale lui si definiva e definisce, in anni in cui in Israele a farla da padrona erano già il Likud e il suo leader Netanyahu.

Una delle pagine più vergognose tuttavia Erri la scrive a Napoli, durante un’iniziativa promossa da Mezzocannone Occupato. Siamo nel 2015, undici anni or sono. Dopo aver celebrato la lotta No Tav, pressato dalle domande di alcuni attivisti sulla Palestina e i suoi rapporti con l’entità sionista, prima dice di non poter interessarsi e risolvere tutti i problemi e le brutture del mondo, poi in evidente difficoltà si alza e se ne va.

Il giorno dopo, il sottoscritto lo attaccò dalle pagine di Contropiano con parole che andavano a riprendere anche il testo di un articolo, uscito per il manifesto, in cui l’icona extraparlamentare affermava in sintesi che i palestinesi non solo non soffrivano la fame a causa dell’apartheid israeliano, ma ne arrivava a negare persino l’assedio: Gaza «non è Sarajevo», scriveva l’ex Lotta Continua.

Quanto dissi in quell’articolo lo riporto di seguito qui: «Come può dire, Erri De Luca, che quella che subiscono i palestinesi non è fame? E perché, a distanza di anni, non chiarisce il suo pensiero su quel conflitto, origine di tante guerre in Medio Oriente? I diritti, la resistenza all’oppressione e all’ingiustizia, la violenza di un sistema, variano, forse, a seconda delle latitudini e delle condizioni geopolitiche?»

La risposta di Itzhak Laor, scrittore israeliano, a quell’articolo vergato da Erri De Luca, fu, all’epoca, piuttosto esemplificativa: «Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. “Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” , diceva Che Guevara. Non a seconda dei casi».

Orbene, a questo punto una domanda mi sembra però legittima. Dov’eravate voi allora, nel 2015? Perché all’uscita di quell’articolo non poche furono le critiche, anche durissime, rivolte contro di me e contro quanto scritto. Soprattutto in tanti si strappavano i capelli elogiando il sedicente rivoluzionario di professione. Oggi invece insorgete e inveite perché Erri ha detto, ohibò, di essere sionista.

La Storia signori miei bisogna viverla momento per momento. Non accorgersi del suo cammino solo quando si è fatta convenzione e pensiero comune. Ve lo dice uno stronzo che questo lavoro, giornalistico e di scrittura, ha provato a farlo con la schiena dritta, senza mai dover dire grazie o genuflettersi al divo di turno e soprattutto nel rispetto della propria dignità. E infatti oggi è tristemente disoccupato.

Vincenzo Morvillo

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Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.

Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto.

In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi.

La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).

Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo.

Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure.

La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.

Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario.

La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele).

Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.

Itzhak Laor è un poeta, romanziere, saggista e critico letterario israeliano. Noto per le sue posizioni politiche radicali, le sue opere esplorano il militarismo, l’occupazione e le contraddizioni della società israeliana. Collabora con il quotidiano Haaretz ed è una figura di spicco della sinistra radicale.
Durante il servizio militare, si è rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Questa scelta gli è costata il carcere nel 1972. È stato tra i fondatori del movimento di sinistra radicale SIAH.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie (come Only the Body Remembers) e romanzi (tra cui The People, Food for Kings), oltre a saggi e opere teatrali. La sua drammaturgia Ephraim Returns to the Army è stata inizialmente censurata in Israele. Ha fondato e diretto la rivista Mita’am, dedicata alla letteratura e al pensiero radicale. È attivo anche come critico e opinionista, con contributi su testate internazionali come la London Review of Books.
Questo è quello che ha scritto sul quotidiano “il manifesto” vent’anni fa, il 19 maggio 2006, in risposta ad un articolo di Erri De Luca.

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Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.

Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.

Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.

Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.

L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.

Eri “un compagno”.

Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.

Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.

Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.

Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.

Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.

La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.

Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.

Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.

Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.

Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.

“Genocidio” – dici – sarebbe una “distorsione storica e verbale”.

Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.

È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.

Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.

E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.

Non è complessità, questa.

È amputazione della memoria.

È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.

Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.

Milton Fernández

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Le ultime dichiarazioni di Erri De Luca non sono una novità.

Lo scrittore napoletano è sempre stato, nel migliore dei casi, estremamente evasivo sulla questione palestinese e sui crimini israeliani sfuggendo alle contestazioni con scuse ridicole del tipo: “Non parlo di cose che non riguardano il mio paese”, oppure “Non parlo di Palestina prima di parlare degli altri conflitti in Medioriente”.

Ieri, dopo più di due anni e mezzo di Genocidio e di complicità dei governi occidentali, è uscito allo scoperto con una intervista all’Israel Hayom da Gerusalemme in preparazione al International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, affermando non solo che in Palestina non c’è nessun genocidio ma che invece l’IDF “spostasse i civili”.

Prima dell’evento degli scrittori sionisti ha inoltre affermato che non parteciperà mai ad eventi che affermino che esista un genocidio in Palestina.

Naturalmente la notizia è stata ripresa dalle grancasse del sionismo nostrano quali Il Riformista e Il Foglio (ultimamente molto impegnati ad attaccare Cuba in appoggio agli USA).

Erri De Luca è un classico esempio di quella “mutazione antropologica” subita da molti giornalisti ed intellettuali cresciuti nei gruppi extra-parlamentari degli anni ’60 e’ 70 e oggi completamente asserviti al modello ideologico e culturale dominante: da De Luca a Liguori (oggi berlusconiano doc) entrambi ex Lotta Continua, a Paolo Mieli e Michele Boldrin, un tempo considerati vicini a Potere Operaio.

In sostanza, De Luca è l’arma perfetta in mano ai media più allineati alle politiche israeliane. Non è il volto più spietato e crudele del sionismo, ma la sua maschera progressista e intellettuale che nasconde in realtà le stesse posizioni e gli stessi contenuti.

Per fortuna, il sionismo e tutto il suo portato culturale regressivo e guerrafondaio è stato messo continuamente in discussione negli ultimi anni delle piazze e dagli scioperi a sostegno della Palestina oltre che dai Boicottaggi culturali e commerciali che acquisiscono sempre più seguito, contestando ogni luogo culturale o di aggregazione sociale che promuove i messaggi di odio e suprematismo di cui oggi si fanno portavoce politici e intellettuali come De Luca.

Su questa strada bisogna continuare.

Circolo GAP Roma

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02/05/2026

Il triste epilogo del concertone

Al concertone del Primo Maggio, Delia intona Bella ciao, ma nel passaggio in cui la canzone prende tutto il suo significato, la cantante si è presa il diritto di una revisione storica e il famoso fiore non è più del partigiano ma… dell’“essere umano”, per “essere attuali” e “allargare di più”, ha detto lei!

Dovrebbe sapere che Bella ciao è cantata in tutto il mondo, è un simbolo internazionale di resistenza. Non c’è nulla di più attuale della resistenza partigiana e dell’antifascismo dentro una fase contrassegnata dalla guerra e dallo sdoganamento dell’estrema destra, come ci insegnano i nuovi partigiani che resistono da Cuba alla Palestina.

Non ci possono essere prese in giro o banalizzazioni commerciali su questo tema. L’essere umano è un concetto astratto. Sono esseri umani quelli che bombardano, compiono genocidi, seminano miserie e razzismo, pronti a tutto per difendere i loro privilegi e questo sistema in crisi.

Sono esseri umani quelli che resistono alle barbarie e combattono per un mondo diverso. La differenza è proprio l’essere partigiani, schierarsi dalla parte giusta della storia, con i popoli che resistono. Non dobbiamo far altro che rafforzare questo concetto, non inquinarlo e storpiarlo.

Il triste epilogo del concertone del 1 maggio, promosso dai sindacati confederali, è la logica conseguenza di una sinistra liberale che ha perso la propria funzione di alternativa a questo sistema e riproduce gli stereotipi di una ideologia debole, asservita alla logica dell’individualismo e della rinuncia alla lotta come unico strumento per cambiare il mondo. Costruiamo l’alternativa a partire dal basso. È evidente quanto ce ne sia bisogno.

Ieri si è vista, nelle altre feste alternative e nelle piazze, da Torino a a Roma a Palermo, che qualcosa di nuovo di muove. Studenti e lavoratori uniti hanno la soluzione! Ci vediamo il 7 maggio per lo sciopero della scuola e il 23 maggio per la manifestazione operaia a Roma.

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Stravolgere Bella ciao: quando l’ignoranza diventa spettacolo

Certe operazioni non sono “reinterpretazioni”. Sono svuotamenti.

Quello che è accaduto sul palco del concertone del Primo Maggio, con la versione di Bella ciao cantata da Delia, appartiene esattamente a questa categoria: un gesto che non innova, non amplia, non attualizza – semplicemente cancella.

Cambiare “partigiano” in “essere umano” non è una variazione poetica. È un errore politico e culturale grossolano. Significa non aver capito nulla di quella canzone, della storia che porta dentro, del conflitto che nomina. Bella ciao non è un inno generico all’umanità: è una canzone partigiana, cioè una canzone schierata. Racconta una scelta, una presa di posizione, una rottura. Togliere quella parola significa neutralizzarla, disinnescarla, renderla innocua.

E oggi, in un tempo in cui i rigurgiti fascisti non sono più neanche troppo mascherati, “partigiano” è una parola ancora più necessaria. È una parola che divide, certo. Ma divide tra chi riconosce la storia della Resistenza e chi prova a diluirla in un indistinto moralismo buono per tutte le stagioni. Non c’è nessun “campo da allargare”, nessuna riscrittura da fare: c’è una memoria da rispettare.

Quello che colpisce, però, è anche il contesto. Il concertone del Primo Maggio, promosso da CGIL, CISL e UIL, continua a smarrire il proprio senso politico, trasformandosi in un contenitore sempre più svuotato, dove tutto può essere detto e il contrario di tutto può essere messo in scena. Anche a costo di accettare sponsorizzazioni da aziende legate, direttamente o indirettamente, al genocidio in corso in Palestina – mentre sul palco si canta una versione edulcorata e depoliticizzata di uno dei simboli più forti dell’antifascismo.

È un cortocircuito evidente: da un lato si cancella il conflitto nelle parole, dall’altro lo si legittima nei fatti.

Sul piano artistico, poi, la scelta è ancora più imbarazzante. Alterare Bella ciao in questo modo significa dimostrare una lacuna culturale enorme. Basta pensare a The Partisan di Leonard Cohen, che ha saputo restituire, in un altro contesto e in un’altra lingua, la stessa radicalità senza mai tradirne il senso. Qui invece siamo all’opposto: una banalizzazione che impoverisce tutto, musica compresa.

C’è poi un punto più ampio, che riguarda il clima culturale in cui tutto questo diventa possibile. Se i fascisti diventano “ragazzi di Salò”, se i neofascisti vengono raccontati come “idealisti”, se la storia viene continuamente riscritta e relativizzata, allora non sorprende che qualcuno pensi di poter riscrivere anche Bella ciao. Non è un incidente: è il prodotto di un processo.

Ma proprio per questo non può passare sotto silenzio. Perché le parole contano. E “partigiano” non è una parola qualsiasi. È una scelta di campo. Sostituirla non è inclusione. È rimozione.

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15/02/2026

A Trick Of The Tail, i 50 anni del primo atto dei Genesis post-Gabriel

Nel 1976 i Genesis dimostrano di essere un gruppo in grado di far fronte alle peggiori avversità. Al tempo stesso mettono in atto quello che è un inizio di “normalizzazione”. Una normalizzazione che darà vita ad album comunque straordinari (tutti quelli fino a “Duke”), senza però un quid particolare, qualcosa che fino a quel momento li aveva resi un gruppo realmente fuori dal comune. Qualcuno dirà: è lampante, era venuta a mancare la presenza magnetica di Peter Gabriel, la sua voce, il suo istrionismo, i travestimenti. Anche, ma non solo. Gabriel incarnava un mondo realmente alieno, al quale i restanti quattro non avevano accesso. Per sensibilità, spirito avventuroso e carattere, Peter rappresentava la parte malata dei Genesis. Era colui che rovistava nell'animo umano per tirarne fuori il peggio e il meglio, che scavava nelle paure, nei sogni, nella più fervida (e a volte perversa) immaginazione. E questo rendeva la musica tremendamente interessante, unica.

Fino all'abbandono del cantante la proposta dei Genesis era stata un coacervo di sensazioni disparate: c'era l'aspetto favolistico, certo, ma anche quello grottesco, brutale, surreale, morboso, a tratti sgradevole (vogliamo parlare del vecchio lascivo di “The Musical Box”?). Tutto questo e molto altro aveva reso i dischi del periodo Gabriel simboli di un rock che si smarcava dai suoi stereotipi per inglobare universi letterari, gotici, oscuri e luminosi. Gabriel forniva ai Genesis fisicità, storie, testi, teatralità. I suoi sguardi magnetici e temibili, l'ironia, la serietà e il misticismo (“Supper's Ready”) lo avevano trasformato in una rockstar fuori dai cliché, ma enormemente seduttiva.

Il culmine era stata la saga di “The Lamb Lies Down On Broadway”, nella quale il cantante era diventato unico autore di una storia oltre ogni logica nel suo spaziare tra problemi di ego, mutazioni sessuali, castrazioni, esseri impacchettati nella plastica, donne serpente e tutto il delirante immaginario. In “The Lamb” la mente di Peter era esplosa, complice la visione dei capolavori di Alejandro Jodorowsky. Regista visionario, psichedelico, anche lui malato. Nel frattempo Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins suonavano da par loro, e osservavano, senza capire il teatro che il loro cantante aveva messo in atto. Specie tastierista e bassista, non esenti da un poco di puzza sotto il naso. Amavano lanciarsi in grandi affreschi sonori ma tutto quello scavo psicologico, quelle ambiguità, quella freak parade non la comprendevano.

Hackett e Collins stavano un po' nel mezzo. Phil in quel momento era totalmente dentro la musica, suonava con chiunque gli capitasse a tiro e gli interessava crescere come strumentista, cosa che stava facendo, a livelli stellari. Steve era forse il più vicino a Gabriel per interessi comuni e maggiore empatia. Ma era costantemente schiacciato da Banks e Rutherford che lo relegavano sempre ai margini dei mix. Lui se ne stava, fino al punto in cui non ce l'avrebbe più fatta.

Così si giunge al 13 febbraio 1976, data d'uscita di “A Trick Of The Tail”... Peter Gabriel ha abbandonato portando con sé tutto il suo bagaglio di particolarità. La nave Genesis si ritrova a essere guidata principalmente dai soliti Tony e Mike per un album registrato in tempi relativamente rapidi che restituisce l’immagine di una band che ha ritrovato compattezza, che suona con piacere, quasi con sollievo. È un disco che non cerca più di disturbare, ma di affascinare e avvolgere. La magia non è più nell’eccesso, ma nell’equilibrio, in una scrittura che punta a donare emozioni piacevoli più che a lasciare cicatrici. Lo si capisce già dalla copertina, al bando le inquietanti visioni di Rael e via a una sfilata di personaggi (ce n'è uno per ogni canzone) volta per volta simpatici, bizzarri, buffi, teneri. Mai disturbanti.

S'intenda, “A Trick Of The Tail” è un disco comunque straordinario. Lasciate da parte le stranezze di “The Lamb” (che addirittura ospitava accenni funky e paesaggi ambient) i quattro si sentono liberi di tornare alle atmosfere fatate di “Selling England By The Pound”. Ma questo conteneva comunque grandi visioni gabrieliane, specie nei calembour di “Dancin' With The Moonlit Knight” e nell'epopea tra cronaca locale e Monty Python di “The Battle Of Epping Forest”. Ora invece tutto si fa più accessibile, chiaro, in qualche modo comodo. Le vere novità sono rappresentate dagli inediti – ed esaltanti – accenni jazz rock (“Dance On A Volcano”, “Los Endos”) e da “Squonk”, con il suo ritmo tosto che Collins ha mutato, per sua stessa ammissione, da John Bonham.

Per il resto si torna alle atmosfere acustico-incantate a base di 12 corde arpeggiate (“Entangled”, “Ripples”), alle cavalcate in tempi dispari (il solo di tastiere in 13/8 di “Robbery, Assault & Battery”) e fa capolino anche un po' di ironia favolistica/beatlesiana (“A Trick Of The Tail”). A ergersi come punta di diamante una composizione banksiana degna dell'Olimpo come “Mad Man Moon” con una melodia vocale e dei passaggi armonici in stato di grazia divina. Lo stesso Tony sembra prendere definitivamente possesso dello spazio sonoro: Mellotron e ARP Pro Soloist non sono più soltanto strumenti evocativi, ma veri motori narrativi, capaci di sostenere interi brani e di guidarne le dinamiche emotive. In “Dance On A Volcano” e “Los Endos” le tastiere dialogano con la batteria in un gioco di tensioni che conferma una nuova centralità ritmica nel gruppo. Anche Rutherford costruisce fondamenta elastiche che consentono alla musica di muoversi con naturalezza tra i cambi di tempo.

In generale la bellezza si spreca, ma è una bellezza più pulita, patinata, da bravi ragazzi del rock progressivo. Non c'è più il sangue tra i denti, non c'è più il sesso malsano, le visioni di mondi altri, non ci sono Jodorowsky, il macabro vittoriano, le nursery rhymes da incubo e le visioni apocalittiche. Liberi dalle zavorre, i nostri si permettono di girare anche dei video piacevolmente trash, specie quello di “Robbery, Assault & Battery”, con i quattro protagonisti di un'improbabile vicenda di guardie e ladri volutamente sopra le righe. Un gioco autoironico quasi liberatorio: come se finalmente i Genesis potessero permettersi di ridere di sé stessi.

In tutto ciò la grande rivoluzione: Collins ha esordito come cantante. E anche qui, a livello tecnico nulla da dire, anzi, il batterista si dimostra anche più abile del suo predecessore. Però manca qualcosa, manca il ruvido, lo sporco, il tecnicamente imperfetto ma di grande presa emozionale. Con “A Trick Of The Tail” i Genesis si danno una bella ripulita. Hanno abbandonato le intuizioni gabrieliane ma hanno guadagnato in scioltezza strumentale. I brani hanno perso qualsiasi velleità sperimentale e sono diventati più godibili, più adatti al pubblico mainstream dell'epoca. Dal punto di vista commerciale, infatti, “A Trick Of The Tail” venderà più di tutti i dischi dei Genesis fino a quel momento. Una bella iniezione di fiducia per i quattro e un bel dito medio a chi pensava che fossero finiti con l'abbandono del frontman. Ma tale successo sarà un'arma a doppio taglio. 

Ringalluzziti dai risultati Banks, Rutherford e Collins vorranno sempre più mettersi al servizio della pop song tout court. I risultati li conosciamo tutti, nel bene e nel male.

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27/01/2026

1976, la politica di Moro e le aperture della Cia all’ingresso del Pci nell’area di governo

Nuovi documenti recentemente desecretati confermano che già ai tempi dell’amministrazione Ford, con Henry Kissinger segretario di Stato, gli analisti della Cia delineavano, senza particolare ostilità, la possibilità di un coinvolgimento del partito comunista italiano nella maggioranza di governo

All’indomani delle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, nelle quali l’Italia era stata chiamata a rinnovare le assemblee parlamentari della camera e del senato, nel bollettino sulla situazione internazionale che ogni mattina l’agenzia di intelligence faceva trovare sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti (ne ha scritto Maurizio Caprara sul settimanale del Corriere della Sera, “Sette”), Gerald Ford potè leggere una sintesi (due brevi pagine) sul risultato elettorale che fotografava il balzo in avanti di sei punti percentuale del partito guidato da Enrico Berlinguer e la sostanziale situazione di stallo che si era venuta a creare con la Democrazia cristiana, referente storico degli interessi americani nella penisola. Risultato che – scrivevano gli analisti di Langeley sulla scia di quella che appariva una convinzione largamente diffusa tra gli osservatori politici – rendeva impossibile qualunque azione di governo senza un coinvolgimento della maggiore forza politica d’opposizione.

«Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive – riferivano gli analisti della Cia – è probabile sia molto difficile, se non impossibile, isolare completamente i comunisti dal processo di governo nazionale. Con la loro posizione notevolmente rafforzata in parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per approvare e attuare qualsiasi progetto importante proposto da un governo nel quale non siano presenti».

Il rapporto Boies

Le considerazioni espresse nelle breve sintesi esposta nel Daily brief del 22 giugno 1976 non erano una novità. Già l’anno precedente, in una relazione nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e funzionario della Cia sotto copertura, si ipotizzava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. Alla luce di questa prospettiva si suggeriva la necessità di avviare rapporti con il Pci, selezionando gli interlocutori più adatti: uno di questi era sicuramente Giorgio Napolitano, ritenuto una delle figure più affidabili dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, perché aveva «confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico»[1].

Tuttavia l’opinione positiva e l’esortazione espressa nel documento redatto dall’antenna Cia in Italia era in netto contrasto con le convinzioni di Kissinger e per queste ragioni non produsse effetti nell’immediato.

Cia contro Dipartimento di Stato

Questa «divergenza» tra l’intelligence, che operava sul territorio italiano, e il personale del dipartimento di Stato trovava origine nella presenza di una diversa impostazione culturale, prima ancora che politica. Attraverso il contato diretto, la penetrazione degli apparati, gli analisti della Cia avevano sviluppato una conoscenza esperenziale che permetteva loro di cogliere le tante sfumature della realtà politica e culturale dei «comunisti italiani». Bagaglio che mancava ai funzionari del dipartimento di Stato, formati alla scuola dell’anticomunismo tradizionale che percepiva le singole formazioni o movimenti nazionali marxisti come una emanazione diretta degli interessi sovietici.

Gli uomini della Cia avevano avviato fin dal 1974 contatti con esponenti del Pci: Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito comunista, aveva riferito al segretario generale Berlinguer di un contatto avuto con lo stesso Boies, il quale gli aveva successivamente presentato il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel 1975 questi incontri vennero estesi anche a Luciano Barca e presto si allargarono a Giancarlo Pajetta, membro della segreteria del Pci e «ministro degli esteri» ombra di via delle Botteghe oscure (la sede nazionale storica del Pci).

L’intensità dei contatti raggiunse nel giro di pochi anni livelli impensati, soprattutto in materia di antiterrorismo: in un cablo del 2 maggio 1978 inviato dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato si riporta il risultato di una delle conversazioni periodiche che Luciano Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra».

«Non interferenza, non indifferenza», la politica della nuova amministrazione Carter

Nel marzo del 1977, la nuova amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter avviò una stagione diplomatica, che faceva della «non interferenza, non indifferenza» la linea di condotta da tenere verso le scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Un nuovo clima che favorì ed estese l’approfondimento delle relazioni, non solo con esponenti del Pci ma anche con il suo apparato, attraverso la «diplomazia delle conferenze» ma anche con l’incremento dei contatti diretti con i quadri intermedi, gli amministratori locali, fino all’apertura della residenza dell’ambasciatore anche a dirigenti del Pci.

Il viaggio di Napolitano e la rinuncia di Berlinguer

Il fatto più significativo fu il viaggio intrapreso da Giorgio Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro Moro, dal 3 al 19 aprile. Pionieristica missione politico-diplomatica che gli valse la successiva importante carriera personale, fino al Quirinale, nella quale incontrò esponenti dell’establishment, del mondo della informazione, decisori e manager, oltre a vedersi per la prima volta, in forma strettamente riservata, con il presidente della Fiat Giovanni Agnelli nel suo appartamento newyorkese. Relazione che divenne stabile negli anni successivi e si estese alla frequentazione di Henry Kissinger.

Meno noto è invece l’invito rivolto allo stesso segretario del Pci Enrico Berlinguer a tenere, come fu per Santiago Carrillo, delle conferenze negli Usa sull’eurocomunismo. Per un certo periodo le due ipotesi si fronteggiarono in maniera concorrenziale. Alla fine Berlinguer rinunciò in favore di Napolitano a causa della delicata situazione politica, dovuta al sequestro dello statista democristiano, che richiedeva di presidiare personalmente la situazione per sorvegliare e impedire aperture in favore di trattative con le Brigate rosse per la liberazione dell’ostaggio.

Una ricostruzione dettagliata degli inviti rivolti a Napolitano e Berlinguer, del viaggio intrapreso dal primo e della rete riservata di contatti e della loro evoluzione nel tempo tra funzionari dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, è presente nel volume uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, pp. 417-435 (La posizione del Pci durante il sequestro Moro e gli amici americani).

Il «viaggio» del console Usa nel ventre del Pci

L’estensione e l’approfondimento della politica dei contatti fu tale che, scrisse l’ambasciatore Richard Gardner nelle sue memorie, in un bilancio tirato dai suoi funzionari nel 1979, «risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»[2]. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse». Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro.

«Il Console ha osservato – scriveva Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»[3].

Note

1) S. Maurizi, «Espressonline», 8 aprile 2015. Vedi http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900.

2) R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

3) FG, APC, Segreteria, Microfilm 7804, «Nota per Berlinguer, Pajetta, Segreteria», prot. 5 aprile 1978, Riservato, ff. 20-21.

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11/01/2026

Siria - Al Sharaa approva la cooperazione di intelligence con Israele

Si tratta di una intesa senza precedenti nelle relazioni tra Damasco e Tel Aviv, raggiunta due giorni fa a Parigi grazie alla mediazione decisiva degli Stati Uniti. Prevede l’istituzione di un «meccanismo congiunto di comunicazione», supervisionato da Washington, pensato per favorire lo scambio di informazioni di intelligence, e contatti in tempo reale a livello militare. È un primo passo deciso verso un rapporto che in futuro potrebbe aprire la strada alla normalizzazione tra Siria e Israele e, si sussurra, all’ingresso del paese arabo nell’Accordo di Abramo.

Questo almeno è ciò che si augura l’Amministrazione Trump che dopo la caduta di Bashar Assad nel dicembre 2024 ha allacciato relazioni strette con il presidente autoproclamato siriano, l’ex qaedista Ahmed al Sharaa, e che di recente ha revocato le sanzioni economiche (Caesar Act) alla Siria.

Il paese arabo però reclama la garanzia della sua sovranità e la restituzione del territorio siriano occupato da Israele dopo la fine di Assad e del Golan che lo Stato ebraico ha catturato nel 1967 e colonizzato nei decenni successivi. Il governo Netanyahu invece quei territori non sembra intenzionato a lasciarli e forte della sua superiorità militare e consapevole della debolezza siriana vuole imporre la creazione di una ampia zona cuscinetto smilitarizzata nel sud della Siria, di fatto fino alle porte di Damasco, a protezione del confine e della locale comunità drusa di cui si è autoproclamato stumentalmente difensore.

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14/10/2025

Dall’accordo di Sharm el Sheik manca la firma di Israele. La tregua non è la pace

È un dettaglio passato inosservato, ma il documento sulla tregua a Gaza, firmato in pompa magna e a favore di telecamere a Sharm el Sheik, porta le firme di Trump, Erdogan, Al Sisi e Al Thani, ma vede mancare una firma significativa: quella di Israele.

Si potrebbe aggiungere che manca anche la firma dei palestinesi, ma qui occorre mettersi d’accordo. Fino ad oggi nessuna entità palestinese viene infatti riconosciuta come interlocutore politico, né l’Anp (che pure si è precipitata a Sharm El Sheik) né Hamas.

Il “politicidio” dei palestinesi che ha preceduto il genocidio, continua dunque ad agire negando identità politica e aspirazioni nazionali al popolo palestinese, sotto qualsiasi forma.

Si ripresenta per intero il pericolo che la questione palestinese, a due anni dal 7 ottobre e dopo 70mila morti, torni ad essere considerata come questione meramente “umanitaria” ma negata come questione “politica”.

A Sharm el Sheik erano presenti le delegazioni di 22 Paesi: Italia, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Canada, Giappone, India, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Pakistan, Indonesia, Azerbaigian, Armenia, Ungheria, Grecia, Cipro. In più c’era l’Anp rappresentata da Abu Mazen.

I governi europei hanno insistito per essere presenti all’evento pur essendo stati marginali o assenti nel processo che ha portato alla tregua a Gaza.

L’ambiguità, le complicità e l’inerzia verso Israele e i diritti politici dei palestinesi ha visto i governi europei trascinarle come tali per troppo tempo, fino a quando sono stati messi sotto pressione dalle manifestazioni di massa e dall’indignazione delle proprie società.

“La politica del Medio Oriente farà parte delle elezioni nazionali”, ha detto al giornale statunitense Politico un funzionario dell’Unione Europea . “È estremamente polarizzante. Quindi se l’Europa non ha un ruolo positivo da svolgere, pagherà un prezzo”. Le giovani generazioni che iniziano a votare sono cresciute guardando gli orrori della guerra in streaming sui loro smartphone. “Ecco perché se non c’è giustizia e non c’è responsabilità, non so cosa succederà, incluso in Europa”, ha detto il funzionario. “Non è la fine. È l’inizio”

Quello di Sharm el Sheik è stato un vero e proprio show politico/mediatico che ha fatto da spalla a quello di Trump alla Knesset.

L’ambiguità della posizione israeliana sulla tregua a Gaza e l’eventuale processo di pace per la Palestina e il Medio Oriente, continuano infatti a rappresentare una ipoteca sul presente e sul futuro.

L’intervento di Trump alla Knesset ha alimentato tale ambiguità affermando che “Israele con il nostro aiuto, ha vinto tutto ciò che poteva, con la forza delle armi”, aggiungendo che è giunto il momento “di tradurre queste vittorie contro i terroristi sul campo di battaglia nel premio finale della pace e della prosperità per l’intero Medio Oriente”.

Rivolgendosi a Netanyahu, Trump ha affermato “Bibi, sarai ricordato per questo, molto più che se continuassi ad andare avanti, con uccidi, uccidi, uccidi, uccidi... E voglio solo congratularmi con te per aver avuto il coraggio di dire, basta. Abbiamo vinto, e ora ricostruiamo Israele e rendiamolo più forte di quanto non sia mai stato prima”. Piuttosto spudoratamente Trump ha anche esortato il presidente israeliano Herzog a graziare Netanyahu, che deve affrontare i processi per corruzione.

Insomma il Piano Trump – anche nella attuazione dei primi cinque punti che hanno portato alla tregua, allo scambio di prigionieri e alla ripresa degli aiuti a Gaza – contiene tutti i presupposti per tirare un colpo di spugna sui crimini del governo israeliano e il genocidio dei palestinesi, ma anche per rinviare e depotenziare il riconoscimento “politico” e materiale di uno Stato Palestinese indipendente. La negazione israeliana della scarcerazione dei leader palestinesi prigionieri più autorevoli è conseguente ed emblematica di questa posizione.

Spacciare tutto questo come “la pace” è una menzogna irricevibile, sia per i palestinesi sia per chi nel resto del mondo è sceso in piazza in questi anni a sostegno dei diritti del popolo palestinese. È stata raggiunta una tregua che è cosa ben diversa da una pace duratura e fondata sulla giustizia. Fino a quando c’è l’occupazione coloniale della Palestina non c’è pace possibile.

Nel nostro paese ci stanno provando e ci proverranno in tutti i modi a presentarla come “la pace” e cercare così di zittire e “normalizzare” il dibattito pubblico e le piazze. È un favore che non possiamo nè dobbiamo regalargli. Le responsabilità di un genocidio non si possono cancellare con una firma, tantomeno senza una firma su un documento ufficiale. È il minimo che dobbiamo al popolo palestinese e forse anche a noi stessi.

Come documentazione produciamo qui di seguito il testo integrale dell’accordo di Sharm El Sheik.

***** 

Noi sottoscritti accogliamo con favore l’impegno e l’attuazione davvero storici da parte di tutte le parti dell’Accordo di Pace di Trump, che pone fine a oltre due anni di profonda sofferenza e perdita, aprendo un nuovo capitolo per la regione caratterizzata da speranza, sicurezza e una visione condivisa di pace e prosperità. Sosteniamo e sosteniamo i sinceri sforzi del Presidente Trump per porre fine alla guerra a Gaza e portare una pace duratura in Medio Oriente. Insieme, attueremo questo accordo in modo da garantire pace, sicurezza, stabilità e opportunità per tutti i popoli della regione, compresi palestinesi e israeliani. Siamo consapevoli che una pace duratura sarà una pace in cui sia i palestinesi che gli israeliani potranno prosperare, con i loro diritti umani fondamentali tutelati, la loro sicurezza garantita e la loro dignità tutelata.

Affermiamo che un progresso significativo emerge attraverso la cooperazione e un dialogo costante e che il rafforzamento dei legami tra nazioni e popoli serve gli interessi duraturi della pace e della stabilità regionale e globale. Riconosciamo il profondo significato storico e spirituale di questa regione per le comunità religiose le cui radici sono intrecciate con il territorio, tra cui Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. Il rispetto per questi sacri legami e la protezione dei loro siti patrimoniali rimarranno fondamentali nel nostro impegno per la coesistenza pacifica.

Siamo uniti nella determinazione a smantellare l’estremismo e la radicalizzazione in tutte le loro forme. Nessuna società può prosperare quando la violenza e il razzismo sono normalizzati, o quando ideologie radicali minacciano il tessuto della vita civile.

Ci impegniamo ad affrontare le condizioni che favoriscono l’estremismo e a promuovere l’istruzione, le opportunità e il rispetto reciproco come fondamenti per una pace duratura. Ci impegniamo pertanto a risolvere le controversie future attraverso l’impegno diplomatico e la negoziazione, piuttosto che con la forza o un conflitto prolungato.

Riconosciamo che il Medio Oriente non può sopportare un ciclo persistente di guerre prolungate, negoziati in stallo o l’applicazione frammentaria, incompleta o selettiva di termini negoziati con successo. Le tragedie a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni devono servire da urgente promemoria del fatto che le generazioni future meritano di meglio dei fallimenti del passato. Ricerchiamo tolleranza, dignità e pari opportunità per ogni persona, garantendo che questa regione sia un luogo in cui tutti possano perseguire le proprie aspirazioni in pace, sicurezza e prosperità economica, indipendentemente da razza, fede o etnia. Perseguiamo una visione globale di pace, sicurezza e prosperità condivisa nella regione, fondata sui principi del rispetto reciproco e del destino comune.

In questo spirito, accogliamo con favore i progressi compiuti nella definizione di accordi di pace globali e duraturi nella Striscia di Gaza, nonché le relazioni amichevoli e reciprocamente vantaggiose tra Israele e i suoi vicini regionali. Ci impegniamo a lavorare collettivamente per attuare e sostenere questa eredità, costruendo fondamenta istituzionali su cui le generazioni future possano prosperare insieme in pace. Ci impegniamo per un futuro di pace duratura.

Donald J. Trump Presidente degli Stati Uniti d’America

Abdel Fattah El-Sisi Presidente della Repubblica Araba d’Egitto

Tamim bin Hamad Al-Thani Emiro dello Stato del Qatar

Recep Tayyip Erdogan Presidente della Repubblica di Turchia


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