Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2026

Fascisti a Milano. Li avevano visti arrivare, ma niente di più

In una città dove sempre più spesso si annunciano “Remigration day” come quello del 17 ottobre e dove si moltiplicano i tentativi di entrare nelle scuole per intercettare il malcontento studentesco, la notte tra lunedì 29 e martedì 30 settembre uno studente è stato, com’è noto, vigliaccamente aggredito – 12 contro 1 e una frattura cranica operata d’urgenza – dai neofascisti di Blocco studentesco davanti al liceo di via Einstein a Milano.

Ironia della sorte, la domenica successiva, a una manciata di metri di distanza dal luogo dell’aggressione, Fratelli d’Italia e la sua giovanile commemoravano – alla presenza del Presidente del Senato La Russa – Norma Cossetto nei giardini a lei dedicati: “Norma Cossetto, martire delle foibe e vittima dei comunisti”, ovvero giovane attivista fascista e figlia del podestà fascista di Visinada, Istria.

Arriviamo a martedì e il corteo antifascista, partito da via Einstein in risposta all’aggressione, lascia dietro di sé la targa dei giardini “Cossetto” imbrattata. Seguono, il mercoledì, piagnistei e spugnette dei meloniani.

Ironia della sorte, appunto. Ma la casualità e la geografia cittadina hanno intrecciato accidentalmente due questioni distinte che a ben guardare, però, sono tutt’altro che separate. Questioni da prendere molto seriamente, se è vero che la ricerca di agibilità politica da parte di questi gruppuscoli neofascisti – di per sé numericamente e politicamente irrilevanti – non sono che uno dei tanti sintomi di un fenomeno ben evidente, e di scala continentale, di ripresa delle peggiori destre fasciste, sioniste e reazionarie.

Perché in questi trent’anni tutti “li hanno visti arrivare”, ma qualcuno – mentre gridava “al lupo” in cambio del voto utile – ha steso loro un tappeto nero, fatto non solo di austerità, macelleria sociale, guerra e riarmo; non solo di scientifica disgregazione di quello che era il patrimonio antifascista, militante e di classe, radicato nei quartieri e nei posti di lavoro; ma anche di accettazione e legittimazione – quando non di collaborazione attiva – del peggior revisionismo storico.

C’è stato, in sostanza, anche un lavorio intellettuale e culturale da parte delle istituzioni e dell’intera classe politica italiana – con non pochi “insospettabili” fiancheggiatori dal basso e a lato, diretti e non, consapevoli e meno – che, tramite quello che potremmo sintetizzare come il mito della “memoria condivisa”, ha oggettivamente aperto uno spazio, ideologico prima ancora che politico, alle forze più reazionarie. E queste a quello spazio ci hanno lavorato e, naturalmente, non si accontentano dei risultati fin qui raggiunti, ma continuano a rilanciare, perché dall’altra parte la porta è sempre più spalancata.

Certe domande bisogna allora cominciare a farle all’antifascismo da salotto e da campagna elettorale, che già vediamo all’opera in vista delle scadenze elettorale dell’anno prossimo; e forse ancora di più vanno rivolte a chi ancora gli va dietro: ad esempio, perché è stata scelta e accettata la figura della fascista Norma Cossetto – emblema del revisionismo e della più becera falsificazione storica – per intitolarle nel 2020 un luogo in città? Perché il sindaco Sala – che, anche se a molti ora sembra sfuggire, non ha governato due mandati da solo – ha benedetto, sempre nel 2020, l’inaugurazione di un monumento ai “martiri delle foibe” in piazza della Repubblica? Sono scelte e responsabilità politiche che lasciano un segno.

Come quella di partecipare istituzionalmente alle commemorazioni per Sergio Ramelli, sdoganata già con Pisapia e trasformata poi da Sala in un appuntamento fisso per sindaco e istituzioni. Di morti per la Resistenza e poi nelle lotte politiche e sociali del dopoguerra, da commemorare o cui dedicare vie e giardini, ne potremmo elencare a decine; e tanti luoghi a loro intitolati e celebrazioni già c’erano e ci sono per fortuna, ma lì il sindaco e il PD spesso e volentieri marcano visita.

Ma se per la “sinistra” – e addentellati vari – di questa città la memoria è una memoria condivisa, non bisogna sorprendersi se poi qualcuno si sente legittimato a inventarsi qualsiasi tipo di commemorazione, fino ad arrivare all’equiparazione tra partigiani e nazisti; in questo senso le risoluzioni votate a larga maggioranza dal Parlamento europeo che equiparano comunismo e nazismo hanno certamente aperto la strada.

È accaduto così che lo scorso agosto anche i morti civili per l’attentato dell’8 agosto 1944 in viale Abruzzi 77 a Milano – operazione mai rivendicata dai Gap di Pesce e che oggi definiremmo “false flag” da parte dell’occupante nazista per quella che sarebbe stata poi la rappresaglia e l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto successivo – sono stati ricordati come “vittime dei comunisti” da un improbabile presidio promosso da Assoarma, ma subito raccolto da La Russa per invocarne una commemorazione istituzionale.

Per non parlare di qual è la memoria tramandata sul conflitto politico e sociale degli anni Settanta, a cominciare da come viene ricordata ogni 12 dicembre da istituzioni e partiti la strage di Stato di piazza Fontana. L’elenco sarebbe lungo, ma ci ripromettiamo in ogni caso di ritornarci.

I risvolti politici di tutto questo e lo sdoganamento di qualsiasi revisionismo o soggetto politico, lì vediamo qui e ora in tutta la loro portata. Da quelli apparentemente più grotteschi – come il figlio di La Russa e la Sardone che possono fare a gara come “influencer dei navigli” per chiedere la cancellazione del grande murales antifascista e per la Palestina della Darsena – a quelli decisamente più seri, come le piazze sioniste, nazi-ucraine o pro-scià.

Piazze a cui uno come De Corato non manca mai – impegnato a saldarne la convergenza e stabilizzarne l’asse con le destre di governo – ma dove sono ben presenti anche il solito assortimento di liberali guerrafondai capeggiati, si fa per dire, da Calenda o “Sinistra per Israele”: variamente prodotti, interlocutori, se non direttamente ex o tutt’ora rappresentanti del Partito Democratico, con buona pace dei suoi “compagni” di viaggio.

Parliamo della stessa internazionale nera che se non ha sfilato serenamente nel corteo istituzionale dell’ultimo 25 aprile è stato solamente perché l’esasperazione di larga parte del corteo ha avuto la meglio sulla direzione degli organizzatori.

Ma come si è arrivati a questo punto? Basti ricordare che sono proprio gli organizzatori di quella piazza ad aver sdoganato le bandiere della Nato, dell’Unione Europea e dell’Ucraina, oltre che di Israele, che ormai da almeno tre anni hanno piena cittadinanza nel 25 aprile istituzionale milanese; e sempre pronti, nonostante tutto, a ritendere la mano a questi soggetti, vedi il comunicato congiunto di luglio Anpi-Ucei.

Quindi la memoria è un campo di battaglia che non può e non dev’essere separato dalla politica. È compito importante quindi unire tutti i punti e trovare le forme di intervento anche sui territori, dove il recupero e la riaffermazione della memoria storica, in particolare del movimento comunista e di classe e del contributo popolare e di massa alla lotta al nazi-fascismo riacquistino significato dentro le battaglie odierne. Una via né facile né scontata, ma necessaria per ricostruire un tessuto politico e sociale che è l’unico vero “argine alle destre”.

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10/10/2026

Il Nobel per la Pace a Pillay e le ringhianti reazioni dei sionisti

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay continua un indirizzo delle scelte che è chiaramente visibile dal 2022, ovvero dall’escalation bellica in Ucraina: il premio entra nel merito di alcuni degli scenari più delicati della geopolitica globale, e questa volta è toccato alla Palestina.

A 85 anni, l’instancabile giurista sudafricana di origini tamil riceve l’onorificenza per aver consacrato la propria esistenza alla difesa del diritto internazionale e all’accertamento delle responsabilità in alcuni dei peggiori crimini di guerra degli ultimi anni. Lei stessa si è detta sorpresa dalla notizia, viste le sue posizioni di certo invise a tanti governi.

“L’ultima cosa che ho fatto [nell’ambito delle corti del diritto internazionale] – ha detto Pillay – è stata consegnare il rapporto su Gaza, definendo genocidio quanto sta accadendo lì. Molti hanno lodato il mio coraggio, ma mi chiedo: perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità?” 

È con questa semplicità che Pillay ha ribadito di nuovo i risultati del suo lavoro di giurista sui crimini israeliani, dall’alto della sua esperienza sui temi quali apartheid e crimini contro l’umanità. La sua formazione affonda le radici nella lotta contro la segregazione razziale in Sudafrica, fino ad arrivare a essere tra i legali di Nelson Mandela.

Poi il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, la Corte Penale Internazionale (CPI), l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR), la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), e infine la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, che ha concluso il proprio lavoro sentenziando che lo Stato d’Israele si è reso responsabile di molteplici atti di genocidio nella Striscia di Gaza.

Le risposte dei sionisti non si sono fatte attendere, con il loro solito misto tra propaganda di guerra e minaccia mafiosa. Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha diffuso una nota accusando il comitato di Oslo che assegna il Nobel di aver premiato la manipolazione ideologica.

“Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno”, sono arrivati a scrivere da Tel Aviv. Insomma, dai vertici israeliani si è subito attinto al capitale costruito dalla “industria dell’Olocausto” per cercare di proteggere il proprio genocidio.

Intanto, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha formalizzato un pacchetto di misure restrittive volte a colpire l’operatività della CPI, con il blocco di qualsiasi transazione economica e finanziaria tra entità o cittadini statunitensi e il tribunale dell’Aja e misure volte a isolare i conti e le risorse riconducibili alle attività della Corte che transitano attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro. Il provvedimento diventerà effettivo fra sei mesi.

Al contrario, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone hanno diffuso una nota congiunta esprimendo “rammarico e ferma opposizione” alle sanzioni, mentre la UE le ha definite addirittura “deplorevoli”, annunciando che sfrutterà il semestre cuscinetto per salvaguardare il funzionamento del tribunale.

Era inevitabile che la vittoria di Pillay scatenasse una tale ondata di reazioni, soprattutto perché mancano poche settimane alle elezioni israeliane. Proprio per questo bisogna anche capire che tipo di spinte possano aver indotto il Comitato Novergese per il Nobel a questa scelta, essendo di certo ben consapevole degli effetti a cascata che avrebbe prodotto.

Mettiamo subito in chiaro che, tra i Nobel per la pace assegnati nell’ultimo paio di decenni, tra un Obama che ha bombardato a destra e a manca e una UE che si crede il “giardino” del mondo in opposizione a una “giungla” da educare, quello a Pillay è certamente meritato e risponde alle motivazioni diffuse dal Comitato: “per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale”.

Ma che Pillay sia finalmente una figura che davvero incarni i valori della pace non toglie il fatto che il gruppo di Oslo a cui è affidata la scelta sul Nobel è in realtà composto di politici, e politici di una Norvegia che, ricordiamo, fino a poco tempo fa esprimeva il segretario della NATO. Insomma, non un paese non schierato.

Come si accennava all’inizio dell’articolo, i più recenti premi Nobel hanno toccato l’attualità di vari scenari di guerra: nel 2022 a organismi russi e ucraini, nel 2023 a Narges Mohammadi, facendo leva sulla condizione della donna in Iran, lo scorso anno a Corina Machado, come preludio all’aggressione statunitense al Venezuela e legittimando un esponente dell’estrema destra che si pone a strenua difesa di Israele.

Una scelta di segno contrario a quella di quest’anno, dato anche che i traballanti governi europei devono ancora fare i conti con la frattura culturale, politica e generazionale che ha rappresentato il genocidio dei palestinesi e il movimento di solidarietà internazionale. Già da tempo nelle capitali europei si sta cercando un capro espiatorio per tentare di rifarsi una verginità e continuare a sostenere la pulizia etnica israeliana, ma con meno clamore.

Tra gli altri candidati al premio Nobel c’erano anche i tribunali internazionali nel loro complesso, e ciò sarebbe bastato a riconoscere l’importanza degli sforzi per la pace e il diritto internazionale. La scelta di Pillay nello specifico, con il portato della sua recente attività, è certamente una decisione rischiosa, ma in linea con il sentire popolare e sembra rappresentare un avvertimento diretto a Netanyahu.

Il Nobel per chi ha definito ufficialmente genocidio quel che succede a Gaza permettere di far crescere il sentimento di condanna intorno al primo ministro israeliano, puntando ad addossare sulla sua testa (su cui già pende il mandato di arresto della CPI) tutte le colpe dei crimini commessi da Israele negli ultimi tre anni... e magari anche negli ultimi 80.

Si spera così di promuovere il maquillage filo-sionista che vuole trovare un facile capro espiatorio per i massacri a Gaza e l’aggressione coloniale in Cisgiordania, spianando la strada a figure come il generale Gadi Eisenkot per proseguire, sotto mentite spoglie, la medesima agenda securitaria e di pulizia etnica.

Eisenkot, che sta forse emergendo come il principale sfidante di Netanyahu, è un ex capo di Stato Maggiore dell’IDF e oggi leader della formazione centrista Yashar, perno della coalizione di opposizione che raccoglie dai laburisti fino alla destra nazionalista di Avigdor Lieberman. Una figura “sobria” e “istituzionale” di cui Israele ha bisogno per riportare il genocidio dei palestinesi nel silenzio.

Tuttavia, analizzando le dichiarazioni di Eisenkot, l’ambiguità evapora: Eisenkot è il teorizzatore della cosiddetta Dottrina Dahiya, basata sull’applicazione sproporzionata e devastante della potenza di fuoco sulle infrastrutture civili per generare deterrenza, e solo lo scorso anno ha rigettato l’ipotesi di uno stato palestinese sovrano.

Le critiche mosse verso il movimento dei coloni, egemonizzato da Ben Gvir e Smotrich e dunque poco spendibile alle elezioni, sono dirette evidentemente a ripristinare il decoro istituzionale, togliere argomenti legali ai tribunali internazionali e a riallineare Tel Aviv con il sentire di vari partner.

Qui si consuma la tragedia del paradosso del Premio Nobel 2026, una tragedia di cui è artefice l’imperialismo e il colonialismo: mentre Oslo premia colei che ha scritto nero su bianco che Israele sta commettendo un genocidio, la transizione politica a Tel Aviv, che molti governanti europei stanno preparando in tutti i modi, forse anche con questo Nobel, prelude a una riorganizzazione della macchina della pulizia etnica perché agisca indisturbata.

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08/10/2026

La prima attività di Valditara: denunciare chi lo critica

di Giorgio Cremaschi

Sono stato denunciato alla Procura della Repubblica di Roma dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Lo stesso ministro ha anche intentato nei miei confronti un’azione legale in sede civile per ottenere da me un risarcimento di danni patrimoniali e non patrimoniali.

La motivazione di queste cause penali e civili è che avrei leso “l’onore e la reputazione” del ministro in un mio post sui social del 15 gennaio, nel quale usavo per lui e per il governo Meloni la parola “razzismo”. Questo per una circolare del Dipartimento per il sistema educativo e Istruzione del MIM, che chiedeva alle scuole di segnalare gli studenti palestinesi.

Non avevo certo trovato io la circolare; essa era stata diffusa dall’indignazione degli insegnanti e dalla protesta dei sindacati, che avevano giudicato discriminatoria e inaccettabile la schedatura degli alunni di origine palestinese.

Io avevo di mio aggiunto sul post l’accusa di complicità del governo Meloni con il genocidio in corso a Gaza e nel titolo avevo proposto un paragone metaforico con le schedature degli ebrei nel 1938.

Era la prima volta da allora che che si individuavano gli studenti su base etnica, né valeva il precedente – poi sostenuto dal Ministro – con l’accoglienza dei bambini profughi dall’Ucraina in guerra. Diversissime erano le condizioni e le stesse procedure adottate in quella situazione improvvisa.

I bambini ucraini giunti in poco tempo dal febbraio 2022 erano 50.000. I bambini palestinesi erano invece già alunni delle scuole italiane, spesso da molto tempo. Quindi la circolare ministeriale, nel contesto di un’azione del governo schierata chiaramente con Israele, suscitò giustamente una forte condanna nell’opinione pubblica.

Naturalmente il Ministro Valditara e la sua parte politica respingono sdegnati, anzi querelano, le accuse di razzismo nei loro confronti. Eppure questo giudizio non può essere espunto dal dibattito politico, pena l’accettazione come “normale” del diverso trattamento delle persone in base alla religione o all’appartenenza etnica.

Nel passato il Ministro era intervenuto contro una scuola di Pioltello, provincia milanese, con tanti alunni di religione musulmana, che si era fermata per l’ultimo giorno del Ramadan. Ora il governo pone un limite al numero di bambini stranieri presenti in una classe.

Naturalmente le autorità affermano che non c’è nulla di razzista in tutto questo, ma solo “efficienza” e rispetto della legge. Ma tutta la storia mondiale delle lotte antirazziste ha dovuto affrontare autorità che facevano le stesse affermazioni.

In un mondo nel quale è in corso il genocidio del popolo palestinese da parte di uno Stato – Israele – verso il quale vi sono sostegni e riguardi che sarebbero inconcepibili per altri. In paesi nei quali la discriminazione, la criminalizzazione, la detenzione senza reati, la deportazione dei migranti sono atti distintivi della politica. In una società dove viene normalizzata la differenza sulla base della religione, soprattutto quella islamica, e dove torna anche quella basata sul colore della pelle, in questo mondo di oggi criminalizzare l’accusa di razzismo significa in realtà legittimare il razzismo.

Se l’accusa di razzismo, invece che essere terreno di radicale confronto politico e morale, diventa denuncia in tribunale, allora tutti i Vannacci di turno si sentiranno autorizzati a dire e magari anche a fare quello che vogliono.

La denuncia nei miei confronti da parte del Ministro Valditara non è solo gravissima per il suo contenuto, ma anche per l’autorità da cui proviene.

Un ministro che porta in tribunale un cittadino per ciò che ha politicamente affermato, contro il suo operare da ministro e non contro la sua persona, mette in discussione la libertà di critica e opinione.

SLAPP è l’acronimo inglese che sta per “azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica” cioè le cause intimidatorie di chi ha potere e soldi contro cittadini e attivisti che denuncino ingiustizie e prepotenze.

Nel 2024 l’Unione Europea ha emanato una direttiva “anti SLAPP”, proprio con la motivazione che le cause di governanti e ricconi, assistiti da potenti studi legali, contro normali cittadini, sono un grave danno alla democrazia.

Il Governo Meloni è sotto procedura di infrazione proprio per non aver recepito in modo adeguato questa direttiva: da noi le cause intimidatorie di chi comanda contro chi subisce continuano e si estendono. “Colpiscine uno per educarne cento”, ha recentemente affermato il Ministro Tajani.

La denuncia e la causa del Ministro Valditara nei miei confronti sono dunque un atto grave, che credo riguardi tutti, per due ragioni: perché criminalizza l’antirazzismo e perché viene da un esponente del governo contro un cittadino che si oppone alla sua politica.

Dobbiamo respingere la normalizzazione di questi comportamenti del potere, che sono una altro passo verso uno Stato autoritario.

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05/10/2026

L’Europa perseguita l’antifascismo

Se fino a qualche tempo fa i sostenitori dell’Europa liberale del trattato di Ventotene potevano ancora arroccarsi su una qualche differenza tra “L’Europa di Orbán” e quella dell’asse franco-tedesco, negli ultimi anni questo divario si è ristretto sempre di più.

I recenti sviluppi giudiziari del Budapest Complex ai danni degli antifascisti Maja, Gino, Ilaria, Gabriele e Zaid segnano un punto di non ritorno per l’Europa delle persecuzioni politiche, vedendo stringersi Parigi, Berlino e Budapest in una corale condanna all’antifascismo nel continente.

In Francia, dopo che nell’aprile 2025 la giustizia aveva rifiutato di estradarlo direttamente in Ungheria, e il caso sembrava chiuso, la Germania ha reclamato a sua volta l’estradizione di Gino con la scusa che alcune delle vittime sarebbero state di nazionalità tedesca, riaprendo il caso.

È cosi che questo mercoledì 30 settembre la Cassazione ha respinto il ricorso di Rexhino “Gino” Abazaj, aprendo la strada alla sua consegna alla Germania. I suoi legali temono ora che il trasferimento in Germania possa diventare il primo passaggio verso una successiva consegna a Budapest.

Lo stesso giorno la Corte d’appello di Budapest ha confermato pene molto dure contro Maja T. e Gabriele Marchesi, riducendole solo parzialmente: da otto a sette anni per Maja e da sette a sei per Marchesi. Maja resta detenuta in Ungheria sotto durissime condizioni detentive, dopo essere stata consegnata dalla Germania con una procedura successivamente censurata dalla Corte costituzionale tedesca, come potrebbe adesso accadere anche a Gino.

Resta infine aperta anche la posizione di Zaid, ricercato dall’Ungheria nell’ambito dello stesso procedimento e ancora coinvolto in una complessa vicenda giudiziaria in Francia.

Una vera e propria persecuzione in corso ormai da tre anni, fondata sulla criminalizzazione dell’antifascismo, trattato attraverso il prisma politico e giudiziario del “terrorismo” di sinistra, attraverso un’operazione su larga scala di delegittimazione e condanna dalle lotte, da quelle per la Palestina (in Francia la proposta di legge Yadan, in Italia il DDL Romeo) a quelle ambientali, ai movimenti antirazzisti e antifascisti.

Nel suo recente libro “Le fascisme qui vient” Said Bouamama spiega il fenomeno profondo di come avvenga la “fascistizzazione” di una società, svelando il ruolo graduale delle forze politiche centriste nel progressivo sdoganamento delle politiche dei “veri” fascisti, consentendone la vera e propria penetrazione e ascesa all’interno delle strutture istituzionali.

Uno sdoganamento tanto graduale quanto in realtà rapido, e accelerato negli ultimi sei anni.

I miliziani eredi di Bandera del battaglione Azov, diventati i migliori mercenari di un’UE in guerra, il sostegno ideologico e militare al genocidario Israele, le politiche securitarie antimigratorie UE, dai campi in Libia a Frontex, hanno anticipato e consentito nei fatti il fenomeno che si traduce in termini politici con l’ascesa dei Le Pen e Vannacci o la vittoria dell’AfD in Sassonia.

All’interno di questo quadro, le condanne, i mandati d’arresto e i procedimenti che hanno coinvolto i cinque antifascisti non possono essere letti come eccezionali, ma come presagio di uno stabile assetto politico e giudiziario in Unione Europea.

La solidarietà manifestata a Parigi in occasione del 30/09, data prevista per l’udienza di Gino, è stata massiva: la Bourse de Travail si è riempita di attivisti e solidali in occasione di una conferenza stampa tenuta da avvocati e un deputato della France Insoumise, segno che l’antifascismo condannato è antifascismo che si moltiplica e contagia.

Tra i numerosi ospiti alla conferenza stampa l’avvocato franco-palestinese Salah Hamouri, Zerocalcare, le intellettuali e militanti anticoloniali Françoise Vergès e Louisa Yousfi, l’avvocata e leader del gruppo trotzkista Révolution Permanente Elsa Marcel.

Un segno forte che mostra una nuova e necessaria attenzione al caso, dopo la vicenda Salis, anche se riguardante i “meno europei” Zaid e Gino Abazaj, in Italia da quando aveva tre anni ma senza cittadinanza a differenza della sua famiglia per aver partecipato, anni fa, ad un picchetto antisfratto.

Come recita la lettera lasciata da Gino ai suoi compagni: “Oggi, qui, la nostra responsabilità collettiva è sapere che nulla si ferma, che l’antifascismo non è sconfitto ma rimane una lotta costante. Oggi, qui, noi, io, tu, rinnoviamo la nostra promessa di essere a fianco di chi sta combattendo e di chi combatterà”.

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01/10/2026

L’ex Vice Ministro della Cultura chavista analizza il discorso di Delcy Rodríguez all’Onu

di José Manuel Rodríguez, intellettuale venezuelano e militante chavista, viceministro della cultura durante il governo di Hugo Chávez

Ogni azione politica è intrisa di presunte narrazioni storiche. Lo saranno sempre per i seguaci di chi le pronuncia. I media al servizio di agende politiche – di destra e di sinistra – saranno responsabili della loro ripetizione. In definitiva, sanno bene quale impatto avranno su determinati pubblici. I politici e chi li influenza sono esperti in questo.

Sanno come rendere i loro discorsi gradevoli al pubblico. Con la dovuta abilità, riescono a inserire i punti chiave che hanno in mente. In breve, un oratore esperto e influente politicamente sa dove porre l’accento e cosa tralasciare. Questo spiega perché, nel caso di Delcy Rodríguez, ella utilizzi un forum multilaterale come le Nazioni Unite per illustrare al mondo politico internazionale la linea d’azione che intende seguire come capo di Stato, accrescendo così l’interesse straniero per la sua amministrazione.

La presidente, ora a capo della transizione a tempo indeterminato, ha tenuto un discorso di 20 minuti alle Nazioni Unite, come da tradizione.

Ha dedicato i primi 5 minuti a quelli che ha definito “i grandi temi, aspirazioni e preoccupazioni dell’umanità: pace, sviluppo, uguaglianza, crisi climatica, libero scambio, sicurezza energetica e intelligenza artificiale...”.

Nei successivi 15 minuti, ha delineato gli aspetti essenziali della sua amministrazione in qualità di nuova presidentessa.

Non si tratta di un capriccio o di un malinteso; è stata una decisione sua e dei suoi collaboratori pronunciare il discorso che ci si aspetta da una nuova leader che prende le distanze da tutto ciò che l’ha preceduta. Lo ha riassunto così: “Vengo a presentare le aspirazioni di un Paese che cerca di costruire il proprio destino dopo conflitti politici... che hanno chiuso gli spazi in cui le diverse fazioni potevano trovare un luogo per risolvere le proprie divergenze...”.

Ed annunciato che: “Quel capitolo deve chiudersi, per dare inizio a una nuova era politica fondata sulla verità, sulla giustizia e sulla capacità di guardare insieme al futuro...”.

Ha poi proseguito: “Sono lieta di annunciare che il Venezuela ha avviato un processo di trasformazione democratica per la sua rinascita. Un processo ordinato, istituzionale e verificabile per costruire un Paese più libero per tutti, più prospero e più riconciliato con se stesso. Un processo di cambiamento politico, economico e spirituale...”.

Infine ha condannato la Quinta Repubblica all’oblio: “Un processo di cambiamento politico, economico e spirituale... Voglio che ricostruiamo le fondamenta di una nuova Repubblica pluralista dalle macerie della divisione...”.

Con o senza il sostegno nazionale – ora è impossibile misurarlo – il suo discorso ha lasciato di fatto Chávez morto e Maduro e sua moglie dimenticati nelle segrete degli Stati Uniti.

Ecco perché l’abbiamo vista ringraziare l’aggressore McDonald per la sua grande collaborazione: “Il presidente Donald Trump e la sua amministrazione per la loro disponibilità a riprendere il percorso delle relazioni diplomatiche e della cooperazione con il Venezuela...”.

Non c’è dubbio, è stato un discorso storico, che ha dimostrato in pratica la nomina di Delcy Rodriguez a presidentessa senza mediazione elettorale. Per parafrasare il nostro perspicace Luis Brito: dietro ogni potere c’è un discorso; dietro ogni vuoto di potere, un non-discorso.

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28/09/2026

Germania - La Linke cade nella trappola dell’antisemitismo e china la testa

Per la Linke, una domanda sembra sorgere dopo la vittoria elettorale a Berlino: andare avanti a testa alta o cedere alle sciocchezze degli avversari politici? Secondo tutte le indicazioni, la decisione è stata presa a favore di quest’ultima e anche prima del giorno delle elezioni.

Da sabato, la Commissione Arbitrale della Link di Berlino ha presentato una mozione di esclusione contro la militante del partito Hannah Bruns, che è solidale con la Palestina. Secondo un rapporto di martedì, il Tagenspiegel ne ha appreso la vicenda dagli ambienti del partito, anche se la stessa Bruns non è ancora stata informata del processo, ha detto a Junge Welt. La Commissione Arbitrale, su richiesta, ha confermato la ricezione della domanda.

Bruns è portavoce del Gruppo di Lavoro Statale sulla Solidarietà con la Palestina nel Partito della Sinistra di Berlino. Non sa esattamente chi abbia iniziato il processo di espulsione. Il Tagesspiegel inoltre non ha fornito alcuna informazione pubblica a riguardo. Tuttavia, il giornale è riuscito a citare alcune dichiarazioni dell’attivista. Durante una manifestazione, ad esempio, ha detto che la liberazione della Palestina sarebbe stata completa solo “quando Tel Aviv sarà tornata nelle mani della Palestina”, e si è anche rifiutata di rispondere al distanziamento da Hamas richiesto dagli agitatori filo-Israele.

Non è “un caso che la mozione per l’esclusione sia già stata presentata”, ha sottolineato Bruns in un’intervista sia a Junge Welt che a Springer’s ai quali aveva già riferito la preparazione della domanda all’inizio del mese.

I responsabili avevano affidato il processo al partito dei media ostili, ha ipotizzato Bruns. Il membro della Linke ha inserito il tentativo di espulsione – ora pubblico – nel contesto delle recenti richieste dei possibili partner di coalizione affinché il Partito della Sinistra agisca contro il presunto antisemitismo all’interno delle proprie fila.

La campagna diffamatoria contro il Partito della Sinistra – “fantasie di espropriazione” e “odio verso gli ebrei” – aveva ricevuto l’aggiunta dell’accusa di “legami con la criminalità dei clan” la stessa notte delle elezioni. Con diligenza, tutti parlano di una miscela selvaggia.

La leadership dell’SPD ha annunciato martedì attraverso Lars Klingbeil, Bärbel Bas e Tim Klüssendorf che: “La Linke non deve lasciare nemmeno un millimetro di spazio all’antisemitismo e ai criminali dei clan tra le sue fila”. Secondo Bild, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) aveva avvertito l’SPD dell'“inferno” e aveva chiesto ai socialdemocratici “di rendere chiaro in modo inequivocabile che non formeranno una coalizione con questo Partito di Sinistra a Berlino”.

Il giorno prima, secondo il Berliner Morgenpost, ex funzionari dello SPD di Berlino hanno contribuito al dibattito con una “risoluzione” contro i colloqui esplorativi con la Linke, incluso l’ex sindaco di governo Michael Müller. Anche l’ex leader SPD Sigmar Gabriel ha espresso la sua opinione sulla ZDF: “Non formerei mai una coalizione con nessun partito antisemita”. Non era certo una coincidenza “che il capo del clan Remmo passasse alla festa elettorale”, lo sapeva.

Si era saputo che il deputato del Partito di Sinistra di Neukölln, Ferat Koçak, aveva comunicato con un figlio di Remmo tramite Instagram. Di conseguenza, vuole sospendere temporaneamente le sue funzioni parlamentari.

Questo non basta per i Verdi. La segretaria parlamentare Irene Mihalic ha chiesto l’espulsione di Koçak dal gruppo parlamentare e anche la “chiarezza che stiamo fermamente dalla parte di Israele”. Questo significa anche, se necessario, che devono cacciare le persone, ha annunciato martedì il primo ministro del Baden-Württemberg, Cem Özdemir.

Il desiderio è apparentemente un ordine per alcuni. La mozione contro la Bruns riguarda “la disciplina e la diffamazione delle forze solidali con la Palestina all’interno del partito”, ha sottolineato la stessa Bruns, che ha anche espresso solidarietà con Koçak. “Un partito che ha ottenuto una vittoria elettorale storica non deve camminare curvo”, ha detto. Mercoledì, la presidente della Fondazione Rosa Luxemburg almeno è uscita dalla difensiva ed ha definito la dichiarazione della leadership dell’SPD un'“impertinenza”: “La Linke non è un partito antisemita e lo sa”.

Ramsis Kilani, cacciato dalla Linke a causa delle sue dichiarazioni sul genocidio a Gaza ha detto a Junge Welt che “Era solo questione di tempo prima che la mia espulsione fosse seguita da altre”.

Il motivo è che “La destra del partito vuole rimuovere la solidarietà con la Palestina come ostacolo alla partecipazione del governo a Berlino e a livello federale”. La sinistra del partito deve subito intraprendere pubblicamente la lotta contro l’esclusione di Bruns, ha detto Kilani.

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19/09/2026

Israele si avvia a riconoscere il Partito della Libertà austriaco, fondato da ex nazisti

Gli ultimi veli dei nazi-sionisti cadono uno dopo l’altro, velocemente. Il quotidiano israeliano Haaretz riporta infatti la “svolta storica” che il governo Netanyahu sta imprimendo alle relazioni con i partiti europei apertamente filo-nazisti e con una storia di acclarato antisemitismo. L'ultimo caso riguarda il cosiddetto “Partito della libertà” austriaco.

Chi si somiglia si piglia…

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Il ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato giovedì che Gerusalemme punta a «un dialogo sostanziale, aperto e franco» per stabilire rapporti con il Partito della Libertà austriaco, formazione di estrema destra fondata da ex nazisti e che negli ultimi anni ha progressivamente adottato una posizione fortemente filoisraeliana.

Gideon Sa’ar stava rispondendo a un discorso pronunciato poche ore prima a Strasburgo da Herbert Kickl, leader del partito, durante una conferenza organizzata dal partito stesso e alla quale è intervenuta anche la ministra del Likud Miri Regev.

Israele boicotta ufficialmente il partito a causa del suo passato nazista e della storia di esponenti antisemiti che ne hanno fatto parte, sebbene negli ultimi anni i rapporti si siano gradualmente riscaldati. La comunità ebraica austriaca ufficialmente riconosciuta, tuttavia, respinge con veemenza il partito.

Kickl ha parlato a un evento organizzato dal suo partito presso il Parlamento europeo di Strasburgo, insieme al gruppo Patriots for Europe, una formazione parlamentare composta da partiti europei di estrema destra alla quale il Likud ha aderito ufficialmente lo scorso anno.

Sa’ar ha dichiarato che Israele «accoglie con favore il significativo discorso pronunciato» dal leader del partito, citando la sua condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, l’adozione da parte del partito della definizione di antisemitismo dell’IHRA – che secondo i critici confonde la critica a Israele con l’antisemitismo – e il suo «riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con la Giudea e la Samaria», il nome biblico della Cisgiordania, nonché «la sua dichiarata intenzione di trasferire l’Ambasciata austriaca a Gerusalemme e il suo impegno ad approfondire la cooperazione pratica e a costruire una nuova partnership con Israele».

Amichai Chikli, anch’egli ministro del Likud, titolare del dicastero per gli Affari della Diaspora e responsabile della lotta all’antisemitismo, che ha promosso i rapporti di Israele con l’estrema destra europea, ha definito l’incontro congiunto «una svolta storica nelle relazioni tra il Partito della Libertà austriaco, lo Stato di Israele e il popolo ebraico».

«Più che una svolta, questo è stato un attraversamento del Rubicone, dopo un lungo processo di costruzione della fiducia, di approfondimento della cooperazione e di creazione di un autentico ponte politico tra Israele e il Partito della Libertà austriaco», ha aggiunto.

Lo scorso anno, quando Kickl aveva ricevuto l’incarico di formare una coalizione, in un tentativo che alla fine fallì, Oskar Deutsch, presidente della comunità ebraica di Vienna, aveva dichiarato: «Forse dovremmo iniziare a fare le valigie».

Pur non definendo il partito stesso un «partito nazista», Deutsch aveva affermato: «Tra i dirigenti e gli esponenti del partito ci sono molti simpatizzanti del nazismo». Dopo il fallimento dei negoziati per una coalizione tra il Partito della Libertà e il centrodestra austriaco, aveva definito lo sviluppo «un grande sollievo».

All’inizio di quest’anno, Harald Vilimsky, leader dell’FPÖ al Parlamento europeo e organizzatore dell’evento di Strasburgo, era stato ricevuto nell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Deutsch aveva dichiarato ad Haaretz, all’epoca, che l’incontro era «estremamente preoccupante».

Israele ha mantenuto un boicottaggio ufficiale del Partito della Libertà, con Netanyahu che nel 2017 aveva confermato che Israele avrebbe evitato i contatti con i suoi ministri di estrema destra e limitato i rapporti agli esponenti di livello operativo. Questa politica faceva seguito a una risposta diplomatica ancora più severa nel 2000, quando il partito entrò per la prima volta nel governo austriaco e Israele richiamò il proprio ambasciatore e declassò le relazioni diplomatiche.

Lo scorso anno, mentre Israele intensificava i rapporti con alcuni partiti di estrema destra in Europa, una fonte diplomatica aveva dichiarato che Israele stava riesaminando costantemente il panorama politico europeo, comprese le posizioni dei partiti su Israele, antisemitismo, nazismo e Olocausto. All’epoca, la fonte aveva affermato che Israele non aveva concluso che la propria politica nei confronti del Partito della Libertà o dell’Alternativa per la Germania, partito tedesco di estrema destra, dovesse cambiare.

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17/09/2026

Il maquillage di Israele. Senza Netanyahu tornerà la “normale amministrazione”?

In questi giorni che precedono le elezioni in Israele, si stanno manifestando avvenimenti contraddittori tra loro ma che potrebbero convergere in uno scenario finale del tutto simile.

Da un lato c’è il clamore per il docufilm “Naza”, che denuncia e documenta i crimini delle forze armate israeliane contro i palestinesi, e che ha vinto il premio della critica al Festival del Cinema di Venezia.

Gli autori israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor sono stati indubbiamente coraggiosi, così come lo erano stati quando insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal avevano realizzato il docufilm “No Other Land”.

Le autorità israeliane e tutti gli ultrasionisti hanno giurato di volersi vendicare dei due autori israeliani di “Naza” ritenendoli dei traditori. Insomma i due autori se la stanno rischiando seriamente.

Al fianco di Yuval Abraham e Rachel Szor si sono schierati centinaia di registi, autori e operatori del cinema israeliani, battendo un colpo a sostegno dei loro colleghi nel mirino. Un colpo che però o non avevamo sentito oppure non c’era stato in questi tre anni in cui si consumava un genocidio contro i palestinesi a Gaza e la pulizia etnica contro quelli in Cisgiordania.

Il coraggioso giornale israeliano Haaretz e i suoi giornalisti hanno reso pubblici i risultati della loro inchiesta secondo cui Netanyahu era stato avvisato che l’operazione militare palestinese del 7 ottobre era nell’aria, ma che non avrebbe adottato alcuna contromisura per poi poter usare il fatto come casus belli per scatenare la mattanza contro i palestinesi a Gaza.

Proviamo a unire alcuni puntini: un importante docufilm di denuncia dei crimini di guerra israeliani assume un rilievo internazionale; l’intellettualità israeliana si risveglia dopo tre anni di silenzio e torpore mentre a Gaza i palestinesi morivano a migliaia; i sospetti che Netanyahu abbia “lasciato fare” il 7 ottobre per trarne vantaggio sono diventati una denuncia pubblica e circostanziata che ormai pesa e peserà come un macigno sulle prossime elezioni israeliane.

Mettiamo in controluce questi avvenimenti e proviamo a intuirne le conseguenze.

Alcuni commentatori palestinesi – Abo Nasr e Yhaya Barakhat – hanno offerto una lettura del successo di “Naza” spiazzante.

Hanno indicato come un docufilm di denuncia e l’onda lunga che ha prodotto contro il governo israeliano, possa in qualche modo produrre l’effetto di “rigenerare” l’immagine di Israele dopo tre anni in cui il mondo ha conosciuto, compreso e condannato le sue responsabilità nel genocidio di un popolo da cancellare e da espellere dalla propria terra.

L’enfasi su “Naza” o sull’inchiesta di Haaretz circa le responsabilità di Netanyahu hanno indubbiamente rivitalizzato, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, i sostenitori di Israele come unica democrazia del Medio Oriente, restituendo l’idea di robusti anticorpi democratici dentro uno Stato e una società che invece hanno offerto, almeno negli ultimi tre anni, una immagine brutale di se stessi.

A questa scenario manca però il colpo finale: l’uscita di scena di Netanyahu.

Se le prossime elezioni vedranno la caduta del leader politico più longevo e sanguinario della storia di Israele, siamo sicuri che tutto l’apparato ideologico di sostegno a Israele si rimetterà in moto a pieno ritmo per restituire una immagine ripulita della stessa, e con essa un colpo di spugna definitivo su quanto accaduto. E questo nonostante le forze di opposizione a Netanyahu non facciano mistero di voler perseguire i medesimi obiettivi.

Si spegneranno le telecamere, incluse quelle mai accese su quanto avveniva a Gaza, si attenueranno i toni e le denunce, qualcuno staccherà la bandiera palestinese dal balcone, si sottoporranno a revisione documenti, delibere e deliberazioni sul boicottaggio verso i partner israeliani e gli apparati di complicità verso Israele si rimetteranno in moto, come se a Gaza non fosse mai accaduto niente di così grave o rilevante: i processi in corso alla Corte Penale e alla Corte Internazionale di Giustizia vedranno rallentare i propri iter. I palestinesi – se saranno fortunati – torneranno ad essere una questione meramente “umanitaria” e non una questione politica nell’agenda internazionale.

Senza più Netanyahu al governo lo Stato di Israele tornerà ad essere considerato “normale” nei consessi internazionali. Quanto accaduto a Gaza o in Cisgiordania diventerà nuovamente “normale amministrazione”.

Questo scenario potrebbe essere diverso solo se le contraddizioni “interne” alla società israeliana si riveleranno più acute di oggi e se le contrapposizioni scivoleranno verso uno scontro interno tra opzioni che si ritengono incompatibili tra loro. Ma questo difficilmente avverrebbe sul rapporto e la situazione dei palestinesi.

Cresce la sensazione che dovremo prepararci a fare i conti con una nuova fase – e completamente diversa – nell'informazione, mobilitazione e denuncia sulla causa palestinese. Spetta a chi riesce ad andare oltre le apparenze il compito di tenere la barra dritta e continuare a dire come le stanno le cose, nella realtà e non nella loro mera percezione.

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19/08/2026

Siria - Si sciolgono le Ypg/Ypj

Dopo l’approvazione della legge di amnistia parziale nei confronti dei membri del PKK in Turchia, ecco che, di conseguenza, in Siria si assiste ad un’accelerazione del parallelo processo di integrazione delle milizie curde nelle strutture del nuovo stato di marca qaedista, implementando i termini dell’accordo – capestro firmato lo scorso gennaio.

Nei mesi scorsi, anche il processo siriano, così come quello turco, appariva in stallo, con le Ypg che avevano boicottato le elezioni per il parlamento siriano, in quanto blindate all’interno di un ristretto novero di nomi di nomina presidenziale.

Tuttavia, queste resistenze sembrano essere cadute nei giorni scorsi, quando Mahmoud Barkhodan, comandate di una delle brigate curde integrate nell’esercito centrale, ha annunciato il prossimo scioglimento delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e delle Ypg. “Annunceremo lo scioglimento delle YPG-FDS entro i prossimi giorni. Anche la struttura amministrativa autonoma scomparirà. Costruiremo una nuova Siria mano nella mano, nel quadro di un unico esercito, un unico Stato, un’unica bandiera e una patria comune”, ha dichiarato dalle colonne di Türkiye Gazetesi, giornale molto vicino al Erdogan.

Riguardo lo stato del processo d’integrazione delle milizie curde nell’esercito centrale, Barkhodan ha affermato: “Finora, 10.000 dei nostri combattenti sono stati integrati nell’esercito siriano. Questo numero potrebbe arrivare a 12.000. Le affermazioni secondo cui avremmo un esercito di 70-100.000 uomini, non corrispondono alla verità... non ci sono quasi più arabi tra noi”. Questi effettivi sono stati integrati nelle quattro divisioni stabilite nell’accordo di gennaio.

Barkhodan ha aggiunto che esistono ancora dei punti di disaccordo, quali il destino delle Ypj femminili – che le milizie qaediste non vorrebbero mai vedere al proprio fianco – ma nulla è insormontabile.

Per le Ypj si parla di integrazione nel Ministero dell’Interno, anziché in quello della Difesa, per operazioni antiterrorismo e di polizia; il che equivarrebbe ad un deciso ridimensionamento non facilmente accettabile per le dirette interessate, che hanno già declinato.

Anche le Università, le istituzioni civili ed i pozzi petroliferi stanno progressivamente passando sotto l’autorità di Damasco.

Significativo è che, in conseguenza di questi passi, i servizi di sicurezza di Ankara abbiano cominciato a rimuovere ufficialmente i comandanti delle Ypg dalla lista dei ricercati.

È emerso, inoltre, che anche le filiazioni politiche delle Ypg/Ypj, ovvero Il PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il TEV-DEM (Movimento per una Società Democratica) dovrebbero sciogliersi. Il loro posto verrà preso da un partito con un nuovo nome, guidato sempre da Mozloum Abdi ed Ilhan Amed – rispettivamente capo militare e responsabile esteri dell’amministrazione del Rojava in dissolvimento – che si presenterà come libero da ogni filiazione con il PKK/KCK.

Come si vede, le condizioni sono molto restrittive per il movimento curdo, che fino a pochi mesi fa controllava il 30% dell’intero territorio nazionale siriano. Come noto, la decadenza è cominciata con la perdita dell’appoggio statunitense, che ha deciso di investire sul regime qaedista, abbandonando la causa curda in precedenza cavalcata in maniera strumentale.

Anche sul fronte turco, i dirigenti del PKK in dissolvimento continuano a lamentare i caratteri troppo restrittivi della legge di amnistia approvata dal parlamento e la mancanza di una soluzione per Ocalan.

Tuttavia, è chiaro che Erdogan, per fare maggiori concessioni e procedere alle modifiche costituzionali richieste, cerca un appoggio più marcato, da parte del partito filocurdo DEM, all’alleanza di governo, in modo da assicurarle un maggiore consenso fra i Curdi, condizione necessaria per rimanere in sella nei prossimi anni.

Su tutti e due i processi continuano a gravare le tensioni fra Iran e Regione Autonoma Curda. Il 16 agosto alcuni droni hanno colpito l’edificio degli uffici del Primo Ministro Masrour Barzani. Teheran ha declinato le accuse di coinvolgimento, denunciando che si tratta di un’operazione di falsa bandiera.

Tuttavia, è chiaro che la Repubblica Islamica sta esercitando una fortissima pressione per espellere completamente dalla Regione Autonoma Curda la presenza statunitense e, con essa, i gruppi curdo-iraniani di opposizione.

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13/08/2026

Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni diplomatiche

Il governo criminale di Israele e il Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas aveva interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, della presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell’AIPAC (la più grande rappresentante della lobby sionista per fare pressione su senatori e deputati yankee) è arrivata a Caracas, è stata accolta dalla presidente e ha avuto un incontro con suo fratello, il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Tra i visitatori figuravano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson, e l’agenda si sarebbe concentrata su “sicurezza e cooperazione antidroga”, la tipica scusa per entrare di nascosto in suolo venezuelano. Questa invasione sfacciata, impossibile da immaginare in qualsiasi altro momento, ha provocato un duro ripudio da parte dei militanti chavisti.

Mast, Fine e Cammack, tutti repubblicani della Florida, sono sionisti irriducibili. Mast ha prestato servizio come volontario con le Forze di Occupazione in Palestina e non ha esitato a dichiarare che “non ci sono civili palestinesi innocenti”. Inoltre, ha invocato di “colpire duramente i terroristi palestinesi” e di “affamare Gaza”.

E infine, dopo che sono emersi gli elogi del genocida Netanyahu per la possibilità di riavviare le relazioni con il Venezuela, è giunto il momento, e ciò che era stato ottenuto oggi con la dignità e il coraggio del comandante Hugo Chávez (che ha espulso i criminali di guerra sionisti dal territorio bolivariano), in Venezuela sotto occupazione yankee, è diventato l’opposto.

È incredibile: i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla CPI riprenderanno. Oggi, i sionisti entrano e escono da Caracas con totale impunità, e il peggio deve ancora arrivare.

Non esiste scusa al mondo che possa giustificare un tale affronto a un popolo che per più di due decenni e mezzo ha costruito un processo rivoluzionario. Gli assassini del popolo palestinese oggi si vantano e celebrano il fatto di essere stati accolti come amici nel Palazzo Miraflores. La memoria filo-palestinese del comandante Chavez e la posizione decisamente anti-sionista del presidente legittimo (rapito dagli Stati Uniti) Nicolás Maduro non merita un simile affronto.

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28/07/2026

“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”

Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.

Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.

“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.

“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.

Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?

Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.

Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.

Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.

Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.

Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?

Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.

Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.

Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.

Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?

Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.

E sul rapporto con Cuba?

Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.

Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.

Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.

Perché considera questo aspetto così grave?

Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.

Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?

Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.

Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?

Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.

Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?

Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.

La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?

È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.

Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?

Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.

Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?

Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.

Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?

È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.

Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?

Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

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05/07/2026

Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia

In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA (Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di vista”. 

Peccato che, dal settembre 2025, questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati.

Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.

Sul sito della sua fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”.

Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli.

In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni.

Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia?

Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine?

Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta – negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni – una forma di normalizzazione del predominio.

Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi.

NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo attuale. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano.

Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane.

Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto.

Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e solo 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto.

Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti.

Cosa dice Noa della “direttiva Hannibal”, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative?

Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “A quest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi?

Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani?

Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio?

Fonte

28/06/2026

Accordo Israele - Libano: Beirut riconosce ufficialmente l’occupazione

Il cosiddetto “accordo trilaterale” siglato a Washington fra Israele, governo libanese ed USA – in quanto mediatori – decreta due novità politiche: Beirut si impegna a riconosce ufficilamente Israele come stato, mettendo fine al formale stato di guerra in vigore dal 1948, ed il ritiro israeliano dal sud è subordinato al “disarmo completo” e verificabile di Hezbollah.

Ciò si traduce nel riconoscimento ufficiale dell’occupazione del sud da parte dell’esecutivo libanese, dato che non è in grado in alcun modo di ottemperare al disarmo di Hezbollah.

Quest’accordo, dunque, pone le basi per lo scoppio di una guerra civile in Libano fra le componenti filoamericane ed il blocco che sostiene Hezbollah, offrendo anche un pretesto per l’intervento diretto di USA ed Israele all’interno di tale conflitto, in quanto aiuterebbero il “legittimo governo libanese” a stabilire la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.

Proponiamo un’analisi completa effettuata dalla giornalista di sinistra Rania Khalek.


Questo accordo consolida l’occupazione israeliana, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile in coordinamento con gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, minaccia di far fallire l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Il governo libanese si è unito a Israele e agli Stati Uniti nel dichiarare guerra a una vasta parte della propria popolazione.

Ieri, l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti ha firmato un accordo quadro con Israele durante il quinto round di negoziati ospitato da Washington. L’accordo è infido, scioccante e vergognoso. Consolida l’occupazione israeliana del territorio libanese nel sud del Paese, che può essere smantellata solo attraverso una guerra civile guidata dall’esercito libanese e coordinata con gli Stati Uniti e Israele.

Le élite libanesi che promuovono questa sottomissione all’impero amano invocare la sovranità. Parlano di Hezbollah come se fosse una forza aliena impiantata dall’Iran, piuttosto che una formazione militare organica, autoctona e popolare nata dalla resistenza all’occupazione israeliana negli anni ’80. Per queste élite, qualsiasi resistenza a Israele è una violazione della sovranità del Libano, mentre obbedire agli ordini di Washington e Tel Aviv contro gli interessi del Libano è considerato normale, indipendente, persino virtuoso. Il sopra è sotto, la destra è la sinistra.

Il governo libanese si è rifiutato di sfruttare la leva negoziale che l’insistenza dell’Iran sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano gli aveva fornito. Al contrario, ha collaborato con gli americani e gli israeliani alle condizioni di Israele, fornendo così a Marco Rubio uno strumento per minare l’accordo tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu si vanta che si tratti di un “importante successo” perché permette all’occupazione israeliana di continuare. La presidenza libanese lo celebra come una vittoria sulla sovranità che libererà il territorio libanese, ma non ha fornito dettagli su come ciò avverrà, e l’accordo stesso non mostra nulla del genere. Hezbollah lo ha ovviamente respinto, perché rappresenta una capitolazione totale al furto di terre da parte di Israele.

L’accordo di resa

Il testo integrale del quadro di riferimento è disponibile qui. Nicolas Sawaya offre un’ottima analisi di tutti i 14 punti. Mi limiterò a evidenziare i più critici.

Innanzitutto: questo accordo è mediato e supervisionato dagli Stati Uniti, che NON sono una parte neutrale. Gli Stati Uniti finanziano l’intero esercito israeliano: fondi, armi, Iron Dome, intelligence, copertura diplomatica. Partecipano attivamente ai crimini commessi contro il Libano. Il passato ha dimostrato che non ci si può fidare di loro per una mediazione imparziale in qualsiasi questione che coinvolga Israele. Ricordiamo le 15.000 violazioni del cessate il fuoco israeliano tra novembre 2024 e marzo 2026, completamente impunite dal meccanismo gestito dagli Stati Uniti.

Il punto 2 stabilisce che il ritiro israeliano è subordinato al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, il che significa una guerra civile. Questo stravolge il diritto internazionale. L’occupazione israeliana è illegale a prescindere dall’esistenza di Hezbollah. L’accordo afferma: “le Forze Armate Libanesi ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. Accettando di disarmare prima Hezbollah, con i parametri per il “disarmo verificato” ancora da definire dagli Stati Uniti, il governo libanese ha di fatto consolidato l’occupazione israeliana del sud.

Il punto 3 subordina gli aiuti internazionali per la ricostruzione e il ritorno di centinaia di migliaia di civili libanesi sfollati al disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese in “zone pilota” a fasi, che saranno anch’esse determinate dagli Stati Uniti. Il quadro di riferimento stabilisce che la ricostruzione inizierà e i civili potranno tornare solo “dopo la conferma del successo del disarmo”. Questo tradisce completamente la popolazione del sud e fornisce a Washington una leva di ricatto sull’intero processo.

Il punto 4 afferma che il governo “ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, raggiungerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano”. Ciò significa disarmare anche Hezbollah a nord del Litani. Inoltre, si chiede ai “partner internazionali e in particolare arabi, sotto la guida degli Stati Uniti”, di sostenere questo risultato. In altre parole, una guerra civile guidata dagli Stati Uniti e sostenuta dagli arabi.

Il punto 5 afferma che “il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano”. I ministri israeliani affermano regolarmente il contrario.

Il punto 9 prevede che gli Stati Uniti effettuino delle valutazioni sull’efficacia con cui lo Stato libanese sta conducendo la guerra civile contro Hezbollah. Il sostegno internazionale al Libano sarà condizionato dalla soddisfazione americana per i risultati. L’umiliazione è strutturale, mi vergogno davvero di questi traditori.

Il punto 11 impegna il governo libanese a contribuire al soffocamento finanziario di Hezbollah attraverso le sanzioni.

Il punto 13 dimostra una scioccante incompetenza, in quanto rinuncia al diritto del Libano di intraprendere “azioni ostili o avverse nei fori politici o legali internazionali”. Ciò significa che il governo libanese ha accettato di rinunciare alla possibilità di utilizzare la legge contro Israele per l’infinita lista di crimini di guerra commessi contro il Libano. È assurdo che una simile decisione provenga da un governo il cui Primo Ministro è stato giudice della Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il caso del Sudafrica sul genocidio a Gaza.

Il punto 14 inquadra l’intero contesto come fondamento per un futuro accordo di normalizzazione con Israele.
 
I burattini libanesi anti-Resistenza

Questo accordo ricorda l’Accordo del 17 maggio 1983, quando gli Stati Uniti mediarono la resa del Libano con Israele, un accordo che conteneva molte delle clausole attuali: consolidare l’occupazione israeliana e dichiarare guerra a qualsiasi forma di resistenza. Quell’accordo fu firmato dagli alleati di Israele in Libano e abrogato entro un anno perché politicamente insostenibile. Sono certo che anche questo farà la stessa fine, ma a quale prezzo nel frattempo?

Hezbollah non è un’organizzazione aliena. Rappresenta una parte considerevole della popolazione sciita libanese. Per questo motivo viene eletto democraticamente in parlamento, come parte del blocco parlamentare più numeroso, nonostante un sistema che svaluta strutturalmente il voto sciita attraverso una forma di manipolazione dei collegi elettorali tipica del Libano.

C’è chi accusa Hezbollah di minacciare una guerra civile per impedire questo accordo. Si sbagliano. Hezbollah sta reagendo alla minaccia molto reale, esplicitamente delineata in questo accordo, di una guerra civile sponsorizzata da Stati Uniti e Israele contro la popolazione che rappresenta, una popolazione che negli ultimi tre mesi è stata sfollata e braccata dai bombardamenti israeliani senza alcuna protezione da parte dello Stato.

Il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam affermano di sostenere la sovranità nazionale. In realtà, stanno usando la violenza, appoggiata da potenze straniere, per indebolire i loro oppositori politici interni. Non c’è niente di più antidemocratico di questo.

Rubio contro Vance

Ciò rende il Libano ancora una volta il punto di maggiore tensione nell’ambito del memorandum d’intesa con l’Iran.

L’Iran ha incluso un cessate il fuoco in Libano tra le sue richieste per la fine della guerra e ha chiesto il ritiro di Israele. Quando Israele ha bombardato Beirut all’inizio di questo mese, l’Iran ha risposto bombardando Israele. Il primo punto del memorandum d’intesa prevede la fine della guerra in Libano.

L’Iran sta verificando se gli americani riusciranno effettivamente a contenere gli israeliani. Finora, ci sono riusciti solo parzialmente. Le violenze continuano quotidianamente, ma con minore intensità rispetto a un mese fa.

È qui che la spaccatura tra Vance e Rubio diventa cruciale da comprendere. Reuters ha riportato che i due uomini hanno adottato toni diversi. Vance ha criticato i bombardamenti israeliani sulle infrastrutture civili di Beirut, definendoli un ostacolo agli sforzi di pace guidati dagli Stati Uniti, si è recato in Svizzera per colloqui con funzionari iraniani e ha ripetutamente parlato della possibilità di una relazione di cooperazione tra Stati Uniti e Iran.

Rubio, d’altro canto, ha girato gli stati del Golfo difendendo la campagna militare israeliana in Libano e rassicurando gli alleati sul fatto che l’accordo con l’Iran non sarebbe stato troppo generoso nei confronti dei “cattivi” iraniani.

Vance vuole porre fine a questa guerra. Si sta preparando per le primarie repubblicane del 2028 e ambisce a diventare il candidato pacifista che si è opposto a un Israele sempre più odiato. Rubio rappresenta l’ala neoconservatrice che rimane incondizionatamente allineata con Netanyahu. Il riassetto dei rapporti tra Libano e Israele porta la sua impronta, essendo concepito per separare il Libano dall’Iran e preservare la capacità di Israele di continuare la guerra. Sembra un tentativo di sabotare la candidatura di Vance.

Subito dopo la firma dell’accordo quadro, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato nuovamente l’Iran, in apparente violazione del memorandum d’intesa, affermando che si trattava di una risposta al fatto che l’Iran aveva aperto il fuoco contro una nave nello Stretto di Hormuz.

L’Iran non ha rivendicato l’attacco, ma non lo ha nemmeno negato. Da allora, l’Iran ha risposto agli Stati Uniti colpendo il Bahrein. Lo stesso giorno, gli israeliani hanno lanciato un attacco con droni contro il Libano. Rubio, durante il suo tour nel Golfo, aveva promesso agli alleati arabi che l’Iran non avrebbe mai controllato lo Stretto, né imposto pedaggi. Nel frattempo, il ronzio dei droni sopra Beirut mi assale più forte che mai.

La retorica a favore del ritorno alla guerra si sta intensificando, e con essa anche il clamore mediatico.

È possibile disarmare Hezbollah?

No. Se nemmeno tutta la potenza militare israeliana è riuscita a disarmare Hezbollah, di certo non ci riuscirà il ben più debole esercito libanese. E se si dovesse effettivamente tentare la strada della guerra civile, l’esercito libanese si dividerebbe. Ma cosa importa a Israele? Israele vuole guerre e instabilità senza fine, e ha dei servitori in Libano disposti a perpetuare questa politica.

Mi vengono in mente I dannati della terra di Frantz Fanon:
«La borghesia nazionale scopre la sua missione storica come intermediaria. La sua vocazione non è trasformare la nazione, ma prosaicamente fungere da nastro trasportatore per il capitalismo, costretta a camuffarsi dietro la maschera del neocolonialismo. La borghesia nazionale, senza alcun timore e con grande orgoglio, si compiace del ruolo di agente nei suoi rapporti con la borghesia occidentale.»
La classe dei compradores libanesi è la dimostrazione vivente della citazione di Fanon. Come ho spiegato all’inizio di questa settimana, sembrano non aver ancora capito che i loro padroni americani hanno perso la guerra contro l’Iran. Questo accordo quadro pone le basi per la guerra civile, mascherando l’operazione dietro il linguaggio della sovranità. Fallirà. Ma forse il danno che provocherà lungo il cammino verso il fallimento è il vero problema.

Fonte

27/05/2026

Erri De Luca si schianta sul genocidio palestinese

La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria.

Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico che ci troviamo ad affrontare – il sionismo suprematista e razzista – deve essere compreso nella sua realtà effettiva, non ridotto a facile bersaglio di insulti che danno soddisfazione a pochi neuroni e lasciano impotenti sul piano politico. Abbiamo davanti una vera e propria teologia dello sterminio, non dei decerebrati fascistelli di quartiere.

Buona lettura.

In aggiornamento

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Erri: sionista da sempre tra le addormentate braccia della sinistra radicale

Siete meravigliosi. Devo riconoscerlo. Dopo le parole di Erri De Luca sul sionismo e sul genocidio state tutti qui tra Facebook, Instagram e non so quali altri marchingegni infernali ad insultare l’illustre scrittore. Da sempre icona di una sinistra radicale e autoproclamatasi rivoluzionaria.

E già perché Erri, il muratore fattosi letterato, ha sempre sbandierato ai quattro venti la sua militanza nelle file di Lotta Continua, addirittura parlando di sé come “rivoluzionario di professione”. E in effetti negli anni ’70 e poi da quando è diventato scrittore cult non è che non abbia fatto battaglie assolutamente condivisibili. Si pensi a quella al fianco dei No Tav, per cui ha subito anche un processo per istigazione a delinquere.

Ora però c’è chi ci tiene a sottolineare di non aver mai letto un libro di De Luca. Non dubito che per alcuni sia un’affermazione veritiera. Tuttavia non credo a chiunque ci tenga ad evidenziarlo. Qualcuno ne sminuisce addirittura, con toni sprezzanti, il valore letterario.

Non voglio fare il critico ad ogni costo o il magister del gusto, va detto però che sebbene non tutti gli scritti del romanziere, poeta e drammaturgo napoletano siano dei capolavori ce ne sono di bellissimi. Come “Tre cavalli”, “Tufo” , “Non ora non qui”.

Ad ogni buon conto, Erri la sua ambiguità nei confronti di Israele la mantiene da decenni. Nel 2011 partecipò per esempio a quella bieca manifestazione promossa a Roma dai coloni sionisti, alla quale presero parte anche Saviano, Raiz e tanti altri; manifestazione che provocò un’indignata risposta da parte del mai troppo compianto Vittorio Arrigoni.

Ancor prima, nel 2008 o giù di lì, De Luca allestì uno spettacolo teatrale smaccatamente filo sionista – “Provando in nome della madre”, tratto dall’omonimo suo libro – sebbene sotto la parvenza del testo biblico che narra la vicenda di Maria, madre di Cristo. Una rappresentazione tutta declinata secondo i canoni, i segni e i riti della cultura ebraica e dei suoi miti. Una genuflessione molto controversa per un uomo di sinistra radicale quale lui si definiva e definisce, in anni in cui in Israele a farla da padrona erano già il Likud e il suo leader Netanyahu.

Una delle pagine più vergognose tuttavia Erri la scrive a Napoli, durante un’iniziativa promossa da Mezzocannone Occupato. Siamo nel 2015, undici anni or sono. Dopo aver celebrato la lotta No Tav, pressato dalle domande di alcuni attivisti sulla Palestina e i suoi rapporti con l’entità sionista, prima dice di non poter interessarsi e risolvere tutti i problemi e le brutture del mondo, poi in evidente difficoltà si alza e se ne va.

Il giorno dopo, il sottoscritto lo attaccò dalle pagine di Contropiano con parole che andavano a riprendere anche il testo di un articolo, uscito per il manifesto, in cui l’icona extraparlamentare affermava in sintesi che i palestinesi non solo non soffrivano la fame a causa dell’apartheid israeliano, ma ne arrivava a negare persino l’assedio: Gaza «non è Sarajevo», scriveva l’ex Lotta Continua.

Quanto dissi in quell’articolo lo riporto di seguito qui: «Come può dire, Erri De Luca, che quella che subiscono i palestinesi non è fame? E perché, a distanza di anni, non chiarisce il suo pensiero su quel conflitto, origine di tante guerre in Medio Oriente? I diritti, la resistenza all’oppressione e all’ingiustizia, la violenza di un sistema, variano, forse, a seconda delle latitudini e delle condizioni geopolitiche?»

La risposta di Itzhak Laor, scrittore israeliano, a quell’articolo vergato da Erri De Luca, fu, all’epoca, piuttosto esemplificativa: «Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. “Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” , diceva Che Guevara. Non a seconda dei casi».

Orbene, a questo punto una domanda mi sembra però legittima. Dov’eravate voi allora, nel 2015? Perché all’uscita di quell’articolo non poche furono le critiche, anche durissime, rivolte contro di me e contro quanto scritto. Soprattutto in tanti si strappavano i capelli elogiando il sedicente rivoluzionario di professione. Oggi invece insorgete e inveite perché Erri ha detto, ohibò, di essere sionista.

La Storia signori miei bisogna viverla momento per momento. Non accorgersi del suo cammino solo quando si è fatta convenzione e pensiero comune. Ve lo dice uno stronzo che questo lavoro, giornalistico e di scrittura, ha provato a farlo con la schiena dritta, senza mai dover dire grazie o genuflettersi al divo di turno e soprattutto nel rispetto della propria dignità. E infatti oggi è tristemente disoccupato.

Vincenzo Morvillo

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Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.

Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto.

In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi.

La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).

Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo.

Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure.

La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.

Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario.

La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele).

Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.

Itzhak Laor è un poeta, romanziere, saggista e critico letterario israeliano. Noto per le sue posizioni politiche radicali, le sue opere esplorano il militarismo, l’occupazione e le contraddizioni della società israeliana. Collabora con il quotidiano Haaretz ed è una figura di spicco della sinistra radicale.
Durante il servizio militare, si è rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Questa scelta gli è costata il carcere nel 1972. È stato tra i fondatori del movimento di sinistra radicale SIAH.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie (come Only the Body Remembers) e romanzi (tra cui The People, Food for Kings), oltre a saggi e opere teatrali. La sua drammaturgia Ephraim Returns to the Army è stata inizialmente censurata in Israele. Ha fondato e diretto la rivista Mita’am, dedicata alla letteratura e al pensiero radicale. È attivo anche come critico e opinionista, con contributi su testate internazionali come la London Review of Books.
Questo è quello che ha scritto sul quotidiano “il manifesto” vent’anni fa, il 19 maggio 2006, in risposta ad un articolo di Erri De Luca.

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Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.

Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.

Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.

Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.

L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.

Eri “un compagno”.

Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.

Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.

Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.

Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.

Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.

La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.

Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.

Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.

Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.

Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.

“Genocidio” – dici – sarebbe una “distorsione storica e verbale”.

Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.

È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.

Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.

E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.

Non è complessità, questa.

È amputazione della memoria.

È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.

Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.

Milton Fernández

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Le ultime dichiarazioni di Erri De Luca non sono una novità.

Lo scrittore napoletano è sempre stato, nel migliore dei casi, estremamente evasivo sulla questione palestinese e sui crimini israeliani sfuggendo alle contestazioni con scuse ridicole del tipo: “Non parlo di cose che non riguardano il mio paese”, oppure “Non parlo di Palestina prima di parlare degli altri conflitti in Medioriente”.

Ieri, dopo più di due anni e mezzo di Genocidio e di complicità dei governi occidentali, è uscito allo scoperto con una intervista all’Israel Hayom da Gerusalemme in preparazione al International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, affermando non solo che in Palestina non c’è nessun genocidio ma che invece l’IDF “spostasse i civili”.

Prima dell’evento degli scrittori sionisti ha inoltre affermato che non parteciperà mai ad eventi che affermino che esista un genocidio in Palestina.

Naturalmente la notizia è stata ripresa dalle grancasse del sionismo nostrano quali Il Riformista e Il Foglio (ultimamente molto impegnati ad attaccare Cuba in appoggio agli USA).

Erri De Luca è un classico esempio di quella “mutazione antropologica” subita da molti giornalisti ed intellettuali cresciuti nei gruppi extra-parlamentari degli anni ’60 e’ 70 e oggi completamente asserviti al modello ideologico e culturale dominante: da De Luca a Liguori (oggi berlusconiano doc) entrambi ex Lotta Continua, a Paolo Mieli e Michele Boldrin, un tempo considerati vicini a Potere Operaio.

In sostanza, De Luca è l’arma perfetta in mano ai media più allineati alle politiche israeliane. Non è il volto più spietato e crudele del sionismo, ma la sua maschera progressista e intellettuale che nasconde in realtà le stesse posizioni e gli stessi contenuti.

Per fortuna, il sionismo e tutto il suo portato culturale regressivo e guerrafondaio è stato messo continuamente in discussione negli ultimi anni delle piazze e dagli scioperi a sostegno della Palestina oltre che dai Boicottaggi culturali e commerciali che acquisiscono sempre più seguito, contestando ogni luogo culturale o di aggregazione sociale che promuove i messaggi di odio e suprematismo di cui oggi si fanno portavoce politici e intellettuali come De Luca.

Su questa strada bisogna continuare.

Circolo GAP Roma

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