Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/08/2026
Non è affatto finita, e non finirà a breve
Anche oggi infatti, le temperature sono molto alte, specie al nord dove si raggiungono i 37-38°C. Nei prossimi giorni potrebbero anche aumentare, in funzione dell’anomalia che sta muovendo verso est.
Quello che si vede in foto, infatti, è l’analisi di ECMWF per i prossimi giorni, dell’anomalia termica a 1500 metri.
Si vede la bolla attuale sull’Europa dell’est, con anomalie fino a 8-10 gradi sopra la media.
Poi, invece di diminuire, dal 9 entrerà una nuova anomalia dalla Spagna e dal sud della Francia (li si sta crepando), per arrivare di nuovo su mezza Europa continentale. Noi siamo sempre al margine inferiore ma saremo comunque interessati.
Quindi fino a Ferragosto cambierà poco e niente se non per un lieve abbassamento delle massime fra giovedì e venerdì (specie al nord) anche se poi, il pericolo principale, potrebbe arrivare dai temporali pomeridiani. Anche perché il mare è letteralmente un brodo.
I danni ahimè, viste le condizioni del terreno, saranno prevedibili, con buona pace dei cretini di cui abbiamo contezza giornaliera, che continueranno a rompere coi tombini, le nutrie, e il campionario del perfetto idiota fatto di “è sempre stato così”.
Ora, io non so cos’altro possa servire per far capire agli imbecilli (e ai loro “spingitori”) la gravità di quello che stiamo vivendo.
Non serve nemmeno mezza Europa sotto una siccità mai vista, non servono i fiumi in secca, le centrali nucleari da spegnere per la mancanza di acqua di raffreddamento, non serve la fusione dei ghiacciai, il mare che risale il Po.
Perché poi tanto arriva il macho tossico che si vanta di lavorare alle 2 di pomeriggio, come a dire, è tutto finto.
D’altronde, con questo establishment mondiale è praticamente impossibile anche solo ragionare, figuratevi con i loro adepti. Aggiungeteci l’algoritmocrazia che monetizza l'imbecillità e il gioco è fatto.
Ci ritroveremo a inchiodare col freno a mano, quando potevamo frenare da almeno dieci anni, con le conseguenze sociali ed economiche che vi lascio immaginare.
Ah, dimenticavo. Se vi capita, passate da Piazzale dei Cinquecento di fronte alla stazione Termini, dove, dopo 18 milioni di euro spesi, il piazzale si sfalda dopo soli 6 mesi, con tutti i nuovi alberi già morti, muoiono pure quelli che c’erano. E poi chiedetevi se siamo abbastanza intelligenti per sopravvivere a questi cambiamenti.
Fonte
27/05/2026
Erri De Luca si schianta sul genocidio palestinese
La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria.
Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico che ci troviamo ad affrontare – il sionismo suprematista e razzista – deve essere compreso nella sua realtà effettiva, non ridotto a facile bersaglio di insulti che danno soddisfazione a pochi neuroni e lasciano impotenti sul piano politico. Abbiamo davanti una vera e propria teologia dello sterminio, non dei decerebrati fascistelli di quartiere.
Buona lettura.
In aggiornamento
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Erri: sionista da sempre tra le addormentate braccia della sinistra radicale
Siete meravigliosi. Devo riconoscerlo. Dopo le parole di Erri De Luca sul sionismo e sul genocidio state tutti qui tra Facebook, Instagram e non so quali altri marchingegni infernali ad insultare l’illustre scrittore. Da sempre icona di una sinistra radicale e autoproclamatasi rivoluzionaria.
E già perché Erri, il muratore fattosi letterato, ha sempre sbandierato ai quattro venti la sua militanza nelle file di Lotta Continua, addirittura parlando di sé come “rivoluzionario di professione”. E in effetti negli anni ’70 e poi da quando è diventato scrittore cult non è che non abbia fatto battaglie assolutamente condivisibili. Si pensi a quella al fianco dei No Tav, per cui ha subito anche un processo per istigazione a delinquere.
Ora però c’è chi ci tiene a sottolineare di non aver mai letto un libro di De Luca. Non dubito che per alcuni sia un’affermazione veritiera. Tuttavia non credo a chiunque ci tenga ad evidenziarlo. Qualcuno ne sminuisce addirittura, con toni sprezzanti, il valore letterario.
Non voglio fare il critico ad ogni costo o il magister del gusto, va detto però che sebbene non tutti gli scritti del romanziere, poeta e drammaturgo napoletano siano dei capolavori ce ne sono di bellissimi. Come “Tre cavalli”, “Tufo” , “Non ora non qui”.
Ad ogni buon conto, Erri la sua ambiguità nei confronti di Israele la mantiene da decenni. Nel 2011 partecipò per esempio a quella bieca manifestazione promossa a Roma dai coloni sionisti, alla quale presero parte anche Saviano, Raiz e tanti altri; manifestazione che provocò un’indignata risposta da parte del mai troppo compianto Vittorio Arrigoni.
Ancor prima, nel 2008 o giù di lì, De Luca allestì uno spettacolo teatrale smaccatamente filo sionista – “Provando in nome della madre”, tratto dall’omonimo suo libro – sebbene sotto la parvenza del testo biblico che narra la vicenda di Maria, madre di Cristo. Una rappresentazione tutta declinata secondo i canoni, i segni e i riti della cultura ebraica e dei suoi miti. Una genuflessione molto controversa per un uomo di sinistra radicale quale lui si definiva e definisce, in anni in cui in Israele a farla da padrona erano già il Likud e il suo leader Netanyahu.
Una delle pagine più vergognose tuttavia Erri la scrive a Napoli, durante un’iniziativa promossa da Mezzocannone Occupato. Siamo nel 2015, undici anni or sono. Dopo aver celebrato la lotta No Tav, pressato dalle domande di alcuni attivisti sulla Palestina e i suoi rapporti con l’entità sionista, prima dice di non poter interessarsi e risolvere tutti i problemi e le brutture del mondo, poi in evidente difficoltà si alza e se ne va.
Il giorno dopo, il sottoscritto lo attaccò dalle pagine di Contropiano con parole che andavano a riprendere anche il testo di un articolo, uscito per il manifesto, in cui l’icona extraparlamentare affermava in sintesi che i palestinesi non solo non soffrivano la fame a causa dell’apartheid israeliano, ma ne arrivava a negare persino l’assedio: Gaza «non è Sarajevo», scriveva l’ex Lotta Continua.
Quanto dissi in quell’articolo lo riporto di seguito qui: «Come può dire, Erri De Luca, che quella che subiscono i palestinesi non è fame? E perché, a distanza di anni, non chiarisce il suo pensiero su quel conflitto, origine di tante guerre in Medio Oriente? I diritti, la resistenza all’oppressione e all’ingiustizia, la violenza di un sistema, variano, forse, a seconda delle latitudini e delle condizioni geopolitiche?»
La risposta di Itzhak Laor, scrittore israeliano, a quell’articolo vergato da Erri De Luca, fu, all’epoca, piuttosto esemplificativa: «Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. “Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” , diceva Che Guevara. Non a seconda dei casi».
Orbene, a questo punto una domanda mi sembra però legittima. Dov’eravate voi allora, nel 2015? Perché all’uscita di quell’articolo non poche furono le critiche, anche durissime, rivolte contro di me e contro quanto scritto. Soprattutto in tanti si strappavano i capelli elogiando il sedicente rivoluzionario di professione. Oggi invece insorgete e inveite perché Erri ha detto, ohibò, di essere sionista.
La Storia signori miei bisogna viverla momento per momento. Non accorgersi del suo cammino solo quando si è fatta convenzione e pensiero comune. Ve lo dice uno stronzo che questo lavoro, giornalistico e di scrittura, ha provato a farlo con la schiena dritta, senza mai dover dire grazie o genuflettersi al divo di turno e soprattutto nel rispetto della propria dignità. E infatti oggi è tristemente disoccupato.
Vincenzo Morvillo
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Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.
Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto.
In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi.
La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).
Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo.
Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure.
La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.
Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario.
La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele).
Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.
Itzhak Laor è un poeta, romanziere, saggista e critico letterario israeliano. Noto per le sue posizioni politiche radicali, le sue opere esplorano il militarismo, l’occupazione e le contraddizioni della società israeliana. Collabora con il quotidiano Haaretz ed è una figura di spicco della sinistra radicale.
Durante il servizio militare, si è rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Questa scelta gli è costata il carcere nel 1972. È stato tra i fondatori del movimento di sinistra radicale SIAH.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie (come Only the Body Remembers) e romanzi (tra cui The People, Food for Kings), oltre a saggi e opere teatrali. La sua drammaturgia Ephraim Returns to the Army è stata inizialmente censurata in Israele. Ha fondato e diretto la rivista Mita’am, dedicata alla letteratura e al pensiero radicale. È attivo anche come critico e opinionista, con contributi su testate internazionali come la London Review of Books.
Questo è quello che ha scritto sul quotidiano “il manifesto” vent’anni fa, il 19 maggio 2006, in risposta ad un articolo di Erri De Luca.
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Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.
Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.
Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.
Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.
L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.
Eri “un compagno”.
Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.
Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.
Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.
Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.
Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.
La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.
Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.
Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.
Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.
Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.
“Genocidio” – dici – sarebbe una “distorsione storica e verbale”.
Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.
È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.
Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.
E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.
Non è complessità, questa.
È amputazione della memoria.
È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.
Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.
Milton Fernández
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Le ultime dichiarazioni di Erri De Luca non sono una novità.
Lo scrittore napoletano è sempre stato, nel migliore dei casi, estremamente evasivo sulla questione palestinese e sui crimini israeliani sfuggendo alle contestazioni con scuse ridicole del tipo: “Non parlo di cose che non riguardano il mio paese”, oppure “Non parlo di Palestina prima di parlare degli altri conflitti in Medioriente”.
Ieri, dopo più di due anni e mezzo di Genocidio e di complicità dei governi occidentali, è uscito allo scoperto con una intervista all’Israel Hayom da Gerusalemme in preparazione al International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, affermando non solo che in Palestina non c’è nessun genocidio ma che invece l’IDF “spostasse i civili”.
Prima dell’evento degli scrittori sionisti ha inoltre affermato che non parteciperà mai ad eventi che affermino che esista un genocidio in Palestina.
Naturalmente la notizia è stata ripresa dalle grancasse del sionismo nostrano quali Il Riformista e Il Foglio (ultimamente molto impegnati ad attaccare Cuba in appoggio agli USA).
Erri De Luca è un classico esempio di quella “mutazione antropologica” subita da molti giornalisti ed intellettuali cresciuti nei gruppi extra-parlamentari degli anni ’60 e’ 70 e oggi completamente asserviti al modello ideologico e culturale dominante: da De Luca a Liguori (oggi berlusconiano doc) entrambi ex Lotta Continua, a Paolo Mieli e Michele Boldrin, un tempo considerati vicini a Potere Operaio.
In sostanza, De Luca è l’arma perfetta in mano ai media più allineati alle politiche israeliane. Non è il volto più spietato e crudele del sionismo, ma la sua maschera progressista e intellettuale che nasconde in realtà le stesse posizioni e gli stessi contenuti.
Per fortuna, il sionismo e tutto il suo portato culturale regressivo e guerrafondaio è stato messo continuamente in discussione negli ultimi anni delle piazze e dagli scioperi a sostegno della Palestina oltre che dai Boicottaggi culturali e commerciali che acquisiscono sempre più seguito, contestando ogni luogo culturale o di aggregazione sociale che promuove i messaggi di odio e suprematismo di cui oggi si fanno portavoce politici e intellettuali come De Luca.
Su questa strada bisogna continuare.
Circolo GAP Roma
Fonte
08/09/2025
La memoria cortissima delle comunità ebraiche italiane
Le comunità ebraiche italiane sono talmente negazioniste del genocidio in atto del popolo palestinese e di tutta la sofferenza che Israele ha inflitto a quel popolo dal 1948 in poi che – paradosso dei paradossi – sono riuscite ad oscurare persino la fama dei negazionisti dell’Olocausto degli ebrei usando, peraltro, lo stesso schema teorico di quest’ultimi: il genocidio palestinese sarebbe un’enorme finzione, funzionale alla demonizzazione di Israele ed alla rinascita dell’antisemitismo in tutto il mondo.
Peccato che i migliori intellettuali ebrei ed i più autorevoli studiosi ebrei dell’Olocausto, oltre ad essere i più determinati e convinti sostenitori della tesi del genocidio dei palestinesi ad opera di Israele, affermino che sono proprio le politiche genocidarie dello stato ebraico nei confronti del popolo palestinese a causare pericolosi revival antisemiti ed antiebraici in tutto il mondo. Di certo, la sudditanza di tante comunità ebraiche ad Israele non fa altro che esasperare questi atteggiamenti.
In particolare, in Italia, come dicevo in premessa, a partire da 7 ottobre 2023, si sono distinte per faziosità ed estremismo sionista quelle di Roma e Milano.
Quest’ultima, poi, ha recentemente toccato vette di puro delirio per bocca del suo presidente Walker Meghnagi che, poco più di 20 giorni fa, ha rilasciato una dichiarazione, a dir poco, sconcertante: “Per fortuna c’è la presidente del consiglio Meloni e il resto della destra che ci difende. Altrimenti torneremmo al ‘38. Se al governo ci fossero Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, a noi ebrei sparerebbero in strada. Il PD è pieno di antisemiti [...] Se la sinistra fosse al governo, agli ebrei sparerebbero in strada”.
A parte il fatto che il Partito Democratico è pieno zeppo di sionisti dichiarati o mascherati, il revisionismo di Meghnagi pare aver rimosso completamente il fatto che il partito dei neofascisti guidato da Giorgia Meloni è, a tutti gli effetti – dopo la parentesi di Alleanza Nazionale – la continuazione del vecchio Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante, di Pino Rauti e di tutta l’accozzaglia di ex repubblichini che a loro volta raccolsero l’eredità del partito nazionale fascista, quello delle “fascistissime” leggi razziali del 1938.
Meghnagi pare aver dimenticato completamente che, con l’entrata in vigore delle leggi razziali in Italia, per gli ebrei italiani iniziò una fase storica che Michele Sarfatti descrisse con l’espressione “persecuzione dei diritti”. L’esclusione dalla scuola, dal lavoro e da vari ambiti della vita pubblica non portò immediatamente al loro annientamento fisico, ma preparò il campo allo sterminio degli ebrei italiani.
Ma non c’è solo il fanatismo oltranzista dei Pacifici e dei Meghnagi. Il virus del negazionismo delle comunità ebraiche pare aver attecchito anche in altre città.
A Pisa – è notizia di ieri – è bastato che un esponente della locale sezione dell’ANPI pronunciasse semplicemente la parola “Gaza” per far partire l’accusa di antisemitismo nei confronti di tutta l’associazione dei partigiani Pisana. Ormai siamo in pieno neurodelirio italo-sionista.
Fonte
05/07/2025
«Fa caldo, governo ladro»: ma è assalto al ‘treno verde’
Non solo l’Europa fa marcia indietro, come già scritto su queste pagine, ma abbandona ogni presidio lasciando che i predoni del clima assaltino il ‘treno verde’. E l’Italia applaude. Siamo in piena restaurazione e il negazionismo climatico si sta riprendendo lo spazio da cui era stato bandito. Il faro del movimento Maga illumina gli epigoni europei di Donald Trump su tutte le più importanti questioni ambientali. Dalle perforazioni petrolifere (Drill baby drill) alla mobilità, dove il motto è «benzina o gasolio compratevi l’auto che volete». Tutto in nome della libertà, che viene reclamata a difesa dell’ideologia verde che ha generato il ‘famigerato’ Green Deal.
UE modello trumpiano?
In questi ultimi mesi gli osservatori hanno rilevato, più o meno sommessamente, la revisione in corso da parte della Commissione Europea del piano per raggiungere zero emissioni entro il 2050. La crisi del settore dell’auto, in primis, ha dato il via all’assalto alle norme per la sostenibilità ambientale. Allorché le strategie dei piani industriali delle case automobilistiche si sono integrate alla produzione cinese, il raggiungimento dell’obbiettivo del 2035 per le auto elettriche è diventato un limite per il mercato europeo. La Cina produce circa il 65% delle batterie e gestisce processi industriali e catene di montaggio delle auto elettriche. Risultato: i prezzi dei produttori europei sono troppo alti.
Assalto anti ecologista
Da lì è partito l’assalto anti-ecologista al governo di Bruxelles, con l’obbiettivo di rovesciare il banco nei settori chiave. Dopo l’auto, ecco l’agricoltura. In questi anni la Commissione UE aveva ribadito il ruolo dell’agricoltura nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Per non parlare della regolamentazione sui pesticidi. La nuova visione dell’agricoltura e dell’alimentazione europea (Vision for agriculture and food) presentata a Bruxelles dai commissari Christophe Hansen (Agricoltura) e Raffaele Fitto (vice presidente esecutivo) rappresenta un’inversione di rotta rispetto a quella della precedente legislatura (sempre Von der Leyen ma più a destra), risponde alle richieste delle associazioni di categoria e dei movimenti degli agricoltori, inserisce un po’ di Italia e Francia (coi concetti di sovranità alimentare), ma soprattutto depotenzia e smonta gli stringenti obiettivi del Green Deal.
«C’è molta Italia nel piano europeo», ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida che con la premier Meloni, ha attaccato per anni il sistema regolatorio Ue riducendolo a un furore ideologico «che impone la misura delle zucchine».
Commissione Europea imbelle
La risposta di una Commissione Europea ormai in ritirata e imbelle ha usato la parola magica: ‘flessibilità’. In realtà le dichiarazioni sempre più insistenti della galassia di destra e degli amici di Donald Trump, fanno riferimento a una vera e propria «rottamazione del Green Deal». Una posizione, questa, che poco si presta ai flebili toni di compromesso che circolano a Bruxelles. La spinta mondiale verso le Deregulation si propone di smontare le regole sull’ambiente in nome di una visione messianica del futuro, confusa tra l’oscurantismo scientifico e la pulsione della libertà economica senza freni. La restaurazione in corso prevede lo smantellamento di un intero sistema di regole che in questi anni sono state concepite, con limiti e contraddizioni, per il benessere del futuro comune.
Papa Bergoglio e l’enciclica ambientale
Dall’enciclica ‘Laudato Sì’ che papa Bergoglio concepì con l’aiuto di economisti del calibro di Gael Giraud, fino al progetto europeo, unico tra i governi mondiali, di eliminare le emissioni nel 2050. L’Unione Europea rischia di capitolare su tutti i fronti collegati e integrati alla sostenibilità ambientale.
Infatti, l’attacco in corso è diretto anche alle regole ESG (sostenibilità sociale e ambientale delle imprese), alla direttiva CSRD che impone la rendicontazione delle proprie attività, non solo contabili, alle imprese. Ultimo, ma non ultimo, lo smantellamento voluto da Trump delle politiche DEI (per la diversità e inclusione dei lavoratori) è arrivato in Europa cancellando i programmi d’inclusione in tutte le multinazionali con sede nella Ue.
Fonte
02/11/2024
Quando l’ignoranza è al servizio dei potenti
Attribuire il recente disastro meteorologico in Spagna (o quello in Emilia) solo ai cambiamenti climatici è una ipotesi approssimativa. Non tiene conto di una regola semplice-semplice, che non serve essere molto “studiati” per capire: disastri naturali singoli del genere sono avvenuti anche in passato, magari anche peggiori, come gravità.
Quindi?
È invece vero che il rischio dovuto a questi eventi è aumentato a causa dei cambiamenti climatici. Il rischio è grossomodo il prodotto di due quantità: la frequenza con la quale accadono i disastri, e la loro gravità (i danni).
R = F * D
F si misura in disastri all’anno.
D si misura p.es. in morti per ogni disastro (o M€)
Moltiplicando, il Rischio allora sono morti all’anno. È la definizione tecnologica del Rischio, che dalla metà degli anni '60 ci permette di valutarlo.
Come gestire il rischio, in caso di eventi “naturali”?
La mitigazione: riduce le conseguenze dell’evento, quando esso capita. Abbassa quindi D. Qui possiamo intervenire localmente. Sia chiaro che la mitigazione efficace si fa prima – preparandosi ai disastri – e non “dopo”, soluzione preferita dai governanti, che “portano la solidarietà delle istituzioni alle vittime” e “studieranno soluzioni per porre rimedio”: rispetto al pensarci prima, questo porta molte più apparizioni sui media. Tanto, la “colpa” è sempre di quelli che c’erano prima.
La prevenzione: riduce la frequenza di questi disastri. Come? Mentre nel caso della sicurezza industriale occorre “rendere più robusto” il sistema, riducendo i guasti e anche progettandoli meglio, per i disastri “naturali” la ricetta è più semplice: occorre smettere di rovinare il clima terrestre, come stiamo continuando a fare. Se non la piantiamo e invertiamo la tendenza, la frequenza di questi disastri gravi aumenterà. La prevenzione quindi si fa a livello globale.
Tutto chiaro, no?
Bene. Questo comporta azioni concrete da parte dei governi, sia a livello locale che a livello globale. Azioni concrete, che hanno costi, sono delle vere scocciature per i governi (“democratici” e non), che odiano investire su azioni che hanno benefici DOPO che loro non saranno più in carica.
Perché una cosa è chiara: a costoro, ai nostri governanti, del clima, dei disastri, dei morti, dei danni, importa fino a un certo punto: i loro scrupoli morali, il loro reale interesse per il bene comune, sono generalmente delle verniciature assai sottili. A costoro, interessano in realtà due cose: accumulare denaro per sé e i propri clientes, ed avere una buona nomea in modo da essere rieletti, loro stessi o i loro tirapiedi, o alla peggio i loro compagni di partito.
Per gente che intende la politica e l’amministrare la cosa pubblica come una fonte di potere e privilegio cui accedere con ogni mezzo e mantenere ad ogni costo, apparecchiando mezze verità e menzogne che appaiano buone azioni, ma che debbono durare dieci anni al massimo, il clima non era un problema: protocollo di Kyoto, solenni impegni, entro il 2030-anzi2050-no2100, minimo sforzo e dar fastidio il meno possibile.
Però ora i disastri gravi sono già arrivati e potrebbero essere nocivi (per le prossime elezioni, che avevate capito?). Gli scienziati di regime – davanti a questi nuovi fatti – sono diventati parzialmente inadatti.
Da un lato, per l’attuale classe politica occorre trovare scuse più credibili per sprecare gran parte del plusvalore umano in armi e guerre. Impedire il più possibile che si formi un’opinione pubblica realmente informata, che rigetti mentalità nazionaliste e belliciste buone per il secolo scorso. Insomma, rallentare il più possibile il cambiamento: ovviamente, questo non è legato al progresso tecnico, ma all’uso sociale che del progresso scientifico viene fatto.
Questo compito è lasciato alla propaganda politica, cioè ai media, ai giornalisti, opinion maker, spin doctor. Un reale progresso, inteso come diffusione del sapere, conoscenza della situazione, comporterebbe mutamenti, pericolosi perché aumenterebbero le possibilità che i gruppi ristretti di personaggi oggi al potere – spesso inutili o dannosi – venissero sbalzati dall’amata sella. Sbalzati dalla cosiddetta “Storia”: prima che finisse venduta per la pubblicità dell’Enel, una canzone diceva più o meno “La storia siamo noi. Perché è la gente che fa la Storia, e la Storia mette i brividi, perché nessuno la può fermare”.
Bene: alla lunga è probabilmente vero, ma proprio la fine indegna che hanno fatto quelle frasi ci fa capire come la Storia non si può fermare, ma si può rallentare e intralciare. Incanalare verso percorsi in parte innocui e inutili. La stessa parola “Progresso” è stata utilizzata in maniere talmente distorte ed ipocrite, che – oggi – ha perso in gran parte la sua accezione reale e positiva: va usata virgolettandola.
La ricetta è quindi incanalare in parte la forza irrefrenabile che è la propensione umana alla conoscenza in piccoli rigagnoli inoffensivi.
Qui interviene in aiuto, trovando terreno ben preparato, l’ignoranza e l’incultura globale, diffusa da personaggi che – rasoio di Occam alla mano – non possono che essere al servizio dei potenti stessi, avendo obiettivi convergenti.
Tornando al problema dei disastri ambientali, prima ci sono stati i negazionisti del cambiamento climatico. Ci sono ancora, ma sono sempre meno ed antipatici, hanno perso credibilità col passare del tempo e dinanzi all’evidenza dei fatti.
Più utili sono i nìgazionisti: riconoscono il problema, ma asseriscono che va risolto con approccio riformista. Il discorso è lungo, ma crediamo sia chiaro, quando la soluzione del problema dei cambiamenti climatici viene affidata agli stessi che di questi cambiamenti sono i principali responsabili storici, e che grazie ai loro comportamenti basano il loro attuale benessere e privilegio. Qualcuno potrebbe restare perplesso, davanti alla strategia di chiedere all’oste se il vino è buono.
Allora, mandiamo avanti i complottisti. Quelli religiosi (Zeus ci manda il diluvio universale per punirci dei nostri peccati, in particolare la masturbazione) non funzionano più neppure quelli. L’umanità è ancora ignorante, ma non più così tanto da credere davvero alle religioni.
Meglio allora i complottisti 2.0: i potenti stanno facendo qualcosa di realmente criminale ed inescusabile, ma “non celo dicono“. Non stanno quindi agendo alla luce del sole per fregarci, no: lo fanno “in segreto“. Ed è questo segreto che va svelato, altro che perder tempo in mitigazione e prevenzione. Noi – “sacerdoti della verità vera” – indichiamo al popolo su cosa preoccuparsi e lottare. Tutto sarà così risolto.
Con ipotesi talmente assurde che, pur essendo credute da moltitudini di poveretti, risultano smontabili con una risata da parte di qualunque scienziatucolo al servizio dei potenti, per i quali questi sacerdoti alla Red Ronnie sono dei nemici molto più comodi di scienziati e climatologi seri e non servi del potere. Così comodi – questi nemici – da essere talvolta (come si scopre prima o poi) a libro paga delle agenzie che svolgono per i governi i lavoretti più sporchi.
Di chi parliamo, nel caso dei disastri ambientali? Ma dei Fafioché.
In dialetto piemontese, si definivano così i fanfaroni che promettevano ai contadini di far piovere. Dietro compenso, ovviamente.
Oggi, fafiochè si traduce con Cloud Seeding.
(L’articolo prosegue con cambio d’autore, uno scienziato molto più serio ed educato di me, Leonardo Nicolì che condivido al 100% e ringrazio scusandomi)
2. Maltempo, clima e cloud seeding (di Leonardo Nicolì)
Quando avvengono tragedie come quelle dell’Emilia o di Valencia, spesso la colpa viene attribuita ai tombini intasati o ai fiumi trascurati. Ma questo è solo un lato del problema. Siamo di fronte a eventi meteorologici estremi, più intensi e frequenti rispetto al passato, che sono una delle conseguenze tangibili del cambiamento climatico.
Non si tratta solo di “maltempo”. I cambiamenti climatici alterano gli equilibri naturali, aumentando l’intensità delle precipitazioni, prolungando periodi di siccità e rendendo sempre più difficile prevedere i fenomeni atmosferici.
C’è chi punta il dito sul “cloud seeding”, o inseminazione delle nuvole, pensando che possa essere una delle cause di questi eventi.
È importante fare chiarezza.
Il cloud seeding, quando applicato, ha un impatto molto limitato e locale, utilizzato solo in circostanze particolari per aumentare la probabilità di pioggia in zone precise e in piccole quantità.
I grandi eventi meteorologici e i disastri naturali che viviamo sono, invece, strettamente collegati al cambiamento climatico globale, causato dall’innalzamento delle temperature e dall’inquinamento atmosferico. Pensare che il cloud seeding sia responsabile di inondazioni o disastri è fuorviante.
Affrontare il cambiamento climatico significa non solo migliorare la manutenzione, ma anche ridurre le emissioni, rispettare l’ambiente e adottare strategie per proteggere le nostre comunità. Il clima cambia, e dobbiamo cambiare anche noi per non dover piangere più tragedie evitabili.
3. Conclusioni ed un parallelo amaro
Puntare il dito sul cloud seeding per attribuirgli i disastri ambientali ha la stessa fondatezza scientifica di attribuire le aurore boreali al riflesso del sole sulla pancia delle aringhe. Punto.
Ma non si tratta di fanfaroni tutto sommato innocui. Dal punto di vista morale, un simile atteggiamento merita disprezzo, perché è un metodo di distrazione di massa messo in atto proditoriamente (avrete capito dal tono che quest’ultimo capitolo è di nuovo mio): fa venire in mente la giusta opposizione alla sovraesposizione ai campi elettromagnetici dovuta all’esplosione del wireless e del 5G.
Un normale allarme, di fronte ad un Wild West di crescita incontrollata dell’esposizione, che fino a qualche anno fa sembrava – portando avanti obiezioni scientifiche serie basate sul principio di precauzione e sul progredire di evidenze e studi sulla pericolosità – poter ottenere che anche a questo fattore di rischio fosse posto un limite ragionevole, come è accaduto in passato a molti agenti inquinanti e/o genotossici. Cito questo esempio perché è uno dei miei argomenti di ricerca e insegnamento: la protezione dalle radiazioni, ionizzanti o non.
Sappiamo purtroppo come è andata a finire: tre anni fa sono arrivati quelli che ci hanno detto che nei vaccini erano contenute delle “nanoparticelle” che grazie ai campi magnetici del 5G ci avrebbero controllato come automi, ponendo anche delle “date di scadenza” di attivazione di questa immensa manovra che avrebbe comportato lo sterminio dell’umanità.
Certo, riviste adesso a distanza di soli pochissimi anni, queste solenni castronerie destano più che altro ilarità: ma hanno avuto come conseguenza il totale discredito scientifico e la giustificata – in parte – svalutazione a pseudoscienza di tutta la ricerca scientifica sull’argomento “5G” e per estensione sul rischio per la salute dell’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici: una vera manna, alla fine della fiera, per chi è andato negli ultimi anni – facendo affari miliardari – verso l’elettromagnetizzazione selvaggia e indiscriminata dell’umanità.
Il “No 5G” è diventato argomento da byoblu. Missione compiuta.
di Massimo Zucchetti, professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. E’ entrato nella “cinquina” finale dei candidati al premio Nobel per la fisica nel 2015.
Fonte
07/12/2023
Un petroliere negazionista alla presidenza della Cop28
Tra i vari temi all’ordine del giorno c’è quello relativo ai sussidi pubblici per la ricerca, la produzione e il consumo dei combustibili fossili, quelli che causano le emissioni di gas serra, ovvero, la causa principale del riscaldamento climatico in corso: petrolio, gas e carbone.
In barba a tutti gli impegni formali presi, in tal senso, nelle scorse riunioni, molti paesi, grandi e piccoli, continuano a finanziare il consumo e la produzione di energia da fonti fossili. Secondo un rapporto del FMI, nel 2022, i sussidi ai combustibili fossili hanno raggiunto i 7mila miliardi di dollari, pari al 7,1 per cento del PIL mondiale.
Tra questi spicca proprio l’Italia che spende tantissimo per i combustibili fossili: solo quest’anno dovrebbe superare i 42 miliardi di euro, ovvero, il 2,2% del PIL.
E per quanto posssa apparire incredibile, quest’anno, alla presidenza della #COP28, c’è un petroliere degli Emirati Arabi Uniti: Sultan al-Jaber, capo della Abu Dhabi National Oil Company, il quale, tanto per chiarire, durante un evento online, ha affermato: “Non esiste alcuna scienza che indichi sia necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali”.
Anzi, l'eliminazione degli idrocarburi – anche graduale – non consentirebbe lo sviluppo sostenibile “a meno che non si voglia riportare il mondo nelle caverne”.
Ovvero, l’esatto contrario, di ciò che sostengono, da anni, gli scienziati del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) nonché tutti i massimi esperti mondiali di scienza del clima. A rivelarlo il Guardian e il Center for Climate Reporting.
È successo poche ore prima dell’annuncio fatto proprio da al-Jaber, sull'”impegno” delle 50 principali compagnie petrolifere globali, che rappresentano quasi la metà della produzione mondiale, a raggiungere emissioni di metano prossime allo zero, a porre fine al flaring di routine nelle loro operazioni entro il 2030 e a raggiungere le emissioni nette zero (quindi con l’utilizzo di tecnologie di assorbimento di gas serra) entro il 2050.
Ma la così detta ‘Carta globale della decarbonizzazione’ è un colossale pacco perché non è in linea con l’obiettivo di restare sotto 1,5° Celsius non ponendo alcun vincolo allo sviluppo di nuovo petrolio e gas e prevedendo obiettivi di emissione esclusivamente volontari e non prescrittivi.
Dettaglio non trascurabile di questa edizione: rispetto all’anno scorso è quadruplicata la presenza di lobbisti legati ai produttori di combustibili fossili. Lo ha calcolato Kick Big Polluters Out indicando che almeno 2.456 lobbisti dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) hanno avuto accesso alla Cop28.
Fonte
11/08/2023
Dite il suo nome: è la Terra (con premessa polemica)
C’è un mio articolo di due anni fa (11/09/2021) sul cambiamento climatico nel quale ho cercato di imitare lo stile di uno dei miei divulgatori scientifici preferiti, Carl Sagan.
Questa ondata recente di negazionismo becero, su un problema che è davvero serio, mi spinge a riproporvelo, con una “brevissima” premessa. Abbiate pazienza, seguitemi.
È ovvio a chiunque abbia non dico un minimo di cultura, ma anche solo un pizzico di sano buon senso, che un conto è il clima, un conto è il meteo. Ovvero: che quest’estate faccia più o meno caldo, non ha nessuna rilevanza sulla “dimostrazione” che i cambiamenti del clima esistano oppure no.
Bisogna avere la stessa visione a lunga distanza di una talpa per associare i due fenomeni. Così come gli appunti sul taccuino di ‘tuo cuggino’, che ha una “stazione meteo” sul balcone da alcuni anni, e si segna le temperature, sono utili, sì: ma il balcone di ‘tuo cuggino’ non è il mondo intero.
Sono utili anche per vedere come negli anni cambia la grafia di ‘tuo cuggino’, come l’effetto della senilità negli anni cambi la sua scrittura.
Ma è ovvio che vi sono migliaia e migliaia di ‘cuggini’ scienziati che da secoli rilevano le temperature e quegli altri cento parametri che servono per poter banfare di clima, no?
Un altro esempio più difficilotto (per Giuliano Ferrara, intendo, non per un individuo normale dotato di un po’ di mancanza di ignoranza): il ‘cuggino’ è andato al Polo Sud a carotare i ghiacciai e rilevare i contenuti di gas serra nelle bollicine del ghiaccio e dedurre quindi i cambiamenti atmosferici e climatici degli ultimi centomila anni? Beh, no, mica è un climatologo, il ‘cuggino’.
I cambiamenti climatici sono una realtà fattuale dimostrata dalla scienza al di là di ogni ragionevole dubbio. Lo so, per parlare di scienza e di ragionevoli dubbi, non serve essere scienziati, ma occorre essere ragionevoli: questo, per alcuni personaggi, è impossibile.
La responsabilità dei cambiamenti climatici è anche qui certa fino a ragionevole prova contraria. “Ragionevole”, aridaje: il complotto delle “lobby delle auto elettriche” non fa parte di questi, per capirci.
Le previsioni su cosa succederà al clima della Terra sono una scienza esatta, che è enormemente migliorata negli ultimi decenni, anche se hanno a che fare con la Terra, un sistema enorme e complesso a migliaia di variabili e quindi governato (non solo per il clima) da fenomeni apparentemente caotici (facciamo solo fatica a comprenderne alcuni nel dettaglio, ma nell’insieme sono chiarissimi).
Le “incertezze” (in senso scientifico) purtroppo si riducono al progredire dei modelli climatici. Purtroppo, dico, perché qualunque persona ragionevole (...) capisce sempre meglio e con crescente certezza come andrà a finire: male. Oppure malissimo. Oppure malino.
Esempio pratico. Siamo come in quelle ore post-elezioni, quando alle prime proiezioni sulla percentuale del nostro partitino di sinistra del cuore – ancora con una “ampia forbice” – si sostituiscono man mano risultati sempre più chiari, che ci dicono come anche stavolta beccheremo l’un per cento.
Ecco: le previsioni attuali non sono più “proiezioni”, per capirci. Allora, come cantava Bobby Solo, “non c’è più niente da fare”?
Beh, no, troppo comodo. La differenza fra “malino” e “malissimo” dipende da noi, e si parla delle generazioni future, se moriranno a miliardi oppure se la cavicchieranno.
Avete figli? Non li avete, ma qualche ragazzino che vi sta simpatico c’è? Allora fatelo per loro: non condannateli. Non fate come Giuliano Ferrara, come Pichetto Fratin, come Trump (mi fermo, perché ho conati di vomito): sbattiamo nel cesso il loro modo di pensare (come da illustrazione qui sotto), cacciamoli via e pretendiamo politiche ambientali serie e ragionevoli, da governanti ragionevoli.
Lo so, lo so, DOVE SONO? Dài, non arrendiamoci, sono sicuro che al mondo ce ne sono tanti. Potenzialmente.
Eccovi l’articolo, ora. Se lo leggete, me fate contento: non è lungo, anche se Massimino qui, come divulgatore, non è certo Carl Sagan.
Questa mattina ho scattato la foto che vedete in questo pezzo: sole un po’ ipertrofico, colori strani ma molto belli, calorino favoloso per metà settembre. Ah, la Terra!
Questo è il piccolo pianeta dove ha avuto origine la nostra specie, dove ha avuto origine la vita, e si è evoluta straordinariamente (almeno fino alla nascita di Bossi, ovviamente).
Una straordinaria concatenazione di eventi e condizioni che, man mano che esploriamo il Cosmo, ci rendiamo conto essere estremamente fortunata e improbabile.
Non ci sono pianeti abitabili, nel nostro sistema e in quelli vicini. Ci sono ipotesi, frutto di speranze, perlopiù, ma poche certezze: tranne mondi fatti di gas, o di sassi, con temperature e radiazioni intollerabili.
La Terra è stata invece un’incubatrice perfetta. Non miracolosa, per intervento di una o più divinità, come abbiamo pensato nei secoli passati, quando ci era ancora impossibile capire l’infinità dei mondi: oggi, si stima il numero di stelle dell’universo osservabile in 300.000 trilioni (3×10^23), in 2000 miliardi (2×10^12) di galassie.
Questi numeri non sono per una mente umana realmente concepibili, tranne forse per quella di Giordano Bruno. Qualcuno ha detto: “anche tu, ateo, puoi chiamare Dio tutto ciò che non conosci o non puoi capire.”
E questo ci può stare: “Dio” è l’universo stesso, infinito e “divino” in quanto inconcepibile per noi abituati a contare con dieci dita (io, poi, toccandomi la punta del naso con i polpastrelli, ma tralascio il racconto della mia infanzia difficile da bimbo disgrafico).
Mi spiego meglio, cerco di spiegarvi “Dio” (ho istintivamente guardato in alto per vedere se mi arrivava un fulmine in testa, ma niente, “Dio” è casuale e quindi misericordioso). Pensiamo di lanciare per aria 70 monete (sorvolo anche qui sulla barzelletta ebraica collegata): qual è la probabilità che tutte e 70 caschino su “testa” (chiamiamolo Magic70 Event)? Praticamente zero, no? Quante volte dovresti provarci? Praticamente infinite volte, vero? Beh, quel “praticamente” infinite è giusto, ma si può calcolare siano 1,2×10^21 volte: se quindi su ogni stella dell’universo si lanciassero per aria 70 monete, in circa 300 posti nell’Universo le 70 monete cadrebbero tutte e 70 su “testa”.
Incredibile? No, solo così improbabile che non possiamo comprenderlo, quindi possiamo chiamarlo miracolo, evento divino, perché no?
Per la vita, per la nostra specie, si è verificato un Magic70 su questo pianeta. La Terra: ripetete il suo nome, perché è questo il pianeta sul quale “Dio”, che notoriamente non gioca a dadi con l’Universo (cit: Albert Einstein), ha però giocato per noi una partita a testa o croce straordinariamente fortunata, con 70 monete, e son tutte venute testa.
In altri 299.000 trilioni di partite che ha giocato, ha perso (fa anche lui quel che può) ma sulla Terra, no: ha vinto, e sono arrivati i cieli azzurri, una temperatura miracolosamente mite, l’atmosfera, l’evoluzione, e una straordinaria incredibile varietà di specie viventi.
Una di queste specie – l’uomo – è in grado, pur fra molte incertezze, di capire perché sia andata così, perché siamo arrivati fin qui: lo abbiamo visto sopra, e possiamo sintetizzarlo con un termine scientifico-cosmogonico-religioso:
“Una straordinaria botta di culo che può capitare poche volte in tutto l’universo mondo!”.
Una fortuna sfacciata davvero: l’incubatrice perfetta, proprio per noi.
Quella stessa specie, però, pur essendo arrivata a capire alcuni meccanismi dell’incubatrice, oltre ad aver coscienza di sé, la sta manomettendo, l’incubatrice.
Il cambiamento climatico sta portando la Terra verso un clima che l’uomo non ha mai affrontato. La concentrazione di CO2 in atmosfera sta rapidamente crescendo verso i livelli di 50 milioni di anni fa, quando la temperatura media era più alta di 14°C rispetto alla media preindustriale.
Invece che l’incubatrice perfetta, la Terra allora era un’instabile fornace, la “Hot-house Earth”, ben lontana dalle condizioni che hanno permesso lo sviluppo della specie e della civiltà umana.
Essendo ormai accertata la causa antropogenica, la responsabilità per la sopravvivenza della civiltà umana come la conosciamo oggi è (probabilmente ancora per poco) nelle nostre mani.
Perché “probabilmente ancora per poco”?
Perché a breve il sistema climatico rischia di superare i cosiddetti “punti di non ritorno” ed evolvere irrimediabilmente verso un nuovo equilibrio climatico, nuovamente una “Hot-house Earth”.
Il Sistema Terra è infatti un sistema complesso, caratterizzato da una serie di elementi interdipendenti che permettono il mantenimento della sua temperatura media e dell’attuale stato climatico.
Uno di questi elementi sono i gas serra, un altro è l’estensione dei ghiacci; poi, la nuvolosità sugli oceani. Poi le grandi foreste, che potrebbero perdere il loro ruolo di assorbitori di anidride carbonica. Poi il permafrost in Artide, lo strato di terreno perennemente (anche in estate) ghiacciato che mantiene “al sicuro” enormi quantità di metano, un gas serra peggiore dell’anidride carbonica.
L’alterazione, controllabile, del primo di questi fattori, può condurre all’alterazione di uno degli altri e così via, innescando una serie di processi a cascata che portano tutti a un’unica conseguenza: una Terra più calda, molto più calda, anche se l’iniziale causa scatenante rimanesse invariata – anche se ad un certo punto smettessimo di emettere gas climalteranti.
È un effetto domino in cui un processo rinforza se stesso: il “punto di non ritorno” è superato quando il fenomeno si autoalimenta e rinforza altri processi finché anch’essi si autoalimentano.
Un punto di non ritorno del clima (climate tipping point) è quando un piccolo cambiamento fa una grande differenza e cambia lo stato o il destino di un sistema: potrebbe non essere possibile mantenere uno stato di equilibrio con temperature medie terrestri costanti e superiori di 2°C: una volta superata la soglia di attivazione dei meccanismi citati, la Terra sarebbe destinata a franare più o meno velocemente verso temperature medie ben superiori anche se smettessimo di emettere gas serra.
Non esisterebbero cioè gli scenari climatici intermedi, caratterizzati da emissioni solo parzialmente ridotte e da un aumento di temperatura proporzionale alle stesse. Superata una certa soglia di temperatura ci ritroveremmo irrimediabilmente negli scenari peggiori.
Negli ultimi vent’anni l’IPCC ha progressivamente corretto la stima della soglia, prima considerata sopra i 5°C di riscaldamento, ma nell’ultimo rapporto del 2018 anche fra gli 1 e i 2°C. Molti dei meccanismi autoalimentanti e interdipendenti, infatti, sono stati “implementati” nei nostri modelli climatici solo di recente.
Un esempio è dato dalla recente osservazione della velocità di fusione dei ghiacciai groenlandesi maggiore di quanto previsto. Questo è il fenomeno che personalmente mi preoccupa maggiormente al breve termine: non è più soltanto uno scenario da film catastrofico quello di compromettere la corrente del Golfo con questo scioglimento, ed allora – prima di lamentarci globalmente per il caldo – potremmo dover trovarci a patire parecchio, localmente, per il freddo.
Parigi è alla stessa latitudine di Stalingrado, Bruxelles di Calgary, Napoli di New York: lasciamo al lettore immaginare.
Potremmo, insomma, stare innescando in questi decenni questo effetto domino e, in sostanza, stare condannando la Terra a procedere verso uno stato climatico ben più caldo e ben diverso da quello attuale.
Sappiamo che la civiltà umana si è da sempre collocata all’interno di una ben definita nicchia climatica. Negli scenari peggiori, luoghi oggi densamente popolati saranno presto caratterizzati da una temperatura annuale media ben al di fuori di questa nicchia, una temperatura che oggi è tipica di alcune aree del deserto del Sahara.
Negli scenari migliori, quelli dove si agisce subito e pesantemente per la decarbonizzazione forzata, tutto questo succede ugualmente, ma più lentamente, lasciandoci più tempo per adattarci.
Pensiamo quindi alla Terra come ad un “miracolo”, del quale anche noi facciamo parte. Qualcosa di estremamente improbabile, e che ora è messo in grave pericolo proprio dal “Re del Creato” (sempre stato repubblicano, anche per questo).
Molti miei amici e amiche fraterni e sorelle che lavorano con me a questi scenari sostengono che forse non ne vale la pena, di salvare questo mondo. Mi citano le recenti manifestazioni di piazza, mi citano Trump, mi citano quelli che insultano Gino Strada (cui dedico questo articolo). Meglio sparire, dicono.
Però. Però pensate al vostro gatto, che un attimo prima è seduto sul pavimento e un attimo dopo – silente e senza rincorsa – è sul termosifone a muro, altezza mt. 1,30, lui che è alto 15 cm.
Pensate a Cecilia Strada e a Emergency, che mentre Gino ci lasciava stavano salvando vite nel Mediterraneo e in Afghanistan. Pensate ai due goal di Maradona contro l’Inghilterra. Alla prima risata di vostro figlio, quando aveva pochi mesi, tutta di gola, irrefrenabile. Alla forma degli stormi di uccelli in volo, e a questi fottutissimi coccodrilli che sono sopravvissuti, incazzati come rettili, per milioni di anni, uguali a se stessi, e adesso potrebbero sparire per sempre.
Non è accettabile non provare a far qualcosa. È per lei, per la Terra: pronunciate il suo nome.
Fonte
05/01/2021
Dietrologia sui vaccini, la pazzia al posto di comando
Anche tra compagni, prima si incrementerà il senso critico nei confronti delle tesi "di scienza", meglio sarà per tutti. Diversamente, continueremo ad arrabattarci in dibattimenti senza senso, in cui le masse troveranno comunque più convincenti le tesi e soprattutto, le modalità espositive, dei no-vax.
Se non fosse una situazione tragica, ci divertiremmo da pazzi. Fin qui (o fino al 2020) avevamo avuto a che fare con la “dietrologia” e il complottismo solo in relazione a fatti storici e politici. In testa a tutti, come i nostri lettori sanno, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro (attribuita un po’ a chiunque, meno che ai condannati – non pochi – per quell’azione).
E anche quando abbiamo dovuto spiegare perché “la Rete” non sia la bibbia, ci confortava vedere che per esempio Wikipedia – forma “semi spontanea” di organizzazione di un’enciclopedia – presentava un’oscena carrellata di “voci” fondate su sciocchezze clamorose, specie in ambito storico-politico, ma compensava questa deficienza (in tutti i sensi) con una forte attendibilità delle voci scientifiche.
La spiegazione in fondo era semplice: le voci storico-politiche venivano “occupate” da gruppi di “redattori” con interessi comuni, spesso in aspra lotta con altri (es: le voci su fascismo, comunismo, socialismo, ecc.), di cultura spesso raffazzonata e comunque con intenti “non scientifici”. Al contrario, la quasi totalità delle voci appartenenti alle “scienze dure” (fisica, matematica, chimica, biologia ecc.) erano esclusiva di scienziati praticanti o almeno dottorandi in quella materia specifica.
Anzi, nel particolare ramo di quella scienza, perché è impossibile per chiunque controllare l’immane letteratura prodotta su ogni singolo campo di una qualsiasi scienza (per esempio l’astrofisica e la fisica delle particelle, o quella dei fluidi, ecc. sono campi molto diversi tra loro).
Con la pandemia, improvvisamente, anche la “scienza dura” è diventata campo di battaglia per le “opinioni”. Con buona pace degli antichi greci che quasi 3.000 anni fa avevano definito in modo chiaro la distinzione tra doxa (la convinzione che una o più persone si formano nei confronti di specifici fatti, in assenza di precisi elementi di certezza assoluta) ed epìsteme (conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti di un fenomeno).
Manipolando la prima si possono – ahinoi – vincere le elezioni o vendere prodotti scadenti, con la seconda si fa scienza e si progredisce come genere umano (certo, qualcuno ci guadagna anche sopra e qualcun altro se ne serve per scopi militari). Ogni giorno, intorno alla tragedia del coronavirus, sono fioriti milioni di post scemi, interviste surreali, blog di “esperti” di dubbia certificazione ecc.
Sul vaccino, poi, apriti cielo! Sono risorti i “no vax”, inizialmente seppelliti dal dilagare della pandemia, con il loro campionario di idiozie tutte rigorosamente formulate secondo la “logica” della dietrologia politica. Se mettete a confronto le frasi dei primi con certe formule di Flamigni, Grasso e altri campioni del complottismo italico, non può sfuggire il ricorrere continuo di analogie. Se non addirittura delle identiche frasi.
Un medico, pazientemente, ma anche giustamente incazzato, ha provato a confutarle una per una. Una lettura consigliata a chiunque voglia commentare su queste pagine.
Astenersi perditempo, sarete bannati per sempre!
Allora, i fatti sono questi: nel febbraio 2020 arriva in Europa (dalla Cina) un virus nuovo, nei confronti del quale nessuno ha difese immunitarie. Ha una letalità abbastanza bassa, ma è piuttosto contagioso. Quindi si diffonde rapidamente: in Italia, poi in Europa, poi nel Mondo.
I Paesi (tutti, chi più chi meno) adottano l’unica strategia possibile, quella delle chiusure, e si cerca di spiegare ai cittadini che le cose che funzionano sono 3: lavarsi le mani, indossare la mascherina e stare distanziarsi reciprocamente. Perché una cura non c’è: è normale, per i virus, e questo non fa eccezione.
Cosa c’è di strano?
Purtroppo, niente. Avremmo voluto che non capitasse, ma è capitato. La cosa più probabile è che si tratti di una zoonosi, cioè un virus che è saltato di specie: da un animale all’uomo. (Lettura consigliata: David Quammen, Spillover).
E già su questa ricostruzione (che è sintetica ma basata su fatti e studi scientifici) si fanno milioni di pippe (il laboratorio di Wuhan, l’esperimento, il complotto internazionale, Soros, Bill Gates che già lo sapeva e si era organizzato e così via).
Qui vale veramente il rasoio di Occam (e il mio virologo di Facebook faccia lo sforzo di andare su Wikipedia a vedere chi era): se ci sono diverse ipotesi, la più semplice è quella vera, e le altre le taglio via (con il rasoio, appunto).
Ma non voglio parlare di questo, e neanche dei negazionisti/complottisti, né degli errori fatti – in tutto il mondo – nella gestione della pandemia.
Voglio invece capire perché adesso c’è questa feroce e scomposta opposizione al vaccino.
Dato che continuiamo a ripeterci che, con chi è contrario ai vaccini, non bisogna essere aggressivi, ma che occorre essere pacati, argomentando serenamente e cercando di spiegare, mi sforzerò di essere educato, ma non sono certo di riuscire nell’intento.
Andiamo per punti.
1. Non si sa cosa c’è dentro.
Si sa benissimo (vedere sito AIFA), e certamente non ci sono 5g, feti morti, metalli pesanti e altre cagate del genere: in pratica ci sono particelle di grasso che includono l’mRNA (vedi dopo), colesterolo, sali, saccarosio e acqua. E basta.
2. Non è stato abbastanza sperimentato.
No, è stato sperimentato in tempi molto rapidi, questo sì, perché i Paesi e le istituzioni hanno messo sul tavolo una quantità mai vista di danaro, il che ha permesso di correre molto, molto più velocemente del solito. Comunque, sono state rispettate le tre fasi dei trial clinici che sono OBBLIGATORIE per qualunque nuovo farmaco, e che vengono monitorate da FDA ed EMA, coinvolgendo centinaia di ricercatori. E i dati sono pubblicati e quindi di pubblico dominio.
Se qualcosa non vi convince prima leggeteli (ma vi ci vorrà una decina d’anni, perché per capirli dovrete laurearvi in medicina o in scienze biologiche, e avere studiato a fondo virologia, immunologia, epidemiologia, statistica e qualcos’altro che adesso non mi viene in mente. E naturalmente dovete capire l’inglese scientifico).
Io, per esempio, che ho solo una laurea in Medicina, una specializzazione e quarant’anni di ospedale, riesco a interpretarli solo a grandi linee (e li trovo convincenti). Quindi mi fido di quello che mi dicono quelli che hanno studiato.
E comunque i soggetti sottoposti al primo dei vaccini somministrati (Pfizer) sono stati oltre ventimila (altri ventimila sono nel braccio di controllo, anche questo lo trovate su Wikipedia). E la differenza nel rischio di infettarsi è talmente clamorosa che dovrebbe capirla chiunque. (Letture consigliate: gli articoli di Forni e Tagliabue su Huffington Post).
3. Il vaccino con l’RNA messaggero può modificare il DNA.
Ecco, questa è proprio una di quelle cose che – se uno avesse fatto le scuole giuste – non potrebbe dire. Non so se oggi è nel programma delle scuole superiori, ma a Medicina l’ho studiato. L’mRNA serve (mi perdonino gli esperti veri per la semplificazione) per trasferire le informazioni dal DNA e produrre le proteine. Dire che l’mRNA (che tra l’altro ha vita molto breve) può modificare il DNA è come dire che se ho un dado di carne per il brodo posso farmi la mucca in casa.
4. È pericoloso.
Questa è un’obiezione con un minimo di senso. Qualunque sostanza introdotta nel nostro organismo può scatenare imprevedibili effetti. Basta leggere il bugiardino di una cosa qualunque che avete in casa, anche la tachipirina. I vaccini sono – tra queste sostanze – tra le più sicure. I vaccini correntemente in uso hanno effetti molto severi (fino alla morte) nell’ordine – quando va male – di qualche unità per milione di somministrazioni.
Il tema, come per qualunque farmaco, è il rapporto tra rischio ipotetico e beneficio certo: la copertura dei vaccini per la Covid-19 è superiore al 90%. C’è un abisso tra il beneficio (enorme) e il rischio (remotissimo).
5. Ma io ho paura.
Come sopra: ragionevole. Io non ce l’avrei, perché vaccinarsi è pericoloso più o meno come attraversare la strada, ma capisco. E, tanto per chiarire, è possibile, anzi probabile che nei prossimi mesi ogni tanto comparirà sui giornali la notizia di qualcuno che se l’è vista brutta.
Consiglio: verificate la notizia (non si sa mai) e mettetelo comunque in conto. Il rischio zero non esiste, nella vita, per nessuna attività. Ma quello per vaccino è basso, bassissimo. Per il resto vale quanto sopra.
6. No, va be’, ma non ci dicono la verità, non mi fido degli scienziati, sono tutti al soldo di Big Pharma.
È come dire che non mi fido degli ingegneri aeronautici che progettano l’aereo su cui voliamo perché sono al soldo della Boeing o della Airbus. Segnalo – en passant – che la nostra conoscenza delle leggi della fisica che consentono il volo è uguale a quella che abbiamo dei meccanismi immunitari. Ma l’aereo lo prendono alcuni miliardi di persone ogni anno (pochissimi con la laurea in fisica, immagino).
7. Ah, ma io aspetto, lasciamo che si vaccinino gli altri, non si sa nulla degli effetti a lungo termine.
Non è vero, quelli li conosciamo: gli effetti a lungo termine delle vaccinazioni del secolo scorso sono stati la scomparsa del Vaiolo (eradicato nel 1980), e il contenimento ai minimi termini di almeno altre sette-otto malattie contagiose che facevano morti e invalidi a MILIONI (poliomielite, morbillo, difterite, rosolia, parotite, pertosse, tetano, epatite B, etc.).
Anche qui basta Wikipedia (ci sarebbero anche i siti OMS e ISS, ma capisco che possano apparire anche loro al soldo di qualcuno), ma se vi informate su Byoblu mi spiace dirvelo, sono proprio fatti vostri.
Infatti, l’altro effetto a lungo termine si chiama selezione darwiniana: chi non si vaccina ha meno probabilità di avere figli (e non voglio spiegare perché, dato che è cinico e politicamente scorretto).
8. Ma sui siti AIFA ed EMA ci sono un sacco di dubbi.
Benvenuti nel modo reale della scienza. Quando leggete che “i dati sono insufficienti” vuol dire che non si dispone ancora di un volume di dati che consenta affermazioni categoriche, cosa che abbiamo visto in passato e che vedremo in futuro: funziona così, quando si fanno le cose seriamente e non si urla “il plasma”, “la clorochina”, perché te l’hanno detto su Facebook.
Quindi è ovvio che non si conoscano ancora gli effetti, per esempio, su gravidanza e allattamento, semplicemente perché non c’è ancora una casistica sufficientemente ampia per trarre conclusioni definitive, ma gli studi proseguono e presto avremo risposte anche a queste domande.
Così come non possiamo sapere con certezza (anche se i dati preliminari sono incoraggianti) quanto durerà la protezione: è ovvio che per saperlo deve trascorrere del tempo.
9. Ah, ma i vaccini fanno venire l’autismo.
AAAAARGHHH! BASTA! È una bufala spaventosa, smentita da decenni, la vogliamo smettere! E se qualcuno mi tira fuori qualche correlazione (crescita vaccini-crescita casi autismo) provo educatamente a segnalare che CORRELAZIONE NON SIGNIFICA CAUSALITÀ (e se non capite il concetto non c’è speranza per voi e i vostri discendenti).
Perché, se proprio ci tenete, vi faccio vedere un bel grafico che dimostra un’altra correlazione: quello tra autismo e aumento del consumo dei famosi cibi “bio”.
10. Ah, ma fanno finta di iniettare il vaccino, in realtà è solo acqua distillata.
Eh, certo: milioni di medici e infermieri si stanno facendo iniettare in tutto il mondo acqua distillata. Milioni di coglioni, che tra qualche settimana lavoreranno con i pazienti Covid convinti di essere immunizzati, e invece moriranno come mosche. Ma cosa avete nel cervello?
11. Avete visto l’infermiera che è svenuta? E poi è morta, ma non cielodicono.
L’infermiera è svenuta per quel fenomeno fisiologico noto come sindrome vagale: è effetto dell’ago, dello stress e di molti fattori concomitanti: ho visto pazienti svenire quando mi avvicinavo con l’ago in mano. Capita, e non è grave (lezione gratis di primo soccorso: sdraiate il malcapitato e alzategli le gambe: sarà dei nostri in pochi secondi). E non è morta, naturalmente, come ha dovuto (!) confermare l’ospedale dove lavora.
12. In Russia e in Cina hanno fatto prima.
Ecco, questo non è bellissimo, perché in quei Paesi hanno iniziato le somministrazioni prima della fine della fase 3. Meglio abbiamo fatto noi, dove quei venduti dell’EMA hanno voluto controllare TUTTI I DATI GREZZI di TUTTI i casi del Trial.
13. Ma avete visto il curriculum di Pfizer? Hanno fatto ogni sorta di nefandezze. E adesso ci fidiamo di questi?
Guardate, non sarò certo io a difendere le grandi industrie farmaceutiche, ed è giusto star loro sul collo. Ma se oggi un bambino che nasce in Italia può sperare di vivere mediamente novant’anni è anche merito loro (lettura consigliata: Adam Smith, La ricchezza delle nazioni), e naturalmente della Medicina moderna.
Se in questo caso hanno fatto un buon lavoro, a me va bene. E comunque quando hanno sfornato il Viagra non ho visto tanta gente preoccupata.
14. Perché i politici si vaccinano per primi, questi privilegiati? Perché non si vaccinano i politici, così fanno da cavie?
Mettetevi d’accordo. A me non frega niente.
15. Non vorranno mica metterlo obbligatorio? È anticostituzionale.
Allora, io penso che per la popolazione generale l’obbligo per ora non sia da prendere in considerazione, perché è molto meglio che i cittadini capiscano da soli l’utilità di vaccinarsi. Ma anche ergersi a costituzionalisti senza capire quello che si legge no, vi prego.
L’articolo 32 dice che “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.” Quindi è sufficiente una legge, come per altre vaccinazioni – in tutto il mondo – o come con i TSO (che qui non cito a caso). Perché (sempre la Costituzione) sancisce che la tutela della salute è “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Quindi, se fosse interesse della collettività vaccinare l’intera popolazione, si potrebbe fare. Che è quello che ha riaffermato proprio la Corte costituzionale (sentenza 307/1990):
La legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale.
Chiaro, no?
Sui sanitari, onestamente credo che ci si potrebbe pensare. Io, tanti anni fa, per iscrivermi a Medicina dovetti fare la vaccinazione antitubercolare e poi, per lavorare, quella contro l’epatite B. Per dire.
Potrei andare avanti (bellissima la discussione sulla logistica che impazza adesso), ma mi fermo qui per stanchezza, anche perché vorrei tentare di fare qualche ipotesi sul perché succede tutto questo.
Proviamo:
1. Perché siamo nella società globalizzata, dove merci, persone e idee viaggiano velocissime. E che viaggino le idee è una bella cosa, perché è una delle ragioni che ci ha portato ad avere il vaccino in tempi così straordinariamente brevi.
Ma le idee che viaggiano non sono tutte “solide”, basate sui fatti, sulle prove. Molte sono idee che originano dalla paura, dall’ignoranza, dalla fragilità emotiva, dall’opposizione preconcetta all’altro, dalla strumentalizzazione politica.
Dato che molti di quelli che fanno le domande e le obiezioni che ho elencato sono convinti che ci sia un grande burattinaio che muove tutti i fili, vorrei dire a costoro che sono loro gli inconsapevoli burattini di qualcuno che – per interessi personali, economici, politici – cerca di gettare discredito su quello che di buono riesce a fare ogni tanto la comunità internazionale (penso a QAnon, naturalmente, ma non solo).
2. Poi c’è un’altra questione: per millenni i nostri cervelli sono stati abituati a elaborare un numero limitato di informazioni (lettura consigliata: Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci). Da qualche decennio siamo sottoposti a un volume di informazioni (la maggior parte delle quali, come detto, inattendibili) che il nostro cervello non è in grado di elaborare e per gestire le quali non abbiamo sufficiente cultura (in particolare scientifica).
La conseguenza è che quelle più clamorose, rumorose e strampalate si fissano nella nostra mente. E i meccanismi di rinforzo tipici dei social (dialogo a piccoli gruppi che rilanciano le stesse tesi: gated communities) ci accrescono nelle nostre convinzioni. (Lettura consigliata: Prevenire, di Vineis, Carra e Cingolani).
3. Un altro effetto dei social e del web (che ho alimentato anche io, suggerendo di esplorare Wikipedia per avere risposte) è la scomparsa della intermediazione: agli esperti non viene più riconosciuto il loro ruolo (solitamente conquistato con decenni sui libri e nei laboratori), e si pensa di poter confutare le loro affermazioni basandosi su qualche informazione raccolta qua e là.
Senza considerare, appunto, l’enorme complessità della scienza e della società moderna; pensate che già George Bernard Shaw diceva: “Ogni problema complesso ha una soluzione semplice. Ed è sbagliata.” (Lettura consigliata: The game, Alessandro Baricco).
4. I media hanno giocato male la loro partita, non meglio dei politici, per intenderci. Non tanto sul versante dell’informazione, ma sulla gestione dei dibattiti e dei talkshow. Per essere chiari: non mettete uno scienziato a discutere di vaccini con un DJ, una soubrette o un critico d’arte (e stendo un velo pietoso sull’ego di qualche collega). Otterremo solo di svilire la scienza e di confondere i cittadini.
Per essere chiaro – e un po’ autoritario – non dovrebbe essere consentito. Perché la democrazia non è la libertà di dire minchiate, la democrazia è fatica, è studio.
Come ha detto Kamala Harris, “la democrazia non è uno stato ma un atto”. (Lettura consigliata: gli articoli di Giovanni Boniolo su scienzainrete.it).
Lo so, non sono stato bravo, non ho mantenuto la calma come avrei voluto, ogni tanto sono andato sopra le righe. Chiedo scusa.
Comunque, io e i miei familiari possiamo vaccinarci, quindi lo faremo tutti appena possibile.
Chi non vuole farlo, per ora è libero di scegliere; pensi solo che la sua scelta potrà avere sulla coscienza la malattia e la morte di coloro che non potranno vaccinarsi per ragioni di salute, e che possono solo sperare nell’immunità di gregge.
Buon Anno!
Fonte
02/12/2020
Esempi di negazionismo storico. La dietrologia sul “caso Moro”
Di questi tempi il termine “negazionismo” ha assunto una notorietà piuttosto inattesa, uscendo dagli ambiti ristretti in cui era stato coniato – gli studi storiografici su fascismo e nazismo, sull’olocausto e i campi di sterminio – per diventare uno dei tanti “luoghi comuni”, onnisignificanti, che rimbalzano sui media.
In particolare, il termine viene usato per contrassegnare quegli imbecilli, generalmente di destra ma non solo, che considerano il virus Covid-19 come un'”invenzione”, un complotto di forze misteriose (economiche, industriali, geostrategiche, demoniache, ecc.), o più semplicemente come una “febbriciattola” in fondo innocua (Bolsonaro & C.).
Per restare sul piano storiografico, però, il negazionismo è una subcultura che non riguarda solo le politiche di sterminio nazifasciste – e dunque, oggi, fondamentalmente i sostenitori attuali di quei regimi contro l’umanità – ma anche altri fenomeni storici. E che coinvolgono forze politiche, ricercatori, giornalisti, ecc., che si autodefiniscono “democratici e progressisti”. O addirittura, in un passato ormai lontano diversi decenni, “comunisti”.
È una “corrente storiografica” tipicamente italiana, che è rivolta univocamente a descrivere la stagione della lotta armata come “eterodiretta da forze oscure”. Quando qualcuno prova a dare un nome e un volto a quelle forze esce fuori la radice “di sinistra” oppure quella di destra (senza virgolette): la prima accenna alla Cia statunitense (sempre più timidamente, visto che ora quella “sinistra” è diventata fieramente atlantista ed europeista), mentre quella di destra, assai minoritaria, indica il Kgb.
A ben guardare, però, tutta la “dietrologia” negazionista – ciò che nega la l’autonomia e indipendenza delle organizzazioni combattenti – si concentra su un solo episodio, isolato da tutte le migliaia che hanno caratterizzato gli anni ’70 e, in misura molto minore, gli anni ’80: il “caso Moro”, ovviamente.
Abbiamo dunque, nel complottismo negazionista “di sinistra”, una situazione davvero insolita ed inspiegabile, sul piano storiografico. Di fatto, tra tutte le decine di organizzazioni armate di quegli anni, solo una sarebbe “sospetta”: le Brigate Rosse.
Più stranamente ancora. Delle centinaia di azioni compiute da quell’organizzazione solo una sarebbe davvero “eterodiretta”. Sempre quella. Come se il prima, il durante (nei 55 giorni ci furono molte altre azioni, nonostante il clima da “coprifuoco h24”) e il dopo fossero ininfluenti.
Sul piano strettamente storiografico questo tipo di “produzione di fango” ha perso molta attrattività e “mercato”. Non generano più i bei soldi di un tempo, insomma, quando i parlamentari si costruivano una notorietà andando a sedere nelle “commissioni di inchiesta” e alcuni giornalisti “di area” venivano messi a contratto come “collaboratori” delle stesse commissioni.
Non ci si fanno più film “pedagogici” e inguardabili, o libri affastellati di fatti veri e ricostruzioni inventate. Anzi, cominciano a fioccare le querele da parte di persone tirate in ballo tanto per dare “colore” a ricostruzioni di fantasia. E ricercatori estranei ai “soliti giri” hanno preso a piegarsi sul materiale vero su cui lavorano gli storici – fonti e testimonianze – distinguendo tra fatti e suggestioni, o banali falsi mal congegnati.
Paolo Persichetti, ricercatore e “persona non estranea ai fatti”, da anni cura un blog che ha come scopo principale la lotta documentata alla dietrologia e dunque al “negazionismo storiografico” sulle vicende della lotta armata in Italia. E anno dopo anno va affinando la ricostruzione della genesi e della sciagurata vita di questo ignobile fenomeno anti-scientifico. A voi una sintesi delle ultime acquisizioni.
[L’elenco ragionato dei fatti salienti sarebbe lunghissimo, dato che la “dietrologia” sul caso Moro prese forme “in diretta”, nel bel mezzo degli eventi, su iniziativa dell’allora Pci. Era dunque una “lettura di parte”, non condivisa dal resto della classe politica italiana – e tantomeno di quella internazionale – sia al “centro” che a destra che nell’allora “sinistra radicale” (Democrazia Proletaria, il manifesto, “il movimento”, ecc). Si veda, per esempio, l’intervista a Francesco Cossiga contenuta in Una sparatoria tranquilla, 1997, Odradek Edizioni. Ma la dietrologia è diventata “linea istituzionale”, “versione di Stato”, solo con la presidenza sciagurata di Giorgio Napolitano. NdR]
Il passato, quando è ritenuto scomodo, subisce in genere un processo di rimozione: viene dimenticato, seppellito per poi riemergere qui e là se ne è rimasta traccia. Nel caso della lotta armata degli anni ’70 è avvenuto un processo radicalmente diverso: quella vicenda è stata sottoposta a una ipermemorizzazione fabbricata dai poteri pubblici.
Sappiamo che la memoria è un impasto di ricordo e oblio che nel caso delle memorie private risponde a dei processi di selezione psichica legati alla singola storia del soggetto. Nella memoria pubblica, invece, i processi di selezione sono politici.
Tra i momenti decisivi ci sono certamente i ripetuti interventi del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per altro uno dei protagonisti della linea della fermezza che volò negli Usa proprio nelle settimane del sequestro Moro.
In più occasioni tra il 2007 e il 2008, fino all’editto pronunciato dal Quirinale il 9 maggio di quell’anno, decretò il divieto di parola pubblica degli ex appartenenti delle formazioni armate degli anni ’70, i quali – sosteneva – «non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni».
Al tempo stesso l’istituzione nel 2007 di una giornata nazionale della memoria delle vittime del terrorismo che si tenne la prima volta il 9 maggio dell’anno successivo, data significativa che relegava lo stragismo con le sue complicità statali negli sgabuzzini della memoria ponendo al centro dei rituali commemorativi il sequestro Moro, mischiando e confondendo l’iperviolenza statuale e atlantica delle stragi con le insorgenze armate provenienti da gruppi sociali oppressi.
Un altro aspetto importante è stata l’attribuzione di un ruolo di amministrazione della memoria pubblica all’associazionismo che si era visto riconosciuto lo status di vittima legittima. Da qui l’elaborazione di discorsi fondati sulla stigmatizzazione etica, l’anatema morale a scapito di un approccio fondato sull’impiego delle discipline dell’analisi sociale, politica ed economica.
La conseguenza è stata l’oblio dei fatti e delle condizioni sociali che determinarono quegli eventi, per altro figli di un modello di società e di produzione nel frattempo superati e dimenticati.
Questa memoria svuotata dalle sue matrici causali ha assunto le sembianze di un spettro che si proietta ancora oggi, oltre il millennio, un po’ come lo spettro marxiano, rinviandoci sbiadite immagini in bianco e nero di una violenza politica irragionevole e manipolata che cancella i colori della storia.
L’eredità, il condensato di questa chimica della memoria statuale sono stati il complottismo (la dietrologia) e il vittimismo.
[A proposito della recente lettera di circa 60 ricercatori, e alla polemica relativa al rifiuto dell’attuale redazione de il manifesto di pubblicare quel testo...]
L’innesco è stato l’ennesimo fake che accostava le vicende legate alla strage di Bologna dell’agosto 1980, che stando alle sentenze della magistratura hanno una matrice di destra, in ogni caso opposta per movente, obiettivi e pratiche operative al fare dei gruppi della sinistra rivoluzionaria armata e delle Brigate rosse, geneticamente antistragiste.
Ma aldilà della ragione specifica, credo che sia stato un segnale importante di cambiamento, la prova di una maturazione del mondo della ricerca, di una nuova consapevolezza e anche della presenza di un maggiore coraggio degli studiosi dovuto forse all’arrivo di nuove generazioni non più embedded, slegate cioè da vincoli e condizionamenti che potevano esercitare fino a ieri le vecchie baronie legate culturalmente al catechismo dell’emergenza e della fermezza tramandato dalla Prima Repubblica.
C’è un clima nuovo a cui ha certamente contribuito la maggiore socializzazione delle fonti di provenienza statale. Recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano appannaggio solo della magistratura, delle commissioni parlamentari e dei loro consulenti.
Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e anche la manipolazione delle fonti stesse. È accaduto che carte scomode venissero ignorate o citate solo in parte. Quel tempo è finito! C’è una nuova generazione di studiosi che non è più disposta ad accettare narrazioni che ignorano i canoni storiografici: la confusione di tempi e luoghi, l’uso dei de relato spesso attribuiti a defunti, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni, le suggestioni e molto altro ancora condito con un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione.
Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti in una sorta di nuovo negazionismo storiografico.
[A proposito della precedente letteratura storiografica sul “caso Moro”]
Senza dubbio «La pazzia di Aldo Moro» di Marco Clementi (Odradek Edizioni) e «L’odissea nel caso Moro» di Vladimiro Satta (EdUP), apparsi rispettivamente nel 2001 e nel 2003, hanno segnato una svolta metodologica decisiva.
Finalmente due studiosi, per altro di matrice culturale diversa, riportavano sui dei corretti binari storiografici l’analisi del sequestro Moro. Quanto a dire che quei due lavori furono sufficienti per rendere la situazione chiara, ce ne corre.
I loro studi hanno senza dubbio aperto una nuova strada, seguita poi da altre pubblicazioni e altri autori cresciuti negli ultimi anni ma in misura sempre inferiore rispetto alla mole della pubblicistica complottista, al peso delle narrazioni dietrologiche diffuse sulla stampa, nel cinema e nei grandi format televisivi.
Non c’è competizione: l’industria editoriale è orientata sul tema del cold case, anche perché paga in termini di mercato. Cerca testi sensazionalistici spacciati per inchieste che promettono scoop, garantiscono rivelazioni, spacciano soluzioni agli eterni misteri che per definizione restano insolubili, inarrivabili altrimenti il gioco finisce e il circo chiude. I grandi format televisivi, se osserviamo quel che è accaduto in occasione del quarantennale del sequestro Moro, hanno riprodotto questo schema.
La lettera firmata dai sessanta storici e ricercatori è stata un sasso lanciato in questo stagno putrido, un acquitrino insalubre dove hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.
[E infine anche i “dietrologi” cominciano a litigare fra loro, come accade intorno agli stagni durante la stagione secca...]
Anche la dietrologia non è più quella di una volta. I lavori dell’ultima commissione Moro presieduta dal democristiano Giuseppe Fioroni, oggetto ora di diverse querele rivolte contro uno dei suoi ex membri (l’ex commissario Gero Grassi), hanno scatenato la balcanizzazione della dietrologia, una sorta di tutti contro tutti.
Rivalità, concorrenza nel mercato delle fake news, logica mercantile dello scoop, di chi la spara più grossa tanto poi nessuno verifica e nessuno risponde (ma anche qui le querele ci dicono che qualcosa sta cambiando e un principio di realtà e responsabilità sta per essere introdotto), fiorire di tesi complottiste che si annullano a vicenda divorandosi tra loro, hanno condotto al parossismo il discorso dietrologico.
Una iperbole che lo mette al passo con gli altri cospirazionismi che traversano il pianeta in questo momento e mobilitano le interiora della destra più conservatrice e reazionaria.
A Flamigni, che ha campato per decenni sul monopolio dell’accesso ai documenti e su risultanze peritali incerte, non va giù che questa commissione abbia disposto ingenuamente nuove perizie scientifiche su via Fani, via Gradoli e via Montalcini. Accertamenti che hanno definitivamente sepolto ogni possibilità di utilizzare imprecisioni, limiti ed errori che in passato consentivano di insinuare ricostruzioni complottiste.
La commissione Fioroni, convinta che le acquisizioni storiografiche, le testimonianze dei protagonisti e le ricostruzioni cui erano giunte le cinque precedenti inchieste giudiziarie sulla vicenda Moro fossero inesatte, fuorvianti o patteggiate, con l’enfasi supponente di chi avrebbe finalmente disvelato la verità a tutti nascosta, ha disposto nuove perizie che si avvalevano delle moderne tecniche forensi inesistenti quando vennero condotte le prime indagini.
Da un presupposto errato è scaturito così un risultato virtuoso che oggi è a disposizione di tutti i ricercatori ma che ha scandalizzato Fioroni e gli altri commissari (meno uno), i quali totalmente spiazzati hanno cercato in tutti i modi di ridimensionarle.
In fondo la commissione ha lavorato tre anni per cercare di smontare quello che involontariamente le risultanze scientifiche andavano accertando. Uno spettacolo surreale che tuttavia non è riuscito a cancellare la conferma che in via Fani le cose sono andate come hanno sempre raccontato i brigatisti: nessun attacco è stato mosso da destra, non c’erano superkiller professionisti, agenti segreti, motociclette coinvolte nell’operazione, nessuno ha sparato contro il parabrezza del teste Marini.
Abbiamo anche la certezza genetica che sfata la leggenda di Moro tenuto o passato in via Gradoli e sappiamo che l’esecuzione del presidente Dc all’interno del box di via Montalcini è compatibile con il luogo, le risultanze balistiche, l’analisi splatter (le gocce di sangue) e audiometrica degli spari. Insomma è calato il sipario sulla dietrologia in via Fani.
[L’ultima bufala per tenere insieme una ricostruzione priva di riscontri: l’ipotesi di un “patto segreto” tra brigatisti e servizi. Come se passare venti o più anni in galera possa essere considerato un “regalo”...]
ll «patto di omertà», come lo ha chiamato Flamigni, il «patto segreto» tra «complici» come hanno scritto altri competitor dell’arcigno custode della verità politica del Pci sul sequestro Moro è una costruzione finalizzata a esportare la parte di responsabilità politica che pesa sui partiti che sostennero la linea della fermezza.
A quarant’anni di distanza invece di interrogare le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa, sacrificando un uomo per non perdere lo Stato, come recitava il famoso editoriale di Scalfari apparso su «la Repubblica» del 21 ottobre 1978, si insinua l’esistenza di un accordo sotterraneo tra prigionieri delle Br e vertice democristiano suggellato dal cosiddetto memoriale Morucci-Faranda.
Nulla ci dicono sulla dimensione psicologica e culturale che mosse i dirigenti dei due maggiori partiti, come riuscirono a dire che le lettere di Moro erano manipolate, circostanza smentita dall’ultimo lavoro scientifico curato da Michele Di Sivo.
Resta ancora inspiegato il silenzio di Fanfani che venendo meno ad accordi presi non pronunciò il discorso di apertura promesso. Perché tacque? Fu bloccato?
Questioni che si cerca di occultare inventando un patto attorno a un memoriale che raccoglie le deposizioni di Morucci e Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani prima indicati solo con dei numeri. Un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista.
Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del memoriale vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono.
Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano, mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali.
Inesistenti i rapporti tra loro, segnati da rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della colonna romana) e ostilità per la scelte dissociative e collaborative.
Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze?
Un abisso logico senza risposta.
[Il ruolo ignobile del Pci, prima, e delle due filiazioni, dopo...]
Il Pci è senza dubbio la forza politica che grazie al suo importante bacino culturale ha più di ogni altra contribuito a costruire e consolidare questa narrazione.
Il 1984 è stato un anno di svolta per il Pci. La prematura scomparsa di Enrico Berlinguer precipita il partito in uno stallo politico.
In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico, il Pci imprime una svolta anche sulla vicenda Moro. Con una mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato prende le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983.
La stampa del partito e i suoi intellettuali si mobilitano per produrre da quel momento una intensa letteratura che darà vita a categorie come quella di «doppio Stato», «Stato parallelo» anche sulla scia di un precedente lavoro sui «poteri invisibili» di Bobbio. Nasce la stagione del complottismo.
Il nodo storico-politico che tormenta il Pci è dimostrare che la vita di Moro non venne sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una linea di fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br.
Il Pci tenta di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinge i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto.
Un paradigma consolatorio che ha creato una vera malattia del pensiero.
[Negare la realtà, a qualsiasi costo, se non corrisponde ai propri interessi politici. Il vero fondamento della dietrologia]
L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri».
È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava.
L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza.
Una sorta di incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali, siano essi grandi o piccoli, possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una via rivoluzionaria.
La dietrologia, il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, pensare in piena autonomia. Il complottismo è un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione degli assetti di potere del capitalismo attuale.
Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.
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