Privi di qualsiasi legittimità interna, pronti a consegnare il testimone alle relative estreme destre (AfD e Rassemblement National), Merz e Macron provano a mettere a segno qualche vittoria rispetto agli indirizzi che la UE dovrà seguire nei prossimi anni, a prescindere da chi governerà, e nella speranza di recuperare l’approvazione di qualche segmento padronale incazzato.
I due leader hanno trovato, lo scorso 16 ottobre, un’intesa che punta alla ridefinizione della “politica industriale” – se così si può chiamare – europea e i termini della sua “transizione ecologica”, nonché sul sostegno da fornire alle filiere basate nel Vecchio Continente. Al centro di tutto, ovviamente, c’è l’automotivo, spina dorsale dell’industria europea.
Il primo elemento da sottolineare è questo: i motori termici non andranno in pensione nel 2035. A dirlo in termini ancora più netti è stato lo stesso Merz, che ha liquidato senza mezzi termini il bando inizialmente previsto dalla UE: “lo stop ai motori a combustione è ormai storia passata”. Come se fosse mai diventata “storia presente” in Europa.
Del resto, il Green Deal non è mai stato pensato per affrontare la crisi climatica, ma per offrire larghi sussidi al capitale in affanno e trovare settori in cui affermare il ruolo della UE come area competitiva, se non addirittura leader. Peccato che quei settori fossero già occupato dalla Cina, nettamente più avanti del Vecchio Continente, e non per “concorrenza sleale”: perché semplicemente ha davvero investito nelle tecnologie verdi con una programmazione pubblica funzionale al raggiungimento dell'obiettivo.
L’intesa raggiunta da Francia e Germania a margine del Consiglio Europeo nasce come risposta alla crisi industriale irreversibile dell’Europa (anche con il riarmo) e alle velleità della UE di recuperare in un batter d’occhio la distanza dal Dragone. E parte proprio dal comparto dell’auto – che nella UE impiega oltre 13 milioni di lavoratori e genera circa il 7% del PIL comunitario – per accantonare il passato e tornare ai vecchi metodi della competizione: disinteresse per l’ambiente e armi.
Il compromesso si fonda su un chiaro baratto politico tra le due principali economie dell’Eurozona. Berlino ha ottenuto la revisione dei vincoli sulle emissioni di anidride carbonica, mentre Parigi ha incassato l’introduzione di rigidi criteri a tutela della produzione made in Europe negli appalti e nei piani di incentivi pubblici, su cui la Germania era meno rigida visti i legami proprio con la Cina.
I cardini dell’accordo sono sostanzialmente tre: l’obiettivo di riduzione delle emissioni allo scarico per le nuove immatricolazioni scende dal 100% al 90% rispetto ai livelli del 2021. Rispetto alle ipotesi iniziali della Commissione Europea, viene cancellato l’obbligo di compensare il restante 10% con crediti ambientali o acciaio a basse emissioni.
Soprattutto, viene garantita la possibilità di continuare a immatricolare veicoli con propulsori a combustione interna anche dopo il 2035, purché alimentati esclusivamente con carburanti rinnovabili e a zero emissioni nette (e-fuel e biocarburanti), prodotti in Europa e soggetti a un canale di omologazione dedicato.
Viene poi posticipata dal 2027 al 2029 la revisione al rialzo dei criteri di calcolo delle emissioni per le ibride plug-in, evitando così le già previste sanzioni che avrebbero colpito alcune compagnie. Infine, viene concesso un anno cuscinetto fino al 2031 per il recupero dei crediti ambientali accumulati fino al 2029.
L’intesa prevede poi che per accedere a finanziamenti pubblici e commesse, le aziende dovranno garantire che almeno il 70% dei componenti (escluse le batterie, per cui la soglia è fissata al 10%, con l’obiettivo di toccare il 70% entro il 2034) provenga dal tessuto produttivo europeo. Per non frammentare le catene di fornitura consolidate, il perimetro include i paesi dello Spazio Economico Europeo (Norvegia, Islanda, Liechtenstein), il Regno Unito e, tramite accordi mirati, la Svizzera.
La convergenza tra Parigi e Berlino ha incassato l’immediato favore degli industriali del settore e anche del governo italiano, che da tempo si batteva per mandare in soffitta la transizione verde e per valorizzare l’uso dei biocarburanti, su cui Roma sta investendo largamente attraverso il Piano Mattei in Africa, col sostegno dei servizi satellitari di geoinformazione forniti da Leonardo.
Un portavoce di Stellantis ha accolto con favore l’accordo. Eppure, in pratica contemporaneamente, al Salone dell’auto di Parigi la società, con parole e modelli, ribadiva i solidi rapporti con le cinesi Leapmotor e Dongfeng, e col loro know-how per mantenersi competitivi sul mercato dell’elettrico. Del resto, i numeri parlano da soli: i veicoli Leapmotor rappresentano il 63% della crescita delle consegne del gruppo a livello europeo per il terzo trimestre del 2026.
L‘intesa franco-tedesca, pur godendo dell’apertura mostrata dai vertici della Commissione (a partire da Ursula von der Leyen e Stéphane Séjourné), si deve spostare al tavolo negoziale comunitario: la presidenza di turno irlandese punta a raggiungere una posizione comune in sede di Consiglio UE entro fine anno, mentre il Parlamento Europeo sarà chiamato a discutere ed esprimersi sulla revisione degli obiettivi durante la sessione plenaria di fine novembre a Strasburgo.
Eppure, la classe dirigente europea “fa i conti senza l’oste”, come si suol dire. Rimane infatti irrisolto quello che è il nodo fondamentale dei problemi industriali, anche per le filiere tradizionali e consolidate, ovvero l’impennata dei costi energetici. È il risultato della politica guerrafondaia scelta dalle capitali europee, ed è un problema che rischia di essere peggiorato proprio da una maggiore dipendenza dai combustibili fossili.
Sarebbe stato questo il momento di spingere con maggior forza sulla transizione all’elettrico, appoggiandosi a chi ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con Bruxelles (come Pechino). Invece, i grandi capi del Vecchio Continente si muovo in direzione contraria. Ancora una volta, una dimostrazione della poca lungimiranza degli imperialisti europei.
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18/10/2026
20/02/2026
Cambiamento climatico. Anche la UE diventa negazionista
La scorsa settimana, le fondamenta degli sforzi climatici dell’Unione Europea hanno iniziato a scricchiolare.
Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti per l’evento Youth4climate dicendo: «Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento. La transizione ecologica non è una scelta, è una necessità. Abbiamo solo due possibilità. O affrontiamo adesso i costi di questa transizione. O agiamo dopo, il che vorrebbe dire pagare il prezzo molto più alto di un disastro climatico».
Era il settembre del 2021, appena quattro anni e mezzo fa. Tutto cancellato. Si torna a petrolio, gas, carbone e qualsiasi altra cosa si possa bruciare.
Ormai da mesi, le capitali europee stanno attaccando le politiche ambientali promosse dalla UE sostenendo che le normative verdi stiano soffocando le loro economie. Ma anche sotto questa offensiva il nocciolo duro della UE per rallentare il riscaldamento globale era rimasto fuori discussione.
Si tratta del Sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), basato sul principio “chi inquina paga”, che obbliga più di 11.000 centrali elettriche e fabbriche a richiedere un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emettono. Le industrie devono comprare queste quote attraverso aste e il prezzo segue le regole della domanda e dell’offerta.
Questo principio – e le relative norme – è stato ora esplicitamente messo in discussione la scorsa settimana durante due summit consecutivi incentrati sulla cura del malessere economico del continente. I leader europei hanno sostenuto che gli alti prezzi delle quote di emissione erano un sintomo preoccupante a cui porre rimedio.
Una larga parte dell’industria pesante del blocco si lamenta da tempo dell’ETS, ormai attivo da circa 20 anni. Durante l’incontro ad Anversa, mercoledì scorso, hanno sferrato il loro attacco chiedendo ai leader dell’UE di “ridurre il prezzo dell’inquinamento”. Non l’inquinamento, ma il suo peso nei loro bilanci. I profitti vengono prima di tutto, e se si accetta che vengano prima della vita di chi lavora le industrie non capiscono perché debbano venire dopo un po’ di inquinamento in più (che contribuisce sul lungo periodo a rendere inabitabile il pianeta e quindi anche a cancellare le industrie stesse).
“L’aumento dei costi del carbonio spinge le catene del valore fuori dall’Europa”, ha dichiarato Markus Kamieth, amministratore delegato del colosso chimico tedesco BASF, avvertendo che il danno è già in atto.
È stato il segnale finale per la revisione profonda – meglio ancora per la cancellazione totale – delle normative “climatiche”. Pochi dei principali politici europei si sono messi a difendere l’ETS, la maggior parte – come i rappresentanti del governo Meloni – hanno colto l’occasione per criticare il sistema.
In fondo, il rappresentante del paese europeo più industrializzato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è schierato a favore di riforme di vasta portata. Poi ha ridimensionato in parte le proprie affermazioni, visto che il suo traballante governo si regge anche sui voti dei verdi (guerrafondai come pochi, ma per forza di cose ancora ufficialmente “ambientalisti”). Ma il segnale intanto è stato dato: se ne può e se ne deve parlare.
Un primo risultato è stato registrato sui mercati: il prezzo del carbonio è crollato da 81 euro lunedì a meno di 72 euro venerdì.
Tutto il Green Deal europeo sta del resto venendo svuotato in tutti paesi della UE, privato com’della sua efficacia nell’ambito di una vasta spinta alla deregolamentazione. Finora, i politici hanno ritoccato la legislazione verde che stabilisce regole di rendicontazione per le aziende o obiettivi secondari per settori specifici particolarmente in crisi come l’automotive, ma non i pilastri portanti.
Quest’anno, tuttavia, questi pilastri sono in fase di revisione. La Commissione Europea proporrà modifiche alle norme di governance verde sottostanti, agli obiettivi nazionali di emissione e agli obiettivi di assorbimento del carbonio e dovrà rivalutare l’ETS entro luglio.
È il punto di arrivo di “una campagna piuttosto ben orchestrata contro l’ETS da parte di parti dell’industria europea, nel tentativo di abbassare l’asticella per la prossima revisione dell’ETS”, ha dichiarato Marcus Ferdinand, capo analista della società di analisi del mercato del carbonio Veyt. “Il mercato ha perso circa 10 euro in un periodo di tempo molto breve. Questo è chiaramente un segno di erosione della fiducia nella stabilità a lungo termine del sistema”.
Un ETS indebolito avrà conseguenze di vasta portata per l’economia dell’UE e per le sue ambizioni climatiche.
Il sistema regola circa la metà delle emissioni dell’UE e nonostante tutto aveva avuto un enorme successo: dalla sua introduzione nel 2005, l’inquinamento nei settori coperti (fabbriche, centrali elettriche, aviazione e trasporto marittimo) si è dimezzato. Al contrario, le emissioni non coperte dall’ETS sono diminuite di circa il 20 percento.
“In pratica, quel sistema dice: se vuoi inquinare, paghi. Se non vuoi pagare, innova. Ed è quello che è successo”.
Un meccanismo che oltre a trasferire i costi della gestione del danno climatico dall’intera società a chi materialmente lo causa, incoraggia gli investimenti nella produzione pulita. In Cina una politica simile ha portato non solo ad una drastica riduzione delle emissioni climalteranti dell’industria, ma addirittura alla leadership mondiale nelle tecnologie green (dalle auto elettriche ai pannelli solari, ecc.).
Dal punto di vista strettamente capitalistico, il sistema era amato anche dai critici conservatori della regolamentazione verde, perché, a differenza di altre politiche climatiche, l’ETS è uno strumento “basato sul mercato” e completamente neutrale dal punto di vista tecnologico: non dice alle aziende come ridurre le emissioni, ma le incentiva a trovare soluzioni funzionanti.
L’aumento dei prezzi delle quote ha però provocato una reazione negativa. Perché aumentano anche i costi operativi delle aziende, seppur marginalmente, dato che gli alti prezzi dell’energia in Europa, guidati dal costo dei combustibili fossili importati, rappresentano un problema ben più grande.
“Se abbiamo prezzi energetici elevati, rinunciare ai principi dell’ETS è come farsi la pipì addosso: dà un sollievo a breve termine, ma a lungo termine è una punizione per noi stessi”, ha dichiarato l’eurodeputata centrista svedese Emma Wiesner. “Mantenere la nostra dipendenza da petrolio e gas è davvero il modo più efficace per tenere l’industria intrappolata in prezzi alti e grandi vulnerabilità”.
Di fatto, la distruzione del gasdotto russo nel mar Baltico, che riforniva la Germania e altri paesi, unito all'“obbligo” di acquistare il GNL statunitense, tre o quattro volte più costoso, ha fatto saltare lo schema ed i conti.
E proprio la Germania – l’insieme industriale più colpito dalle scelte folli sulla guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia – ha innestato la retromarcia rispetto alle politiche ambientali. Merz, il cui paese era stato il principale sostenitore della tariffazione del carbonio, ha suggerito che l’ETS dovrebbe essere rivisto e che alcuni elementi dovrebbero essere posticipati, definendolo uno “strumento giusto”, ma che necessita di essere “riadattato continuamente”. Ossia dipendente dalla congiuntura economica e dalle esigenze di bilancio delle industrie.
Dopo le sue dichiarazioni, anche i leader di Austria e Repubblica Ceca hanno rinnovato gli attacchi al prezzo del carbonio, seguiti poi anche dalla Polonia.
Lamentele, peraltro, sono arrivate subito anche dai gestori del mercato delle quote (questa svolta compromette il loro business). I movimenti dei prezzi delle quote sono stati così violenti da turbare i trader di carbonio, che hanno implorato i politici di smettere di interferire. “L’ETS dell’UE deve rimanere protetto da interventi politici ad hoc che rischiano di minare la fiducia degli investitori e indebolire il percorso di decarbonizzazione dell’Europa”, ha dichiarato Dirk Forrister, amministratore delegato dell’International Emissions Trading Association.
A fare le spese del calo dei prezzi delle quote sono state anche le aziende che avevano investito nella decarbonizzazione e pianificato le loro strategie aziendali in base al prezzo del carbonio. I titoli del produttore di cemento Heidelberg Materials e della società danese di energia eolica Ørsted, per esempio, sono stati tra quelli che hanno perso valore la scorsa settimana. Se hai speso molto per “decarbonizzare” la produzione, ora quella spesa diventa meno recuperabile e quindi il valore azionario (fondato sull’attesa di profitti futuri) cala.
Di fatto, qualunque cosa si faccia – per andare avanti oppure indietro nelle politiche anti-inquinamento – si mette in difficoltà qualche settore industriale fondamentale.
Viene il sospetto che il difetto stia nel manico, ossia sull’impostazione di partenza: se pretendi di salvare contemporaneamente l’ambiente e il capitalismo ti stai ponendo obiettivi in contraddizione reciproca. Se vuoi far sopravvivere il pollaio, devi tenere lontane le volpi...
Fonte
Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti per l’evento Youth4climate dicendo: «Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento. La transizione ecologica non è una scelta, è una necessità. Abbiamo solo due possibilità. O affrontiamo adesso i costi di questa transizione. O agiamo dopo, il che vorrebbe dire pagare il prezzo molto più alto di un disastro climatico».
Era il settembre del 2021, appena quattro anni e mezzo fa. Tutto cancellato. Si torna a petrolio, gas, carbone e qualsiasi altra cosa si possa bruciare.
Ormai da mesi, le capitali europee stanno attaccando le politiche ambientali promosse dalla UE sostenendo che le normative verdi stiano soffocando le loro economie. Ma anche sotto questa offensiva il nocciolo duro della UE per rallentare il riscaldamento globale era rimasto fuori discussione.
Si tratta del Sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), basato sul principio “chi inquina paga”, che obbliga più di 11.000 centrali elettriche e fabbriche a richiedere un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emettono. Le industrie devono comprare queste quote attraverso aste e il prezzo segue le regole della domanda e dell’offerta.
Questo principio – e le relative norme – è stato ora esplicitamente messo in discussione la scorsa settimana durante due summit consecutivi incentrati sulla cura del malessere economico del continente. I leader europei hanno sostenuto che gli alti prezzi delle quote di emissione erano un sintomo preoccupante a cui porre rimedio.
Una larga parte dell’industria pesante del blocco si lamenta da tempo dell’ETS, ormai attivo da circa 20 anni. Durante l’incontro ad Anversa, mercoledì scorso, hanno sferrato il loro attacco chiedendo ai leader dell’UE di “ridurre il prezzo dell’inquinamento”. Non l’inquinamento, ma il suo peso nei loro bilanci. I profitti vengono prima di tutto, e se si accetta che vengano prima della vita di chi lavora le industrie non capiscono perché debbano venire dopo un po’ di inquinamento in più (che contribuisce sul lungo periodo a rendere inabitabile il pianeta e quindi anche a cancellare le industrie stesse).
“L’aumento dei costi del carbonio spinge le catene del valore fuori dall’Europa”, ha dichiarato Markus Kamieth, amministratore delegato del colosso chimico tedesco BASF, avvertendo che il danno è già in atto.
È stato il segnale finale per la revisione profonda – meglio ancora per la cancellazione totale – delle normative “climatiche”. Pochi dei principali politici europei si sono messi a difendere l’ETS, la maggior parte – come i rappresentanti del governo Meloni – hanno colto l’occasione per criticare il sistema.
In fondo, il rappresentante del paese europeo più industrializzato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è schierato a favore di riforme di vasta portata. Poi ha ridimensionato in parte le proprie affermazioni, visto che il suo traballante governo si regge anche sui voti dei verdi (guerrafondai come pochi, ma per forza di cose ancora ufficialmente “ambientalisti”). Ma il segnale intanto è stato dato: se ne può e se ne deve parlare.
Un primo risultato è stato registrato sui mercati: il prezzo del carbonio è crollato da 81 euro lunedì a meno di 72 euro venerdì.
Tutto il Green Deal europeo sta del resto venendo svuotato in tutti paesi della UE, privato com’della sua efficacia nell’ambito di una vasta spinta alla deregolamentazione. Finora, i politici hanno ritoccato la legislazione verde che stabilisce regole di rendicontazione per le aziende o obiettivi secondari per settori specifici particolarmente in crisi come l’automotive, ma non i pilastri portanti.
Quest’anno, tuttavia, questi pilastri sono in fase di revisione. La Commissione Europea proporrà modifiche alle norme di governance verde sottostanti, agli obiettivi nazionali di emissione e agli obiettivi di assorbimento del carbonio e dovrà rivalutare l’ETS entro luglio.
È il punto di arrivo di “una campagna piuttosto ben orchestrata contro l’ETS da parte di parti dell’industria europea, nel tentativo di abbassare l’asticella per la prossima revisione dell’ETS”, ha dichiarato Marcus Ferdinand, capo analista della società di analisi del mercato del carbonio Veyt. “Il mercato ha perso circa 10 euro in un periodo di tempo molto breve. Questo è chiaramente un segno di erosione della fiducia nella stabilità a lungo termine del sistema”.
Un ETS indebolito avrà conseguenze di vasta portata per l’economia dell’UE e per le sue ambizioni climatiche.
Il sistema regola circa la metà delle emissioni dell’UE e nonostante tutto aveva avuto un enorme successo: dalla sua introduzione nel 2005, l’inquinamento nei settori coperti (fabbriche, centrali elettriche, aviazione e trasporto marittimo) si è dimezzato. Al contrario, le emissioni non coperte dall’ETS sono diminuite di circa il 20 percento.
“In pratica, quel sistema dice: se vuoi inquinare, paghi. Se non vuoi pagare, innova. Ed è quello che è successo”.
Un meccanismo che oltre a trasferire i costi della gestione del danno climatico dall’intera società a chi materialmente lo causa, incoraggia gli investimenti nella produzione pulita. In Cina una politica simile ha portato non solo ad una drastica riduzione delle emissioni climalteranti dell’industria, ma addirittura alla leadership mondiale nelle tecnologie green (dalle auto elettriche ai pannelli solari, ecc.).
Dal punto di vista strettamente capitalistico, il sistema era amato anche dai critici conservatori della regolamentazione verde, perché, a differenza di altre politiche climatiche, l’ETS è uno strumento “basato sul mercato” e completamente neutrale dal punto di vista tecnologico: non dice alle aziende come ridurre le emissioni, ma le incentiva a trovare soluzioni funzionanti.
L’aumento dei prezzi delle quote ha però provocato una reazione negativa. Perché aumentano anche i costi operativi delle aziende, seppur marginalmente, dato che gli alti prezzi dell’energia in Europa, guidati dal costo dei combustibili fossili importati, rappresentano un problema ben più grande.
“Se abbiamo prezzi energetici elevati, rinunciare ai principi dell’ETS è come farsi la pipì addosso: dà un sollievo a breve termine, ma a lungo termine è una punizione per noi stessi”, ha dichiarato l’eurodeputata centrista svedese Emma Wiesner. “Mantenere la nostra dipendenza da petrolio e gas è davvero il modo più efficace per tenere l’industria intrappolata in prezzi alti e grandi vulnerabilità”.
Di fatto, la distruzione del gasdotto russo nel mar Baltico, che riforniva la Germania e altri paesi, unito all'“obbligo” di acquistare il GNL statunitense, tre o quattro volte più costoso, ha fatto saltare lo schema ed i conti.
E proprio la Germania – l’insieme industriale più colpito dalle scelte folli sulla guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia – ha innestato la retromarcia rispetto alle politiche ambientali. Merz, il cui paese era stato il principale sostenitore della tariffazione del carbonio, ha suggerito che l’ETS dovrebbe essere rivisto e che alcuni elementi dovrebbero essere posticipati, definendolo uno “strumento giusto”, ma che necessita di essere “riadattato continuamente”. Ossia dipendente dalla congiuntura economica e dalle esigenze di bilancio delle industrie.
Dopo le sue dichiarazioni, anche i leader di Austria e Repubblica Ceca hanno rinnovato gli attacchi al prezzo del carbonio, seguiti poi anche dalla Polonia.
Lamentele, peraltro, sono arrivate subito anche dai gestori del mercato delle quote (questa svolta compromette il loro business). I movimenti dei prezzi delle quote sono stati così violenti da turbare i trader di carbonio, che hanno implorato i politici di smettere di interferire. “L’ETS dell’UE deve rimanere protetto da interventi politici ad hoc che rischiano di minare la fiducia degli investitori e indebolire il percorso di decarbonizzazione dell’Europa”, ha dichiarato Dirk Forrister, amministratore delegato dell’International Emissions Trading Association.
A fare le spese del calo dei prezzi delle quote sono state anche le aziende che avevano investito nella decarbonizzazione e pianificato le loro strategie aziendali in base al prezzo del carbonio. I titoli del produttore di cemento Heidelberg Materials e della società danese di energia eolica Ørsted, per esempio, sono stati tra quelli che hanno perso valore la scorsa settimana. Se hai speso molto per “decarbonizzare” la produzione, ora quella spesa diventa meno recuperabile e quindi il valore azionario (fondato sull’attesa di profitti futuri) cala.
Di fatto, qualunque cosa si faccia – per andare avanti oppure indietro nelle politiche anti-inquinamento – si mette in difficoltà qualche settore industriale fondamentale.
Viene il sospetto che il difetto stia nel manico, ossia sull’impostazione di partenza: se pretendi di salvare contemporaneamente l’ambiente e il capitalismo ti stai ponendo obiettivi in contraddizione reciproca. Se vuoi far sopravvivere il pollaio, devi tenere lontane le volpi...
Fonte
05/07/2025
«Fa caldo, governo ladro»: ma è assalto al ‘treno verde’
Europa e Italia compresa
Non solo l’Europa fa marcia indietro, come già scritto su queste pagine, ma abbandona ogni presidio lasciando che i predoni del clima assaltino il ‘treno verde’. E l’Italia applaude. Siamo in piena restaurazione e il negazionismo climatico si sta riprendendo lo spazio da cui era stato bandito. Il faro del movimento Maga illumina gli epigoni europei di Donald Trump su tutte le più importanti questioni ambientali. Dalle perforazioni petrolifere (Drill baby drill) alla mobilità, dove il motto è «benzina o gasolio compratevi l’auto che volete». Tutto in nome della libertà, che viene reclamata a difesa dell’ideologia verde che ha generato il ‘famigerato’ Green Deal.
UE modello trumpiano?
In questi ultimi mesi gli osservatori hanno rilevato, più o meno sommessamente, la revisione in corso da parte della Commissione Europea del piano per raggiungere zero emissioni entro il 2050. La crisi del settore dell’auto, in primis, ha dato il via all’assalto alle norme per la sostenibilità ambientale. Allorché le strategie dei piani industriali delle case automobilistiche si sono integrate alla produzione cinese, il raggiungimento dell’obbiettivo del 2035 per le auto elettriche è diventato un limite per il mercato europeo. La Cina produce circa il 65% delle batterie e gestisce processi industriali e catene di montaggio delle auto elettriche. Risultato: i prezzi dei produttori europei sono troppo alti.
Assalto anti ecologista
Da lì è partito l’assalto anti-ecologista al governo di Bruxelles, con l’obbiettivo di rovesciare il banco nei settori chiave. Dopo l’auto, ecco l’agricoltura. In questi anni la Commissione UE aveva ribadito il ruolo dell’agricoltura nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Per non parlare della regolamentazione sui pesticidi. La nuova visione dell’agricoltura e dell’alimentazione europea (Vision for agriculture and food) presentata a Bruxelles dai commissari Christophe Hansen (Agricoltura) e Raffaele Fitto (vice presidente esecutivo) rappresenta un’inversione di rotta rispetto a quella della precedente legislatura (sempre Von der Leyen ma più a destra), risponde alle richieste delle associazioni di categoria e dei movimenti degli agricoltori, inserisce un po’ di Italia e Francia (coi concetti di sovranità alimentare), ma soprattutto depotenzia e smonta gli stringenti obiettivi del Green Deal.
«C’è molta Italia nel piano europeo», ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida che con la premier Meloni, ha attaccato per anni il sistema regolatorio Ue riducendolo a un furore ideologico «che impone la misura delle zucchine».
Commissione Europea imbelle
La risposta di una Commissione Europea ormai in ritirata e imbelle ha usato la parola magica: ‘flessibilità’. In realtà le dichiarazioni sempre più insistenti della galassia di destra e degli amici di Donald Trump, fanno riferimento a una vera e propria «rottamazione del Green Deal». Una posizione, questa, che poco si presta ai flebili toni di compromesso che circolano a Bruxelles. La spinta mondiale verso le Deregulation si propone di smontare le regole sull’ambiente in nome di una visione messianica del futuro, confusa tra l’oscurantismo scientifico e la pulsione della libertà economica senza freni. La restaurazione in corso prevede lo smantellamento di un intero sistema di regole che in questi anni sono state concepite, con limiti e contraddizioni, per il benessere del futuro comune.
Papa Bergoglio e l’enciclica ambientale
Dall’enciclica ‘Laudato Sì’ che papa Bergoglio concepì con l’aiuto di economisti del calibro di Gael Giraud, fino al progetto europeo, unico tra i governi mondiali, di eliminare le emissioni nel 2050. L’Unione Europea rischia di capitolare su tutti i fronti collegati e integrati alla sostenibilità ambientale.
Infatti, l’attacco in corso è diretto anche alle regole ESG (sostenibilità sociale e ambientale delle imprese), alla direttiva CSRD che impone la rendicontazione delle proprie attività, non solo contabili, alle imprese. Ultimo, ma non ultimo, lo smantellamento voluto da Trump delle politiche DEI (per la diversità e inclusione dei lavoratori) è arrivato in Europa cancellando i programmi d’inclusione in tutte le multinazionali con sede nella Ue.
Fonte
Non solo l’Europa fa marcia indietro, come già scritto su queste pagine, ma abbandona ogni presidio lasciando che i predoni del clima assaltino il ‘treno verde’. E l’Italia applaude. Siamo in piena restaurazione e il negazionismo climatico si sta riprendendo lo spazio da cui era stato bandito. Il faro del movimento Maga illumina gli epigoni europei di Donald Trump su tutte le più importanti questioni ambientali. Dalle perforazioni petrolifere (Drill baby drill) alla mobilità, dove il motto è «benzina o gasolio compratevi l’auto che volete». Tutto in nome della libertà, che viene reclamata a difesa dell’ideologia verde che ha generato il ‘famigerato’ Green Deal.
UE modello trumpiano?
In questi ultimi mesi gli osservatori hanno rilevato, più o meno sommessamente, la revisione in corso da parte della Commissione Europea del piano per raggiungere zero emissioni entro il 2050. La crisi del settore dell’auto, in primis, ha dato il via all’assalto alle norme per la sostenibilità ambientale. Allorché le strategie dei piani industriali delle case automobilistiche si sono integrate alla produzione cinese, il raggiungimento dell’obbiettivo del 2035 per le auto elettriche è diventato un limite per il mercato europeo. La Cina produce circa il 65% delle batterie e gestisce processi industriali e catene di montaggio delle auto elettriche. Risultato: i prezzi dei produttori europei sono troppo alti.
Assalto anti ecologista
Da lì è partito l’assalto anti-ecologista al governo di Bruxelles, con l’obbiettivo di rovesciare il banco nei settori chiave. Dopo l’auto, ecco l’agricoltura. In questi anni la Commissione UE aveva ribadito il ruolo dell’agricoltura nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Per non parlare della regolamentazione sui pesticidi. La nuova visione dell’agricoltura e dell’alimentazione europea (Vision for agriculture and food) presentata a Bruxelles dai commissari Christophe Hansen (Agricoltura) e Raffaele Fitto (vice presidente esecutivo) rappresenta un’inversione di rotta rispetto a quella della precedente legislatura (sempre Von der Leyen ma più a destra), risponde alle richieste delle associazioni di categoria e dei movimenti degli agricoltori, inserisce un po’ di Italia e Francia (coi concetti di sovranità alimentare), ma soprattutto depotenzia e smonta gli stringenti obiettivi del Green Deal.
«C’è molta Italia nel piano europeo», ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida che con la premier Meloni, ha attaccato per anni il sistema regolatorio Ue riducendolo a un furore ideologico «che impone la misura delle zucchine».
Commissione Europea imbelle
La risposta di una Commissione Europea ormai in ritirata e imbelle ha usato la parola magica: ‘flessibilità’. In realtà le dichiarazioni sempre più insistenti della galassia di destra e degli amici di Donald Trump, fanno riferimento a una vera e propria «rottamazione del Green Deal». Una posizione, questa, che poco si presta ai flebili toni di compromesso che circolano a Bruxelles. La spinta mondiale verso le Deregulation si propone di smontare le regole sull’ambiente in nome di una visione messianica del futuro, confusa tra l’oscurantismo scientifico e la pulsione della libertà economica senza freni. La restaurazione in corso prevede lo smantellamento di un intero sistema di regole che in questi anni sono state concepite, con limiti e contraddizioni, per il benessere del futuro comune.
Papa Bergoglio e l’enciclica ambientale
Dall’enciclica ‘Laudato Sì’ che papa Bergoglio concepì con l’aiuto di economisti del calibro di Gael Giraud, fino al progetto europeo, unico tra i governi mondiali, di eliminare le emissioni nel 2050. L’Unione Europea rischia di capitolare su tutti i fronti collegati e integrati alla sostenibilità ambientale.
Infatti, l’attacco in corso è diretto anche alle regole ESG (sostenibilità sociale e ambientale delle imprese), alla direttiva CSRD che impone la rendicontazione delle proprie attività, non solo contabili, alle imprese. Ultimo, ma non ultimo, lo smantellamento voluto da Trump delle politiche DEI (per la diversità e inclusione dei lavoratori) è arrivato in Europa cancellando i programmi d’inclusione in tutte le multinazionali con sede nella Ue.
Fonte
07/10/2024
Descalzi (Eni) contro l’auto elettrica, la UE propina “ideologie ridicole”
L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ci ha tenuto ad esibire le sue opinioni riguardo la transizione all’auto elettrica della UE. Il suo intervento alla ‘Giornata dell’Economia’ organizzata da Forza Italia è destinato sicuramente a far discutere.
“Non voglio essere antieuropeo”, ha detto Descalzi, “sono antistudipidità perché la stupidità uccide e ci sta uccidendo. La stiamo subendo alla luce di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa”, con evidente riferimento alla bocciatura della proposta del ministro Urso (rinviare gli impegni al pensionamento dei motori endotermici).
Infatti, a fine settembre, il governo ancora sperava di ottenere appoggio sulla revisione della scadenza al 2035 per la fine della produzione di auto a benzina e gasolio. E invece, Sven Giegold, segretario di Stato tedesco agli Affari economici, al Consiglio UE Competitività ha chiuso ogni spiraglio di trattativa.
“Per noi gli obiettivi climatici sono fondamentali”, ha dichiarato il politico tedesco, “e vediamo già un pericolo che l’industria UE non regga la competizione con veicoli elettrici provenienti da altrove. Il nostro obiettivo non è mettere in discussione l’uscita dal motore endotermico nel 2035”.
Tornando all’Eni, la società ancora a “controllo pubblico” nel settore idrocarburi, prima ha speso molto nel proporsi come azienda green, ma alla fine le condizioni di mercato cambiate con l’acuirsi delle tensioni internazionali e la crisi dell’auto occidentale hanno avuto la meglio.
Al solito, a governare sono i profitti, e il fossile (in particolare il gas, considerato anche da Bruxelles come fonte di transizione) rimane l’opportunità migliore per chi ha il terrore di investire in una effettiva “transizione energetica”.
Secondo Descalzi, le filiere europee sono competitive “sull’ambiente e non sulla crescita, e infatti americani e cinesi ci dicono che siamo bravissimi e intanto investono nella crescita”.
Per quanto riguarda gli e-fuel, ovvero carburanti sintetici prodotti da acqua e anidride carbonica, è stato nettissimo: è un’opzione che “al momento non esiste”.
Riguardo alla Cina, Descalzi ha fatto notare che “noi continuiamo a paragonare l’Europa alla Cina, ma la Cina è uno Stato mentre l’Europa è un continente, costituito da diverse culture e mix energetici”.
Per competere, “dobbiamo mettere delle basi a questo discorso e capire cosa fare, questo è un discorso politico, non sono le aziende che possono fare questi discorsi”. Una affermazione decisamente autocontraddittoria, visto che – come dirigente d’azienda – sta mettendo in discussione proprio le scelte politiche...
Il dirigente Eni ha fatto pure una riflessione più complessiva sulla politica economica europea di lungo periodo: “il settore secondario [industriale, ndr] è stato fermato. Si è andati sul terziario che era sollecitato dalla globalizzazione: noi importiamo più del doppio di quello che esportiamo”.
E anche dal punto di vista ambientale Descalzi non lesina le critiche: “Emettiamo meno CO2”, dice, “ma è una favola: l’Europa ha ridotto le emissioni nocive solo perché la produzione è stata spostata altrove nel mondo”. Una quasi paradossale manifestazione di onestà intellettuale che rivela la malafede dei discorsi secondo cui oggi tanti paesi del Sud Globale inquinano più dell’Occidente (dimenticando che molte delle industrie lì operanti sono occidentali...).
In pratica, Descalzi ha fatto il riassunto del processo di delocalizzazione dell’industria, su cui ora si vorrebbe fare un deciso passo indietro, almeno nel senso di rilocalizzare le produzioni in aree più facilmente controllabili dal punto di vista geopolitico. Una scelta del genere sancisce però la frammentazione del mercato mondiale, ossia la fine della globalizzazione citata dall’amministratore di Eni.
Non a caso, Descalzi ha evidenziato che è “la politica” che deve trovare le soluzioni per questa nuova fase storica, perché oggi quel che conta è l’orizzonte strategico della competizione globale. Ed è stato chiaro anche nel dire che Bruxelles, nella sua opinione, sta facendo scelte scellerate. Cosa vera, ma per i motivi sbagliati...
Forse dovrebbe farsi consigliare da Josef Nierling, Ceo di Porsche Consulting Italia, sicuramente più ferrato nel settore auto, che spiega: «Potremo continuare ad alzare i dazi all’infinito, ma in questo momento il gap di competitività e di costi è tale che la Cina potrebbe permettersi politiche di prezzo ancora più vantaggiose e comunque riuscirebbe a permeare i nostri mercati». Non è insomma un problema di “concorrenza sleale” o di “stupidità ecologista”, ma di competitività complessiva di un sistema.
E quello euro-occidentale è indietro perché ha privilegiato per decenni i profitti facili scansando gli investimenti...
Fonte
“Non voglio essere antieuropeo”, ha detto Descalzi, “sono antistudipidità perché la stupidità uccide e ci sta uccidendo. La stiamo subendo alla luce di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa”, con evidente riferimento alla bocciatura della proposta del ministro Urso (rinviare gli impegni al pensionamento dei motori endotermici).
Infatti, a fine settembre, il governo ancora sperava di ottenere appoggio sulla revisione della scadenza al 2035 per la fine della produzione di auto a benzina e gasolio. E invece, Sven Giegold, segretario di Stato tedesco agli Affari economici, al Consiglio UE Competitività ha chiuso ogni spiraglio di trattativa.
“Per noi gli obiettivi climatici sono fondamentali”, ha dichiarato il politico tedesco, “e vediamo già un pericolo che l’industria UE non regga la competizione con veicoli elettrici provenienti da altrove. Il nostro obiettivo non è mettere in discussione l’uscita dal motore endotermico nel 2035”.
Tornando all’Eni, la società ancora a “controllo pubblico” nel settore idrocarburi, prima ha speso molto nel proporsi come azienda green, ma alla fine le condizioni di mercato cambiate con l’acuirsi delle tensioni internazionali e la crisi dell’auto occidentale hanno avuto la meglio.
Al solito, a governare sono i profitti, e il fossile (in particolare il gas, considerato anche da Bruxelles come fonte di transizione) rimane l’opportunità migliore per chi ha il terrore di investire in una effettiva “transizione energetica”.
Secondo Descalzi, le filiere europee sono competitive “sull’ambiente e non sulla crescita, e infatti americani e cinesi ci dicono che siamo bravissimi e intanto investono nella crescita”.
Per quanto riguarda gli e-fuel, ovvero carburanti sintetici prodotti da acqua e anidride carbonica, è stato nettissimo: è un’opzione che “al momento non esiste”.
Riguardo alla Cina, Descalzi ha fatto notare che “noi continuiamo a paragonare l’Europa alla Cina, ma la Cina è uno Stato mentre l’Europa è un continente, costituito da diverse culture e mix energetici”.
Per competere, “dobbiamo mettere delle basi a questo discorso e capire cosa fare, questo è un discorso politico, non sono le aziende che possono fare questi discorsi”. Una affermazione decisamente autocontraddittoria, visto che – come dirigente d’azienda – sta mettendo in discussione proprio le scelte politiche...
Il dirigente Eni ha fatto pure una riflessione più complessiva sulla politica economica europea di lungo periodo: “il settore secondario [industriale, ndr] è stato fermato. Si è andati sul terziario che era sollecitato dalla globalizzazione: noi importiamo più del doppio di quello che esportiamo”.
E anche dal punto di vista ambientale Descalzi non lesina le critiche: “Emettiamo meno CO2”, dice, “ma è una favola: l’Europa ha ridotto le emissioni nocive solo perché la produzione è stata spostata altrove nel mondo”. Una quasi paradossale manifestazione di onestà intellettuale che rivela la malafede dei discorsi secondo cui oggi tanti paesi del Sud Globale inquinano più dell’Occidente (dimenticando che molte delle industrie lì operanti sono occidentali...).
In pratica, Descalzi ha fatto il riassunto del processo di delocalizzazione dell’industria, su cui ora si vorrebbe fare un deciso passo indietro, almeno nel senso di rilocalizzare le produzioni in aree più facilmente controllabili dal punto di vista geopolitico. Una scelta del genere sancisce però la frammentazione del mercato mondiale, ossia la fine della globalizzazione citata dall’amministratore di Eni.
Non a caso, Descalzi ha evidenziato che è “la politica” che deve trovare le soluzioni per questa nuova fase storica, perché oggi quel che conta è l’orizzonte strategico della competizione globale. Ed è stato chiaro anche nel dire che Bruxelles, nella sua opinione, sta facendo scelte scellerate. Cosa vera, ma per i motivi sbagliati...
Forse dovrebbe farsi consigliare da Josef Nierling, Ceo di Porsche Consulting Italia, sicuramente più ferrato nel settore auto, che spiega: «Potremo continuare ad alzare i dazi all’infinito, ma in questo momento il gap di competitività e di costi è tale che la Cina potrebbe permettersi politiche di prezzo ancora più vantaggiose e comunque riuscirebbe a permeare i nostri mercati». Non è insomma un problema di “concorrenza sleale” o di “stupidità ecologista”, ma di competitività complessiva di un sistema.
E quello euro-occidentale è indietro perché ha privilegiato per decenni i profitti facili scansando gli investimenti...
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09/09/2024
“Basta green deal!”. Imprese e reazionari gettano la maschera
Non è durata molto la stagione del “green deal”, ossia l’innamoramento capitalistico per le tecnologie capaci di ridurre le emissioni climalteranti facendone il driver per una nuova fase di crescita dei profitti. È finita insomma l’epoca in cui i potenti accoglievano Greta Thurnberg come un interlocutore popolare (ora viene arrestata come tanti altri perché manifesta contro il genocidio palestinese a Gaza).
Il malessere dei costruttori di auto europei è diventato un programma politico chiaramente indirizzato a rinviare sine die la “neutralità climatica” e chissenefrega della scienza che certifica un sempre più rapido degrado ambientale, prima di tutto climatico.
In Italia Confindustria ha rotto gli indugi, nella certezza di avere un governo già ampiamente allineato. Lasciamo perdere il solito Salvini, che a Cernobbio si è presentato sventolando slide sul ritorno al nucleare (“di terza generazione avanzato”, naturalmente, che ha l’unico difetto di non esistere...), la flat tax e lo stop al divieto di produrre motori endotermici a partire dal 2035.
Quest’ultimo punto, più seriamente, è stato promesso dal “ministro per le imprese e il made in Italy”, Adolfo Urso, fin dal vertice europeo convocato il 25 settembre a Bruxelles dalla presidenza ungherese, seguito il giorno dopo dal consiglio Competitività.
L’obiettivo è chiaro: «Non possiamo aspettare la fine del 2026 per rivedere gli obiettivi del Green Deal, altrimenti rischiamo il collasso dell’industria automobilistica europea e l’invasione di Bruxelles da parte degli operai in rivolta» (naturalmente tace sul fatto che il suo governo sta lavorando all’ennesimo “decreto sicurezza” per vietare preventivamente qualsiasi manifestazione, operaia e non, figuriamoci poi le “rivolte”...).
In pratica si vuole accantonare completamente questo programma, usando il passepartout della “neutralità tecnologica”, un fumoso concetto che lascia “libertà a individui e organizzazioni di scegliere la tecnologia più appropriata adeguata alle loro esigenze e ai loro requisiti per lo sviluppo, l’acquisizione, l’uso o la commercializzazione”.
E appare lampante che se alle imprese si lascia “libertà” di scegliere la tecnologia produttiva per loro più conveniente, nulla cambierà fin quando un’altra tecnologia (non necessariamente più “ecologica”) non garantirà loro maggiori profitti.
A dargli ragione del resto c’è direttamente il nuovo presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che definisce sbrigativamente “una follia” lo stop ai motori endotermici, e predica che «Non possiamo perdere filiere importanti, oltre all’auto anche la ceramica, il vetro, il settore navale per fare alcuni esempi».
«Le transizioni vanno realizzate con le giuste tempistiche, l’obiettivo di azzerare le emissioni al 2050 è molto ambizioso, non è solo una nostra osservazione, ma l’ha detto anche il Governatore della Banca d’Italia. Dobbiamo proteggere il know how del nostro paese».
In pratica si propone di passare da una politica industriale che prova a mettere al centro obiettivi universali provati scientificamente (un freno al cambiamento climatico e all’inquinamento ambientale) ad una orientata soltanto dagli interessi delle imprese a perseguire il massimo profitto.
Inutile persino obiettare, a questi trogloditi del protezionismo retrogrado, che altri paesi – Cina in testa – stanno da anni lavorando con successo al rinnovamento tecnologico della produzione industriale, sviluppando oltretutto prodotti che costituiscono ormai i nuovi standard (non solo le auto elettriche, ma l’intero ventaglio delle energie alternative).
Si tratta di investire, magari con l’appoggio finanziario e le indicazioni obbligatorie del “pubblico”. Ma su questa musica gli imprenditori europei (non solo italiani) si dimostrano di una sordità allucinante. Meglio continuare a fare quello che sanno già fare, magari taroccando i test (come aveva fatto Volkswagen con i suoi motori diesel), piuttosto che rischiare di perdere qualche milione.
E dire che perfino loro riconoscono che il problema «non è più il costo del lavoro [destra e centrosinistra collaborano da 40 anni nello “spezzare le reni” ai lavoratori, ndr] né l’incertezza politica o regolatoria, ma i costi dell’energia».
Nel settore auto il problema, sia tecnologico che occupazionale, riguarda in Europa soprattutto tre paesi: Germania, Francia e Italia. Dunque i tre “pesi massimi” industriali della UE. Il che rende più semplice l’obiettivo di rivedere drasticamente tempi e modi della – a questo punto – presunta “transizione ecologica”.
Facile prevedere che la Commissione von der Leyen 2 rovescerà molto velocemente gli obiettivi fissati dalla von der Leyen 1, con tanti saluti alla moderazione delle emissioni di CO2.
I reazionari di ultradestra, negazionisti espliciti del cambiamento climatico, hanno addirittura facile gioco perché – come nella citazione di Urso all’inizio dell’articolo – una transizione tecnologica fatta con i piedi, come è stata pensata fin qui (imposizioni di legge, senza o quasi investimenti pubblici, scaricando sul “cliente finale” tutti i costi), incide negativamente sia sull’occupazione che sui consumi.
In soldoni: se si viene obbligati a cambiare l’auto mentre i salari sono fermi o addirittura calano (l’Italia batte ogni record, in materia), senza che venga prevista una sostanziosa politica di incentivi e di infrastrutture, avremo una popolazione che diventa ostile alle politiche “green”.
Se poi, come avviene per le auto costruite in Europa, l’alternativa a “zero emissioni” è carissima e non garantisce neanche il normale utilizzo che ormai si fa dell’automobile (l’autonomia di 2-300 km, con tempi di ricarica lunghi, è un handicap grave rispetto all’endotermico), il gioco dei retrogradi industriali diventa facilissimo.
Dimostrando, una volta di più, che la “centralità delle imprese” è mortifera.
Fonte
Il malessere dei costruttori di auto europei è diventato un programma politico chiaramente indirizzato a rinviare sine die la “neutralità climatica” e chissenefrega della scienza che certifica un sempre più rapido degrado ambientale, prima di tutto climatico.
In Italia Confindustria ha rotto gli indugi, nella certezza di avere un governo già ampiamente allineato. Lasciamo perdere il solito Salvini, che a Cernobbio si è presentato sventolando slide sul ritorno al nucleare (“di terza generazione avanzato”, naturalmente, che ha l’unico difetto di non esistere...), la flat tax e lo stop al divieto di produrre motori endotermici a partire dal 2035.
Quest’ultimo punto, più seriamente, è stato promesso dal “ministro per le imprese e il made in Italy”, Adolfo Urso, fin dal vertice europeo convocato il 25 settembre a Bruxelles dalla presidenza ungherese, seguito il giorno dopo dal consiglio Competitività.
L’obiettivo è chiaro: «Non possiamo aspettare la fine del 2026 per rivedere gli obiettivi del Green Deal, altrimenti rischiamo il collasso dell’industria automobilistica europea e l’invasione di Bruxelles da parte degli operai in rivolta» (naturalmente tace sul fatto che il suo governo sta lavorando all’ennesimo “decreto sicurezza” per vietare preventivamente qualsiasi manifestazione, operaia e non, figuriamoci poi le “rivolte”...).
In pratica si vuole accantonare completamente questo programma, usando il passepartout della “neutralità tecnologica”, un fumoso concetto che lascia “libertà a individui e organizzazioni di scegliere la tecnologia più appropriata adeguata alle loro esigenze e ai loro requisiti per lo sviluppo, l’acquisizione, l’uso o la commercializzazione”.
E appare lampante che se alle imprese si lascia “libertà” di scegliere la tecnologia produttiva per loro più conveniente, nulla cambierà fin quando un’altra tecnologia (non necessariamente più “ecologica”) non garantirà loro maggiori profitti.
A dargli ragione del resto c’è direttamente il nuovo presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che definisce sbrigativamente “una follia” lo stop ai motori endotermici, e predica che «Non possiamo perdere filiere importanti, oltre all’auto anche la ceramica, il vetro, il settore navale per fare alcuni esempi».
«Le transizioni vanno realizzate con le giuste tempistiche, l’obiettivo di azzerare le emissioni al 2050 è molto ambizioso, non è solo una nostra osservazione, ma l’ha detto anche il Governatore della Banca d’Italia. Dobbiamo proteggere il know how del nostro paese».
In pratica si propone di passare da una politica industriale che prova a mettere al centro obiettivi universali provati scientificamente (un freno al cambiamento climatico e all’inquinamento ambientale) ad una orientata soltanto dagli interessi delle imprese a perseguire il massimo profitto.
Inutile persino obiettare, a questi trogloditi del protezionismo retrogrado, che altri paesi – Cina in testa – stanno da anni lavorando con successo al rinnovamento tecnologico della produzione industriale, sviluppando oltretutto prodotti che costituiscono ormai i nuovi standard (non solo le auto elettriche, ma l’intero ventaglio delle energie alternative).
Si tratta di investire, magari con l’appoggio finanziario e le indicazioni obbligatorie del “pubblico”. Ma su questa musica gli imprenditori europei (non solo italiani) si dimostrano di una sordità allucinante. Meglio continuare a fare quello che sanno già fare, magari taroccando i test (come aveva fatto Volkswagen con i suoi motori diesel), piuttosto che rischiare di perdere qualche milione.
E dire che perfino loro riconoscono che il problema «non è più il costo del lavoro [destra e centrosinistra collaborano da 40 anni nello “spezzare le reni” ai lavoratori, ndr] né l’incertezza politica o regolatoria, ma i costi dell’energia».
Nel settore auto il problema, sia tecnologico che occupazionale, riguarda in Europa soprattutto tre paesi: Germania, Francia e Italia. Dunque i tre “pesi massimi” industriali della UE. Il che rende più semplice l’obiettivo di rivedere drasticamente tempi e modi della – a questo punto – presunta “transizione ecologica”.
Facile prevedere che la Commissione von der Leyen 2 rovescerà molto velocemente gli obiettivi fissati dalla von der Leyen 1, con tanti saluti alla moderazione delle emissioni di CO2.
I reazionari di ultradestra, negazionisti espliciti del cambiamento climatico, hanno addirittura facile gioco perché – come nella citazione di Urso all’inizio dell’articolo – una transizione tecnologica fatta con i piedi, come è stata pensata fin qui (imposizioni di legge, senza o quasi investimenti pubblici, scaricando sul “cliente finale” tutti i costi), incide negativamente sia sull’occupazione che sui consumi.
In soldoni: se si viene obbligati a cambiare l’auto mentre i salari sono fermi o addirittura calano (l’Italia batte ogni record, in materia), senza che venga prevista una sostanziosa politica di incentivi e di infrastrutture, avremo una popolazione che diventa ostile alle politiche “green”.
Se poi, come avviene per le auto costruite in Europa, l’alternativa a “zero emissioni” è carissima e non garantisce neanche il normale utilizzo che ormai si fa dell’automobile (l’autonomia di 2-300 km, con tempi di ricarica lunghi, è un handicap grave rispetto all’endotermico), il gioco dei retrogradi industriali diventa facilissimo.
Dimostrando, una volta di più, che la “centralità delle imprese” è mortifera.
Fonte
30/06/2024
L’Agenda Strategica della UE: cinque anni di guerra economica e guerra guerreggiata
La nomina dei nuovi vertici della UE si è risolta velocemente, con la von der Leyen che ha ottenuto la riconferma per un secondo mandato. Ora però bisogna attendere la votazione del Parlamento Europeo.
Lì la situazione rimane in bilico: ricordiamo che nel 2019 la ‘maggioranza Ursula’ vide ben 75 franchi tiratori, e la politica tedesca divenne presidente solo grazie ai voti dei pentastellati. Quello che invece è già scritto nero su bianco è l’Agenda Strategica 2024-2029.
Si tratta di un documento adottato dal Consiglio Europeo, che ha il compito proprio di indicare gli indirizzi politici generali. In esso vengono dunque stabilite le priorità politiche per il quinquennio che aspetta i nuovi organi, dopo ogni elezione europea.
All’inizio del documento viene subito indicato il contesto a cui dovrà far fronte la prossima UE: “il panorama politico globale è stato rimodellato dalla competizione strategica, dalla crescente instabilità globale e dai tentativi di minare l’ordine internazionale basato su regole”.
La competizione globale ha portato all’ondata di sanzioni contro la Cina, ad esempio, che però sono in discussione perché, innanzitutto, è contraria la Germania. Mentre l’ordine internazionale basato su regole è una farsa che serve a nascondere la proiezione egemonica occidentale.
Ma insomma, è chiaro che sarà la frammentazione del mercato mondiale, per quanto ancora limitata, a determinare l’indirizzo di tutta la comunità europea nei prossimi anni. “Nel mondo ipercompetitivo di oggi, dobbiamo liberare lo spirito europeo di imprenditorialità”, dicono a Bruxelles.
Così come lo farà lo scontro a tutto campo con la Russia, attraverso il sostegno a Kiev. È stata Mosca, secondo il Consiglio Europeo, a riportare la guerra nel Vecchio Continente, perché nascondono i bombardamenti su Belgrado e gli otto anni di guerra civile in Ucraina.
Il documento si struttura poi in tre parti, i pilastri per i prossimi cinque anni: “un’Europa libera e democratica”, “un’Europa forte e sicura”, “un’Europa prospera e competitiva”. Nella prima vi sono richiami retorici alla difesa della democrazia e delle minoranze, ma anche indicazioni più concrete.
La tutela del pluralismo passa anche dalla lotta alle interferenze straniere, alla disinformazione e ai discorsi di odio (con riferimento anche al compito dei Big Tech di far rispettare questi principi anche online). Ovviamente, tutto valido per chi è fuori dal ‘giardino europeo’.
Non sentiamo infatti i vertici UE stracciarsi le vesti sullo stato dei media in Ucraina, mentre tante accuse sono state portate a Tbilisi quando ha scelto di dotarsi di una legge proprio contro le influenze straniere.
Per quanto riguarda i social, anche qui nessuna parola quando i lavoratori che si opponevano al genocidio dei palestinesi hanno subito le più varie ritorsioni, fino a perdere il lavoro.
C’è poi un riferimento al dover rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite (ignorate sistematicamente ogni volta che faceva comodo), e anche quello di istituti multilaterali, per renderli “più inclusivi e più efficaci”.
Ma tra il multilateralismo e il multipolarismo c’è un abisso. È pur sempre un multilateralismo dominato dalle potenze occidentali, in cui la UE vuole essere “attore strategico globale nel nuovo contesto geopolitico multipolare”.
Il sostegno all’Ucraina, nei suoi confini riconosciuti internazionalmente, è ripetuto anche nella seconda sezione, dove si parla di sicurezza. Per essa, si prevede di investire di più e con meno sprechi, per creare un mercato della difesa integrato.
Viene anche evidenziato il legame tra sicurezza e solida base economica, presagendo la deriva verso il keynesismo militare. Non a caso, viene anche affermato che si migliorerà l’accesso ai finanziamenti pubblici, e non solo quelli privati, anche attraverso la Banca Europea per gli Investimenti.
L’obiettivo è dunque quello che gli imperialisti europei hanno reso da tempo di pubblico dominio: “ridurremo le nostre dipendenze strategiche, aumenteremo le nostre capacità e rafforzeremo di conseguenza la base tecnologica e industriale della difesa europea”.
Non può di certo mancare un paragrafo sui migranti. La libera circolazione delle persone (ovvero, della manodopera) deve essere garantita all’interno dei confini UE, mentre al di fuori la gestione dei flussi abbiamo visto da anni cosa significa, con gli accordi con Erdogan e con i trafficanti del Nord Africa.
Infine, il tema centrale rimane quello della competitività. La UE vuole – e deve, se intende contare qualcosa – “chiudere il divario nella crescita, nella produttività e nell’innovazione” e “rafforzare la sovranità in settori strategici”, leggiamo nell’ultima delle tre parti del documento.
Per sbloccare gli investimenti necessari a questo salto di qualità, nel testo si legge che va approfondita l’integrazione del mercato dei capitali e bancario. E bisogna inoltre fare affidamento sui finanziamenti pubblici, per stimolare il privato, nella logica del “più stato per il mercato”.
È proprio nel mercato unico che si possono creare quelle economie di scala necessarie a costruire i famosi ‘campioni europei’, grandi multinazionali capaci di competere con i colossi statunitensi e cinesi.
Non è un caso che è proprio in questo capitolo dell’agenda che viene nominata la “sicurezza marittima”, con evidente riferimento alla missione Aspides nel Mar Rosso. Non c’è obiettivo che non legittimi l’interventismo e l’avventurismo militare, da Bruxelles lo dicono abbastanza chiaramente.
La transizione ecologica rimane ancora un elemento centrale nel rilancio del ruolo economico della UE. Sul terreno della neutralità climatica la UE vuole assumere una leadership produttiva globale.
È interessante notare come tale neutralità venga subito collegata a una minore dipendenza energetica, a dimostrazione di come il green venga inteso come uno strumento di competizione e insieme funzionale a una maggiore autonomia strategica.
Dunque, tecnologie verdi e digitalizzazione come fulcro dello sviluppo UE. Senza dimenticare l’importanza delle applicazioni dual use (civili-militari) delle innovazioni tecnologiche, come ricordato nella penultima pagina del testo.
Il documento si chiude con il riferimento ai diritti di tutti i cittadini europei di godere almeno di una parte dei benefici che dovrebbero scaturire da questa politica imperialista.
Ed è proprio questo che va combattuto: il sostegno che la classe dirigente continentale vorrebbe per questo progetto che, nei suoi cardini, rimane profondamente colonialista, suprematista, guerrafondaio e in cui i bisogni dei settori popolari vengono sempre dopo i profitti delle grandi aziende.
Fonte
Lì la situazione rimane in bilico: ricordiamo che nel 2019 la ‘maggioranza Ursula’ vide ben 75 franchi tiratori, e la politica tedesca divenne presidente solo grazie ai voti dei pentastellati. Quello che invece è già scritto nero su bianco è l’Agenda Strategica 2024-2029.
Si tratta di un documento adottato dal Consiglio Europeo, che ha il compito proprio di indicare gli indirizzi politici generali. In esso vengono dunque stabilite le priorità politiche per il quinquennio che aspetta i nuovi organi, dopo ogni elezione europea.
All’inizio del documento viene subito indicato il contesto a cui dovrà far fronte la prossima UE: “il panorama politico globale è stato rimodellato dalla competizione strategica, dalla crescente instabilità globale e dai tentativi di minare l’ordine internazionale basato su regole”.
La competizione globale ha portato all’ondata di sanzioni contro la Cina, ad esempio, che però sono in discussione perché, innanzitutto, è contraria la Germania. Mentre l’ordine internazionale basato su regole è una farsa che serve a nascondere la proiezione egemonica occidentale.
Ma insomma, è chiaro che sarà la frammentazione del mercato mondiale, per quanto ancora limitata, a determinare l’indirizzo di tutta la comunità europea nei prossimi anni. “Nel mondo ipercompetitivo di oggi, dobbiamo liberare lo spirito europeo di imprenditorialità”, dicono a Bruxelles.
Così come lo farà lo scontro a tutto campo con la Russia, attraverso il sostegno a Kiev. È stata Mosca, secondo il Consiglio Europeo, a riportare la guerra nel Vecchio Continente, perché nascondono i bombardamenti su Belgrado e gli otto anni di guerra civile in Ucraina.
Il documento si struttura poi in tre parti, i pilastri per i prossimi cinque anni: “un’Europa libera e democratica”, “un’Europa forte e sicura”, “un’Europa prospera e competitiva”. Nella prima vi sono richiami retorici alla difesa della democrazia e delle minoranze, ma anche indicazioni più concrete.
La tutela del pluralismo passa anche dalla lotta alle interferenze straniere, alla disinformazione e ai discorsi di odio (con riferimento anche al compito dei Big Tech di far rispettare questi principi anche online). Ovviamente, tutto valido per chi è fuori dal ‘giardino europeo’.
Non sentiamo infatti i vertici UE stracciarsi le vesti sullo stato dei media in Ucraina, mentre tante accuse sono state portate a Tbilisi quando ha scelto di dotarsi di una legge proprio contro le influenze straniere.
Per quanto riguarda i social, anche qui nessuna parola quando i lavoratori che si opponevano al genocidio dei palestinesi hanno subito le più varie ritorsioni, fino a perdere il lavoro.
C’è poi un riferimento al dover rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite (ignorate sistematicamente ogni volta che faceva comodo), e anche quello di istituti multilaterali, per renderli “più inclusivi e più efficaci”.
Ma tra il multilateralismo e il multipolarismo c’è un abisso. È pur sempre un multilateralismo dominato dalle potenze occidentali, in cui la UE vuole essere “attore strategico globale nel nuovo contesto geopolitico multipolare”.
Il sostegno all’Ucraina, nei suoi confini riconosciuti internazionalmente, è ripetuto anche nella seconda sezione, dove si parla di sicurezza. Per essa, si prevede di investire di più e con meno sprechi, per creare un mercato della difesa integrato.
Viene anche evidenziato il legame tra sicurezza e solida base economica, presagendo la deriva verso il keynesismo militare. Non a caso, viene anche affermato che si migliorerà l’accesso ai finanziamenti pubblici, e non solo quelli privati, anche attraverso la Banca Europea per gli Investimenti.
L’obiettivo è dunque quello che gli imperialisti europei hanno reso da tempo di pubblico dominio: “ridurremo le nostre dipendenze strategiche, aumenteremo le nostre capacità e rafforzeremo di conseguenza la base tecnologica e industriale della difesa europea”.
Non può di certo mancare un paragrafo sui migranti. La libera circolazione delle persone (ovvero, della manodopera) deve essere garantita all’interno dei confini UE, mentre al di fuori la gestione dei flussi abbiamo visto da anni cosa significa, con gli accordi con Erdogan e con i trafficanti del Nord Africa.
Infine, il tema centrale rimane quello della competitività. La UE vuole – e deve, se intende contare qualcosa – “chiudere il divario nella crescita, nella produttività e nell’innovazione” e “rafforzare la sovranità in settori strategici”, leggiamo nell’ultima delle tre parti del documento.
Per sbloccare gli investimenti necessari a questo salto di qualità, nel testo si legge che va approfondita l’integrazione del mercato dei capitali e bancario. E bisogna inoltre fare affidamento sui finanziamenti pubblici, per stimolare il privato, nella logica del “più stato per il mercato”.
È proprio nel mercato unico che si possono creare quelle economie di scala necessarie a costruire i famosi ‘campioni europei’, grandi multinazionali capaci di competere con i colossi statunitensi e cinesi.
Non è un caso che è proprio in questo capitolo dell’agenda che viene nominata la “sicurezza marittima”, con evidente riferimento alla missione Aspides nel Mar Rosso. Non c’è obiettivo che non legittimi l’interventismo e l’avventurismo militare, da Bruxelles lo dicono abbastanza chiaramente.
La transizione ecologica rimane ancora un elemento centrale nel rilancio del ruolo economico della UE. Sul terreno della neutralità climatica la UE vuole assumere una leadership produttiva globale.
È interessante notare come tale neutralità venga subito collegata a una minore dipendenza energetica, a dimostrazione di come il green venga inteso come uno strumento di competizione e insieme funzionale a una maggiore autonomia strategica.
Dunque, tecnologie verdi e digitalizzazione come fulcro dello sviluppo UE. Senza dimenticare l’importanza delle applicazioni dual use (civili-militari) delle innovazioni tecnologiche, come ricordato nella penultima pagina del testo.
Il documento si chiude con il riferimento ai diritti di tutti i cittadini europei di godere almeno di una parte dei benefici che dovrebbero scaturire da questa politica imperialista.
Ed è proprio questo che va combattuto: il sostegno che la classe dirigente continentale vorrebbe per questo progetto che, nei suoi cardini, rimane profondamente colonialista, suprematista, guerrafondaio e in cui i bisogni dei settori popolari vengono sempre dopo i profitti delle grandi aziende.
Fonte
14/04/2024
Due anni per le case green: che farà il governo Meloni?
Il 12 aprile è stata adottata in via definitiva la direttiva sulle case green, con l’obiettivo di una riconversione del parco immobiliare europeo per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Dopo una trattativa protrattasi per mesi, il testo è stato infine approvato dall’Ecofin, che riunisce i ministri di Economia e Finanze della UE, ed entrerà ufficialmente in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale comunitaria.
Dalla pubblicazione all’implementazione possono passare due anni, e dunque, teoricamente, dovrebbe essere il governo Meloni ad occuparsene. Ossia l’unico esecutivo che, insieme a quello dell’Ungheria, ha votato contro la direttiva (Svezia, Repubblica Ceca, Croazia, Polonia e Slovacchia si sono astenute).
Il testo della direttiva è cambiato in un gioco al continuo ribasso rispetto alle ambizioni iniziali, e nella forma attuale prevede che ogni Stato definisca un proprio piano nazionale di ristrutturazione, purché si raggiungano determinati obiettivi. Una flessibilità che comunque, in un paese dove oltre la metà degli edifici risale a prima del 1970, significherà un’ingente spesa.
Il ministro dell’Economia Giorgetti ha infatti ribadito che il problema rimane “chi paga?“. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ci ha tenuto a ribadire la spada di Damocle che pende sul governo, ricordando che “nessun obbligo di intervento sugli immobili è ad oggi previsto. Solo il governo potrebbe imporlo, recependo la direttiva“.
Le finte opposizioni italiane ne hanno subito approfittato per criticare Palazzo Chigi sul tema ambientale. Tiziana Beghin, del Movimento 5 Stelle, ha criticato Giorgetti perché anziché “chiedere risorse aggiuntive […] preferisce una sterile quanto inutile opposizione di bandiera“.
La realtà è che, in quanto a sterilità, sono queste dichiarazioni propagandistiche a vincere. Come è successo altre volte, Giorgetti esprime il realismo dei vincoli euroatlantici imposti alla politica economica: col nuovo Patto di Stabilità e un Def che già presagisce miliardi e miliardi di austerità, chi può credere che si potrebbe ottenere un euro per una direttiva già mutilata?
Il “chi paga?” rimane, e sarà il nodo fondamentale della faccenda quando il governo Meloni dovrà mettere mano alla questione. La risposta la sa tutta la classe dirigente: pagheranno i lavoratori, e la destra dovrà spiegare che non è l’immigrato che sta togliendo soldi dalle loro tasche o lo «status symbol» della casa di proprietà, ma Bruxelles.
Sempre che il governo regga in un quadro in cui l’adesione totale alle tagliole della UE sta svuotando sempre più di significato le sparate sulla “sovranità nazionale” fatte per fini elettorali. Un esecutivo che prepara un altro enorme condono col nome di «pace edilizia», mentre gli viene richiesto l’ammodernamento degli edifici, è già evidentemente con l’acqua alla gola.
Il governo Meloni è però solo un sintomo di un problema sistemico. L’annacquato dettato della disposizione ci ricorda come la contraddizione fondamentale di tutta questa storia sia l’impossibilità di conciliare profitto e tutela dell’ambiente.
Ma non è solo una questione di fatturati e fondi. Per ridurre (neanche più combattere) la crisi climatica, serve un diverso indirizzo politico generale, che riorganizzi l’intero modello in rottura con quei vincoli già ricordati che incatenano il nostro paese a un modello di competizione e accaparramento, ormai votato alla guerra.
Fonte
Dalla pubblicazione all’implementazione possono passare due anni, e dunque, teoricamente, dovrebbe essere il governo Meloni ad occuparsene. Ossia l’unico esecutivo che, insieme a quello dell’Ungheria, ha votato contro la direttiva (Svezia, Repubblica Ceca, Croazia, Polonia e Slovacchia si sono astenute).
Il testo della direttiva è cambiato in un gioco al continuo ribasso rispetto alle ambizioni iniziali, e nella forma attuale prevede che ogni Stato definisca un proprio piano nazionale di ristrutturazione, purché si raggiungano determinati obiettivi. Una flessibilità che comunque, in un paese dove oltre la metà degli edifici risale a prima del 1970, significherà un’ingente spesa.
Il ministro dell’Economia Giorgetti ha infatti ribadito che il problema rimane “chi paga?“. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ci ha tenuto a ribadire la spada di Damocle che pende sul governo, ricordando che “nessun obbligo di intervento sugli immobili è ad oggi previsto. Solo il governo potrebbe imporlo, recependo la direttiva“.
Le finte opposizioni italiane ne hanno subito approfittato per criticare Palazzo Chigi sul tema ambientale. Tiziana Beghin, del Movimento 5 Stelle, ha criticato Giorgetti perché anziché “chiedere risorse aggiuntive […] preferisce una sterile quanto inutile opposizione di bandiera“.
La realtà è che, in quanto a sterilità, sono queste dichiarazioni propagandistiche a vincere. Come è successo altre volte, Giorgetti esprime il realismo dei vincoli euroatlantici imposti alla politica economica: col nuovo Patto di Stabilità e un Def che già presagisce miliardi e miliardi di austerità, chi può credere che si potrebbe ottenere un euro per una direttiva già mutilata?
Il “chi paga?” rimane, e sarà il nodo fondamentale della faccenda quando il governo Meloni dovrà mettere mano alla questione. La risposta la sa tutta la classe dirigente: pagheranno i lavoratori, e la destra dovrà spiegare che non è l’immigrato che sta togliendo soldi dalle loro tasche o lo «status symbol» della casa di proprietà, ma Bruxelles.
Sempre che il governo regga in un quadro in cui l’adesione totale alle tagliole della UE sta svuotando sempre più di significato le sparate sulla “sovranità nazionale” fatte per fini elettorali. Un esecutivo che prepara un altro enorme condono col nome di «pace edilizia», mentre gli viene richiesto l’ammodernamento degli edifici, è già evidentemente con l’acqua alla gola.
Il governo Meloni è però solo un sintomo di un problema sistemico. L’annacquato dettato della disposizione ci ricorda come la contraddizione fondamentale di tutta questa storia sia l’impossibilità di conciliare profitto e tutela dell’ambiente.
Ma non è solo una questione di fatturati e fondi. Per ridurre (neanche più combattere) la crisi climatica, serve un diverso indirizzo politico generale, che riorganizzi l’intero modello in rottura con quei vincoli già ricordati che incatenano il nostro paese a un modello di competizione e accaparramento, ormai votato alla guerra.
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21/02/2024
Addio “green deal”, il business non rende
Piano piano, zitti zitti, i vertici delle multinazionali e delle istituzioni europee – Stati e Consiglio Europeo – hanno messo in soffitta ogni vagheggiamento di “transizione energetica” ed ecologica.
La coincidenza temporale con le manifestazioni più evidenti del cambiamento climatico in corso – non c’è stato praticamente l’inverno, quest’anno, ha piovuto pochissimo, la temperatura media del 2023 ha superato la soglia che costituiva il limite massimo del secolo in corso (+1,7 gradi, ben oltre l’1,5 che innesca processi irreversibili – non potrebbe essere più rivelatrice: dentro il modo di produzione capitalistico, col profitto al posto di comando, non è possibile alcuna difesa della vivibilità sul pianeta.
Si potrebbero citare cento diversi segnali di “marcia indietro”. Dalla rinuncia di molte case automobilistiche a sviluppare ulteriormente le auto elettriche o ad idrogeno (“il mercato” non le apprezza abbastanza), alle proteste degli agricoltori europei, l’insofferenza delle imprese per ogni normativa “ecologica”, e via dicendo.
Ma è sul piano politico che la retromarcia diventa ormai palese e quasi rivendicata. E non solo per mano dei nazi-distruttori di ultradestra a là Salvini o Le Pen. Basterebbe guardare alle conferenze Cop annuali, ormai in mano alla gestione di paesi esportatori di petrolio...
Già a maggio Macron consigliava di prendere “una pausa” nel processo legislativo europeo in materia di compatibilità ambientale, in modo da avvicinare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Quando le industrie automobilistiche hanno protestato contro il divieto di immatricolazione per veicoli benzina o diesel a partire dal 2025, la UE ha immediatamente congelato il provvedimento.
Idem per il divieto di uso dei pesticidi in agricoltura, e ben prima che i trattori invadessero le capitali di tutta Europa (l’Italia è arrivata ultima anche in questo...). Basti dire che la contestata regola che obbligava a “mettere a risposo” almeno il 4% dei terreni agricoli era già stata sospesa al momento dello scoppio delle guerra in Ucraina. E poi “diluita” concedendo la possibilità di coltivare legumi e altre piante “rigeneratrici”.
Su tutto questo deciderà il prossimo “esecutivo europeo”, quello che uscirà dalle elezioni continentali di giugno, che prevedibilmente vedrà proprio i negazionisti del cambiamento climatico in posizione di maggior forza, quindi in grado di condizionare negativamente ogni evoluzione normativa “ambientalista”.
Anche perché gli stessi partiti “verdi”, da decenni convertiti al “realismo” e alla complicità con il business (quelli tedeschi sono forse i peggiori di tutti), sono ormai un residuo secco dei movimenti di qualche tempo fa. Oppure ridotti a dimensioni microscopiche facilmente criminalizzabili, un po’ come accade per le formazioni antagoniste.
L’incrocio tra crisi economica, guerra, ulteriore riduzione dei salari medi (falcidiati dall’inflazione e dall’aumento dei tassi di interesse), difficoltà tecnologiche reali, problemi giganteschi di ristrutturazione delle infrastrutture, ha reso ingestibili le difficoltà comunque enormi della “transizione energetica”.
Sia sul piano economico che su quello della “tenuta sociale”. La combinazione stretta, se non altro temporale, tra normative ecologiche europee e impoverimento progressivo di una parte rilevante della popolazione, a livello continentale, ha reso estremamente impopolare le tematiche “ecologiste”.
L’irresponsabilità di UE e governi nazionali è stata totale. Hanno dato sempre il via libera alle pretese (assai poco “ecologiche”) delle multinazionali e, contemporaneamente, chiacchierato moltissimo di “green deal”, senza mai mettere in azione alcuna politica (investimenti, insomma) che permettesse il suo avvio concreto.
Il risultato è stato tragico. Lavoratori e piccola impresa, specie agricola, hanno percepito le normative ambientaliste come “causa” del loro impoverimento. E quindi sono stati spinti a farsi massa di manovra delle grandi multinazionali che, fattisi due conti, hanno stabilito che “l’ambiente può attendere”. Il loro business viene sempre prima.
Equilibrio ecologico e capitalismo (accumulazione a crescita infinita) sono incompatibili. Facile da capire, ma ora si tratta di lottare contro la vera causa, abbandonando ogni illusione che bastasse “verniciare di verde” l’esistente per avere un mondo più vivibile...
Fonte
La coincidenza temporale con le manifestazioni più evidenti del cambiamento climatico in corso – non c’è stato praticamente l’inverno, quest’anno, ha piovuto pochissimo, la temperatura media del 2023 ha superato la soglia che costituiva il limite massimo del secolo in corso (+1,7 gradi, ben oltre l’1,5 che innesca processi irreversibili – non potrebbe essere più rivelatrice: dentro il modo di produzione capitalistico, col profitto al posto di comando, non è possibile alcuna difesa della vivibilità sul pianeta.
Si potrebbero citare cento diversi segnali di “marcia indietro”. Dalla rinuncia di molte case automobilistiche a sviluppare ulteriormente le auto elettriche o ad idrogeno (“il mercato” non le apprezza abbastanza), alle proteste degli agricoltori europei, l’insofferenza delle imprese per ogni normativa “ecologica”, e via dicendo.
Ma è sul piano politico che la retromarcia diventa ormai palese e quasi rivendicata. E non solo per mano dei nazi-distruttori di ultradestra a là Salvini o Le Pen. Basterebbe guardare alle conferenze Cop annuali, ormai in mano alla gestione di paesi esportatori di petrolio...
Già a maggio Macron consigliava di prendere “una pausa” nel processo legislativo europeo in materia di compatibilità ambientale, in modo da avvicinare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Quando le industrie automobilistiche hanno protestato contro il divieto di immatricolazione per veicoli benzina o diesel a partire dal 2025, la UE ha immediatamente congelato il provvedimento.
Idem per il divieto di uso dei pesticidi in agricoltura, e ben prima che i trattori invadessero le capitali di tutta Europa (l’Italia è arrivata ultima anche in questo...). Basti dire che la contestata regola che obbligava a “mettere a risposo” almeno il 4% dei terreni agricoli era già stata sospesa al momento dello scoppio delle guerra in Ucraina. E poi “diluita” concedendo la possibilità di coltivare legumi e altre piante “rigeneratrici”.
Su tutto questo deciderà il prossimo “esecutivo europeo”, quello che uscirà dalle elezioni continentali di giugno, che prevedibilmente vedrà proprio i negazionisti del cambiamento climatico in posizione di maggior forza, quindi in grado di condizionare negativamente ogni evoluzione normativa “ambientalista”.
Anche perché gli stessi partiti “verdi”, da decenni convertiti al “realismo” e alla complicità con il business (quelli tedeschi sono forse i peggiori di tutti), sono ormai un residuo secco dei movimenti di qualche tempo fa. Oppure ridotti a dimensioni microscopiche facilmente criminalizzabili, un po’ come accade per le formazioni antagoniste.
L’incrocio tra crisi economica, guerra, ulteriore riduzione dei salari medi (falcidiati dall’inflazione e dall’aumento dei tassi di interesse), difficoltà tecnologiche reali, problemi giganteschi di ristrutturazione delle infrastrutture, ha reso ingestibili le difficoltà comunque enormi della “transizione energetica”.
Sia sul piano economico che su quello della “tenuta sociale”. La combinazione stretta, se non altro temporale, tra normative ecologiche europee e impoverimento progressivo di una parte rilevante della popolazione, a livello continentale, ha reso estremamente impopolare le tematiche “ecologiste”.
L’irresponsabilità di UE e governi nazionali è stata totale. Hanno dato sempre il via libera alle pretese (assai poco “ecologiche”) delle multinazionali e, contemporaneamente, chiacchierato moltissimo di “green deal”, senza mai mettere in azione alcuna politica (investimenti, insomma) che permettesse il suo avvio concreto.
Il risultato è stato tragico. Lavoratori e piccola impresa, specie agricola, hanno percepito le normative ambientaliste come “causa” del loro impoverimento. E quindi sono stati spinti a farsi massa di manovra delle grandi multinazionali che, fattisi due conti, hanno stabilito che “l’ambiente può attendere”. Il loro business viene sempre prima.
Equilibrio ecologico e capitalismo (accumulazione a crescita infinita) sono incompatibili. Facile da capire, ma ora si tratta di lottare contro la vera causa, abbandonando ogni illusione che bastasse “verniciare di verde” l’esistente per avere un mondo più vivibile...
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16/10/2023
Le «case green» slittano a dicembre: è la contraddizione del Green Deal della UE
Due giorni fa, in piena notte, la riunione fiume di quasi 10 ore del «trilogo» dell’Unione Europea (Commissione, Consiglio e Parlamento) si è conclusa senza un accordo finale sulla direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici. È stata dunque rimandata a dicembre la parola fine su questo dossier.
Nel testo concordato il 14 ottobre non c’è più il percorso a tappe forzate per le classi energetiche minime da raggiungere per le strutture esistenti. Invece, è apparsa una riduzione percentuale dei consumi energetici sull’intero parco edilizio residenziale da qui al 2050, ma senza armonizzazione europea delle certificazioni.
Rimangono ancora da discutere molti nodi di non secondaria importanza. Il primo è sicuramente quello dei meccanismi dei mutui green per finanziare le ristrutturazioni, ma c’è anche il tema dell’installazione dei pannelli solari sugli edifici pubblici, delle colonnine di ricarica per auto e l’uso delle pompe di calore e lo stop alle caldaie a gas.
Da tutti i punti ancora senza intesa, e dall’intesa stessa, è chiara la grande flessibilità che verrà data ai vari governi nazionali. Si tratta di ampie libertà rispetto alla severità dell’iniziale proposta della Commissione, le quali sono state richieste a gran voce da vari paesi, con l’Italia in prima linea.
La leghista Isabella Tovaglieri, relatrice ombra della direttiva per il gruppo Identità e Democrazia del parlamento di Strasburgo, ha rivendicato questo risultato come una vittoria del governo italiano. A suo avviso, alle famiglie del Bel Paese si è così evitato di “pagare un’eco-patrimoniale”, con la stessa Confedilizia che si è detta sollevata.
Sempre la Tovaglieri ha detto che “il fronte dell’ambientalismo ideologico si è incrinato proprio sulle battaglie di bandiera della legislatura”. Questa trattativa è stata infatti subito ed esplicitamente associata alle prospettive delle elezioni europee del 2024, sulle quali si stanno muovendo in tanti per assicurare una maggioranza di destra alla guida della UE.
Con altre parole l’europarlamentare leghista ha esposto più chiaramente la contraddizione di fondo dei piani inizialmente stilati a Bruxelles: “non può esserci sostenibilità ambientale senza quella economica e sociale”. Una formula su cui potremmo essere d’accordo, se si intendesse che la necessaria transizione ecologica non può essere fatta pagare ai settori popolari.
Ovviamente, il senso è diverso. La maggioranza Ursula così come la destra che si dice sovranista sono d’accordo che la maggiore autonomia energetica e la riorganizzazione industriale del continente dovranno essere i lavoratori, i pensionati, i giovani a pagarla.
Il cortocircuito è però di fondo, nel modello sociale incompatibile con gli obiettivi climatici prefissati. Il disaccoppiamento tra crescita economica e riduzione delle emissioni, secondo un recente studio dell’università di Leeds e dalla London School of Economics, procede troppo lento per stare entro i limiti posti dall’Accordo di Parigi.
Ma il problema è in un sistema fondato sulla tutela a tutti i costi dei profitti, fatti attraverso lo sfruttamento di persone e risorse. L’ambiente non può essere protetto se danneggia i dividendi, e ricompare di nuovo con forza la contraddizione tra capitale e natura.
Se ci si aggiunge l’incapacità della classe dirigente a far fronte alla crisi e all’inflazione, se non con massacranti e inutili aumenti dei tassi di interesse, ci si rende facilmente conto di come serva un’alternativa sistemica. Serve che non sia il privato e la valorizzazione senza fine in un mondo finito a indirizzare gli investimenti.
Devono essere le esigenze della collettività a guidare lo sviluppo del mondo, almeno sempre che vogliamo davvero mantenere la nostra casa abitabile.
Fonte
Nel testo concordato il 14 ottobre non c’è più il percorso a tappe forzate per le classi energetiche minime da raggiungere per le strutture esistenti. Invece, è apparsa una riduzione percentuale dei consumi energetici sull’intero parco edilizio residenziale da qui al 2050, ma senza armonizzazione europea delle certificazioni.
Rimangono ancora da discutere molti nodi di non secondaria importanza. Il primo è sicuramente quello dei meccanismi dei mutui green per finanziare le ristrutturazioni, ma c’è anche il tema dell’installazione dei pannelli solari sugli edifici pubblici, delle colonnine di ricarica per auto e l’uso delle pompe di calore e lo stop alle caldaie a gas.
Da tutti i punti ancora senza intesa, e dall’intesa stessa, è chiara la grande flessibilità che verrà data ai vari governi nazionali. Si tratta di ampie libertà rispetto alla severità dell’iniziale proposta della Commissione, le quali sono state richieste a gran voce da vari paesi, con l’Italia in prima linea.
La leghista Isabella Tovaglieri, relatrice ombra della direttiva per il gruppo Identità e Democrazia del parlamento di Strasburgo, ha rivendicato questo risultato come una vittoria del governo italiano. A suo avviso, alle famiglie del Bel Paese si è così evitato di “pagare un’eco-patrimoniale”, con la stessa Confedilizia che si è detta sollevata.
Sempre la Tovaglieri ha detto che “il fronte dell’ambientalismo ideologico si è incrinato proprio sulle battaglie di bandiera della legislatura”. Questa trattativa è stata infatti subito ed esplicitamente associata alle prospettive delle elezioni europee del 2024, sulle quali si stanno muovendo in tanti per assicurare una maggioranza di destra alla guida della UE.
Con altre parole l’europarlamentare leghista ha esposto più chiaramente la contraddizione di fondo dei piani inizialmente stilati a Bruxelles: “non può esserci sostenibilità ambientale senza quella economica e sociale”. Una formula su cui potremmo essere d’accordo, se si intendesse che la necessaria transizione ecologica non può essere fatta pagare ai settori popolari.
Ovviamente, il senso è diverso. La maggioranza Ursula così come la destra che si dice sovranista sono d’accordo che la maggiore autonomia energetica e la riorganizzazione industriale del continente dovranno essere i lavoratori, i pensionati, i giovani a pagarla.
Il cortocircuito è però di fondo, nel modello sociale incompatibile con gli obiettivi climatici prefissati. Il disaccoppiamento tra crescita economica e riduzione delle emissioni, secondo un recente studio dell’università di Leeds e dalla London School of Economics, procede troppo lento per stare entro i limiti posti dall’Accordo di Parigi.
Ma il problema è in un sistema fondato sulla tutela a tutti i costi dei profitti, fatti attraverso lo sfruttamento di persone e risorse. L’ambiente non può essere protetto se danneggia i dividendi, e ricompare di nuovo con forza la contraddizione tra capitale e natura.
Se ci si aggiunge l’incapacità della classe dirigente a far fronte alla crisi e all’inflazione, se non con massacranti e inutili aumenti dei tassi di interesse, ci si rende facilmente conto di come serva un’alternativa sistemica. Serve che non sia il privato e la valorizzazione senza fine in un mondo finito a indirizzare gli investimenti.
Devono essere le esigenze della collettività a guidare lo sviluppo del mondo, almeno sempre che vogliamo davvero mantenere la nostra casa abitabile.
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14/09/2023
L’ultimo discorso all’Unione della von der Leyen è un bilancio di crisi
La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha pronunciato ieri il suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione (titolo dal sapore assai statunitense). In avvicinamento alla fine del suo mandato, oltre che le ovvie indicazioni sugli ultimi mesi della sua presidenza, un’occasione del genere non poteva non trasformarsi in un bilancio della sua attività.
La presidente ha rivendicato di aver raggiunto quasi tutti gli obiettivi postisi nel 2019, da portare a compimento nei 300 giorni che mancano alle elezioni europee. Tra questi ve ne sono alcuni trattati in maniera strumentale, e altri su cui la politica tedesca è molto più concreta.
Innanzitutto, la von der Leyen ha lanciato un appello contro la violenza sulle donne per sostenere le direttive in merito proposte dalla Commissione. Lo stesso tema con cui aveva principiato il suo discorso di insediamento, quasi a voler chiudere il cerchio nascondendo le mire di potenza dietro questioni di per sé progressive.
Allo stesso modo è tornata sul Green Deal e sulla risposta da dare al collasso climatico che viviamo. Più volte abbiamo scritto come la transizione verde nasconda una strategia per ridare respiro ad attività economiche in crisi, in un settore da sostenere con forti aiuti secondo la logica del «più Stato per il mercato».
È una questione di competitività delle multinazionali su base continentale con altri grandi attori del mondo. Per questo, accanto alla retorica, la von der Leyen ha accennato all’avvio di un’indagine anti-sussidi nel settore elettrico cinese, per tutelare il mercato dei produttori europei senza evocare esplicitamente l’imposizione di dazi alle importazioni. Per ora.
“Continueremo a sostenere l’industria europea durante questa transizione”, ha detto. Nel farlo si presentano oggi tre sfide – lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale – verso cui, agli sgoccioli del suo mandato, la Commissione si vuole preparare anche con l’aiuto di Mario Draghi.
“Perché l’Europa farà «whatever it takes» per mantenere il suo vantaggio competitivo”, proprio all’ex presidente BCE e del governo italiano è stato chiesto di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea. Su questo lato molto si vuole fare anche per ciò che riguarda la digitalizzazione e la semplificazione burocratica.
Parlando dei flussi migratori, la maschera da baluardo dei diritti umani della UE è caduta definitivamente. Mentre la von der Leyen ha parlato di ‘gestione umana’, ha ricordato l’accordo con la Tunisia – cioè l’esternalizzazione delle frontiere in cambio di soldi e investimenti – da cui trarrà vantaggio l’industria europea più che i popoli nordafricani.
Quel che interessa alla classe dirigente continentale è solo far assurgere la UE al ruolo di attore geostrategico di peso globale, e per farlo deve fare in modo che i propri «campioni europei» abbiano tutto un cortile imperialista di cui approfittare. E proprio su questo nodo la politica tedesca ha nascosto più che mai lo stato delle cose.
L’ex ministra della difesa di Berlino ha parlato della nascita di “un’Unione geopolitica”, ma la realtà delle mire di Bruxelles è molto meno rosea di quel che vuol fare apparire. La fine della Françafrique e l’arretratezza in tanti settori strategici stanno mettendo a dura prova la possibilità di questo salto imperialistico della UE.
Ma soprattutto, a farlo sono stati innanzitutto gli Stati Uniti. “Chiunque voglia indebolire o dividere l’Europa o privarla dei suoi valori troverà in me un fermo avversario”, aveva detto nel suo discorso di insediamento la von der Leyen. Eppure, si è passato sotto silenzio, ad esempio, l’ormai certo beneplacito dei servizi a stelle e strisce nell’atto di sabotaggio del Nord Stream.
Ancora: si continua a sostenere l’Ucraina e l’allargamento della UE a Kiev così come ai Balcani. Ma è chiaro che le economie continentali sono state le prime a rimetterci da questa guerra; e anche la difesa europea avanza a tentoni, nonostante la Bussola Strategica di un anno e mezzo fa.
Mentre dal pantano nell’est Europa gli imperialisti euroatlantici cominciano a cercare una via d’uscita che permetta a tutti di aver ‘vinto’, i dati sulla fine del modello export-oriented centrato sulla Germania si vanno ad aggiungere a un’inflazione che continua a colpire duramente l’industria e i lavoratori.
Il progetto imperialista della UE si sta muovendo con sempre maggiore difficoltà in un contesto di contraddizioni che sono esplose in brevissimo tempo, tra la pandemia e l’intervento militare russo in Ucraina. La classe dirigente mostra di annaspare, sempre alla rincorsa e incassando battute d’arresto una dopo l’altra.
La presidente uscente ha parlato di un’Europa che deve risponde all’appello della Storia. Al di là del fatto che abbiamo qualche dubbio del fatto che qualcuno stia davvero chiedendo all’Europa di tornare al centro della scena globale, dopo secoli di colonialismo e violenze, ad ora la risposta data è stata piuttosto debole. Subordinata, quanto meno, alle imposizioni Usa.
Ad ogni modo, da Bruxelles continueranno a ricercare questo posto nel mondo, e col peggiorare delle condizioni i costi saranno ulteriormente scaricati sulle classi popolari. Bisogna prepararsi a trovare risposte all’altezza della situazione.
Fonte
La presidente ha rivendicato di aver raggiunto quasi tutti gli obiettivi postisi nel 2019, da portare a compimento nei 300 giorni che mancano alle elezioni europee. Tra questi ve ne sono alcuni trattati in maniera strumentale, e altri su cui la politica tedesca è molto più concreta.
Innanzitutto, la von der Leyen ha lanciato un appello contro la violenza sulle donne per sostenere le direttive in merito proposte dalla Commissione. Lo stesso tema con cui aveva principiato il suo discorso di insediamento, quasi a voler chiudere il cerchio nascondendo le mire di potenza dietro questioni di per sé progressive.
Allo stesso modo è tornata sul Green Deal e sulla risposta da dare al collasso climatico che viviamo. Più volte abbiamo scritto come la transizione verde nasconda una strategia per ridare respiro ad attività economiche in crisi, in un settore da sostenere con forti aiuti secondo la logica del «più Stato per il mercato».
È una questione di competitività delle multinazionali su base continentale con altri grandi attori del mondo. Per questo, accanto alla retorica, la von der Leyen ha accennato all’avvio di un’indagine anti-sussidi nel settore elettrico cinese, per tutelare il mercato dei produttori europei senza evocare esplicitamente l’imposizione di dazi alle importazioni. Per ora.
“Continueremo a sostenere l’industria europea durante questa transizione”, ha detto. Nel farlo si presentano oggi tre sfide – lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale – verso cui, agli sgoccioli del suo mandato, la Commissione si vuole preparare anche con l’aiuto di Mario Draghi.
“Perché l’Europa farà «whatever it takes» per mantenere il suo vantaggio competitivo”, proprio all’ex presidente BCE e del governo italiano è stato chiesto di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea. Su questo lato molto si vuole fare anche per ciò che riguarda la digitalizzazione e la semplificazione burocratica.
Parlando dei flussi migratori, la maschera da baluardo dei diritti umani della UE è caduta definitivamente. Mentre la von der Leyen ha parlato di ‘gestione umana’, ha ricordato l’accordo con la Tunisia – cioè l’esternalizzazione delle frontiere in cambio di soldi e investimenti – da cui trarrà vantaggio l’industria europea più che i popoli nordafricani.
Quel che interessa alla classe dirigente continentale è solo far assurgere la UE al ruolo di attore geostrategico di peso globale, e per farlo deve fare in modo che i propri «campioni europei» abbiano tutto un cortile imperialista di cui approfittare. E proprio su questo nodo la politica tedesca ha nascosto più che mai lo stato delle cose.
L’ex ministra della difesa di Berlino ha parlato della nascita di “un’Unione geopolitica”, ma la realtà delle mire di Bruxelles è molto meno rosea di quel che vuol fare apparire. La fine della Françafrique e l’arretratezza in tanti settori strategici stanno mettendo a dura prova la possibilità di questo salto imperialistico della UE.
Ma soprattutto, a farlo sono stati innanzitutto gli Stati Uniti. “Chiunque voglia indebolire o dividere l’Europa o privarla dei suoi valori troverà in me un fermo avversario”, aveva detto nel suo discorso di insediamento la von der Leyen. Eppure, si è passato sotto silenzio, ad esempio, l’ormai certo beneplacito dei servizi a stelle e strisce nell’atto di sabotaggio del Nord Stream.
Ancora: si continua a sostenere l’Ucraina e l’allargamento della UE a Kiev così come ai Balcani. Ma è chiaro che le economie continentali sono state le prime a rimetterci da questa guerra; e anche la difesa europea avanza a tentoni, nonostante la Bussola Strategica di un anno e mezzo fa.
Mentre dal pantano nell’est Europa gli imperialisti euroatlantici cominciano a cercare una via d’uscita che permetta a tutti di aver ‘vinto’, i dati sulla fine del modello export-oriented centrato sulla Germania si vanno ad aggiungere a un’inflazione che continua a colpire duramente l’industria e i lavoratori.
Il progetto imperialista della UE si sta muovendo con sempre maggiore difficoltà in un contesto di contraddizioni che sono esplose in brevissimo tempo, tra la pandemia e l’intervento militare russo in Ucraina. La classe dirigente mostra di annaspare, sempre alla rincorsa e incassando battute d’arresto una dopo l’altra.
La presidente uscente ha parlato di un’Europa che deve risponde all’appello della Storia. Al di là del fatto che abbiamo qualche dubbio del fatto che qualcuno stia davvero chiedendo all’Europa di tornare al centro della scena globale, dopo secoli di colonialismo e violenze, ad ora la risposta data è stata piuttosto debole. Subordinata, quanto meno, alle imposizioni Usa.
Ad ogni modo, da Bruxelles continueranno a ricercare questo posto nel mondo, e col peggiorare delle condizioni i costi saranno ulteriormente scaricati sulle classi popolari. Bisogna prepararsi a trovare risposte all’altezza della situazione.
Fonte
10/07/2023
"Un nuovo ineluttabile futuro, senza Democrazia, Libertà, Stati"
Recensione di Non ci fidiamo più. Un nuovo ineluttabile futuro, senza Democrazia, Libertà, Stati, di Guido Salerno Aletta
Nel 2001 la Old Economy, perlopiù trapiantata in Cina, presenta il conto. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina ammonta a 83,8 miliardi di dollari.
Nel 2008 la cifra sale a 268, per poi arrivare a 308 miliardi nel 2020. La New Economy ha perso, non ha fatto grande l’America, i Big Pharma e i Big Tech hanno raccolto le briciole.
Il 2001 segna la fine della Grande Illusione. Il progetto di costruire un Impero basato sull'integrazione internazionale della catena del valore (anziché sulla tradizionale libertà del commercio), supportato dalla finanza e comandato a distanza tramite Internet (già una struttura militare), fallisce. La Cina non diventa una sorta di colonia statunitense, vanificando il progetto imperiale di assorbire il surplus prodotto dalle periferie.
Se si vogliono trovare le cause, bisogna risalire agli anni Settanta del secolo scorso. Il 1971 è l’anno di svolta per l’America (e per l’Italia). Per la prima volta, la bilancia commerciale degli Stati Uniti diventa negativa nel suo complesso. Successivamente, nel 1973, scoppia la strana guerra del Kippur, che attiva il sistema dei petrodollari, usato per scolmare le casse europee giocando sul prezzo del petrolio. Ma sono manovre che non invertono la rotta.
Poi arrivano Thatcher e Reagan, e per l’Occidente (atlantico) il disastro si annuncia con la curva di Laffer e i predicozzi di Milton Friedman. Se abbassi le tasse ai ricchi, dice Laffer, questi spenderanno e spenderanno, e ne beneficeranno tutti, soprattutto i poveri, che anziché sottostare alle temperie della stagflazione staranno sotto un padrone, che però li pagherà, e li pagherà quel tanto che basta ad assicurare loro e alla loro progenie un servaggio dignitoso, ma a vita – di più, ereditabile.
All’Italia la Reaganomics taglia le gambe. A farne le spese è soprattutto il Mezzogiorno, dove la neonata industria di base è strozzata dagli intessessi sul debito.
Zoppicando, e accumulando un enorme debito pubblico, l’Italia arriva al 12 settembre 1992, e alla svalutazione (tardiva) della lira che regala 18,5 miliardi di dollari agli spalloni in tweed.
La soluzione a tutti i mali si chiama Euro. Sono tutti contenti di entrarci, a destra e a sinistra. Ma è una soluzione che non va bene. Lo si scopre troppo tardi, quando i giochi sono fatti e l'Italia ha perso buona parte della sua formidabile industria.
La storia incalza. Siamo al 2008. E le cose vanno tutt'altro che bene.
Tra il 2008 e il 2022 il PIL reale dell’eurozona è cresciuto di soli 1.248 miliardi di euro (un aumento del 10%, meno di un punto percentuale all'anno). Numeri ridicoli. L'Italia perde (cumulativamente) 1.598 miliardi di euro – un anno di PIL andato in fumo, un anno perso, un anno di fame.
A far tremare il mondo intero è ancora il Leviatano moribondo, con la sua ingegneria finanziaria e le trovate da casinò per scaricare sui soci europei le spese di quello che Marx nel 18 Brumaio chiama rogue state, uno stato di sottoproletari che vivono di ciò che il Leviatano riesce a spreme dal resto del mondo.
Quello del 2008 è stato un vero e proprio Default. Nel 1971, i paesi che avevano esportato negli Stati Uniti e che in cambio avevano ricevuto Dollari di carta (promesse di pagamento) non avrebbero potuto convertirli in oro, ma potevano tranquillamente utilizzare i dollari per acquistare beni di consumo sui mercati internazionali. Nel 2008, i creditori degli Stati Uniti, che avevano sottoscritto i famigerati titoli Sub-prime (promesse di pagamento) in cambio di liquidi (dunque in cambio di merci), si sono resi conto che non avevano altro in mano se non carta straccia. L’America non aveva mantenuto la promessa.
Non ci si poteva più fidare.
Infine, si arriva al Green Deal – la frontiera verde. La New Economy è stata un fallimento, e lo è stata perché i valori d’uso creati (e sono stati molti) non si sono tradotti in valori di scambio, dunque non hanno generato economia, non si sono iscritti a bilancio, se non come fuffa e carta finanziaria (emblematico è il caso di Tiscali), svalutando – anzi, de-valutando – intere filiere produttive, cacciando dal mercato rispettabili mestieri e professioni, col la promessa di trasformare tutti in ingegneri e programmatori di app, promessa che è stata vanificata da quegli stessi valori d’uso che insistono nel replicarsi e riproporsi come Intelligenza Collettiva Artificiale. Siccome, dicevo, la New Economy è stata un fallimento, si cerca, incassata la lezione, di rimediare con la Green Economy. E la lezione dice di sostituire le filiere che non assorbono capitali per investimenti con filiere più ricettive, più controllabili, più domestiche. Ma le premesse non sono rosee.
Si tratta di un libro straordinario che attraversa oltre un secolo di storia mondiale, con dati e numeri dettagliati, che ho letto tutto d'un fiato, che ho sottolineato e commentato, e che terrò sempre a portata di mano per quando avrò bisogno di chiarirmi le idee e capire chi siamo, cosa siamo diventati.
Fonte
Nel 2001 la Old Economy, perlopiù trapiantata in Cina, presenta il conto. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina ammonta a 83,8 miliardi di dollari.
Nel 2008 la cifra sale a 268, per poi arrivare a 308 miliardi nel 2020. La New Economy ha perso, non ha fatto grande l’America, i Big Pharma e i Big Tech hanno raccolto le briciole.
Il 2001 segna la fine della Grande Illusione. Il progetto di costruire un Impero basato sull'integrazione internazionale della catena del valore (anziché sulla tradizionale libertà del commercio), supportato dalla finanza e comandato a distanza tramite Internet (già una struttura militare), fallisce. La Cina non diventa una sorta di colonia statunitense, vanificando il progetto imperiale di assorbire il surplus prodotto dalle periferie.
Se si vogliono trovare le cause, bisogna risalire agli anni Settanta del secolo scorso. Il 1971 è l’anno di svolta per l’America (e per l’Italia). Per la prima volta, la bilancia commerciale degli Stati Uniti diventa negativa nel suo complesso. Successivamente, nel 1973, scoppia la strana guerra del Kippur, che attiva il sistema dei petrodollari, usato per scolmare le casse europee giocando sul prezzo del petrolio. Ma sono manovre che non invertono la rotta.
Poi arrivano Thatcher e Reagan, e per l’Occidente (atlantico) il disastro si annuncia con la curva di Laffer e i predicozzi di Milton Friedman. Se abbassi le tasse ai ricchi, dice Laffer, questi spenderanno e spenderanno, e ne beneficeranno tutti, soprattutto i poveri, che anziché sottostare alle temperie della stagflazione staranno sotto un padrone, che però li pagherà, e li pagherà quel tanto che basta ad assicurare loro e alla loro progenie un servaggio dignitoso, ma a vita – di più, ereditabile.
All’Italia la Reaganomics taglia le gambe. A farne le spese è soprattutto il Mezzogiorno, dove la neonata industria di base è strozzata dagli intessessi sul debito.
Zoppicando, e accumulando un enorme debito pubblico, l’Italia arriva al 12 settembre 1992, e alla svalutazione (tardiva) della lira che regala 18,5 miliardi di dollari agli spalloni in tweed.
La soluzione a tutti i mali si chiama Euro. Sono tutti contenti di entrarci, a destra e a sinistra. Ma è una soluzione che non va bene. Lo si scopre troppo tardi, quando i giochi sono fatti e l'Italia ha perso buona parte della sua formidabile industria.
La storia incalza. Siamo al 2008. E le cose vanno tutt'altro che bene.
Tra il 2008 e il 2022 il PIL reale dell’eurozona è cresciuto di soli 1.248 miliardi di euro (un aumento del 10%, meno di un punto percentuale all'anno). Numeri ridicoli. L'Italia perde (cumulativamente) 1.598 miliardi di euro – un anno di PIL andato in fumo, un anno perso, un anno di fame.
A far tremare il mondo intero è ancora il Leviatano moribondo, con la sua ingegneria finanziaria e le trovate da casinò per scaricare sui soci europei le spese di quello che Marx nel 18 Brumaio chiama rogue state, uno stato di sottoproletari che vivono di ciò che il Leviatano riesce a spreme dal resto del mondo.
Quello del 2008 è stato un vero e proprio Default. Nel 1971, i paesi che avevano esportato negli Stati Uniti e che in cambio avevano ricevuto Dollari di carta (promesse di pagamento) non avrebbero potuto convertirli in oro, ma potevano tranquillamente utilizzare i dollari per acquistare beni di consumo sui mercati internazionali. Nel 2008, i creditori degli Stati Uniti, che avevano sottoscritto i famigerati titoli Sub-prime (promesse di pagamento) in cambio di liquidi (dunque in cambio di merci), si sono resi conto che non avevano altro in mano se non carta straccia. L’America non aveva mantenuto la promessa.
Non ci si poteva più fidare.
Infine, si arriva al Green Deal – la frontiera verde. La New Economy è stata un fallimento, e lo è stata perché i valori d’uso creati (e sono stati molti) non si sono tradotti in valori di scambio, dunque non hanno generato economia, non si sono iscritti a bilancio, se non come fuffa e carta finanziaria (emblematico è il caso di Tiscali), svalutando – anzi, de-valutando – intere filiere produttive, cacciando dal mercato rispettabili mestieri e professioni, col la promessa di trasformare tutti in ingegneri e programmatori di app, promessa che è stata vanificata da quegli stessi valori d’uso che insistono nel replicarsi e riproporsi come Intelligenza Collettiva Artificiale. Siccome, dicevo, la New Economy è stata un fallimento, si cerca, incassata la lezione, di rimediare con la Green Economy. E la lezione dice di sostituire le filiere che non assorbono capitali per investimenti con filiere più ricettive, più controllabili, più domestiche. Ma le premesse non sono rosee.
Si tratta di un libro straordinario che attraversa oltre un secolo di storia mondiale, con dati e numeri dettagliati, che ho letto tutto d'un fiato, che ho sottolineato e commentato, e che terrò sempre a portata di mano per quando avrò bisogno di chiarirmi le idee e capire chi siamo, cosa siamo diventati.
Fonte
18/05/2022
Dietro l’inganno del Green New Deal
Le batterie non creano elettricità: immagazzinano elettricità generata altrove, soprattutto attraverso carbone, uranio, centrali alimentate a gas naturale o generatori a diesel. L’affermazione che un’auto elettrica sia un veicolo a zero emissioni è falsa. Negli USA, ad esempio, il 40% dell’elettricità prodotta proviene da centrali a carbone, quindi il 40% delle auto elettriche statunitensi è a carbone.
Gli entusiasti dell’auto elettrica e della “rivoluzione green” dovrebbero guardare da vicino le batterie, ma anche le turbine eoliche e i pannelli solari. Una tipica batteria di auto elettriche pesa 453 kg ed ha le dimensioni di una valigia. Contiene 11,40 kg di litio, 27,21 kg di nichel, 20 kg di manganese, 13,60 kg di cobalto, 90,71 kg di rame e 181,43 kg di alluminio, acciaio e plastica. Ci sono oltre 6.000 cellule individuali agli ioni di litio al suo interno.
Per fare ogni batteria BEV (Battery Electric Vehicle) devi elaborare 11,34 tonnellate di suolo per il litio, 13,60 tonnellate per la resina per il cobalto, 2,26 tonnellate in resina per il nichel, 11,34 tonnellate di rame per il rame. Tutto sommato bisogna scavare 226,80 tonnellate di crosta terrestre per una batteria.
Il problema principale dei sistemi solari sono le sostanze chimiche usate per convertire il silicio, nel silicio usato per i pannelli. Per produrre abbastanza silicio puro, deve essere lavorato con acido salicilico, acido zolfo, acido salpetico, idrogeno fluoruro, tricloretano e acetone. Inoltre, sono necessari gallio, arseniuro, di seleniuro di rame-indio-gallio e telluro di cadmio, anch’essi altamente tossici. La polvere di silicio rappresenta un pericolo per i lavoratori e le piastre non possono essere riciclate.
Le turbine eoliche, poi, sono il non plus ultra in termini di costi e distruzione ambientale. Ogni ruota a vento pesa 1688 tonnellate (che equivalgono a 23 case) e contiene 1300 tonnellate di cemento, 295 tonnellate di acciaio, 48 tonnellate di ferro, 24 tonnellate di fibra di vetro, e le terre rare difficili da estrarre come il neodima, il praseodyma ed il disprosio. Ognuna delle tre pale pesa 36,74 tonnellate e ha una vita da 15 a 20 anni, poi vanno sostituite. Non possiamo riciclare le pale del rotore[1] usate.
Insomma, se andiamo a guardare i costi nascosti e incorporati scopriremo che “Going green” sta facendo più danni all’ambiente terrestre di quanto vorrebbero farci credere. Non siamo contrari alle miniere, ai veicoli elettrici, eolici o solari ma andrebbe mostrata la realtà della situazione in cui ci troviamo.
da Urban Cycling Institute di Amsterdam, 15 marzo 2022
Note
[1] Un rotore è la parte rotante attorno al proprio asse, se esiste, di un macchinario per la generazione o la trasmissione di potenza. Il termine viene usato se la parte rotante è strutturata in maniera tale da contribuire significativamente alla trasmissione di potenza: una ruota a pale di una turbina o il nucleo rotante di un motore elettrico sono chiamati rotori.
Gli entusiasti dell’auto elettrica e della “rivoluzione green” dovrebbero guardare da vicino le batterie, ma anche le turbine eoliche e i pannelli solari. Una tipica batteria di auto elettriche pesa 453 kg ed ha le dimensioni di una valigia. Contiene 11,40 kg di litio, 27,21 kg di nichel, 20 kg di manganese, 13,60 kg di cobalto, 90,71 kg di rame e 181,43 kg di alluminio, acciaio e plastica. Ci sono oltre 6.000 cellule individuali agli ioni di litio al suo interno.
Per fare ogni batteria BEV (Battery Electric Vehicle) devi elaborare 11,34 tonnellate di suolo per il litio, 13,60 tonnellate per la resina per il cobalto, 2,26 tonnellate in resina per il nichel, 11,34 tonnellate di rame per il rame. Tutto sommato bisogna scavare 226,80 tonnellate di crosta terrestre per una batteria.
Il problema principale dei sistemi solari sono le sostanze chimiche usate per convertire il silicio, nel silicio usato per i pannelli. Per produrre abbastanza silicio puro, deve essere lavorato con acido salicilico, acido zolfo, acido salpetico, idrogeno fluoruro, tricloretano e acetone. Inoltre, sono necessari gallio, arseniuro, di seleniuro di rame-indio-gallio e telluro di cadmio, anch’essi altamente tossici. La polvere di silicio rappresenta un pericolo per i lavoratori e le piastre non possono essere riciclate.
Le turbine eoliche, poi, sono il non plus ultra in termini di costi e distruzione ambientale. Ogni ruota a vento pesa 1688 tonnellate (che equivalgono a 23 case) e contiene 1300 tonnellate di cemento, 295 tonnellate di acciaio, 48 tonnellate di ferro, 24 tonnellate di fibra di vetro, e le terre rare difficili da estrarre come il neodima, il praseodyma ed il disprosio. Ognuna delle tre pale pesa 36,74 tonnellate e ha una vita da 15 a 20 anni, poi vanno sostituite. Non possiamo riciclare le pale del rotore[1] usate.
Insomma, se andiamo a guardare i costi nascosti e incorporati scopriremo che “Going green” sta facendo più danni all’ambiente terrestre di quanto vorrebbero farci credere. Non siamo contrari alle miniere, ai veicoli elettrici, eolici o solari ma andrebbe mostrata la realtà della situazione in cui ci troviamo.
da Urban Cycling Institute di Amsterdam, 15 marzo 2022
Note
[1] Un rotore è la parte rotante attorno al proprio asse, se esiste, di un macchinario per la generazione o la trasmissione di potenza. Il termine viene usato se la parte rotante è strutturata in maniera tale da contribuire significativamente alla trasmissione di potenza: una ruota a pale di una turbina o il nucleo rotante di un motore elettrico sono chiamati rotori.
10/02/2022
Tassonomia UE e strabismo ambientalista: dietro le quinte della transizione energetica
Nel dibattito seguito all’orientamento della Commissione europea di inserire nucleare e gas nella tassonomia UE, ha prevalso l’interpretazione che questa decisione sia frutto delle pressioni esercitate dalla Francia (con l’assenso dell’Italia) per quanto riguarda il nucleare, a cui si sarebbe opposta decisamente la Germania, neo paladina della transizione green, accompagnata in ciò da insospettabili alleati come l’amministratore delegato dell’Enel, che per le sue dichiarazioni non lusinghiere verso l’energia nucleare, ha riscosso apprezzamenti tra gli ambientalisti italiani.
Questa interpretazione, semplicistica e poco documentata, rischia di aggiungere ulteriore confusione al già controverso cammino verso l’obiettivo delle emissioni zero, confondendo quelle che sono le reali “parti in commedia” dei protagonisti principali.
Istituzioni europee (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Parlamento europeo)
La produzione di atti legislativi in sede europea (Direttive, Regolamenti, Raccomandazioni) che hanno precorso il varo dell’attuale tassonomia, inclusa la parte riguardante il nucleare e il gas naturale, è strabocchevole e tale da non poter essere trattata in poche righe. È tuttavia possibile ricostruirne la logica attraverso quattro atti fondamentali che sono:
– Classificazione statistica delle attività economiche (materiali e immateriali) riconosciute come tali nella Unione Europea (Regolamento CE 1893/2006 del Parlamento e del Consiglio che modifica ed integra altri precedenti provvedimenti)
– Fissazione dei criteri in base ai quali è possibile stabilire se una attività economica, riconosciuta come tale nella UE, possa ritenersi ecosostenibile (Regolamento UE 852/2020 del Parlamento e del Consiglio che modifica ed integra molti altri provvedimenti precedenti)
– Fissazione dei criteri di vaglio tecnico per stabilire a quali condizioni una attività economica ritenuta ecosostenibile, contribuisca in modo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici o al loro adattamento, senza arrecare danno significativo a nessun altro obiettivo ambientale di cui all’art. 9 del Reg. 852/2020 (Regolamento delegato UE 2139/2021 della Commissione, del 4 giugno 2021)
– Fissazione dei criteri di vaglio tecnico riguardanti attività economiche dei settori energetici nucleare e gas (Risoluzione della Commissione del febbraio 2022), che deve passare l’esame del parlamento.
Quest’ultimo provvedimento è oggetto di aspre critiche per aver inserito nella tassonomia ecosostenibile (e quindi finanziabile con i fondi europei) nucleare e gas.
La prima cosa da chiarire è che la Commissione non ha inserito tout court queste due fonti di energia tra quelle ecosostenibili (eolico, solare, idroelettrico etc), ma “solo” la parte di attività inerente alla produzione di elettricità (o di cogenerazione), escludendo quindi tutte le attività a monte e a valle di questa fase del ciclo; vale a dire che per il nucleare non sono incluse le attività di estrazione e arricchimento dell’uranio, del trattamento dei rifiuti radioattivi e del decommissioning degli impianti, così come per il gas non sono incluse le attività di perforazione e trasporto del gas e nemmeno quelle a valle della generazione che non sono quindi finanziabili. Le attività di generazione da nucleare e gas, ritenute transitorie in base al comma 2 dell’Art.10, Reg. 852/2020 [1], per entrare a tutti gli effetti nella tassonomia, devono uniformarsi alla normativa esistente in materia ambientale e nucleare e sottostare alle seguenti principali specificazioni:
Per i reattori nucleari di nuova costruzione
– le emissioni devono essere inferiori a 100 gCO2/KWh;
– i permessi di costruzione devono essere concessi prima del 2045;
– lo Stato che li rilascia deve disporre di un sito di smaltimento definitivo per rifiuti a bassa e media attività e di un programma per realizzare il deposito per quelli ad alta attività nel 2050;
– lo Stato ha stanziato fondi sufficienti per realizzare il decommissioning degli impianti;
– impiego delle più avanzate tecnologie disponibili incluso quella dell’ATF (Accident tolerant fuel) cioè combustibile resistente agli incidenti nucleari.
Per i reattori in esercizio
– gli interventi di ammodernamento degli impianti, autorizzati entro il 2040, devono essere finalizzati ad estendere la vita utile degli impianti e devono contribuire ad aumentarne la sicurezza;
– si applicano le medesime specificazioni per i reattori di nuova costruzione.
Per gli impianti a gas naturale in esercizio
– le emissioni devono essere inferiori a 100 gCO2/KWh;
Per gli impianti a gas naturale di nuova costruzione autorizzati entro il 2030
– emissioni inferiori a 270 gCO2/KWh, oppure emissioni inferiori ad un valore medio annuo di 550 KgCO2/KW calcolato su un periodo di 20 anni, se questi impianti vanno a sostituirne altri che impiegano combustibili più inquinanti;
– la potenza dei nuovi impianti non può eccedere il 15% di quella degli impianti sostituiti.
Francia
La Francia, che sostiene da tempo l’inserimento del nucleare tra le energie ecosostenibili, è riuscita ad ottenere che nella tassonomia ci siano anche i reattori in esercizio (con le specificazioni succitate) perché ha assoluto bisogno di realizzare un piano di ri-ammodernamento della sua flotta nucleare (56 reattori) che secondo le stime EDF costa 49,4 miliardi di €.
Germania
La Germania, che per troppo tempo ha procrastinato la messa fuori servizio delle sue centrali più inquinanti (vedi qui) per rispettare gli impegni al 2030 (-55% CO2) si trova nella condizione di dover sostituire, per quella data, 43.000 MW di impianti termoelettrici funzionanti a carbone e lignite, cosa difficilmente praticabile con le sole energie rinnovabili. [2] Di qui la richiesta del governo tedesco di inserire in tassonomia anche il gas ed in particolare la deroga nelle emissioni (270gCO2/KWh) per i nuovi impianti che vanno a sostituirne di più inquinanti, fattispecie che rappresenta esattamente la situazione della Germania.
Italia e altri paesi europei
L’Italia si trova in una situazione analoga a quella della Germania dovendo sostituire 6-7000 MW di centrali a carbone, alcune delle quali per la loro posizione geografica assolvono funzioni rilevanti per il buon funzionamento della rete (vedi nota 2). Ancora più critica è la situazione di altri paesi europei quanto a dipendenza dal carbone: Polonia 68%; Repubblica Ceca 46%, Romania 23% e Ungheria 12%.
Doichland über alles...
In questo “capolavoro” di sofisticazione linguistico-tecnologica che è la tassonomia della UE, c’è dunque sia la mano francese che quella tedesca, checché ne dicano i grunen (verdi tedeschi). La Francia, oltre ad ottenere la santificazione del nucleare (peraltro caldeggiata dal IPCC e dalla IEA) porta a casa la finanziabilità degli interventi sui reattori in esercizio, mentre la Germania che da due anni non raggiunge gli obiettivi di abbattimento delle emissioni previste dalla UE nel settore energia (nonostante il suo primato nelle rinnovabili) risolve col gas il suo problema principale: quello di aver mantenuto in funzione impianti decisamente inquinanti che forniscono ancora oggi il 36,5% della produzione elettrica dove predomina la lignite (16,8%) il peggiore fra i combustibili fossili, seguita dal gas (12,1%) e dal carbone (7,3%). I governi precedenti prevedevano di chiudere carbone e lignite nel 2038, data che ora i verdi vogliono anticipare al 2030, ma per farlo senza ripercussioni sulla rete elettrica, devono poter contare su una potenza rotante (turbogeneratori) di una certa entità, vale a dire che dei 43.000 MW attuali funzionanti a carbone e lignite, una gran parte deve essere convertita a gas, perciò hanno preteso e ottenuto la clausola che eleva a 270gCO2/KWh il limite per il gas, qualora i nuovi impianti vadano a sostituirne altri più inquinanti. Questa posizione è confermata da una lettera inviata lo scorso 21 gennaio (data di scadenza prevista dalla Commissione UE per presentare commenti alla bozza di tassonomia) dal governo tedesco alla Commissione, in cui l'esecutivo tedesco si dichiara contrario all’inserimento del nucleare, ma conferma la “bontà” dell’inserimento del gas richiedendo addirittura che i criteri di vaglio tecnico stabiliti dalla commissione (270gCO2/KWh) siano aumentati perché penalizzanti![3] Richiesta in parte recepita dalla versione definitiva varata dalla Commissione il 2 febbraio scorso.
Ancora più sconcertante poi è l’operato del governo tedesco per ciò che riguarda la produzione di idrogeno, altro aspetto fondamentale del new green deal. Al riguardo il documento “Germany’s current climate action status” del Ministero dell’economia e della protezione del clima prevede di dedicare, entro il 2030, 10.000 MW di potenza elettrica alla produzione di idrogeno verde che però non sono sufficienti, in prospettiva, ad alimentare i settori chimico e metallurgico che sono i pilastri dell’economia tedesca, a cui neppure i grunen intendono rinunciare. Da ciò l’intenzione di avvalersi di cospicue importazioni di energia elettrica e di idrogeno da altre nazioni[4], ma dato che all’interno della Unione europea non esiste uno Stato che non abbia gli stessi problemi (e quindi che possa rifornire la Germania di elettricità e idrogeno) ecco che l’attenzione del governo tedesco si è concentrata sull’Ucraina con l’intenzione di farne un hub energetico[5] in grado di esportare in Europa (ma soprattutto in Germania) elettricità, gas e idrogeno facilmente trasportabile con la stessa rete di gasdotti oggi impiegata per il gas naturale. La prima conseguenza di questa strategia sarebbe l’abbandono del progetto Nord Stream 2 con la Russia (cosa all’ordine del giorno con l’attuale crisi Ucraina), con possibile aumento delle esportazioni di gas ucraino (l’Ucraina detiene l’1% delle riserve mondiali di gas) e, in prospettiva, l’esportazione di elettricità (l’Ucraina ha una sovrapproduzione di energia elettrica tale da consentirgli già oggi di esportarla in Polonia attraverso una linea elettrica dedicata a 750 KV) e di idrogeno verde stante l’enorme capacità di stoccaggio di CO2 esistente in Ukraina e il notevole potenziale eolico e fotovoltaico sviluppabile sulle coste del Mar Nero. Capofila di questa strategia è il partito dei Verdi tedeschi, il cui massimo esponente, Robert Habeck, ha dichiarato di essere a favore dell’invio di armi all’Ucraina[6] per difendersi dalla Russia; nel mentre che conferma la sua contrarietà al Nord Stream 2 e all’inserimento del nucleare nella tassonomia europea, ritiene assolutamente necessario usare il gas naturale in Germania come energia di transizione!
...e gli altri si arrangiano!
In questo contesto dominato dagli interessi franco-tedeschi c’è posto per tutti, anche se il compromesso raggiunto sulla tassonomia UE non è sufficiente, di per sé, a indirizzare le scelte degli altri paesi europei come Polonia, Rep. Ceca, Romania e Ungheria che dipendono fortemente dal carbone. Considerata infatti l’attuale situazione di ostilità verso la Russia che impedisce di fatto ulteriori accordi per la fornitura di gas per non perdere il “sostegno” della Nato, a questi paesi non resta che abbracciare il nucleare, cosa già in corso con le major del settore, General Electric, EDF e Rolls Roice, che hanno stipulato con loro accordi per la costruzione di oltre 20 reattori nucleari.
Quanto al carbone italiano vale quanto detto per la rete elettrica tedesca: sottrarre tutta la potenza rotante di questi impianti provocherebbe squilibri sulla rete italiana che per la sua configurazione (lunga e stretta), è ancora più suscettibile di quella tedesca e a nulla servono i pompaggi come erroneamente si ritiene[7] (appena 7600 MW di cui il 70% concentrato al Nord) perché non si tratta solo di compensare l’intermittenza delle rinnovabili, ma di limitare il disturbo che esse arrecano in variazioni di frequenza, tensione ed effetto Flicker. Le soluzioni alternative che si prospettano sono ancora costose e non del tutto affidabili per questo, nel frattempo, sia la Germania che l’Italia stanno costruendo bracci di rete a corrente continua: Terna sta realizzando un collegamento sottomarino in corrente continua che unirà la Sardegna alla Sicilia e la Sicilia alla Campania per stabilizzare la rete, mentre un altro collegamento sottomarino in corrente continua tra Abruzzo e Marche consentirà di trasferire 1000 MWe da sud a nord in modo da, come scrive Terna: “essere funzionale all’integrazione dell’energia prodotta dagli impianti eolici e fotovoltaici presenti in gran parte nel Sud Italia verso i centri di consumo del Nord, nonché al rafforzamento delle condizioni di sicurezza e affidabilità tra Sud e Nord Italia.” Spesa complessiva di queste linee, circa 5 miliardi di euro, senza contare le spese per altre numerose linee in alta e media tensione che dovranno essere realizzate per sostenere l’impatto delle rinnovabili, in quanto più aumenta il peso di queste ultime più la rete deve essere magliata. Che dire poi della topica di ritenere quella dell’Enel una proposta avanzata[8] solo perché il suo amministratore delegato, Starace, ha preso le distanze dal nucleare? L’atteggiamento dell’Enel non è dettato tanto da una inattesa (e improbabile) “coscienza ambientale” delle questioni in gioco quanto, da un lato, dalla consapevolezza di non poter competere nella corsa al nucleare che in Italia, ove mai si ripresentasse, sarebbe appannaggio di Edison che è partecipata da EDF, mentre dall’altro e più importante lato, Enel si è “coperta” con la posizione della Germania che ha preteso e ottenuto l’inserimento del gas naturale nella tassonomia e così, senza esporsi, l’Enel ha risolto la questione della trasformazione degli impianti a carbone di sua proprietà.
Chi è contro che cosa
Le numerose reazioni suscitate dalla bozza di tassonomia si sono concentrate, quasi esclusivamente, sull’inserimento del nucleare che sarebbe stato oggetto di critiche da parte di associazioni ambientaliste, di raggruppamenti imprenditoriali e, addirittura, di esperti consulenti della Commissione europea che avrebbero bocciato questa proposta.
In realtà le cose non stanno esattamente così.
Gli esperti che avrebbero bocciato la proposta della Commissione europea fanno parte della “Piattaforma per la finanza sostenibile”[9] dove, insieme a rappresentanti del settore della finanza, dell’energia e dell’industria, figurano associazioni ambientaliste e organizzazioni sovranazionali come l’Agenzia europea per l’ambiente, International Union for Conservation of Nature, Birdlife e WWF. Questa Piattaforma ha emesso un documento (Response to complementary delegated act) dove si criticano le modalità di applicazione di alcuni criteri di vaglio tecnico decise dalla Commissione (illustrando anche come meglio correggerle), ma non si mette affatto in discussione l’inserimento di nucleare e gas quali “attività di transizione” verso il net zero emissions e non poteva essere altrimenti: fin dalla sua costituzione infatti, la Piattaforma per la finanza sostenibile ha sempre appoggiato la scelta fatta dal Parlamento europeo con il Regolamento 2020/852 di comprendere nella tassonomia quelle attività di transizione “per le quali non esistono alternative a basse emissioni di carbonio tecnologicamente ed economicamente praticabili” (Art. 10, par.2). Quanto ai valori limite di 100gCO2/KWh e 270gCO2/KWh, rispettivamente riferibili al criterio di “fornire un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici” e di “non arrecare danno significativo a nessuno degli obiettivi ambientali presi in considerazione”, è bene ricordare che discendono da studi del IPCC e dell’IEA, procedurati da normative ISO e quindi presi a riferimento dalla normativa comunitaria.
Una impostazione analoga a questa viene dal PRI (Principles for responsible investments) – nota [10] – una organizzazione internazionale che rappresenta investitori di diversi paesi, la quale rilancia l’ipotesi fatta dalla “Piattaforma per la finanza sostenibile” di introdurre nella normativa europea una “tassonomia estesa” dove sia compresa e regolata la produzione di elettricità da gas naturale e nucleare, ma senza rigettare l’ipotesi che queste siano considerate attività di transizione.
Numerose altre prese di posizione si differenziano notevolmente fra loro con una polarizzazione tra contrari a nucleare e gas e contrari al gas (ma non al nucleare), tra le quali spiccano:
Contrari a nucleare e gas
– Lettera dei ministri dell’ambiente di Spagna, Austria, Danimarca e Lussemburgo indirizzata a Frans Timmermans (vice presidente per il Green Deal), Valdis Dombrovskis (vice presidente per l’economia) e Kadri Simson (commissario all’Energia), dove si chiede di escludere nucleare e gas dalla tassonomia UE;
– Lettera alla presidente Von der Leyen del CAN (Climate action network – Europe);
– Lettera del EEB (European Environmental Bueau) alle maggiori istituzioni europee;
– Comunicato stampa di Legambiente, Greepeace e WWF Italia.
Contrari al gas
– Lettera del IIGCC (International investors group on climate change) che rappresenta 370 investitori di 22 paesi europei per un valore complessivo di 50 trilioni di euro, indirizzata al Parlamento europeo e alla Commissione europea;
– Lettera alla presidente Von der Leyen di oltre 70 scienziati e numerose associazioni ambientaliste di diversi paesi europei, tra cui: WWF European policy office; Birdlife Europe and central Asia; Greenpeace European Unit; Friends of Earth europe; Action aids international; Food and water action europe; Re:common; Legambiente (Edoardo Zanchini); Rifondazione comunista (Elena Mazzoni) – nota [11]
– Comunicato di Friday For Future Finlandia dove oltre a dichiararsi contrari all’inserimento del gas nella tassonomia, si dichiarano a favore del nucleare in quanto: “le emissioni di anidride carbonica rappresentano una minaccia più seria delle scorie nucleari e causano l’aumento delle temperature del pianeta. Ecco perché siamo pronti ad accettare l’energia nucleare come parte del mix energetico.” – nota [12]
Le contraddizioni del new green deal
Gli orientamenti ultimi della Commissione europea in tema di tassonomia hanno portato alla luce la vera natura della posta in gioco per la stragrande maggioranza dei paesi occidentali, ovvero per la parte più ricca del mondo, come ho cercato di illustrare in altri interventi – nota [13].
Dovrebbe essere chiaro a questo punto che i governi delle maggiori potenze mondiali hanno sostanzialmente sposato la visione che il capitale internazionale ha del new green deal: una occasione di rilancio dell’economia capitalista dove le contraddizioni indotte da uno sviluppo senza precedenti nella storia dell’umanità, trovino un loro accomodamento grazie alle soluzioni tecnologiche prospettate nel settore dell’energia e dell’industria 4.0.
D’altro canto veniamo da decenni di predicazione in cui l’idea di uno sviluppo sostenibile è stata proposta come l’unica soluzione al problema e quando le risultanze scientifiche del IPCC e dell’IEA hanno sancito che, per evitare la catastrofe, è necessario diminuire le emissioni globali di CO2 del 45% (rispetto a quelle registrate nel 2010) entro l’anno 2030 e azzerarle del tutto entro l’anno 2050, gli ambientalisti hanno rivendicato le loro ragioni sostenendo che per raggiungere tali obbiettivi, occorreva abbandonare definitivamente l’uso dei combustibili fossili e puntare tutto sulle rinnovabili. Un ragionamento semplice, efficace, apparentemente ineccepibile; ma allora perché rivolgere gli strali contro la Francia e il nucleare (che fossile non è) e non vedere il ruolo della Germania che vuole aperta l’opzione gas e pratica un neocolonialismo green nei confronti dell'Ucraina, col rischio di aggravare gli scenari di guerra già in corso? Scenari che su scala più ampia presagiscono nuovi conflitti alla cui base c’è l’accaparramento di risorse minerali indispensabili alle energie rinnovabili e al trasporto elettrico che già coinvolgono Cina e Russia, in quanto detentori delle maggiori riserve di terre rare, ma che si annunciano anche per tutti quegli altri minerali, definiti strategici sia dagli USA che dalla Commissione europea, concentrati nei paesi del terzo mondo. Forse che l’estrattivismo, così tanto criticato, non è parte essenziale della transizione energetica? E se una nazione non vuole cedere le sue ricchezze naturali, che si fa, la si invade?
Il new geen deal ha messo in moto interessi giganteschi che non sono componibili con accordi di cooperazione perché dietro la retorica della salvezza del pianeta (dell’umanità non si parla mai!) ci sono i calcoli delle case automobilistiche che non possono contare su approvvigionamenti certi di materiali critici (litio, terre rare, etc) al pari dei fabbricanti di turbine eoliche e pannelli solari: per ogni Megawatt di potenza una turbina eolica offshore richiede 15 tonnellate di questi materiali contro gli 800 Kg di una centrale a gas e una automobile elettrica ne richiede 200 Kg contro i 40 Kg di un veicolo tradizionale (nota [14]). Considerato che le previsioni al 2050 stimano fra due e tre volte il fabbisogno di energia elettrica rispetto ad oggi, è quanto mai difficile pensare ad un modello tutto elettrico basato sulle sole rinnovabili, a meno di abbattere significativamente i consumi di energia abbandonando il modo di produzione capitalistico: secondo l’IEA, già nel 2040, il fabbisogno di minerali necessari per i veicoli elettrici aumenterà di 30 volte rispetto al 2020, quello di Nickel e Litio di 40 volte, mentre i sistemi di stoccaggio dell’energia elettrica richiederanno un quantitativo superiore di 140 volte per il Nickel e 70 volte per il Cobalto.
Viceversa, non solo la compagine ambientalista è sorda e cieca a questi richiami, ma insiste nel sollecitare la transizione al punto che i Verdi italiani, nel criticare l’attuale PNRR, scrivono: “Le risorse economiche destinate all’elettrificazione delle auto e all’infrastruttura di ricarica sono irrisorie e allontanano ancora di più l’Italia dall’Europa. La Germania ha lanciato un piano che prevede un milione di ricariche elettriche e 15 milioni di auto elettriche entro il 2030.” – nota [15]
Ma quando mai l’ambientalismo è stato in favore dell’automobile? Non eravamo tutti per il trasporto collettivo e su rotaia?
Sviluppo sostenibile, economia circolare, riciclo e buone pratiche appaiono sempre più come orpelli ideologici atti a rinverdire il vecchio modello di sviluppo e la transizione ecologica, così come si presenta, non potrà che accentuare le disuguaglianze del mondo, perché a pagarla saranno i soliti dannati della Terra.
Resta da capire se, giunti a questo stadio delle contraddizioni, gli ambientalisti vorranno essere parte del problema o chiamarsene fuori per combattere l’ultima battaglia che resta all’umanità: quella contro il capitalismo.
Note
1) Ai fini del paragrafo 1, si considera che un’attività economica per la quale non esistono alternative a basse emissioni di carbonio tecnologicamente ed economicamente praticabili dà un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici se sostiene la transizione verso un’economia climaticamente neutra in linea con un percorso inteso a limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, anche eliminando gradualmente le emissioni di gas a effetto serra, in particolare le emissioni da combustibili fossili solidi.
2) L’impraticabilità non riguarda tanto la costruzione in sé degli impianti rinnovabili, quanto la configurazione che andrebbe ad assumere la rete elettrica con una presenza pari al 90% di fonti rinnovabili che ne comprometterebbe la stabilità in termini di frequenza, voltaggio e disturbi introdotti proprio dalle rinnovabili. Vedi: https://www.labottegadelbarbieri.org/la-schizofrenia-energetica/
3) L’uso strategico del gas naturale come energia di transizione è ben evidenziato nel documento “Germany’s current climate action status” dei Ministeri dell’economia e della protezione del clima.
4) “È chiaro che l’elettrificazione della Germania da sola non raggiungerà l’obiettivo della neutralità dei gas serra. Continueremo ad aver bisogno di utilizzare combustibili gassosi per soddisfare il nostro fabbisogno energetico a lungo termine. Ciò include sia il necessario potenziamento di un’industria dell’idrogeno che l’importazione di energia verde. Questo perché la Germania non sarà in grado di soddisfare tutto il suo fabbisogno energetico dalla produzione nazionale di energia rinnovabile, anche a lungo termine, e rimarrà quindi dipendente dalle importazioni di energia e da relazioni commerciali affidabili con altri paesi e parti interessate La creazione di un’economia efficiente dell’idrogeno verde svolge un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi climatici e posizionerà la Germania come un mercato guida per le tecnologie climatiche.” (“Germany’s current climate action status”)
5) Nel contempo la Germania ha sviluppato accordi preliminari con Africa Solar Industry Association e African Hydrogen Partnership per produrre idrogeno verde attraverso energia solare e poi importarlo via nave nei porti tedeschi.
6) https://www.euractiv.com/section/politics/short_news/german-greens-favour-supplying-defensive-weapons-to-ukraine/
7) Vedi comunicato dell’Osservatorio sulla transizione ecologica – PNRR, del 3 gennaio 2022
8) “Dall’Enel una proposta avanzata, ma il governo fa il contrario” L. Castellina, M. Serafini – il manifesto del 14.01.2022
9) La Piattaforma dell’UE sulla finanza sostenibile è un gruppo permanente di esperti della Commissione europea, istituito ai sensi dell’articolo 20 del regolamento sulla tassonomia, regolamento UE 2020/852.
10) The Principles for Responsible Investment (PRI) è la principale organizzazione mondiale in materia di investimenti responsabili. Il PRI ha ora oltre 4.300 firmatari (fondi pensione, assicuratori, gestori di investimenti e fornitori di servizi) che rappresentano 121 trilioni di dollari di asset in gestione.
11) Lettera alla presidente Von der Leyen e ai vice presidenti Timmermans e Dombrovskis.
12) https://www.fridaysforfuturefinland.fi/2021/12/22/ydinvoiman-puolesta-fossiilikaasua-vastaan/
13) https://www.labottegadelbarbieri.org/la-schizofrenia-energetica/
14) https://www.iea.org/reports/the-role-of-critical-minerals-in-clean-energy-transitions/executive-summary
15) https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/06/roberto-cingolani-la-petizione-online-di-europa-verde-il-ministro-si-dimetta-il-pnrr-unoccasione-persa/6417035/
Fonte
Questa interpretazione, semplicistica e poco documentata, rischia di aggiungere ulteriore confusione al già controverso cammino verso l’obiettivo delle emissioni zero, confondendo quelle che sono le reali “parti in commedia” dei protagonisti principali.
Istituzioni europee (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Parlamento europeo)
La produzione di atti legislativi in sede europea (Direttive, Regolamenti, Raccomandazioni) che hanno precorso il varo dell’attuale tassonomia, inclusa la parte riguardante il nucleare e il gas naturale, è strabocchevole e tale da non poter essere trattata in poche righe. È tuttavia possibile ricostruirne la logica attraverso quattro atti fondamentali che sono:
– Classificazione statistica delle attività economiche (materiali e immateriali) riconosciute come tali nella Unione Europea (Regolamento CE 1893/2006 del Parlamento e del Consiglio che modifica ed integra altri precedenti provvedimenti)
– Fissazione dei criteri in base ai quali è possibile stabilire se una attività economica, riconosciuta come tale nella UE, possa ritenersi ecosostenibile (Regolamento UE 852/2020 del Parlamento e del Consiglio che modifica ed integra molti altri provvedimenti precedenti)
– Fissazione dei criteri di vaglio tecnico per stabilire a quali condizioni una attività economica ritenuta ecosostenibile, contribuisca in modo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici o al loro adattamento, senza arrecare danno significativo a nessun altro obiettivo ambientale di cui all’art. 9 del Reg. 852/2020 (Regolamento delegato UE 2139/2021 della Commissione, del 4 giugno 2021)
– Fissazione dei criteri di vaglio tecnico riguardanti attività economiche dei settori energetici nucleare e gas (Risoluzione della Commissione del febbraio 2022), che deve passare l’esame del parlamento.
Quest’ultimo provvedimento è oggetto di aspre critiche per aver inserito nella tassonomia ecosostenibile (e quindi finanziabile con i fondi europei) nucleare e gas.
La prima cosa da chiarire è che la Commissione non ha inserito tout court queste due fonti di energia tra quelle ecosostenibili (eolico, solare, idroelettrico etc), ma “solo” la parte di attività inerente alla produzione di elettricità (o di cogenerazione), escludendo quindi tutte le attività a monte e a valle di questa fase del ciclo; vale a dire che per il nucleare non sono incluse le attività di estrazione e arricchimento dell’uranio, del trattamento dei rifiuti radioattivi e del decommissioning degli impianti, così come per il gas non sono incluse le attività di perforazione e trasporto del gas e nemmeno quelle a valle della generazione che non sono quindi finanziabili. Le attività di generazione da nucleare e gas, ritenute transitorie in base al comma 2 dell’Art.10, Reg. 852/2020 [1], per entrare a tutti gli effetti nella tassonomia, devono uniformarsi alla normativa esistente in materia ambientale e nucleare e sottostare alle seguenti principali specificazioni:
Per i reattori nucleari di nuova costruzione
– le emissioni devono essere inferiori a 100 gCO2/KWh;
– i permessi di costruzione devono essere concessi prima del 2045;
– lo Stato che li rilascia deve disporre di un sito di smaltimento definitivo per rifiuti a bassa e media attività e di un programma per realizzare il deposito per quelli ad alta attività nel 2050;
– lo Stato ha stanziato fondi sufficienti per realizzare il decommissioning degli impianti;
– impiego delle più avanzate tecnologie disponibili incluso quella dell’ATF (Accident tolerant fuel) cioè combustibile resistente agli incidenti nucleari.
Per i reattori in esercizio
– gli interventi di ammodernamento degli impianti, autorizzati entro il 2040, devono essere finalizzati ad estendere la vita utile degli impianti e devono contribuire ad aumentarne la sicurezza;
– si applicano le medesime specificazioni per i reattori di nuova costruzione.
Per gli impianti a gas naturale in esercizio
– le emissioni devono essere inferiori a 100 gCO2/KWh;
Per gli impianti a gas naturale di nuova costruzione autorizzati entro il 2030
– emissioni inferiori a 270 gCO2/KWh, oppure emissioni inferiori ad un valore medio annuo di 550 KgCO2/KW calcolato su un periodo di 20 anni, se questi impianti vanno a sostituirne altri che impiegano combustibili più inquinanti;
– la potenza dei nuovi impianti non può eccedere il 15% di quella degli impianti sostituiti.
Francia
La Francia, che sostiene da tempo l’inserimento del nucleare tra le energie ecosostenibili, è riuscita ad ottenere che nella tassonomia ci siano anche i reattori in esercizio (con le specificazioni succitate) perché ha assoluto bisogno di realizzare un piano di ri-ammodernamento della sua flotta nucleare (56 reattori) che secondo le stime EDF costa 49,4 miliardi di €.
Germania
La Germania, che per troppo tempo ha procrastinato la messa fuori servizio delle sue centrali più inquinanti (vedi qui) per rispettare gli impegni al 2030 (-55% CO2) si trova nella condizione di dover sostituire, per quella data, 43.000 MW di impianti termoelettrici funzionanti a carbone e lignite, cosa difficilmente praticabile con le sole energie rinnovabili. [2] Di qui la richiesta del governo tedesco di inserire in tassonomia anche il gas ed in particolare la deroga nelle emissioni (270gCO2/KWh) per i nuovi impianti che vanno a sostituirne di più inquinanti, fattispecie che rappresenta esattamente la situazione della Germania.
Italia e altri paesi europei
L’Italia si trova in una situazione analoga a quella della Germania dovendo sostituire 6-7000 MW di centrali a carbone, alcune delle quali per la loro posizione geografica assolvono funzioni rilevanti per il buon funzionamento della rete (vedi nota 2). Ancora più critica è la situazione di altri paesi europei quanto a dipendenza dal carbone: Polonia 68%; Repubblica Ceca 46%, Romania 23% e Ungheria 12%.
Doichland über alles...
In questo “capolavoro” di sofisticazione linguistico-tecnologica che è la tassonomia della UE, c’è dunque sia la mano francese che quella tedesca, checché ne dicano i grunen (verdi tedeschi). La Francia, oltre ad ottenere la santificazione del nucleare (peraltro caldeggiata dal IPCC e dalla IEA) porta a casa la finanziabilità degli interventi sui reattori in esercizio, mentre la Germania che da due anni non raggiunge gli obiettivi di abbattimento delle emissioni previste dalla UE nel settore energia (nonostante il suo primato nelle rinnovabili) risolve col gas il suo problema principale: quello di aver mantenuto in funzione impianti decisamente inquinanti che forniscono ancora oggi il 36,5% della produzione elettrica dove predomina la lignite (16,8%) il peggiore fra i combustibili fossili, seguita dal gas (12,1%) e dal carbone (7,3%). I governi precedenti prevedevano di chiudere carbone e lignite nel 2038, data che ora i verdi vogliono anticipare al 2030, ma per farlo senza ripercussioni sulla rete elettrica, devono poter contare su una potenza rotante (turbogeneratori) di una certa entità, vale a dire che dei 43.000 MW attuali funzionanti a carbone e lignite, una gran parte deve essere convertita a gas, perciò hanno preteso e ottenuto la clausola che eleva a 270gCO2/KWh il limite per il gas, qualora i nuovi impianti vadano a sostituirne altri più inquinanti. Questa posizione è confermata da una lettera inviata lo scorso 21 gennaio (data di scadenza prevista dalla Commissione UE per presentare commenti alla bozza di tassonomia) dal governo tedesco alla Commissione, in cui l'esecutivo tedesco si dichiara contrario all’inserimento del nucleare, ma conferma la “bontà” dell’inserimento del gas richiedendo addirittura che i criteri di vaglio tecnico stabiliti dalla commissione (270gCO2/KWh) siano aumentati perché penalizzanti![3] Richiesta in parte recepita dalla versione definitiva varata dalla Commissione il 2 febbraio scorso.
Ancora più sconcertante poi è l’operato del governo tedesco per ciò che riguarda la produzione di idrogeno, altro aspetto fondamentale del new green deal. Al riguardo il documento “Germany’s current climate action status” del Ministero dell’economia e della protezione del clima prevede di dedicare, entro il 2030, 10.000 MW di potenza elettrica alla produzione di idrogeno verde che però non sono sufficienti, in prospettiva, ad alimentare i settori chimico e metallurgico che sono i pilastri dell’economia tedesca, a cui neppure i grunen intendono rinunciare. Da ciò l’intenzione di avvalersi di cospicue importazioni di energia elettrica e di idrogeno da altre nazioni[4], ma dato che all’interno della Unione europea non esiste uno Stato che non abbia gli stessi problemi (e quindi che possa rifornire la Germania di elettricità e idrogeno) ecco che l’attenzione del governo tedesco si è concentrata sull’Ucraina con l’intenzione di farne un hub energetico[5] in grado di esportare in Europa (ma soprattutto in Germania) elettricità, gas e idrogeno facilmente trasportabile con la stessa rete di gasdotti oggi impiegata per il gas naturale. La prima conseguenza di questa strategia sarebbe l’abbandono del progetto Nord Stream 2 con la Russia (cosa all’ordine del giorno con l’attuale crisi Ucraina), con possibile aumento delle esportazioni di gas ucraino (l’Ucraina detiene l’1% delle riserve mondiali di gas) e, in prospettiva, l’esportazione di elettricità (l’Ucraina ha una sovrapproduzione di energia elettrica tale da consentirgli già oggi di esportarla in Polonia attraverso una linea elettrica dedicata a 750 KV) e di idrogeno verde stante l’enorme capacità di stoccaggio di CO2 esistente in Ukraina e il notevole potenziale eolico e fotovoltaico sviluppabile sulle coste del Mar Nero. Capofila di questa strategia è il partito dei Verdi tedeschi, il cui massimo esponente, Robert Habeck, ha dichiarato di essere a favore dell’invio di armi all’Ucraina[6] per difendersi dalla Russia; nel mentre che conferma la sua contrarietà al Nord Stream 2 e all’inserimento del nucleare nella tassonomia europea, ritiene assolutamente necessario usare il gas naturale in Germania come energia di transizione!
...e gli altri si arrangiano!
In questo contesto dominato dagli interessi franco-tedeschi c’è posto per tutti, anche se il compromesso raggiunto sulla tassonomia UE non è sufficiente, di per sé, a indirizzare le scelte degli altri paesi europei come Polonia, Rep. Ceca, Romania e Ungheria che dipendono fortemente dal carbone. Considerata infatti l’attuale situazione di ostilità verso la Russia che impedisce di fatto ulteriori accordi per la fornitura di gas per non perdere il “sostegno” della Nato, a questi paesi non resta che abbracciare il nucleare, cosa già in corso con le major del settore, General Electric, EDF e Rolls Roice, che hanno stipulato con loro accordi per la costruzione di oltre 20 reattori nucleari.
Quanto al carbone italiano vale quanto detto per la rete elettrica tedesca: sottrarre tutta la potenza rotante di questi impianti provocherebbe squilibri sulla rete italiana che per la sua configurazione (lunga e stretta), è ancora più suscettibile di quella tedesca e a nulla servono i pompaggi come erroneamente si ritiene[7] (appena 7600 MW di cui il 70% concentrato al Nord) perché non si tratta solo di compensare l’intermittenza delle rinnovabili, ma di limitare il disturbo che esse arrecano in variazioni di frequenza, tensione ed effetto Flicker. Le soluzioni alternative che si prospettano sono ancora costose e non del tutto affidabili per questo, nel frattempo, sia la Germania che l’Italia stanno costruendo bracci di rete a corrente continua: Terna sta realizzando un collegamento sottomarino in corrente continua che unirà la Sardegna alla Sicilia e la Sicilia alla Campania per stabilizzare la rete, mentre un altro collegamento sottomarino in corrente continua tra Abruzzo e Marche consentirà di trasferire 1000 MWe da sud a nord in modo da, come scrive Terna: “essere funzionale all’integrazione dell’energia prodotta dagli impianti eolici e fotovoltaici presenti in gran parte nel Sud Italia verso i centri di consumo del Nord, nonché al rafforzamento delle condizioni di sicurezza e affidabilità tra Sud e Nord Italia.” Spesa complessiva di queste linee, circa 5 miliardi di euro, senza contare le spese per altre numerose linee in alta e media tensione che dovranno essere realizzate per sostenere l’impatto delle rinnovabili, in quanto più aumenta il peso di queste ultime più la rete deve essere magliata. Che dire poi della topica di ritenere quella dell’Enel una proposta avanzata[8] solo perché il suo amministratore delegato, Starace, ha preso le distanze dal nucleare? L’atteggiamento dell’Enel non è dettato tanto da una inattesa (e improbabile) “coscienza ambientale” delle questioni in gioco quanto, da un lato, dalla consapevolezza di non poter competere nella corsa al nucleare che in Italia, ove mai si ripresentasse, sarebbe appannaggio di Edison che è partecipata da EDF, mentre dall’altro e più importante lato, Enel si è “coperta” con la posizione della Germania che ha preteso e ottenuto l’inserimento del gas naturale nella tassonomia e così, senza esporsi, l’Enel ha risolto la questione della trasformazione degli impianti a carbone di sua proprietà.
Chi è contro che cosa
Le numerose reazioni suscitate dalla bozza di tassonomia si sono concentrate, quasi esclusivamente, sull’inserimento del nucleare che sarebbe stato oggetto di critiche da parte di associazioni ambientaliste, di raggruppamenti imprenditoriali e, addirittura, di esperti consulenti della Commissione europea che avrebbero bocciato questa proposta.
In realtà le cose non stanno esattamente così.
Gli esperti che avrebbero bocciato la proposta della Commissione europea fanno parte della “Piattaforma per la finanza sostenibile”[9] dove, insieme a rappresentanti del settore della finanza, dell’energia e dell’industria, figurano associazioni ambientaliste e organizzazioni sovranazionali come l’Agenzia europea per l’ambiente, International Union for Conservation of Nature, Birdlife e WWF. Questa Piattaforma ha emesso un documento (Response to complementary delegated act) dove si criticano le modalità di applicazione di alcuni criteri di vaglio tecnico decise dalla Commissione (illustrando anche come meglio correggerle), ma non si mette affatto in discussione l’inserimento di nucleare e gas quali “attività di transizione” verso il net zero emissions e non poteva essere altrimenti: fin dalla sua costituzione infatti, la Piattaforma per la finanza sostenibile ha sempre appoggiato la scelta fatta dal Parlamento europeo con il Regolamento 2020/852 di comprendere nella tassonomia quelle attività di transizione “per le quali non esistono alternative a basse emissioni di carbonio tecnologicamente ed economicamente praticabili” (Art. 10, par.2). Quanto ai valori limite di 100gCO2/KWh e 270gCO2/KWh, rispettivamente riferibili al criterio di “fornire un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici” e di “non arrecare danno significativo a nessuno degli obiettivi ambientali presi in considerazione”, è bene ricordare che discendono da studi del IPCC e dell’IEA, procedurati da normative ISO e quindi presi a riferimento dalla normativa comunitaria.
Una impostazione analoga a questa viene dal PRI (Principles for responsible investments) – nota [10] – una organizzazione internazionale che rappresenta investitori di diversi paesi, la quale rilancia l’ipotesi fatta dalla “Piattaforma per la finanza sostenibile” di introdurre nella normativa europea una “tassonomia estesa” dove sia compresa e regolata la produzione di elettricità da gas naturale e nucleare, ma senza rigettare l’ipotesi che queste siano considerate attività di transizione.
Numerose altre prese di posizione si differenziano notevolmente fra loro con una polarizzazione tra contrari a nucleare e gas e contrari al gas (ma non al nucleare), tra le quali spiccano:
Contrari a nucleare e gas
– Lettera dei ministri dell’ambiente di Spagna, Austria, Danimarca e Lussemburgo indirizzata a Frans Timmermans (vice presidente per il Green Deal), Valdis Dombrovskis (vice presidente per l’economia) e Kadri Simson (commissario all’Energia), dove si chiede di escludere nucleare e gas dalla tassonomia UE;
– Lettera alla presidente Von der Leyen del CAN (Climate action network – Europe);
– Lettera del EEB (European Environmental Bueau) alle maggiori istituzioni europee;
– Comunicato stampa di Legambiente, Greepeace e WWF Italia.
Contrari al gas
– Lettera del IIGCC (International investors group on climate change) che rappresenta 370 investitori di 22 paesi europei per un valore complessivo di 50 trilioni di euro, indirizzata al Parlamento europeo e alla Commissione europea;
– Lettera alla presidente Von der Leyen di oltre 70 scienziati e numerose associazioni ambientaliste di diversi paesi europei, tra cui: WWF European policy office; Birdlife Europe and central Asia; Greenpeace European Unit; Friends of Earth europe; Action aids international; Food and water action europe; Re:common; Legambiente (Edoardo Zanchini); Rifondazione comunista (Elena Mazzoni) – nota [11]
– Comunicato di Friday For Future Finlandia dove oltre a dichiararsi contrari all’inserimento del gas nella tassonomia, si dichiarano a favore del nucleare in quanto: “le emissioni di anidride carbonica rappresentano una minaccia più seria delle scorie nucleari e causano l’aumento delle temperature del pianeta. Ecco perché siamo pronti ad accettare l’energia nucleare come parte del mix energetico.” – nota [12]
Le contraddizioni del new green deal
Gli orientamenti ultimi della Commissione europea in tema di tassonomia hanno portato alla luce la vera natura della posta in gioco per la stragrande maggioranza dei paesi occidentali, ovvero per la parte più ricca del mondo, come ho cercato di illustrare in altri interventi – nota [13].
Dovrebbe essere chiaro a questo punto che i governi delle maggiori potenze mondiali hanno sostanzialmente sposato la visione che il capitale internazionale ha del new green deal: una occasione di rilancio dell’economia capitalista dove le contraddizioni indotte da uno sviluppo senza precedenti nella storia dell’umanità, trovino un loro accomodamento grazie alle soluzioni tecnologiche prospettate nel settore dell’energia e dell’industria 4.0.
D’altro canto veniamo da decenni di predicazione in cui l’idea di uno sviluppo sostenibile è stata proposta come l’unica soluzione al problema e quando le risultanze scientifiche del IPCC e dell’IEA hanno sancito che, per evitare la catastrofe, è necessario diminuire le emissioni globali di CO2 del 45% (rispetto a quelle registrate nel 2010) entro l’anno 2030 e azzerarle del tutto entro l’anno 2050, gli ambientalisti hanno rivendicato le loro ragioni sostenendo che per raggiungere tali obbiettivi, occorreva abbandonare definitivamente l’uso dei combustibili fossili e puntare tutto sulle rinnovabili. Un ragionamento semplice, efficace, apparentemente ineccepibile; ma allora perché rivolgere gli strali contro la Francia e il nucleare (che fossile non è) e non vedere il ruolo della Germania che vuole aperta l’opzione gas e pratica un neocolonialismo green nei confronti dell'Ucraina, col rischio di aggravare gli scenari di guerra già in corso? Scenari che su scala più ampia presagiscono nuovi conflitti alla cui base c’è l’accaparramento di risorse minerali indispensabili alle energie rinnovabili e al trasporto elettrico che già coinvolgono Cina e Russia, in quanto detentori delle maggiori riserve di terre rare, ma che si annunciano anche per tutti quegli altri minerali, definiti strategici sia dagli USA che dalla Commissione europea, concentrati nei paesi del terzo mondo. Forse che l’estrattivismo, così tanto criticato, non è parte essenziale della transizione energetica? E se una nazione non vuole cedere le sue ricchezze naturali, che si fa, la si invade?
Il new geen deal ha messo in moto interessi giganteschi che non sono componibili con accordi di cooperazione perché dietro la retorica della salvezza del pianeta (dell’umanità non si parla mai!) ci sono i calcoli delle case automobilistiche che non possono contare su approvvigionamenti certi di materiali critici (litio, terre rare, etc) al pari dei fabbricanti di turbine eoliche e pannelli solari: per ogni Megawatt di potenza una turbina eolica offshore richiede 15 tonnellate di questi materiali contro gli 800 Kg di una centrale a gas e una automobile elettrica ne richiede 200 Kg contro i 40 Kg di un veicolo tradizionale (nota [14]). Considerato che le previsioni al 2050 stimano fra due e tre volte il fabbisogno di energia elettrica rispetto ad oggi, è quanto mai difficile pensare ad un modello tutto elettrico basato sulle sole rinnovabili, a meno di abbattere significativamente i consumi di energia abbandonando il modo di produzione capitalistico: secondo l’IEA, già nel 2040, il fabbisogno di minerali necessari per i veicoli elettrici aumenterà di 30 volte rispetto al 2020, quello di Nickel e Litio di 40 volte, mentre i sistemi di stoccaggio dell’energia elettrica richiederanno un quantitativo superiore di 140 volte per il Nickel e 70 volte per il Cobalto.
Viceversa, non solo la compagine ambientalista è sorda e cieca a questi richiami, ma insiste nel sollecitare la transizione al punto che i Verdi italiani, nel criticare l’attuale PNRR, scrivono: “Le risorse economiche destinate all’elettrificazione delle auto e all’infrastruttura di ricarica sono irrisorie e allontanano ancora di più l’Italia dall’Europa. La Germania ha lanciato un piano che prevede un milione di ricariche elettriche e 15 milioni di auto elettriche entro il 2030.” – nota [15]
Ma quando mai l’ambientalismo è stato in favore dell’automobile? Non eravamo tutti per il trasporto collettivo e su rotaia?
Sviluppo sostenibile, economia circolare, riciclo e buone pratiche appaiono sempre più come orpelli ideologici atti a rinverdire il vecchio modello di sviluppo e la transizione ecologica, così come si presenta, non potrà che accentuare le disuguaglianze del mondo, perché a pagarla saranno i soliti dannati della Terra.
Resta da capire se, giunti a questo stadio delle contraddizioni, gli ambientalisti vorranno essere parte del problema o chiamarsene fuori per combattere l’ultima battaglia che resta all’umanità: quella contro il capitalismo.
Note
1) Ai fini del paragrafo 1, si considera che un’attività economica per la quale non esistono alternative a basse emissioni di carbonio tecnologicamente ed economicamente praticabili dà un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici se sostiene la transizione verso un’economia climaticamente neutra in linea con un percorso inteso a limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, anche eliminando gradualmente le emissioni di gas a effetto serra, in particolare le emissioni da combustibili fossili solidi.
2) L’impraticabilità non riguarda tanto la costruzione in sé degli impianti rinnovabili, quanto la configurazione che andrebbe ad assumere la rete elettrica con una presenza pari al 90% di fonti rinnovabili che ne comprometterebbe la stabilità in termini di frequenza, voltaggio e disturbi introdotti proprio dalle rinnovabili. Vedi: https://www.labottegadelbarbieri.org/la-schizofrenia-energetica/
3) L’uso strategico del gas naturale come energia di transizione è ben evidenziato nel documento “Germany’s current climate action status” dei Ministeri dell’economia e della protezione del clima.
4) “È chiaro che l’elettrificazione della Germania da sola non raggiungerà l’obiettivo della neutralità dei gas serra. Continueremo ad aver bisogno di utilizzare combustibili gassosi per soddisfare il nostro fabbisogno energetico a lungo termine. Ciò include sia il necessario potenziamento di un’industria dell’idrogeno che l’importazione di energia verde. Questo perché la Germania non sarà in grado di soddisfare tutto il suo fabbisogno energetico dalla produzione nazionale di energia rinnovabile, anche a lungo termine, e rimarrà quindi dipendente dalle importazioni di energia e da relazioni commerciali affidabili con altri paesi e parti interessate La creazione di un’economia efficiente dell’idrogeno verde svolge un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi climatici e posizionerà la Germania come un mercato guida per le tecnologie climatiche.” (“Germany’s current climate action status”)
5) Nel contempo la Germania ha sviluppato accordi preliminari con Africa Solar Industry Association e African Hydrogen Partnership per produrre idrogeno verde attraverso energia solare e poi importarlo via nave nei porti tedeschi.
6) https://www.euractiv.com/section/politics/short_news/german-greens-favour-supplying-defensive-weapons-to-ukraine/
7) Vedi comunicato dell’Osservatorio sulla transizione ecologica – PNRR, del 3 gennaio 2022
8) “Dall’Enel una proposta avanzata, ma il governo fa il contrario” L. Castellina, M. Serafini – il manifesto del 14.01.2022
9) La Piattaforma dell’UE sulla finanza sostenibile è un gruppo permanente di esperti della Commissione europea, istituito ai sensi dell’articolo 20 del regolamento sulla tassonomia, regolamento UE 2020/852.
10) The Principles for Responsible Investment (PRI) è la principale organizzazione mondiale in materia di investimenti responsabili. Il PRI ha ora oltre 4.300 firmatari (fondi pensione, assicuratori, gestori di investimenti e fornitori di servizi) che rappresentano 121 trilioni di dollari di asset in gestione.
11) Lettera alla presidente Von der Leyen e ai vice presidenti Timmermans e Dombrovskis.
12) https://www.fridaysforfuturefinland.fi/2021/12/22/ydinvoiman-puolesta-fossiilikaasua-vastaan/
13) https://www.labottegadelbarbieri.org/la-schizofrenia-energetica/
14) https://www.iea.org/reports/the-role-of-critical-minerals-in-clean-energy-transitions/executive-summary
15) https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/06/roberto-cingolani-la-petizione-online-di-europa-verde-il-ministro-si-dimetta-il-pnrr-unoccasione-persa/6417035/
Fonte
30/07/2020
Il “green capitalism” è criminale come lo “smoker capitalism”
Elon Musk, imprenditore multimiliardario e cofondatore della casa automobilistica Tesla, sta facendo parlare di sé per le sue sprezzanti affermazioni riguardo al golpe boliviano, avvenuto lo scorso novembre, ai danni del Governo presieduto da Evo Morales.
In un suo tweet, Musk si era dichiarato contrario a un’eventuale approvazione di un nuovo pacchetto di incentivi economici per il coronavirus da parte del Governo degli Stati Uniti, dicendo che non era “nel miglior interesse del popolo“.
Un altro utente di Twitter ha risposto che a non essere nel miglior interesse del popolo è il colpo di Stato contro Evo Morales che gli USA hanno sostenuto per permettere all’imprenditore di ottenere il litio boliviano.
La risposta di Musk è stata molto chiara: “Colpiremo chiunque vogliamo! Accettalo.”
La dichiarazione dell’imprenditore non stupisce, considerando che stiamo parlando di un uomo la cui famiglia ha accumulato ricchezze in Sudafrica durante l’Apartheid (il padre di Musk era proprietario di una miniera di smeraldi).
Inoltre, Musk ha recentemente citato in giudizio una Contea statunitense per avergli impedito di continuare a produrre durante la pandemia; e ha tenuto aperti i suoi stabilimenti produttivi nonostante le ordinanze restrittive, costringendo i suoi operai a correre il rischio di farsi multare – oltre che ammalare – per non perdere il posto di lavoro, recandosi in fabbrica contro ogni divieto.
Un’infamia che ha sicuramente contribuito, in questi mesi, a fargli scalare la classifica di Forbes fino a diventare il quinto uomo più ricco del Pianeta, con un patrimonio netto di 74 miliardi di dollari.
A seguito del suo tweet, si è aperto nuovamente il dibattito sul Golpe boliviano e sulle sue cause. In Italia, così come nel resto del Mondo, l’arrivo del nuovo governo presieduto dalla autoproclamata Jeanine Áñez, fu giustificato alludendo a dei presunti brogli elettorali.
La Repubblica, ad esempio, all’indomani del colpo di Stato – nella notizia scientemente occultata a pagina 15 – ha eufemisticamente affermato che i militari avessero “chiesto ufficialmente” a Morales di dimettersi, nel rispetto dei cittadini e della Costituzione.
Per chi volesse approfondire le dinamiche del golpe, rimandiamo a un nostro articolo di novembre, nel quale già ipotizzavamo che nelle risorse naturali del Paese potessero risiedere le vere ragioni di quanto accaduto.
Il Washington Post ha pubblicato una dettagliata ricostruzione che nega l’esistenza di elementi credibili che provino la frode elettorale.
Nonostante l’improntitudine di cui Musk ha dato sfoggio nel suo tweet, non si può – almeno per ora – provare che il colpo di Stato sia stato ordinato da lui in persona. Tuttavia, possiamo affermare che le dimissioni di Evo sono perfettamente compatibili con i suoi interessi, e con quelli di moltissime altre multinazionali che finora sono state impossibilitate a mettere le mani sulle risorse del Paese.
Ricordiamo che il litio è il componente principale della tipologia di batterie ricaricabili attualmente più utilizzata e, per dare un’idea dell’importanza strategica del suolo boliviano, bisogna prendere in considerazione che il 50% dei depositi di litio conosciuti nel mondo si trova nel “Triangolo del Litio”, che si estende tra Argentina, Bolivia e Cile.
In particolare, i deserti di alta montagna della Bolivia – il Salar de Uyuni – hanno un’estensione quasi pari all’Abruzzo, e costituiscono le più grandi riserve di litio finora conosciute.
Morales aveva chiarito che la Bolivia non avrebbe ceduto queste preziose risorse alle multinazionali. I guadagni derivanti dall’attività mineraria erano utilizzati per finanziare i programmi sociali necessari per il Paese, e quindi condivisi con il popolo boliviano.
Queste politiche non erano abbastanza favorevoli alle imprese multinazionali, specie statunitensi, che furono “costrette” a dirigersi in Argentina.
Inutile dire che, a seguito del golpe, il nuovo governo boliviano ha aperto agli investimenti delle multinazionali nel Paese.
Pochi mesi fa, in vista di un incontro tra Elon Musk e Jair Bolsonaro, il candidato alla vicepresidenza e compagno di corsa di Añez, Samuel Doria Medina, ha invitato l’industriale a considerare la possibilità di costruire un nuovo stabilimento nel Salar de Uyuni.
Cade insomma miseramente ogni pretesa “novità” nelle pieghe del cosiddetto “capitalismo verde”. Del resto, la Bolivia possiede discrete riserve anche di gas e petrolio, che erano stati fin qui la ragione principale dell'”interessamento” criminale dell’imperialismo multinazionale. I presunti “verdi” portano solo un motivo in più per l’antica prassi golpista nel “cortile di casa”...
Fin qui, però, questi personaggi e la promessa di un “futuro green” erano stati il perno di una “narrazione innovativa”, in cui ambiente e risorse oil free potevano facilmente affascinare buona parte dei consumatori occidentali più sensibili ai temi ambientali.
Sarà il caso di ricominciare a guardare alle imprese multinazionali per quel che sono – un tumore criminale contro l’umanità – e non per quel che producono. In fondo, non ci fanno troppo caso neanche loro – burro, cannoni o auto elettriche – purché ci si ricavi profitto.
La salvezza del pianeta è affar nostro, non di certa gente...
Fonte
In un suo tweet, Musk si era dichiarato contrario a un’eventuale approvazione di un nuovo pacchetto di incentivi economici per il coronavirus da parte del Governo degli Stati Uniti, dicendo che non era “nel miglior interesse del popolo“.
Un altro utente di Twitter ha risposto che a non essere nel miglior interesse del popolo è il colpo di Stato contro Evo Morales che gli USA hanno sostenuto per permettere all’imprenditore di ottenere il litio boliviano.
La risposta di Musk è stata molto chiara: “Colpiremo chiunque vogliamo! Accettalo.”
La dichiarazione dell’imprenditore non stupisce, considerando che stiamo parlando di un uomo la cui famiglia ha accumulato ricchezze in Sudafrica durante l’Apartheid (il padre di Musk era proprietario di una miniera di smeraldi).
Inoltre, Musk ha recentemente citato in giudizio una Contea statunitense per avergli impedito di continuare a produrre durante la pandemia; e ha tenuto aperti i suoi stabilimenti produttivi nonostante le ordinanze restrittive, costringendo i suoi operai a correre il rischio di farsi multare – oltre che ammalare – per non perdere il posto di lavoro, recandosi in fabbrica contro ogni divieto.
Un’infamia che ha sicuramente contribuito, in questi mesi, a fargli scalare la classifica di Forbes fino a diventare il quinto uomo più ricco del Pianeta, con un patrimonio netto di 74 miliardi di dollari.
A seguito del suo tweet, si è aperto nuovamente il dibattito sul Golpe boliviano e sulle sue cause. In Italia, così come nel resto del Mondo, l’arrivo del nuovo governo presieduto dalla autoproclamata Jeanine Áñez, fu giustificato alludendo a dei presunti brogli elettorali.
La Repubblica, ad esempio, all’indomani del colpo di Stato – nella notizia scientemente occultata a pagina 15 – ha eufemisticamente affermato che i militari avessero “chiesto ufficialmente” a Morales di dimettersi, nel rispetto dei cittadini e della Costituzione.
Per chi volesse approfondire le dinamiche del golpe, rimandiamo a un nostro articolo di novembre, nel quale già ipotizzavamo che nelle risorse naturali del Paese potessero risiedere le vere ragioni di quanto accaduto.
Il Washington Post ha pubblicato una dettagliata ricostruzione che nega l’esistenza di elementi credibili che provino la frode elettorale.
Nonostante l’improntitudine di cui Musk ha dato sfoggio nel suo tweet, non si può – almeno per ora – provare che il colpo di Stato sia stato ordinato da lui in persona. Tuttavia, possiamo affermare che le dimissioni di Evo sono perfettamente compatibili con i suoi interessi, e con quelli di moltissime altre multinazionali che finora sono state impossibilitate a mettere le mani sulle risorse del Paese.
Ricordiamo che il litio è il componente principale della tipologia di batterie ricaricabili attualmente più utilizzata e, per dare un’idea dell’importanza strategica del suolo boliviano, bisogna prendere in considerazione che il 50% dei depositi di litio conosciuti nel mondo si trova nel “Triangolo del Litio”, che si estende tra Argentina, Bolivia e Cile.
In particolare, i deserti di alta montagna della Bolivia – il Salar de Uyuni – hanno un’estensione quasi pari all’Abruzzo, e costituiscono le più grandi riserve di litio finora conosciute.
Morales aveva chiarito che la Bolivia non avrebbe ceduto queste preziose risorse alle multinazionali. I guadagni derivanti dall’attività mineraria erano utilizzati per finanziare i programmi sociali necessari per il Paese, e quindi condivisi con il popolo boliviano.
Queste politiche non erano abbastanza favorevoli alle imprese multinazionali, specie statunitensi, che furono “costrette” a dirigersi in Argentina.
Inutile dire che, a seguito del golpe, il nuovo governo boliviano ha aperto agli investimenti delle multinazionali nel Paese.
Pochi mesi fa, in vista di un incontro tra Elon Musk e Jair Bolsonaro, il candidato alla vicepresidenza e compagno di corsa di Añez, Samuel Doria Medina, ha invitato l’industriale a considerare la possibilità di costruire un nuovo stabilimento nel Salar de Uyuni.
Cade insomma miseramente ogni pretesa “novità” nelle pieghe del cosiddetto “capitalismo verde”. Del resto, la Bolivia possiede discrete riserve anche di gas e petrolio, che erano stati fin qui la ragione principale dell'”interessamento” criminale dell’imperialismo multinazionale. I presunti “verdi” portano solo un motivo in più per l’antica prassi golpista nel “cortile di casa”...
Fin qui, però, questi personaggi e la promessa di un “futuro green” erano stati il perno di una “narrazione innovativa”, in cui ambiente e risorse oil free potevano facilmente affascinare buona parte dei consumatori occidentali più sensibili ai temi ambientali.
Sarà il caso di ricominciare a guardare alle imprese multinazionali per quel che sono – un tumore criminale contro l’umanità – e non per quel che producono. In fondo, non ci fanno troppo caso neanche loro – burro, cannoni o auto elettriche – purché ci si ricavi profitto.
La salvezza del pianeta è affar nostro, non di certa gente...
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