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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/10/2026

Giorgia Meloni a Praga e il teatrino sul mercato delle emissioni della UE

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista dei prossimi vertici comunitari, è andata a Praga, a parlare con un altro governo che, nella narrazione europeista, viene tratteggiato come “anti-UE” e “filo-Trump” – in un’Europa in cui la cesura con la potenza oltreoceano è insanabile. E infatti tutti devono reinventarsi “europeisti”: non che non lo fossero, ma potevano contare anche su altre leve.

Ne è infatti uscita una linea di attacco frontale ai meccanismi del mercato delle emissioni (ETS) integrata dal ricorso al nucleare, per salvaguardare la competitività delle filiere europee, di fronte agli effetti disastrosi delle scelte guerrafondaie degli imperialisti occidentali tutti, che hanno fatto impennare i costi dell’energia mettendo un’ipoteca sui modelli produttivi europei già in crisi.

Andando ai fatti, la prima ministra italiana si è dunque recata a Praga dove, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha incontrato il primo ministro ceco Andrej Babis. Un bilaterale culminato con la firma del “Piano d’Azione Italia-Repubblica Ceca 2026-2030”, un’intesa che spazia dalla difesa alle infrastrutture, fino alla cooperazione sui flussi migratori sul modello dell’intesa tra Roma e Tirana.

Soprattutto, i due governi hanno promosso la collaborazione attorno al nucleare di nuova generazione e ai piccoli reattori modulari (SMR), settore in cui la Repubblica Ceca vanta investimenti avanzati e sul quale anche l’Italia ha riavviato il proprio percorso. Ma che, ricordiamo, non esistono a livello commerciale e non risolverebbero davvero la crisi energetica: sono solo il cavallo di Troia per spingere verso un’industria profondamente connessa col complesso militare.

Ma è soprattutto in vista del Consiglio Europeo di ottobre che Roma e Praga hanno deciso di saldare le forze: l’obiettivo comune è convincere gli altri membri a una radicale revisione del sistema ETS (Emissions Trading System), il meccanismo che fissa un tetto massimo alle emissioni e vincola le aziende all’acquisto di quote onerose di carbonio per avere il “diritto” a inquinare.

I due governi hanno formalizzato quattro proposte concrete di intervento:

  1. rimodulazione dei meccanismi di distribuzione delle quote ETS a tutela dei settori più esposti alla concorrenza estera;
  2. limitazione della trasmissione diretta dei costi di carbonio sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità;
  3. potenziamento del monitoraggio e della vigilanza per arginare speculazioni sui titoli di emissione;
  4. rinvio dell’entrata in vigore del sistema ETS2, cioè della tariffazione del carbonio dei combustibili utilizzati per il riscaldamento domestico e per i trasporti.

Roma e Praga chiedono all’esecutivo comunitario di usare la Market Stability Reserve (MSR), cioè la riserva di certificati di emissione che, reimmessi in gran numero nelle compravendite, farebbero abbassare i costi di finanziamento di produzioni sottoposte a limiti di emissione. Una logica che era già stata fatta propria dalla revisione dell’ETS proposta dalla Commissione Europea stessa a luglio scorso.

Insomma, quello che ne viene fuori è un atteggiamento ancora più aggressivo (innanzitutto verso l’ambiente) di una tendenza che è già stata incorporata dalle politiche comunitarie. I governi Meloni e Babis ne propongono una riformulazione che punta in maniera ancora più spregiudicata sul nucleare e vuole abbandonare la “retorica verde”, dato che nei comparti relativi la sfida con la Cina è persa.

Nella ristrettezza di vedute della classe dirigente nostrana, comunque, questa pressione verso Bruxelles è legata soprattutto al modo con cui il governo arriverà alle prossime elezioni: aumento dell’inflazione, bollette in crescita, un declino industriale irreversibile che andrà peggiorando quando l’onda lunga della crisi dell’automotive tedesca arriverà nel Belpaese.

Tornata a Roma, infatti, la presidente del Consiglio ha rincarato la dose, criticando la timidezza di Bruxelles sulla revisione dell’ETS. E ha così annunciato l’invio di una lettera formale alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per chiedere che già all’Ecofin in Lussemburgo e al successivo Consiglio Europeo si torni a discutere di una maggiore flessibilità nei parametri di bilancio.

È, in sostanza, la riedizione del confronto che aveva portato alla revisione della clausola di salvaguardia per le spese sulla difesa, a cui è stata aggiunta la possibilità di essere adoperata anche per alcuni tipi di investimenti nel comparto energetico. E infatti Bruxelles, che ha ricevuto la lettera nella serata di ieri, ha già messo in chiaro che ha “già dato più flessibilità agli stati membri”.

Tornare di nuovo sui propri passi significherebbe, nei fatti, dichiarare che la gabbia dei vincoli europei è, se non infondata, quantomeno inadeguata alla fase storica che si vive. Ma in questo modo verrebbe meno anche la propaganda intorno all’austerità e allo smantellamento dello stato sociale, già messa a dura prova dal fatto che per le armi, invece, i soldi ci sono sempre.

Il nodo reale è che la classe dominante europea non ha altre idee, non ha altri modelli in testa, e non ha nemmeno gli strumenti, culturali e istituzionali, per pensarli. Intanto, un vertice a Palazzo Chigi si è riunito ieri per cominciare a discutere della prossima legge di bilancio. Abbiamo già scritto che la sua stesura sarà una grana per il governo, e la tempistica di questi eventi lo conferma. Allora, proprio su questo terreno e su quello del costo della vita, non bisognerà dare respiro all’esecutivo nei prossimi mesi.

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25/09/2026

Approvata al Senato la Legge Delega sul “nucleare sostenibile”, un assist alla guerra

Nonostante l’impegno su altri fronti, come una legge elettorale che restringe ancora di più gli spazi di democrazia, il Governo continua a puntare sul nucleare, e spinge sull’acceleratore. I prossimi passi prevedono l’implementazione dei decreti attuativi sulle varie materie oggetto della legge.

Lo aveva ricordato già la Meloni due settimane fa, ribadendo i cardini della “sicurezza energetica”: aumento dell’estrazione di idrocarburi in Italia e implementazione del nucleare.

Già di per sé, questo passo mostra come l’esigenza a cui si cerca di rispondere, nell’immediato e sul lungo periodo, non è quella di fronteggiare il cambiamento climatico, ma di ricorrere ad ogni mezzo possibile per aumentare la produzione energetica – soprattutto elettrica – in vista di una maggiore competizione economica e militare del continente.

Una competizione completamente a beneficio degli attori privati che guidano l’economia: le big tech, che richiedono sempre maggiore energia per i loro data center; le aziende coinvolte nella “cordata per il nucleare italiano” (dagli attori energetici come ENI a quelli militari come Leonardo); le startup come la Newcleo, che proprio ieri (neanche a farlo apposta!) è sbarcata in borsa per speculare sul mercato finanziario; le compagnie estrattive come la Reveille Resources PLC, che ha già iniziato ad accarezzare l’idea di esplorazioni minerarie in Italia alla ricerca di uranio.

Una competizione che diventa militare in un numero sempre maggiore di scenari, ed in cui il nucleare gioca un ruolo cardine: all'“Alleanza europea sul nucleare”, di cui è entrata a far parte anche l’Italia si affianca la più sinistra “Deterrenza avanzata” proposta dalla Francia a cui hanno già aderito nove paesi – mostrando come su questo piano si misuri la spinta europea all’integrazione industriale e militare, all’insegna di competizione e riarmo.

Queste decisioni hanno una ricaduta diretta sul nostro presente, e la avranno ancor di più sul nostro futuro: saremo noi a pagare queste scelte, in termini di sfruttamento dei territori, aggravamento della crisi climatica, implementazione di un’economia di guerra. Organizziamoci per fermarle!

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20/08/2026

Nucleare e guerra fuori dal pareggio di bilancio: la UE promuove morte e devastazione

La Commissione Europea ha emesso una nota sui criteri di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità, stabilendo una serie di deroghe ai vincoli. Dopo gli investimenti in difesa, vengono svincolati quelli energetici – in particolare per la prima volta gli investimenti nel nucleare figurano tra le voci che non rientreranno nel pareggio di bilancio.

Parlano di transizione ecologica ma investono in guerra e in una transizione energetica pienamente funzionale all’industria 4.0 e al progetto di indipendenza strategica del continente, con i costi ambientali altissimi che già quest’estate sperimentiamo a pieno: fiumi in secca e città roventi – mentre milioni di litri d’acqua alimentano i data center e le guerre dell’Occidente seminano morte e devastazione ambientale in tutto il mondo.

Già a inizio giugno la Meloni aveva rivendicato un ruolo nella decisione (ora ufficializzata) di scorporare dal pareggio di bilancio le misure in materia energetica, confermando la natura complementare delle politiche europee e nazionali che spingono sul ritorno al nucleare, con il DdL approvato alla Camera e pronto in autunno ad andare al Senato, per procedere poi con i decreti attuativi.

Proprio l’Italia è stata al centro di decenni di tagli inappellabili su scuola, sanità e pensioni in nome del pareggio di bilancio, distruggendo diritti e possibilità della popolazione. Oggi il progetto di rafforzamento europeo permette invece decine di miliardi di euro di deficit.

Miliardi che andranno nelle tasche delle aziende del settore, che senza aiuto statale non sarebbero mai capaci di sobbarcarsi i costi esorbitanti del settore nucleare, al contrario di quanto si continua a millantare. Questa decisione mette definitivamente in luce la natura del progetto europeo, che dirotta i fondi pubblici degli stati membri in spesa militare, nucleare e devastazione ambientale.

Fermiamoli, organizziamoci contro guerra e ritorno al nucleare in Italia!

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24/07/2026

Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta...

Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.

Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla”. 

Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.

Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo, anzitutto, a vederle una per una.

Guerra all’Iran

Trump ha anticipato in esclusiva al sito Axios, tramite il sedicente giornalista Barak Ravid – già ufficiale dell’intelligence israeliana, come membro della famigerata Unità 8200 – che “sta per prendere” la decisione di estendere gli attacchi contro Teheran ovviamente “in una misura mai vista prima” (non c’è mai nulla di “normale” nella narrativa del tycoon).

L’unico dubbio residuo riguarderebbe le “conseguenze”, che già si vedono sui mercati finanziari: petrolio sopra i 100 dollari al barile, borse di nuovo in calo, titoli di stato in svalutazione continua.

Il tutto, incredibilmente, giustificato con la difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz e le nuove perdite di soldati americani nelle basi colpite da missili e droni iraniani. Ovvero con due “conseguenze” della decisione “suggerita” da Netanyahu e dal Mossad di avviare una “guerra lampo”, ormai cinque mesi fa.

Fino al 27 febbraio, va ricordato, transitare per Hormuz era gratuito e sicuro, ed anche i soldati Usa nell’area campavano tranquilli, anche se per nulla amati. Allargare la guerra per tornare al punto di partenza non denota una profondità di pensiero strategico, anzi... 

Tanto più che tutti gli analisti militari statunitensi interpellati in queste settimane concordano sul fatto che una “guerra aerea” come quella condotta fin qui può raggiungere molti obbiettivi ma “ha dei limiti, che sono stati probabilmente raggiunti”.

Ottenere di più, contro un Paese che da 47 anni vive attendendo l’attacco di Usa e Israele, e che per questo ha sviluppato una capacità militare-industriale in città sotterranee, implica necessariamente “mettere gli scarponi sul terreno”, avviando operazioni di terra che comporterebbero sicuramente perdite significative di uomini e mezzi.

Ossia quel che preoccupa questa amministrazione, che vedere crescere l’ostilità alla guerra persino nel suo mondo “Maga” (+13% in un solo mese), e fa sempre più fatica ad ottenere il via libera del Congresso per aumentare la spesa militare (37 miliardi per questa guerra, finora, quelli dichiarati; ma sono sicuramente di più, visto che i danni subiti dalle basi nel Golfo sono stati fin qui ampiamente censurati).

La minaccia, insomma, dicono sempre gli ex militari interpellati, è per ora inconsistente, dato che non sono state portate nell’area truppe aggiuntive rispetto a cinque mesi fa. Si può insomma bombardare un po’ di più, commettendo anche qualche crimine di guerra in più, ma se l’Iran – come pare accertato – è disposto a resistere, non cambia granché.

Affermare ora, come fa il tycoon, che “distruggeremo un ponte o una centrale elettrica per ogni nave colpita nello Stretto” è un segnale di frustrazione che dura anche poco. Non è infatti assolutamente detto che le società proprietarie delle navi commerciali che devono passare per Hormuz siano disposte a farsi bombardare fidandosi delle promesse statunitensi (“vi proteggeremo noi”), neanche dietro la promessa di “usare i fondi congelati iraniani per risarcire i danni”, soltanto per dare a Trump una “buona scusa”.

Facciamo notare, en passant, che la restituzione di quei fondi era uno dei 14 punti del Memorandum e quindi di ogni possibile trattativa di pace futura. Usarli per altri scopi toglie una carta importante in mano agli Usa.

I dazi

Dopo che la Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da Trump – aveva bocciato la sua precedente ondata di aumenti tariffari per tutti i paesi del mondo, la storia sembrava chiusa.

Invece la Casa Bianca ha annunciato giovedì un nuovo ciclo di dazi fino al 12,5% contro 60 partner commerciali, evitando così la sospensione delle tasse sulle importazioni che sarebbe scattata proprio oggi.

La nuova ondata di tariffe sfrutta un’indagine avviata a marzo dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, per verificare se i partner commerciali avessero omesso di bloccare efficacemente le merci prodotte con “lavoro forzato”, considerato come un elemento di “concorrenza sleale” (non un crimine, ci mancherebbe).

Tutto dipende oltretutto da una valutazione unilaterale statunitense, secondo cui i paesi che hanno formalmente vietato il lavoro forzato “ma non lo applicano efficacemente” saranno soggetti a un dazio del 10%. Le merci di altre nazioni saranno soggette a un’aliquota del 12,5%.

Prudentemente petrolio e gas, alcuni fertilizzanti e alcuni prodotti alimentari provenienti in genere da paesi in cui il lavoro è semi-schiavistico sono tra le merci esentate, altrimenti ci sarebbe un’esplosione dei prezzi per l’improvvisa carenza di forniture.

L’amministrazione Trump si muove insomma alla ricerca di basi legali più solide per giustificare l’aumento delle tariffe da quando la Corte Suprema ha stabilito all’inizio di quest’anno che l’International Emergency Economic Powers Act – la legge invocata in quel caso – non autorizza il presidente a imporre dazi all’importazione.

La Casa Bianca, insomma, non ha cambiato la sua agenda in seguito al niet della Corte, ma ricorre a nuove leggi commerciali man mano che le precedenti autorizzazioni scadono o affrontano sfide legali. Una serie di trucchi ad hoc, o una serie di toppe messe su buchi che diventano sempre più larghi.

Il nucleare saudita

L’accordo con Riad siglato ieri è una bomba innescata. La concessione Usa viola infatti i trattati di non proliferazione nucleare esistenti, visto che non è in potere degli Stati Uniti di decidere unilateralmente chi può arricchire l’urano e chi no. Ma chissenefrega dei trattati e del diritto internazionale, ormai... Giusto?

In secondo luogo, secondo alcune versioni, questo programma nucleare sarebbe esentato dai controlli dell’Aiea. Secondo altre versioni invece no. In ogni caso viene decisamente indebolita la posizione Usa nel “contenzioso” con l’Iran, visto che non è possibile spiegare perché invece Teheran dovrebbe rinunciarvi mentre i vicini lo sviluppano.

In terzo luogo, la concessione sarebbe subordinata alla piena adesione dell’Arabia Saudita agli “Accordi di Abramo”, ovvero alla normalizzazione anche formale dei rapporti con Israele. Nelle stesse ore, però, l’ennesima marcia dei coloni sionisti sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, mostra l’ostacolo più grande proprio sulla strada della “normalizzazione”. Come può “il Custode della Mecca” – ossia la dinastia Saud – accettare che uno dei luoghi più sacri dell’Islam (sotto la sua “protezione” almeno religiosa) sia di fatto rapinato e requisito da Israele?

In quarto luogo, proprio Tel aviv è sempre stata ferocemente contraria allo sviluppo di capacità nucleari concorrenti con la propria (peraltro illegale, non avendo mai aderito agli accordi di non proliferazione né, tanto meno, accettando controlli dall’Aiea). Per questo aveva bombardato più volte l’Iraq sotto Saddam, nonché condotto campagne di eliminazione fisica di scienziati nucleari iraniani, attentati contro i laboratori, ecc.

Mantenere l’esclusiva in campo nucleare è per i governi sionisti “un’assicurazione sulla vita”. Avere ai confini una potenza nucleare è vissuto come una minaccia esistenziale, anche se si tratta dell’Arabia Saudita (che però, intanto, si era cautelata stringendo un accordo di mutua difesa con il Pakistan, che ha sia l’atomica che i missili per lanciarla).

La mossa Usa, insomma, pensata probabilmente per rafforzare l’alleanza con Bin Salman e magari farlo recedere dall’adesione ai Brics, innesca un nuovo e pesantissimo ordigno nel già non proprio pacifico Medio Oriente. Ovvero sotto la stabilità dei mercati energetici del mondo intero.

Si dice spesso che “c’è una logica dietro questa follia”. La molla è facilmente individuabile nella complessiva crisi di egemonia dell’imperialismo a dominanza Usa. Ma la risposta scomposta rivela che ci sono molte logiche in azione, non soltanto una. E quindi che la follia domina anche quando ogni singola mossa sembra essere “ragionata”.

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07/06/2026

L’UE approva lo sforamento di bilancio per l’energia, in Italia passa il dl sul nucleare

Due giorni fa (4 giugno, ndr), a esattamente 15 anni dal giugno 2011 in cui la popolazione italiana si espresse per la seconda volta contro la costruzione delle centrali a fissione in Italia, la Legge Delega sul “nucleare sostenibile” è stata approvata alla Camera dei deputati.

Un testo di legge dai tratti fumosi, pieno di retorica e ambiguità, che non ci consegna alcuna risposta alla crisi energetica e al rincaro delle bollette – frutto della guerra in cui ci stanno conducendo le nostre classi dirigenti e della totale assenza di controllo statale sul mercato – ma che raccoglie il favore di tutto quel padronato (da Orsini di Confindustria a Cingolani di Leonardo) che spera di ricavare il proprio appalto nel grande cantiere della rinuclearizzazione.

D’altra parte, se è vero che il Governo è in affanno anche sul contenimento dei prezzi del carburante, è vero anche che l’idea del ritorno al nucleare in Italia (da Cingolani a Pichetto-Fratin) ha sempre avuto alle spalle i progressivi adeguamenti normativi, strumenti economici e sostegno politico dell’Unione Europea. Infatti, proprio lo stesso giorno, il Commissario Europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis ha annunciato l’apertura dell’UE all’ampliamento della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità anche all’energia.

La “clausola di salvaguardia” prevista come parte del piano ReArm Europe/Prontezza per il 2030 proposto dalla Commissione europea nel marzo 2025, era stata attivata nel luglio 2025 dalla Commissione Europea per permettere uno scostamento del bilancio dell’1,5% del PIL a causa della “crescente esigenza di intensificare la capacità di produzione dell’industria europea della difesa”, col “fine di rafforzare la difesa collettiva dell’UE”.

Questa clausola viene estesa ora al “rafforzamento della resilienza strutturale del sistema energetico europeo e per accelerare la transizione fuori dai combustibili fossili”, prevedendo un ulteriore sforamento fino allo 0,3% del PIL ogni anno. Ma qual è l’exit strategy europea dai fossili?

Da che è stata approvata nel 2023 la tassonomia europea delle fonti sostenibili che ha re-introdotto la fissione nucleare come fonte che “non arreca danno significativo”, fino ad arrivare al RePowerEU sull’indipendenza energetica e le materie prime critiche, è chiaro che l’UE utilizza il paravento della sostenibilità solo come ulteriore leva per perseguire il proprio rafforzamento strategico, insieme alla difesa.

Lo stesso risvolto militare del nucleare inizia ad essere sempre meno uno spettro e sempre più un obiettivo, a cominciare dal proposito di Macron di mettere l’arsenale francese a disposizione di un ombrello atomico europeo, proposito a cui si sono uniti per ora altri otto Paesi.

“Per essere liberi, bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna avere potenza” – questo afferma il Presidente Francese pochi giorni prima che la Von der Leyen, durante il Nuclear Energy Summit scelga un taglio più sobrio “Credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il teatrino quindi è chiaro: siamo lontani anni luce dal proposito di aiutare le famiglie in difficoltà per il caro-bollette e soprattutto dal voler davvero contrastare la crisi climatica sempre più tangibile. Governo Meloni e Unione Europea dichiarano guerra all’ambiente, nascondendo queste politiche guerrafondaie ed ecocide dietro una finta transizione ecologica.

Smascheriamo questa bugia e organizziamoci per contrastarli! Ci vediamo il 20 giugno a Bologna per il convegno nazionale in cui approfondiremo questi temi e rilanceremo la mobilitazione ambientalista contro il Governo.

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02/06/2026

Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla

di Alessandro Volpi

La crisi energetica dei combustibili fossili, “la fame” dell’intelligenza artificiale, l’illusione dei bassi costi e del ridotto impatto ambientale del nucleare stanno spingendo in alto i titoli delle società che si occupano di questa forma di energia e stanno attirando nel settore i grandi gestori del risparmio internazionale. Le società che si occupano di energia nucleare si dividono principalmente in tre categorie: i produttori di energia (utility), i “minatori” di uranio e gli sviluppatori di nuove tecnologie.

Per quanto riguarda il primo gruppo, le utility, sono i titoli che hanno performato meglio grazie ad accordi con le Big Tech (Microsoft, Amazon, Google). In particolare, Constellation energy, che è il più grande operatore nucleare negli Stati Uniti, ha registrato tre il 2024 e il 2025 un tondo +100%, anche per la riapertura della centrale di Three Miles Island in seguito a un accordo ventennale con Microsoft. I suoi azionisti principali sono Vanguard Group (circa 11%), BlackRock (9%) e State Street. I tre “padroni del mondo”.

C’è poi Vistra Corp. Nel 2025 è stato uno dei migliori titoli dell’S&P 500, con crescite superiori al 150% in alcuni periodi. Vanguard Group è il primo azionista, con una quota che oscilla tra il 10% e il 12%, BlackRock, il secondo, con una quota intorno all’8-9% e State Street Corporation, il terzo, detiene circa il 4-5%. Nella proprietà sono presenti anche Fmr (Fidelity Investments) che detiene una quota significativa (circa il 5%), Capital Research & Management e Oaktree Capital Management. Nel 2024, Vistra ha completato l’acquisizione di Energy Harbor (operazione che le ha permesso di ottenere le centrali nucleari Beaver Valley, Davis-Besse e Perry). In questa operazione, alcuni dei precedenti azionisti di Energy Harbor (spesso fondi di investimento speculativi o specializzati in ristrutturazioni) hanno ricevuto azioni Vistra, entrando nella compagine sociale.

È evidente quindi che sul versante delle utility dell’energia, il nucleare è un oggetto ormai controllato dai grandi fondi, il cui obiettivo è trasferirvi risparmi gestiti, attraverso i propri prodotti finanziari, capaci di sfruttare e tenere alti i rendimenti dei titoli di tali società. Il nucleare diventa quindi il terminale di destinazione del risparmio globale per far reggere la bolla, naturalmente in una sinergia con l’azione delle Big Tech di cui gli stessi grandi fondi sono azionisti. Peraltro, Constellation e Vistra stanno aumentando i dividendi e i piani di riacquisto di azioni proprie grazie ai flussi di cassa stabili, in modo da essere ancora più appetitose.

I giganti dell’uranio sono fondamentalmente due. Il primo è Cameco, con sede in Canada, che è il principale produttore quotato in Borsa al mondo. Il suo titolo ha registrato un forte rialzo (+50% nel 2025) e ha migliorato i propri conti per effetto del possesso del 49% di Westinghouse, che, come è noto, costruisce i reattori. Anche qui gli azionisti principali sono i grandi fondi, a partire da BlackRock e Vanguard, insieme a Brookfield asset management (tramite la partnership per Westinghouse). L’altro gigante è Kazatomprom, il più grande produttore mondiale in termini di volume. In questo caso il controllo è del fondo sovrano del Kazakistan (Samruk-Kazyna) per il 75%, il resto è quotato a Londra e Astana, con una forte presenza dell’immancabile BlackRock.

Infine, per quanto riguarda la tecnologia un hanno rilievo importante le società che sviluppano mini-reattori prefabbricati, i cui titoli sono più volatili e ancora più speculativi. Solo per ricordare alcune di tali società è possibile citare NuScale Power, la prima ad avere un design approvato negli Stati Uniti, Oklo, sostenuta da Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI), GE Vernova, spin-off di General Electric. Di nuovo gli azionisti sono i grandi gestori del risparmio a cominciare da T. Rowe Price e proprio Vanguard.

Questa breve fotografia del settore consente di fare alcune considerazioni di natura generale. In primo luogo, i titoli di tutte queste società stanno correndo al rialzo, configurando un’ulteriore bolla. Inoltre, a sostenere la speculazione contribuisce la presenza nel loro azionariato dei grandi gestori che stanno drenando il risparmio diffuso in tale direzione e creando una vera e propria filiera di destinazione delle risorse liquide disponibili verso nucleare, Big Tech e società di cui le Big Tech hanno bisogno, a partire dal cloud, in una catena nelle mani di un vero e proprio monopolio finanziario. Un ulteriore, decisivo sostegno proviene dalla politica, nel cui ambito cresce il numero delle forze partitiche che celebrano il nucleare come la soluzione inevitabile per la crisi energetica. Infine, nella stessa direzione si muovono le narrazioni mediatiche che legano l’insicurezza energetica determinata dalle guerre “all’errore” per molti Paesi di aver abbandonato le centrali atomiche.

Basta mescolare questi ingredienti e la bolla nuclearista è servita, in cui uno spazio, seppur limitato, ha anche il nucleare “finanziario” italiano. La società Newcleo è una realtà con sede a Parigi, fondata e guidata da Stefano Buono e con una base azionaria fortemente italiana, avendo tra gli investitori gli Elkann di Exor Seeds, esponenti della famiglia Malacalza e veicoli riconducibili alla famiglia Petrone. Tale società, in cui sembra che anche il Governo Meloni voglia mettere qualche decina di milioni di euro, sta completando il percorso di quotazione a Wall Street, con sbarco previsto sul Nasdaq nel secondo semestre del 2026 attraverso la fusione con una Special purpose acquisition compan (Spac), in pratica una scatola vuota, in un’operazione che valuta la società circa 2,4 miliardi di dollari. Lo schema è simile a quello utilizzato da altre startup del settore nucleare. Newcleo si fonderà con la Spac newyorkese NewHold Investment Corp III: una simile operazione dovrebbe iniettare nelle casse dell’azienda ben 420 milioni di dollari. La società, essendo ancora molto lontana dalla fase commerciale, non è oggi redditizia e, anzi, nel 2024 avrebbe registrato perdite per circa 110 milioni di dollari. Meglio, allora, intanto guadagnare in termini finanziari e a godere della cuccagna nuclearista.

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14/04/2026

Fukushima 15. Vivere con gli hot spot radioattivi e lo stigma, mentre il governo giapponese spinge per più reattori


Riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato da Thomas A. Bass su Bulletin of the Atomic Scientists, un’inchiesta approfondita sull’eredità del disastro nucleare di Fukushima che nel 2011 sconvolse il Mondo ma che è stato velocemente nascosto sotto al tappeto in primis dal governo giapponese, che pure deve continuare a farci i conti. In particolare sono i “querelanti” gli unici a mantenere viva la memoria dell’evento e la guardia alta sulle conseguenze che ancora oggi riguardano loro e tutta la nazione.

Se, infatti, il governo nega che quello di Fukushima sia un disastro ancora in corso, il terreno da smaltire, l’acqua di raffreddamento dei reattori fusi sversata nell’Oceano Pacifico e lo stato arretrato dei lavori di decommissioning parlano chiaro. Il Primo Ministro addirittura usa la terra prelevata dalle aree limitrofe per coltivare i fiori nel proprio ufficio come spot per minimizzare l’impatto di scelte come quella di utilizzare quella stessa terra nell’edilizia di tutto il Giappone.

Ritroviamo lo stesso atteggiamento delle istituzioni giapponesi in chi, anche da noi, fa attivamente lobbying per l’energia nucleare, e cerca di affermare che l’evento non abbia avuto strascichi ambientali, sanitari e sociali rilevanti. La fissione continua ad essere spacciata per “sostenibile”, ed è la stessa Unione Europea che usa ancora oggi questo tema come paravento per sostenere la diffusione in tutti i propri Paesi di una tecnologia che per Bruxelles ha una rilevanza strategica, soprattutto dal punto di vista militare.

Abbiamo ben chiaro che le scelte politiche delle classi dirigenti ricalcano la supremazia del mercato sull’interesse collettivo e sono guidate dalla necessità di competizione economica e bellica. Quest’ordine di priorità diventa preoccupante quando parliamo di nucleare, dal momento che le criticità vengono accantonate, le soluzioni valutate secondo un criterio di economicità e infine lo Stato funge da paracadute quando c’è da gestire un’eredità impossibile da maneggiare per una compagnia da sola.

Anche nel caso di Tepco (l’azienda che ha in gestione i reattori di Fukushima) è stato lo Stato a ricapitalizzarla dopo il disastro, e la maggior parte delle spese (risarcimenti, decontaminazione, smantellamento e gestione delle acque contaminate) sarà a carico dei contribuenti per un costo probabilmente doppio rispetto all’iniziale preventivo di 200 miliardi di euro.

I temi che emergono tra le righe di questa inchiesta mettono in luce la sconsideratezza di chi ancora parla della fissione come di una necessità irrinunciabile nel presente. Quello che ci da’ Fukushima è invece un piccolo assaggio di ciò che ci riserverebbe in futuro.

Buona lettura

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La parola dell’anno scorso in Giappone è stata “orso”. Gli avvistamenti di orsi neri sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. Ci sono stati 200 feriti e 13 morti. Okuma, che significa “grande orso”, è una città sulla costa orientale del Giappone. Ma non sono gli orsi ciò che gli abitanti di Okuma temono di più. È la radiazione.

Okuma è la città più vicina ai tre reattori nucleari che si sono fusi nella centrale di Fukushima Daiichi l’11 marzo 2011. Quel giorno, un terremoto di magnitudo 9.0 e uno tsunami distrussero i generatori di emergenza e le pompe di raffreddamento di tre reattori carichi di combustibile nucleare. Un quarto reattore non conteneva combustibile, ma il suo edificio, pieno di idrogeno proveniente dall’unità vicina, esplose insieme agli altri tre.

L’onda che si abbatté sulla costa orientale del Giappone uccise 20.000 persone, molti dei cui corpi furono trascinati in mare e mai recuperati. Con l’aumento dei livelli di radiazione attorno ai reattori distrutti, 160.000 persone furono evacuate da Okuma e da altre 11 città.

Un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale, un’area grande il doppio di New York, fu dichiarato zona di esclusione nucleare. Colpito da una tempesta di neve anomala che ricoprì la città di cesio-137 e altri radionuclidi, anche Iitate, un villaggio a 60 chilometri a nord-ovest, fu evacuato.

Quindici anni dopo, 4.000 lavoratori lottano per controllare il disastro in corso. I tre reattori fusi rimangono così radioattivi da distruggere i robot inviati per esplorare i danni. Nessuno sa esattamente dove si trovi il combustibile fuso o quanto in profondità si sia infiltrato sotto le basi di cemento dei reattori, forse fino al terreno. L’acqua usata per raffreddare i reattori è immagazzinata in più di 1.000 serbatoi, che hanno raggiunto la capacità massima nel 2023.

Quest’acqua di raffreddamento, che Tepco inizialmente sosteneva fosse pulita e che viene scaricata nell’Oceano Pacifico dal 2023, è risultata contaminata da 62 radionuclidi, tra cui cesio, stronzio e plutonio. Due piscine di combustibile, piene di combustibile nucleare esaurito, devono ancora essere svuotate. Sono posti in modo precario sopra le unità 1 e 2, che sono grovigli di metallo esploso pronti a crollare e riversarsi nell’oceano.

Microparticelle cariche di cesio provenienti da Fukushima sono state trovate nei filtri dell’aria in tutto il Giappone. Percorrendo le autostrade nella prefettura di Fukushima, alcuni dei grandi cartelli stradali verdi che normalmente indicherebbero città e uscite sono stati sostituiti da pannelli che mostrano i livelli di radiazione, espressi in microsievert all’ora. (Il microsievert misura l’effetto biologico delle radiazioni ionizzanti sui tessuti umani).

Questi valori possono aumentare fino a livelli pericolosi a seconda della direzione del vento. Il materiale radioattivo disperso dai reattori distrutti ha reso le foreste di Fukushima – che coprono tre quarti della zona di esclusione nucleare – pericolose da attraversare. I cinghiali che un tempo venivano cacciati qui, così come le piante e i funghi raccolti per alimentarsi, sono troppo radioattivi per essere consumati.

Nonostante tutte le prove contrarie, il governo giapponese nega che Fukushima sia un disastro ancora in corso. «La situazione è sotto controllo», dichiarò l’allora primo ministro Shinzo Abe al Comitato Olimpico Internazionale mentre sosteneva la candidatura del Giappone per ospitare le Olimpiadi estive del 2020 (poi rinviate al 2021 a causa della pandemia di COVID-19). Soprannominate le “Olimpiadi della Ripresa”, la torcia olimpica attraversò le città spopolate di Fukushima prima che i primi eventi si svolgessero in uno stadio di baseball nella città di Fukushima.

Okuma è il fulcro del piano governativo per il reinsediamento di Fukushima. Il governo ha speso milioni di dollari per decontaminare le strade e ricostruire la stazione ferroviaria e altri edifici pubblici. Generosi sussidi e istruzione gratuita vengono offerti a chiunque sia disposto a trasferirsi a Okuma.

Nonostante una nuova palestra, un hotel e un appartamento dimostrativo dove si può vivere per una settimana per testare i servizi della città, Okuma conserva l’aria malinconica di un luogo che non si è ancora ripreso da un grande disastro. In una città che un tempo contava 11.000 abitanti, la popolazione oggi supera di poco le 1.000 persone, metà delle quali nuovi arrivati. È ancora pericoloso entrare nei boschi o attraversare i lotti invasi dalle erbacce, molti dei quali ospitano case abbandonate.

Alcuni degli sforzi del Giappone per rilanciare l’area hanno avuto successo. Altri interventi hanno creato ingiustizie e stigma. L’esperienza vissuta dalle persone che si reinsediano nella zona di evacuazione rivela un disastro ancora in corso a Fukushima – un disastro poco conosciuto sia in Giappone sia nel resto del Mondo.

Il piano di reinsediamento del Giappone

I 160.000 rifugiati nucleari di Fukushima, ufficialmente definiti sfollati interni (IDP), sono fuggiti verso altre parti del Giappone oppure sono stati ospitati nelle vicinanze in alloggi temporanei, la cui dimensione era misurata in base ai tatami (stuoie tradizionali per dormire, circa 90 × 180 cm). Una struttura di otto tatami era considerata sufficientemente grande per una famiglia.

Gli sfollati hanno ricevuto sussidi abitativi fino al 2017, quando il governo ha dichiarato alcune aree della zona di esclusione nucleare di Fukushima nuovamente aperte al reinsediamento. Questo tentativo di spingere le persone evacuate a tornare nella zona contaminata è stato criticato dai relatori delle Nazioni Unite per i diritti umani, e le città più colpite di Fukushima hanno ancora oggi solo pochi abitanti.

Il governo sostiene che il numero attuale di sfollati sia di 30.000 persone. Le Nazioni Unite ritengono che il numero reale possa essere il doppio. La spinta al reinsediamento nella “zona rossa” di Fukushima è iniziata nell’aprile 2011, quando il limite di esposizione alle radiazioni consentito è stato aumentato di venti volte, passando da 1 millisievert all’anno a 20.

Un millisievert all’anno resta il limite consentito nel resto del Giappone, mentre 20 millisievert all’anno era in precedenza il limite previsto per i lavoratori delle centrali nucleari. Questa differenza spiega perché molte donne, in particolare quelle con bambini piccoli, abbiano resistito al ritorno a Fukushima, nonostante le nuove scuole e i sussidi che coprono spese come i pasti nei ristoranti locali o l’iscrizione in palestra.

Furono costruite imponenti barriere marine lungo la costa orientale del Giappone. Fukushima venne disseminata di inceneritori che bruciavano i detriti lasciati dall’onda, che si era spinta fino a 30 chilometri nell’entroterra. La decontaminazione dell’area ha incluso un progetto faraonico per rimuovere e insaccare tutto il terriccio superficiale contaminato da cesio-137.

Circa 100.000 lavoratori, protetti da tute e maschere, si sono riversati su campi e fattorie di Fukushima, raschiando via cinque centimetri di suolo e accumulandolo in enormi piramidi di sacchi di plastica nera.

I livelli di radiazione nei centri abitati e nei cortili scolastici sono stati ridotti, ma basta una breve passeggiata nelle aree erbose vicine perché l’ago di un dosimetro salga rapidamente. Lo stesso accade durante le tempeste invernali, che trascinano materiale radioattivo dalle montagne. Nelle colline boscose che circondano la costa, non esiste alcun modo per ridurre la radioattività di Fukushima se non aspettare il decadimento del cesio-137, che ha un’emivita di 30 anni.

Quanto bisogna aspettare? Dopo circa 300 anni, cioè dieci emivite, la quantità di questo isotopo radioattivo si ridurrà a un millesimo rispetto a quella iniziale. Altre strategie di decontaminazione hanno dato risultati contrastanti. Grandi squarci sui pendii mostrano dove la sabbia è stata estratta e riversata nelle risaie di Fukushima.

Con i complessi sistemi di drenaggio distrutti dai macchinari pesanti, privi del suolo fertile e ricoperti di sabbia e ghiaia, molti campi di riso sono stati abbandonati e la produzione è scesa a poco più della metà rispetto al periodo precedente al 2011. Molti campi di Fukushima sono oggi coperti da pannelli solari. Altri ospitano progetti statali per lo sviluppo di celle a combustibile a idrogeno o droni.

Fa parte dello sforzo del governo per trasformare Fukushima in quella che definisce la “costa dell’innovazione”, iniziando con progetti dimostrativi che si spera possano evolvere in attività economiche. Un’altra vasta area di terreni agricoli abbandonati ospita il costoso Museo commemorativo del grande terremoto del Giappone orientale e del disastro nucleare. Aperto nel 2020, il museo è attualmente in fase di ampliamento per includere un hotel, un centro congressi e forse persino un campo da golf.

Una città di Fukushima, come Iitate, può essere considerata decontaminata anche quando viene rimosso appena il 15% del suolo radioattivo. Questo crea una sorta di effetto “ninfea”: le persone possono spostarsi in sicurezza saltando da una zona bonificata all’altra o percorrendo stretti sentieri tra punti ad alta radioattività. Una legge approvata nel novembre 2011 stabilisce che tutto il suolo radioattivo di Fukushima, circa 15 milioni di metri cubi, dovrà essere rimosso dalla prefettura entro il 2045.

Poiché nessun luogo si è offerto di accoglierlo, il governo ha deciso di distribuirlo in tutto il Giappone. La maggior parte del terreno contaminato è stata depositata in una discarica costruita sulla scogliera dietro i reattori distrutti. Qui gli elementi più radioattivi vengono separati dal resto del suolo e confinati in bunker di cemento.

Il terreno con meno di 8.000 becquerel per chilogrammo di radioattività, che il Ministero dell’Ambiente definisce “Happy Soil” (“suolo felice”), viene preparato per essere distribuito nel Paese e utilizzato in discariche e progetti edilizi. (Il becquerel è un’unità di radioattività che corrisponde a una disintegrazione nucleare al secondo.)

Un carico di “Happy Soil”, descritto come “rigenerato e robusto”, è stato recentemente sparso nelle aiuole davanti all’ufficio del Primo Ministro a Tokyo. «Si tratta di un livello pericoloso di radioattività», afferma Yukio Shirahige, che ha lavorato per 36 anni come addetto alle pulizie alla centrale di Fukushima Daiichi, occupandosi anche di fuoriuscite.

«A questi livelli bisogna indossare guanti e dispositivi di protezione. Se avevi tagli o ferite aperte, venivi allontanato dal lavoro». Con livelli fino a 8.000 becquerel per chilogrammo, questo terreno non è adatto alla coltivazione di cibo (il limite massimo di radioattività consentito negli alimenti in Giappone è di 100 becquerel per chilogrammo).

Il Giappone ha adottato questa strategia per ridurre il pesante fardello su Fukushima e accelerare la ripresa dell’area. Ma Shirahige sospetta un altro motivo: «Se tutto il Giappone è contaminato, allora Fukushima sembrerà essersi ripresa perché appare uguale al resto del Paese». In realtà, anche il resto del Giappone è già contaminato.

I rilevatori di radiazioni lungo le autostrade misurano la radiazione gamma, dovuta alla presenza di cesio-137. Studi recenti hanno scoperto che microparticelle altamente concentrate contenenti cesio, formatesi durante la fusione del nocciolo dei reattori e diffuse in tutto il Giappone, potrebbero essere molto più pericolose se inalate rispetto all’esposizione esterna al cesio.

«Ne discuto con i miei amici», dice Shirahige. «Noi che abbiamo lavorato a Fukushima crediamo che inalare polvere o ingerire particelle radioattive, che causano danni a lungo termine ai polmoni e ad altre parti del corpo, sia più pericoloso dell’esposizione esterna alle radiazioni». Shirahige pulisce regolarmente la sua casa, cercando di rimuovere la polvere, e misura la radioattività in ogni stanza. «Le finestre lasciano passare l’aria quando soffia il vento, e non riesco mai a portarla a zero», afferma.

L’indagine ufficiale sul disastro di Fukushima lo ha definito un fallimento “made in Japan”, dovuto a un’industria nucleare segnata da cattura regolatoria, leadership autoreferenziale, ingegneria difettosa e decisioni al risparmio disastrose, come la mancata costruzione di una barriera marina adeguata o la mancata protezione dall’acqua di generatori e pompe.

Il disastro di Three Mile Island poteva essere liquidato come errore umano. Quello di Chernobyl poteva essere attribuito a errori umani e a una tecnologia sovietica inferiore. Fukushima era diverso. Il peggior disastro industriale del Mondo è avvenuto in un Paese industrializzato avanzato con 54 reattori nucleari, che fornivano un terzo dell’elettricità del Giappone.

Il costo finale per contenere i reattori distrutti, stoccare i rifiuti e ricostruire parti della zona di esclusione nucleare potrebbe superare i 1.000 miliardi di dollari – circa un quarto dell’economia annua del Giappone. Eppure, il governo sembra ignorare la storia e la geologia del Paese mentre spinge per riavviare i reattori in un arcipelago colpito ogni anno da oltre 1.000 terremoti.

Raggiungere la maggiore età

Ogni anno, a gennaio, il Giorno della Maggiore Età, una festa nazionale in Giappone, celebra i ragazzi che compiono 20 anni e diventano cittadini a pieno titolo. Quest’anno, Okuma ha tenuto la sua cerimonia un sabato pomeriggio. L’evento somigliava a una cerimonia di diploma scolastico, ma era più solenne.

Le ragazze indossavano eleganti kimono furisode con elaborati fiocchi. Anche i ragazzi in Giappone a volte vestono abiti tradizionali come gli hakama e giacche corte, ma a Okuma portavano abiti neri con cravatta. Dieci giovani raggiungevano la maggiore età: cinque ragazzi e cinque ragazze.

La cerimonia si è svolta in un auditorium percorso da lunghe file di politici e funzionari locali seduti. Si sono susseguiti molti inchini e numerosi discorsi, nessuno dei quali pronunciato dai giovani festeggiati. I media nazionali stavano seguendo l’evento e, a tratti, il palco era più affollato di fotografi che di partecipanti. Era un giorno importante per Okuma: rappresentava una sorta di rinascita simbolica dopo il disastro nucleare, un nuovo inizio per la città. Questi giovani avevano cinque anni quando erano fuggiti dalla zona.

Ma cosa significa davvero il loro ritorno a Okuma, nel momento in cui passano dall’adolescenza all’età adulta?

Purtroppo, l’evento non era ciò che sembrava. Senza il disastro nucleare, la città avrebbe avuto 135 giovani adulti che avrebbero raggiunto la maggiore età quest’anno. Invece, solo 10 studenti sono tornati per la cerimonia, percorrendo lunghe distanze per arrivare all’auditorium, poiché nessuno di loro vive a Okuma.

«Mi dispiace dirlo, ma non conosco nessuna di queste persone. Non le ho mai viste prima», afferma Takumi Sakamoto, un giovane esile che studia sociologia all’Università Hosei di Tokyo. Lo stesso vale per gli altri partecipanti: i loro registri familiari ufficiali sono a Okuma, ma questi giovani stanno tornando in una città che ormai non conoscono più.

Almeno Takumi ha un buon motivo per essere qui: intende scrivere la sua tesi sul trauma nucleare di Fukushima e su come le persone stanno affrontando un disastro che continua ancora oggi.

Vivere con gli hot spot radioattivi

Con notevole ingegno e autonomia, le persone a Fukushima convivono con alti livelli di radioattività. Questi Argonauti dell’Antropocene stanno imparando come decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di citizen science per controllare il cibo e monitorare i livelli di radiazione. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chornobyl (come ora si scrive) per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.

Ai Kimura, regista e ricercatrice principale presso Tarachine (il Laboratorio della Radiazione delle Madri a Iwaki) con un budget annuale di un milione di dollari, proveniente principalmente da donazioni, è impegnata come sempre. Gestisce una clinica per bambini e un laboratorio dotato di attrezzature sofisticate, comprese nuove macchine per monitorare trizio, stronzio e cesio nell’acqua di raffreddamento che Tepco ha iniziato a rilasciare nell’Oceano Pacifico nel 2023. (Tepco, la Tokyo Electric Power Company, possiede la centrale nucleare di Fukushima e altri reattori in Giappone). 

«Il governo non ci forniva le informazioni che volevamo, o ce le dava con settimane o mesi di ritardo», afferma Kimura. «Noi siamo madri. Ci sono cose che dobbiamo sapere subito per prenderci cura dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non è che la crisi sia finita. Non si vede una fine. Il governo vuole che la gente pensi che tutto stia migliorando, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma questo non è vero. Abbiamo visto aumentare i livelli di radiazione in alcune situazioni. Abbiamo visto parchi e scuole recontaminati. Dobbiamo monitorare costantemente e non dimenticare mai. La necessità di testare l’acqua, il suolo, il cibo e la salute delle persone a Fukushima è continua, e ci attendono ulteriori pericoli derivanti dagli effetti ritardati della radiazione». 

Sentirsi traditi

Tepco prevede di scaricare 22 trilioni di becquerel di trizio all’anno nell’Oceano Pacifico nei prossimi 20-30 anni. Questo è meno del trizio rilasciato dai reattori nucleari canadesi, che scaricano più di 3.000 trilioni di becquerel all’anno nel fiume San Lorenzo. Ma l’acqua di raffreddamento dei reattori funzionanti non è la stessa cosa dell’acqua contaminata da barre di combustibile fuse, che contengono un miscuglio di altri radionuclidi.

In più occasioni, Tepco è stata sorpresa a falsificare i dati sulla sicurezza e a coprire incidenti. Nel 2018, l’azienda è stata costretta ad ammettere che la sua acqua trattata era ancora contaminata da plutonio, stronzio e cesio – 62 radionuclidi in totale – a livelli, in alcuni casi, migliaia di volte superiori ai limiti normativi.

Tepco riconosce che fino a due terzi dell’acqua di raffreddamento nei suoi serbatoi rimane contaminata. A corto di liquidità, la compagnia ha annunciato a gennaio che avrebbe ridotto di 26 miliardi di dollari le spese. Questo rallenterà ulteriormente lo smantellamento dei reattori fusi.

«Ci sentiamo traditi», afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative di Pesca di Iwaki. «Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno deciso di farlo comunque». 

Uomo robusto con una giacca da lavoro blu, Sawada era visibilmente turbato l’ultima volta che l’ho incontrato, nel 2022. All’epoca, il Giappone riportava la cattura di uno scorfano radioattivo, che irradiava 18.000 becquerel per chilogrammo di cesio 137, 180 volte il limite legale, nel porto di Shinchi, a 35 miglia a nord di Fukushima Daiichi.

Lo scorfano si unì alla lista di 44 specie che, a un certo momento, erano state vietate alla vendita in Giappone. I pesci d’acqua dolce provenienti dai fiumi di Fukushima sono ancora vietati a causa dei livelli elevati di radioattività, ma lo scorfano e altre 200 specie marine sono di nuovo considerati sicuri, almeno per ora. La flotta di pescherecci di Fukushima è ridotta della metà rispetto a prima e il pescato è un quarto di quello di un tempo. I giorni consentiti per la pesca sono limitati.

«Non riusciamo a vendere i nostri pesci come una volta», afferma Sawada. «Riceviamo meno soldi per i nostri pesci rispetto ad altre prefetture». La lista dei Paesi che vietano l’importazione di alimenti da Fukushima include Russia e Cina. «Finché i danni continueranno, vogliamo essere risarciti», aggiunge Sawada.

I criteri sono complicati e i sussidi potrebbero terminare presto, ma almeno per il momento, i pescatori di Fukushima vengono pagati per i giorni in cui non pescano e per i pesci che sono costretti a vendere a prezzo scontato. «I soldi li paga Tepco», dice Sawada, «ma in realtà vengono dal governo». (Tepco è stata di fatto nazionalizzata dopo che la compagnia è stata salvata con un’infusione di capitale di 1.000 miliardi di yen, pari a 12,5 miliardi di dollari, nel 2012). 

Da soli

Tomoko Kobayashi mi mostra l’asilo che frequentava da bambina. Con un orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente com’erano l’11 marzo 2011, l’asilo è stato preservato come memoriale del terremoto del Tōhoku.

È uno dei diversi memoriali costruiti a Odaka, una città che un tempo contava 13.000 abitanti e ora ne ha un terzo. «Dobbiamo farlo per noi», dice Tomoko. «Dobbiamo ricordare cosa è successo. Dobbiamo sapere com’era la vita e come le persone sono sopravvissute al disastro. Questo archivio ci aiuterà a ricostruire la città». 

Odaka è la città più autosufficiente e creativa di Fukushima, in buona parte grazie a Tomoko. Possiede la pensione a 13 camere lungo la strada dal suo vecchio asilo. Si tratta di un ryokan tradizionale con bagni caldi separati per uomini e donne, ma poco riscaldamento altrove, tranne in una stanza centrale con un lungo tavolo, ingombro di libri, opuscoli, mappe, disegni e progetti per le decine di iniziative che Tomoko ha contribuito a lanciare con gli ospiti che si riuniscono ogni sera per il pasto comune.

Per riaprire il suo ryokan, Tomoko e Takenori, suo marito, prima della sua morte nel 2024, hanno raccolto volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto a fondo e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare la loro alimentazione, e successivamente il laboratorio ha iniziato a testare il cibo per tutta Fukushima. Ogni anno raccoglievano altri volontari per percorrere le fattorie e i campi di Fukushima, mappando gli hot spot radioattivi.

Hanno organizzato quattro viaggi a Chornobyl per studiare la vita in un’altra zona rossa radioattiva. Tomoko ha pubblicato tre volumi di interviste con i sopravvissuti di Fukushima. Ha filmato i suoi viaggi e gli eventi mentre rianimava i festival tradizionali della città e sosteneva nuove attività e ristoranti. Con un’incessante allegria, lavorava come una sorta di ragno benevolo, tessendo connessioni tra tutti coloro che si sedevano al suo tavolo.

L’ultima iniziativa che ha contribuito a lanciare è l’Oretachino Denshokan (comunemente abbreviato in Oreden). Significa “il nostro museo memoriale”: Oreden è una galleria di sculture, uno spazio d’arte, un museo, uno studio di ceramica e una biblioteca, installata in un ex magazzino decontaminato e ricostruito da una squadra di 250 volontari provenienti da tutto il mondo.

Vivere di sussidi

Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un ottimo anno nel 2025. Le risaie nella sua valle non sono state fortemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e grandi quantità di materiale organico, Sato ha ripreso a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017.

Uomo magro e dall’aspetto distinto, la sua azienda agricola include droni per monitorare i campi, trattori automatizzati e una grande sala riunioni con un monitor televisivo e diverse lavagne bianche. Sato stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello di un tempo.

All’inizio, il governo gli imponeva di controllare i livelli di radiazione in ogni sacco di riso, anche in quelli piccoli venduti a prezzo ridotto. Ora controlla un sacco ogni 50. L’anno scorso, il Giappone ha affrontato una grave carenza di riso. I prezzi sono aumentati del 50% e Sato ha avuto un raccolto eccezionale.

Da allora ha raddoppiato i suoi terreni e ora gestisce la più grande azienda agricola cooperativa di Fukushima, con 15 dipendenti. Sta sperimentando la coltivazione di altre colture come mais e soia. Nel frattempo, un flusso costante di funzionari del Ministero dell’Economia giapponese e di altri visitatori sfila nella sua sala riunioni, consultando Sato su come migliorare l’economia di Fukushima.

Anche Haruo Ono ha avuto un buon anno. Possiede una nuova barca da pesca, comandata da uno dei suoi tre figli. Gestiscono un peschereccio costiero di circa 15 metri dal porto di Shinchi, il porto più a nord di Fukushima. Il pescato è stato buono l’anno scorso e non sono più comparsi scorfani radioattivi. Ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima Daiichi. Parla con amarezza, quasi gridando per la frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte di Tepco. «La trattano come fosse una fogna», dice.

Con i capelli neri tagliati corti su un volto segnato dal vento e dalle intemperie, Ono è ancora limitato a pescare non più di 12 giorni al mese. «Tepco prevede di porre fine ai sussidi entro la fine dell’anno», dice. «Io mi opporrò, perché non hanno ancora completato lo smantellamento. Non ci dicono nemmeno quando rilasciano l’acqua contaminata. La maggior parte di noi pescatori è ormai calma e non si lamenta, ma anche se protestassimo, le nostre voci non arriverebbero fino a Tokyo. Il governo non perde mai. Non si scusa mai. Non si assume mai la responsabilità di ciò che ha fatto. Nessuno fuori parla più di Fukushima, ma noi non ci siamo ancora ripresi». 

Un’altra persona intraprendente che cerca di rilanciare l’economia locale è Yuji Onuma. Personaggio grande e carismatico, Onuma ha lavorato per otto anni come attore professionista a Tokyo interpretando Jean Valjean, il protagonista de I Miserabili di Victor Hugo. Attualmente gestisce un’azienda di energia solare nella prefettura di Ibaraki, a nord-est di Tokyo.

Il prezzo dell’elettricità che vende a Tepco sta diminuendo, ora che il governo spinge per riavviare i reattori nucleari giapponesi messi fuori servizio. Onuma percorre spesso in auto le quattro ore che lo separano dalla sua città natale, Futaba, dove si prende cura delle tombe di famiglia e affitta quattro appartamenti.

Futaba, che un tempo contava 7.000 abitanti, è la “cugina povera” della vicina Okuma. La città ospitava due dei sei reattori di Fukushima Daiichi e stava cercando di costruirne altri due quando la centrale esplose. Il nuovo e costoso museo memoriale di Fukushima si trova a Futaba, ma sulla costa, fuori dal centro abitato.

«Guardate laggiù», dice Onuma mentre camminiamo davanti alle case abbandonate lungo quella che un tempo era la strada principale. «Hanno costruito una sopraelevata. Ora chi va al museo può uscire dall’autostrada e passare direttamente sopra Futaba».

In cerca di giustizia

Incontro la “Querelante n. 8” una mattina a colazione nel nostro hotel. È una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha aderito a una causa contro Tepco, chiedendo un risarcimento per l’esposizione alle radiazioni subita durante l’infanzia.

“Querelante n. 8” è il modo in cui viene identificata nel procedimento, dagli avvocati e dalla stampa. Deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone provenienti da Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate pericolose a livello personale e dannose politicamente per la reputazione del Giappone.

Il cancro alla tiroide era un tempo raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone – mille volte superiore rispetto a prima del disastro.

La Querelante n. 8 ha subito l’asportazione della tiroide a 17 anni. «Ero anestetizzata, ma avevo gli occhi aperti e ho pianto per tutta la durata dell’intervento. Ancora oggi, raccontare quell’esperienza mi fa tremare le gambe. Ho sofferto meno di altre persone, ma a volte mi ritrovo ancora a piangere in modo incontrollabile». 

La Querelante n. 8 è ufficialmente registrata come disabile dopo un esaurimento nervoso. Durante il processo, le sono stati concessi cinque minuti per raccontare la sua esperienza. La giovane donna ed io camminiamo fino al nuovo museo del patrimonio di Odaka, dove mi mostra una foto di sé inginocchiata davanti a una delle installazioni.

Mariko Gelman, un’artista proveniente da Chornobyl, è venuta a Fukushima e ha installato una scultura intitolata “Transparency Japan”. La scultura è un muro di mattoni illuminati, ciascuno contenente una scatola di medicinali per le pillole che le vittime di cancro alla tiroide a Chornobyl e Fukushima devono assumere per il resto della loro vita.

Ruiko Muto, cofondatrice del 3.11 Fund for Children with Thyroid Cancer, sta aiutando a organizzare il processo sul cancro alla tiroide. Da tempo oppositrice dell’energia nucleare in Giappone, Muto è nota per aver parlato a una grande manifestazione antinucleare nel 2011, durante la quale paragonò i rifugiati atomici di Fukushima agli hibakusha, le “persone colpite dalla bomba” di Hiroshima e Nagasaki.

(Il premio Nobel giapponese Kenzaburō Ōe dichiarò in seguito che Fukushima era stata una terza bomba atomica sganciata sul Giappone, solo che questa volta il Giappone l’aveva sganciata su sé stesso). 

Muto è stata la rappresentante dei querelanti in un processo penale che sosteneva che i tre principali dirigenti di Tepco fossero penalmente responsabili per aver anteposto i profitti aziendali alla sicurezza pubblica. Dopo un processo durato 13 anni, la Corte Suprema giapponese ha dichiarato gli imputati non colpevoli.

«I nostri tribunali in Giappone non sono politicamente indipendenti», afferma Muto. «Hanno spianato la strada al prossimo disastro nucleare». Il governo sta contrastando la causa sul cancro alla tiroide, sostenendo un eccesso di diagnosi e la mancanza di prove che Fukushima Daiichi sia la causa radiogena dei tumori. «Qualunque sia l’esito del caso, per noi è importante accertare i fatti e permettere ai querelanti di rivendicare giustizia», afferma Muto.

Stigmatizzati

Se le pianure costiere del Giappone orientale stanno tornando alla vita, i villaggi collinari nelle montagne Abukuma sono un’altra storia. Cercando di anticipare una tempesta di neve prevista per gennaio, Junko Takahashi, la giornalista giapponese con cui sto viaggiando, ed io percorriamo strade tortuose, spingendoci sempre più in profondità tra le colline boscose per trovare Yoichi Tao.

Fisico formato all’Università di Tokyo e hibakusha sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, Tao è stato fondatore di una grande società di ingegneria prima di ritirarsi a Sasu, il più remoto dei 20 villaggi di Iitate. Qui ha creato un’organizzazione chiamata Saisei-no-kai, la “rinascita di Fukushima”, un gruppo le cui ambizioni sono grandi quanto il suo nome.

Tao ha costruito un laboratorio e una casa per gli ospiti. Ha sviluppato nuovi metodi per decontaminare le risaie. Ha progettato rilevatori portatili di radiazioni collegati direttamente a Internet. Insieme a sua figlia, architetta, ha trasformato un ex negozio di ferramenta in un centro di ricerca pieno di progetti.

Tao ci consegna una dichiarazione che ha scritto sulla vita a Iitate. Descrive la sua filosofia sulla necessità dell’autosufficienza nelle comunità locali, per poi concludere: «Gli ultimi due anni hanno reso chiaro che queste idee sono rimaste poco più che granelli di sabbia – largamente ignorate dai leader globali, dagli esperti e dai burocrati». 

«Gli alberi sono troppo contaminati per essere usati nella mia stufa a legna», dice. «Non sono riuscito nemmeno a coltivare funghi shiitake senza livelli elevati di cesio. Gli anziani stanno morendo. Vediamo molte ambulanze sulla strada e i giovani non sono tornati. Questo è il nostro problema più grave. Pensavo che avremmo potuto far rinascere Fukushima, ma ora credo che l’area sia destinata a tornare alle montagne da cui proviene». 

Tao non usa mezzi termini nel criticare gli ingegneri della Tepco. «Non ascoltano nessuno, nemmeno i premi Nobel che vogliono aiutare. Se il loro suolo è sicuro, perché devono rimuoverlo? Scaricare l’acqua di raffreddamento nell’oceano è un’altra cattiva idea. Anni fa ho consigliato loro di costruire un sistema a circuito chiuso. Non c’è modo che riescano a smantellare i reattori entro il 2051, la loro data obiettivo. Ci dicono che ci sono 880 tonnellate di combustibile fuso e, finora, sono riusciti a rimuoverne un pezzo grande quanto un chicco di riso. Io stimo che ci vorranno 100 anni o più. Le generazioni future continueranno a ripulire Fukushima molto tempo dopo la nostra morte». 

Junko ed io percorriamo un’altra stretta valle per incontrare Nobuyoshi Ito, conosciuto localmente come “il fanatico delle misurazioni”. Ito gira per Iitate e sulle colline circostanti indossando un giubbotto pieno di rilevatori di radiazioni. La camera da letto della sua casa ospita due spettrometri professionali importati dall’Ucraina. Ito pubblica un blog e testa regolarmente tutti i frutti selvatici e le bacche che un tempo venivano raccolti qui in abbondanza.

Quando l’ho visto l’ultima volta, nel 2022, Ito mi porse un fungo Inohana, detto “naso di cinghiale”, considerato uno dei più deliziosi tra le 200 specie commestibili del Giappone. Ito mi avvertì che il fungo era radioattivo. Trovando difficile credere alle sue misurazioni, portai il fungo in un laboratorio indipendente. Quanto era radioattivo? Conteneva 88.000 becquerel per chilogrammo: 900 volte oltre il limite legale per gli alimenti in Giappone.

Le cose quest’anno sono leggermente migliorate, ma non di molto. Ito tira fuori dal frigorifero un sacchetto di funghi Inohana, che misurano 55.000 becquerel per chilogrammo. Ritiene che riaprire Iitate ai rimpatriati e ai nuovi coloni sia stato un errore. Trecento persone sono arrivate per gli alloggi e altri sussidi, ma alcune se ne sono già andate. Una città di 6.500 abitanti si sta riducendo a un decimo della sua dimensione originaria.

Ito ci mostra un altro oggetto interessante: una cartolina che ha inviato a fine anno per spiegare perché non avrebbe mandato gli auguri di Capodanno. «La mia esistenza è scomoda per il villaggio di Iitate», dice. «Stanno sfruttando persone in difficoltà, cercando di attirarle qui. Elencano i sussidi, ma non menzionano le radiazioni». Durante i miei viaggi a Fukushima, ho spesso sentito le persone definirsi “scomode”. «Sono un fastidio per i funzionari locali», dice Ito. «La mia esistenza rende loro la vita difficile. Hanno mentito dicendo di aver ottenuto il consenso della popolazione. Avevano detto che ci avrebbero consultato prima di rilasciare l’acqua contaminata. Non l’hanno mai fatto». 

Ito è anche arrabbiato per i tentativi di Tepco di riavviare i reattori nucleari sulla costa occidentale del Giappone. «Detesto la sfortuna di essere nato in un Paese capace di dimenticare la propria storia in soli 80 anni», dice, riferendosi al bombardamento di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ito esce di nuovo dalla stanza e torna con una piccola campanella di ottone. «Il comune me l’ha data per tenere lontani gli orsi», dice. «Ci sono state cinque segnalazioni di orsi nel villaggio. Ma non ci hanno dato nulla per proteggerci dalle radiazioni».

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18/03/2026

UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza

La Von der Leyen prende una posizione netta durante il vertice sul nucleare convocato a Parigi da Macron il 10 marzo scorso: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il nucleare è strategico nella nuova fase in cui, a detta della stessa Von der Leyen “L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà” e l’UE lavora da anni a questo nuovo assetto, innanzitutto creando le condizioni per cui gli Stati riprendano iniziativa e investimenti.

I principali veicoli sono stati e continuano ad essere:
- la narrazione sulla “neutralità climatica” della fissione nucleare – dal 2021, con l’inclusione nella tassonomia delle fonti considerate sostenibili sui mercati europei;
- quella dell’autosufficienza strategica – dal 2022, con il coinvolgimento diretto dei Paesi UE nello scontro con la Russia tramite l’imposizione di pesanti sanzioni, e la successiva formulazione di un piano RePower EU.

L’UE non si è risparmiata neanche in proiezioni negli ultimi anni. Ricordiamo le stime di Breton (commissario europeo al Mercato Interno) che nel 2024 stimava che le centrali nucleari di nuova generazione avrebbero richiesto un investimento di 500 miliardi di euro da lì al 2050 – e i fondi hanno iniziato a stanziarli, come previsto anche dall’ultimo programma quadro Horizon Europe 2028-2034 che prevede 9.7 miliardi per il programma di ricerca e finanziamento EURATOM 2028-2034, per l’innovazione nel settore nucleare.

Sempre di sostegno agli investimenti nel settore parla la Presidente della Commissione europea, che a questo scopo annuncia 200 milioni di euro, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor. Questo, come abbiamo approfondito precedentemente, non implica avanzamenti tecnologici significativi o aumenti di efficienza, ma ha come scopo principale l’apertura del mercato ad attori privati.

È quindi chiaro che siamo al punto di svolta di un processo avviato da anni. In particolare, il passaggio sempre più veloce dalla competizione economica alla guerra guerreggiata ha legato in maniera sempre più stretta il ritorno al nucleare e il processo generalizzato di riarmo. Lo stesso programma Horizon28-34 è totalmente incardinato sul dual-use, secondo le indicazioni fornite dai report di Draghi, Letta, Heitor e Niistro.

Se il rincaro del prezzo del greggio, con le navi ferme nello stretto di Hormuz, è il gancio perfetto per ravvivare la propaganda sulla sovranità energetica, è evidente che il nucleare non possa essere una risposta immediata alla crisi. È invece chiara la volontà dell’UE di farne uno dei cardini strategici al livello energetico e militare, come dimostra il piano per il nucleare militare lanciato sempre da Macron una settimana fa, che coinvolge per ora 8 Paesi europei: Gran Bretagna, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Polonia, Svezia e Grecia.

Anche questa questione non emerge da pochi giorni: con l’avvento di Trump e il ridisegno degli equilibri “euro-atlantici” (tra gli attriti economici tra Unione Europea e USA e il disimpegno statunitense nella NATO), la Francia aveva già avanzato l’ipotesi per i Paesi europei di svincolarsi definitivamente dall’alleanza, nell’ottica di una difesa europea e di un ombrello atomico a guida francese.

Particolarmente preoccupante l’affermazione del Presidente francese sul fatto che aumenteranno le testate atomiche, contemporaneamente cessando di dichiararne pubblicamente il numero. Siamo davanti ad un occidente che rimpolpa il proprio arsenale tentando di imporre con la forza il proprio dominio su un mondo ormai multipolare. E nonostante si sia dimostrato in ogni caso l’aggressore (l’interventismo in Ucraina, il rapimento di Maduro in Venezuela e il recente attacco all’Iran sono solo gli ultimi della serie storica) continua a porsi su un piedistallo morale da cui imporre un ordine fondato sulla violenza.

Dietro l’aggressione all’Iran c’è proprio la presunzione di poter decidere chi può o non può sviluppare un programma nucleare, giustificando così un attacco “preventivo”, proprio da parte degli unici che storicamente hanno sganciare due bombe atomiche – gli USA, sul Giappone. Nell’ultimo secolo la minaccia atomica è sempre venuta dall’Occidente, lo stesso che ha esportato guerre in tutto il mondo usando la scusa del nemico esterno esattamente come si cerca di fare in questo momento.

Il problema non è quindi solo Trump e non è solo Netanyahu: le classi dominanti europee sono totalmente complici delle loro politiche e non hanno alcuna volontà di condannarle o di arginarle – anzi contribuiscono attivamente ad avvicinarci sempre più velocemente al baratro ambientale e alla guerra.

Da questo punto di vista il Governo Meloni, come ben sappiamo, è l’ultimo di una serie di esecutivi che hanno accettato supinamente i passaggi sul rilancio della fissione. Tuttavia, anche in un contesto di accelerazione, è innegabile che ne abbia fatto un cavallo di battaglia nella retorica della “sovranità”... nonostante sia lo stesso Macron ad ammettere, nel corso del suo intervento al vertice, che proprio la filiera dell’uranio è quella più vincolata alla Russia, riaffermando implicitamente la centralità delle mire europee sul continente africano – dalla Francia all’Italia, che con il Piano Mattei prova a dotarsi dello strumento adatto per portarle avanti.

I governi italiani sono stati infatti (e quello attuale dimostra a maggior ragione di esserlo) totalmente complici di questo disegno, e nonostante la Meloni si finga equilibrista in un clima di profondo malcontento rispetto alle possibili conseguenze dell’ennesima crociata occidentale, l’esecutivo è in realtà già schierato sin dal proprio insediamento dalla parte degli armaioli, del genocidio, della devastazione dei territori e del Pianeta.

Proprio il Ministro Pichetto Fratin, promotore del DL sul “Nucleare sostenibile” (disegno che contestiamo ormai da un anno) sbandiera durante il vertice l’impegno italiano nel triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050; e mentre formalmente ancora non aderisce alla cordata dei Paesi per il nucleare militare, si muove per studiare la fattibilità di sommergibili a propulsione nucleare.

Ecco perché nonostante la propaganda, i fatti dimostrano che l’UE tenta da anni di cavalcare la narrazione green come strumento per rilancio economico e tenuta nella competizione globale, gradualmente abbandonando la falsa transizione ecologica in favore della vera transizione bellica – uno schiaffo in faccia alle centinaia di migliaia di persone (soprattutto giovani) che negli anni passati abbiamo visto scendere in piazza nella speranza che l’UE intraprendesse la strada della neutralità climatica.

Lo diciamo da allora e lo ribadiamo oggi più che mai: nessun tradimento da parte di queste classi dirigenti, ma solo la rivelazione che le scelte prese in materia energetica ed economica (dal liberismo sfrenato alla green economy al keynesismo militare) non sono mai state mosse da fini ecologisti ma dalla volontà politica di aumentare la competitività del polo europeo a scapito di ricadute sempre più gravi sui territori.

Quindi basta illusioni, è necessario mettersi al lavoro approfondendo l’analisi e dotandosi degli strumenti adatti per portare avanti oggi una battaglia necessaria per scongiurare il baratro climatico e ambientale, mettendo in discussione gli attuali rapporti di produzione per uscire dal perimetro dello sviluppo capitalista che ci ha portati fino a questo punto. È la storia oggi ad imporci la scelta di organizzarci – a noi il dovere di assumerla.

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30/08/2025

Il nuovo oleodotto Ungheria-Serbia e la strategia energetica di Viktor Orban

Il 21 luglio Ungheria e Serbia hanno annunciato la costruzione di un nuovo oleodotto che collegherà la città serba di Novi Sad all’oleodotto Družba attraverso la sua ramificazione ungherese. Secondo il Ministro degli Esteri magiaro Péter Szijjártó, reduce da un incontro con il Ministro dell’Energia serbo Dubravka Đedović e il Viceministro russo Pavel Sorokin, il nuovo oleodotto sarà operativo entro il 2027 e garantirà il transito di 4-5 milioni di tonnellate di petrolio russo. Szijjártó ha inoltre colto l’occasione per ricordare come Bruxelles stia perseverando in una politica cieca nei confronti della Russia, minando la sicurezza energetica dell’Unione, soprattutto ora che i legislatori europei sono impegnati in discussioni volte a eliminare completamente le importazioni di gas russo entro il 2027.

L’asse di ferro tra Ungheria e Serbia

Proprio la coincidenza temporale tra la possibile conclusione di ogni importazione russa e l’apertura del nuovo oleodotto tra Ungheria e Serbia sembra essere un nuovo affronto di Budapest a Bruxelles nel contesto del sempiterno scontro tra il premier sovranista Viktor Orbán e i vertici europei. Il progetto, infatti, è visto come strategicamente importante dal governo ungherese, impegnato in una politica energetica nazionale volta a limitare i costi per i cittadini ungheresi e in una politica estera di forte cooperazione regionale con la Serbia.

Già nel 2023, per esempio, Budapest e Belgrado avevano annunciato un ambizioso piano di investimenti congiunti per rafforzare le infrastrutture per il trasporto di gas, oltre alla creazione di un nuovo interconnettore che avrebbe sviluppato la sicurezza energetica regionale.

E se i tentativi ungheresi di garantirsi rotte energetiche alternative hanno effettivamente portato l’Ungheria a essere tra i Paesi con il costo del gas più basso in Europa (3,20€ per kWh comparato, per esempio, ai 16,71 dell’Olanda), questo non avviene senza ricadute politiche, non solo per Budapest. Se la capitale danubiana è infatti sempre nell’occhio del ciclone e subisce costantemente le pressioni di Bruxelles per limitare la dipendenza energetica da Mosca, anche Belgrado, con la decisione annunciata a luglio, potrebbe vedere inficiato il proprio già periglioso percorso di adesione all’Unione. Proprio il nuovo, ambizioso progetto riapre l’eterno dibattito intorno ai rapporti tra Ungheria e Russia e la vicinanza tra Viktor Orbán e Vladimir Putin.

Budapest-Belgrado per guardare a Mosca?

Le relazioni energetiche tra i due Paesi coprono il settore petrolifero, quello del gas e anche quello atomico. Nel 2024, per esempio, le importazioni di petrolio russo sono state pari a 5,25 miliardi di dollari, anche se, nel corso degli ultimi anni, vi sono state indiscrezioni circa un supposto piano di riduzione dei volumi: l’ente petrolifero ungherese MOL si sarebbe infatti dichiarato disponibile a rivedere le importazioni russe qualora l’Unione Europea avesse pagato i lavori di riconversione delle raffinerie ungheresi, programmate per raffinare il greggio russo. Non sono solo considerazioni economiche a spingere Budapest verso il petrolio russo, ma anche politiche.

Una fonte alternativa, per esempio, potrebbe essere l’utilizzo dell’oleodotto Adria che, attraverso la Croazia, potrebbe fornire petrolio non russo all’Ungheria. Vi è però un grande scoglio da superare, ossia lo stato dei rapporti tutt’altro che idilliaci tra Budapest e Zagabria. Al di là di ragioni storiche, vi sono motivazioni ben più recenti e concrete dietro i rapporti tesi tra i due Paesi: proprio la multinazionale ungherese MOL, infatti, ha comprato il 49% della compagnia energetica croata INA e, in seguito a questa manovra, il CEO di MOL, Zsolt Hernadi, è stato accusato di aver elargito pingue tangenti all’ex Primo Ministro croato Ivo Sanader per ottenere le autorizzazioni necessarie. In seguito a queste pesanti accuse è stato spiccato un mandato di arresto internazionale nei confronti di Hernadi, poi revocato nel 2020.

Scenari in evoluzione

La dipendenza ungherese dal gas russo è invece ancora più controversa e ha profonde radici storiche, originando negli Anni '70 nel contesto della cooperazione con l’Unione sovietica all’interno dell’allora blocco socialista in Europa orientale. Per giungere a tempi più recenti, nel 2021, un anno prima dell’inizio della guerra in Ucraina, Ungheria e Russia hanno concluso un importante accordo che prevedeva l’acquisto, a prezzi non esattamente vantaggiosi, di 4,5 miliardi di m3 di gas russo. La maggior parte delle forniture sarebbero passate attraverso il canale TurkStream, ossia da quella linea che, attraversando il Mar Nero, passa dalla Turchia, dalla Bulgaria e dalla Serbia permettendo così a Mosca di bypassare l’Ucraina.

Proprio l’attacco all’Ucraina ha rappresentato un punto di svolta a livello continentale: sebbene i gasdotti russi non siano stati fatti oggetto di sanzioni, sempre più Paesi europei hanno iniziato a smarcarsi da Mosca, portando a un forte calo delle importazioni di gas, passate dal 40% del 2021 all’8% del 2023, con addirittura l’annunciata volontà di eliminare completamente ogni tipo di importazione entro il 2027.

La crisi bellica ha ovviamente avuto ricadute anche sull’Ungheria, spingendo il governo a dichiarare lo stato di emergenza nel luglio 2022 e a elaborare un piano di azione in sette punti che prevedono, tra l’altro, l’incremento della produzione interna di gas, l’aumento della capacità di stoccaggio e nuove importazioni di questa importante risorsa. E se lo sviluppo della produzione è stato evidente a partire dal 2023, già a novembre 2022 lo stoccaggio ungherese era superiore al livello europeo. Per quanto riguarda le nuove importazioni, tuttavia, il governo Orbán ha deciso di rivolgersi ancora alla Russia, annunciando nuovi accordi tra il 2024 e il 2025, portando praticamente al raddoppio delle importazioni da Mosca.

Non solo: sebbene Péter Szijjártó avesse annunciato l’aumento dell’acquisto di gas russo fino a 8,5 miliardi di m3, ossia una somma pari al fabbisogno annuo ungherese, è importante notare come tra 2023 e 2024 siano transitati per il Paese danubiano 17 miliardi di m3 della preziosa risorsa russa. Secondo alcune indiscrezioni, questa trasformazione dell’Ungheria in quello che sembrerebbe essere un hub di gas russo sarebbe stata elaborata proprio da Gazprom e rappresenterebbe una sorta di “win-win situation”: il produttore russo, infatti, venderebbe il surplus agli imprenditori ungheresi, i quali genererebbero ingenti profitti dalla rivendita di questo bene essenziale, mentre il governo magiaro aumenterebbe le proprie entrate fiscali. Il gas russo verrebbe quindi rivenduto dall’Ungheria ai Paesi vicini e, secondo alcune notizie non confermate, anche alla Germania.

Perché l’Ungheria è in disaccordo con l’UE

Questa situazione, unita al fatto che l’Ungheria è agganciata al network russo e importare gas attraverso altre linee rappresenterebbe un aumento dei costi, spiega l’ostilità di Budapest a ogni forma di diversificazione delle importazioni: su pressione dell’Unione Europea, infatti, il governo Orbán avrebbe intavolato nuove trattative con Azerbaijan, Turchia, Qatar, Croazia e Romania, ma la dipendenza da Mosca rimane determinante. Per evitare ogni consumo indesiderato, comunque, l’Ungheria ha avviato una serie di politiche volte a eliminare il consumo di gas come, per esempio, la limitazione delle temperature nelle scuole e negli uffici pubblici, l’eliminazione delle vacanze scolastiche autunnali e l’estensione della pausa invernale o l’incentivo a favorire l’energia elettrica rispetto a quella a gas.

Non solo: per contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi e le oscillazioni causate dalla situazione bellica in corso, il governo Orbán ha avviato una politica sociale che prevede il calmieramento dei prezzi del gas e dell’elettricità per le famiglie ungheresi entro una certa soglia di consumo, superata la quale i beni verrebbero pagati a prezzo di mercato. E proprio su questo aiuto fondamentale per le famiglie ungheresi si gioca la battaglia del premier ungherese contro la politica energetica europea: qualora dovessimo eliminare del tutto le importazioni russe, afferma Orbán, il costo per le famiglie ungheresi diventerebbe insostenibile, causando una vera e propria emergenza sociale.

Ma il petrolio e il gas, come accennato, non sono gli unici settori in cui Budapest sarebbe legata a doppio filo a Mosca: l’aiuto russo, infatti, è fondamentale anche per il funzionamento e l’ampliamento della centrale nucleare Paks II che, nel 2019, forniva il 50% dell’energia elettrica nazionale. Ed è stata nuovamente la guerra in Ucraina a rappresentare una svolta in questo senso. Sebbene anche il settore nucleare non sia stato oggetto diretto di sanzioni, è risultata evidente la volontà di numerosi attori europei di allontanarsi da Mosca anche per quanto riguarda l’energia atomica. Molti Paesi dell’Europa centro-orientale che prima dipendevano dalla Russia per il funzionamento delle loro centrali, si sono infatti rivolti alla statunitense Westinghouse per avere il supporto necessario. Per via degli screzi politici con l’amministrazione Biden e complice un riavvicinamento tra Viktor Orbán ed Emmanuel Macron, tuttavia, l’Ungheria ha preferito chiedere aiuto alla francese Fromatome.

Il nodo nucleare

L’aiuto francese sarebbe stato fondamentale anche nel contesto di un ulteriore progetto, elaborato da Paks II ltd, ossia l’azienda statale responsabile dell’ampliamento e potenziamento della centrale nucleare ungherese, e dal Ministero degli Esteri magiaro. La parte del leone a Paks la fa, naturalmente, la società russa Rosatom, ma l’assistenza occidentale è richiesta in diversi settori come, per esempio, la fornitura di alcuni materiali essenziali al funzionamento della centrale. Proprio il blocco di tali forniture da parte della Germania ha spinto Budapest a elaborare una alternativa che non andasse a rompere il contratto stipulato con Mosca. Il piano, quindi, sarebbe stato quello di dare vita a un nuovo impianto, noto come Paks III, in collaborazione con Fromatome, garantendo così ai russi di continuare i lavori a Paks II senza però il supporto diretto del governo ungherese. Il piano, però, sarebbe stato fermato da Viktor Orbán in persona, il cui rifiuto ha portato a un rinnovato impegno e a una più stretta collaborazione russo-magiara per finalizzare il potenziamento di Paks II.

Tutti aspetti, quelli elencati finora, che costituiscono la politica energetica di Viktor Orbán. Politica che, sebbene garantisca costi contenuti per le famiglie ungheresi e un costante approvvigionamento di petrolio, gas ed energia, non favorisce le diversificazioni e rischia di precipitare il Paese danubiano in una dipendenza dalla Federazione Russa, oltre ad avere pesanti ricadute in quella lunga e apparentemente interminabile partita a scacchi tra il premier ungherese e l’Unione Europea. E non a caso il totale divieto di intromissione delle istituzioni europee nelle politiche energetiche nazionali è uno dei tasselli fondamentali di quel grande piano di riforma dell’Unione Europea presentato mesi fa dai conservatori ungheresi e polacchi e appoggiato attivamente dal governo magiaro.

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06/08/2025

«Il nucleare non è la soluzione»

Relazione al webinar “Energie rinnovabili per l’autonomia energetica, il nucleare che c’entra?” organizzato dal Comitato SÌ alle rinnovabili NO al nucleare.

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La reintroduzione del nucleare non è la soluzione

La questione fondamentale, che vorrei subito porre in chiaro, perché è importante anche dal punto di vista politico, è che noi, la sinistra, tutti quelli che si appongono al nucleare, devono evitare di presentarsi come il gruppo delle persone che dicono “no” a tutto. Cosa che non è assolutamente vera, ma è il modo con cui la stampa di destra tenta di presentarci. Dobbiamo invece fare capire che c’è un piano, c’è qualcosa di diverso che si può fare.

Ma questo qualcosa di diverso ha bisogno di cominciare ad essere attuato, perché è evidente che se la situazione continua come adesso e non si fa niente, ci possono essere in futuro dei problemi molto seri per quanto riguarda l’energia. Certamente non andremo nella direzione di una diminuzione della CO2 se restiamo con le mani incrociate, dobbiamo fare capire e dimostrare che iniziative diverse in campo energetico sono possibili.

La prima cosa che vorrei accennare molto velocemente – perché non ho le competenze né la capacità per fare di più, né mi sento sufficientemente preparato sull’argomento – riguarda il quadro generale del risparmio energetico. La domanda di energia non è qualcosa che si presenta come naturale, per cui in Italia dovremmo consumare per forza una certa quantità di energia. Questa dipende da quello che facciamo, da quanti sprechi vengono effettuati e di quanto siamo in grado di migliorare la situazione.

Contenere il consumo di energia

È chiaro che se diminuiamo il bisogno di energia di un gigawatt abbiamo bisogno di costruire un impianto di produzione di energia per un gigawatt di meno. Quindi ridurre la produzione di consumo energetico è qualcosa che da un lato diminuisce enormemente tutto lo stress e tutte le difficoltà di assicurarsi la produzione di energia in maniera pulita, senza CO2, e dall’altro canto ha un vantaggio estremamente importante che è costituito dal fatto che la maggior parte degli interventi che tendono a migliorare il risparmio energetico sono anche quelli stessi che migliorano la qualità della vita.

Facciamo un esempio tra i più semplici: i trasporti. È chiaro che noi impieghiamo una enorme quantità di benzina per i trasporti individuali. Passare da trasporti individuali a trasporti collettivi, possibilmente non soltanto in Italia, non solo diminuisce la quantità di benzina da acquistare, ma permette anche di migliorare la qualità della vita, perché le persone invece di stare su trasporti privati nel caos del traffico possono muoversi su trasporti pubblici.

Gli stessi vantaggi, o del tutto analoghi, si hanno diminuendo il consumo energetico delle industrie. Ovviamente per diminuirlo bisogna rifare molto spesso ex novo o parzialmente gli impianti produttivi, modernizzandoli, il che porta a dei vantaggi ambientali, perché i nuovi impianti potrebbero essere sicuramente meno inquinanti.

Aumentare la coibenza delle case

Un’altra cosa molto importante che abbiamo già visto nel passato, perché se ne è discusso ma si è fatto ancora pochissimo, è aumentare la coibenza delle case, per evitare d’inverno la perdita di calore delle case verso l’esterno o, d’estate, annullare o almeno limitare quello che va verso l’interno.

Migliorare la coibenza permette di diminuire gli impianti di riscaldamento, limitare nel tempo il loro funzionamento, quindi la quantità di metano usato nelle case. In questo modo si può diminuire, anche se lievemente, l’inquinamento prodotto nelle città dal consumo del gasolio. Come abbiamo visto anche la diminuzione dei trasporti va nella stessa direzione.

È evidente che tutte queste cose devono essere progettate e realizzate in modo che siano efficaci. I dati mi pare confermino che il piano del 110 per cento che è stato fatto nel passato si sia rivelato un grosso spreco.

Se bisogna coibentare quasi tutte le case d’Italia, nelle città e fuori, bisogna pensare a qualcosa di diverso rispetto a quello che è stato fatto. È necessario che le ditte, siano esse controllate, anche se parzialmente, dallo Stato, come quelle private svolgano i lavori a prezzi ragionevoli, ricevendo, per un certo periodo di anni, una percentuale sui soldi che vengono risparmiati grazie a una minore necessità di riscaldamento. Non si può immaginare di fare questa cosa mediante 10mila piccole industrie che fanno impianti per conto loro, senza alcun controllo e verifica da parte del pubblico.

I costi e i rischi del nucleare

Arriviamo ora al tema del nucleare.

È evidente che noi dobbiamo cominciare a parlare di nucleare facendo confronto tra il nucleare e le altre energie rinnovabili che ci sono, l’energia solare in particolare e anche l’energia eolica. L’energia eolica probabilmente non è estremamente importante per quanto riguarda l’Italia rispetto al solare, per via della configurazione del nostro paese – fatta eccezione per alcune zone – ove la possibilità di impiantare pale eoliche è relativamente limitata.

Quindi cercherò di concentrarmi sul fotovoltaico. Quello che è assolutamente evidente da tutte le stime di costi che sono state fatte è che l’energia prodotta da un impianto nucleare viene a costare sui 150 euro al megawatt, mentre quella prodotta dal solare è di tre volte inferiore. Una simile differenza è qualcosa di enorme dal punto di vista industriale, quindi è evidente che non c’è nessun motivo per cui si possa pensare che il nucleare sia conveniente dal punto di vista dei costi. La mia impressione è che anche il governo abbia qualche esitazione a dire che il nucleare costa di meno del solare.

Poi non dobbiamo dimenticare mai gli incidenti che sono occorsi nel passato in alcune centrali nucleari. Ci dicevano prima del disastro di Chernobyl, nel 1986, che non sarebbe stato possibile avere un incidente tipo quello che poi effettivamente si verificò a Chernobyl. Così come sostenevano prima dell’incidente di Fukushima, nel 2011, che non era possibile avere incidenti di quel genere, che ormai quello che era successo a Chernobyl apparteneva al passato, mentre invece quello che è successo a Fukushima – 25 anni dopo! – è stato un incidente molto brutto paragonabile a quello di Chernobyl.

Quest’ultimo ha provocato un certo numero di morti che sono difficili da calcolare, ma certamente le migliaia di morti che si sono poi verificate a causa dei tumori dovuti alla radiazione devono essere in qualche modo stimate. Senza contare che ci sono ancora quasi 3000 km quadrati intorno alla centrale che sono tuttora inabitabili. Provate a immaginarvi una zona di 3000 km quadri in Italia, ad esempio nella pianura padana, che diventa inabitabile: il danno di una cosa di questo genere sarebbe completamente assurdo e incalcolabile.

Ed anche a Fukushima c’è stata una evacuazione forzata. Quante siano state le morti, non tanto dovute all’incidente, al danno di radiazione, ma a effetti indiretti dell’evacuazione forzata non è chiarissimo. Ci sono fonti che oscillano intorno ai 300 morti, altre che ne conteggiano 1000 o 2000, ma in ogni caso l’evacuazione forzata che è stata fatta a Fukushima è stata qualcosa di estremamente grave. Il costo dello smantellamento è enorme e ci sono ancora quasi 400 km quadrati che sono inabitati.

Le conseguenze di un incidente nucleare crescono nelle zone più popolate

Quello di cui bisogna rendersi conto, quando si mette sul piatto della bilancia gli svantaggi e i vantaggi del nucleare, è che gli svantaggi che possono derivare dal dovere gestire un incidente tipo quello di Chernobyl o quello di Fukushima, o anche di scala molto più piccola, dipendono dai costi materiali, umani e sociali, i quali sono determinati essenzialmente da quanto una determinata zona è antropizzata, cioè da quanto è popolata.

Quello che è successo sia a Chernobyl che a Fukushima è avvenuto in una zona che aveva una densità di popolazione di 10-20 volte inferiore a quella del pianura padana o di altri possibili siti italiani, come nel Lazio. Quindi i danni di Chernobyl e Fukushima sono stati certamente molto inferiori di quelli che potrebbero verificarsi in una qualunque parte del nostro paese.

Quello che avverrebbe a seguito di un incidente tipo Chernobyl in Italia, probabilmente potrebbe comportare uno spostamento dell’ordine di circa un milione di persone, cosa che sarebbe praticamente impossibile. La nostra situazione è del tutto diversa da quella di altri paesi europei, come la Francia e anche la Germania, che hanno una densità di popolazione assai minore, specialmente in certe zone. Moltissime delle centrali francesi e tedesche sono state insediate in zone in cui i danni potenziali, in caso di incidente, potevano essere considerati bassi.

Dal punto di vista del rapporto costi-benefici, l’Italia è certamente il posto peggiore, escluso forse i Paesi Bassi, per costruire degli impianti nucleari perché è un paese tutto ad alta densità di popolazione. Dal punto di vista europeo gli impianti nucleari vanno messi in zone a bassa densità, non in zone ad alta densità. Quindi l’Italia non è certamente il posto adatto.

Le obiezioni al ricorso all’energia solare

Giunti a questo punto si può ben capire che uno si possa domandare perché mai dovremmo insediare nuovi impianti nucleari e non invece puntare sul solare? Le risposte, grossomodo, che sento venire dai sostenitori dell’energia nucleare sono di vario tipo. La prima è che non ci sarebbe posto sufficiente per fare il solare in Italia. Ovvero che il posizionamento dei pannelli fotovoltaici comporterebbe un consumo di suolo troppo elevato. L’altra obiezione che spesso viene fatta è che il solare fornisce energia non in modo continuo ma intermittente, mentre abbiamo bisogno di un flusso di energia che non subisca interruzioni.

In entrambi i casi non siamo affatto di fronte a obiezioni insormontabili. Per quanto riguarda l’Italia, basta andare su Google Maps, guardare con attenzione le immagini satellitari e ci si accorge immediatamente che le case delle città generalmente non hanno i tetti coperti da impianti solari. La percentuale di pannelli fotovoltaici installati sui tetti delle città è estremamente bassa. Basterebbe elevare sensibilmente la quantità di pannelli installati sui tetti, anche solo delle case nelle città, che si farebbe un grande passo avanti.

Ma ci sono anche altre possibilità non ancora sfruttate. Tutti i milioni di edifici residenziali che stanno in Italia forniscono una quantità di spazio molto grande dove possono essere piazzati serie di pannelli solari. O ancora, per esempio, i capannoni industriali potrebbero fornirci un’altra occasione per incrementare la presenza del fotovoltaico.

Attualmente però, se ricordo bene, solo il 7% dei capannoni industriali è dotato di pannelli solari, mentre potremmo moltiplicare queste cifre di un fattore almeno pari a sei. Ci sono tutta una serie di infrastrutture pubbliche, come le aree dedicate ai parcheggi, gli ex siti industriali e altro ancora: in tutti questi luoghi si possono mettere dei pannelli. Gli edifici pubblici, le scuole, i ministeri, le province, possono installare dei pannelli solari. Ora solo il 3% delle scuole ha pannelli solari installati.

L’utilità di sviluppare l’agrivoltaico

Un’altra possibilità – e qualche cosa si sta già facendo in questo campo, ma in modo insufficiente – ci viene offerta dall’agrivoltaico. Non è vero che l’impianto di pannelli solari sottrae completamente il terreno agricolo all’agricoltura.

L’agrivoltaico, se fatto in maniera intelligente può essere estremamente utile perché è provato che l’agricoltura convenzionale e il solare possano coesistere. Ci sono tutta una serie di studi che ci dicono che, per un certo tipo di coltivazioni, specialmente per i prodotti dell’orto, che hanno bisogno di una grande quantità di acqua e non hanno una necessità enorme di esposizione al sole, l’installazione di pannelli fotovoltaici, che riduce parzialmente l’esposizione al sole, crea un ambiente che può essere più favorevole alla crescita di un certo numero di piante, utilizzando nel contempo una minore quantità di acqua, cosa che non sarebbe nemmeno male dal momento che, come noi sappiamo, stiamo andando nella direzione di una ricorrente siccità.

La questione dei costi del fotovoltaico

Un altro elemento che va preso in considerazione sono i costi del fotovoltaico. Una delle cose che viene normalmente agitata come uno spauracchio è il fatto che i moduli del fotovoltaico devono essere importati dalla Cina, quindi noi staremmo facendo un enorme favore a questo paese, che non rientrerebbe nell’ambito dei paesi amici, anzi da più parti viene considerato come un nemico potenziale. In ogni caso il problema sarebbe che dobbiamo importare la strumentazione per il fotovoltaico dall’estero, e questo peserebbe sulla nostra bilancia dei pagamenti in modo seccamente negativo.

Ma le cose non stanno esattamente così. Naturalmente i costi variano a seconda del tipo di modulo fotovoltaico che si intende prendere, poiché vi è differenza fra moduli fotovoltaici per le case e moduli fotovoltaici per un utilizzo industriale, ma grosso modo possiamo dire che il costo del modulo fotovoltaico incide del 20-30%, mentre quello che determina il costo complessivo in modo prevalente sono altri fattori, tra cui ciò che serve, e in modo particolare il lavoro, per montare il tutto e rendere l’impianto perfettamente funzionante. Quindi i costi degli impianti fotovoltaici, dipendono relativamente poco dall’importazione.

Anche per quanto riguarda la produzione di silicio al momento attuale la Cina mantiene una posizione dominante e pensare di competere con il Dragone in questo campo appare assai difficile, visti i prezzi cinesi, ma dobbiamo tenere conto che appunto una parte importante del costo di un pannello solare viene dal montaggio.

Noi in Italia abbiamo una gigafattoria che l’Enel ha impiantato in Sicilia, che si può anche espandere, in cui vengono montati pannelli solari su wafer di silicio importati dalla Cina, quindi il grosso del costo del solare deriva da un lavoro che viene fatto in Italia, non viene importato dall’estero.

La situazione è completamente cambiata rispetto a quella di una decina di anni fa in cui i pannelli solari costavano tantissimo mentre poi l’installazione costituiva un costo marginale. In ogni caso il costo dei pannelli solari sta diminuendo al ritmo del 5% l’anno, quindi in pochi anni si abbasserà sempre di più e questo è del tutto evidente perché tutte le cose che vengono prodotte su grandissima scala tendono a costare sempre di meno.

L’Italia gode di una grande esposizione al sole

Un’altra ragione per cui è importante puntare sul fotovoltaico è che l’Italia è un posto eccezionale per sfruttare l’energia solare, in quanto ha una quantità di esposizione alla luce del sole molto maggiore della Germania, quindi lo stesso impianto solare installato in Italia produce il 40% di energia in più rispetto alla Germania e circa il 25% in più rispetto alla Francia. Rispetto alla Spagna o alla Grecia siamo invece più o meno agli stessi livelli.

Se guardiamo le cose da questo punto di vista sarebbe completamente folle trovarsi nella situazione in cui si installa il solare in Germania e non in Italia e, viceversa, si vuole rimettere il nucleare in Italia e lo si dismette in Germania. Nonostante tutto questo la Germania ha impianti per 70 gigawatt installati di solare mentre noi siamo fermi a 30. Quindi malgrado che noi siamo effettivamente migliorati, non siamo ai livelli tedeschi, anzi stiamo molto peggio.

I reattori nucleari di quarta generazione

Veniamo allora al fatto che ci dicono che il nucleare di adesso è completamente diverso da quello di una volta. Ma è vero? È completamente diverso? Questo non è affatto chiaro. Quello di cui si parla è di potere costruire i reattori nucleari “di quarta generazione”.

Certamente i reattori nucleari di quarta generazione hanno tutta una serie di vantaggi rispetto a quelli vecchi. Il vantaggio principale del nucleare di quarta generazione è che viene utilizzato essenzialmente con neutroni veloci e questi permettono – per motivi tecnici, che non è essenziale qui esaminare in dettaglio – che molte delle sostanze radioattive che fanno parte delle scorie nucleari vengano degradate dentro il reattore.

Quindi il plutonio, che è la cosa più pericolosa per quanto riguarda la conservazione negli impianti e nei siti delle scorie nucleari, verrebbe utilizzato dentro i reattori di quarta generazione come combustibile. Perciò a questo punto il problema di avere grandi quantità di scorie nucleari, che è uno degli aspetti più delicati dei vecchi reattori, sarebbe molto diminuito usando un reattore di quarta generazione.

In teoria, però. Il problema è che non c’è nessun reattore di quarta generazione che è commercialmente operativo al momento. Ci sono dei prototipi sperimentali che sono in fase di test, ma non ci sono reattori funzionanti. Ci sono almeno una decina di progetti diversi con tecniche differenti per questi reattori di quarta generazione, ma finché non vengono messi alla prova non si può dire che funzionino.

Il fallimento del Superphénix

Io vorrei ricordare a tutti il caso del famoso Superphénix (Spx), costruito dalla Società elettrica francese (Edf), con la partecipazione cospicua, circa un terzo dell’intero investimento, da parte dell’Enel, con la promessa di ricevere in cambio un terzo dell’elettricità che il reattore avrebbe prodotto. Alla fine quindi anche l’Enel ci ha perso un bel po’ di soldi.

Si tratta di un reattore che è stato costruito dal 1976 al 1985, quindi la sua costruzione è cominciata circa una cinquantina di anni fa ed è stata conclusa quaranta anni dopo, è costato l’equivalente di 20 miliardi di euro di adesso e ha avuto tutta una serie di incidenti. Nell’anno in cui ha funzionato meglio ha prodotto circa meno del 10% dell’energia che doveva produrre e poi dopo 12 anni di attività, in cui ha lavorato di fatto solo per qualche mese, è stato chiuso.

Quali erano i motivi di questo flop? La ragione stava nel fatto che tutte le tecniche che si basano su neutroni veloci non possono usare l’acqua come moderatore, mentre queste centrali nucleari hanno bisogno di qualcosa che porti via il calore dal nocciolo verso l’esterno e normalmente si usa l’acqua. Ma l’uso dell’acqua rallenta enormemente i neutroni, quindi un reattore a neutroni veloci non può usare l’acqua, deve ricorrere ad altre sostanze.

Per esempio, Superphénix aveva fatto la scelta di usare del sodio fuso, mentre ci sono altri reattori che puntano sul piombo fuso. Ma sia il sodio fuso che il piombo fuso sono da un lato delle sostanze molto corrosive dal punto di vista chimico e dall’altro lato devono essere impiegate a temperature di varie centinaia di gradi. Superphénix è morto per un problema molto semplice, che non si è riusciti a costruire delle tubature adatte a reggere l’urto, nonostante si dicesse che tutto il resto funzionava bene.

La cosa non deve stupire perché dentro il reattore veloce la quantità di materie radioattive che circolano è altissima, quindi le tubature e tutti i materiali vengono fortemente danneggiati dalle radiazioni con la conseguenza che ci possono essere fughe di materiale radioattivo.

Finché non si prova che i reattori di nuova generazione possono funzionare bene e senza incidenti, si rischia che il prototipo commerciale possa metterci una decina d’anni prima che si possa convintamente dire se le cose vanno bene o non vanno bene. Perciò i reattori di quarta generazione costituiscono un progetto per un futuro estremamente lontano.

I mini reattori

Viene avanzata anche la proposta dei mini reattori. Questi non sono particolarmente diversi dai reattori che ci sono adesso. L’unica cosa è che essendo dei reattori relativamente più piccoli, hanno un fattore di sicurezza più elevato, dunque è meno facile che possano avere incidenti. Ma i mini reattori non possono essere qualificati come di “quarta generazione”, fanno parte della vecchia generazione; solo che, si dice, potrebbero costare di meno perché questi reattori vengono costruiti in serie. Si farebbero degli impianti, non proprio con catena di montaggio, ma quasi, per costruire questi reattori.

Quindi il progetto, la sua realizzazione e tutto quanto connesso dovrebbero essere estremamente più semplici. Ma anche in questo caso la diminuzione del costo dei mini reattori la si potrà verificare solo una volta che si incomincia ad effettuare la produzione. Persino negli Stati Uniti c’è una certa esitazione a investire nei mini reattori perché non è evidente che possano essere convenienti rispetto al solare.

Il nucleare che abbiamo adesso non è particolarmente nuovo rispetto a quello vecchio e quindi non siamo in una situazione grandemente diversa da quando vennero fatti e vinti i referendum nel 1987.

Quindi, riassumendo: i reattori di quarta generazione non ci sono; il primo tentativo di fare reattori di quarta generazione, essenzialmente il Superphénix, ha avuto un pessimo esito ed ha fatto una brutta fine; i mini reattori dovrebbero essere un pochettino più sicuri e dovrebbero potere costare un po’ di meno, ma anche qui finché non si procede con la loro effettiva costruzione, finché non li si mette alla prova, è ben difficile considerarli un approdo sicuro.

Fatemi fare, per quanto riguarda il tema della sicurezza, una considerazione generale, attraverso un paragone con gli aerei. I primi aerei che volavano, non solo precedentemente alla prima o alla seconda guerra mondiale, ma anche nel dopoguerra, erano aerei che cascavano abbastanza frequentemente. Gli aerei di adesso hanno una sicurezza incredibilmente elevata rispetto a quella degli aerei di un tempo.

Il motivo per cui gli aerei di adesso sono estremamente sicuri è che ogni volta che avviene un incidente, grazie alle scatole nere e allo studio delle situazioni in cui è accaduto il disastro, si può fornire una informazione precisa a tutte le compagnie che hanno costruito gli aerei per favorire la comprensione di quello che è andato male e la possibilità di prendere le necessarie contromisure.

Quindi gli aerei sono diventati sicuri, non indipendentemente dagli incidenti, ma al contrario sono oggi tali solo perché c’è stata una rilevante quantità di incidenti aerei che hanno permesso di eliminare una buona parte delle cause che li avevano provocati. Molto spesso gli incidenti di adesso sono dovuti a modelli nuovi che sono ancora instabili.

Quindi è chiaro che se immaginiamo per i reattori nucleari lo stesso percorso per raggiungere la sicurezza che c’è per gli aerei, bisognerebbe passare tramite tutta una serie di incidenti che tendono a eliminare le varie possibili cause. Solo che nel caso degli incidenti nelle centrali e nei reattori nucleari le conseguenze sono assai più devastanti e protratte nel tempo.

Il superabile problema dell’intermittenza della illuminazione solare

Ritornando al confronto tra solare e nucleare, uno degli argomenti che viene presentato a favore del nucleare – forse quello principale – è quello della intermittenza dell’illuminazione solare. Del resto è evidente che la luce solare c’è di giorno e non di notte. Quindi a mezzogiorno si realizza un picco della presenza di illuminazione solare che diminuisce lungo l’arco della giornata.

Possiamo guardare all’esperienza californiana. In California il picco solare è sempre a mezzogiorno e in quella situazione il prezzo dell’energia diventa negativo. Una cosa fondamentale da capire, quando si fanno tutti i calcoli economici, è che il prezzo dell’energia viene messo in rete, c’è una borsa energetica, l’energia viene comprata dai vari attori che sono interessati al suo utilizzo e il costo dell’energia dipende tantissimo dall’ora del giorno.

Quindi si verifica un avanzo di energia durante le ore di giorno e i prezzi diventano addirittura negativi, dato che sarebbe davvero complicato bloccare il funzionamento degli impianti che producono energia sfruttando l’illuminazione solare.

La prima domanda da porsi è dunque la seguente: il ricorso al nucleare può essere utile per controbilanciare il problema della intermittenza solare? Ripeto, quello della intermittenza del solare è un tema certamente serio, perché non c’è solo intermittenza tra giorno e notte, ma anche quella da un giorno a un altro, vi sono giornate con più sole ed altre con molto meno, poi naturalmente vi è l’intermittenza su un più lungo periodo cioè quella determinata dalle variazioni stagionali, tra inverno ed estate.

Il ricorso al nucleare non risolve il problema

Ma il ricorso al nucleare non è assolutamente capace di risolvere questi problemi dell’intermittenza. Torniamo alla situazione che abbiamo preso ad esempio, quella della California. Cosa servirebbe veramente in quel caso, se volessimo ricorrere a impianti nucleari per ovviare ai periodi di inesistente o scarsa illuminazione solare? Bisognerebbe disporre di impianti nucleari che si spengono quando c’è il picco dell’illuminazione solare e si riaccendono la notte.

Fatemi fare una breve digressione: mentre gli impianti a gas sono praticamente un grande fornello – se mi passate la semplificazione – dove possiamo tranquillamente aumentare l’intensità del gas, altre fonti energetiche, per esempio quella del carbone, non ci offrono simili possibilità di modulazione perché sotto una certa quantità di energia prodotta, la centrale non può funzionare e per fare ripartire una centrale a carbone spenta ci vogliono uno o due giorni.

Il nucleare presenta un aspetto fondamentale per cui l’operazione accendi-spegni e viceversa non può essere fatta ed è un problema molto tecnico per quanto riguarda le centrali a nucleare standard, che non sono quelle di quarta generazione, ma i mini-reattori che sono l’unica cosa che è pensabile in un futuro non estremamente lontano e che però non sono facilmente bloccabili.

Il motivo è costituito da una ragione fisica molto semplice. Quando la reazione nucleare viene spenta, si formano, mediante tutta una serie di reazioni nucleari, dei prodotti che tendono in qualche modo ad avvelenare la reazione e bisogna aspettare che questi prodotti decadano prima di potere fare ripartire di nuovo la reazione. Quindi un impianto nucleare spento è un po’ come quello a carbone, ha bisogno di due o tre giorni di tempo per potere ripartire.

In una situazione come quella della California, il nucleare rimarrebbe attivo tutto il giorno e quindi a questo punto contribuirebbe anche lui a un eccesso di produzione durante la presenza di illuminazione solare.

La situazione europea e italiana è ancora lontana da quella della California, ma ci stiamo evolvendo in questa direzione.

Anche nel nostro continente il picco di richiesta dell’energia elettrica è di giorno: il consumo dell’energia è molto più alto di giorno, che durante la notte. Nel passato, fino a qualche anno fa, prima dell’introduzione massiccia del solare, i prezzi erano molto più alti di giorno e avevano un picco a mezzogiorno. L’Italia per molti anni, ma ora non più, acquistava energia dalla Francia di notte, l’accumulava – poi vediamo come avveniva l’accumulo – e gliela rivendeva di giorno.

Quindi la produzione nucleare francese di energia che non poteva essere interrotta di notte, e che costituiva un enorme avanzo di energia prodotta, veniva acquistata da chi poteva immagazzinarla per poi rivenderla di giorno. E su questo acquisto dell’energia nucleare di notte per poi rivenderla alla Francia di giorno, l’Italia ha realizzato una quantità enorme di guadagni.

In sintesi, l’eccesso di produzione di energia da parte della Francia poteva essere utilizzato grazie all’acquisto da parte di chi poteva immagazzinarlo.

Questo avveniva una volta, ma adesso è diverso. Grazie al grande aumento della produzione dalle rinnovabili, non solo in Italia, ma in tutta Europa, il quadro sta cambiando rapidamente e si sta passando ad una situazione in cui l’eccesso energetico è verso il mezzogiorno solare e non di notte, come era una volta a causa della produzione di energia da parte delle centrali nucleari francesi.

Ci vorrà molto tempo prima che si arrivi in Italia ad avere sempre una situazione di eccesso di produzione di giorno, tuttavia è già avvenuto una volta: il primo maggio del 2025, giorno festivo con fabbriche chiuse, quando il prezzo di vendita dell’energia elettrica è andato quasi a zero per qualche ora. Ci stiamo avvicinando ad una situazione californiana ed episodi di questo tipo diventeranno sempre più frequenti (come già incominciano ad esserlo in Germania e nei paesi scandinavi).

Ma in ogni caso il nucleare, essendo rigido, come una volta aveva problemi di notte quando c’era una sovra-produzione e non poteva essere spento, avrà molto probabilmente lo stesso problema di giorno quando dovrà comunque restare attivo. Non si può quindi immaginare di compensare l’intermittenza del solare con il ricorso al nucleare. Quindi l'Italia non ha nessuna necessità di rimettere il nucleare.

Come risolvere il problema dell’intermittenza

I progetti nucleari non sono particolarmente nuovi rispetto a quelli che già esistono. La quarta generazione potrebbe essere qualcosa di interessante, ma dalla realizzazione effettiva della quarta generazione per il momento siamo assolutamente lontani; invece, il problema dell’intermittenza del solare è un problema vero, specialmente una volta che si passa a una quantità di produzione molto più alta di energia elettrica tramite il solare. Il problema quindi non può essere ignorato, ma va però affrontato non certo con il ricorso al nucleare ma in maniera completamente diversa.

Ci sono varie cose che possono essere fatte. Ci sono due sistemi fondamentali per cui possiamo accumulare l’energia. Possiamo accumulare l’energia in batterie a litio. Il costo delle batterie di questo tipo sta diventando sempre più basso. Il litio non è particolarmente caro e quindi le tecniche di costruzione non presentano costi proibitivi.

Vi è poi l’altra tecnica, che è quella che veniva utilizzata nel passato e che può essere usata anche nel futuro: si tratta del cosiddetto idroelettrico pompato. Che cosa è e come funziona? Volendo esemplificare in modo semplice potremmo dire che può essere paragonato alla famosa tela di Penelope o all’inverso di questa. Partiamo dal funzionamento degli impianti idroelettrici: immaginiamo che piova, l’acqua nel bacino aumenta, arriva alla diga, quindi scende giù e questo movimento viene trasformato in energia elettrica.

Ma, trattandosi di motori elettrici, l’impianto può funzionare in modo esattamente opposto, ovvero si prende l’acqua in basso e la si porta sopra. Poi, quando c’è bisogno, la si fa di nuovo scendere. Per questo ho fatto l’esempio di Penelope che tesseva e poi disfaceva la tela. Nel nostro caso qual è il vantaggio? Il vantaggio è che l’acqua può essere portata in alto in un momento in cui il costo dell’energia elettrica è minore e può essere portata in basso, producendo quindi energia elettrica, al momento in cui questa serve.

Quindi, ed è esattamente quello che succede, l’idroelettrico può funzionare come un enorme accumulatore di energia elettrica, non sufficiente probabilmente per l’intera estate o per l’inverno, ma certamente per potere controbilanciare la differenza dell’illuminazione solare tra la mattina e la sera. Bisogna, ovviamente, a questo punto, costruire delle installazioni capaci di compiere questa operazione. Ci sono già tutta una serie di impianti installati che con il PNRR potrebbero e dovrebbero aumentare.

L’importanza dell’accumulazione

Quindi c’è un cospicuo e mirato investimento da fare in questa direzione, in modo di aumentare la possibilità di avere accumuli a basso costo e questo dovrebbe, in qualche modo, bilanciare nel futuro una situazione in cui ci fosse un’eccessiva produzione di energia elettrica solare di giorno.

A questo punto si può certamente immaginare di aumentare notevolmente la capacità dell’idroelettrico, tanto più che poi si possono anche utilizzare soluzioni completamente nuove dove potere immagazzinare l’acqua, come, per esempio, nelle miniere del tutto esaurite. Insomma ci sono diverse possibilità per incrementare la potenzialità di accumulo di energia elettrica.

Gli accumuli possono essere fatti anche in ambienti domestici. Anzi si può dire che un accumulo domestico è fondamentale perché se fatto in una situazione in cui c’è la produzione domestica di energia elettrica, permette di accumularla senza dovere passare per la rete. Quindi a questo punto il singolo produttore domestico di energia elettrica la accumula e poi la riutilizza la sera.

Inoltre dobbiamo ricordare che la produzione domestica di energia elettrica può essere combinata moltissimo con degli impianti di pompe di calore. D’inverno, ad esempio, si possono mettere delle pompe di calore che riescono ad assorbire l’energia elettrica prodotta. Non a caso, ci sono tutta una serie di sistemi di questo tipo che possono permettere di assorbire e poi utilizzare il picco di mezzogiorno di produzione energetica solare.

I carburanti sintetici

Un’altra soluzione che si sta profilando per il futuro è quella fornita dal carburante sintetico. I carburanti sintetici sono estremamente importanti perché mentre possiamo pensare di passare in un futuro più o meno lontano a una completa elettrificazione delle autovetture, diventa difficile pensare di avere un’elettrificazione dei Tir perché la quantità di batterie necessaria per ciascun Tir sarebbe estremamente elevata. E così si può dire anche per quanto riguarda una elettrificazione completa delle navi. Per non parlare degli aerei.

Quindi le navi, gli aerei, i Tir dovranno continuare ad utilizzare del carburante. L’opportunità che si apre per il fotovoltaico è che si può immaginare di realizzare dei processi chimici che convertono l’energia elettrica in carburante in modo da renderlo effettivamente utilizzabile.

Ma questi carburanti prodotti dall’elettrico ora sono relativamente costosi. Il costo attuale, per esempio, di un prodotto da un impianto medio cileno, si aggira attorno ai 5 euro al litro. È possibile che questi prezzi vengano ridotti a 2 euro al litro e in ogni caso abbiamo visto che tutte queste cose vanno nella direzione di avere dei costi sempre più bassi. Per esempio, anche all’Enel di Roma vi è un progetto il produrre cherosene dall’energia solare raccolta nel Lazio.

In sostanza siamo in una situazione in cui si tende sempre di più a trovare strade alternative per la produzione dell’energia elettrica che può essere accumulata o nelle batterie di litio, i cui i prezzi stanno crollando, o in un sistema di idroelettrico pompato. L’Italia è un posto magnifico in Europa per l’idroelettrico pompato, perché ha non solo le Alpi ma anche gli Appennini e quindi è in una situazione infinitamente migliore di quella del nord Europa in cui non ci sono montagne così elevate.

Il problema dei picchi di produzione non è affatto drammatico

Possiamo avere piccole batterie per conservare il surplus generato; possiamo produrre sia idrogeno che carburanti sintetici mediante il fotovoltaico e poi possiamo utilizzare tutto l’idroelettrico pompato per andare in reazione apposta. Quindi non dobbiamo considerare come drammatico il problema, che è ancora molto lontano, di avere un eccesso di produzione elettrica di giorno. Questo non ci deve preoccupare subito, casomai è un problema del futuro.

Ovviamente ci sono tutte una serie di investimenti che dobbiamo fare per quanto riguarda la produzione di energia elettrica. Le reti esistenti sono obsolete: la rete italiana dovrebbe essere digitalizzata in maniera tale da potere utilizzare una serie di piccoli impianti che vengono fatti. Abbiamo necessità di collegare bene tutto il sistema, per evitare i problemi di congestionamento che abbiamo visto. Se tutto questo si fa, non è impossibile immaginare che l’Italia possa diventare in futuro anche un esportatore di energia elettrica nelle ore di punta verso il nord d’Europa.

Per queste ragioni non vedo queste eccessive preoccupazioni che possono derivare dall’intermittenza della luce solare, a condizione però che si capisca che bisogna fare gli investimenti necessari. Ma è chiaro che se uno fa investimenti sul nucleare non riesce ad investire nella quantità dovuta in altri settori a questo alternativi e per giunta strategici.

La soluzione della geotermia

Una ultima considerazione riguarda la situazione della geotermia, che costituisce una ricchezza enorme dell’Italia rispetto ad altri paesi. C’è già un impianto geotermico che funziona molto bene a Larderello e ci sono tutta una serie di possibilità di fare impianti di geotermia in tanti altri posti. Questi impianti sono di due tipi diversi.

Uno è costituito da impianti di geotermia che producono l’energia elettrica direttamente, tipo quelle di Larderello, che si possono ampliare molto probabilmente di un fattore tre o quattro. L’altro consiste in impianti geotermici che vanno a profondità minore e che non vengono utilizzati per produrre l’energia elettrica, ma semplicemente per scaldare l’acqua, finalizzandola al riscaldamento delle case.

Quindi si può utilizzare la geotermia proprio per diminuire la quantità di combustibile che adesso è indispensabile per il riscaldamento domestico. Il grande vantaggio per cui la geotermia è estremamente importante, è che questa è l’unica risorsa rinnovabile esistente che è programmabile e non è intermittente.

Mentre, come abbiamo già visto, il solare è intermittente, quindi non potete programmarlo in anticipo come non è possibile fare neppure con l’eolico, la geotermia è programmabile, quindi si possono fare impianti geotermici che lavorino esattamente e solo nei momenti in cui serve l’energia elettrica. Perciò la geotermia è assolutamente complementare al solare. Il risultato finale è che non si vede nessun motivo per cui si debba ritenere che il nucleare possa essere utile.

Il solare è certamente a costi minori, il problema della intermittenza si può risolvere mediante l’idroelettico pompato, mediante tutta una serie di batterie, mediante la produzione di carburanti sintetici da elettrico – produzione che adesso è molto costosa ma pian piano lo diventerà sempre meno – e anche con il geotermico come alternativa per potere avere una produzione di energia elettrica in una situazione in cui non c’è presenza di illuminazione solare.

La necessità di una politica energetica per la transizione

Però tutto questo richiede una grande quantità di interventi, ovviamente una sperimentazione per quanto riguarda la produzione di carburanti dall’energia elettrica e un forte investimento per quanto riguarda la rete, perché tutte queste cose non erano state neppure immaginate al momento in cui veniva fatta la rete e quindi questa deve essere completamente rimodernata e bisogna investire nella produzione di tutto questo cercando poi di avere dei prodotti e dei risultati che siano sostenibili.

Ritornando un attimo alle considerazioni precedenti, non si capisce perché debba essere una società privata a mettere i pannelli solari sugli edifici pubblici. Bisogna invece costruire le condizioni per disporre di una struttura pubblica che sia in grado di fare questi interventi e che poi si possa gestire tutto questo senza causare tutte quelle oscillazioni di mercato che non fanno bene né ai produttori, né a coloro che svolgono i lavori di posizionamento dei pannelli o di funzionamento degli impianti, né ai consumatori di energia.

In conclusione direi che tutti gli argomenti che vengono o possono essere portati a favore della reintroduzione del nucleare non hanno senso. Bisogna invece puntare sul solare e, seppure in misura minore, sull’eolico e certamente sul geotermico. Ci vuole una politica economica che punti a investimenti pubblici in questi settori perché se questi non si fanno ci troveremmo di nuovo al punto di partenza.

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La relazione è pubblicata anche nella rivista trimestrale «Alternative per il Socialismo» numero 77, di imminente uscita.

Il presente testo è la trascrizione, rivista dall’Autore, della introduzione del professor Giorgio Parisi (Premio Nobel per la Fisica 2021) al webinar “Energie rinnovabili per l’autonomia energetica, il nucleare che c’entra?” organizzato dal Comitato SI’ alle rinnovabili NO al nucleare il 14 aprile 2025

I tre referendum del novembre 1987, i quali hanno sancito l’abrogazione della norma che consentiva ad Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero; della norma che prevedeva misure compensative in favore dei comuni che ospitavano centrali a carbone e nucleari; nonché della norma che prescriveva la competenza del Cipe a disciplinare la localizzazione degli impianti in caso di inerzia degli enti locali competenti (leggi 1983 n.8 e 856 del 1973), hanno di fatto comportato la cessazione delle attività e degli investimenti nel settore nucleare nel nostro paese. Parteciparono al voto oltre il 65% degli aventi diritto e la percentuale dei Sì all’abrogazione delle norme di legge sopra richiamate segnò una netta maggioranza (dal 71% all’85% a seconda dei vari quesiti).

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