Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2025
Ex Ilva: si apre la via della "finanziarizzazione all'americana"
L'interesse dei fondi d'investimento si inserisce in una logica di private equity che, pur potendo offrire una soluzione tampone per la cronica crisi di liquidità e debito, non assicura una strategia industriale di lungo periodo. Tuttavia, ad onor del vero, non tutti i “fondi” operano con orizzonti brevissimi; alcuni mirano perfino a una ristrutturazione profonda e definitiva. Comunque questa logica, orientata alla massimizzazione del valore per gli stakeholder e alla prospettiva di un rapido disinvestimento (exit), rischia di subordinare le complesse esigenze industriali, occupazionali e ambientali di Taranto alla mera valorizzazione finanziaria dell'asset.
I Commissari straordinari dovranno valutare le offerte tenendo in altissima considerazione gli aspetti legati al lavoro diretto e indotto, gli impegni di decarbonizzazione e l'entità degli investimenti occorrenti. Tali criteri, imposti dal Governo, non collimano perfettamente con la rapidità e la selettività tipiche delle decisioni dettate dal capitale finanziario. Il ridotto numero di offerte ottenute per l'intero apparato industriale riflette la gravità della situazione che incombe sull'ex Ilva e spiega gli orientamenti verso soluzioni parziali o, nel caso dei grandi fondi, verso una ristrutturazione della contabilità e dei bilanci. Questa tendenza si scontra apertamente con il modello di sostenibilità integrata e concertazione sociale adottato in una realtà come Duisburg, in Germania.
In quel contesto, senza dubbio diverso da quello italiano, la siderurgia è trattata come un asset strategico di interesse comune. Così la “codecisione” (Mitbestimmung) e il massiccio intervento pubblico guidano insieme la transizione tecnologica verso l'idrogeno “verde”, garantendo il mantenimento occupazionale e un risanamento strutturale. L'approccio puramente finanziario rischia di prediligere soluzioni a breve termine, come l'accelerazione dell'uso dei forni elettrici (EAF), però alimentati da gas fossile e non da energie rinnovabili e pulite. Il modello tedesco, al contrario, punta direttamente alla sostenibilità globale con l'idrogeno “verde” e al traguardo della neutralità climatica.
L'elevato numero di offerte parziali, che includono attori noti del panorama industriale italiano, rende adesso più concreta l'ipotesi di una vendita a pezzi. Tale scenario complicherebbe la gestione totale e la strategia unitaria di decarbonizzazione, che, nel caso, deve rimanere un imperativo assoluto. La sfida per il Governo, oltre a trovare un acquirente, è definire rigorosamente la qualità dell'intervento. Accettare un capitale privato, seppur necessario per il risanamento finanziario, non può equivalere a una cessione in bianco delle priorità ambientali e occupazionali. La vera sovranità strategica non si esercita tramite la nazionalizzazione fine a sé stessa, bensì si impone attraverso un'intesa vincolante col Governo, che leghi indissolubilmente il sostegno (pubblico e privato) al raggiungimento degli standard di sostenibilità europei. In assenza di tale fermezza, il rischio è che l'Ex Ilva venga ottimizzata finanziariamente e rivenduta, lasciando allo Stato l'onere ineludibile delle esternalità ambientali e sociali.
«Il frazionamento, o “spezzatino” – commenta il Sociologo del lavoro, Raffaele Bagnardi – rappresenta un rischio strategico gravissimo. Il polo siderurgico integrato dell'Ex Ilva funziona da sistema compatto, dove ogni impianto è interdipendente dagli altri, specialmente nella prospettiva del Ciclo Integrale e della sua sostenibilità tecnologica. Frazionare gli asset complicherebbe enormemente la gestione e renderebbe quasi impossibile l'attuazione di una strategia unitaria di decarbonizzazione, che richiede investimenti massicci e coordinati su tutta l'impiantistica produttiva. Il rischio è creare isole operative scollegate, lasciando il fardello delle parti meno profittevoli – come ad esempio le bonifiche e la salute – interamente a carico dello Stato».
«La “spezzatino” – continua Bagnardi – si presenta come una soluzione solo apparentemente semplice, destinata a scontrarsi con ostacoli rilevanti di natura finanziaria, legale, sociale e occupazionale. La suddivisione patrimoniale dell'azienda richiederebbe una complessa gestione delle passività pregresse, in particolare a causa dell'enorme debito accumulato e degli oneri necessari alle bonifiche. Per tale ragione, è altamente improbabile che gli investitori siano disposti ad acquisire singole unità produttive che includano l'integrale responsabilità per le passività ambientali pregresse. Inoltre, la ricollocazione della forza lavoro in diverse entità proprietarie potrebbe comprometterne l'unità contrattuale. Ciò richiederebbe, oltre a una profonda riorganizzazione industriale, una vera e propria ricomposizione del tessuto sociale, rendendo necessario un coordinamento interistituzionale di portata e articolazione senza precedenti».
«La CIGS – conclude Bagnardi – non può essere un mero artifizio sociale in attesa di dismissioni o di recupero dei costi. Deve essere, invece, pur considerando le difficoltà congiunturali, un elemento di politica attiva della manodopera. Il modello tedesco ci insegna che la riqualificazione del personale è sempre parte integrante della pianificazione industriale. Passare dagli altiforni a carbone all'idrogeno “verde” non significa semplicemente licenziare, vuol dire riconvertire le competenze di migliaia di lavoratori verso nuove funzioni e nuove procedure. Perciò una strategia economica, specie se orientata al lungo periodo, deve essere vincolata da un preciso e deciso Accordo di Programma con lo Stato.»
La palla è ora nelle mani dei Commissari e del Governo, che, compatibilmente con le tempistiche, i vincoli UE sugli aiuti di Stato, e i procedimenti giudiziari, sono chiamati a scegliere appunto tra la finanziarizzazione immediata e il modello di sviluppo concertato a lungo termine; quest'ultimo più vicino all'idea europea dell'acciaio.
Fonte
30/08/2025
Il nuovo oleodotto Ungheria-Serbia e la strategia energetica di Viktor Orban
L’asse di ferro tra Ungheria e Serbia
Proprio la coincidenza temporale tra la possibile conclusione di ogni importazione russa e l’apertura del nuovo oleodotto tra Ungheria e Serbia sembra essere un nuovo affronto di Budapest a Bruxelles nel contesto del sempiterno scontro tra il premier sovranista Viktor Orbán e i vertici europei. Il progetto, infatti, è visto come strategicamente importante dal governo ungherese, impegnato in una politica energetica nazionale volta a limitare i costi per i cittadini ungheresi e in una politica estera di forte cooperazione regionale con la Serbia.
Già nel 2023, per esempio, Budapest e Belgrado avevano annunciato un ambizioso piano di investimenti congiunti per rafforzare le infrastrutture per il trasporto di gas, oltre alla creazione di un nuovo interconnettore che avrebbe sviluppato la sicurezza energetica regionale.
E se i tentativi ungheresi di garantirsi rotte energetiche alternative hanno effettivamente portato l’Ungheria a essere tra i Paesi con il costo del gas più basso in Europa (3,20€ per kWh comparato, per esempio, ai 16,71 dell’Olanda), questo non avviene senza ricadute politiche, non solo per Budapest. Se la capitale danubiana è infatti sempre nell’occhio del ciclone e subisce costantemente le pressioni di Bruxelles per limitare la dipendenza energetica da Mosca, anche Belgrado, con la decisione annunciata a luglio, potrebbe vedere inficiato il proprio già periglioso percorso di adesione all’Unione. Proprio il nuovo, ambizioso progetto riapre l’eterno dibattito intorno ai rapporti tra Ungheria e Russia e la vicinanza tra Viktor Orbán e Vladimir Putin.
Budapest-Belgrado per guardare a Mosca?
Le relazioni energetiche tra i due Paesi coprono il settore petrolifero, quello del gas e anche quello atomico. Nel 2024, per esempio, le importazioni di petrolio russo sono state pari a 5,25 miliardi di dollari, anche se, nel corso degli ultimi anni, vi sono state indiscrezioni circa un supposto piano di riduzione dei volumi: l’ente petrolifero ungherese MOL si sarebbe infatti dichiarato disponibile a rivedere le importazioni russe qualora l’Unione Europea avesse pagato i lavori di riconversione delle raffinerie ungheresi, programmate per raffinare il greggio russo. Non sono solo considerazioni economiche a spingere Budapest verso il petrolio russo, ma anche politiche.
Una fonte alternativa, per esempio, potrebbe essere l’utilizzo dell’oleodotto Adria che, attraverso la Croazia, potrebbe fornire petrolio non russo all’Ungheria. Vi è però un grande scoglio da superare, ossia lo stato dei rapporti tutt’altro che idilliaci tra Budapest e Zagabria. Al di là di ragioni storiche, vi sono motivazioni ben più recenti e concrete dietro i rapporti tesi tra i due Paesi: proprio la multinazionale ungherese MOL, infatti, ha comprato il 49% della compagnia energetica croata INA e, in seguito a questa manovra, il CEO di MOL, Zsolt Hernadi, è stato accusato di aver elargito pingue tangenti all’ex Primo Ministro croato Ivo Sanader per ottenere le autorizzazioni necessarie. In seguito a queste pesanti accuse è stato spiccato un mandato di arresto internazionale nei confronti di Hernadi, poi revocato nel 2020.
Scenari in evoluzione
La dipendenza ungherese dal gas russo è invece ancora più controversa e ha profonde radici storiche, originando negli Anni '70 nel contesto della cooperazione con l’Unione sovietica all’interno dell’allora blocco socialista in Europa orientale. Per giungere a tempi più recenti, nel 2021, un anno prima dell’inizio della guerra in Ucraina, Ungheria e Russia hanno concluso un importante accordo che prevedeva l’acquisto, a prezzi non esattamente vantaggiosi, di 4,5 miliardi di m3 di gas russo. La maggior parte delle forniture sarebbero passate attraverso il canale TurkStream, ossia da quella linea che, attraversando il Mar Nero, passa dalla Turchia, dalla Bulgaria e dalla Serbia permettendo così a Mosca di bypassare l’Ucraina.
Proprio l’attacco all’Ucraina ha rappresentato un punto di svolta a livello continentale: sebbene i gasdotti russi non siano stati fatti oggetto di sanzioni, sempre più Paesi europei hanno iniziato a smarcarsi da Mosca, portando a un forte calo delle importazioni di gas, passate dal 40% del 2021 all’8% del 2023, con addirittura l’annunciata volontà di eliminare completamente ogni tipo di importazione entro il 2027.
La crisi bellica ha ovviamente avuto ricadute anche sull’Ungheria, spingendo il governo a dichiarare lo stato di emergenza nel luglio 2022 e a elaborare un piano di azione in sette punti che prevedono, tra l’altro, l’incremento della produzione interna di gas, l’aumento della capacità di stoccaggio e nuove importazioni di questa importante risorsa. E se lo sviluppo della produzione è stato evidente a partire dal 2023, già a novembre 2022 lo stoccaggio ungherese era superiore al livello europeo. Per quanto riguarda le nuove importazioni, tuttavia, il governo Orbán ha deciso di rivolgersi ancora alla Russia, annunciando nuovi accordi tra il 2024 e il 2025, portando praticamente al raddoppio delle importazioni da Mosca.
Non solo: sebbene Péter Szijjártó avesse annunciato l’aumento dell’acquisto di gas russo fino a 8,5 miliardi di m3, ossia una somma pari al fabbisogno annuo ungherese, è importante notare come tra 2023 e 2024 siano transitati per il Paese danubiano 17 miliardi di m3 della preziosa risorsa russa. Secondo alcune indiscrezioni, questa trasformazione dell’Ungheria in quello che sembrerebbe essere un hub di gas russo sarebbe stata elaborata proprio da Gazprom e rappresenterebbe una sorta di “win-win situation”: il produttore russo, infatti, venderebbe il surplus agli imprenditori ungheresi, i quali genererebbero ingenti profitti dalla rivendita di questo bene essenziale, mentre il governo magiaro aumenterebbe le proprie entrate fiscali. Il gas russo verrebbe quindi rivenduto dall’Ungheria ai Paesi vicini e, secondo alcune notizie non confermate, anche alla Germania.
Perché l’Ungheria è in disaccordo con l’UE
Questa situazione, unita al fatto che l’Ungheria è agganciata al network russo e importare gas attraverso altre linee rappresenterebbe un aumento dei costi, spiega l’ostilità di Budapest a ogni forma di diversificazione delle importazioni: su pressione dell’Unione Europea, infatti, il governo Orbán avrebbe intavolato nuove trattative con Azerbaijan, Turchia, Qatar, Croazia e Romania, ma la dipendenza da Mosca rimane determinante. Per evitare ogni consumo indesiderato, comunque, l’Ungheria ha avviato una serie di politiche volte a eliminare il consumo di gas come, per esempio, la limitazione delle temperature nelle scuole e negli uffici pubblici, l’eliminazione delle vacanze scolastiche autunnali e l’estensione della pausa invernale o l’incentivo a favorire l’energia elettrica rispetto a quella a gas.
Non solo: per contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi e le oscillazioni causate dalla situazione bellica in corso, il governo Orbán ha avviato una politica sociale che prevede il calmieramento dei prezzi del gas e dell’elettricità per le famiglie ungheresi entro una certa soglia di consumo, superata la quale i beni verrebbero pagati a prezzo di mercato. E proprio su questo aiuto fondamentale per le famiglie ungheresi si gioca la battaglia del premier ungherese contro la politica energetica europea: qualora dovessimo eliminare del tutto le importazioni russe, afferma Orbán, il costo per le famiglie ungheresi diventerebbe insostenibile, causando una vera e propria emergenza sociale.
Ma il petrolio e il gas, come accennato, non sono gli unici settori in cui Budapest sarebbe legata a doppio filo a Mosca: l’aiuto russo, infatti, è fondamentale anche per il funzionamento e l’ampliamento della centrale nucleare Paks II che, nel 2019, forniva il 50% dell’energia elettrica nazionale. Ed è stata nuovamente la guerra in Ucraina a rappresentare una svolta in questo senso. Sebbene anche il settore nucleare non sia stato oggetto diretto di sanzioni, è risultata evidente la volontà di numerosi attori europei di allontanarsi da Mosca anche per quanto riguarda l’energia atomica. Molti Paesi dell’Europa centro-orientale che prima dipendevano dalla Russia per il funzionamento delle loro centrali, si sono infatti rivolti alla statunitense Westinghouse per avere il supporto necessario. Per via degli screzi politici con l’amministrazione Biden e complice un riavvicinamento tra Viktor Orbán ed Emmanuel Macron, tuttavia, l’Ungheria ha preferito chiedere aiuto alla francese Fromatome.
Il nodo nucleare
L’aiuto francese sarebbe stato fondamentale anche nel contesto di un ulteriore progetto, elaborato da Paks II ltd, ossia l’azienda statale responsabile dell’ampliamento e potenziamento della centrale nucleare ungherese, e dal Ministero degli Esteri magiaro. La parte del leone a Paks la fa, naturalmente, la società russa Rosatom, ma l’assistenza occidentale è richiesta in diversi settori come, per esempio, la fornitura di alcuni materiali essenziali al funzionamento della centrale. Proprio il blocco di tali forniture da parte della Germania ha spinto Budapest a elaborare una alternativa che non andasse a rompere il contratto stipulato con Mosca. Il piano, quindi, sarebbe stato quello di dare vita a un nuovo impianto, noto come Paks III, in collaborazione con Fromatome, garantendo così ai russi di continuare i lavori a Paks II senza però il supporto diretto del governo ungherese. Il piano, però, sarebbe stato fermato da Viktor Orbán in persona, il cui rifiuto ha portato a un rinnovato impegno e a una più stretta collaborazione russo-magiara per finalizzare il potenziamento di Paks II.
Tutti aspetti, quelli elencati finora, che costituiscono la politica energetica di Viktor Orbán. Politica che, sebbene garantisca costi contenuti per le famiglie ungheresi e un costante approvvigionamento di petrolio, gas ed energia, non favorisce le diversificazioni e rischia di precipitare il Paese danubiano in una dipendenza dalla Federazione Russa, oltre ad avere pesanti ricadute in quella lunga e apparentemente interminabile partita a scacchi tra il premier ungherese e l’Unione Europea. E non a caso il totale divieto di intromissione delle istituzioni europee nelle politiche energetiche nazionali è uno dei tasselli fondamentali di quel grande piano di riforma dell’Unione Europea presentato mesi fa dai conservatori ungheresi e polacchi e appoggiato attivamente dal governo magiaro.
Fonte
28/08/2025
La Norvegia blinda Kiev e, insieme, i profitti del proprio gas
Confrontandosi con il presidente Volodymyr Zelensky, Store non ha solo aperto al co-finanziamento, assieme alla Germania, dell’acquisto di sistemi missilistici Patriot americani e altri armamenti per l’Ucraina. Ha anche garantito che Oslo sarà al fianco di Kiev sul piano dell’assistenza finanziaria per consolidare la resistenza ucraina e la tenuta del sistema-Paese in una fase critica.
Stoltenberg in regia
Il premier laburista dovrà ora inserire l’aiuto, pari al 2% del Pil del Paese, nel progetto di legge finanziaria per il 2026, e l’annuncio arriva poco prima del voto parlamentare dell’8 settembre in cui i progressisti sono attesi da un confronto all’ultimo voto con i conservatori guidati dall’ex capa di governo Erna Solberg.
Al contrario di altri Paesi, ricorda The Defense Post, “il sostegno di Oslo all’Ucraina è pressoché unanime tra l’opinione pubblica norvegese, dato che il Paese confina con la Russia” e ha visto la sua posizione nella Nato resa più critica dall’assertività del Cremlino, tanto che “secondo l’istituto di ricerca tedesco Kiel Institute, la Norvegia è stata il secondo maggiore fornitore europeo di aiuti militari all’Ucraina nei mesi di maggio e giugno, dopo la Germania”.
A gestire i flussi di aiuti in seno al governo Store c’è una vecchia conoscenza di Zelensky, il ministro delle Finanze, nonché ex primo ministro del Paese e ex segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. In attesa dell’assistenza diretta di altri Stati, l’aiuto norvegese, sommato a quello dell’Unione Europea da 4 miliardi di euro (4,64 miliardi di dollari) recentemente annunciato, può garantire a Kiev i fondi per il piano di acquisto di armi statunitensi da 1 miliardo di dollari al mese che Zelensky ha chiesto ai suoi partner, o sostituirlo con analoghi armamenti.
Perché la Norvegia spinge sull’aiuto all’Ucraina
La resistenza dell’Ucraina ha indubbiamente un vasto consenso in Norvegia, è sostenuta dal suo governo ed è apertamente appoggiata dai finanziamenti diretti deliberati dal governo di Oslo, ma è al contempo indubbio che per il Paese scandinavo oggi puntellare la resistenza di Kiev contribuisce anche a sostenere gli interessi nazionali. La Norvegia è da indicare tra gli Stati che hanno già vinto, con gli interessi, la guerra in Ucraina dopo che l’invasione russa del febbraio 2022 ha portato alla rottura dei grandi accordi energetici tra Mosca e l’Europa, rendendo Oslo di gran lunga il primo fornitore del mercato comunitario.
Oslo nei primi due trimestri del 2025 ha fornito il 52 e il 55% del gas via tubo importato dall’Europa e da sola copre poco meno di un terzo delle importazioni totali, gas naturale liquefetto compreso.
Dall’inizio della guerra in Ucraina, notava Le Monde a gennaio, gli incassi extra del Paese nordico per il settore energetico sono stati pari, al 31 dicembre 2024, a 107,7 miliardi di euro (quasi 125 miliardi di dollari) e non è irragionevole pensare che entro fine anno, nonostante il calo dei prezzi rispetto al 2022-2023, possano essere cresciuti di un’altra ventina di miliardi.
L’aiuto di Oslo a Kiev? Un investimento
L’aiuto di Oslo a Kiev dunque è ampiamente finanziato, nell’erario norvegese, dalle ricadute fiscali dell’attività di Statoil e a suo modo garantisce che la resistenza ucraina continui a consolidare la nuova egemonia energetica della Norvegia nel Vecchio Continente. A inizio anno la testata danese Politiken arrivò ad accusare la Norvegia di essere una “profittatrice di guerra”, seppure vada segnalato che da allora in avanti per il 2025 e 2026 l’assistenza di Oslo è aumentata di sei volte rispetto ai dati del 2024.
Consolidare la resistenza ucraina, tenere impantanata la Russia e incentivare una strategia di disaccoppiamento totale dell’Europa dal gas russo fa anche l’interesse norvegese. Per Oslo, quello su Kiev non è solo un atto di amicizia politica, ma anche, a suo modo, un investimento.
Fonte
22/08/2025
Tra Trump e Putin l’Ucraina è solo un tragico pretesto
Sono molte le ragioni per le quali il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva bisogno dell’incontro con l’omologo russo, Vladimir Putin.
In primo luogo gli Stati Uniti stanno vivendo una grave crisi di credibilità internazionale: non sono ormai la più grande potenza industriale, sono indebitati in modo devastante con il resto del mondo, vivono su una gigantesca bolla finanziaria, hanno una moneta che, svalutandosi troppo, non è più in grado di rivestire il ruolo di riserva internazionale, né tantomeno di bene rifugio. Sono minacciati sul versante dell’innovazione dalla Cina e soffrono un disavanzo commerciale insostenibile. Hanno quale unica, vera, prerogativa quella di essere la più grande potenza militare mondiale. In tali condizioni un vertice con l’altra grande potenza militare mondiale, senza intermediari, al di fuori del diritto internazionale e delle sue istituzioni, è una prova di forza enorme, finalizzata proprio a nascondere la crisi del capitalismo statunitense che, peraltro, secondo Trump è stata generata dai liberali progressisti con la globalizzazione occidentale.
La seconda ragione è più specifica. Stati Uniti e Russia possono decidere le sorti in termini monopolistici di alcuni settori vitali, a cominciare dall’energia e dalle sue gigantesche dinamiche speculative che possono esportare inflazione in giro per il mondo e dalla produzione di armi. Alla luce di ciò il vertice in Alaska è stato l’incontro tra due soggetti in grado di definire, in termini pressoché monopolistici, il prezzo del gas. La Russia è infatti il principale esportatore al mondo con circa 140 miliardi di metri cubi mentre gli Stati Uniti si piazzano al terzo posto con poco meno di 130 miliardi. Sono dunque in grado di definire praticamente da soli i prezzi sia sul mercato fisico sia in termini finanziari. Basta che si accordino e soprattutto basta che trovino un’intesa le principali società produttrici: Gazprom e Novatek per la Russia –entrambe di fatto di proprietà statale – Cheniere Energy, Venture Global Lng, Tellurian, Sempra, Freeport Lng e Dominion Energy, che hanno quasi tutte come azionisti di riferimento BlackRock, Vanguard e State Street, per gli Stati Uniti.
Putin, Trump e i tre grandi fondi citati (Big Three) possono dunque fare praticamente quello che vogliono sul prezzo del gas e l’Unione Europea, scegliendo di non trattare gas russo, ha deciso di rafforzare ancora di più questo monopolio che dunque farà, a proprio piacimento, i prezzi e le speculazioni più pesanti. Per gli europei, in primis.
Il vertice con Putin, poi, assolve a due funzioni, apparentemente in contrasto tra loro; separare la Russia dalla Cina e tenere un canale aperto con i Brics+ mentre Trump attua guerre doganali selettive. Il messaggio è chiaro: il rapporto privilegiato Trump-Putin dovrebbe obbligare la Cina di Xi Jinping ad accettare una costante triangolazione attraverso cui costruire politiche commerciali tripolari destinate a condizionare il complesso degli scambi globali e quindi a rendere obbligatoriamente digeribili i dazi statunitensi.
La quarta ragione è ancora più esplicita. Il vertice in Alaska sancisce la totale irrilevanza europea, che non può agire come soggetto unitario ma solo nelle forme delle singole e fragili realtà nazionali. In questo senso Trump pare voler parlare solo alla Germania per farne un’interlocutrice privilegiata, insieme al Regno Unito, ancora nel triangolo “armi, finanza, dollarizzazione”. Rispetto a tutto ciò, l’impressione è che l’Ucraina sia solo un tragico, ingombrante pretesto.
L’Unione Europea ha adottato nei confronti della Russia 18 pacchetti di sanzioni che mirano ad azzerare gli scambi di merci e servizi. È evidente che simili provvedimenti hanno spinto la Russia a ridefinire quasi totalmente le proprie geografie commerciali. Le sanzioni prevedono anche l’esclusione dal sistema dei pagamenti e la confisca delle riserve detenute presso le banche europee. Al tempo stesso l’Unione europea si è impegnata, senza reali contropartite, a comprare energia dagli Usa per 250 miliardi di dollari l’anno, tre volte quanto ha comprato nel 2024, e a trasferire sempre negli Stati Uniti 600 miliardi di dollari in investimenti produttivi. Non era difficile immaginare che per i russi gli europei siano quantomeno inutili e per gli americani dei subalterni. Dunque perché coinvolgerli in qualsivoglia trattativa? Inoltre Trump sa bene che il centro del capitalismo finanziario europeo è New York e che quindi dovrà difenderlo usque ad mortem a prescindere da ogni coinvolgimento nelle scelte internazionali. Per Russia e Stati Uniti l’unico interlocutore è la Cina e la partita si gioca sul piano degli equilibri di forza tra questi tre soggetti. Il vero paradosso consiste nel fatto che questo esito, scelto da Trump, è in larga parte il prodotto della globalizzazione neoliberale e della sua avidità.
Fonte
05/03/2025
Il gasdotto Nord Stream 2 di nuovo nel mirino, ma stavolta del business
Il Financial Times, che cita fonti anonime a conoscenza della questione, riferisce che Warnig lo starebbe facendo con il sostegno di investitori statunitensi. Un paradosso clamoroso visto che proprio l’amministrazione USA (di Biden in quel caso) è da ritenersi il mandante del sabotaggio del gasdotto in questione.
Secondo il Financial Times, Warnig avrebbe tentato di stabilire un contatto con il team di Donald Trump tramite un certo numero di uomini d’affari statunitensi che sono impegnati in discussioni non ufficiali su una potenziale fine della guerra in Ucraina, scenario che prevederebbe la possibilità di una cooperazione economica ampliata tra Washington e Mosca.
Alcuni membri della cerchia di Trump sono a conoscenza del piano e lo vedono come parte di uno sforzo più ampio per normalizzare le relazioni con la Russia. Secondo una fonte vicina ai negoziati, un consorzio di investitori americani ha già delineato un accordo preliminare con il gigante russo del gas naturale, Gazprom, sebbene le identità di quegli investitori rimangano riservate.
La rimessa in servizio del gasdotto richiederebbe però la revoca delle sanzioni statunitensi contro la Russia, la ripresa delle vendite di gas russo all’Europa e l’approvazione della Germania per il trasporto di tale gas a qualsiasi potenziale acquirente nel continente. Gli Stati Uniti potrebbero inquadrare l’accordo come un mezzo per garantire l’affidabilità della fornitura grazie al coinvolgimento degli investitori americani.
“Gli Stati Uniti direbbero, ‘Bene, ora la Russia sarà affidabile perché ci sono americani affidabili in mezzo’”, ha detto un ex alto funzionario statunitense al Financial Times, anche se gli ostacoli al raggiungimento di un simile accordo appaiono tuttora “considerevoli”.
L’agenzia di informazione economica Bloomberg riferisce che “alcune industrie tedesche nell’est del paese stanno già pianificando il momento in cui il gas russo tornerà in Europa, incoraggiate dagli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina”.
Warnig ha finora negato di aver avuto colloqui con politici o imprenditori statunitensi, sottolineando le sanzioni statunitensi emesse contro di lui, mentre sia il Cremlino che Gazprom hanno rifiutato di commentare la questione.
Nel settembre 2022, il sabotaggio da parte di un commando misto di ucraini e agenti della Nato, ha reso inutilizzabili entrambi i gasdotti del Nord Stream 1 e uno dei due gasdotti del Nord Stream 2 che collegavano la Russia alla Germania.
Il secondo gasdotto del Nord Stream 2, in grado di trasportare 27,5 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, è rimasto intatto ma non è mai stato messo in funzione. Questo gasdotto è interamente di proprietà di Gazprom, ma circa la metà dei suoi costi di costruzione da 11 miliardi di dollari sono stati coperti da prestiti di società energetiche europee come Shell, Uniper, OMV, Engie e Wintershall, che nel frattempo hanno tutte cancellato le loro perdite. Nel 2022, la Germania ha interrotto il processo di licenza del gasdotto, bloccandone di fatto il lancio pochissimo tempo dopo averne annunciato la conclusione dei lavori.
Nonostante l’interesse manifestato da alcuni investitori, gli ex funzionari statunitensi sentiti dal Financial Times rimangono scettici sulle prospettive del progetto. Anche se Putin e Trump dovessero raggiungere un accordo, le sanzioni dell’UE e le potenziali divisioni politiche all’interno della Germania ostacolerebbero la sua realizzazione.
Non solo. Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt, come controindicazione, ci sono anche gli interessi degli esportatori americani di gas liquefatto (GNL) che da tempo “hanno conquistato il mercato europeo e soprattutto quello tedesco. È improbabile che a loro piaccia dover tenere testa alla concorrenza della Russia in Germania”.
Ma lo stesso giornale è costretto ad ammettere che “il trasporto via gasdotto di gas naturale dalla Russia è molto più economico del trasporto con navi metaniere. Il gas russo renderebbe la vita difficile agli esportatori statunitensi”.
Fonte
13/02/2025
I conti della guerra Ucraina-Russia di Trump e l’UE
Mentre l’Europa festeggia l’ennesima martellata ideologica che si è data ‘sulle dita’, urlando ‘vittoria’ per nascondere il male che s’è fatta.
L’Ue dà l’elettricità ai Baltici mentre Trump ci vende il gas a prezzo triplo
Nella foto di copertina la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con i leader dei tre Paesi baltici. Insieme, festeggiano la disconnessione di Lituania, Estonia e Lettonia dalla rete elettrica che avevano in comune con Russia e Bielorussia, e la connessione con la reti europee. «Addio Russia! Addio Lenin!». E giù risate e applausi.
Le molte buone regioni degli ex Paesi sovietici
L’abbiamo detto e scritto tante volte: impossibile non capire i Paesi usciti dall’ex Unione Sovietica nei loro rancori contro la Russia. Sette decenni di dominazione altrui e di centralismo ‘grande russo’ non potevano non lasciare cicatrici indelebili. Il problema è che con i rancori puoi forse ottenere e conservare il potere, ma è molto difficile fare politica. E certe immagini sono la dimostrazione lampante di questo assioma. I tre Paesi baltici si sentono più sicuri nel dividere il più possibile le loro storie da quelle della Russia? Nessuno li può giudicare. Ma se questo deve diventare «la politica dell’Europa», allora qualcosa si può dire.
Le forche caudine della Ue
Mentre la Von Der Leyen, in Lituania, rideva e applaudiva come se avesse appena assistito a un evento epocale, nel mondo reale succedevano altre cose interessanti. Donald Trump, che dell’Unione Europea si ricorda solo per criticarla e minacciarla, annunciava di aver parlato con Vladimir Putin, comunicando così ufficialmente (ma che Casa bianca e Cremlino già fossero in contatto si sapeva) al mondo che il negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina era iniziato. Senza la Ue, peraltro, nonostante che il presidente ucraino Zelensky abbia a lungo chiesto di avere anche Bruxelles al tavolo delle trattative.
Gas ed elettricità alle stelle
Altro fatto: alla Borsa di Londra il prezzo del gas naturale superava i 620 dollari per mille metri cubi per la prima volta dall’8 febbraio 2023. Inoltre, secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, l’associazione di 70 operatori europei del settore, le riserve di stoccaggio sotterraneo di gas in Europa sono scese sotto il 50% e i tassi di prelievo di febbraio sono vicini ai massimi storici. Dall’inizio della stagione del riscaldamento, l’UE ha già prelevato più della metà del combustibile accumulato per l’inverno: 53,2 miliardi di metri cubi. Nessuna particolare preoccupazione, nessun allarme urgente, per carità. Ma a fronte dei dati di consumo c’è una realtà ben descritta su InsideOver da Giuseppe Gagliano: «... nel 2024 le esportazioni di GNL russo verso l’Europa sono aumentate del 20% rispetto al 2023, con Germania, Francia, Spagna e Belgio tra i principali destinatari».
Europa di coccio tra Usa e Russia
E l’Europa si ritrova, grazie alle politiche illuminate di questi ultimi anni e alla folle speranza di usare l’Ucraina per annichilire la Russia, nella scomoda situazione di dover scegliere tra il gas russo (rinnegato nella sua via più semplice e conveniente, quella del gasdotto, ma recuperato in quella più complicata e costosa del GNL) e quello americano, che ci costa tre-quattro volte più del prezzo cui i produttori Usa lo vendono sul mercato interno.
L’onda lunga dell’allargamento 2004
Eppure le risate compiacenti della Von Der Leyen hanno un senso. Sono l’omaggio ai veri azionisti di maggioranza della sua seconda Commissione, quelli che una volta chiamavamo i ‘Paesi dell’Est’, usciti (e spesso rinati) dal crollo dell’Unione Sovietica e nel 2004 entrati in blocco nella Ue. Gli Stati Uniti furono i grandi sponsor di quell’allargamento e si può ben capire perché: si formò allora una cintura di Paesi scottati dall’esperienza pluridecennale di sottomissione alla Russia e perciò russofobi e assolutamente decisi a porsi sotto l’ombrello protettivo degli Usa, sia attraverso trattati bilaterali sia attraverso la Nato.
Se pensiamo che già nel 2008, con Barack Obama, fu costituito in Romania il sistema missilistico Aegis (‘difensivo’ nella definizione, ma basato su vettori che possono trasportare anche i Tomahawk), possiamo ben capire quale sia stato il processo.
L’invasione russa dell’Ucraina
Con gli anni la tendenza si è solo accentuata. E l’invasione russa dell’Ucraina, con l’idea dei Paesi in prima linea nell’aiutare l’Ucraina nella difesa dell’Occidente tutto, le ha impresso nuova accelerazione, avviando invece il declino dell’asse franco-tedesco che per lungo tempo ha dettato le sorti della Ue. Oggi ci ritroviamo con una responsabile della politica estera comunitaria espressa dall’Estonia (1,5 milioni di abitanti) e un responsabile della politica di difesa espresso dalla Lituania (2,9 milioni di abitanti), i quali governano, anche bene, Paesi piccolissimi, lontanissimi dalla realtà di Paesi come Spagna o Italia o Francia.
Col massimo rispetto: politici che hanno soprattutto il merito di essere antirussi e graditi agli Usa. Ma come si diceva, coi rancori non si governa. La tentazione di vendicarsi della Russia per i torti passati, vivissima in questi Paesi, ci ha spinti tutti sulla strada di una vittoria impossibile, almeno non nella misura in cui la si voleva. Con le conseguenze che vediamo.
Fonte
08/01/2025
Gas, gli speculatori scommettono sui guerrafondai
Il prezzo del gas torna a infiammarsi. La Borsa di Amsterdam lo dava ieri a 47 e nei giorni scorsi oltre i 50 euro al megawattora, un incremento di oltre il 60% in un anno e quasi la metà nelle ultime settimane. Ne risentono anche i pochi rimasti nel cosiddetto mercato “tutelato”.
Con aumenti in bolletta intorno al 3 percento. E la notizia è che per il 2025 Goldman Sachs prevede un boom ulteriore del prezzo, a 84 euro e oltre.
La miccia, stavolta, è stata la decisione di Volodymyr Zelensky di non rinnovare il contratto che consentiva al gas russo di transitare in territorio ucraino per raggiungere i paesi Ue. Per sbloccare la situazione, l’ungherese Orbán e gli altri simpatizzanti di Putin minacciano l’interruzione di elettricità che dall’Europa va in Ucraina. Ma il leader ucraino per adesso resiste, forte dell’appoggio americano.
La nascente amministrazione Trump, infatti, sarà anche intenzionata a far la pace militare con la Russia ma non intende rinunciare alla guerra commerciale con il mondo, da tempo fondata sul cosiddetto “friend shoring”.
Questo obbliga l’Europa a diradare i rapporti commerciali con i “nemici” d’Oriente e a intensificarli con gli Stati Uniti e gli altri “amici” della Nato, a partire dalle forniture di energia.
Con il blocco dei transiti di gas russo, dunque, Zelensky non fa che applicare fedelmente la dottrina americana del “friend shoring”. E da questo punto di vista non è isolato. La nuova Commissione Ue di Ursula von der Leyen guarda sempre più a destra alla ricerca di stabili alleati. Magari anche di simpatie fasciste, purché ancorati alla dottrina commerciale americana. Il governo Meloni è il prototipo ideale.
Viene da chiedersi perché negli Stati Uniti i presidenti cambiano ma la dottrina del “friend shoring” resta. Il motivo è semplice: l’economia americana resta afflitta da un pesante debito verso l’estero e l’establishment è convinto che l’unico modo per affrontarlo siano le barriere protezioniste.
Il problema è che la guerra commerciale scatena una ridda di azioni e reazioni, che di solito non attenua ma al contrario intensifica la guerra militare. Sta anche qui la contraddizione del sedicente “pacifismo trumpiano”.
In un tale scenario, non deve meravigliare che il prezzo del metano schizzi nuovamente alle stelle. Né deve sorprendere che l’oro stia salendo come non accadeva da decenni.
Il motivo di questi sommovimenti sui mercati, in ultima istanza, può esser sintetizzato in un unico fatto: ancora una volta, gli speculatori stanno scommettendo sui guerrafondai, economici e militari.
I professionisti della finanza puntano cioè sull’inasprimento delle lotte commerciali e quindi su ulteriori aumenti dei prezzi. Pertanto si fanno prestare capitali, comprano gas, oro e simili, attendono gli auspicati rialzi, quindi vendono, restituiscono il prestato con gli interessi e si tengono i colossali guadagni netti di capitale.
Il mondo si infiamma, le bollette salgono, e intanto quelli brindano.
Certo, qualche ottimista potrà confidare nella soluzione avanzata dal ministro italiano dell’energia: Pichetto Fratin ha dichiarato che è tempo di ridiscutere del “tetto” europeo al prezzo del gas.
Il problema è che i precedenti non alimentano buone speranze. Quando nel 2022 il prezzo del gas superò i 300 euro, il governo Draghi avanzò l’ipotesi di un limite massimo ma i cantori del “laissez faire” si misero sulle barricate.
La loro resistenza non fu vana. Nell’entusiasmo del’ex ministro draghiano Cingolani, alla fine l’Ue riuscì ad approvare un limite a 180. Ma a quel punto non serviva più a nulla: il prezzo di mercato del gas era intanto crollato a 80 euro.
Si è detto, argutamente, che la tragedia stimola il senso del ridicolo. Cingolani fu perfetto interprete della massima. C’è da scommettere che Pichetto Fratin non sarà da meno.
Fonte
04/01/2025
L’Ucraina fa esplodere il costo del gas mettendo fine all’accordo con la Russia
La notizia è stata riportata dall’agenzia britannica Reuters su informazioni fornite direttamente da funzionari ucraini.
Il 31 dicembre infatti è scaduto l’accordo che permetteva il passaggio del gas estratto in Siberia e che attraverso il Paese raggiungeva l’Unione europea, principalmente in Ungheria, Austria e Slovacchia.
Aumentano le tariffe di trasporto del gas
La commissione nazionale per i regolamenti statali nei settori dell’energia e dei servizi di pubblica utilità ha approvato l’aumento delle tariffe di trasporto del gas nazionale a circa 502 grivne (11,55 euro) per 1.000 metri cubi, rispetto alle precedenti 124 grivne (2,85 euro – al cambio odierno).
“Nel 2024, l’85% delle nostre entrate deriverà dal trasporto di gas proveniente dalla Federazione Russa. Ciò significa che solo il 15% ci rimane dai clienti nazionali”, ha dichiarato Dmytro Lyppa, direttore generale dell’operatore ucraino di trasporto del gas.
Lyppa ha inoltre dichiarato che l’aumento delle tariffe non coprirà completamente i mancati introiti, ma che “l’economia ucraina richiede decisioni equilibrate ed eque”, con riferimento ai maggiori costi di produzione che molte imprese dovranno affrontare anche a causa della fine della fornitura.
Il conto lo pagano lavoratori e cittadini
Come sempre, “equilibrio ed equità” nel linguaggio padronale si traducono in “tagli e licenziamenti” per quello dei lavoratori, già in corso per ammissione di Lyppa presso l’operatore ucraino.
L’economia e soprattutto la popolazione ucraine stanno subendo le più grandi conseguenze dalla guerra per procura che si sta combattendo sul proprio territorio, con il prodotto interno lordo sceso di quasi il 30% nel 2022 e l’economia che oggi vale circa il 78% della sua dimensione precedente alla guerra.
È anche per questo che, nonostante la guerra fosse in corso, il governo Zelensky ha sempre rispettato il passaggio del gas russo sul proprio territorio, da cui si stima siano transitati in cinque anni 15 miliardi di metri cubi di gas da Mosca all’Europa.
La Slovacchia del premier Fico la più colpita nell’Ue
Riporta l’Ispi che il gas trasportato tramite la rete Uregony-Pomary-Uzhorod contribuiva per circa il 5% alle forniture dei Paesi europei, passando anche attraverso la città russa di Sudzha, occupata ad agosto dall’Ucraina durante l’invasione nell’oblast di Kursk.
E sempre in questo contesto va collocato l’attivismo del premier slovacco Fico, in visita ufficiale al Cremlino prima di Natale, il cui paese era fortemente dipendente dal gas russo.
Tuttavia, a nulla sono valse le pressioni fatte su Zelensky per spingerlo a rinnovare l’accordo, con la Slovacchia che intimava il taglio delle proprie esportazioni di elettricità verso l’Ucraina, già fortemente debilitata dagli attacchi russi.
Fonte
03/01/2025
Lo sto al transito del gas russo in ucraina, stressa gran parte dell'est Europa
All'indomani dello stop al transito di gas russo attraverso l'Ucraina (a occhio 5 miliardi di dollari in meno all'anno per le finanze della Federazione, con forse un terzo recuperabile attraverso il TurkStream) le schermaglie diplomatiche continuano. Già il 31 il Ministro per l'energia ucraino, Herman Halushchenko, aveva detto di non credere alle minacce slovacche di sospendere come rappresaglia i rifornimenti di energia elettrica all'Ucraina, e in effetti ha finora avuto ragione.
La Slovacchia, che già deve fare i conti con il problema del gas, non può certo permettersi di rinunciare ai soldi che guadagna dalle forniture, che vengono per l'appunto pagate (che poi lo facciano i contribuenti ucraini o quelli dell'Unione Europea è un altro discorso, ma i soldi alla fine arrivano comunque). Fico, ad ogni modo, anche oggi ha ribadito che la coalizione di governo è pronta a questo passo, aggiungendo anche che è allo studio un provvedimento per ridurre il sostegno ai cittadini ucraini che si trovano in Slovacchia.
L'Ungheria sembra più tranquilla (e al momento deve fare i conti con la mancata erogazione di un miliardo di euro da parte dell'UE, con la prospettiva di perderne altri 5 nei prossimi anni): ma la sua situazione, per quanto riguarda il gas, è di certo migliore della Slovacchia dato che può contare sul TurkStream, il gasdotto che porta gas russo attraverso la Turchia a Bulgaria, Serbia e appunto Ungheria. La Slovacchia resta invece esclusa, così come l'Austria, e al momento non ha deciso di seguire la vicina Repubblica Ceca sulla strada della "diversificazione" ottenuta acquistando gas dalla Germania, dalla Norvegia e dall'Olanda per la semplice e ovvia ragione che gli verrebbe a costare troppo, essendo in buona parte gas liquefatto e rigassificato.
Il problema, infatti – e non solo per la Slovacchia – non è tanto trovare il gas, ma doverlo pagare sensibilmente di più: se paesi come l'Italia, dove pure il costo sta aumentando (dopo essere aumentato anche negli anni passati, cosa che pare non interessare a nessuno) o come l'Olanda, la Croazia eccetera possono costruire rigassificatori sulla costa e poi chiedere royalties per il passaggio del gas verso i paesi esteri, limitando almeno in parte gli aumenti di costo, chi si trova al termine di questa catena paga più di tutti e ha le minori garanzie di ottenere quanto gli serve. E siccome l'economia slovacca non è esattamente mastodontica le autorità e la popolazione, indipendentemente dall'amore che hanno o non hanno per Putin e la Russia, sono piuttosto preoccupate, visto anche che non pare che l'UE, che approva e benedice il taglio del gas russo, abbia messo in piedi dei meccanismi di compensazione o solidarietà.
Chi sta messa peggio di tutti, ad ogni modo, è la Moldavia, che dell'UE nemmeno fa parte. Da ieri il gas non arriva più dall'Ucraina, con tutte le conseguenze che si possono immaginare: stop al riscaldamento degli edifici e delle attività industriali. A complicare ulteriormente le cose, la maggiore centrale termoelettrica del paese, Cuciurgan, dalla quale viene circa l'80% dell'energia moldava, si trova in Transnistria. È passata al carbone per generare un minimo di energia, ma ne ha per una cinquantina di giorni al massimo e ha sospeso i rifornimenti alla Moldavia che sta cercando di accordarsi con la Romania che dovrebbe fornire il 60% del fabbisogno. Ma un terzo delle riserve romene di gas sono già esaurite e il Ministro dell'Energia Sebastian Burduja ha dichiarato che alla Moldavia andrà solo l'energia in eccesso rispetto alle necessità romene, tra l'altro in buona parte al prezzo di mercato, sempre più alto.
Resta infine da chiedersi come l'Ucraina verrà fuori da questa situazione: non solo perde le royalties sul passaggio del gas, ma dei vicini che la rifornivano finora di elettricità la Moldavia non potrà più farlo, la Romania sarà costretta a ridurre le forniture e la Slovacchia minaccia di chiudere tutto. La Polonia dovrebbe aumentare l'export, ma per il comparto energetico ucraino la situazione sta diventando complicata: come si vede del grafico che allego, non solo è passata dall'essere paese esportatore a paese importatore ma il divario tra ciò che riesce a produrre e ciò che deve importare aumenta sempre più (in nero quanto importa, in rosso quanto esporta).
Fonte
30/12/2024
Aumenti in arrivo per le bollette di gas e energia
L’aumento è dovuto alle dinamiche dei prezzi del gas sul mercato all’ingrosso sul quale, secondo l’Arera pesano l’instabilità geopolitica e le temperature invernali.
A preoccupare è l’inverno in corso, che si sta rivelando più rigido di quelli degli anni precedenti, ragione per cui i prezzi potrebbero lievitare ancora. Diversamente l’inverno del 2023 aveva registrato temperature sopra la media e, di conseguenza, anche la spesa era stata inferiore a quella del 2022.
Per il 2025 si prevedono invece ulteriori aumenti delle bollette. Secondo alcune previsioni fatte analizzando i prezzi della materia prima e l’andamento degli indici Psv e Pun, nei prossimi 12 mesi il prezzo dell’energia aumenterà di quasi il 30% con un impatto significativo sulle bollette di chi ha un’offerta a prezzo indicizzato.
Le stime affermano che per una famiglia tipo nel mercato libero, l’aumento delle bollette sarà di almeno 272 euro tra luce e gas, con una spesa complessiva che arriverà a 2.841 euro, rispetto agli attuali 2.569 euro (+11%)
Il rincaro più corposo si avrà sulla bolletta del gas per la quale, in una famiglia tipo, la spesa annuale media passerà dagli attuali 1.744 euro l’anno a 1.920 euro (+176 euro). Per quanto riguarda la bolletta dell’energia elettrica, invece, l’incremento viene calcolato intorno ai 96 euro, con una spesa annuale che passerà da 826 euro a 921 euro.
Ad aggravare la situazione intorno al prezzo del gas, ci si è messa anche l’Ucraina che ha disdetto l’accordo commerciale con la Russia per il transito del gas verso l’Europa centrale.
La disdetta dell’accordo è stata confermata anche dal presidente russo Putin, nella conferenza stampa di fine anno: il contratto quinquennale con l’Ucraina scadrà il 31 dicembre e non verrà rinnovato e quindi verrà posta fine all’accordo con la compagnia energetica statale russa Gazprom che consente di esportare gas naturale tramite la rete di gasdotti ucraini verso Slovacchia, Ungheria e altri paesi dell’Europa centrale.
La principale linea di transito rimasta, dopo la chiusura e il sabotaggio del Nord Stream nel 2022, è il gasdotto Urengoy-Pomary-Uzhgorod, che verrà dunque chiuso a fine anno. Questa conduttura trasporta il gas dalla Federazione Russa attraverso l’Ucraina fino alla Slovacchia, dove poi si divide in rami diretti verso la Repubblica Ceca e l’Austria
L’Italia, insieme all’Ungheria, è tra i Paesi che si riforniscono tramite questa rotta. Attualmente l’Ucraina commercializza all’incirca 15 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno a un gruppo di paesi europei. Il mancato rinnovo dell’accordo di transito tra Russia e Ucraina, secondo gli analisti, potrebbe contribuire a un aumento dei prezzi europei del gas.
Fonte
23/12/2024
Fico e Putin a colloquio, cartina tornasole delle contraddizioni UE sull'Ucraina
di Francesco Dall'Aglio
Si è da poco concluso l'incontro a Mosca tra Putin e il capo del Governo slovacco Robert Fico. Mistero sui temi del colloquio: i due non hanno rilasciato dichiarazioni e anche Peskov non ha voluto dire nulla, limitandosi a fare la faccia vaga. Sembra abbastanza ovvio che i due abbiano discusso di questioni energetiche, vista la polemica abbastanza accesa che si è scatenata tra Fico e Zelensky a proposito della decisione ucraina di sospendere dal 1 gennaio 2025 ogni transito di gas russo sul suo territorio (transito per il quale riceve tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari l'anno, a fronte di un guadagno per la Russia di 3 miliardi. Nell'articolo Reuters alcune cifre. Per quanto riguarda il petrolio invece il transito dovrebbe essere garantito fino alla scadenza del contratto nel 2029).
L'interruzione delle forniture sarebbe un problema abbastanza grave per la Slovacchia, che dalla Russia riceve 2/3 del suo fabbisogno di gas, oltre che per l'Ungheria la quale, sebbene sia riuscita ad ottenere dagli USA una proroga di tre mesi per poter continuare a versare soldi sul conto della Gazprombank, non potrà versare nulla se il gas sarà interrotto tra pochi giorni.
La Commissione Europea non pare interessata al problema (e questo anche se l'ultima volta che ho controllato sia la Slovacchia che l'Ungheria facevano ancora parte dell'UE) e se ne lava le mani, dicendo che possono comprare gas altrove: il che è certamente vero, ma lo pagherebbero molto di più di quanto lo pagano ora, sia perché quello trasportato per nave ha un costo sensibilmente maggiore sia perché i paesi che lo trasferirebbero, tipo la Croazia, hanno immediatamente alzato le tariffe del transito in un'alto slancio di commovente solidarietà. Inoltre Fico è abbastanza preoccupato che il gasdotto possa essere considerato un obiettivo militare una volta che avrà esaurito la sua funzione ed essere distrutto, non tornando in funzione nemmeno dopo la fine della guerra.
Né la questione del gas è l'unico problema per l'Europa centro-orientale. Continua infatti a tenere banco la questione agricola, di cui ha parlato Orbán sabato mattina, nella conferenza stampa di fine anno: oltre a lamentarsi anche lui della situazione del gas, ha detto che l'importazione di prodotti agricoli ucraini deve essere regolamentata o il settore agricolo ungherese ed europeo verrebbe distrutto, e che l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione "farebbe chiudere il negozio" (qui tutta la conferenza stampa, e un ringraziamento al mio agente a Budapest, Davide Galluzzi).
Dell'agricoltura si preoccupano anche Moldavia, Polonia, Romania e Bulgaria, e quest'ultima anche del destino della Lukoil che a Varna ha la più grande raffineria al di fuori del territorio russo e tra assunti, indotto e rete di distribuzione dà lavoro a qualche migliaio di persone. E infatti qualcosa si muove anche sul fianco sud: al di là del circo a tre piste romeno, dove si è scoperto che la maligna rete di influencer russi che hanno portato alla vittoria di Georgescu al primo turno è stata in realtà pagata dai liberali per colpire i socialdemocratici e che poi, quando la cosa gli è esplosa in mano, si sono affrettati a buttarla in caciara dando la colpa ai russi che tanto così non sbagli mai, un po' a sorpresa (viste le dichiarazioni sempre iper-atlantiste dei partiti di governo, se la Bulgaria avesse un governo) Dimităr Glavčev, primo ministro a interim in attesa delle ennesime elezioni anticipate, non ha firmato l'accordo decennale di sicurezza con l'Ucraina che era stato annunciato con grande entusiasmo qualche tempo fa, dal quale si era già sfilato Boyko Borisov, capo del partito di maggioranza relativa GERB.
Per chiudere in bellezza, pare che anche Scholz e Duda abbiano litigato per bene, con Scholz che ha accusato il presidente polacco di non capire che la decisione, sostenuta dalla Polonia, di impiegare a favore dell'Ucraina i famosi quasi 300 miliardi di euro di fondi russi congelati in Europa devasterebbe i mercati finanziari europei e che sarebbe appunto un problema nostro, visto che in Polonia l'euro non è in uso (e non è forse un caso che i paesi più disinvolti sulla questione siano appunto quelli che l'Euro non ce l'hanno, tipo appunto la Polonia o la Gran Bretagna, tanto che un sospetto, diciamo, uno se lo potrebbe anche far venire).
Pare insomma evidente che un bel po' di paesi del "fronte orientale" della NATO/UE, che tanto non c'è più alcuna differenza, si stanno sganciando o stanno almeno provando a farlo. Ora è molto facile, come fa la nostra stampa, dire che lo fanno perché sono preda della propaganda russa, oppure perché amano i modi dittatoriali di Putin – in fondo questi popoli sono a noi inferiori, forse solo culturalmente o forse proprio geneticamente, e hanno dunque un deficit di democrazia che non si è ancora riuscito a colmare.
La realtà è molto più semplice, e la vediamo anche col caso della Georgia, paese che solo uno sciocco potrebbe definire "filorusso": a differenza nostra qualche ragioniere da quelle parti è evidentemente rimasto, e passata la sbornia due conti hanno iniziato a farseli. Senza la Russia le loro economie collasseranno, con l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione peggio ancora, visto che lì finirebbero anche tutti i fondi di sviluppo, e l'unico meccanismo di solidarietà europeo è la concessione di comprare altrove a prezzi maggiorati. Che ricorda un po' le brioches di Maria Antonietta.
Fonte
30/11/2024
Polonia a tutto gas Usa-Ue contro quello russo
Polonia capofila dell’Ue più americana
Fino al 2021 il 50% del fabbisogno del gas naturale polacco arrivava dalla Russia. Dal dopo Ucraina, non solo Varsavia si è resa indipendente dal gas russo, ma, complice (termine al momento solo letterario) anche il sabotaggio del Nord Stream 2, si avvia a diventare protagonista nella politica energetica europea. Grazie innanzitutto al peso relativamente ridotto del gas nell’uso energetico polacco, ma anche «grazie a investimenti e progetti che hanno trovato negli Usa un importante sostegno». E questo non è un caso.
L’importante ‘sostegno Usa’
L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) riporta che nel 2023 il gas naturale costituiva il 16,2% del ‘mix energetico’ polacco. Meno rispetto alla media dell’Ue (21%) e dell’Italia (38,2%) nello stesso anno. Il consumo del combustibile fossile ha iniziato ad aumentare solo di recente, “fonte energetica ponte” nel processo di ‘decarbonizzazione’ polacco (che attualmente soddisfa la maggior parte del fabbisogno energetico del paese). Ma la Polonia è stata un fondamentale paese di transito per il gas russo diretto in Germania grazie al gasdotto Yamal, che attraversa anche la Bielorussia. Ed è quello il fronte decisivo con Washington.
La storica inimicizia con la Russia un vantaggio
Nonostante i bassi consumi, il gas naturale ha avuto un ruolo importante nella politica energetica polacca. Nel 2021 l’Ue ha importato circa il 40% del suo gas dalla Russia, di cui il 20-25% attraverso il gasdotto polacco Yamal. Mossa da una sfiducia di fondo verso Mosca e dall’intenzione di aumentare la propria leva negoziale nei confronti dei russi (e tedeschi), già negli anni Novanta la Polonia ha perseguito una politica di diversificazione delle fonti, tenendo in conto il futuro aumento di consumo del gas.
Molte alternative all’eterno nemico
Così già all’inizio degli anni 2000 sono stati progettati gasdotti che connettessero la Polonia al Mar del Nord. Diventati realtà il 27 settembre 2022 con l’inaugurazione della Baltic Pipe, che permette a Varsavia di importare gas dalla Norvegia con una capacità annua pari al gas che nel 2021 veniva importato dalla Russia. Nel 2016 era già stato inaugurato il terminal per gas naturale liquefatto di Świnoujście. Nel maggio 2022 è stata completata la Gas Interconnection Poland–Lithuania (Gipl). Nello stesso anno è stato inaugurato il nuovo Gas Interconnector Poland-Slovakia (Gips) dalla Polonia verso la Slovacchia e viceversa.
Infrastrutture che, insieme alla produzione domestica, garantiscono il fabbisogno interno polacco di gas naturale e un surplus che può essere usato anche per lo stoccaggio, oggi già al 99% della sua capienza.
Ma la Polonia vuole esportare gas
L’anno scorso solo l’8% del gas importato nell’Ue proveniva dalla Russia, e nessun metro cubo è transitato dalla Polonia. Varsavia smette di svolgere una funzione di transito nel mercato europeo del gas, e mira a diventare un hub energetico rilevante per tutto il continente. Nel 2023 il precedente governo Morawiecki aveva presentato una sua strategia citando le nuove infrastrutture per il gas naturale e gnl e la costruzione di centrali nucleari. Tutti i progetti sono stati mantenuti dal nuovo governo Tusk che, già nel 2014 (inizio reale della guerra ucraina), mise le forniture energetiche alternative alla Russia al centro di uno dei suoi più importanti progetti.
Una ragnatela di oleo-gasdotti
Progetti significativi: il terminal gnl di Danzica (Fsru), ora in fase preparatoria e la cui inaugurazione è prevista nel 2028; l’espansione del terminal di Swinoujscie entro il 2024 e un nuovo interconnettore con la Repubblica Ceca con una capacità di 500 milioni di metri cubi, la cui conclusione è pianificata per il 2028. Iniziative che nel giro di quattro anni daranno alla Polonia una capacità di importazione ed esportazione con un surplus rispetto al suo attuale fabbisogno, con margini dunque sia per espandere il consumo interno sia per esportarne una parte.
Se non finisce la guerra Mosca - Kiev
Le necessità dei paesi dell’Europa centro-orientale, in assenza di un accordo tra Mosca e Kiev, a partire dal 2025 verranno sospese insieme alle forniture di gas russo in transito dall’Ucraina. La Repubblica polacca pianifica l’entrata in funzione della sua prima centrale nucleare per il 2033, permettendo di liberare quantitativi di gas per l’esportazione. In qualsiasi dinamica energetica tra Unione Europea e Russia, Varsavia giocherebbe comunque un ruolo centrale. Fuori uso il Nord Stream 2, la Polonia risulta ora uno dei necessari punti di transito del gas russo in Europa insieme all’Ucraina (gasdotti Soyuz e Bratstvo) e Turchia (con il Turkstream).
Polonia attore energetico a trazione americana
Nonostante alcuni limiti, prezzi molto alti, è evidente che si stanno gettando le basi per rendere la Polonia un attore centrale nella politica energetica europea e dell’intero Occidente. E non è certo un caso il coinvolgimento americano nei progetti energetici polacchi. La Us International Development Finance Corporation ha sostenuto finanziariamente i progetti di gas liquefatto in Polonia. Washington è inoltre coinvolta nella costruzione della centrale atomica di Choczewo, affidata al consorzio Westinghouse-Bechtel e beneficiaria di finanziamenti statunitensi.
Opportuno pensare che la diplomazia energetica americana (e non solo), guardi con favore a un futuro ruolo della Polonia come hub energetico in Europa, aprendo la strada a una possibile competizione con la Germania.
Fonte
18/11/2024
Gas russo: la Commissione europea spinge l’Ucraina verso suicidio
Il transito del gas russo attraverso il territorio dell’Ucraina sta per giungere al termine. Ma ci aspettano ancora eventi interessanti
Con l’avvicinarsi del nuovo anno, un evento – atteso da tempo – attira sempre più attenzione: l’Ucraina non rinnoverà l’accordo con la Russia sul transito del gas russo attraverso il suo territorio. Vale a dire che dall’inizio del 2025 i consumatori europei non riceveranno più 14 miliardi di metri cubi di gas.
Questa perdita riguarda tutti gli operatori del mercato del gas. Per Kiev questo significa la perdita nel 2025 di circa un miliardo di dollari, che venivano pagati dalla Russia per il transito del gas russo, mentre la Russia perderà circa 6 miliardi di dollari di entrate da esportazioni. L’operatore slovacco Eustream e il trader SPP perderanno fino a 1,5 miliardi di dollari all’anno in pagamenti di transito e margini commerciali dalla rivendita del gas.
I prezzi del gas aumenteranno in tutta Europa e alcuni Paesi dovranno far fronte alla carenza di gas. In questo gioco a somma zero, l’unica vincitrice sarà la Commissione europea, che si avvicinerà ancora di più al suo obiettivo a lungo termine di far sì che l’Europa rifiuti tutta l’energia dalla Federazione Russa entro il 2027. In tutta questa storia, la sorpresa più grande è la posizione dell’Ucraina che, come mostrerò di seguito, perderà molto di più dei pagamenti di transito.
La Commissione europea è fiduciosa che l’Europa farà a meno del gas russo, che riceve attraverso l’Ucraina
Come ho già notato nell’articolo pubblicato su Pluralia il 6 settembre, la decisione di fermare il transito non è stata una decisione sovrana dell’Ucraina, ma le è stata imposta dalla Commissione europea. Che questa decisione sia stata un’improvvisazione emotiva o un capriccio da parte ucraina, come potrebbe sembrare dall’esterno, l’Unione Europea ha fermato molto rapidamente qualsiasi minaccia alla sicurezza energetica dei suoi membri.
Ma in questo caso, l’UE non fermerà l’Ucraina: queste sono esattamente le azioni che ci si aspetta dall’Ucraina. Il mancato rinnovo del contratto di transito è il risultato del lavoro sistematico dei politici europei con la leadership dell’Ucraina.
La prova documentale di ciò può essere trovata nelle dichiarazioni del membro della Commissione europea per l’energia Kadri Simson dell’11 settembre 2024. Riassumendo il lavoro dei vecchi commissari europei sul mercato europeo del gas, ha affermato quanto segue: “Rimaniamo pienamente impegnati a completare l’eliminazione graduale del gas russo, cosa che può essere fatta senza mettere a repentaglio la sicurezza dell’approvvigionamento energetico per l’Europa. Come primo passo, insieme agli Stati membri, ci stiamo preparando a rescindere l’accordo sul transito del gas attraverso l’Ucraina. Lo facciamo ormai da diversi mesi. Abbiamo iniziato a prepararci per questo due anni fa. L’UE è pronta a vivere senza il gas russo fornito attraverso la via di transito ucraina”.
C’è la possibilità che all’ultimo momento sia possibile mantenere il transito attraverso l’Ucraina?
Dopo aver rifiutato categoricamente di trasportare il gas russo in Europa, l’Ucraina ha proposto uno schema alternativo per l’utilizzo del proprio sistema di trasporto del gas. La condizione principale che l’Ucraina ha accettato è stata la sostituzione del gas russo con il gas azero. L’acquirente europeo, ad esempio, la Slovacchia, lo acquista al punto di ingresso dall’Azerbajdžan alla Russia o dalla Russia all’Ucraina.
L’acquirente del gas negozia quindi il trasporto del gas attraverso il territorio russo e lo pompa negli impianti di stoccaggio sotterranei ucraini. Successivamente potrà utilizzare il gas a sua discrezione, compresa la vendita all’Europa. Pertanto, l’Ucraina in questo schema agisce non solo come operatore del suo sistema di trasporto del gas, ma anche come riesportatore di gas.
Oltre a quanto sopra, si richiede ai partecipanti a questo progetto che il venditore di gas, l’Azerbajdžan, e i suoi acquirenti europei ricevano garanzie dalla Russia riguardo alla sicurezza degli impianti del sistema di trasporto del gas ucraino, cioè gli forniscano effettivamente protezione in condizioni di ostilità.
Lo schema proposto dall’Ucraina per l’utilizzo dei suoi gasdotti di transito non è fattibile. L’essenza delle proposte dell’Ucraina è la seguente: se qualcuno vuole utilizzare i suoi gasdotti, deve assumersi tutto il lavoro di organizzazione del transito, nonché tutti i rischi associati a questo transito. La stessa Ucraina è esclusa dal processo del trattato.
Ma non ci sono ancora persone disposte ad assumersi l’onere di organizzare tale transito. E l’attuazione della proposta ucraina richiede un lavoro congiunto e accordi complessi tra tutti i Paesi interessati; la mancata partecipazione anche di uno di essi rende impossibile l’attuazione del piano ucraino.
Secondo i resoconti dei media, da diversi mesi l’Azerbajdžan non partecipa ai negoziati sulla partecipazione a questo sistema di transito. All’inizio di ottobre 2024 la Russia, rappresentata dal vice primo ministro della Federazione Russa Novak, ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna proposta in merito da parte dei Paesi europei e dell’UE.
È ovvio che il piano proposto dall’Ucraina è meno attraente per la Russia rispetto al mantenimento di contratti a lungo termine con i suoi partner. Non è noto se la Russia accetterà lo “schema ucraino”, anche se proposto. In effetti, l’Austria ha annunciato la sua non partecipazione a questo programma. La direzione dell’OMV austriaca insiste affinché il punto di consegna del gas rimanga al confine austriaco, come previsto dal contratto con Gazprom.
È impossibile non notare le evidenti contraddizioni nello schema ucraino. Non importa quanto l’Ucraina voglia non avere alcun contatto con la Russia, dovrà negoziare con lei la conclusione di un accordo sull’adesione dei sistemi di trasporto del gas dei due Paesi.
Un accordo di interconnessione non è una semplice formalità; oltre alle questioni legali, stabilisce in dettaglio molti dettagli tecnici dell’interazione degli operatori GTS. Per coordinare questi dettagli è necessario creare uno speciale gruppo di lavoro russo-ucraino con il compito di prescrivere varie normative.
Ricordiamo anche il motivo addotto per il rifiuto di estendere il contratto di transito: l’intenzione di privare il “Paese occupante” delle entrate derivanti dalle esportazioni di gas verso l’Europa. Ma l’Azerbajdžan non ha gas in eccesso; lo fornisce già all’Europa al limite delle sue capacità. Dovrà inevitabilmente acquistarlo dalla Russia o stipulare con essa un accordo di agenzia, il che significa che i proventi delle esportazioni dell’“occupante” non scompariranno.
Questa è la principale contraddizione dello schema proposto dall’Ucraina. Ciò crea un precedente per la comparsa in Europa del gas pseudo-azero, che in sostanza rimarrà russo.
Proponendo uno schema deliberatamente irrealizzabile per preservare il corridoio di transito, l’Ucraina apparentemente imita la sua intenzione di incontrare i suoi partner europei. Ciò viene fatto al fine di rimuovere le accuse di provocare un aumento dei prezzi europei del gas naturale e addirittura di creare minacce alla loro sicurezza energetica. Tali accuse potrebbero avere anche conseguenze legali.
La Slovacchia, ad esempio, ha recentemente ricordato all’Ucraina che ha firmato un accordo di associazione con l’UE ed è quindi obbligata a mantenere il transito. L’Ucraina, in risposta alle accuse di creare situazioni di crisi, risponderà di aver offerto la propria opzione per continuare il transito, ma di non aver ricevuto sostegno. Allo stesso tempo, l’Ucraina può contare pienamente anche sul sostegno della Commissione europea.
L’Ucraina sta affrontando la chiusura del suo sistema di trasporto del gas
Allora perché l’Ucraina soffrirà di più se il corridoio di transito che collega la Russia con l’Europa cesserà di funzionare? Il punto non è solo la perdita di circa 1 miliardo di dollari in pagamenti di transito, che l’Ucraina non riceverà.
Ad un esame più attento, l’utile netto derivante dal transito è basso. Pertanto, nel rapporto aziendale per la prima metà del 2024, l’ucraina Naftogaz riporterà un fatturato di 20,4 miliardi di grivne (496 milioni di dollari) derivante dal transito del gas russo, che è aumentato del 6% rispetto alla prima metà dello scorso anno. Ma allo stesso tempo, il costo del servizio di transito ammontava a 19,2 miliardi di grivne – ovvero 377 milioni di dollari.
A giudicare da questi dati, il reddito netto derivante dal transito del gas russo è piccolo, solo 119 milioni di dollari (496 milioni di dollari meno 377 milioni di dollari) per il gas russo per metà dell’anno, a quanto pare, ed aumenterà di 240 milioni di dollari. Tale importo non è paragonabile in termini di dimensioni al volume degli aiuti all’Ucraina da parte dell’UE e degli Stati Uniti.
Va tenuto presente che gli alti costi per sostenere il transito dimostrano l’inefficienza del sistema di trasporto del gas dell’Ucraina, che non è stato adeguatamente finanziato per molti anni. La componente principale di questi costi è il pagamento del gas combustibile (il cosiddetto “fuel gas”). Di conseguenza, per il pompaggio del gas viene spesa una quantità di gas molte volte superiore a quella richiesta dallo standard. L’usura del sistema porta anche ad elevate perdite da fughe di gas durante il trasporto.
Sembrerebbe che se l’Ucraina rifiutasse di far transitare il gas russo, perderebbe poco. Non ci sarà transito e non ci saranno costi associati. Ma non è vero. Il valore del transito russo non risiede solo nel profitto, ma anche nell’opportunità di ottimizzare i flussi di gas naturale all’interno dell’Ucraina.
In primo luogo, è il gas russo a fornire la pressione nel sistema che, se scende sotto i 30 bar, porterà alla chiusura completa delle unità di pompaggio del gas ucraino. Ciò significa che in assenza di transito, l’Ucraina dovrà mantenere la pressione nel sistema utilizzando le proprie riserve di gas.
In secondo luogo, con la cessazione del transito, l’Ucraina perde i risparmi sul trasporto del gas all’interno del Paese. L’approvvigionamento interno di gas ucraino è legato al transito. Il risparmio deriva dal fatto che il gas proveniente dal flusso di transito rimane parzialmente nella parte orientale e centrale del Paese, e la differenza sul confine occidentale è coperta dal gas proveniente dagli impianti di stoccaggio ivi situati. Con la scomparsa del transito, l’Ucraina dovrà organizzare l’approvvigionamento dell’Ucraina centrale e orientale in senso inverso, partendo dal confine occidentale.
Sebbene il consumo di gas in Ucraina sia diminuito a causa dell’emigrazione e della chiusura degli impianti di produzione, la precedente stagione di riscaldamento ha dimostrato che la domanda nelle centrali termoelettriche rimane ancora a un livello elevato. E quest’inverno potrebbe essere necessario ancora più gas, poiché dopo gli attacchi dell’esercito russo non sono rimaste quasi più centrali termoelettriche a carbone, e quindi il carico sulle centrali termoelettriche a gas dovrebbe aumentare. Nella moderna Ucraina il gas ha preso il secondo posto nella bilancia dopo le centrali nucleari, sostituendo il carbone.
Ma ci sono problemi significativi con l’approvvigionamento di gas dell’Ucraina durante la stagione di riscaldamento, iniziata il 15 ottobre. A questa data, gli impianti di stoccaggio del gas ucraino avevano accumulato 13 miliardi di metri cubi di gas. Si tratta di 200 milioni di metri cubi inferiori al piano precedentemente stabilito dal governo per Naftogaz.
L’Ucraina non può contare sul gas dei commercianti europei nei suoi impianti di stoccaggio sotterraneo. Le aziende dell’UE, nonostante il fatto che l’Ucraina offra alcune delle tariffe di stoccaggio più basse, non rischiano di immagazzinare gas qui, temendo sia attacchi alle infrastrutture che accessi non autorizzati utilizzando il proprio gas. Se l’anno scorso, prima dell’inizio della stagione di riscaldamento, i commercianti europei di gas avessero pompato nello stoccaggio 3 miliardi di metri cubi, quest’anno ne hanno portato via 60 milioni di metri cubi più di quanti caricati.
Con cosa finiamo?
La leadership della Commissione europea (CE), dopo aver convinto l’Ucraina a fermare il transito del gas russo, ha raggiunto l’obiettivo di limitare il flusso di beni energetici russi nell’UE. L’Europa riuscirà a farcela senza che il gas russo passi attraverso l’Ucraina, ritiene la Commissione europea.
Ma se l’Ucraina alla fine eviterà un collasso del gas, che non richiederebbe nemmeno il bombardamento russo dei suoi gasdotti, è di scarso interesse per l’attuale CE. Del resto, di questo problema si occuperanno i nuovi Commissari europei per l’Energia, che riceveranno i loro poteri a novembre. Anche se, forse, hanno altri problemi più importanti.
Fonte
22/09/2024
La pazienza strategica dell’Iran sta innervosendo Israele
Diversi funzionari della Repubblica islamica hanno giurato che la risposta sarà dura e colpirà i vertici del potere di Israele, e persino la Guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato: “Riteniamo nostro dovere vendicare il suo sangue”.
“Cuocere la rana a fuoco lento”: una guerra di logoramento
Con l’evolversi della situazione, è diventato chiaro, anche per coloro che non avevano familiarità con il modus operandi dell’Iran, che Teheran non avrebbe agito rapidamente o in modo sconsiderato. Al contrario, la risposta collettiva dell’Asse della Resistenza presente nella regione sarebbe stata misurata e strategica, con alcuni funzionari che hanno persino suggerito una risposta iraniana posticipata di molto.
Ali Mohammad Naini, portavoce del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), aveva osservato il mese scorso che “il tempo è a nostro favore e il periodo di attesa per questa risposta potrebbe essere lungo”. Anche Ali Bagheri Kani, allora ministro degli Esteri facente funzioni, aveva ipotizzato in modo simile che l’Iran avrebbe reagito al “momento giusto” e nel modo “appropriato”.
Dopo gli attacchi di ritorsione dell’Iran, ad aprile, contro lo stato sionista, in risposta al bombardamento del suo consolato a Damasco, il responsabile della campagna presso la ONG Avaaz, Fadi Quran, in un post pubblicato sui social media aveva tracciato un parallelo tra la risposta iraniana e un corso di perfezionamento sulla strategia militare a cui aveva partecipato presso la Stanford University.
Simile a un jet stealth (aereo invisibile) statunitense che rivela però le proprie funzionalità, Quran ha affermato che l’uso di armi convenzionali da parte dell’Iran ad aprile aveva costretto Tel Aviv ad esporre le sue difese anti-missili fornendo all’Iran preziose informazioni per futuri attacchi. Ha inoltre osservato che:
“Netanyahu e il governo israeliano preferiscono una guerra rapida, aperta e pressante nella quale possono coinvolgere l’America. Gli iraniani preferiscono una guerra di logoramento più lunga che privi Israele delle sue capacità di deterrenza e lo renda un alleato per gli arabi e gli Stati Uniti che in altri modi sarebbe troppo dispendioso da ottenere”.
I commenti di Quran evidenziano un aspetto critico ma spesso trascurato della proxy war che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti: i reali obiettivi strategici dell’Iran e dei suoi alleati in una guerra anomala.
Diversi mesi prima della rappresaglia diretta dell’Iran contro Israele, c’è stato un attacco all’avamposto militare statunitense “Tower 22”, sul confine tra Giordania e Siria, da parte della fazione di resistenza irachena Kataib Hezbollah che ha causato la morte di tre soldati statunitensi e il ferimento di altri 35.
Poi, alcuni giorni prima dell’assassinio di Haniyeh, l’esercito yemenita allineato ad Ansarallah aveva lanciato un attacco con droni nei pressi dell’ambasciata statunitense a Tel Aviv, uccidendo un israeliano e ferendone altri 10.
Entrambi gli attacchi rientrano nella strategia globale dell’Iran che prevede di colpire infrastrutture vitali per la sicurezza, militari ed energetiche in Israele. Queste tattiche sono progettate non solo per danneggiare le risorse dello stato di occupazione, ma anche per provocare reazioni di panico nel suo governo e alla popolazione in quella che può essere meglio descritta come guerra psicologica.
Minare la sicurezza energetica di Israele
L’Iran e i suoi alleati hanno già dimostrato in precedenza la loro capacità di interrompere le infrastrutture energetiche vitali di Israele. Nel 2022, Hezbollah ha diretto propri droni verso il giacimento di gas israeliano di Karish, principalmente per dimostrare che aveva la capacità di attaccare il sito. Israele ha faticato ad intercettare questi tentativi di Hezbollah e questa minaccia persiste tuttora: una violazione simile è stata ripetuta anche poco più di un mese fa.
La dipendenza di Israele dalle piattaforme del gas, in particolare Tamar, Karish e Leviathan, che forniscono circa il 70% del gas utilizzato nella produzione di elettricità, trasforma tali siti in strutture altamente vulnerabili. Come ha affermato un funzionario dell’energia israeliano, “le piattaforme del gas sono sensibili e quando una piattaforma è attiva, può trasformarsi in una bomba ad orologeria”.
Il controllo di Israele sui porti strategici, sia tramite occupazione diretta che tramite alleanze con i paesi vicini, in particolare intorno allo stretto di Bab al-Mandab, è un altro motivo di preoccupazione per Tel Aviv.
L’ingresso nel Mar Rosso è vitale per il commercio globale e gli eventi recenti hanno dimostrato che questo è un altro campo di battaglia nella strategia dell’Iran. L’ingresso dello Yemen nel conflitto e la sua capacità di bloccare le navi commerciali dirette ai porti israeliani hanno avuto un notevole impatto sull’economia israeliana.
Ad esempio, il blocco del Mar Rosso ha causato un calo dell’85% del traffico marittimo nel porto israeliano di Eilat, secondo quanto affermato dal suo CEO, Gideon Golbert. Questo brusco calo del commercio ha provocato significative perdite finanziarie, costringendo infine il porto alla bancarotta e alla chiusura. Questo blocco, insieme agli attacchi contro le navi israeliane, rappresenta una grave minaccia non solo per Israele, ma anche per il commercio globale che attraversa uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo.
Il passaggio dell’Iran da un approccio diplomatico a quello militare
In seguito all’assassinio di Haniyeh, Israele ha cercato di classificare l’evento come un’operazione segreta di sicurezza, ma l’Iran lo ha considerato come un palese atto di aggressione militare che ha violato la sua sovranità, giustificando quindi una rappresaglia.
L’esperto di affari iraniani Ahmed Farouk dichiara a The Cradle che mentre l’Iran deve considerare l’impatto geopolitico più ampio che potrebbe avere la sua risposta, la diplomazia dovrebbe svolgere un ruolo più importante nel breve e medio termine.
Nel lungo termine, la posizione militare di Teheran potrebbe cambiare in modo significativo, soprattutto con il potenziale di deterrenza nucleare che sta diventando sempre più palese. L’uscita dell’Iran dall’ambiguità che circonda il suo programma nucleare e il suo progresso verso le capacità nucleari potrebbero trasformare le dinamiche strategiche della regione.
Uno degli scenari più pericolosi per lo stato di occupazione è la possibilità che la risposta dell’Iran possa coinvolgere tutti i suoi alleati regionali in un conflitto su più fronti, coordinato e prolungato. Con le divisioni interne in crescita all’interno dell’establishment politico e militare di Israele, in particolare per quanto riguarda gli insediamenti ebraici settentrionali al confine con il Libano, oltre al rifiuto ostinato del governo di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con Hamas a Gaza, la situazione sta diventando sempre più instabile e precaria.
La guerra prolungata di Israele a Gaza, che si sta avvicinando al traguardo di un anno, non è riuscita a produrre alcuna significativa vittoria strategica mentre lo stato di occupazione è in bilico tra l’enorme numero di vittime, la censura globale e il crescente malcontento della sua popolazione nei confronti della guerra.
Queste pressioni interne, unite alla minaccia di un’escalation esterna, stanno spingendo Israele verso un punto di svolta critico. Il sentimento diffuso tra gli israeliani è che non possono più sopportare di vivere sotto la costante minaccia di attacchi, sia da sud che da nord, né tanto meno con la prospettiva di possibili blackout energetici. E ogni giorno che passa senza la rappresaglia dell’Iran, questa pressione non fa altro che aumentare.
Fonte
29/08/2024
Sudzha, Kursk, Enorgodar. La guerra contro l’Europa prosegue
Con questo sforzo, costato già un non trascurabile numero di perdite, Kiev ha ottenuto il controllo di un fazzoletto di territorio russo ed alcuni villaggi, alcuni dei quali già tornati sotto il controllo di Mosca.
Per avere la misura della questione, si può considerare che il principale centro dell’area attualmente sotto controllo ucraino è Sudzha, centro in cui all’inizio del 2024 sono stati censiti meno di cinquemila abitanti: come misura preventiva le autorità russe hanno imposto misure di sicurezza in una zona ben più ampia di quella occupata dalle forze ucraine ed interessata dai combattimenti, evacuando complessivamente, secondo il governatore della regione Alexey Smirov, oltre 120mila civili.
Quello di Kursk rappresenta il maggiore attacco condotto dalle forze ucraine in territorio russo dopo due anni e mezzo di operazioni militari su larga scala: la principale ragione di queste manovre è quella relativa all’ultima stazione di misurazione e filtraggio in territorio russo – a Sudzha – del gasdotto “Fratellanza” (conosciuto anche come gasdotto della Siberia occidentale) che percorre il tracciato Urengoy – Pomary – Uzgorod distribuendo poi il gas in Europa centrale ed occidentale attraverso Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.
È opportuno ricordare come la fornitura di gas tramite questa condotta, pur riducendosi, non si sia mai interrotta nonostante la fase apertasi con l’attacco all’Ucraina del 24 febbraio 2024.
È evidente come le forze ucraine possano aver avviato una manovra del genere soltanto con il consenso di Washington, dal momento che i rifornimenti di Kiev e tutte le decisioni fondamentali dipendono in modo determinante da quest’ultima.
Del resto non è un segreto il fatto che i principali beneficiari della campagna contro l’energia russa in Europa occidentale siano proprio gli Stati Uniti. È opportuno sottolineare anche come le forze ucraine non abbiano incontrato una resistenza rilevante nella direzione di Sudzha: del resto il cospicuo afflusso di rinforzi russi dopo l’occupazione del piccolo centro sembra aver neutralizzato il tentativo di penetrazione ucraina in direzione nord-ovest.
Considerando le migliaia di chilometri di condotte che attraversano l’Ucraina il governo di Kiev non avrebbe avuto nessuna difficoltà tecnica a interrompere il transito di gas russo sul proprio territorio all’indomani del 24 febbraio 2022, ma facendolo avrebbe danneggiato soprattutto i propri interessi. L’Ucraina infatti continua a percepire cospicui onorari per i diritti di transito relativi all’attraversamento del gas sul proprio territorio.
La scadenza dei contratti di transito, ormai prossima, offre certamente dei buoni spunti per comprendere le ragioni profonde delle manovre nella regione di Kursk e del perché Mosca non stesse presidiando massicciamente la zona in termini miliari.
Se l’incursione nella regione di Kursk rappresenta un problema in più per le forze russe questa sottrae risorse allo schieramento ucraino su tutta la linea del fronte, schieramento già inferiore per mezzi, risorse e uomini a disposizione. A conferma di questo ci sono i piccoli ma costanti avanzamenti delle forze russe sul fronte del Donbass.
A meno di cento chilometri da Sudzha si trova peraltro la centrale nucleare di Kursk, altro obiettivo strategico in direzione del quale le forze ucraine avrebbero già condotto attacchi con dei droni.
Quasi in contemporanea all’inizio delle manovre nella regione di Kursk si è verificato il più grave attacco compiuto dalle forze ucraine ai danni della centrale nucleare di Energodar (regione di Zaporozhe), sotto controllo russo da oltre due anni: l’attacco, condotto con dei droni, ha incendiato una delle torri di raffreddamento della centrale, rischiando seriamente di causare un incidente nucleare.
Questo ultimo attacco verso la centrale di Energodar rappresenta il culmine di una larga serie di pericolosi atti compiuti da Kiev. Contribuendo a compromettere le future capacità di ripresa economica dell’Ucraina e a devastare la struttura demografica del paese, atti come quelli di Kursk, pur costando all’Ucraina mezzi, risorse e soprattutto vite umane, non aggiungono complessivamente alcun potere negoziale a quello detenuto da Kiev.
La loro prosecuzione è piuttosto destinata ad indebolire ulteriormente la posizione ucraina negli inevitabili compromessi che presto o tardi saranno raggiunti. Il loro principale obiettivo è invece quello di persuadere le opinioni pubbliche ma soprattutto i governi e le rappresentanze politiche occidentali della necessità di continuare ad inviare armi e alimentare così la maggiore guerra che si sta combattendo in Europa dopo il 1945.
Fonte
19/07/2024
Bolivia - Scoperto il più grande giacimento di gas degli ultimi 20 anni
La scoperta potrebbe aiutare il paese, a corto di liquidità, a invertire la tendenza ad un calo della produzione registrata negli ultimi anni.
Lo sfruttamento del gas naturale è stato il motore di una crescita robusta nei primi anni 2000, un periodo di esportazioni in forte espansione e di calo della povertà che gli esperti hanno definito il “miracolo economico” della Bolivia.
Luis Arce ha definito quello appena scoperto a nord della capitale un “mega giacimento”, affermando che contiene circa 1,7 trilioni di metri cubi di gas per un probabile valore di mercato di 6,8 miliardi di dollari.
«Questo segna l’inizio di un nuovo capitolo per la regione sub-andina settentrionale, offrendo la speranza di mantenere il nostro paese come un importante esportatore di gas», ha detto il dirigente dell’ala moderata del Movimento al Socialismo, bersaglio nelle scorse settimane di un fallito tentativo di colpo di stato militare.
Negli ultimi anni, gli investimenti nei progetti di esplorazione da parte della compagnia energetica statale boliviana sono diminuiti così come l’estrazione di gas naturale.
In un avvertimento al governo, l’Istituto boliviano per il commercio estero ha riferito lo scorso anno che il paese, un tempo tra i primi 10 produttori di gas naturale al mondo, era diventato un importatore netto di idrocarburi, spendendo 2,9 miliardi di dollari in importazioni di gasolio e guadagnando solo 2 miliardi di dollari dalle esportazioni di gas naturale.
Il mese scorso, Arce aveva affermato che la produzione aveva “toccato il fondo”.
La società energetica statale boliviana, Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos, o YPFB, ha dichiarato lunedì che il giacimento di gas naturale appena annunciato è stato scoperto grazie ad un investimento di 50 milioni di dollari.
Il giacimento copre diverse regioni a nord di La Paz e si aggiunge alle riserve di gas esistenti della Bolivia, che nel 2019 ammontavano a 8,7 trilioni di metri cubi. Da allora le stime non sono state più aggiornate.
Fonte

