Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile

A inizio agosto ci siamo espressi circa l’ennesima recrudescenza della vertenza Ilva, determinata dall’ingiunzione di chiusura delle aree a caldo dell’impianto di Taranto. Una situazione che, lo ribadiamo, minaccia direttamente gli impianti di Genova e Novi Ligure ma più in generale costituisce una seria ipoteca sulla tenuta della produzione siderurgica in Italia.

La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:
  1. il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
  2. a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
  3. infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.
In questa sede non intendiamo sviscerare la storia delle gare con cui i governi degli ultimi 14 anni hanno cercato un acquirente privato per l’ex Ilva. Ci limitiamo a ricordare che si è trattato di procedimenti dove i soggetti interessati all’acquisizione – gruppi nazionali, internazionali e pure fondi d’investimento “di settore” – hanno dato vita a una danza macabra che ha lasciato sul campo esuberi, operai morti, produzione in vertiginoso calo, disfacimento degli impianti e dipendenza dalle importazioni.

In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).

È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.

Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.

Il contesto

La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.

La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.

Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:
  • costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
  • dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
  • calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).
Considerazioni – Sulla base dei dati esposti è evidente che:
  • nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
  • date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
  • se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.
Ipotesi di rilancio per Acciaierie d’Italia

Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.

Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).

Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.

In base a questa considerazione:
  • per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
  • Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
  • L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
  • Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.
Criticità normative – La sostenibilità economica della nuova AdI, date le criticità di settore (elevati costi energetici), pregresse aziendali (ampio accumulo di debito) e di riqualificazione (costi elevati dei nuovi impianti) richiedono una tutela pubblica ad hoc che, come già scritto, non va intesa come “limitata” alla proprietà pubblica dell’azienda (in toto o a maggioranza azionaria) ma deve allargarsi al piano normativo per:
  • stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
  • massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
  • “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
    • garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
    • trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).
Quanto fin qui descritto, andrebbe sviluppato in un piano organico che ovviamente non è possibile dettagliare in un semplice testo. A nostro avviso, tuttavia, costituisce un primo passo per riportare nel dibattito di classe temi più strategici e di peso rispetto alle cronache giornalistiche mentre i territori, più o meno silenziosamente, sprofondano nel sottosviluppo dell’economia turistica e del movimento merci.

Note
  1. Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.
  2. La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.
  3. Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.
  4. A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.
  5. Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.
  6. Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.
Fonte

09/08/2026

Cambiare rotta o naufragare

La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma...

La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a confronto con tutta una serie di questioni pratiche e immediate. Tutto va in fretta. Tutti mettono fretta. Mi sono dunque ritrovato a richiedere, in fretta, un documento, impossibile da ottenere telematicamente, all’anagrafe di Genova.

Corso Torino è uno stradone infelice che però viaggia, per chi ha la pazienza di precorrerne tutta l’avvilente tristezza, fino al mare. Nel bel mezzo, un palazzone sempre uguale e sempre lì, ben saldo e assolutamente senza vista mare. Fu un tempo ospedale civile, poi divenne scuola ed infine la sede centrale dei servizi civici.

L’ho sempre conosciuto così. La sua facciata perennemente identica. Mi ricordo le lunghe code di quando ero ragazzino, anni ‘70. Si aspettava, era noioso, ma alla fine della coda si era in qualche modo accolti. E Genova contava quasi 900 Mila abitanti e non i quasi 570 Mila odierni!

L’ufficio dell’anagrafe apre alle 7:30 e chiude alle 12:30. 5 ore di attività. Sempre così, anche nei miei remoti ricordi. La differenza è che bisogna, adesso, prendere un biglietto fornito da un robot e poi aspettare il proprio turno che corrisponde a un numero.

Uno solo è il robot, ma quanti sono gli umani in meno? Quanto vale il servizio di un robot? Aspettare...

Non sempre il termine è però pertinente, poiché sul biglietto, fornito dal diligente robot, mi si indica un’attesa di... 851 minuti. 14 ore! Per un ufficio che di ore aperte ne conta 5, anzi, ormai meno poiché ho avuto visibilmente la leggerezza di presentarmi alle 8:40 ed il servizio si conclude invariabilmente alla Mezza…

La missione è evidentemente impossibile. “Ritorni domattina”, mi si consiglia: “noi apriamo alle 7:30, se lei arriva alle 7 e 20, con un po’ di fortuna, in un oretta o due potrebbe anche sbrigarsela”.

Il tutto sarebbe degno di una novella surrealista, se non fosse triste e banale realtà. Uno sputo in faccia al pubblico, un’offesa servita senza altri fronzoli formali dentro un luogo che dovrebbe, invece, incarnare la diligenza del... pubblico servizio! Una beffa, una barzelletta, un insulto.

In città la giunta è cambiata. Peccato che l’andazzo si sia però non esattamente migliorato. La più bella città del mondo meriterebbe, come anche le meno belle, di meglio... soprattutto quando governata da una nuova giunta che dovrebbe rivendicarsi decisamente «di sinistra» e non solo approssimativamente «antifascista».

Rivendicarsi chiaramente di sinistra, rafforzare e non demolire il servizio pubblico, ma renderlo più concreto, semplice, semplicemente accessibile. Investire in conseguenza, investire... umanamente. Essere coscienti che gli abitanti meritino di essere accolti e trattati con rispetto e attenzione. Nulla di più, ma nulla di meno.

Ben altro che essere invece sempre più dentro ad un impalpabile quanto astratto «campo» , talmente «largo» che manco più un vago «progressista» riesce ormai a riconoscerne il perimetro.

Ma, a proposito, chi mai l’ha detto che il «progresso» (senz’altra specificazione) sia anche sinonimo di miglioramento? Non certo il robot che mi ha accolto all’anagrafe.

Cambiare rotta energicamente o naufragare.

Fonte

02/08/2026

Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica

Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi dei lavoratori dell’impianto e degli abitanti di Taranto. La sentenza emessa il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano certifica inesorabilmente che:
  • quella di “mercato” – la ricerca di un compratore/investitore privato che “rilanci” l’azienda – non è una soluzione, ma parte integrante del problema;
  • le forze politiche che hanno occupato gli scranni parlamentari negli ultimi tre lustri sono tutte equamente responsabili del disastro che in questi giorni, ancora una volta, è tornato alla ribalta nelle cronache giornalistiche;
  • al netto dei discorsi propagandistici sulla “resilienza” prima e la “sovranità” più di recente, l’unica politica industriale perseguita dalle suddette forze politiche è solo una e sempre uguale a sé stessa: la dismissione.
Se l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che a partire dagli anni ’90 ha registrato una riduzione costante del salario di lavoratrici e lavoratori, il motivo è proprio quello della dismissione generalizzata del tessuto produttivo che era stato ricostruito e sviluppato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Una dismissione che ha trasformato l’Italia in un paese in via di sottosviluppo, dove i giovani hanno soltanto due alternative:
La situazione determinata dalla sentenza della magistratura milanese, ovviamente, minaccia anche il nostro territorio, perché la chiusura dell’area a caldo di Taranto bloccherebbe la produzione dei semilavorati che vengono poi finiti a Cornigliano e Novi Ligure.

Tale criticità è stata immediatamente colta da padroni e politica, ovviamente in senso regressivo. Confindustria Genova ha parlato esplicitamente di superamento dell’accordo quadro del 2005 e di vendita separata degli stabilimenti di Cornigliano e Novi su cui avrebbe messo gli occhi Arvedi (che non brilla per tutela ambientale e della salute, chiedere ai cremonesi per conferma).

Ma anche il governo per bocca di Urso ha citato pubblicamente l’ipotesi di mettere sul mercato solo le aree a freddo di AdI, prefigurando l’inevitabile spezzatino aziendale. Gli unici ad aver chiara la dimensione del problema sono i lavoratori che tramite l’USB hanno ribadito ancora una volta che:
  • il siderurgico in Italia ha futuro soltanto se rilanciato mediante una politica industriale pubblica e pianificata. Basta quindi con le dichiarazioni buone per i microfoni e si mettano finalmente al lavoro competenze e talenti per stabilire cosa produrre, in quali quantità, in quanto tempo, in quali stabilimenti e con quali tecnologie;
  • AdI, quindi, si salva soltanto con la nazionalizzazione completa dell’azienda;
  • a cui deve seguire la decarbonizzazione dell’intero processo produttivo;
  • tutto questo non deve gravare sulle tasche presenti e future dei lavoratori AdI e dell’indotto e nemmeno sulla salute degli abitanti dei territori in cui sono presenti gli impianti.
A quanto sopra ci preme aggiungere una riflessione. La lottizzazione di AdI, in un contesto di sovrapproduzione strutturale della siderurgia mondiale, potrebbe causare una riduzione o peggio uno smantellamento totale dell’impianto di Cornigliano.

Al contempo, le aree attualmente occupate dalla fabbrica, da anni sono oggetto degli appetiti dei terminalisti portuali attivi a Genova, che vedrebbero di buon grado l’espansione delle banchine dedicate ai traffici commerciali.

Quindi meno “produzione” e più “logistica”. Ma se la manifattura diventa sempre più residuale e a basso valore aggiunto quali merci dovrebbero essere movimentate? E verso quali mercati se la tendenza globale al protezionismo e ai dazi cresce senza sosta?

Saremmo ingenui se pensassimo che la classe dirigente italiana abbia competenze utili e interesse ad analizzare e mettere in pratica quanto abbiamo appena esposto. I fatti dimostrano l’esatto contrario, da troppi anni.

Restiamo quindi al fianco dei lavoratori e sosterremmo con tutti i mezzi a nostra disposizione le mobilitazioni che metteranno in campo nel tentativo di arginare, almeno nel loro settore, il declino di questo Paese.

Senza un’industria di qualità il paese muore, il futuro che hanno in mente in Parlamento è questo?

RdC Genova

Fonte

17/07/2026

Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione

Le condanne ai manager privati e a pubblici funzionari per il crollo del Ponte Morandi a Genova, sono un atto di giustizia e anche di prevenzione.

Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e per Mauro Colletta, dirigente della vigilanza dei Trasporti, con altri 30 imputati, è una conferma importante.

Non c’è mai una “ tragica fatalità” nelle stragi di cittadini e negli omicidi dei lavoratori.

C’è invece la precisa RESPONSABILITÀ di chi dovrebbe fare e non fa e di chi dovrebbe controllare e non controlla.

Le condanne non restituiscono le vittime ai familiari, ma danno loro il conforto che la loro lotta per avere giustizia non sia stata vana.

E soprattutto queste condanne servono per l’oggi e il domani.

Il governo e le imprese hanno cominciato il loro pianto ipocrita su queste condanne; e magari preparano già qualche porcata legislativa per renderle più difficili.

I manager non possono fare il loro lavoro tranquillamente, se su di loro incombe la minaccia delle condanne! E i responsabili pubblici non possono temere di pagare se non controllano!

Questo stanno ripetendo su giornali e tv i garantisti dei padroni.

E invece sì, chi progetta un’opera, chi la gestisce, chi organizza il lavoro e la vita, chi dovrebbe verificare che tutto questo sia sicuro, tutti costoro dovrebbero avere come prima paura quella di fare del male alle persone.

E questo timore dovrebbe essere ben superiore a quello di non realizzare un profitto adeguato, o a quello di non rispettare le prerogative delle imprese.

In un paese dove centinaia di persone sono morte in stragi colpose e quindicimila sono state uccise sul lavoro in dieci anni, le sentenze dure contro i responsabili servono. Anzi ce ne sono ancora troppo poche.

È vero che prima di tutto bisognerebbe fare la prevenzione, ma quando il sistema degli affari distrugge tante vite e il potere pubblico è subalterno o complice, anche la condanna penale di dirigenti e manager diventa prevenzione.

Fonte

03/07/2026

La sindaca migliore d’Italia? Un anno con Silvia Salis

Recentemente Silvia Salis ha festeggiato con una conferenza stampa trionfale un anno di mandato come Sindaca di Genova. È una occasione per poter trarre, anche da parte nostra, un bilancio del suo operato. Ovviamente il nostro compito sarà quello di indagare oltre le apparenze.

Fin dall’inizio, infatti, la Sindaca ha sollevato entusiasmi quasi generalizzati; in poche settimane è assurta a figura di rilevanza nazionale con tanto di inviti immediati a presenziare a commemorazioni sulla Resistenza, dibattiti nazionali etc…

Il tutto senza un motivo apparente se non la capacità di vendersi come nuova stella della sinistra che esiste e che verrà. Cerchiamo quindi di capire questo fenomeno in quanto abitanti di Genova, partendo da una posizione che ci consente da un lato di analizzare direttamente cosa si muove in città, dall’altro di poter giudicare con autonomia.

Come compagne e compagni di PAP a Genova infatti, abbiamo condiviso la scelta di non candidarci alle elezioni comunali e di non appoggiare nessun candidato. E ovviamente di non sostenere in nessun modo il “campo largo” che si era ritrovato nella candidatura Salis e, ancora oggi, la sostiene in modo apparentemente assoluto.

Il salario minimo in città?

A pochi giorni dal suo insediamento la giunta comunale, in particolare con l’assessore Robotti di AVS che si occupa di lavoro e welfare, ha annunciato che a Genova sarebbe stato introdotto il salario minimo negli appalti comunali. Si tratta dell’approvazione di linee guida conformi a quelle annunciate con una campagna nazionale del “campo largo” alcuni mesi fa.

Una campagna che chiedeva un salario minimo di 9 euro lordi, non indicizzati all’inflazione. Questa campagna nazionale si svolgeva contemporaneamente alla nostra, che chiedeva livelli salariali più alti da applicare ai minimi tabellari e soprattutto una indicizzazione legata all’aumento dell’inflazione comprensiva dei costi energetici.

Nonostante queste differenze non da poco, abbiamo valutato che la norma annunciata dalla Giunta avesse comunque un merito: quello di porre la questione dirimente della presenza, in città, di ampie sacche di lavoratori poveri. Consapevoli delle difficoltà in cui operano gli enti locali, ci pareva che questo potesse essere un punto di partenza comprensibile, anche se insufficiente.

Il problema è che il provvedimento annunciato risulta essere soltanto una dichiarazione di intenti sotto forma di linee guida che non vincola nel merito i bandi di gara. La conferma è arrivata dopo alcuni mesi quando abbiamo notato che il primo bando approvato per l’appalto delle manutenzioni comunali non portava traccia di alcuna norma in tal senso.

Nei mesi successivi altri bandi portavano alla luce ciò che ci appariva come ovvio: la giunta introduceva nei bandi una richiesta alle imprese appaltatrici di un salario minimo consigliato. Nella ripartizione dei punteggi, chi aderiva a questa richiesta avrebbe contato nel punteggio 4 punti di bonus su un totale di 80.

Un modo elegante per dire: “noi ve lo chiediamo ma, nella realtà, il fatto che tale salario venga applicato non è poi così importante”. Il bando si può vincere lo stesso, tra l’altro il salario minimo non riguarderebbe comunque eventuali subappalti (la norma, in questi casi) e quindi sostanzialmente non vi cambia nulla.

Il risultato netto di tutta questa operazione di marketing politico “progressista”, non dissimile da quanto già sperimentato in altri territori da giunte del “campo largo” tramite le leggi regionali, è che i lavoratori continueranno a prendere stipendi indecenti molto al di sotto del minimo annunciato.

La Sindaca contro il genocidio?

Nello scorso autunno Genova è stata al centro delle mobilitazioni di massa contro il genocidio palestinese. Ciò in virtù delle mobilitazioni precedenti e della presenza cittadina di quelle strutture (CALP e USB Porti) che avevano posto con nettezza, a livello nazionale e internazionale, la questione dei traffici di armi.

Improvvisamente, dopo due anni di massacri, la questione della Global Sumud Flotilla rappresentava la scintilla che incendiava la prateria e l’Italia si mobilitava in massa a favore del Popolo Palestinese.

Immediatamente, a Genova, la Sindaca e la Giunta si sono ritrovati a sostenere le mobilitazioni cittadine con tanto di partecipazioni a cortei e mobilitazioni, spinti anche dalla presenza dei sindacati confederali e di alcune associazioni umanitarie molto importanti e attive in città, appartenenti alla loro area politica, come Music For Peace.

Genova, improvvisamente, si trasformava in una sorta di laboratorio politico, le cui istituzioni guidavano politicamente un fronte composito dove eravamo presenti noi, le associazioni palestinesi, i sindacati di base come USB e i confederali come la Cgil ma, soprattutto, una gran parte della popolazione.

Il momento più alto, dal punto di vista politico è stata una manifestazione serale con più di 50 mila persone, terminata con una serie di interventi di piazza in cui la Sindaca annunciava di “stare con il CALP”.

Qualche giorno dopo, una manifestazione in partenza dal centro cittadino e organizzata da USB vedeva la Sindaca uscire da un palazzo pubblico accompagnata da altri sindaci (Sala di Milano, Nardella di Firenze e altri). In quella occasione, la Sindaca annunciava ai giornali che era nata a Genova la “rete dei sindaci contro il genocidio”.

Il tutto con amministratori che prima stavano con Israele e che hanno continuato di fatto a stare dalla parte del regime sionista, come dimostrano bene le vicende di Milano che, di fatto, è ancora gemellata con Tel Aviv.

L’attivismo fintamente internazionalista e solidale della giunta genovese è comunque durato abbastanza poco. Terminata la necessità propagandistica di mettersi in comunità di intenti con la base sociale della città e dell’Italia di quel momento, terminata l’onda lunga dell’indignazione popolare, la Sindaca ha colto in tempo reale l’occasione della montatura giudiziaria contro le organizzazioni palestinesi che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Mohammed Hannoun di API, residente nella nostra città.

Immediatamente, la prima cittadina ha negato ogni rapporto con API, dicendosi preoccupata per la presenza, a suo dire, di organizzazioni terroristiche e islamiche in città. Addirittura, in un impeto giustizialista, ma sostanzialmente legato al recupero dei rapporti con i settori filosionisti, la Sindaca ventilava l’ipotesi di costituire la città come parte civile lesa nel processo contro Api e Hannoun.

Sostanzialmente, per la Sindaca la presunta tregua in Palestina era un risultato concreto e accettabile; dunque si poteva tornare a fare finta di niente come al solito, sostenendo di fatto quella che è una montatura politica orchestrata dai servizi israeliani in funzione di contrasto alle azioni pro palestinesi in Italia.

Per coronare il ritorno delle istituzioni cittadine al sostegno della “pax occidentale” in Medio Oriente, la giunta Salis non ha mancato di esprimersi “contro ogni forma di repressione e dalla parte della libertà e della democrazia” in Iran, giusto un mese prima che Teheran fosse oggetto di una delle più violente aggressioni imperialiste della storia recente, ancora una volta firmata Stati Uniti e Israele, scendendo in piazza con i militanti iraniani che chiedevano a gran voce il ritorno al potere del figlio dell’ex dittatore monarchico Rehza Pahlavi.

L’osservatorio sul traffico di armi. Come e quando?

Su specifica richiesta del CALP e di altre associazioni pacifiste, una parte della Giunta (quella più vicina ad AVS e ai 5 Stelle) sembrava propensa a rispondere positivamente alla necessità di un ente di controllo sui traffici portuali.

Annunciato più volte con dichiarazioni pubbliche e nessuna delibera, l’osservatorio a oggi appare una chimera. All’inizio doveva essere uno strumento concordato con altre giunte del “campo largo”, a oggi è annunciata una struttura che non prevederà, come richiesto esplicitamente, la partecipazione dei soggetti sociali che la hanno richiesta.

Una parte della giunta sembra quindi, da un lato, sensibile alla richiesta di un ente indipendente su questo tema dirimente, dall’altro non agisce concretamente e propone una formula sostanzialmente inutile se in mano agli stessi poteri industriali e politici che hanno tutto da guadagnare su questi traffici.

La situazione dei servizi. Scaricare le responsabilità e buttarla in polemica politica mentre le aziende rischiano il fallimento

La questione dei servizi pubblici a Genova è un problema non contingente, ma strutturale. Le partecipate pubbliche in città sono, a diverso titolo, in enorme difficoltà a causa di problemi di bilancio. La situazione dei lavoratori è pessima tra carenza di personale e servizi esternalizzati a cooperative. I tagli sono evidenti e riguardano tutti, lavoratori e cittadini.

In particolare è critica la situazione del trasporto pubblico (AMT) e del trattamento dei rifiuti (AMIU). In passato, la precedente giunta “di sinistra” in città (con sindaco Marco Doria) aveva proposto la privatizzazione integrale dei servizi pubblici.

Quella decisione, in particolare in relazione ad AMT, aveva sollevato una protesta che scosse l’intera città (le cosiddette 5 giornate di AMT). Cittadini e lavoratori uniti contro la privatizzazione dei servizi: una protesta che aveva interrotto bruscamente la luna di miele tra la città e un Sindaco che aveva tradito le aspettative e le promesse elettorali avviando un processo politico devastante per il centrosinistra e causato, di fatto, l’avvento delle due successive giunte di centro-destra con il sindaco Marco Bucci.

Quest’ultimo, sul tema, aveva colto il clima prevalente, opponendosi alla privatizzazione. Il combinato tra il crollo del Ponte Morandi e la pandemia di Covid-19, avevano di fatto congelato questo problema a seguito degli ingentissimi fondi nazionali che furono destinati alla città e amministrati dalla Giunta Bucci in condizione di eccezionalismo finanziario.

Ciò permise al Comune di mantenere pubblica AMT e di avviare anche una sperimentazione su una gratuità parziale (e in parte discriminatoria verso una porzione di utenti) del servizio.

La nuova giunta guidata da Salis aveva promesso, in campagna elettorale, di proseguire con la proprietà pubblica di AMT ma, dopo alcuni mesi, la situazione si è fatta complicata a causa dei buchi di bilancio e dell’avvio di una procedura che potrebbe giungere al fallimento dell’azienda.

Attualmente i libri contabili sono in tribunale e la Giunta è impegnata a tamponare la situazione tramite il taglio di linee e servizi e l’aumento dei costi per l’utenza. Il tutto giocato in una polemica politica con l’operato della precedente giunta.

Il teatrino politico in realtà serve solo a sviare l’attenzione sui reali problemi dei servizi. A oggi non esiste nessun piano industriale che affronti i nodi del problema che risiedono in sprechi, malagestione, ma soprattutto nel fatto che i servizi dovrebbero ricevere gran parte dei fondi dal governo centrale o, quanto meno, pesare maggiormente sugli operatori economici privati che traggono profitto dal servizio pubblico di trasporto.

Il risultato per i cittadini – in particolare quelli a basso reddito, studenti o anziani – è il taglio delle linee (soprattutto nelle periferie popolari) e l’aumento dei costi (senza nessuna differenziazione in base al reddito). Una rappresentazione significativa della drammaticità della situazione sono gli autobus non utilizzabili, perché non possono essere sottoposti a manutenzione, che marciscono in un parcheggio improvvisato all’aperto.

Di fatto, la privatizzazione dei servizi che tutti, a parole, vogliono evitare diventa sostanzialmente l’unica via di uscita per una politica che lascia incancrenire la situazione reale. Già escono comunicati, anche da parte della “sinistra” del “campo largo”, che esaltano come modello positivo il sistema del bike sharing in mano a piattaforme private come Uber.

In merito ad AMIU, la giunta Salis si muove con maggior circospezione. Tuttavia, l’apertura manifestata verso l’ipotesi di “chiusura del ciclo rifiuti” tramite la costruzione – a opera di una multiutility – probabilmente IREN – di un inceneritore regionale, è del tutto inaccettabile per un comune che nel 2024 (ultimi dati disponibili di fonte ISPRA) arrivava appena al 49,76% di rifiuti avviati a riciclo.

In generale comunque, non è cambiata di un millimetro una situazione storica di disparità sui servizi. Ad essere tagliate sono le prestazioni per i quartieri popolari mentre i trasporti, le manutenzioni e le operazioni di nettezza urbana continuano a essere erogate con frequenza nei quartieri centrali dove il turismo è l’elemento preponderante dell’economia cittadina e dove risiede la parte più ricca della popolazione.

Al di là delle responsabilità della destra o della finta sinistra di Silvia Salis, è questo il vero dato politico ineludibile e nascosto pubblicamente: la crisi del servizio pubblico e la privatizzazione nascosta la pagano le classi popolari, mentre i nuovi padroni della città, che lucrano con il settore turistico e delle navi crociera, devono continuare a macinare profitti.

Ciò non stupisce. I padroni della città non sono né di destra né – tanto meno – “di sinistra”. Sanno quello che vogliono e finanziano le campagne elettorali di chiunque con un solo obiettivo: ricattare chi governa a discapito dei cittadini delle periferie e di chi lavora con salari che spesso non consentono di arrivare a fine mese.

Il rimpallo sulle grandi opere

Genova è una città al centro delle politiche sulle grandi opere infrastrutturali, sui sevizi e sulla logistica portuale. La giunta precedente aveva avviato sostanzialmente tre grandi progetti:

  1. la nuova diga foranea;
  2. lo skymetro per collegare il centro cittadino con una delle due grandi valli interne;
  3. la funivia di Lagaccio e Oregina, infrastruttura che dal porto di attracco delle grandi navi da crociera avrebbe raggiunto le alture dove sono presenti i forti storici.

Nella campagna elettorale, il centrosinistra si era distinto per la volontà di opporsi a skymetro e funivia, mentre non si era sostanzialmente espresso sulla nuova diga foranea. È importante sottolineare che tutti e tre i progetti sono in fase avanzata. La nuova diga è già in costruzione con enormi problemi di costi, fattibilità e sostenibilità, lo skymetro e la funivia erano in fase di inizio dei lavori.

A oggi la situazione è in parte cambiata. La nuova Giunta ha escluso la costruzione dello skymetro, un’opera contestata da comitati e cittadini nel merito tecnico e non tanto nella necessità, quella di collegare in modo più fruibile una parte importante della periferia al centro.

Al posto dello skymetro è stata proposta una “fantasiosa” funivia che però è stata subito tolta dal dibattito vista la sollevazione generale. Rimane il silenzio sulla diga foranea di cui va fatto un approfondimento più serio, ma è sulla funivia di Lagaccio e Oregina che la Giunta ha mostrato tutte le sue debolezze e compromissioni. Vediamo come.

La funivia della discordia

Non è neppure velatamente nascosto che tale progetto sia, in gran parte, speculativo e ad uso e consumo di alcuni soggetti imprenditoriali come MSC, interessati a uno strumento che favorisca lo spostamento dei turisti dal molo di attracco verso le alture, dove una parte di parco sarebbe gestito direttamente da questi soggetti privati con alcuni vincoli legati a infrastrutture sportive aperte a tutti.

Il problema, sul quale si era creato un movimento di protesta piuttosto diffuso, era la sostenibilità di un’opera costosissima, sostanzialmente inutile alla città e che avrebbe impattato con gravi problemi logistici e ambientali su due quartieri periferici ad alta densità di palazzi e abitanti.

Il centro sinistra e il campo largo, all’opposizione, si erano impegnati nelle lotte sostenendole anche economicamente. Il comitato di lotta ha anche eletto dei rappresentanti istituzionali provenienti da questa mobilitazione. A pochi mesi dall’elezione, però, sono iniziati i problemi politici con le solite manfrine.

Si è cominciato a sostenere che bloccare totalmente l’opera non sarebbe possibile a causa dei contratti stipulati (ovviamente scaricando le colpe sui competitori politici della giunta precedente) e della possibilità di una richiesta danni. Si è quindi optato per una funivia ridotta nelle dimensioni (ma non nei costi).

Progetto che, se da un lato coglie le richieste di una parte dei cittadini preoccupati per l’impatto ambientale, dall’altro non altera di una virgola il fatto che sia un’opera del tutto inutile, un enorme spreco di risorse pubbliche a vantaggio dei soliti noti.

La diga foranea

Più complessa, soprattutto per gli interessi in gioco, la questione della nuova diga foranea. A livello istituzionale (compresi i sindacati confederali di categoria) l’infrastruttura è considerata indispensabile per rilanciare la competitività del porto di Genova consentendo di accogliere più agevolmente navi porta-container di dimensioni maggiori (bastimenti da 400m di lunghezza e 60 di larghezza).

Ciò, come sottolineato ad esempio da USB, è comunque discutibile, data l’attuale situazione dei traffici, da anni strutturalmente in calo quantitativo e in base alle previsioni per il prossimo periodo, che non indicano inversioni di tendenza, anzi.

Nonostante ciò e, soprattutto, nonostante le criticità tecniche che fanno di quest’opera un’incognita totale quanto a durata nel tempo, i lavori sono iniziati con, da subito, una enorme lievitazione di costi e tempi realizzativi nonché la presenza di criticità ambientali messe in evidenza da più parti in ambito scientifico.

Il tutto è stato reso ulteriormente problematico quando il Governo Meloni ha deciso di dichiarare la nuova diga foranea come una delle infrastrutture da considerarsi dual use, cioè a uso civile e militare. È evidente come quest’opera abbia molto poco a che fare con le esigenze dei lavoratori e del territorio su cui impatterà e molto di più con gli interessi finanziari, industriali e bellici che la fanno da padrone in Europa da alcuni anni e che a Genova sono stati particolarmente contestati.

Nonostante richieste pubbliche, la giunta e la Sindaca fino a oggi hanno mantenuto un silenzio eloquente e significativo sul tema.

No CPR, sì a più polizia e ai rimpatri

Dopo essere stata “paladina della sinistra”, la Sindaca sembra aver deciso di spiazzare tutti e aprire a destra, almeno nell’ultimo periodo. L’occasione è il sempreverde tema della “sicurezza”, il fatto scatenante una serie di episodi, alcuni dei quali gravi, accaduti in città. In realtà, questo è uno dei temi classici nel percorso politico della nostra sindaca, tema però accantonato nel primo anno di lavoro, ma ora ripreso con grande enfasi.

Parliamo di una serie di dichiarazioni in cui vengono espresse lamentele nei confronti del governo centrale reo, secondo la Salis, di aver tagliato i fondi per la sicurezza e di non garantire un numero adeguato di agenti di polizia. Ma il ragionamento va oltre: con un giro di parole degno di un incantatore di serpenti, la Sindaca, pur rifiutando un CPR in città chiede una maggiore quantità di rimpatri tra gli stranieri presenti sul territorio.

Ovviamente ciò ha dato il via a una serie di dichiarazioni contrapposte sul nulla: da un lato il Ministro dell’Interno che si congratula con la prima cittadina e si autoinvita a Genova per discutere sull’apertura di un CPR territoriale, dall’altra la Sindaca che sostiene che i CPR non servono, ma servono più rimpatri (in questa discussione sfugge proprio la logica sottostante, i rimpatri senza CPR cosa sono e come dovrebbero essere fatti?)

Evidentemente avvertita dalla propria agenzia di comunicazione politica del fatto che il tema è molto sentito anche a Genova, la Sindaca “di sinistra” svolta a destra senza apparentemente alcun problema. Improvvisamente si convince anche lei, come la peggior destra sostiene da anni, che la sicurezza sia un problema etnico o di nazionalità.

Nelle ultime settimane, la Sindaca, che ama farsi riprendere in video, ha addirittura esternato che il problema dei minori richiedenti asilo politico è reale e non bisogna aver problemi nella loro espulsione dalla città. Arrivando al paradosso che pure un gruppuscolo di estrema destra genovese esce dalla fogna per congratularsi con il primo cittadino invitandola provocatoriamente a sottoscrivere il loro documento sulla remigrazione (sic!).

Noi non neghiamo che il problema esista. E che questo sia allarmante per larghi strati di popolazione, soprattutto per le classi popolari. Non neghiamo neppure che avere quartieri che sono centrali di spaccio per droghe pesanti non è una cosa da trascurare, così come non sono trascurabili lo sviluppo di gang giovanili ed altri fenomeni di violenza.

La questione è come si affronta questo problema. Che è reale ma ingigantito nella percezione pubblica, continuamente alimentata da dichiarazioni come quelle fatte da Salis. La questione della sicurezza per noi è soprattutto un problema sociale: mancano i servizi, mancano le case a canone concordato, si perde il lavoro da un giorno all’altro, se ti ammali e se sei povero non ti puoi curare.

Ma, evidentemente, per la sinistra istituzionale del “campo largo” nella nostra città questo non è il problema principale e per ottenere consenso la cosa migliore è cercare di superare a destra i razzisti e i fascisti. Per la nuova stella della sinistra italiana, il sindaco venuto dall’associazionismo, che starebbe con la pace e che fa finta di introdurre il salario minimo, questa è una vera e propria nemesi. Di cui avremmo fatto decisamente a meno.

Limiti e inconsistenza delle narrazioni di marketing politico. Noi stiamo dalla parte di chi lavora

In una recente intervista televisiva al TG regionale, la Sindaca in piazza per il Pride genovese ha esternato tutto il suo orgoglio e la sua ammirazione per una città aperta, senza pregiudizi reazionari e bigotti, lontana anni luce da culture omofobe e fasciste. Dopo questa tirata, su cui ovviamente non si può non concordare, la Sindaca si è innervosita quando i giornalisti le hanno fatto presente che una parte della sinistra contesta la sua posizione sui rimpatri.

Domanda curiosa, visto che di contestazioni pubbliche, in questo anno, ne abbiamo viste poche, se non provenienti da Potere al Popolo o da USB, e mai riportate sui giornali più letti sul territorio. Il nervosismo della Sindaca è evidente. Come è normale, visto che, basando la propria azione su una narrazione che non si traduce mai in nessun fatto concreto, avverte come il suo consenso sia fragile.

La Sindaca di Genova è di fatto una delle tante figurine di un album che si aggiorna da anni. Un album fatto da esponenti di destra o di sinistra che, al netto di utilizzare narrazioni spesso distanti o incompatibili, alla fine rappresentano due facce della stessa medaglia.

Siamo ovviamente consapevoli delle difficoltà. Sappiamo che governare un ente locale non è semplice. Sappiamo che ci sono dei regolamenti che impediscono numerose manovre essenziali per la popolazione. Sappiamo che i fondi sono insufficienti e che i bandi con cui si finanziano le politiche cittadine prevedono clausole vessatorie e richieste che alla fine le rendono inutili e dannose. Sappiamo pure che siamo in piena economia di guerra e i soldi vanno al riarmo.

Il problema è quindi di fondo. Esiste una “sinistra” che da anni vota tutte le politiche antipopolari in Italia e in Europa. Che nella sua parte maggioritaria non sa opporsi alle politiche belliche e di riarmo che ci sono imposte. Che non è riuscita mai neppure una volta ad approvare norme per redistribuire i redditi, per spostare i soldi su welfare, salute, trasporti.

Il “campo largo” è l’ennesima riproposizione di queste politiche fallimentari che, non affrontando i problemi sociali se non per aggravarli, fa il gioco per una destra becera la quale, con altri inganni, si può presentare come paladina delle fasce meno abbienti.

Può una classe politica di questo tipo rappresentare una alternativa reale per chi lavora e per chi paga la crisi?

La televendita politica del prodotto Silvia Salis sta all’interno di questo sistema. Costruire una narrazione falsata, continuare con le stesse politiche, saltare da destra a sinistra apparentemente senza nessun problema. Sollevare entusiasmi che durano qualche mese per poi finire come coloro che l’hanno preceduta. Allontanare le fasce popolari dalla politica e ricattarle con nuovi prodotti di marketing politico. Fino a lasciarli nelle mani della peggiore destra.

A questa politica non abbiamo mai giocato e non abbiamo intenzione di cominciare adesso. Serve una sinistra popolare e di classe, indipendente e autonoma. Non ricattabile da nessuno e che abbia il coraggio di politiche di rottura con i poteri e con i regolamenti imposti a tutti i livelli.

Non sarà un pranzo di gala, ma sicuramente ci risparmieremo lo squallore di raccontare bugie alla nostra classe sociale, a lavoratrici e lavoratori.

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20/06/2026

Hannoun e gli altri palestinesi di nuovo in custodia cautelare per volere di Israele

Il Tribunale del Riesame di Genova ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API), e altri tre suoi collaboratori, confermando la misura detentiva e respingendo le istanze della difesa dopo il recente pronunciamento della Corte di Cassazione, che aveva annullato il provvedimento di dicembre.

“La raccolta sistematica di denaro – scrive la presidente del Tribunale, Marina Orsini – non è fatta da soggetti estranei all’associazione terroristica (Hamas, ndr), spinti dalla situazione emergenziale della guerra come vorrebbe sostenere la difesa nelle sue memorie agli atti, ma da parte di soggetti che partecipano all’associazione stessa, ne condividono le finalità anche terroristiche e si attivano dunque per finanziarla, tanto da riuscire a farlo costantemente per molti anni”.

Ricordiamo che questi soggetti considerati non estranei ad Hamas hanno ricevuto fondi anche dall’OPEC e dall’ONU, e che la natura “terroristica” è indicata solo da Israele. La Cassazione aveva effettivamente sottolineato come la decisione del Riesame non poteva essere fondata su indeterminate fonti aperte e, nei fatti, sugli elementi arrivati da Tel Aviv per costruire un teorema giudiziario repressivo.

La Cassazione aveva inoltre chiesto che venisse chiarito se le charities coinvolte “rappresentino mero ‘schermo’ fittizio del finanziamento di atti terroristici; ovvero se, qualora le charities siano invece esistenti ed impegnate nel settore del welfare per conto di Hamas o gestito da Hamas, tale settore sia comunque funzionale, in tutto o in parte, al compimento degli obiettivi terroristici della stessa Hamas”.

Insomma, anche un qualche legame con la forza politica presente a Gaza non basterebbe per parlare di terrorismo. Basti pensare che tra le prove a sostegno di questo tipo di finalità viene portata l’adozione di 21 orfani di combattenti di Hamas, avvenuta in un periodo, quello tra il 2021 e il 2024, in cui il totale delle adozioni è stato superiore alle mille. Se adottare 21 bambini, a prescindere da quel che facevano i genitori e da quel che si pensa di Hamas, è terrorismo, si capisce la natura del procedimento in corso.

E tuttavia, l’istanza di scarcerazione è stata rigettata in seguito al ricorso della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo (DDA). In particolare, per i giudici di Genova Hannoun deve rimanere in carcere perché ci sarebbe pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. In sostanza, viene tenuto in galera perché la realtà non si adatta alla costruzione penale di Israele, allungatasi fino alle aule italiane.

I legali che assistono Hannoun e gli altri palestinesi hanno già annunciato un ulteriore ricorso in Cassazione, che deve essere presentato entro dieci giorni. La difesa contesta che i rilievi della Cassazione non sono stati recepiti, continuando a insistere sull’atteggiamento degli indagati e su ipotetici finanziamenti al terrorismo, senza portare un impianto probatorio nelle forme richieste e riproponendo in larga parte le precedenti motivazioni.

Intanto, l’API e le Donne Palestinesi, consapevoli dell’aria che tirava da Genova, avevano già chiamato un presidio di solidarietà con i detenuti, che si svolgerà oggi, alle ore 18, in San Babila, a Milano. Non è accettabile che la longa manus sionista diriga le indagini italiane, ed è importante ribadire in piazza la contrarietà all’ingiustizia che sta venendo commessa.

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15/06/2026

Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia

Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.

Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.

A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.

La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.

Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica. 

L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.

Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.

Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.

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14/06/2026

Baxeicò. Una storia del basilico

di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istruttore severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

    Alle cugine Gaggero
    che di basilico ne sanno
    e a Lorenzo Ferrando
    che ancora lo coltiva!

Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.

Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.

La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.

Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.

Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo... sun a Lizeettaa (con la z di Zena)... a l’è mollaa!”.

Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!

Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.

Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.

Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.

La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.

Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e... tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.

In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.

Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.

È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.

Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.

La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.

Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.

Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.

La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.

La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!

Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.

Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.

Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perché il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.

La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.

La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.

Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.

Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.

Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.

La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.

La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.

Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.

Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.

Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da sole tre; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.

La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.

Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.

A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.

Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.

Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.

L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?

Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.

Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.

Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori.

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13/06/2026

Il palazzo rosso

di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP, invece, il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al Sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio...

In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori...

L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati. Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano che avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che ha staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

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