Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.
Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.
A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.
La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.
Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica.
L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.
Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.
Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/06/2026
Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia
16/05/2026
Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi
Le vittime dell’aggressione sono state avvertite di non parlare di ciò che hanno sopportato – a volte è stato detto loro che sarebbero state uccise o stuprate se avessero rilasciato interviste – ma lo hanno fatto con riluttanza. Sono molto grato a loro per il loro coraggio.
Un uomo ha descritto di essere stato stuprato tre volte in un solo giorno nella prigione israeliana, la terza volta dopo aver tentato di protestare. Una giovane donna ha detto che le guardie sarebbero entrate all’inizio di ogni turno, l'avrebbero spogliata e abusato di lei. Un altro ha riferito che le sono state mostrate foto di se stessa stuprata e ha avvertito che sarebbero state rilasciate a meno che lei non avesse collaborato con l’intelligence.
La risposta dell’Ambasciata Israeliana negli USA:
“Oggi, il The New York Times ha scelto di pubblicare una delle peggiori diffamazione di sangue mai apparse sulla stampa moderna.
In un’insondabile inversione della realtà, e attraverso un flusso infinito di bugie infondate, il propagandista Nicholas Kristof trasforma la vittima nell’imputato Israele – i cui cittadini sono stati vittime dei più orribili crimini sessuali commessi da Hamas il 7 ottobre, e i cui ostaggi sono stati poi sottoposti a ulteriori abusi sessuali – viene ritratto come il colpevole.
Questa pubblicazione non è un caso. Fa parte di una falsa e ben orchestrata campagna anti-Israele volta a inserire Israele nella lista nera del Segretario generale delle Nazioni Unite.
Israele combatterà queste menzogne con la verità – e la verità prevarrà.”
Nota della Redazione di Contropiano.
Ci sono molte espressioni nella lingua italiana, anche e soprattutto dialettali, per commentare una simile dichiarazione. Nessuno di esse è all’altezza di quel che si prova, neanche quelle che augurano a chi l’ha scritta le peggiori cose possibili.
L’umanità cancellerà questo abisso di infamia suprematista e razzista dalla sua storia. Come e quando non sappiamo. Ma se vuol sopravvivere, l’umanità lo farà sicuramente.
È una proposta semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto mediorientale, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro.
I sostenitori di Israele hanno sottolineato questo punto dopo le brutali aggressioni sessuali contro donne israeliane durante l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Donald Trump, Joe Biden, Benjamin Netanyahu e molti senatori statunitensi, tra cui Marco Rubio, hanno condannato quella violenza sessuale, e Netanyahu ha giustamente invitato “tutti i leader civili” a “parlare”.
Eppure, in interviste strazianti, i palestinesi mi hanno raccontato di un diffuso pattern di violenza sessuale israeliana contro uomini, donne e persino bambini – da parte di soldati, coloni, interrogatori dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna) e, soprattutto, guardie carcerarie.
Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino stupri. Ma negli anni hanno costruito un apparato di sicurezza in cui la violenza sessuale è diventata – come ha affermato un rapporto delle Nazioni Unite l’anno scorso – una delle “procedure operative standard” di Israele e “un elemento importante nei maltrattamenti dei palestinesi“.
Un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Euro-Med Human Rights Monitor, un gruppo di advocacy con sede a Ginevra spesso critico verso Israele, conclude che Israele impiega “violenza sessuale sistematica” che è “ampiamente praticata come parte di una politica statale organizzata“.
Che aspetto ha questa procedura operativa standard? Sami al-Sai, 46 anni, giornalista freelance, racconta che mentre veniva portato in una cella dopo la sua detenzione nel 2024, un gruppo di guardie lo gettò a terra.
“Mi stavano tutti colpendo, e uno mi mise un piede sulla testa e sul collo“, ha detto. “Qualcuno mi abbassò i pantaloni. Mi abbassarono le mutande“. E poi una delle guardie tirò fuori un bastone di gomma usato per picchiare i prigionieri.
“Cercavano di forzarmelo nel retto, e io mi irrigidivo per impedirlo, ma non ci riuscivo“, ha detto, parlando con crescente ansia. “Faceva così male“. Le guardie lo deridevano, ha detto. “Poi ho sentito qualcuno dire: ‘Date a me le carote’“, ha ricordato, aggiungendo che poi hanno usato una carota. “Era estremamente doloroso“, ha detto. “Pregavo di morire“.
Al-Sai era bendato, ha detto, e ha sentito qualcuno dire in ebraico, che lui capisce, “non fare foto“. Questo gli ha suggerito che qualcuno aveva tirato fuori una macchina fotografica. Una delle guardie era una donna che, ha detto, lo afferrò per il pene e i testicoli, scherzando “questi sono miei“, e poi strinse finché lui non urlò dal dolore.
Le guardie lo lasciarono ammanettato a terra, e lui sentì odore di fumo di sigaretta. “Capii che era la loro pausa sigaretta“, ha detto.
Dopo essere stato scaricato nella sua cella, concluse che il punto in cui era stato stuprato era già stato usato in precedenza, perché trovò sulla sua pelle vomito, sangue e denti rotti di altre persone.
Al-Sai ha detto che gli era stato chiesto di diventare informatore per i servizi segreti israeliani, e crede che lo scopo del suo arresto e della sua prigionia nell’ambito del sistema di detenzione amministrativa fosse quello di fare pressione su di lui affinché accettasse. Poiché era orgoglioso della sua professionalità giornalistica, ha detto, ha rifiutato.
Ho passato una carriera a coprire guerre, genocidi e atrocità tra cui lo stupro, a volte in luoghi dove la scala della violenza sessuale è di gran lunga maggiore di qualsiasi cosa commessa dai militanti di Hamas o dalle guardie o dai coloni israeliani. Nel conflitto del Tigray in Etiopia pochi anni fa, potrebbero essere state violentate 100.000 donne. Gli stupri di massa stanno ora avvenendo in Sudan.
Eppure, le nostre tasche americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano, quindi questa è una violenza sessuale di cui gli Stati Uniti sono complici.
Mi sono interessato a fare reportage sulle aggressioni sessuali contro prigionieri palestinesi dopo che Issa Amro, un attivista nonviolento talvolta chiamato “il Gandhi palestinese”, mi aveva detto durante una mia precedente visita di essere stato aggredito sessualmente da soldati israeliani e che riteneva che questa fosse una pratica comune ma sottostimata a causa della vergogna.
Secondo una stima, Israele ha detenuto 20.000 persone solo in Cisgiordania dagli attacchi del 7 ottobre, e più di 9.000 palestinesi erano ancora detenuti a questo mese. Molti non sono stati accusati, ma sono stati detenuti per vaghi motivi di sicurezza, e dal 2023, alla maggior parte è stato negato l’accesso della Croce Rossa e degli avvocati.
“Le forze israeliane impiegano sistematicamente stupro e tortura sessuale per umiliare le detenute palestinesi“, dice il rapporto dell’Euro-Med. Cita una donna di 42 anni che ha detto di essere stata incatenata nuda a un tavolo di metallo mentre soldati israeliani facevano sesso con lei per due giorni mentre altri soldati filmavano le aggressioni. Successivamente, ha detto, le sono state mostrate le foto mentre veniva stuprata e le è stato detto che sarebbero state pubblicate se non avesse collaborato con i servizi segreti israeliani.
È impossibile sapere quanto siano comuni le aggressioni sessuali contro i palestinesi. Il mio reportage per questo articolo si basa su conversazioni con 14 uomini e donne che hanno dichiarato di essere stati aggrediti sessualmente da coloni israeliani o membri delle forze di sicurezza. Ho parlato anche con familiari, investigatori, funzionari e altri.
Ho trovato queste vittime chiedendo in giro tra avvocati, gruppi per i diritti umani, operatori umanitari e gli stessi palestinesi comuni. In molti casi è stato possibile corroborare in parte le storie delle vittime parlando con testimoni o, più comunemente, con coloro a cui le vittime si erano confidate, come familiari, avvocati e assistenti sociali; in altri casi non è stato possibile, forse perché la vergogna ha reso le persone riluttanti a riconoscere l’abuso persino ai propri cari.
Save the Children ha commissionato l’anno scorso un’indagine su bambini di età compresa tra 12 e 17 anni che erano stati in detenzione israeliana; più della metà ha riferito di aver assistito o vissuto violenza sessuale. Save the Children ha detto che la cifra reale è probabilmente più alta perché lo stigma ha reso alcuni riluttanti ad ammettere ciò che era loro accaduto.
Il Committee to Protect Journalists, una rispettata organizzazione americana, ha intervistato 59 giornalisti palestinesi che erano stati rilasciati dalle autorità israeliane dopo gli attacchi del 7 ottobre. Il 3% ha detto di essere stato stuprato, e il 29% ha detto di aver subito altre forme di violenza sessuale.
Il governo israeliano respinge le accuse di abusi sessuali sui palestinesi, proprio come Hamas ha negato di aver violentato donne israeliane. Israele ha accolto un rapporto delle Nazioni Unite che documentava le aggressioni sessuali contro donne israeliane da parte dei palestinesi, ma ha respinto la richiesta del rapporto di indagare sulle aggressioni israeliane contro i palestinesi. Netanyahu ha denunciato “accuse infondate di violenza sessuale” mosse contro Israele.
Il Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano ha declinato di commentare per questo articolo. Il servizio carcerario “respinge categoricamente le accuse” di abusi sessuali, ha detto un portavoce che ha chiesto l’anonimato, aggiungendo che i reclami sono “esaminati dalle autorità competenti“. Il portavoce ha rifiutato di dire se un membro dello staff carcerario sia mai stato licenziato o perseguito per aggressioni sessuali.
I palestinesi che ho intervistato hanno raccontato vari tipi di abusi oltre allo stupro. Molti hanno riferito di aver subito frequenti strattoni ai genitali o colpi ai testicoli. I rilevatori di metallo portatili venivano usati per sondare tra le gambe nude degli uomini e poi schiacciati contro i loro genitali; alcuni uomini hanno dovuto farsi amputare i testicoli dai medici dopo le percosse, secondo il monitor di Euro-Med.
Una ragione per cui questi abusi non ricevono maggiore attenzione sono le minacce delle autorità israeliane, che periodicamente avvertono i prigionieri al momento del rilascio di tacere, secondo palestinesi che sono stati liberati.
Un’altra ragione, mi hanno detto i sopravvissuti palestinesi, è che la società araba scoraggia la discussione dell’argomento per paura di danneggiare il morale delle famiglie dei prigionieri e minare la narrativa palestinese di detenuti fieri ed eroici.
Le norme sociali conservatrici inibiscono anche la discussione: due vittime mi hanno detto che un prigioniero che ammette di essere stato stuprato danneggerebbe la possibilità delle sue sorelle e figlie di trovare marito.
Un agricoltore inizialmente ha acconsentito a far usare il suo nome in questo articolo. Rilasciato all’inizio di quest’anno dopo mesi di detenzione amministrativa – senza alcuna accusa formale – ha raccontato ciò che secondo lui è accaduto un giorno dell’anno scorso: una mezza dozzina di guardie lo immobilizzarono tenendolo per braccia e gambe mentre gli abbassavano pantaloni e mutande e gli inserivano un bastone di metallo nell’ano. Gli stupratori ridevano e facevano il tifo, ha detto.
Diverse ore dopo, ha detto, svenne e fu portato all’infermeria della prigione. Dopo essersi ripreso, ha detto, fu stuprato di nuovo, ancora con il bastone di metallo.
“Sanguinavo“, ha ricordato. “Sono crollato completamente. Stavo piangendo“.
Dopo essere stato riportato in cella, ha detto, chiese a una guardia carta e penna per scrivere un reclamo sulle aggressioni. La richiesta fu negata. E quella sera, un gruppo di guardie venne in cella.
“Chi è quello che vuole presentare un reclamo?“, sbeffeggiò una guardia, ha detto, e un’altra guardia lo indicò. “Le botte iniziarono immediatamente“, ha ricordato. E poi lo stuprarono con il bastone per la terza volta quel giorno, ha detto.
Ricorda che uno disse: “Ora hai ancora più cose da mettere nel tuo reclamo“.
Alcuni giorni dopo che lo intervistai, l’agricoltore chiamò per dire che non voleva più che il suo nome fosse usato. Era stato appena visitato dallo Shin Bet e avvertito di non causare problemi, e temeva anche che la sua famiglia avrebbe reagito male all’attenzione.
“L’abuso sessuale dilagante dei prigionieri palestinesi è una realtà; è stato normalizzato“, ha detto Sari Bashi, un’avvocata israelo-americana per i diritti umani che è direttrice esecutiva del Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele. “Non vedo prove che sia stato ordinato. Ma ci sono prove persistenti che le autorità sappiano che sta accadendo e non lo stiano fermando“.
Un altro avvocato israeliano, Ben Marmarelli, mi ha detto che, basandosi sulle esperienze dei detenuti palestinesi che ha rappresentato, lo stupro di prigionieri palestinesi con oggetti “sta avvenendo a tutti i livelli“.
Bashi ha detto che la sua organizzazione ha presentato centinaia di denunce che descrivono abusi orribili contro detenuti palestinesi – e non in un singolo caso queste hanno portato a accuse formali. L’impunità, ha detto, crea un “via libera” per gli abusatori.
Un prigioniero palestinese di Gaza sarebbe stato ricoverato in ospedale nel luglio 2024 con una lacerazione al retto, costole incrinate e un polmone perforato. Gli investigatori hanno ottenuto un video della prigione che presumibilmente mostra l’abuso.
Le autorità hanno arrestato nove soldati di riserva – ma la destra israeliana è esplosa di indignazione, con una folla di manifestanti furiosi, tra cui politici, che hanno fatto irruzione nella prigione per mostrare sostegno alle guardie. Le ultime accuse contro i soldati sono state ritirate a marzo, e il mese scorso i militari hanno approvato il ritorno in servizio dei soldati.
Netanyahu ha salutato il ritiro delle accuse come la fine di una “lega di sangue“. “Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici – non ai suoi eroici combattenti“, ha detto.
Bashi ha descritto l’esito in questo modo: “Direi che ritirare le accuse – questo è dare il permesso di stuprare“.
Quel prigioniero, che in seguito avrebbe avuto bisogno di una sacca per stomia per raccogliere i suoi rifiuti, è stato rispedito a Gaza, e un suo conoscente ha detto che ha passato mesi in ospedale a riprendersi dalle lesioni interne. Il conoscente ha detto che l’ex prigioniero ha rifiutato di essere intervistato.
I procedimenti giudiziari e l’attenzione pubblica possono frenare tale violenza. Nel 1997, agenti di polizia di New York violentarono un immigrato haitiano, Abner Louima, con un bastone in modo così brutale che dovette essere ricoverato e sottoposto a interventi chirurgici. I newyorkesi erano indignati, il sindaco Rudy Giuliani visitò Louima in ospedale e gli agenti di polizia furono perseguiti in un caso storico. Ciò ha inviato un messaggio potente in tutta la polizia: coloro che aggrediscono i detenuti possono essere puniti. E questo è il messaggio che deve essere inviato in tutte le forze di sicurezza israeliane.
Se l’amministrazione Trump insistesse per la ripresa delle visite della Croce Rossa ai prigionieri, se l’ambasciatore americano visitasse i sopravvissuti allo stupro con le telecamere al seguito, se condizionassimo il trasferimento di armi alla fine delle aggressioni sessuali, potremmo inviare un messaggio morale e pratico che la violenza sessuale è inaccettabile indipendentemente dall’identità della vittima. Per cominciare, l’ambasciatore potrebbe assicurarsi che quei palestinesi che hanno osato parlare per questo articolo non vengano nuovamente brutalizzati per il loro coraggio.
Come avviene questo tipo di violenza? Decenni di copertura dei conflitti mi hanno insegnato che una combinazione di disumanizzazione e impunità può spingere le persone in uno stato di natura hobbesiano. Ho incontrato questa deriva verso la barbarie in campi di sterminio dal Congo al Sudan al Myanmar, e penso che spieghi anche approssimativamente come i soldati americani siano arrivati ad abusare sessualmente dei prigionieri ad Abu Ghraib in Iraq.
La dura realtà è che quando non ci sono conseguenze, noi umani siamo capaci di una profonda depravazione verso coloro che ci viene insegnato a disprezzare come subumani.
Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha definito i detenuti “feccia” e “nazisti” e si è vantato di aver reso le condizioni carcerarie più dure per i palestinesi. Quando prevalgono tali atteggiamenti, l’abuso sessuale può diventare uno strumento in più per infliggere dolore e umiliazione ai palestinesi.
Ben-Gvir ha declinato, tramite una portavoce, di commentare le aggressioni sessuali da parte dei servizi di sicurezza.
B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha documentato “un grave pattern di violenza sessuale” verso i palestinesi. Ha citato il racconto di un prigioniero di Gaza, Tamer Qarmut, che ha detto di essere stato stuprato con un bastone. La tortura, ha detto B’Tselem, “è diventata una norma accettata“.
Un ex ufficiale israeliano in un’infermeria carceraria ha descritto in una testimonianza al gruppo israeliano Breaking the Silence cosa significhi nella pratica questo tipo di accettazione: “Vedi persone normali, piuttosto ordinarie, che arrivano a un punto in cui abusano delle persone per il proprio divertimento, nemmeno per un interrogatorio o altro. Per divertimento, per avere qualcosa da raccontare ai ragazzi, o per vendetta“.
La maggior parte degli stupri e altre violenze sessuali sono state dirette contro uomini, se non altro perché i prigionieri palestinesi sono per oltre il 90% maschi. Ma ho parlato con una donna palestinese che è stata arrestata all’età di 23 anni dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023. Ha detto che i soldati che l’hanno arrestata hanno minacciato di violentare lei, sua madre e la sua giovane nipote. Il suo calvario carcerario è iniziato con una perquisizione a corpo nudo condotta da guardie femminili, “ma poi è entrato un soldato maschio, quando ero completamente nuda“, ha aggiunto.
Nei giorni successivi, ha detto, è stata ripetutamente denudata, picchiata e perquisita da squadre di guardie sia maschili che femminili. Lo schema era sempre lo stesso: diverse guardie, uomini e donne insieme, venivano nella sua cella, la spogliavano forzatamente, le ammanettavano le mani dietro la schiena e la piegavano in avanti dalla vita, a volte spingendole la testa nel water. In questa posizione, veniva picchiata e palpeggiata dappertutto, ha detto.
“Avevano le mani su tutto il mio corpo“, ha detto. “Ad essere onesta, non so se mi hanno violentata“, ha detto, perché a volte perdeva conoscenza a causa delle percosse.
Lo scopo dell’abuso era duplice, pensa: schiacciare il suo spirito e anche permettere agli uomini israeliani di molestare una donna palestinese nuda con impunità.
“Venni denudata e picchiata diverse volte al giorno“, ha detto. “Era come se mi presentassero a tutti coloro che lavoravano lì. All’inizio di ogni turno, portavano i ragazzi per spogliarmi“.
Quando stava per essere rilasciata dal carcere, ha detto, fu convocata in una stanza con sei funzionari e ricevette un severo avvertimento di non rilasciare mai interviste.
“Minacciarono che se avessi parlato, mi avrebbero violentata, uccisa e ucciso mio padre“, ha detto. Non sorprende che abbia rifiutato di essere nominata in questo articolo.
Alcuni dei peggiori abusi sessuali sembrano essere stati diretti contro prigionieri di Gaza. Un giornalista di Gaza mi ha raccontato la sua versione degli abusi che ha subito dopo essere stato detenuto nel 2024.
“Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali“, ha detto. “Non tutti sono stati violentati, direi, ma tutti hanno subito aggressioni sessuali umilianti e sporche“. In un’occasione, ha detto, le guardie gli hanno legato con fascette i testicoli e il pene per ore mentre colpivano i suoi genitali. Nei giorni successivi, ha detto, ha urinato sangue.
In un’occasione, ha detto, è stato bloccato, spogliato nudo e, mentre era bendato e ammanettato, è stato chiamato un cane. Con l’incoraggiamento di un conduttore in ebraico, ha detto, il cane lo è montato.
“Usavano le telecamere per fare foto, e ho sentito le loro risate e le loro risatine“, ha detto. Ha cercato di rimuovere il cane, ha detto, ma lo ha penetrato.
Altri prigionieri palestinesi e monitor dei diritti umani hanno anche citato segnalazioni di cani della polizia addestrati a violentare i prigionieri. Il giornalista ha detto che quando è stato rilasciato, un funzionario israeliano lo ha avvertito: “Se vuoi restare vivo quando torni, non parlare con i media“.
Allora perché era disposto a parlare?
“Ci sono momenti in cui ricordare sembra insopportabile“, ha detto. “Il mio cuore sentiva che si sarebbe fermato mentre ti parlavo proprio ora. Ma ricordo che ci sono ancora persone là dentro. Quindi parlo.”
Diversi racconti indicano che la violenza sessuale è stata diretta persino contro bambini palestinesi, che sono tipicamente imprigionati per aver lanciato pietre. Ho individuato e intervistato tre ragazzi che erano stati detenuti, e tutti hanno descritto abusi sessuali.
Uno, un ragazzo timido con una maglietta Hilfiger che aveva 15 anni al momento del suo arresto, ha rifiutato di dire se avesse anche assistito a stupri veri e propri. Ma ha detto che le minacce erano routine: “Dicevano: ‘Fai questo o ti metteremo questo bastone su per il sedere’“.
Gli altri ragazzi hanno raccontato storie molto simili di violenza sessuale come parte delle percosse e hanno notato che le minacce di stupro erano dirette non solo contro di loro ma anche contro le loro madri e fratelli.
I coloni israeliani non sono un braccio ufficiale dello stato nello stesso modo in cui lo è il sistema carcerario, ma le Forze di Difesa Israeliane proteggono sempre più i coloni mentre attaccano i villaggi palestinesi e usano la violenza sessuale per spingere i palestinesi alla fuga. “La violenza sessualizzata è usata per fare pressione sulle comunità” affinché abbandonino le loro terre, secondo un nuovo rapporto del West Bank Protection Consortium, una coalizione di gruppi di aiuto internazionali guidata dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati.
Il consorzio ha intervistato agricoltori palestinesi e ha scoperto che oltre il 70% delle famiglie che erano state sfollate ha riferito che le minacce a donne e bambini, in particolare di violenza sessuale, erano la ragione decisiva per andarsene. “La violenza sessuale“, ha detto Allegra Pacheco della coalizione, “è uno dei meccanismi che spingono le persone via dalla loro terra“.
In una remota frazione di agricoltori beduini nella valle del Giordano, ho incontrato un agricoltore di 29 anni, Suhaib Abualkebash, che ha raccontato come una banda di circa 20 coloni abbia imperversato nelle case della sua famiglia, picchiando adulti e bambini, rubando gioielli e 400 pecore – e anche tagliandogli i vestiti con un coltello da caccia e poi stringendo forte il suo pene con una fascetta e strattonandolo.
“Avevo paura che mi tagliassero il pene”, mi ha detto Abualkebash. “Pensavo che questa fosse la fine per me“.
Qualcuno potrebbe chiedersi se i palestinesi abbiano fabbricato accuse di aggressioni sessuali per diffamare Israele. A me sembra inverosimile, perché nessuno di quelli che ho intervistato mi ha cercato, né sapeva con chi altro stessi parlando, ed erano riluttanti a parlare. Eppure ci sono prove che l’abuso sessuale israeliano sia diventato così frequente che le norme stanno cambiando e le vittime palestinesi stanno diventando un po’ più disposte a parlare.
“Per sei mesi non ho potuto parlarne, nemmeno con la mia famiglia“, ha detto Mohammad Matar, un funzionario palestinese che mi ha detto che i coloni lo hanno spogliato, picchiato e punto con un bastone sui glutei mentre parlavano di violentarlo. Durante l’attacco, gli aggressori hanno pubblicato una fotografia sui social media che lo ritraeva bendato e spogliato fino alle mutande.
Col tempo, Matar ha deciso di parlare per cercare di infrangere lo stigma. Ora tiene una stampa ingrandita della foto che i coloni hanno scattato di lui appesa al muro del suo ufficio.
Per cercare di dare un senso a ciò che ho scoperto, ho chiamato Ehud Olmert, che è stato primo ministro dal 2006 al 2009. Olmert mi ha detto di non sapere molto della violenza sessuale contro i palestinesi ma non è rimasto sorpreso dai racconti che avevo sentito.
“Credo che accada?” ha chiesto. “Decisamente“.
“Ci sono crimini di guerra commessi ogni giorno nei territori“, ha aggiunto.
Quindi torniamo al punto che ho notato all’inizio di questo articolo: i sostenitori di Israele avevano ragione nel 2023 sul fatto che, qualunque sia la nostra opinione sul Medio Oriente, dovremmo essere in grado di ripudiare lo stupro.
“Dove diavolo siete?” chiese allora Netanyahu alla comunità internazionale, chiedendo di condannare la violenza sessuale commessa da quello che il governo israeliano ha chiamato il “regime degli stupratori di Hamas“.
Hamas ha effettivamente brutalmente violato i diritti umani. Anche i funzionari israeliani dovrebbero guardare alle proprie violazioni – in particolare a ciò che un rapporto delle Nazioni Unite di 49 pagine l’anno scorso ha definito come il “sistematico” sottoporre i palestinesi a “tortura sessualizzata” commessa con almeno “un incoraggiamento implicito dai vertici della leadership civile e militare“.
Pensatela in questo modo: l’orribile abuso inflitto alle donne israeliane il 7 ottobre ora accade ai palestinesi giorno dopo giorno. Persiste a causa del silenzio, dell’indifferenza e del fallimento sia dei funzionari americani che israeliani nel rispondere alla domanda di Netanyahu: Dove diavolo siete?
Fonte
27/01/2026
Tortura in divisa: condanna per nove agenti della Penitenziaria
C’è stata tortura nel carcere di Sollicciano. Non abusi isolati, non “eccessi”, non semplici lesioni: tortura. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze, che ha condannato nove agenti della Polizia Penitenziaria – tra cui un’ispettrice – per i pestaggi e i trattamenti inumani inflitti a due detenuti, un cittadino marocchino e un detenuto italiano, tra il 2018 e il 2020.
Una sentenza pesantissima, che ribalta il primo grado di giudizio e smonta la narrazione autoassolutoria che troppo spesso accompagna le violenze di Stato consumate dietro le mura delle carceri.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, nel caso del detenuto marocchino tutto avrebbe avuto origine da un semplice screzio verbale con un’agente. Un fatto minimo, ordinario nella vita detentiva. La risposta, invece, è stata brutale: l’uomo viene condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo e lì picchiato da sette agenti, fino a rimanere a terra senza fiato. Riporterà la frattura di due costole. Non basta. Dopo il pestaggio viene spogliato, lasciato completamente nudo in infermeria e deriso dagli agenti per diversi minuti. Un trattamento che la Corte ha definito senza ambiguità “inumano e degradante”.
Per questi fatti l’ispettrice E.V. è stata condannata a 5 anni e 4 mesi di reclusione; gli altri otto agenti hanno ricevuto pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 4 anni e 4 mesi, per i reati di tortura, calunnia e falso.
La sentenza d’appello ribalta quella di primo grado, che aveva derubricato il reato di tortura in semplici lesioni e assolto gli imputati dalle accuse di falso e calunnia. Una scelta che oggi appare per quello che era: una rimozione della gravità dei fatti. Già in primo grado, va ricordato, l’ispettrice era stata comunque condannata a 3 anni e 6 mesi di carcere, segno che la violenza era stata riconosciuta, ma non chiamata con il suo nome.
L’inchiesta era esplosa nel gennaio 2020, con l’arresto dell’ispettrice, di un agente e di un assistente capo coordinatore, e con l’applicazione di misure interdittive nei confronti di altri sei appartenenti al corpo. Al centro del procedimento due episodi distinti di aggressione, avvenuti anche all’interno dell’ufficio dell’ispettrice capo, a seguito di contrasti con i detenuti.
Nel corso del processo d’appello, il procuratore generale aveva chiesto la condanna per tortura solo in relazione al pestaggio del detenuto marocchino, parlando esplicitamente di “trattamento inumano e degradante”. Per l’aggressione al detenuto italiano aveva invece ritenuto configurabile il solo reato di lesioni, sostenendo che non vi fosse certezza sulle “acute sofferenze” richieste per integrare il delitto di tortura. La Corte ha invece stabilito che anche in questo caso si trattò di tortura, riaffermando un principio fondamentale: la violenza sistematica, esercitata da pubblici ufficiali in posizione di totale potere su persone private della libertà, non può essere minimizzata.
Questa sentenza arriva in un contesto politico in cui il governo spinge per ampliare gli spazi di impunità delle forze dell’ordine, invocando “scudi penali” e riducendo i controlli giurisdizionali sull’uso della forza. È una decisione che va in direzione opposta, ricordando che lo Stato di diritto non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di chiamare i propri apparati a rispondere dei crimini commessi.
Sollicciano non è un’eccezione. È uno dei tanti luoghi in cui la sospensione dei diritti, la disumanizzazione dei detenuti e una cultura repressiva sedimentata producono violenza strutturale. Chiamarla tortura non è un atto ideologico: è un atto di verità. E questa sentenza lo scrive nero su bianco.
In un Paese in cui si parla sempre più spesso di “ordine” e “sicurezza”, la Corte d’Appello di Firenze ricorda un fatto elementare: non esiste sicurezza fondata sulla tortura. Esiste solo abuso di potere. E impunità, quando la giustizia sceglie di voltarsi dall’altra parte. Questa volta non è successo.
Fonte
18/01/2026
USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
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19/12/2025
Londra. Condizioni critiche per i detenuti di Palestine Action, ma il governo li ignora
Oggi come allora, la posta in gioco è la vita dei detenuti e il riconoscimento politico delle loro azioni. Rinchiusi in cinque diversi penitenziari britannici, gli attivisti sono in custodia cautelare in attesa di processo. Due di loro hanno superato il 45° giorno di digiuno, iniziato il 2 novembre in coincidenza con l’anniversario della Dichiarazione Balfour, con cui la Corona diede legittimità al movimento coloniale sionista.
Il bilancio medico è allarmante. Gli avvocati dello studio Imran Khan & Partners hanno inviato lettere urgenti al Ministro della Giustizia, avvertendo che la morte dei detenuti non è più una remota possibilità, ma una probabilità crescente se continuerà il silenzio delle istituzioni.
Cinque scioperanti sono già stati ricoverati d’urgenza in ospedale. Tra i casi più gravi c’è quello di Qesser Zuhrah, 20 anni, che rifiuta il cibo da oltre sei settimane, ha perso conoscenza più volte, è stata preda di tremori incontrollabili, e ha passato un’intera notte a pregare di essere portata in ospedale, prima di esservi trasferita in ambulanza.
In ospedale Kamran Ahmed, 28 anni, ci è già finito due volte. Sua sorella, Shahmina Alam, ha raccontato ad Al Jazeera che parlare con lui è paradossalmente un po’ più facile quando è in prigione, “ma quando va in ospedale, la connessione si interrompe perché la prigione ci impedisce del tutto di comunicare”.
Le autorità stanno infatti portando avanti una politica chiaramente punitiva e lesiva dei diritti dei detenuti verso gli attivisti di Palestine Action (in 29 sono attualmente in carcere). Pratiche condotte con la scusante del “terrorismo”.
Infatti, il gruppo è accusato a vario titolo di aver pianificato o eseguito azioni di sabotaggio contro la Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armi, e i suoi partner. Le azioni contestate includono il danneggiamento di macchinari nella fabbrica di Filston nell’agosto 2024 e l’incursione nella base aerea RAF Brize Norton, dove avrebbero imbrattato con vernice rossa i motori di aerei cisterna diretti verso il Medio Oriente.
La stretta repressiva si è intensificata la scorsa estate, quando il governo ha deciso di designare Palestine Action come “organizzazione terroristica”. Da allora, oltre 2.350 persone sono state arrestate, anche solo per aver esposto cartelli di sostegno al gruppo e di condanna del genocidio dei palestinesi. Amnesty International UK è intervenuta duramente sulla questione, chiedendo ai pubblici ministeri di ritirare le accuse di terrorismo e sottolineando come l’uso di tali leggi per aggirare il giusto processo costituisca una minaccia ai diritti di espressione e riunione.
Gli scioperanti ne stanno subendo le conseguenze peggiori. I detenuti hanno dichiarato che non fermeranno la protesta finché il governo non accoglierà le loro richieste. Alcune riguardano le condizioni carcerarie: la fine della censura sulla posta e sulle comunicazioni con i legali, l’accesso ai libri e il rilascio immediato su cauzione (dato che molti dovrebbero attendere oltre un anno prima del processo).
Le richieste politiche sono però il cuore della protesta: gli attivisti esigono la revoca della messa al bando di Palestine Action, la divulgazione dei documenti sulle interferenze dello stato israeliano nei loro procedimenti giudiziari e, soprattutto, la fine delle operazioni di Elbit Systems nel Regno Unito. L’azienda produce l’85% dei droni utilizzati dall’esercito israeliano a Gaza.
Oltre 50 parlamentari britannici – tra cui Jeremy Corbyn – hanno lanciato un appello affinché il ministro della Giustizia, David Lammy, incontri i rappresentanti dei detenuti. Il membro del governo ha creato scalpore quando, avvicinato dalla sorella di uno dei detenuti durante un evento natalizio che chiedeva di fare qualcosa riguardo alla vicenda, ha risposto: “È davvero un peccato, non ne sapevo niente”, chiedendo persino se i fatti stessero avvenendo nel Regno Unito.
Una dichiarazione inaccettabile e ovviamente falsa. Il governo ha in sostanza confermato che vuole mandare a morire i detenuti con un utilizzo spregiudicato delle accuse di terrorismo, come varie organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno denunciato. È necessario mantenere alta l’attenzione a livello internazionale, e rafforzare la solidarietà con i detenuti in sciopero della fame.
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22/10/2025
Gran Bretagna - Gli attivisti filopalestinesi in carcere annunciano lo sciopero della fame
In una lettera inviata al ministro dell’Interno Shabana Mahmood, la campagna “Prigionieri per la Palestina” (PFP) ha avanzato una serie di richieste a “nome delle 33 persone che sono ingiustamente rinchiuse a causa dell’azione per fermare il genocidio in Palestina”.
Tra i prigionieri ci sono membri del Filton 24, un gruppo di attivisti arrestati alla fine del 2024 per una azione contro una fabbrica della israeliana Elbit Systems a Bristol nell’agosto 2024.
Tra loro ci sono anche membri dei Brize Norton 5, che avrebbero fatto irruzione in una base aerea della RAF e attaccato con vernice e piedi di porco due aerei che denunciavano essere “stati usati per operazioni militari a Gaza e in tutto il Medio Oriente”.
A tutti gli attivisti in carcere è stata negata la libertà su cauzione, con alcuni che hanno trascorso più di un anno in custodia senza processo con accuse tra cui danni penali e furto con scasso aggravato.
A luglio scorso il ministro degli Interni britannico, ha messo fuorilegge Palestine Action e ha designato il gruppo di azione diretta come una “organizzazione terroristica”.
La messa al bando significa che Palestine Action viene ritenuto simile allo Stato islamico o ad al-Qaeda dalla legge britannica, e l’espressione del sostegno o dell’appartenenza al gruppo è un reato penale che può portare a una pena detentiva fino a 14 anni.
In questi mesi centinaia di persone sono state arrestate per avere manifestato pubblicamente la loro solidarietà a Palestine Action.
Gli attivisti prigionieri hanno riferito di un peggioramento del trattamento e di crescenti restrizioni imposte dagli apparati penitenziari.
La lettera inviata dai prigionieri, avverte la ministra degli Interni, Shabana Mahmood, che se le loro richieste non fossero soddisfatte, i 33 attivisti detenuti inizieranno lo sciopero della fame il prossimo 2 novembre, l’anniversario della Dichiarazione Balfour del 1917, quando la Gran Bretagna dichiarò formalmente il suo sostegno alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
Middle East Eye ha riferito che i prigionieri legati a Palestine Action stavano subendo crescenti restrizioni sulla loro posta, telefonate e visite sulla scia della proscrizione del gruppo a luglio.
Audrey Corno e Francesca Nadin, rappresentanti della campagna PFP, anche loro precedentemente imprigionate per il loro attivismo, hanno consegnato la lettera al Ministero dell’Interno nella giornata di ieri.
Le richieste includono la “fine di ogni censura” per i prigionieri, il che significa la rimozione delle restrizioni sulle loro comunicazioni, comprese le lettere personali e le telefonate.
“La censura all’interno delle carceri è uno strumento di controllo utilizzato per punire la resistenza. Le lettere, le telefonate, le dichiarazioni politiche, i libri e tutte le forme di espressione devono essere rispettate”, si legge nella lettera. La lettera chiede inoltre che ai prigionieri detenuti in custodia cautelare in relazione a Palestine Action sia concessa la libertà su cauzione immediata, sostenendo che la decisione di rifiutare la cauzione mina il loro diritto a un processo equo. “Il diritto a un processo equo deve includere il diritto di prepararsi in libertà, non dietro le sbarre”, si legge.
La lettera chiede anche il rilascio di “tutti i documenti relativi ai nostri casi per intero”.
“Ciò include tutti gli incontri tra funzionari statali britannici e israeliani, la polizia britannica, il procuratore generale, i rappresentanti di Elbit Systems e qualsiasi altro coinvolto nel coordinamento della caccia alle streghe in corso di azionisti e attivisti”, si legge nella lettera, riferendosi all’azienda israeliana di armi ripetutamente presa di mira da Palestine Action.
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21/11/2024
Torture sui detenuti di Trapani, arrestati undici poliziotti penitenziari
L’indagine condotta dal nucleo investigativo regionale di Palermo, coordinato dal nucleo investigativo centrale, è scattata dopo alcune denunce effettuate dai detenuti del penitenziario trapanese che avrebbero subito maltrattamenti in luoghi privi di telecamere, che una volta installate avrebbero registrato violenze reiterate da parte di agenti nei confronti di detenuti.
«Un modus operandi diffuso», affermano gli inquirenti, consistente «in violenze fisiche e atti vessatori nei confronti di alcuni detenuti», condotte «peraltro reiterate nel corso del tempo e messe in atto in maniera deliberata da un gruppo di agenti penitenziari in servizio presso la casa circondariale di Trapani».
Tutto parte nel 2021, con le denunce di alcuni detenuti: raccontavano di maltrattamenti, minacce e offese continue da parte di alcuni agenti. All’inizio la loro versione, come spesso capita in questi casi, non è stata ritenuta credibile. Si trattava di persone con diversi disturbi, tra loro anche stranieri. Qualcosa cambia quando uno di loro ha fornito una pista agli inquirenti: «Ci portano in una zona del carcere dove non ci sono telecamere. È lì che avvengono le cose brutte».
Colleghi che indagavano su altri colleghi – in questa vicenda, dove, purtroppo, non vince nessuno – sono riusciti in gran segreto a piazzare le telecamere nei posti indicati: corridoi lontani da sguardi indiscreti, antibagni, zone isolate. Gli si è presentato davanti un film disgustoso: scene di violenza, schiaffi, colpi, gavettoni di urina. Uomini spogliati e derisi. Uomini malmenati.
E un sistema che copriva tutto. Che, alla bisogna, si voltava dall’altra parte, con finte relazioni di servizio, o accusando ingiustamente le vittime di essere a loro volta aggressori.
In tutto gli indagati sono 46, destinatari anche di un decreto di perquisizione alla ricerca di materiale utile per le indagini presso le loro abitazioni, gli armadietti del carcere, i veicoli di proprietà.
Nell’istituto di pena il reparto blu, quello adibito all’isolamento diurno e notturno, era stato trasformato nel luogo degli orrori e, in particolare, una cella ribattezzata “liscia”. Lì avvenivano le violenze visto che non c’erano inizialmente le telecamere poi disposte per verificare i raccontati dei detenuti. Uno dei reclusi, V.C., ha dovuto subire ogni tipo di prevaricazione in un reparto dove era stato instaurato un vero e proprio «clima di terrore», come lo definisce il giudice Giancarlo Caruso. Nella cella 5 gli agenti Nicolò Rondello e Francesco Sugamiele lo colpivano e percuotevano con schiaffi, altri due agenti assistevano senza intervenire.
In un’altra occasione, altri due poliziotti penitenziari, Vito Cisaro e Leonardo Crapanzano, trascinavano il detenuto in slip lungo il corridoio bagnato prima di spingerlo in cella con un calcio. Altri agenti ancora lo picchiavano muniti di guanti in più occasioni, il recluso era nelle mani di uno stato dal volto di aguzzino. Al detenuto straniero M.G., Antonio Ficara, Giuseppe Gervasi, Andrea Pisciotta, e altri agenti, riservavano questo trattamento: lo denudavano, lo obbligavano a percorrere il corridoio nudo, lo irridevano per le dimensioni dei genitali prima di chiuderlo in cella.
Più che un carcere di uno stato democratico sembra Arancia meccanica. A.C. è un altro detenuto, l’ennesima vittima sacrificale di bulli vestiti da agenti, destinatario di percosse e secchiate di acqua e urina.
Gli abusi documentati riguardano una ventina di vittime, le cui testimonianze sono state raccolte e riscontrate dalle autorità. Le indagini non si fermano, ma la Procura lancia un appello affinché la politica intervenga con decisione. «Noi siamo tecnici e agiamo sulla base delle indagini – ha concluso Paci – ma questa è una situazione profondamente disdicevole che non possiamo più ignorare».
La situazione del reparto blu era stata denunciata da Nessuno tocchi Caino che aveva chiesto la chiusura del reparto, poi chiuso nell’agosto 2023 per ragioni sanitarie quando ormai tutto era compiuto.
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17/11/2024
L’iperblindato ferox del sottosegretario Delmastro
Se ne occupa, quindi, dei detenuti, al di là delle deleghe, e lo fa dal punto di vista del più truce dei carcerieri. Interprete della visione, al tempo stesso ridicola e brutale, di uno Stato cinico e vendicativo, che gioisce nel vedere il recluso incalzato e schiacciato senza respiro nell’acciaio feroce del suo blindato.
Eppure non era proprio il Sottosegretario Delmastro a dire “garantisti nel processo … giustizialisti nell’esecuzione”? E non sa forse che al 41-bis e all’Alta Sicurezza, al cui servizio è destinato l’iperblindato della sofferenza, sono destinati indifferentemente anche gli indagati e gli imputati presunti innocenti?
Se questa è la sua idea delle garanzie chissà cosa starà ora escogitando per il trasporto esclusivo dei condannati. Quale nuova sadica macchina restrittiva giustizialista, da mostrare con orgoglio ai giovani di questo Paese, starà progettando, è difficile immaginarlo. Ma se simili sforzi della fantasia il sottosegretario Delmastro li facesse lontano dal Ministero della Giustizia, sarebbe certo meglio per tutti, e soprattutto per l’idea della sicurezza che dovrebbe avere a cuore questo Paese, ben più sana, civile e rispettosa della dignità della persona.
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08/08/2024
In approvazione il decreto Carceri, la tragedia dei suicidi in cella continuerà
Proprio lo scorso martedì un detenuto si è tolto la vita in cella, a Biella. Era in sciopero della fame per protesta, perché voleva avvicinarsi ai suoi familiari, e la recente visita psichiatrica non aveva segnalato problemi. Non sarà certo l’aumento del numero di telefonate disponibili da 4 a 6 che potrà risolvere il problema.
Si tratta del 64esimo suicidio quest’anno, con un ritmo che di questo passo supererà il primato negativo del 2022: 85 persone che si sono tolte la vita. Ad essi ne vanno aggiunti 7 avvenuti tra le fila della polizia penitenziaria.
Ma ci sono anche altri dati che sono come un pugno allo stomaco: 1.200 tentativi di suicidio, con un netto aumento rispetto allo scorso anno. Da poco una guardia penitenziaria ha spento le fiamme sul corpo di un detenuto che ha tentato di uccidersi, con una situazione insostenibile da entrambe le parti.
Sul lato delle forze di polizia, il provvedimento appena approvato prevede l’assunzione straordinaria di 1.000 unità di personale per quest’anno, 500 per il 2025 e il 2026. A questi vanno aggiunti 20 nuovi dirigenti penitenziari, in linea anche con gli obblighi di innovazione ed efficientamento del PNRR.
Questo rappresenta di certo un leggero sollievo per le guardie dei penitenziari, sempre in ottemperanza al sostegno garantito dal governo Meloni a chi indossa una divisa (basti pensare al silenzio che ha riguardato tanti casi di abusi svoltisi negli ultimi anni). Nulla, invece, viene fatto per i carcerati.
Per dare un altro dato, nel 2023 il 57,5% degli 8.000 ricorsi presentati per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per trattamenti umani e degradanti sono stati accolti dalla magistratura di sorveglianza. In genere, questi procedimenti riguardano la mancanza dello spazio minimo vitale.
In un dossier pubblicato di recente dall’Associazione Antigone, che si occupa del sistema penitenziario italiano, viene calcolato che il tasso di affollamento delle carceri è del 130,4%. “In 56 istituti penitenziari, oltre un quarto di quelli presenti in Italia, il tasso di affollamento è superiore al 150% con punte di oltre il 200%”, tra cui Canton Mombello.
Anche gli Istituti Penali per Minorenni ormai registrano la saturazione dei posti disponibili. La soluzione di un albo di strutture per l’accoglienza e il reinserimento è stata criticata persino da Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza.
Si tratta semplicemente di spostare i detenuti da un luogo a un altro. La Pozzi ha commentato: “si vogliono forse riproporre spazi simili ai Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati, che sono dei veri e propri luoghi di segregazione e come tali, disumani?”
Questo è quello che porta una cultura giuridica fondata sul securitarismo e sulla punizione invece che sull’emendazione del reato. E non si può di certo pensare che la soluzione sia semplicemente fare più carceri, come se il tema fosse come spedire quanta più gente possibile dietro le sbarre.
Del resto, in carcere ci si va non perché vi è una lombrosiana predisposizione a essere dei criminali, ma perché il sistema non offre altre alternative a delinquere. Basti pensare che al 2021 solo il 38% delle persone detenute era alla prima carcerazione, il 62% invece ne aveva già un’altra alle spalle, con un tasso di recidiva altissimo.
Patrizia Gonnella, presidente di Antigone, ha dichiarato: “il sovraffollamento non è dovuto a cause naturali ma è il frutto di politiche governative. Quelle a cui abbiamo assistito nei primi due anni di governo Meloni in tal senso hanno avuto un ruolo nella crescita delle presenze in carcere con il considerevole aumento del numero di reati e un inasprimento delle pene per molte fattispecie”.
“Il sistema penale viene utilizzato a scopo di ottenere consensi nel breve periodo e la situazione potrebbe peggiorare se fosse approvato il ddl sicurezza, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, che contiene al suo interno numerose norme di carattere penale. Tutti questi provvedimenti hanno tra loro un filo comune: colpiscono la marginalità sociale e le persone che per la loro condizione economica e sociale sono già più a rischio nel commettere reati”.
C’è poco da aggiungere. Sulla tragedia dei suicidi in carcere il governo sta facendo la sua propaganda, con qualche marchetta aggiunta.
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01/07/2024
Suicidi in carcere. Sentenze non scritte di pena di morte e gli ergastoli percepiti
Ponticelli pallida madre: è la sintesi della vita di Angelo, dentro e fuori dalle relazioni di amore, di famiglia, di lavoro, di socialità. Dentro e fuori dal carcere, dalle comunità, dalle dipendenze. Un dentro e fuori che come un’altalena ha cancellato la progressione del tempo, arrivando a confondere ogni suo passato bruciato, con ogni orizzonte di futuro. Così questo pendolare lo ha condotto ad essere un balordo, senza esserlo. Un bastardo, pur volendo essere padre, figlio e marito esemplare. Un detenuto, un ergastolano: anche quando era a piede libero si portava questo nero nell’anima fatto di ferro e di paura.
“È come vivere la vita di un altro, ma farlo talmente tanto in fretta da non accorgersene. Fino a ritrovarsi in una cella schifosa e a non avere nessuna voglia di uscire, proprio perché la prigione è quella che hai al cervello e non solo quella delle sbarre.”
Angelo non riuscì ad uccidersi. Non ne ebbe il coraggio, meglio, non ci ha provato con grande convinzione. I tentati suicidi hanno molteplici meccanismi, assai poco sintetizzabili, ma due categorie si possono comunque tentare di tracciare: a) i falliti suicidi, b) i suicidi troppo timidi per essere realmente suicidi. Angelo, sempre secondo me, appartiene alla seconda categoria: una specie di volerlo fare per dire a sé stesso e agli altri di averci provato.
Un urlo, più che un gesto: un urlo, però, che a volte uccide lo stesso. Dopo il carcere è stato qualche anno in comunità, ma una volta fuori ha ricominciato la fetente vita di sempre. Poi il fantasma di sé stesso gli ha chiesto nuovamente il conto e, guarda caso, sempre dentro una cella buia di una prigione. “Vuoi vivere o vuoi morire? Decidi, ma senza rompere le palle al mondo”, si senti dire una mattina da una vocina acida nel suo cervellino alienato. È vivo ed è un ottimo amico.
40 suicidi in carcere quest’anno. 1 ogni 3 giorni. 85 nel 2022. 70 nel 2023. Atti di autolesionismo quotidiani. Ma anche altro: morti provocate da auto annientamento dovuto alla atarassia, quel lasciarsi andare che nessuna autopsia può diagnosticare e nessuna statistica conteggiare. Perché?
“Non ti vedi più. Questo è il problema. Il passaggio stretto della detenzione è crudele, vero, ma è la ferocia con la quale si cancella ogni avvenire possibile che ti annienta. Io, ad esempio, in carcere come in comunità stavo bene, anzi, trovavo anche equilibrio e interessi. Fuori non ho mai letto, neanche un fumetto, invece quando sono “chiuso” riesco a leggere tantissimo. Pensa che, ancora oggi, per leggere mi chiudo da qualche parte. Il mio guaio è che non riuscivo ad immaginarmi altro che quello. Quando ho provato ad uccidermi non reggevo più me stesso, non è che non reggevo il carcere. Non reggevo questa specie di mio ergastolo universale, circolare, forse frutto di una sentenza scritta anche da me, o dalla società e non da un giudice, ma comunque qualcosa che mi opprimeva, mi toglieva il respiro. Un ergastolo del cuore, del sentire, del dovere essere per forza lo sbandato violento e stupido. Non reggevo più questo orrore. La morte, il tentare di uccidersi, diventa scelta minima, quasi come comprarsi o no un gelato in casi come il mio. Diventa una delle opportunità concesse. Non sentivo di valere nulla per me e per nessuno: la cella, con i suoi riti e ritmi, ti sbatte in faccia ogni istante quanto sei meschino, fragile, inutile. La morte ti salva da te stesso, non dalla galera.”
Gli studiosi descrivono le Istituzioni Totali, chi pro o contro, sono d’accordo però nell’individuare queste “strutture” in luoghi ben precisi, con burocrazie ben definite. Una diagnosi, una sentenza, o altro che corrispondono a luoghi fisici: carcere, ospedale, manicomio, comunità e altri. Quello che stupisce, però, è che queste definizioni non spiegano i meccanismi che azionano i tanti suicidi, perché di per sé la situazione di deprivazione spiega solo una minima parte del fenomeno.
Dietro i suicidi in carcere, invece, si dovrebbe parlare di Istituzioni Totalizzanti, traslare quindi il concetto detentivo, dal luogo dove viene effettuata, alle implicazioni emotive che comporta che, in questo, non sono intrinseche nel luogo, quanto nelle elaborazioni mentali che quel luogo spinge a fare. Implicazioni che vanno ben oltre le misure restrittive della detenzione.
Contesti sociali di appartenenza, traumi fatti o subiti, alienazioni perpetue, dipendenze croniche, mancanza di stimoli e prospettive professionali, stigma e tantissime criticità che provocano i suicidi tra le mura carcerarie, vero, ma si riferiscono direttamente a contesti che non sono in quei luoghi, che sono nel ricordo o nell’orizzonte di un futuro che si percepisce impossibile o di un passato indigeribile. Angelo, ad esempio, sovrapponeva le condizioni estreme della vita carceraria, con il suo “fuori” altrettanto estremo. Era, a suo dire, l’oscillazione devastante tra questi due dentro che lo stava portando al creatore.
Mentre spesso l’attenzione dei media si concentra sulle condizioni carcerarie che, per quanto orribili, da sole non spiegano questa mattanza, anche perché spesso si ci uccide a inizio o a fine pena e, ancora, durante detenzioni non lunghissime. L’ergastolo percepito da Angelo è fatto di entrambe queste detenzioni e, per quanto orribile dirlo, è una sensazione che scaturisce dalle sentenze non scritte di inutilità e marginalità perpetua che la società emette e che, in qualche modo, il carcere tira fuori.
Non è un caso, quindi, che si eseguono queste condanne a morte non scritte, perlopiù nei giorni comandati: ad agosto, come nelle festività. Non perché con il caldo manca l’aria condizionata o a Natale il banchetto di famiglia, quanto perché sono giorni in cui il cervello del condannato si sposta in altri luoghi, quelli della memoria e dei bilanci: sono questi due macigni che spingono al gesto estremo.
Poi è anche vero che la brutalità della vita detentiva fa deflagrare ogni malessere ma, di fondo, agisce su psiche turbate, dove le torsioni della prigionia scavano solchi che solo un diritto reale alla tenerezza, oltre che ad un reinserimento sociale, può lenire.
Una volta Angelo mi disse che da quel buio una mano lo aveva afferrato per i capelli e tirato fuori. La cosa mi fece scoppiare a ridere: Angelo è calvo. Però, stabilito di voler vivere, dovette chiudere con entrambe le detenzioni e uscito da Poggioreale cambiò tutto, anche rispetto alla detenzione del suo fuori. Casa, abbigliamento, giri sociali, abitudini, numero del telefono, rapporti con la famiglia: uno tsunami identitario forzato, forse frutto di disciplina, ma che fino ora gli ha salvato la vita.
Del resto il detenuto 7047 delle galere fasciste, Antonio Gramsci, per salvarsi dalle trasformazioni molecolari che la vita detentiva gli imponeva, si diede una disciplina ferrea. Quel “per sempre”, che si impose scrivendolo in tedesco, che indicava un’attenzione intellettuale verso il suo Io di fuori, il suo Io identitario, senza cadere nelle trappole delle maschere dell’imprigionato, della ossessione verso sé. Gli stessi “Quaderni” sono frutto di questa auto disciplina da contrappore alla disciplina fascista: una Resistenza.
Così negli ergastoli “percepiti” della modernità turbocapitalista bisogna dare come implicite le pene accessorie non scritte che traslano il carcere, da luogo fisico, a luogo dello spirito: dove l’annientamento non è dato dalla detenzione brutale, ma dalle implicazioni che questa imprime a fuoco nei cervelli dei più fragili e nei disfunzionali. Una torsione che, molto aldilà dei reati commessi e dalle sentenze da scontare, può trasformarsi in ergastoli o in pene di morte.
Non resta che opporsi, anche per chi detenuto non è, con una disciplina che rimandi ad altri valori e a futuri possibili. Immagini, forse, ma uniche forme per preservare la Dignità di chi è caduto nelle tante detenzioni della società del consumismo. Resistenza Umana, da contrappore alla tenaglia dei due nero, quello specifico della detenzione e quello sfumato della super alienazione, che vede nella segregazione lo strumento principe per trasformare l’Uomo in altro.
“Comprendere la mia malattia. Accettarla. Mi ha dato la possibilità di creare uno spazio dove non mi sento giudicato. Così ho trovato degli interessi che, ancora oggi, mi isolano dai contesti di degrado nei quali sono cresciuto. Ma devo ricordarmi che sono gli unici che ho e che questa forma di nuova detenzione, che mi auto impongo, mi rende diverso dagli altri.
Oggi posso trascorrere intere domeniche a leggere. Posso giustificarmi del fatto che non vedo mio fratello da anni, perché è ancora dentro i casini e non vuole uscirne. Una specie di egoismo, ma forse è l’unica difesa che ho da quel nero che, storto o morto, ho dentro di me. Arrivare sul confine tra la vita e la non vita ti dà una forza magica: sono l’Angelo che rubava nelle chiese le elemosine nelle cassette dei santi, ma sono anche l’Angelo che oggi è a servizio degli amici e si sta riallacciando gradatamente al genere Umano. Sono entrambe queste cose e guardarmi dall’alto, da quel confine assurdo della voglia di farla finita, mi ricorda chi sono e cosa devo fare per non tornare ad esserlo.
Il carcere, almeno nei miei sprofondi, entra poco: è una piccola parte, nemmeno la peggiore, delle mie prigioni. Però è quella che ha messo a nudo la mia fragilità, spingendomi ai tentati suicidi. Si ci ammazza in carcere perché ci sta un preciso momento in cui si vede con nitidezza quanto si è scesi nella fogna e quanto non ci sia una strada per uscirne. È quello il botto del buio pesto, quello in cui una piccolissima cosa, che sia una scorreggia di un compagno o uno scarafaggio che si aggira sul pavimento che fa esplodere tutto. La rabbia che ti fa bruciare è improvvisa e persino il dolore di tagliarsi o conficcarsi uno stuzzicadenti nella mano ti distrae da quel nero dentro che è talmente solido da ingoiare ogni luce.”
Forse è questo l’errore delle analisi sui suicidi in carcere. Si discute tra la definizione di “dentro” e si contrappone a quella del “fuori”, mentre in realtà molte di queste esistenze oscillano tra due dentro. La Pubblica Opinione si indigna sulle condizioni inumane del dentro stigmatizzando carenza di strutture, sovrappopolamento, carenza di personale eccetera eccetera, mentre spesso è l’assenza di un fuori che spinge all’auto annientamento e al suicidio.
Quel “fuori che aspetta” come elemento principale di sogni, di bisogni, di speranze che nelle vite perdute si liquefano progressivamente in una grammatica dove sparisce il tempo. Passato, Presente, Futuro triturati in un nero che non lascia spazio all’amore.
Quando il detenuto Angelo ha percepito il fermarsi del tempo, del suo tempo, ha anche decretato la sua fine. Il suicidio, secondo me, è il fisiologico esercitare l’ultimo dei propri diritti, quando tutti gli altri sono stati offuscati e non il gesto estremo di non reggere alla detenzione, ma quello di rivendicare una libertà. L’unica libertà possibile. “Ci vuole umiltà e non orgoglio” scriveva Pavese, ma nel caso dei suicidi in carcere ci sta la combinazione di questi due fattori.
“Aprire tutte le prigioni dell’essere affinché l’umanità abbia tutti gli avveniri possibili”
Rubo la citazione di Gaston Bachelard, da “Il bosco di bistorco” il primo libro edito da Sensibili alle Foglie, la cooperativa editoriale messa su, proprio dentro un carcere, da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino: esperienza che va letta proprio in chiave di Resistenza di un Io identitario rispetto alla decomposizione di ogni Io carcerario.
Ma come hai resistito?
“Difficile da spiegare. Penso che sia la capacità, del detenuto o sofferente che sia, di mantenere un filo di comunicazione con sé stesso. Senza recidere quelle specificità proprie che ti mantengono Uomo, quando tutto ti spinge a diventare bestia. Una luce, uno spazio mentale, una piccolissima cosa nella quale si mantiene un margine di Dignità. Quando questo filo sottilissimo si rompe, si entra in una spirale dove alla devastazione delle Istituzioni e della propria stessa vita, si aggiunge un non so ché di cronico, di eterno, di irreversibile che rende la sopravvivenza stessa impossibile.
Gli altri, forse anche in buona fede, tentano invece di legittimare questa discesa verso una omologazione tra la figura del carcerato e il carcere stesso. Una sovrapposizione che cancella ogni speranza, che annega quel che resta di te in una vergogna sorda, invalidante. Il suicidio diventa quindi non l’atto finale di una scelta, ma la conseguenza di una incapacità a reggere l’ergastolo nel cuore e non tanto la detenzione che si sta scontando. Ma il carcere è questo: annientare, non rieducare. Nascondere, non punire. Come ti spieghi, ad esempio, che hanno proibito farina e lievito a Cospito? Come ti spieghi che gli hanno già proibito musica e foto di famiglia?
È la scelta, non tanto del sistema Carcere, quanto della società intera di annullare, piegare, scomporre ogni residuo di Umanità in chi cade, quanto in chi sbaglia. Riuscire a resistere a questi pesi non è dato dalla forza, anzi, ma dalla leggerezza. Essere farfalla, non leone. Poi ci sta, almeno nel mio caso, la creatività: il perdersi dietro un passatempo anche ore, abitudine che rende ogni tipo di detenzione superabile. Non è il solito “adda passà a nuttata”, anzi è volerla vivere, in qualche modo, fino in fondo. Decidere di essere libero. Di essere, contemporaneamente, attore e spettatore della propria tragedia. Io mi sono salvato così: una lettera d’amore a donne che non conoscevo, una poesia che non sapevo decifrare, un sogno che sapevo di non poter vivere. Ma quando si sceglie di continuare a stare al mondo, nonostante ci si senta un numero grigio e si sia palesato dentro l’idea di darsi la morte, bisogna inondare di colori la propria esistenza. Di avveniri possibili, esattamente come dici tu.”
Fonte
09/05/2023
Non c’è fondo all’esclusione
Il Reddito di Cittadinanza (RdC), particolare beneficio economico, introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano dal d.l. n. 4/2019, aveva come fini dichiarati quelli di operare un riordino del sistema di assistenza sociale, di razionalizzare i servizi per l’impiego, di rendere più efficace la gestione delle politiche attive per il lavoro. Una misura, dunque, che provava ad andare oltre al contrasto alla povertà.
Con la Legge di conversione n. 26 del 2019, “Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni” sono state apportate alcune modifiche al testo originario tra le quali quelle riguardanti la presenza di un membro del nucleo familiare beneficiario sottoposto a misure di vigilanza cautelare e la conseguente sospensione del beneficio economico (in precedenza solo in caso di detenzione in carcere). In pratica qualora il nucleo familiare beneficiario (o il richiedente in prima persona) fossero stati colpiti da misura cautelare, il reddito di cittadinanza sarebbe stato sospeso. E così è stato e così sarà anche secondo quanto introdotto dal decreto aiuti entrato in vigore il 15 luglio 2022, per il quale «il beneficio non può essere nuovamente richiesto prima che siano decorsi dieci anni dalla condanna.»
Intanto, sulla costituzionalità della norma relativa alla sospensione si è espressa la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 126, depositata il 21 giugno 2021.
Di fatto, fondandosi (anche) sul requisito della onorabilità e non sul solo stato di bisogno, l’erogazione è sospesa al venir meno di quanto necessario alla concessione che, invece, dovrebbe permanere dalla data della domanda e per tutto il periodo in cui il sussidio viene incassato.
Si potrebbe obiettare, come è stato fatto (inutilmente) – motivazioni devolute dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Palermo, Claudia Rosini, con ordinanza n. 86 del 2020 – a proposito dell’inosservanza di alcuni disposti costituzionali, tra i quali artt. 2 e 3 ma soprattutto gli artt. 1 e 4 Cost., in quanto il reddito di cittadinanza sarebbe finalizzato anche all’inserimento lavorativo e alla formazione privata del beneficiario, inficiati dal provvedimento di sospensione. Se le misure vecchie e nuove vedono e vedranno un riconoscimento in funzione dei redditi familiari e del sostegno all’intero nucleo familiare, la sospensione o la non concessione potrebbero ledere anche gli artt. 29, 30 e 31 della nostra Carta costituzionale.
La negazione implicita del principio di personalità della responsabilità penale – il richiedente non è l’intero nucleo familiare beneficiario – e di quello della presunzione di non colpevolezza – la sospensione è applicata anche al soggetto non condannato nemmeno in via provvisoria – interesserebbero anche gli artt. 27, comma 1 e 2, art. 117, comma 1 così come alcuni dettami della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Per la sentenza della Corte Costituzionale, invece, l’essere sottoposti a misure cautelari, di prevenzione o essere stati condannati in via definitiva nei 10 anni precedenti alla richiesta e per alcuni reati, implica una violazione degli specifici obblighi di condotta richiesti al precettore.
Ad oggi il Reddito di Cittadinanza sarà ufficialmente sostituito – terminate le poco disinvolte capriole tra tagli e scarsità di risorse – dalla Gal per gli occupabili (350 euro al mese) e Gil per gli altri (massimo 1100 euro per la famiglia). Sono da intendersi occupabili i single e le coppie senza figli minori fino a 59 anni. L’esclusione dal beneficio a causa di condanne riportate nei precedenti 10 anni, dunque, persiste.
Sostegno o inclusione, le vecchie e le nuove misure previste estromettono un cospicuo numero di persone, forse proprio le più bisognose di nuove opportunità, definendo aprioristicamente e con una certa dose di cinismo e di moralismo chi sono gli scartati (o gli scartabili).
Se il sociologo tedesco Ulrich Beck nel 2000[1] predisse un futuro lavorativo per buona parte della popolazione europea in “stile brasiliano”, ossia fatto di lavori occasionali, di breve durata e all’insegna del precariato, è possibile ora ipotizzare che gli schemi “dal welfare al workfare” – ossia dall’assistenza sociale all’inserimento lavorativo – proveranno a rendere lo stato sociale inutile.
Non sembra esserci, infatti, una reale volontà di migliorare le condizioni di vita e le sorti di poveri e svantaggiati ma soltanto l’intento tra l’afflittivo e il punitivo «di cancellarli dal registro dei problemi sociali (anzi etici), tramite l’elementare espediente di una loro riclassificazione» [2] al di là della destra e della sinistra in politica.
Forte della cattiva pubblicità di cui il RdC è stato bersaglio, le nuove misure sembrerebbero voler porre rimedio alla trasformazione subita dall’underclass composta nel percepito dominante da fannulloni dipendenti dai sussidi pubblici. Non piacciono a chi gestisce il potere e la produzione, non piacciono a chi non beneficia di analoghe misure e in più deve fare i conti con l’incertezza e la precarietà del lavoro... «E così, rendere il destino dei poveri ancora peggiore di quanto già non sia fa apparire migliore le sorti di tutti gli altri.» [3]
In compenso a proposito della prima proposta ventilata dall’attuale Governo (MIA), la stessa non è piaciuta a larga parte del Terzo Settore e a quanti si occupano di disagio sociale.
In un documento promosso dalla Caritas Diocesana, redatto da una serie di economisti, sociologi, esperti del settore e consegnato nei giorni scorsi alla Ministra del Lavoro Marina Calderone, si legge che ridurre l’assegno a gli “occupali” – famiglie senza minori, disabili, over 60, ecc. – praticamente un terzo della platea, è un inedito a livello europeo «che potrebbe avere conseguenze negative in termini di equità ed efficienza».
Qualsiasi misura si decida di adottare in sostituzione del RdC, dovrebbe essere accompagnata da iniziative atte ad assicurare stipendi garantiti, misure pre e re-distributive, un salario minimo in grado di rispondere alla morsa di un’inflazione in crescita e a implementare l’attrazione verso il lavoro. Inoltre dovrebbe essere coerentemente capace di rispondere alla domanda: perché una persona che ha scontato il suo debito con la giustizia – si ipotizza per il dettato dell’art.27 della Costituzione che sia stato anche rieducato – non può percepire forme di sostegno come gli altri cittadini, in attesa di riuscire a lavorare?
«La scelta non è fra lotta alla povertà o lotta alla disuguaglianza: entrambe vanno perseguite con urgenza nella consapevolezza che se non si scioglieranno i nodi delle cause, la povertà e la disuguaglianza resteranno un destino ineluttabile per troppe persone nel nostro paese.» [4]
Olive e capperi
Puntuale alle 9:30, come ogni mercoledì P. si affaccia alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.
Guardandolo, penso che, forse, sta un po’ meglio rispetto alle ultime settimane o, magari, è solo la mia aspettativa costretta a colori pastello.
– ...Ancora non ho ricevuto risposta dopo l’ultimo colloquio. Essendo ristorazione e bar, credo che tocca aspettare l’estate... Sì, gli ho dato il curriculum... Oggi ho preso i buoni spese e nel pomeriggio provo a sentire l’Associazione che mi aveva proposto di collaborare con loro...
100 euro di buoni spesa per la sua attività nella lavanderia di un centro cittadino per gli ultimi (immigrati, dipendenti patologici, senza fissa dimora), sentirsi penultimi ha i suoi vantaggi.
200 euro per una collaborazione offertagli da un’associazione che si occupa di disagio sociale.
Un uomo solo di 59 anni, una storia famigliare difficile alle spalle, una casa che necessiterebbe di qualche importante lavoro di ristrutturazione (... io faccio ma bisognerebbe intervenire sul terrazzo, c’è umidità dappertutto), qualche precedente per furto, gli anni ’80 e l’uso di eroina.
Ci conosciamo da tanto ma nel gennaio 2020 l’ingiunzione a cui ho creduto e aderito: non voglio più tornare in carcere, non ce la faccio più. Voglio vivere serenamente. Ho qualche euro messo da parte, avendo lavorato durante l’ultima detenzione, devo trovare qualcosa da fare. Aiutami.
Gli ho spiegato come funziona uno smartphone e alcune sue applicazioni.
Poi il sopraggiungere della pandemia da Covid-19 e il primo lockdown.
Qualche messaggio per non sentirsi completamente solo.
I suoi risparmi, qualche aiuto dai Servizi sociali del comune, buoni spesa.
Normalizzatasi la situazione sanitaria, un lavoretto in un progetto di raccolta differenziata, il volontariato vissuto con regolarità e impegno, la frequentazione di un’associazione ecologista con relative raccolte domenicali di rifiuti abbandonati. In una vita che sembrava prendere finalmente una piega diritta la possibilità di beneficiare del reddito di cittadinanza e la simpatia per una donna che se pur non si è concretizzata in una relazione, gli ha ridato la piacevole sensazione di un cuore che batte... è bella, sai, intelligente e simpatica. Ho provato a farle capire... ma non fa niente, va bene anche così. Sono contento se lei è contenta. Comunque posso continuare a saperla amica.
Puntuale alle 9:30, ogni mercoledì P. l’ho rivisto affacciarsi alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto. Era evidente si stesse finalmente prendo cura di sé.. ho ridipinto casa e cambiato i rubinetti degli accessori del bagno. Ho ripassato tutte le stanze con la candeggina… Ho buttato un sacco di cose vecchie e fatto ordine in casa... Questa settimana ci siamo visti con il gruppo di Giustizia per Taranto. Mi piacciono e mi fanno sentire a casa... Non avevo mai festeggiato il mio compleanno. Mi hanno fatto una torta e regalato un buono che ho utilizzato per comprarmi queste scarpe e questo giaccone. Ho spento le candeline. Mi sono sentito strano e sai che cos’era quella stranezza: la felicità... Questa settimana ho addirittura fatto l’elenco di tutti i “Topolino” collezionati quando ero ragazzo...
E così per qualche anno, ogni settimana, escluse le due che lo hanno visto a casa con il Covid.
Ogni mercoledì.
Circa un mese fa, P. ancora un po’ astenico e indebolito, è arrivato dopo un messaggio che non faceva presagire nulla di buono.
Mi hanno tolto il reddito di cittadinanza...
La conseguente fase depressiva non mi ha stupita.
Il timore di una malattia inguaribile – fortunatamente smentito – la paura di non farcela, il senso della dignità violata.
Sai, io non voglio chissacché, mi basterebbe sapere di poter vivere... di avere quel minimo che mi faccia dormire... Che deve fare un uomo di quasi sessant’anni, secondo loro, per mangiare e pagare una bolletta?
Ho pensato e gli ho suggerito ciò che banalmente sarebbe venuto in mente a chiunque non si sia trovato in frangenti di questo tipo: bisogna trovare un lavoro.
Non posso nascondere di aver temuto il peggio che nella fattispecie poteva tradursi in un ritorno al consumo di eroina o in una scivolata verso quello dell’alcol (legale, pulito, socialmente accettato).
Qualche volta ho pensato cose strane... così sono contenti. Tanto in un modo o nell’altro non esisti... Pensa che bello vivere per stare male.
Abbiamo sfiorato quest’ultima ma la rete sociale di protezione che P. è stato bravo a costruirsi e coltivare ha retto.
Ci siamo messi ad aggiornare il suo vecchio curriculum. Ho scoperto dei titoli e delle competenze che non sapevo avesse.
Considerata l’astenia che non sembrava volergli dare tregua – probabilmente più psicologica che fisica – ha cominciato a cercare l’opportunità di qualche colloquio.
Meglio l’attesa che nulla in cui sperare. Almeno è quello che ho pensato io a cui la sussistenza, però, non manca. Certo, imputando alle scelte sbagliate o alle non scelte, si potrebbe pensare perché... perché... perché...
Peccato che la vita non sia quasi mai un sillogismo perfetto.
Vedi non è solo che mi hanno tolto un po’ di sicurezza, mi hanno tolto la gioia di vivere...
Ho pensato che questa affermazione necessitasse di un approfondimento.
E così è stato.
Voglio dire non è solo una questione di soldi che pure servono eccome. È che mi sembra di non avere più voglia... Voglia di fare, di prendermi cura della casa, di me. Mi trascino. Pensa ad un restringimento. Tutto si è ristretto e pure io. Io non lo vedo più l’orizzonte, sono tornato con lo sguardo basso, a pensare che non mi merito qualcosa di buono... Anche mangiare che per fortuna non mi manca è diverso e comunque non è la sola cosa di cui una persona ha bisogno. Ho spento i fornelli, Qualche volta mi permetto una fettina di carne ma non ne godo, la faccio così, la butto sulla piastra, lascio che cuocia...
È questa la differenza: prima sorridevo davanti ai fornelli mentre mi promettevo qualcosa di buono.
Pensa un po’ sentivo che anche io contavo qualcosa.
Era la stessa fettina ma potevo permettermi di farla alla pizzaiola.
Ora olive e capperi non me li compro più...
Un nuovo mercoledì e poi un altro.
Non ho trovato un modo migliore per significarti P. che anche questa volta, nonostante tutto, ce la farai.
Un dono che è più un simbolo.
Due piccoli barattoli.
Per te, olive e capperi.
Note
[1] U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, 2000
[2] Bauman Z., Homo consumens, Erickson, 2006, p. 90
[3] Ibidem, p. 91
[4] Franzini M. e Raitano M., (2023) Disuguaglianza e povertà in Italia: proviamo a fare il punto, Menabò di Etica ed Economia, 14 gennaio e 23 gennaio 2023
31/08/2022
Il ministero “perdona” le condotte della polizia in carcere nel marzo 2020
Una commissione istituita nel luglio 2021 dall’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, nominato dal ministro Bonafede e succeduto a quel Francesco Basentini che si era dimesso a causa delle polemiche suscitate dalle scarcerazioni di presunti boss per gravi ragioni di salute, nel pieno dell’epidemia Covid.
Agli inizi del 2022, però, anche Petralia si è dimesso dal suo incarico, e la relazione è arrivata sulla scrivania del nuovo capo Dap, Carlo Renoldi, accompagnata da un documento di due pagine nelle quali si elencano alcune iniziative messe in atto dal Dipartimento dopo i fatti del 2020.
Le più rilevanti consistono nel rifornimento dell’equipaggiamento in dotazione alla polizia penitenziaria per circa ventimila guanti antitaglio, ottomila cinquecento caschi antisommossa, duemila sfollagente e duemila kit antisommossa, come a sottintendere che la soluzione per il controllo e la gestione delle carceri non possa che passare per la violenza.
Lascia ancor più perplessi in questo senso l’istituzione, in alcuni provveditorati, dei cosiddetti Gruppi di intervento rapido, gli stessi che (come emerge dagli atti del processo in corso per i fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere) hanno esasperato un clima di tensione già esistente, fino a rendersi protagonisti, nel caso del penitenziario casertano, di quella che la stessa procura non ha esitato a definire come una “mattanza”.
Ventidue ispezioni in sei mesi
L’obiettivo della Commissione era quello di esaminare “da dentro” quanto accaduto durante e dopo le proteste che i detenuti avevano messo in atto, preoccupati dal clima di paura provocato dallo scoppio della pandemia e della sospensione dei colloqui in presenza decisa nei primi mesi del 2020.
Sono stati ispezionati ventidue carceri, classificati dallo stesso dipartimento come “sedi di rivolte”. Gli istituti sono stati visitati tra il settembre 2021 e il marzo 2022 e per ciascuno è stata stilata una relazione dettagliata, includendo anche i verbali delle persone sentite che, a vario titolo, sono state coinvolte nei fatti (si è scelto di fare eccezione dei detenuti, poiché, secondo quanto scritto, in molti casi coinvolti in procedimento penali pendenti).
Il clima di terrore, diffuso dai media e incrementato dalle confuse notizie che venivano da fuori, è stato individuato come una delle cause delle proteste dei detenuti, ma un ruolo viene attribuito anche alla “produzione normativa e para-normativa ‘a cascata’ dettata sull’onda dell’emergenza continua”.
In particolare, la relazione chiama in causa il d.l. 8 marzo 2020 (che avrebbe avuto “un effetto significativo sulla genesi di quasi tutte le sommosse in esame, fungendo da detonatore di altre consistenti cause di malessere che già albergavano tra la popolazione detenuta”) e le confuse circolari del Dipartimento – sostituite in breve tempo da nuove indicazioni – che hanno contribuito a creare uno stato di smarrimento generale tra tutti coloro che operavano in carcere, compresi, ovviamente, i detenuti.
Dall’esame della documentazione utilizzata dalla Commissione si evince che “tra il 7 ed il 12 marzo 7517 detenuti hanno inscenato manifestazioni di protesta collettive caratterizzate da battiture, rifiuto del vitto, lancio di oggetti ed atti vandalici che hanno interessato cinquantasette istituti penitenziari, nonché più violente rivolte caratterizzate da devastazioni delle strutture, atti di violenza nei confronti del personale penitenziario e sanitario, sequestri di persona, evasioni in massa e altro ancora”.
In soli due giorni (tra l’8 e il 10 marzo) sono decedute tredici persone; settantadue detenuti sono evasi dal carcere di Foggia (in parte rientrati e in parte riarrestati in seguito); sono stati avviati numerosi procedimenti penali a carico di detenuti coinvolti nelle proteste e sono stati calcolati – bisognerebbe valutare in che modo, considerando il degrado preesistente delle strutture – milioni di euro di danni.
Non può dirsi, allora, che il fenomeno sia stato casuale, né che si sia trattato di un’eccezione: è evidente che la gestione dell’emergenza è stata carente, improvvisata, priva di qualsiasi tipo di lettura che potesse consentire la prevenzione delle reazioni che si sono poi scatenate.
La “regia occulta”
Nella relazione si ricercano, istituto per istituto, le motivazioni che hanno spinto i detenuti a protestare. Per esempio, tra gli eventi avvenuti nel carcere di Salerno – il primo in cui ci sono state rimostranze – si fa riferimento a un “papello” consegnato dai detenuti alle autorità durante le trattative per spegnere la protesta.
Il documento appare tutt’altro che pretestuoso, tanto che la Commissione segnala come il “papello” contenga precise richieste di cautela sanitaria, a cui si aggiungono richieste di attivazione dei video-colloqui e, ancora, la richiesta di aumento del personale nelle ore notturne.
Nonostante i concreti riscontri rispetto al fatto che il documento sia stato redatto dai detenuti dopo l’inizio delle proteste (a seguito di una interlocuzione con il Garante regionale Samuele Ciambriello), si è tentato di dimostrare l’ipotesi di un disegno preordinato all’origine delle sollevazioni, salvo poi constatare che “la diffusione in tempo reale dei contenuti del ‘papello’ sugli organi di informazione [...] e all’interno degli istituti di pena, possa avere avuto l’effetto di provocare un effetto emulativo rinforzando analoghi propositi di rivolta dei detenuti più facinorosi anche negli altri istituti”.
D’altronde, le indagini sono state svolte dal Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria che ha analizzato i tabulati telefonici di alcuni cellulari rinvenuti in carcere senza rinvenire nessun elemento utile ad avvalorare l’ipotesi di una “regia occulta”.
La Commissione dà piuttosto atto della situazione di totale fatiscenza e sovraffollamento degli istituti e in molti casi riferisce chiaramente che non può essere sottovalutata l’incidenza sulle proteste delle “poco decenti condizioni di vita dell’istituto e dell’elevato indice di sovraffollamento”, considerati come fattori destinati ad amplificare la paura del contagio e a influire negativamente sullo stato d’animo dei detenuti, molti dei quali fragili e con dipendenze da alcool e assunzione di droghe (una fotografia fedele di quello che accade in molti degli istituti penitenziari e che, da anni, invano, viene denunciato da più fronti).
Le condizioni del carcere di Modena sono considerate per esempio “compromesse” ben prima dell’inizio delle proteste; anche qui si dà atto di un elevatissimo numero di persone con problematiche di tossicodipendenza, e i detenuti sono 547 a fronte di una capienza massima di 361.
Per quanto riguarda i detenuti che sono stati trovati morti, ufficialmente a causa dell’ingerimento massiccio di psicofarmaci e metadone, vale per tutti lo stesso referto: “Accompagnato da agenti in PMA, in arresto cardiocircolatorio, cianotico, assenza di polso e respiro. Segni esterni traumatismo non evidenti”.
Niente di diverso per i detenuti morti durante il trasferimento o una volta giunti alla nuova destinazione.
Nel caso specifico, la Commissione sembra mantenere dubbi “per quanto riguarda l’ipotesi […] che da parte della polizia penitenziaria possano esservi state violenze in particolare ai danni di un gruppo di detenuti nella fase prodromica al trasferimento in altri istituti, mentre si trovavano radunati in un locale della caserma agenti in attesa di essere identificati e perquisiti”.
Epperò, si prende atto del fatto che in mancanza di video riprese, di verbali di denuncia della polizia penitenziaria o di referti medici, la Commissione non è in grado di esprimere una autonoma valutazione su quanto accaduto.
Tornando al tema delle presunte regie occulte, la Commissione esclude anche una possibile regia della criminalità organizzata. Per tutti gli istituti analizzati, – ovvero Napoli Poggioreale, Pavia, Padova, Cremona, Milano San Vittore (tasso di sovraffollamento del 96%), Bologna, Foggia, Matera, Roma Rebibbia N.C., Termini Imerese, Rieti (dove sono deceduti due detenuti e altri sono stati trasportati in ospedale a seguito dell’assunzione di psicofarmarci, eventi per i quali pendono dei procedimenti penali contro ignoti), Melfi (dove pende un procedimento per violenza a danno dei detenuti per il quale è stata richiesta l’archiviazione dalla procura di Potenza), Ferrara, Alessandria, Isernia, Siracusa, Palermo Pagliarelli e Trapani – le problematiche individuate all’origine delle proteste sono sempre le stesse: paura del contagio, sovraffollamento, mancanza di comunicazione con i detenuti, chiusura dei colloqui, omessa fornitura di qualsiasi tipo di strumento di prevenzione del contagio e richieste di provvedimenti di clemenza o di liberazione da parte della magistratura di sorveglianza.
Un caso isolato?
L’affannoso e infruttuoso tentativo di individuare una “regia occulta”, oltre che cause esogene alle proteste (la presenza di familiari e attivisti fuori gli istituti penitenziari nei giorni delle rivolte o le richieste da parte di associazioni per provvedimenti di liberazione anticipata), depotenzia le conclusioni della relazione.
Quest’ultima, infatti, con riferimento ai fatti di Modena e Melfi, fa trasparire dubbi rispetto al corretto operato della polizia penitenziaria, ma non si spinge oltre in ragione delle indagini ancora in corso o la mancanza di elementi documentali e probatori.
L’impossibilità di mettere in relazione la risposta scomposta e violenta degli agenti di polizia penitenziaria con la presunta esistenza di un piano preordinato palesa piuttosto la preoccupante incapacità dell’amministrazione di una lettura efficace della realtà e dei fenomeni che si sviluppano dentro e intorno al carcere.
Una deficienza che rende sterile ogni tentativo di ricostruzione a posteriori di ciò che è avvenuto in quei giorni e incapace di proporre qualsiasi minimo miglioramento dell’esistente.
Certo, è apprezzabile che si faccia riferimento alla situazione indignitosa di vita dei detenuti, e alla totale impreparazione degli istituti nella gestione dell’emergenza Covid, ma proprio per questo non può accettarsi il meccanismo autoassolutorio con cui si conclude il documento e che stride, portando alla luce tutte le loro contraddizioni, con i comportamenti e le parole della ministra Cartabia in visita in vari istituti penitenziari proprio il giorno di Ferragosto.
Infatti, come in un’excusatio non petita, la relazione si conclude con un riferimento alle condotte violente che gli agenti di polizia penitenziaria hanno tenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, definendole “eccezioni alla regola”, “casi isolati che non possono certamente scalfire la reputazione dei tanti servitori dello Stato che ogni giorno lavorano negli istituti penitenziari del nostro Paese in condizioni difficilissime, con spirito di sacrificio e senso di responsabilità istituzionale”.
Su quanto la vicenda campana (con tutta la catena di comando coinvolta, fino ai più alti livelli) possa considerarsi un caso isolato, in un contesto nazionale che ha coinvolto in pochi giorni quasi sessanta carceri e provocato tredici morti, bisognerebbe interrogarsi seriamente.
Solo in parte, infatti, potrà rispondere a questa esigenza la Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere.
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