Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/03/2025
Istat: la redistribuzione del reddito peggiora nel 2024
Gli interventi normativi considerati sono la riforma dell’Irpef, l’eliminazione del Reddito/Pensione di Cittadinanza, sostituiti dall’Assegno di Inclusione (ADI), gli esoneri contributivi per lavoratori dipendenti e le lavoratrici dipendenti madri, e infine l’indennità una tantum per i lavoratori dipendenti (il cosiddetto Bonus Natale).
“Nel complesso – scrive l’Istat nel rapporto – le modifiche al sistema di tasse e benefici prese in esame esercitano un effetto contenuto sulla distribuzione dei redditi. L’indice di Gini aumenta di poco più di un decimo di punto, da 30,25% a 30,40%”. Tale indice viene usato per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito: questa è maggiore se aumenta anche l’indice.
Le politiche del governo Meloni hanno perciò peggiorato la capacità redistributiva degli interventi pubblici, ma ciò che va sottolineato è che di tale peggioramento soffrono soprattutto le famiglie più povere. Infatti, è il passaggio al regime dell’ADI da quello del reddito di cittadinanza (già depotenziato nel 2023) a segnare profondamente i risultati.
“Le misure esaminate comportano il peggioramento del reddito disponibile per poco meno di 1 milione e 200 mila famiglie (4,5% del totale). La perdita è pari in media a quasi 2mila euro, è concentrata tra le famiglie del quinto più povero (94,6% della perdita totale) ed è riconducibile per lo più al passaggio dal RdC all’ADI”.
Nello specifico, il passaggio all’ADI ha comportato “un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie (3,2% delle famiglie residenti). La perdita media annua è di circa 2mila 600 euro e interessa quasi esclusivamente le famiglie che appartengono al gruppo delle famiglie più povere”.
Per circa 400 mila famiglie non è cambiato sostanzialmente nulla, mentre solo 100 mila nuclei hanno avuto un beneficio dal passaggio al nuovo regime, in virtù del diverso metodo di calcolo del trattamento dei componenti con disabilità. L’effetto della sostituzione del Reddito di cittadinanza con l’ADI è l’aumento di oltre 2 decimi di punto dell’indice di Gini.
Le altre misure hanno dunque solo parzialmente riequilibrato gli effetti dell’introduzione dell’ADI, tra l’altro facendo pagare lo scompenso ulteriore nella redistribuzione della ricchezza alla fascia più povera dalla popolazione. Senza considerare che anche in quella appena superiore non se la passano benissimo.
Questo è il risultato delle politiche del governo Meloni: peggiorare la condizione dei più deboli, renderli più ricattabili per rispondere alle richieste dei prenditori italiani, che non sanno far altro che vivere di sussidi, rendite e sfruttamento intensivo dei lavoratori. Le battaglie per il salario minimo e una maggiore tutela della sicurezza sul posto di lavoro si rivelano ancora più imprescindibili.
Fonte
24/12/2023
Il pacco del Governo Meloni
Austerità. Il Governo Meloni – in perfetta continuità con i Governi precedenti – si appresta a varare una manovra fiscale sotto il segno dell’austerità, ossia fatta di tagli alla spesa pubblica e maggiori tasse, perché opera nel solco della compatibilità con l’Unione europea e riserverà le poche risorse concesse dalla rigidità dei vincoli di bilancio a padroni e padroncini che rappresentano il blocco sociale di riferimento di qualsiasi governo di centro-destra. Questa politica economica del governo era già stata messa nero su bianco nella NADEF, ancor prima del rientro del PSC (ormai alle porte): il Governo ha già fatto i compiti a casa, ricevendo persino i complimenti della Commissione per l’intensità dell’aggiustamento di bilancio prospettato per il 2023 e per il triennio successivo. Inoltre, è notizia di queste ore che l’accordo raggiunto sul Patto di Stabilità e Crescita va al di là delle peggiori previsioni: l’Italia fa finta di avere ottenuto un successo con i piani di rientro spalmati su 7 anni per i paesi impegnati con le famigerate “riforme”, ma in realtà i meccanismi di controllo saranno molto più stringenti ed efficaci rispetto alle regole attuali, costringendo i paesi come l’Italia a ridurre il rapporto debito/PIL al ritmo dell’1% l’anno. Ma soprattutto, il disavanzo “consentito” ogni anno sarà dell’1,5% (oggi può arrivare al 3%); vuol dire, in pratica che l’Italia dovrà registrare avanzi primari ad un ritmo ancora più elevato di quanto già fatto registrare negli ultimi 15 anni (con conseguente rallentamento dell’economia).
Pensioni. Per il 2024 l’austerità pensionistica, già suggellata nel 2023, sarà pienamente confermata ed anzi verrà rafforzata.
- Si conferma anche per il prossimo anno, con qualche lieve rimodulazione al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di reddito, il taglio draconiano, già stabilito per il 2023, della percentuale di indicizzazione per le pensioni superiori a quattro volte il minimo INPS. In concreto significa che, per le pensioni uguali a superiori a circa 2100 euro lordi al mese (circa 1600 euro netti), non viene riconosciuta una piena indicizzazione alla dinamica dei prezzi, ma percentuali decrescenti al crescere della pensione fino ad un minimo al di sotto del 30% dell’inflazione per le pensioni più alte. Non è difficile capire come si tratti di una misura fortemente punitiva, priva di alcuna giustificazione se non la volontà di far cassa sulla pelle dei pensionati in nome dell’austerità di bilancio e che sortisce effetti distributivi dirompenti in tempi di alta inflazione.
- La condizione legata all’accesso anticipato alla pensione tramite quota 103 peggiora drasticamente. Rispetto al 2023, infatti, per chi va in pensione con quota 103 (62 anni + 41 di contributi) vi sarà: a) un ricalcolo della parte di pensione ancora legata al calcolo retributivo, che avverrà ovviamente con il sistema contributivo e porterà a decurtazioni significative; b) la pensione non potrà comunque eccedere la cifra di 2272 euro lordi (prima era 2800), ovvero circa 1700 euro netti; c) dilatazione del tempo delle finestre di accesso (con ulteriore rimando di alcuni mesi dell’effettiva ricezione della prima pensione); Vengono inaspriti i requisiti di accesso a opzione donna (da 60 a 61 anni), già fortemente ristretti per il 2023 e limitati ad una platea rigidamente selezionata; sono resi più severi anche i requisiti anagrafici per l’APE sociale; è anticipato di due anni l’adeguamento dei requisiti per la pensione anticipata (dal 31-12 2026 al 31-12 2024).
- C’è un altro inasprimento drastico, questa volta dei requisiti per l’accesso alla cosiddetta pensione anticipata solo contributiva (64 anni di età + 20 di contributi), riservata cioè ai lavoratori “contributivi puri”, ovvero coloro che andranno in pensione soltanto con il sistema contributivo perché hanno iniziato a versare contributi dopo il 1996 (una platea per ora ristretta, ma che crescerà nel tempo). Il requisito per accedere alla pensione anticipata solo contributiva è che l’assegno pensionistico sia almeno tre volte il minimo INPS (prima era 2,8 volte), penalizzando così i pensionati più poveri che non possono godere di questo diritto; inoltre, l’assegno non potrà eccedere le cinque volte il minimo INPS (2840 euro lordi al mese), fino al raggiungimento dei 67 anni di età. Viene agganciato inoltre all’evoluzione della speranza di vita non solo il requisito anagrafico, ma anche quello contributivo (cosa non prevista dalla legge Fornero).
- In conclusione, l’impianto complessivo dell’attuale sistema pensionistico italiano, così come plasmato prima dal governo Draghi e poi dal governo Meloni in due anni di legislatura risulta per gran parte degli aspetti peggiorativo rispetto alla situazione prevista dalla Legge Fornero.
Sanità. Abbiamo già spiegato come l’austerità abbia devastato la sanità pubblica. La nuova manovra aumenta il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) di 3 miliardi per il 2024, 4 miliardi per il 2025 e 4,2 miliardi per il 2026, salendo rispettivamente a 134 miliardi (2024), 135,3 miliardi (2025) e 135,5 miliardi (2026). Per il 2024, 2,4 miliardi (80%) sono destinati ai rinnovi contrattuali del personale dipendente e convenzionato, lasciando pochissime risorse per le altre priorità. Non è previsto un piano straordinario di nuove assunzioni (mancano 30 mila medici e 250 mila infermieri), indispensabile per rilanciare la sanità pubblica, che dopo il Covid presenta criticità drammatiche. Questi numeri si traducono in una riduzione del finanziamento pubblico in termini reali: dal 2025 gli aumenti nominali non coprono nemmeno gli aumenti legati all’inflazione, traducendosi in meno macchinari, meno farmaci, peggioramento del servizio. Sono confermate anche le stime della NADEF 2023 sulla spesa sanitaria per il triennio 2024-2026, con riduzione del rapporto spesa sanitaria/PIL, che precipita nel 2026 al 6,1% (molto al di sotto della media europea, in Germania e Francia siamo al 10%).
Reddito di Cittadinanza. Il Governo cancella il sostegno a 900mila famiglia, come segnala anche (addirittura) Bankitalia. Il taglio del reddito colpisce in particolare le fasce più deboli della popolazione, cioè le stesse maggiormente colpite dall’inflazione (che ammonta a un enorme 18% cumulato negli ultimi 3 anni) che pesa maggiormente sui più poveri, per i quali è maggiore la quota di spesa destinata a beni energetici ed alimentari, cioè i beni con la crescita dei prezzi maggiore. Approfondimenti qui.
Fisco. La mancetta del taglio al cuneo fiscale è confermata per il 2024 per i redditi fino a 35mila euro: sappiamo che queste risorse finiscono direttamente nei profitti delle imprese nel medio periodo, persino a detta di economisti liberisti come Boeri e Perotti (approfondimenti qui e qui). Verranno ridotte, in futuro, le aliquote IRPEF da 4 a 3 (una riduzione delle aliquote significa sempre minore progressività, e quindi un regalo ai più ricchi). Aumentano i trattamenti di favore per i redditi non da lavoro (es. estensione del regime della cedolare secca, regimi forfettari, etc.). Cade nel ridicolo, inoltre, l’imposta sugli extraprofitti per le banche (che al posto di pagare l’imposta possono accantonare i soldi fra le loro riserve) e imprese energetiche.
Autonomia differenziata. Le diseguaglianze aumenteranno anche su base territoriale, con il progetto dell’autonomia differenziata (la “secessione dei ricchi”), come il Governo promette di fare già da gennaio. Le Regioni più ricche punteranno a trattenere una quota maggiore del proprio “residuo fiscale” (cioè, la differenza fra le imposte riferibili alle attività economiche svolte sul proprio territorio e la spesa pubblica relativa agli stessi territori). In questo modo si indebolisce la funzione redistributiva che è proprio alla base di un sistema fiscale, e si dirà definitivamente addio all’idea che qualsiasi cittadino italiano ha diritto (almeno per le prestazioni essenziali) alla stessa quantità e qualità di prestazioni a prescindere da dove è nato o vive.
Rinnovo dei contratti pubblici. I contratti del pubblico impiego sono scaduti il 31 dicembre 2021, e dunque le retribuzioni dei lavoratori sono ancora quelle fissate a suo tempo, a fronte comunque di una inflazione a due cifre che ha ridotto pesantemente il già magro potere di acquisto dei lavoratori pubblici. La Legge di Bilancio destina 3 miliardi per il 2024 e 5 per il 2025. Queste risorse sono del tutto insufficienti per garantire un adeguato rinnovo contrattuale. A fronte di un’inflazione che sfiora il 18% nel triennio, servirebbero non meno di 31 miliardi di euro, mentre le risorse sin qui stanziate sono una piccola goccia nell’oceano. Sempre più vincitori di concorso dovranno rinunciare al posto, a causa dei costi insostenibili nelle grandi città (con conseguente malfunzionamento dei servizi pubblici), e il Ministro Zangrillo in tutta risposta se ne esce con la retorica del “posto figo” (mentre Salvini precetta in continuazione).
Politiche industriali: non c’è praticamente nulla. L’articolo 52 rafforza l’accesso al credito per l’export delle imprese, l’articolo 53 definisce i limiti del credito di imposta per le imprese che vogliono investire nella nuova ZES unica del Mezzogiorno. L’articolo 55 finanzia i Contratti di Sviluppo per 190 mln di euro nel 2024 e 210 per il 2025. Infine, l’articolo 56 estende e modifica le garanzie SACE per gli investimenti produttivi e infrastrutturali a parziale fallimento di mercato. In materia di energia si registra solamente lo stanziamento di 400mln di euro per il bonus sociale elettrico per il primo trimestre del 2024, mentre si dice addio al Servizio di maggior tutela. In materia di politica industriale ed energia il numero contenuto di provvedimenti si spiega parzialmente col recente varo di tre decreti specifici in questi ambiti, che costituisce una pessima prassi legislativa che finisce col frammentare eccessivamente gli interventi creando un quadro estremamente complesso e di difficile interpretazione. E a proposito di politica industriale, due parole sull’ILVA. Su un impianto di interesse strategico per il paese, un Governo autodefinito sovranista è appeso ai capricci di una multinazionale indiana con sede in Lussemburgo, ed è impegnato a trovare una soluzione utile solo a coprire con soldi pubblici i debiti accumulati in questi anni da un privato che macina utili sulla salute dei cittadini e lasciando in cassa integrazione circa la metà dei lavoratori. Il risultato? Alla fine, non sarà tutelato né il diritto alla salute, né un obiettivo di politica industriale, né obiettivi sociali di occupazione nel Mezzogiorno. Il tutto, peraltro, con un enorme esborso di soldi pubblici
Revisione del PNRR. È un punto legato indirettamente alla legge di bilancio. Tale revisione è infatti parte integrante della manovra economica del governo, e sposta circa 20 miliardi di euro di risorse destinandole prevalentemente alle imprese (12 miliardi di soliti incentivi automatici, regali ai profitti, 5 miliardi alle imprese del settore energetico per il REPowerEU), lasciando le briciole alle misure sociali (750 milioni per la Missione Salute del PNRR).
Le uniche misure della manovra sono un mero rifinanziamento di
interventi già in corso, tutti interventi che non servono a ribaltare il
paradigma degli scorsi decenni.
Il governo dimostra ancora una
volta di essere forte con i deboli e debole coi forti, implementando
alacremente l’agenda di austerità dei governi precedenti, con
l’aggravante di un ulteriore salto di qualità nel favorire gli interessi
dei ceti più abbienti e nella riduzione dell’intervento pubblico e
delle risorse destinate a scuola, sanità e sostegno ai redditi più
bassi.
04/09/2023
Bilancio pubblico, in Italia trionfano i predatori
Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti
Ricordate la storiella secondo cui il ceto medio si sarebbe allargato a dismisura e saremmo tutti diventati dei piccoli, pasciuti capitalisti? Anni fa questa immane sciocchezza la ripetevano in molti, inclusi autorevoli leader della sinistra. Oggi però la litania non va più di moda. Persino l’Ocse ha ammesso che nel mondo sta avvenendo un fenomeno esattamente opposto, di erosione dei ceti intermedi e di polarizzazione tra i gruppi sociali. Al punto che, negli olimpi della ricerca economica, si assiste a un recupero del concetto marxiano di «classe». La contrapposizione tra capitale e lavoro, cioè, resta un duro fatto di cui occorre tener conto se si vuol comprendere una realtà altrimenti indecifrabile. Inclusa la realtà del bilancio statale.
Se osserviamo l’impatto delle manovre di bilancio pubblico sulle diverse classi sociali, noteremo che da circa un trentennio lo Stato redistribuisce risorse dai deboli ai forti. Vale a dire, dagli abitanti delle regioni povere a quelli delle regioni ricche, dai malati ai sani, dai bisognosi di assistenza agli autosufficienti, dai figli degli analfabeti di ritorno ai figli degli acculturati, dai proletari ai proprietari, dai salariati ai percettori di rendite e profitti.
James Galbraith l’ha definita una lotta che vede i capitalisti nel ruolo di «predatori dello Stato»: impegnati ad accaparrarsi risorse che un tempo venivano trasferite alle classi inferiori. Il fenomeno è di portata globale. Ma l’Italia, più di altri paesi, si sta rivelando un habitat eccezionalmente favorevole per le scorribande dei «predatori dello Stato». Il governo Meloni, al riguardo, offre esempi rilevanti.
Consideriamo l’abolizione del reddito di cittadinanza. Nelle regioni più martoriate dalla povertà e dal lavoro nero, il reddito agiva come una sorta di salario minimo di fatto. La sua eliminazione comporterà quindi un trasferimento non semplicemente dagli indigenti allo Stato, ma più in generale dai lavoratori ai capitalisti.
Pensiamo poi alla riforma fiscale con cui il governo intende scendere ad appena tre aliquote di prelievo, con una ulteriore ipotesi di «scudo» a favore delle rendite. È l’ennesimo colpo inferto al principio costituzionale di progressività delle imposte. Ricordando che negli anni Settanta esistevano ben ventidue aliquote e non c’erano privilegi per i rentiers, comprendiamo la forza con cui, da decenni, i «predatori» spostano i carichi fiscali sulle spalle delle classi subalterne.
Ma ci sono anche esempi più subdoli. Esaminiamo la riduzione del cuneo fiscale, che a dire dei ministri in carica dovrebbe dare ampio sostegno ai salariati. Se la confrontiamo con l’inflazione degli ultimi tre anni, che ha accresciuto non solo i profitti ma anche il valore nominale del bilancio statale, ci rendiamo conto che l’intervento sul cuneo non è nemmeno un pannicello caldo. È una beffa.
Infine, analizziamo la proposta, avanzata dal ministro dell’economia, di un rilancio delle privatizzazioni. Se osserviamo gli effetti delle dismissioni record attuate dall’Italia nei decenni passati, scopriremo che il loro impatto in termini di cassa è stato ben diverso dalle attese, per un motivo evidenziato anche dalla Corte dei Conti: se è vero che all’atto della vendita lo Stato incassa dai privati, è altrettanto vero che negli anni successivi perde le entrate che venivano dalle aziende di cui era proprietario, con un risultato complessivo che spesso risulta persino negativo per i conti pubblici.
Ancora dalla Corte dei Conti, del resto, si scopre che il vero effetto delle privatizzazioni è stato un altro: vale a dire, un impatto incerto sui prezzi, negativo sui salari, molto positivo sui profitti. Ancora una volta, una redistribuzione alla rovescia nell’interesse dei «predatori».
Molto ci sarebbe da fare per un’opposizione intenzionata a contrastare questo spaventoso asservimento del bilancio statale agli esclusivi interessi della classe egemone. Bisognerebbe tuttavia iniziare da un’onesta ammissione. Dalle riforme regressive del fisco alle privatizzazioni, molte misure attuate oggi da Meloni e soci sono state pane quotidiano per vari governi di centrosinistra. La dura lotta contro i «predatori», se davvero comincia, parte dall’autocritica.
Fonte
26/08/2023
Altre 33mila famiglie senza Reddito di cittadinanza
“Gentile utente, il 31 agosto terminerà il suo periodo di fruizione del Rdc. Dal 1° settembre parte la nuova misura Supporto Formazione e Lavoro. Info e Faq sui siti Inps e Ministero Lavoro”: questo il testo del messaggio che è stato inviato ieri a migliaia di famiglie.
Da qui a dicembre si aggiungeranno altri tagli per circa 40 mila nuclei familiari. Alla fine del 2023 saranno 240 mila i nuclei ai quali è stata imposta la fine del Reddito di Cittadinanza.
“Tre quarti delle persone che avevano il reddito lo continueranno a percepire fino al 31 dicembre e poi potranno fare la domanda di assegno di inclusione” ha spiegato in televisione il dirigente dell’Inps Diego De Felice. L’assegno di inclusione previsto per un nucleo familiare di 4 persone è di 471 euro.
Le persone ritenute invece “occupabili” (anche se il lavoro non c’è e non ne passa certo attraverso i centri per l’impiego) e alle quali è stato tolto il Reddito di cittadinanza, dovranno utilizzare dei corsi di formazione professionalizzanti durante i quali si arriva ad avere un beneficio di ben 350 euro! È il welfare dei miserabili che comincia a seminare disperazione, come nel caso della donna a Baronissi.
Come cantava Claudio Lolli, non sappiamo dire se quelli al governo fanno “più pena, schifo o malinconia”.
Fonte
04/08/2023
La grande cazzata sugli “occupabili”. Quando un governo mente sapendo di mentire
Il 56 per cento degli occupati ha trovato lavoro tramite canali di ricerca informali, complice anche la digitalizzazione degli strumenti di ricerca, che ha facilitato i processi di networking e la possibilità di stabilire contatti in ambito lavorativo.
Questi dati emergono da un rapporto dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), presentato al Festival del Lavoro il 23 giugno 2022.
In pratica i Centri per l’Impiego ai quali dovrebbero rivolgersi i disoccupati “occupabili” non sono lo strumento per trovare lavoro.
“Fa sorridere poi chi parla di riformare i centri per l’impiego (che sono 556 in tutta Italia, con 8 mila dipendenti) in pochi mesi. Questi antichi strumenti di incontro tra offerta e domanda di lavoro non funzionano più ormai da tempo: su 2 milioni di persone che vi si rivolgono all’anno, solo 37 mila trovano lavoro, l’1,8%”.
Questo era quanto scriveva una nota esponente politica di centro-destra contraria al Reddito di Cittadinanza nel 2018. Nel 2019 questa percentuale era salita al... 2,1%.
Ma oggi, cinque anni dopo, la situazione è la stessa. Le occasioni di lavoro NON passano per i Centri per l’Impiego ma per vie dirette. In pratica i “datori di lavoro” (sic!) NON fanno passare le richieste di assunzione tramite i Centri per l’Impiego.
Da quando sono stati sciolti gli uffici di collocamento (era il 1997 e grazie al Pacchetto Treu, ndr) e introdotti i Centri per l’Impiego, il lavoro non ha più avuto nessuna sede di incontro tra domanda e offerta “regolata” da graduatorie e meccanismi verificabili.
Se non si obbligano le aziende a passare attraverso i Centri per l’Impiego per assumere – come avveniva con gli Uffici di Collocamento – non c’è alcuna riforma credibile né su questi strumenti né sul lavoro, tantomeno sulla “occupabilità”.
È questa la ragione per cui chi si è visto togliere il Reddito di Cittadinanza oggi non ha alcuna possibilità seria di occupazione.
Chi continua a ripetere la contrapposizione tra reddito e occupabilità è un infame e un bugiardo.
Fonte
30/07/2023
L’abolizione del Reddito di cittadinanza: un calcio in faccia alla vita e alla dignità dei poveri
“I 169mila sms che l’Inps ha inviato sugli smartphone dei percettori del Reddito di Cittadinanza fanno più rumore all’ombra del Vesuvio che altrove.Questo è l’incipit del quotidiano “il Mattino” di sabato 29 luglio con cui si descrive l’effetto che sta provocando in città e nella provincia la vigliacca decisione del Governo Meloni di silurare con un SMS la vita, la dignità, le speranze e la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie che in Campania, nel Sud ma anche nelle zone periferiche di altre città d’Italia sopravvivevano aiutati – in parte – dal Reddito di Cittadinanza.
Il temuto effetto «bomba sociale» è arrivato, purtroppo, e fioccano le proteste dei cittadini tra Napoli e provincia. Ben 37mila di questi messaggi, infatti, riguardano la Campania. Più della metà, 21mila500, sono stati indirizzati tra Napoli e dintorni.
Il taglio al reddito, nella regione con il più alto numero di percettori, ha mandato in tilt gli uffici, presi d’assalto da migliaia di cittadini in cerca di chiarimenti sulle nuove modalità di accesso al sostegno.
Non mancano i momenti di tensione, comprese aggressioni verbali ai danni di operatori Inps e assistenti sociali, tanto che ieri l’assessorato comunale al Welfare ha chiesto e ottenuto dall’Assessorato alla Sicurezza di Antonio De Iesu l’allestimento dei presidi dei vigili urbani.
Assedi da Fuorigrotta a Scampia, fino alla sede Inps di via De Gasperi: qui ieri, per sedare gli animi, è servito l’intervento della polizia.
Al clima già rovente si aggiunge l’impasse burocratica: troppe pratiche da smaltire entro la scadenza del primo agosto. Risultato: «Circa 20mila aventi diritto solo a Napoli rischiano di perdere il sussidio di 350 euro per il mese alle porte», spiega Luca Trapanese, assessore al Welfare di Palazzo San Giacomo.”
Le istituzioni locali – i Comuni in primis – si dicono “preoccupati” e dichiarano di non avere strumenti, fondi e strutture per avviare percorsi di formazione/lavoro e tentano di scaricare sull’Inps le responsabilità di questa situazione.
Nessuno tra i Sindaci, i vari Assessori al Lavoro o tra gli stessi Presidenti di Regione (con Vincenzo De Luca e Michele Emiliano in prima fila nel negare queste forme di disagio sociale) – in questi anni di vigenza del RdC – aveva agito per costruire le condizioni per la creazione di posti di lavoro puliti, socialmente utili e, finalmente, connessi alle moderne morfologie sociali dei loro territori in primo luogo quella ambientale.
Tutti, in questi anni, hanno fatto a gara nello stigmatizzare e criminalizzare i percettori di Reddito, nel vivisezionare – da comode poltrone o nei vari talk show mediatici – questa o quella persona ritenendola più o meno compatibile/meritevole con tale misura oppure (quando hanno voluto interpretare una sorta di “funzione propositiva”) si sono limiti ad invocare la solita truffa del "taglio del cuneo fiscale” per le imprese o a rivendicare qualche Zona Economica Speciale dove – con diritti negati e salari tagliati – si illudono coscientemente di determinare una crescita occupazionale e sociale.
La realtà è che il Governo, i grandi opinion maker della comunicazione deviante del capitale ma anche una nefasta “subcultura di sinistra” (imperniata su categorie come “il merito e la democratica possibilità di integrarsi comunque nei dispositivi del mercato”) hanno preparato e accompagnato una feroce e classista “guerra ai poveri”. Che ora assume forme visibili...
A milioni di persone (queste sono le cifre che danno le rilevazioni statistiche ufficiali) non solo viene negato un elementare “istituto di civiltà” (presente in molti paesi della stessa Unione Europea), ma vengono sottoposte ad un dileggio mediatico con il dichiarato obiettivo di colpevolizzarli ed umiliarli per la loro condizione sociale.
A palese dimostrazione di questa allucinante clima politico è di ieri la provocazione di Fratelli d’Italia che vorrebbe istituire addirittura una Commissione d’Inchiesta Parlamentare contro l’ex presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, indicandolo come il capofila di una non meglio precisata azione che avrebbe favorito sprechi, assistenzialismo e quant’altro.
Non è, quindi, una boutade affermare che siamo di fronte ad una vera e propria feroce operazione di darwinismo sociale che punta – esplicitamente – ad impedire qualsivoglia crescita di una collettiva esigenza di riscatto e rinascita sociale favorendo, invece, ulteriore frammentazione e fratricida divisione tra lavoratori, disoccupati e precari a vario titolo.
La difesa sociale e la lotta
Nei mesi scorsi abbiamo registrato scarsa attenzione e disponibilità alla mobilitazione da parte della platea dei percettori di Reddito di Cittadinanza, nonostante i ripetuti annunci da parte del Governo e la conseguente controinformazione che sindacati conflittuali e forze politiche indipendenti avevano, comunque, avviato per informare e chiamare alla lotta questi settori sociali per metterli in guardia rispetto alla potente offensiva che si preannunciava a loro danno.
Questo dato, che spesso ha provocato stupore tra gli stessi attivisti politici e sociali, non è ascrivibile unicamente alle difficoltà politiche e materiali che in questa fase i lavoratori e i settori popolari stanno evidenziando attraverso una forma di letargia sociale su cui, comunque, è urgente una analisi più compiuta da parte delle organizzazioni d’alternativa.
In realtà questo scenario è purtroppo derivante dal complessivo, rovinoso, corso politico del Movimento 5 Stelle che è stato percepito, dai settori popolari, come il soggetto che più ha contributo al varo del RdC.
Tentennamenti culturali e politici, appelli alla mobilitazione invocati e poi lasciati cadere nel nulla oppure – come accade nell’azione istituzionale Pentastellata – svuotati dalla incoerenza politica e programmatica di Grillo, Conte e dei loro epigoni, hanno tarpato le ali alla crescita di un convinto movimento di lotta.
Infine – ma non meno importante – i percettori di questa misura hanno vissuto lo strumento del Reddito di Cittadinanza non come una conquista sociale/sindacale da difendere se viene messa in discussione, ma alla stregua di una sorta di “elargizione una tantum” che può anche interrompersi improvvisamente.
Questo dato sociale ha – a parere di chi scrive – inficiato, almeno nei mesi scorsi, la possibilità di costruire per tempo un argine di organizzazione e di lotta contro qualsivoglia tentativo di abolire il RdC e manomettere ciò che resta del Welfare.
Tanti, tra i percettori del Reddito, si sono comportati con in testa il nefasto autoconvincimento “io speriamo che me la cavo”, oppure – volendo citare il Moro di Treviri – si sono mossi con “la logica del minimo sforzo”.
Ovviamente – al momento – non siamo in grado di prevedere se l’invio degli SMS da parte dell’Inps e la relativa sospensione del RdC da fine Luglio 2023 fungerà da stimolo oggettivo ad una ripresa di protagonismo sociale in direzione di una più efficace ed organizzata difesa delle proprie condizioni di vita.
Ciò che interessa evidenziare, nella situazione che si sta determinando, è la possibile funzione di massa che dobbiamo esercitare nei territori, tra i settori sociali subalterni e nel complesso delle contraddizioni sociali che nelle prossime settimane potrebbero accentuarsi o prendere le forme endemiche di ribellismo ‘sensazionalista’.
Lunedì 31 luglio – a Napoli – Potere al Popolo ha indetto un Presidio alla sede Inps di Via De Gasperi per rappresentare il generale disagio di chi è stato colpito da questo taglio del Governo e per rilanciare la battaglia in difesa del Reddito di Cittadinanza, per affermare forme nuove ed estensive di Welfare e per richiedere un Salario Minimo di almeno 10 Euro l’ora.
Nei prossimi giorni sono annunciate proteste e mobilitazioni territoriali da parte di chi in queste ore sta ricevendo l’infame SMS da parte del Governo.
Ovviamente saremo presenti in tutte le espressioni di questo variegato malcontento sociale incardinati ad una linea di condotta politica che deve puntare all’articolazione di questa protesta, ad una sua più estesa generalizzazione territoriale e alla costruzione di inedite quanto necessarie forme di unità e di lotta per un nuovo Movimento Operaio.
Fonte
29/07/2023
Tolto a 169mila famiglie povere il RdC con un sms
La doccia fredda era attesa da tempo, eppure nei mesi scorsi non c’era stata alcuna reazione popolare a questo provvedimento. Sembra che solo ora, con l’arrivo degli sms, si sia compresa tardivamente la pesantezza della realtà.
“In occasione del pagamento dell’ultima rata di Reddito di cittadinanza ai percettori che hanno già fruito di 7 mensilità nel 2023, l’Istituto, con un sms o e-mail, ha informato gli interessati della sospensione del beneficio come previsto dalla norma” si legge in una nota dell’Inps, sottolineando che, nell’eventualità della presa in carico da parte dei servizi sociali, la sospensione del reddito di cittadinanza sarà revocata. Si tratta però solo di casi eccezionali. “Persone che versano in un particolare stato di bisogni complessi e di difficoltà di inserimento sociale o lavorativo”. Non potrà quindi riguardare tutti i soggetti che “sono già stati o potranno essere indirizzati ai servizi per l’impiego per intraprendere percorsi lavorativi e per i quali è previsto l’accesso alla nuova misura del Supporto formazione e lavoro a partire da settembre”.
A Napoli centinaia di persone dopo aver ricevuto l’sms sullo stop all’erogazione del RdC hanno protestato e chiamato l’Inps per avere chiarimenti in merito ai nuovi requisiti. Alla sede Inps di via De Gasperi, a Napoli, due persone hanno avuto un alterco con i vigilantes all’ingresso. Sul posto è intervenuta una pattuglia della polizia.
A questo punto l’unica speranza per migliaia di famiglie in povertà rimane quella di essere prese in carico dai servizi sociali comunali. Sui cosiddetti “occupabili” che hanno perso il reddito di cittadinanza c’è l’incognita più totale, visto che da decenni (da quando nel 1993 sono stati aboliti gli uffici di collocamento) il lavoro vero non transita affatto nei centri per l’impiego.
Fonte
17/07/2023
Sulla presunta crescita dell’economia italiana. Guardare la Luna o il dito?
In questa tredicesima puntata del “Diario della crisi” – progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi ed El Salto – Andrea Fumagalli e Roberto Romano analizzano i fattori che hanno trainato l’economia italiana negli ultimi due anni per capire se si tratta di percorsi di crescita sostenibili frutto della ristrutturazione strategica dell’economia o se sono dovuti all’impatto di specifiche misure economiche, alcune delle quali (reddito di cittadinanza, aiuti all’edilizia sostenibile) sono in fase di smantellamento da parte del governo di Giorgia Meloni. A fare da sfondo a questo quadro è l’incapacità dei governi di trovare modelli di sviluppo minimamente adeguati alla gravissima crisi sociale e ambientale sistemica e al permanere di gravissime e intrattabili situazioni di disuguaglianza.
* * * * *
Premessa
Negli ultimi mesi, i giornali mainstream e pro-governo hanno più volte sottolineato come a partire dalla ripresa post-sindemia l’economia italiana abbia avuto un andamento di gran lunga migliore dei principali partner europei, a partire dalla Germania e dalla Francia. Più recentemente, la prima ministra Meloni ha affermato con tono trionfale davanti alla platea di Assolombarda che l’economia italiana ha raggiunto livelli di crescita e occupazionali come mai negli anni precedenti. L’occupazione ha addirittura raggiunti i livelli del 2009.
Marco Fortis, in più articoli fotocopia, pubblicati a distanza di poche settimane, su Il Riformista e su Il Sole 24 ore, si lascia andare a manifestazioni di puro entusiasmo: “Negli ultimi tre anni l’economia italiana ha letteralmente battuto ogni previsione e spiazzato ogni genere di “gufi” e di profeti di sventura, salvo qualche ostinato irriducibile. Il PIL italiano è aumentato quasi dell’11% in un biennio: +10,9%. Del 7% nel 2021 e del 3,7% nel 2022... Nel 2022 quasi tutte le maggiori economie del mondo sono cresciute di meno di quella italiana: gli Stati Uniti (+2,1%), il Canada (+3,4%), la Cina (+3%), il Giappone (+1,1%), la Corea del Sud (+2,6%), la Germania (+1,8%), la Francia (+2,6%), il Brasile (+2,9%), il Messico (+3,1%), il Sud Africa (+2%), la Nigeria (+3,3%), la Russia (-2,1%)”.
Dopo 20 anni e più di stagnazione economica, in cui l’economia italiana è stata sempre il fanalino di coda dell’Europa, è giunto il momento del riscatto. Questa mirabolante rinascita, secondo Fortis, è imputabile alle magnifiche sorti progressive delle politiche economiche del governo Renzi, prima, e del governo Draghi, poi. Dei governi intermedi non è dato sapere.
Scrive infatti Fortis: “Qualcuno potrà forse sbalordirsi di questi dati. Ma la realtà è che dopo le riforme del governo Renzi (in primis il Piano Industria 4.0) e poi la “cura Draghi”, con la relativa dose di autorevolezza e fiducia trasmessa a imprese e famiglie, l’Italia non è più l’ultima in Europa per crescita, anzi è passata in testa”. E poco oltre: “Forse i positivi cambiamenti strutturali avvenuti nella nostra economia negli ultimi 8-9 anni, grazie soprattutto alle politiche e alle riforme dei governi Renzi e Draghi, non sono ancora stati compresi appieno”.
Il riferimento implicito (anche se direttamente non citato) alle politiche di Renzi, oltre il piano Industria 4.0, è l’approvazione del Jobs Act con la piena liberalizzazione dei licenziamenti individuali. Il riferimento alla politica economica di Draghi è invece meno chiaro, non essendoci riferimenti a interventi di politica economica precisi.
Ma le cose stanno proprio così?
Alcune note metodologiche
Le serie storiche di variabili macroeconomiche devono essere considerate in intervalli di tempo più lunghe di un paio di anni (si veda il grafico dell’immagine di apertura), per evitare che oscillazioni congiunturali influenzino il trend di medio periodo. Fortis, analizza solo il biennio 2021-22, immediatamente all’indomani del periodo sindemico e ciò può trarre in abbaglio, perché, ad esempio non tiene conto che nel 2020 l’Italia ha registrato la caduta del PIL più rilevante a livello europeo (-8,9%) e che quindi il dato del 2021 è anche dovuto all’”effetto rimbalzo”. La crescita del 2022 è invece reale e per la prima volta negli ultimi trent’anni è superiore alla media europea. Poiché una rondine non fa primavera, è necessario capire se tale risultato è l’inizio di un processo strutturale oppure è un fenomeno congiunturale. Fortis e buona parte della stampa ritiene che si tratti di una svolta strutturale causata dal cambio di politica economica deciso prima da Renzi e poi continuato da Draghi e oggi da Meloni. In proposito, nutriamo alcuni dubbi, non perché rientriamo nella categoria dei “gufi” (epiteto con il quale vengono apostrofati tutti coloro che non sono estasiati dal nuovo boom economico) ma perché siamo realisti.
Alcuni fatti stilizzati
Negli anni passati, si sono succeduti diversi governi (Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi, Meloni). Analizziamo gli effetti dei principali provvedimenti economici intrapresi alla luce della vulgata esistente.
a. Industria 4.0
Molti ritengono che uno dei dati economici che ha fortemente contribuito alla crescita del Pil sia l’aumento degli investimenti, trainati dall’Industria 4.0 (robot e automazione). Gli investimenti nazionali tra il 2021 e il 2022, a prezzi costanti 2015, hanno registrato dei tassi di crescita che (1) non hanno precedenti storici e (2) sono di gran lunga superiori alla media dei principali Paesi europei. Tra il 2020 e il 2021 gli investimenti aumentano del 18% e del 9% tra il 2021 e il 2022.
Tuttavia, se scorporiamo gli investimenti in “investimenti in macchinari” e in “investimenti in costruzioni”, che rappresentano la quasi totalità degli investimenti fissi lordi, si osserva un fenomeno noto e preoccupante. Da un lato le risorse finanziarie delle imprese destinate agli investimenti in macchinari sono sistematicamente più alte della produzione di beni capitali. Ciò dà conto della difficoltà dell’industria nazionale nel soddisfare la domanda di macchinari che le stesse imprese manifestano. La distanza tra domanda e offerta è soddisfatta da importazioni di macchinari dall’estero che hanno una intensità tecnologia doppia rispetto a quella nazionale. In altri termini, la crescita degli investimenti, sebbene necessaria e non più rinviabile dopo anni di astinenza, ha un impatto sulla crescita del PIL più contenuta di quella di altri Paesi. Tra gli investimenti in macchinari, vi sono quelli nell’Industria 4.0. Secondo le previsioni elaborate dal Centro Studi Ucimu, nel 2023 la produzione crescerà di 7,565 miliardi (+4,3% rispetto al 2022), in virtù dell’incremento registrato dalle esportazioni, che si attesteranno a 3,375 miliardi di euro (+3,1%), e dalle consegne dei costruttori sul mercato interno, che sono attese in crescita del 5,3% a 4,190 miliardi di euro. Nel corso del 2022, la produzione si era attestata a 7,255 miliardi di euro, segnando un incremento del 14,6% rispetto al 2021.
Nel 2022 il Pil italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 1.909,154 miliardi di euro correnti (Istat). Il peso dei settori dell’industria 4.0 ha quindi inciso per lo 0,4%. Una percentuale che non giustifica l’affermazione secondo la quale la crescita del Pil, tra altri fattori, è stata trascinata dall’industria 4.0.
Questo dato ridimensiona le aspettative di crescita del Paese, così come l’immagine di un paese uscito finalmente dalle secche degli ultimi anni. Se la dinamica tra investimenti e produzione di macchinari restituisce come e dove sia posizionata l’industria italiana, ben diversa è la dinamica degli investimenti e della produzione nel settore delle costruzioni. Per questi infatti, tanto più aumentano gli investimenti, tanto più aumenta la produzione nel settore edile, senza dover ricorrere alle importazioni e con effetto diretto sulla dinamica della domanda.
È probabile che tale risultato sia stato originato dall’introduzione del Superbonus 110% che ha avuto un ruolo di incentivo nel settore ben più marcato degli incentivi a vantaggio dell’Industria 4.0
b. Superbonus 110%
Al riguardo, è interessante presentare i dati di una ricerca recentemente pubblicata a inizio giugno 2023 dal Consiglio e dalla Fondazione nazionali dei commercialisti, dal titolo “Gli effetti macroeconomici e di finanza pubblica del Superbonus 110%”. Il rapporto parte dall’ipotesi che per il calcolo del maggior reddito prodotto dall’economia e, di conseguenza, le maggiori entrate incassate dallo Stato, bisogna tenere conto dell’intero effetto moltiplicativo della spesa aggiuntiva generata dal Superbonus 110% e, soprattutto, dalla possibilità di optare per lo sconto sul corrispettivo e la cessione del credito, in alternativa alla detrazione nella dichiarazione dei redditi.
Partendo da questo punto, è stato possibile stimare una spesa agevolata totale per tutto il 2021 pari a poco più di 55 miliardi di euro, di cui circa 27 miliardi imputabili ai bonus ordinari e 28,3 miliardi al Superbonus 110%. La ricerca dimostra che il costo lordo per lo Stato, solo per il 2021, è stato, in realtà, più alto di oltre 21 miliardi di euro rispetto alle previsioni, mentre l’effetto fiscale indotto, che simula le maggiori entrate per lo Stato, è stato pari a quasi 12 miliardi di euro, determinando in tal modo un costo netto aggiuntivo per lo Stato di circa 9,5 miliardi di euro.
Lo straordinario effetto espansivo generato dal Superbonus 110% nel 2021 – effetto che ha inciso per il 15% sulla crescita complessiva – si è tradotto in un altrettanto straordinario effetto propulsivo sul gettito fiscale che, al netto della spesa base, cioè della spesa in bonus edilizi che sarebbe stata comunque effettuata anche senza il Superbonus 110%, ha generato maggiori entrate stimate pari a 43,3 centesimi di euro per ogni euro speso dallo Stato. I dati relativi al 2022 sembrerebbero indicare un’espansione fino a un triplo di quanto accaduto nel 2021.
Tale potente effetto espansivo del Superbonus viene confermato anche da un studio di Nomisma, secondo il quale il totale complessivo dei lavori avviati per l’efficientamento energetico nel nostro Paese risultava pari a 65,3 miliardi di euro, con un investimento medio di 175.234 euro. Il dato non considera gli effetti moltiplicativi, a differenza dello studio precedente.
Se compariamo questi dati, è evidente che uno dei fattori che ha inciso di più nel favorire la ripresa dell’economia italiana all’indomani del Covid è stato il Superbonus 110% e non l’industria 4.0. Ma il Superbonus è stato attuato dal governo Conte non da Renzi, né da Draghi, che si sono mostrati in disaccordo, al punto che il nuovo governo Meloni lo ha fortemente ridimensionato.
- Reddito di Cittadinanza.
Nel 2022 si stima che l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia ridotto la diseguaglianza (misurata dall’indice di Gini) da 30,4% a 29,6%, e poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale, quasi come nel 2021 (25,2%).
Oltre al RdC, le stime includono gli effetti dei principali interventi sui redditi familiari adottati nel 2022: (i) la riforma Irpef; (ii) l’assegno unico e universale per i figli a carico; (iii) le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas; (iv) l’anticipo della rivalutazione delle pensioni.
Parallelamente, nel 2022, con la ripresa dell’economia, si riduce significativamente la popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (4,5% rispetto al 5,9% del 2021) e rimane stabile la popolazione a rischio di povertà. Nel 2021 il reddito medio delle famiglie (33.798 euro) è tornato a crescere sia in termini nominali (+3%) sia in termini reali (+1%). Nel 2021 il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,6 volte quello delle famiglie più povere (rapporto sostanzialmente stabile rispetto al 2020). Tale valore sarebbe stato più alto (6,4) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.
Tali dati sono destinati a peggiorare con lo smantellamento del RdC. Nel 2022 sono stati spesi per il Reddito e la pensione di cittadinanza 7,99 miliardi. Complessivamente, la spesa sostenuta da aprile 2019 ad aprile 2023 per l’erogazione del Reddito (RdC) e della Pensione (PdC) di cittadinanza è stata di 30,3 miliardi (con un massimo di 8,8 miliardi nel 2021). È quanto emerge dall’Osservatorio Inps sulla misura di contrasto alla povertà secondo i quali nell’anno hanno avuto accesso ad almeno una mensilità del sussidio 1.685.161 famiglie per 3.662.803 persone coinvolte e 551,11 euro medi di assegno. La quasi totalità di questo ammontare di reddito si è tramutato in consumi, favorendo un incremento della domanda aggregata. Secondo alcune stime della Banca d’Italia, nel primo anno il moltiplicatore è inferiore a 1 (0,9) per poi salire sino a 1,2 dopo il terzo anno. Le stime di medio periodo (10 anni) ci dicono che il moltiplicatore potrebbe raggiungere il valore di 1,5 e di 1,7 (con politica monetaria accomodante). In altre parole, è proprio nell’anno in cui viene ridimensionato che il RdC è in grado di esplicitare il proprio potenziale di crescita economica, per di più in un contesto di forte riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro.
c. Salari e occupazione
I salari reali dell’Italia nel 2022 si sono ridotti di poco più del 4%, ma in nessun Paese di area OECD emerge una tenuta dei salari reali, confutando o ridimensionando il rischio di una inflazione trascinata dalla crescita dei salari. Infatti, la deflazione salariale ha eroso la domanda interna a favore della domanda esterna, ma venuta meno questa domanda per diverse ragioni (covid, prezzo delle commodities, la guerra e la riorganizzazione internazionale delle catene del valore) ha lasciato un po’ tutti i paesi esposti o indeboliti in una fondamentale componente della domanda aggregata, i redditi da lavoro dipendente, con una aggravante: dopo 30 anni di ridimensionamento delle istituzioni di rappresentanza del lavoro è complicato riequilibrare il rapporto capitale-lavoro, tanto più che tutti i soggetti sociali, capitale e lavoro, rivendicano esenzioni o riduzioni della pressione fiscale, cioè una riduzione strutturale e persistente dell’intervento pubblico nel governo dell’economia.
Il risultato è molto semplice: in Italia il rapporto tra reddito da lavoro e valore aggiunto (salario relativo) è calato al 45,55% nel 2021 ed è ancora diminuito nel 2022, contro il 53% della media europea, il 59% della Germania, il 58% della Francia, il 52% della Spagna e il 55% degli Stati Uniti (dati OECD). Ma la cosa che colpisce di più è che il calo della quota del salario relativo è accompagnato da un aumento statistico del numero di occupati. Secondo l’Istat, nel primo trimestre del 2023 gli occupati crescono di 104 mila unità sul trimestre precedente e di 513 mila in un anno arrivando a quota 23 milioni 250mila con un tasso di occupazione del 60,9% (che è comunque uno dei più bassi in Europa). Detto in altre parole: cresce l’occupazione ma diminuisce la quota di ricchezza sociale che va al lavoro. Ciò significa che il lavoro che cresce è sempre più povero e non può quindi stupire che l’Italia detenga il primato per il più alto numero di working-poor. Si tratta di un dato oramai, questo sì, strutturale, così come è strutturale la precarietà del lavoro, soprattutto all’indomani dell’approvazione del Jobs Act di Renzi e che oggi rischia ulteriormente di peggiorare con l’approvazione del decreto Lavoro del 1 maggio 2023.
Conclusioni.
Dai dati che abbiamo presentato, la ripresa economica sembra aver più dipeso da due provvedimenti (Superbonus e RdC) che oggi sono stati smantellati. La possibilità quindi che la ripresa così fortemente esaltata sia un fenomeno del tutto congiunturale e non strutturale è molto elevata.
I dati più recenti sembrano confermarlo e, nel II trimestre, la Confcommercio stima un calo del Pil dello 0,1%. I dati di aprile 2023 fanno registrare un preoccupante calo della produzione industriale di oltre il 7% su base annua. Ad aprile 2023, l’Istat comunica che la produzione nelle costruzioni è diminuita del 3,8% rispetto a marzo, mentre su base tendenziale si registra una flessione del 6,3%, proprio per il ridimensionamento del Superbonus 110%.
A ciò si aggiunge che la tradizionale valvola di sfogo per l’economia italiana, ovvero la crescita dell’export, oggi incontri difficoltà a causa del rallentamento dell’economia globale e delle tensioni geo-politiche globali. Ad aprile 2023, l’export, infatti, flette su base annua del 5,1% (da +6,8% di marzo), registrando il primo calo dopo oltre due anni di crescita.
Infine, occorre considerare che a partire dal 2024 entrerà in vigore il nuovo Patto di Stabilità Europeo. Sebbene migliorativo in alcune delle sue strambe ipotesi di politica economica fondate su indicatori sostanzialmente esoterici, gli effetti non sono meno dolorose di quello precedente. Infatti, “Le proiezioni di medio periodo elaborate dall’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio, ndr) mostrano che, in Italia, per rispettare il nuovo quadro di regole e permettere nel medio termine la discesa plausibile del rapporto tra debito e PIL con un indebitamento netto inferiore al 3 per cento del PIL, il saldo primario dovrebbe raggiungere entro il 2027, a seguito di un aggiustamento di bilancio in quattro anni, un avanzo compreso tra il 2,8 e il 3,2 per cento del PIL a seconda delle ipotesi di crescita più o meno favorevoli del prodotto potenziale”.
Parlare di new deal italiano appare dunque certamente improprio. L’economia italiana ripresenta gli stessi problemi strutturali che l’hanno caratterizzata negli ultimi tre decenni: eccessiva precarizzazione del lavoro che non consente di sfruttare al meglio quelle economie di scala (di apprendimento e di rete) che oggi sono alla base della crescita della produttività, bassi investimenti in ricerca e sviluppo, riduzione degli investimenti in formazione, istruzione, sanità, ovvero i settori della riproduzione sociale che oggi sono centrali nel garantire la competitività di un paese, la mancanza di una politica industriale che favorisca la crescita della dimensione media delle imprese, un sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali inadeguato e distorto. Tutti fattori che portano ad un solo risultato: l’Italia è tra i paesi europei dove si lavora di più (nel 2023, 1694 ore all’anno contro le 1341 della Germania e le 1511 della Francia, fonte OCSE) e si guadagna di meno (3700 euro in meno all’anno, pari a -12% rispetto alla media europea: ). Non c’è da esserne fieri.
09/05/2023
Non c’è fondo all’esclusione
Il Reddito di Cittadinanza (RdC), particolare beneficio economico, introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano dal d.l. n. 4/2019, aveva come fini dichiarati quelli di operare un riordino del sistema di assistenza sociale, di razionalizzare i servizi per l’impiego, di rendere più efficace la gestione delle politiche attive per il lavoro. Una misura, dunque, che provava ad andare oltre al contrasto alla povertà.
Con la Legge di conversione n. 26 del 2019, “Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni” sono state apportate alcune modifiche al testo originario tra le quali quelle riguardanti la presenza di un membro del nucleo familiare beneficiario sottoposto a misure di vigilanza cautelare e la conseguente sospensione del beneficio economico (in precedenza solo in caso di detenzione in carcere). In pratica qualora il nucleo familiare beneficiario (o il richiedente in prima persona) fossero stati colpiti da misura cautelare, il reddito di cittadinanza sarebbe stato sospeso. E così è stato e così sarà anche secondo quanto introdotto dal decreto aiuti entrato in vigore il 15 luglio 2022, per il quale «il beneficio non può essere nuovamente richiesto prima che siano decorsi dieci anni dalla condanna.»
Intanto, sulla costituzionalità della norma relativa alla sospensione si è espressa la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 126, depositata il 21 giugno 2021.
Di fatto, fondandosi (anche) sul requisito della onorabilità e non sul solo stato di bisogno, l’erogazione è sospesa al venir meno di quanto necessario alla concessione che, invece, dovrebbe permanere dalla data della domanda e per tutto il periodo in cui il sussidio viene incassato.
Si potrebbe obiettare, come è stato fatto (inutilmente) – motivazioni devolute dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Palermo, Claudia Rosini, con ordinanza n. 86 del 2020 – a proposito dell’inosservanza di alcuni disposti costituzionali, tra i quali artt. 2 e 3 ma soprattutto gli artt. 1 e 4 Cost., in quanto il reddito di cittadinanza sarebbe finalizzato anche all’inserimento lavorativo e alla formazione privata del beneficiario, inficiati dal provvedimento di sospensione. Se le misure vecchie e nuove vedono e vedranno un riconoscimento in funzione dei redditi familiari e del sostegno all’intero nucleo familiare, la sospensione o la non concessione potrebbero ledere anche gli artt. 29, 30 e 31 della nostra Carta costituzionale.
La negazione implicita del principio di personalità della responsabilità penale – il richiedente non è l’intero nucleo familiare beneficiario – e di quello della presunzione di non colpevolezza – la sospensione è applicata anche al soggetto non condannato nemmeno in via provvisoria – interesserebbero anche gli artt. 27, comma 1 e 2, art. 117, comma 1 così come alcuni dettami della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Per la sentenza della Corte Costituzionale, invece, l’essere sottoposti a misure cautelari, di prevenzione o essere stati condannati in via definitiva nei 10 anni precedenti alla richiesta e per alcuni reati, implica una violazione degli specifici obblighi di condotta richiesti al precettore.
Ad oggi il Reddito di Cittadinanza sarà ufficialmente sostituito – terminate le poco disinvolte capriole tra tagli e scarsità di risorse – dalla Gal per gli occupabili (350 euro al mese) e Gil per gli altri (massimo 1100 euro per la famiglia). Sono da intendersi occupabili i single e le coppie senza figli minori fino a 59 anni. L’esclusione dal beneficio a causa di condanne riportate nei precedenti 10 anni, dunque, persiste.
Sostegno o inclusione, le vecchie e le nuove misure previste estromettono un cospicuo numero di persone, forse proprio le più bisognose di nuove opportunità, definendo aprioristicamente e con una certa dose di cinismo e di moralismo chi sono gli scartati (o gli scartabili).
Se il sociologo tedesco Ulrich Beck nel 2000[1] predisse un futuro lavorativo per buona parte della popolazione europea in “stile brasiliano”, ossia fatto di lavori occasionali, di breve durata e all’insegna del precariato, è possibile ora ipotizzare che gli schemi “dal welfare al workfare” – ossia dall’assistenza sociale all’inserimento lavorativo – proveranno a rendere lo stato sociale inutile.
Non sembra esserci, infatti, una reale volontà di migliorare le condizioni di vita e le sorti di poveri e svantaggiati ma soltanto l’intento tra l’afflittivo e il punitivo «di cancellarli dal registro dei problemi sociali (anzi etici), tramite l’elementare espediente di una loro riclassificazione» [2] al di là della destra e della sinistra in politica.
Forte della cattiva pubblicità di cui il RdC è stato bersaglio, le nuove misure sembrerebbero voler porre rimedio alla trasformazione subita dall’underclass composta nel percepito dominante da fannulloni dipendenti dai sussidi pubblici. Non piacciono a chi gestisce il potere e la produzione, non piacciono a chi non beneficia di analoghe misure e in più deve fare i conti con l’incertezza e la precarietà del lavoro... «E così, rendere il destino dei poveri ancora peggiore di quanto già non sia fa apparire migliore le sorti di tutti gli altri.» [3]
In compenso a proposito della prima proposta ventilata dall’attuale Governo (MIA), la stessa non è piaciuta a larga parte del Terzo Settore e a quanti si occupano di disagio sociale.
In un documento promosso dalla Caritas Diocesana, redatto da una serie di economisti, sociologi, esperti del settore e consegnato nei giorni scorsi alla Ministra del Lavoro Marina Calderone, si legge che ridurre l’assegno a gli “occupali” – famiglie senza minori, disabili, over 60, ecc. – praticamente un terzo della platea, è un inedito a livello europeo «che potrebbe avere conseguenze negative in termini di equità ed efficienza».
Qualsiasi misura si decida di adottare in sostituzione del RdC, dovrebbe essere accompagnata da iniziative atte ad assicurare stipendi garantiti, misure pre e re-distributive, un salario minimo in grado di rispondere alla morsa di un’inflazione in crescita e a implementare l’attrazione verso il lavoro. Inoltre dovrebbe essere coerentemente capace di rispondere alla domanda: perché una persona che ha scontato il suo debito con la giustizia – si ipotizza per il dettato dell’art.27 della Costituzione che sia stato anche rieducato – non può percepire forme di sostegno come gli altri cittadini, in attesa di riuscire a lavorare?
«La scelta non è fra lotta alla povertà o lotta alla disuguaglianza: entrambe vanno perseguite con urgenza nella consapevolezza che se non si scioglieranno i nodi delle cause, la povertà e la disuguaglianza resteranno un destino ineluttabile per troppe persone nel nostro paese.» [4]
Olive e capperi
Puntuale alle 9:30, come ogni mercoledì P. si affaccia alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.
Guardandolo, penso che, forse, sta un po’ meglio rispetto alle ultime settimane o, magari, è solo la mia aspettativa costretta a colori pastello.
– ...Ancora non ho ricevuto risposta dopo l’ultimo colloquio. Essendo ristorazione e bar, credo che tocca aspettare l’estate... Sì, gli ho dato il curriculum... Oggi ho preso i buoni spese e nel pomeriggio provo a sentire l’Associazione che mi aveva proposto di collaborare con loro...
100 euro di buoni spesa per la sua attività nella lavanderia di un centro cittadino per gli ultimi (immigrati, dipendenti patologici, senza fissa dimora), sentirsi penultimi ha i suoi vantaggi.
200 euro per una collaborazione offertagli da un’associazione che si occupa di disagio sociale.
Un uomo solo di 59 anni, una storia famigliare difficile alle spalle, una casa che necessiterebbe di qualche importante lavoro di ristrutturazione (... io faccio ma bisognerebbe intervenire sul terrazzo, c’è umidità dappertutto), qualche precedente per furto, gli anni ’80 e l’uso di eroina.
Ci conosciamo da tanto ma nel gennaio 2020 l’ingiunzione a cui ho creduto e aderito: non voglio più tornare in carcere, non ce la faccio più. Voglio vivere serenamente. Ho qualche euro messo da parte, avendo lavorato durante l’ultima detenzione, devo trovare qualcosa da fare. Aiutami.
Gli ho spiegato come funziona uno smartphone e alcune sue applicazioni.
Poi il sopraggiungere della pandemia da Covid-19 e il primo lockdown.
Qualche messaggio per non sentirsi completamente solo.
I suoi risparmi, qualche aiuto dai Servizi sociali del comune, buoni spesa.
Normalizzatasi la situazione sanitaria, un lavoretto in un progetto di raccolta differenziata, il volontariato vissuto con regolarità e impegno, la frequentazione di un’associazione ecologista con relative raccolte domenicali di rifiuti abbandonati. In una vita che sembrava prendere finalmente una piega diritta la possibilità di beneficiare del reddito di cittadinanza e la simpatia per una donna che se pur non si è concretizzata in una relazione, gli ha ridato la piacevole sensazione di un cuore che batte... è bella, sai, intelligente e simpatica. Ho provato a farle capire... ma non fa niente, va bene anche così. Sono contento se lei è contenta. Comunque posso continuare a saperla amica.
Puntuale alle 9:30, ogni mercoledì P. l’ho rivisto affacciarsi alla porta della mia stanza al secondo piano del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto. Era evidente si stesse finalmente prendo cura di sé.. ho ridipinto casa e cambiato i rubinetti degli accessori del bagno. Ho ripassato tutte le stanze con la candeggina… Ho buttato un sacco di cose vecchie e fatto ordine in casa... Questa settimana ci siamo visti con il gruppo di Giustizia per Taranto. Mi piacciono e mi fanno sentire a casa... Non avevo mai festeggiato il mio compleanno. Mi hanno fatto una torta e regalato un buono che ho utilizzato per comprarmi queste scarpe e questo giaccone. Ho spento le candeline. Mi sono sentito strano e sai che cos’era quella stranezza: la felicità... Questa settimana ho addirittura fatto l’elenco di tutti i “Topolino” collezionati quando ero ragazzo...
E così per qualche anno, ogni settimana, escluse le due che lo hanno visto a casa con il Covid.
Ogni mercoledì.
Circa un mese fa, P. ancora un po’ astenico e indebolito, è arrivato dopo un messaggio che non faceva presagire nulla di buono.
Mi hanno tolto il reddito di cittadinanza...
La conseguente fase depressiva non mi ha stupita.
Il timore di una malattia inguaribile – fortunatamente smentito – la paura di non farcela, il senso della dignità violata.
Sai, io non voglio chissacché, mi basterebbe sapere di poter vivere... di avere quel minimo che mi faccia dormire... Che deve fare un uomo di quasi sessant’anni, secondo loro, per mangiare e pagare una bolletta?
Ho pensato e gli ho suggerito ciò che banalmente sarebbe venuto in mente a chiunque non si sia trovato in frangenti di questo tipo: bisogna trovare un lavoro.
Non posso nascondere di aver temuto il peggio che nella fattispecie poteva tradursi in un ritorno al consumo di eroina o in una scivolata verso quello dell’alcol (legale, pulito, socialmente accettato).
Qualche volta ho pensato cose strane... così sono contenti. Tanto in un modo o nell’altro non esisti... Pensa che bello vivere per stare male.
Abbiamo sfiorato quest’ultima ma la rete sociale di protezione che P. è stato bravo a costruirsi e coltivare ha retto.
Ci siamo messi ad aggiornare il suo vecchio curriculum. Ho scoperto dei titoli e delle competenze che non sapevo avesse.
Considerata l’astenia che non sembrava volergli dare tregua – probabilmente più psicologica che fisica – ha cominciato a cercare l’opportunità di qualche colloquio.
Meglio l’attesa che nulla in cui sperare. Almeno è quello che ho pensato io a cui la sussistenza, però, non manca. Certo, imputando alle scelte sbagliate o alle non scelte, si potrebbe pensare perché... perché... perché...
Peccato che la vita non sia quasi mai un sillogismo perfetto.
Vedi non è solo che mi hanno tolto un po’ di sicurezza, mi hanno tolto la gioia di vivere...
Ho pensato che questa affermazione necessitasse di un approfondimento.
E così è stato.
Voglio dire non è solo una questione di soldi che pure servono eccome. È che mi sembra di non avere più voglia... Voglia di fare, di prendermi cura della casa, di me. Mi trascino. Pensa ad un restringimento. Tutto si è ristretto e pure io. Io non lo vedo più l’orizzonte, sono tornato con lo sguardo basso, a pensare che non mi merito qualcosa di buono... Anche mangiare che per fortuna non mi manca è diverso e comunque non è la sola cosa di cui una persona ha bisogno. Ho spento i fornelli, Qualche volta mi permetto una fettina di carne ma non ne godo, la faccio così, la butto sulla piastra, lascio che cuocia...
È questa la differenza: prima sorridevo davanti ai fornelli mentre mi promettevo qualcosa di buono.
Pensa un po’ sentivo che anche io contavo qualcosa.
Era la stessa fettina ma potevo permettermi di farla alla pizzaiola.
Ora olive e capperi non me li compro più...
Un nuovo mercoledì e poi un altro.
Non ho trovato un modo migliore per significarti P. che anche questa volta, nonostante tutto, ce la farai.
Un dono che è più un simbolo.
Due piccoli barattoli.
Per te, olive e capperi.
Note
[1] U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, 2000
[2] Bauman Z., Homo consumens, Erickson, 2006, p. 90
[3] Ibidem, p. 91
[4] Franzini M. e Raitano M., (2023) Disuguaglianza e povertà in Italia: proviamo a fare il punto, Menabò di Etica ed Economia, 14 gennaio e 23 gennaio 2023
04/05/2023
Piazzisti in televendita, le ultime da Palazzo Chigi
Difficile uscire da quei panni per un neoministro della difesa che per anni era stato il rappresentante ufficiale dei fabbricanti di armi in Italia. Ma guardando con occhio neutro il video con cui Giorgia Meloni illustrava il suo “decreto lavoro” – in sostituzione di una ben più scomoda conferenza stampa (che fastidio quelle domande, anche se fatte quasi soltanto da leccapiedi professionali...) – esplode la certezza che quel termine sia la vera cifra di tutto questo governo.
Le immagini fanno vedere una Meloni materna e comprensiva, che incensa il decreto – e quindi se stessa – per le meravigliose conseguenze che avrà sulle tasche dei lavoratori, svuotate dall’inflazione oltre che da salari miserabili, magicamente riempite da un taglio al “cuneo fiscale” che li costringerà però ben presto a pagare ticket più alti ed andare in pensione più ancora tardi.
L’occhio nota arazzi e stucchi di alto livello, segni del Potere raggiunto dalla ex fascistella della Garbatella (dove, almeno, effettivamente giocava “fuori casa”). Si segue l’andamento della mani, secondo gli standard della commedia all’italiana. Si ascolta la voce volutamente giocata sui toni suadenti, rassicuranti, materni – appunto – molto lontani da quelli rabbiosi, quasi da “posseduta”, con cui si dichiarava “madre, italiana, cristiana”.
Quando si deve vendere qualcosa, specie se di infima qualità, bisogna lavorare molto sulla “comunicazione”. Si sa...
Un lungo trailer pubblicitario, insomma, che termina con lei che apre la porta del salone in cui il resto del governo è in paziente attesa per varare il decreto che “fa la festa al lavoro”.
Il primo commento, para-istituzionale, sembra semplice: ma se era tutto già deciso – Meloni parla di provvedimenti già scritti in forma definitiva – che bisogno c’era di chiamare tutti i ministri in quel giorno di festa per recitare la parte dei “buoni padri di famiglia”?
La risposta sta tutta nel video, in quei toni imbonitori, nel mellifluo magnificare “benefici” che non sono tali, o che – quando per assurdo lo fossero – sono infinitesimali rispetto a quel che si perde o che servirebbe per vivere decentemente.
A che somiglia quel video?
Esattamente allo spot di una televendita qualsiasi, fatta con un briciolo di attenzione in più e una location certamente più confortevole. Ma senza neanche quel briciolo di ironia che gli spot pubblicitari migliori riescono a infilare per strappare almeno un sorriso...
Viene in mente la pubblicità di una piattaforma per la vendita online di case, in cui i potenziali acquirenti letteralmente svengono a turno di fronte alla bellezza dell’appartamento loro presentato.
Ecco, nello spot di Meloni neanche il più decerebrato dei precari potrebbe mai recitare la parte dello svenevole.
Sotto il mellifluo birignao da piazzista, in effetti, non c’è proprio niente...
Fonte
03/05/2023
Hanno fatto la festa al lavoro
Il Consiglio dei ministri del 1° maggio 2023 sarà ricordato come uno dei momenti più alti dell’odio verso i lavoratori e i poveri manifestato da questo Governo, ma anche come esito prevedibile di una politica economica che la cosiddetta opposizione (politica e sindacale) contesta in maniera ingenua e approssimativa, quando va bene, o esplicitamente da destra (!) quando va male.
Dal Consiglio dei ministri è uscito un provvedimento vergognoso, un mostro a tre teste che devono essere analizzate singolarmente ma sempre ricordando che sono tenute insieme dall’unico legame rappresentato dal fatto di essere un attacco al lavoro e ai lavoratori. Veniamo ai dettagli.
1) La prima testa del mostro è il provvedimento sul cuneo fiscale: per il periodo luglio-dicembre si prevede un ulteriore taglio alla parte contributiva del cuneo di quattro punti percentuali per i redditi fino a € 35.000 annui. Abbiamo già spiegato più volte perché la storiella che per rilanciare i salari occorra intervenire sul cuneo fiscale sia né più né meno che una farsa, e stavolta gli attori di questa triste recita sono stati non solo i ministri, ma anche le organizzazioni sindacali che erano state convocate il giorno prima dalla Meloni per illustrare il provvedimento (incontro in cui erano presenti solo la triplice confederale e il sindacato di destra UGL, mentre erano escluse tutte le sigle del sindacalismo conflittuale). A sentire i rappresentanti della triplice, il provvedimento sarebbe infatti in sé giusto (“è quello che noi chiedevamo da anni”, sono arrivati a dire...) e il suo unico limite sarebbe quello di essere temporaneo (la misura, come il taglio precedente in legge di bilancio, scade al 31 dicembre di quest’anno). È l’esito triste e prevedibile di una contestazione miope che dimentica di vedere l’altra faccia della medaglia, e cioè il fatto che questa misura sarà finanziata attraverso tagli alla spesa sociale, perfino quando questi tagli sono nello stesso provvedimento, come quello al reddito di cittadinanza (ci arriviamo fra un attimo).
Va dato atto al nemico di essere quantomeno molto più sincero, esplicito e con le idee chiare rispetto ai sindacati confederali complici di questo scempio: il Governo, nel Documento di Economia e Finanza (DEF), aveva ammesso candidamente che il taglio al cuneo fiscale serve a favorire la moderazione salariale (quindi a impedire che i salari aumentino). È tutto scritto nero su bianco nel DEF, basta leggere: il taglio del cuneo fiscale “...contribuirà alla moderazione della crescita salariale. Unitamente ad analoghe misure contenute nella legge di bilancio, questa decisione testimonia l’attenzione del Governo alla tutela del potere d’acquisto dei lavoratori e, al contempo, alla moderazione salariale per prevenire una pericolosa spirale salari-prezzi”. Ma stavolta alcuni commentatori già fanno un passo in più; in un articolo sul Corriere della Sera del 1° maggio (riprendendo un concetto già espresso su La Voce) si svolge infatti il ragionamento che segue: questi continui tagli al cuneo fiscale, o meglio al cuneo contributivo, stanno determinando maggiori oneri a carico della fiscalità generale, e questo alla lunga è insostenibile; l’unico modo per renderlo fattibile nel medio periodo (perché anche l’autore non discute il fatto che il taglio sia in sé giusto) è allora quello di innalzare l’età pensionistica, in modo da “recuperare” i minori contributi versati che non devono essere più compensati dalla fiscalità generale. Sissignori, avete letto bene: mentre la Francia è giustamente paralizzata (e anche questo è curiosamente taciuto e fatto passare sottotraccia dai maggiori sindacati italiani) per contrastare una riforma che certo guarda al modello italiano, ma senza avere il coraggio di farla tanto sporca, da noi qualcuno pensa bene di alzare l’asticella ancora più in alto, usando proprio il grimaldello del taglio al cuneo!
La parte fiscale del provvedimento del primo maggio si completa poi con l’innalzamento della soglia per i fringe benefit, esclusivamente per i lavoratori dipendenti con figli a carico (nota di colore patriottica). Si tratta di somme riconosciute ai lavoratori a pura discrezione del datore di lavoro, e spesso neanche in moneta ma sotto forma di agevolazioni varie (buoni benzina, carte spesa, etc.); insomma ancora una volta un trucco per far passare l’idea di dare qualcosa ai lavoratori ma evitando di andare ad aumentare i salari.
2) La seconda testa del mostro del 1° maggio è, come già accennato, la cancellazione del reddito di cittadinanza, che sarà sostituito da due nuove misure: una forma di sostegno (massimo 480 euro) per le famiglie in situazione di difficoltà e nel cui nucleo familiare siano presenti minorenni, persone con disabilità o ultra 65-enni e, per i soggetti in condizione di povertà assoluta ma ritenuti “occupabili”, un assegno ancora inferiore (350 euro), subordinato alla frequenza di qualche mitico “corso di formazione”. Rispetto all’attuale (e già insufficiente) misura del reddito di cittadinanza è una vera e propria debacle: l’assegno viene ridotto a tutti, in particolare tagliando la parte riconosciuta quale sostegno per l’affitto; in un paese dove l’emergenza abitativa è ormai fuori controllo, infatti, è innalzata la soglia ISEE per essere considerati meritevoli di tale supporto. Viene inoltre inasprito il meccanismo implacabile per cui se benefici del sostegno sarai poi obbligato ad accettare anche la proposta di lavoro più infame, al costo, altrimenti, di perdere tutto. Infine, con assoluto sprezzo del ridicolo, la Ministra del Lavoro Calderone – ripetendo la favoletta che in Italia il lavoro c’è, ma manca l’incrocio fra domanda e offerta – ha promesso di risolvere la questione attraverso qualche app o piattaforma digitale che – a mo’ di agenzia per cuori solitari – farà finalmente incontrare le imprese desiderose di offrire sontuosi e ben remunerati impieghi con lavoratori un po’ pigri che non si prendono la briga di rispondere alle offerte di lavoro.
3) Lavoro (e veniamo alla terza testa del mostro) che sarà comunque probabilmente a tempo determinato: il Governo, infatti, in perfetta continuità con quanto già operato dal Governo Draghi, attenua ulteriormente i già timidi vincoli posti all’utilizzo di contratti a tempo determinato, che ora potrà essere imposto e prorogato (fino a 24 mesi) senza neanche prendersi la briga di spiegare perché. Il provvedimento, infatti, amplia e rende molto più generiche le causali in base alle quali ad una impresa è permesso procedere con assunzioni a termine, rendendo in questo modo ancora più semplice disfarsi dei lavoratori (o semplicemente ruotarli per aumentare la loro ricattabilità). Anche in questo caso, la realtà per il Governo è solo un fastidioso accidente: i dati infatti dimostrano che i contratti a tempo determinato sono spaventosamente diffusi in Italia, anche grazie alle varie “riforme” del mercato del lavoro messe in atto da tutti i Governi negli ultimi 30 anni (a partire dal pacchetto Treu targato centro-sinistra). Gli ultimi dati ISTAT certificano la presenza di circa 3 milioni di occupati con contratto a tempo determinato, pari al 16,2% dei lavoratori dipendenti. Un numero confermato anche dall’Osservatorio sul precariato dell’INPS che parla di 2 milioni e 950 mila precari in Italia a febbraio 2023.
Le misure del Governo sono dunque un attacco al lavoro dipendente e alle persone più fragili, oltre che l’ennesimo assist alle imprese per garantire i loro profitti assicurando che non debbano aumentare gli stipendi. Il Governo ha scelto provocatoriamente la data del 1° maggio per sferrare questo attacco al lavoro e ai lavoratori, ma maggio è un mese lungo; occorre costruire, da qui al 26 maggio, una opposizione reale a questa politica economica che parta dal rimettere al centro, per davvero, il lavoro e il salario.
01/05/2023
Un Esecutivo nemico del lavoro. Il fine ultimo è il precariato
La maggioranza è stata battuta alla Camera sullo scostamento di bilancio con cui il Def dirotta risorse al taglio del cuneo fiscale. Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica presso l’Università degli studi del Sannio, che ne pensa?
“Al di là del dilettantismo che talvolta sembra contraddistinguere l’andazzo di questa maggioranza, il problema è il contenuto politico delle sue iniziative. Dall’indirizzo di politica economica di questo governo emerge un chiaro attacco al lavoro. Troveranno i voti per portarlo avanti”.
Nel merito ritiene che questo taglio del cuneo fiscale di 3-4 miliardi sia sufficiente?
“Una misura modesta, e non è affatto detto che il taglio finisca nelle buste paga dei lavoratori. La vera cifra del governo sta nel fatto che vuole abolire la legge Dignità, in modo da rendere ancora più precario e più debole il mondo del lavoro. Il risultato complessivo di questa politica è una ulteriore compressione dei salari, non certo un loro aumento”.
Il governo intende convocare i sindacati 24 ore prima del varo di un provvedimento con misure ad hoc sul lavoro.
“È una storia vecchia: da anni il sindacato non tocca palla quando si tratta di decidere l’indirizzo di politica economica. Draghi era più diplomatico, Meloni è più sfacciata. Ma il risultato non cambia, la vecchia concertazione è finita da un pezzo”.
Nel mirino del governo c’è il Reddito di cittadinanza.
“Il Reddito di cittadinanza rappresentava un tentativo di allineamento delle politiche sociali italiane alle medie europee. La sua eliminazione non stimolerà affatto l’occupazione, aggraverà solo le condizioni di povertà”.
Il ministro Giancarlo Giorgetti propone un innalzamento del limite dei fringe benefit per i lavoratori dipendenti con figli. Si vince così il gelo demografico?
“Il cosiddetto inverno demografico è una questione troppo complessa per affidarla alle piccole trovate di Giorgetti. La denatalità è un grande fenomeno di portata storica, che non riguarda solo l’Italia. Le determinanti sono molte e sono di lungo periodo, non ultimo il fatto che in molti paesi avanzati l’età media delle donne si è innalzata e di conseguenza c’è stata una riduzione del grado di fertilità. Per affrontare questo tema servirebbe in primo luogo uscire dalla retorica propagandistica del governo. Iniziando ad ammettere, per esempio, che nelle società moderne può tranquillamente accadere che la tendenza alla denatalità sia in parte compensata dall’immigrazione”.
Questa maggioranza, però, è contraria all’immigrazione.
“Mettiamoci dal punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori nativi. I dati indicano che flussi di immigrati in realtà non incidono in modo significativo sull’occupazione o sui salari dei nativi. Piuttosto, sono i grandi flussi e deflussi di capitale che incidono sulle condizioni del lavoro, costringendo i singoli paesi a creare condizioni favorevoli solo ai profitti. Se l’obiettivo fosse davvero quello di proteggere le condizioni di lavoro dei nativi, bisognerebbe insistere non sul blocco dell’immigrazione ma sul blocco dei movimenti di capitale”.
C’è oggi un’emergenza salariale?
“Negli anni ‘70 l’inflazione era significativa ma era accompagnata da incrementi salariali altrettanto significativi. Oggi no. I salari recuperano solo in minima parte l’incremento dell’inflazione. Il risultato è che l’aumento dei prezzi attuale va tutto a vantaggio dei profitti e determina un ulteriore spostamento nella distribuzione del reddito dal lavoro al capitale”.
Il salario minimo può essere uno strumento efficace per superare tale emergenza?
“Sì a patto che aiuti a rafforzare la contrattazione sindacale e non a sostituirla. Come di aiuto sarebbe una politica che è esattamente opposta a quella avanzata dal governo. Vale a dire di superamento della politica di precarizzazione del lavoro piuttosto che di un’ulteriore precarizzazione dei contratti che alimenta il fenomeno della depressione salariale”.
Che ne pensa della riforma del Patto di stabilità presentata da Bruxelles?
“È troppo restrittiva. Ma i problemi principali vengono dalla politica monetaria della Bce. Quale che sia la forma che prenderà il nuovo Patto, rischieremo comunque una situazione di insostenibilità dei debiti causata dal fatto che la politica monetaria è tornata a essere restrittiva. Ciò che bisogna capire è che il debito diventa sostenibile solo quando i tassi di interesse sono bassi rispetto alla crescita del Pil. Se i tassi d’interesse diventano alti il debito esplode, anche se facciamo austerity. La prova al contrario ce la danno proprio gli ultimi anni. A causa della pandemia e della guerra tutti i paesi hanno fatto registrare deficit pubblici molto alti, eppure il rapporto tra debito pubblico e Pil non è aumentato ma addirittura si è ridotto! Il motivo è che le banche centrali tenevano i tassi d’interesse estremamente bassi. Ora che le banche centrali innalzano i tassi, c’è il rischio che l’Italia e gli altri paesi fragili della zona euro cadano di nuovo in crisi profonda. Col rischio di vedere di nuovo fibrillare lo spread. Al di là della discussione sul Patto, la verità è che bisognerebbe creare consenso in Europa per evitare che la banca centrale continui ad alzare i tassi di interesse”.
Il governo insiste con l’invio di armi in Ucraina. Sul Financial Times, lei con numerosi esponenti della comunità accademica mondiale, avete proposto una linea diversa, pubblicando un appello sulle ‘condizioni economiche per la pace’.
“Con quell’appello vogliamo segnalare che la politica che viene portata avanti dagli oltranzisti della guerra è viziata dal fatto che non dispone di una strategia credibile per aprire una via di pace. La nostra tesi è che per allentare le tensioni internazionali è necessario capire le basi economiche dei conflitti in corso. In particolare, bisogna comprendere che i venti di guerra di questo tempo, dall’Ucraina a Taiwan, sono alimentati dalla svolta protezionista aggressiva e unilaterale che gli Usa hanno imposto nel corso di questi anni, e alla quale l’Ue si è accodata, contro la Cina e i paesi non allineati, Russia inclusa. Se l’Occidente non mette in discussione questa linea di protezionismo aggressivo, sarà difficile creare condizioni favorevoli per l’avvio di un concreto processo di pacificazione mondiale”.
Fonte
23/04/2023
Il reddito di cittadinanza spacchettato, ma il governo Meloni non può ignorare la povertà
Il 2023 è l’ultimo anno del RdC per come lo abbiamo conosciuto. Al suo esaurimento, coloro che sono considerati non occupabili potranno richiedere la Garanzia per l’Inclusione (GIL), erogabile per 18 mesi e rinnovabile per altri 12, dopo un mese di intermezzo. L’importo massimo sarà come quello dell’attuale RdC, a cui si potrà integrare la maggiorazione per l’affitto.
Si stima una spesa intorno ai 5,3 miliardi di euro per i circa 709 mila nuclei che rispondono ai requisiti. Questi prevedono che nella famiglia vi siano minori, disabili, over sessantenni o invalidi civili, anche temporanei. L’ISEE di chi ne farà richiesta non dovrà superare i 7.200 euro – più basso dell’attuale soglia di 9.360 (e nel frattempo anche l’inflazione ha colpito duro...).
Il patrimonio immobiliare non dovrà eccedere i 30 mila euro, esclusa la casa di abitazione fino a un tetto di 150 mila euro; nei conti correnti non devono essere depositati più di 10 mila euro. Poiché nel DEF è previsto un aumento dell’assegno unico per i figli, la scala di equivalenza della GIL è stata ridotta da 0,2 a 0,15 per i primi due nati, 0,1 dal terzogenito in poi.
Per chi è considerato “occupabile”, invece, da gennaio 2024 ci sarà la Garanzia per l’Attivazione Lavorativa (GAL). Un contributo di soli 350 euro per 12 mesi, non rinnovabile, per cui è richiesto un ISEE addirittura minore rispetto alla GIL, ovvero 6 mila euro. Si prevedono 2 miliardi di spesa per 426 mila beneficiari.
Per gli occupabili il reddito di cittadinanza finisce già a luglio e, saltando agosto, il periodo di transizione tra settembre e il nuovo anno sarà coperto dalla Prestazione di Accompagnamento al Lavoro (PAL). Si tratta di nuovo di 350 euro per i percettori che hanno sottoscritto un patto per il lavoro e sono inseriti in percorsi di “politiche attive”.
Quest’ultimo è un nodo delicato per il governo. Nella manovra di dicembre l’esecutivo aveva ad esempio previsto che gli occupabili svolgessero 6 mesi di formazione professionale, dentro i corsi finanziati dal PNRR di Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori (GOL). In molte regioni questi corsi non sono ancora partiti.
Nelle bozze del nuovo decreto sembra che questo obbligo verrà eliminato, non potendo essere concretamente espletato. A dimostrazione del fatto che la propaganda governativa sugli “occupabili” è costretta a fare passi indietro di fronte all’inadeguatezza di uno Stato ridotto ai minimi termini da decenni di tagli, oltre che da un mercato del lavoro asfittico che non è in grado di assorbirli.
Il problema sarà affrontato con la ricetta di sempre: sgravi contributivi. Se si assumerà un percettore di GIL o GAL si avrà un esonero dal dovuto, con importi e periodi diversificati a seconda del contratto. Guadagneranno anche le Agenzie per il lavoro (ormai privatizzate), che riceveranno 1.200 o 2.400 euro per ogni assunzione a termine e stagionale o a tempo indeterminato.
A completare la controriforma meloniana, vengono ripristinate le sanzioni per le dichiarazioni false, con pene fino a 6 anni di carcere. Ma soprattutto, è probabile che si provi a espungere nuovamente il riferimento all’offerta di lavoro congrua, rendendo chiaramente più ricattabile il beneficiario che sarà così costretto ad accettare qualunque lavoro, ovunque venga offerto.
In sostanza, se guardiamo ai numeri, le nuove misure che sostituiranno il reddito di cittadinanza hanno questo scopo: creare un grande sistema di caporalato di stato. La spesa per il prossimo anno è in linea con quella del 2022 (7,3 miliardi invece che 7,9), e un sostanziale risparmio si avrà solo con la fine della GAL, nel 2025.
L’obiettivo è dunque quello di incastrare gli occupabili nel circuito della precarietà, sperando di non dover riaggiustare il tiro sulle prestazioni erogate alla fine del prossimo anno. Perché al di là della propaganda anche il decreto che a breve sarà licenziato registra evidentemente una condizione di povertà diffusa, a cui una risposta va data per evitare esplosioni sociali.
Fonte

