Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/08/2023

La grande cazzata sugli “occupabili”. Quando un governo mente sapendo di mentire

Negli ultimi 10 anni una persona su quattro ha trovato lavoro grazie al passaparola di amici e parenti.

Il 56 per cento degli occupati ha trovato lavoro tramite canali di ricerca informali, complice anche la digitalizzazione degli strumenti di ricerca, che ha facilitato i processi di networking e la possibilità di stabilire contatti in ambito lavorativo.

Questi dati emergono da un rapporto dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), presentato al Festival del Lavoro il 23 giugno 2022.

In pratica i Centri per l’Impiego ai quali dovrebbero rivolgersi i disoccupati “occupabili” non sono lo strumento per trovare lavoro.

“Fa sorridere poi chi parla di riformare i centri per l’impiego (che sono 556 in tutta Italia, con 8 mila dipendenti) in pochi mesi. Questi antichi strumenti di incontro tra offerta e domanda di lavoro non funzionano più ormai da tempo: su 2 milioni di persone che vi si rivolgono all’anno, solo 37 mila trovano lavoro, l’1,8%”.

Questo era quanto scriveva una nota esponente politica di centro-destra contraria al Reddito di Cittadinanza nel 2018. Nel 2019 questa percentuale era salita al... 2,1%.

Ma oggi, cinque anni dopo, la situazione è la stessa. Le occasioni di lavoro NON passano per i Centri per l’Impiego ma per vie dirette. In pratica i “datori di lavoro” (sic!) NON fanno passare le richieste di assunzione tramite i Centri per l’Impiego.

Da quando sono stati sciolti gli uffici di collocamento (era il 1997 e grazie al Pacchetto Treu, ndr) e introdotti i Centri per l’Impiego, il lavoro non ha più avuto nessuna sede di incontro tra domanda e offerta “regolata” da graduatorie e meccanismi verificabili.

Se non si obbligano le aziende a passare attraverso i Centri per l’Impiego per assumere – come avveniva con gli Uffici di Collocamento – non c’è alcuna riforma credibile né su questi strumenti né sul lavoro, tantomeno sulla “occupabilità”.

È questa la ragione per cui chi si è visto togliere il Reddito di Cittadinanza oggi non ha alcuna possibilità seria di occupazione.

Chi continua a ripetere la contrapposizione tra reddito e occupabilità è un infame e un bugiardo.

Fonte

11/06/2023

Perché gli imprenditori ‘che non trovano lavoratori’ non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Ci risiamo, con l’estate alle porte riparte puntale come i tormentoni latino americani a base di “baila baila & corazon”, il mantra dei poveri imprenditori che ‘non trovano lavoratori’, e la colpa sarebbe sempre la solita: giovani che non vogliono lavorare e i sussidi vari (nemmeno più possono prendersela con il Reddito di Cittadinanza). Ma è davvero così?

Gli imprenditori che ‘non trovano lavoratori’ ma non si rivolgono ai Cpi

Ormai è letteratura di genere: periodicamente, come d’incanto, giornali e tv tirano fuori interviste a imprenditori volenterosi che vorrebbero dare lavoro ma non trovano personale. Se poi si mescola “i giovani d’oggi” col quel che resta del reddito di cittadinanza e le sue varianti c’è il delitto perfetto.

Le associazioni datoriali lamentano con forza l’assenza di cuochi, camerieri, baristi e bagnini. Sembra paradossale, ma nonostante più di tre milioni di disoccupati, non ci sarebbero lavoratori. Conclusione? I giovani non vogliono lavorare, colpa dei sussidi, colpa dei lavoratori. Poveri imprenditori!

Certo, ogni tanto qualche giornale prova a tirar fuori statistiche che smentiscono queste narrazioni. Noi stessi in questi anni vi abbiamo raccontato più volte quanto fosse, numeri alla mano, farlocca tutta la narrazione sulle “colpe” del satanico reddito di cittadinanza.

Così come sui social non mancano mai le storie di annunci e offerte di lavoro ben oltre il concetto di schiavismo. Ma la differenza di “fuoco” tra le corazzate del mainstream e noi tutti dall’altra parte della barricata è tale, che la percezione generale è difficile da scalfire.

In tutta questa vicenda narrativa, si arriva comunque sempre alla stessa domanda: se gli imprenditori non trovano lavoratori, perchè non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Perché gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Sembrerebbe una domanda retorica, eppure è la base dalla quale partire. Se un datore di lavoro cerca personale può recarsi a un centro per l’impiego e comunicare che ha bisogno di un certo numero persone, per svolgere alcune mansioni.

Gli operatori del centro per l’impiego, successivamente alla richiesta, attraverso le liste di disoccupazione, che pare siano piuttosto corpose in Italia, e quelle dei percettori di sussidi, vecchio RDC e nuove varianti, in base alle competenze professionali richieste, stilano un elenco di candidati da indirizzare al richiedente.

Le obiezioni le conosciamo: il malfunzionamento dei centri per l’impiego, i tempi di risposta incerti, la possibilità che i candidati rifiutino la proposta di lavoro.

Anche qui entriamo in una dinamica di connessione tra le varie entità che dovrebbero collaborare, al netto delle efficienze o inefficienze, che sono comunque su base locale e non globale (ovvero ci sono centri che funzionano benissimo ed altri in cui non si muove una foglia). Se gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego ma preferiscono le agenzie interinali o la ricerca diretta (e su questo ci torneremo a breve), i centri finiscono per essere semplicemente un anagrafe della disoccupazione, censiscono numeri.

D’altro canto, se l’eventuale candidato rifiuta il posto di lavoro proposto, oltre le modalità previste dalla legge, perde l’indennità di disoccupazione o il RdC. E se il singolo centro per l’impiego non ha abbastanza disoccupati in lista nel suo territorio, può allargare la ricerca ad altri centri.

Torniamo quindi alla questione iniziale: perché gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego?

Perché se lo facessero regolarmente, dovrebbero dichiarare orari, CCNL di riferimento e caratteristiche del rapporto di lavoro.

Sapete cosa significa, no? Che l’imprenditore dovrebbe autodenunciarsi a proposito di quei ragazzi che vedete, per esempio, d’estate, lavorare come camerieri nelle buvette sulla spiaggia di qualche stabilimento, con quei nomi familiari tipo “Da Armandino”, “Da Peppino” “Lo scoglio” “Le ancore”, con turni che vanno praticamente dalle 10 del mattino a oltre la mezzanotte, con una breve pausa pomeridiana.

Dicono che è una questione di mercato il costo del lavoro. Se la logica è questa varrà anche per chi lavora la facoltà di accettare o meno impieghi da 4 euro l’ora, sei giorni a settimana, per 10 ore al giorno. O stiamo teorizzando lo schiavismo?

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23/11/2018

Reddito di cittadinanza. La Lega punta allo scippo: soldi solo alle imprese

Sta diventando ormai palese l’obiettivo della Lega di diventare il partito dei padroni “itagliani”. Uno snodo di questo progetto sta diventando la legge per introdurre il Reddito di Cittadinanza, cavallo di battaglia dell’alleato di governo, il M5S. Ma mano a mano che si avvicina la possibilità che il Rdc diventi legge dello Stato, gli agenti della Lega stanno operando affinché uno strumento di sostegno alle famiglie in povertà diventi l’ennesimo finanziamento a fondo perduto per le imprese.

La Lega infatti ha rilanciato la sua visione del Reddito di cittadinanza: “Dobbiamo coinvolgere di più il mondo produttivo ed evitare che il sussidio si possa tramutare in una misura assistenziale” ha fatto sapere dagli Stati Uniti dove è in visita ufficiale, il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, consigliere economico del vice premier, Matteo Salvini. Secondo Siri, “la proposta è di erogare il reddito di cittadinanza direttamente all’azienda che si occuperà di formare e riqualificare il disoccupato. Sostanzialmente, l’impresa agirà da “sostituto d’imposta”, versando l’equivalente all’interessato. Che, al termine del periodo di formazione-lavoro, potrà essere assunto dalla stessa impresa, oppure mettersi sul mercato con un bagaglio di competenze aggiornato”.

Ma gratta gratta viene fuori anche la solita visione leghista padana che mai ha abbandonato la Lega di lotta e di governo: “l’obiettivo è di rendere più appetibile la misura agli imprenditori e ai cittadini che, soprattutto nel Nord, temono venga incoraggiato l’assistenzialismo” afferma il sottosegretario leghista Siri.

Facciamo allora due conti.

Nella legge di Bilancio così ostracizzata dalla Commissione europea, vengono stanziate risorse per il reddito di cittadinanza di circa 7,1 miliardi annui. A questo si aggiunge un miliardo l’anno (per due anni) per potenziare i centri per l’impiego e 900 milioni per la pensione di cittadinanza.

Il Reddito di cittadinanza dovrebbe avviarsi ad aprile (mettetela come volete ma è praticamente un mese prima delle elezioni europee, ndr). Il Rdc va ad integrare altre forme di reddito dei nuclei familiari in difficoltà, fino ad arrivare ad una soglia di 780 euro mensili calcolata su un single. L’importo salirebbe in base alla consistenza del nucleo familiare (di questo incremento si sta definendo l’entità).

All’azienda che assume un beneficiario del reddito di cittadinanza, verrebbero pagate dallo Stato tre mensilità che, secondo il vicepremier Di Maio, salirebbero a 5/6 in caso di stabilizzazione di un beneficiario donna.

A spanne, il numero dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza sarebbe di quasi 4,5 milioni di persone individuati non in base alle dichiarazioni dei redditi ma all’Isee. L’Isee, come noto, è un indice che serve a misurare la situazione economica delle famiglie considerando non soltanto il reddito, ma anche l’eventuale patrimonio mobiliare e immobiliare e la composizione dei nuclei familiari.

Il reddito di cittadinanza sarà dunque vincolato all’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, riferito alla famiglia. La soglia da non superare dovrebbe essere di 9.360 euro.

L’Inps rivela che tra le dichiarazioni Isee presentate nel 2017, sono circa 3,6 milioni quelle con un indicatore Isee inferiore ai 10mila euro. Mettendo in relazione questa situazione con i criteri per beneficiare del Reddito di Cittadinanza, circa il 20% di questa platea avrebbe una erogazione di RdC parziale perché abita in una casa di proprietà, più o meno 280 euro in meno su 780 euro. I 780 euro verrebbero erogati solo nel caso di una famiglia di 5 persone con un indicatore di situazione economica di 1.170 euro. L’importo dell’assegno, dovrebbe essere a integrazione per arrivare ai 780 euro mensili, riconosciuti per intero solo a chi non possiede nulla. Così il sussidio dovrebbe essere più basso di 780 euro per chi ha redditi da lavoro (magari bassi o bassissimi) o beneficia già di forme di sostegno pubblico.

Rimanendo sui numeri, parliamo poi dei Centri dell’Impiego, a cui il M5S vorrebbe assegnare un ruolo centrale mentre la Lega vorrebbe completamente bypassarli per gestire il provvedimento direttamente con le imprese. In Italia i dipendenti addetti al funzionamento dei Centri per l’Impiego sono solo 8mila. Tanto per fare un paragone, in Germania sono 110mila. Inoltre, i Centri per l’Impiego, rispetto ai vecchi ed efficaci Uffici di Collocamento che funzionavano su graduatoria e presso cui dovevano transitare tutte le offerte di lavoro, sono stati svuotati di ogni funzione reale sia dalle controriforme sul lavoro sia dalla legalizzazione del caporalato istituzionale attraverso le agenzie interinali. Inoltre possiedono solo una piccola parte delle informazioni sulla carriera formativa e lavorativa di un disoccupato che cerca un posto di lavoro.

In questa situazione la Lega ha gioco facile nel tentare lo scippo e apparecchiare un provvedimento in cui i dispensatori del Reddito di Cittadinanza diventano le imprese private ma, come al solito, con i soldi pubblici. Una vecchia e ignobile storia di finanziamenti pubblici alle imprese private così come è stato fatto con il Jobs Act, la decontribuzione, le agevolazioni fiscali e quant’altro. Alimentando quella logica rivelatasi sbagliata secondo cui solo il “privato” può riavviare l’economia e solo regalando i soldi a chi sta in alto si può sperare che prima o poi li facciano “sgocciolare” verso il basso. Infine una domanda: ma se la Lega scippa o ipoteca anche il Reddito di Cittadinanza, il M5S che farà?

Fonte

06/11/2018

Centri per l’impiego: un topolino per abbattere la montagna della disoccupazione

Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del Movimento 5 Stelle è stato il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, ma di questo provvedimento, ad oggi, si sa ancora poco. Per ora, la legge di bilancio per il 2019, che sarà presentata a breve alla Camera, contiene la creazione di un fondo pari a 9 miliardi di euro, con il quale si dovrebbero finanziare il reddito di cittadinanza e la pensione di cittadinanza. Tali misure, così come la famigerata “quota 100”, dovrebbero essere introdotte con appositi provvedimenti normativi nel 2019. Durante i tre presumibili passaggi parlamentari, al fondo in questione potrebbe succedere di tutto. Anche successivamente, ammesso che il fondo venga effettivamente creato, il governo potrebbe sempre avere un ripensamento e decidere di utilizzare quel denaro (tutto o parte di esso) per altri fini, magari più graditi alla Commissione europea.

Per ora, questo è certo, la dilazione concede al governo maggior tempo per definire come il reddito di cittadinanza dovrebbe funzionare, perché questo, al momento, non è evidentemente chiaro a nessuno.

L’unico elemento certo del reddito di cittadinanza è la “condizionalità” attraverso cui si potrebbe accedere all’assegno. Chiunque voglia presentare domanda per ottenerlo, dovrà innanzitutto iscriversi ai centri per l’impiego (CPI). Questi ultimi avranno il compito di trovare un posto di lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza, i quali, a loro volta, potranno rifiutare soltanto un certo numero di impieghi, pena la perdita dell’assegno. Tutto sembrerebbe quindi ruotare attorno alla presunta capacità dei CPI di assolvere al loro compito e, non a caso, 2 miliardi (sui 9 accantonati) sono destinati al potenziamento di questi uffici. È chiaro che se i CPI non fossero in grado di presentare proposte di lavoro, il reddito di cittadinanza sarebbe dipinto come una misura assistenzialista in cui i beneficiari riceverebbero questo assegno semplicemente perché disoccupati e sarebbero incentivati – culmine della mostruosità! – a “rimanere sul divano”. Una prospettiva che questo governo assolutamente non gradirebbe perché questo strumento diventerebbe così un modo per elargire briciole ai poveri, incondizionatamente.

Al momento, nei centri per l’impiego lavorano all’incirca 8 mila persone, un numero ritenuto insufficiente dal governo, che intende raddoppiarlo. Le critiche al funzionamento dei CPI si concentrano sulla possibilità di gestire le domande dei potenziali fruitori del reddito di cittadinanza vista la sproporzione tra quest’ultimi e coloro che lavorano nei centri per l’impiego stessi, che a loro volta vengono ritenuti inadeguati a svolgere tale funzione in quanto gli stessi CPI vengono considerati in realtà una forma di assistenzialismo, come uffici nei quali lavorano persone che svolgono mansioni inutili alla società.

Tuttavia, anche se si potenziassero incredibilmente i centri per l’impiego, assumendo personale altamente qualificato, non sarebbe comunque possibile trovare lavoro ad un numero cospicuo di persone, figuriamoci alla totalità dei potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza. Il motivo, molto semplice, è che i CPI non creano posti di lavoro bensì si limitano a facilitare l’incontro tra posti di lavoro vacanti e lavoratori. Non a caso, un tempo la loro funzione era associata a una parola rivelatrice: “ufficio di collocamento”. Una parola semplice e rappresentativa del ruolo svolto da quest’istituzione: facilitare il collocamento, appunto, dei disoccupati nei posti vacanti.

La nuova denominazione, “centri per l’impiego”, si porta dietro tutta una visione di come funzioni il cosiddetto “mercato del lavoro”. Tale visione dipinge i CPI come entità che, per magia, risolvono il problema della disoccupazione, ma essa si basa su una visione teorica profondamente irrealistica. Essa, infatti, presuppone che la disoccupazione non sia strutturale, da carenza di domanda aggregata (domanda di beni, per produrre i quali le imprese domandano lavoro), ma semplicemente “frizionale”, ovvero derivante da una carenza di incontro tra la domanda di lavoro (che viene dalle imprese) e offerta di lavoro (che proviene dai lavoratori). Basterebbe, dunque, risolvere un semplice problema di informazione imperfetta (orientare i lavoratori e le imprese, che si cercano a vicenda alla cieca, gli uni verso le altre: una sorta di Tinder del lavoro!) o, nella versione più raffinata, fornire (attraverso la formazione) ai lavoratori quelle capacità che essi non hanno, ma che li renderebbero più appetibili agli occhi delle imprese. D’altronde, la stampa, periodicamente, si diverte a raccontarci la storiella per la quale ci sarebbero imprenditori alla disperata alla ricerca di lavoratori, ai quali sarebbero disposti a pagare “dignitosissimi” salari, che non riescono a trovare candidati.

Al di là della becera propaganda da “signora mia, il lavoro c’è, sono i giovani che non vogliono lavorare”, i dati nudi e crudi dell’Istat ci mostrano un’altra verità. In Italia ci sono quasi 3 milioni di disoccupati ufficiali, ossia persone che cercano attivamente lavoro. Inoltre, esiste una gigantesca massa di inattivi, ossia coloro che non hanno un lavoro e neanche lo cercano, che ammonta a 13,3 milioni: di questi, oltre 3 milioni potrebbero potenzialmente lavorare, in quanto ha un’età compresa tra i 15 e i 64 anni, ma non cercano attivamente lavoro perché scoraggiati dall’attuale congiuntura economica. Tuttavia, i posti vacanti, vale a dire le posizioni aperte presso le imprese che ancora non sono state occupate, sono circa 250mila. Un incontro perfetto intaccherebbe marginalmente, dunque, il problema della disoccupazione e soddisferebbe, come si può facilmente notare, un numero esiguo di soggetti appartenenti alla platea dei senza lavoro: facendo due conti, qualora i posti vacanti fossero perfettamente occupati da chi è in cerca di lavoro, il tasso di disoccupazione scenderebbe di nemmeno un punto percentuale. Esiste, in altre parole, un problema impressionante di carenza di domanda di lavoro nel nostro paese testimoniato dall’entità del fenomeno della disoccupazione. Inoltre, anche quando si lamentano le difficoltà delle imprese nel trovare personale da assumere, si dimentica di sottolineare che spesso si tratta di contratti precari e soprattutto sottopagati, sposando implicitamente la visione per la quale un disoccupato dovrebbe accettare qualsiasi offerta di lavoro, anche la più umiliante.

I CPI, in questa situazione, potrebbero fare ben poco per ridurre la disoccupazione. Sappiamo bene che servirebbero altri strumenti per aumentare l’occupazione, a cominciare da una politica pubblica espansiva in grado di generare posti di lavoro. Ma allora perché concentrarsi sul ruolo dei CPI anziché fare un intervento mirato, in grado veramente di risolvere il problema della disoccupazione?

Innanzitutto, bisogna considerare che – anche se ci fosse un governo intenzionato ad affrontare la questione – l’austerità imposta dall’Unione Europea renderebbe impossibile attuare una politica fiscale espansiva che darebbe slancio all’economia, aumentando di conseguenza l’occupazione. Una politica fiscale espansiva, ricordiamolo, consiste nell’immissione di risorse nell’economia attraverso la spesa pubblica. Quest’ultima permette di creare reddito, domanda aggregata e occupazione. Un investimento di denaro pubblico nella costruzione o nella ristrutturazione, ad esempio, di un ponte, comporta l’acquisto di macchinari e materie prime, nonché l’assunzione degli operai necessari. Lo stesso acquisto di macchinari e materie prime comporta, per le imprese produttrici ed estrattrici, la necessità di assumere più lavoratori. Questo non solo riduce immediatamente la disoccupazione, ma fa aumentare anche la domanda di consumi: i nuovi occupati, infatti, spenderanno una parte molto consistente del proprio reddito nell’acquisto di beni di consumo, alimentando un circolo virtuoso.

Anche se il governo volesse davvero combattere la disoccupazione – cosa che chiaramente non vuole fare – dovrebbe fare una politica espansiva, in contrasto con i parametri europei. Affinché una politica di spesa pubblica sia davvero efficace, infatti, essa dovrebbe avvenire in deficit, ovvero immettendo attraverso la spesa pubblica più risorse di quante ne vengono sottratte attraverso la tassazione. Le regole europee, però, non solo prevedono un limite al rapporto tra deficit (differenza tra uscite ed entrate) e prodotto interno lordo, ma prevedono anche la sua graduale riduzione fino allo zero. Ciò rende impossibile perseguire l’obiettivo della piena occupazione senza mettersi contro l’Europa.

Per sua fortuna, comunque, il governo non ha alcuna intenzione, al di là dell’anti-europeismo di facciata, di mettersi contro le istituzioni europee. È molto più facile raccontare la storiella del mancato incontro tra domanda e offerta, dovuto all’informazione imperfetta o all’inadeguatezza dei disoccupati. I giallo-verdi non hanno alcun interesse ad aiutare i lavoratori, bensì quello di favorire le imprese. Per questa ragione, hanno interessi diametralmente opposti rispetto alla riduzione della disoccupazione, perché quest’ultima permette alle imprese di ottenere maggiori profitti abbassando i salari.

Un primo tassello nella lotta alla visione dominante consiste nel prendere coscienza degli strumenti retorici utilizzati dai capitalisti e dagli apologeti del capitalismo. Al di là dal ruolo pratico che in futuro potrebbe essere ricoperto dai CPI nel sistema del reddito di cittadinanza, questo semplice discorso ci ha permesso di mostrare, ancora una volta, che anche dietro gli strumenti che ci sembrano più neutri si nascondono, in realtà, visioni teoriche distorte che hanno un obiettivo squisitamente politico: nascondere la natura della disoccupazione come strumento di disciplina nelle mani dei padroni. Conoscere questi meccanismi aiuta a smascherare lo sfruttamento, travestito dal buon senso che ci viene propinato in tutte le salse, e a dipingerlo per quel che per sua natura è: il presupposto inevitabile del capitalismo e l’obiettivo da abbattere attraverso la lotta di classe.

Fonte

15/01/2016

Disoccupati e statistiche. Una precisazione

Capita, nello scrivere un articolo, di andare veloci e quindi non sottilizzare troppo sulle argomentazioni tecniche. Specie in campo statistico è facile abbreviare, anche per non tediare troppo lettori che nella maggioranza dei casi, non sono "addetti al lavori".

Capita però anche che qualche lettore, invece, legga con attenzione si documenti e tragga conclusioni leggermente diverse. Ne siamo felici, perché facendo informazione il meglio che si possa sperare è avere dei lettori capaci di interlocuzione. Anche perché, da comunisti, sappiamo che si può funzionare come insieme (organizzazione politica, sindacale, informazione, specializzazioni varie, ecc.) solo se si ragiona e agisce come "intellettuale collettivo". E i lettori sono parte essenziale di questo continuo processo di verifica, affinamento, ragionamento che dà risultati solo se ognuno porta le sue competenze, al livello più alto possibile.

Lo ammettiamo, siamo un po' "meritocratici", ma in senso esattamente opposto a quello dei liberal-liberisti. Ci piace infatti non "competere", ma "collaborare" all'interno del blocco sociale che sentiamo nostro. E per ottenere risultati che ci portino fuori e oltre la miseria presente pensiamo sia indispensabile che a prendere parola, carta e penna, e tastiera, siano quanti hanno davvero da dire qualcosa che gli altri – tutti noi di quel blocco sociale – ancora non avevano definito meglio.

"Ciascuno dica la sua", da queste parti, è considerato uno slogan inventato per dividere e frammentare, accolto non a caso da un gruppo dirigente "comunista" che si è distinto per vaniloquio, personalismo e distruzione. Ma quelli che sanno qualcosa per davvero, scrivano e parlino in piena libertà. Ci aiutano, soprattutto quando criticano o, come in questo caso, precisano meglio.

*****

Disoccupati cancellati per decreto, "grazie" al Jobs Act

Volevo segnalare che l'articolo il cui titolo è in oggetto è impreciso.

L'indagine Istat (forze di lavoro) è somministrata alle persone, non ai centri per l'impiego.

Vero è che l'indagine ha una sezione sull'uso dei centri per l'impiego, ma non ha un impatto sulla determinazione di chi (fra quelli che non sono occupati) sarà considerato disoccupato o inattivo.

Quindi, se la norma non dovesse cambiare le "abitudini" nella ricerca di lavoro da parte dei non occupati, ma solo "spostare" l'azione di ricerca da un centro pubblico a uno privato, ​la stima dei disoccupati è destinata a non cambiare.

A ben vedere, si può ipotizzare un effetto di tipo un po' diverso: è destinato a scomparire dal novero dei disoccupati quel sottoinsieme di persone la cui unica azione di ricerca attiva di lavoro (nelle 4 settimane precedenti l'intervista, come prescrive la definizione Ilo adottata da Eurostat e, quindi, Istat) fosse stata l'iscrizione al centro pubblico per l'impiego.

Non ve lo preciso per spaccare il capello o fare stupidamente il precisino. Ma perché non si coglie il punto, che è più strutturale.

La distinzione fra disoccupati e inattivi (o non forze di lavoro) nasce dall'esigenza di "contabilizzare", fra coloro che non lavorano, quanti sono "pronti" a (ri)entrare nel mondo del lavoro non appena ce ne siano le condizioni.

Occupati e disoccupati sono difatti considerati, insieme, forze di lavoro (e, in termini da economista, offerta di lavoro). Man mano che il tasso di disoccupazione ha acquisito valenza nel dibattito politico, si è affermata l'esigenza di "restringere" il numero dei disoccupati.

Il che ha affievolito la rilevanza reale di una stima affidabile di questo aggregato statistico (so bene che parliamo di persone... caso mai vi avessi fatto sorgere un dubbio). La definizione di disoccupato in uso risale a metà anni '90.

Questo "sporco lavoro" lo fanno i riferimenti temporali nella definizione; è disoccupato chi:

- non ha un lavoro e, allo stesso tempo, fa una ricerca attiva nelle quattro settimane precedenti e, allo stesso tempo, è disponibile a iniziare un lavoro (qualora gli venga offerto) entro le due settimane successive.

Ci sono lavori accademici che, con diversi approcci di analisi, mostrano che la definizione è troppo stringente (e quindi "conta" male i disoccupati). In particolare, è la seconda condizione a risultare maggiormente discriminante.

Una porzione di inattivi ha caratteristiche e chances di (ri)entrare a lavorare molto simili ai disoccupati.

Davide Di Laurea

Fonte

14/01/2016

Disoccupati cancellati per decreto, "grazie" al Jobs Act

Far diminuire la disoccupazione, in tempi di crisi e di aumento dell'automazione nei processi produttivi, non è facile. Se poi sei un governo “ottimista”, che deve comunicare soltanto successi e radiose prospettive, diventa davvero problematico. C'è quella fastidiosa abitudine dei dati statistici a mettersi di traverso sull'autostrada della tua “comunicazione”.

Ma siccome sei un governo del fare, anche a questo si può trovare una soluzione. Basta cambiare i criteri con cui vengono classificati i dati statistici, intervenendo non sull'Istat – che è istituto serio – ma sui Centri per l'impiego (gli ex uffici di collocamento), da cui l'Istat riceverà poi dati un tantino “aggiustati” (si può fare con i processi, figuriamoci con la disoccupazione).

Una recentissima circolare del ministero del lavoro (che sovrintende ai Centri per l'impiego) fa sue le direttive del Jobs Act e stabilisce che per risultare “inoccupato” e chiedere il relativo sussidio basterà un'autocertificazione. “Favoloso!”, dirà il solito cretino convinto che fare una fila in meno sia un successo a prescindere dal risultato.

In realtà questa autocertificazione non implica il dichiararsi “in cerca di occupazione”. Una sottile distinzione burocratica (inoccupato, ma inattivo) che consentirà da un lato di tener lontani i disoccupati dai centri per l'impiego (pubblici), incentivando invece il ricorso alle agenzie interinali (private); e dall'altro di far aumentare il numero degli inattivi non in cerca di occupazione – scoraggiati, nella definizione giornalistica – a scapito dei disoccupati ufficiali (quelli “in cerca di occupazione”).

Sì, va bene, ma in pratica? In pratica, se un grosso numero di disoccupati smetterà di iscriversi ai Centri per l'impiego, magicamente il numero dei disoccupati scenderà. Senza che magari neanche uno di loro abbia trovato un lavoro. “Favoloso!”, dirà Renzi in qualche conferenza stampa davanti a finti giornalisti genuflessi.

I passaggi tecnico burocratici di questa autentica truffa statistica sono numerosi e dalle grandi conseguenze sociali, comunque.

La ricerca di un lavoro, ovviamente, non diminuirà affatto, perché se hai bisogno di un reddito – illegalità a parte – non ci sono altri modi per sopravvivere. Ma questa ricerca sarà “privata”, informale, dunque irrilevabile dalle statistiche ufficiali curate dall'Istat attraverso il questionario inviato ai Centri per l'impiego.

Ma non è tutto qui. Le famose “politiche attive del lavoro”, promosse dalle Regioni in sintonia con le organizzazioni sindacali, prendono le mosse – e quantificano i finanziamenti necessari – proprio a partire dai dati ufficiali sulla disoccupazione. Se questa “cala”, ancorché senza un aumento degli occupati, ecco che quelle “politiche attive” perderanno rapidamente forza, finanziamenti, operatività.

Non è finita. Se un disoccupato non deve più avere come riferimento istituzionale i Centri per l'impiego sarà costretto a rivolgersi al “mercato”. Ovvero alle agenzie interinali, nell'ipotesi meno peggio, oppure al lavoro nero. Di cui non si ha traccia neanche nella quantificazione del Prodotto interno lordo (Pil).

Cambia anche l'assegno di ricollocazione, spendibile per soli quattro mesi e riconosciuto “solo ai disoccupati percettori della Naspi, la cui durata di disoccupazione ecceda i quattro mesi”. In pratica, saltano a piè pari tutti i “collaboratori”, che in tal modo non vedranno un euro e in più non saranno “disoccupati” – per le statistiche – dopo aver perso il lavoro.

In generale, questa dinamica fa ritirare “il pubblico” – lo Stato, che resta soltanto per la retorica bellicista e repressiva – e aumentare l'intermediazione privatistica, le clientele, le raccomandazioni, ecc. Insomma un modo dove il singolo aspirante lavoratore non conta nulla e deve disporsi col cappello in mano ad accettare qualsiasi offerta, per qualunque salario, senza possibilità neanche teorica di poter contrattare qualcosa. Un regalo alle imprese e alle mafie (che in fondo sono holding non ancora entrate nel circuito dello sfruttamento legalizzato).

O anche un modo di far sparire la disoccupazione (persone in carne e ossa) negando che esista.

Fonte

13/01/2016

Jobs act, ministero del Lavoro ha cambiato le regole. “E i disoccupati spariranno dalle statistiche”

Una circolare di fine dicembre depotenzia i centri per l'impiego a vantaggio delle agenzie interinali private. Ma elimina anche l'obbligo di iscriversi alle liste di disoccupazione per ottenere i sussidi. Risultato: secondo la ricercatrice Marta Fana "si può ipotizzare che diminuirà la quota di soggetti che cercano lavoro". Con un impatto positivo sulle rilevazioni ufficiali.

Una quota di disoccupati rischia di sparire dalle statistiche Istat. E non perché hanno trovato un posto, ma solo grazie a un cambio di regole nei servizi per l’impiego, deciso dal ministero del Lavoro. La disposizione è contenuta in una circolare approvata a fine dicembre che recepisce le direttive fornite dal Jobs act. E che, segnalano gli addetti ai lavori, avrà anche l’effetto di depotenziare il ruolo dei centri per l’impiego, a vantaggio delle agenzie interinali private.

Ma andiamo con ordine. Finora l’accesso alle prestazioni sociali era legato all’iscrizione alle liste di disoccupazione presso i centri per l’impiego. Ora, con la circolare del ministero, per ottenere i sussidi, basterà produrre un’autocertificazione per dichiarare il proprio stato di inoccupato, cioè di persona priva di impiego, ma non necessariamente in cerca di occupazione. “Si può ipotizzare che diminuirà la quota di soggetti che cercano lavoro, non avendo più l’obbligo di dichiarare la propria disponibilità a lavorare per ottenere le prestazioni sociali”, spiega Marta Fana, dottoranda in Economia a SciencesPo Paris e collaboratrice de Il Manifesto. Fana, va ricordato, è colei che per prima ha segnalato l’errore del ministero del Lavoro sui numeri relativi ai contratti stabili ad agosto. Insomma, se i senza lavoro decideranno di dribblare il sistema dei centri per l’impiego, allora l’Istat potrà registrare un calo dei disoccupati. Senza che i disoccupati siano calati veramente.

“Il questionario Istat sulla rilevazione delle forze di lavoro – aggiunge la ricercatrice – dedica un’ampia sezione ai contatti con i centri per l’impiego, non a caso. Dall’altro lato, è vero che può aumentare la ricerca informale di lavoro, che però appunto rimane informale”. E la circolare del ministero può avere un impatto negativo anche sulle politiche attive, cioè su quelle misure pubbliche pensate per trovare un lavoro a chi non ce l’ha. “I dati dei centri per l’impiego – spiega Fana – sono usati sia dai sindacati sia dalle Regioni per la definizione e lo sviluppo di politiche attive a livello locale. Quindi, al di là della rilevazione Istat, una distorsione nel numero di disoccupati rende questa attività molto meno efficace”

Ma al di là degli aspetti statistici, resta da capire se la circolare implichi un vantaggio concreto per quanti non hanno un lavoro. “A mio avviso no, i disoccupati italiani perderanno un altro riferimento istituzionale che sono i centri per l’impiego – prosegue Fana – Invece di rinforzarli, questi perderanno il ruolo non solo di mediazione tra domanda e offerta, ma anche quella di monitoraggio. I disoccupati saranno quindi dirottati verso le agenzie interinali. Da decenni i centri per l’impiego vengono accusati di inefficienza e, nonostante le repentine riforme, non sono stati soggetti a veri investimenti sia infrastrutturali sia in termini di competenze”. La ricercatrice segnala quindi il rischio di un progressivo indebolimento delle funzioni dello Stato: “I disoccupati e gli inoccupati, soprattutto quelli più vulnerabili, saranno sempre più in balìa degli attori privati che in Italia, ma non soltanto, agiscono e rafforzano clientele e rapporti di forza sempre più diseguali”.

Infine, la circolare fornisce anche una precisazione sull’assegno di ricollocazione: si tratta di una dote economica da spendere presso un’agenzia per ritrovare lavoro. Il documento spiega che sarà riconosciuta “solo ai disoccupati percettori della Naspi, la cui durata di disoccupazione ecceda i quattro mesi”. Questa postilla, sottolinea Fana, lascerà fuori dal recinto del beneficio tutta una serie di lavoratori in difficoltà: “Vengono esclusi tutti i percettori di Dis-coll, quindi ex collaboratori, tutti i precari che non hanno Naspi e quelli i cui requisiti maturati danno diritto a assegni di disoccupazione di durata inferiore. Insomma, qui la platea dei beneficiari si riduce”.

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La contabilità creativa sulla pelle di chi sta peggio, un po' come negli USA insomma, con l'aggiunta di robuste do si di lavoro gratuito, Expo e Giubileo insegnano.