Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2023

Il Governo cambia, la precarietà resta (anzi, cresce)

Tra gli amori che non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, va annoverato senza dubbio quello tra la classe politica italiana e la precarizzazione del mercato del lavoro. Da ormai un trentennio, come abbiamo più volte ripetuto, i governi di tutti i colori, in piena ottemperanza delle direttive europee, si sono prodigati nell’introduzione di varie forme di precarietà, che si cristallizzano nel facilitare la sottoscrizione di contratti a tempo determinato, nella progressiva eliminazione delle tutele contro i licenziamenti ingiustificati e nella legalizzazione dell’intermediazione privata tra domanda e offerta di lavoro (leggasi, agenzie interinali). Questa infausta storia, iniziata con il pacchetto Treu nel 1997, vede senza dubbio una pietra miliare nel Jobs Act, parzialmente modificato dal Decreto Dignità. Ora, in maniera non sorprendente, il nuovo Governo sembra intenzionato ad agire di nuovo nel senso di un ulteriore inasprimento della più sfacciata ed estrema precarietà.

Ripercorriamo brevemente i recenti sviluppi di questa sventurata vicenda.

Il Jobs Act, la famigerata riforma del mercato del lavoro del Governo Renzi, tra il 2014 e il 2015 si è adoperata nella più grande trasformazione delle regole del mercato del lavoro italiane dai tempi dello Statuto dei Lavoratori. Si tratta, naturalmente, di trasformazioni di segno chiaramente opposto, essendo il Jobs Act il manifesto della precarizzazione.

Sul fronte dei contratti a tempo indeterminato, accanto ad una serie di regali sotto forma di sgravi contributivi per le imprese che assumono giovani, si compie un primo capolavoro. Il vecchio contratto viene sostituito dal cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, che in poche parole vuol dire che in caso di licenziamento senza giustificato motivo il lavoratore non verrà reintegrato (come era previsto dall’abrogato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) ma indennizzato per un ammontare di denaro commisurato alla durata del rapporto di lavoro stesso (e fino ad un massimo di 24 mensilità). Si tratta di fatto della precarizzazione anche del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in quanto diventa estremamente conveniente, per il datore di lavoro, sbarazzarsi del proprio dipendente qualora non dovesse più fargli comodo. Al di là della logica economica, questo provvedimento rappresenta un altro tassello fondamentale del progressivo indebolimento della capacità conflittuale della classe lavoratrice. Di fatto, con un semplice indennizzo, il datore ha la possibilità di liberarsi dei lavoratori e delle lavoratrici più conflittuali, più sindacalizzati e meno allineati.

Interventi estensivi vengono effettuati, però, anche nel campo dei contratti a tempo determinato: i precari per eccellenza. Mentre prima del Jobs Act un contratto a termine poteva essere stipulato soltanto in presenza di una comprovata motivazione – legata ad esempio a particolari esigenze produttive del datore di lavoro – i Decreti Poletti eliminano qualsiasi forma di causale. In parole povere, si legalizza la possibilità di offrire un contratto precario indipendentemente da tutto. Inoltre, veniva prevista la possibilità di stipulare questo tipo di contratti fino ad un massimo di 36 mesi, e fino a cinque rinnovi. In linea teorica, quindi, un datore di lavoro avrebbe potuto offrire – senza l’obbligo di addurre motivazioni plausibili – un contratto di sette mesi e poi rinnovarlo per ben cinque volte.

Il Decreto Dignità, approvato dal Governo giallo-verde nel 2018, aveva molto parzialmente e marginalmente messo mano a questo scempio, senza tuttavia alterarne la logica, riducendo la durata massima di un contratto precario da 36 a 24 mesi e reintroducendo l’obbligo di motivazione per tutti i contratti con durata superiore ai 12 mesi.

Arrivando ai giorni nostri, pare che il Governo Meloni voglia ambire allo scettro di Governo più liberista del secolo e restaurare i fasti del Jobs Act. Secondo quanto riportato da alcuni recenti articoli, infatti, il Governo sarebbe intenzionato ad agire sulla causale. In sostanza, si vorrebbe allungare da 12 a 24 mesi la durata di un contratto a tempo determinato sottoscrivibile senza causale, lasciando inoltre alla contrattazione la possibilità di prevedere un’ulteriore estensione di 12 mesi, per un totale, dunque, di 36. La regola generale, tuttavia, dovrebbe essere l’assenza di vincoli per le assunzioni fino a due anni.

E c’è di più: tre le tante ‘cortesie’ fatte a padroni e padroncini, il Governo Meloni, per mezzo della legge di Bilancio 2023, ha reintrodotto la possibilità di ricorrere ai famigerati voucher per alcune tipologie di lavori occasionali. Si tratta di particolari strumenti di retribuzione che, pur comprendendo dei (minimi) contributi pensionistici, non danno diritto a nessuna forma di sostegno al reddito, quali i sussidi di disoccupazione, la malattia, gli assegni familiari, e rappresentano una forma contrattuale iper-precaria.

Ma perché tanta attenzione alle forme contrattuali, in un paese che è capofila nella precarizzazione dei rapporti di lavoro? E perché tanta dedizione nel liberalizzare i contratti precari, in un Paese che ha segnato, nell’estate del 2022, il massimo storico di lavoratori con contratto a termine, e in cui il 35% dei nuovi contratti stipulati nel 2021 era precario? La ricerca scientifica ha ormai smentito qualsiasi efficacia della flessibilizzazione del mercato del lavoro nel favorire un aumento dell’occupazione. Il nostro paese, tra l’altro, ne è un esempio lampante. Se si considera l’indicatore OCSE che descrive il grado di flessibilità del mercato del lavoro, si noterà che nessun altro paese ha visto ridursi così tanto le tutele per i lavoratori e le lavoratrici quanto l’Italia. Ciononostante, l’Italia è fanalino di coda per i bassi livelli del tasso di occupazione e gli alti livelli di disoccupazione. Ciò è dovuto alla cronica carenza di domanda di lavoro, affossata dall’austerità imposta dalle regole europee e a cui i nostri governanti hanno pedissequamente ottemperato.

Mettere mano però alle tutele dei lavoratori ha certamente un’alta efficacia nell’indebolirne la conflittualità e le rivendicazioni salariali in primo luogo. In un periodo in cui l’inflazione morde come non mai il potere d’acquisto degli stipendi di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici, una nuova ondata di precarietà non ne migliorerà le occasioni occupazionali ma sicuramente ne peggiorerà la possibilità di richiedere contratti migliori e meglio pagati. È questa, dunque, la posta in gioco: dotare i padroni di ulteriori armi per difendere i propri profitti e assicurarsi che a pagare il prezzo del carovita siano sempre i soliti.

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30/01/2021

La giustizia è diventata roba da ricchi. “Abolire il Decreto55/2014”

In un assordante silenzio, da anni e ogni giorno, nelle aule di giustizia si perpetra la negazione dei diritti dei più deboli. È l’effetto devastante del decreto ministeriale 55 del 2014. Il provvedimento ha stabilito con tabelle spese legali e di (in)giustizia a carico della cosiddetta parte soccombente. Con il risultato che chi perde la causa si vede presentare dai giudici un conto mostruoso per migliaia di euro, spesso decine e decine di migliaia di euro.

Il più delle volte la “parte soccombente” è, guarda caso, la parte più debole del processo. Sono lavoratori, inquilini, cittadini, sindacalisti fuori dal coro, soggetti piegati dalla crisi che ricorrono alla giustizia come ultima spiaggia. Invece, non solo non si vedono riconoscere le proprie ragioni, ma sono puniti con la condanna a pagare cifre insostenibili. Così imparano...

Il “merito” è del governo Renzi e del ministro Orlando, ma i governi successivi hanno confermato questa nuova interpretazione del diritto alla difesa: bastonare, bastonare, bastonare. In questo modo si è certamente ridotto l’“arretrato” nei tribunali. Ma ad un prezzo inaccettabile per chiunque ritenga che la giustizia in Italia non sia quella amata dai marchesi del Grillo di turno (“Io so’ io e voi...”) ma “è amministrata nel nome del popolo” come prevede la Costituzione.

In un colpo solo con un decreto ministeriale:

– è stato di fatto abolito o fortemente indebolito il diritto alla difesa, che prevede la parità tra le parti;

– è stato di fatto largamente vanificato, se non affossato del tutto, il principio del giusto processo;

– sono stati di fatto aboliti i tre gradi di giudizio sanciti dalla Costituzione (chi osa promuovere appello se in primo grado oltre ad aver torto è stato condannato a spese-monstre?).

Di fronte al silenzio e all’indifferenza, è ora di alzare la testa perché al più presto il Parlamento cancelli questa vergogna.

– Per il diritto alla difesa;

– Per la tutela dei diritti;

– Per la difesa della Costituzione.

– No alla (in)giustizia a pagamento;

– No alla (in)giustizia al servizio dei poteri e dell’arroganza.

CAMPAGNA PER L’ABOLIZIONE DEL DM 55/2014

RIVENDICHIAMO IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA DIFESA!

Per adesione e-mail: asia@usb.it

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03/05/2020

Ci sarà un maxi-processo per chi ha moltiplicato la strage?


Se avete sintomi da Covid-19 e chiamate il 118, l’operatore vi risponderà: “Stia a casa, prenda la tachipirina e ci richiami solo quando avrà una crisi respiratoria grave”. Avete, pertanto, ottime possibilità di crepare prima che arrivi l’autoambulanza oppure più tardi attaccato ad un ventilatore.

Va bene che il virus era sconosciuto, molto contagioso ed, in taluni casi, letale etc. Ma la causa di questo enorme numero di morti (ad oggi 28.710 di cui quasi 7.000 anziani nelle RSA) che ci sono stati in Italia – Lombardia in primis – non si spiega solo con le caratteristiche del coronavirus.

È, anche e soprattutto, la conseguenza della devastante sottrazione di risorse e personale degli ultimi 10 anni al SSN, della privatizzazione selvaggia di ospedali e laboratori e della deterritorializzazione (drastica riduzione dei medici di base e della medicina preventiva) del servizio.

Sono numeri impressionanti quelli che spiegano perché l’Italia è arrivata impreparata da un punto di vista ospedaliero e sanitario ad affrontare l’epidemia da Covid-19.

Sono stati resi noti appena qualche settimana dalla Fondazione Gimbe che ha pubblicato un dettagliato rapporto sui tagli alla sanità nel decennio 2010-2019.

I responsabili della situazione drammatica in cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale sta affrontando la pandemia da Covid-19, quindi, hanno un nome e un cognome e sono coloro che hanno approvato, firmato e permesso un taglio complessivo di 0,4 punti percentuali del Pil nazionale in 10 anni alla sanità pubblica sia sotto forma di riduzione del budget sia per mancata erogazione di fondi promessi e mai stanziati.

Vale la pena di ricordarli.

Mario Monti tra il 2012 e il 2013 ha applicato tagli alla sanità per 8 miliardi di euro; il governo guidato da Enrico Letta, con la finanziaria del 2014 ha fatto sparire dal SSN 8,4 miliardi di euro; Matteo Renzi nel triennio successivo (2015-2017) è riuscito a tagliare al Ssn 16,6 miliardi di euro.

Con la finanziaria del 2018 Paolo Gentiloni ha proseguito nel solco tracciato dai suoi predecessori e a ospedali e strutture sanitarie nazionali sono stati tagliati 3,3 miliardi di euro. Giuseppe Conte ha chiuso il cerchio con un taglio di 0,6 miliardi.

Di ciò, dunque, sono responsabili tutti i partiti che hanno governato il paese e le regioni italiane negli ultimi 10 anni e sono davvero tanti, come i mafiosi messi dentro da Falcone e Borsellino tanto che ci vorrebbe per loro un nuovo maxi-processo per strage colposa e prolungata.

Ma non sottovalutiamo la grande spinta dei grandi gruppi assicurativi di cui ormai Cgil, Cisl e Uil sono solo degli sportelli sul territorio e nei posti di lavoro.

Certo, in Lombardia questa pratica criminosa di speculare sulla salute delle persone ha raggiunto livelli inimmaginabili accompagnata da una corruzione endemica e sistematica. E tuttavia anche il Lazio di Zingaretti e l’Emilia Romagna di Bonaccini non è che abbiano seguito strade molto diverse.

In attesa della prevedibile nuova ondata di contagi e decessi dato il recentissimo cedimento governativo ai desiderata del nuovo falco di Confindustria Bonomi, vedremo se i magistrati faranno quel che dovrebbero fare o ubbidiranno agli ordini dei loro capicorrente che – come ha certificato il caso Palamara & co. – li tengono appesi a favori, trasferimenti e progressioni di carriera in cambio di addomesticamenti, omissioni e manovre contro colleghi invisi alla camarilla di turno.

Ma il fatto che proprio quell’indagine della Procura di Perugia sia sparita dai radar, che si siano perse le tracce del procedimento disciplinare del Csm e che anche la decisione dei probiviri dell’Anm sulle toghe coinvolte nel caso “Palamara” sia finita nel cassetto, certo, non depone bene.

Come segnalato, infatti, dal Riformista del 20 gennaio scorso, dal Palazzaccio di piazza Cavour, sede dell’Anm, non si hanno da mesi più notizie sullo stato del fascicolo per violazione del codice etico aperto a carico dei magistrati coinvolti nelle cene dello scorso maggio con i deputati del Pd Cosimo Ferri, ora Italia viva, e Luca Lotti, dove si discuteva delle nomine di alcune Procure, iniziando da quella di Roma.

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15/05/2019

W il cardinale, ma la legge per staccare le utenze agli occupanti l’ha fatta Renzi

L’art. 5 della Legge del 23 maggio 2014 n. 80 ha inasprito le conseguenze derivanti dall’occupazione di un immobile sfitto, disabitato o abbandonato e fu uno dei primi atti del governo guidato da Matteo Renzi.

In particolare, l’art. 5 comma 1 della Legge che porta la firma dell’ex ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi, è rubricato come “Lotta all’occupazione abusiva di immobili. Salvaguardia degli effetti di disposizioni in materia di contratti di locazione” e prevede che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.

L’obbiettivo esplicito della nuova legge era cercare di rendere impossibile le occupazioni. Da allora l’occupante non può ottenere la residenza presso l’immobile occupato “abusivamente” e, inoltre, sono dichiarati nulli i contratti di fornitura di servizi (utenze gas, luce, telefonia fissa, ecc.) relativi all’immobile occupato.

Peraltro, al fine d'impedire il godimento, è anche inibita la possibilità di stipulare contratti per le utenze che forniscono servizi all’immobile occupato, in quanto si impone di provare il titolo dell’occupazione prima di poter stipulare tali tipi di contratto. Testualmente: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, gli atti aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”.

Ora, non mi risulta che il nuovo segretario del #PD abbia fin qui palesato l’intenzione di abrogare questa norma, né mi risulta che Zingaretti sia andato in corteo con i militanti del suo partito a difendere la famiglia Rom avente diritto all’alloggio popolare assediata dai fascisti nel quartiere romano di Casalbruciato. Né, infine, mi risulta che Zingaretti abbia messo tra i primi punti del suo programma un corposo rilancio dell’edilizia popolare vista la drammatica situazione che vivono milioni di persone alle prese con il problema casa nel nostro paese.

Dal ma-anchismo di Veltroni passando per Renzi siamo ora al né né di Zingaretti.

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17/09/2018

L’Italia è un paese per ricchi!

Lo sapete che in Italia una Flat Tax c’è già? È quella che volle fortemente l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi e che poi è diventata attuativa col suo successore, Paolo Gentiloni. Grazie a quella che lo stesso Sole 24 Ore di ieri definisce “flat tax per i super-ricchi” in un anno in 160 hanno trasferito la propria residenza fiscale nel Belpaese. Dopo CR7 è ora il turno di Davide Serra, finanziere amico di Matteo Renzi (sarà un caso?) e fondatore di Algebris, “società di gestione del risparmio con attivi per 12,3 miliardi di euro”.

Ma di cosa si tratta? È un’imposta per chi – italiano o straniero – decide di trasferirsi in Italia. Il contribuente paga 100.000 euro all’anno per i redditi prodotti all’estero. Non importa che siano di 1, 10, 100, 1000 milioni di euro. Su quei redditi non dovranno pagare un centesimo in più di 100.000 euro, né in Italia né nel paese di provenienza. E ci stupiamo se i Paperon de Paperoni di ogni dove si sperticano in un profluvio di lodi senza fine per la Flat Tax?

Ci ripetono ossessivamente che attirare i ricchi farà bene anche a noi. Che, come una goccia, i benefici arriveranno a tutti. Che qualche briciola dalla tavola di questi nababbi cadrà e sarà per le nostre bocche. I governi del PD e quello giallo-verde di Di Maio e Salvini su questo sono assolutamente d’accordo. Alla super Flat Tax di Renzi e Gentiloni seguirà la Flat Tax di Salvini e Di Maio.

Peccato che l’esperienza degli ultimi 30 anni ci dica che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Che la Flat Tax sia l’ennesimo regalo a chi ha già le tasche piene.

Né per giovani, né per vecchi. Tutti i partiti in Parlamento stanno semplicemente costruendo un paese per ricchi.

Il sistema fiscale andrebbe sì modificato, ma nella direzione opposta. Rispettando l’articolo 53 della Costituzione che prescrive la progressività delle imposte, così che chi ha di più paghi di più. E facendo una lotta senza quartiere all’evasione fiscale. Per rimettere in carreggiata le classi popolari dell’intero Paese. Che invece le Flat Tax di ogni colore e tipo non fanno altro che penalizzare sempre di più.

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29/12/2017

Si è chiusa la XVIII legislatura: la peggiore della storia repubblicana

La legislatura è finita, le camere sciolte e ci si avvia a grandi passi verso la campagna elettorale.

Quella appena conclusa è stata sicuramente la peggiore legislatura della storia repubblicana e non tanto e non solo (si tratterebbe già di un argomento di una certa consistenza) per l’impazzare del trasformismo che ha portato al record assoluto nel proporsi l’antico rito del cambio di schieramento di elette/i.

Prima di tutto è necessario ricordare come i componenti delle Camera appena congedati erano stati eletti nel febbraio 2013 attraverso il meccanismo di una legge elettorale poi dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte.

Nella sentenza in questione la Corte Costituzionale dichiarò le Camere (allora da poco elette: ci si trovava nel corso del mese di Dicembre 2013) legittime soltanto per ragione della “continuità dello Stato”: correttezza istituzionale avrebbe voluto che, a quel punto, ci si fermasse, si rispettasse la sentenza nella sua più profonda “ratio” e si procedesse al voto seguendo il sistema che era venuto fuori dalla pronuncia in questione.

Così non fu, anzi, si procedette addirittura votando la fiducia a governi, come quello presieduto dal segretario del PD Renzi (febbraio 2014) formato da un privato cittadino mai eletto in Parlamento (cosa possibile stando alla Costituzione naturalmente, ma molto stiracchiata sul piano del merito) che era riuscito, attraverso una manovra assolutamente extra parlamentare e borderline rispetto alla correttezza formale, a liquidare l’esecutivo precedente ottenendo il voto delle Camere attraverso un’operazione di rottura trasformistica del fronte avversario.

Fronte avversario con il quale il precedente presidente del Consiglio (appartenente allo stesso PD) aveva stabilito un patto di governo.

Il governo Renzi, con il costante avallo di una maggioranza parlamentare uscita da quest’operazione di stampo puramente opportunistico, ha rappresentato un vero e proprio pericolo per la democrazia repubblicana.

Fu messa in piedi una gigantesca operazione di disinformazione collettiva, con la complicità di gran parte dei mezzi di comunicazione di massa, attraverso una proposta di vera e propria demolizione della Costituzione Repubblicana.

Il tentativo era quello di stravolgere il senso della nostra Carta fondamentale proprio sul delicatissimo terreno del modello della rappresentanza politica, spostando l’asse dal Parlamento al Governo.

Questa manovra di palazzo è stata sventata da voto popolare il 4 dicembre 2016 ma rimane a indicazione degli intendimenti di vera e propria limitazione della libertà democratica da parte della maggioranza.

Egualmente attraverso il voto di fiducia e usando una procedura del tutto inaudita, essendo quella elettorale materia di pretta natura parlamentare, il governo Renzi aveva fatto approvare in seguito un nuovo modello di formula elettorale denominato “Italikum”, anch’esso immediatamente bocciato dalla Corte Costituzionale alla quale avevano nuovamente fatto ricorso avvocati e cittadini mossi da iniziative spontanee e non certo organizzati da parti politiche.

Ciò nonostante si è perseverato nel proporre un meccanismo elettorale, secondo il quale si voteranno i parlamentari della XVIII legislatura, che presenta ancora profili di evidente incostituzionalità sotto l’aspetto della possibilità per elettrici ed elettori di indicare i propri rappresentanti e di poter disporre di un voto eguale e personale come previsto dalla Carta Costituzionale: così che il rischio di un’ulteriore invalidazione della legge elettorale sarà ben presente anche nel momento in cui ci si recherà nuovamente alle urne il 4 marzo 2018.

Come se tutto questo non bastasse a definire il profilo antidemocratico assunto dalla posticcia maggioranza parlamentare formatasi nel corso della XVII legislatura vi è da aggiungere che su iniziativa del governo Renzi, stante le Camere assolutamente prive di capacità di proposta sul piano legislativo, sono stati duramente attaccati il mondo del lavoro e quello della scuola con l’introduzione, attraverso il job act, di meccanismi di ulteriore precarietà dell’occupazione (con percentuali di disoccupazione rimaste molto elevate, in particolare rispetto alle fasce più giovani d’età) e con la cosiddetta “buona scuola” verso il cui dettato legislativo si sono pronunciati la stragrande maggioranza degli operatori scolastici a tutti i livelli.

Caduto il governo Renzi dopo il voto referendario è subentrato il governo Gentiloni, fondato sulla stessa maggioranza: il peggio doveva ancora arrivare.

Peggio rappresentato dal patto promosso dal ministro degli Interni Minniti (che in pratica sta ricoprendo sia il proprio dicastero, sia quello degli esteri) con i capi di bande di predoni libici finanziandoli al fine di fermare il flusso di disperanti migranti che risalgono il deserto dal cuore dell’Africa cercando di sfuggire alla guerra, alla morte, alla fame.

Le organizzazioni dell’ONU e vari altri soggetti impegnati sul piano umanitario hanno condannato questa operazione definendola foriera di eccidi e di torture: si è trattato di un gravissimo episodio di vera e propria miseria morale che segna davvero il volto della legislatura, nel corso della quale del resto i parlamentari hanno continuato a votare le missioni di guerra al cui riguardo ci troviamo di fronte alla novità dell’impiego di truppe italiane sul fronte del Niger, a conferma della vocazione di destra colonialista che la maggioranza uscente ha continuato ad esprimere con grande continuità nel corso di questi mesi.

Infine la vicenda, davvero riprovevole nella sua modalità, riguardante lo “ius soli”: commedia finale che ha coinvolto l’emiciclo parlamentare anche attraverso il dosaggio delle assenze in modo da cercare di scaricare il barile nelle più improprie direzioni al fine di giustificare il fallimento.

Così possono essere riassunti i passaggi fondamentali verificatisi nel corso di questi 5 anni tralasciando per economia di discorso il tema europeo e quello riguardante il vero e proprio scandalo bancario che ha attraversato non solo l’Italia ma anche il governo.

Nel frattempo il tentativo di impadronirsi della cosiddetta “antipolitica” da usarsi come punto d’appoggio per una mediocre scalata al potere come nel caso del M5S, si è rovesciato in un processo aperto di “impolitica” attraverso il quale si è ulteriormente scavato un fossato profondo nella società italiana nella quale si dimostrano segnali inquietanti di disuguaglianza, volontà di sopraffazione e di sfruttamento da parte di pochi potenti “clan” di potere.

Una strada di vero e proprio degrado politico quella percorsa durante la XVII legislatura. sulla scia dal veleno inoculato nel sistema politico italiano dall’idea maggioritaria, del personalismo, del “partito proprietario”, di un modello di centrodestra razzista e qualunquista che ha governato il paese a più riprese nel primo decennio del 2000 e al quale hanno risposto confusi schieramenti contrapposti, pur essi coinvolti in una logica governativista d’accatto. Soggetti via via mutanti nella denominazione e nella composizione che nel frattempo hanno snaturato l’identità storica della sinistra italiana fino a cadere nel baratro di un PD privo di identità, tenuto assieme soltanto da una inopinata “vocazione maggioritaria” attraverso la cui espressione meramente verbale si sono avventati tutti i comprimari dell’individualismo competitivo formando cordate e “gigli magici” in certe situazioni dimostratisi anche inquinati da infiltrazioni pesanti sul piano della “questione morale”.

Quello della XVII legislatura non può che essere segnalato come un bilancio fortemente negativo dal punto di vista di una almeno minimamente accettabile proposizione etica del ruolo delle istituzioni da parte della stragrande maggioranza dei gruppi parlamentari.

Beninteso il giudizio non è morale ma – per l’appunto – etico e di conseguenza propriamente politico.

Adesso il voto, con grandi incognite sulla sorte del Paese e della pace a livello globale.

Con una certezza: servirebbe una forte opposizione di sinistra da opporre rispetto alle futuribili combinazioni parlamentari che sorgeranno sicuramente come proposta di continuità e di peggioramento con il quadro che si è cercato di presentare in questa sede.

Questo però è un discorso tutto da fare, non fidando semplicemente sulla buona volontà ma ricercando forti motivazioni da presentare ai settori più avanzati della società italiana, o almeno a quel che ne rimane sul piano della combattività sociale e dei riferimenti politici.

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15/10/2017

Ape social. Era una presa in giro e ora si vede

In questi giorni si moltiplicano gli allarmi sull’applicazione della cosiddetta “Ape social”. Si tratta di una misura decisa oltre un anno fa dal governo Renzi, presentata come un “ritocco alla legge Fornero” che avrebbe permesso a una serie di lavoratori di andare in pensione prima dei 66 anni e 7 mesi previsti.

La realtà dei fatti si sta mostrando in questi giorni, a un anno esatto dagli annunci. Oggi, infatti, quei lavoratori stanno vedendosi respingere dall’Inps la richiesta d’accesso all’”Ape social”. Si tratta in fondo di poche persone (66.000) rispetto ai milioni inchiodati al lavoro ben oltre i termini previsti dalle leggi precedenti, ma comunque un numero ragguardevole.

I “criteri” previsti dalla norma del governo Renzi sono infatti così restrittivi che ben pochi possono rientrarvi.

Leggiamo la denuncia presentata sui siti specializzati:

Il Patronato Inca Cgil ha diffuso un rapporto nel quale parla di “eccessive rigidità imposte da Inps, in contrasto con le intenzioni del legislatore e in alcuni casi addirittura contro legge”. Pur non avendo ancora dati precisi il patronato Inca parla di numeri non irrisori e elenca alcune segnalazioni di domande respinte:
- requisito di riconoscimento dello stato di disoccupazione: chi ha lavorato anche 1 giorno con voucher dopo un periodo di disoccupazione, o con retribuzione inferiore per mantenere lo stato di disoccupazione, potrebbe perdere all’accesso all’Ape social;
- lavoratori o lavoratrici licenziati senza ammortizzatori sociali per mancanza di requisiti o per non aver presentato la domanda entro il termine;
- lavoratori con contributi esteri.

Nel nostro piccolo, che sarebbe andata in questo modo, l’avevamo scritto in tempo reale, esattamente un anno fa (L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno). Eravamo preveggenti? No, semplicemente ci siamo messi a leggere il testo della norma, abbiamo fatto due conti e abbiamo pubblicato il risultato.

L’unico punto che non potevano calcolare allora era il futuro impatto negativo, sui pensionandi, del voucher. Ma del resto un anno fa ancora nn se l’erano inventato…

Quel che dovrebbe fare qualsiasi giornalista medio quadratico, se ce fossero ancora. Ma è pretendere troppo da “porgitori di microfono” davanti a un ministro o portavoce.

Qui di seguito il “vecchio” articolo, illustrato con alcune delle fake news diffuse allora dal governo e dai suoi innumerevoli lecchini.

*****

L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno

Renzi è un contafrottole e questo lo sanno tutti. Anche Berlusconi lo è e soprattutto lo era, tanto che molti lo indicicano come il suo “padrino”. Ma c’è qualcosa di radicalmente perverso nella menzogna seriale renziana: l’assenza di qualsiasi limite.

Vediamo un esempio, che è come sempre anche una dimostrazione di lecchinaggio insopportabile del giornalismo mainstream. Titola per esempio Repubblica (dando le indiscrezioni che escono dalla riunione tra il governo e i sindacati): Pensioni, Ape esteso a edili e maestre, con 35 anni di contributi.

Un lettore disattento capisce che c’è stata una “estensione” a categorie per cui – nelle balle raccontate fin qui – non era prevista la versione “social”, ovverossia “gratuita” (un governo italiano che chiama tutto con parole inglesi, già a monte, sta cercando di raggirare il prossimo).

Incuriosito, si mette a leggere l’articolo per capire quanti benefici sta regalando questo povero governo a quei disgraziati di lavoratori che si sono ritrovati a dover andare in pensione solo dopo aver compiuto 66 anni e 7 mesi, ma che ora Renzi invita a lasciare il lavoro “in anticipo” rispetto alla legge Fornero ma pur sempre qualche anno dopo di quanto aveva previsto fino a qualche anno fa.

“Per accedere all’Ape agevolata bisognerà avere almeno 30 anni di contributi se disoccupati e 35 se si è lavoratori attivi. Lo ha riferito il segretario confederale della Uil Domenico Proietti al termine dell’incontro governo-sindacati a Palazzo Chigi iniziato alle 8 di stamattina”. “Inoltre per poter accedere al “Ape social”, ovvero l’anticipo pensionistico senza penalizzazione, il tetto fissato dal governo nella legge di Bilancio è di 1.350 euro lordi”. “Il governo inserirà nella platea dell’Ape agevolata, oltre ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, anche alcune categorie di attività faticose come le maestre, gli operai edili e alcune categorie di infermieri. Inoltre saranno inclusi anche i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti. Il governo quindi, aggiungerà ulteriori categorie oltre quelle previste già dalla normativa sui lavori usuranti”.

Tutto chiaro? Non molto, ammettiamolo. L’elenco delle categorie “usurate” è indubbiamente più lungo, ma il requisito fondamentale è un altro: 1.350 euro mensili lordi di retribuzione con 30 anni di contributi.

Parliamo di salario netto, che ci si capisce meglio: 1.350 euro lordi significa all’incirca 1.000 euro netti. Ora dire voi qual’è quel lavoratore ultrasessantenne (intorno ai 63, diciamo, o di più) che, dopo aver lavorato per alemno 30 anni con i contratti “favolosi” in vigore prima del pacchetto Treu, la legge 30 e il Jobs Act, prende soltanto 1.000 euro netti mensili. 73413601 – golden parachute financial compensation in the business

Nella scuola sicuramente nessuno, visto che il salario d’ingresso è già più alto, figuriamoci quello dopo 30 anni. Nell’edilizia magari siamo vicini a quel livello salariale, ma è anche un mestiere dove i “buchi contributivi” (ovvero periodi di non lavoro o di lavoro nero) sono così numerosi ed estesi che difficilmente si raggiungono i 30 anni di anzianità. Ma se si ha la fortuna di averli superati, si ha anche un salario più alto... Stesso discorso per macchinisti, infermieri, autisti, ecc.

Risultato: nessun lavoratore potrà accedere all’Ape “social”. E’ come se il governo avesse stabilito che questa opportunità potesse essere concessa soltanto ai sessantenni che fanno i 100 metri il 10 secondi netti...

Un giornalista normale dovrebbe sempre chiedersi se quel che sente da un governante può essere vero o no. Magari non glielo dice in faccia, ma nel corso della scrittura dell’articolo sì.

Un giornalista vero, appunto. Ma è come chiedere che per diventare giornalisti in Italia bisogna saper fare i 100 metri in 10 secondi netti...

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09/10/2017

Caso Battisti. Temer, il governo PD e Luigi Di Maio

Negli ultimi tre mesi, il governo brasiliano, presieduto dal golpista Michel Temer, ha chiesto a tutti i suoi amici, soprattutto quelli della stampa, di aumentare la pressione sull’ex presidente Lula, per tentare di abbassare gli indici di preferenza del leader del PT, poiché tutti gli istituti di statistica lo danno per vincitore nelle prossime elezioni del 2018. Una previsione che fa naufragare il sogno di Temer circa una tranquilla rielezione.

Per questo motivo il “pool” dei magistrati federali guidati dal giudice di Curitiba, Sergio Moro, hanno nuovamente iniziato a spulciare la vita dell’ex-presidente, per trovare un nuovo elemento con cui poterlo finalmente accusare di corruzione e quindi escluderlo dalle liste elettorali del PT (Partito dei Lavoratori). Fu, quindi, in quest’ambito, che nelle sale del Ministero della Giustizia brasiliana fu sollevata l’idea di tentare di riaprire il Caso Battisti, per alimentare la campagna denigratoria mediatica nei confronti di Lula, attaccando soprattutto la sua reputazione, più volte presentato dall’onnipotente TV Globo come il capo della corruzione politica ed anche il protettore dell’ex-terrorista italiano, Cesare Battisti.

Infatti, il 30 dicembre 2010, il Presidente Lula, in ottemperanza alle norme della giurisprudenza brasiliana, rigettava la richiesta di estradizione del governo italiano, firmando la concessione dell’asilo politico e il relativo visto di permanenza, che il ministro della Giustizia, Tarso Genro aveva in precedenza proposto.

Questa decisione divenne uno dei principali cavalli di battaglia dei media brasiliani, che si avvalsero della durissima posizione espressa dal governo italiano presieduto da Silvio Berlusconi, e che in seguito fu mantenuta e ampliata dai governi di centro-sinistra formati dal PD, soprattutto quando, nel 2015, nelle aule giudiziarie della Cassazione scoppiò il caso “Henrique Pizzolato”.

Pochi ricordano, ma questo ex-sindacalista italo-brasiliano, divenuto in seguito direttore del marketing del Banco do Brasil, in realtà fu una delle tante vittime dei giudici federali che con l’inchiesta “Mensalao” riuscirono a smontare tutta la struttura dirigenziale del PT. Per questo motivo, il Pizzolato si rifugiò in Italia. Purtroppo, nel 2014, dopo che la Corte di Appello di Bologna aveva riconosciuto i suoi diritti, il “caso Pizzolato” divenne la pedina di un complesso gioco diplomatico.

Infatti, le “antenne” del governo PD di Matteo Renzi, a Brasilia e Sao Paulo, subito dopo l’annullamento della sentenza della Corte di Appello di Bologna da parte della Corte di Cassazione, dichiararono che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, avrebbe concesso l’estradizione di Henrique Pizzolato, poiché in questo modo, il governo italiano stava creando le prospettive politiche per ripresentare la richiesta di estradizione per Cesare Battisti. Da tener presente che l’ipotesi di uno scambio fu lanciata nel momento di maggior crisi politica del governo brasiliano di Dilma Rousseff, e nel momento in cui il presidente della Camera dei deputati brasiliani, Eduardo Cunha, ratificava la richiesta di Impeachment nei confronti della presidentessa Dilma.

Quindi, con la decisione del ministro Andrea Orlando di concedere l’estradizione di Henrique Pizzolato e in seguito con la realizzazione del golpe istituzionale nei confronti di Dilma Roussef, il “Caso Battisti”, divenne un argomento importante per il nuovo governo brasiliano.

I sogni del presidente Michel Temer

Le “antenne” del governo italiano in Brasile, vale a dire i diplomatici, gli esecutivi delle multinazionali tricolori e logicamente gli uomini dei servizi segreti, fin dal primo momento in cui Michel Temer divenne illegalmente presidente del Brasile, esercitarono una continua pressione su tutti i membri del suo governo, ricordandogli il “favore” fatto con l’estradizione di Henrique Pizzolato.

Una pressione che toccò i punti nevralgici del governo di Michel Temer, quando l’ex-presidente, Inàzio Lula da Silva, dopo aver brillantemente superato l’interrogatorio del giudice Sergio Moro, diventò il candidato ideale dell’opposizione, con un altissimo appoggio popolare. Per questo, per il presidente golpista Michel Temer, riaprire il “Caso Battisti” in termini politici significava riconquistare uno spazio nei media, dando una prova di autorità, oltre dimostrare di voler smontare non solo le riforme economiche sociali del governo Lula, ma anche la sua legittimità giuridica. Nello stesso tempo con il “Caso Battisti” il governo Temer, grazie soprattutto all’Italia, sperava di far dimenticare l’illegalità commessa con l’Impeachment e mascherare la sua natura golpista al servizio di Washington, presentandosi come un legittimo difensore del diritto!

Quindi, nella presidenza cominciarono a essere convocati autorevoli giuristi, mentre la Polizia Federale e l’ABIN (servizio segreto) ricevettero l’ordine di rafforzare i controlli su Cesare Battisti. Vale a dire, pedinamenti, registrazioni telefoniche, controllo della corrispondenza elettronica e gli immancabili tentativi d’infiltrazione. Operazioni di (pseudo) intelligenza – alcune delle quali realizzate in modo maldestro e in collaborazione con le “antenne” tricolori – che richiamarono l’attenzione di Cesare Battisti, che comunicò ai suoi avvocati quello che stava succedendo.

Le “proposte” del governo italiano

Per soppiantare interamente la decisione del 30 dicembre del 2010 dell’ex-presidente Lula, e quindi attualizzare il procedimento di estradizione nei confronti di Cesare Battisti, era necessario che lo stesso fosse arrestato per reati di terrorismo o per traffico di stupefacenti. E’ chiaro che era impossibile ricreare le condizioni per attribuire a Battisti un reato di terrorismo. Però, una volta arrestato diventava possibile affermare che “,,,negli effetti personali di Cesare Battisti era stato trovato un barattolo con una polvere bianca, che gli inquirenti stanno analizzando...!”

Infatti, questo è stato il sottotitolo che alcuni giornali e televisioni (brasiliane e italiane) hanno subito pubblicato, dopo che Cesare Battisti fu arrestato dalla polizia Federale Brasiliana poco prima di attraversare la frontiera con la Bolivia il giorno 4 ottobre. Articoli che avevano l’obiettivo di creare nell’opinione pubblica l’immagine negativa dell’ex terrorista diventato trafficante. Cioè i media, “immediatamente” hanno inventato uno scenario in cui Battisti diventa un autentico criminale che il Brasile può estradare in qualsiasi momento proprio per il fatto di essere stato arrestato in flagrante con la cocaina. Molti giornali hanno poi informato che la Polizia Federale avrebbe estradato Cesare Battisti per l’Italia direttamente dall’aeroporto di Corumba!

Sembra una strana casualità ma il comando del CAOP (gruppo operativo aereo della Polizia Federale) aveva ricevuto l’ordine di inviare nell’aeroporto di Corumba uno dei due velivoli Embraer ERJ-145LR, che normalmente stazionano a Brasilia!

A questo punto si pongono tre domande: Com’è possibile che in alcune redazioni di giornali italiani e brasiliani siano stati scritti articoli che affermano che Cesare Battisti era in possesso di droga e ingenti valori da riciclare in Bolivia? Perché alcuni giornalisti hanno avuto accesso a questo eventuale scenario “Top Secret” dei servizi segreti italiani e della Polizia Federale brasiliana?

Considerato che Cesare Battisti viaggiava in compagnia di un avvocato e di un altro testimone, al momento del suo arresto, forse è venuta meno l’opportunità di denunciare il ritrovamento di uno zainetto con il solito chilo di cocaina?

Perché i giornali o le televisioni, italiane e brasiliane, che avevano presentato Battisti nelle vesti del trafficante, subito dopo la sua liberazione, hanno cominciato a dire che, in realtà esisterebbe un accordo tra i due governi per realizzare l’estradizione. Infatti, se il governo italiano garantisse che la condanna all’ergastolo inflitta a Cesare Battisti verrebbe riformulata con una pena di 30 anni (non si sa da chi e come), immediatamente il governo brasiliano autorizzerà l’estradizione!

Luigi Di Maio, opportunista dell’ultima ora o “progressista bifronte”?

Il 6 ottobre, cioè 48 ore dopo l’arresto di Battisti, l’ANSA pubblicava la seguente notizia “Insiste sulla necessità che Battisti “sconti assolutamente la pena per quello che ha fatto” anche il vicepresidente della Camera e candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio”. Una dichiarazione che con un forte e netto “assolutamente”, permette a Luigi Di Maio di inquadrarsi perfettamente al lato degli uomini del potere. Cioè, è un modo per dimostrare alle eccellenze del mercato – cioè quelle che rappresentano il potere – che sulle grandi questioni lui, il candidato premier del Movimento 5 Stelle, è come Gentiloni.

Questo “assolutamente”, ricorda quello che Di Maio disse sulla NATO e sulla continuità di questa dipendenza dell’Italia, quando l’M5S andrà al potere. Infatti, Di Maio fu intervistato subito dopo che un “disastrato” pentastellato aveva prospettato possibili rotture tra l’Italia e la NATO. E anche in questo caso Di Maio mostrò l’altra faccia. Quella che fa profonde critiche a personaggi del sistema, anche se poi non contesta mai l’essenza del sistema. Forse è per questo che Di Maio è il principale difensore di Virginia Raggi, che con il suo progressismo bifronte, subito dopo essere eletta ha decretato la fine o quasi di tutti quei centri sociali storici che esercitando differenti attività erano diventati importanti centri di aggregazione popolare.

A questo punto mi chiedo cosa dirà il futuro premier penta stellato Luigi di Maio quando Inàzio Lula da Silva sarà rieletto: userà nuovamente l’“assolutamente”, o, come vorranno le eccellenze del mercato, riconoscerà che il Brasile è uno stato sovrano con leggi e nome giuridiche proprie?

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28/09/2017

Banche, Pierferdinando è per sempre

La notizia della nomina di Pierferdinando Casini a presidente della Commissione bilaterale di inchiesta sulla crisi bancaria rappresenta senza dubbio una certezza. Quella per cui tutto ciò che davvero è accaduto, qualsiasi cosa sia successa nella crisi bancaria italiana, non sarà mai di dominio pubblico. Questa è la certezza. Sia perché Casini è, da decenni, al centro di tutte le nomine bancarie che contano sia perché, da azionista di una banca e da parente diretto dell’ex vicepresidente di MPS, è parte in causa, non certo soggetto al di sopra di qualsiasi interesse. Questo fatto mostra che i governi Renzi-Gentiloni si sono trovati a gestire la crisi bancaria con il diretto protagonismo dei portatori di interesse. Il ministro Boschi e la presidenza di Casini sono, appunto, i casi più noti di questo fenomeno al grande pubblico. In caso di crisi, ai governi Renzi-Gentiloni, non è quindi mancato l’intervento diretto di coloro che erano pienamente interessanti.

Per fare una presidenza di commissione del genere, un caso di binario morto inaugurato come tale senza nemmeno la finzione di farlo apparire funzionante, ci vogliono almeno due condizioni. La prima è, come si dice, a livello di governance; la seconda è legata a quanto accade sui mercati. A dire la verità ci sarebbe anche la terza, che è quella su cui l’attenzione si produce in modo naturale, ovvero l’assoluta mancanza di faccia di un ceto politico che non si prende nemmeno il disturbo di usare qualche prestanome per mandare le inchieste nel binario morto. Ma, in questo caso, la nomina di Casini si spiega da sola quindi possiamo andare oltre.

Allora a livello di governance, cioè di decisioni delle commissioni Ue, da tempo si era aperta la strada alla soluzione, sul tema banche, preferita dal governo italiano. Stiamo parlando di quello che tecnicamente si chiama bailout: in poche parole lo stato si indebita, in questo caso di una ventina di miliardi, per pagare le falle più vistose del sistema bancario. E’ evidente che, se lo stato italiano ha ottenuto la possibilità di finanziare il proprio buco bancario (ricordiamo: fatto da privati, senza toccare le megaliquidazioni dei grandi manager bancari) il passato ricopre meno interesse. La soluzione trovata è sostanzialmente indolore (salvo per i bilanci pubblici dove questi fondi sono sottratti a sanità, sociale, etc.), le commissioni di inchiesta sono quindi politicamente depotenziate. Non c’è necessità di cercare colpevoli e la nomina di Casini santifica proprio questo stato  di cose. Allo stesso tempo, se guardiamo la stampa specializzata, come Business Week di Bloomberg, si nota come il flusso di smaltimento dei crediti inesigibili italiani stia calando. Tutto questo, nota Bloomberg, ha fatto dell’Italia, nell’ultimo anno, il mercato più attivo dei servizi finanziari per lo smaltimento del debito bancario. A ennesima dimostrazione che, una volta che i bilanci pubblici pagano le crisi, nei mercati finanziari i fallimenti sono anche un’ottima occasione d’affari.

Se la governance europea ha allentato la presa sulle banche italiane, se i bilanci pubblici pagano il conto, e se il mercato smaltisce i debiti, Pierferdinando Casini può prendere benissimo il ruolo di gran cerimoniere dello smaltimento delle responsabilità. Restano i 20 miliardi a carico dei contribuenti, altrimenti destinabili a un corpo sociale che ne avrebbe un gran bisogno, e le grida di chi si sente truffato. Resta poi il fatto che, in materia di distruzione di ricchezza, si è lavorato molto in questi anni. Prendendo i bilanci consolidati delle prime 14 banche italiane (escludendo BNP-BNL e Credit Agricole che comunque hanno operato in Italia) si osserva che dal 2011 al 2016 le banche del nostro paese hanno di fatto cancellato 134 miliardi di crediti verso la clientela, all’incirca 75% su imprese e 25% su privati. Questo è soprattutto un indicatore della ricchezza distrutta in un lustro di crisi. Quella, se andiamo a vedere le cronache di questi anni, negata, minimizzata e vista sempre come prossima alla fine.

Ma cosa ci riserva il futuro? Per ora, oltre alle cerimonie assolutorie officiate da Casini, rimane una difficoltà generalizzata di accesso al credito per piccole imprese, famiglie e singole persone. Per il ceto medio-basso, insomma. Poi vedremo se i mercati finanziari saranno tranquilli o quanto la rivoluzione tecnologica del banking lascerà del piccolo mondo difeso da Pierferdinando Casini. Perché le tecnologie del banking degli anni ’20, genere detto Fintech, crescono e si sviluppano. Il loro scopo è quello di far saltare il ruolo, guadagnandoci, di banche che rappresentano il mondo difeso da Pierferdinando Casini. Ma per ora questo mondo può festeggiare. Pieferdinando è per sempre. O almeno cosi’ pare.

Redazione, 28 settembre 2018

31/08/2017

Incendi. I danni della riforma Madia e il gioco delle tre carte

Appena insediato sul trono del Dipartimento di Protezione civile, Angelo Borrelli, laureato in Economia e Commercio, revisore contabile e dottore commercialista, sigla un accordo con il generalissimo Tullio Del Sette mentre i vertici del Dipartimento dei Vigili del fuoco, del soccorso tecnico e della difesa civile sicuramente giocavano con il loro nuovo aquilone.

“Gli ex Forestali torneranno in campo”, ecco l’affermazione del generalissimo che di fatto smentisce quanto contenuto nella riforma Madia, cioè la soppressione del Corpo Forestale e l’assorbimento del grosso tra le fila dell’Arma. Ormai è un dato di fatto: gli incendi verranno arrestati. E se anche esiste un legge, la n°225/92, ai vigili del fuoco spettano le briciole.

È il Morrone che imperterrito brucia da 12 giorni 12 a far dire al procuratore di Sulmona, Giuseppe Bellelli, che è tutto colpa dell’impoverimento dell’azione di protezione civile causato da una riforma che ha tolto dal campo i maggiori esperti della montagna, dei sentieri e delle tecniche di spegnimento in quota. Povera ministra Madia sono tutti contro di lei.

Per fortuna a salvare la Marianna nazionale rimane il protocollo firmato il 9 aprile del 2014 che, con il bacetto in fronte di tutti i sindacati di categoria ad esclusione della sola USB, imbriglia il corpo nazionale dei vigili del fuoco e ci fa diventare il fanalino di coda del soccorso. Con grande merito del nostro sottosegretario di stato, Giampiero Bocci, che malgrado terremoti, incendi e catastrofi di ogni genere si nasconde dietro un silenzio assordante. Per lui il corpo nazionale è solo Umbria.

E mentre i protocolli si firmano arriva il grido di incomprensione degli ex forestali transitati nei vigili del fuoco i quali si ritrovano ad essere dimenticati da tutto e tutti.

Un paio di evidenze, tra le tante: a inizio giugno, l’allora capo della Protezione civile nazionale Fabrizio Curcio denunciava che alcune Regioni – l’Abruzzo oltre a Basilicata, Molise, Marche e Umbria – avevano dichiarato di non avere a disposizione alcun mezzo aereo per intervenire in caso d’incendi boschivi impegnativi. E il governatore Luciano D’Alfonso dichiarava però che non era affatto vero che la Regione non si era attivata per prevenire gli incendi e spiegava che “fin dai primi giorni di maggio” era stato istituito un “tavolo tecnico con i Vigili del Fuoco; nei prossimi giorni sarà firmata la convenzione definitiva, così da garantire il servizio a partire dal 1° di luglio”. Evidentemente qualcosa non ha funzionato.

La verità: la regione Abruzzo è in forte ritardo nel varare il piano antincendio boschivo (L. 353/2000) di tutte le sue aree protette. E il Morrone checchè ne dicano brucia ed ad appiccare i focolai è proprio la riforma Madia che si è rivelata una vera e propria sciagura, in particolare per la decisione di sopprimere il Corpo Forestale dello Stato in nome di una semplificazione che, tuttavia, come già accaduto con le Province, non ha tenuto in alcun conto le prevedibili complicazioni che si sarebbero verificate. Oppure era tutto preventivato?

Le teorie complottiste, a noi di USB, non piacciono ma è pur vero che i fatti parlano da sé. Vesuvio docet.

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01/06/2017

Alternanza Scuola-Lavoro. Una “inutilità” che a qualcuno torna comoda

Intervista a Daniele, uno studente romano già alla sua terza “attività” di scuola-lavoro. Si parte bene affiancando le lezioni in una scuola materna, poi c’è il passaggio della “motivazione sociale” alla mensa della Caritas. Infine arriva il vero e proprio lavoro di supporto manuale ad un evento fieristico. E’ una gradualità che arriva dove vuole e deve arrivare, facendo tutti gli step ideologici e motivazionali necessari a legittimare l’idea del lavoro gratuito. Uno studente di quarta superiore ci racconta la sua esperienza, i suoi lati positivi e soprattutto quelli negativi, quelli che ti fanno dire che questa cosa non solo è inutile, anzi dannosa, ma che alla fine torna comoda a chi guarda al “capitale umano” solo come risorsa di risparmio e non di investimento sul futuro.

Quale anno di scuola superiore stai frequentando?

Frequento il quarto anno di un liceo delle scienze umane e, fin dall’inizio dello scorso anno, ho iniziato le attività previste di alternanza scuola-lavoro per il raggiungimento del totale di 200 ore obbligatorie per l’ammissione all’esame di maturità.

Quindi quante ore di alternanza scuola-lavoro devi fare?

Essendo una novità sia per i professori che per noi, è stato complesso inserire le ore di alternanza all’interno dell’orario scolastico, con conseguenti problematiche inerenti la didattica ed il completamento del programma, il quale ha richiesto uno sforzo finale per esser completato.

Da quanto tempo avete iniziato a “lavorare”?

Nonostante io reputi l’alternanza scuola-lavoro qualcosa di inutile per la didattica odierna, le prime attività proposte sono state molto interessanti e, perché no, divertenti: ci è stato infatti proposto di presenziare e partecipare a delle lezioni ordinarie di una scuola elementare/materna per qualche giorno.

Che ripercussioni ci sono secondo te sulla attività dedicata allo studio?

La situazione è andata peggiorando durante il quarto liceo, quando siamo stati assorbiti all’interno del progetto di volontariato del centro Caritas di Colle Oppio.

Cosa ti fanno fare?

Per quanto l’osservare le condizioni disagiate di queste persone possa essere utile a livello etico ed individuale, si tratta comunque di qualcosa che io faccio involontariamente, obbligato e, di conseguenza, malvolentieri. Riempire brocche d’acqua, pulire tavoli e servire sale e peperoncino non è qualificante come vogliono farci credere. Non c’è assolutamente nessun apprendimento in tali attività, se non quello di esser abituati a pulire per terra gratuitamente. Ma, ovviamente, non c’è limite al peggio.

Dove stai facendo attualmente alternanza scuola-lavoro?

L’ultima attività di alternanza scuola-lavoro ha visto il nostro impiego come membri dello Staff del Festival del Verde e del Paesaggio, all’Auditorium.

Che giudizio ti sei fatto di questa esperienza? E’ utile, è una stupidaggine, è negativa?

Superficialmente sembrerebbe qualcosa di interessante, quando in realtà si è rivelato essere un triste sfruttamento della classe come tuttofare: dal trasportare carrelli all’accogliere le persone, ovviamente tutto sotto il cocente sole per un massimo di 9 ore al giorno. Questo è qualificante? E’ utile? No, ma fa comodo. E mentre noi perdiamo ore e ci affatichiamo per nulla, c’è gente che grazie alle nostre braccia ed alle nostre teste risparmia e guadagna soldi.

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31/05/2017

Alternanza scuola lavoro, sfruttamento senza limiti

Il resoconto che vi sottoponiamo non è opera nostra, né di gruppi di studenti in rapporto con questo giornale. Anzi, è prodotto dall’associazione studentesca Uds, che aveva un legame solidissimo – un tempo – con quel partito una volta di sinistra che si è chiamato nel tempo Pci, “cosa”, Pds, Ds e infine Pd. Gente vicina alla logica della “sinistra di governo”, attirata dal neoliberismo e dalla governabilità come le vespe dal miele...

Proprio per questo, non paradossalmente, questo primo report sull’esperienza concreta dell’“alternanza scuola-lavoro”, risulta una fotografia impietosa di un massacro sociale che sta muovendo ora solo i primi passi. Dequalificare la scuola, svuotarla fino a farne uno scatolone di “corsi di formazione”, strapazzare gli studenti non più con le terribili “nozioni” ma con più infernali messe al lavoro gratuito, abituare le nuove generazioni all’obbedienza assoluta senza pretendere niente...

Tutto questo lo prevedevamo, leggendo gli articoli della riforma chiamata – per supremo sfregio – “buona scuola”. Ora è tutto fotografato, ex post, resocontato proprio da quegli studenti che – forse – avevano pensato che valeva la pena di provare.

Un quadretto breve, sintetico, senza fronzoli, dunque ancora più sconvolgente, pubblicato su http://www.orizzontescuola.it.

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Alternanza scuola lavoro, UDS: il 40% degli studenti ha pagato le aziende e il 57% non ha messo in pratica i propri studi

L’Unione degli Studenti ha realizzato un’inchiesta sulla prima esperienza di alternanza scuola lavoro, che ha coinvolto 15.000 studenti delle scuole superiori: il 40% degli studenti che ha risposto al questionario sostiene di avere pagato per fare un’esperienza in azienda.

Risulta, inoltre, che il 57% degli studenti ha frequentato percorsi non inerenti al proprio percorso di studi: ad esempio nei licei gli studenti hanno fatto solo fotocopie nei comuni o hanno catalogato libri nelle biblioteche.

Nelle scuole tecniche e professionali, gli studenti sono stati mandati in aziende che inquinano i territori o che hanno un gran numero di lavoratori precari.

Gli studenti dell’Uds chiedono l’adozione di uno “Statuto delle studentesse e degli studenti in alternanza scuola-lavoro” per garantire la gratuità dei percorsi e l’inerenza al proprio percorso di studi, l’istituzione delle Commissioni Paritetiche, per organizzare insieme ai docenti le esperienze di alternanza scuola-lavoro e chiedono di vincolare le aziende al rispetto del Codice Etico dichiarando l’estraneità ad infiltrazione mafiosa, inquinamento del territorio e sfruttamento dei lavoratori.

Intanto l’UDS continua la campagna anche in estate con gli sportelli “Sos- alternanza estiva”.

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15/03/2017

Direttori dei giornali? Liberisti col culo degli altri

Come si fa informazione in Italia? Malissimo non c’è che dire... Non per caso siamo precipitati al 77° posto nella classifica mondiale in tema di libertà di stampa.

Di chi è la colpa? Fondamentalmente degli editori, veri e propri padri padroni che quasi sempre hanno interessi prioritari in altri comparti produttivi e usano i giornali come manganello personale o di piccolo gruppo (La Stampa-Fiat, Corriere-“ex salotti buoni milanesi”, Il Messaggero-Caltagirone, ecc.), per sostenere campagne favorevoli ai propri interessi o per contrastare gli interessi altrui.

E’ colpa anche dei giornalisti, ovviamente, che si piegano più che volentieri a certi interessi. Quelli famosi (non tutti, sappiamo distinguere molto bene) in cambio di contratti favolosi, pieni di benefit (cellulare, portatile, auto nuova ogni anno o due, pasti nei migliori ristoranti, ecc.) che da soli pesano molto più di uno stipendio appetibile; quelli alle prime armi per manifesta inferiorità contrattuale, con meno di un voucher “a pezzo”, incollati alla speranza – quasi sempre vana – di un contratto vero.

Altrettanto ovviamente è colpa dei direttori, snodo fondamentale tra interessi padronali e linea editoriale. Qui gli stipendi sono quasi dei segreti di stato. Sono cose fin troppo ovvie, in un paese dove la corruzione più diffusa è quella deontologica; a qualsiasi livello.

Stupisce semmai la protervia con cui direttori e giornalisti si lanciano contro i vari “furbetti” (del cartellino, dello scontrino, del certificato medico, ecc.), i cui comportamenti sono solo l’altra faccia dei propri. A livello molto più misero, stipendialmente parlando...

Sì, va bene, si dice e si sospetta... Ma avete qualche prova? Stavolta sì. Le ha pubblicate Business Insider, quotidiano di informazione economica collegato con il gruppo Repubblica-l’Espresso. Una scrittura privata con cui l’ormai ex direttore de IlSole24Ore, Roberto Napoletano, si garantiva una buonuscita extra nel caso di licenziamento senza giusta causa da parte dell’editore.

Vabbeh, direte ancora, che c’è di strano? Si è “parato il culo”, come si dice a Roma.

Il problema, tutto etico e anche deontologico, è che l’editore del Sole si chiama Confindustria, associazione delle imprese italiane. Quella che più di ogni altro – insieme alla Bce e all’Unione Europea – ha premuto per venti anni affinché fosse abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ossia quello che proteggeva un tempo i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa (ovvero dall’arbitrio padronale).

Pretesa finalmente soddisfatta dal governo guidato da Matteo Renzi, cui IlSole24Ore guidato da Roberto Napoletano ha indicato per mesi la linea da seguire, ironizzando sulle “tutele preistoriche” del lavoro, sul “feticcio dell’art. 18”, sul “dualismo ingiusto del mercato del lavoro” (c’era chi non lo aveva, perché dipendente da imprese con meno di 15 dipendenti), sui “privilegiati” che ne erano protetti, intervistando sull’argomento – un giorno sì e l’altro pure – tutti i più fanatici abolizionisti del “preistorico” articolo (risaliva al 1970, mica agli antichi romani), da Pietro Ichino a Tito Boeri.

Una campagna battente, continua, forsennata. Chi la dirigeva – Napoletano – si era però voluto mettere sontuosamente al riparo dalle conseguenze del suo stesso successo. Con una mossa di cui lasciamo volentieri la sintesi a Francesca Fornario:
Il direttore del Sole 24 Ore (indagato per magheggi finanziari) aveva firmato una scrittura privata che gli garantiva di dirigere il quotidiano di Confidustria – schierato a favore della cancellazione dell'Articolo 18 voluta da Renzi – con la garanzia che, in caso di licenziamento senza giusta causa, a lui avrebbero sborsato 3 anni di stipendio,ovvero 2 milioni e 250mila euro, in aggiunta all’indennità sostitutiva del preavviso e al Tfr. Liberisti col culo degli altri.
Non ci sembra si possa aggiungere niente altro. Altrimenti, come recita D’Alema in un frame riproposto da Blob, si finisce per auspicare “un gesto impolitico” contro degli autentici leccaculo privilegiati...

p.s. Qui di seguito il testo della scrittura privata:




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12/03/2017

“Uno sciopero per salvare la scuola pubblica”

Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Il nuovo spazio informativo dedicato alla scuola, allo sciopero della scuola previsto per il 17 marzo, esattamente tra una settimana. Abbiamo al telefono Luigi Del Prete, Unione Sindacale di Base Scuola. Ciao Luigi, buon pomeriggio.

Salve, salve a tutti.

Grazie della tua disponibilità innanzitutto. Fra una settimana sciopero della scuola con una piattaforma chiara: contro la legge 107 e le deleghe scuola, per la difesa della scuola pubblica contro il blocco della contrattazione, contro i tagli al sostegno, per gli aumenti salariali, per la stabilizzazione dei docenti e Ata. La condizione della scuola pubblica italiana è grave, si parte un po’ da questa considerazione per sviluppare un piccolo ragionamento...

Sì, assolutamente. La situazione non è sicuramente migliorata rispetto al 4 dicembre. Dal mese di gennaio, ha vissuto l’immediata approvazione delle deleghe previste dalla legge 107, che si configurano come una vera e propria riforma della scuola che include e colpisce alcuni degli aspetti più importanti nella scuola pubblica: inclusione, riforma dei professionali, esami di stato con la posizione degli Invalsi, dell’alternanza scuola-lavoro, il prossimo esame di stato. Abbiamo una riforma che riguarda il nuovo reclutamento, dove i docenti saranno costretti a sostenere un nuovo concorso; ma non per accedere al ruolo, ma per accedere ad un periodo aziendale di formazione… Quindi siamo in una situazione in cui la scuola continua ad essere duramente colpita e quindi si necessita di una risposta immediata per impedire che le deleghe passino in Parlamento.

Immaginiamo che sia uno sciopero che coinvolgerà tantissimi lavoratori della scuola. Che tipo di risposte vi aspettate da parte del governo?

Noi crediamo che il governo ci debba ascoltare assolutamente. Sarà uno sciopero che vedrà la partecipazione di tantissimi colleghi. Crediamo che l’ascolto sia necessario. Sia necessario perché qui non stiamo trattando argomenti secondari della scuola pubblica statale, ma stiamo riproponendo una radicale riforma della scuola rispetto alla quale, ancora una volta, il governo rifiuta qualsiasi contatto, dialogo, confronto con tutte quelle realtà che vivono quotidianamente la scuola: con gli studenti, non c’è nessun confronto, per esempio, sugli esami di stato, sulla questione dell’introduzione degli invalsi e dell’alternanza scuola-lavoro per i prossimi esami di maturità; non c’è nessun confronto, per esempio, per quanto riguarda la delega sul sostegno con le famiglie degli alunni diversamente abili e con gli insegnanti di sostegno. Non c‘è nessun confronto con tutte quelle realtà… per esempio i colleghi che vivono gli istituti professionali, che sono già un ramo della scuola pubblica statale in crisi e che rischia di trasformarsi in una vera e propria scuola di avviamento al lavoro. Quindi noi crediamo che l’ascolto sia necessario, perché è la condizione per una partecipazione collettiva al mondo della scuola. Continuare a produrre riforme senza dialogo rischia solamente di trasformare definitivamente la scuola in quella dimensione aziendale che è già divenuta con la legge 107.

Diciamo che il referendum e le dimissioni di Renzi avevano, in qualche modo, interrotto un progetto di definitiva devastazione di concetto di scuola pubblica in questo paese. Questo nuovo governo sembra si stia lentamente rimettendo su quel tipo di percorso. La visione che questa maggioranza di governo ha della scuola è quella del decreto “buona-scuola”, non si esce da questo tipo di visione. Questa è una realtà con cui bisogna fare i conti di qui al futuro, oppure ritieni che ci sia possibilità di interlocuzione o, magari, cambiando la maggioranza di governo potrebbe esserci più spazio per visioni diverse? Penso, ad esempio, al Movimento 5 Stelle?

Io credo che questo governo si muova in assoluta continuità con le iniziative che hanno preceduto il 4 dicembre; e che il duro colpo del 4 dicembre non sia servito come lezione. Parliamo per esempio della delega alla legge 107, quindi in piena continuità con la legge 107. Noi abbiamo capito benissimo che, probabilmente, con questo governo, non c’è nessuna possibilità di dialogo e che qui, invece, va messa in campo invece una reazione forte della scuola nei confronti di questo governo. Perché con il ministro Fedeli non è cambiato assolutamente nulla. Forse quelli che fanno finta di non capirlo sono i sindacati classici, Cgil-Cisl-Uil, che appena un mese dopo la vittoria del 4 dicembre, vittoria in cui l’Usb ha svolto un ruolo fondamentale e in cui invece Cgil-Cisl-Uil non hanno fatto nulla; questi sindacati si sino riposizionati al tavolo delle trattative firmando, ad esempio, una nuova mobilità, 2017-2018, che rappresenta, diciamo, l’ingresso della legge 107 all’interno delle scuole per quanto riguarda la chiamata diretta e l’organico. Quindi noi abbiamo le idee chiare su come procede questo governo e la piena continuità con le iniziative legislative che hanno caratterizzato il governo Renzi, nella prima parte che ha preceduto il referendum del 4 dicembre. C’è qualche sindacato invece che o fa finta di non capire o, molto semplicemente, cerca di acquisire un minimo di concertazione ma sempre alle spalle dei lavoratori, naturalmente...

Per il momento grazie, buon proseguimento di giornata.

Arrivederci a tutti.

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02/03/2017

Il nostro mondo visto con la lente dei servizi segreti

La relazione annuale che i servizi di sicurezza hanno consegnato al Parlamento analizzando il quadro delle “minacce” nel 2016, per molti aspetti appare quest’anno piuttosto “imperscrutabile” e strumentale per fini propri.

Analizzata nel suo complesso, appare largamente elaborata durante il governo Renzi, rimasto in carica fino al 5 dicembre dello scorso anno, e questo per almeno due motivi:

1) la parte dedicata all’analisi del disagio sociale come “humus” nel quale possono prosperare le spinte sovversive si è fortemente assottigliata. Del resto per il governo Renzi nel paese “andava tutto bene” e dunque gli apparati di sicurezza non potevano dare un’immagine diversa da quella ispirata dalla Presidenza del Consiglio;

2) proprio durante il governo Renzi, tra Palazzo Chigi e i vertici dei servizi c’è stata parecchia maretta sulla cabina di comando per la cybersicurezza alla quale viene dato amplissimo risalto nella relazione annuale. Un modo neanche troppo velato per dire che è su questo settore della sicurezza che vanno convogliati e aumentati i finanziamenti, anche a scapito delle attività investigative tradizionali che – con un paese con ridotte tensioni sociali o criminali – non hanno ragione di essere ampliate, semmai vanno sostituite con una maggiore organizzazione dei sistemi di controllo informatici.

Molte delle analisi sulla relazione annuale dei servizi circolate in questi giorni, si sono soffermate soprattutto sul capitolo titolato “Spinte eversive e antisistema”, dove però, tranne qualche passaggio, assistiamo sostanzialmente ad un copia e incolla della relazione dello scorso anno.

Quattro pagine dedicate agli anarchici-insurrezionalisti, una ai gruppi marxisti-leninisti, tre sui movimenti antagonisti e una paginetta e mezza sui gruppi fascisti.

Non può non essere sottolineata la perdurante “perversione” per cui, come al solito, si dedicano otto pagine alla “eversione” di sinistra e solo una paginetta ai fascisti. Ma soprattutto va sottolineato e respinto lo schema che in una relazione sulla sicurezza del paese, appiattisce sullo stesso livello di minaccia gli anarchici-insurrezionalisti (dei quali si continua a presentare la caricatura dei bombaroli e basta) con le lotte sociali sindacali e ambientali. Viene infatti confermato lo schema di lettura secondo cui c’è disagio sociale e c’è chi lo strumentalizza, come se l’organizzazione dei soggetti sociali del disagio per rimuoverne le cause debba essere ritenuta un problema di sicurezza e non di soluzione ai problemi.

Anche in questo l’analisi annuale dei servizi segreti non presenta grandi novità, anzi presenta una situazione piuttosto normalizzata del paese.

“Sul versante di piazza, l’area antagonista, probabilmente anche a causa della sua frammentazione, non è riuscita a coinvolgere nella mobilitazione il nuovo proletariato urbano” scrivono i servizi, “Nell’ultima parte dell’anno le varie componenti del movimento hanno recuperato una certa coesione intorno alla campagna per il NO al referendum costituzionale percepita come un obiettivo tattico e un’occasione propizia per coinvolgere nel processo conflittuale le varie istanze che si oppongono al governo”.

Relativamente alla categoria di nuovo proletariato metropolitano, nella relazione viene sottolineato come
“Da più parti è stata evidenziata la necessità di elevare il livello della protesta interpretando adeguatamente e dando voce al diffuso disagio che si vive in particolare nelle periferie, reputate luogo simbolo della disuguaglianza sociale, nonché importante bacino da sfruttare per l’attivismo di piazza”.
Interessante, ma già segnalata nella relazione dello scorso anno, la previsione del rischio che sul piano sociale vada ad aumentare lo scontro tra movimenti della sinistra antagonista con i gruppi neofascisti. Secondo i servizi:
“continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressioni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramenti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”.
Sui conflitti nel mondo del lavoro, la relazione dei servizi si limita a registrare che
“Sul fronte occupazionale, le formazioni oltranziste, interessate a strumentalizzare vertenze e situazioni di tensione, hanno continuato ad incontrare difficoltà a proporsi come efficace alternativa ai sindacati tradizionali, fatta eccezione per gli ambiti lavorativi meno strutturati o connotati da una dimensione di estrema precarietà”.
Dunque il sindacalismo conflittuale non ha trovato spazio nei settori lavorativi stabili ma è cresciuto in quelli più precari. Scrive ancora la relazione:
“Tra i settori più permeabili alle dinamiche contrappositive hanno continuato ad evidenziarsi quelli dei call center e delle cooperative operanti nel comparto della logistica, ove viene impiegata manodopera in prevalenza straniera. In tale ultimo settore il blocco delle merci e la conseguente paralisi dell’attività sono stati ciclicamente “agitati” come il migliore strumento di lotta, da adoperarsi in maniera sistematica per innescare il confitto”.
Interessante la radiografia sul movimento No Tav, quello forse più attenzionato dai servizi e colpito dalla repressione giudiziaria/poliziesca.
“Sul versante delle lotte ambientaliste, la campagna contro l’Alta Velocità in Val di Susa, considerata emblema delle lotte di resistenza popolare contro le imposizioni dello Stato, ha attraversato una fase di minor vigore, anche a causa del persistere delle divergenze strategico-operative tra gli attivisti anarchici e le altre componenti valligiane che animano la protesta”.
Una parte della relazione dei servizi di sicurezza è dedicata però anche al movimento contro la guerra e antimilitarista. Forte preoccupazione per la crescita delle proteste contro le basi militari in Sicilia e in Sardegna, vengono attenzionati i movimenti che sviluppano solidarietà con le lotte del popolo palestinese, con le repubbliche del Donbass e con i curdi del Rojava.

Sul piano dell’analisi però i servizi colgono una novità relativa all’imperialismo europeo prima assente dalle loro osservazioni. In un riquadro dedicato proprio al fronte antagonista contro la guerra, scrivono che
“L’attivismo in chiave antimilitarista si è tradotto in un’intensificazione della propaganda controinformativa, diffusa sia in rete che nei circuiti d’area, che ha stigmatizzato, tra gli altri aspetti, la percepita intensificazione delle politiche autoritarie e repressive in ambito nazionale e il protagonismo dell’Unione Europea, indicata come nuovo polo dell'imperialismo capitalista, potenzialmente alternativo e autonomo rispetto a quello statunitense”.
Altre osservazioni interessanti sulla relazione annuale relative al “fronte interno”, leggibili nella sezione “Scenari e tendenze: una sintesi”. Qui c’è finalmente un tentativo di analisi delle contraddizioni crescenti nella situazione europea. Ne riportiamo integralmente uno stralcio:
“Il 2016 ha fatto registrare due sviluppi in grado di influire sugli equilibri geopolitici su scala mondiale e cioè il voto referendario, in Gran Bretagna, a sostegno della Brexit e l’affermazione, negli USA, di un’Amministrazione con un’agenda fortemente innovativa nel segno di un profondo cambiamento. Molti analisti, sullo sfondo di tali risultati, hanno evocato il tema di una graduale erosione del ruolo e dello stile di vita delle classi medie rispetto a un processo di globalizzazione percepito da segmenti delle società economicamente più avanzate come causa di disuguaglianze e, conseguentemente, di una dilatata base di disagio, disoccupazione e povertà.

La tendenza ad un progressivo ripiegamento sulla dimensione interna declinatasi, a livello europeo, anche in una strisciante disaffezione verso il progetto di integrazione politica, si è accompagnata, più in generale, a segnali di un accresciuto protagonismo degli Stati-nazione in termini di reciproca, intensificata competizione, di assertività sulla scena internazionale e di emancipazione rispetto all’influenza delle istituzioni sovranazionali.

È andata inoltre consolidandosi la percezione di una insufficiente incisività della Comunità internazionale a fronte delle perduranti situazioni di conflitto in numerose aree del mondo e soprattutto nella regione mediterranea.

Nell’incertezza e nella fluidità degli scenari, un dato certo è che le vicende che hanno attraversato il 2016 e, soprattutto, le interconnessioni dinamiche tra sviluppi politici, linee di tendenza e sfide securitarie trovano nel continente europeo un significativo catalizzatore sul piano strategico.

La presa d’atto di una realtà complessa e in rapido mutamento ha concorso ad animare il dibattito sull’Europa: ci attende una stagione di riflessione e confronto peraltro in concomitanza con tornate elettorali in Paesi fondatori della UE su correttivi, rimodulazioni e rinnovate architetture funzionali a imprimere reiterato impulso al percorso di integrazione europea.

L’appuntamento della celebrazione, a Roma, del 60° anniversario della firma dei Trattati europei fornirà l’occasione per verificare orientamenti, opportunità e linee di convergenza.

Il nostro Paese guarda alle evoluzioni in atto con una duplice consapevolezza: da un lato, la pronunciata esposizione dell’Italia alle sfide rappresentate dal terrorismo jihadista, dai massicci flussi migratori irregolari e da una non ancora piena ripresa economica e, dall’altro, la necessità di perseverare nelle tradizionali linee di politica estera, fondate sul solido rapporto transatlantico, sulla convinta adesione al progetto europeo e sulla tradizionale funzione di cerniera geostrategica tra Nord e Sud del Mediterraneo.

Il rafforzamento dell’Unione Europea con gli opportuni ribilanciamenti che tengano in debito conto le peculiarità degli Stati membri – rappresenta un obiettivo ineludibile, non solo perché nell’attuale contesto globalizzato la dimensione europea di un mercato unico di circa 500 milioni di consumatori assicura potere negoziale, massa critica, attrattiva per gli investimenti e capacità di resilienza, ma anche e soprattutto per i riflessi sul piano della sicurezza”.
E’ in questo capitolo che viene finalmente analizzato il nesso tra crisi sociale e problemi della sicurezza.
“La crescita, in numerosi Paesi, di ampie fasce di disagio e bisogno ed il ridimensionamento di mol­ti sistemi di welfare, renderanno peraltro la competizione economica sempre più vitale anche tra Stati tradizionalmente allineati e membri degli stessi consessi internazio­nali. Anche la tutela degli asset nazionali di pubblico interesse ha assunto ulteriore valenza negli ultimi anni e si consoliderà nel tempo, in quanto la crescente circola­zione di flussi finanziari rende più difficile distinguere tra investimenti strettamente finanziari ed azioni ostili come acquisizio­ni di controllo con finalità strategiche. Di assoluto rilievo per l’anno a venire è anche l’azione informativa a tutela del sistema bancario e finanziario. Andranno inoltre seguite con immutata attenzione le tema­tiche attinenti ai mercati internazionali dell’energia, fondamentali per la stabilità stessa del nostro Paese”.
Un preambolo questo che segnala anche la vulnerabilità del sistema economico italiano rispetto alle incursioni delle muiltinazionali e della finanza straniera, un dettaglio ormai chiaramente leggibile con il saccheggio di industrie, risorse e brevetti da parte di gruppi capitalistici di altri paesi, in particolare tedeschi e francesi. Ma è qui che i servizi segreti individuano le possibili minacce che possono derivare dalla connessione tra il perdurare della crisi e della recessione con i conflitti sociali.

Scrivono infatti che:
“Anche l’Italia, come molti Paesi, continuerà nel 2017, nonostante l’avviata ripresa, a risentire delle conseguenze della lunga crisi iniziata nel 2008. È un clima economico che molte famiglie vivono con difficoltà e disagio, che potrebbe favorire l’insorgere di una maggiore conflittualità sociale a sua volta alimentata e strumentalizzata da parte di componenti antagoniste per riportare attenzione e attualità alle loro istanze, di cui potrebbe essere corollario una accresciuta mobilitazione di frange estremiste di opposto orientamento. Sono fenomeni da monitorare anche a fini preventivi nelle loro varie espressioni e manifestazioni, tenuto anche conto del fatto che l’Italia ospiterà numerosi eventi internazionali di rilievo, tra cui quelli legati alla Presidenza di turno del G7. Parallelamente, ristretti circuiti che si richiamano all’esperienza degli "anni di piombo" continuano a ricercare spunti teorici per attualizzare il messaggio rivoluzionario”.
Infine, ma non certo per importanza, c’è un capitoletto di estremo interesse sul reclutamento nei servizi segreti, con un rilievo particolare all'università che assume, secondo i nuovi criteri dell’intelligence, il valore di una alleanza strategica sul versante delle conoscenze e dell’expertise.

Nella relazione, e vale la pena di leggerlo con attenzione, è scritto che:
“Da un lato, l’intelligence – strumento non convenzionale, che opera sulla linea più avanzata per la difesa delle Istituzioni democratiche – attraverso la relazione con l’Accademia si pone in condizione di offrire ai decisori pubblici e agli operatori privati un prodotto informativo arricchito dal patrimonio di conoscenze elaborate in sede scientifico-accademica; dall’altro, l’Università trova nel Sistema per la sicurezza della Repubblica – a tutto vantaggio dell’interesse nazionale – un importante terminale della propria attività di ricerca, concorrendo nell’interpretazione di dinamiche sociali, culturali e politiche in continua evoluzione, e nel predisporre modelli e strategie efficaci ai fini della protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia.

L’alleanza intelligence-università è particolarmente feconda in tema di sicurezza cibernetica. Tra le numerose iniziative in corso, riveste rilievo la collaborazione strutturata con il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI) – cui partecipano centinaia di accademici e ricercatori appartenenti a decine di Università Italiane – che ha dato vita al Laboratorio Nazionale in tema di cybersecurity finalizzato allo sviluppo di progetti di ricerca e capace di erogare formazione di livello avanzato nel settore di riferimento”.
Tutta la parte finale della relazione annuale è invece dedicata alla prevenzione del cybercrime, del cyberterrorismo e all’enfasi con cui viene chiesto al parlamento e al governo di dedicare a questo settore maggiori risorse (il via è stato dato nel 2013 e poi sancito con apposito provvedimento nel 2016), magari evitando sparate avventuristiche e sgradite come quella di Renzi che a capo di questo settore (in espansione e lucroso) voleva mettere il suo compagno di merende Carrai. E’ per questo motivo che la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento ci sembra molto ma molto funzionale ai propri interessi di bottega e meno “di spessore” rispetto agli anni scorsi.

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13/02/2017

Un incomprensibile entusiasmo ha accompagnato la presentazione dei risultati raggiunti nel 2016 dall’Agenzia delle Entrate.

Il Ministro Padoan e il Direttore dell’Agenzia delle Entrate esaltano le linee operative del Governo, magnificando i risultati ottenuti per il 2016 (19 miliardi di incasso) ed esaltando la tax compliance quale nuova frontiera di un rinnovato rapporto tra Fisco e contribuenti (leggi grandi imprese e banche).

Il ragionamento alla base della tax compliance è tanto sbagliato quanto socialmente iniquo: per attrarre investimenti dall’estero bisogna ridurre il carico fiscale e poco importa, poi, se i bilanci essiccati dal deficit delle entrate, vengono ripianati esasperando la tassazione sui redditi da lavoro dipendenti e da pensione e tagliando i servizi sociali.

Il “nuovo” corso della politica fiscale, al di là della propaganda governativa, sta pian piano mutando la funzione sociale del Fisco non più orientato a contrastare la piaga dell’evasione fiscale ma trasformato in attività di consulenza proprio di quei soggetti (banche e grandi imprese) che campano e fanno profitti eludendo ed evadendo il fisco.

Di tutto questo crediamo non ci sia nulla di cui rallegrarsi.

Non c’è nulla da rallegrarsi per 19 miliardi di introiti fiscali se l’evasione annua ammonta a 180 miliardi, se i controlli fiscali diminuiscono, e se ben 4 di quei 19 miliardi provengono dalla vergogna di quel condono delicatamente e ipocritamente chiamato voluntary disclosure che sta consentendo, a chi ha illegalmente esportato all’estero capitali, di farli rientrare godendo di impunità penale e sconti sulle sanzioni.

Non c’è nulla da rallegrarsi se nella delega fiscale e nel “cambia verso” sono contenute norme che strizzano palesemente l’occhio agli evasori mentre aumenta il carico fiscale irpef sui redditi da lavoro dipendente e da pensione.

Non c’è nulla da rallegrarsi se i provvedimenti governativi varati hanno costruito un sistema fiscale che consente agli evasori seriali di aggirare il fisco e di non pagare le tasse nella più totale impunità.

Non c’è nulla da rallegrarsi se il fisco da strumento di redistribuzione della ricchezza diventa la leva per acuire le diseguaglianze sociali.

Occorre, invece, recuperare la funzione sociale del Fisco, dare piena e concreta attuazione al principio costituzionale di progressività delle imposte per riequilibrare la pressione fiscale tutta spostata sui redditi da lavoro dipendente e da pensione e colpire, finalmente, quel 20% della popolazione che detiene il 70% della ricchezza nazionale.

Il resto è propaganda: stucchevole e ingannevole.

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10/02/2017

Sparisce anche l’indennità di disoccupazione per i collaboratori

Si vede proprio che i governi recenti si sono preoccupati moltissimo di “fare qualcosa per i giovani”...

Non è bastata la drammatica conclusione del giovane precario suicidatosi a Udine dedicata alle responsabilità del ministro Poletti per stoppare misure che renderanno ancora più drammatica la vita a migliaia di precari. L’Inps ha infatti reso noto stamattina che non corrisponderà più l’indennità di disoccupazione per i co.co.co. e co.co.pro., la cosiddetta dis-coll istituita “in via sperimentale” dal governo Renzi insieme al Jobs Act.

L’Inps ha scritto che: “La prestazione di disoccupazione Dis-coll – istituita in via sperimentale dall’art. 15 del Decreto legislativo n. 22 del 2015 – a favore dei collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, per gli eventi di disoccupazione verificatisi nell’anno 2015 e successivamente prorogata dall’art. 1 comma 310 della Legge n. 208 del 2015 per gli eventi di disoccupazione verificatisi nell’anno 2016, non è stata oggetto di proroga in relazione agli eventi di disoccupazione intervenuti a fare data dal 1° gennaio 2017”.

Pertanto, spiega l’Inps, “non sarà possibile procedere alla presentazione delle domande di indennità Dis-Coll per le cessazioni involontarie dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, verificatesi dal 1°gennaio 2017”.

Non che ci fosse da scialare, per i beneficiari. La prestazione veniva infatti corrisposta ai “non rinnovati” per la metà dei mesi di contribuzione maturati nell’anno precedente (esempio: se avevi lavorato 8 mesi, prendevi l’indennità per 4 mesi). La cifra corrispondeva al 75% della retribuzione mensile, se inferiore ai 1.195 euro, e comunque entro il limite dei 1.300. In ogni caso, al contrario di quanto avviene per la mobilità o adesso la Naspi, i beneficiari non avevano diritto alla contribuzione figurativa (un periodo in meno nella carriera contributiva valida per la pensione).

La misura era stata molto enfatizzata per sostenere che “venivano estesi diritti a chi non ne aveva”, in modo da silenziare almeno in parte l’eliminazione di diritti fondamentali per tutti (come l’art. 18 che proteggeva i lavoratori dai licenziamenti senza giusta causa), allargando così la precarietà a tutto il lavoro dipendente. Finita la sperimentazione, il governo non ha prorogato il finanziamento della misura – che riguardava circa 300.000 persone – lasciando completamente senza reddito i precari che non si vedono rinnovare il contratto. Un’altra genialata di Poletti? Non lo sappiamo, ma certamente non è neanche questa una mossa che gli farà guadagnare simpatie tra gli under-40. Né a lui, né a tutto l’establishment criminale di questo paese che sta spingendo le nuove generazioni sulle vie del suicidio, dell’emigrazione o della schiavitù.

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31/01/2017

Le “riforme” renziane fanno esplodere la disoccupazione giovanile

Il venditore di pentole toscano è momentaneamente sparito dai radar, ma gli effetti delle sue “riforme” ci gravano addosso come macigni.

I dati sull'occupazione pubblicati stamattina dall'Istat demoliscono definitivamente la retorica renziana – proseguita molto più sommessamente dal governo-fotocopia – per cui l'eliminazione di una lunghissima serie di tutele per i lavoratori fosse “necessaria per dare più lavoro ai giovani”. Sono le stesse frasi che hanno usato nel tempo Dini, Ciampi, Prodi, Berlusconi, D'Alema, Monti e Letta (tutti i premier degli ultimi 25 anni, di fatto). E il risultato è qui, inoppugnabile, davanti agli occhi di tutti: la disoccupazione giovanile supera nuovamente il 40%, attestandosi al 40,1.

E questo nonostante l'Istat abbia adottato per la prima volta “un'analisi dell'effetto della componente demografica sulle variazioni tendenziali dell'occupazione per classe di età”. Da cui risulta che “sul calo degli occupati di 15-49 anni (-168 mila unità) influisce in modo decisivo la diminuzione della popolazione in questa classe di età”.

La statistica è una disciplina seria, ancorché ostica come tutte le discipline matematiche; e quindi occorre imparare a distinguere. Gli occupati tra i 16 e i 49 anni sono infatti – per motivi demografici, causa la diminuzione del numero di figli per famiglia – in calo diciamo, così, “naturale”. Ma se in questa amplissima fascia di età anche i disoccupati vanno aumentando, allora significa che di posti di lavoro ne vengono creati davvero pochi...

Il tasso di occupazione (la percentuale di lavoratori in servizio sul totale della popolazione in età da lavoro, 15-65 anni) è definita stabile al 57,3%. Il che significa che circa il 42,7% è senza un'occupazione retribuita di qualsiasi genere. Possiamo anche “scremare” questa percentuale abissale di disoccupati reali togliendo gli inabili al lavoro per qualsiasi ragione (invalidi, carcerati, ecc), ma resta comunque una cifra agghiacciante.

I criteri statistici europei impongono però una distinzione che vorrebbe essere “tranquillizzante” tra disoccupati ufficiali (le persone in cerca di lavoro, iscritte ai Centri per l'impiego) e gli inattivi, che neanche lo cercano ma – presumibilmente – non rientrano tra i felici pochi che vivono di rendita. In questo modo il tasso di disoccupazione si ferma al comunque terribile 12% (senza variazioni rispetto al mese scorso), mentre anche il tasso di inattività è stabile al 34,8%. Con lo stesso criterio, negli Stati Uniti, si “minimizza” una disoccupazione reale che sfiora ormai i 100 milioni di persone...

La cosa sorprendente, in tanta stabilità, è che invece si sono verificati spostamenti rilevanti tra le diverse componenti. Ad esempio, “Nel periodo ottobre-dicembre alla sostanziale stabilità degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,6%, pari a +78 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila)”. Si deve sottolineare la perfetta identità della cifra assoluta (78.000) tra meno inattivi e più disoccupati; come se quelle persone si fossero decise finalmente a cercare un lavoro, ma con esiti totalmente negativi. Naturalmente nella realtà sociale non si tratta esattamente delle stesse persone, ma i numeri totali segnalano un fenomeno di questo tipo.

Ma è su base annua che i numeri della statistica mettono in imbarazzo la logica comune: “Su base annua, a dicembre si conferma la tendenza all'aumento del numero di occupati (+1,1% su dicembre 2015, pari a +242 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai lavoratori dipendenti (+266 mila, di cui +111 mila i permanenti, +155 mila quelli a termine) e coinvolge sia le donne sia gli uomini, concentrandosi tra gli ultracinquantenni (+410 mila). Nello stesso periodo aumentano i disoccupati (+4,9%, pari a +144 mila) e calano gli inattivi (-3,4%, pari a -478 mila).”

Come fanno ad aumentare simultaneamente – nel corso dell'anno – sia gli occupati che i disoccupati? Con il calo degli inattivi, appunto. Si può infatti notare che in cifra assoluta (478mila) questo calo è superiore alla somma di nuovi disoccupati e nuovi occupati (242.000+144.000=386.000). In altri termini, se la maggioranza degli inattivi decidesse di mettersi sul mercato del lavoro il numero e la percentuale dei disoccupati ufficiali esploderebbe, avvicinando la realtà statistica alla società reale.

Le ultime due tendenze rilevanti certificate dall'Istat riguardano il calo dell'occupazione femminile in qualsiasi fascia di età (ad eccezione delle 25-34enni) e l'aumento dell'occupazione tra gli ultra cinquantenni. Qui i criteri balzani della statistica europea c'entrano poco. Questo aumento, che data ormai da qualche anno, è l'effetto di due processi diversi ma convergenti: da un lato le “riforme delle pensioni” che hanno innalzato l'età pensionabile oltre i 66 anni (con la Fornero), dall'altro il carattere per molti versi “antico” della manifattura italiana, per cui i lavoratori esperti sono preferiti dalle imprese rispetto a quelli più giovani. Tranne che per le mansioni di pura fatica, ovviamente, a bassissima specializzazione e velocissima sostituzione.

Il rapporto completo dell'Istat: CS_Occupati_e_disoccupati_dicembre_2016

Fonte