I salari degli italiani continuano a rincorrere il costo della vita, ma non riescono a recuperare l’inflazione. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, presentata giovedì 15 gennaio dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps.
Secondo il rapporto, tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie dei dipendenti privati (esclusi i domestici) sono passate da 21.345 euro a 24.486 euro, con un incremento nominale del 14,7%. Nello stesso periodo, i dipendenti pubblici hanno visto una crescita più contenuta, all’11,7%, passando da 31.646 euro a 35.350 euro.
Valori che sono al di sotto del tasso di inflazione registrato nello stesso periodo. Guardando alle sole retribuzioni contrattuali (non quelle effettive, che tengono conto di straordinari e altre integrazioni), solo tra il 2019 e il 2024 il divario tra l’aumento nominale dei salari e quello dei prezzi ha superato i 9 punti percentuali.
Al solito, ad avere le condizioni peggiori sono le donne. Una donna, in media, guadagna circa il 70% di quanto percepito da un collega maschio. Nel 2024, a fronte di una retribuzione maschile di quasi 28 mila euro, quella femminile si è fermata a 19.833 euro. Secondo l’Inps, il gap non può essere giustificato solo col minor numero di giornate retribuite (240 per le donne contro le 251 degli uomini), ma affonda le radici in fattori strutturali.
Una delle evidenze più significative del rapporto riguarda la differenza tra salario lordo e netto. A coprire il crollo del potere d’acquisto e la speculazione sui prezzi, che è andata a tutto vantaggio dei datori di lavoro, c’è stato l’intervento pubblico, attraverso la leva fiscale. In un circolo vizioso per cui la redistribuzione avviene sempre tra le fasce meno abbienti della popolazione: ricordiamo che sono i lavoratori e i pensionati a versare la maggior parte delle imposte dirette.
Inoltre, viene indicato il fatto che sono proprio i redditi più alti che, data la loro maggiore forza contrattuale, sono riusciti a difendersi meglio sul mercato delle retribuzioni. Ad ogni modo, Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps (CIV) ha chiarito un nodo centrale: “alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto” di rincaro, soprattutto per le fasce più deboli, ma “in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”.
Ancora un’ulteriore prova di come la battaglia per il salario minimo sia fondamentale per ridare dignità alla maggioranza del paese, e anche per far sì che siano finalmente i padroni a pagare per le storture del “libero mercato” che tanto osannano.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/01/2026
02/09/2025
Il governo Meloni prepara un altro ricatto ai lavoratori
C’è ancora tempo prima di vedere la prossima legge di bilancio licenziata dal governo, ma cominciano già ad essere diffuse ipotesi su alcuni capitoli di spesa centrali, come quello delle pensioni. E quel che prepara il governo si presenta come un ennesimo ricatto per tutti i lavoratori di oggi e i pensionati di domani.
I punti fermi, per ora, sono quelli dell’austerità unioneuropeista, condivisa in tutto e per tutto dal centrodestra. Come da decenni a questa parte, ciò significa ridurre la spesa sociale (ovviamente, per far posto ad altre spese inutili per le classi popolari, come quelle per la guerra) e smantellare quel poco che è rimasto dei pilastri pubblici della previdenza.
Ad esempio, rafforzando quella complementare. E il tutto avviene tramite un ricatto sottile, ma molto evidente: siccome le pensioni, col passaggio definitivo al sistema contributivo in un paese di precarietà e salari da fame, avranno livelli assolutamente insufficienti per la sopravvivenza dei pensionati, allora dovranno essere dirottate altre prestazioni per garantire trasferimenti al limite del dignitoso.
Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha in mente di destinare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) a una sorta di integrazione dell’assegno, per raggiungere la soglia minima per legge, e poter magari andare in pensione leggermente prima. La ministra Calderone, invece, predilige l’utilizzo del TFR per far aderire gli attuali lavoratori ai fondi pensione complementari.
Già oggi è possibile stornare i fondi della ‘liquidazione’ per incrementare l’importo della pensione futura, ma la realtà è che in Italia lo sviluppo della previdenza complementare ha sempre faticato a decollare. I lavoratori, giustamente, non vogliono scambiare un diritto per un altro, e conoscono bene i pericoli di queste forme integrative.
La ministra ha già promesso che ne parlerà coi sindacati, ma qui c’è un altro problema. Alcuni di questi fondi, quelli cosiddetti ‘negoziali’, sono gestiti proprio da alcune organizzazioni dei lavoratori, il che chiaramente potrebbe spingerle all’assenso verso una riforma del genere. Mentre molti altri sono sostanzialmente fondi privati, che reinvestono il frutto del lavoro nel mercato finanziario.
Questa mossa sarebbe uno strumento ulteriore per garantire alla finanza l’afflusso di nuove risorse, in questa fase di crisi, ma legherebbe anche i risparmi previdenziali di milioni di lavoratori all’andamento delle borse. Non una prospettiva di solide garanzie per chi vive della propria fatica giornaliera, ma sappiamo bene che di questo le classi dirigenti non si preoccupano.
Sul piatto rimangono anche altre questioni spinose. L’uscita anticipata dal mondo del lavoro per chi svolge lavori usuranti, gli effetti della Legge Fornero che porterà l’età pensionabile a 67 anni e 3 mesi nel 2027, Opzione Donna. Chissà quali altri giochi di bilancio si inventerà il governo, togliendo quello che è già dei lavoratori per tappare altri buchi.
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I punti fermi, per ora, sono quelli dell’austerità unioneuropeista, condivisa in tutto e per tutto dal centrodestra. Come da decenni a questa parte, ciò significa ridurre la spesa sociale (ovviamente, per far posto ad altre spese inutili per le classi popolari, come quelle per la guerra) e smantellare quel poco che è rimasto dei pilastri pubblici della previdenza.
Ad esempio, rafforzando quella complementare. E il tutto avviene tramite un ricatto sottile, ma molto evidente: siccome le pensioni, col passaggio definitivo al sistema contributivo in un paese di precarietà e salari da fame, avranno livelli assolutamente insufficienti per la sopravvivenza dei pensionati, allora dovranno essere dirottate altre prestazioni per garantire trasferimenti al limite del dignitoso.
Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha in mente di destinare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) a una sorta di integrazione dell’assegno, per raggiungere la soglia minima per legge, e poter magari andare in pensione leggermente prima. La ministra Calderone, invece, predilige l’utilizzo del TFR per far aderire gli attuali lavoratori ai fondi pensione complementari.
Già oggi è possibile stornare i fondi della ‘liquidazione’ per incrementare l’importo della pensione futura, ma la realtà è che in Italia lo sviluppo della previdenza complementare ha sempre faticato a decollare. I lavoratori, giustamente, non vogliono scambiare un diritto per un altro, e conoscono bene i pericoli di queste forme integrative.
La ministra ha già promesso che ne parlerà coi sindacati, ma qui c’è un altro problema. Alcuni di questi fondi, quelli cosiddetti ‘negoziali’, sono gestiti proprio da alcune organizzazioni dei lavoratori, il che chiaramente potrebbe spingerle all’assenso verso una riforma del genere. Mentre molti altri sono sostanzialmente fondi privati, che reinvestono il frutto del lavoro nel mercato finanziario.
Questa mossa sarebbe uno strumento ulteriore per garantire alla finanza l’afflusso di nuove risorse, in questa fase di crisi, ma legherebbe anche i risparmi previdenziali di milioni di lavoratori all’andamento delle borse. Non una prospettiva di solide garanzie per chi vive della propria fatica giornaliera, ma sappiamo bene che di questo le classi dirigenti non si preoccupano.
Sul piatto rimangono anche altre questioni spinose. L’uscita anticipata dal mondo del lavoro per chi svolge lavori usuranti, gli effetti della Legge Fornero che porterà l’età pensionabile a 67 anni e 3 mesi nel 2027, Opzione Donna. Chissà quali altri giochi di bilancio si inventerà il governo, togliendo quello che è già dei lavoratori per tappare altri buchi.
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03/07/2025
Meno soldi alle famiglie in difficoltà, tanti sconti alle imprese. Ecco l’Inps della destra al governo
L’Inps rivela che nel 2024 sono stati erogati 4,4 miliardi per l’assegno d’inclusione sociale, 260 milioni per il Supporto formazione lavoro e solo 30 milioni destinati ai residui del Reddito di cittadinanza. Si tratta di circa 4,7 miliardi contro i 6,6 miliardi che venivano erogati sullo stesso capitolo di spesa nel 2023. In soldoni sono quasi 2 miliardi in meno.
Non solo. Le spese per l’inclusione sociale sono rimaste sostanzialmente invariate (- 0,1 miliardi) ma, ha osservato il Consiglio di Vigilanza dell’Inps, “con un rilevante calo delle prestazioni di contrasto alla povertà (-1,9 miliardi sul 2023 e -3,3 miliardi nel biennio) e un aumento delle prestazioni per le pensioni assistenziali (+1,8 miliardi)”.
A salire in modo significativo sono state invece le erogazioni alle imprese per sgravi contributivi, “sottocontribuzioni” e agevolazioni per l’occupazione, che nel 2024 sono arrivate a 42,428 miliardi, con un incremento del 34% sul 2023. In sostanza i prenditori hanno potuto risparmiare 42 miliardi di contributi previdenziali a vario titolo.
L’Inps ha registrato lo scorso anno 284.047 milioni di entrate contributive (+5,5%) e 180.740 milioni di trasferimenti correnti da parte dello Stato. Nel complesso le uscite per prestazioni istituzionali hanno raggiunto i 417.408 milioni.
I dati emergono dal Rendiconto generale 2024 dell’Inps, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto. Un Rendiconto che presenta un saldo della gestione finanziaria di competenza di 15 miliardi, un risultato economico di esercizio positivo per 1,02 miliardi, e un avanzo patrimoniale netto lievitato da 29,78 a 35,31 miliardi.
Quando qualcuno afferma che le linee di indirizzo e le scelte materiali del governo in carica sono penalizzanti per i settori sociali deboli e privilegianti per quelli forti ha ragioni da vendere, e i dati dell’Inps lo dimostrano.
Fonte
Non solo. Le spese per l’inclusione sociale sono rimaste sostanzialmente invariate (- 0,1 miliardi) ma, ha osservato il Consiglio di Vigilanza dell’Inps, “con un rilevante calo delle prestazioni di contrasto alla povertà (-1,9 miliardi sul 2023 e -3,3 miliardi nel biennio) e un aumento delle prestazioni per le pensioni assistenziali (+1,8 miliardi)”.
A salire in modo significativo sono state invece le erogazioni alle imprese per sgravi contributivi, “sottocontribuzioni” e agevolazioni per l’occupazione, che nel 2024 sono arrivate a 42,428 miliardi, con un incremento del 34% sul 2023. In sostanza i prenditori hanno potuto risparmiare 42 miliardi di contributi previdenziali a vario titolo.
L’Inps ha registrato lo scorso anno 284.047 milioni di entrate contributive (+5,5%) e 180.740 milioni di trasferimenti correnti da parte dello Stato. Nel complesso le uscite per prestazioni istituzionali hanno raggiunto i 417.408 milioni.
I dati emergono dal Rendiconto generale 2024 dell’Inps, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto. Un Rendiconto che presenta un saldo della gestione finanziaria di competenza di 15 miliardi, un risultato economico di esercizio positivo per 1,02 miliardi, e un avanzo patrimoniale netto lievitato da 29,78 a 35,31 miliardi.
Quando qualcuno afferma che le linee di indirizzo e le scelte materiali del governo in carica sono penalizzanti per i settori sociali deboli e privilegianti per quelli forti ha ragioni da vendere, e i dati dell’Inps lo dimostrano.
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08/04/2025
Lavorare si, ma per salari da fame
Qualche giorno fa, l’Organizzazione internazionale del lavoro ha pubblicato il consueto report sui salari. Si tratta di uno studio che si occupa di tracciare le traiettorie dei salari reali e della disuguaglianza su un arco di tempo medio-lungo nei vari paesi del mondo. In Italia la pubblicazione ha destato commenti sorpresi e fintamente scandalizzati da parte della stampa e della politica (compreso il Partito Democratico, artefice di buona parte delle riforme del mercato del lavoro che si sono susseguite in Italia). In realtà i contenuti del rapporto erano tristemente noti e attesi.
Il report è molto chiaro: l’Italia, tra i paesi del G20, è quello in cui i salari reali medi (cioè la quantità di beni che concretamente possiamo acquistare con i nostri stipendi) sono caduti di più rispetto al 2008. Sì tratta di una riduzione clamorosa, pari all’8,7% in 16 anni, quasi -0,6% all’anno. Il leggero rimbalzo avvenuto nel 2024 (+2,3%), inoltre, non è stato in grado di far recuperare nemmeno i livelli del 2019, ultimo anno precedente alla pandemia e all’esplosione dell’inflazione, ed è stato comunque inferiore alle media europea (dunque non si capisce di cosa possa vantarsi il governo Meloni).
Se il dato aggregato è impressionante di per sé, uno sguardo a ciò che è accaduto alle retribuzioni di fatto (che considerano non solo i dati tabellari, ma tutte gli emolumenti che a qualsiasi titolo concorrono alla retribuzione) dei lavoratori e delle lavoratrici può aiutarci a capire meglio dove si annida il problema che – lungi dall’essere una questione legata a particolari categorie di lavoratori – ha tutte le caratteristiche di una questione generale.
Per farlo, utilizzeremo i dati riportati nel rapporto INPS del 2024. A fronte di un’inflazione cumulata tra il 2019 e il 2024 prossima al 17%, secondo l’INPS, nel settore privato le retribuzioni dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono cresciute solo dell’8,3%. Poco meglio hanno fatto i contratti a tempo indeterminato del settore pubblico (9,2%). La perdita di potere d’acquisto, in ogni caso, appare evidente e significativa in tutti i settori.
Questo quadro, di cui già conoscevamo le tinte fosche e a cui non fanno altro che aggiungersi ulteriori sfumature di nero, merita tuttavia di essere letto insieme ai dati sull’occupazione, per cui il Governo tutto si è sperticato in espressioni di giubilo. Come di consueto, il primo aprile l’ISTAT ha diffuso gli ultimi dati sul mercato del lavoro, riferiti a Febbraio 2025. Da essi emerge che l’Italia è in piena espansione occupazionale con il numero dei disoccupati che cade e il numero di occupati che cresce. Una crescita che riguarda i contratti a tempo indeterminato più che i contratti a tempo determinato. La tendenza è confermata anche se si guarda il tasso di occupazione, arrivato ormai al 63% e il tasso di disoccupazione, pari al 5,9%. Sembrerebbero quindi periodi di vacche grasse per il mondo del lavoro. Tuttavia, questi dati, se guardati con occhio critico e facendo riferimento a quanto detto nelle righe precedenti in riferimento agli andamenti salariali, non fanno altro che certificare una notizia se vogliamo assai più preoccupante.
In Italia non solo si sta creando occupazione povera, ma si sta creando un’occupazione non più in grado di esigere e ottenere aumenti salariali. Visto dall’altro lato, le imprese possono comunque raggiungere profitti soddisfacenti senza ricorrere al potere disciplinante di tassi di disoccupazione elevati, visto che il potere contrattuale dei lavoratori è stato ridotto al lumicino da anni di austerità e riforme del lavoro contro di essi. Gli esiti delle contrattazioni salariali negli anni dell’inflazione avevano già preannunciato questa conclusione, ma ora possiamo purtroppo affermarlo con maggiore consapevolezza. I proclami di Governatori della Banca d’Italia, politici e sindacalisti di varia razza per non spingere sulla leva dei salari al fine di evitare pericolosi (per chi?) rincorse prezzi-salari non erano altro che l’ultimo afflato di una strategia di lunga data. I decenni di precarizzazione e di riforme del lavoro, le progressive riduzioni delle tutele, l’eliminazione dell’articolo 18, l’introduzione di un contratto a tempo indeterminato farlocco come il contratto a tutele crescenti, i decreti Poletti, gli interventi di questo governo contro il reddito di cittadinanza e le minime migliorie del decreto dignità hanno definitivamente svolto il loro compito affievolendo anche l’atavica paura dei padroni per la piena occupazione (legata alla circostanza per cui normalmente al decrescere del numero di disoccupati, decresce quell’esercito industriale di riserva pronto a lavorare con retribuzioni più basse di quelle medie pur di lavorare calmierando così, tramite una lotta tra poveri, il livello generale dei salari). La flebile ripresa post-covid ha portato con sé una crescita dei posti di lavoro cui si è accompagnata, di converso, una caduta drammatica dei salari reali.
Del resto quando si parla di mercato del lavoro e di distribuzione del reddito, nulla è meccanico, nulla è automatico, nulla è dato per scontato. Oltre 30 anni di controriforme del lavoro e dei diritti sociali e di acquiescenza sindacale hanno depotenziato drammaticamente la forza contrattuale dei lavoratori.
Per poterla recuperare occorre che una rinvigorita forza unitaria riaccenda il conflitto sui luoghi di lavoro, nelle vertenze e nell’arena politica generale. La battaglia per immediati aumenti salariali deve infatti accompagnarsi necessariamente ad una battaglia politica per il ripristino di tutte quelle condizioni normative e di contesto che contribuiscono a determinare la forza contrattuale della classe lavoratrice: in primo luogo la tutela contro i licenziamenti disintegrata con il jobs act, in secondo luogo la protezione contro la costante minaccia di delocalizzazione determinata dalla libera circolazione di capitali a livello europeo e internazionale; in terzo luogo i vincoli di bilancio legati al patto di stabilità europeo che impongono tagli alla spesa sociale che si riflettono enormemente sul valore dei salari reali e sulle condizioni di vita di chi vive del proprio lavoro.
Lotta sindacale e lotta politica si intrecciano indissolubilmente e non possono che camminare sugli stessi binari verso gli stessi obiettivi di cambiamento di paradigma ed emancipazione sociale.
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Il report è molto chiaro: l’Italia, tra i paesi del G20, è quello in cui i salari reali medi (cioè la quantità di beni che concretamente possiamo acquistare con i nostri stipendi) sono caduti di più rispetto al 2008. Sì tratta di una riduzione clamorosa, pari all’8,7% in 16 anni, quasi -0,6% all’anno. Il leggero rimbalzo avvenuto nel 2024 (+2,3%), inoltre, non è stato in grado di far recuperare nemmeno i livelli del 2019, ultimo anno precedente alla pandemia e all’esplosione dell’inflazione, ed è stato comunque inferiore alle media europea (dunque non si capisce di cosa possa vantarsi il governo Meloni).
Se il dato aggregato è impressionante di per sé, uno sguardo a ciò che è accaduto alle retribuzioni di fatto (che considerano non solo i dati tabellari, ma tutte gli emolumenti che a qualsiasi titolo concorrono alla retribuzione) dei lavoratori e delle lavoratrici può aiutarci a capire meglio dove si annida il problema che – lungi dall’essere una questione legata a particolari categorie di lavoratori – ha tutte le caratteristiche di una questione generale.
Per farlo, utilizzeremo i dati riportati nel rapporto INPS del 2024. A fronte di un’inflazione cumulata tra il 2019 e il 2024 prossima al 17%, secondo l’INPS, nel settore privato le retribuzioni dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono cresciute solo dell’8,3%. Poco meglio hanno fatto i contratti a tempo indeterminato del settore pubblico (9,2%). La perdita di potere d’acquisto, in ogni caso, appare evidente e significativa in tutti i settori.
Questo quadro, di cui già conoscevamo le tinte fosche e a cui non fanno altro che aggiungersi ulteriori sfumature di nero, merita tuttavia di essere letto insieme ai dati sull’occupazione, per cui il Governo tutto si è sperticato in espressioni di giubilo. Come di consueto, il primo aprile l’ISTAT ha diffuso gli ultimi dati sul mercato del lavoro, riferiti a Febbraio 2025. Da essi emerge che l’Italia è in piena espansione occupazionale con il numero dei disoccupati che cade e il numero di occupati che cresce. Una crescita che riguarda i contratti a tempo indeterminato più che i contratti a tempo determinato. La tendenza è confermata anche se si guarda il tasso di occupazione, arrivato ormai al 63% e il tasso di disoccupazione, pari al 5,9%. Sembrerebbero quindi periodi di vacche grasse per il mondo del lavoro. Tuttavia, questi dati, se guardati con occhio critico e facendo riferimento a quanto detto nelle righe precedenti in riferimento agli andamenti salariali, non fanno altro che certificare una notizia se vogliamo assai più preoccupante.
In Italia non solo si sta creando occupazione povera, ma si sta creando un’occupazione non più in grado di esigere e ottenere aumenti salariali. Visto dall’altro lato, le imprese possono comunque raggiungere profitti soddisfacenti senza ricorrere al potere disciplinante di tassi di disoccupazione elevati, visto che il potere contrattuale dei lavoratori è stato ridotto al lumicino da anni di austerità e riforme del lavoro contro di essi. Gli esiti delle contrattazioni salariali negli anni dell’inflazione avevano già preannunciato questa conclusione, ma ora possiamo purtroppo affermarlo con maggiore consapevolezza. I proclami di Governatori della Banca d’Italia, politici e sindacalisti di varia razza per non spingere sulla leva dei salari al fine di evitare pericolosi (per chi?) rincorse prezzi-salari non erano altro che l’ultimo afflato di una strategia di lunga data. I decenni di precarizzazione e di riforme del lavoro, le progressive riduzioni delle tutele, l’eliminazione dell’articolo 18, l’introduzione di un contratto a tempo indeterminato farlocco come il contratto a tutele crescenti, i decreti Poletti, gli interventi di questo governo contro il reddito di cittadinanza e le minime migliorie del decreto dignità hanno definitivamente svolto il loro compito affievolendo anche l’atavica paura dei padroni per la piena occupazione (legata alla circostanza per cui normalmente al decrescere del numero di disoccupati, decresce quell’esercito industriale di riserva pronto a lavorare con retribuzioni più basse di quelle medie pur di lavorare calmierando così, tramite una lotta tra poveri, il livello generale dei salari). La flebile ripresa post-covid ha portato con sé una crescita dei posti di lavoro cui si è accompagnata, di converso, una caduta drammatica dei salari reali.
Del resto quando si parla di mercato del lavoro e di distribuzione del reddito, nulla è meccanico, nulla è automatico, nulla è dato per scontato. Oltre 30 anni di controriforme del lavoro e dei diritti sociali e di acquiescenza sindacale hanno depotenziato drammaticamente la forza contrattuale dei lavoratori.
Per poterla recuperare occorre che una rinvigorita forza unitaria riaccenda il conflitto sui luoghi di lavoro, nelle vertenze e nell’arena politica generale. La battaglia per immediati aumenti salariali deve infatti accompagnarsi necessariamente ad una battaglia politica per il ripristino di tutte quelle condizioni normative e di contesto che contribuiscono a determinare la forza contrattuale della classe lavoratrice: in primo luogo la tutela contro i licenziamenti disintegrata con il jobs act, in secondo luogo la protezione contro la costante minaccia di delocalizzazione determinata dalla libera circolazione di capitali a livello europeo e internazionale; in terzo luogo i vincoli di bilancio legati al patto di stabilità europeo che impongono tagli alla spesa sociale che si riflettono enormemente sul valore dei salari reali e sulle condizioni di vita di chi vive del proprio lavoro.
Lotta sindacale e lotta politica si intrecciano indissolubilmente e non possono che camminare sugli stessi binari verso gli stessi obiettivi di cambiamento di paradigma ed emancipazione sociale.
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13/02/2025
Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana
Nell’articolo precedente abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima.
E proprio su quest’ultimo aspetto, cioè quando poter accedere alla pensione, è ripartita silente (ma non troppo) la campagna terroristica sull’imminente nuovo aumento dell’età pensionabile reso cogente dall’aumento della speranza di vita attesa certificato recentemente dall’INPS.
Come noto, per via delle leggi Sacconi (2010) e Fornero (2011) le pensioni di vecchiaia e anticipata sono agganciate in automatico all’andamento della speranza di vita. Al crescere di quest’ultima devono crescere le soglie anagrafiche e contributive di accesso alla pensione: basta un decreto ministeriale (un atto a metà fra la sfera politica e quella puramente amministrativa) che prende atto dei dati sull’aspettativa di vita comunicati da ISTAT, mentre serve un vero e proprio intervento legislativo per bloccare tale meccanismo.
La cadenza degli scatti inizialmente triennale, dal 2019 è divenuta biennale. Ad un primo scatto nel 2013 è seguito un ulteriore nel 2016 e ancora nel 2019 per la sola pensione di vecchiaia (la soglia di quella anticipata è stata invece bloccata al 2016 con decreto politico) portando da quell’anno l’età pensionabile di vecchiaia a 67 anni e fermo restando quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi (1 anno in meno per le donne). Dal 2019 gli aumenti si sono interrotti poiché, anche a causa degli effetti della pandemia, la speranza di vita è rimasta stabile o addirittura è diminuita. Si noti il paradosso per cui in caso di diminuzione della speranza di vita attesa non vi è previsione di riduzione della soglia. Il governo ha sempre assicurato che la soglia dei 67 anni sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire lasciando intendere che quand’anche vi fosse stato il prevedibile e auspicabile nuovo aumento della speranza di vita, quella soglia sarebbe stata mantenuta comunque.
Il pasticcio comunicativo è iniziato nei primi giorni del nuovo anno.
La CGIL il 9 gennaio con una comunicazione ha espresso profonda preoccupazione per una “recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale”. L’INPS avrebbe aggiornato nei propri documenti contabili interni la soglia della pensione di vecchiaia al 2027 a 67 anni e 3 mesi e quella di anzianità a 43 anni e 1 mese (per le donne un anno in più) ipotizzando quindi uno scatto di aumento di 3 mesi mai annunciato dal governo. L’istituto previdenziale ha risposto con una pronta smentita che non ha però scongiurato l’imbarazzo politico del governo che ha rimarcato il fatto che l’eventuale decisione andrà assunta tramite iniziativa legislativa nei prossimi mesi.
Il 15 gennaio nel frattempo è stato pubblicato un aggiornamento al documento “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio- sanitario” a cura della Ragioneria Generale dello Stato in cui, stanti gli aumenti calcolati dall’ISTAT sulla speranza di vita attesa, si preannuncia un quadro tendenziale di aumenti costanti delle soglie di età pensionabile con il raggiungimento dei 68 anni nel 2039 e dei 70 anni nel 2067 (e dei 46 anni per la pensione anticipata). Si tratta di una previsione particolarmente importante, se pensiamo che l’ultimo decreto ministeriale che ha fissato l’età per il pensionamento è stato firmato, nel 2023, direttamente dal Ragioniere Generale dello Stato.
Si riattivano, insomma, dopo qualche anno di sospensione della questione dovuta alla stagnazione della speranza di vita, le sirene che annunciano l’ineluttabilità di aumenti inesorabili dell’età pensionabile per vecchiaia e anticipata.
A fronte di queste previsioni il governo non ha assunto alcuna posizione chiara limitandosi a ribadire che la questione andrà demandata all’iniziativa legislativa una volta che verranno aggiornati i dati ISTAT a marzo e tirando le orecchie all’INPS per aver lasciato trapelare ciò che probabilmente è già evidente al governo stesso, ovvero che non esiste una volontà politica chiara e trasparente di sterilizzare gli aumenti automatici previsti dal meccanismo innescato dalle riforme Sacconi e Fornero 13 anni fa. E l’appuntamento è quindi solamente rimandato a questa primavera quando, in assenza di un intervento legislativo specifico per bloccare l’innalzamento dell’età pensionabile, basterà un ennesimo decreto ministeriale (magari spacciato come “atto dovuto”) per portare ancora più in là il miraggio della pensione per i lavoratori italiani a partire dal 2027 (le nuove età per la pensione devono infatti essere definite ufficialmente con almeno 1 anno di anticipo).
Si compie così in modo magistrale la giravolta acrobatica del governo Meloni sul tema pensionistico. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo dei proclami di Lega e Fratelli d’Italia sull’abolizione della Riforma Fornero.
Nel giro di soli due anni e mezzo di legislatura il governo in carica non solo è riuscito ad affossare, eliminandole o depotenziandole fino al ridicolo, tutte le flebili e già penalizzanti forme di flessibilità in uscita esistenti: opzione donna, APE sociale, quota 100-102-103, pensione anticipata contributiva; non soltanto si è attivato per peggiorare in modo notevole i meccanismi di indicizzazione delle pensioni al caro vita; non solo si sta attivando per la difesa orgogliosa della previdenza complementare contro la previdenza pubblica; ma non contento si appresta con ogni probabilità ad assecondare quegli automatismi “tecnocratici” messi in piedi dalle ipocritamente vituperate leggi Sacconi e Fornero che rimettono ad un mero calcolo statistico ciò che dovrebbe invece essere il frutto di una riflessione politica ed economica di ampio respiro.
Insomma, non resta proprio nulla di nulla dei finti malumori di una destra che millantava ridicoli mal di pancia “sociali” e che oggi rivela compiutamente, al pari delle forze di “opposizione”, la sua adesione indiscussa ai diktat del neoliberismo e dell’austerità.
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E proprio su quest’ultimo aspetto, cioè quando poter accedere alla pensione, è ripartita silente (ma non troppo) la campagna terroristica sull’imminente nuovo aumento dell’età pensionabile reso cogente dall’aumento della speranza di vita attesa certificato recentemente dall’INPS.
Come noto, per via delle leggi Sacconi (2010) e Fornero (2011) le pensioni di vecchiaia e anticipata sono agganciate in automatico all’andamento della speranza di vita. Al crescere di quest’ultima devono crescere le soglie anagrafiche e contributive di accesso alla pensione: basta un decreto ministeriale (un atto a metà fra la sfera politica e quella puramente amministrativa) che prende atto dei dati sull’aspettativa di vita comunicati da ISTAT, mentre serve un vero e proprio intervento legislativo per bloccare tale meccanismo.
La cadenza degli scatti inizialmente triennale, dal 2019 è divenuta biennale. Ad un primo scatto nel 2013 è seguito un ulteriore nel 2016 e ancora nel 2019 per la sola pensione di vecchiaia (la soglia di quella anticipata è stata invece bloccata al 2016 con decreto politico) portando da quell’anno l’età pensionabile di vecchiaia a 67 anni e fermo restando quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi (1 anno in meno per le donne). Dal 2019 gli aumenti si sono interrotti poiché, anche a causa degli effetti della pandemia, la speranza di vita è rimasta stabile o addirittura è diminuita. Si noti il paradosso per cui in caso di diminuzione della speranza di vita attesa non vi è previsione di riduzione della soglia. Il governo ha sempre assicurato che la soglia dei 67 anni sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire lasciando intendere che quand’anche vi fosse stato il prevedibile e auspicabile nuovo aumento della speranza di vita, quella soglia sarebbe stata mantenuta comunque.
Il pasticcio comunicativo è iniziato nei primi giorni del nuovo anno.
La CGIL il 9 gennaio con una comunicazione ha espresso profonda preoccupazione per una “recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale”. L’INPS avrebbe aggiornato nei propri documenti contabili interni la soglia della pensione di vecchiaia al 2027 a 67 anni e 3 mesi e quella di anzianità a 43 anni e 1 mese (per le donne un anno in più) ipotizzando quindi uno scatto di aumento di 3 mesi mai annunciato dal governo. L’istituto previdenziale ha risposto con una pronta smentita che non ha però scongiurato l’imbarazzo politico del governo che ha rimarcato il fatto che l’eventuale decisione andrà assunta tramite iniziativa legislativa nei prossimi mesi.
Il 15 gennaio nel frattempo è stato pubblicato un aggiornamento al documento “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio- sanitario” a cura della Ragioneria Generale dello Stato in cui, stanti gli aumenti calcolati dall’ISTAT sulla speranza di vita attesa, si preannuncia un quadro tendenziale di aumenti costanti delle soglie di età pensionabile con il raggiungimento dei 68 anni nel 2039 e dei 70 anni nel 2067 (e dei 46 anni per la pensione anticipata). Si tratta di una previsione particolarmente importante, se pensiamo che l’ultimo decreto ministeriale che ha fissato l’età per il pensionamento è stato firmato, nel 2023, direttamente dal Ragioniere Generale dello Stato.
Si riattivano, insomma, dopo qualche anno di sospensione della questione dovuta alla stagnazione della speranza di vita, le sirene che annunciano l’ineluttabilità di aumenti inesorabili dell’età pensionabile per vecchiaia e anticipata.
A fronte di queste previsioni il governo non ha assunto alcuna posizione chiara limitandosi a ribadire che la questione andrà demandata all’iniziativa legislativa una volta che verranno aggiornati i dati ISTAT a marzo e tirando le orecchie all’INPS per aver lasciato trapelare ciò che probabilmente è già evidente al governo stesso, ovvero che non esiste una volontà politica chiara e trasparente di sterilizzare gli aumenti automatici previsti dal meccanismo innescato dalle riforme Sacconi e Fornero 13 anni fa. E l’appuntamento è quindi solamente rimandato a questa primavera quando, in assenza di un intervento legislativo specifico per bloccare l’innalzamento dell’età pensionabile, basterà un ennesimo decreto ministeriale (magari spacciato come “atto dovuto”) per portare ancora più in là il miraggio della pensione per i lavoratori italiani a partire dal 2027 (le nuove età per la pensione devono infatti essere definite ufficialmente con almeno 1 anno di anticipo).
Si compie così in modo magistrale la giravolta acrobatica del governo Meloni sul tema pensionistico. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo dei proclami di Lega e Fratelli d’Italia sull’abolizione della Riforma Fornero.
Nel giro di soli due anni e mezzo di legislatura il governo in carica non solo è riuscito ad affossare, eliminandole o depotenziandole fino al ridicolo, tutte le flebili e già penalizzanti forme di flessibilità in uscita esistenti: opzione donna, APE sociale, quota 100-102-103, pensione anticipata contributiva; non soltanto si è attivato per peggiorare in modo notevole i meccanismi di indicizzazione delle pensioni al caro vita; non solo si sta attivando per la difesa orgogliosa della previdenza complementare contro la previdenza pubblica; ma non contento si appresta con ogni probabilità ad assecondare quegli automatismi “tecnocratici” messi in piedi dalle ipocritamente vituperate leggi Sacconi e Fornero che rimettono ad un mero calcolo statistico ciò che dovrebbe invece essere il frutto di una riflessione politica ed economica di ampio respiro.
Insomma, non resta proprio nulla di nulla dei finti malumori di una destra che millantava ridicoli mal di pancia “sociali” e che oggi rivela compiutamente, al pari delle forze di “opposizione”, la sua adesione indiscussa ai diktat del neoliberismo e dell’austerità.
Fonte
15/06/2024
In pensione a oltre 70 anni. Il futuro dei giovani è lavorare fino alla morte
L’Inps ha appena aggiornato “Pensami”, il simulatore sulle pensioni, in base alle novità introdotte con la legge di bilancio e alle aspettative di vita. Le prospettive sono tutt’altro che confortanti, soprattutto per i più giovani.
L’istituto della previdenza sociale italiana comunica che, non essendo stati registrati incrementi dell’aspettativa di vita, fino al 2028 l’età pensionabile rimarrà fissa a 67 anni. Dal 2029 crescerà di un mese, ma l’opportunità di andare effettivamente in pensione dipenderà anche dai contributi versati.
Le varie proiezioni fatte sui più giovani hanno dato risultati sconfortanti. Per fare un esempio, una persona nata all’inizio del 1994, che ha cominciato a lavorare dal 2022 e maturi almeno 20 anni di contributi, andrà comunque in pensione alla fine del 2063, a 69 anni e 10 mesi di età.
Nel caso in cui non si arrivasse a 20 anni di versamenti (cosa che non deve essere considerata improbabile in un sistema che si regge ormai su lavori a termine e part-time involontari), la pensione arriverebbe addirittura a 74 anni. Un logoramento senza fine del corpo e delle forze del lavoratore.
La situazione non è migliore per chi si avvia alla mezza età. Chi è nato nel gennaio del 1980, lavora nel privato e ha cominciato a versare nel 2005 va in pensione a 68 anni e 9 mesi, dal novembre del 2048.
In questo caso, la pensione può essere anticipata a 65 anni e 7 mesi, se sarà stata maturata un’erogazione tre volte superiore all’assegno sociale (al 2024 significa oltre 1.600 euro per 13 mensilità). Ma il pensionamento arriverà a 73 anni e 2 mesi se non saranno stati versati 20 anni di contributi.
È bene fare alcune osservazioni su questi ultimi dati. Un nato nel 1980 che lavora dal 2005 ha cominciato a versare in pratica dal momento successivo alla fine di un ipotetico percorso universitario: non ci sono perdite di tempo e periodi di inattività tra lo studio e il lavoro.
Se avrà ricevuto una paga da fame, con contributi da fame, dovrà lavorare fino quasi a ridosso dei 70 anni, per ricevere poi una pensione da fame. E deve non aver lavorato in nero, grigio e deve sperare che i contributi siano stati versati, vista anche l’ampia diffusione dell’evasione in questo ambito.
Se non avesse raggiunto le 20 annualità contributive e volesse riscattare gli anni universitari per arrivare a questo traguardo, si troverebbe a pagare varie decine di migliaia di euro. Una cifra esorbitante, senza la quale dovrebbe attendere fino a oltre i 73 anni per raggiungere la quiescenza lavorativa.
Quello che è utile rimarcare è che queste opzioni sono ipotizzate per un lavoratore che ha versato dal 2005, e quindi completamente dentro il sistema contributivo, reintrodotto gradualmente con la riforma Dini del 1995. Una trasformazione del sistema pensionistico portata a termine dalla riforma Fornero a fine 2011.
Sul sito del ministero del Lavoro leggiamo che “il sistema contributivo rappresenta una forma più equa di determinazione della prestazione pensionistica, in quanto pone in diretta correlazione quanto versato con quanto il soggetto verrà a percepire”. Siamo abituati alla trasformazione dei significati per legittimare la ferocia neoliberista, ma qui si va oltre.
Anche se non ce ne sarebbe bisogno, leggiamo sulla Treccani che equità è “giustizia che applica la legge non rigidamente, ma temperata da umana e indulgente considerazione dei casi particolari a cui la legge si deve applicare”. Equità non è dare in maniera proporzionale a quanto si è versato, ma con coscienza della realtà concreta che definisce il caso particolare.
Se, ad esempio, si è vissuta una vita lavorativa di vessazioni, dov’è l’equità in una pensione che riproduce e cristallizza quella precarietà e povertà già sperimentata e rappresentata dalla scarsa contribuzione? Ma c’è di più.
Queste riforme sono state introdotte con la scusa che i fondi pensionistici sarebbero altrimenti diventati un buco nero delle finanze pubbliche. Anche volendoci credere – e non lo facciamo – i dati Eurostat confermano che la spesa per pensioni in rapporto al PIL ha toccato il 16,3%, un valore che in UE è secondo solo a quello della Grecia.
Bisognerebbe quantomeno dire che le ricette promosse dalla classe dirigente negli ultimi trent’anni sono state fallimentari. E che forse sarebbe il caso di ragionare che il problema è nelle scarse paghe, che si traducono in scarsi contributi, e sul fatto che il finanziamento sarebbe davvero equo se avvenisse attraverso la fiscalità generale.
Ma ovviamente, in UE il mantra è sempre lo stesso: ridurre le spese sociali. C’è il riarmo da finanziare, e l’Italia segue questi dettami in maniera ligia.
Fonte
L’istituto della previdenza sociale italiana comunica che, non essendo stati registrati incrementi dell’aspettativa di vita, fino al 2028 l’età pensionabile rimarrà fissa a 67 anni. Dal 2029 crescerà di un mese, ma l’opportunità di andare effettivamente in pensione dipenderà anche dai contributi versati.
Le varie proiezioni fatte sui più giovani hanno dato risultati sconfortanti. Per fare un esempio, una persona nata all’inizio del 1994, che ha cominciato a lavorare dal 2022 e maturi almeno 20 anni di contributi, andrà comunque in pensione alla fine del 2063, a 69 anni e 10 mesi di età.
Nel caso in cui non si arrivasse a 20 anni di versamenti (cosa che non deve essere considerata improbabile in un sistema che si regge ormai su lavori a termine e part-time involontari), la pensione arriverebbe addirittura a 74 anni. Un logoramento senza fine del corpo e delle forze del lavoratore.
La situazione non è migliore per chi si avvia alla mezza età. Chi è nato nel gennaio del 1980, lavora nel privato e ha cominciato a versare nel 2005 va in pensione a 68 anni e 9 mesi, dal novembre del 2048.
In questo caso, la pensione può essere anticipata a 65 anni e 7 mesi, se sarà stata maturata un’erogazione tre volte superiore all’assegno sociale (al 2024 significa oltre 1.600 euro per 13 mensilità). Ma il pensionamento arriverà a 73 anni e 2 mesi se non saranno stati versati 20 anni di contributi.
È bene fare alcune osservazioni su questi ultimi dati. Un nato nel 1980 che lavora dal 2005 ha cominciato a versare in pratica dal momento successivo alla fine di un ipotetico percorso universitario: non ci sono perdite di tempo e periodi di inattività tra lo studio e il lavoro.
Se avrà ricevuto una paga da fame, con contributi da fame, dovrà lavorare fino quasi a ridosso dei 70 anni, per ricevere poi una pensione da fame. E deve non aver lavorato in nero, grigio e deve sperare che i contributi siano stati versati, vista anche l’ampia diffusione dell’evasione in questo ambito.
Se non avesse raggiunto le 20 annualità contributive e volesse riscattare gli anni universitari per arrivare a questo traguardo, si troverebbe a pagare varie decine di migliaia di euro. Una cifra esorbitante, senza la quale dovrebbe attendere fino a oltre i 73 anni per raggiungere la quiescenza lavorativa.
Quello che è utile rimarcare è che queste opzioni sono ipotizzate per un lavoratore che ha versato dal 2005, e quindi completamente dentro il sistema contributivo, reintrodotto gradualmente con la riforma Dini del 1995. Una trasformazione del sistema pensionistico portata a termine dalla riforma Fornero a fine 2011.
Sul sito del ministero del Lavoro leggiamo che “il sistema contributivo rappresenta una forma più equa di determinazione della prestazione pensionistica, in quanto pone in diretta correlazione quanto versato con quanto il soggetto verrà a percepire”. Siamo abituati alla trasformazione dei significati per legittimare la ferocia neoliberista, ma qui si va oltre.
Anche se non ce ne sarebbe bisogno, leggiamo sulla Treccani che equità è “giustizia che applica la legge non rigidamente, ma temperata da umana e indulgente considerazione dei casi particolari a cui la legge si deve applicare”. Equità non è dare in maniera proporzionale a quanto si è versato, ma con coscienza della realtà concreta che definisce il caso particolare.
Se, ad esempio, si è vissuta una vita lavorativa di vessazioni, dov’è l’equità in una pensione che riproduce e cristallizza quella precarietà e povertà già sperimentata e rappresentata dalla scarsa contribuzione? Ma c’è di più.
Queste riforme sono state introdotte con la scusa che i fondi pensionistici sarebbero altrimenti diventati un buco nero delle finanze pubbliche. Anche volendoci credere – e non lo facciamo – i dati Eurostat confermano che la spesa per pensioni in rapporto al PIL ha toccato il 16,3%, un valore che in UE è secondo solo a quello della Grecia.
Bisognerebbe quantomeno dire che le ricette promosse dalla classe dirigente negli ultimi trent’anni sono state fallimentari. E che forse sarebbe il caso di ragionare che il problema è nelle scarse paghe, che si traducono in scarsi contributi, e sul fatto che il finanziamento sarebbe davvero equo se avvenisse attraverso la fiscalità generale.
Ma ovviamente, in UE il mantra è sempre lo stesso: ridurre le spese sociali. C’è il riarmo da finanziare, e l’Italia segue questi dettami in maniera ligia.
Fonte
15/09/2023
Se sei un lavoratore vivi 4 anni in meno di un dirigente
La speranza di vita a 67 anni di un ex lavoratore dipendente nel primo quinto della distribuzione del reddito, quindi più povero, è di quasi 5 anni inferiore a quella di un ex dirigente di impresa nel quinto più alto. “Per le donne le differenze sono minori, ma comunque importanti”.
Questo è quanto sottolinea il rapporto annuale dell’INPS, secondo il quale una residente in Campania nel primo quinto della distribuzione del reddito ha una speranza di vita di quasi 4 anni inferiore ad una residente in Trentino-Alto Adige con reddito nel quinto più alto.
Il rapporto ricorda che il lavoro dipendente rappresenta il 78% dell’occupazione totale, con un aumento nei contratti a tempo indeterminato. Tuttavia – avvisa la commissaria dell’Inps, Gelera – “il mercato del lavoro italiano rimane complesso, con un declino persistente nell’occupazione autonoma e forti differenze tra il Nord e il Sud del Paese”.
Il numero di lavoratori poveri “certificati”, ossia i dipendenti privati con retribuzione inferiore al 60% della mediana, a ottobre 2022 erano 871.800, pari al 6,3% della platea di riferimento.
Alla fine del 2022, ha sottolineato nella sua relazione il commissario straordinario dell’Inps, i pensionati in Italia erano 16,1 milioni. Un numero di poco superiore a quello del 2021, di cui 7,8 milioni uomini e 8,3 milioni donne.
L’età media al pensionamento è cresciuta negli ultimi dieci anni. Quella degli uomini è passata da 62 del 2012 a 64,2 nel 2022, mentre quella delle donne da 61,3 a 64,7. Il superamento di quella degli uomini da parte di quella delle donne è legato alla diffusa discontinuità delle loro carriere che comporta ritardi nel raggiungimento dei requisiti contributivi per la pensione anticipata.
L’importo complessivamente erogato è stato pari a 322 miliardi di euro. Le donne, nonostante rappresentino il 52% dei pensionati, sono titolari di solo il 44% dell’importo totale.
Fonte
Questo è quanto sottolinea il rapporto annuale dell’INPS, secondo il quale una residente in Campania nel primo quinto della distribuzione del reddito ha una speranza di vita di quasi 4 anni inferiore ad una residente in Trentino-Alto Adige con reddito nel quinto più alto.
Il rapporto ricorda che il lavoro dipendente rappresenta il 78% dell’occupazione totale, con un aumento nei contratti a tempo indeterminato. Tuttavia – avvisa la commissaria dell’Inps, Gelera – “il mercato del lavoro italiano rimane complesso, con un declino persistente nell’occupazione autonoma e forti differenze tra il Nord e il Sud del Paese”.
Il numero di lavoratori poveri “certificati”, ossia i dipendenti privati con retribuzione inferiore al 60% della mediana, a ottobre 2022 erano 871.800, pari al 6,3% della platea di riferimento.
Alla fine del 2022, ha sottolineato nella sua relazione il commissario straordinario dell’Inps, i pensionati in Italia erano 16,1 milioni. Un numero di poco superiore a quello del 2021, di cui 7,8 milioni uomini e 8,3 milioni donne.
L’età media al pensionamento è cresciuta negli ultimi dieci anni. Quella degli uomini è passata da 62 del 2012 a 64,2 nel 2022, mentre quella delle donne da 61,3 a 64,7. Il superamento di quella degli uomini da parte di quella delle donne è legato alla diffusa discontinuità delle loro carriere che comporta ritardi nel raggiungimento dei requisiti contributivi per la pensione anticipata.
L’importo complessivamente erogato è stato pari a 322 miliardi di euro. Le donne, nonostante rappresentino il 52% dei pensionati, sono titolari di solo il 44% dell’importo totale.
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06/05/2023
Meloni commissaria Inps e Inail: le rapaci mani del governo sul welfare!
È un commissariamento politico quello avvenuto per mano di un decreto legge nella tarda serata di ieri. La rimozione degli attuali vertici degli istituti presieduti da Pasquale Tridico e Franco Bettoni, peraltro in scadenza a breve, è altrimenti incomprensibile alla luce del fatto che sia INPS che INAIL hanno i bilanci più che in attivo.
L’abolizione del reddito di cittadinanza fortemente voluta e ideologizzata da questo governo non poteva sopportare che a dirigere l’INPS fosse proprio colui il quale quella misura l’ha ideata e fortemente sostenuta con l’ausilio di dati incontrovertibili. Tanto più quando si dispiegheranno appieno gli effetti della manovra e la platea dei poveri e dei lavoratori poveri si alimenterà a dismisura e servirà qualcuno fidato in grado di saperla raccontare.
Per quanto riguarda l’INAIL, che si appresta – anche qui per decreto – ad accogliere oltre dieci milioni di nuovi assicurati (studenti e docenti) senza nessun incremento di personale, risulta sicuramente appetibile per la “vocazione” agli investimenti immobiliari e la sua prossimità al mondo delle imprese.
INPS e INAIL sono pezzi fondamentali del welfare di questo Paese che il governo vuole controllare, inoltre detengono e movimentano ingenti risorse economiche (solo l’INPS gestisce quasi la metà della spesa corrente!) sulle quali si intende fare cassa, fregandosene degli effetti su una vasta platea di cittadini socialmente vulnerabili.
Per giustificare il commissariamento ed assicurarsi la prossima scelta dei direttori generali il governo ha agito modificando la governance dei due istituti che, manco a dirlo, andrà nella direzione di rafforzarne il potere di controllo.
Nei prossimi giorni sapremo il nome dei commissari ma di sicuro c’è che, per quanto ci riguarda, vigileremo affinché il welfare, in questo Paese, continui ad essere garantito.
USB Pubblico Impiego
Fonte
L’abolizione del reddito di cittadinanza fortemente voluta e ideologizzata da questo governo non poteva sopportare che a dirigere l’INPS fosse proprio colui il quale quella misura l’ha ideata e fortemente sostenuta con l’ausilio di dati incontrovertibili. Tanto più quando si dispiegheranno appieno gli effetti della manovra e la platea dei poveri e dei lavoratori poveri si alimenterà a dismisura e servirà qualcuno fidato in grado di saperla raccontare.
Per quanto riguarda l’INAIL, che si appresta – anche qui per decreto – ad accogliere oltre dieci milioni di nuovi assicurati (studenti e docenti) senza nessun incremento di personale, risulta sicuramente appetibile per la “vocazione” agli investimenti immobiliari e la sua prossimità al mondo delle imprese.
INPS e INAIL sono pezzi fondamentali del welfare di questo Paese che il governo vuole controllare, inoltre detengono e movimentano ingenti risorse economiche (solo l’INPS gestisce quasi la metà della spesa corrente!) sulle quali si intende fare cassa, fregandosene degli effetti su una vasta platea di cittadini socialmente vulnerabili.
Per giustificare il commissariamento ed assicurarsi la prossima scelta dei direttori generali il governo ha agito modificando la governance dei due istituti che, manco a dirlo, andrà nella direzione di rafforzarne il potere di controllo.
Nei prossimi giorni sapremo il nome dei commissari ma di sicuro c’è che, per quanto ci riguarda, vigileremo affinché il welfare, in questo Paese, continui ad essere garantito.
USB Pubblico Impiego
Fonte
28/03/2023
La vera emergenza del Paese sono salario e pensioni
Non il taglio del cuneo fiscale di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil!
Servono il salario minimo a 10 euro e aumenti netti di 300 euro in busta paga. Il 31 marzo a Roma convegno con Conte e Tridico.
La vera emergenza del Paese si chiama “salari e pensioni” ed è attorno al recupero del loro potere d’acquisto che si deve giocare la ripresa dell’iniziativa sindacale. Ci vogliono aumenti netti di almeno 300 euro nelle buste paga a partire dai rinnovi contrattuali e una legge che stabilisca non meno di 10 euro sui minimi tabellari al di sotto del quale sia vietato scendere per qualsiasi contratto di lavoro.
Non è il taglio del cuneo fiscale la battaglia che dobbiamo fare, perché quella riduzione avrebbe ripercussioni sui servizi e i lavoratori si ritroverebbero a perdere da un lato molto più di quanto guadagnerebbero dall’altro.
È arrivato il momento di pretendere un recupero di quella parte di salario che ci è stata sottratta in tutti questi anni e che è andata a giovamento dei profitti e delle rendite finanziarie. Sono quelle che bisogna cominciare a tassare, ripristinando quella progressività fiscale che in Italia si è perduta da decenni.
La lotta alla delega fiscale del governo Meloni si deve sposare da subito con la battaglia per rinnovi contrattuali veri, non più al ribasso come è avvenuto in tutti questi anni.
Ma fino a quando Cgil, Cisl e Uil continueranno a concordare la loro azione sindacale con Confindustria sarà difficile che riescano a promuovere una posizione coerente su questi temi.
Reddito e salari sono i temi al centro del convegno organizzato da USB venerdì 31 marzo dalle 14 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, con la partecipazione tra gli altri di Giuseppe Conte, leader M5S, e Pasquale Tridico, presidente Inps.
Fonte
Servono il salario minimo a 10 euro e aumenti netti di 300 euro in busta paga. Il 31 marzo a Roma convegno con Conte e Tridico.
La vera emergenza del Paese si chiama “salari e pensioni” ed è attorno al recupero del loro potere d’acquisto che si deve giocare la ripresa dell’iniziativa sindacale. Ci vogliono aumenti netti di almeno 300 euro nelle buste paga a partire dai rinnovi contrattuali e una legge che stabilisca non meno di 10 euro sui minimi tabellari al di sotto del quale sia vietato scendere per qualsiasi contratto di lavoro.
Non è il taglio del cuneo fiscale la battaglia che dobbiamo fare, perché quella riduzione avrebbe ripercussioni sui servizi e i lavoratori si ritroverebbero a perdere da un lato molto più di quanto guadagnerebbero dall’altro.
È arrivato il momento di pretendere un recupero di quella parte di salario che ci è stata sottratta in tutti questi anni e che è andata a giovamento dei profitti e delle rendite finanziarie. Sono quelle che bisogna cominciare a tassare, ripristinando quella progressività fiscale che in Italia si è perduta da decenni.
La lotta alla delega fiscale del governo Meloni si deve sposare da subito con la battaglia per rinnovi contrattuali veri, non più al ribasso come è avvenuto in tutti questi anni.
Ma fino a quando Cgil, Cisl e Uil continueranno a concordare la loro azione sindacale con Confindustria sarà difficile che riescano a promuovere una posizione coerente su questi temi.
Reddito e salari sono i temi al centro del convegno organizzato da USB venerdì 31 marzo dalle 14 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, con la partecipazione tra gli altri di Giuseppe Conte, leader M5S, e Pasquale Tridico, presidente Inps.
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22/03/2023
Il calvario dei salari in Italia. Usb si confronta con Tridico e Conte
Tutti i dati, a partire dal rapporto dell’Ocse passando per quello dell’Ilo, confermano che nessun paese in Occidente ha registrato la riduzione del potere d’acquisto dei salari come è avvenuto in Italia negli ultimi trent’anni. Ora l’impennata dell’inflazione ha ulteriormente peggiorato la sofferenza per chi vive di lavoro o di pensione.
Le ricette messe in campo dal governo Meloni sono destinate ad aggravare la situazione: dall’accorpamento delle aliquote fiscali agli sgravi per le aziende, dalla cancellazione del reddito di cittadinanza fino alla scelta di non introdurre una legge sul salario minimo. Non un euro viene messo per affrontare l’emergenza abitativa o sostenere i milioni di pensionati costretti a vivere con meno di mille euro al mese.
Da tempo sono ripartiti i meccanismi dell’emigrazione, sia interna da Sud verso Nord, sia verso le zone più ricche d’Europa. Tra le cause di fondo c’è il fatto che la retribuzione in Italia per milioni di lavoratori non è più sufficiente a garantire una vita libera e dignitosa. Ora la prossima realizzazione dell’autonomia differenziata e le sue conseguenze contribuiranno ad esasperare il fenomeno.
A questa situazione in via di continuo aggravamento, si somma la riduzione della qualità e della quantità dei servizi pubblici, colpiti da una fortissima carenza di personale e costantemente svantaggiati da politiche che favoriscono ed alimentano nuove e più ampie privatizzazioni.
“I tanti rinnovi contrattuali che sono alle porte potrebbero essere destinati a riequilibrare le perdite subite in questi anni ma gli accordi tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil impediscono di introdurre forti recuperi salariali” – sostiene Usb in una nota – “Anzi, piccoli aumenti vengono scambiati con allungamenti della giornata lavorativa e intensificazione dello sfruttamento”.
La cantilena che ci viene continuamente riproposta è che sostenendo le imprese si creano lavoro e ricchezza e invece la realtà ci dice che gli aiuti alle aziende si sono tradotte in un generale impoverimento.
È ora di mettere in campo idee, proposte e iniziative di lotta per invertire la rotta. Con questo obiettivo l’Unione Sindacale di Base ha organizzato per venerdì 31 marzo il convegno “Il salario che non c’è”, nell’Auditorium della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma, al quale partecipano tra gli altri il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.
Fonte
Le ricette messe in campo dal governo Meloni sono destinate ad aggravare la situazione: dall’accorpamento delle aliquote fiscali agli sgravi per le aziende, dalla cancellazione del reddito di cittadinanza fino alla scelta di non introdurre una legge sul salario minimo. Non un euro viene messo per affrontare l’emergenza abitativa o sostenere i milioni di pensionati costretti a vivere con meno di mille euro al mese.
Da tempo sono ripartiti i meccanismi dell’emigrazione, sia interna da Sud verso Nord, sia verso le zone più ricche d’Europa. Tra le cause di fondo c’è il fatto che la retribuzione in Italia per milioni di lavoratori non è più sufficiente a garantire una vita libera e dignitosa. Ora la prossima realizzazione dell’autonomia differenziata e le sue conseguenze contribuiranno ad esasperare il fenomeno.
A questa situazione in via di continuo aggravamento, si somma la riduzione della qualità e della quantità dei servizi pubblici, colpiti da una fortissima carenza di personale e costantemente svantaggiati da politiche che favoriscono ed alimentano nuove e più ampie privatizzazioni.
“I tanti rinnovi contrattuali che sono alle porte potrebbero essere destinati a riequilibrare le perdite subite in questi anni ma gli accordi tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil impediscono di introdurre forti recuperi salariali” – sostiene Usb in una nota – “Anzi, piccoli aumenti vengono scambiati con allungamenti della giornata lavorativa e intensificazione dello sfruttamento”.
La cantilena che ci viene continuamente riproposta è che sostenendo le imprese si creano lavoro e ricchezza e invece la realtà ci dice che gli aiuti alle aziende si sono tradotte in un generale impoverimento.
È ora di mettere in campo idee, proposte e iniziative di lotta per invertire la rotta. Con questo obiettivo l’Unione Sindacale di Base ha organizzato per venerdì 31 marzo il convegno “Il salario che non c’è”, nell’Auditorium della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma, al quale partecipano tra gli altri il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.
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07/03/2023
MIA al posto del reddito di cittadinanza, ovvero il governo contro i poveri
Diverse bozze di provvedimenti sono passate dal ministero del Lavoro a quello del Tesoro per la valutazione dei costi – così è quando si parla di spese sociali, (non di quelle militari).
Quello che preoccupa di più, per la portata economica e sociale, è la sostituzione del reddito di cittadinanza con quella che è stata chiamata Misura di Inclusione Attiva (MIA).
Il reddito è stato prorogato per i primi sette mesi del 2023 e, considerati i tempi per approvazione e disposizione di tutte le pratiche amministrative, si rischia di essere già in ritardo con la nuova misura.
Comunque, da agosto o più probabilmente da settembre, la nuova misura potrebbe essere richiesta, ma si tratta di cambiamenti molto pesanti, che stravolgono integralmente senso e misura del “vecchio” Rdc.
Innanzitutto, i fondi a disposizione saranno diminuiti di 2-3 miliardi. Il risparmio sarà ottenuto abbassando la soglia ISEE necessaria ad accedervi, da 9.360 a 7.200 euro.
La platea dei possibili beneficiari (che il nuovo limite potrebbe tagliare di un terzo) sarà divisa in due categorie: nuclei senza persone occupabili e nuclei con persone occupabili. La prima comprende le famiglie con almeno un minorenne o un over 60 o un disabile, la seconda le famiglie senza questa situazione ma con almeno un componente tra i 18 e i 60 anni.
Anche gli importi, già al limite della povertà relativa sui dati del 2021, sono ribassati. Per i “non occupabili” l’ammontare – nel caso di famiglie composte da una sola persona – dovrebbe restare di 500 euro mensili, ma sembra che si voglia ridurre la “quota aggiuntiva” per l’affitto.
Invece che 280 euro, come oggi, l’importo potrebbe essere diminuito e modulato sulla dimensione del nucleo familiare. Anche qui, siamo ben lontani dagli affitti medi del paese.
Per quelli definiti “occupabili”, invece, l’assegno verrà portato a 375 euro mensili, meno di quello che si riceve oggi. Per questa categoria, inoltre, la durata del beneficio sarà massimo di un anno, rispetto ai 18 mesi dei “non occupabili”.
Per questi ultimi, dalla seconda domanda in poi la durata massima sarà di 12 mesi, mentre per i primi sarà di 6. Dopo, per richiedere per la terza volta la MIA, dovranno attendere un anno e mezzo.
L’erogazione agli “occupabili” è poi strettamente legata all’accettazione di qualsiasi offerta di lavoro, purché sia “congrua” (e sappiamo che questa è una formula molto elastica, facilmente eludibile) e nella provincia di residenza o in quelle confinanti.
Per la felicità di Confindustria, i paletti del decreto spingeranno verso lavori sottopagati e spesso distanti tutti coloro che nel reddito avevano trovato un parziale strumento per evitare di sottostare al ricatto salariale.
Per comprendere fino in fondo la logica della “riforma”, le agenzie private del lavoro riceveranno addirittura incentivi per ogni persona contrattualizzata, precaria o a tempo indeterminato che sia.
Invece di tornare a un sistema di collocamento interamente pubblico, insomma, è stata trovata l’ennesima via per gonfiare i profitti dei privati.
In compenso, si fa per dire, dovrebbe essere ridotto anche il requisito di residenza, da 10 a 5 anni, ma non per volontà politica del governo. La ratio di questa scelta è solo quella di non incorrere in moniti da Bruxelles. E comunque si evince dai calcoli che in nessun modo ciò compenserà la diminuzione della platea per gli altri motivi elencati.
Il Presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha sottolineato l’alta possibilità che in tanti perdano il reddito di cittadinanza con questa nuova norma. È interessante osservare come, nella sua intervista a Radio24, il centro della riflessione sia intorno alla mancanza di stabilità del lavoro e ai bassi salari.
Tridico ricorda come un milione e mezzo di giovani siano emigrati negli ultimi due decenni, alla ricerca di migliori condizioni lavorative e retributive.
È sempre l’alto dirigente INPS a smontare la narrazione che ci viene costantemente propinata su come funziona l’economia. È lui a riportare il fatto che nell’ultimo trentennio i salari medi sono diminuiti, nonostante la produttività sia aumentata del 10-12%. A conclusione, ribadisce la necessità di introdurre un salario minimo legale.
La mannaia che colpisce il Reddito di cittadinanza si spiega solo attraverso una feroce politica antipopolare, promessa in campagna elettorale dall’attuale maggioranza, nonostante percettori e domande fossero già diminuite all’inizio del nuovo anno.
Voci autorevoli e istituzionali ci confermano che le criticità intorno alla riforma del reddito, che secondo l’ISTAT ha salvato dalla povertà un milione di persone, impongono la mobilitazione.
Il prossimo 14 marzo l’Unione Sindacale di Base ha lanciato piazze davanti ai centri per l’impiego in tutta Italia, dentro la cornice della campagna “Uniti per il reddito”.
Sarà un momento importante in cui rafforzare l’opposizione sociale alle politiche del governo Meloni, continuazione di quelle del precedente governo e, in entrambi i casi, assai lontane dai bisogni dei settori popolari.
Fonte
Quello che preoccupa di più, per la portata economica e sociale, è la sostituzione del reddito di cittadinanza con quella che è stata chiamata Misura di Inclusione Attiva (MIA).
Il reddito è stato prorogato per i primi sette mesi del 2023 e, considerati i tempi per approvazione e disposizione di tutte le pratiche amministrative, si rischia di essere già in ritardo con la nuova misura.
Comunque, da agosto o più probabilmente da settembre, la nuova misura potrebbe essere richiesta, ma si tratta di cambiamenti molto pesanti, che stravolgono integralmente senso e misura del “vecchio” Rdc.
Innanzitutto, i fondi a disposizione saranno diminuiti di 2-3 miliardi. Il risparmio sarà ottenuto abbassando la soglia ISEE necessaria ad accedervi, da 9.360 a 7.200 euro.
La platea dei possibili beneficiari (che il nuovo limite potrebbe tagliare di un terzo) sarà divisa in due categorie: nuclei senza persone occupabili e nuclei con persone occupabili. La prima comprende le famiglie con almeno un minorenne o un over 60 o un disabile, la seconda le famiglie senza questa situazione ma con almeno un componente tra i 18 e i 60 anni.
Anche gli importi, già al limite della povertà relativa sui dati del 2021, sono ribassati. Per i “non occupabili” l’ammontare – nel caso di famiglie composte da una sola persona – dovrebbe restare di 500 euro mensili, ma sembra che si voglia ridurre la “quota aggiuntiva” per l’affitto.
Invece che 280 euro, come oggi, l’importo potrebbe essere diminuito e modulato sulla dimensione del nucleo familiare. Anche qui, siamo ben lontani dagli affitti medi del paese.
Per quelli definiti “occupabili”, invece, l’assegno verrà portato a 375 euro mensili, meno di quello che si riceve oggi. Per questa categoria, inoltre, la durata del beneficio sarà massimo di un anno, rispetto ai 18 mesi dei “non occupabili”.
Per questi ultimi, dalla seconda domanda in poi la durata massima sarà di 12 mesi, mentre per i primi sarà di 6. Dopo, per richiedere per la terza volta la MIA, dovranno attendere un anno e mezzo.
L’erogazione agli “occupabili” è poi strettamente legata all’accettazione di qualsiasi offerta di lavoro, purché sia “congrua” (e sappiamo che questa è una formula molto elastica, facilmente eludibile) e nella provincia di residenza o in quelle confinanti.
Per la felicità di Confindustria, i paletti del decreto spingeranno verso lavori sottopagati e spesso distanti tutti coloro che nel reddito avevano trovato un parziale strumento per evitare di sottostare al ricatto salariale.
Per comprendere fino in fondo la logica della “riforma”, le agenzie private del lavoro riceveranno addirittura incentivi per ogni persona contrattualizzata, precaria o a tempo indeterminato che sia.
Invece di tornare a un sistema di collocamento interamente pubblico, insomma, è stata trovata l’ennesima via per gonfiare i profitti dei privati.
In compenso, si fa per dire, dovrebbe essere ridotto anche il requisito di residenza, da 10 a 5 anni, ma non per volontà politica del governo. La ratio di questa scelta è solo quella di non incorrere in moniti da Bruxelles. E comunque si evince dai calcoli che in nessun modo ciò compenserà la diminuzione della platea per gli altri motivi elencati.
Il Presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha sottolineato l’alta possibilità che in tanti perdano il reddito di cittadinanza con questa nuova norma. È interessante osservare come, nella sua intervista a Radio24, il centro della riflessione sia intorno alla mancanza di stabilità del lavoro e ai bassi salari.
Tridico ricorda come un milione e mezzo di giovani siano emigrati negli ultimi due decenni, alla ricerca di migliori condizioni lavorative e retributive.
È sempre l’alto dirigente INPS a smontare la narrazione che ci viene costantemente propinata su come funziona l’economia. È lui a riportare il fatto che nell’ultimo trentennio i salari medi sono diminuiti, nonostante la produttività sia aumentata del 10-12%. A conclusione, ribadisce la necessità di introdurre un salario minimo legale.
La mannaia che colpisce il Reddito di cittadinanza si spiega solo attraverso una feroce politica antipopolare, promessa in campagna elettorale dall’attuale maggioranza, nonostante percettori e domande fossero già diminuite all’inizio del nuovo anno.
Voci autorevoli e istituzionali ci confermano che le criticità intorno alla riforma del reddito, che secondo l’ISTAT ha salvato dalla povertà un milione di persone, impongono la mobilitazione.
Il prossimo 14 marzo l’Unione Sindacale di Base ha lanciato piazze davanti ai centri per l’impiego in tutta Italia, dentro la cornice della campagna “Uniti per il reddito”.
Sarà un momento importante in cui rafforzare l’opposizione sociale alle politiche del governo Meloni, continuazione di quelle del precedente governo e, in entrambi i casi, assai lontane dai bisogni dei settori popolari.
Fonte
27/01/2023
Il Reddito di cittadinanza va esteso non abolito. Lo confermano i dati dell’Inps
Sono solo 2,2 milioni i cittadini italiani che percepiscono il reddito di cittadinanza o la pensione di cittadinanza, a questi vanno aggiunti 285 mila cittadini stranieri. Il tutto per un assegno con importo medio di 549 euro. Sono questi i dati diffusi dall’Osservatorio Inps sulla realtà dell’unico provvedimento contro la povertà introdotto in Italia, uno strumento esistente in tutta in Europa tranne che nel nostro paese fino a quattro anni fa.
La povertà assoluta ha confermato sostanzialmente i massimi storici toccati nel 2020, anno d’inizio della pandemia dovuta al Covid-19.
In Italia nel 2021, secondo l’Istat sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente). Se poi andiamo a vedere la povertà relativa, qui l’incidenza è salita all’11,1% (da 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni (erano 2,6 milioni nel 2020) cioè circa 8,8 milioni di persone.
Quindi le persone che percepiscono il Reddito o la Pensione di cittadinanza sono meno della metà delle persone ritenute in povertà assoluta e meno di un quarto di quelle in condizione di povertà relativa.
Nel mese di dicembre 2022, i nuclei beneficiari di Reddito di cittadinanza o di pensione di cittadinanza sono stati solo 1,17 milioni (1,05 milioni RdC e 123mila PdC), con 2,48 milioni di persone coinvolte (2,35 milioni RdC e 139mila PdC) e un importo medio erogato a livello nazionale di 549 euro (580 euro per il RdC e 291 euro per la PdC).
La platea dei percettori di Reddito di cittadinanza e di Pensione di cittadinanza è composta, sempre a dicembre 2022, da 2,20 milioni di cittadini italiani, 201 mila cittadini extra comunitari con permesso di soggiorno UE, 84 mila cittadini europei, 3600 familiari delle precedenti categorie o titolari di protezione internazionale.
Per i nuclei con presenza di minori (367mila, con 1,3 milioni di persone coinvolte), l’importo medio mensile è di 679 euro, e va da un minimo di 593 euro per i nuclei composti da due persone a 739 euro per quelli composti da cinque persone. I nuclei con presenza di disabili sono quasi 204 mila, con 456 mila persone coinvolte. L’importo medio è di 491 euro, con un minimo di 389 euro per i nuclei composti da una sola persona a 700 euro per quelli composti da cinque persone.
La distribuzione per aree geografiche vede 425 mila persone beneficiarie della prestazione sociale al Nord, 327 mila al Centro e oltre 1,7 milioni nel Sud e nelle Isole.
Nel 2022 i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di reddito di cittadinanza o di pensione di cittadinanza sono stati 1,69 milioni, per un totale di 3,66 milioni di persone coinvolte.
Per quanto riguarda gli anni precedenti, risulta che i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC nell’anno 2019 sono stati 1,1 milioni, per un totale di 2,7 milioni di persone coinvolte; nel 2020 i nuclei sono stati 1,6 milioni, per un totale di 3,7 milioni di persone coinvolte. I numeri sono saliti ulteriormente nel 2021: infatti i nuclei beneficiari di almeno una mensilità sono risultati quasi 1,8 milioni, per un totale di poco meno di 4 milioni di persone coinvolte. Nel 2022 si è registrata una flessione: 1,7 milioni di nuclei per un totale di 3,7 milioni di persone.
L’importo medio mensile erogato è crescente nel tempo: complessivamente è aumentato dell’11%, passando da 492 euro nell’anno 2019 a 546 euro nel 2021.
Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di Bilancio il taglio deciso dalla manovra finanziaria del governo Meloni potrebbe far perdere il reddito di cittadinanza al 38,5% dei nuclei familiari (e al 23% delle persone) che oggi lo ricevono, si tratta di quasi 400mila famiglie.
Sulla base dei dati forniti dall’Inps ma ancora di più sulla base della realtà dell’impoverimento di ampie fasce della popolazione e di un minimo senso di giustizia sociale, appare evidente che l’istituto del Reddito di Cittadinanza andrebbe esteso e non abolito.
Fonte
La povertà assoluta ha confermato sostanzialmente i massimi storici toccati nel 2020, anno d’inizio della pandemia dovuta al Covid-19.
In Italia nel 2021, secondo l’Istat sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente). Se poi andiamo a vedere la povertà relativa, qui l’incidenza è salita all’11,1% (da 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni (erano 2,6 milioni nel 2020) cioè circa 8,8 milioni di persone.
Quindi le persone che percepiscono il Reddito o la Pensione di cittadinanza sono meno della metà delle persone ritenute in povertà assoluta e meno di un quarto di quelle in condizione di povertà relativa.
Nel mese di dicembre 2022, i nuclei beneficiari di Reddito di cittadinanza o di pensione di cittadinanza sono stati solo 1,17 milioni (1,05 milioni RdC e 123mila PdC), con 2,48 milioni di persone coinvolte (2,35 milioni RdC e 139mila PdC) e un importo medio erogato a livello nazionale di 549 euro (580 euro per il RdC e 291 euro per la PdC).
La platea dei percettori di Reddito di cittadinanza e di Pensione di cittadinanza è composta, sempre a dicembre 2022, da 2,20 milioni di cittadini italiani, 201 mila cittadini extra comunitari con permesso di soggiorno UE, 84 mila cittadini europei, 3600 familiari delle precedenti categorie o titolari di protezione internazionale.
Per i nuclei con presenza di minori (367mila, con 1,3 milioni di persone coinvolte), l’importo medio mensile è di 679 euro, e va da un minimo di 593 euro per i nuclei composti da due persone a 739 euro per quelli composti da cinque persone. I nuclei con presenza di disabili sono quasi 204 mila, con 456 mila persone coinvolte. L’importo medio è di 491 euro, con un minimo di 389 euro per i nuclei composti da una sola persona a 700 euro per quelli composti da cinque persone.
La distribuzione per aree geografiche vede 425 mila persone beneficiarie della prestazione sociale al Nord, 327 mila al Centro e oltre 1,7 milioni nel Sud e nelle Isole.
Nel 2022 i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di reddito di cittadinanza o di pensione di cittadinanza sono stati 1,69 milioni, per un totale di 3,66 milioni di persone coinvolte.
Per quanto riguarda gli anni precedenti, risulta che i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC nell’anno 2019 sono stati 1,1 milioni, per un totale di 2,7 milioni di persone coinvolte; nel 2020 i nuclei sono stati 1,6 milioni, per un totale di 3,7 milioni di persone coinvolte. I numeri sono saliti ulteriormente nel 2021: infatti i nuclei beneficiari di almeno una mensilità sono risultati quasi 1,8 milioni, per un totale di poco meno di 4 milioni di persone coinvolte. Nel 2022 si è registrata una flessione: 1,7 milioni di nuclei per un totale di 3,7 milioni di persone.
L’importo medio mensile erogato è crescente nel tempo: complessivamente è aumentato dell’11%, passando da 492 euro nell’anno 2019 a 546 euro nel 2021.
Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di Bilancio il taglio deciso dalla manovra finanziaria del governo Meloni potrebbe far perdere il reddito di cittadinanza al 38,5% dei nuclei familiari (e al 23% delle persone) che oggi lo ricevono, si tratta di quasi 400mila famiglie.
Sulla base dei dati forniti dall’Inps ma ancora di più sulla base della realtà dell’impoverimento di ampie fasce della popolazione e di un minimo senso di giustizia sociale, appare evidente che l’istituto del Reddito di Cittadinanza andrebbe esteso e non abolito.
Fonte
17/12/2022
Dall’Inps una radiografia della enorme precarietà del lavoro
Secondo i dati diffusi dall’Inps nei primi nove mesi del 2022 le assunzioni attivate dalla aziende sono state ben 6.227.000, con un aumento del +17% rispetto allo stesso periodo del 2021. Visto così il dato indicherebbe una situazione positiva, ma le cessazioni di lavoro sono state ben 5.571.000, in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+23%) per tutte le tipologie contrattuali: contratti intermittenti (+39%), contratti a tempo determinato (+24%), contratti in apprendistato (+23%), contratti a tempo indeterminato (+21%), contratti stagionali e contratti in somministrazione (+20%).
Quindi si tratta nella stragrande maggioranza di contratti a termine, stagionali, intermittenti e quant altra diavoleria consentita sul mercato del lavoro da Pacchetto Treu, Legge Biagi, Jobs Act.
La crescita delle assunzioni ha interessato tutte le tipologie contrattuali, risultando accentuata sia per i contratti a tempo indeterminato (+28%) sia per le diverse tipologie di contratti a termine (intermittenti +25%, apprendistato +17%, tempo determinato +16%, stagionali +11%, somministrati +9%). Insomma sarebbero questi “i lavori” messi a disposizione per gli occupabili di cui starnazza il governo: qualche giorno o, nel migliore di casi, due/tre mesi l’anno.
Le trasformazioni da tempo determinato nei primi tre trimestri dell’anno sono risultate 553.000, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2021 (+61%), ma per il tempo indeterminato la variazione positiva risulta pari solo a 301.000 unità.
Nello stesso periodo le conferme di rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo (pari a 87.000) risultano essere aumentate dell’8% rispetto all’anno precedente. Da marzo 2021 il saldo annualizzato ha registrato un continuo recupero dei livelli occupazionali, in precedenza compressi dalla pandemia. A settembre 2022 si registra un saldo positivo pari a 525.000 posizioni di lavoro, rileva l’osservatorio dell’Inps sul precariato.
La dinamica delle assunzioni nell’insieme dei primi nove mesi dell’anno è stata particolarmente accentuata per le aziende che risultano avere più di 15 dipendenti: oltre il 24% in quelle da 16 a 99 dipendenti e quasi il 20% per quelle con oltre 100 dipendenti. Mentre per le piccolissime imprese (fino a 15 dipendenti) l’incremento è stato praticamente la metà circa l’11%.
Fonte
Quindi si tratta nella stragrande maggioranza di contratti a termine, stagionali, intermittenti e quant altra diavoleria consentita sul mercato del lavoro da Pacchetto Treu, Legge Biagi, Jobs Act.
La crescita delle assunzioni ha interessato tutte le tipologie contrattuali, risultando accentuata sia per i contratti a tempo indeterminato (+28%) sia per le diverse tipologie di contratti a termine (intermittenti +25%, apprendistato +17%, tempo determinato +16%, stagionali +11%, somministrati +9%). Insomma sarebbero questi “i lavori” messi a disposizione per gli occupabili di cui starnazza il governo: qualche giorno o, nel migliore di casi, due/tre mesi l’anno.
Le trasformazioni da tempo determinato nei primi tre trimestri dell’anno sono risultate 553.000, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2021 (+61%), ma per il tempo indeterminato la variazione positiva risulta pari solo a 301.000 unità.
Nello stesso periodo le conferme di rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo (pari a 87.000) risultano essere aumentate dell’8% rispetto all’anno precedente. Da marzo 2021 il saldo annualizzato ha registrato un continuo recupero dei livelli occupazionali, in precedenza compressi dalla pandemia. A settembre 2022 si registra un saldo positivo pari a 525.000 posizioni di lavoro, rileva l’osservatorio dell’Inps sul precariato.
La dinamica delle assunzioni nell’insieme dei primi nove mesi dell’anno è stata particolarmente accentuata per le aziende che risultano avere più di 15 dipendenti: oltre il 24% in quelle da 16 a 99 dipendenti e quasi il 20% per quelle con oltre 100 dipendenti. Mentre per le piccolissime imprese (fino a 15 dipendenti) l’incremento è stato praticamente la metà circa l’11%.
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05/11/2022
Assegno unico familiare. Meno soldi alle famiglie e maggiori ostacoli
Eravamo stati facili profeti quando abbiamo denunciato che tramite il bluff del nuovo assegno unico familiare, alla fine, alle famiglie sarebbero arrivati meno soldi di quanti ne percepivano prima. Secondo i dati diffusi dall’Inps, a marzo solo la metà delle famiglie aveva richiesto l’assegno unico per i figli, si tratta di 3,5 milioni di nuclei per 5,8 milioni di figli, su una platea che è quasi doppia: 7,3 milioni di famiglie per 11,2 milioni di figli.
Con l’assegno unico la platea di beneficiari è stata giustamente allargata. Prima lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi), adesso anche i lavoratori autonomi. Se prima la prestazione era legata alla posizione lavorativa/contributiva ed era anticipata dai datori di lavoro che poi la recuperavano conguagliando, adesso è diventata una prestazione universale pagata direttamente dall’Inps.
Ma già nell’impostazione della procedura e dal consuntivo a bilancio, si capiva che le cose sarebbero cambiate e alle famiglie alla fine sarebbero arrivati meno soldi di prima per i figli a carico.
La relazione di accompagnamento al provvedimento nel 2021 e gli annunci del governo parlavano di risparmi di spesa, dunque se la matematica non è opinione significa meno soldi. Inoltre proprio perché la platea di chi percepisce la prestazione è più ampia di prima, è evidente che i fondi previsti vengono spalmati su un numero maggiore di beneficiari. L’aver tolto le detrazioni fiscali per i figli a carico per includere nella composizione dell’assegno familiare, si è rivelata veramente “diabolica”.
Infine, e non certo per importanza, affidando i calcoli esclusivamente ad un algoritmo, i funzionari dell’Inps nelle sedi territoriali sono stati privati della possibilità di intervenire per correggere gli errori del sistema. In compenso sono loro che devono far fronte alla crescente rabbia e domande degli utenti che si rivolgono agli sportelli territoriali per avere spiegazioni. Ma l’automatizzazione della procedura impedisce agli operatori di risolvere i problemi che si presentano. Insomma la digitalizzazione che esclude totalmente l’intervento del “fattore umano” è un disastro che andrebbe evitato.
Ma se già nei mesi scorsi è cresciuto esponenzialmente il numero di proteste e rimostranze da parte delle famiglie che si sono viste recapitare assegni familiari più bassi che in passato, adesso si sta presentando una nuova rogna che riguarda i genitori di coppie separate/divorziate e i nuclei familiari monogenitoriali
L’assegno unico del mese di ottobre è stato ridotto, rispetto alle mensilità precedenti, a circa un milione di famiglie monogenitoriali. A raccogliere centinaia di segnalazioni dai propri associati è stata l’associazione di volontariato “Una Buona Idea” a tutela delle famiglie di vedove e orfani, nata per difendere i diritti civili di questi nuclei. Ma sono coinvolti numerosi genitori che da soli curano i propri figli, per le più svariate ragioni (genitore unico, vedovo o con figlio non riconosciuto), e il loro sconcerto trova sfogo anche nella pioggia di commenti sulla pagina Facebook “Inps per la famiglia”. A riferirne è Il Sole 24 Ore.
Il motivo ufficiale non è stato comunicato ai diretti interessati, ma la riduzione dell’importo riguarda la maggiorazione prevista dall’articolo 4, comma 8 del decreto legislativo n. 230/2021, percepita fino allo scorso mese da molti di questi nuclei monogenitoriali: in base alla norma, “nel caso in cui entrambi i genitori siano titolari di reddito da lavoro, è prevista una maggiorazione per ciascun figlio minore”. Questa maggiorazione è pari a 30 euro con Isee pari o inferiore a 15mila euro e si riduce gradualmente fino ad annullarsi con Isee pari o superiore 40mila euro.
La decurtazione, fa sapere l’Inps, è legata al disconoscimento della maggiorazione che spetta solamente ai nuclei familiari in cui entrambe i genitori siano titolari di reddito da lavoro. L’istituto procederà, di conseguenza, a compensare gli importi non spettanti percepiti finora sulle rate successive. Una procedura obbligata: in assenza di una modifica del testo normativo, non è possibile riconoscere la maggiorazione anche a queste famiglie.
Dunque un micidiale combinato disposto tra risparmi di spesa, eliminazione e spostamento delle detrazioni fiscali per i figli e utilizzo quasi “religioso” dell’algoritmo nella procedura di definizione dell’assegno unico familiare, ha prodotto gli effetti perversi che avevamo denunciato e che probabilmente erano quelli auspicati dai tecnocrati che hanno impostato questa nuova versione di una prestazione sociale decisiva nel welfare state.
Il presidente dell’Inps Tridico ha in più occasioni dimostrato di essere una brava persona. I suoi lavori universitari sul welfare sono ottimi, ma ha continuato a circondarsi e a farsi turlupinare da una dirigenza dell’Inps infida e profondamente intrisa da quel tecno-liberismo che andrebbe tenuto alla larga con il filo spinato dagli istituti che hanno come ragione sociale gli interessi pubblici.
Fonte
Con l’assegno unico la platea di beneficiari è stata giustamente allargata. Prima lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi), adesso anche i lavoratori autonomi. Se prima la prestazione era legata alla posizione lavorativa/contributiva ed era anticipata dai datori di lavoro che poi la recuperavano conguagliando, adesso è diventata una prestazione universale pagata direttamente dall’Inps.
Ma già nell’impostazione della procedura e dal consuntivo a bilancio, si capiva che le cose sarebbero cambiate e alle famiglie alla fine sarebbero arrivati meno soldi di prima per i figli a carico.
La relazione di accompagnamento al provvedimento nel 2021 e gli annunci del governo parlavano di risparmi di spesa, dunque se la matematica non è opinione significa meno soldi. Inoltre proprio perché la platea di chi percepisce la prestazione è più ampia di prima, è evidente che i fondi previsti vengono spalmati su un numero maggiore di beneficiari. L’aver tolto le detrazioni fiscali per i figli a carico per includere nella composizione dell’assegno familiare, si è rivelata veramente “diabolica”.
Infine, e non certo per importanza, affidando i calcoli esclusivamente ad un algoritmo, i funzionari dell’Inps nelle sedi territoriali sono stati privati della possibilità di intervenire per correggere gli errori del sistema. In compenso sono loro che devono far fronte alla crescente rabbia e domande degli utenti che si rivolgono agli sportelli territoriali per avere spiegazioni. Ma l’automatizzazione della procedura impedisce agli operatori di risolvere i problemi che si presentano. Insomma la digitalizzazione che esclude totalmente l’intervento del “fattore umano” è un disastro che andrebbe evitato.
Ma se già nei mesi scorsi è cresciuto esponenzialmente il numero di proteste e rimostranze da parte delle famiglie che si sono viste recapitare assegni familiari più bassi che in passato, adesso si sta presentando una nuova rogna che riguarda i genitori di coppie separate/divorziate e i nuclei familiari monogenitoriali
L’assegno unico del mese di ottobre è stato ridotto, rispetto alle mensilità precedenti, a circa un milione di famiglie monogenitoriali. A raccogliere centinaia di segnalazioni dai propri associati è stata l’associazione di volontariato “Una Buona Idea” a tutela delle famiglie di vedove e orfani, nata per difendere i diritti civili di questi nuclei. Ma sono coinvolti numerosi genitori che da soli curano i propri figli, per le più svariate ragioni (genitore unico, vedovo o con figlio non riconosciuto), e il loro sconcerto trova sfogo anche nella pioggia di commenti sulla pagina Facebook “Inps per la famiglia”. A riferirne è Il Sole 24 Ore.
Il motivo ufficiale non è stato comunicato ai diretti interessati, ma la riduzione dell’importo riguarda la maggiorazione prevista dall’articolo 4, comma 8 del decreto legislativo n. 230/2021, percepita fino allo scorso mese da molti di questi nuclei monogenitoriali: in base alla norma, “nel caso in cui entrambi i genitori siano titolari di reddito da lavoro, è prevista una maggiorazione per ciascun figlio minore”. Questa maggiorazione è pari a 30 euro con Isee pari o inferiore a 15mila euro e si riduce gradualmente fino ad annullarsi con Isee pari o superiore 40mila euro.
La decurtazione, fa sapere l’Inps, è legata al disconoscimento della maggiorazione che spetta solamente ai nuclei familiari in cui entrambe i genitori siano titolari di reddito da lavoro. L’istituto procederà, di conseguenza, a compensare gli importi non spettanti percepiti finora sulle rate successive. Una procedura obbligata: in assenza di una modifica del testo normativo, non è possibile riconoscere la maggiorazione anche a queste famiglie.
Dunque un micidiale combinato disposto tra risparmi di spesa, eliminazione e spostamento delle detrazioni fiscali per i figli e utilizzo quasi “religioso” dell’algoritmo nella procedura di definizione dell’assegno unico familiare, ha prodotto gli effetti perversi che avevamo denunciato e che probabilmente erano quelli auspicati dai tecnocrati che hanno impostato questa nuova versione di una prestazione sociale decisiva nel welfare state.
Il presidente dell’Inps Tridico ha in più occasioni dimostrato di essere una brava persona. I suoi lavori universitari sul welfare sono ottimi, ma ha continuato a circondarsi e a farsi turlupinare da una dirigenza dell’Inps infida e profondamente intrisa da quel tecno-liberismo che andrebbe tenuto alla larga con il filo spinato dagli istituti che hanno come ragione sociale gli interessi pubblici.
Fonte
22/08/2022
Covid, le vittime senza voce. I lavoratori fragili e il ricatto tra salute e lavoro
La crisi sanitaria ha fatto da cartina di tornasole circa l’atteggiamento dello Stato e degli esecutivi riguardo alla tutela della classe lavoratrice in generale, prima mandata a contagiarsi sui posti di lavoro senza troppi scrupoli per via dei ritardi nella chiusura delle produzioni non essenziali (come da volontà di Confindustria), poi oggetto dello sblocco dei licenziamenti che ha concesso ai padroni tutti i possibili pretesti per attuare una ristrutturazione industriale sulla pelle di operai e impiegati. In questo contesto, il disagio vissuto dai lavoratori fragili rappresenta un caso speculare rispetto a quello generale: molti di essi avrebbero preferito, per la situazione in cui sono stati messi dai governi, usufruire dei sussidi di disoccupazione piuttosto che essere alla mercè delle coperture limitate dell’INPS, effetto del primo provvedimento del governo che, oltre a permettere lo smart working, prevedeva la malattia equiparata a ricovero per i casi più gravi.
Durante i peggiori picchi della pandemia l’attenzione dei media è stata focalizzata soprattutto sulle contestazioni delle frange più individualiste e anti-scientifiche della società (no vax, no mask, promotori delle tesi dell’apertura indiscriminata). Molto spesso a rimanere nell’anonimato sono state proprio le categorie che portavano avanti lotte del tutto legittime e che hanno vissuto sulla propria pelle l’inadeguatezza delle istituzioni a tutelare – nell’aspetto sanitario e nell’aspetto economico – l’insieme dei soggetti particolarmente deboli di fronte al virus. Parliamo oggi con Daniela Briuglia, attivista per i diritti dei lavoratori fragili e responsabile del gruppo Facebook Immunodepressi tutela contro il Coronavirus. Daniela da due anni porta avanti una battaglia per il riconoscimento di speciali prerogative per questa parte di proletari. Parleremo poi con Luisa (nome di fantasia), lavoratrice fragile del settore privato.
Daniela, quando è cominciato il vostro impegno? Come avete vissuto l’esordio della pandemia?
Abbiamo creato due anni fa, allo scoppio dei contagi, il nostro gruppo, primo gruppo sull’argomento, credo. All’epoca le tutele erano, fortunatamente, già riservate a chi possedeva i criteri della 104 comma 3, ma si escludevano gli immunodepressi o chi aveva altre patologie, oggetto del comma 1.[1] Il comma 1 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. Non aver tenuto subito conto di questa circostanza è stato il primo errore del governo. A marzo 2020 il governo ha emanato il primo decreto dove per noi malati fragili (oncologici, autoimmuni, immunodeficienti, asmatici gravi, cardiopatici eccetera) veniva inserito l’articolo 26. Questo articolo di fatto ci ha permesso di stare a casa, in smart working o – solo a seguito della conversione del decreto legge – in malattia equiparata a ricovero, il che aveva molto più senso visto che, ad esempio, un’infermiera non può andare in smart working. Equiparata a ricovero significa che non venivamo licenziati e la malattia non andava nel comporto.[2]
Perché tutto questo non è stato assolutamente risolutivo?
Le tutele non sono state molto costanti in questi due anni. Purtroppo tutti i lavoratori in malattia dipendono dall’Inps, la quale paga solo per 180 giorni all’anno. Ciò significa che il governo ci ha tutelato solo sei mesi all’anno: da marzo ad ottobre del 2020, da gennaio a giugno del 2021. Questo “singhiozzo” è stato come un cappio al collo perché superati i 180 giorni dell’anno in corso noi siamo rimasti senza tutele, come stiamo rimanendo quest’anno. Infatti, con il decreto 24 del 24 marzo 2022 per la prima volta i lavoratori fragili sono stati messi fuori sia dallo smart working che dalla malattia esclusa dal comporto, permanendo soltanto la “sorveglianza sanitaria”,[3] anche se nel Protocollo d’Intesa fra le parti sociali datato 30 giugno, oltre stilare alcuni obblighi in capo all’azienda come favorire orari di ingresso/uscita scaglionati in modo da evitare assembramenti nelle zone comuni (ingressi, spogliatoi, sale mensa), si auspica che la possibilità del lavoro agile venga reinserita. Questa, tuttavia, lascia il tempo che trova, perché alla fine le aziende o le amministrazioni non applicano tutte le tutele per i lavoratori fragili. Spesso non sanno proprio come applicarla, tale sorveglianza. Se non è più previsto lo smart working, peraltro, chi è che ti mette a lavorare da solo in una stanza? E, inoltre, che tutela ci può essere se per andare a lavorare devi comunque prendere i mezzi? All’atto della conversione del decreto, a maggio, è stata prevista una malattia esclusa dal comporto di poco più di un mese, un’elemosina che ci hanno voluto elargire. Infine, la sorveglianza sanitaria stessa scade il 31 luglio 2022: a partire da quella data ogni lavoratore fragile può essere messo a lavorare in una stanza con tutti gli altri senza mascherina (e conosco già persone che si sono contagiate tornando in ufficio). A poco serve il bonus di 1000 euro una tantum di recente istituito dal governo ai lavoratori fragili del settore privato che nel 2021 hanno visto interrompersi l’erogazione dell’indennità INPS.
Cosa comporta nel dettaglio rimanere scoperti, per voi lavoratori fragili?
Restare senza tutele significa per noi tornare in presenza o restare senza stipendio. Il massimo del ridicolo lo abbiamo visto quando parecchi di noi si sono presentati nelle aziende e per legge hanno dovuto fare una visita prima di rientrare. Molti, prevedibilmente, si sono trovati l’amara sorpresa di essere stati dichiarati inidonei. Questo è peggio di una sentenza di morte: significa che parecchi disabili /invalidi /fragili non vedono né stipendio né altro compenso. Per rincarare l’accanimento essi non vengono nemmeno licenziati e quindi non possono percepire nemmeno la disoccupazione in quanto misura di sostegno che spetta solo in caso di licenziamento o perdita involontaria del lavoro, cosa che non ha a che fare con l’inidoneità temporanea, che prevede la permanenza in organico alle aziende.
Luisa, vista la tua esperienza nel settore privato, ci sai dire come mai le aziende non decidono di licenziare i lavoratori fragili?
L’unico motivo per cui essi stanno in organico è perché le aziende difficilmente licenziano un disabile, visto che hanno l’obbligo di assunzione e di certo festeggiano per avere un invalido in organico da non dover pagare! Anche dal 1° luglio di quest’anno, quindi, come per metà dei precedenti, siamo sempre con il dover scegliere tra lo stare a casa e senza stipendio e il rientrare con i casi in aumento. Aggiungo un’ulteriore beffa. Noi invalidi siamo a casa in malattia equiparata a ricovero, ma questi lunghi mesi sono solo figurativi e non aumenteranno la nostra pensione.[4]
Quali richieste avete fatto alle istituzioni?
Le nostre richieste (o meglio le nostre necessità) sono innanzitutto la proroga delle tutele di cui all’articolo 26, commi 2 e 2 bis (lavoro agile o qualora non possibile, assenza equiparata a ricovero ospedaliero e non conteggiata nel periodo di comporto) oltre il 30 giugno per tutti i lavoratori fragili e inidonei sia del settore pubblico che privato. Molto importanti sarebbero, poi, la proroga della sorveglianza sanitaria eccezionale con riferimento alla situazione epidemiologica e alle misure di contenimento del virus, la possibilità di accedere ad una pensione anticipata per i lavoratori considerati fragili, anche con il riconoscimento di contributi figurativi, l’incentivazione del lavoro da remoto sia nel settore pubblico che in quello privato e la precedenza nell’accesso ad esso per i lavoratori fragili, anche attraverso nuovi contratti integrativi, con una normativa che preveda misure efficaci ed inderogabili ed ogni altra tutela che possa garantire i fragili, l’adibizione dei lavoratori fragili ad altre mansioni della stessa area di inquadramento o predisposizione di luoghi di lavoro più sicuri ove possibile. Infine, abbiamo richiesto la concessione di mascherine ffp2 gratuite per i lavoratori a maggior rischio contagio e una procedura agevolata per il riconoscimento della Legge 104/92 art. 3, comma 3, il cui riconoscimento abbia la durata di 2 anni, con proroghe nel caso in cui la situazione epidemiologica non sarà mutata e la possibilità di usufruire per sé stessi di congedo straordinario (equiparato a livello economico e contributivo a quello previsto nel D.lgs 36-03-2001 n. 151, art. 42 come modificato dal D.lgs 119/2011), per la durata di 24 mesi anche nelle more dell’approvazione da parte dell’INPS.
Che forme di protesta avete intrapreso?
Il nostro problema è, appunto, che siamo impossibilitati per la nostra condizione anche a intraprendere forme fisiche di protesta: andare in piazza, fare scioperi visibili è precluso a noi proprio per via delle nostre patologie. Avremmo bisogno che gli altri lavoratori marciassero in solidarietà anche per noi. L’unica speranza che avevamo era la conversione in legge del decreto semplificazioni del 21 giugno, da convertire in legge, che prevedeva lavoro agile e malattia esclusa dal comporto fino al 31 dicembre. Purtroppo anche da questo decreto gli emendamenti a favore dei lavoratori fragili sono stati stralciati e un’ulteriore lettera aperta è stata inviata alle istituzioni, da parte del gruppo, a fine luglio. Da oggi, la strada per delle reali tutele nei confronti dei lavoratori fragili sembra decisamente in salita.
Note
1 – Il comma 3 dell’articolo 3 della legge 104, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, ha a che fare con il disabile lavoratore a cui è stato riconosciuto un handicap grave, il quale ha diritto ad un permesso retribuito di due ore al giorno o, in alternativa, di tre giorni di permesso al mese. Il comma 1 dell’articolo 3 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
2 – Tempo massimo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro.
3 – L’insieme degli accertamenti sanitari svolti dal Medico Competente finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori, in relazione alle condizioni di salute degli stessi, all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio e alle modalità di svolgimento della mansione.
4 – I contributi figurativi sono contributi accreditati senza onere a carico del lavoratore, per periodi durante i quali non ha prestato attività lavorativa né dipendente né autonoma, ha percepito un’indennità a carico dell’INPS, ha percepito retribuzioni in misura ridotta. Il loro importo è spesso inferiore a quello che il lavoratore avrebbe maturato lavorando.
Fonte
Durante i peggiori picchi della pandemia l’attenzione dei media è stata focalizzata soprattutto sulle contestazioni delle frange più individualiste e anti-scientifiche della società (no vax, no mask, promotori delle tesi dell’apertura indiscriminata). Molto spesso a rimanere nell’anonimato sono state proprio le categorie che portavano avanti lotte del tutto legittime e che hanno vissuto sulla propria pelle l’inadeguatezza delle istituzioni a tutelare – nell’aspetto sanitario e nell’aspetto economico – l’insieme dei soggetti particolarmente deboli di fronte al virus. Parliamo oggi con Daniela Briuglia, attivista per i diritti dei lavoratori fragili e responsabile del gruppo Facebook Immunodepressi tutela contro il Coronavirus. Daniela da due anni porta avanti una battaglia per il riconoscimento di speciali prerogative per questa parte di proletari. Parleremo poi con Luisa (nome di fantasia), lavoratrice fragile del settore privato.
Daniela, quando è cominciato il vostro impegno? Come avete vissuto l’esordio della pandemia?
Abbiamo creato due anni fa, allo scoppio dei contagi, il nostro gruppo, primo gruppo sull’argomento, credo. All’epoca le tutele erano, fortunatamente, già riservate a chi possedeva i criteri della 104 comma 3, ma si escludevano gli immunodepressi o chi aveva altre patologie, oggetto del comma 1.[1] Il comma 1 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. Non aver tenuto subito conto di questa circostanza è stato il primo errore del governo. A marzo 2020 il governo ha emanato il primo decreto dove per noi malati fragili (oncologici, autoimmuni, immunodeficienti, asmatici gravi, cardiopatici eccetera) veniva inserito l’articolo 26. Questo articolo di fatto ci ha permesso di stare a casa, in smart working o – solo a seguito della conversione del decreto legge – in malattia equiparata a ricovero, il che aveva molto più senso visto che, ad esempio, un’infermiera non può andare in smart working. Equiparata a ricovero significa che non venivamo licenziati e la malattia non andava nel comporto.[2]
Perché tutto questo non è stato assolutamente risolutivo?
Le tutele non sono state molto costanti in questi due anni. Purtroppo tutti i lavoratori in malattia dipendono dall’Inps, la quale paga solo per 180 giorni all’anno. Ciò significa che il governo ci ha tutelato solo sei mesi all’anno: da marzo ad ottobre del 2020, da gennaio a giugno del 2021. Questo “singhiozzo” è stato come un cappio al collo perché superati i 180 giorni dell’anno in corso noi siamo rimasti senza tutele, come stiamo rimanendo quest’anno. Infatti, con il decreto 24 del 24 marzo 2022 per la prima volta i lavoratori fragili sono stati messi fuori sia dallo smart working che dalla malattia esclusa dal comporto, permanendo soltanto la “sorveglianza sanitaria”,[3] anche se nel Protocollo d’Intesa fra le parti sociali datato 30 giugno, oltre stilare alcuni obblighi in capo all’azienda come favorire orari di ingresso/uscita scaglionati in modo da evitare assembramenti nelle zone comuni (ingressi, spogliatoi, sale mensa), si auspica che la possibilità del lavoro agile venga reinserita. Questa, tuttavia, lascia il tempo che trova, perché alla fine le aziende o le amministrazioni non applicano tutte le tutele per i lavoratori fragili. Spesso non sanno proprio come applicarla, tale sorveglianza. Se non è più previsto lo smart working, peraltro, chi è che ti mette a lavorare da solo in una stanza? E, inoltre, che tutela ci può essere se per andare a lavorare devi comunque prendere i mezzi? All’atto della conversione del decreto, a maggio, è stata prevista una malattia esclusa dal comporto di poco più di un mese, un’elemosina che ci hanno voluto elargire. Infine, la sorveglianza sanitaria stessa scade il 31 luglio 2022: a partire da quella data ogni lavoratore fragile può essere messo a lavorare in una stanza con tutti gli altri senza mascherina (e conosco già persone che si sono contagiate tornando in ufficio). A poco serve il bonus di 1000 euro una tantum di recente istituito dal governo ai lavoratori fragili del settore privato che nel 2021 hanno visto interrompersi l’erogazione dell’indennità INPS.
Cosa comporta nel dettaglio rimanere scoperti, per voi lavoratori fragili?
Restare senza tutele significa per noi tornare in presenza o restare senza stipendio. Il massimo del ridicolo lo abbiamo visto quando parecchi di noi si sono presentati nelle aziende e per legge hanno dovuto fare una visita prima di rientrare. Molti, prevedibilmente, si sono trovati l’amara sorpresa di essere stati dichiarati inidonei. Questo è peggio di una sentenza di morte: significa che parecchi disabili /invalidi /fragili non vedono né stipendio né altro compenso. Per rincarare l’accanimento essi non vengono nemmeno licenziati e quindi non possono percepire nemmeno la disoccupazione in quanto misura di sostegno che spetta solo in caso di licenziamento o perdita involontaria del lavoro, cosa che non ha a che fare con l’inidoneità temporanea, che prevede la permanenza in organico alle aziende.
Luisa, vista la tua esperienza nel settore privato, ci sai dire come mai le aziende non decidono di licenziare i lavoratori fragili?
L’unico motivo per cui essi stanno in organico è perché le aziende difficilmente licenziano un disabile, visto che hanno l’obbligo di assunzione e di certo festeggiano per avere un invalido in organico da non dover pagare! Anche dal 1° luglio di quest’anno, quindi, come per metà dei precedenti, siamo sempre con il dover scegliere tra lo stare a casa e senza stipendio e il rientrare con i casi in aumento. Aggiungo un’ulteriore beffa. Noi invalidi siamo a casa in malattia equiparata a ricovero, ma questi lunghi mesi sono solo figurativi e non aumenteranno la nostra pensione.[4]
Quali richieste avete fatto alle istituzioni?
Le nostre richieste (o meglio le nostre necessità) sono innanzitutto la proroga delle tutele di cui all’articolo 26, commi 2 e 2 bis (lavoro agile o qualora non possibile, assenza equiparata a ricovero ospedaliero e non conteggiata nel periodo di comporto) oltre il 30 giugno per tutti i lavoratori fragili e inidonei sia del settore pubblico che privato. Molto importanti sarebbero, poi, la proroga della sorveglianza sanitaria eccezionale con riferimento alla situazione epidemiologica e alle misure di contenimento del virus, la possibilità di accedere ad una pensione anticipata per i lavoratori considerati fragili, anche con il riconoscimento di contributi figurativi, l’incentivazione del lavoro da remoto sia nel settore pubblico che in quello privato e la precedenza nell’accesso ad esso per i lavoratori fragili, anche attraverso nuovi contratti integrativi, con una normativa che preveda misure efficaci ed inderogabili ed ogni altra tutela che possa garantire i fragili, l’adibizione dei lavoratori fragili ad altre mansioni della stessa area di inquadramento o predisposizione di luoghi di lavoro più sicuri ove possibile. Infine, abbiamo richiesto la concessione di mascherine ffp2 gratuite per i lavoratori a maggior rischio contagio e una procedura agevolata per il riconoscimento della Legge 104/92 art. 3, comma 3, il cui riconoscimento abbia la durata di 2 anni, con proroghe nel caso in cui la situazione epidemiologica non sarà mutata e la possibilità di usufruire per sé stessi di congedo straordinario (equiparato a livello economico e contributivo a quello previsto nel D.lgs 36-03-2001 n. 151, art. 42 come modificato dal D.lgs 119/2011), per la durata di 24 mesi anche nelle more dell’approvazione da parte dell’INPS.
Che forme di protesta avete intrapreso?
Il nostro problema è, appunto, che siamo impossibilitati per la nostra condizione anche a intraprendere forme fisiche di protesta: andare in piazza, fare scioperi visibili è precluso a noi proprio per via delle nostre patologie. Avremmo bisogno che gli altri lavoratori marciassero in solidarietà anche per noi. L’unica speranza che avevamo era la conversione in legge del decreto semplificazioni del 21 giugno, da convertire in legge, che prevedeva lavoro agile e malattia esclusa dal comporto fino al 31 dicembre. Purtroppo anche da questo decreto gli emendamenti a favore dei lavoratori fragili sono stati stralciati e un’ulteriore lettera aperta è stata inviata alle istituzioni, da parte del gruppo, a fine luglio. Da oggi, la strada per delle reali tutele nei confronti dei lavoratori fragili sembra decisamente in salita.
Note
1 – Il comma 3 dell’articolo 3 della legge 104, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, ha a che fare con il disabile lavoratore a cui è stato riconosciuto un handicap grave, il quale ha diritto ad un permesso retribuito di due ore al giorno o, in alternativa, di tre giorni di permesso al mese. Il comma 1 dell’articolo 3 riguarda chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
2 – Tempo massimo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro.
3 – L’insieme degli accertamenti sanitari svolti dal Medico Competente finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori, in relazione alle condizioni di salute degli stessi, all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio e alle modalità di svolgimento della mansione.
4 – I contributi figurativi sono contributi accreditati senza onere a carico del lavoratore, per periodi durante i quali non ha prestato attività lavorativa né dipendente né autonoma, ha percepito un’indennità a carico dell’INPS, ha percepito retribuzioni in misura ridotta. Il loro importo è spesso inferiore a quello che il lavoratore avrebbe maturato lavorando.
Fonte
21/01/2022
Italia - Aumento della mortalità? Covid o no, sono state pagate meno pensioni
Nel 2021 sono state pagate centomila pensioni in meno del 2020. C’è un certo cinismo nei numeri, forse più esplicito di quello che in questi anni abbiamo sentito da parte di dirigenti del Fmi o dei tagliatori della spesa pubblica in Italia, quelli che in qualche modo indicano come una jattura l’aumento della aspettativa di vita della popolazione.
Sono anni che ci ripetono che quelli previdenziali sono dei costi insostenibili, che il sistema non può reggere un così alto numero di pensionati rispetto ai lavoratori attivi, che l’aumento dell’aspettativa di vita è importante ma produce anche problemi etc etc.
Tecnocrati e padroni, commentatori asserviti e ministri, però si guardano bene dal rilevare che magari una forte riduzione della quota di lavoro povero, lavori precari, disoccupazione aumenterebbe il numero degli occupati veri e quindi dei contributi previdenziali da utilizzare per il welfare e la spesa previdenziali.
Al contrario preferiscono agire sul suo contrario: allungare l’età lavorativa e dunque pensionabile, maneggiare per abbassare la remunerazione sulle pensioni future e – perché no – ridurre anche quelle già in essere, magari usandole come un bancomat fiscale.
Ma a volte le variabili indipendenti ci mettono lo zampino e quelle che sembravano solo manifestazioni di cinismo – stigmatizzate a parole ma praticate nei fatti – diventano realtà.
La variabile è stata la pandemia di Covid che in Italia ha ucciso 140.000 persone – in larga parte anziani – in due anni. I fatti sono il numero inferiore di pensioni che sono state pagate lo scorso anno rispetto a quello precedente.
I dati sulle pensioni Inps di ogni tipo pagate nel 2021 rispetto al 2020, ci dicono che a ottobre 2021 dal Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti sono state liquidate 264.052 pensioni con un importo medio di 1.305 euro, mentre nel 2020 le pensioni liquidate erano state 367.257 con un importo medio di 1.311 euro. Dunque si tratta di più centomila pensioni – e pensionati – in meno ed anche con importo medio leggermente più basso.
I dati si possono disaggregare anche per tipo di pensione – vecchiaia, anticipata, invalidità, superstiti – ma anche su ogni tipologia il risultato è sempre lo stesso: nel 2021 sono state liquidate meno pensioni del 2020, anche su quelle anticipate (quota 100).
La diminuzione più consistente (40.000 pensioni in meno) è avvenuta sulle pensioni per i superstiti (le famose “reversibilità”, in genere per donne vedove), seguita da quelle anticipate con 33.000 pensioni in meno, poi da quelle di vecchiaia con 21.500 pensioni in meno ed infine da quelle di invalidità diminuite di 9.000 liquidazioni.
Questi dati in qualche modo erano prevedibili (non ci azzardiamo a dire auspicati, ma...) con il boom della mortalità di anziani dentro la pandemia di Covid.
Ma questo produce anche cambiamenti sulla curva della aspettativa di vita, quella che tecnocrati e tagliatori vedevano minacciosamente sempre in crescita e che invece si era già fermata prima del Covid. Del resto se aumenti l’età per andare in pensione e riduci pesantemente gli standard sanitari del paese (come la pandemia ha confermato dolorosamente), è inevitabile che si cominci a morire prima delle generazioni precedenti.
Ma non è razionalità economica, è la regressione sociale e civile oggi fin troppo evidente nel sistema capitalista dominante.
Fonte
Sono anni che ci ripetono che quelli previdenziali sono dei costi insostenibili, che il sistema non può reggere un così alto numero di pensionati rispetto ai lavoratori attivi, che l’aumento dell’aspettativa di vita è importante ma produce anche problemi etc etc.
Tecnocrati e padroni, commentatori asserviti e ministri, però si guardano bene dal rilevare che magari una forte riduzione della quota di lavoro povero, lavori precari, disoccupazione aumenterebbe il numero degli occupati veri e quindi dei contributi previdenziali da utilizzare per il welfare e la spesa previdenziali.
Al contrario preferiscono agire sul suo contrario: allungare l’età lavorativa e dunque pensionabile, maneggiare per abbassare la remunerazione sulle pensioni future e – perché no – ridurre anche quelle già in essere, magari usandole come un bancomat fiscale.
Ma a volte le variabili indipendenti ci mettono lo zampino e quelle che sembravano solo manifestazioni di cinismo – stigmatizzate a parole ma praticate nei fatti – diventano realtà.
La variabile è stata la pandemia di Covid che in Italia ha ucciso 140.000 persone – in larga parte anziani – in due anni. I fatti sono il numero inferiore di pensioni che sono state pagate lo scorso anno rispetto a quello precedente.
I dati sulle pensioni Inps di ogni tipo pagate nel 2021 rispetto al 2020, ci dicono che a ottobre 2021 dal Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti sono state liquidate 264.052 pensioni con un importo medio di 1.305 euro, mentre nel 2020 le pensioni liquidate erano state 367.257 con un importo medio di 1.311 euro. Dunque si tratta di più centomila pensioni – e pensionati – in meno ed anche con importo medio leggermente più basso.
I dati si possono disaggregare anche per tipo di pensione – vecchiaia, anticipata, invalidità, superstiti – ma anche su ogni tipologia il risultato è sempre lo stesso: nel 2021 sono state liquidate meno pensioni del 2020, anche su quelle anticipate (quota 100).
La diminuzione più consistente (40.000 pensioni in meno) è avvenuta sulle pensioni per i superstiti (le famose “reversibilità”, in genere per donne vedove), seguita da quelle anticipate con 33.000 pensioni in meno, poi da quelle di vecchiaia con 21.500 pensioni in meno ed infine da quelle di invalidità diminuite di 9.000 liquidazioni.
Questi dati in qualche modo erano prevedibili (non ci azzardiamo a dire auspicati, ma...) con il boom della mortalità di anziani dentro la pandemia di Covid.
Ma questo produce anche cambiamenti sulla curva della aspettativa di vita, quella che tecnocrati e tagliatori vedevano minacciosamente sempre in crescita e che invece si era già fermata prima del Covid. Del resto se aumenti l’età per andare in pensione e riduci pesantemente gli standard sanitari del paese (come la pandemia ha confermato dolorosamente), è inevitabile che si cominci a morire prima delle generazioni precedenti.
Ma non è razionalità economica, è la regressione sociale e civile oggi fin troppo evidente nel sistema capitalista dominante.
Fonte
03/01/2022
Sequestro al gruppo Gedi per truffa all’Inps
Una storia esemplare su che merda sia il potere in questo paese. Il gruppo editoriale più importante, probabilmente, quello che tutti i giorni spara titoli a 6 colonne quando viene beccato qualcuno che prendeva il reddito di cittadinanza senza averne diritto – e per chiederne dunque l’abolizione in blocco – è stato beccato in flagrante truffa contro l’Inps.
Ovviamente gli importi non sono quelli tipici del reddito di cittadinanza (581 euro, in media), ma un po’ più consistenti: 30-38 milioni. Del resto, è da manuale: se devi fare un reato, tanto vale farlo in grande, no?
Interessante anche il fatto che il gruppo Gedi sia ora della famiglia Agnelli, quella che ha fuso la FCA con il gruppo francese PSA, preparandosi a chiusure di stabilimenti in Italia ma con la precauzione di spostare la sede fiscale in Olanda. Quindi si prepara alla maxi-truffa del secolo, visto che paga le tasse ad Amsterdam (più basse, naturalmente, se non perché spostare la sede?) e chiede sussidi, sovvenzioni, incentivi, agevolazioni qui in Italia.
Prima di passare all’incasso con centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione – come conseguenza momentanea della chiusura di stabilimenti ancora non individuati, ci sta pensando Stellantis, ossia il management francese, notoriamente alquanto nazionalista... – a Torino staranno studiando il dossier Gedi. Hai visto mai che da lì arrivino buone idee.
La presunta truffa sarebbe avvenuta però quando il gruppo Gedi apparteneva ad un altro luminare della liberal-democrazia italiana, Carlo De Benedetti, ora a cavallo del quotidiano Domani.
La tecnica non era particolarmente originale: in sostanza una settantina di dipendenti sarebbero stati appositamente demansionati e trasferiti per usufruire della pensione anticipata di cui non avrebbero altrimenti avuto diritto (tra cui anche alcuni dirigenti).
Divertente constatare che, nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015, a cavallo dei governi Monti, Renzi, Gentiloni), quei giornali si battessero fermamente per la “riforma Fornero”.
Senza farsi mancare neanche la beatificazione del “jobs act”, con cui decine di milioni di lavoratori dipendenti hanno perso ogni tutela contro i licenziamenti ingiustificati.
Veramente una bella società, insomma, degna di assumere le vesti di “difesa della libera informazione”, di impugnare la bandiera della “lotta alle fake news” proprio mentre il suo attuale direttore appariva in un leak reso pubblico dal sito fondato da Assange per aver pagato un’agenzia di “informazione” notoriamente “veste ufficiale” della Cia.
Il provvedimento della Procura fa parte di un’inchiesta di cui Il Fatto Quotidiano aveva dato conto nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza. L’impulso all’inchiesta fu dato proprio da alcune rivelazioni del Fatto Quotidiano relative ai carteggi tra un dipendente del gruppo editoriale e l’Inps.
Scriveva ieri Il Fatto Quotidiano che “Il piano di prepensionamenti attuati dal gruppo tra il 2011 e il 2015 ha coinvolto in tutto 69 giornalisti e 187 poligrafici. Nel corso degli anni l’Inps avrebbe ricevuto più di una segnalazione sulle presunte irregolarità provenienti dall’interno dello stesso gruppo.
Tra i destinatari anche l’ex presidente Tito Boeri, che era anche editorialista di Repubblica e che, secondo quanto scrive la Verità, non avrebbe mostrato una particolare solerzia nella gestione della pratica.”
Un caso eclatante di quelle “porte girevoli” tra il sistema degli interessi privati e l’amministrazione pubblica che, dagli Stati Uniti alla vecchi Europa, ha portato alla luce con esempi pratici cosa significhi l’affermazione marxiana sullo Stato come «violenza concentrata e organizzata della società», al servizio della classe dominante.
Non sembra un caso che, a parte la presunta (e smentita) “distrazione” dell’ex presidente Inps Tito Boeri, in difesa del gruppo Gedi si muova la creme de la creme dell’avvocatura italiana.
A difenderla di fronte ai giudici è infatti l’avvocata ed (tra il 2011 e il 2013) ex ministra Paola Severino “che avrebbe dato disposizioni per la creazione di un conto ad hoc in cui depositare i soldi oggetto del sequestro”.
Le notizie riportano che “tra il 2010 e il 2016 il gruppo era riuscito a collezionare 160 milioni di utili”, e dunque la presunta truffa all’Inps non poteva avere neanche la giustificazione dello “stato di necessità”.
La crisi economica arriva infatti dopo. “Dal 2017 al 2020, complice la grave crisi di diffusione de La Repubblica, ma anche de La Stampa e Il Secolo, la società che era dei De Benedetti ha cumulato 450 milioni di rosso. Solo nel 2020, l’anno del passaggio da Cir alla famiglia Agnelli, le perdite sono state di ben 166 milioni. A pesare non solo il calo potente dei ricavi che nel decennio hanno perso 385 milioni, ma anche le pulizie sul valore delle testate.”
Che la carta stampata soffra per l’avanzata inarrestabile dell’informazione online – spesso gratuita o quasi, per i lettori – è certo. Che la caduta di credibilità sia però una componente fondamentale di questa crisi, altrettanto.
Essere individuati e riconosciuti come “la voce del padrone”, quando oltretutto il padrone si chiama Agnelli o De Benedetti, non è esattamente un boost per le vendite.
Qui di seguito anche la lettera con cui Tito Boeri spiega al Fatto il suo operato nella vicenda, dicendosi protagonista nella segnalazione delle irregolarità del gruppo Gedi.
Ovviamente gli importi non sono quelli tipici del reddito di cittadinanza (581 euro, in media), ma un po’ più consistenti: 30-38 milioni. Del resto, è da manuale: se devi fare un reato, tanto vale farlo in grande, no?
Interessante anche il fatto che il gruppo Gedi sia ora della famiglia Agnelli, quella che ha fuso la FCA con il gruppo francese PSA, preparandosi a chiusure di stabilimenti in Italia ma con la precauzione di spostare la sede fiscale in Olanda. Quindi si prepara alla maxi-truffa del secolo, visto che paga le tasse ad Amsterdam (più basse, naturalmente, se non perché spostare la sede?) e chiede sussidi, sovvenzioni, incentivi, agevolazioni qui in Italia.
Prima di passare all’incasso con centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione – come conseguenza momentanea della chiusura di stabilimenti ancora non individuati, ci sta pensando Stellantis, ossia il management francese, notoriamente alquanto nazionalista... – a Torino staranno studiando il dossier Gedi. Hai visto mai che da lì arrivino buone idee.
La presunta truffa sarebbe avvenuta però quando il gruppo Gedi apparteneva ad un altro luminare della liberal-democrazia italiana, Carlo De Benedetti, ora a cavallo del quotidiano Domani.
La tecnica non era particolarmente originale: in sostanza una settantina di dipendenti sarebbero stati appositamente demansionati e trasferiti per usufruire della pensione anticipata di cui non avrebbero altrimenti avuto diritto (tra cui anche alcuni dirigenti).
Divertente constatare che, nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015, a cavallo dei governi Monti, Renzi, Gentiloni), quei giornali si battessero fermamente per la “riforma Fornero”.
Senza farsi mancare neanche la beatificazione del “jobs act”, con cui decine di milioni di lavoratori dipendenti hanno perso ogni tutela contro i licenziamenti ingiustificati.
Veramente una bella società, insomma, degna di assumere le vesti di “difesa della libera informazione”, di impugnare la bandiera della “lotta alle fake news” proprio mentre il suo attuale direttore appariva in un leak reso pubblico dal sito fondato da Assange per aver pagato un’agenzia di “informazione” notoriamente “veste ufficiale” della Cia.
Il provvedimento della Procura fa parte di un’inchiesta di cui Il Fatto Quotidiano aveva dato conto nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza. L’impulso all’inchiesta fu dato proprio da alcune rivelazioni del Fatto Quotidiano relative ai carteggi tra un dipendente del gruppo editoriale e l’Inps.
Scriveva ieri Il Fatto Quotidiano che “Il piano di prepensionamenti attuati dal gruppo tra il 2011 e il 2015 ha coinvolto in tutto 69 giornalisti e 187 poligrafici. Nel corso degli anni l’Inps avrebbe ricevuto più di una segnalazione sulle presunte irregolarità provenienti dall’interno dello stesso gruppo.
Tra i destinatari anche l’ex presidente Tito Boeri, che era anche editorialista di Repubblica e che, secondo quanto scrive la Verità, non avrebbe mostrato una particolare solerzia nella gestione della pratica.”
Un caso eclatante di quelle “porte girevoli” tra il sistema degli interessi privati e l’amministrazione pubblica che, dagli Stati Uniti alla vecchi Europa, ha portato alla luce con esempi pratici cosa significhi l’affermazione marxiana sullo Stato come «violenza concentrata e organizzata della società», al servizio della classe dominante.
Non sembra un caso che, a parte la presunta (e smentita) “distrazione” dell’ex presidente Inps Tito Boeri, in difesa del gruppo Gedi si muova la creme de la creme dell’avvocatura italiana.
A difenderla di fronte ai giudici è infatti l’avvocata ed (tra il 2011 e il 2013) ex ministra Paola Severino “che avrebbe dato disposizioni per la creazione di un conto ad hoc in cui depositare i soldi oggetto del sequestro”.
Le notizie riportano che “tra il 2010 e il 2016 il gruppo era riuscito a collezionare 160 milioni di utili”, e dunque la presunta truffa all’Inps non poteva avere neanche la giustificazione dello “stato di necessità”.
La crisi economica arriva infatti dopo. “Dal 2017 al 2020, complice la grave crisi di diffusione de La Repubblica, ma anche de La Stampa e Il Secolo, la società che era dei De Benedetti ha cumulato 450 milioni di rosso. Solo nel 2020, l’anno del passaggio da Cir alla famiglia Agnelli, le perdite sono state di ben 166 milioni. A pesare non solo il calo potente dei ricavi che nel decennio hanno perso 385 milioni, ma anche le pulizie sul valore delle testate.”
Che la carta stampata soffra per l’avanzata inarrestabile dell’informazione online – spesso gratuita o quasi, per i lettori – è certo. Che la caduta di credibilità sia però una componente fondamentale di questa crisi, altrettanto.
Essere individuati e riconosciuti come “la voce del padrone”, quando oltretutto il padrone si chiama Agnelli o De Benedetti, non è esattamente un boost per le vendite.
Qui di seguito anche la lettera con cui Tito Boeri spiega al Fatto il suo operato nella vicenda, dicendosi protagonista nella segnalazione delle irregolarità del gruppo Gedi.
Il 31 dicembre il quotidiano “La Verità” ha riportato la notizia del sequestro di oltre 30 milioni al gruppo GEDI a seguito di un’operazione della Procura di Roma sull’utilizzo improprio di ammortizzatori sociali da parte del gruppo. Non essendo un lettore di quel giornale, ho ricevuto lo stralcio di articolo dal dirigente Inps cui a suo tempo avevo chiesto di seguire la vicenda.Fonte
“Le voglio dare una buona notizia”, mi scriveva, “grazie al suo intervento siamo riusciti a smascherare una truffa ai danni dell’Inps; c”è voluto del tempo, ma ci siamo riusciti”.
Leggo l’articolo, ma mi trovo di fronte ad una ricostruzione distorta e maliziosa del mio operato, volta a insinuare che io abbia voluto insabbiare la vicenda.
Come posso documentare, dopo avere ricevuto un messaggio criptico da una persona a me sconosciuta (non era un messaggio anonimo) riguardo a potenziali frodi ai danni dell’istituto, fui io stesso a sollecitare il mittente perché mi offrisse i dettagli della vicenda.
E il giorno stesso in cui ricevetti una mail più circostanziata incaricai il direttore centrale della DC ammortizzatori sociali, struttura competente in materia (e non certo un “dirigente di seconda fascia” come riportato dal vostro giornalista) di approfondire la vicenda.
Posso anche documentare che anche successivamente a questa mia prima segnalazione sollecitai la direzione ad andare a fondo, lasciando poi al direttore generale, una volta appurato che ci potevano essere gli estremi di una frode, il compito di seguirne l’evoluzione.
Se avessi voluto davvero insabbiare la vicenda, lo avrei potuto fare in un’infinita di modi, a partire dall’ignorare il messaggio di una persona a me sconosciuta tra le centinaia di mail che ricevevo ogni giorno. Mi colpisce che Il Fatto di oggi dia spazio alla tesi de “La Verità” sostenendo che non avrei mostrato “particolare solerzia” nel seguire la vicenda senza neanche preoccuparsi di interpellare la direzione competente dell’Inps e il sottoscritto. La prego dunque di pubblicare integralmente questa mia lettera.
29/12/2021
Caos annunciato sull’assegno familiare unico
Fare i conti ma senza l’oste. Osservando la ridda di annunci sulla introduzione dell’assegno unico familiare, si ha la netta sensazione che la fregola dell’effetto annuncio sia foriera del caos prossimo venturo e che magari, ancora una volta, sarà accollato all’Inps e al suo presidente Tridico, colpevole di credere nel welfare pubblico e di essere poco indulgente con le imprese private.
Spezziamo però subito una lancia a favore dell’”assegno familiare unico”, perché quella degli assegni familiari diventa finalmente una prestazione “universale” e non più legata esclusivamente alla condizione lavorativa/contributiva di chi ha dei figli minorenni.
Ma che si stia rischiando l’ennesimo bluff lo avevamo già segnalato dalla pagine del nostro giornale
Oggi infatti gli assegni familiari vengono percepiti solo dai lavoratori dipendenti e da quelli domestici, in gestione separata o in Naspi. Disoccupati e lavoratori autonomi ne erano esclusi.
Nel primo caso c’è una sorta di triangolazione con le imprese, che anticipano gli assegni familiari e poi recuperano le somme conguagliandole dai contributi che versano annualmente all’Inps.
Nel secondo caso invece si tratta di un pagamento diretto dell’Inps sugli iban forniti dai soggetti con un nucleo familiare.
Nel caso di disoccupati o inoccupati (paradossalmente) o di lavoratori a partita Iva non era invece prevista dall’Inps alcuna prestazione per i figli. Solo in alcuni casi erano i Comuni a erogare un assegno dal terzo figlio in poi.
Le veline ufficiali scrivono che il 23 dicembre il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che istituisce il nuovo beneficio economico a favore dei nuclei familiari in base alla condizione economica (Isee).
Tra le novità introdotte a seguito delle osservazioni del Parlamento ci sono i trattamenti per i figli disabili: a quelli tra 18 e 21 anni la maggiorazione mensile è stata incrementata da 50 a 80 euro. La domanda per il nuovo assegno, che ha validità annuale, si presenterà dal 1° gennaio, mentre l’assegno decorrerà da marzo.
Il nuovo assegno unico comporterà la soppressione di una serie di prestazioni sociali e misure vigenti: sparisce la detrazione Irpef per i figli a carico, spesso non fruibile da parte dei contribuenti a più basso reddito, cioè con imposta lorda inferiore al beneficio (c.d. incapienza); gli assegni familiari erogati ai lavoratori dipendenti e pensionati da lavoro dipendente; l’assegno comunale per le famiglie numerose (3 o più figli); l’assegno di natalità (c.d. bonus bebè); il premio alla nascita.
In queste righe c’è una buona notizia (l’assegno ai figli fino ai 21 anni e non più solo ai 18), ma si nascondono anche molte imprecisioni e cattive notizie.
Ad esempio già adesso è prevista e riconosciuta una maggiorazione dell’assegno se si hanno figli invalidi riconosciuti come tali (non è sufficiente la 104, ndr). In secondo luogo, con la nuova legge l’assegno viene riconosciuto a tutti i figli fino a 21 anni e non solo a quelli con invalidità.
Fino ad oggi i figli sopra i 18 anni potevano continuare a beneficiare dell’assegno familiare solo se membri di un nucleo numeroso (da quattro figli in su) o se in presenza di un familiare con totale inabilità a proficuo lavoro (ossia il 100% di invalidità). Infine già da giugno di quest’anno l’importo degli assegni era stato ricalcolato e aumentato.
Ma il caos annunciato è già lì che incombe. Infatti se le famiglie potranno presentare le domande sin da gennaio, prima di marzo l’erogazione degli assegni non sarà possibile. Non solo.
La periodizzazione indicata nel decreto per le domande per gli assegni – da marzo 2022 a febbraio 2023 – andrà a interferire con le domande già in corso da parte di lavoratori dipendenti, domestici e in Naspi, che vanno invece dal 1 luglio dell’anno in corso al 30 giugno dell’anno successivo.
Il buonsenso avrebbe voluto che l’assegno familiare unico partisse in concomitanza di una periodicità ormai consolidata da anni invece che interferire con essa, innescando così una sovrapposizione con milioni di domande già in essere.
Inoltre, fonti interne all’Inps fanno sapere che ancora non esiste alcuna procedura per la gestione delle domande di assegno familiare unico, né è stata annunciata la necessaria formazione di impiegati e funzionari che dovranno gestire la nuova prestazione, resa più delicata anche dal fatto che sarà un pagamento diretto dell’Inps e non più una sorta di triangolazione con le imprese come nel sistema vigente per gli assegni familiari ai dipendenti di aziende attive.
Infine, e non certo per importanza, se le famiglie stanno guardando il dito pensando di poter portare a casa qualche euro in più per il mantenimento dei figli, la Luna manda a dire che, a conti fatti, con l’assegno unico familiare i soldi stanziati per questa prestazione verranno spalmati su una platea più ampia, elimineranno le detrazioni fiscali sui figli a carico ed elimineranno gli assegni familiari dei Comuni e i bonus natalità e prima nascita.
A consuntivo entreranno sulle buste paga meno soldi di prima. È sufficiente pensare che la relazione di accompagnamento della misura dell’assegno unico familiare nel 2019 parlava di risparmi per il bilancio pubblico. Se tanto ci dà tanto, il risparmio sui conti pubblici significa meno soldi alle famiglie.
Insomma, come dicevamo in apertura, hanno annunciato una festa, ma facendo i conti senza l’oste. Sarà bene che le famiglie riducano le proprie aspettative sul nuovo assegno familiare unico, sia per i tempi che per la consistenza effettiva.
Fonte
Spezziamo però subito una lancia a favore dell’”assegno familiare unico”, perché quella degli assegni familiari diventa finalmente una prestazione “universale” e non più legata esclusivamente alla condizione lavorativa/contributiva di chi ha dei figli minorenni.
Ma che si stia rischiando l’ennesimo bluff lo avevamo già segnalato dalla pagine del nostro giornale
Oggi infatti gli assegni familiari vengono percepiti solo dai lavoratori dipendenti e da quelli domestici, in gestione separata o in Naspi. Disoccupati e lavoratori autonomi ne erano esclusi.
Nel primo caso c’è una sorta di triangolazione con le imprese, che anticipano gli assegni familiari e poi recuperano le somme conguagliandole dai contributi che versano annualmente all’Inps.
Nel secondo caso invece si tratta di un pagamento diretto dell’Inps sugli iban forniti dai soggetti con un nucleo familiare.
Nel caso di disoccupati o inoccupati (paradossalmente) o di lavoratori a partita Iva non era invece prevista dall’Inps alcuna prestazione per i figli. Solo in alcuni casi erano i Comuni a erogare un assegno dal terzo figlio in poi.
Le veline ufficiali scrivono che il 23 dicembre il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che istituisce il nuovo beneficio economico a favore dei nuclei familiari in base alla condizione economica (Isee).
Tra le novità introdotte a seguito delle osservazioni del Parlamento ci sono i trattamenti per i figli disabili: a quelli tra 18 e 21 anni la maggiorazione mensile è stata incrementata da 50 a 80 euro. La domanda per il nuovo assegno, che ha validità annuale, si presenterà dal 1° gennaio, mentre l’assegno decorrerà da marzo.
Il nuovo assegno unico comporterà la soppressione di una serie di prestazioni sociali e misure vigenti: sparisce la detrazione Irpef per i figli a carico, spesso non fruibile da parte dei contribuenti a più basso reddito, cioè con imposta lorda inferiore al beneficio (c.d. incapienza); gli assegni familiari erogati ai lavoratori dipendenti e pensionati da lavoro dipendente; l’assegno comunale per le famiglie numerose (3 o più figli); l’assegno di natalità (c.d. bonus bebè); il premio alla nascita.
In queste righe c’è una buona notizia (l’assegno ai figli fino ai 21 anni e non più solo ai 18), ma si nascondono anche molte imprecisioni e cattive notizie.
Ad esempio già adesso è prevista e riconosciuta una maggiorazione dell’assegno se si hanno figli invalidi riconosciuti come tali (non è sufficiente la 104, ndr). In secondo luogo, con la nuova legge l’assegno viene riconosciuto a tutti i figli fino a 21 anni e non solo a quelli con invalidità.
Fino ad oggi i figli sopra i 18 anni potevano continuare a beneficiare dell’assegno familiare solo se membri di un nucleo numeroso (da quattro figli in su) o se in presenza di un familiare con totale inabilità a proficuo lavoro (ossia il 100% di invalidità). Infine già da giugno di quest’anno l’importo degli assegni era stato ricalcolato e aumentato.
Ma il caos annunciato è già lì che incombe. Infatti se le famiglie potranno presentare le domande sin da gennaio, prima di marzo l’erogazione degli assegni non sarà possibile. Non solo.
La periodizzazione indicata nel decreto per le domande per gli assegni – da marzo 2022 a febbraio 2023 – andrà a interferire con le domande già in corso da parte di lavoratori dipendenti, domestici e in Naspi, che vanno invece dal 1 luglio dell’anno in corso al 30 giugno dell’anno successivo.
Il buonsenso avrebbe voluto che l’assegno familiare unico partisse in concomitanza di una periodicità ormai consolidata da anni invece che interferire con essa, innescando così una sovrapposizione con milioni di domande già in essere.
Inoltre, fonti interne all’Inps fanno sapere che ancora non esiste alcuna procedura per la gestione delle domande di assegno familiare unico, né è stata annunciata la necessaria formazione di impiegati e funzionari che dovranno gestire la nuova prestazione, resa più delicata anche dal fatto che sarà un pagamento diretto dell’Inps e non più una sorta di triangolazione con le imprese come nel sistema vigente per gli assegni familiari ai dipendenti di aziende attive.
Infine, e non certo per importanza, se le famiglie stanno guardando il dito pensando di poter portare a casa qualche euro in più per il mantenimento dei figli, la Luna manda a dire che, a conti fatti, con l’assegno unico familiare i soldi stanziati per questa prestazione verranno spalmati su una platea più ampia, elimineranno le detrazioni fiscali sui figli a carico ed elimineranno gli assegni familiari dei Comuni e i bonus natalità e prima nascita.
A consuntivo entreranno sulle buste paga meno soldi di prima. È sufficiente pensare che la relazione di accompagnamento della misura dell’assegno unico familiare nel 2019 parlava di risparmi per il bilancio pubblico. Se tanto ci dà tanto, il risparmio sui conti pubblici significa meno soldi alle famiglie.
Insomma, come dicevamo in apertura, hanno annunciato una festa, ma facendo i conti senza l’oste. Sarà bene che le famiglie riducano le proprie aspettative sul nuovo assegno familiare unico, sia per i tempi che per la consistenza effettiva.
Fonte
19/12/2021
Tridico: in Italia manca un’occupazione per dieci milioni di lavoratori
In occasione della pubblicazione da parte dell’Inps dei conti relativi al Reddito di Cittadinanza, il Presidente dell’istituto Pasquale Tridico ai microfoni di Radio 24 ha affermato che i problemi di sostenibilità dell’ente sono soprattutto dovuti al basso tasso di occupazione nel mercato del lavoro italiano.
“Notiamo una forte crescita delle entrate contributive, c’è una tendenza positiva, il 7% in più”, ha detto Tridico, “ma restano fragilità come il tasso di inattività che è molto alto”.
“In Italia mancano circa dieci milioni di lavoratori tra inattivi, scoraggiati, donne e giovani, che non lavorano. Se li avessimo avremmo una sostenibilità del sistema pensionistico diverso. Queste persone mancano soprattutto nel Sud”, ha aggiunto il presidente dell’Inps.
Parole molto importanti da parte di Tridico, non nuovo a sortite nel dibattito politico che si pongono in generale contrapposizione con quanto invece si afferma tra le fila dei maggiori partiti, da destra al centro-sinistra.
Nella vulgata starnazzata dai maggiori organi di informazione infatti l’occupazione sarebbe lì fuori ad aspettare lavoratori e lavoratrici che però sarebbero o troppo pigri per alzarsi dal divano, o poco qualificati per le mansioni richieste, o troppo tutelati da strumenti welfaristici come il Reddito di Cittadinanza (quando non troppo impegnati a truffare lo Stato, i “furbetti”...).
Da qui la necessità di adeguare la vita lavorativa all’allungamento della vita media, previo il rischio di insostenibilità finanziaria degli enti preposti, fattore che farà passare alla storia il capitalismo come l’unico sistema sociale in cui “vivere più a lungo” corrisponde a una cattiva notizia per la società.
La realtà invece, come abbiamo scritto altre volte, è che a mancare in Italia non sono i lavoratori, ma proprio il lavoro, condizione che si traduce in una pletora di donne e uomini che non figurano tra le statistiche sulla disoccupazione perché escono dalle “forze di lavoro attive” (chi ha un lavoro, gli occupati, e chi cerca attivamente un lavoro, i disoccupati) per finire in quelle inattive, spesso definiti come “scoraggiati”.
Ma la sostanza non cambia al cambiare dell’etichetta, perché si tratta comunque di una significativa fetta di popolazione che non ha accesso a un reddito mediante il lavoro – che in teoria sarebbe pure il primo principio enunciato dalla Costituzione – o almeno non in forma regolare, con tutte le conseguenze per l’accesso ai diritti e alle forme di tutela del caso.
In numeri, nel 2019 – quindi prima della pandemia, da cui non abbiamo ancora recuperato – il rapporto tra la forza lavoro attiva (occupati più disoccupati) e il totale degli inattivi era intorno all’unità: circa 26 milioni di attivi, di cui 3 milioni disoccupati, di contro ad altri 26 milioni (numero più numero meno) di inattivi.
Una mannaia per qualsiasi sistema economico, che il processo di integrazione europeo non ha fatto altro che cristallizzare: sempre Tridico infatti fa notare che “il tasso di occupazione era intorno al 58% della popolazione in età da lavoro nei primi anni ’90, e tale è ancora oggi” (59% in media nel 2019).
In mezzo si è assistito a una profondissima flessibilizzazione del rapporto di lavoro e dell’occupazione, indicata a Maastricht nel 1992 e sistematizzata dalla Commissione europea col libro bianco su Crescita, competitività, occupazione nel 1994, a colpi di legge “antioperaie”, come il pacchetto Treu, la legge Biagi, il Jobs Act, passando per la riforma Fornero o il cosiddetto articolo 8 dell’ultimo governo Berlusconi.
Il fallimento di trent’anni di neoliberismo è sempre più sotto gli occhi di tutti e bene fa il Presidente dell’Inps ad incalzare anche sul salario minimo: “è evidente che ci vuole. Tutta la comunità scientifica, giuristi ed economisti, concorda sul fatto che il binomio contrattazione sindacale e salario minimo sia possibile, l’uno non esclude l’altro”.
L’affermazione segue la contrarietà da parte dei maggiori sindacati concertativi all’istituzione del salario minimo per timore di perdere la posizione di privilegio nella contrattazione che si sono guadagnati a suon di regali fatti alla classe padronale.
Già, perché Cgil Cisl e Uil hanno responsabilità storiche enormi nell’arretramento a cui hanno costretto la forza lavoro del paese, se non si vuole risalire alla svolta dell’Eur, almeno fin da quel 31 luglio 1992 in cui firmarono l’abrogazione della scala mobile, viatico per l’Italia alla firma degli Trattato di Maastricht, proprio mentre tutto il paese si apprestava ad andare in vacanza ad agosto...
Ma un tornante storico si sta svolgendo in questi mesi, la “questione operaia” riacquista vigore in un paese in cui i salari sono oggi sono inferiori in termini reali del 2% rispetto al 1991, operai ed operaie sono tornati a scioperare in forze, sia l’11 ottobre che il 16 dicembre.
Lo spiraglio per una nuova stagione di lotte sembra aprirsi all’orizzonte.
Fonte
“Notiamo una forte crescita delle entrate contributive, c’è una tendenza positiva, il 7% in più”, ha detto Tridico, “ma restano fragilità come il tasso di inattività che è molto alto”.
“In Italia mancano circa dieci milioni di lavoratori tra inattivi, scoraggiati, donne e giovani, che non lavorano. Se li avessimo avremmo una sostenibilità del sistema pensionistico diverso. Queste persone mancano soprattutto nel Sud”, ha aggiunto il presidente dell’Inps.
Parole molto importanti da parte di Tridico, non nuovo a sortite nel dibattito politico che si pongono in generale contrapposizione con quanto invece si afferma tra le fila dei maggiori partiti, da destra al centro-sinistra.
Nella vulgata starnazzata dai maggiori organi di informazione infatti l’occupazione sarebbe lì fuori ad aspettare lavoratori e lavoratrici che però sarebbero o troppo pigri per alzarsi dal divano, o poco qualificati per le mansioni richieste, o troppo tutelati da strumenti welfaristici come il Reddito di Cittadinanza (quando non troppo impegnati a truffare lo Stato, i “furbetti”...).
Da qui la necessità di adeguare la vita lavorativa all’allungamento della vita media, previo il rischio di insostenibilità finanziaria degli enti preposti, fattore che farà passare alla storia il capitalismo come l’unico sistema sociale in cui “vivere più a lungo” corrisponde a una cattiva notizia per la società.
La realtà invece, come abbiamo scritto altre volte, è che a mancare in Italia non sono i lavoratori, ma proprio il lavoro, condizione che si traduce in una pletora di donne e uomini che non figurano tra le statistiche sulla disoccupazione perché escono dalle “forze di lavoro attive” (chi ha un lavoro, gli occupati, e chi cerca attivamente un lavoro, i disoccupati) per finire in quelle inattive, spesso definiti come “scoraggiati”.
Ma la sostanza non cambia al cambiare dell’etichetta, perché si tratta comunque di una significativa fetta di popolazione che non ha accesso a un reddito mediante il lavoro – che in teoria sarebbe pure il primo principio enunciato dalla Costituzione – o almeno non in forma regolare, con tutte le conseguenze per l’accesso ai diritti e alle forme di tutela del caso.
In numeri, nel 2019 – quindi prima della pandemia, da cui non abbiamo ancora recuperato – il rapporto tra la forza lavoro attiva (occupati più disoccupati) e il totale degli inattivi era intorno all’unità: circa 26 milioni di attivi, di cui 3 milioni disoccupati, di contro ad altri 26 milioni (numero più numero meno) di inattivi.
Una mannaia per qualsiasi sistema economico, che il processo di integrazione europeo non ha fatto altro che cristallizzare: sempre Tridico infatti fa notare che “il tasso di occupazione era intorno al 58% della popolazione in età da lavoro nei primi anni ’90, e tale è ancora oggi” (59% in media nel 2019).
In mezzo si è assistito a una profondissima flessibilizzazione del rapporto di lavoro e dell’occupazione, indicata a Maastricht nel 1992 e sistematizzata dalla Commissione europea col libro bianco su Crescita, competitività, occupazione nel 1994, a colpi di legge “antioperaie”, come il pacchetto Treu, la legge Biagi, il Jobs Act, passando per la riforma Fornero o il cosiddetto articolo 8 dell’ultimo governo Berlusconi.
Il fallimento di trent’anni di neoliberismo è sempre più sotto gli occhi di tutti e bene fa il Presidente dell’Inps ad incalzare anche sul salario minimo: “è evidente che ci vuole. Tutta la comunità scientifica, giuristi ed economisti, concorda sul fatto che il binomio contrattazione sindacale e salario minimo sia possibile, l’uno non esclude l’altro”.
L’affermazione segue la contrarietà da parte dei maggiori sindacati concertativi all’istituzione del salario minimo per timore di perdere la posizione di privilegio nella contrattazione che si sono guadagnati a suon di regali fatti alla classe padronale.
Già, perché Cgil Cisl e Uil hanno responsabilità storiche enormi nell’arretramento a cui hanno costretto la forza lavoro del paese, se non si vuole risalire alla svolta dell’Eur, almeno fin da quel 31 luglio 1992 in cui firmarono l’abrogazione della scala mobile, viatico per l’Italia alla firma degli Trattato di Maastricht, proprio mentre tutto il paese si apprestava ad andare in vacanza ad agosto...
Ma un tornante storico si sta svolgendo in questi mesi, la “questione operaia” riacquista vigore in un paese in cui i salari sono oggi sono inferiori in termini reali del 2% rispetto al 1991, operai ed operaie sono tornati a scioperare in forze, sia l’11 ottobre che il 16 dicembre.
Lo spiraglio per una nuova stagione di lotte sembra aprirsi all’orizzonte.
Fonte
12/11/2021
Il governo accolla all’Inps anche la previdenza dei giornalisti, in rosso ovviamente
Il governo nella legge di bilancio, ha deciso l’incorporazione dell’Inpgi (la cassa previdenziale dei giornalisti) nell’Inps a partire dal 1 luglio 2022, ma solo per la parte che gestisce i trattamenti obbligatori.
Resta fuori da questo passaggio l’Inpgi 2, ovvero la gestione separata, alla quale sono iscritti i pubblicisti e i giornalisti titolari di rapporto autonomo o precario. Insomma hanno messo al riparo la pensione per i giornalisti più garantiti.
All’articolo del provvedimento relativo a “Norme a garanzia delle prestazioni previdenziali a favore dei giornalisti“, viene specificato che fino al 30 giugno 2022 la pensione dei giornalisti dipendenti verrà determinata come segue.
Gli importi maturati fino a quella data seguiranno i criteri Inpgi: l’Istituto di previdenza dei giornalisti contava sul più vantaggioso sistema retributivo fino al 2017 (gli altri lavoratori invece lo hanno perso nel 2012 con la Legge Fornero, ndr), poi oltre quella data anche loro sono stati adeguati a quello contributivo.
Dal luglio 2022 in poi, gli importi di pensione che verranno maturati verranno calcolati invece secondo le regole dell’Inps. Unica eccezione per coloro che hanno versato contributi per la prima volta prima del 1996: a loro non si applicherà il massimale contributivo che viene ora applicato dall’Inps a tutti i redditi superiori ai 100 mila euro.
Per i giornalisti e pubblicisti registrati come lavoratori autonomi, (insomma quelli messi peggio e più precari, ndr), “l’Inpgi continuerà a esistere come cassa privata” e per far questo dovrà varare la riforma dello Statuto entro la metà del 2022.
Invece, per i giornalisti che percepiscono un’indennità di cassa integrazione, le regole dell’Inpgi varranno fino al 2023. Poi scatterà la Naspi, come previsto dall’Inps per tutti gli altri lavoratori dipendenti.
Quindi l’Inps si accollerà l’Inpgi con tutto il cucuzzaro, ossia anche i conti in rosso per 242,2 milioni di euro, in peggioramento di 70milioni e 805mila euro rispetto al 2019.
Anche la gestione patrimoniale (tra cui figurano gli immobili dell’Inpgi), seppur chiudendo con un risultato positivo di 6,599 milioni di euro, ha registrato una diminuzione di 39,587 milioni rispetto all’anno precedente per effetto della riduzione degli utili del portafoglio mobiliare.
A giugno l’Inpgi rischiava il commissariamento, ma il governo è intervenuto ed ha fatto la scelta dei suoi predecessori: accollare all’Inps un altro ente previdenziale in perdita, e magari tra un anno alimentare gli starnazzamenti perché “l’Inps ha i conti in rosso” e “non ci sono i soldi” per pensioni dignitose.
Era già accaduto nel gennaio 2003, quando l’ente previdenziale dei dirigenti privati e dell’industria, l’Inpdai, secondo i dati del bilancio consuntivo per il 2001, portò “in dote” all’Inps un pesante disavanzo economico di 1.479.205 milioni di lire (circa 764 mila euro di oggi), conseguente, quasi per intero, al forte sbilancio della gestione previdenziale a causa di prestazioni previdenziali per i dirigenti industriali in pensione, assai più favorevoli, soprattutto dopo aver versato una contribuzione di misura inferiore a quella dovuta.
Una sentenza della Cassazione del 2018 ha poi decretato che i dirigenti d’azienda possono pretendere dall’Inps la pensione alle condizioni più favorevoli previste dal disciolto regime Inpdai e non a quello più ridotto dell’Inps.
Occorre poi rammentare che il governo Monti nel 2012 scaricò sull’Inps anche l’Inpdap, ossia l’Istituto di Previdenza dei Dipendenti Pubblici, che aveva nella pancia un disavanzo patrimoniale al primo gennaio 2012 di 10 miliardi e 269 milioni. Lo stesso provvedimento caricava all’Inps anche l’Enpals (lavoratori dello spettacolo).
Il disavanzo era stato causato della continua riduzione dei dipendenti pubblici nel corso degli anni, che aveva ridotto le entrate, mentre le spese per pensioni continuavano ad aumentare.
In secondo luogo perché, fino al 1995, le amministrazioni centrali dello Stato non versavano i contributi alla Ctps, la Cassa dei trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato, che era una delle 10 casse fuse nell’Inpdap nel 1996, proprio perché le normative europee richiedevano la creazione di un istituto con un bilancio trasparente.
Ma anche dopo il ’96 le amministrazioni dello Stato hanno versato «solo la quota della contribuzione a carico del lavoratore (8,75%, ndr ) e non la quota a loro carico», pari al 24,2%. In pratica il datore di lavoro “Stato” non versava la sua quota di contributi.
Adesso l’Inps dovrà accollarsi anche l’Inpgi. La nota diffusa ad aprile dal Collegio sindacale dell’Inpgi, parlava di un ulteriore assottigliamento della cosiddetta “riserva legale IVS”, ovvero la riserva tecnica di liquidità che garantisce il pagamento delle pensioni e che per legge deve assicurare almeno 5 anni di erogazione.
“Lo squilibrio 2020 – segnala l’organismo – determina un deterioramento della riserva legale IVS che rimane al di sopra dell’importo delle 5 annualità di pensione come previsto dalla normativa, ma con una ulteriore erosione di tale margine” (processo questo che è in atto dal 2016) e una riduzione dell’indice di copertura delle pensioni correnti che passa da 2,58 del 2019 a 2,09 del 2020.
L’Inps si accolla dunque l’ennesimo ente previdenziale in rosso, con numeri calanti di lavoratori contribuenti e un livello di prestazioni pensionistiche che fanno invidia al 90% dei lavoratori dipendenti.
E poi, quando vedremo dirigenti statali, dirigenti d’azienda e giornalisti starnazzare contro l’Inps, il Reddito di cittadinanza, l’insostenibile spesa pensionistica etc. etc. che cosa dovremmo fare?
No comment, questo è un paese che teme più le parole che i fatti.
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Resta fuori da questo passaggio l’Inpgi 2, ovvero la gestione separata, alla quale sono iscritti i pubblicisti e i giornalisti titolari di rapporto autonomo o precario. Insomma hanno messo al riparo la pensione per i giornalisti più garantiti.
All’articolo del provvedimento relativo a “Norme a garanzia delle prestazioni previdenziali a favore dei giornalisti“, viene specificato che fino al 30 giugno 2022 la pensione dei giornalisti dipendenti verrà determinata come segue.
Gli importi maturati fino a quella data seguiranno i criteri Inpgi: l’Istituto di previdenza dei giornalisti contava sul più vantaggioso sistema retributivo fino al 2017 (gli altri lavoratori invece lo hanno perso nel 2012 con la Legge Fornero, ndr), poi oltre quella data anche loro sono stati adeguati a quello contributivo.
Dal luglio 2022 in poi, gli importi di pensione che verranno maturati verranno calcolati invece secondo le regole dell’Inps. Unica eccezione per coloro che hanno versato contributi per la prima volta prima del 1996: a loro non si applicherà il massimale contributivo che viene ora applicato dall’Inps a tutti i redditi superiori ai 100 mila euro.
Per i giornalisti e pubblicisti registrati come lavoratori autonomi, (insomma quelli messi peggio e più precari, ndr), “l’Inpgi continuerà a esistere come cassa privata” e per far questo dovrà varare la riforma dello Statuto entro la metà del 2022.
Invece, per i giornalisti che percepiscono un’indennità di cassa integrazione, le regole dell’Inpgi varranno fino al 2023. Poi scatterà la Naspi, come previsto dall’Inps per tutti gli altri lavoratori dipendenti.
Quindi l’Inps si accollerà l’Inpgi con tutto il cucuzzaro, ossia anche i conti in rosso per 242,2 milioni di euro, in peggioramento di 70milioni e 805mila euro rispetto al 2019.
Anche la gestione patrimoniale (tra cui figurano gli immobili dell’Inpgi), seppur chiudendo con un risultato positivo di 6,599 milioni di euro, ha registrato una diminuzione di 39,587 milioni rispetto all’anno precedente per effetto della riduzione degli utili del portafoglio mobiliare.
A giugno l’Inpgi rischiava il commissariamento, ma il governo è intervenuto ed ha fatto la scelta dei suoi predecessori: accollare all’Inps un altro ente previdenziale in perdita, e magari tra un anno alimentare gli starnazzamenti perché “l’Inps ha i conti in rosso” e “non ci sono i soldi” per pensioni dignitose.
Era già accaduto nel gennaio 2003, quando l’ente previdenziale dei dirigenti privati e dell’industria, l’Inpdai, secondo i dati del bilancio consuntivo per il 2001, portò “in dote” all’Inps un pesante disavanzo economico di 1.479.205 milioni di lire (circa 764 mila euro di oggi), conseguente, quasi per intero, al forte sbilancio della gestione previdenziale a causa di prestazioni previdenziali per i dirigenti industriali in pensione, assai più favorevoli, soprattutto dopo aver versato una contribuzione di misura inferiore a quella dovuta.
Una sentenza della Cassazione del 2018 ha poi decretato che i dirigenti d’azienda possono pretendere dall’Inps la pensione alle condizioni più favorevoli previste dal disciolto regime Inpdai e non a quello più ridotto dell’Inps.
Occorre poi rammentare che il governo Monti nel 2012 scaricò sull’Inps anche l’Inpdap, ossia l’Istituto di Previdenza dei Dipendenti Pubblici, che aveva nella pancia un disavanzo patrimoniale al primo gennaio 2012 di 10 miliardi e 269 milioni. Lo stesso provvedimento caricava all’Inps anche l’Enpals (lavoratori dello spettacolo).
Il disavanzo era stato causato della continua riduzione dei dipendenti pubblici nel corso degli anni, che aveva ridotto le entrate, mentre le spese per pensioni continuavano ad aumentare.
In secondo luogo perché, fino al 1995, le amministrazioni centrali dello Stato non versavano i contributi alla Ctps, la Cassa dei trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato, che era una delle 10 casse fuse nell’Inpdap nel 1996, proprio perché le normative europee richiedevano la creazione di un istituto con un bilancio trasparente.
Ma anche dopo il ’96 le amministrazioni dello Stato hanno versato «solo la quota della contribuzione a carico del lavoratore (8,75%, ndr ) e non la quota a loro carico», pari al 24,2%. In pratica il datore di lavoro “Stato” non versava la sua quota di contributi.
Adesso l’Inps dovrà accollarsi anche l’Inpgi. La nota diffusa ad aprile dal Collegio sindacale dell’Inpgi, parlava di un ulteriore assottigliamento della cosiddetta “riserva legale IVS”, ovvero la riserva tecnica di liquidità che garantisce il pagamento delle pensioni e che per legge deve assicurare almeno 5 anni di erogazione.
“Lo squilibrio 2020 – segnala l’organismo – determina un deterioramento della riserva legale IVS che rimane al di sopra dell’importo delle 5 annualità di pensione come previsto dalla normativa, ma con una ulteriore erosione di tale margine” (processo questo che è in atto dal 2016) e una riduzione dell’indice di copertura delle pensioni correnti che passa da 2,58 del 2019 a 2,09 del 2020.
L’Inps si accolla dunque l’ennesimo ente previdenziale in rosso, con numeri calanti di lavoratori contribuenti e un livello di prestazioni pensionistiche che fanno invidia al 90% dei lavoratori dipendenti.
E poi, quando vedremo dirigenti statali, dirigenti d’azienda e giornalisti starnazzare contro l’Inps, il Reddito di cittadinanza, l’insostenibile spesa pensionistica etc. etc. che cosa dovremmo fare?
No comment, questo è un paese che teme più le parole che i fatti.
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