Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/08/2026
02/02/2026
L’Italia è più ricca solo sulla carta: diminuisce il potere d’acquisto rispetto al 2021
La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2024, la cifra di 11.732 miliardi di euro. Rispetto al 2023 ha segnato un aumento del 2,8%, che però è ben lontano dal promettere il recupero dell’inflazione degli anni precedenti. La ricchezza a prezzi costanti risulta ancora inferiore di oltre il 5% rispetto ai livelli del 2021.
Nello studio si legge che “in rapporto al reddito lordo disponibile, la ricchezza netta è rimasta stabile rispetto al 2023 (8,2), tra i valori più bassi del periodo 2005-2024”. Il messaggio è che, in sostanza, il colpo inferto dalla fiammata inflattiva del 2022 non è stato riassorbito, e i segnali attuali non sembrano incoraggianti in questo senso, soprattutto se vediamo come la dinamica dei prezzi sta colpendo soprattutto le fasce meno abbienti.
La crescita del 2024, inoltre, è stata sostenuta da due motori principali. Il primo è la crescita del valore delle abitazioni: un dato che può trarre in inganno, perché parliamo di una ricchezza di cui non si può disporre immediatamente. La casa, chi vive del proprio lavoro, la abita, non la “smercia” sui mercati. La crescita dei valori immobiliari (che ha a malapena recuperato il livello raggiunto prima della crisi del debito sovrano) aiuta sostanzialmente chi ci vuole speculare sopra.
Il secondo motore sono state le attività finanziarie, balzate in avanti del 3,6%, trainate dal vento favorevole “dell’andamento positivo dei prezzi delle quote di fondi comuni, dei titoli e delle riserve assicurative”, si legge nella sintesi sul sito dell’Istat. Ciò è dovuto ad anni di alti tassi d'interesse, ma rappresenta anche un’ulteriore finanziarizzazione che potrebbe giungere al limite di una bolla pronta ad esplodere. Non si tratta dunque di ricchezza reale, ma di codici sui server che potrebbero svanire da un momento all’altro.
Senza voler generare allarmismo, bisogna sottolineare come rispetto all’aumento del rischio, le famiglie italiane possano ancora contare su una larga ricchezza proveniente dalla casa di proprietà (il valore delle abitazioni sul totale della ricchezza netta è vicino al 50%). Un bene rifugio che permette ancora di rimanere a galla, ma che non può risolvere il problema della spesa giornaliera.
Ci sono poi problemi legati a un patrimonio che, comunque è distribuito in maniera fortemente diseguale, e anche il fatto che le famiglie più giovani sono quelle che fanno più fatica ad accumulare risparmio, non potendo magari contare su redditi da lavoro adeguati. Insomma, il passato del paese lo fa ancora respirare, ma il futuro sembra dovrà essere vissuto in apnea da intere generazioni.
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17/01/2026
Inps: i salari ancora lontani dal recuperare l’inflazione
Secondo il rapporto, tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie dei dipendenti privati (esclusi i domestici) sono passate da 21.345 euro a 24.486 euro, con un incremento nominale del 14,7%. Nello stesso periodo, i dipendenti pubblici hanno visto una crescita più contenuta, all’11,7%, passando da 31.646 euro a 35.350 euro.
Valori che sono al di sotto del tasso di inflazione registrato nello stesso periodo. Guardando alle sole retribuzioni contrattuali (non quelle effettive, che tengono conto di straordinari e altre integrazioni), solo tra il 2019 e il 2024 il divario tra l’aumento nominale dei salari e quello dei prezzi ha superato i 9 punti percentuali.
Al solito, ad avere le condizioni peggiori sono le donne. Una donna, in media, guadagna circa il 70% di quanto percepito da un collega maschio. Nel 2024, a fronte di una retribuzione maschile di quasi 28 mila euro, quella femminile si è fermata a 19.833 euro. Secondo l’Inps, il gap non può essere giustificato solo col minor numero di giornate retribuite (240 per le donne contro le 251 degli uomini), ma affonda le radici in fattori strutturali.
Una delle evidenze più significative del rapporto riguarda la differenza tra salario lordo e netto. A coprire il crollo del potere d’acquisto e la speculazione sui prezzi, che è andata a tutto vantaggio dei datori di lavoro, c’è stato l’intervento pubblico, attraverso la leva fiscale. In un circolo vizioso per cui la redistribuzione avviene sempre tra le fasce meno abbienti della popolazione: ricordiamo che sono i lavoratori e i pensionati a versare la maggior parte delle imposte dirette.
Inoltre, viene indicato il fatto che sono proprio i redditi più alti che, data la loro maggiore forza contrattuale, sono riusciti a difendersi meglio sul mercato delle retribuzioni. Ad ogni modo, Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps (CIV) ha chiarito un nodo centrale: “alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto” di rincaro, soprattutto per le fasce più deboli, ma “in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”.
Ancora un’ulteriore prova di come la battaglia per il salario minimo sia fondamentale per ridare dignità alla maggioranza del paese, e anche per far sì che siano finalmente i padroni a pagare per le storture del “libero mercato” che tanto osannano.
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16/01/2026
Generi alimentari: +24%. Indagine Antitrust sulla grande distribuzione
Ora, finalmente, arriva un’indagine conoscitiva dell’Antitrust per cercare di fare luce su questa dinamica. L’approfondimento riguarderà le catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto prodotto dalla filiera agroalimentare, e come ciò porta alla formazione dei prezzi finali. E sotto la lente d’ingrandimento c’è soprattutto la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
È proprio l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a spiegare che la distorsione osservata “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Difatti, di questi alti prezzi soffrono i consumatori, ma non ne vedono i “benefici” i produttori.
Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, specifica l’AGCM, i prezzi dei beni alimentari sono schizzati del 24,9%, una crescita di gran lunga superiore a quella dell’indice generale dei prezzi al consumo, ferma al 17,3%. L’ipotesi al vaglio è che ci sia una sostanziale speculazione della GDO, attraverso la quale avviene l’84% degli acquisti degli italiani.
Si tratta di pochi grandi gruppi, che approfitterebbero anche del proprio potere contrattuale nei confronti di una base produttiva alquanto frammentata, fatta di migliaia di piccole aziende agricole. Secondo l’Antitrust, questa posizione di forza permetterebbe alle catene della GDO di imporre unilateralmente condizioni economiche pesanti.
Ad esempio, saranno indagati i cosiddetti “servizi di vendita”: veri e propri pagamenti che i produttori fanno ai supermercati per servizi quali l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti. Il presidente di Federdistribuzione ha immediatamente ricordato che non è mai mancata la collaborazione per frenare i rincari, e che daranno tutte le informazioni necessarie.
Intanto, il peso sulle famiglie è gravoso: il Codacons ha calcolato un esborso maggiore per la spesa alimentare rispetto al 2021, per un nucleo familiare con due figli, intorno a 1.915 euro annui. Assoutenti dichiara che “una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande”. Nonostante l’inflazione generale sia scesa (1,2% a dicembre 2025), il “carrello della spesa” continua a correre quasi a velocità doppia (2,2%).
Anche la Coldiretti ha accolto con favore l’iniziativa dell’Antitrust. Ora, i soggetti interessati sono tenuti a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. A quel punto saremo pronti per tornare sull’argomento, a difesa della capacità d’acquisto di lavoratori e pensionati.
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14/11/2025
Romania - Migliaia in piazza contro l’austerity del governo “europeista”
Il Blocco Nazionale Sindacale richiede invece misure urgenti per fermare la diminuzione del potere d’acquisto e per migliorare le condizioni di lavoro. Tra le principali rivendicazioni ci sono l’aumento del salario minimo, il fermo dei tagli salariali nel settore pubblico, la riduzione della tassazione sul lavoro e la lotta all’evasione fiscale.
I manifestanti si sono radunati davanti alla sede del governo nella capitale romena, poi hanno marciato verso il Palazzo del Parlamento.
Nel 2024 il deficit di bilancio era superiore al nove per cento, uno dei più alti dell’Unione europea. La Romania ha concordato con l’UE di ridurre il deficit all’8,4 per cento quest’anno.
Le misure di austerità del governo comprendono l’aumento delle tasse, il blocco dei salari e delle pensioni nel settore pubblico e il taglio della spesa pubblica e dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione.
“I lavoratori vedono ancora una volta sacrificato il loro posto di lavoro: anche se lavoriamo di più, diventiamo sempre più poveri”, ha dichiarato il Blocco Sindacale in un comunicato. “L’impoverimento della popolazione è diventato una politica di Stato”.
I manifestanti chiedono anche la fine dei tagli ai posti di lavoro nel settore pubblico e l’intensificazione degli sforzi per combattere l’evasione fiscale.
“L’imposta sul reddito ha superato ogni immaginazione, raggiungendo il 43 per cento dei nostri stipendi. Quasi la metà va allo Stato”, ha dichiarato uno dei manifestanti. I prezzi sono impazziti, l’inflazione è aumentata e il potere d’acquisto è diminuito.
Quando la coalizione di governo filo-europeista ha vinto le elezioni all’inizio di quest’anno – con una consultazione molto contrastata, con forti dubbi di brogli e l’annullamento della vittoria del candidato anti-UE – si era impegnata con Bruxelles a fare della riduzione del deficit di bilancio e della riforma delle istituzioni statali una priorità assoluta.
I sindacati in Romania sono stati colpiti molto duramente, tanto che la Commissione Europea ha avvertito il governo rumeno che la sua legge sul lavoro era così sbilanciata a favore dei datori di lavoro da rischiare di causare danni permanenti alla coesione sociale e che esisteva un alto rischio di disordini negli anni a venire. Pertanto, la UE aveva subordinato l’accesso ai Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza all’approvazione di una nuova legge sul Dialogo Sociale, la 367/2022, appena un po’ meno severa contro i sindacati.
Viene infatti mantenuto il concetto di sciopero illegale, ma si dà ai sindacati una finestra di 24 ore per risolvere eventuali problemi amministrativi e garantire che il loro sciopero sia legale. Permette inoltre scioperi di solidarietà e ha abbassato la soglia di rappresentatività al 35% per negoziare un contratto collettivo nazionale e per indire uno sciopero. Consente anche la formazione di nuovi sindacati nelle aziende con più di 10 dipendenti o da parte di 10 o più dipendenti di aziende diverse ma appartenenti allo stesso settore economico.
Oggi, stiamo assistendo a nuova politica di austerità in Romania. Lamentando che il deficit pubblico è troppo alto (9,7% del PIL), il governo ha avviato un’altra ondata di lacrime e sangue. Il primo pacchetto di misure è stato approvato nell’estate del 2025, ed ha visto il congelamento dei salari del settore pubblico e di tutte le pensioni di vecchiaia fino alla fine del 2026 (sostanzialmente un taglio retributivo dato che l’inflazione continua a salire); un blocco di tutte le assunzioni nel settore pubblico; un aumento dell’IVA; la rimozione dell’accesso all’assicurazione sanitaria pubblica per i familiari a carico (madri casalinghe, genitori anziani senza pensione, persone con disabilità, ecc.). Il pacchetto includeva anche un raddoppio delle tasse sul capitale, che tuttavia erano molto basse per cominciare: le tasse sui dividendi sono passate dall’8% al 16%, mentre le tasse sugli utili bancari sono passate da un minuscolo 2% a un esiguo 4%.
Un secondo pacchetto di misure si concentra sull'“aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione” licenziando il 10-30% dei dipendenti pubblici in alcuni servizi, nonché aumentando le capacità di riscossione delle tasse e riducendo le spese nel settore sanitario pubblico. Il pacchetto non è stato però adottato per intero eliminando le misure contro i privilegiati. Tra queste le disposizioni per innalzare l’età pensionabile per i magistrati (attualmente a 48 anni) a 65 anni, come il resto della popolazione, nonché per abbassare le loro pensioni speciali (attualmente in media 4000 euro al mese, mentre la pensione pubblica media è di 370 euro al mese).
Finora, i sindacati non avevano indetto scioperi significativi. C’erano state solo assemblee durante l’estate, che hanno raggiunto il picco l’8 settembre quando si è tenuta una protesta di 10.000 persone a Bucarest. Le confederazioni sindacali hanno organizzato una grande protesta già lo scorso 29 ottobre, con la partecipazione di quattro confederazioni su cinque.
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12/11/2025
Contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni. Rompere con Israele, Palestina libera
La legge di Bilancio presentata dal governo Meloni risponde alla logica del riarmo e alla scelta di incanalare il nostro Paese verso una economia di guerra.
Mentre i salari e le pensioni continuano a perdere potere d’acquisto, le disuguaglianze sociali aumentano, si allarga il mondo della precarietà e del lavoro sottopagato e sono sempre di più le persone che non possono curarsi o che non vedono soddisfatto il diritto alla casa, il governo aumenta in modo clamoroso la spesa per l’acquisto e la produzione di nuovi armamenti, individuando nel settore bellico l’unica soluzione alla crisi economica.
Anzi, il vincolo europeo di contenimento del deficit pubblico, con conseguente taglio ai servizi e alla spesa sociale, viene perseguito proprio con l’obiettivo di avere le mani libere per poter investire in armamenti.
La stessa ipocrisia utilizzata per nascondere il genocidio in Palestina e la complicità del governo con lo Stato terrorista di Israele viene utilizzata per fingere di voler affrontare le grandi questioni sociali del Paese: con i numeri sull’occupazione si continua a voler coprire l’aumento della povertà e dei lavori con salari da fame, con le modifiche dell’IRPEF si finge di voler sostenere i ceti medi quando si stanno soltanto favorendo i settori più ricchi, con i contributi volontari delle banche si lasciano nelle mani del sistema finanziario più di 100 miliardi di extraprofitti sottratti al nostro paese negli ultimi tre anni.
Di fronte ad un processo di grave deindustrializzazione, il sistema riesce solo a proporre la conversione di alcune aziende alla fabbricazione delle armi. L’industria bellica e i suoi collegati vengono utilizzati per uscire dalla crisi in cui versa il capitalismo.
Nei vari teatri di guerra si nascondono dietro le parole “pace” e “ricostruzione” gli interessi dei grandi gruppi italiani e occidentali del cemento, dell’energia e delle infrastrutture – come WeBuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna e Italferr – pronti a trarre profitto dalle devastazioni della guerra. La ricostruzione dell’Ucraina e di Gaza diventano un affare per pochi, mentre i costi umani, sociali e ambientali ricadono sui popoli flagellati dai conflitti.
Le mobilitazioni promosse a sostegno del popolo e della resistenza palestinese hanno portato alla luce una indisponibilità in tutta la Penisola a essere complici con il genocidio e con le scelte del governo Meloni che ci portano verso un futuro da incubo. Difendere la Palestina oggi significa rompere il patto tra sionismo, capitalismo e destre estreme e aprire una possibilità di liberazione per le lavoratrici, i lavoratori e tutti i popoli del Mondo.
La tregua di Trump non riconosce nessun diritto al popolo palestinese e sta consentendo a Israele di proseguire e ampliare l’occupazione di territori palestinesi.
Ma l’Italia parla di pace dopo aver fornito armi, dopo aver sostenuto direttamente il GENOCIDIO.
Anche altri paesi come il Congo e il Sudan stanno vivendo momenti drammatici, e diventa fondamentale unire le lotte e costruire una reale intersezionalità tra tutti i popoli oppressi, mentre aumentano i pericoli di un’aggressione al Venezuela.
Tutto questo dimostra che la competizione imperialista si sposta sempre più dal piano politico, economico e commerciale a quello militare. Il Governo Meloni, che sta sostenendo apertamente l’aumento delle spese in ambito NATO e i programmi di riarmo dell’Unione Europea, è parte attiva di questo processo. Tutto l’arco parlamentare sostiene la necessità di una difesa comune e di un esercito comune europeo quando l’unica difesa dalla guerra è il disarmo.
Queste scelte non hanno un riflesso solo in termini economici ma stanno favorendo una torsione autoritaria tanto contro le lotte sociali come verso il mondo dell’istruzione, arrivando a colpire l’informazione critica e indipendente e a tentare di controllare altri poteri dello Stato.
È in atto, in sostanza, un processo di trasformazione che, utilizzando le politiche di riarmo, tenta di irreggimentare e militarizzare una intera società che sta soffrendo un pesante peggioramento delle condizioni di vita.
Per questo è necessario ribellarsi, mettendo al centro delle mobilitazioni obiettivi chiari che corrispondano senza ambiguità alle necessità di milioni di lavoratori e lavoratrici e alle aspirazioni di pace, disarmo, uguaglianza e giustizia sociale che appartengono a tanta parte del Paese.
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Contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni. Rompere con Israele, Palestina libera
Il 28 novembre incrociamo le braccia e fermiamo tutto con lo sciopero generale e il 29 novembre manifestazione nazionale a Roma:
– No alla finanziaria di guerra, dimissioni del governo Meloni complice del genocidio in Palestina
– La rottura di ogni rapporto diplomatico, economico, accademico, militare con Israele. Chiediamo l’immediato embargo militare e il disinvestimento da ogni azienda complice del genocidio, dell’occupazione e dell’apartheid.
– No al riarmo Nato e no al riarmo europeo: le spese per sanità e istruzione fuori dai vincoli di bilancio.
– No all’esercito comune europeo e fine dell’invio di armi all’Ucraina.
– Contro la riforma Valditara e il ddl Gasparri.
– Chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, a partire da Marwan Barghouthi e Ahmad Sa’adat, e dei detenuti politici palestinesi nelle carceri italiane, in particolare Anan Yaeesh e Ahmad Salem, sotto processo per aver sostenuto la resistenza contro l’occupazione israeliana.
– Per l’uscita dell’Italia dalla Nato.
– Contro l’aggressione imperialista al Venezuela.
– Fine del genocidio in Sudan e dei massacri in Congo
– 2000 euro salario minimo mensile. Giù le armi, sui salari.
– Reintroduzione della scala mobile.
– 32 ore a parità di salario su 4 giorni lavorativi
– In pensione a 62 anni.
– Nazionalizzazione dei settori industriali strategici.
– Regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri.
– Abolizione dell’iva sui beni di prima necessità.
– Tassazione dei profitti delle banche.
– Affitti parametrati ai salari e un milione di case popolari.
– No al decreto sicurezza, no alla repressione delle lotte sociali.
Il messaggio di ringraziamento di Roger Waters (Pink Floyd).
Primi firmatari:
– Unione sindacale di Base
– Potere al popolo
– Movimento studenti palestinesi
– Unione democratica arabo palestinese
– Comunità palestinese in Italia
– Associazione palestinesi in Italia
– Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, Genova
– Ex Opg
– Movimento diritto all’Abitare Roma
– Arci Roma
– Fronte comunista
– Cambiare rotta
– Collettivo autorganizzato universitario
– Fronte della gioventù comunista
– Opposizione Studentesca di Alternativa (Osa)
– Movimento migranti e rifugiati Napoli
– Donne contro la guerra e il genocidio
– Casa del popolo Mariella Franco Pavia
– Centro sociale Intifada Roma
– Ecoresistenze
– Ecologia politica Napoli
– Casa del popolo Silvia Picci Lecce
– Spazio Catai Padova
– Casa del popolo Estella Torino
– Sac
– Casa del popolo Marano, Mugnano, Calvizzano
– Contropiano
– Rete dei Comunisti
Per adesioni: 29novembreroma@gmail.com
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09/11/2025
Salari, redistribuzione, carovita. Tre priorità contro il governo delle disuguaglianze
La perdita secca di potere d’acquisto dei salari per i dipendenti pubblici è certificata attorno all’11%, essendo l’inflazione calcolata attorno al 17% per gli anni relativi al rinnovo dei contratti e gli aumenti inferiori al 6%. Per quelle categorie che i rinnovi non li hanno avuti la perdita è ancora più forte, per alcuni settori che hanno avuto rinnovi di poco superiori al 6% siamo comunque di fronte ad una perdita secca del 10% del salario.
Non c’era bisogno che ce lo chiarissero ancora, ma sentirselo ripetere con tanta precisione fa il suo effetto.
La professione più diffusa, davanti a questi dati inequivocabili, è quella del profondersi nell’analisi delle cause che hanno portato a questa situazione. Ma al punto in cui siamo, francamente, ci sembra una noiosa perdita di tempo di fronte all’assodata dimostrazione che non c’è alcuna volontà politica di ridurre le disuguaglianze.
Al di là di tutte le valutazioni più o meno sofisticate sul modello di contrattazione, sulla perdita di competitività del sistema, sulla produttività del lavoro e via discorrendo, ciò che balza agli occhi è che è stata prodotta una impressionante redistribuzione di risorse economiche dalle classi che meno avevano ai ceti più ricchi e che questa politica prosegue indisturbata.
Basti pensare agli straordinari profitti ottenuti dal sistema bancario che negli ultimi tre anni, 2022-2024, ha racimolato la bellezza di 112 miliardi di euro netti, finiti per lo più nelle casse di grandi azionisti come BlackRock e Vanguard. E tanto per non dimenticarcelo, il fondo investimenti BlackRock ha già acquistato negli anni scorsi la rete fissa di Telecom Italia per 22 miliardi, è dentro grandi aziende come ENI, Enel, Snam e Poste, ovviamente dentro Leonardo e punta da tempo alle Ferrovie dello Stato. La redistribuzione, cioè, non produce soltanto un impoverimento diffuso ma anche uno spostamento di potere nelle mani di pochi grandi fondi finanziari, per lo più stranieri, che finiscono per governare la nostra società.
La questione vera che abbiamo davanti pertanto è cosa occorre fare per recuperare il potere d’acquisto perduto, per quali obiettivi battersi per fermare l’impoverimento e il conseguente esproprio di risorse e di sovranità che sta subendo l’intero Paese.
I fronti di lotta sono almeno tre: il fronte dei redditi, quindi innanzitutto i salari e le pensioni, il fronte fiscale, quindi le tasse sulle banche, le grandi imprese e i patrimoni dei ceti ricchi, e infine il fronte delle tariffe dei servizi e dei prezzi dei beni di prima necessità, compresi gli affitti degli alloggi.
Da come ci si posiziona rispetto a questi temi si può capire quali interessi difendono i vari soggetti in campo e quindi come poter immaginare l’arco delle alleanze sociali e politiche.
Sul fronte dei redditi, l’obiettivo dei 2000 euro come salario minimo, da veder riconosciuto nei minimi tabellari di ogni contratto, corrisponde ad un salario dignitoso, riconosciuto da enti internazionali e in linea con quanto detta l’articolo 36 della nostra Costituzione. I contratti nazionali dovrebbero puntare a raggiungere questo obiettivo, sul quale poi riparametrare tutti gli altri livelli, e comunque rifiutare soluzioni retributive che neanche reggono il passo con l’inflazione. La reintroduzione della scala mobile, o comunque di uno strumento di salvaguardia del potere d’acquisto, dovrebbe essere un obiettivo condiviso, così come l’impedimento di ogni ulteriore allungamento dell’età pensionabile e l’adeguamento delle pensioni minime ai 1500 euro.
Sul fronte fiscale, l’obiettivo di un ritorno alla progressività dell’imposta dovrebbe essere una scelta di civiltà, condivisa da tutto il fronte autenticamente progressista. Mettere al centro dell’agenda politica e rivendicativa la tassazione dei grandi patrimoni e dei vergognosi extra profitti, ottenuti dalle aziende che operano nel settore energetico e dal sistema bancario, è una condizione essenziale per reperire quelle decine di miliardi indispensabili per un riequilibrio delle enormi disuguaglianze sociali accumulate in questi anni.
E, infine, il calmieramento dei prezzi, attraverso l’eliminazione dell’IVA sui beni di prima necessità, il controllo delle tariffe sui servizi essenziali e una nuova legge sugli affitti, che rimetta una larga fetta della popolazione nella condizione di poter accedere al mercato degli alloggi e, contemporaneamente, tanta parte del sistema immobiliare di non rimanere colpevolmente inutilizzato (nonostante la fame di case che c’è in giro) sono le altre misure che dovrebbero completare una coerente politica di riequilibrio sociale.
Chi ipocritamente sostiene che questa è una piattaforma dei sogni finge di non vedere l’enorme accumulo di risorse che è avvenuto nel corso di questi anni ed anche la folle scelta di svincolare la spesa militare dalle regole europee sul bilancio pubblico.
Questi obiettivi sono concreti, necessari ed anche possibili e costituiscono la condizione per tornare a sperare in un futuro migliore. Sono la base dello sciopero generale del 28 novembre e della manifestazione nazionale prevista a Roma per il giorno dopo.
Sono il programma sul quale mettere in moto le enormi forze sociali e popolari che hanno preso parola contro il genocidio in Palestina e che ora reclamano la rottura dei rapporti con Israele. Sono lo stesso popolo. Siamo lo stesso popolo.
Unione Sindacale di Base
Fonte
30/10/2025
L’Istat conferma: le retribuzioni reali in 4 anni hanno perso quasi il 10%
Su questo giornale abbiamo più volte sottolineato come, ad esempio, oggi lavorare non tolga dal rischio povertà. Ed è facile capire perché, nonostante la propaganda governativa, quando si legge il rapporto periodico sui “Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali” dell’Istat, pubblicato ieri per il trimestre luglio-settembre.
“Le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 restano al di sotto dell’8,8% ai livelli di gennaio 2021”, scrive l’istituto di statistica. I salari hanno perso quasi un decimo del loro potere d’acquisto negli ultimi quattro anni, segnati dall’inflazione galoppante e dalla mancanza di conseguenti adeguamenti salariali.
Già l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, qualche giorno fa, aveva messo in guardia sul fatto che, nel secondo trimestre dell’anno in corso, la dinamica delle retribuzioni salariali era andata rallentando. Ora l’Istat afferma che anche nel trimestre appena passato “la crescita tendenziale delle retribuzioni ha rallentato”, pur mantenendosi al di sopra del tasso di inflazione.
È evidente che ciò non basta per recuperare l’aumento dei prezzi a cui abbiamo assistito dopo le politiche fallimentari fatte di sanzioni e guerra commerciale, implementate sempre più pesantemente dopo l’intervento russo in Ucraina. Le scelte deflattive della BCE hanno aiutato solo le banche a fare extraprofitti, mentre il mantenimento di salari bassi è stato salutato con compiacimento da Francoforte.
La retribuzione oraria media è cresciuta del 3,3% nel periodo gennaio-settembre 2025, rispetto allo stesso lasso di tempo del 2024, con incrementi differenziati nei diversi settori. “L’indebolimento della dinamica salariale – scrive l’Istat – è sintesi di un marcato rallentamento nel settore industriale, di una sostanziale stabilità nei servizi privati e di una lieve accelerazione nel comparto pubblico, a seguito dell’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale”.
A settembre 2025, i contratti nazionali ancora in attesa di rinnovo sono 29, coinvolgendo “circa 5,6 milioni di dipendenti, il 43,1% del totale”. Inoltre, “il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra settembre 2024 e settembre 2025, è passato da 18,3 a 27,9 mesi; per il totale dei dipendenti da 9,6 a 12,0 mesi”.
Ciò mostra sia il fatto che tanti adeguamenti – seppur insufficienti – mancano ad arrivare, peggiorando la condizione dei lavoratori, sia che è sempre più difficile trovare una composizione delle contraddizioni tra capitale e lavoro, nonostante i sindacati complici che firmano la qualunque. E mostra anche come solo un salario minimo per legge possa rappresentare una ‘rete di salvataggio’ per chi vive della propria fatica.
Questa, come altre rivendicazioni, dovranno necessariamente animare le mobilitazioni contro la prossima legge di bilancio, fatta solo di tagli e spese militari, che già sono state chiamate, a partire dallo sciopero generale indetto da USB per il 28 novembre.
Fonte
17/10/2025
Dieci euro in più al mese. La mancia del governo per i bassi salari falciati dal carovita
La Confesercenti calcola che, al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto delle famiglie italiane si sia ridotto di circa 4 miliardi di euro.
Dal Rapporto annuale dell’Istat emerge che le retribuzioni contrattuali hanno perso tra il 2019 e il 2024 il 10,5% del potere d’acquisto a causa della forte crescita dei prezzi.
La perdita del potere d’acquisto per le retribuzioni contrattuali è stata rilevante, soprattutto a fine 2022 quando ha raggiunto il 15%, mentre è scesa nel periodo successivo toccando a febbraio l’8,7% ed è poi risalita al 10% a marzo 2025.
Senza un serio intervento che introduca il salario minimo e un serio taglio delle imposte, accise, tasse sulle bollette e i carburanti, i salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani continueranno a perdere terreno ogni anno sui prezzi e dunque sul potere d’acquisto. Aver abolito ogni meccanismo di adeguamento dei salari ai prezzi (scala mobile) ha prodotto e consolidato una realtà di salari da fame nel nostro paese ormai evidente agli occhi di tutti.
Infine è decisivo che nei contratti di categoria ed in quelli aziendali si metta fine alla “moderazione salariale” che dal 1993 condanna i salari di chi lavora ad aumenti irrisori. Ma su questo occorre “sturare” le orecchie alle imprese e a Cgil Cisl Uil che da troppi anni non ci sentono o, peggio ancora, fanno finta di non sentire.
Fonte
15/09/2025
Italia - Le famiglie tirano la cinghia, aumentano gli allarmi sul carrello della spesa
Questo si traduce in tre possibili scenari: la riduzione degli acquisti, o l’uso di surrogati, oppure il peggioramento della qualità dei prodotti scelti. In tutti e tre i casi, queste soluzioni comportano importanti effetti sul lato dell’apporto energetico e della salute. Insomma, sono i più poveri, come al solito, a essere colpiti più duramente dalle dinamiche di un sistema iniquo.
Ultimamente allarmi simili – senza evidenziare il problema di classe della questione, ma tant’è – sono stati lanciati da altre realtà. Spesso ciò è stato fatto commentando i dati dell’Istat, da parte delle associazioni di tutela dei consumatori. È il caso di Assoutenti, ad esempio, che lo scorso 10 settembre ha posto i riflettori su questo nodo in un comunicato.
Il presidente Gabriele Melluso ha affermato: “le famiglie italiane spendono sempre di più per un carrello sempre più vuoto. A confermarlo sono gli stessi dati Istat: tra il 2019 e oggi le vendite alimentari nel nostro Paese sono crollate in volume del -6,5%, ma nello stesso periodo, proprio a causa dei continui rincari, il valore delle vendite è salito del +19,3%”.
Le vendite presso i discount sono aumentate del 45,6% in sei anni, una cifra così significativa da non poter essere ignorata. Lavoratori e pensionati cercano un’alternativa in prodotti low cost, considerati i rincari che hanno riguardato tutta la filiera alimentare per la crisi delle materie prime, dei beni energetici e, dunque, dei carburanti.
I dati confermano che da gennaio a luglio del 2025 le vendite di beni alimentari sono diminuite in volume dello 0,8%, ma il loro valore è cresciuto del 2,1%. In sostanza, ciò significa che quando siamo andati a pagare alla cassa, abbiamo speso 1,3 miliardi di euro in più, ma ci siamo ritrovati nel carrello meno cibi e bevande.
Per questo fa sorridere molto amaramente la pretesa scritta nel Rapporto COOP 2025, per la quale staremmo assistendo a una fase di “deconsumismo”. Nel documento si legge che “al posto del piacere del possesso, l’Italia di oggi scopre il vero valore nelle esperienze di vita, acquista solo le cose indispensabili, ama il second hand e ripara gli oggetti piuttosto che sostituirli”.
“E anche quando torna a spendere in acquisti tecnologici (16,5 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi, +1,2% su base annua) – continua il testo che si può facilmente reperire online – lo fa privilegiando l’utilità alla gratificazione”. Per dimostrarlo, cita il fatto che nella top ten delle vendite ci siano “gli apparecchi per la cura dentale”.
Bisognerebbe ricordare che le spese sanitarie non coperte dalla sanità pubblica non rappresentano una “scelta di consumo”, almeno non nella misura in cui si vogliano evitare problemi di salute di lungo termine. Eppure, questa è la retorica che bisogna sentire in un paese che continua a dibattersi in una crisi che pagano soprattutto le classi popolari e, sempre più, anche i ceti medi.
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01/09/2025
Italia - In estate è aumentato il carrello della spesa, fatica il PIL e la fiducia dei consumatori
La situazione, al solito, mostra in realtà un’Italia che fatica, su vari ambiti. Innanzitutto, un nodo che su questo giornale abbiamo evidenziato più volte: anche se l’inflazione si riduce o, ad ogni modo, rimane stabilmente sotto la soglia del 2%, considerata come il livello ottimale, le componenti di questo dato indicano un peso maggiore dell’aumento dei prezzi che più incidono nei settori popolari.
Infatti, le stime per agosto 2025 segnalano un’inflazione che continua a contrarsi, passando dall’1,7% su base annua di luglio all’1,6% del mese appena concluso. I prezzi dei beni energetici, che hanno infiammato i costi negli scorsi anni, scendono ancora, segnando un -4,4% rispetto al -3,4% di luglio.
Tuttavia, il costo del ‘carrello della spesa’ – alimenti, prodotti per la cura della casa e della persona – aumenta: +3,5% rispetto al +3,2% di luglio. Per i beni alimentari si è passati da 3,7% a 4,0%, con i prezzi dei prodotti non lavorati che sono saliti dal 5,1% al 5,6% di agosto, e quelli lavorati al 3,0% dal 2,8%.
In generale, i beni definiti ‘ad alta frequenza d’acquisto’ sono saliti da 2,3% a 2,4%. Sono cresciuti anche i prezzi dei servizi per trasporti (2,1%) e per la cura della persona (0,3%). L’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili del paniere considerato, passa dal 2% al 2,1%, al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, e accelera anche quella al netto dei soli beni energetici.
Nel frattempo, l’istituto di statistica ha anche calcolato che, nel secondo trimestre del 2025, il PIL registra una diminuzione dello 0,1% in termini congiunturali, rispetto ai tre mesi precedenti, e una crescita dello 0,4% in termini tendenziali, cioè rispetto al secondo trimestre del 2024. La crescita acquisita per il 2025 si conferma su di un misero mezzo punto percentuale di PIL.
La flessione del PIL è dovuta a un contributo negativo della domanda estera e nullo, tra le altre cose, dei consumi delle famiglie e della spesa delle amministrazioni pubbliche. Dunque, questo è il risultato della politica di austerità (escluse le spese militari, ovvio) di Roma e Bruxelles, neanche l’estate e i consumi ‘vacanzieri’ hanno potuto metterci una pezza.
Infatti, è lo stesso Istat ad informarci che agosto, in genere il mese di ‘ottimismo’ dovuto alle ferie, ha in realtà segnalato la riduzione della fiducia dei consumatori dal 97,2 al 96,2. E se l’indice generale per le imprese rimane stabile, industria e commercio danno segnali di debolezza e preoccupazione per il futuro.
Dazi, tensioni geopolitiche, un’inflazione che continua a mordere sulle fasce sociali che vivono del proprio lavoro (l’Unione Nazionale dei Consumatori ha calcolato in oltre 400 euro il peso del rincaro del carrello della spesa per quest’anno) mostrano che il governo Meloni va verso il suo terzo compleanno con un paese in cui l’unica cosa che cresce è la tendenza alla guerra.
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14/01/2025
Italia - Un paese in crisi di domanda interna
Dopo alcuni segnali positivi gonfiati nella loro importanza, novembre dello scorso anno ha segnato una flessione delle vendite sul mese precedente sia in valore sia in volume (rispettivamente -0,4% e -0,6%). Beni alimentari o no, entrambe le categorie sono andate in terreno negativo.
Come detto, nel trimestre cominciato con settembre era stata registrata una leggera ripresa, e infatti i dati erano in crescita. Ma se osserviamo l’andamento a livello tendenziale, paragonando i primi 11 mesi del 2023 con quelli del 2024 si nota che le vendite sono aumentate in valore, ma diminuite in volume, soprattutto per i beni alimentari (+1,6% in valore ma -0,9% in volume).
Senza dubbio dicembre mostrerà nei numeri una boccata d’aria per il commercio al dettaglio, dati gli acquisti per regali e cenoni. Ma la realtà è preoccupante, come evidenziato da varie organizzazioni, in particolare quelle che non rappresentano la grande distribuzione, unica ad aver registrato un aumento delle vendite rispetto a novembre 2023.
Confcommercio sottolinea la “difficoltà delle famiglie a intraprendere un percorso di significativa ripresa della domanda soprattutto di beni”. Evidenzia inoltre che il rialzo dei costi dell’energia colpirà duramente le famiglie e le imprese, e pone sotto lo sguardo indagatore anche il peso della speculazione finanziaria.
Anche la Coldiretti ha denunciato i rischi che l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili potrebbero riversarsi su quelli dei beni alimentari. Per di più, anche l’export subirebbe un contraccolpo significativo, considerato che il 40% dei cibi e delle bevande italiane dirette all’estero viaggiano su strada.
Il Codacons si è subito rivolto al governo, affinché studi “misure efficaci per sostenere la spesa dei cittadini, i quali continuano a subire i rincari del prezzi specie nel comparto alimentare”. Assoutenti ha stimato la riduzione degli acquisti alimentari in 1,46 miliardi di euro, e ha parlato di “una vera e propria dieta forzata”.
Infine, Confesercenti punta il dito sull’inflazione e sull’incertezza del futuro, che sarebbero alla base della flessione di novembre, non alleggerita nemmeno del Black Friday. Da questa organizzazione esaltano la “necessità di dare una scossa positiva alla domanda interna: bisogna continuare sulla strada della riforma fiscale per liberare risorse”.
È evidente che il nodo di fondo è stato facilmente individuato, soprattutto di fronte al fatto che chi abita nel Bel Paese sta addirittura riducendo la quantità del cibo che porta in tavola tutti i giorni. Il problema è che il potere d’acquisto della maggior parte della popolazione è stato compresso, e come si suol dire “a fine stipendio avanza troppo mese”.
Ma se la questione è che solo un’espansione della domanda interna potrebbe ridare fiato a un sistema al collasso, qualcuno – come Confesercenti – parla di riforma fiscale, ma non di aumento dei salari. Senza il “gioco delle tre carte” fatto sui conti pubblici tramite il cuneo fiscale: aumentare i salari prendendo i soldi dal profitto.
Si continua ostinati sulla strada che ci ha portato dove siamo. Un vicolo cieco, invece che ribaltare completamente la logica del capitalismo nostrano.
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05/09/2024
Eurostat e Istat mostrano un’Italia che si agita ancora nella crisi
Un padronato che ha preferito le rendite, immobiliari e, in particolare, finanziarie, come conferma il Boston Consulting Group. Nel suo ultimo Global Wealth Report viene infatti registrato che la ricchezza finanziaria del Belpaese, nel 2023, è pari all’11,4% del totale di quella dell’Europa occidentale ed è cresciuta al ritmo del 4,4% annuo dal 2018.
Ad ogni modo, l’Eurostat ha registrato che nel 2023, mentre la media del reddito reale del Vecchio Continente sale da 110,12 a 110,82 (100 è il valore del 2008), quella italiana cala da 94,15 a 93,74. Dunque, non solo il reddito reale nel nostro paese è in diminuzione, ma è nettamente inferiore a quello precedente alla crisi finanziaria di quindici anni fa.
Gli oltre 17 punti di distanza dalla media europea originano innanzitutto dal rialzo dei prezzi, con l’inflazione complessiva del 2022 e del 2023 che ha raggiunto il 13,8%. Dallo stesso Codacons hanno dichiarato che questa dinamica si è riversata “sui cittadini colpendo redditi e potere d’acquisto, e di cui ancora oggi le famiglie pagano le conseguenze”.
L’Eurostat segnala alcuni miglioramenti per ciò che riguarda il tasso di occupazione, arrivato al 66,3%. Ma l’Italia rimane il fanalino di coda della UE, con una percentuale quasi dieci punti inferiore a quella della media europea (75,3%): difficile sapere quanti, all’interno di questo margine, facciano lavori in nero, certamente sottopagati, solo per sopravvivere.
Vi sono anche altri segnali positivi, ma tutti i dati italiani rimangono sotto la media europea, e ben lontani da quelli dei principali paesi UE. Questo vale per l’abbandono scolastico, per i Neet e per l’occupazione, su cui però bisogna approfondire il discorso con i numeri dell’Istat, per smontare la propaganda fatta al riguardo dal governo Meloni.
Lasciamo da parte l’affermazione sul “numero di occupati più alto dai tempi di Garibaldi”, soprattutto per l’idiozia prima che per la difficoltà di verificarne la veridicità. L’Istat informa che, seppur dettaglierà la questione nel prossimo rapporto sul mercato del lavoro del 12 settembre, nel secondo trimestre di quest’anno le ore lavorate sono diminuite dello 0,2% rispetto a quello precedente.
Anche le unità di lavoro, cioè i posti a tempo pieno corrispondenti al totale delle ore lavorate, sono diminuite in tutti i settori, tranne che nei servizi (+0,2%). L’aumento della cassa integrazione (+20,12% nei primi sette mesi del 2024) e l’andamento negativo della produzione industriale spingono a guardare con cautela un miglioramento che sembra piuttosto congiunturale, ossia di breve durata.
L’incremento dell’occupazione a luglio proviene interamente dagli autonomi, ora 5,2 milioni (+249mila in un anno), mentre i dipendenti sono calati. Un aumento che può essere fatto risalire ad un regime fiscale conveniente come la flat tax (che poi si ripercuoterà in negativo su tutta la collettività).
Ma, soprattutto, è la tendenza sempre maggiore all’esternalizzazione dei rapporti a influenzare questo incremento. Finte partite Iva e, in maniera complementare, un sistema di appalti che uccide, è quello di cui si sta fregiando il governo, mentre il numero degli inattivi ha già ricominciato a salire, quasi interamente tra le donne.
Infine, l’aumento dell’occupazione riguarda per lo più gli over 50 (304 sui 490 mila nuovi posti creati tra luglio 2023 e luglio 2024). Anche depurando la variazione tendenziale dai cambiamenti demografici, la performance dei più adulti rimane più alta rispetto alla classe di età tra i 15 e i 34 anni.
Per dirla parafrasando il titolo di un film, “non è un paese per giovani”. Ma non è nemmeno un paese per lavoratori, per pensionati, per donne, per i settori popolari, che devono allora organizzarsi per percorrere una via alternativa.
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29/07/2024
Italia - Ancora salari da fame
Gli strepitii contro il feticcio della rincorsa prezzi-salari hanno raggiunto gli effetti sperati, facendo emergere quanto già chiaro da tempo e sconfessando la retorica del Governo secondo cui l’economia italiana primeggia in Europa. In verità, l’Italia è maglia nera nella caduta dei salari rispetto all’inflazione. Secondo l’OCSE, infatti, in Italia, rispetto al quarto trimestre del 2019, i salari reali, cioè i salari al netto dell’inflazione, sono caduti del 6,9%. Più del triplo di quanto siano caduti in Germania, il contrario di quanto sia accaduto in Francia (+0.1%).
Retribuzioni orarie, retribuzioni contrattuali e inflazione
Il problema dei salari in Italia è atavico, ma è andato via via aggravandosi negli ultimi decenni. Si tratta di una particolarità talmente evidente da richiamare l’attenzione anche della Commissione Europea, la quale ha notato come, in un decennio (2013-2022), la crescita dei salari nominali in Italia sia stata di circa il 12%, la metà della media europea (23%). Nello stesso periodo, mentre in UE i salari reali crescevano poco, ma crescevano (+2,5%), in Italia si verificava una caduta del 2%. In fin dei conti, la situazione è talmente drammatica che persino Bankitalia ha dovuto smentire, dopo le prime preoccupate dichiarazioni dell’ex Governatore Visco, la probabilità di una rincorsa prezzi-salari ammettendo per bocca di Panetta, che l’attuale aumento delle retribuzioni rappresenta un inevitabile recupero del potere d’acquisto, destinato ad affievolirsi a mano a mano che la perdita da recuperare si ridurrà. C’è da dire che gli aumenti dei salari monetari che si stanno verificando non sono particolarmente vigorosi. Se si tralascia il 2020, in cui la riduzione delle ore lavorate imposta dalle chiusure complica la lettura del dato, i tassi di crescita delle retribuzioni per ora lavorata non sono state particolarmente dissimili dai dati che si registravano nell’epoca pre-covid. Su base tendenziale, cioè rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il tasso di crescita del secondo trimestre del 2022 (3,22%) – cioè in piena crisi inflazionistica – è simile a quello del secondo trimestre del 2018 (3,19%). Esso, inoltre, rappresenta anche il valore più alto degli ultimi trimestri, basti pensare che rispetto al primo trimestre del 2023, nel primo trimestre del 2024 i salari nominali per ora lavorata sono cresciuti solo dell’1,15%. Insomma, i salari nominali sono cresciuti sostanzialmente sempre allo stesso (anemico) ritmo, sia quando l’inflazione era praticamente zero, sia quando ha distrutto il potere di acquisto dei lavoratori. È fondamentale infatti tenere sempre a mente la differenza fra salari nominali e salari reali, i quali ultimi tengono conto del livello dei prezzi e sostanzialmente ci dicono quanti beni e servizi possiamo comprare con i nostri stipendi.
Se analizziamo i dati in termini di crescita cumulata, a marzo del 2024 i salari nominali per ora lavorata erano solo del 5% superiori rispetto ai valori di marzo 2021. E i prezzi? Nello stesso periodo, la crescita cumulata dei prezzi è stata pari al 17,3%. Il risultato è una caduta dei salari reali per ora lavorata pari a più del 10%. D’altronde, anche le retribuzioni orarie contrattuali (si tratta di un dato che astrae dalla composizione della forza lavoro in termini di qualifiche, anzianità, contrattazione decentrata, straordinari) non sembrano mostrare alcuna particolare accelerazione se si considera che nel marzo del 2024 segnavano una crescita del 5,3% rispetto al 2021 e che nei mesi di aprile e maggio la crescita sembra essersi già interrotta. Se un rimbalzo nella contrattazione c’è stato, dunque, è stato molto limitato e soprattutto si è esaurito. Salvo una repentina e auspicabile modifica delle rivendicazioni salariali da parte di lavoratori e sindacati, dunque, è probabile attendersi un ritorno ai ritmi di crescita dei salari nominali simili a quelli sperimentati prima della fiammata inflazionistica e, dunque, che la perdita di potere d’acquisto verificatasi si vada consolidandosi.
Cosa c’entra l’austerità: rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici e cuneo fiscale
Il settore pubblico è da sempre fanalino di coda della contrattazione. Basta dare la parola all’ARAN, (cioè l’Agenzia che rappresenta la parte datoriale nella contrattazione collettiva del pubblico impiego) per renderci conto che a partire dalla triste stagione del blocco della contrattazione nel 2010 il settore pubblico (linea blu nel grafico) si è sempre distinto non solo per non garantire almeno l’allineamento con l’inflazione (linea rossa) ma in termini di dinamica salariale ha fatto addirittura peggio di quanto accedeva nel settore privato (linee azzurro e viola).
Tra mancati rinnovi e aumenti indecorosi, il settore pubblico si è ritrovato alle soglie della fiammata inflazionistica con salari reali da fame. L’ultima tornata di rinnovi (2022-2024) ha previsto un aumento del 5,8%, una cifra che sembrerebbe considerevole se paragonata alle precedenti e che tuttavia, significa una perdita cumulata di almeno 10 punti percentuali sul potere d’acquisto dei salari. Colmare la perdita costerebbe circa 30 miliardi, troppi, se l’austerità stringe. Il Ministro Zangrillo, infatti, ha invitato al realismo. La Legge di Bilancio, dice, è di fatto commissariata. Non ci sarà spazio per ulteriori rinnovi. Detto in altri termini, l’austerità si scaricherà direttamente sulle tasche dei lavoratori e delle lavoratrici che vedranno i loro rinnovi contrattuali congelarsi. Il ministro, tuttavia, rivendica il finanziamento del taglio del cuneo fiscale, battaglia nostro malgrado anche dei sindacati confederali. Emerge quindi, con particolare cogenza e come avevamo annunziato, il che, da un lato, per quanto riguarda il settore privato, rappresenta nei fatti un regalo ai profitti poiché scarica sulla fiscalità generale, invece che su di essi, l’onere di alleviare la drammatica situazione salariale; dall’altra, in un contesto di austerità, funziona come arma di distrazione di massa per il Governo che mentre raccomanda alle imprese di non alzare i salari fa finta di regalare due spiccioli ai lavoratori mentre taglia la spesa sociale.
E al danno stavolta si unisce la beffa: una fascia non piccola di lavoratori pubblici (ad esempio un funzionario con una ventina di anni di anzianità di servizio) si trova probabilmente proprio intorno alla soglia di retribuzione attualmente prevista per avere diritto alla decontribuzione, per cui i 4 spiccioli di aumento salariale nominale rischieranno di farli decadere dal beneficio. La conseguenza è grottesca: a fronte di un (ridicolo) aumento della retribuzione, non potranno più godere dello sgravio con il risultato che la loro busta paga netta resterà esattamente invariata. È una specie di compimento del delitto perfetto consistente nell’affidare a strumenti impropri la difesa dei salari, in quanto il Governo potrà anche fare bella figura dicendo di aver conservato lo sgravio, ma col passare del tempo gli costa via via sempre di meno perché la platea dei beneficiari si assottiglia in maniera automatica.
Cause e soluzioni
L’inflazione, dunque, ha rappresentato l’ennesimo colpo ai salari reali in Italia che, unico paese OCSE, vede una situazione salariale peggiore rispetto addirittura al 1991.
Le cause sono molteplici e sono da rintracciarsi in ciò che è accaduto alla conflittualità dei lavoratori, alle istituzioni della contrattazione e del mercato del lavoro.
La progressiva abolizione fino alla cessazione della scala mobile ha comportato di per sé, una difficoltà dei salari nel tenere il passo dell’inflazione. Difficoltà che ha strisciato negli anni delle politiche deflazionistiche, comportando un’erosione del potere d’acquisto lenta ma costante, ed è esplosa in tutta la sua violenza non appena l’inflazione ha fatto capolino. Nel frattempo, l’erosione del potere contrattuale dei lavoratori si era andata consolidandosi, complici le già menzionate politiche deflazionistiche, nella forma di alti tassi di disoccupazione e sottoccupazione dilaganti, l’esplosione dei contratti a termine e l’arrendevolezza dei sindacati, con l’Italia che iniziava a caratterizzarsi come il paese con il minor numero di scioperi, nonostante la vulgata alimentata a più riprese dal ministro Salvini. Ma, come abbiamo più volte sostenuto, non esistono scorciatoie per aumentare i salari che passino da aumenti della produttività, tagli del cuneo e chi più ne ha più ne metta. L’unica soluzione per aumentare i salari è, appunto, aumentare i salari e per farlo è necessaria, come mai prima d’ora, una grande stagione di conflittualità che si ponga l’obiettivo di strappare risorse ai profitti e redistribuirle tra lavoratori e lavoratrici.
05/07/2024
Cina-Stati Uniti, la gara è sempre più aspra
Alla vigilia del Terzo Plenum del Comitato centrale del Pcc e mentre gli Stati Uniti si addentrano nella sfida presidenziale tra Biden e Trump, il punto della sfida tecnologica ed economica tra i due Paesi che dominano il mondo.
Premessa
Le riforme avviate da Deng Tsiao Ping nel 1978-79 in Cina hanno cambiato drasticamente e in pochi decenni non solo la situazione economica del paese asiatico, ma, per molti aspetti, anche quella del resto del mondo, contribuendo a rovesciare gli equilibri politici preesistenti su scala globale. Per quasi quarant’anni il Pil cinese è cresciuto ad un tasso medio del 9,5% all’anno, risultato mai verificatosi altrove.
Già pochi anni dopo l’avvio delle riforme cinesi stuoli di studiosi, giornalisti ed esperti vari in Occidente hanno cominciato a predicare che la cosa non poteva andare avanti così e che l’economia cinese sarebbe crollata presto sotto il peso dei suoi immani problemi. La crescita cinese però non ha seguito fino in fondo i precetti ortodossi indicati dalla scienza economica occidentale e ha trascurato di occuparsi di quello che dicevano i profeti di sventura.
Queste previsioni catastrofiste non sono mai cessate del tutto e anzi hanno ripreso vigore in relazione al rallentamento recente dei tassi di crescita economica della Cina. Va sottolineato dunque in prima battuta che la Cina continua a crescere ogni anno più di qualsiasi paese economicamente importante, a parte il caso dell’India (sull’attendibilità delle statistiche ufficiali indiane ci sono dei dubbi, anche se la prevalenza del tasso di sviluppo dell’economia del paese su quella della Cina dovrebbe essere confermata). Nel 2023 il Pil cinese è salito del 5,2% e per il 2024 le stime più recenti valutano un aumento plausibilmente e sostanzialmente analogo; mente per l’India si pensa ad una crescita del Pil per il 2024 di circa il 6,5%.
Studi recenti arrivano alla conclusione che sul fronte del Pil, come su quello delle tecnologie avanzate, la situazione del paese asiatico sia più favorevole di quanto si pensasse sino a poco tempo fa. E l’esplorazione di tale ipotesi è il tema principale di questo articolo.
Il Prodotto interno lordo
A che punto è la gara per il Pil tra Cina e Stati Uniti? Sappiamo che esistono due criteri di misura di base di tale grandezza, quello dei prezzi di mercato, il più tradizionale, e quello della parità dei poteri di acquisto. Secondo il primo criterio gli Stati Uniti sarebbero ancora abbastanza avanti e il Pil cinese sarebbe pari ad un valore intorno al 75% rispetto al rivale. La Banca Mondiale ha di recente aggiornato le sue valutazioni rispetto al secondo criterio e ha trovato che nel 2022 quello cinese era superiore a quello Usa del 25%; seguivano nella classifica l’India e poi, sorprendentemente, superando lo stesso Giappone, la Russia, che qualcuno aveva dato per spacciata, il cui Pil la Banca Mondiale è stato rivalutato del 13% sempre per lo stesso anno.
Nel 2023 e nel 2024 il distacco tra i due contendenti principali dovrebbe essere aumentato. E questo senza considerare le cifre relative a Hong Kong e a Macao – entità formalmente autonome –, che, se inserite nel conto, aggiungerebbero quasi mille miliardi di dollari al Pil cinese.
C’è poi un’altra questione aperta. La Cina, dopo la vittoria di Mao, avendo avviato i suoi dipartimenti di statistica nazionale, ha seguito, nel compilare i numeri del Pil, le metodologie sovietiche che non prendevano in considerazione nei calcoli il settore dei servizi, ma si limitavano a considerare soltanto le attività “materiali”. Successivamente la Cina ha corretto in parte i suoi criteri, inserendo nella stima del Pil anche alcuni dei servizi, soltanto alcuni però. Ora, se invece si considerassero tutti i servizi, il paese crescerebbe ancora, sino a collocarsi, utilizzando il criterio della parità dei poteri di acquisto, intorno al 145-150% rispetto a quello statunitense.
Si pensa che la Cina tardi a completare l’esercizio di correzione della sua metodologia anche per evitare di perdere lo status di paese in via di sviluppo, status che presenta diversi vantaggi. Infatti la Banca Mondiale nei suoi calcoli sottovaluta fortemente i consumi del paese asiatico (Feizi, 2024).
C’è chi fa notare come solo le ultime valutazioni sopra citate appaiano vicine alla realtà, anche in vista del fatto che ormai, come fa notare qualcuno (Feizi, 2024), nel 2023 la Cina ha prodotto il doppio della quantità di elettricità Usa, ben 12,6 volte dell’acciaio, 22 volte del cemento, mentre sono usciti dalle linee nello stesso anno 30,2 milioni di veicoli, quasi tre volte quelli Usa; e mentre i consumatori cinesi hanno comprato – nel 2023 – 434 milioni di smartphone, tre volte di più degli Stati Uniti. I cinesi, sempre seguendo questi calcoli, consumano il doppio della carne degli Stati Uniti e comprano il doppio dei beni di lusso (Feizi, 2024). E ancora: il mercato cinese della chimica e quello della robotica si stanno collocando intorno al 50% di quello mondiale.
C’è da pensare che per quanto riguarda il Pil degli Stati Uniti il valore di alcuni servizi sia invece sopravvalutato (Feizi, 2024; Todd, 2024), fattore che, se venisse considerato nei calcoli, aumenterebbe ancora il distacco.
Il confronto sulla tecnologie
Anche sul fronte della competizione relativa ai settori della scienza e della tecnologia, le più recenti valutazioni pongono la Cina ad un livello abbastanza più avanzato di quanto si potesse pensare anche sino a poco tempo fa. Colpisce in particolare la velocità dei progressi del paese asiatico su tutti i fronti.
Consideriamo in proposito due studi distinti. Una ricerca australiana (Hurst, 2023), sponsorizzata del Dipartimento di Stato Usa, indica che, su 44 settori tecnologici esaminati, la Cina abbia il primato in ben 37 di essi e gli Stati Uniti soltanto nei restanti 7; tutto il resto del mondo, compresi i paesi europei, arranca. Anche considerando che lo studio possa avere esagerato il ruolo della Cina e con esso quello del Dipartimento di Stato indica come “pericolo cinese”, perché potrebbe aver mirato ad ottenere più fondi dal Congresso, comunque non si può dubitare che il paese asiatico stia facendo passi in avanti prodigiosi nel settore delle nuove tecnologie.
Una ricerca pubblicata di recente dall’Economist (The Economist, 2024) esplora un campo in parte almeno diverso da quello della ricerca australiana, concentrando l’attenzione sulle materie scientifiche. In questa ricerca si considera che gli Stati Uniti siano ancora avanti in diverse discipline, anche se il paese asiatico sta rapidamente colmando le sue arretratezze.
Così, secondo il settimanale britannico, la Cina appare già in testa in settori quali la scienza dei materiali, la chimica, la meccanica, la computer science, l’ambiente e l’ecologia, le scienze agricole, la fisica e la matematica, la biologia e la chimica biologica, mentre gli Stati Uniti mantengono il primato nella biologia molecolare, nelle scienze dello spazio, nelle neuroscienze, nella medicina clinica, nell’immunologia. Va segnalato che in tale ricerca il ruolo dei paesi europei in molti dei settori elencati appare per molti aspetti più dignitoso che in quella australiana sopra citata, anche se in nessuno di essi il nostro continente riesce ad acquisire una posizione di leadership.
Possiamo ricordare ancora il fatto che in Cina ottengano ormai la laurea ogni anno quasi 12 milioni di ragazzi, di cui circa 5 milioni in discipline STEM e in particolare 1.600.000 in ingegneria (contro i 200.000 statunitensi), mentre la Cina è anche in testa a livello mondiale per le domande di brevetti e per il numero di articoli scientifici pubblicati su riviste primarie, nonché per quello dei ricercatori in attività.
Ricordiamo infine che secondo l’indice di Nature nella classifica delle prime dieci università scientifiche del mondo sette posti vanno a istituzioni cinesi (sei su dieci nella classifica della Leyden University). La Tsingua University di Pechino è considerata la prima al mondo in ambedue le liste.
Alla fine, come commenta il settimanale britannico, il vecchio ordine scientifico mondiale dominato dagli Stati Uniti, dall’Europa e dal Giappone sta arrivando alla fine.
Un quadro complessivo certamente sorprendente. Naturalmente non mancano i punti deboli del paese asiatico. È noto, ad esempio, come la Cina sia indietro nel fondamentale settore dei chip, anche se sta moltiplicando gli sforzi per recuperare terreno, mentre appare anche in ritardo nel campo dell’aeronautica civile. L’innovazione cinese si basa ancora molto su nuove applicazioni di tecnologie esistenti, mentre ha più difficoltà nelle invenzioni che aprono nuove strade (Keyu Jin, 2023), anche se di nuovo il paese sta recuperando velocemente terreno.
Testi citati nell’articolo
-Feizi H., What’s the real size of China’s economy?, www.asiatimes.com, 17 giugno 2024
-Keyu Jin, The new China playbook, Swift Press, Londra, 2023
-Hurst D., China leading US in technology race in all but a few fields, thinktank finds, www.guardian.com, 2 marzo 2023
–The Economist, The soaring dragons, 15 giugno 2024
-Todd E., La défaite de l’Occident, Gallimard, Parigi, 2024
