Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2023

Italia - Famiglie strozzate dall’aumento dei mutui e dagli affitti brevi

Un rapporto di Nomisma, evidenzia come sulla questione abitativa le famiglie si sono trovate ad essere improvvisamente più fragili, con minore potere d’acquisto e propensione al risparmio crollata su valori nuovamente esigui.

Una bella botta l’ha data il continuo rialzo dei tassi d’interesse che preclude a molti la possibilità di accedere ai mutui e per più di 1 milione di famiglie ha determinato la crescita esponenziale delle rate dei finanziamenti a tasso variabile.

La conseguenza dell’accresciuta rischiosità associata dalle banche agli impieghi immobiliari – precisa Nomisma – ha portato ad un calo delle erogazioni (-20% di mutui nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022) con inevitabili ricadute. Ma anche a tassi sui mutui che sono di 92 punti base più alti della media UE.

L’indice di performance relativo al mercato degli affitti, rileva che le abitazioni locate nel 2022 ammontano a poco meno del 6% dello stock disponibile. Nello specifico, gli affitti con contratti di medio-lungo periodo fanno segnare una flessione, con un calo superiore al 4% per i contratti ordinari e una riduzione dell’1,5% per quelli di tipo agevolato.

Al contrario i cosiddetti affitti brevi (case vacanza, B&B etc.) hanno visto aumentare dello 0,6% gli immobili locati a canone libero. Considerando i valori locativi, la maggiore pressione della domanda ha determinato nel primo semestre dell’anno una crescita del +1,7%.

Secondo Nomisma, con l’aggiunta della componente degli aspiranti proprietari, che temporaneamente si trovano esclusi dalla possibilità di acquisto di un immobile, il comparto della locazione in affitto nel futuro rivelerà tutta la sua inadeguatezza.

La domanda composta da famiglie, lavoratori, studenti e turisti compete, infatti, per un’offerta privata troppo esigua e sempre più orientata a privilegiare soluzioni più remunerative, quali gli affitti brevi.

Secondo l’Osservatorio, queste abitazioni potrebbero coprire almeno in parte il fabbisogno abitativo in locazione, ma al momento continuano a manifestare un interesse decisamente tiepido verso il settore residenziale preferendovi quello degli affitti brevi a turisti, stranieri etc.

Per saperne di più: Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto alla casa

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25/06/2021

L’ipocrisia del potere sui diritti

In questi giorni è tutto un trionfo di prese di posizione sui diritti di varie minoranze, che vanno giustamente tutelate con tutti i mezzi, anche e soprattutto quelli legislativi.

I nostri lettori sanno bene come la pensiamo e invitiamo chi non lo sa a guardare nel nostro archivio storico, tra i quasi 61.000 articoli pubblicati, per verificare.

Senza se e senza ma, ogni essere umano ha diritto di vivere liberamente la sua vita, con l’unico limite – riconosciuto anche dalla “visione del mondo” liberale – di non ledere la vita e i diritti altrui.

Scendendo sul terreno della vita reale, per esempio, questo principio fondamentale dovrebbe tradursi in un imbavagliamento totale delle imprese private per metterle al servizio dell’interesse pubblico, quello collettivo, della maggioranza della popolazione.

Perché tutti i giorni vediamo imprese che uccidono i loro dipendenti per “risparmiare” sulle misure di sicurezza oppure per non rallentare il ritmo della produzione.

Oppure inquinano il territorio circostante e le acque a valle, fino al mare, e l’aria su tutto il pianeta, uccidendo nel tempo una quantità incalcolabile di persone innocenti.

Ma, naturalmente, guai a dire che gli imprenditori sono dei natural born killers...

Dunque ci tocca rilevare uno scarto drammatico tra la difesa ufficiale dei “diritti” e la loro effettiva limitazione assoluta, a seconda delle dimensioni della platea degli interessati e del costo economico relativo.

Se la garanzia di un qualsiasi diritto è “poco costosa” o addirittura gratuita – fare una legge che proibisce l’odio nei confronti di una minoranza non implica alcun costo supplementare – nel sistema dei media e in quello politico (altamente indistinguibili, ormai), c’è un coro pressoché compatto a favore.

Si smarcano in genere soltanto i fascisti – dichiarati o meno, come Orbàn, Meloni, Salvini, Pilloncini vari – e qualche “comunista della corona”. Mentre la sedicente “sinistra” si allinea scodinzolando all’establishment liberale e vota disciplinatamente ogni “riforma” liberista.

Quando invece si prova a parlare dei diritti umani fondamentali della stragrande maggioranza della popolazione, il silenzio si fa totale, come solo nello spazio extraterrestre accade.

Parliamo di cose semplici, basilari per sopravvivere. Il diritto a un tetto sulla testa, a un salario che consenta di mettere insieme il pranzo e la cena, cure mediche gratuite e senza ticket che le rendono problematiche, una protezione dalle pandemie che non dipenda dalle esigenze delle imprese, un’istruzione scolastica di buon livello che metta tutti in condizione di modificare in meglio la posizione sociale ereditata alla nascita, ecc.

È notizia di questi giorni, per esempio, che l'Alto Commissariato ONU per i diritti umani “ha intimato al tribunale di sospendere lo sfratto di una donna con due figli a Torpignattara in attesa della nuova udienza di ricorso, oppure di fornire soluzioni alloggiative alternative”.

Evidentemente tra i “diritti fondamentali” riconosciuti a livello internazionale (l’Onu riunisce tutti i paesi del mondo, indipendentemente dal tipo di regime politico e modello economico) c’è anche quello a un alloggio...

Ma quando – qui in Italia e in tutto l’Occidente neoliberista – si accenna al “diritto alla casa” le risposte mainstream sono evasive: “c’è il libero mercato”. Che immancabilmente si traduce in affitti che non possono essere pagati da chi non ha un lavoro (anche lì “c’è il libero mercato”) e sempre più spesso nemmeno da chi ce l’ha. O in mutui che neanche possono essere chiesti da chi not job, not income not asset.

Dunque è inutile cercare quella notizia, ve la diamo quasi soltanto noi...

Il fatto è che la casa per tutti (come la sanità, il welfare, l’istruzione, ecc.) ha un certo costo economico, proporzionale alla quota di popolazione che vive in condizioni precarie. Dunque quel diritto fondamentale non è così interessante da maneggiare come quelli gratuiti.

E infatti il PNRR di Mario Draghi, che pure deve gestire un paio di centinaia di miliardi per investimenti pubblici, alla voce “edilizia popolare” registra una cifra chiarissima: zero.

Possiamo spostare l’attenzione dalla casa al salario. Qui, oltretutto, non dovrebbe essere neanche lo Stato ad erogare salari decenti, visto che viviamo in una parte del mondo dove stracomanda l’impresa privata.

È una legge dell’economia capitalista che il salario debba garantire “la riproduzione della forza lavoro”, ossia essere sufficiente per sopravvivere in forze e salute e prole, così da poter continuare a lavorare consumando una quota di merci che, altrimenti, resterebbero invendute abbassando anche il livello dei profitti aziendali.

Eppure qui, come altrove in Occidente, si pretende di assumere personale pagandolo una sciocchezza: quanto – o meno – un miserabile “reddito di cittadinanza” da 581 euro al mese.

La cosa è ormai talmente assurda che persino un vecchio travet della politica imperialista come Joe Biden, alla domanda del giornalista che lamentava “le imprese fanno fatica a trovare lavoratori”, si è sentito in dovere di consigliare “e allora pagateli di più”.

Stiamo insomma assistendo a una gigantesca sagra dell’ipocrisia di regime, in cui qualche sacrosanto diritto individuale o di comunità viene issato in cima alle bandiere della civiltà, purché non preveda costi economici.

Mentre quelli fondamentali per la maggioranza della popolazione vengono buttati giorno dopo giorno nel tritarifiuti, perché sono “costosi” per le aziende private oppure per i conti dello Stato. Basta guardare all’ipocrisia sui migranti, cui non viene concesso ormai né asilo, né alloggio, né salario decente...

In questo mondo rovesciato dall’ipocrisia succede allora che lo scarto irrimediabile tra diritti per pochi e diritti per molti sia così evidente, “agli occhi della gente”, che si lascia uno spazio politico e subculturale spaventoso a disposizione di fascisti, razzisti, teste di cazzo di ogni genere.

E questo spazio non viene concesso “involontariamente”. Anche perché quei fascisti, razzisti, ecc., sono parte integrante del potere economico-politico oppure facilmente “reclutabili”, tipo i mazzieri assunti dalla Zampieri Holding per pestare i lavoratori licenziati.

Insomma, non è per un caso fortuito che Salvini e Letta stiano nello stesso governo, sotto la bacchetta di Draghi e del capitale multinazionale europeo. Sulle “cose grosse” vanno d’accordissimo, sulle altre fingono abissali differenze...

Per cui, cari signori, non ce la date a bere. Vogliamo diritti fondamentali per tutti. O, come si è sempre detto, “il pane e anche le rose“.

E non potete esser voi a decidere chi deve averne e chi no in base a quanto, o se, vi conviene...

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23/01/2020

“Sorry we missed you”. Bene il primo tempo, poi?


Dopo “Io, Daniel Blake” torna sul grande schermo Ken Loach con “Sorry we missed you”, un film che racconta lo stato di precarietà lavorativa, e quindi di vita, di una famiglia di Newcastle in cui marito e moglie sono impiegati rispettivamente nel settore della logistica (Ricky) e dei servizi alla persona (Abby).

Il film ruota intorno alla figura di Ricky, disoccupato che, dopo aver cambiato molti lavori, accetta un’offerta per diventare facchino nella più grande impresa di consegne della città.

In breve, la storia si sviluppa lungo le crescenti difficoltà della famiglia di trovare un equilibrio tra i problemi della vita quotidiana alle prese con due adolescenti sempre più irrequieti vista la maggiore assenza dei genitori da casa, i ritmi e la qualità del lavoro da XIX secolo, e l’incertezza economica causata sia dalle alte spese necessarie a mantenere gli strumenti di lavoro (nello specifico, il furgone appena acquistato da Ricky, per cui Abby ha dovuto vendere la sua macchina), sia da un mercato immobiliare che non permette alla coppia di comprare una casa e uscire dalla spirale-a-perdere dell’affitto (caro) a vita.

Lo spaccato ritratto da Loach è di grande impatto. Il mondo del lavoro, anzitutto: nel divenire dipendente dell’“Amazon da cinepresa”, il datore di lavoro impone a Ricky una retorica di concertazione (per esempio, «tu lavori con noi, non per noi») tra imprese e lavoratori che mal si sposa con i profitti generati dai primi e le condizioni in cui operano i secondi. 14 ore di lavoro su sei giorni settimanali, pasti consumati alla guida e bottiglia vuota sempre al seguito per espletare le funzioni elementari senza interrompere il flusso delle consegne, scandito da un beep lanciato da una “macchinetta scanner” che monitora ogni spostamento del facchino, dei pacchi e segna il tempo in cui tutto, ma proprio tutto, deve essere effettuato.

Anche Abby, che assiste a domicilio persone non autosufficienti, si scontra, oltre che con le “normali difficoltà” relative al suo impiego, con una paga a cottimo che non tiene conto dei lunghissimi spostamenti, però necessari all’espletamento della prestazione lavorativa, e che non le permette di sbarcare il lunario.

In questo quadro, le conseguenze forse maggiori le riscontra la gestione famigliare, dove gli adolescenti rispondono ognuno a modo sua all’assenza genitoriale, sia responsabilizzandosi cercando di supplire con la volontà alla nuova condizione, sia marinando la scuola e seguendo un percorso di scontro/denuncia contro l’autorità di casa.

Una casa che, a dispetto degli sforzi, non riesce ad essere acquistata della coppia, costretta suo malgrado a un affitto pesantissimo per le proprie tasche. Qui, il leit motif della proprietà e dell’acquisto dell’immobile è denunciato sia come struttura ideologica imperante dei nostri anni, sia come effettiva impossibilità di fare altrimenti nel momento in cui un affitto, in assenza di un’adeguata edilizia pubblica che calmieri i prezzi sul mercato, viene a costare tanto quanto la quota mensile dell’accensione di un mutuo.

In altri termini, Loach riporta tutta la tragedia dello sfruttamento del lavoro e delle conseguenze che questo comporta nella vita, anche più intima, come quella sessuale, che oggigiorno vive chi è impiegato in quei settori cosiddetti a basso valore aggiunto (di base, richiedenti scarse competenze al lavoratore o alla lavoratrice, quindi poco remunerati e facilmente rimpiazzabili) che, per loro caratteristiche, non possono essere esternalizzati in altri paesi.

Eppure, la realtà non si ferma dove si ferma il regista britannico, ossia (segue spoiler dell’ultima scena) alla disperazione più profonda e alla totale impossibilità di prospettiva per un futuro migliore. Loach descrive, a nostro parere, con profonda sensibilità la sofferenza della classe operaia nel XXI secolo, ma questo è solo il primo tempo della storia: quel che manca è il tentativo di organizzazione che metta in discussione la realtà descritta.

Si potrebbe rispondere “non era nelle sue intenzioni”, e questo è legittimo anche da un punto di vista artistico, ma se si ha l’ambizione di andare oltre i limiti che questo modello di sviluppo impone, allora la “critica fraterna” all’impianto loachiano ci sembra giustificata.

In quest’ottica, è esemplare la guerra innescata dal datore di lavoro tra i suoi operai per accaparrarsi un percorse di consegne migliore, ossia più faticoso, ma anche garante di un compenso maggiore – sempre benvisto nei casi di lavoro povero o giù di lì. Seppure non manchino nel film momenti di solidarietà tra colleghi, da una parte, il tutto è espresso in termini individuali, tra singoli lavoratori che mostrano più o meno sensibilità “di campo” verso i propri pari (questo è un tratto tipico della visione del rapporto di lavoro nel mondo anglosassone, incentrato sulla relazione tra singolo lavoratore e dirigente, a discapito di una visione collettiva, e collettivizzante, del rapporto stesso); dall’altra, questi sono puramente difensivi, di aggiustamento per meglio sopravvivere al dettato dell’impresa.

Ecco cosa manca al film di Ken Loach, un “secondo tempo” di (tentativo, almeno) riscatto rispetto alle imposizioni che la struttura dei rapporti sociali impone nei luoghi di lavoro, anche nella fredda Newcastle di questo nuovo decennio.

Forse non è un caso che questo secondo tempo non ci sia, perché se nell’attuale dibattito politico un’alternativa all’attuale società fatica a esprimersi, difficilmente potrà essere rappresentata dai cantori della realtà.

Tuttavia, c’è bisogno che anche artisti e intellettuali vari prendano il coraggio a quattro mani e provino a immaginare un’evoluzione degli odierni rapporti di forza, a raccontare un modello di vita in società che non sia basato sullo sfruttamento di qualcuno o qualcosa, ad aprire una finestra sul domani che non sia la copia intirizzita del grigiore politico-sociale di questo inizio millennio “europeo”.

Per fuggire il Tina (there is no alternative), ci sarà bisogno di tutte le forze, fisiche e intellettuali, ognuna nel suo campo d’azione, tutte protese verso un unico obiettivo.

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30/03/2019

Grecia - L’Unione Europea stringe ancora il cappio. Tsipras cede anche sui pignoramenti delle case

Era il 23 giugno del 2018 quando il premier greco Alexis Tsipras aveva usato il gesto plateale di rimettersi la cravatta per decretare che lo strangolamento imposto dalla troika (Ue, Bce, Fmi) era terminato. Ma i volenterosi carnefici di Bruxelles, smentendo ogni illusione, non erano ancora sazi.

Nei giorni scorsi, l’Eurogruppo ha imposto alla Grecia la revisione della legge che impediva i pignoramenti delle prime case – quelle in cui si abita – giudicata dalle banche troppo generosa verso i cittadini inadempienti che non riescono più a pagare i mutui. Non solo. È stato posta come condizione indispensabile dall’Eurogruppo per l’erogazione ad Atene dei profitti derivanti dalle sue obbligazioni, detenuti dalla Bce e altre banche centrali dell’Eurozona. L’approvazione di ben tredici misure delle sedici concordate con le istituzioni europee, portata sul tavolo Ue a marzo scorso, è stata ritenuta non sufficiente per i funzionari di Bruxelles al fine di sbloccare la prima tranche dei 4,8 miliardi di euro che devono rientrare nelle casse greche entro il giugno del 2022 in ripartizioni semestrali.

Con un voto a netta maggioranza, il Parlamento greco ha così approvato la proposta del Governo tesa a peggiorare le norme che proteggono le famiglie insolventi dai pignoramenti da parte delle banche sulle prime case di chi ha contratto debiti. La legge originaria aveva preso il nome da Katseli, il ministro che l’aveva presentata durante la fase più critica della crisi, ma Bruxelles voleva proprio l’abrogazione o la revisione della Legge Katseli, come ammesso candidamente dal Commissario Ue Pierre Moscovici.

La proposta di revisione è stata presentata martedì scorso al Parlamento di Atene. Prevede che le abitazioni dei debitori fino a un valore di 250mila euro siano escluse dai pignoramenti. Ma ci sono delle condizioni in cui rientrare per avere accesso alla protezione: il debitore deve avere un reddito familiare pari a 12.500 euro se nucleo familiare singolo, 21mila euro se coniugato più cinquemila euro per ogni figlio minore fino a un reddito complessivo massimo di 36mila euro. Al tempo stesso, è stato sensibilmente ridotto il massimale del deposito bancario dei mutuatari, passato da 65mila euro proposto da Atene a 15mila euro imposto dall’Eurogruppo. Nel caso in cui il debitore voglia proteggere la sua prima casa, si deve impegnare a pagare il 120% del suo valore commerciale a rate mensili, ad un tasso di interesse pari all’Euribor a tre mesi più il 2%. Il Governo offre il suo aiuto ai mutuatari insolventi con un fondo pubblico di 200 milioni di euro. Inoltre l’ultima modifica, inserita dal Governo giovedì, riguarda i prestiti commerciali: inizialmente la protezione degli immobili era stata fissata per prestiti inferiori a 130mila euro. Per i creditori non era sufficiente, il Governo li ha accontentati: con un emendamento dell’ultimo minuto il tetto è stato abbassato a 100mila euro.

Dopo questa ulteriore capitolazione, il governo di Alexis Tsipras spera che la riunione dell’Eurogruppo, prevista per venerdì 5 aprile, dia semaforo verde allo sblocco dei profitti maturati dalle banche sui titoli di stato della Grecia. Praticamente l’Unione Europea continua a imporre una vera e propria agonìa, che sta logorando la società greca goccia a goccia.

Dentro la gabbia dell’Unione Europea/Eurozona non c’è sopravvivenza per le fasce sociali più deboli. Fuori forse c’è una alternativa migliore.

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02/10/2016

Roma vuole cambiare, davvero. Il 4 ottobre in Campidoglio

Qui di seguito il comunicato con cui varie realtà sociali (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Usb, Forum Salviamo il Paesaggio) danno appuntamento per una assemblea popolare martedi 4 ottobre in Campidoglio dalle ore 16.00 in poi.

*****

Roma vuole cambiare

Ma per farlo non basta cambiare il governo della città. È indispensabile liberarsi dei vincoli del patto di stabilità, ingaggiare una battaglia per le risorse da destinare ai servizi, alla mobilità, al ciclo dei rifiuti.

Per cambiare è necessario il protagonismo dei territori e delle periferie; della città che soffre la crisi e che aspetta alle fermate degli autobus; della città sotto sfratto e di quella che occupa spazi abbandonati per riempirli con insostituibili esperienze di solidarietà, cultura e mutualismo.

Roma può cambiare solo se a decidere sul futuro della città saranno i suoi stessi cittadini; se saremo in grado di costruire nuove forme di democrazia radicale contro gli avvoltoi che aspettano di speculare sui nostri territori e di accaparrarsi i servizi pubblici costringendo alla privatizzazione; se al centro saranno messi i beni comuni, la loro valorizzazione e gestione democratica.

Per cambiare alla città non servono (e non bastano) bravi tecnici e burocrati onesti e valutazioni infinite di ‘curriculum’ professionali, Se le competenze non sono al servizio di un progetto di cambiamento, se non si ha una visione globale e d’insieme di questa città, se il lavoro di governo non si contamina con i saperi prodotti dalle esperienze di lotta, dei comitati di quartiere e dalle associazioni, in un processo di vera e fattiva partecipazione democratica, tutto ciò che resterà non saranno altro che tagli lineari al bilancio. Tutto secondo le regole certamente, quelle stesse “regole” con cui Roma è stata "legalmente" saccheggiata per anni ed in nome di quella stessa legalità contabile, nel nome di un debito indiscutibile, impone scelte di cui pagano le conseguenze soltanto gli abitanti di questa città.

A cento giorni dall’insediamento della nuova giunta stiamo constatando la totale discontinuità con i programmi che avevano ricevuto il consenso così ampio dei cittadini romani, e che ha conferito a questa giunta un’ampia maggioranza in grado di operare radicalmente su scelte di campo sostanziali e di vero cambiamento di rotta con i diktat dei piani di rientro e dei grandi potentati economici.

E per questo, a cento giorni dall'insediamento della nuova Giunta comunale, invitiamo tutta la città solidale, i cittadini delle periferie e la città che resiste, in piazza del Campidoglio martedì 4 ottobre dalle ore 16.00 per una grande agorà: Roma vuole cambiare, cambiamo Roma!

Sono invitati a partecipare i comitati di quartiere, le realtà culturali e associative, gli spazi sociali, i sindacati di base e le realtà di lotta, i consiglieri comunali, i presidenti e i consiglieri dei municipi, la giunta capitolina.

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18/08/2016

La casa è un problema creato da un pazzo: 7 milioni di immobili vuoti

Il "pazzo" del titolo è naturalmente un sistema, non una persona. Però basta anche un solo lancio d'agenzia (Ansa, in questo caso) a quantificare concretamente questa follia. Leggiamo insieme:
Sono oltre 7 milioni le case vuote in Italia, più di un'abitazione su cinque non ha inquilini, pari al 22,5% del totale, con una concentrazione maggiore nelle regioni del Sud come Calabria, Molise, Abruzzo e Sicilia per effetto dell'emigrazione, ma anche in Valle d'Aosta e Liguria, dove abbondano le case di villeggiatura. Lo rivela un'analisi elaborata da 'Solo Affitti', secondo gli ultimi dati disponibili. La Valle d'Aosta è la regione dove ci sono più abitazioni sfitte (50% per 58.731 immobili), ma in vetta alla classifica nazionale si piazzano molte realtà del Sud come la Calabria (con il 38,7% e 481.741 case), il Molise (36,9% e 73.524 case), Abruzzo (con il 32,7% e 250.038), la Sicilia (al quinto posto, con il 32,2% e 923.360). La proposta di 'Solo Affitti', franchising immobiliare specializzato nella locazione, è quella di incentivare il mercato locativo valorizzando gli immobili vuoti, in totale 7.038.000 unità.
Una cosa risulta immediatamente agli occhi: c'è una sovrapproduzione incredibile di appartamenti (villette, ville, ecc). Se il gioco del mercato fosse veramente quello della "domanda/offerta" il prezzo degli immobili, sia in compravendita che in affitto, sarebbe infinitamente più basso dell'attuale. Naturalmente si possono sottrarre al totale un numero non enorme di "immobili di prestigio" – vuoi per la zona, vuoi per i materiali impiegati – ma è chiaro che il numero degli immobili di tipo "medio-popolare" è straordinariamente superiore a qualsiasi bisogno sociale registrabile in questo paese.

Si potrà obiettare che molte delle regioni che registrano la maggiore eccedenza di immobili vuoti sono anche le regioni a più forte emigrazione causa crisi (Calabria, Molise, Sicilia, Abruzzo). Ma anche questa notazione fa risaltare la follia di un sistema privatistico che, ben lontano dall'assicurare "l'allocazione ottimale delle risorse e degli investimenti", produce contemporaneamente distese di cemento inutilizzabile (per mancanza di popolazione) e una forte domanda di edilizia a basso costo non compatibile con le pretese di valorizzazione astratta.

Ci potete girare intorno quanto volete, signori de "il privato è meglio", ma il risultato della vostra dominanza è questa follia. Irriformabile...

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09/08/2016

Il potere della mediocrità: i commentatori del problema casa

Sfratti, occupazioni, case popolari, ormai tutte le forze politiche e i cittadini mettono bocca sull'argomento, ma non avendo soluzioni deviano il discorso solo sulla "legalità". Come fanno i mediocri e i conservatori da secoli

Non finisce più il serpentone di interventi e comunicati riguardanti il problema casa, sfratti e occupazioni. Bene, significa che per svegliare la politica da salotto di questa città, di cui il Consiglio Comunale è una delle massime espressioni, qualcuno doveva mettere il problema davanti agli occhi di tutti. Sono anni che in tutta Italia ci sono campagne "Se perdi la casa perdi il lavoro" e "Basta persone senza casa, basta case senza persone", e dalla grave crisi del 2008 dagli Stati Uniti all'Europa il sistema "abitativo" è scoppiato tra bolle finanziarie, speculazioni, pignoramenti e sfratti. Per quale motivo? Semplice! Un bene primario come la casa è stato affidato al mercato come lo sono un paio di jeans o una lavastoviglie. Per di più, essendo un bene irrinunciabile, ci sono state fatte sopra anche operazioni finanziarie.

A Livorno fino agli anni '90 c'era un patrimonio di case popolari tra i primi in Italia e la legge nazionale sull'equo canone che teneva bassi gli affitti. Poi è venuta l'ondata di vendite delle case popolari agli assegnatari (ma per ogni casa venduta si incassa 1/4 di quello che serve per costruirne una nuova) e nel 1998 la legge sul canone libero. Morale della favola, per pagare un affitto o prendere un mutuo serve oggi il 70% dello stipendio e minimo 90 stipendi. Quaranta anni fa ne bastavano 70.

Oggi fra crisi, disoccupazione tecnologica e soldi trasferiti nei paradisi fiscali, c'è sempre più fame di reddito e perdere la casa è un attimo: basta un'azienda in crisi o un licenziamento grazie al Jobs Act. Servirebbe un intervento straordinario su reddito e casa da parte del governo, ma ad oggi gli unici interventi straordinari sono stati fatti per salvare le banche. E quindi? Mentre comuni e regioni stanno a guardare perché dicono di non avere soldi, gli sfratti continuano al ritmo di 60-70 al mese. Altre soluzioni? Sicuramente il patrimonio pubblico abbandonato. Il Consiglio Comunale ha anche votato la delibera sulle requisizioni private, che il Pd e la stampa hanno fatto passare come un esproprio ai danni di chi ha una seconda casa per i figli, naturalmente mentendo.

Mentre i cervelli vengono spremuti per trovare soluzioni, nel frattempo a Livorno (come in tantissimi altri comuni italiani) c'è stata un'ondata di occupazioni. Si tratta di occupazioni di immobili pubblici e privati tenuti vuoti da anni, soggetti a speculazione o abbandono. Nessun diritto leso per chi è in graduatoria delle case popolari, nessun cittadino privato del suo diritto alla proprietà, solamente utilizzo temporaneo di beni non utilizzati per far fronte ad una catastrofe sociale. Ma questo non poteva certo piacere ad alcune forze politiche che fanno del rapporto con i palazzinari (Pd) o della paura da infondere nella cittadinanza facendole credere che la colpa sia sempre del più povero (Lega), la propria azione politica.

Certo, ogni occupazione porta con sé mille contraddizioni e mille problemi. Come moltissime altre attività umane. Ci sono comitati più organizzati ed altri meno, ci sono occupazioni che vengono seguite e sostenute da sindacati degli inquilini come quelle di Asia-Usb, altre invece sono più spontanee o meno organizzate. Per dire cose sensate basterebbe conoscere la proprietà degli immobili (quelli privati sono di grosse società finanziarie o di banche), e parlare con chi ci sta dentro. Ma a molti che parlano di casa non gli interessa niente. Gli basta farci propaganda politica sopra arrivando anche ad affermare che chi aiuta queste famiglie ci guadagna e le sfrutta.

È cronaca di questi giorni che partiti di destra (Lega, Forza Italia e Pd su tutti) ed alcuni improvvisati commentatori siano partiti all'attacco delle occupazioni. Naturalmente tutto quello che abbiamo scritto qui sopra non è neanche contemplato (ci accontenteremmo di un'analisi anche molto differente dalla nostra), e gli argomenti di attacco sono tre: 1. Nelle occupazioni c'è pieno di persone residenti fuori Livorno che vengono ad occupare qui perché a Livorno è tollerato; 2. Nelle occupazioni c'è pieno di delinquenti con i macchinoni; 3. E' illegale.

Noi non ci scandalizziamo di nulla. La storia politica di quei partiti è fatta di infamie e bugie. Ma in quelle occupazioni ci stanno ormai almeno 150 famiglie e 400 persone con molte delle quali abbiamo avuto occasione di parlare, di conoscere le loro storie e vivere i loro sfratti. Ridurre tutto all'illegalità, al mito dei forestieri e dei macchinoni è roba meschina, da spazzatura della politica.

Qualcuno potrà chiedere: allora nelle occupazioni non ci sono persone che risiedevano in altri comuni? Intanto le occupazioni hanno un nome e non tutte sono gestite alla stessa maniera. Noi conosciamo quelle sostenute da Asia-Usb (che sono la maggior parte), ma rispetto a chi scrive senza sapere nulla siamo già un passo avanti, e conosciamo le regole interne e le modalità. La risposta comunque è sì. Qualche famiglia risiedeva fuori e si tratta di un numero sintetizzabile nell'1 o 2%. L'altro 98% sono persone sfrattate in questa città. Quindi il punto 1 delle accuse è puramente strumentale.

Un altro punto di accusa è che all'interno delle occupazioni potrebbero nascondersi delinquenti e spacciatori. È vero? Sì che è vero. Le occupazioni non sono fatte da marziani ma da persone che prima vivevano altrove e facevano parte di tutte le statistiche rilevate. Quindi anche nelle occupazioni, come nei quartieri, nelle case popolari, a Banditella o nella movida livornese, ci potrebbero essere spacciatori. Anzi, la polizia è già intervenuta in una occupazione ed ha arrestato due persone e trovato della droga. E queste persone e le loro famiglie sono state immediatamente espulse dall'immobile su decisione assembleare degli altri occupanti. È così ovunque? Questo non lo sappiamo, perché non conosciamo tutte le occupazioni. Ma le occupazioni non sono ambasciate che hanno l'immunità, se la polizia sa che ci sono attività illegali andrà a controllare come può fare in ogni casa. Infatti la polizia ha la lista dei nomi degli occupanti che rileva ogni volta che un immobile viene occupato.

C'è quindi qualcuno che può garantire che nessuno delinquerà nelle occupazioni? No, come nessuno può garantire che non ci siano funzionari corrotti, poliziotti che sequestrano la droga e poi la rispacciano, dipendenti che rubano. Semmai contano le regole.

Ultima domanda. Occupare è illegale? Certo. Anche la Rivoluzione Francese, l'occupazione delle terre dei latifondisti da parte dei braccianti, sparare alle SS, lavorare 8 ore giornaliere, divorziare, abortire, erano tutte cose illegali. In tutte le culture politiche degne il concetto di legalità si incrocia con quello di giustizia. Poi ci sono quelle indegne, dove la legalità è la misura della mediocrità e della conservazione. Ma ci pare assurdo dover perdere tempo a scrivere queste cose mentre ci sono a settembre altri 70 sfratti.

Tra l'altro, ci sono alcune occupazioni di cui non sappiamo niente ed alcune modalità che non ci convincono. E quando parliamo di occupazioni specifichiamo sempre dove e chi. Ma visto che i mediocri e i meschini generalizzano, le nostre riflessioni non possono che essere generali.

Insomma, detto in parole povere, chiacchierate chiacchierate ma di soluzioni non ne proponete. Perché per dare qualcosa al popolo dovreste togliere a chi in questi ultimi 20 anni ha accumulato. E non ne avete nessuna intenzione.

Attendiamo interventi seri sulla soluzione del problema casa da poter commentare. Questo per noi è l'ultimo trastullo sulla legalità.

Redazione, 9 agosto 2016

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21/04/2016

Il governo decreta: le banche possono espropriarti la casa

Alla fine l’hanno fatto davvero. Visto che nessuno protesta, nonostante la casa di proprietà sia il principale obiettivo economico e patrimoniale di ogni famiglia italiana, non si sono fermati e hanno realizzato un’altra “riforma” epocale: l’esproprio della casa al proprietario in ritardo con il pagamento del mutuo.

L’unica correzione, rispetto al primo testo presentato, riguarda il numero delle mensilità arretrate che fanno scattare l’espropriazione: 18, invece delle 6 della prima stesura e della legge attuale.

Si potrebbe pensare che si tratta di un allungamento dei tempi, che dunque favorisce il mutuatario in difficoltà (quasi sempre un lavoratore dipendente licenziato o in cassa integrazione per crisi aziendale, oppure coniugi che si sono separati); ma non è così. La legge attuale, infatti, concede alla banca la possibilità di chiedere la messa all’asta della casa, rivolgendosi ad un giudice. Il quale istruisce il procedimento, ascolta entrambe le parti (la banca e il mutuatario), e alla fine decide. Nel frattempo, com’è ovvio, passa parecchio tempo e spesso accade che durante questo tempo il mutuatario trovi il denaro per pagare le rate arretrate, rimettersi in riga e restare dunque proprietario di casa sua.

Con la nuova legge, approvata ieri in via definitiva, dopo 18 mesi di mancati pagamenti, anche non continuativi, la banca mette all’asta l’immobile di propria iniziativa. Senza ascoltare nessuno e senza essere “mediata” da un giudizio.

Naturalmente questa legge varrà per i mutui che verranno stipulati da oggi in poi, visto che nessuna legge può essere applicata retroattivamente.

Le uniche misure “a tutela” del disgraziato mutuatario sono relativamente poco importanti, ma molto pubblicizzare – non a caso – dal governo. Si tratta della possibilità di estinguere il mutuo senza pagare alcuna penale (ad oggi, la maggior parte dei contratti prevede ancora il pagamento dell’1% della somma residua), dell’estinzione del debito con la vendita all’asta anche se la somma ricavata dovesse essere inferiore al residuo (ipotesi plausibile in un mercato immobiliare con prezzi calanti sul lunghissimo periodo) e infine l’assegnazione all’ex proprietario della eventuale differenza positiva tra debito residuo e prezzo all’asta.

Un altro deciso passo avanti verso l’impoverimento dell’ex “ceto medio”, in realtà del lavoro dipendente di ogni ordine, grado e contratto.

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10/03/2016

Come leveranno la casa alle nuove generazioni

Il piano di espropriazione è continentale e ogni paese si adegua a suo modo. Non bastavano infatti le “direttive” su lavoro, pensioni, sanità, istruzione, assistenza, bail in, ecc, che riducono al minimo vitale – e spesso anche al di sotto di questo livello – il reddito disponibile delle famiglie. Ora anche “il patrimonio” diventa molto più incerto, espropriabile, azzerabile.

Il “bail in delle case” è stato approvato ieri in Commissione finanze della Camera praticamente senza discussione. Il rappresentante del governo si è presentato per leggere il nuovo testo – dopo le proteste sulle “sette rate” – e se ne è andato. Il presidente è passato direttamente alla votazione, senza neppure dare la parola ai deputati, favorevoli o contrari che fossero. Naturalmente hanno alzato la manina criminale i camerieri della maggioranza (Pd, alfaniani, verdinisti, ex montiani, berlusconiani, transfughi vari), mentre si sono opposti Cinque Stelle e i sinistrati di Sinistra Italiana (sempre incerta sulle prospettive, perché proprio non riesce a immaginare un futuro elettorale senza accordi col Pd). No, pro forma, anche dalla Lega.

Il nuovo testo, come previsto, eleva da sette a diciotto le mensilità di ritardo nel pagamento, dopo le quali la banca si appropria direttamente della casa, senza più passare dal giudice, e la mette all'asta. Il proprietario non ha dunque più nessuna possibilità di opporsi sul piano legale. È condannato all'esproprio e basta.

Unica consolazione, modestissima, è che l'eventuale eccedenza tra prezzo di vendita all'asta e debito residuo andrà al mutuatario espropriato. Ma sarà ben poca cosa rispetto alla perdita così "realizzata".

Per il resto, infatti, le uniche modifiche sono “raccomandazioni”, non disposizioni di legge. Per esempio, si la banca si dovrebbe impegnare "a valorizzare l'immobile al miglior prezzo di realizzo possibile, indipendentemente dall'ammontare del debito residuo". Una foglietta di fico solo verbale, perché è fin troppo facile – in una situazione di crisi e in presenza di un'offerta di immobili improvvisamente massiccia – per chiunque asserire che si è cercato di farlo ma non ci si è riusciti. L'interesse della banca, infatti, è solo quello di recuperare il debito residuo, quello andato in "sofferenza", dunque qualsiasi prezzo raggiunga o superi, anche di poco, questo livello, le va bene.

I responsabili nominali di queste norme sono il “relatore” Giovanni Sanga e il viceministro dell'economia Enrico Morando, entrambi del Pd.

Tra gli effetti perversi di questa legge, che dovrà ora andare al Senato senza speranze di cambiamento, sarà inevitabile assistere a una caduta generalizzata dei valori degli immobili (tranne che nei centri storici delle città d'arte o in situazioni particolarissime), quindi a una drastico ridimensionamento del “patrimonio” del cittadino medio. Ricordiamo infatti che circa il 70% delle famiglie, in assenza totale di una politica residenziale pubblica (come c'è in Francia e Germania, non a Cuba...) è stato costretto nei decenni a “comprarsi casa”, indebitandosi a vita. E magari anche oltre.

Un fenomeno pesantemente distorsivo anche dell'autopercezione delle varie figure sociali (era semplicissimo sentirsi “proprietari” e possidenti pur avendo soltanto un appartamento sotto ipoteca e un lavoro dipendente...), e che ora minaccia il futuro anche delle giovani generazioni. Se infatti il 70% delle famiglie è “proprietaria” dell'immobile di residenza, vuol dire che sono milioni i giovani che nei prossimi anni erediteranno un patrimonio svalutato o addirittura una casa con il mutuo ancora in essere e che loro, con i “lavoretti” precari oggi di norma, proprio non potranno rispettare.

Per migliorare i conti delle banche private riducendo le “sofferenze”, l'Unione Europea e il governo Renzi mettono in moto la falciatrice sociale dell'esproprio di massa; con un processo che segnerà per almeno due o tre lustri la modificazione drastica della struttura sociale.

La cosa “divertente”, si fa per dire, è che questa misura non avrà comunque alcun effetto rilevante sui conti delle banche, perché la parte più consistente dei “crediti deteriorati” e delle “sofferenze” vere e proprie sono in capo alle imprese. Oltre 220 miliardi, non i quasi venti legati ai mutui delle famiglie.

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02/12/2015

Syriza e Anel obbediscono alla troika. E perdono altri pezzi

La nuova Syriza depurata dei settori critici che non hanno accettato la firma del terzo memorandum a luglio e l’adozione di un nuovo piano lacrime e sangue scritto a Bruxelles e a Berlino perde di nuovo alcuni pezzi. Non consistenti, per ora, ma certo significativi, considerando ad esempio che le liste del partito presentate per le elezioni anticipate del 20 settembre scorso erano state completamente blindate per evitare che fossero eletti, come era accaduto alla tornata precedente, candidati critici con la linea dei sacrifici e della soggezione alla Troika.

Eppure nei giorni scorsi, quando il governo Tsipras è andato in parlamento ad Atene per ottenere dalla sua maggioranza l’approvazione delle nuove, pesanti misure imposte al paese dalla Troika in cambio dello sblocco di una nuova tranche di prestiti, sia Syriza sia Anel hanno dovuto fare i conti con una piccola ma imbarazzante fronda interna che ha portato all’espulsione dai due rispettivi gruppi parlamentari di tre deputati che non hanno accettato di votare le privatizzazioni, l’aumento dell’età pensionabile e quello delle tasse per gli agricoltori.

Alla fine le misure imposte da Bruxelles e Berlino sono passate, ma la maggioranza ha perso tre dei suoi componenti, riducendosi da 155 a 153 su un totale di 300. Un vantaggio sulle opposizioni davvero esiguo, che aumenta ulteriormente il potere di ricatto da parte dei partiti centristi – socialisti, il Fiume, liberali – che Tsipras sarà costretto a imbarcare di nuovo per reggere eventuali nuove defezioni.

Al termine del dibattito parlamentare sull’approvazione delle più pesanti misure previste dal memorandum firmato a luglio dal primo ministro, tre deputati non hanno accettato di chinare la testa. Tra questi c’è Gavriìl Sakellarìdis, giovane ex portavoce del governo che aveva già informato i colleghi della propria intenzione di non votare le nuove misure capestro. La decisione è diventata definitiva dopo che l’esecutivo di Atene ha accettato di obbedire almeno in parte agli ordini della Troika, abbassando significativamente le protezioni per i cittadini indebitati con le banche, il che rende più facile l’esproprio e la messa all’asta anche della prima casa, a esclusivo beneficio degli istituti finanziari. Se Syriza in campagna elettorale aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per escludere la prima casa dalle pretese delle banche, la norma approvata mette al riparo solo il 30-40% delle prime abitazioni. Visto il suo ‘no’ al pacchetto lacrime e sangue il trentacinquenne economista è stato invitato da Tsipras a dimettersi ed a lasciare il seggio al primo dei non eletti, che lo stato maggiore dell’ex sinistra radicale spera sia più fedele dell’ex portavoce di Syriza.

Il ‘no’ forse più significativo alle misure di implementazione del memorandum è venuto da Stathis Panagoulis, fratello di Alekos, l’eroe della resistenza contro la dittatura fascista dei colonnelli e compagno di Oriana Fallaci. Dopo aver deciso di non votare a favore delle «precondizioni agli aiuti» imposte dalla Troika in versione quartetto, Panagoulis è stato espulso dal gruppo parlamentare di Syriza.

Come già detto una defezione ha indebolito anche il gruppo parlamentare dei Greci Indipendenti, forza di destra nazionalista nata pochi anni fa da una scissione ‘antiausterity’ del partito conservatore Nuova Democrazia e partner del governo insieme a Syriza. Il ribelle è Nikos Nikolopoulos che ha detto no ai nuovi sacrifici affermando di «voler rispettare il proprio mandato, basato sulla promessa di proteggere la prima casa, gli stipendi e le pensioni». Al contrario di Sakellarìdis, malgrado l’invito del leader di Anel a dimettersi, Nikolopoulos ha deciso di tenere il seggio.

Intanto nei giorni scorsi nuove grane per Syriza sono arrivate dal parlamento europeo, dove l’ex europarlamentare Sofia Sakorafa (indipendente dal settembre scorso) si è unita al coro di critiche nei confronti dell’esecutivo di Atene denunciando lo scioglimento della Commissione per la Verità sul Debito Greco. La deputata europea ha indirizzato al Presidente del Parlamento Greco, Nikos Voutsis, una lettera aperta dopo che questi ha annunciato la chiusura della commissione invisa all’esecutivo e naturalmente alla Troika, dopo che i parlamentari e i tecnici che vi avevano preso parte erano giunti alla conclusione che una grossa fetta del debito di Atene era da considerarsi illegale e quindi inesigibile. Ma le conclusioni della Commissione, alla quale avevano partecipato anche esperti di altri paesi, sono state di fatto completamente ignorate sia dal governo che dal parlamento di Atene, fino alla decisione di porre fine ai suoi lavori.

Di seguito il testo dell’eurodeputata:
Signor Presidente,

Con lettera raccomandata firmata da Lei il 12 novembre, ricevuta il 17 novembre 2015, Lei mi annuncia la soppressione della Commissione per la Verità sul Debito pubblico greco.

Nella Sua lettera, Lei non osa nemmeno fare il nome della Commissione. Questo si capisce. Dato che si cerca di fare in modo che il popolo greco «dimentichi» la questione della legittimità del debito, e che gli si vuole far credere che il terzo memorandum, il più duro, è la sola soluzione possibile, è vero che la verità può fare paura, anche se si tratta solo della parola «verità».

Signor Presidente, è inconcepibile che il Presidente del Parlamento ellenico, e ancor meno qualcuno che è stato di sinistra, sopprima la Commissione per la Verità sul Debito pubblico.

È offensivo che il Parlamento diventi nuovamente il luogo della legittimazione degli scandali, delle irregolarità, delle scelte politiche barbariche, degli accordi di sottomissione, dei contratti leonini, e che tutto questo sia accettato e ratificato dal Presidente della Camera.

Signor Presidente, penso che non ci sia niente da aggiungere. Lei non ha fatto che eseguire gli ordini. D’altra parte è la ragione per la quale Lei è stato scelto come Presidente della Camera in questo periodo cruciale.

La responsabilità politica di questa decisione appartiene interamente al Primo ministro, Alexis Tsipras.

Il Sig. Tsipras che, assieme al Presidente della Repubblica, ha assistito all’apertura dei lavori della Commissione il 4 aprile 2015.

Il Sig. Tsipras che mi ha personalmente assicurato con fermezza che la Commissione avrebbe funzionato senza ostacoli fino alla conclusione dei suoi lavori.

Il Sig. Tsipras porta l’intera responsabilità politica del rifiuto di fare luce sulle politiche imposte con l’aiuto della corruzione, e dei contratti leonini che ci hanno portati in un vicolo cieco.

Il Sig. Tsipras porta l’intera responsabilità politica della rinuncia a utilizzare uno strumento di rinegoziazione del debito che pure è accettato, approvato e legittimato da un regolamento dell’Unione Europea.

È certo che la Sua decisione di sopprimere la Commissione per la Verità sul debito non influirà per niente sulla determinazione e l’efficienza di tutti noi che continuiamo a lottare e restiamo convinti che la verità sarà il catalizzatore di cambiamenti politici profondi.
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21/11/2015

Casa – Occupante e (piccolo) proprietario hanno un problema comune: il salario

In tempi di confusione, caos e de-politicizzazione, risultato dei profondi cambiamenti a livello strutturale nel mondo, a partire dall’economia per poi arrivare a tutto il resto, ci sembra utile contribuire alle tante discussioni sul tema “casa” e “lavoro” (come vengono chiamati in assenza di un ragionamento complessivo sul “salario sociale”) per mostrare come, in realtà, certe differenze non siano poi così tali e certi percorsi comuni da intraprendere così improbabili.

Come abbiamo descritto qui meno di un anno fa, viviamo in un paese in cui la piccola proprietà della casa è molto diffusa: quasi 8 persone su 10 in Italia sono proprietarie della casa in cui vivono, anche se il numero “puro” scende a 7 virgola qualcosa se consideriamo chi sarebbe formalmente proprietario della prima abitazione, ma sta pagando la stessa col mutuo e, probabilmente, lo sarà appena terminato il pagamento (se lo terminerà) alla banca. Percentuale che, anche al netto di chi resta fuori dalle statistiche, sembra confermata dalla prassi delle nostre vite, ad oggi.

Questa “categoria” di persone, proprietaria ma con mutuo, che quindi sta pagando l’equivalente di un affitto (lavoratori, disoccupati, pensionati, quindi famiglie) rientra, assieme a chi vive realmente in affitto e paga una cifra “di mercato” ( tra i 500 e i 7/800 euro al mese, assimilabili ad un mutuo) in quell’insieme di persone le quali per vivere devono lavorare, affittando il proprio tempo e le proprie competenze a qualcuno che gli possa pagare un salario (non reddito, non una generica ricchezza, ma quella proveniente dal lavoro, mediata dal denaro e che si scambia col profitto di uno o più padroni). Queste persone, quindi, hanno necessità di vendersi o affittarsi “a tempo indeterminato” (ovvero non determinato da “loro”, ma da banche, padroni ecc) e ciò si riflette sul loro potenziale “potere contrattuale” in sede lavorativa: avranno dunque bisogno di cercare un salario che arrivi almeno sopra la fatidica soglia dei 1000 euro, fino a quindici anni fa considerati “il minimo da cui partire” e oggi ritenuti da molti “un auspicabile traguardo”, visto il livellamento verso il basso (500 euro circa) di TUTTI i salari, auspicato e già messo in pratica dai padroni di TUTTO il mondo (con padroni si intendono le figure chiave del capitale, da cui dipende l’erogazione, dietro prestazione in un dato tempo, del salario).

E questo cosa c’entra con i piccoli proprietari e gli occupanti di case? – Si chiederanno in molti .

Proviamo a spiegarci: una volta premesso che le necessità, materiali e non, di chi vive in affitto o con mutuo sono di un certo tipo, e che quindi con la mediazione del denaro queste persone hanno bisogno di un salario che stia almeno sopra i mille euro mensili, passiamo alla situazione di chi, per caso o necessità, si trova o a non dover pagare alcun affitto, bolletta, tassa o quasi, oppure (come nel caso dei piccoli proprietari) “giusto le spese” (bollette, tasse di vario tipo, rifare l’impianto elettrico ecc.) che però possono variare anche considerevolmente, a seconda di tanti fattori che ora non tratteremo qui. Ricordiamoci che stiamo parlando o di chi, al massimo e grazie al lavoro di una vita dei propri nonni-genitori, si ritrova in famiglia (non a testa) circa 2-3 case. E in Italia la famiglia ha un ruolo centrale. O di chi non ha avuto questa “fortuna” ed è quindi costretto, per scelta o necessità, ad occupare.

Cosa accomuna queste due figure, quindi? Il fatto che teoricamente non possono, in base ai loro bisogni effettivi, avere lo stesso “potenziale” o “potere contrattuale” dei primi sul posto di lavoro (se ne hanno uno) in quanto si trovano in un diverso stato di necessità, se rimaniamo sull’aspetto per noi centrale nella società di oggi: dipendere o meno da un salario, quindi denaro che si scambia con prestazione lavorativa in un dato tempo, per vivere. Quel che salta subito agli occhi è un duplice aspetto: queste due figure sociali, per quel che riguarda i bisogni essenziali che, ricordiamolo, si pagano sennò arriva Equitalia (la casa con tutti suoi annessi e connessi, il cibo ecc.) hanno meno necessità di denaro rispetto ai primi, e sono anche meno ricattabili (ma non sul piano legale) per eventuale repressione sindacale o licenziamenti, poiché “si possono accontentare di meno soldi” (non pagando affitto o mutuo) o rinunciare con meno timori (ma solo se restiamo in questo campo) ad una giornata di paga, magari per uno sciopero, un picchetto ecc, cosa che un lavoratore in affitto o con mutuo può guardarsi bene dal fare, in genere. Specie se pensiamo agli scioperi farsa della Cgil…

Certo, si dirà, il problema ingloba tutti non appena, come sta accadendo, i Governi cominciano ad aumentare i biglietti dell’autobus, a privatizzare, ad aumentare i ticket sanitari e così via. Sicuramente. Ed è per questo che c’è bisogno di nuclei unitari organizzati localmente nelle città, dove vive la maggior parte della popolazione, nel mondo.

Ma bisogna prestare attenzione ad un ultimo dato: i primi (con mutuo o in affitto) necessitano di più denaro, quindi investono molto tempo lavorando per ottenerne e, in genere, hanno contratto a tempo indeterminato, un’età media più alta e la loro forma di auto-organizzazione in caso di bisogno resta dentro al giro della famiglia. Poco tempo da spendere in chiacchiere dunque, ruolo centrale del lavoro nelle proprie vite e impossibilità di organizzarsi sullo stesso piano di chi ha più tempo a disposizione.

I secondi, quindi occupanti e piccoli proprietari (la maggioranza) hanno, in misura apparentemente paradossale, meno bisogno di denaro liquido (se hanno la casa come se non pagano) più tempo a disposizione per potersi organizzare (anche se di “qualità diversa”, pensiamo alle minacce di sgombero da una parte, o alle mille trafile della burocrazia dall’altra). I piccoli proprietari dunque, come gli occupanti, hanno un minore potenziale rivendicativo sul posto o sui posti di lavoro e dovranno, se perdurano le condizioni attuali, accettare di prendere la metà lavorando comunque un quantitativo di ore analogo, se non maggiore. A tutti, quindi, viene rubato un sacco di tempo.

A domanda “cosa scioperi per l’aumento, non ti bastano forse 600 euro a nero?” (domanda invece retorica per chi deve pagare un mutuo o un affitto) cosa risponderanno occupanti e piccoli proprietari, oggi disorganizzati e disorientati? 

Lo scopriremo solo… vivendo queste contraddizioni e sapendole mettere assieme: se sapremo dare valore alle nostre vite indipendentemente dal denaro, potremo cominciare a gridare “casa e salario, nella lotta ci uniamo. Toccano uno, toccano tutti”

30/07/2015

Perché la sinistra non capisce niente di fisco. Il caso delle tasse sulla casa

C’è un tema costantemente assente dai dibattiti nella sinistra: quello del fisco e quando se ne parla sarebbe stato meglio che non se ne fosse parlato.

Ogni tanto c’è qualche generico slogan del tipo “che anche i ricchi paghino le tasse” senza, peraltro, mai dire come fare a fargliele pagare. Semplicemente il tema è ignorato, e si ripiega sulle piccole manovre che spremono il ceto medio. Questo in un paese con la più alta pressione fiscale d'Europa che (sommando quella diretta e quella indiretta) supera di slancio il 50% del Pil.

Da Monti in poi è iniziata una sciagurata politica fiscale, poi proseguita pedissequamente da Letta e Renzi, il cui risultato è una flessione secca del Pil che ha contribuito a portare il rapporto debito-Pil dal 119% al 133%. In questi anni abbiamo avuto una grandinata di fallimenti delle imprese e i tassi di disoccupazione sono schizzati a livelli senza precedenti. Il tutto mentre veniva propagandata senza vergogna la bufala merkeliana della “austerità espansiva”, come dire “la fortunata sciagura”, “l’allegra agonia”, l’”onesta rapina”.

E’ evidente agli occhi di tutti che, se prosegue questa morsa fra alti interessi bancari e pressione fiscale fuori misura, possiamo far fagotto ed emigrare tutti, perché nel giro di qualche anno saremo ridotti peggio della Grecia. Dunque, nel programma di un partito di sinistra, al primo posto, dovrebbe esserci il taglio secco ed immediato delle tasse, in primo luogo l'abolizione di ogni tassa sulla prima casa e riduzione di almeno 4 punti dell’Iva, che colpisce soprattutto i ceti deboli ed il consumo.

Invece, proprio non se ne parla. Perché? Perché parlare di tagli al fisco è una cosa di destra, un favore ai ricchi. Non è detto che i vari Vendola, Landini ecc. vi rispondano esattamente in questi termini, ma è quello che pensano. Uno dei luoghi comuni più cretini del sistema solare.

Per capirlo, bisogna capire che nella testa dei nostri ci sono due idee fisse:

a. le tasse sono “bellissime” perché così si redistribuisce la ricchezza;

b. la spesa pubblica è flessibile solo al rialzo perché bisogna allargare lo Stato sociale.

Idee che avevano un loro (relativo) fondamento in tempi di keynesismo trionfante. Ma in epoca di neo liberismo imperante la verità è il contrario: pagare le tasse opera una redistribuzione della ricchezza, ma dai ceti medi e deboli a quelli più ricchi, attraverso il meccanismo degli interessi sul debito pubblico e la spesa statale si dirige in larga parte nelle tasche del management statale e para statale. Dunque il contrario di quello che era prima. Poi bisogna considerare che, anche in tempi di keynesismo, il buon senso non va in vacanza e il prelievo fiscale non può superare certi limiti, oltre i quali si strangolano consumi e profitti di impresa.

Veniamo ad un magnifico esempio dei luoghi comuni della sinistra in materia fiscale: la tassa sulla casa la cui abolizione fa inorridire Bersani (che, ripeto, è uno che dovrebbe aprire bocca solo per autodenigrarsi) e il giovane turco Fassina. L’argomento che piace tanto a sinistra è che farlo in modo indiscriminato è un favore ai ricchi, che hanno case lussuose a piazza Navona o a Cordusio e possono pagare e, quindi, che paghino. Cercheremo ora di dimostrare che si tratta di una barbonata culturale, populismo da due soldi ed in mala fede.

La questione ha tre aspetti: uno morale, uno economico ed uno giuridico. Di quello giuridico parleremo in un pezzo apposito in altra occasione, vediamo gli altri due.

Iniziamo dal primo: è sicuramente giusto che chi più ha più deve dare, va bene, ma questo ha senso se la misura in questione incide in modo efficace, non se si tratta di una sparata propagandistica di nessun effetto pratico. In primo luogo, occorre stabilire la soglia o le soglie oltre le quali si può stabilire un coefficiente di ricchezza, magari gradato. Cosa è una casa di lusso? Mettiamola in termini di valore monetario. Tutti saremo d’accordo a dire che un appartamento di 200 metri quadrati da 12.000 euro a metro quadro nel nuovo grattacielo milanese di citylife è una abitazione di lusso, ma una casa da 400.000 Euro a Trastevere o a Lambrate è una casa di lusso?

Il populista di sinistra (frequentatore di salotti e terrazze romane, beninteso) dice: al primo facciamo pagare una tassa pari all’ 1% del valore, al secondo una dello 0,1%. E questa vi pare una cosa giusta? Non vi viene in testa che lo 0,1% su un appartamento da 400.000 euro pesa molto di più sul reddito di un contribuente del ceto medio che non l’1% della casa da 2 milioni di Euro di un contribuente che, se ha una casa così, sicuramente ha un reddito molto superiore al quintuplo del precedente. La scienza economica (vedi il coefficiente Gini) ci insegnano che ci sono spese come l’alimentazione e l’abitazione la cui incidenza cala sensibilmente man mano che il reddito sale: non lo sapevate grandi economisti della gauche caviar? Eppure, dati i vostri redditi presumibili, dovreste saperlo almeno per esperienza. Realisticamente, quell’appartamento a citylife, rappresenta meno del 5% (ed in molti casi meno dell’1% o lo 0,1%) del Paperon de Paperoni che la abita.

Se vogliamo realizzare una giustizia impositiva dobbiamo tassare il contenuto del deposito di Paperone, non le mura del deposito, vi pare?

Quindi come moralisti, i vari Bersani e Fassina non valgono una cicca. Sono solo furbastri di buon reddito che fanno facile populismo. Comunque le istanze di ordine morale, quando si parla di politica o economia, hanno un peso relativo, veniamo a quello che conta di più: l’economia.

I dati dicono che, a partire dal governo Monti, le tasse sulla casa sono più che raddoppiate rispetto alla vecchia Ici e fatte le dovute rivalutazioni questo ha provocato una caduta vertiginosa dei prezzi delle abitazioni che, fatto 100 al 2010, oggi, secondo l’Istat,  è arrivato a 82,9%. Va detto onestamente che i prezzi immobiliari, almeno sino al 2007-8 erano obiettivamente gonfiati, ma una caduta di 1/5 in cinque anni è uno sproposito che non solo deprime i consumi, ma ha effetti disastrosi sul mercato immobiliare. Questo significa che si sta puntando a scoraggiare la casa di acquisto, in favore della casa in affitto, con l’effetto indiretto di premiare la rendita immobiliare, una volta che gli italiani avranno svenduto le case di proprietà ed allora, magicamente, le tasse caleranno.

Ovviamente, questo non significa che la casa sia un bene non tassabile in assoluto, ma in limiti di ragionevolezza. Sulla casa, come su ogni altro bene (dalle barche alle auto) il cittadino italiano paga al momento dell’acquisto una tassa.

Inoltre è giusto pagare il servizio ricevuto in termini di raccolta dei rifiuti o di assetto della viabilità o delle opere di urbanizzazione, ma, dopo questo, di che stiamo parlando? Il fatto è che i governi italiani hanno usato le tasse sulla casa come un bancomat, il che ha causato ora una caduta verticale dell’industria edilizia (non mi riferisco solo a nuove costruzioni ma anche a ristrutturazioni di quelle esistenti). Ma quando si ferma l’edilizia, si ferma tutto, perché, oltre a cadere l’occupazione nel settore delle costruzioni, si fermano le industrie dei materiali (cemento, ferro, marmo, legno, porcellane, vetro, gomma, rubinetterie ecc); forse non ci avete mai fatto caso, ma il mattone è il più importante attrattore del ciclo economico, anche più dell’auto.

Dunque alleggerire la mano sulla casa è una misura necessaria a ridare fiato al principale motore industriale del paese. Infine: abbiamo detto che se vogliamo riequilibrare i pesi fiscali, dobbiamo mettere le mani sulla grande rendita finanziaria. In questo senso le tasse sulla prima casa dei “ricchi” sono la classica puntura di spillo ad un elefante, ma anche una misura del tutto irrisoria dal punto di vista del gettito. Le abitazione di gran lusso sono una percentuale ridottissima del patrimonio immobiliare italiano e realisticamente possono produrre un gettito molto inferiore all’1% del gettito fiscale. Questo è come dire che si combatte l’evasione fiscale con le retate a Cortina d’Ampezzo o sulla riviera ligure (ricordate i primi tempi di Monti): roba da dare in pasto all’opinione pubblica per coprire la vera grande evasione fiscale.

Urlare all’ingiustizia sociale per questo è solo una sparata populista per distrarre l’attenzione dal tema vero che è quello della rendita finanziaria.

Un espediente miserabile di un ceto politico ancor più miserabile che dopo aver fiancheggiato Monti ha il coraggio di presentarsi come “sinistra”.

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