Era il 23 giugno del 2018 quando il premier greco Alexis Tsipras aveva usato il gesto plateale di rimettersi la cravatta per decretare che lo strangolamento imposto dalla troika (Ue, Bce, Fmi) era terminato. Ma i volenterosi carnefici di Bruxelles, smentendo ogni illusione, non erano ancora sazi.
Nei giorni scorsi, l’Eurogruppo ha imposto alla Grecia la revisione della legge che impediva i pignoramenti delle prime case – quelle in cui si abita – giudicata dalle banche troppo generosa verso i cittadini inadempienti che non riescono più a pagare i mutui. Non solo. È stato posta come condizione indispensabile dall’Eurogruppo per l’erogazione ad Atene dei profitti derivanti dalle sue obbligazioni, detenuti dalla Bce e altre banche centrali dell’Eurozona. L’approvazione di ben tredici misure delle sedici concordate con le istituzioni europee, portata sul tavolo Ue a marzo scorso, è stata ritenuta non sufficiente per i funzionari di Bruxelles al fine di sbloccare la prima tranche dei 4,8 miliardi di euro che devono rientrare nelle casse greche entro il giugno del 2022 in ripartizioni semestrali.
Con un voto a netta maggioranza, il Parlamento greco ha così approvato la proposta del Governo tesa a peggiorare le norme che proteggono le famiglie insolventi dai pignoramenti da parte delle banche sulle prime case di chi ha contratto debiti. La legge originaria aveva preso il nome da Katseli, il ministro che l’aveva presentata durante la fase più critica della crisi, ma Bruxelles voleva proprio l’abrogazione o la revisione della Legge Katseli, come ammesso candidamente dal Commissario Ue Pierre Moscovici.
La proposta di revisione è stata presentata martedì scorso al Parlamento di Atene. Prevede che le abitazioni dei debitori fino a un valore di 250mila euro siano escluse dai pignoramenti. Ma ci sono delle condizioni in cui rientrare per avere accesso alla protezione: il debitore deve avere un reddito familiare pari a 12.500 euro se nucleo familiare singolo, 21mila euro se coniugato più cinquemila euro per ogni figlio minore fino a un reddito complessivo massimo di 36mila euro. Al tempo stesso, è stato sensibilmente ridotto il massimale del deposito bancario dei mutuatari, passato da 65mila euro proposto da Atene a 15mila euro imposto dall’Eurogruppo. Nel caso in cui il debitore voglia proteggere la sua prima casa, si deve impegnare a pagare il 120% del suo valore commerciale a rate mensili, ad un tasso di interesse pari all’Euribor a tre mesi più il 2%. Il Governo offre il suo aiuto ai mutuatari insolventi con un fondo pubblico di 200 milioni di euro. Inoltre l’ultima modifica, inserita dal Governo giovedì, riguarda i prestiti commerciali: inizialmente la protezione degli immobili era stata fissata per prestiti inferiori a 130mila euro. Per i creditori non era sufficiente, il Governo li ha accontentati: con un emendamento dell’ultimo minuto il tetto è stato abbassato a 100mila euro.
Dopo questa ulteriore capitolazione, il governo di Alexis Tsipras spera che la riunione dell’Eurogruppo, prevista per venerdì 5 aprile, dia semaforo verde allo sblocco dei profitti maturati dalle banche sui titoli di stato della Grecia. Praticamente l’Unione Europea continua a imporre una vera e propria agonìa, che sta logorando la società greca goccia a goccia.
Dentro la gabbia dell’Unione Europea/Eurozona non c’è sopravvivenza per le fasce sociali più deboli. Fuori forse c’è una alternativa migliore.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2019
23/10/2018
La bomba dei crediti deteriorati è esplosa
Succede che a causa della più devastante crisi economica che l’Italia abbia mai conosciuto, i crediti non riscossi dalle banche, vale a dire i crediti deteriorati o, detto in inglese, Non performing Loans (NPL) esplodano fino a passare da 42 miliardi del 2008 a 360 miliardi del 2016.
Succede che la Vigilanza Bancaria Europea obblighi le banche italiane a diminuire il totale degli NPL sui bilanci bancari.
Succede che le banche italiane, costrette a disfarsi presto degli NPL, li vendano ad un valore inferiore al 20%.
Succede che fondi avvoltoi comprino questi NPL e incomincino a riscuotere il credito con metodi da strozzinaggio.
Succede che l’associazione degli armatori Confitarma informi che diverse compagnie marittime navigano in brutte acque.
Succede che i crediti degli armatori con le banche siano state cedute a fondi avvoltoio, i quali chiedono il fallimento e riscuotano decine e decine di navi poi messe in vendita.
Succede che diverse compagnie armatoriali facciano questa fine, a tal punto che Confitarma lanci l’allarme sul calo della proprietà italiana nella flotta mercantile.
Succede che a distanza di tre anni siano circa 180 miliardi di euro gli NPL ceduti a fondi avvoltoio.
Succede che si tratti di macchinari, aziende, immobili e quant’altro posti in garanzia.
Succede che i fondi avvoltoio stiano riscuotendo i crediti nel silenzio generale, portando alla rovina decine di migliaia di operatori economici e famiglie.
Succede che stia operando lo strozzinaggio di massa.
Per maggiori informazioni rimando al mio Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia (2016)
Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia
da Marx XXI
“Qualora il finanziamento sia già garantito da ipoteca, il trasferimento successivamente condizionato all’inadempimento, una volta trascritto, prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite successivamente all’iscrizione ipotecaria” Comma 4 articolo 2 Decreto Legge n° 59 del 3 maggio 2016
Si lamentano, i banchieri, perché manca la retroattività del decreto. Ma come, dicono, per la risoluzione di Popolare Etruria e il relativo bail in si è attuata la retroattività e sulle norme riguardanti il recupero crediti no?
Basta leggere il comma di cui sopra, per capire che si è trovata la quadra. E’ il patto marciano, vale a dire il trasferimento al creditore di beni del debitore qualora quest’ultimo sia inadempiente dopo tre rate. Ti tolgono tutto, capannoni, macchinari, scorte di magazzino, seconde case, ecc. Ti lasciano solo la casa di residenza. Il patto marciano può essere infilato in un nuovo contratto tra debitore e creditore.
Il gioco è semplice: la banca chiama l’imprenditore a cui ha dato un fido e gli dice di ricontrattare tutto altrimenti glielo toglie. L’imprenditore è costretto ad accettare e a firmare le nuove condizioni. Se dopo sei mesi non paga le rate gli sequestrano tutto, senza lo strumento dell’ipoteca, per la qual cosa si dovrebbe passare da un procedimento giudiziario. Sarebbe automatico.
Si è arrivato, dunque, allo spossessamento del debitore. Per cifre enormi: le sofferenze bancarie sono 200 miliardi, di cui 140 miliardi di imprese non finanziarie. I crediti deteriorati sono invece 360 miliardi, la gran parte di aziende. Praticamente l’ossatura della struttura industriale italiana si troverà nei prossimi anni ad onorare debiti, altrimenti i beni verranno confiscati dalle banche.
Che ne faranno? Ci sono garanzie di immobili per 100 miliardi e 37 di garanzie personali. Verrebbero venduti a fondi, concorrenti italiani o acquirenti esteri. Il panorama industriale italiano cambierebbe volto. O verrebbe definitivamente distrutto, dopo aver già perso il 25%.
Siamo di fronte alla più grande svendita del Paese della storia moderna, alla più imponente distruzione di capitale, superiore alla Seconda Guerra Mondiale, con effetti sociali dirompenti.
Quel che definimmo la seconda linea del fronte verrebbe distrutta nel giro di pochi anni.
Si è arrivati dunque al redde rationem, dopo cinque anni dalla famosa lettera della Bce che imponeva all’Italia un percorso infernale di riforme che hanno portato alla più grave recessione degli ultimi 150 anni. Si è dato un colpo micidiale al salario sociale globale di classe, si è attuata la deflazione salariale, è stato imposto un feroce credit crunch che ha colpito al cuore l’imprenditoria italiana, si è riformata la Costituzione con il Fiscal Compact. Risultato: sono esplosi i crediti deteriorati. Ora si passa all’incasso. Si distrugge la struttura industriale per via bancaria attraverso quell’Unione Bancaria che Enrico Letta definì a suo tempo un “successo dell’Europa unita”.
Mediante il meccanismo della Vigilanza Europea negli ultimi due anni c’è stato un accanimento pazzesco della Bce nei confronti del sistema bancario italiano, reo di attuare la funzione di banca commerciale, cioè fornire credito all’economia reale. Infischiandosene dei derivati di cui sono pieni i sistemi bancari del Nord Europa, la Vigilanza ha imposto alle banche italiane aumenti di capitale, accantonamenti e regole varie che hanno bloccato l’erogazione del credito.
Ora si impone il rientro dai crediti deteriorati, il più velocemente possibile e si incomincia a parlare di rischio dei titoli di stato, di cui le banche italiane sono zeppe (445 miliardi di euro), con relativi nuovi aumenti di capitale. Si sono riformate le banche popolari e quelle di credito cooperativo, portandole assurdamente nel mercato azionario. C’era il problema delle banche da ricapitalizzare: le banche italiane hanno dato vita ad Atlante, che fortunatamente è intervenuta nella ricapitalizzazione della Popolare Vicenza e successivamente di Veneto Banca. Ci sarebbe poi Carige, MPS e varie casse di risparmio, ma la dotazione finanziaria, pari a 4,25 miliardi, potrebbe non essere sufficiente ed in ogni caso questa massa di capitale servirebbe unicamente agli aumenti di capitale delle banche citate e non certo a comprare sofferenze bancarie a livello di libro.
Perché qui è la faccenda: con il bail in della Popolare Etruria, assurdamente analizzata come un fatto di cronaca nera, le sofferenze bancarie sono state vendute, per imposizione europea, al 17% del valore. Le banche hanno sofferenza bancarie nette, dopo accantonamenti, pari a 87 miliardi a valore di libro del 45%. La differenza tra il 17 e il 45% è pari a decine di miliardi, e se fossero vendute come quelle della Popolare Etruria le perdite sarebbero enormi.
E’ intervenuto il decreto legge 59 per accelerare il recupero crediti, ma non essendo retroattivo in borsa stanno ancora perdendo capitalizzazione. In ogni caso, con il Patto Marciano, che può essere sottoscritto tra creditori e debitore, lo spossessamento di chi non è in regola con i pagamenti sarebbe immediato. Data la continua situazione di stress economico della struttura industriale (si è recuperato appena l’1% di quanto precedentemente perso e la chiamano ripresa), per cui alcuni parlano di un euro che sta asfissiando il sistema economico (si veda Gianfelice Rocca della Technint sul Financial Times di marzo), non si esclude affatto una vendita massiccia di proprietà industriali al miglior compratore.
Insomma, l’Unione Europea impone misure draconiane all’Italia che provocano la più grave recessione della storia contemporanea, il sistema economico va in tilt, il sistema bancario viene investito da una mole impressionante di crediti deteriorati e a questo punto interviene nuovamente l’Unione Europea per chiedere la risoluzione del problema delle sofferenze bancarie.
Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano.
Se ne esce solo con una netta soluzione, l’uscita dall’euro. Non esistono ricette keynesiane, ancorché te le facciano fare. L’alternativa è un’ancora più feroce depressione economica, la perdita di quel che rimane del sistema industriale e una nuova più acuta deflazione. Di certo con queste nuove norme crollerà la domanda di credito degli imprenditori (chi vuoi che prenda denaro a queste condizioni?) e da qui ci sarà il crollo degli investimenti e della domanda reale, dunque recessione certa.
Si è prossimi alla più grande svendita di capitale industriale, se continua così si avrà, dopo, la svendita dei beni pubblici e l’Italia andrà dritta nei paesi in via di sviluppo. Questo è il disegno dell’euro, l’annichilimento dell’Italia per togliere un concorrente alla Germania. Per farlo occorrono quinte colonne interne, i collaborazionisti. Quelli che parlano delle virtù dell’Europa. Non sappiamo se questo disegno avrà successo, di certo continua la sua marcia imperterrita perché non trova opposizione. A meno che il secondo fronte, l’apparato industriale italiano, si ribelli. Lo sapremo nei prossimi mesi, quando le crisi aziendali esploderanno.
Fonte
Succede che la Vigilanza Bancaria Europea obblighi le banche italiane a diminuire il totale degli NPL sui bilanci bancari.
Succede che le banche italiane, costrette a disfarsi presto degli NPL, li vendano ad un valore inferiore al 20%.
Succede che fondi avvoltoi comprino questi NPL e incomincino a riscuotere il credito con metodi da strozzinaggio.
Succede che l’associazione degli armatori Confitarma informi che diverse compagnie marittime navigano in brutte acque.
Succede che i crediti degli armatori con le banche siano state cedute a fondi avvoltoio, i quali chiedono il fallimento e riscuotano decine e decine di navi poi messe in vendita.
Succede che diverse compagnie armatoriali facciano questa fine, a tal punto che Confitarma lanci l’allarme sul calo della proprietà italiana nella flotta mercantile.
Succede che a distanza di tre anni siano circa 180 miliardi di euro gli NPL ceduti a fondi avvoltoio.
Succede che si tratti di macchinari, aziende, immobili e quant’altro posti in garanzia.
Succede che i fondi avvoltoio stiano riscuotendo i crediti nel silenzio generale, portando alla rovina decine di migliaia di operatori economici e famiglie.
Succede che stia operando lo strozzinaggio di massa.
Per maggiori informazioni rimando al mio Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia (2016)
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Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia
da Marx XXI
“Qualora il finanziamento sia già garantito da ipoteca, il trasferimento successivamente condizionato all’inadempimento, una volta trascritto, prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite successivamente all’iscrizione ipotecaria” Comma 4 articolo 2 Decreto Legge n° 59 del 3 maggio 2016
Si lamentano, i banchieri, perché manca la retroattività del decreto. Ma come, dicono, per la risoluzione di Popolare Etruria e il relativo bail in si è attuata la retroattività e sulle norme riguardanti il recupero crediti no?
Basta leggere il comma di cui sopra, per capire che si è trovata la quadra. E’ il patto marciano, vale a dire il trasferimento al creditore di beni del debitore qualora quest’ultimo sia inadempiente dopo tre rate. Ti tolgono tutto, capannoni, macchinari, scorte di magazzino, seconde case, ecc. Ti lasciano solo la casa di residenza. Il patto marciano può essere infilato in un nuovo contratto tra debitore e creditore.
Il gioco è semplice: la banca chiama l’imprenditore a cui ha dato un fido e gli dice di ricontrattare tutto altrimenti glielo toglie. L’imprenditore è costretto ad accettare e a firmare le nuove condizioni. Se dopo sei mesi non paga le rate gli sequestrano tutto, senza lo strumento dell’ipoteca, per la qual cosa si dovrebbe passare da un procedimento giudiziario. Sarebbe automatico.
Si è arrivato, dunque, allo spossessamento del debitore. Per cifre enormi: le sofferenze bancarie sono 200 miliardi, di cui 140 miliardi di imprese non finanziarie. I crediti deteriorati sono invece 360 miliardi, la gran parte di aziende. Praticamente l’ossatura della struttura industriale italiana si troverà nei prossimi anni ad onorare debiti, altrimenti i beni verranno confiscati dalle banche.
Che ne faranno? Ci sono garanzie di immobili per 100 miliardi e 37 di garanzie personali. Verrebbero venduti a fondi, concorrenti italiani o acquirenti esteri. Il panorama industriale italiano cambierebbe volto. O verrebbe definitivamente distrutto, dopo aver già perso il 25%.
Siamo di fronte alla più grande svendita del Paese della storia moderna, alla più imponente distruzione di capitale, superiore alla Seconda Guerra Mondiale, con effetti sociali dirompenti.
Quel che definimmo la seconda linea del fronte verrebbe distrutta nel giro di pochi anni.
Si è arrivati dunque al redde rationem, dopo cinque anni dalla famosa lettera della Bce che imponeva all’Italia un percorso infernale di riforme che hanno portato alla più grave recessione degli ultimi 150 anni. Si è dato un colpo micidiale al salario sociale globale di classe, si è attuata la deflazione salariale, è stato imposto un feroce credit crunch che ha colpito al cuore l’imprenditoria italiana, si è riformata la Costituzione con il Fiscal Compact. Risultato: sono esplosi i crediti deteriorati. Ora si passa all’incasso. Si distrugge la struttura industriale per via bancaria attraverso quell’Unione Bancaria che Enrico Letta definì a suo tempo un “successo dell’Europa unita”.
Mediante il meccanismo della Vigilanza Europea negli ultimi due anni c’è stato un accanimento pazzesco della Bce nei confronti del sistema bancario italiano, reo di attuare la funzione di banca commerciale, cioè fornire credito all’economia reale. Infischiandosene dei derivati di cui sono pieni i sistemi bancari del Nord Europa, la Vigilanza ha imposto alle banche italiane aumenti di capitale, accantonamenti e regole varie che hanno bloccato l’erogazione del credito.
Ora si impone il rientro dai crediti deteriorati, il più velocemente possibile e si incomincia a parlare di rischio dei titoli di stato, di cui le banche italiane sono zeppe (445 miliardi di euro), con relativi nuovi aumenti di capitale. Si sono riformate le banche popolari e quelle di credito cooperativo, portandole assurdamente nel mercato azionario. C’era il problema delle banche da ricapitalizzare: le banche italiane hanno dato vita ad Atlante, che fortunatamente è intervenuta nella ricapitalizzazione della Popolare Vicenza e successivamente di Veneto Banca. Ci sarebbe poi Carige, MPS e varie casse di risparmio, ma la dotazione finanziaria, pari a 4,25 miliardi, potrebbe non essere sufficiente ed in ogni caso questa massa di capitale servirebbe unicamente agli aumenti di capitale delle banche citate e non certo a comprare sofferenze bancarie a livello di libro.
Perché qui è la faccenda: con il bail in della Popolare Etruria, assurdamente analizzata come un fatto di cronaca nera, le sofferenze bancarie sono state vendute, per imposizione europea, al 17% del valore. Le banche hanno sofferenza bancarie nette, dopo accantonamenti, pari a 87 miliardi a valore di libro del 45%. La differenza tra il 17 e il 45% è pari a decine di miliardi, e se fossero vendute come quelle della Popolare Etruria le perdite sarebbero enormi.
E’ intervenuto il decreto legge 59 per accelerare il recupero crediti, ma non essendo retroattivo in borsa stanno ancora perdendo capitalizzazione. In ogni caso, con il Patto Marciano, che può essere sottoscritto tra creditori e debitore, lo spossessamento di chi non è in regola con i pagamenti sarebbe immediato. Data la continua situazione di stress economico della struttura industriale (si è recuperato appena l’1% di quanto precedentemente perso e la chiamano ripresa), per cui alcuni parlano di un euro che sta asfissiando il sistema economico (si veda Gianfelice Rocca della Technint sul Financial Times di marzo), non si esclude affatto una vendita massiccia di proprietà industriali al miglior compratore.
Insomma, l’Unione Europea impone misure draconiane all’Italia che provocano la più grave recessione della storia contemporanea, il sistema economico va in tilt, il sistema bancario viene investito da una mole impressionante di crediti deteriorati e a questo punto interviene nuovamente l’Unione Europea per chiedere la risoluzione del problema delle sofferenze bancarie.
Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano.
Se ne esce solo con una netta soluzione, l’uscita dall’euro. Non esistono ricette keynesiane, ancorché te le facciano fare. L’alternativa è un’ancora più feroce depressione economica, la perdita di quel che rimane del sistema industriale e una nuova più acuta deflazione. Di certo con queste nuove norme crollerà la domanda di credito degli imprenditori (chi vuoi che prenda denaro a queste condizioni?) e da qui ci sarà il crollo degli investimenti e della domanda reale, dunque recessione certa.
Si è prossimi alla più grande svendita di capitale industriale, se continua così si avrà, dopo, la svendita dei beni pubblici e l’Italia andrà dritta nei paesi in via di sviluppo. Questo è il disegno dell’euro, l’annichilimento dell’Italia per togliere un concorrente alla Germania. Per farlo occorrono quinte colonne interne, i collaborazionisti. Quelli che parlano delle virtù dell’Europa. Non sappiamo se questo disegno avrà successo, di certo continua la sua marcia imperterrita perché non trova opposizione. A meno che il secondo fronte, l’apparato industriale italiano, si ribelli. Lo sapremo nei prossimi mesi, quando le crisi aziendali esploderanno.
Fonte
17/01/2018
Scioperi e scontri ad Atene contro l’austerità e i sacrifici imposti dal governo
Lunedì la maggioranza del parlamento di Atene, formata dai deputati di Syriza e di Anel – raggiunti recentemente dalla liberale Teodora Megaloikonòmu che, proveniente dal gruppo dell’Unione di Centro ha deciso di unirsi agli uomini di Tsipras – ha votato l’ennesimo pacchetto lacrime e sangue imposto dai cosiddetti creditori internazionali, quelli che il leader di Syriza aveva promesso di combattere e sconfiggere e che invece continuano a dettare legge ad Atene.
Tra le misure varate all’insegna della cosiddetta austerity le più gravi sono il peggioramento della legge sugli scioperi e nuove procedure per la vendita all’asta degli immobili sequestrati per debiti verso le banche. Nel dettaglio, per poter proclamare uno sciopero occorrerà che alle assemblee partecipi almeno il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria, una misura davvero difficile da mettere in pratica e di fatto mirante a impedire la protesta dei lavoratori. Finora bastava l’assenso del 20% dei lavoratori iscritti ad un sindacato o in certi casi la decisione degli organismi dirigenti per poter indire una astensione dal lavoro.
Da questo momento inoltre le vendite all’asta delle case pignorate verranno realizzate sul web così da metterle al riparo dai blocchi e dalle contestazioni organizzate negli ultimi mesi dai partiti della sinistra radicale e comunista e dai sindacati combattivi. In base alla nuova legge votata ieri, anche la prima casa potrà essere pignorata se supera una certa metratura.
Mentre i sindacati davano vita a uno sciopero di 24 ore nei trasporti pubblici, nel trasporto aereo, negli ospedali e nelle scuole, e a vari blocchi della circolazione ad Atene, alcune decine di migliaia di lavoratori e giovani manifestavano davanti al Parlamento ellenico per dire no all’ennesimo pacchetto di tagli e controriforme, il capo del governo affermava: “il paese sta entrando in una nuova fase, che darà coraggio a milioni di cittadini. Cittadini che in tutti questi anni, hanno fatto grandi sacrifici”.
Da anni Tsipras promette che i sacrifici che impone serviranno ad affrancare la Grecia dal commissariamento da parte della Troika ma in cambio dell’ultima tranche di aiuti economici – molti dei quali non andranno ai cittadini e ai lavoratori ellenici ma a ripagare i creditori stessi – l’Unione Europea pretende ancora una severa riforma delle pensioni (già ampiamente tagliate negli scorsi anni), l’aumento dell’IVA, nuove leggi sul lavoro e l’innalzamento delle imposte indirette.
Scontri si sono verificati in Piazza Syntagma tra manifestanti dei gruppi della sinistra antagonista e le forze dell’ordine in assetto antisommossa:
Fonte
Tra le misure varate all’insegna della cosiddetta austerity le più gravi sono il peggioramento della legge sugli scioperi e nuove procedure per la vendita all’asta degli immobili sequestrati per debiti verso le banche. Nel dettaglio, per poter proclamare uno sciopero occorrerà che alle assemblee partecipi almeno il 50% degli iscritti ai vari sindacati di categoria, una misura davvero difficile da mettere in pratica e di fatto mirante a impedire la protesta dei lavoratori. Finora bastava l’assenso del 20% dei lavoratori iscritti ad un sindacato o in certi casi la decisione degli organismi dirigenti per poter indire una astensione dal lavoro.
Da questo momento inoltre le vendite all’asta delle case pignorate verranno realizzate sul web così da metterle al riparo dai blocchi e dalle contestazioni organizzate negli ultimi mesi dai partiti della sinistra radicale e comunista e dai sindacati combattivi. In base alla nuova legge votata ieri, anche la prima casa potrà essere pignorata se supera una certa metratura.
Mentre i sindacati davano vita a uno sciopero di 24 ore nei trasporti pubblici, nel trasporto aereo, negli ospedali e nelle scuole, e a vari blocchi della circolazione ad Atene, alcune decine di migliaia di lavoratori e giovani manifestavano davanti al Parlamento ellenico per dire no all’ennesimo pacchetto di tagli e controriforme, il capo del governo affermava: “il paese sta entrando in una nuova fase, che darà coraggio a milioni di cittadini. Cittadini che in tutti questi anni, hanno fatto grandi sacrifici”.
Da anni Tsipras promette che i sacrifici che impone serviranno ad affrancare la Grecia dal commissariamento da parte della Troika ma in cambio dell’ultima tranche di aiuti economici – molti dei quali non andranno ai cittadini e ai lavoratori ellenici ma a ripagare i creditori stessi – l’Unione Europea pretende ancora una severa riforma delle pensioni (già ampiamente tagliate negli scorsi anni), l’aumento dell’IVA, nuove leggi sul lavoro e l’innalzamento delle imposte indirette.
Scontri si sono verificati in Piazza Syntagma tra manifestanti dei gruppi della sinistra antagonista e le forze dell’ordine in assetto antisommossa:
Fonte
14/01/2018
Grecia. Protesta contro le aste per le case confiscate, bandiera UE alle fiamme
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
Sulla questione delle aste immobiliari in Grecia, Contropiano aveva ben riportato come ad inizio dicembre ci fossero stati violenti scontri dentro e fuori il tribunale, nel primo giorno della messa all’asta delle abitazioni di famiglie che non erano più riuscite a pagare i mutui nei confronti di banche. Gli attivisti del movimento “Non pago” erano entrati nell’aula del tribunale cercando di bloccare l’operazione. La polizia in tenuta antisommossa era intervenuta con gas lacrimogeni anche all’interno dell’edificio per disperdere i dimostranti e impedire loro di entrare nell’aula.
Le aste di pignoramento sono una condizione chiave del “terzo piano di salvataggio” imposto dalla Troika alla Grecia, ma sono state ripetutamente interrotte dagli attivisti di sinistra per i quali si tratterebbe di provvedimenti ingiusti che prendono di mira soprattutto le categorie sociali più povere.
I notai, che gestiscono le aste, non si erano presentati lamentando problemi di sicurezza, ma sono tornati a lavorare solo dopo che il governo di Syriza ha assicurato che avrebbe aumentato la sicurezza.
La Grecia ha anche accettato di utilizzare le cosiddette aste elettroniche che sono iniziate dopo essere state fermate per due mesi. Le banche avevano invece chiesto che gli immobili posti a garanzia del mutuo, anche la prima casa, tornassero nel mercato immobiliare nel più breve tempo possibile. Il governo Tsipras si era impegnato a proteggere almeno le prime abitazioni delle persone, ma nelle trattative con le banche anche questo impegno è stato disatteso. Come noto le banche greche sono gravate da centinaia di miliardi di crediti inseigibili dopo anni di crisi finanziaria, principalmente a causa dell’incapacità delle persone di rimborsare i mutui. Una recessione provocata dalle misure di austerity che hanno tagliato i posti di lavoro e bloccato gli investimenti delle imprese. I prestiti in sofferenza sono da tempo in cima all’agenda dei colloqui della Grecia con i suoi “creditori” (ossia le banche coordinate dalla Troika).
Di tutto questo chiaramente in Italia non sapete nulla. Dell'esperimento sociale della Troika, del suo topo da laboratorio e di quello che tutti i paesi dell’Europa del Sud potrebbero diventare tra qualche anno continuate a non sapere nulla perché tutto abilmente censurato.
Fonte
Sulla questione delle aste immobiliari in Grecia, Contropiano aveva ben riportato come ad inizio dicembre ci fossero stati violenti scontri dentro e fuori il tribunale, nel primo giorno della messa all’asta delle abitazioni di famiglie che non erano più riuscite a pagare i mutui nei confronti di banche. Gli attivisti del movimento “Non pago” erano entrati nell’aula del tribunale cercando di bloccare l’operazione. La polizia in tenuta antisommossa era intervenuta con gas lacrimogeni anche all’interno dell’edificio per disperdere i dimostranti e impedire loro di entrare nell’aula.
Le aste di pignoramento sono una condizione chiave del “terzo piano di salvataggio” imposto dalla Troika alla Grecia, ma sono state ripetutamente interrotte dagli attivisti di sinistra per i quali si tratterebbe di provvedimenti ingiusti che prendono di mira soprattutto le categorie sociali più povere.
I notai, che gestiscono le aste, non si erano presentati lamentando problemi di sicurezza, ma sono tornati a lavorare solo dopo che il governo di Syriza ha assicurato che avrebbe aumentato la sicurezza.
La Grecia ha anche accettato di utilizzare le cosiddette aste elettroniche che sono iniziate dopo essere state fermate per due mesi. Le banche avevano invece chiesto che gli immobili posti a garanzia del mutuo, anche la prima casa, tornassero nel mercato immobiliare nel più breve tempo possibile. Il governo Tsipras si era impegnato a proteggere almeno le prime abitazioni delle persone, ma nelle trattative con le banche anche questo impegno è stato disatteso. Come noto le banche greche sono gravate da centinaia di miliardi di crediti inseigibili dopo anni di crisi finanziaria, principalmente a causa dell’incapacità delle persone di rimborsare i mutui. Una recessione provocata dalle misure di austerity che hanno tagliato i posti di lavoro e bloccato gli investimenti delle imprese. I prestiti in sofferenza sono da tempo in cima all’agenda dei colloqui della Grecia con i suoi “creditori” (ossia le banche coordinate dalla Troika).
Di tutto questo chiaramente in Italia non sapete nulla. Dell'esperimento sociale della Troika, del suo topo da laboratorio e di quello che tutti i paesi dell’Europa del Sud potrebbero diventare tra qualche anno continuate a non sapere nulla perché tutto abilmente censurato.
Fonte
16/02/2017
Mnuchin: uno speculatore al Tesoro USA
di Michele Paris
Mentre la stampa americana e quella internazionale sono impegnate a raccontare la vicenda dei legami con la Russia del consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, questa settimana il Senato di Washington ha ratificato ufficialmente la nomina a segretario al Tesoro dell’ex top manager di Goldman Sachs, Steven Mnuchin.
Mnuchin è l’ennesimo multimilionario a entrare a far parte della nuova amministrazione Repubblicana, nonché uno dei tanti discepoli del colosso bancario americano scelti dal neo-presidente per implementare un’agenda economica apertamente pro-business.
Le credenziali che hanno portato Mnuchin alla guida del Tesoro americano non sono da ricercare nella sua esperienza politica o come capo di un qualche ente governativo di vigilanza dell’industria finanziaria, bensì nell’ambito della pura speculazione bancaria.
Entrato nella prima metà degli anni Novanta in Goldman Sachs, dove lavorava il padre, Mnuchin ne è diventato vice-presidente nel dicembre del 2001, prima di lasciare l’istituto l’anno successivo con un bonus di oltre 50 milioni di dollari. Dopo Wall Street, Mnuchin si è avventurato nel mondo degli “hedge funds”, finanziando tra l’altro alcuni progetti immobiliari di Donald Trump.
L’ultima parte della sua carriera è stata quella maggiormente indagata dai giornali americani e dal Senato di Washington durante le audizioni che hanno preceduto la conferma alla carica di segretario al Tesoro.
Nel 2009, il fondo di Mnuchin acquistò a un prezzo di favore la banca californiana IndyMac, fortemente coinvolta nella crisi dei mutui “subprime”. Il nuovo istituto venne ribattezzato OneWest e avrebbe subito perseguito un’aggressiva politica di pignoramento degli immobili i cui proprietari non erano più in grado di pagare i mutui contratti. Mnuchin e la sua banca realizzarono profitti enormi con questo genere di speculazione, mentre molti proprietari decisero di avviare cause legali, spesso risolte in patteggiamenti milionari.
In un caso riportato qualche settimana fa dalla stampa USA, OneWest aveva pignorato l’abitazione di una donna di 90 anni in seguito a un errore nel pagamento del suo mutuo pari a 27 centesimi di dollaro.
Senza mostrare particolari scrupoli, nel corso delle audizioni al Senato Mnuchin ha mentito deliberatamente in risposta alle domande sulle pratiche della banca OneWest, assicurando che quest’ultima non ha “ricavato benefici dalle sofferenze altrui”. Ciò è bastato perché Mnuchin riuscisse a incassare la conferma del Senato.
Tutti e 52 i senatori Repubblicani hanno infatti votato a favore del nuovo segretario al Tesoro, assieme a un unico Democratico, il “centrista” Joe Manchin della West Virginia, mentre gli altri 47 Democratici hanno espresso parere contrario. In precedenza, la leadership Democratica aveva provato a rallentare la nomina di Mnuchin boicottando le audizioni alla commissione Finanza del Senato, ben sapendo però fin dall’inizio che non ci sarebbero state di fatto possibilità reali di successo.
In un’altra controversia scoppiata attorno alla sua nomina, Mnuchin aveva mancato di notificare al Congresso la proprietà di beni immobiliari per quasi 100 milioni di dollari, più alcune opere d’arte per un altro milione e il suo ruolo di direttore di un fondo di investimenti con sede alle isole Cayman.
Una
volta insediato nel suo nuovo incarico, Mnuchin sarà chiamato a
prendere decisioni importanti per l’economia americana e non solo. Entro
il 15 marzo prossimo, ad esempio, il Congresso dovrà autorizzare
l’innalzamento del tetto del debito federale e, se ciò non dovesse
avvenire, sarà il segretario al Tesoro a dover decidere come trovare e
dove indirizzare il denaro pubblico per il pagamento degli obblighi del
governo di Washington, così da evitare il default.
Un'altra questione cruciale sarà la “riforma” del sistema di tassazione per le aziende private. Mnuchin ha affermato di fronte al Senato di essere contrario a un “taglio incondizionato” del carico fiscale delle corporation americane, ma Trump e la maggioranza Repubblicana al Congresso stanno preparando precisamente un abbassamento sostanziale delle tasse per il business privato e il nuovo numero uno del Tesoro finirà con ogni probabilità per avallare l’impostazione complessiva della proposta finale.
Mnuchin sarà anche coinvolto, assieme al consigliere per l’economia del presidente, Gary Cohn, nella preparazione del piano di smantellamento delle già esili regolamentazioni dell’industria finanziaria americana, come promesso prima e dopo le elezioni da Trump.
Nel mirino c’è in particolare la legge “Dodd-Frank” del 2010, ovvero la riforma seguita alla crisi finanziaria del 2008-2009 che avrebbe dovuto limitare le pratiche criminali delle banche americane.
Su quest’ultimo punto opererà inoltre il probabile nuovo direttore della Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC), l’avvocato di Wall Street Jay Clayton. Il prescelto da Trump per guidare un’agenzia che dovrebbe in teoria tutelare risparmiatori e investitori, la cui consorte lavora per Goldman Sachs, ha dedicato tutta la sua carriera alla difesa delle grandi banche e, secondo la senatrice Democratica Elizabeth Warren la sua nomina è stata “un’ottima notizia per chi dirige una grande banca o un hedge fund”.
Sotto la gestione di Clayton, è più che probabile che le già fragili iniziative della direttrice uscente della SEC, Mary Jo White, per la protezione degli investitori, così come quelle punitive dirette contro le banche che violano le regole, verranno indebolite per favorire il libero svolgimento delle manipolazioni finanziarie.
Il nuovo segretario al Tesoro Mnuchin non è infine l’unico rappresentante di Wall Street e, più precisamente, non è l’unico ad avere lavorato per Goldman Sachs all’interno dell’amministrazione Trump. Il già ricordato Gary Cohn è stato fino a pochi giorni fa il presidente di questa banca, lasciata per entrare alla Casa Bianca con una buonuscita che, secondo la CNN, ammonta a 285 milioni di dollari.
Lo stesso “stratega capo” del presidente, Stephen Bannon, al centro di accese polemiche per le sue inclinazioni neo-fasciste, ha lavorato nella divisione Fusioni e Acquisizioni di Goldman Sachs, diventandone vice-presidente fino al suo addio nel febbraio del 1990. Anche Anthony Scaramucci, infine, ha beneficiato della sua permanenza in Goldman Sachs fino al 1996 per ottenere la direzione di un ufficio alla Casa Bianca dopo l’elezione di Trump.
La
presenza di ex manager di Goldman Sachs all’interno dei governi
americani, incluse le amministrazioni Democratiche, è tutt’altro che
nuova, né può essere una sorpresa nel caso di un presidente miliardario
che ha costruito il suo governo scegliendo membri di spicco della
ristretta élite economico-finanziaria americana.
Le nomine seguite al successo di Trump nel voto di novembre hanno perciò da subito contraddetto la retorica populista di una campagna elettorale incentrata sull’appello a lavoratori e classe media, messi in crisi anche da un’industria finanziaria onnipotente. Proprio contro Goldman Sachs, poi, Trump si era scagliato in più occasioni, denunciando frequentemente i legami molto stretti tra i vertici della banca di Wall Street e la sua sfidante per la Casa Bianca, Hillary Clinton.
Fonte
Mentre la stampa americana e quella internazionale sono impegnate a raccontare la vicenda dei legami con la Russia del consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, questa settimana il Senato di Washington ha ratificato ufficialmente la nomina a segretario al Tesoro dell’ex top manager di Goldman Sachs, Steven Mnuchin.
Mnuchin è l’ennesimo multimilionario a entrare a far parte della nuova amministrazione Repubblicana, nonché uno dei tanti discepoli del colosso bancario americano scelti dal neo-presidente per implementare un’agenda economica apertamente pro-business.
Le credenziali che hanno portato Mnuchin alla guida del Tesoro americano non sono da ricercare nella sua esperienza politica o come capo di un qualche ente governativo di vigilanza dell’industria finanziaria, bensì nell’ambito della pura speculazione bancaria.
Entrato nella prima metà degli anni Novanta in Goldman Sachs, dove lavorava il padre, Mnuchin ne è diventato vice-presidente nel dicembre del 2001, prima di lasciare l’istituto l’anno successivo con un bonus di oltre 50 milioni di dollari. Dopo Wall Street, Mnuchin si è avventurato nel mondo degli “hedge funds”, finanziando tra l’altro alcuni progetti immobiliari di Donald Trump.
L’ultima parte della sua carriera è stata quella maggiormente indagata dai giornali americani e dal Senato di Washington durante le audizioni che hanno preceduto la conferma alla carica di segretario al Tesoro.
Nel 2009, il fondo di Mnuchin acquistò a un prezzo di favore la banca californiana IndyMac, fortemente coinvolta nella crisi dei mutui “subprime”. Il nuovo istituto venne ribattezzato OneWest e avrebbe subito perseguito un’aggressiva politica di pignoramento degli immobili i cui proprietari non erano più in grado di pagare i mutui contratti. Mnuchin e la sua banca realizzarono profitti enormi con questo genere di speculazione, mentre molti proprietari decisero di avviare cause legali, spesso risolte in patteggiamenti milionari.
In un caso riportato qualche settimana fa dalla stampa USA, OneWest aveva pignorato l’abitazione di una donna di 90 anni in seguito a un errore nel pagamento del suo mutuo pari a 27 centesimi di dollaro.
Senza mostrare particolari scrupoli, nel corso delle audizioni al Senato Mnuchin ha mentito deliberatamente in risposta alle domande sulle pratiche della banca OneWest, assicurando che quest’ultima non ha “ricavato benefici dalle sofferenze altrui”. Ciò è bastato perché Mnuchin riuscisse a incassare la conferma del Senato.
Tutti e 52 i senatori Repubblicani hanno infatti votato a favore del nuovo segretario al Tesoro, assieme a un unico Democratico, il “centrista” Joe Manchin della West Virginia, mentre gli altri 47 Democratici hanno espresso parere contrario. In precedenza, la leadership Democratica aveva provato a rallentare la nomina di Mnuchin boicottando le audizioni alla commissione Finanza del Senato, ben sapendo però fin dall’inizio che non ci sarebbero state di fatto possibilità reali di successo.
In un’altra controversia scoppiata attorno alla sua nomina, Mnuchin aveva mancato di notificare al Congresso la proprietà di beni immobiliari per quasi 100 milioni di dollari, più alcune opere d’arte per un altro milione e il suo ruolo di direttore di un fondo di investimenti con sede alle isole Cayman.
Un'altra questione cruciale sarà la “riforma” del sistema di tassazione per le aziende private. Mnuchin ha affermato di fronte al Senato di essere contrario a un “taglio incondizionato” del carico fiscale delle corporation americane, ma Trump e la maggioranza Repubblicana al Congresso stanno preparando precisamente un abbassamento sostanziale delle tasse per il business privato e il nuovo numero uno del Tesoro finirà con ogni probabilità per avallare l’impostazione complessiva della proposta finale.
Mnuchin sarà anche coinvolto, assieme al consigliere per l’economia del presidente, Gary Cohn, nella preparazione del piano di smantellamento delle già esili regolamentazioni dell’industria finanziaria americana, come promesso prima e dopo le elezioni da Trump.
Nel mirino c’è in particolare la legge “Dodd-Frank” del 2010, ovvero la riforma seguita alla crisi finanziaria del 2008-2009 che avrebbe dovuto limitare le pratiche criminali delle banche americane.
Su quest’ultimo punto opererà inoltre il probabile nuovo direttore della Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC), l’avvocato di Wall Street Jay Clayton. Il prescelto da Trump per guidare un’agenzia che dovrebbe in teoria tutelare risparmiatori e investitori, la cui consorte lavora per Goldman Sachs, ha dedicato tutta la sua carriera alla difesa delle grandi banche e, secondo la senatrice Democratica Elizabeth Warren la sua nomina è stata “un’ottima notizia per chi dirige una grande banca o un hedge fund”.
Sotto la gestione di Clayton, è più che probabile che le già fragili iniziative della direttrice uscente della SEC, Mary Jo White, per la protezione degli investitori, così come quelle punitive dirette contro le banche che violano le regole, verranno indebolite per favorire il libero svolgimento delle manipolazioni finanziarie.
Il nuovo segretario al Tesoro Mnuchin non è infine l’unico rappresentante di Wall Street e, più precisamente, non è l’unico ad avere lavorato per Goldman Sachs all’interno dell’amministrazione Trump. Il già ricordato Gary Cohn è stato fino a pochi giorni fa il presidente di questa banca, lasciata per entrare alla Casa Bianca con una buonuscita che, secondo la CNN, ammonta a 285 milioni di dollari.
Lo stesso “stratega capo” del presidente, Stephen Bannon, al centro di accese polemiche per le sue inclinazioni neo-fasciste, ha lavorato nella divisione Fusioni e Acquisizioni di Goldman Sachs, diventandone vice-presidente fino al suo addio nel febbraio del 1990. Anche Anthony Scaramucci, infine, ha beneficiato della sua permanenza in Goldman Sachs fino al 1996 per ottenere la direzione di un ufficio alla Casa Bianca dopo l’elezione di Trump.
Le nomine seguite al successo di Trump nel voto di novembre hanno perciò da subito contraddetto la retorica populista di una campagna elettorale incentrata sull’appello a lavoratori e classe media, messi in crisi anche da un’industria finanziaria onnipotente. Proprio contro Goldman Sachs, poi, Trump si era scagliato in più occasioni, denunciando frequentemente i legami molto stretti tra i vertici della banca di Wall Street e la sua sfidante per la Casa Bianca, Hillary Clinton.
Fonte
29/02/2016
Governo&Banche: cambia la direttiva sui pignoramenti. Agevolata l'espropriazione della casa
Il comportamento del Governo nei confronti delle fasce deboli di questo paese sta superando ogni limite di decenza e sopportabilità e si rivolge a strati sociali che avviluppati da una crisi che non fa altro che acuirsi, vengono colpiti in ogni aspetto della vita quotidiana. Tagli, razionalizzazioni e revisioni di spesa, fanno parte ormai delle parole d’ordine che il Governo Renzi adotta non appena si tratta di colpire settori come scuola, sanità, lavoro e così via.
In questo caso il colpo che si vuole mettere a segno riguarda un aspetto divenuto spinoso in Italia, ma non per questo al riparo da questi attacchi: la casa.
Poter comprare una casa, per milioni di italiani ed italiane, resta un passo molto importante. Anche se tuttavia è sotto gli occhi di tutti come questo passo stia diventando sempre più proibitivo al giorno d’oggi. Nonostante stipendi da fame e condizioni lavorative precarie, per una buona parte di popolazione, soprattutto con l’aiuto determinante della buonuscita dei genitori pensionati, per molti poter accedere ad un mutuo è ancora possibile.
Proprio per questi ultimi il Governo ha ideato un piano tutto suo. Utilizzando il recepimento di una direttiva europea, per mano del Ministro Boschi, l’esecutivo si appresta a fare l’ennesimo regalo alle sue care amiche banche ed ai relativi speculatori a seguire. Nella fattispecie, la Direttiva Europea 2014/17, che dovrebbe teoricamente aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito, viene stravolta nei fatti, diventando uno strumento di maggiori garanzie per le banche nelle loro attività di recupero dei crediti detti “inesigibili”. Nel decreto legislativo viene cancellato l’art. 2744 del Codice Civile, che vieta il “patto commissorio”. Il superamento di questo divieto permette quindi alle banche di entrare direttamente in possesso dell’immobile e di metterlo in vendita per soddisfare il proprio credito, qualora il mutuatario dovesse risultare in ritardo con il pagamento di 7 rate, anche non consecutive.
In questo modo le banche acquisiscono subito la proprietà della casa e di fatto l’immediata possibilità di metterla all’asta. Un recupero del credito a favore delle banche che il Governo sta sostenendo in un’ottica che lo vede in prima persona garante sulle sofferenze bancarie. Si prevede esplicitamente che: “Le parti del contratto possono convenire espressamente al momento della conclusione del contratto di credito o successivamente, che in caso di inadempimento del consumatore (il ritardo nel pagamento di 7 rate anche non consecutive) la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza”.
Tutto ciò accadrà anche per quanto riguarda i mutui già in essere, visto che si parla di modifiche unilaterali, quindi nessun salvataggio anche per chi ha già aperto un mutuo in passato.
Nello stesso tempo la banca che ha acquisito la casa potrà venderla al prezzo che vuole, decidendo meglio per se stessa il prezzo di mercato, così da estinguere presto il debito e disinteressarsi della reale quota di vendita sul mercato, visto che questo le imporrebbe un dividendo del di più con il debitore.
In questo caso sarà normale vedere case vendute in fretta e furia solo per ripianare il debito bancario, con l’aggravante che saranno le stesse banche, con le loro agenzie immobiliari satelliti, ad essere dall’altra parte del tavolo. Un conflitto di interessi chiaro come il sole.
Ed infine, la ciliegina sulla torta. Chi acquisisce gli immobili nell’ambito di vendite giudiziarie per poi rivenderli a un’acquirente finale a pagare un’imposta sostitutiva di appena 200 euro, contro la tassazione ordinaria del 9%. “La norma – si dice – ha la finalità di agevolare il collocamento degli immobili in sede di vendita giudiziaria, così come in caso di assegnazione degli immobili stessi ai creditori”
Non è una novità del resto che questo Governo vada a braccetto con le banche, tuttavia l’azione di Renzi tenta sempre di lanciare il sasso più in là rispetto al limite. Si tratta di un ennesimo processo di stravolgimento del diritto; di una riscrittura dei codici, che lede le prerogative costituzionali, in nome dell’accelerazione dell’attuazione degli accordi TTIP, che sovra determinano e distruggono, nella loro furia iperliberista, non solo il Welfare, ma la stessa democrazia, in nome del profitto a tutti i costi.
Fonte
In questo caso il colpo che si vuole mettere a segno riguarda un aspetto divenuto spinoso in Italia, ma non per questo al riparo da questi attacchi: la casa.
Poter comprare una casa, per milioni di italiani ed italiane, resta un passo molto importante. Anche se tuttavia è sotto gli occhi di tutti come questo passo stia diventando sempre più proibitivo al giorno d’oggi. Nonostante stipendi da fame e condizioni lavorative precarie, per una buona parte di popolazione, soprattutto con l’aiuto determinante della buonuscita dei genitori pensionati, per molti poter accedere ad un mutuo è ancora possibile.
Proprio per questi ultimi il Governo ha ideato un piano tutto suo. Utilizzando il recepimento di una direttiva europea, per mano del Ministro Boschi, l’esecutivo si appresta a fare l’ennesimo regalo alle sue care amiche banche ed ai relativi speculatori a seguire. Nella fattispecie, la Direttiva Europea 2014/17, che dovrebbe teoricamente aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito, viene stravolta nei fatti, diventando uno strumento di maggiori garanzie per le banche nelle loro attività di recupero dei crediti detti “inesigibili”. Nel decreto legislativo viene cancellato l’art. 2744 del Codice Civile, che vieta il “patto commissorio”. Il superamento di questo divieto permette quindi alle banche di entrare direttamente in possesso dell’immobile e di metterlo in vendita per soddisfare il proprio credito, qualora il mutuatario dovesse risultare in ritardo con il pagamento di 7 rate, anche non consecutive.
In questo modo le banche acquisiscono subito la proprietà della casa e di fatto l’immediata possibilità di metterla all’asta. Un recupero del credito a favore delle banche che il Governo sta sostenendo in un’ottica che lo vede in prima persona garante sulle sofferenze bancarie. Si prevede esplicitamente che: “Le parti del contratto possono convenire espressamente al momento della conclusione del contratto di credito o successivamente, che in caso di inadempimento del consumatore (il ritardo nel pagamento di 7 rate anche non consecutive) la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza”.
Tutto ciò accadrà anche per quanto riguarda i mutui già in essere, visto che si parla di modifiche unilaterali, quindi nessun salvataggio anche per chi ha già aperto un mutuo in passato.
Nello stesso tempo la banca che ha acquisito la casa potrà venderla al prezzo che vuole, decidendo meglio per se stessa il prezzo di mercato, così da estinguere presto il debito e disinteressarsi della reale quota di vendita sul mercato, visto che questo le imporrebbe un dividendo del di più con il debitore.
In questo caso sarà normale vedere case vendute in fretta e furia solo per ripianare il debito bancario, con l’aggravante che saranno le stesse banche, con le loro agenzie immobiliari satelliti, ad essere dall’altra parte del tavolo. Un conflitto di interessi chiaro come il sole.
Ed infine, la ciliegina sulla torta. Chi acquisisce gli immobili nell’ambito di vendite giudiziarie per poi rivenderli a un’acquirente finale a pagare un’imposta sostitutiva di appena 200 euro, contro la tassazione ordinaria del 9%. “La norma – si dice – ha la finalità di agevolare il collocamento degli immobili in sede di vendita giudiziaria, così come in caso di assegnazione degli immobili stessi ai creditori”
Non è una novità del resto che questo Governo vada a braccetto con le banche, tuttavia l’azione di Renzi tenta sempre di lanciare il sasso più in là rispetto al limite. Si tratta di un ennesimo processo di stravolgimento del diritto; di una riscrittura dei codici, che lede le prerogative costituzionali, in nome dell’accelerazione dell’attuazione degli accordi TTIP, che sovra determinano e distruggono, nella loro furia iperliberista, non solo il Welfare, ma la stessa democrazia, in nome del profitto a tutti i costi.
Fonte
09/12/2015
Una capitolazione tira l’altra… Ad Atene più tagli e più tasse
“La Troika è viva, e lotta contro di noi”. Anche perché sulla sua strada trova spesso complici o avversari così arrendevoli da non impensierire affatto i tecnici della governance autoritaria targata Unione Europea. Come nel caso greco, dove i proclami di Syriza e di Anel – passati da un “mai più austerity” al “renderemo meno ingiusti e meno pesanti i tagli” – vengono smentiti ogni giorno che passa dalle misure concrete che l’esecutivo di Atene adotta sotto dettatura di Bruxelles e dimostrando una capacità di resistenza davvero minima.
Come l’ultima legge finanziaria, approvata domenica dal Vouli di Piazza Syntagma con soli 153 voti sui 300 totali (contro hanno votato in 145). Una legge di bilancio, neanche a dirlo, a base di austerità, tagli, privatizzazioni. Un carico più pesante di quanto promesso dal premier Alexis Tsipras, che si è dovuto rimangiare anche le promesse di impedire i provvedimenti più ingiusti. Come al solito la Troika e i governi che contano all’interno dell’Eurozona hanno fatto la voce grossa – obbedite oppure niente 86 miliardi di nuovi prestiti – e così l’esigua maggioranza parlamentare si è piegata per l’ennesima volta, accettando anche il pignoramento delle prime case da parte delle banche in caso di mancato pagamento delle rate del mutuo e una ulteriore sforbiciata alle pensioni, anche a quelle più basse.
Per il 2016 il bilancio ellenico contempla 5,7 miliardi di nuovi tagli alla spesa, dei quali ben 1,8 a quella per le pensioni, e solo 500 milioni di euro di tagli al settore difesa. Come se non bastasse, il governo ha ottenuto dal parlamento il via libera ad aumentare l’entità dei contributi che imprese e lavoratori dovranno versare da ora in poi per aver diritto ad una pensione sempre più esigua, e a rincarare di ben 2 miliardi la già alta – ma assai ineguale – pressione contributiva.
Nel suo intervento di fronte all’emiciclo sabato sera Alexis Tsipras ha sostenuto che per la prima volta in cinque anni la spesa per ospedali, welfare e creazione di posti di lavoro è stata aumentata, seppure “in modo modesto”. Ma basta scorrere l’elenco delle misure adottate per accorgersi che si tratta di briciole, concesse dall’Unione Europea solo per non indebolire ulteriormente la credibilità ‘riformista’ del governo ellenico e poterlo sfruttare ancora un po’.
L'obiettivo dichiarato da Atene è chiudere quest'anno con il Pil in pareggio (mentre era previsto un calo del 2.3%) e di non scendere l’anno prossimo al di sotto dello 0.7% di calo. Nonostante i draconiani ed ennesimi sacrifici imposti alla popolazione, il debito continuerà a salire a livello stratosferici, fino a sfiorare quota 200% del Pil entro i prossimi due anni.
Come risulta evidente, la capitolazione di Syriza ha di nuovo aperto le porte di Atene al pilota automatico europeo, la cui sete di sangue non sembra mai placarsi, anzi. Entro l'11 dicembre il Parlamento dovrà infatti approvare le misure sulla sistemazione dei prestiti in sofferenza delle banche e la creazione del fondo per le privatizzazioni. Solo in quel caso i creditori sbloccheranno un’altra rata del maxiprestito, concesso con il contagocce e solo a compiti fatti.
Anche se Tsipras continua a smentire, la perdita di tre deputati della già scarsa maggioranza parlamentare, che potrebbe di nuovo entrare in fibrillazione di fronte alle nuove umilianti misure in programma, richiederebbe che a sostegno dell’attuale governo debbano essere coinvolti i partiti centristi. Che in cambio del loro 'generoso supporto' esigerebbero naturalmente uno spostamento ancora più a destra delle già telecomandate politiche di Atene.
Intanto la debole Syriza può contare su una opposizione di destra ancora meno credibile come alternativa. Il leader del partito di centrodestra Nea Dimokratia, Meimarakis, si è infatti dimesso dopo che un presunto guasto informatico ha bloccato il voto per eleggere il suo successore. Leader pro tempore è stato designato Yiannis Plakiotakis, capo del gruppo parlamentare della formazione di destra. Migliaia di membri e simpatizzanti del partito sono rimasti in coda per ore ad aspettare che fosse loro concesso di votare prima che i vertici di ND annullassero il voto. Meimarakis, 61 anni, presidente ad interim del partito da luglio, sconfitto alle elezioni di settembre da Alexis Tsipras, sarà comunque in lizza per succedere a se stesso insieme ad altri tre candidati. Il voto, fa sapere ND, si dovrebbe tenere nelle prossime settimane.
Fonte
Come l’ultima legge finanziaria, approvata domenica dal Vouli di Piazza Syntagma con soli 153 voti sui 300 totali (contro hanno votato in 145). Una legge di bilancio, neanche a dirlo, a base di austerità, tagli, privatizzazioni. Un carico più pesante di quanto promesso dal premier Alexis Tsipras, che si è dovuto rimangiare anche le promesse di impedire i provvedimenti più ingiusti. Come al solito la Troika e i governi che contano all’interno dell’Eurozona hanno fatto la voce grossa – obbedite oppure niente 86 miliardi di nuovi prestiti – e così l’esigua maggioranza parlamentare si è piegata per l’ennesima volta, accettando anche il pignoramento delle prime case da parte delle banche in caso di mancato pagamento delle rate del mutuo e una ulteriore sforbiciata alle pensioni, anche a quelle più basse.
Per il 2016 il bilancio ellenico contempla 5,7 miliardi di nuovi tagli alla spesa, dei quali ben 1,8 a quella per le pensioni, e solo 500 milioni di euro di tagli al settore difesa. Come se non bastasse, il governo ha ottenuto dal parlamento il via libera ad aumentare l’entità dei contributi che imprese e lavoratori dovranno versare da ora in poi per aver diritto ad una pensione sempre più esigua, e a rincarare di ben 2 miliardi la già alta – ma assai ineguale – pressione contributiva.
Nel suo intervento di fronte all’emiciclo sabato sera Alexis Tsipras ha sostenuto che per la prima volta in cinque anni la spesa per ospedali, welfare e creazione di posti di lavoro è stata aumentata, seppure “in modo modesto”. Ma basta scorrere l’elenco delle misure adottate per accorgersi che si tratta di briciole, concesse dall’Unione Europea solo per non indebolire ulteriormente la credibilità ‘riformista’ del governo ellenico e poterlo sfruttare ancora un po’.
L'obiettivo dichiarato da Atene è chiudere quest'anno con il Pil in pareggio (mentre era previsto un calo del 2.3%) e di non scendere l’anno prossimo al di sotto dello 0.7% di calo. Nonostante i draconiani ed ennesimi sacrifici imposti alla popolazione, il debito continuerà a salire a livello stratosferici, fino a sfiorare quota 200% del Pil entro i prossimi due anni.
Come risulta evidente, la capitolazione di Syriza ha di nuovo aperto le porte di Atene al pilota automatico europeo, la cui sete di sangue non sembra mai placarsi, anzi. Entro l'11 dicembre il Parlamento dovrà infatti approvare le misure sulla sistemazione dei prestiti in sofferenza delle banche e la creazione del fondo per le privatizzazioni. Solo in quel caso i creditori sbloccheranno un’altra rata del maxiprestito, concesso con il contagocce e solo a compiti fatti.
Anche se Tsipras continua a smentire, la perdita di tre deputati della già scarsa maggioranza parlamentare, che potrebbe di nuovo entrare in fibrillazione di fronte alle nuove umilianti misure in programma, richiederebbe che a sostegno dell’attuale governo debbano essere coinvolti i partiti centristi. Che in cambio del loro 'generoso supporto' esigerebbero naturalmente uno spostamento ancora più a destra delle già telecomandate politiche di Atene.
Intanto la debole Syriza può contare su una opposizione di destra ancora meno credibile come alternativa. Il leader del partito di centrodestra Nea Dimokratia, Meimarakis, si è infatti dimesso dopo che un presunto guasto informatico ha bloccato il voto per eleggere il suo successore. Leader pro tempore è stato designato Yiannis Plakiotakis, capo del gruppo parlamentare della formazione di destra. Migliaia di membri e simpatizzanti del partito sono rimasti in coda per ore ad aspettare che fosse loro concesso di votare prima che i vertici di ND annullassero il voto. Meimarakis, 61 anni, presidente ad interim del partito da luglio, sconfitto alle elezioni di settembre da Alexis Tsipras, sarà comunque in lizza per succedere a se stesso insieme ad altri tre candidati. Il voto, fa sapere ND, si dovrebbe tenere nelle prossime settimane.
Fonte
23/07/2015
Nuovo ‘si’ di Atene all’Ue. Tsipras prepara la normalizzazione di Syriza
Con meno pathos del previsto – ma solo grazie al nuovo massiccio sostegno dei parlamentari dei partiti di centrodestra – ieri notte il governo Tsipras ha incassato dal parlamento di Atene un altro ‘si’ al Memorandum. La maggior parte dei deputati – 230 – ha così varato dopo un breve e contingentato dibattito parlamentare un nuovo pacchetto di misure di austerità imposte dai creditori in cambio di un ulteriore prestito di 90 miliardi di euro che andranno per la stragrande maggioranza a ripagare parte dei debiti che Atene ha contratto con l’Unione Europea, il Fondo Monetario, la Banca Centrale e i singoli stati. In votazione c’erano le modifiche al codice di procedura civile e l’adozione delle ‘regole europee’ sulla risoluzione delle banche in procedura di fallimento che prevedono la partecipazione alle perdite da parte di azionisti, obbligazionisti e anche depositanti. Un tomo da ben 900 pagine che, è evidente, nessuno dei parlamentari ha potuto leggere con attenzione. E così è passato anche un provvedimento che prevede la possibilità da parte delle banche di requisire le case pignorate ai clienti morosi e di metterle all’asta senza tanti complimenti. Che il primo ministro ieri abbia incontrato i vertici del sistema creditizio ellenico chiedendo alle banche di non applicare questa misura almeno fino alla fine dell’anno la dice lunga sulla confusione che regna al Atene…
Tra i si, questa volta, anche quello dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis che pure negli ultimi giorni non ha risparmiato potenti bordate al governo dal quale si è dimesso subito dopo la vittoria dei ‘no’ al referendum del 5 luglio, dopo che le sue proposte per un atteggiamento più duro nella trattativa con l’Eurogruppo erano state respinte dal primo ministro e dai suoi più stretti collaboratori. A respingere l’ulteriore capitolazione di un parlamento che ormai di sovrano non ha più nulla sono stati 63 parlamentari del Partito Comunista, di Alba Dorata e anche dell’ala sinistra di Syriza. Tra questi anche la presidente del Parlamento, Zoe Konstantopoulou, la cui distanza nei confronti del gruppo dirigente sembra ormai incolmabile. Cinque i deputati che si sono astenuti. Questa volta a disobbedire alle indicazioni del partito – anche se teoricamente tutti gli organi dirigenti del partito si sono espressi contro l’applicazione dei nuovi diktat di Bruxelles, a partire dal segretario per passare alla Direzione fino ad un Comitato Centrale che i collaboratori di Tsipras si rifiutano di convocare – sono stati in tutto 36 parlamentari di Syriza contro i 39 che avevano detto ‘no’ pochi giorni fa.
I mercati hanno accolto con favore il voto di Atene, e così pure la Bce che nei giorni scorsi aveva deciso di aumentare di 900 milioni la liquidità d’emergenza destinata al sistema bancario ellenico, ma non i sindacati e i gruppi politici di sinistra radicale che ieri sono tornati a manifestare ad Atene ed in altre città. Il sindacato del settore pubblico, l'Adedy, che aveva già convocato uno sciopero di 24 ore la scorsa settimana in occasione del voto della prima parte del Terzo Memorandum, ha organizzato un corteo nel centro di Atene alla quale hanno partecipato alcune migliaia di persone che hanno marciato fino a piazza Syntagma "per ribaltare l'austerità e difendere la sovranità popolare". Alcuni gruppi di manifestanti a volto coperto hanno lanciato petardi e sassi contro la polizia schierata a difesa del Parlamento in assetto antisommossa, e alla fine i manifestanti fermati sono stati una decina. Altre diecimila persone hanno invece manifestato in Piazza Omonia rispondendo all'appello del sindacato comunista Pame che ha organizzato ieri 40 dimostrazioni di protesta contro il governo in altrettanti città del paese.
L’approvazione del secondo pacchetto entro la mezzanotte di ieri era una delle condizioni imposte ad Atene per avviare l’iter propedeutico a ricevere assistenza dal meccanismo europeo di stabilità.
Finora la fronda interna al partito uscito vincitore dalle elezioni del 25 gennaio non ha impedito al primo ministro di andare diritto per la sua strada, infischiandosene delle dure critiche rivoltegli.
Ma che la strategia di Alexis Tsipras e dei suoi si trovi di fronte a evidenti difficoltà lo dimostra il fatto che dal pacchetto messo in votazione ieri è stata stralciata tutta la parte riguardante la controriforma delle pensioni – aumento dell’età pensionabile a 67 anni, taglio dei prepensionamenti, aumento dei contributi previdenziali e abolizione dei sussidi statali per i pensionati al minimo – e anche la parte riguardante la riduzione delle agevolazioni fiscali per gli agricoltori (alla quale si oppone anche Anel, il partito di destra che sostiene il governo). Note dolenti sulle quali il numero di dissenzienti interni a Syriza potrebbe crescere mettendo a rischio la stessa tenuta dell’esecutivo che se dovesse scendere al di sotto dei 120 voti ottenuti dalla sua maggioranza dovrebbe sciogliersi.
Nei giorni scorsi il leader della Piattaforma di Sinistra Panagiotis Lafazanis – ex ministro epurato insieme ad altri 9 componenti dopo il ‘no’ al terzo memorandum – aveva affermato, approfittando di un’intervista pubblicata sul quotidiano del partito, ‘Avgi’: «Se Syriza insiste a voler applicare il nuovo Memorandum, rischia di diventare un nuovo Dimar (scissione di destra di Syriza nata per fornire una stampella ai partiti filo troika e poi scomparso dopo le ultime elezioni, ndr) o una sorta di Potami (il partito liberista e filo-troika guidato dall’anchorman televisivo Stavros Theodorakis, ndr)».
Parole dure alle quali Tsipras ha risposto difendendo il suo operato sulla base del fatto che l’accordo siglato a Bruxelles "permette di rimanere in vita e continuare a lottare". Il primo ministro, rivolgendosi evidentemente ai leader della Piattaforma di Sinistra, del Koe – l’Organizzazione Comunista di Grecia che fino a pochi mesi fa ha sostenuto la maggioranza del partito contro l’ala radicale – e all’ex ministro Varoufakis, ha invitato coloro che propongono ‘un piano B’ (dall’emissione di 'pagherò' all’uso delle riserve della Banca centrale greca per traghettare il Paese verso una Grexit temporanea fino alla scelta di abbandonare del tutto l’Eurozona) di prendersi la responsabilità di mostrarli alla nazione.
A sua volta, sul sito iskra.gr, la Piattaforma di Sinistra, ha reagito sostenendo che Tsipras, dopo cinque mesi e mezzo di trattative, ha sostanzialmente ammesso di non avere avuto un'alternativa alle richieste dei creditori e si chiede come ciò possa ridurre le sue responsabilità. La Piattaforma di Sinistra prosegue chiedendosi perché il premier abbia continuato a pagare i creditori saccheggiando i fondi pubblici, invece di nazionalizzare le banche e sospendere i pagamenti, e continua sottolineando che il premier non sarà in grado di negoziare un accordo migliore per il terzo piano di salvataggio né di resistere ad ulteriori ricatti, dal momento che ha già detto apertamente di non avere alternative nell'accettare le richieste dei creditori. «La Grecia non ha futuro nell’Eurozona, ma come paese progressista e orgoglioso che, nonostante le difficoltà, combatte contro l’austerità» ha ribadito Lafazanis, ormai in scontro aperto con l’ala moderata e governista del partito.
Nel frattempo ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico anche il segretario generale dell’Istituto per la Previdenza Sociale (Ika) Giorgos Romanias, che in un’intervista a Mega Channel ha spiegato di aver detto al nuovo ministro del Lavoro Katrougalos che provava “una grande umiliazione” a tradire le promesse fatte agli elettori in campagna elettorale e di non volersi prendere la responsabilità di varare una odiosa controriforma delle pensioni. Nel corso dell’intervista l’esponente di Syriza ha spiegato che "non può dare una pensione di 87 euro a un disabile, perché questo è ciò che è stato approvato", denunciando che il parere del Ministero del Lavoro è stato completamente ignorato al momento di ideare una “riforma” delle pensioni che d’altra parte è stata scritta da tecnici francesi e decisa a Bruxelles.
Di fatto la frattura interna a Syriza si sta allargando, e se vuole continuare a guidare il partito e il governo Alexis Tsipras e il suo entourage devono andare rapidamente a una normalizzazione della forza politica nata pochi anni fa dalla confluenza di forze socialiste, eurocomuniste, femministe, ecologiste ma anche comuniste e libertarie.
Quello che ieri ha mandato la neoportavoce dell’esecutivo Olga Gerosavili è stato un segnale inequivocabile, quando ha detto di non escludere la possibilità di un ‘divorzio’ all’interno di Syriza, sottolineando che non è possibile che nel partito convivano due strategie contrastanti. All’emittente Alpha 98.9 FM Gerovasili ha spiegato che una tale spaccatura potrebbe verificarsi nelle prossime elezioni generali ma ha aggiunto che, a suo parere, ciò che è importante è che il Paese torni alla normalità (sic!). La portavoce del governo ha inoltre ammesso che una scissione all'interno di Syriza può essere inevitabile, date le opinioni radicalmente differenti da quelle del premier espresse da decine di suoi deputati (una quarantina in tutto). «Ci sono strategie diverse, differenti punti di vista. Sarà difficile restare insieme, forse impossibile. Non è possibile andare avanti così».
D’altronde le correnti di sinistra di Syriza accusano il premier di aver avviato un processo di normalizzazione del partito, evitando accuratamente di riunire e bypassando sistematicamente gli organi dirigenti per non farsi bocciare la sua strategia invisa anche a parte di coloro che lo sostenevano.
“La Syriza partigiana deve essere abbinata con quella sociale – ha detto Tsipras ieri, altro segnale inequivocabile – per accogliere le preoccupazioni e le aspettative di decine di migliaia di persone comuni che ci sostengono con le loro speranze”.
E così Tsipras, in attesa di capire se il suo governo arriverà o meno al 20 agosto – data entro la quale approvare i vari pezzi del Terzo Memorandum in modo da ricevere gli ‘aiuti’ internazionali – ha improvvisamente impresso un’accelerazione alla propria strategia, annunciando un imminente congresso «per chiarire gli obiettivi e la strategia del partito, e le caratteristiche del governo di sinistra nelle nuove circostanze».
E già si parla esplicitamente della convocazione di elezioni anticipate tra il 13 e il 20 settembre, per incassare il sostegno popolare a una Syriza riveduta e corretta prima che le conseguenze delle draconiane misure sociali ed economiche imposte al paese dall’Ue e dalla Troika – presentate come ‘una scelta obbligata’ e ‘un male minore’ prima che inizi la ripresa – rendano il primo ministro inviso a settori sociali sempre più larghi.
Fonte
Tra i si, questa volta, anche quello dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis che pure negli ultimi giorni non ha risparmiato potenti bordate al governo dal quale si è dimesso subito dopo la vittoria dei ‘no’ al referendum del 5 luglio, dopo che le sue proposte per un atteggiamento più duro nella trattativa con l’Eurogruppo erano state respinte dal primo ministro e dai suoi più stretti collaboratori. A respingere l’ulteriore capitolazione di un parlamento che ormai di sovrano non ha più nulla sono stati 63 parlamentari del Partito Comunista, di Alba Dorata e anche dell’ala sinistra di Syriza. Tra questi anche la presidente del Parlamento, Zoe Konstantopoulou, la cui distanza nei confronti del gruppo dirigente sembra ormai incolmabile. Cinque i deputati che si sono astenuti. Questa volta a disobbedire alle indicazioni del partito – anche se teoricamente tutti gli organi dirigenti del partito si sono espressi contro l’applicazione dei nuovi diktat di Bruxelles, a partire dal segretario per passare alla Direzione fino ad un Comitato Centrale che i collaboratori di Tsipras si rifiutano di convocare – sono stati in tutto 36 parlamentari di Syriza contro i 39 che avevano detto ‘no’ pochi giorni fa.
I mercati hanno accolto con favore il voto di Atene, e così pure la Bce che nei giorni scorsi aveva deciso di aumentare di 900 milioni la liquidità d’emergenza destinata al sistema bancario ellenico, ma non i sindacati e i gruppi politici di sinistra radicale che ieri sono tornati a manifestare ad Atene ed in altre città. Il sindacato del settore pubblico, l'Adedy, che aveva già convocato uno sciopero di 24 ore la scorsa settimana in occasione del voto della prima parte del Terzo Memorandum, ha organizzato un corteo nel centro di Atene alla quale hanno partecipato alcune migliaia di persone che hanno marciato fino a piazza Syntagma "per ribaltare l'austerità e difendere la sovranità popolare". Alcuni gruppi di manifestanti a volto coperto hanno lanciato petardi e sassi contro la polizia schierata a difesa del Parlamento in assetto antisommossa, e alla fine i manifestanti fermati sono stati una decina. Altre diecimila persone hanno invece manifestato in Piazza Omonia rispondendo all'appello del sindacato comunista Pame che ha organizzato ieri 40 dimostrazioni di protesta contro il governo in altrettanti città del paese.
L’approvazione del secondo pacchetto entro la mezzanotte di ieri era una delle condizioni imposte ad Atene per avviare l’iter propedeutico a ricevere assistenza dal meccanismo europeo di stabilità.
Finora la fronda interna al partito uscito vincitore dalle elezioni del 25 gennaio non ha impedito al primo ministro di andare diritto per la sua strada, infischiandosene delle dure critiche rivoltegli.
Ma che la strategia di Alexis Tsipras e dei suoi si trovi di fronte a evidenti difficoltà lo dimostra il fatto che dal pacchetto messo in votazione ieri è stata stralciata tutta la parte riguardante la controriforma delle pensioni – aumento dell’età pensionabile a 67 anni, taglio dei prepensionamenti, aumento dei contributi previdenziali e abolizione dei sussidi statali per i pensionati al minimo – e anche la parte riguardante la riduzione delle agevolazioni fiscali per gli agricoltori (alla quale si oppone anche Anel, il partito di destra che sostiene il governo). Note dolenti sulle quali il numero di dissenzienti interni a Syriza potrebbe crescere mettendo a rischio la stessa tenuta dell’esecutivo che se dovesse scendere al di sotto dei 120 voti ottenuti dalla sua maggioranza dovrebbe sciogliersi.
Nei giorni scorsi il leader della Piattaforma di Sinistra Panagiotis Lafazanis – ex ministro epurato insieme ad altri 9 componenti dopo il ‘no’ al terzo memorandum – aveva affermato, approfittando di un’intervista pubblicata sul quotidiano del partito, ‘Avgi’: «Se Syriza insiste a voler applicare il nuovo Memorandum, rischia di diventare un nuovo Dimar (scissione di destra di Syriza nata per fornire una stampella ai partiti filo troika e poi scomparso dopo le ultime elezioni, ndr) o una sorta di Potami (il partito liberista e filo-troika guidato dall’anchorman televisivo Stavros Theodorakis, ndr)».
Parole dure alle quali Tsipras ha risposto difendendo il suo operato sulla base del fatto che l’accordo siglato a Bruxelles "permette di rimanere in vita e continuare a lottare". Il primo ministro, rivolgendosi evidentemente ai leader della Piattaforma di Sinistra, del Koe – l’Organizzazione Comunista di Grecia che fino a pochi mesi fa ha sostenuto la maggioranza del partito contro l’ala radicale – e all’ex ministro Varoufakis, ha invitato coloro che propongono ‘un piano B’ (dall’emissione di 'pagherò' all’uso delle riserve della Banca centrale greca per traghettare il Paese verso una Grexit temporanea fino alla scelta di abbandonare del tutto l’Eurozona) di prendersi la responsabilità di mostrarli alla nazione.
A sua volta, sul sito iskra.gr, la Piattaforma di Sinistra, ha reagito sostenendo che Tsipras, dopo cinque mesi e mezzo di trattative, ha sostanzialmente ammesso di non avere avuto un'alternativa alle richieste dei creditori e si chiede come ciò possa ridurre le sue responsabilità. La Piattaforma di Sinistra prosegue chiedendosi perché il premier abbia continuato a pagare i creditori saccheggiando i fondi pubblici, invece di nazionalizzare le banche e sospendere i pagamenti, e continua sottolineando che il premier non sarà in grado di negoziare un accordo migliore per il terzo piano di salvataggio né di resistere ad ulteriori ricatti, dal momento che ha già detto apertamente di non avere alternative nell'accettare le richieste dei creditori. «La Grecia non ha futuro nell’Eurozona, ma come paese progressista e orgoglioso che, nonostante le difficoltà, combatte contro l’austerità» ha ribadito Lafazanis, ormai in scontro aperto con l’ala moderata e governista del partito.
Nel frattempo ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico anche il segretario generale dell’Istituto per la Previdenza Sociale (Ika) Giorgos Romanias, che in un’intervista a Mega Channel ha spiegato di aver detto al nuovo ministro del Lavoro Katrougalos che provava “una grande umiliazione” a tradire le promesse fatte agli elettori in campagna elettorale e di non volersi prendere la responsabilità di varare una odiosa controriforma delle pensioni. Nel corso dell’intervista l’esponente di Syriza ha spiegato che "non può dare una pensione di 87 euro a un disabile, perché questo è ciò che è stato approvato", denunciando che il parere del Ministero del Lavoro è stato completamente ignorato al momento di ideare una “riforma” delle pensioni che d’altra parte è stata scritta da tecnici francesi e decisa a Bruxelles.
Di fatto la frattura interna a Syriza si sta allargando, e se vuole continuare a guidare il partito e il governo Alexis Tsipras e il suo entourage devono andare rapidamente a una normalizzazione della forza politica nata pochi anni fa dalla confluenza di forze socialiste, eurocomuniste, femministe, ecologiste ma anche comuniste e libertarie.
Quello che ieri ha mandato la neoportavoce dell’esecutivo Olga Gerosavili è stato un segnale inequivocabile, quando ha detto di non escludere la possibilità di un ‘divorzio’ all’interno di Syriza, sottolineando che non è possibile che nel partito convivano due strategie contrastanti. All’emittente Alpha 98.9 FM Gerovasili ha spiegato che una tale spaccatura potrebbe verificarsi nelle prossime elezioni generali ma ha aggiunto che, a suo parere, ciò che è importante è che il Paese torni alla normalità (sic!). La portavoce del governo ha inoltre ammesso che una scissione all'interno di Syriza può essere inevitabile, date le opinioni radicalmente differenti da quelle del premier espresse da decine di suoi deputati (una quarantina in tutto). «Ci sono strategie diverse, differenti punti di vista. Sarà difficile restare insieme, forse impossibile. Non è possibile andare avanti così».
D’altronde le correnti di sinistra di Syriza accusano il premier di aver avviato un processo di normalizzazione del partito, evitando accuratamente di riunire e bypassando sistematicamente gli organi dirigenti per non farsi bocciare la sua strategia invisa anche a parte di coloro che lo sostenevano.
“La Syriza partigiana deve essere abbinata con quella sociale – ha detto Tsipras ieri, altro segnale inequivocabile – per accogliere le preoccupazioni e le aspettative di decine di migliaia di persone comuni che ci sostengono con le loro speranze”.
E così Tsipras, in attesa di capire se il suo governo arriverà o meno al 20 agosto – data entro la quale approvare i vari pezzi del Terzo Memorandum in modo da ricevere gli ‘aiuti’ internazionali – ha improvvisamente impresso un’accelerazione alla propria strategia, annunciando un imminente congresso «per chiarire gli obiettivi e la strategia del partito, e le caratteristiche del governo di sinistra nelle nuove circostanze».
E già si parla esplicitamente della convocazione di elezioni anticipate tra il 13 e il 20 settembre, per incassare il sostegno popolare a una Syriza riveduta e corretta prima che le conseguenze delle draconiane misure sociali ed economiche imposte al paese dall’Ue e dalla Troika – presentate come ‘una scelta obbligata’ e ‘un male minore’ prima che inizi la ripresa – rendano il primo ministro inviso a settori sociali sempre più larghi.
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06/01/2015
Ti piace guadagnare facile? Il caso di Equitalia
Nel 2014 il consuntivo delle riscossioni eseguite da Equitalia sono ammontate a 7,4 miliardi di euro, con un aumento del 4% rispetto al 2013. Equitalia sottolinea in una nota, che si tratta di "un importante contributo alla tenuta dei conti pubblici" e di "maggiori risorse a disposizione dello Stato per realizzare servizi a favore della collettività". Le riscossioni riguardano tributi, contributi e sanzioni arretrate, cioè non pagate dai contribuenti nei tempi e nei modi previsti dalla legge e per i quali gli enti pubblici creditori hanno chiesto a Equitalia di inviare le cartelle di pagamento.
La società di riscossione che corrisponde all’incubo per milioni di persone, segnala con una certa soddisfazione che nell'anno appena trascorso è proseguita anche la riduzione dei costi di produzione, amministrativi e del personale del gruppo. La situazione economico-patrimoniale di Equitalia al 30 settembre 2014, infatti, confermando l'andamento positivo già registrato negli ultimi anni, ha permesso di chiudere i primi nove mesi del 2014 con un risultato netto positivo di circa 10 milioni di euro.
Le modalità con cui Equitalia effettua la riscossione si sono rivelate strumenti vessatori nei confronti di imprese, artigiani, commercianti e famiglie. Solo su Milano Equitalia ha quasi 200mila ipoteche sugli immobili, mentre soprattutto nel Nordest il numero di conti correnti bancari pignorati è salito esponenzialmente. In Sardegna centinaia di piccole imprese agricole e artigianali sono state chiuse a causa delle riscossioni di Equitalia.
C’è poi il capitolo delle ipoteche e di pignoramenti sulle abitazioni. Dal 21 giugno 2013, per iscrivere l’ipoteca esattoriale è sufficiente che il debito (comprensivo di importi a ruolo, aggi di riscossione, interessi di mora e rimborso delle spese per l’esecuzione forzata) sia di almeno 20mila euro. Nella sentenza della Corte di Cassazione del 12 settembre 2014, numero 19270, viene però stabilito in maniera insindacabile come sia fatto di divieto assoluto in termini di legge pignorare la prima casa da parte di Equitalia o chi per lei. La cassazione ha confermato che lo stop ai pignoramenti dell'abitazione principale si riferisce anche a quelli iniziati prima del 21 agosto 2013, data di entrata in vigore della legge 69/2013.
Ma, al contrario di quello che si pensa, l’ipoteca di Equitalia può essere iscritta anche sulla prima e unica casa di residenza. Tuttavia, l’iscrizione dell’ipoteca non consente sempre ad Equitalia di effettuare un pignoramento e avviare l’espropriazione dell’immobile. Infatti, la messa in vendita all’asta della casa è possibile solo se ricorrono due condizioni:
1) l’importo minimo del debito (comprensivo di importi a ruolo, aggi di riscossione, interessi di mora e rimborso delle spese per l’esecuzione forzata) non deve essere inferiore a 120mila euro;
2) non si deve trattare di prima e unica casa di residenza. In pratica, l’espropriazione non può essere avviata se: a) l’immobile è l’unico posseduto dal debitore; b) se ha destinazione catastale abitativa; c) se il debitore vi ha fissato la propria residenza anagrafica. L’espropriazione, invece, è ammessa quando l’abitazione principale del debitore è classificata nelle categorie catastali A/1 (abitazioni di lusso), A/8 (ville) o A/9 (castelli, palazzi storici e simili), e quando costui, oltre all’abitazione principale, possiede altri immobili. Possono essere espropriati anche l’usufrutto e la nuda proprietà perché questi sono ricompresi fra “i beni del debitore” pignorabili in base alla legge.
Dal 1° ottobre 2006, con il DL 223/2006 denominato Bersani-Visco, è stato eliminato il sistema di affidamento in concessione del servizio nazionale della riscossione e affidato alla società Equitalia, una società per azioni tra Inps e Agenzia delle Entrate. E qui si apre anche un problema legale oltreché morale.
Equitalia infatti fa lievitare, considerevolmente, il livello effettivo di tassazione in quanto ai tributi pregressi vengono aggiunte le spese di riscossione, le penali e gli interessi che, sommati tra loro, arrivano a toccare il tasso d'usura. Il risultato è stato l’ulteriore inasprimento della pressione fiscale. Inoltre, gli elementi della riscossione risultano essere ingiustificati ed irrazionali in quanto, esclusivamente, a favore della società Equitalia.
Nel decreto istitutivo è scritto infatti che: “il diritto all’aggio è pari al 9 per cento o all’8 per cento per i ruoli emessi dal 1° gennaio 2013; l’interesse di mora è pari allo 0,615 per cento annuo; il diritto delle spese di esecuzione delle spese di notifica sono pari a 5,88 euro; e gli interessi calcolati con il cosiddetto “metodo alla francese”. Se il debitore paga oltre la data di 60 giorni stabilita dalla legge verrà corrisposto, ad Equitalia, l’importo del debito aumentato di tutti i tassi sopra elencati. Di queste componenti gli interessi di mora e le sanzioni vanno nelle casse dell’Ente creditore, mentre aggio e spese di notifica vanno interamente a beneficio di Equitalia.
Se il debitore paga entro i 60 giorni, l’aggio viene invece ripartito tra il debitore e l’Ente creditore oltre gli interessi di mora e le spese di notifica. In quest’ultimo modo si garantisce sempre il 9% o l’8% ad Equitalia a discapito dell’Ente creditore che dovrà procedere al pagamento di una somma “non dovuta”.
Questa procedura è legale perché regolamentata dal codice civile, ma al contempo profondamente ingiusta in quanto Equitalia, essendo una Società per Azioni, non punta solo a recuperare crediti non pagati ma a garantirsi un guadagno per se stessa, come dimostrano i dati diffusi dalla stessa società. E sulla riscossione coercitiva, guadagnare diventa facile facile, soprattutto nei confronti di quelli del "mondo di sotto".
Fonte
La società di riscossione che corrisponde all’incubo per milioni di persone, segnala con una certa soddisfazione che nell'anno appena trascorso è proseguita anche la riduzione dei costi di produzione, amministrativi e del personale del gruppo. La situazione economico-patrimoniale di Equitalia al 30 settembre 2014, infatti, confermando l'andamento positivo già registrato negli ultimi anni, ha permesso di chiudere i primi nove mesi del 2014 con un risultato netto positivo di circa 10 milioni di euro.
Le modalità con cui Equitalia effettua la riscossione si sono rivelate strumenti vessatori nei confronti di imprese, artigiani, commercianti e famiglie. Solo su Milano Equitalia ha quasi 200mila ipoteche sugli immobili, mentre soprattutto nel Nordest il numero di conti correnti bancari pignorati è salito esponenzialmente. In Sardegna centinaia di piccole imprese agricole e artigianali sono state chiuse a causa delle riscossioni di Equitalia.
C’è poi il capitolo delle ipoteche e di pignoramenti sulle abitazioni. Dal 21 giugno 2013, per iscrivere l’ipoteca esattoriale è sufficiente che il debito (comprensivo di importi a ruolo, aggi di riscossione, interessi di mora e rimborso delle spese per l’esecuzione forzata) sia di almeno 20mila euro. Nella sentenza della Corte di Cassazione del 12 settembre 2014, numero 19270, viene però stabilito in maniera insindacabile come sia fatto di divieto assoluto in termini di legge pignorare la prima casa da parte di Equitalia o chi per lei. La cassazione ha confermato che lo stop ai pignoramenti dell'abitazione principale si riferisce anche a quelli iniziati prima del 21 agosto 2013, data di entrata in vigore della legge 69/2013.
Ma, al contrario di quello che si pensa, l’ipoteca di Equitalia può essere iscritta anche sulla prima e unica casa di residenza. Tuttavia, l’iscrizione dell’ipoteca non consente sempre ad Equitalia di effettuare un pignoramento e avviare l’espropriazione dell’immobile. Infatti, la messa in vendita all’asta della casa è possibile solo se ricorrono due condizioni:
1) l’importo minimo del debito (comprensivo di importi a ruolo, aggi di riscossione, interessi di mora e rimborso delle spese per l’esecuzione forzata) non deve essere inferiore a 120mila euro;
2) non si deve trattare di prima e unica casa di residenza. In pratica, l’espropriazione non può essere avviata se: a) l’immobile è l’unico posseduto dal debitore; b) se ha destinazione catastale abitativa; c) se il debitore vi ha fissato la propria residenza anagrafica. L’espropriazione, invece, è ammessa quando l’abitazione principale del debitore è classificata nelle categorie catastali A/1 (abitazioni di lusso), A/8 (ville) o A/9 (castelli, palazzi storici e simili), e quando costui, oltre all’abitazione principale, possiede altri immobili. Possono essere espropriati anche l’usufrutto e la nuda proprietà perché questi sono ricompresi fra “i beni del debitore” pignorabili in base alla legge.
Dal 1° ottobre 2006, con il DL 223/2006 denominato Bersani-Visco, è stato eliminato il sistema di affidamento in concessione del servizio nazionale della riscossione e affidato alla società Equitalia, una società per azioni tra Inps e Agenzia delle Entrate. E qui si apre anche un problema legale oltreché morale.
Equitalia infatti fa lievitare, considerevolmente, il livello effettivo di tassazione in quanto ai tributi pregressi vengono aggiunte le spese di riscossione, le penali e gli interessi che, sommati tra loro, arrivano a toccare il tasso d'usura. Il risultato è stato l’ulteriore inasprimento della pressione fiscale. Inoltre, gli elementi della riscossione risultano essere ingiustificati ed irrazionali in quanto, esclusivamente, a favore della società Equitalia.
Nel decreto istitutivo è scritto infatti che: “il diritto all’aggio è pari al 9 per cento o all’8 per cento per i ruoli emessi dal 1° gennaio 2013; l’interesse di mora è pari allo 0,615 per cento annuo; il diritto delle spese di esecuzione delle spese di notifica sono pari a 5,88 euro; e gli interessi calcolati con il cosiddetto “metodo alla francese”. Se il debitore paga oltre la data di 60 giorni stabilita dalla legge verrà corrisposto, ad Equitalia, l’importo del debito aumentato di tutti i tassi sopra elencati. Di queste componenti gli interessi di mora e le sanzioni vanno nelle casse dell’Ente creditore, mentre aggio e spese di notifica vanno interamente a beneficio di Equitalia.
Se il debitore paga entro i 60 giorni, l’aggio viene invece ripartito tra il debitore e l’Ente creditore oltre gli interessi di mora e le spese di notifica. In quest’ultimo modo si garantisce sempre il 9% o l’8% ad Equitalia a discapito dell’Ente creditore che dovrà procedere al pagamento di una somma “non dovuta”.
Questa procedura è legale perché regolamentata dal codice civile, ma al contempo profondamente ingiusta in quanto Equitalia, essendo una Società per Azioni, non punta solo a recuperare crediti non pagati ma a garantirsi un guadagno per se stessa, come dimostrano i dati diffusi dalla stessa società. E sulla riscossione coercitiva, guadagnare diventa facile facile, soprattutto nei confronti di quelli del "mondo di sotto".
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