Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/10/2018

La bomba dei crediti deteriorati è esplosa

Succede che a causa della più devastante crisi economica che l’Italia abbia mai conosciuto, i crediti non riscossi dalle banche, vale a dire i crediti deteriorati o, detto in inglese, Non performing Loans (NPL) esplodano fino a passare da 42 miliardi del 2008 a 360 miliardi del 2016.

Succede che la Vigilanza Bancaria Europea obblighi le banche italiane a diminuire il totale degli NPL sui bilanci bancari.

Succede che le banche italiane, costrette a disfarsi presto degli NPL, li vendano ad un valore inferiore al 20%.

Succede che fondi avvoltoi comprino questi NPL e incomincino a riscuotere il credito con metodi da strozzinaggio.

Succede che l’associazione degli armatori Confitarma informi che diverse compagnie marittime navigano in brutte acque.

Succede che i crediti degli armatori con le banche siano state cedute a fondi avvoltoio, i quali chiedono il fallimento e riscuotano decine e decine di navi poi messe in vendita.

Succede che diverse compagnie armatoriali facciano questa fine, a tal punto che Confitarma lanci l’allarme sul calo della proprietà italiana nella flotta mercantile.

Succede che a distanza di tre anni siano circa 180 miliardi di euro gli NPL ceduti a fondi avvoltoio.

Succede che si tratti di macchinari, aziende, immobili e quant’altro posti in garanzia.

Succede che i fondi avvoltoio stiano riscuotendo i crediti nel silenzio generale, portando alla rovina decine di migliaia di operatori economici e famiglie.

Succede che stia operando lo strozzinaggio di massa.

Per maggiori informazioni rimando al mio Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia (2016)

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Si prepara la più grande distruzione economica dell’Italia
da Marx XXI

“Qualora il finanziamento sia già garantito da ipoteca, il trasferimento successivamente condizionato all’inadempimento, una volta trascritto, prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite successivamente all’iscrizione ipotecaria” Comma 4 articolo 2 Decreto Legge n° 59 del 3 maggio 2016

Si lamentano, i banchieri, perché manca la retroattività del decreto. Ma come, dicono, per la risoluzione di Popolare Etruria e il relativo bail in si è attuata la retroattività e sulle norme riguardanti il recupero crediti no?

Basta leggere il comma di cui sopra, per capire che si è trovata la quadra. E’ il patto marciano, vale a dire il trasferimento al creditore di beni del debitore qualora quest’ultimo sia inadempiente dopo tre rate. Ti tolgono tutto, capannoni, macchinari, scorte di magazzino, seconde case, ecc. Ti lasciano solo la casa di residenza. Il patto marciano può essere infilato in un nuovo contratto tra debitore e creditore.

Il gioco è semplice: la banca chiama l’imprenditore a cui ha dato un fido e gli dice di ricontrattare tutto altrimenti glielo toglie. L’imprenditore è costretto ad accettare e a firmare le nuove condizioni. Se dopo sei mesi non paga le rate gli sequestrano tutto, senza lo strumento dell’ipoteca, per la qual cosa si dovrebbe passare da un procedimento giudiziario. Sarebbe automatico.

Si è arrivato, dunque, allo spossessamento del debitore. Per cifre enormi: le sofferenze bancarie sono 200 miliardi, di cui 140 miliardi di imprese non finanziarie. I crediti deteriorati sono invece 360 miliardi, la gran parte di aziende. Praticamente l’ossatura della struttura industriale italiana si troverà nei prossimi anni ad onorare debiti, altrimenti i beni verranno confiscati dalle banche.

Che ne faranno? Ci sono garanzie di immobili per 100 miliardi e 37 di garanzie personali. Verrebbero venduti a fondi, concorrenti italiani o acquirenti esteri. Il panorama industriale italiano cambierebbe volto. O verrebbe definitivamente distrutto, dopo aver già perso il 25%.

Siamo di fronte alla più grande svendita del Paese della storia moderna, alla più imponente distruzione di capitale, superiore alla Seconda Guerra Mondiale, con effetti sociali dirompenti.

Quel che definimmo la seconda linea del fronte verrebbe distrutta nel giro di pochi anni.

Si è arrivati dunque al redde rationem, dopo cinque anni dalla famosa lettera della Bce che imponeva all’Italia un percorso infernale di riforme che hanno portato alla più grave recessione degli ultimi 150 anni. Si è dato un colpo micidiale al salario sociale globale di classe, si è attuata la deflazione salariale, è stato imposto un feroce credit crunch che ha colpito al cuore l’imprenditoria italiana, si è riformata la Costituzione con il Fiscal Compact. Risultato: sono esplosi i crediti deteriorati. Ora si passa all’incasso. Si distrugge la struttura industriale per via bancaria attraverso quell’Unione Bancaria che Enrico Letta definì a suo tempo un “successo dell’Europa unita”.

Mediante il meccanismo della Vigilanza Europea negli ultimi due anni c’è stato un accanimento pazzesco della Bce nei confronti del sistema bancario italiano, reo di attuare la funzione di banca commerciale, cioè fornire credito all’economia reale. Infischiandosene dei derivati di cui sono pieni i sistemi bancari del Nord Europa, la Vigilanza ha imposto alle banche italiane aumenti di capitale, accantonamenti e regole varie che hanno bloccato l’erogazione del credito.

Ora si impone il rientro dai crediti deteriorati, il più velocemente possibile e si incomincia a parlare di rischio dei titoli di stato, di cui le banche italiane sono zeppe (445 miliardi di euro), con relativi nuovi aumenti di capitale. Si sono riformate le banche popolari e quelle di credito cooperativo, portandole assurdamente nel mercato azionario. C’era il problema delle banche da ricapitalizzare: le banche italiane hanno dato vita ad Atlante, che fortunatamente è intervenuta nella ricapitalizzazione della Popolare Vicenza e successivamente di Veneto Banca. Ci sarebbe poi Carige, MPS e varie casse di risparmio, ma la dotazione finanziaria, pari a 4,25 miliardi, potrebbe non essere sufficiente ed in ogni caso questa massa di capitale servirebbe unicamente agli aumenti di capitale delle banche citate e non certo a comprare sofferenze bancarie a livello di libro.

Perché qui è la faccenda: con il bail in della Popolare Etruria, assurdamente analizzata come un fatto di cronaca nera, le sofferenze bancarie sono state vendute, per imposizione europea, al 17% del valore. Le banche hanno sofferenza bancarie nette, dopo accantonamenti, pari a 87 miliardi a valore di libro del 45%. La differenza tra il 17 e il 45% è pari a decine di miliardi, e se fossero vendute come quelle della Popolare Etruria le perdite sarebbero enormi.

E’ intervenuto il decreto legge 59 per accelerare il recupero crediti, ma non essendo retroattivo in borsa stanno ancora perdendo capitalizzazione. In ogni caso, con il Patto Marciano, che può essere sottoscritto tra creditori e debitore, lo spossessamento di chi non è in regola con i pagamenti sarebbe immediato. Data la continua situazione di stress economico della struttura industriale (si è recuperato appena l’1% di quanto precedentemente perso e la chiamano ripresa), per cui alcuni parlano di un euro che sta asfissiando il sistema economico (si veda Gianfelice Rocca della Technint sul Financial Times di marzo), non si esclude affatto una vendita massiccia di proprietà industriali al miglior compratore.

Insomma, l’Unione Europea impone misure draconiane all’Italia che provocano la più grave recessione della storia contemporanea, il sistema economico va in tilt, il sistema bancario viene investito da una mole impressionante di crediti deteriorati e a questo punto interviene nuovamente l’Unione Europea per chiedere la risoluzione del problema delle sofferenze bancarie.

Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano.

Se ne esce solo con una netta soluzione, l’uscita dall’euro. Non esistono ricette keynesiane, ancorché te le facciano fare. L’alternativa è un’ancora più feroce depressione economica, la perdita di quel che rimane del sistema industriale e una nuova più acuta deflazione. Di certo con queste nuove norme crollerà la domanda di credito degli imprenditori (chi vuoi che prenda denaro a queste condizioni?) e da qui ci sarà il crollo degli investimenti e della domanda reale, dunque recessione certa.

Si è prossimi alla più grande svendita di capitale industriale, se continua così si avrà, dopo, la svendita dei beni pubblici e l’Italia andrà dritta nei paesi in via di sviluppo. Questo è il disegno dell’euro, l’annichilimento dell’Italia per togliere un concorrente alla Germania. Per farlo occorrono quinte colonne interne, i collaborazionisti. Quelli che parlano delle virtù dell’Europa. Non sappiamo se questo disegno avrà successo, di certo continua la sua marcia imperterrita perché non trova opposizione. A meno che il secondo fronte, l’apparato industriale italiano, si ribelli. Lo sapremo nei prossimi mesi, quando le crisi aziendali esploderanno.

Fonte

22/07/2015

Perché la Grecia non può permettersi l’Euro

I sostenitori oltranzisti di Tsipras sostengono che il successo ottenuto dal loro beniamino è stato quello di mantenere la Grecia nell’Euro. Una uscita, immaginano, sarebbe stata rovinosa, mentre, restando nel club delle “monete forti” la Grecia ha più possibilità di riprendersi, per la convinzione un po’ sempliciotta che  si è un po’ più ricchi se sia appartiene al clan di una moneta forte. Cosa c’è di vero in queste idee?

Facciamo un minimo di analisi. La Grecia è un piccolo paese, con scarso sviluppo economico, vive di turismo e (prima della cura Troika) di una modesta esportazione di prodotti prevalentemente agricoli. I governi che si sono succeduti nel decennio scorso, hanno alimentato il debito con una spesa pubblica obiettivamente fuori misura (sino ad assorbire nel pubblico impiego il 10% della popolazione totale). Essi hanno “comperato” il consenso dei greci con massicce assunzioni nella pubblica amministrazione e con una politica pensionistica che autorizzava prepensionamenti anche in età molto bassa e con reversibilità, in caso di morte del pensionato, anche a favore delle figlie nubili. E’ palese come una simile spesa pubblica non potesse essere retta che indebitando il paese.

Nei primi anni del decennio scorso, i governanti del tempo, con l’assistenza della Goldman Sachs, falsificarono i bilanci per nascondere la situazione debitoria ed essere accolti nella moneta unica. Questo permise di emettere buoni del tesoro a tassi irrisori grazie alla credibilità della moneta unica. La falsificazione resse anni, ma con l’esplodere della crisi del 2008, inevitabilmente venne a galla. Già dal 2009 si pose il problema del se salvare la Grecia e del se tenerla nell’Euro, la questione fu risolta con un mix di continui salvataggi misti a richieste di misure di austerità fiscale. Di fatto, gli altissimi interessi sul debito (che hanno raggiunto punte del 17%) furono affrontati con continui prestiti del Fmi e della Bce, per essere subito girati alle banche tedesche e francesi, sino a quando esse non si disfecero dei titoli ellenici che vennero riacquistati dagli stessi enti che erogavano i prestiti e agli stessi interessi: in questo modo, in cinque anni, il debito ellenico è più che triplicato, senza che al popolo greco arrivasse un solo Euro.

Quanto alla politica di austerità, non ha intaccato minimamente il debito che ha continuato a crescere, ma ha abbassato di un quarto il Pil greco e causato la chiusura di gran parte delle poche imprese manifatturiere.

Un problema a sé stante è quello della tassazione di una delle poche attività che producono profitti: la flotta mercantile greca che è la più importante d’Europa (e forse del Mondo) e che, sin qui, è praticamente esente da ogni prelievo. Ma tassarla espone al rischio che in breve gli armatori cambino la bandiera ai loro natanti e la flotta vada persa a favore di un qualche paradiso fiscale. Lasciamo per ora la questione da parte.

Dunque, si deduce  che:

a- la Grecia non potrà mai pagare un debito che ormai è il doppio del suo Pil annuale (e questo ormai lo sostiene anche il Fmi) e, quindi, deve ristrutturarlo o ripudiarlo in toto o rivedendo radicalmente interessi e scadenze (ad es. rimborsandolo in 30 o 40 anni ad interessi bassissimi);

b- deve rivedere la sua politica pensionistica eliminando i prepensionamenti e riconsiderando le reversibilità (ovviamente per il futuro);

c- ridurre il numero degli impiegati pubblici, anche se occorre dire che questo in parte è stato fatto, riducendo di un quarto i dipendenti, fra prepensionamenti e licenziamenti. Peraltro è difficile scendere al di sotto di una certa soglia, soprattutto tenendo conto di una particolarità geografica del paese che ha oltre 6.000 isole, di cui circa 250 abitate, per cui occorre assicurare un minino di strutture in ciascuna di quelle abitate  (posto di polizia, sevizi sanitari, scolastici, anagrafici, di trasporto ecc.) e la sorveglianza di quelle disabitate, il che, ovviamente, gonfia gli organici. Dunque, la pubblica amministrazione continuerà ad essere una voce di spesa notevole, ma, a maggior ragione, questo impone che ci sia un solido Pil per reggerne il peso;

d- soprattutto, deve creare nuova occupazione per riassorbire la massiccia disoccupazione attuale e compensare i posti che ancora si perderanno nel pubblico impiego;

e- dato che non è pensabile farcela con il solo turismo e, tantomeno, con nuovi debiti, alla Grecia occorre sviluppare un solido impianto di imprese manifatturiere e di servizi, per le quali occorre trovare il capitale di avvio.

E questo è il primo punto di attrito con l’appartenenza all’Euro. La Grecia ha scarsissimi capitali di investimento, per cui deve sperare in capitali stranieri, ma nessuno delocalizza in un paese a moneta forte, perché sarebbe un evidente non senso. Per rendere conveniente una localizzazione di imprese straniere occorre giocare sui cambi (e questo significa una valuta debole), offrire condizioni fiscali convenienti (e questo la Grecia non può farlo per le condizioni capestro imposte proprio da Ue e Bce) e offrire gratuitamente o quasi il terreno per gli impianti. Delle tre cose la Grecia può fare solo l’ultima che è troppo poco.

In secondo luogo c’è il problema della flotta mercantile che, sin qui, rende poco e nulla allo stato Greco per le esenzioni ed abbiamo detto che gli armatori minacciano di cambiare bandiera non appena la convenienza fiscale si sposti da un’altra parte. Una moneta debole attenuerebbe molto il problema: gli armatori svolgono il loro lavoro facendosi pagare in monete forti dai loro clienti (essenzialmente Dollaro, Euro, Sterlina eventualmente Yen), pagando tasse in Euro potrebbero trovare conveniente spostarsi nel solito paradiso fiscale, che offre condizioni vantaggiose (ma pur sempre con qualche imposta). Se gli armatori dovessero pagare in moneta “debole”, la convenienza a spostarsi in un altro paese diminuirebbe molto e lo stato ellenico potrebbe, in questo modo, trovare un gettito importante per sostenere l’onere del pubblico impiego e delle pensioni.

In terzo luogo, la moneta debole, insieme alla vicinanza ai mercati europei, (che elimina gran parte dei costi di trasporto) faciliterebbe anche le esportazioni agricole ed, inoltre, se ne gioverebbe molto anche il turismo.

Insomma, la Grecia è un paese ad economia debole e non industrializzato, mentre l’Euro è pensato per una economia forte ed iper industrializzata che esporta prodotti di elevata qualità tecnologica, vi sembra credibile che un paese ad economia debole ed in crisi possa consentirsi una moneta forte?

Ovviamente, perché l’uscita dall’euro non diventi un bagno di sangue occorre che avvenga in modo controllato e concordato con la Ue e per questo occorre avere gli interlocutori e gli alleati giusti. Chi potrebbe essere questo alleato? Ma è chiaro: Schauble, che aveva fatto intendere la sua disponibilità proponendo l’uscita temporanea della Grecia dall’Euro ed opponendosi al taglio del debito, ma solo sino a quando la Grecia fosse rimasta nell’Eurozona.

Essere rimasti nell’Euro è stato il più grave errore di Tsipras che, per di più, ha pagato un prezzo catastrofico per poterlo ottenere: come dire che ha pagato moltissimo per poter essere buggerato. Non credo che lo abbia fatto perché è un traditore, ma più semplicemente per totale insipienza. Anche se talvolta, sul piano oggettivo, le due cose sono indistinguibili.

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03/07/2015

Armatori, quei greci che impoveriscono la Grecia

Se la ride, e come non potrebbe, mister Niarkos, figlio d’arte e di privilegi. Il papà Stavros, armatore, rivaleggiava con quell’Aristotele che conosceva un’unica filosofia: il denaro. Le dinastie degli armatori greci: Niarkos, Onassis, Vardinoyannis, Latsis, Alafouzos, Marinakis, le sanguisughe delle casse statali che per decenni hanno incamerato dracme, dollari, euro senza versare nulla in patria. Quintessenza dell’egoismo padronale. Accresciuto dall’articolo 89 della Costituzione che li esenta dal versare tasse, privilegio chissà perché congelato visto che una reale democrazia può richiedere una revisione costituzionale. Una vera democrazia, questo è un problema irrisolto nella terra del governo del popolo. In un rapido volo fra le biografie degli armatori che furono e degli epigoni in navigazione, c’è un comune denominatore: umili origini (per padri e nonni), in famiglie talvolta numerose, tal altre migranti e voglia di arrivare. Ma dietro questi uomini fatti da sé, marchiati da nomi epici ci sono fortune misteriose, ambigue, bordeline. “Derrière chaque grande fortune, il y a un grand crime” sosteneva un letterato testimone degli arricchimenti della prima grande borghesia mondiale.

E le vite, gli affari, lo splendore di alcuni di questi greci imbarcati fra il primo e secondo Novecento, hanno il sapore delle ambiguità del grande Gatsby fitzgeraldiano. Tutte nascono Oltreoceano, appoggiandosi a business mai trasparenti legati a petrolieri (trasporto e smercio di greggio), militari (rifornimenti alle navi della Us Navy), legami matrimoniali con clan statunitensi della finanza, economia e politica che si chiamano Ford e Kennedy. Sembrano davvero trame di romanzi. Certuni si fanno una guerra perlomeno sui rotocalchi, spendendo e spandendo fiumi di denaro ovunque, tranne che nelle casse statali. Perché già prima del famigerato passo della Costituzione del triste 1967 i signori delle navi pensavano bene di non battere la bella bandiera di casa. Qualcuno (Latsis) si trascinava vecchie storie di collaborazionismo con l’occupante nazista, che si faceva perdonare con regalìe ed elargizioni allo Stato. Ma nessun ripensamento sulle imposte che la casta ritiene “non dovute”. Il più narciso (Onassis) coltivava la fama di seduttore e collezionista di donne famose (Maria Callas e Jacquelin Bouvier, vedova Kennedy, le più in vista), si comprava un’isola e organizzava feste mondane.

Molti, già straricchi, hanno svariato con ulteriori affari nei trasporti (Olympic Airways, Singapore Airlines, compagnìe low cost) oppure si sono dilettati con lo sport e i media, fra squadre di calcio (Olympiakos, Panathinaikos, padrone del campionato, rissose in campo, sugli spalti e nelle riunioni di Lega, tanto da costringere nello scorso febbraio uno scandalizzato Tsipras a sospendere il campionato), canali televisivi (Mega Channel, Smart tv, Antenna 1), radio (Skai, Antenna 97,1), quotidiani (Kathimerini,  Mesimvrini). Un’orgia di potere, denaro e sollazzi durati decenni all’ombra di altri potentati, appartenenti ai clan familiari del bipolarismo Nea Dimokratia–Pasok (soprattutto Karamanlis e Papandreou, con la variante Mitsotakis), che si sono a lungo spartiti maggioranza parlamentare e governo. Senza muovere un dito contro i vantaggi goduti dalla lobby degli armatori, la componente più corposa del capitalismo greco. Il Paese accanto alle navi può vantare la sola risorsa del turismo, un ulteriore colabrodo per il fisco nazionale. Così, negli anni di crisi e di attacco della Troika, a versare sono rimasti i più deboli, quei dipendenti e pensionati ora incolonnati per raccimolare i 50 euro settimanali distribuiti in questi giorni.

Fonte

21/06/2015

Discutere senza sapere. Sulla Grecia e in genere

Nell'analizzare l'evoluzione della crisi greca e la gestione del suo decorso da parte della Troika si fa da sempre molta ideologia. Vi fa ricorso estremo la Troika, che ha costruito un pupazzo su cui infilare molti spilloni di comodo (“non sono professionali”, “inaffidabili”, hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi”, ecc.), con l'appoggio acritico di tutti i media mainstream (fa eccezione il Financial Times, spesso, ma stranamente nessuno lo prende ad esempio in questo solo caso). Vi fanno ricorso ovviamente i demagoghi semplificatori (“usciamo dall'euro” e basta, pensando alla svalutazione competitiva come panacea universale). Vi fa ricorso, nelle prese di posizione pubbliche, quasi per obbligo istituzionale, anche il governo Syriza, che deve barcamenarsi tra offensiva pressante dei “creditori”, condizioni di vita della popolazione intollerabili e un mandato elettorale – anche per sua responsabilità – da mission impossible: “restare nell'euro e nella Ue, ma mettere fine all'austerità”.

Sorvoliamo sui deficienti in tribuna – a destra come in certe aree della sinistra, persino “antagonista” – che sparano ricette immaginando quel che farebbero loro al posto di Tsipras-Varoufakis, ecc. senza conoscere altro che i numeri pubblicati dai giornali. Ovvero pochi, incompleti, estratti non per caso da un mazzo ben più folto.

La questione fondamentale è che ben pochi conoscono la struttura dell'economia ellenica. E se non sai con quale materia stai pasticciando rischi sempre di parlare al vento (se lo fai quando hai poteri decisionali, invece, fai danni epocali).

Proponiamo questa analisi tratta da http://www.eunews.it, che mette i piedi nel piatto e illumina anfratti bui, chiarendo buona parte dei “misteri” che circondano un sistema economico decisamente non standard. Già il fatto che i 600 armatori greci fossero esentati per dettato costituzionale – la Carta scritta dai colonnelli golpisti, ancora in vigore – avrebbe dovuto sollevare numerosi dubbi sulle ricette “consigliate” dalla Troika. Come si fa, infatti, a imporre una politica fiscale deflazionistica a un'economia il cui settore trainante – per dimensioni, fatturato e profitti – non contribuisce quasi per nulla alle entrate dello Stato?

Da sinistra questa scandalosa esenzione è stata vista solo dal lato moralistico, una clamorosa ingiustizia. Come in effetti è. Ma è solo una parte del problema, e neanche la principale. Se il settore produttivo principale è addirittura fuori dalle statistiche ufficiali, di cosa stiamo parlando?

La questione centrale è infatti che – qualunque decisione venga presa domani nel vertice tra i capi di stato, ovvero sia che il governo Syriza si arrenda di schianto, sia che si metta in moto la procedura di espulsione di Atene dalla Ue –, senza comprendere il peso della marina mercantile all'interno delle equazioni miranti a “salvare” o far “risorgere” la Grecia, ogni soluzione sarà inefficace.

“Comprendere”, in questo caso, va inteso in entrambi i sensi: “tener dentro” e “capire”.

Ci si può domandare: com'è possibile che gente economicamente competente come i vertici dell'Eurogruppo, la Bce, il Fmi, non abbiano "capito"? Basta ricordare che siamo in regime capitalistico: contano gli interessi, non le teorie. Anzi, le seconde sono sempre elaborate per corrispondere agli interessi. Se gli interessi della Troika sono, come sono, quelli del capitale multinazionale, Atene può anche morire.

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La Grecia: una superpotenza dell’export che non sa di esserlo?

di Thomas Fazi

Neanche il più accanito sostenitore della Grecia si azzarderebbe a definire “competitiva” l’economia ellenica. Non è forse vero che il paese esporta formaggio di capra e poco altro, e che la bilancia commerciale del paese è in deficit da decenni, in particolar modo dall’entrata del paese dell’euro? Al massimo ci si azzuffa sulle cause di questo deficit: burocrazia sclerotica, eccesso di regolamentazione e soprattutto salari e costi eccessivi, secondo la troika; gli squilibri generati dall’architettura dell’euro, secondo le schiere di critici dell’austerità. Sui numeri, però, concordano tutti. E se invece fossero proprio questi ad essere sbagliati?

Secondo un recente paper di Michael Bernegger, esperto di questioni finanziarie ed ex ufficiale della banca centrale svizzera, i dati relativi alla bilancia commerciale e al PIL della Grecia sono completamente distorti dal fatto che le esportazioni relative all’industria della marina mercantile – dagli anni sessanta il principale settore economico del paese – sono drammaticamente sotto rappresentate nelle statistiche ufficiali. Se le esportazioni del settore fossero conteggiate correttamente, sostiene Bernegger, risulterebbe che fino al 2008 la Grecia ha registrato un notevole e crescente avanzo delle partite correnti, superiore anche a quello della Germania nello stesso periodo; e che nel 2008 il PIL del paese era superiore del 15% rispetto a quello ufficiale. Scrive Bernegger:
La verità è che la Grecia è un paese con un’industria dell’export molto grande e competitiva. La sua flotta mercantile è da più di quarant’anni la flotta più grande ed efficiente del mondo. Il suo settore turistico è tra i più forti d’Europa. Tra il 1999 e il 2008 il paese ha registrato uno straordinario boom delle esportazioni. Nessun altro paese dell’Europa occidentale, ad eccezione della Norvegia, ha registrato un tasso di crescita delle esportazioni lontanamente comparabile a quello greco.
Nelle statistiche ufficiali, però, di queste esportazioni non c’è traccia. Come è possibile? Si tratta di un problema che è noto almeno dagli anni ottanta, quando si è cominciato a parlare del “fenomeno della flotta mancante”. Esso ha a che vedere con l’esposizione valutaria, la regolamentazione e la tassazione del settore mercantile in Grecia. Sostanzialmente, prima dell’ingresso nell’euro, a differenza di quello che avveniva nel resto del mondo, lo Stato greco non calcolava i profitti esteri delle compagnie di navigazione come esportazioni. Solo i trasferimenti dai conti correnti esteri degli armatori (denominati in dollari, la valuta “ufficiale” del settore) – utilizzati per tutti i trasferimenti internazionali – ai conti correnti greci figuravano come esportazioni nelle statistiche nazionali. Queste cosiddette “rimesse” servivano a coprire i costi dei fattori produttivi domestici (i salari dei marinai, i contributi pensionistici, ecc.).

In seguito all’introduzione dell’euro, la situazione statistica è leggermente migliorata. Oggi, a differenza di prima, i trasferimenti verso la Grecia sono tutti contabilizzati; e una parte dei profitti all’estero degli armatori viene inclusa nelle statistiche ufficiali. Di conseguenza, la percentuale dei proventi delle esportazioni dell’industria mercantile che è coperta dalla bilancia dei pagamenti greca è passata dal 10% del 1999 al 25% circa del 2008. Ma la maggior parte delle esportazioni del settore continua a rimanere fuori dalle statistiche ufficiali. Gli stessi problemi concettuali esistono nel settore del turismo. Nota Bernegger:
L’industria dell’export greca è molto competitiva, e poiché è orientata verso quei settori dell’economia globale che registrano tassi di crescita superiori alla media è anche ben posizionata ad affrontare le sfide del futuro. Ma è poco diversificata, ed è basata quasi interamente su un settore, quello dei commerci marittimi, che è estremamente ciclico.
In seguito al 2008, infatti, il settore è stato esposto a un drastico crollo dei prezzi che ha colpito duramente tutti gli operatori. Nel 2014-15, le petroliere hanno registrato un calo nelle tariffe di trasporto del 30-40% rispetto alla media degli anni 2000, e le navi cargo addirittura del 70-80%. Rispetto ai picchi del 2008, si tratta di un calo del 50-95%. Anche nel settore alberghiero e della ristorazione i prezzi sono calati del 20% circa rispetto ai livelli del 2007-8. “La contrazione delle esportazioni greche, dunque, è un fenomeno di natura ciclica e settoriale. Nessun altro paese ha subìto un crollo delle esportazioni di questa magnitudine”, si legge nel paper.

Da quando è scoppiata la crisi finanziaria il commercio estero greco sta vivendo una dinamica deflattiva estrema. I due shock petroliferi del 2007-8 e del 2011-14 hanno rappresentato un fardello enorme per tutta l’economia greca, non solo per la sua flotta mercantile. Nessun’altra economia avanzata, infatti, è dipendente dal prezzo del petrolio quanto quella greca. Questa dipendenza riflette la natura marittima del paese: oltre ad avere la più grande flotta mercantile al mondo, la Grecia ha migliaia di isole che possono essere raggiunte solo via nave o in aereo, e questo vuol dire alti costi di trasporto. Inoltre, l’elettricità sulle isole è generata esclusivamente per mezzo di centrali a olio/gas combustibile. Da cui la pressione deflattiva estrema – e solo in parte registrata nelle statistiche ufficiali, per le anomalie di cui abbiamo parlato – esercitata sul commercio estero del paese dall’aumento del costo del petrolio.

“Si tratta, in sostanza, di un classico shock esterno causato dal drastico aumento del prezzo del petrolio dal 2007 ad oggi. Esso non ha assolutamente niente a che vedere con le dinamiche dei prezzi e dei costi interni della Grecia”, sostiene Bernegger.

A causa di questa errata interpretazione dei problemi del paese la troika ha formulato una risposta completamente sbagliata: ad una deflazione esterna estrema ha risposto con una politica di deflazione interna altrettanto estrema, senza pari nella storia moderna. Questa politica di deflazione interna è inappropriata per una serie di motivi:
L’industria delle esportazioni ellenica è molto poco sensibile ai costi interni, e dunque non ha ricavato nessun beneficio dalla drastica riduzione dei prezzi e dei salari greci: l’industria mercantile è fortemente dipendente dalla manodopera straniera (retribuita nella valuta del paese di provenienza), mentre quella turistica è in buona parte a conduzione familiare.

La politica di svalutazione interna ha peggiorato la posizione debitoria delle famiglie e delle imprese greche: a causa della riduzione dei prezzi e dei salari e dell’alto livello di disoccupazione i redditi nominali sono drasticamente diminuiti ma il valore reale del debito è rimasto inalterato, e dunque il suo valore reale è aumentato. Questo ha creato una situazione da deflazione da debiti (debt deflation).

Questa deflazione da debiti ha enormemente aggravato la crisi sistemica del settore bancario greco, che funge da “acceleratore finanziario” della crisi greca: l’esplosione delle sofferenze bancarie ha infatti determinato un credit crunch quasi totale e una crisi della liquidità che ha paralizzato tutta l’economia.

Il ruolo della politica fiscale nella crisi è stato fortemente sopravvalutato. Un consolidamento del settore pubblico era necessario, è vero, ma la maniera brutale in cui è stato implementato dalla troika ha avuto effetti estremamente negativi e distorsivi sull’economia: chi già pagava le tasse oggi ne paga ancora di più, ottenendo in cambio minori servizi. Questo ha creato un enorme incentivo all’evasione fiscale. Per non parlare di tutti quelli che non possono più permettersi di pagare le tasse a causa della situazione economica. Tutto questo si sarebbe potuto evitare requisendo una parte delle tasse evase parcheggiate nei conti offshore.
La conclusione di Bernegger è chiara: “La politica di svalutazione interna della troika ha messo in moto un processo di deflazione da debito che, sommandosi alla severa deflazione esterna già in corso nel settore più importante dell’economia, quello del commercio navale, ha ridotto l’economia greca allo stremo”.

Che opzioni ha il paese di fronte a sé a questo punto? Un’uscita dall’euro, secondo l’autore del paper, danneggerebbe le due principali industrie dell’export greche, quella mercantile e quella turistica. L’industria marittima non beneficerebbe per nulla da una svalutazione poiché la maggior parte delle entrate e delle spese del settore sono in dollari. Entrambe le industrie sono ad alta intensità di capitale e dunque abbisognano di tassi di interesse bassi e stabili e di una buona offerta di credito. Un ritorno alla dracma implicherebbe tassi di interesse alti e volatili. “Per prosperare, queste due industrie hanno bisogno di un sistema bancario capace di garantire un’offerta di credito a tassi di interesse bassi e stabili, che solo la permanenza della Grecia nell’euro può garantire. Ma perché questo sia possibile, è necessario rompere subito il braccio di ferro con i creditori per evitare una corsa agli sportelli e il collasso definitivo dell’economia greca”, sostiene Bernegger. “Di per sé, continuare con le politiche di consolidamento fiscale e le ‘riforme’ della troika non farà che aggravare il processo di deflazione da debito in corso”.

Fonte

12/06/2015

Studio Ocse: "Le grandi navi non sono un vantaggio per la collettività"

Vista la recente approvazione della Darsena Europa e l'imminente bando, proponiamo un articolo del sito specializzato The Meditelegraph, del gruppo editoriale del Secolo XIX, una piattaforma che si occupa di analisi dell'economia marittima, logistica e dei trasporti nel mediterraneo. Il portale informativo molto accreditato, propone uno studio dell'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) a cura di Olaf Merk che "boccia la corsa degli armatori alle mega-portacontainer". Redazione - 11 giugno 2015

Lo studio in inglese può essere letto a questo link.

Questi i 5 dubbi dello studio descritti nell'articolo:

Genova - Uno studio dell’Ocse (il suo autore, Olaf Merk, sarà a Genova venerdì in occasione dell’assemblea Feport, l’associazione europea dei terminalisti) boccia la corsa degli armatori alle mega-portacontainer.

Navi più grandi, più economie di scala. Ma anche più possibilità di controllare il trasporto dei container via acqua, un terzo dei traffici marittimi mondiali, il 90% di tutto ciò che è veicolato dentro contenitore. Nemmeno negli anni Settanta, ai tempi delle super-petroliere, era così evidente che in mare vale solo la legge del più forte. Costruire mega-navi comporta rischi economici, affrontati dai big del settore per mettere all’angolo i concorrenti più deboli.

Ma - primo problema rilevato dall’Ocse - le economie di scala prodotte dalle mega-portacontainer si stanno esaurendo. Il passaggio da una capacità di 9.000 a 15 mila teu ha ridotto di un terzo i costi di gestione in 10 anni, mentre il passaggio da 19 mila a 24 mila teu darà agli armatori risparmi da quattro a sei volte inferiori, e già oggi - rispetto alle navi del passato - il 60% delle ridotte spese è dato dalla maggiore efficienza dei motori associata alle tecniche di slow steaming.

Due: le economie di scala sono esclusivamente a favore degli armatori. Il consumatore finale anzi rischia di pagare di più: la corsa dei porti a intercettare il traffico delle mega-navi è pagata per buona parte con i soldi dei contribuenti. Secondo le stime dell’Ocse, nella spesa generale annuale dei trasporti, le mega-navi incidono per circa 400 milioni di dollari: un terzo per nuove gru, un terzo per dragaggi, un terzo per nuove banchine e retroporti.

Inoltre in molti Stati non esiste pianificazione territoriale. I costi a carico della collettività si duplicano per rivalità di campanile o distribuzione di fondi a pioggia. Problema italiano? No, europeo: l’Ue ha razionalizzato i porti con l’istituzione degli scali “core” sulle maggiori reti infrastrutturali del Continente (Ten-T), ma tra una spintarella e l’altra questi porti “core” sono diventati 104 in luogo di 83.

Quattro: assicurazioni. È stato calcolato che l’affondamento di una nave da 19 mila teu costa un miliardo di dollari, e questo incide in termini di costi di P&I. Senza contare che oggi non esistono al mondo mezzi in grado di poter rimuovere i relitti, e sono pochissimi i bacini di carenaggio dove riparare queste navi.

Infine, l’armonizzazione del lavoro: le mega-portacontainer sin qui ordinate saranno immesse sul mercato nei prossimi cinque anni ignorando non solo il ciclo economico attuale (assestamento di consumi e trasporti) ma più banalmente l’organizzazione dei porti, benché molti armatori siano anche terminalisti. Le maggiori dimensioni aumentano i movimenti-ora progressivamente ridotti in questi anni dagli investimenti dei terminalisti. I maggiori tempi di carico e scarico non tengono conto delle rigidità degli uffici pubblici, delle pause riposo degli autotrasportatori, della chiusura della dogana nel week end (anche in Nord Europa). Il braccio di ferro tra realtà e ambizioni dei super-armatori è insomma appena cominciato.

Tratto da: link

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24/02/2015

Gli armatori greci minacciano: "Se ci tassano, ce ne andiamo"


Dalla Grecia, in poche settimane, è possibile imparare moltissimo. Sul funzionamento del capitalismo multinazionale, per esempio. Facciamo solo una breve premessam immaginando le facce seriose di alcuni compagni che – a sentire quel che segue – scuoteranno la testa dicendosi “ma questo lo sapevamo già”. Facciamo finta di non distinguere tra “sapere” scientifico e “sospettare” immaginifico, e amettiamolo pure. Il problema – in politica, non nelle discussioni chiesastiche – è che quando qualcosa che prima era comprensibile solo per gli addetti ai lavori diventa fatto ammesso pubblicamente, questo è un evento politico. Cambia infatti la “comprensione collettiva” della situazione e quindi anche le possibili reazioni di massa.

Cosa c'è da imparare – per le masse, almeno – da queste convulse ore greche? Sappiamo che il governo Tsipras oggi presenterà all'Eurogruppo il suo piano di “riforme”. Sappiamo che questo piano prevede di ricavare risorse fresche per abbattere il debito pubblico e realizzare alcune misure di “intervento umanitario” a favore di una popolazione stressata da sei anni di austerità. Diversamente dai governi della Troika, cerca queste risorse non da tagli alla spesa pubblica e sociale (pensioni, sanità, licenziamento di impiegati pubblici, ecc), ma dal “contrasto al contrabbando della benzina (1,5 miliardi di euro), 800 milioni da quello contro le sigarette; 2,5 miliardi dovrebbero arrivare con una patrimoniale per i greci più ricchi e 2,5 miliardi da introiti fiscali arretrati”.

Questo nelle intenzioni proclamate in Parlamento: “I nostri cittadini hanno pagato un prezzo carissimo alla crisi – ha detto il premier – Ora il conto lo devono saldare gli oligarchi che non hanno mai messo mano al portafoglio". Quei 2,5 miliardi di patrimoniale significa infatti andare a toccare una categoria protetta addirittura dall'art. 89 della Costituzione – scritto al tempo della dittatura dei colonnelli – che recita: “gli armatori sono esentati dal pagamento delle tasse”. Gli armatori navali sono certamente poche persone, ma possiedono 4.707 navi che girano per il mondo e hanno un'attività pari al 16% del mercato globale, ovvero circa 105 miliardi, con profitti di dimensioni incerte ma comunque colossali, generati sia in patria sia all'estero. La stima più attendibile, per i profitti intascati esentasse e trasferiti quasi totalmente nelle banche inglesi e tedesche, parla di 140 miliardi. Il 40% dell'intero debito pubblico ellenico.

Noi conosciamo gli armatori greci per un solo nome, Aristotele Onassis, straricco esentasse, ma diventato stranoto solo per aver sposato la vedova di John Fitzgerald Kennedy. Ecco una sessantina di famiglie (in totale sono 600, ma quelli che contano molto di meno) di quel genere hanno fatto in Grecia quello che hanno voluto. Finora.

E ora? Per ora ricattano: “diamo lavoro a 250.000 persone, non crediamo che un governo di sinistra voglia vederle finire sul lastrico; infondo generiamo il 7% del Pil e controlliamo le televisioni”. Senza mezze parole, il presidente di questa confraternita, Theodore Ventiamidis, ha dato un'intervista per dire: "Vogliamo restare a lavorare qui e siamo pronti a fare la nostra parte. A una condizione: che nessuno tocchi i diritti che ci garantisce la Costituzione ". Altrimenti "Tutti abbiamo pronto un piano B che possiamo realizzare in 24 ore. Leviamo l'ancora e prendiamo residenza fiscale altrove. C'è solo l'imbarazzo della scelta: Monaco, Dubai, Singapore. Oppure in Germania, dove ci sono agevolazioni fiscali fortissime".

Non serve traduzione, vero?

“Noi” lo sapevamo già, certamente. Che ora lo dicano coram populo è però un fatto nuovo. Politico. Illumina non soltanto il comportamento criminale di un piccolissimo gruppo di infami chiamati “imprenditori”, ma tutto il funzionamento del capitalismo multinazionale. Ovvero di quelle imprese che per dimensioni e fatturato possono permettersi di ritirare le attività da un paese (foss'anche “l'amata patria” con cui avevano costruito la mitologia fascista dei colonnelli e di Samars, ereditata poi da Alba Dorata e consimili) e trasferirle altrove.

Queste imprese, in tutto il mondo e in tutta Europa, sono il faro dell'azione dei governi nazionali e degli organismi sovranazionali (compresa la Troika, l'Unione Europea, l'Fmi, l'Ocse, ecc) perché hanno il potere (che pesa assai più del semplice governo) di abbattere in pochissimo tempo il benessere economico di tutta un'area.

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