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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/06/2026

Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso

Alla fine anche secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, l’economia italiana crescerà solo dello 0,5% nel 2026, mentre “il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export”, frenando lo slancio legato all’aumento delle spese determinate dal PNRR. In pratica è la stessa valutazione sulla crescita dell’Italia fatta dalla Commissione europea.

L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.

Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.

Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.

Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.

Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.

Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.

Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.

Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.

Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.

Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.

L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.

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02/06/2026

La troika si mobilita, di nuovo

Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.

Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.

Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?

Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?

I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.

Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.

Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.

L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.

Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.

Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.

In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.

Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.

L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.

La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.

L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione. 

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08/04/2022

Grecia - Sciopero contro l’aumento dei prezzi, e non solo

Decine di migliaia di greci sono scesi in piazza mercoledi scorso ad Atene, Salonicco, Patrasso e Heraklion per protestare contro l’aumento dei prezzi e le politiche finanziarie del governo di destra di Atene.

Il sindacato dei lavoratori GSEE, il sindacato dei dipendenti pubblici ADEDY e il sindacato di classe PAME avevano indetto uno sciopero generale di 24 ore. Uffici, banche e scuole sono rimaste sostanzialmente chiuse.

Le famiglie greche stanno soffrendo enormemente da settimane sotto il peso di enormi aumenti dei prezzi, soprattutto nel settore energetico, ma il governo di destra del primo ministro Kyriakos Mitsotakis si è vantato di aver pagato 1,85 miliardi di debito del paese al Fondo monetario internazionale con due anni di anticipo su quanto previsto.

Mercoledì la maggioranza dei greci ha protestato contro la politica finanziaria rigidamente neoliberista del premier con lo slogan “I salari non bastano, il conto non torna“. Da 14 anni ormai, i salariati si sono fatti carico del peso di una profonda crisi del sistema che ha colpito i redditi e la vita di tutti. Secondo i sindacati questa è una rivolta contro la povertà: “Sono passati anni, la crisi si è progressivamente aggravata, l’onere è rimasto, i nostri diritti sono stati soppressi”.

Attraverso il cosiddetto programma di aiuti di circa 260 miliardi di euro, la famigerata Torika (Commissione Ue, BCE e FMI) afferma di aver impedito un presunto “default” della Grecia che incombeva a partire dal 2010. Tuttavia, sono state principalmente le banche greche e il capitale dei principali azionisti, soprattutto stranieri, a essere “salvati”.

Il duro programma di austerità richiesto ai greci ha distrutto gran parte del sistema sociale nel corso di dieci anni. Sia il governo socialdemocratico di Alexis Tsipras che il governo conservatore di destra di Mitsotakis hanno tagliato pensioni e stipendi nel settore pubblico fino al 50 per cento, la paga oraria di otto euro, e meno, oggi è diventata “normale” nel settore privato.

Di conseguenza, decine di migliaia di lavoratori non solo hanno perso gran parte del loro salario o sono stati licenziati, ma non sono più stati in grado di pagare i mutui e i prestiti personali, e gli istituti finanziari hanno messo all’asta su Internet le abitazioni delle famiglie inadempienti a prezzi stracciati. Ancora oggi, i tribunali sono sovraccarichi di azioni legali delle banche contro i proprietari impoveriti dei loro appartamenti e delle loro case.

L’aumento del costo della vita, i prezzi elevati dell’energia e del cibo hanno fatto sì che ogni inverno, negli ultimi dieci anni, la parte della popolazione impoverita dai “programmi di aiuto” europei abbia dovuto decidere tra il riscaldamento o il cibo.

Nonostante l’uscita dal “programma di salvataggio” tre anni fa e il debito del FMI ora ripagato, il Paese rimane per il momento sotto la supervisione degli istituti di credito europei. Mentre hanno spinto a tagli duri contro gli undici milioni di persone, hanno allo stesso tempo accolto con favore l’armamento della Grecia, membro della NATO sotto il governo di destra Mitsotakis, che ha comportato armi per miliardi di euro.

A febbraio la maggioranza parlamentare ha approvato un nuovo pacchetto di armamenti del valore di 3,36 miliardi di euro. Nel 2020 Mitsotakis aveva già stanziato un budget per gli armamenti di 2,5 miliardi di euro, cinque volte superiore all’anno precedente.

Contro l’aumento dei prezzi e l’economia di guerra, per il salario minimo e salari dignitosi in Italia operai e studenti sciopereranno e scenderanno in piazza il prossimo 22 aprile.

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29/12/2021

Toh, chi si rivede... Il MES, in piena pandemia

Un sistema sociale subordinato al “mercato” e agli interessi privati è un sistema inchiodato. Sterile, senza visione, incapace di progettare. Ma cerca di apparire l’opposto (decisionista, autorevole, lungimirante).

La riprova – l’ennesima – l’abbiamo in questi giorni, quando ad un aumento vertiginoso dei contagi (e sostanzioso anche nelle morti, nonostante i vaccini) si cerca di rispondere con la riduzione dei tempi di quarantena (una sostanziale abolizione) per contagiati, guariti, “venuti a contatto con contagiati”.

Una resa all’incapacità di contenere la pandemia, in nome della “necessità di non bloccare l’economia”.

In altre parole: accada quel che deve accadere, muoia chi deve morire, ma qui bisogna continuare a produrre. Inutile far notare che questo significa far dilagare il virus, favorire l’insorgere di “varianti”, bloccare comunque massicciamente la produzione nel momento in cui milioni di febbricitanti comunque dovranno restare a casa.

Inutile far notare che per molte attività – turismo, ristorazione, spettacolo, cultura, alberghiero, ecc – comunque è già venuta a mancare “la clientela” (perché malata o terrorizzata). E che, quindi, più si va avanti così più si blocca quell’economia che si vorrebbe salvare.

Un sistema asservito agli interessi privati ragiona sui tempi brevissimi, più spesso sul passato, mai su prospettive e conseguenze. Don’t look up!

La stessa cosa accade con il debito pubblico di tutti gli Stati, cresciuto enormemente – e giustamente – proprio a causa della pandemia. Logica vorrebbe che questa massa di debito “eccezionale”, dovuta a ragioni extra-economiche e non a “colpe” di tizio o caio, venisse gestita con criteri altrettanto eccezionali; una tantum, se non altro.

Manco per idea.

A livello dell’Unione Europea – il vero “governo” con cui dobbiamo fare i conti – si sta pensando invece di gestirlo con le regole già esistenti, appena modificate con quel tanto di “pragmatismo” che l’eccezionalità richiede.

L’analisi puntuale di questa intenzione, che si va già già traducendo in disposizioni operative, viene fatta da Guido Salerno Aletta su TeleBorsa. E parte proprio dall’inusuale lettera a quattro mani di Draghi e Macron al Financiale Times (invece che in una sede istituzionale).

Il problema da affrontare è effettivamente enorme: la massa di debito, vecchio e nuovo, che grava sugli Stati. Va ricordato che la crescita abnorme del debito è diretta conseguenza della decisione (presa nel 1981, per quanto riguarda l’Italia) di impedire alle banche centrali nazionali (e poi anche alla Bce) di comprare titoli di stato del proprio paese già all’atto dell’emissione.

In questo modo, anziché realizzare la “virtuosa” riduzione della propensione statale a far debiti e dunque “costringerli” a ridurre la spesa pubblica, si sono resi gli Stati dipendenti dai finanziamenti privati da reperire sul mercato finanziario, concorrendo tra loro con tassi di interesse più alti.

Non stranamente, questo “divieto” è stato in parte aggirato con l’esplosione della crisi del 2007-2008, da cui l’Occidente non si è mai effettivamente ripreso. Il quantitative easing della Bce (e della Federal Reserve Usa), al di là delle chiacchiere, si è concretizzato esattamente nell’acquisto di titoli di stato, oltre che di titoli privati “deteriorati”, ossia pressoché privi di valore.

In questo modo, però, la Bce – per la parte europea – si è riempita di titoli che ora deve in qualche modo smaltire, aumentati peraltro dal “debito pandemico”. Un repulisti che si può fare in molti modi, decisamente diversi tra loro. Sia nello stabilire chi ci rimette e chi ci guadagna, sia nel peso che possono avere sullo sviluppo stesso dell’economia.

Il modo più malsano è quello di passare questa massa di debito dalla Bce al Mes, il cosiddetto “fondo salva-stati” cui nessun paese vuol far ricorso perché implica “condizionalità” tali da legargli le mani per sempre.

E quindi è proprio questa la “soluzione” per cui propendono i soliti e molto presunti paesi “virtuosi” d’Europa (Germania, Olanda, ecc).

Questo ritorno in grande stile del Mes – era scomparso dagli schermi un anno fa, quando Renzi e altri pretendevano che vi facesse ricorso il governo Conte II, ma non se ne parlò più non appena Mario Draghi entrò a Palazzo Chigi – è il ritorno feroce della peggiore austerità.

Aggravata, in questo caso, perché le condizionalità proprie del Mes si andrebbero a sommare con quelle del Pnrr – 528, tra “riforme”, “impegni”, ecc. – e con le rigidità insostenibili previste dal Fiscal Compact (tagliare il debito pubblico del 5% annuo per 20 anni, in modo da portarlo al 60%; che è poi, curiosamente, il livello del debito italiano quando, nel 1981, si decise di separare la Banca d’Italia dal ministero del Tesoro per… ridurre il debito!).

Per la parte analitica vi lasciamo al testo di Salerno Aletta. Il giudizio politico più generale è quello da cui siamo partiti: un sistema sociale subordinato al “mercato” e agli interessi privati è un sistema inchiodato. Sterile, senza visione, incapace di progettare.

Che si scava la fossa mentre dichiara di voler decollare…

Buona lettura.

*****

La Nuova Troika: MES, PNRR, Fiscal Compact

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Tutto è cominciato con la lettera a doppia firma al Financial Times del Presidente francese Emmanuel Macron e del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, in cui si auspicava una profonda revisione delle regole europee in materia di disciplina fiscale, visto che quelle contenute nel Fiscal Compact si sono dimostrate per un verso oscure e complesse e per l’altro inefficaci a sostenere la crescita economica.

Inutile dire che queste critiche alla eccezionale severità imposta ai bilanci europei sin dai tempi del Trattato di Maastricht che risale al 1992, cioè a trent’anni fa, arrivano tardi, solo dopo l’ennesima crisi economica sistemica determinata dalla epidemia di COVID-19, dopo quella globale che si era già scatenata a partire dal 2008 a seguito del fallimento della Lehman Brothers.

Ora non è il momento di recriminare: bisogna guardare avanti, e considerare congiuntamente i seguenti dati:

- I debiti pubblici europei sono aumentati a dismisura, di circa il 20% in rapporto al PIL, in modo pressoché omogeneo in tutti i Paesi, per via delle spese adottate per sostenere le famiglie e le imprese durante le fasi più dure della pandemia. L’Italia è arrivata nel 2021 ad un rapporto debito/PIL pari al 159,8%, la Francia ad oltre il 120%: l’obiettivo di ridurre questa percentuale al 60% in 20 anni, al ritmo del 5% l’anno come è prescritto dal Fiscal Compact è irraggiungibile. L’Italia dovrebbe ridurlo quindi del 5% l’anno, una percentuale quasi tripla rispetto a quella della crescita economica: per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe imporre ogni anno una imposta patrimoniale, saccheggiando i risparmi.

- La BCE, già sul finire del 2019, aveva ripreso gli acquisti di titoli pubblici (PSPP) sulla base del Quantitative Easing che era stato sospeso a fine dicembre 2018. Alla fine di novembre scorso, le detenzioni di titoli pubblici sono ammontate complessivamente a 2.618 miliardi di euro. Per i principali Stati dell’Eurozona, le detenzioni sono le seguenti: Germania 632 miliardi, Francia 512 miliardi, Italia 430 miliardi, Spagna 304 miliardi, Belgio 91 miliardi.

- In totale, a fine novembre, la BCE ha detenzioni di titoli pubblici dell’Eurozona per 4.116 miliardi di euro. Ipotizzando un PIL nominale nel 2021 pari a 12 mila miliardi di euro, si tratta dunque del 34%.

- Per quanto riguarda l’Italia, la BCE ha in portafoglio titoli pubblici per 651 miliardi: considerando che il PIL nominale del 2021 dovrebbe essere di 1.779 miliardi, si tratta di una percentuale pari al 36%. Se si tiene conto che ad ottobre scorso il debito pubblico complessivo dell’Italia è stato pari a 2.710 miliardi, ne deriva che la BCE ne detiene il 24%.

Dagli esperti di Palazzo Chigi e dell’Eliseo viene ora lanciata una proposta, volta a dare una sistemazione a queste enormi detenzioni da parte della BCE di debiti pubblici “pandemici”: in un periodo pluriennale, tra il 2022 ed il 2026, dovrebbero essere ceduti al MES, il Fondo Europeo Salva Stati.

Per l’Italia, al ritmo di 68 miliardi di euro l’anno, si tratta di un totale di 340 miliardi. E’ una somma pari al 19,2% del PIL, in pratica al maggior debito pubblico contratto per contrastare gli effetti della pandemia naturalmente, la cessione riguarderà, con modalità pressoché analoghe, i debiti pubblici “pandemici” di tutti gli altri Stati dell’Eurozona.

Questa proposta mira a sgravare la BCE, e dunque la politica monetaria, dalla gestione di questa immensa mole di debiti pubblici che deve invece rispondere alla politica fiscale.

In pratica, il MES comprerebbe dalla BCE i titoli di Stato “pandemici” che ha in portafoglio emettendone sul mercato di nuovi, per un importo corrispondente, avendo la caratteristica di debito comune europeo, e dunque di safe asset, il risparmio nell’onere degli interessi sarebbe consistente, soprattutto per Paesi come l’Italia.

L’Idea è pericolosa per tre motivi:

- Si pianifica un tapering micidiale, (una riduzione della liquidità dei mercati) senza tener conto delle tensioni inflazionistiche in atto e dell’andamento dello spread che già sta penalizzando i titoli italiani sin dallo scorso inverno. Infatti, mentre nel progetto si dichiara di voler sgravare la politica monetaria di una incongrua incombenza, al contrario si interferisce con la politica monetaria della BCE.

- Infatti, visto che la BCE cederà al MES i titoli che ha in portafoglio, dovrà ottenere in cambio la liquidità corrispondente al loro valore, liquidità che a sua volta il MES deve ricevere dal mercato: questa è una stretta monetaria in piena regola.

- Per evitare la stretta monetaria, la BCE dovrebbe a sua volta “prestare liquidità” al MES: e potrebbe farlo solo comprando i nuovi titoli emessi dal MES che hanno come sottostante i titoli di Stato nazionali che la BCE gli ha appena venduto. Un inutile pasticcio.

L’Italia non ci guadagnerebbe affatto dalla emissione di titoli da parte del MES, su cui si dice che pagherebbe un tasso inferiore rispetto a quello che grava sulle proprie emissioni, anzi ci perderebbe assai.

Bisogna precisare infatti che, per evitare che un default del debito di uno Stato gravi sulla BCE e quindi su tutti gli Stati dell’Eurozona, i titoli acquistati per ragioni di politica monetaria dalla BCE sono iscritti come attività nel conto del patrimonio dalla Banca d’Italia, che opera in nome e per conto della BCE.

È la Banca d’Italia ad essere creditrice del Tesoro, e dunque a sopportare le perdite per un eventuale default; ed è sempre la Banca d’Italia che retrocede annualmente al Tesoro l’ammontare degli interessi incassati sui titoli che ha in bilancio, al netto delle spese di gestione e negoziazione.

Invece, il MES restituirebbe agli Stati solo la differenza tra gli interessi pagati dagli Stati al MES sui titoli pubblici che il MES ha comprato e gli interessi pagati al mercato dal MES sui titoli di propria emissione.

Ben diversa era la proposta formulata tempo fa da Paolo Savona, secondo cui l’accordo multilaterale per la stabilizzazione dei debiti pubblici eccessivi doveva essere fatto direttamente tra gli Stati interessati ed il MES: in questo caso, a fronte di idonee garanzie, i singoli Stati avrebbero potuto cedere al MES la propria posizione debitoria sui titoli già emessi, ed il MES ne avrebbe emessi di propri ritirando dal mercato quelli già emessi dagli Stati.

Essendo di migliore qualità e di minor rischio in considerazione dell’emittente, i nuovi titoli avrebbero pagato interessi inferiori a quelli dei singoli Stati. Questa proposta, flessibile e modulare, era stata elaborata prima di dar vita al PNRR e non andava ad incidere sulla liquidità e dunque sulla politica monetaria: era sostanzialmente uno swap tra titoli con diverso grado di rischio.

Se passa questa proposta, oltre ai vincoli alla politica fiscale del futuro Fiscal Compact ed agli impegni già assunti per ottenere i prestiti del PNRR, l’Italia dovrà fornire altre garanzie al MES.

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06/12/2021

La Troika vuole il Quirinale

Una crisi costituzionale è il momento in cui le molte differenze – o aperte contraddizioni – tra la “costituzione reale” e quella “formale” di un Paese non sono più mediabili dal normale gioco politico.

In primo luogo perché poteri neanche previsti dall’impianto costituzionale originario sono diventati così forti e pervasivi da non tollerare più il vecchio abito “formale”, e premono senza più molti limiti per farsene cucire addosso uno nuovo, adatto alle proprie esigenze.

In secondo (e di conseguenza) perché i partiti politici non esistono di fatto più, liquefatti – nella propria funzione e ruolo – proprio da quei poteri che hanno scavato gallerie destabilizzanti nel vecchio edificio costituzionale, a forza di “ritocchi” che ne hanno compromesso la struttura.

Molti ricordano la “riforma del Titolo V” – responsabilità assoluta del Pd, o come si chiamava allora quella banda criminale – che ha “regionalizzato” molte competenze dello Stato centrale, a cominciare dalla sanità pubblica.

L’effetto promesso era una “maggiore vicinanza agli interessi dei cittadini”, il risultato concreto è stato l’opposto (con intere aree del territorio ormai prive di strutture ambulatoriali, ospedaliere, di medicina territoriale).

Un deserto voluto, in cui ha potuto svilupparsi la privatizzazione della sanità e della stessa “politica”, ridotta a complicità con interessi aziendali espliciti o anche innominabili.

Ma neanche quella riforma è stata fatale per la “Costituzione nata dalla resistenza”, per quanto privasse tutti noi di un diritto certo esigibile in egual misura in qualsiasi angolo del territorio nazionale.

Fatali sono state invece due altre “riforme” passate con l’approvazione pressoché unanime di tutte le bande presenti in Parlamento (464 sì, 0 no e 11 astenuti alla Camera, 255 sì, 0 no e 14 astenuti al Senato, in prima lettura).

Quella dell’articolo 81, che ora prevede: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte».

Si tratta dell’obbligo al pareggio di bilancio, che implica l’impossibilità di spendere in deficit per far fronte a situazioni di crisi e dunque vincola ogni possibile scelta politica – con qualsiasi maggioranza di governo – a rispettare un equilibrio ideale che nella realtà non esiste mai.

Ma ancor più decisiva e “distorcente” è la nuova versione dell’art. 119: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.”

L’”autonomia” di ogni istituzione della Repubblica italiana, ad ogni livello, è quindi subordinata per Costituzione alle decisioni “superiori” della UE. Una subordinazione che fissa – come si vede con le 528 “condizionalità” del Recovery Fund – non soltanto i limiti di bilancio entro cui si possono prendere decisioni diverse, ma anche le priorità nelle decisioni di spesa e di entrate fiscali.

Con queste due norme “costituzionalizzate” l’autonomia del Paese è stata di fatto annullata. Possiamo mettere insieme una squadra per vincere i campionati europei in qualsiasi sport, ma non si può più scegliere quale destino, quali obiettivi, quali priorità sociali vogliamo soddisfare.

Sono vincoli politici imposti per via economica e con la forza dei trattati internazionali (non sottoponibili a referendum!), che inchiodano per sempre le scelte di qualsiasi governo futuro (anche “socialista”, in astratto) al ricettario classico del neoliberismo senza freni adottato come marchio di fabbrica nella UE.

Ma se la politica è vincolata, è chiaro che la presenza di partiti tra loro diversi è un lusso che non ci si può più permettere. Ognuno dovrà e potrà promettere in campagna elettorale solo quello che effettivamente può fare (nulla o quasi, sulle questioni economiche essenziali, decise preventivamente dalla UE) o qualcosa di abbastanza shoccante sulle questioni che costano poco (diritti civili sì o no, trattamento dei migranti, sia regolari che non, politiche securitarie... robetta così, insomma).

Poi, certo, si può promettere la luna in qualsiasi campo. Ma dopo dieci anni – tanti ne sono passati da quest’ultima riforma costituzionale, fatta su ordinazione durate il governo di Mario Monti – è chiaro anche per un terrapiattista che si tratta solo di chiacchiere.

Ma una classe politica che non ha più la possibilità di decidere nulla sulle questioni strategiche – politiche economiche e industriali, alleanze militari o diplomatiche, ecc. – inevitabilmente decade al livello dell’amministrazione di condominio. Con le “qualità”, la “lungimiranza”, l’”autonomia decisionale” e persino lo stile linguistico di un’assemblea di condominio.

È a questo punto che arriva l’investitura di Mario Draghi come monarca pro tempore del vicereame d’Italia. È stato un componente fondamentale della Troika che ha distrutto la Grecia con un “esperimento” che doveva valere come monito per tutti i 27 paesi della Ue. A lui non c’è necessità di spiegare pazientemente cosa va fatto e cosa va distrutto.

L’arco temporale da assicurare sono i sei anni di durata del Recovery Fund (con le misure racchiuse nel PNRR), con impegni che richiedono grande “stabilità” nella governance, altrimenti la “rivoluzione reazionaria neoliberista” prevista da quelle norme fissate in Trattati verrebbe messa a rischio.

Casualmente, questo arco temporale coincide quasi completamente con il nuovo settennato della Presidenza della Repubblica. Ed è meglio, molto meglio, per i poteri multinazionali ed “europeisti”, che il loro esponente Mario Draghi continui a guidare “la transizione” da quello scranno.

Non si può infatti rischiarlo in una normale competizione elettorale (nel 2023, a fine legislatura), perché la società spaventata e incazzosa potrebbe facilmente rovesciare anche su di lui il livore per un impoverimento crescente di cui non si vede il fondo né la fine. Potrebbe insomma fare la fine di Mario Monti, alle elezioni del 2013.

Dal Quirinale, invece, potrebbe continuare a formare governi – con chiunque e/o tutti dentro – per assicurare la continuità di una politica subordinata alle decisioni europee, ovvero del capitale multinazionale qui basato.

L’istituto della Presidenza ha del resto perso, nel corso degli anni, molte delle sue caratteristiche “notarili”, di puro rispetto formale delle decisioni politiche del Parlamento. Le antiche “esternazioni” di Francesco Cossiga furono probabilmente la prima manifestazione di questo mutamento di ruolo che è venuto consolidandosi negli anni. Ma sono nulla rispetto a quello che hanno poi fatto i suoi successori (Ciampi, Scalfaro, Napolitano, Mattarella), che hanno deciso quali governi potevano esser composti e quali invece stoppati, quali sostenuti e quali logorati.

Mario Draghi avrebbe insomma una lunga serie di precedenti cui appoggiarsi per mascherare quella che in ogni caso è una forzatura costituzionale verso il presidenzialismo di fatto.

Con due differenze importanti.

Draghi al Quirinale significa mettere in pratica un trasferimento palese di poteri e prerogative dal Parlamento alla Presidenza della Repubblica. Rinviando alla prossima legislatura il compito di “formalizzare” questa trasformazione del Presidente in “super-capo del governo”, con una specifica “riforma costituzionale”.

I “precedenti” di protagonismo presidenziale sono stati in fondo tutti “necessitati” dall’impossibilità politica – in determinati momenti – di trovare soluzioni efficaci per tenere insieme interessi sociali in parte di dimensioni “nazionali” e vincoli europei.

L’insediamento di Re Draghi dovrà invece segnare una svolta decisa in direzione della prevalenza dell’”Europa”, come da art. 119.

Per far questo, però, bisognerà fare un’altra piccola serie di forzature costituzionali, alcune delle quali raccolte in un articolo dell’ultra-draghiana Repubblica, che vi riproponiamo. Ma, come detto all’inizio, se tra Costituzione Reale e Costituzione Formale si viene a creare una discrasia violenta, è sempre il potere della realtà a prevalere, scrivendo un “nuovo testamento” che gli stia a pennello.

È un golpe dei Palazzi, naturalmente. Una Restaurazione, contro ogni possibile – e necessaria – Rivoluzione. Che mette fuorilegge non tanto Keynes, quanto la Resistenza.

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Quirinale, se Draghi va al colle chi incarica il successore?

L’ipotesi doppia reggenza

Tommaso Ciriaco – La Repubblica

Allo studio degli uffici tecnici dei vertici istituzionali i complicati incastri in caso di elezione del premier come presidente della Repubblica

ROMA – È una specie di rebus costituzionale. E ruota attorno ad un gigantesco dilemma: che succede se il Parlamento sceglie Mario Draghi come Presidente della Repubblica, creando l’inedita condizione di un premier che deve dimettersi nelle mani del Capo dello Stato a cui deve succedere? E che, nello stesso tempo, ha tra le sue principali prerogative quella di gestire la partita del suo successore a Palazzo Chigi? Un rompicapo difficile anche solo a pronunciarsi. Non a caso, nelle ultime settimane anche gli uffici tecnici dei vertici istituzionali si sono consultati, in modo informale e ufficioso. Scambiandosi opinioni, in linea puramente teorica. E scandagliando le possibili tappe di un percorso ordinato.

È un affascinante garbuglio che non può che richiamare l’attenzione degli esperti del Quirinale e della Camera dei deputati, il ramo del Parlamento chiamato a gestire l’iter dell’elezione del nuovo Presidente. A conoscenza delle possibili soluzioni tecniche sono ovviamente anche gli uffici di Palazzo Chigi. Qualcosa sembra ormai pacifico. Qualcos’altro resta in sospeso, per il momento.

Tre, in particolare, i quesiti a cui provare a dare risposta. Il primo: fino a oggi il presidente del Consiglio dimissionario è sempre rimasto in carica in attesa del giuramento del successore, stavolta le dimissioni di un premier eletto Capo dello Stato diventerebbero immediatamente esecutive? Se così è – e così sembra essere – sarebbe allora il ministro più anziano a succedere immediatamente al premier dimissionario? E soprattutto: chi gestirebbe le consultazioni per il nuovo esecutivo?

Alcuni punti fermi sembrano emergere. E vanno esplorati, partendo da un possibile percorso. Primo passo: il Parlamento elegge Draghi Presidente della Repubblica. Secondo: l’ex banchiere si reca al Quirinale per formalizzare dimissioni immediate. La sua elezione al Colle, infatti, dovrebbe essere considerata tra i casi di “impedimento temporaneo” di un premier, previsto dall’articolo 8 della legge 400 del 1988. Se così fosse, dovrebbe subentrare il ministro più anziano. Si tratta di Renato Brunetta, che guiderebbe il governo come fosse un “reggente”.

A quel punto, si aprirebbe una fase del tutto nuova per individuare il nuovo capo dell’esecutivo. E siamo al secondo bivio: chi guiderà le consultazioni, Mattarella o Draghi? Il percorso più lineare – ma anche tecnicamente articolato – dice: l’ex banchiere. Per farlo, serve una condizione prevista dall’articolo 91 della Costituzione: che abbia prestato giuramento da Presidente della Repubblica. Questo passaggio non potrà però avvenire, stavolta, contestualmente alla sua elezione, perché prima c’è da completare la transizione con Brunetta.

Se inoltre l’elezione di Draghi avvenisse prima del 3 febbraio 2022 – data di scadenza del settenato di Mattarella – occorrerebbero le dimissioni del Presidente per accelerare l’insediamento del nuovo Capo dello Stato. Dimissioni a cui seguirebbe la convocazione delle Camere e il giuramento in Aula. Anche facendo molto in fretta, ci sarebbe probabilmente la necessità di una seconda “reggenza”, quella al Colle. Magari anche solo di poche ore, affidata alla presidente del Senato Casellati.

Un incastro complicatissimo, come detto. A meno che l’elezione di Draghi al Colle non avvenga dopo il 3 febbraio. L’attuale Presidente, infatti – come ha ricordato il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica – resta in carica anche oltre la scadenza, fino al giuramento del suo successore. Questo scenario dovrebbe evitare almeno il passaggio delle dimissioni anticipate. Non è escluso, tra l’altro, che Roberto Fico decida di convocare le Camere attorno al 26 gennaio, favorendo questo schema. L’alternativa, già circolata, è che si parta molto prima, tra il 18 e il 20 gennaio. In questo caso, è possibile che si proceda con un solo scrutinio al giorno, anche in chiave anti-Covid. Esiste teoricamente anche un’altra possibilità. Non è però priva di problemi, secondo alcune fonti addirittura insormontabili. Parte da una precondizione: l’accordo politico per eleggere Draghi dovrebbe essere accompagnato da un patto altrettanto solido attorno al nuovo premier.

La maggioranza di unità nazionale, insomma, oltre a votare Draghi assumerebbe contestualmente un impegno politico sul nuovo presidente del Consiglio. Se così fosse, Draghi potrebbe salire al Quirinale per dimettersi. E potrebbe essere il Presidente della Repubblica uscente a convocare immediatamente dopo la personalità a cui conferire l’incarico per Palazzo Chigi. In poche ore, giurerebbe con i suoi ministri. Si eviterebbe la reggenza, che sulla carta potrebbe anche durare mesi. Con il governo in sicurezza, inoltre, si potrebbe attendere anche la scadenza naturale del settennato. Questa strada, però, presenta un ostacolo. Sarebbe il Capo dello Stato uscente – e non quello appena eletto – ad assumere la decisione più rilevante fra quelle che gli spettano: la scelta del premier.

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25/02/2021

“Draghi al servizio di Bruxelles, ogni democratico dovrebbe dire di no”

Ministro delle Finanze greco proprio durante la crisi finanziaria che portò Atene a un passo dalla bancarotta, Yanis Varoufakis commenta con il direttore Alessandro Gilioli la scelta di affidare il nuovo governo a Mario Draghi.

Lei ha conosciuto molto bene Draghi quando era ministro delle finanze in Grecia. Ci può dire che impressione le ha fatto dal punto di vista umano, ma soprattutto dal punto di vista della sua visione politica?

Umanamente Draghi è come tutti gli altri a Bruxelles e Francoforte, almeno per come lo ricordo all’Eurogruppo. Politicamente è al servizio dell’ordine finanziario. Tecnicamente è molto capace, e ha mostrato grandi capacità di capire cosa va bene e cosa no nella logica del servizio all’ordine finanziario e all’establishment. In questo senso è il premier ideale per l’Italia, se quello che voi veramente volete è implementare le politiche di Bruxelles e Berlino, e di fingere che il Recovery Fund è veramente la salvezza dell’Italia. Mentre non è altro che un pacchetto di debiti.

Quindi lei ritiene che abbiano ragione quelli che dicono che in Italia non abbiamo la Troika, perché ce la siamo fatta da soli. È Draghi stesso la Troika in casa?

Non sarebbe la prima volta, è già successo con Mario Monti, un altro uomo intelligente il cui governo tecnico ha agito come voleva la Troika, altrimenti sarebbe arrivata la Troika vera e propria. È così che che le cose funzionano nell’Eurozona, specialmente nei paesi vicini alla bancarotta, quelli che non sono sostenibili all’interno di questa unione monetaria, dove le decisioni politiche vengono dettate dall’estero, dai centri del potere finanziario e con il supporto entusiasta delle oligarchie locali, greche o italiane che siano, contro la grande maggioranza delle persone, del popolo.

D’altra parte molte persone esaltano la competenza di Mario Draghi. Molti dicono “è così qualificato, competente, prestigioso. Molto meglio del ceto politico che finora abbiamo visto in Italia”.

Indubbiamente Draghi è intelligente e molto competente, molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi. La grande tragedia del popolo italiano è che i suoi obiettivi sono nemici degli interessi della grande maggioranza degli italiani.

Un’altra domanda che tutti si fanno è che cosa farà Draghi. Se è di destra o di sinistra. Se toccherà le pensioni, se toccherà il welfare. Se darà soldi alle aziende e come spenderà i soldi del Recovery Fund. Lei cosa ne pensa?

Draghi non sarà autonomo, come non lo era l’ex premier Monti. Dovrà riferire a partiti che ormai sono degli zombie ma soprattutto a Bruxelles e Berlino. Potrebbe anche avere una sembianza abbastanza keynesiana e socialdemocratica, in pubblico magari incolperà perfino Bruxelles, Francoforte e Berlino di non sostenerlo abbastanza, ma eseguirà tutti i loro imperativi.

Se lei fosse un membro del Parlamento italiano e si trovasse di fronte all’alternativa tra Draghi e le elezioni, nelle quali probabilmente vincerebbe l’estrema destra, lei cosa farebbe?

Come democratico, voterei sempre contro un tecnocrate come Mario Draghi, è essenziale che noi difendiamo il diritto delle persone di scegliere chi le governa. E oltre a questo devo dire che personalmente ricordo bene quando Draghi è stato decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles. Penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo.

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30/03/2019

Grecia - L’Unione Europea stringe ancora il cappio. Tsipras cede anche sui pignoramenti delle case

Era il 23 giugno del 2018 quando il premier greco Alexis Tsipras aveva usato il gesto plateale di rimettersi la cravatta per decretare che lo strangolamento imposto dalla troika (Ue, Bce, Fmi) era terminato. Ma i volenterosi carnefici di Bruxelles, smentendo ogni illusione, non erano ancora sazi.

Nei giorni scorsi, l’Eurogruppo ha imposto alla Grecia la revisione della legge che impediva i pignoramenti delle prime case – quelle in cui si abita – giudicata dalle banche troppo generosa verso i cittadini inadempienti che non riescono più a pagare i mutui. Non solo. È stato posta come condizione indispensabile dall’Eurogruppo per l’erogazione ad Atene dei profitti derivanti dalle sue obbligazioni, detenuti dalla Bce e altre banche centrali dell’Eurozona. L’approvazione di ben tredici misure delle sedici concordate con le istituzioni europee, portata sul tavolo Ue a marzo scorso, è stata ritenuta non sufficiente per i funzionari di Bruxelles al fine di sbloccare la prima tranche dei 4,8 miliardi di euro che devono rientrare nelle casse greche entro il giugno del 2022 in ripartizioni semestrali.

Con un voto a netta maggioranza, il Parlamento greco ha così approvato la proposta del Governo tesa a peggiorare le norme che proteggono le famiglie insolventi dai pignoramenti da parte delle banche sulle prime case di chi ha contratto debiti. La legge originaria aveva preso il nome da Katseli, il ministro che l’aveva presentata durante la fase più critica della crisi, ma Bruxelles voleva proprio l’abrogazione o la revisione della Legge Katseli, come ammesso candidamente dal Commissario Ue Pierre Moscovici.

La proposta di revisione è stata presentata martedì scorso al Parlamento di Atene. Prevede che le abitazioni dei debitori fino a un valore di 250mila euro siano escluse dai pignoramenti. Ma ci sono delle condizioni in cui rientrare per avere accesso alla protezione: il debitore deve avere un reddito familiare pari a 12.500 euro se nucleo familiare singolo, 21mila euro se coniugato più cinquemila euro per ogni figlio minore fino a un reddito complessivo massimo di 36mila euro. Al tempo stesso, è stato sensibilmente ridotto il massimale del deposito bancario dei mutuatari, passato da 65mila euro proposto da Atene a 15mila euro imposto dall’Eurogruppo. Nel caso in cui il debitore voglia proteggere la sua prima casa, si deve impegnare a pagare il 120% del suo valore commerciale a rate mensili, ad un tasso di interesse pari all’Euribor a tre mesi più il 2%. Il Governo offre il suo aiuto ai mutuatari insolventi con un fondo pubblico di 200 milioni di euro. Inoltre l’ultima modifica, inserita dal Governo giovedì, riguarda i prestiti commerciali: inizialmente la protezione degli immobili era stata fissata per prestiti inferiori a 130mila euro. Per i creditori non era sufficiente, il Governo li ha accontentati: con un emendamento dell’ultimo minuto il tetto è stato abbassato a 100mila euro.

Dopo questa ulteriore capitolazione, il governo di Alexis Tsipras spera che la riunione dell’Eurogruppo, prevista per venerdì 5 aprile, dia semaforo verde allo sblocco dei profitti maturati dalle banche sui titoli di stato della Grecia. Praticamente l’Unione Europea continua a imporre una vera e propria agonìa, che sta logorando la società greca goccia a goccia.

Dentro la gabbia dell’Unione Europea/Eurozona non c’è sopravvivenza per le fasce sociali più deboli. Fuori forse c’è una alternativa migliore.

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16/01/2019

Bruxelles. Prima avvoltoi, poi coccodrilli, ma la gabbia fibrilla

Nella seduta del Parlamento di Strasburgo dedicata al ventennale dell’introduzione dell’euro (sic!), il presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker (anche lui a fine mandato come Draghi), si è lasciato andare alle lacrime di coccodrillo sui danni sociali provocati dalla gabbia europea affermando che le politica di austerità dell’Eurozona sono state a volte “avventate”. “Sì – ha ammesso Junker – c’è stata dell’austerità avventata. Non perché abbiamo voluto punire coloro che lavoravano o che erano disoccupati, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci si trova, restano essenziali”. Ma Junker ha impropriamente cercato di allontanare da sé e dagli apparati europei gran parte delle responsabilità sul massacro sociale imposto alle popolazioni europee, in particolare a quella greca. “Mi rincresce – ha continuato il presidente della Commissione – che abbiamo dato troppa importanza all’influenza del Fondo Monetario Internazionale (uno dei tre apparati della troika insieme a Commissione europea e Bce, ndr). Se la California entra in difficoltà – ha chiosato Junker “ gli Usa non si rivolgono al Fmi, si rivolgono agli Stati Uniti, e noi avremmo dovuto fare lo stesso”. “Mi è sempre dispiaciuta la mancanza di solidarietà che è apparsa al momento di quella che è chiamata la crisi greca. Non siamo stati abbastanza solidali e abbiamo insultato e coperto di invettive la Grecia”. Oggi, ha concluso Junker, “mi rallegro di vedere che la Grecia e il Portogallo hanno ritrovato non dico un posto al sole, ma un posto tra le vecchie democrazie europee”.

La chiosa di Junker è forse la parte peggiore. La sua declinazione del fatto che il prezzo per stare dentro “le vecchie democrazie europee” sia l’immane costo sociale imposto alla Grecia, la dice lunga sull’idea che questa gente ha del mondo in cui viviamo. E se la Grecia sulla base di un mandato popolare (il referendum e l’Oxi del 2015) avesse invece deciso di sganciarsi dall’Eurozona e dall’Unione Europea cosa sarebbe stata? Una democrazia più avanzata di quelle che pretendono di esserle – o sicuramente di rappresentarle – o sarebbe precipitata nell’abisso come afferma in modo sistematico la narrazione ordoliberista? Il nodo della sfida in corso è proprio su questo.

E’ stata costruita sull’Europa una narrazione tossica e una gabbia materiale (fatta da trattati immodificabili e apparati feroci). Questa gabbia ha un nome e cognome – Unione Europea – e l’idea che fuori dalla gabbia possa esserci vita, indipendenza economica e politica, sovranità democratica, viene combattuta con un terrorismo psicologico (e minacce concrete) che troppo spesso piega le gambe e il raziocinio anche alle forze che ambiscono all’emancipazione dei popoli e dei loro paesi. Che lo affermi Junker aggiungendovi anche un paternalismo peloso e infame non sorprende. Che ancora molti prendano per immutabile e indiscutibile questo assetto oltre che sorprendere fa salire la rabbia. Tina (ossia non ci sono alternative a tutto questo) è una brutta bestia da combattere.

La capitolazione politica e psicologica a Tina non consente però neanche di coglierne le contraddizioni. Trenta anni fa è venuto giù il Muro di Berlino, consentendo soprattutto alla borghesia tedesca e a quella europea in formazione, di costruire la Gabbia di Bruxelles a proprio uso e consumo, su ogni aspetto. Ma solo guardando agli avvenimenti di ieri (il voto del Parlamento britannico sulla non reversibilità della Brexit, le irrilevanti conseguenze sui mercati del discorso di Draghi sullo stato dell’Eurozona con la necessità di non interrompere il quantitative easing, gli effetti devastanti della lettera della Bce alle banche sulla gestione dei Npl (i crediti deteriorati), si comprende bene come questa gabbia cominci ad avere parecchi punti arrugginiti.

Scegliere di romperla con una mobilitazione politica e popolare che rimetta in campo una alternativa o attendere che magari si rompa da sola sulla base delle proprie contraddizioni interne, non è affatto la stessa cosa. E’ dirimente, come lo è sempre stato nella storia del movimento di classe.

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02/11/2018

L’amore e la rivoluzione

Un documentario sulle condizioni del popolo greco dopo l’applicazione dei “memorandum” imposti dalla Troika e applicati pedissequamente dai governi di Papandreou (Pasok, “socialisti”), Samaras (Nea Democratia, onservatori) e Tsipras (Syriza-Anel).

Buona visione. E soprattutto buone riflessioni sulle politiche da mettere in campo per cambiare davvero la situazione.


20/08/2018

Grecia. La Troika se ne va, ma lascia dietro di sé un paese distrutto e alla fame


Il sistema mediatico mainstream è sempre più simile ad una gigantesca macchina da guerra propagandistica che rovescia sistematicamente i significati delle parole. E’ così che giornali e media vari del nostro paese danno la notizia che “la Grecia è uscita dalla crisi” e che questi continuano incredibilmente e paradossalmente a parlare di “piani di aiuto” e di “salvataggi”.

Dopo 8 anni la Grecia esce ufficialmente dal terzo “programma di salvataggio”. Dal 2010 ad oggi, alla Grecia sono stati applicati tre “piani di aiuto” (289 miliardi concessi a tassi d’interesse usurai con piani di rientro infiniti). In cambio, le “riforme” chieste dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale hanno fatto precipitare il paese nella miseria più nera, facendo crescere di sette volte la povertà dei suoi abitanti, al punto che molti osservatori internazionali parlano ormai apertamente di una grave crisi umanitaria in corso.

In effetti, i dati appaiono, in tal senso, incontrovertibili. Nel corso degli ultimi anni, la disoccupazione è salita al 27,5% (quella giovanile sfiora il 60%) contro una media dell’8,3% nella zona euro, mentre il potere di acquisto è sceso di dieci volte e lavoratori e pensionati per sopravvivere si stanno indebitando fino al collo.

L’emigrazione è arrivata al 31% e, a causa dei sanguinosi tagli alla sanità pubblica, milioni di persone non hanno più accesso alle cure. La mortalità è in costante aumento compresa, purtroppo, quella infantile.

Sono questi i risultati di otto anni di “aiuti” ma per i grandi mezzi di comunicazione si tratta di un “salvataggio”. E non illudetevi: va via la Troika ma restano i suoi tecnici a tenere sotto costante “osservazione” le spoglie di un paese distrutto.

Sì, perché non è mica finita qui. Il prossimo anno scatterà un nuovo generosissimo prestito usuraio e, in cambio, la UE ed il FMI pretendono ancora altri pesanti tagli al welfare.

Sono fatte così, le iene che stanno a vertici delle banche e che stanno accanendosi in questo modo sulle spoglie della Grecia: non sono mai sazie. Finita la ciccia ora pretendono l’osso perché, si sa, qualcosa ci resta sempre attaccato.

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30/07/2018

Cartoline dalla Grecia: l’emergenza è finita?


I devastanti incendi che hanno flagellato la regione attorno Atene hanno riportato l’attenzione dei media nostrani sulla Grecia.

A tutti gli osservatori – anche agli apologeti del liberismo più selvaggio – è apparso chiaro il pesante bilancio di danni e lutti provocati a fronte di incendi che, per quanto stavolta siano stati particolarmente impetuosi, non sono una novità in quelle zone già periodicamente interessate da questa fenomenologia.

Mai come ora è risultato evidente il gap materiale e tecnologico esistente tra le reali potenzialità degli apparati di emergenza e di prevenzione dello stato ellenico e gli standard minimi indispensabili che necessiterebbero in qualsivoglia paese costretto a misurarsi con calamità di questo tipo.

Il (triste) paradosso di questa vicenda è che, nei giorni scorsi, il primo ministro greco, Alexis Tsipras, dichiarava, soddisfatto, che la Grecia sta uscendo dal “tunnel della crisi” dopo i fatti del 2015 (il cedimento al Memorandum della trojka con buona pace della vittoria referendaria dell’OXI, nda) e che nel paese cresce la “fiducia verso il futuro prossimo”.

La realtà sociale, il paese reale e le condizioni di vita e di lavoro dicono altro .

Il 20 agosto prossimo termina l’ultima parte del “programma di riforme strutturali” deciso da Bruxelles nei giorni del luglio 2015 quando, di fatto, la Grecia è stata sottoposta al commissariamento forzato da parte dell'UE.

In effetti, però, dal gennaio 2019 scatterà un altro giro di vite sulle pensioni, il quattordicesimo, per “tenere in sicurezza la reale compatibilità dei conti pubblici” ed ogni trimestre la UE manderà i suoi commissari/controllori per verificare l’attuazione di queste misure e le “garanzie” per i creditori/cravattari che hanno “prestato” i 300 milioni di Euro alla Grecia.

Oggi, a distanza di alcuni anni, la disoccupazione è arrivata al 20%, una famiglia su cinque (il doppio del 2010) vive in condizioni di estrema povertà ed il fardello del debito (pubblico e privato) è ancora un macigno.

Inoltre la privatizzazione/svendita di gran parte dell’apparato industriale ed infrastrutturale del paese ha comportato consistenti esternalizzazioni di operai ed impiegati, il peggioramento della qualità e di ciò che residuava dell’universalità dei servizi ed una generale svalorizzazione del lavoro e delle sue condizioni normative, giuridiche e di sicurezza.

Il governo Syriza/ANEL supinamente prono ai dettami della borghesia continentale europea (e della NATO) continua a ritenere – confermando la sua linea di condotta catastrofica per gli interessi dei settori popolari della società – che è possibile consolidare una sorta di “ripresa economica nazionale” confidando esclusivamente sul turismo, le nuove tecnologie e la “smart economy”.

Ma i fatti hanno la testa dura. Il turismo, in Grecia e non solo, non è un comparto che produce un miglioramento generalizzato dell’economia e una crescita della quantità/qualità del lavoro sempre e comunque. Anche questo comparto è sottoposto alle modalità del mercato, alle sue leggi ed alla crescente concorrenza internazionale

I flussi turistici (quelli consistenti) sono organizzati, gestiti e valorizzati dalle grandi corporation globali dell’entertainment.

Con buona pace dell’immagine iconica dell’isoletta greca pura ed incontaminata e delle rustiche taverne dove si spende poco, si sta consolidando una industria del divertimento incardinata alle più feroci leggi del supersfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente naturale.

I porti, gli aeroporti (non a caso le infrastrutture svendute per prime, dopo il luglio 2015), i villaggi turistici, i tour operator, il selvaggio e vorticoso comparto dell’edilizia e persino le campagne propagandistiche e promozionali delle varie località, sono saldamente nelle mani di compagnie straniere le quali sono interessate unicamente alla massimizzazione dei profitti, non nutrono nessuna attenzione per gli standard ambientali dell’ecosistema e sono pronte, in qualsiasi momento, anche in considerazione dell’evoluzione generale del contesto geopolitico, ad indirizzare altrove i flussi turistici.

La stessa demagogia/illusione, da parte governativa, sul potenziamento delle nuove tecnologie è rivolta, stando ai fatti che registriamo, al rafforzamento ed alla crescita di questa infernale macchina del divertimento e non, invece, come sarebbe socialmente utile, alla riqualificazione/ammodernamento delle infrastrutture di base del paese.

Le reti energetiche nazionali, la qualità degli impianti ferroviari, del servizio sanitario nazionale e – come dimostrato tragicamente nei giorni scorsi – i servizi di pubblica emergenza sono fermi al palo o, addirittura, regrediscono ulteriormente.

Fotografano bene questa situazione le parole di Vassilis Primikiris, del comitato centrale di Unità Popolare (Lea), riprese anche dall’ultimo numero de “l’Espresso” in edicola questa settimana: “Rimarremo nelle grinfie della Troika per quasi cento anni. Altro che ritrovata autonomia. Con i tagli alle pensioni e l’introduzione della tassazione anche per chi guadagna 500 Euro al mese i greci sono condannati alla miseria perenne. Tsipras da comunista è diventato lo yesman dei poteri forti. E anche della NATO, con la decisione di non usare la facoltà di veto sull’ingresso della Fyrom nell’Alleanza Atlantica e il consenso al cambiamento del nome in “Macedonia del Nord”. Con questa mossa scellerata ha regalato migliaia di voti ai fascisti di Alba Dorata e distrutto lo storico rapporto amichevole con la Russia. Un disastro completo.”

In effetti, al di là di tutte le chiacchiere e le sparate propagandistiche, la Grecia, nonostante la cura da cavallo a cui è stata costretta, nonostante la manomissione diplomatica, economica e finanziaria che ha subito, non ha ottenuto dal complesso dei creditori internazionali il taglio del debito che doveva essere (nell’idea di Syriza, di Tsipras e dei soloni del Partito della Sinistra Europea) l’obiettivo che si sarebbe acquisito con l’accettazione del terzo Memorandum.

Cosa dire alla fine di questa “cartolina”?

Il popolo greco (che ha alle sue spalle una gloriosa e consolidata tradizione di lotta antifascista e per il progresso) è, tra i popoli europei, quello che ha pagato il più alto costo umano e politico alla costruzione del polo imperialista europeo. In Grecia, più che altrove, la “sinistra” ha attivamente lavorato per depotenziare e distruggere ogni aspettativa di rottura e di avanzamento politico e sociale verso un assetto culturale, economico e geopolitico che alludesse, per davvero, ad una possibile fuoriuscita dai micidiali dispositivi dell’Unione Europea e della NATO.

Non è un caso che – nel paese ellenico, ma anche altrove – crescono le destre razziste ed xenofobe nutrite dal malcontento e dal disorientamento dei ceti popolari dopo il “tradimento” della “sinistra”.

Una lezione politica, quindi, da non smarrire, ancora attuale, la quale rafforza la necessità della sfida teorica e pratica che vogliamo rilanciare per costruire nel nostro paese e nell’area euro/mediterranea una prospettiva di rottura, di riscatto e di liberazione fondata sull’unione popolare e non sui cascami di una “sinistra” sempre più integrata nella modernizzazione capitalistica ed imperialistica.

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31/05/2018

La trappola europea dello spread: il problema è l’atterraggio

L’Italia è nel mirino della speculazione internazionale. Il prezzo dei titoli pubblici italiani è letteralmente crollato nelle ultime ore, portando i rendimenti sui BTP decennali dall’1,8% di inizio maggio ad oltre il 3,2% di fine mese. Questo aumento straordinario nel costo dell’indebitamento pubblico è dovuto ad una massa di vendite che si sono realizzate in un lasso di tempo relativamente ristretto, come testimoniato martedì mattina dall’inversione di un tratto della curva dei rendimenti, una curva che rappresenta per ogni scadenza il corrispondente tasso di interesse sul debito pubblico italiano e che di norma ha un andamento crescente, a riflettere il maggiore interesse richiesto per prestiti a più lunga scadenza: per qualche ora i BTP con scadenza 2020 pagavano un rendimento maggiore dei BTP con scadenza 2021, contro ogni logica economica – che associa a scadenze più lontane rendimenti più elevati – e coerentemente con le dinamiche speculative, quando i titoli sono scambiati non in virtù del loro rendimento ma solo allo scopo di trarre un profitto dalla variazione di prezzo di quelle attività finanziarie. Se le cause di questa svendita del debito pubblico italiano dovranno essere attentamente indagate, gli effetti dell’impennata nei rendimenti di quei titoli sono invece facilmente prevedibili. Attraverso una simile stretta sul costo dell’indebitamento pubblico i mercati – chiunque essi siano – stanno esercitando una pressione sulla politica italiana in una fase storica delicatissima, e cioè esattamente nel momento in cui una tornata elettorale aveva spazzato via le forze di governo degli ultimi venti anni, ossia Forza Italia ed il Partito Democratico. L’Europa funziona così: quando la macchina dell’austerità è in affanno, puntualmente interviene lo spread.

Era la fine del 2009 quando, con un simile incipit, prese il via la crisi del debito pubblico greco – l’inizio della crisi che finì per investire l’Europa tutta aprendo la stagione dell’austerità. I titoli pubblici decennali della Grecia vennero venduti in massa sui mercati finanziari, e videro i rendimenti crescere dal 4,6% dell’ottobre 2009 al 7,8% dell’aprile successivo. Notiamo che si trattò di un aumento del 70% dei tassi, realizzatosi nell’arco di sei mesi, mentre nella crisi italiana di queste settimane i BTP decennali hanno visto crescere il rendimento del 78% nel giro di un solo mese. Per arginare la crisi finanziaria, la Grecia decise di chiedere un aiuto alla cosiddetta Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale garantirono al governo ellenico un prestito capace di coprire il rifinanziamento del debito pubblico. In cambio di cosa? Della sottoscrizione di un Memorandum of Understanding, un documento che conteneva l’indicazione puntuale di tutte le misure di austerità che la Grecia avrebbe realizzato negli anni a seguire – volente o nolente. In pratica, l’incendio è stato spento solo quando la Grecia ha accettato di vincolare la sua politica economica ai diktat delle istituzioni europee e al FMI: qualche sospetto su chi abbia appiccato le fiamme sorge spontaneo.

La spirale nei tassi di interesse sul debito pubblico è effettivamente una china spaventosa, perché impegna una quota crescente di risorse pubbliche per il servizio del debito pubblico. Ma ritorna alla mente l’apertura dell’Odio di Kassovitz:
Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.
La vertigine che ci provoca l’impennata dello spread fa effettivamente impressione, il maggiore costo del debito che comporta è un problema serio all’interno dei vincoli alla spesa imposti dall’Europa, ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio: con il Memorandum, che ha posto fine alla caduta del prezzo dei titoli pubblici del Paese, la Grecia ha firmato la sua condanna a morte. Le politiche di austerità accettate in cambio di quell’aiuto, cioè della fine della caduta, hanno ridotto in cenere il tessuto produttivo ellenico generando una disoccupazione di massa, il crollo della produzione, la contrazione dei salari, la distruzione dello stato sociale, l’implosione del sistema sanitario nazionale. Una catastrofe che è stata indotta dall’aumento dello spread, ma che si è potuta realizzare solo grazie all’imposizione del principio della condizionalità agli aiuti finanziari offerti al Paese in crisi: la Grecia è stata abbandonata alla speculazione, e la condizione posta dai creditori per restituire al Paese la stabilità finanziaria è stata una rigida agenda di misure di austerità. La cieca austerità è stato il prezzo pagato dalla Grecia per frenare la folle corsa dello spread: una vera e propria trappola che porta dall’instabilità finanziaria alla macelleria sociale.

In queste ore ci stupiamo della deriva apertamente antidemocratica delle istituzioni europee, che hanno usato il Capo dello Stato per imporre il proprio orientamento alla politica economica italiana contro la volontà della maggioranza del Parlamento. La lezione della Grecia ci insegna che le cose possono andare peggio. In prossimità delle elezioni politiche del 2012, al secondo anno di austerità selvaggia, i leader dei due principali partiti – centrodestra (Nea Demokratia) e centrosinistra (PASOK) – sottoscrivono una lettera in cui si impegnano preventivamente a rispettare, in caso di vittoria alle elezioni, il dettato del Memorandum, ossia il percorso di tagli definito dai creditori della Troika. Due lettere gemelle che impegnano un esecutivo a realizzare una precisa politica economica del tutto indipendente dalla volontà popolare che sarà espressa nel voto: è la fine dell’influenza della democrazia parlamentare sul governo dell’economia. Noi stessi abbiamo avuto un piccolo assaggio di questi scenari greci nel 2011, quando la rincorsa dello spread convinse Berlusconi a lasciare il posto al governo Monti: le misure di austerità applicate allora, a partire dalla Riforma Fornero, furono la moneta di scambio pagata per convincere la BCE ad acquistare i titoli pubblici italiani ed arginare, così, l’instabilità finanziaria.

Si dirà che l’Italia non è la Grecia. Eppure, in queste ore concitate, il vicepresidente della BCE Vitor Constancio ha rilasciato un’inquietante intervista all’autorevole giornale tedesco Spiegel dove, commentando lo stallo politico dell’Italia, spiega che qualora il nostro Paese avesse bisogno di un soccorso da parte delle istituzioni europee, liquidità per arginare la corsa dello spread, dovrebbe tenere a mente che “qualsiasi eventuale intervento sarebbe soggetto al principio di condizionalità”, ovvero all’accettazione di un “programma di aggiustamento strutturale”: è il Memorandum che ha messo in ginocchio la Grecia. Chiosa Constancio: “Le regole su questo sono molto chiare, tutti dovrebbero ricordarle. L’Italia conosce le regole, forse dovrebbe dargli un ulteriore sguardo.”

Questo dispositivo disciplinante delle politiche economiche nazionali da parte delle istituzioni europee è ora articolato nella forma delle TMD (Transazioni Monetarie Definitive): se un Paese chiede aiuto alla Troika, interviene direttamente la Banca Centrale Europea con una massa di acquisti capace di contrastare qualsiasi volume di vendite, a patto che il Paese in questione sottoscriva un preciso Memorandum che legherà l’esborso delle varie tranches del prestito alla realizzazione di una serie di misure di austerità. Un cappio al collo dell’economia che è l’ultima spiaggia della governance europea, una minaccia atomica da usare nel caso in cui la politica italiana continui a ritardare la rigida applicazione del progetto neoliberista dell’austerità. Tutte le principali forze politiche italiane devono adeguarsi alla linea europeista, lasciando da parte qualsiasi dibattito sull’appartenenza del Paese alla moneta unica. Altrimenti, l’intervista di Constancio lascia poco spazio all’immaginazione: lo spread cresce, la trappola è pronta e manca solo qualcuno capace di trascinare l’Italia nell’incubo greco. Basterà chiedere aiuto all’Europa.

28/05/2018

Il golpe di Mattarella

Quello di Mattarella è un attentato alla democrazia nel nome della Troika. Ora lo conferma la convocazione di Cottarelli per l’incarico di governo.

Cottarelli, l’uomo dei tagli allo stato sociale, della pensione a 80 anni, l’uomo di fiducia di quella nota istituzione “democratica e progressista” che è il Fondo Monetario Internazionale. Chi non si scandalizza e si dichiara progressista vada a farsi friggere con i resti della finta sinistra amica delle banche che ha la responsabilità politica e storica di questo disastro.

Potere al Popolo stava già preparando la mobilitazione contro il governo Salvini Di Maio, ora la faremo contro il governo Mattarella-Cottarelli.

Ubbidendo alla Troika (UE, BCE, FMI) e ai suoi referenti italiani il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ufficialmente fatto entrare l’Italia nei paesi senza una vera democrazia. Rifiutando di dare l’incarico a Savona per le sue, per altro moderatissime, critiche verso l’euro, Mattarella ha reso chiaro che il popolo italiano, come quello greco e come tanti altri popoli europei, non è libero.

La dittatura finanziario-bancaria della UE, che Draghi ha definito “pilota automatico”, è intervenuta. Il governo e il potere tedesco, anche con la loro stampa razzista, si sono mossi contro l’Italia e Mattarella ha pronunciato le parole che suonano come de profundis per la nostra Costituzione democratica, sociale, antifascista. Nel nome del risparmio degli italiani ha fatto saltare un governo che avrebbe riscosso la fiducia della maggioranza del Parlamento.

Parlando da presidente aggiunto della Banca Centrale Europea Mattarella ha messo sotto scacco il parlamento, trasportando la democrazia italiana in sabbie mobili mai raggiunte nella sua storia. Neppure Napolitano era arrivato a tanto, avendo sempre ottenuto con le sue pressioni il consenso delle Camere.

Ora il timido Mattarella ci porta dentro un golpe bianco. Che non è ovviamente concluso perché ancora non ha sbocchi. Finirà con elezioni nelle quali il presidente della repubblica sarà di fatto uno dei contendenti del confronto, in uno scempio delle regole senza precedenti? Oppure in un governo presidenziale con le camere sotto minaccia? Oppure con il cedimento di qualcuno dei contendenti che distruggerebbe il senso stesso della partecipazione politica? Ogni scenario che si preannuncia è orribile dopo l’orribile atto di Mattarella.

Si conferma ciò che dovrebbe essere chiaro da tempo: la UE, le sue regole, i suoi trattati sono un colpo di stato permanente contro la nostra Costituzione. Rompere con essi è sempre di più un dovere democratico.

Noi di Potere al Popolo, come nostro sacrosanto diritto, ci preparavamo a opporci al governo Salvini - Di Maio per il suo programma e per la sua linea politica, opposti alla nostra. Ora diciamo con altrettanta fermezza che siamo contro Mattarella e il suo atto gravissimo e che intendiamo lottare per una democrazia senza sovranità limitata e senza presidenti della repubblica che, invece essere garanti di una repubblica parlamentare, si ergano a difensori dei risparmiatori, cioè di banche e finanza.

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“Qui comandano i mercati e il popolo non conta nulla!”

Ora tutto è chiaro, davanti agli occhi, senza veli ideologici che possano mascherare la realtà.

Il metodo della democrazia parlamentare, vanto e giustificazione dell’aggressività occidentale contro il resto del mondo, non è più funzionale alle esigenze del grande capitale multinazionale. E quindi va “superato”.

La decisione di Sergio Mattarella – impedire l’insediamento di un governo non pienamente controllato dalla Troika e assegnare l’incarico a Carlo “mani di forbice” Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale, troppo estremo perfino per Matteo Renzi come commissario alla spending review – segna uno spartiacque irreversibile con la tradizione repubblicana, italiana ed europea.

La Costituzione italiana nata dalla Resistenza viene ridotta al solo comma dell’art. 81 (“Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”), introdotto a forza su pressione dell’Unione Europea e votato senza discussione da tutti i partiti esistenti all’epoca del governo già para-golpista di Mario Monti. Il resto non conta più nulla; non è esigibile se sballa il pareggio di bilancio.

Lo ha spiegato lo stesso Mattarella con insolita chiarezza: “La designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato per gli operatori economici e finanziari, ho chiesto per quel ministero l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, che […] non sia visto come sostenitore di linee che potrebbe provocare la fuoriuscita dell’Italia dall’euro”.

Qualunque maggioranza politica possa uscire da un voto popolare deve sottostare a questa regola, evidentemente non costituzionale. Può esserci una maggioranza di centro, di estrema destra o una apertamente socialista, ma la politica economica – il cuore di ogni attività di governo – deve restare soltanto una: quella fissata dalle “istituzioni sovranazionali” non elette, o addirittura dai “mercati”, ossia dalla speculazione finanziaria globale.

Mattarella non ha infatti sollevato nessuna obiezione all’indicazione di un fasciorazzista come Matteo Salvini a ministro degli interni, ruolo che avrebbe usato per disporre espulsione di migranti e profughi, repressione di scioperi e movimenti di opposizione popolare, libertà di sparare. Questo non preoccupa affatto “i mercati” (anzi...). Mattarella non si è contrapposto in nome dell’antifascismo e della libertà delle persone, ma in difesa del business e dell’austerità.

Sa meglio di noi che “i risparmi degli italiani” sono una parte, nemmeno la più consistente, del bottino che la Troika e le economie continentali più forti (Germania in testa) pensano di poter fare in questo paese. Non sta difendendo i nostri risparmi (per chi li ha, ovvio...), ma si è mosso per consegnarli ai pretendenti più potenti.

Non si era mai verificato che una maggioranza parlamentare si vedesse rifiutare l’approvazione della lista dei ministri per questioni di linee di politica economica. Non era mai accaduto che un presidente della Repubblica invocasse l’interesse dei mercati come elemento decisivo e prevalente per la formazione di un governo. Non era mai accaduto, insomma, che un presidente della Repubblica considerasse nulla la volontà popolare espressa con il voto. Di fatto, Mattarella ha reinterpretato il suo ruolo come se fossimo in una Repubblica presidenziale, anziché in una parlamentare. Negare al Parlamento la possibilità di formare un governo non in linea con quanto deciso altrove significa consideralo inutile. Ma un Parlamento senza poteri – esattamente come quello di Strasburgo – è la fotografia del superamento della democrazia, della concentrazione del potere politico in mani diverse, ignote, estranee. Nemiche.

Una volta messa nero su bianco la predominanza dei mercati su qualsiasi altro interesse, la dialettica politica interna a un paese viene ridotta a ben poco. E infatti si è subito visto lo schieramento di tutta la grande stampa, italiana e soprattutto europea, dietro la decisione presidenziale, che a questo punto può contare sull’apporto dei berlusconiani e dei renziani (compreso il “soggetto inutile” chiamato LeU). Dall’altra parte le forze nazionaliste e di destra, che sono fin qui riuscite a capitalizzare il malessere sociale prodotto da un decennio di politiche di austerità, tagli alla spesa sociale, ai diritti, ai salari reali.

Cosa accadrà ora, nel dettaglio, è difficile da prevedere. Ma nelle linee strategiche è persino scontato.

Un governo Cottarelli senza maggioranza in Parlamento può realizzare il massacro sociale previsto dall’entrata a regime del Fiscal Compact, trattato che impone il taglio del debito pubblico nella misura del 5% annuo per i prossimi venti anni. Può fissare i provvedimenti necessari a questo massacro nella legge di stabilità da approvare entro il 31 dicembre sotto la supervisione della Commissione europea. Può approvare le “riforme” dell’Unione Europea che dovranno decidere i capi di stato a fine giugno per creare una “Europa a due velocità”. Può sottoscrivere il bilancio europeo che fissa le scelte continentali obbliganti per i prossimi dieci anni.

Ma non può andare oltre il 31 dicembre. A meno di non decretare che l’Italia entra in un regime dittatoriale con a capo la finanza internazionale.

Le prossime elezioni politiche anticipate, da fissare per febbraio o marzo, prevedibilmente darebbero una maggioranza schiacciante ai due partiti “vittime” del golpe presidenziale. Ma da qui ad allora spread, mercati, istituzioni sovranazionali, emissari pubblici e privati di tutti i poteri interessati a fissare in regola il Mattarella moment, metteranno in campo tutte le energie negative possibili. Nessuna esclusa.

Dobbiamo attenderci di tutto. Perché quella che si va combattendo in questo paese è una piccola battaglia all’interno di una guerra globale che va assumendo connotati sempre più chiari. Chiamerebbero persino l’Isis, se potesse tornare utile (siamo pur sempre il paese della strage di Piazza Fontana, no?).

Chi – come i Cinque Stelle e la Lega – ha creduto che si potesse “prendere il potere” con delle abili campagne di marketing politico deve ora fare i conti con l’antico e brutale fondamento della politica e della guerra: i rapporti di forza. Quelli solo elettorali, come hanno dovuto sperimentare in genere socialisti e comunisti nel ‘900, contano poco quando il gioco si fa duro e gli interessi in campo decidono di agire in prima persona, con pochi intermediari fidatissimi, con la violenza della ricchezza ed eventualmente anche quella delle armi.

Può sorprendere che a sperimentare questa brutalità siano forze di destra come i leghisti o evanescenti neodemocristiani come i Cinque Stelle. Ma è sorprendente solo per chi aveva dimenticato che “il capitale” o l’imperialismo non sono un soggetto unico, ma ruoli interpretati da molti soggetti, la cui forza dipende appunto dalla massa di capitale accumulato e gestito.

Si può insomma vincere una elezione gridando “onestà, onestà” oppure “prima gli italiani”. Ma le trovate pubblicitarie sono impotenti davanti al dispiegarsi del vero potere, quando sente in pericolo i propri interessi.

Vedremo se avranno davvero il coraggio di far aprire a questo Parlamento un procedimento di impeachment nei confronti di Sergio Mattarella, ma sembra lecito dubitarne.

Anche attendere l’uscita di scena di questo presidente per puntare poi all’elezione di uno meno prono ai voleri della Troika – tra tre anni e mezzo – sarebbe una scommessa fondata su variabili incontrollabili.

Di certo, lo scontro politico avviene ora su un campo ridisegnato nei fondamentali. In alto c’è un potere sovraordinante, rappresentato dalle istituzioni sovranazionali; dall’altro una massa di interessi diversi che si aggregano o si combattono freneticamente, ma con ben scarsa possibilità di prendere in mano una “stanza dei bottoni” che esiste ormai soltanto per disciplinare l’immensa platea degli sfruttati che si vorrebbe ridurre al rango di schiavi.

I soggetti che vogliono organizzare e rappresentare questi ultimi non hanno nulla da condividere con quel mondo di “sfruttatori deboli” che in questo momento domina nella scena politica e parlamentare. Ma ogni sforzo di riunificazione delle energie positive, vitali, conflittuali – come ha saggiamente dimostrato la due giorni di assemblea di Potere al Popolo, a Napoli – ha una possibilità di successo se identifica con chiarezza il campo di gioco e le squadre avversarie. Ossia il nemico e “le regole di ingaggio”. Il nostro primo motto deve essere sempre prima gli sfruttati!

Ora si tratta di cominciare a giocare davvero, al ritmo che impone la partita, senza più soffermarsi troppo su desideri, speranze, compromessi, tatticismi... Ossia su vizi ed abitudini che davvero dividono, invece di ricompattare.

Basti pensare che soltanto ieri pomeriggio stavamo preparandoci a battagliare contro un governo grillin-leghista e stamattina abbiamo davanti un governo della Troika, senza se e senza ma.

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13/05/2018

Grecia targata Tsipras a passo di record: nei tagli alle pensioni

Grecia in festa o almeno così parrebbe stando alle cronache ufficiali, Giornali come Repubblica snocciolano dati entusiasmanti o quasi. Cosa c’è di vero?

Procediamo con ordine. Da inizio anno oltre 100mila occupati in più. Oltre la metà vengono definiti come stabili. Poi però vai a vedere che in aprile, inizio della stagione turistica, il boom c’è sempre stato (80% dei posti di lavoro si colloca in tale settore). Se si va nei dettagli si vede infatti che, rispetto all’aprile 2017, l’aumento è solo di 8mila posti. Maggiormente significativo potrebbe essere l’attributo della stabilità, ma ci farebbe piacere conoscere l’opinione di un esperto del mercato del lavoro greco per capire se si tratti di una stabilità “ai tempi del welfare” o di una “ai tempi del job act”. A parte il fatto che, quando hai toccato il fondo, scendere ancora più giù diventa impossibile.

Fatto sta che la Trojka di buona memoria, ancora presente nell’Ellade a dettare legge, è contenta. Si sono fatte un bel po’ di riforme di struttura, come volevano lorsignori, proprio quelle sulle quali accusano l’Italia di non aver mosso un dito e i risultati si vedono. Non a caso tra i 13 tagli delle pensioni, operati in 10 anni, c’è anche quello, a noi peraltro familiare, dell’aumento dell’età pensionabile, ragione per cui, per ogni pensionato in meno c’è un lavoratore anziano in più, a tenere meno basso il numero degli occupati. Non sale per nulla invece, guarda caso, nella fascia 15-24 anni, dove la disoccupazione è di poco al di sotto del 50%.

Se Repubblica, nell’articolo di Ettore Livini, trasuda una certa quale allegria, il Sole 24 (articolo di Andrea Gagliardi e Andrea Marini) esprime una ottimismo più contenuto, limitandosi a dire che tutto sommato, anche se vanno al governo i non meglio definiti populisti (di sinistra in Grecia e di destra in Austria), la situazione rimane sotto controllo. Dopo di che i dati snocciolati suscitano entusiasmi sempre meno calorosi: non tanto per il taglio degli sconti fiscali alle isole, l’aumento delle tasse e la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, quanto per il capitolo Iva, il cui aumento, che qui ci terrorizza, lì pare sia stato imposto dai riformatori trilaterali. Ma è soprattutto il capitolo pensioni che nella descrizione di una fonte autorevole come il Sole lascia atterriti: tetto massimo di 2300€, con buona pace di chi ha versato maggiori contributi; taglio delle pensione minime, principalmente collegato alla eliminazione dell’Ekas. Che roba è? L’equivalente della nostra integrazione al minimo delle pensioni di chi ha lavorato solo un po’ più di 20 anni e che se ricevesse la pensione in base al contributivo creperebbe di fame. Pare dunque che in Grecia l’operazione di eliminarla sia passata. E i morti di fame? Tutto sommato tante pensioni da pagare in meno. Un’indicazione utile anche per lo scenario italiano, a pensarci bene, dove l’integrazione al minimo può rappresentare la quasi-sopravvivenza per centinaia di migliaia di persone, gli ultimi della fila.

A farci passare la voglia di scherzarci sopra basta leggere un articolo di Francesco De Palo, sul blog del Fatto quotidiano di dieci giorni fa: oltre ai tagli alle pensioni (madre di tutte le battaglie) mele a 2€ e 50 al kg, guerriglia urbana dei disperati, nelle città, un campo profughi alle Termopili, nascosto alle telecamere per ragioni di decenza, che ha forse contribuito a diminuire il prezzo delle sanzioni da subire.

Il tutto in un clima di sobria soddisfazione delle autorità costituite, nazionali e internazionali. Pare infatti che i tecnici della Trojka (Commissione Ue, Bce, Fmi), chi più chi meno, si siano espressi in termini positivi e sarebbe peccaminoso far circolare la voce che, quello che per loro rappresenta la gioia, per milioni di greci rappresenta il dolore. I prestiti della finanza pubblica internazionale hanno quindi raggiunto gli obiettivi prefissati dai creditori, i cultori dell’austerity. Coraggio Grecia e forza Tsipras che se tutto procede di questo passo in agosto i commissari della Trojka leveranno le tende. Vi diranno che avete imparato bene la lezione e che adesso siete in grado di farcela da soli a mandare in rovina i più deboli tra di voi.

Quello che resta molto più difficile da imparare è come evitare di essere mandati a picco, con le cattive se non con le buone. E con l’aria che tira in Italia ci converrà trovare in fretta qualche via d’uscita alternativa: ammesso che esista.

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08/05/2018

Se “sinistra” fa rima con austerity: la lezione greca

Ieri Matteo Orfini ha affermato che M5S e Lega sono “antitetici alla sinistra”. Se ciò che il buffo presidente del Partito Democratico intendeva indicare con la parola “sinistra” sono le politiche praticate da tutte le varianti del centrosinistra dell’ultimo ventennio (cioè dei governi di Romano Prodi, passando per il sostegno al governo Monti, fino agli ultimi governi guidati da Renzi e poi da Gentiloni) c’è solo da preoccuparsi ed attrezzarsi per avversarla e combatterla questa “sinistra”, perché è esattamente quella cosa che ha prodotto la più grande e grave soppressione di diritti sociali degli ultimi settant’anni nel nostro paese.

Ma eccola là la nuova frontiera della “sinistra” europea, il paradigma greco che ora viene agitato come modello per l’Italia e gli altri “Pigs”: “La crescita della Grecia ha doppiato quella dell’Italia” titola il renzianissimo Linkiesta.

A che prezzo? Un punto di PIL in più in cambio di milioni di persone che non arrivano nemmeno alla metà del mese, che non vengono più curate e che vengono buttate fuori dalle loro case ipotecate da banche tedesche e francesi.

Se un tempo l’oggetto della parola “sinistra” era il “popolo”, le sue aspirazioni di uguaglianza, emancipazione e riscatto, ebbene, oggi, seguendo la lezione di Saussure o di un Lacan, non possiamo fare a meno di osservare che la parola “sinistra” nel linguaggio comune, è ridotta ad un significante vuoto, perché priva ormai di una qualsiasi relazione con il contesto storico e simbolico che ne ha determinato il significato per circa un secolo e mezzo.

In fondo la Grecia è stata il vero laboratorio di questa trasformazione definitiva ed Alexis Tsipras si è via via trasformato in un esecutore fedele dei diktat che inizialmente aveva tanto osteggiato; e la sua statura politica, tanto osannata in certi ambienti della “sinistra residuale” italiana alla ricerca di un papa straniero, alla lunga, si è dimostrata irrilevante, perché la sua iniziativa è stata pressoché annullata da Bruxelles, che ha ignorato completamente la volontà popolare espressa nella grandissima prova democratica del referendum del 2015 facendo commissariare dalla Troika il paese ellenico ribelle proprio contro quel risultato e contro quella volontà.

Qualcosa che assomiglia molto alla palude post-elettorale cui stiamo assistendo in questi giorni in Italia. Il voto ha espresso una maggioranza fortemente critica nei confronti dell’Unione Europea e tuttavia ogni cosa sembra cospirare contro la possibilità che si formi un esecutivo in grado di rappresentare questo orientamento. Nonostante le rassicurazioni, i viaggi alla City e le improvvise professioni pro-UE, Di Maio non è riuscito a far dimenticare la storia anche recentissima del suo movimento che ha espresso, fino all’altro ieri, posizioni radicalmente critiche nei confronti dell’euro; e non è un caso che Beppe Grillo abbia ritirato fuori, proprio in questi giorni, la proposta di farci su un referendum.

Quanto all’altra formazione “antisistema” che è uscita vincente dalle elezioni, Salvini appare incatenato a Berlusconi per i noti guai finanziari e giudiziari della Lega ed ha preferito ripiegare sull’obiettivo di capitalizzare a suo favore il declino di Berlusconi.

E così, com’era abbastanza prevedibile, si prospetta un governissimo del Presidente che in teoria dovrebbe occuparsi soltanto di approvare una nuova legge elettorale che favorisca la “governabilità” ma che, in pratica, servirà a fare la famigerata manovra correttiva da almeno 30 miliardi di cui almeno 12 per la riduzione del deficit richiesti dall’Unione Europea. Sullo sfondo c’è la fine del mandato di Mario Draghi alla guida della BCE e l’annunciata chiusura del Quantitative Easing.

Ma non finisce qui: una probabile impennata dello spread insieme allo spauracchio delle “clausole di salvaguardia” sarebbero la scusa perfetta per prolungare la vita di un governo tecnico che azioni il famigerato “pilota automatico” con cui Bruxelles si assicurerebbe che il nostro paese rispetti il Fiscal Compact, continuando a tagliare tra i 50 ed i 60 miliardi di spesa pubblica all’anno per mantenersi in linea con gli obiettivi prefissati di “riduzione del deficit”.

Dunque, tutto lascia presagire che sia proprio l’Italia il prossimo paese candidato a fare da laboratorio, su più vasta scala, delle rigide politiche di austerity che hanno ridotto la Grecia ad una landa in cui l’unica protezione sociale ai suoi cittadini è quella che viene offerta dal volontariato e dalle organizzazioni di base.

Se la parola “sinistra” nel discorso pubblico ha assunto questo significato, certamente opposto a quello che le era attribuito un tempo, c’è da temere seriamente che tutte le repubblichette di Weimar che useranno come foglie di fico per nascondere le politiche di rigida austerity e di smantellamento dello stato sociale imposte dalla #Troika verranno, prima o poi, fatalmente, travolte dai sempre più estesi movimenti reazionari di massa di cui l’Europa, ahimè, è già piena.

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