Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Vincolo esterno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vincolo esterno. Mostra tutti i post

02/07/2026

La politica senza più il potere

Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. È necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato.

Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare il «non potere» garantito dalle elezioni.

Chiunque governi, infatti, ha un ventaglio di opzioni, o una «libertà di scelta», simile a quello di un criceto in gabbia che gira sulla ruota non potendo correre liberamente.

Basterebbe citare il dibattito parlamentare sulle «autorizzazioni» concesse agli aerei statunitensi che andavano a bombardare l’Iran. Mark Rutte – incredibilmente investito del ruolo di segretario della Nato (il prossimo potrebbe essere ancor meno credibile, cioè il neo-disoccupato Keir Starmer ) – aveva rivelato che erano state circa 500. Fornendo così l’occasione per un po’ di finta indignazione di centrosinistra.

Ovviamente l’uso delle basi italiane per una guerra Usa è di fatto una partecipazione a quella guerra (non è che fare il «pieno» di cherosene a un bombardiere sia un’attività «neutrale»), ma il problema sta nell’adesione alla Nato e quindi ai trattati che vincolano l’Italia a prescindere dal governo in carica.

E dunque ha avuto facile gioco il ministro della difesa Crosetto nel richiamare questa antica «abitudine servile» nei confronti del «socio» statunitense citando i “518 autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno contro i 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021, 560 nel 2022”.

Lo stesso dicasi per i «vincoli europei», che pure la destra aveva sbraitato di non voler rispettare una volta al governo, mentre ora Giorgetti – leghista, quindi teoricamente massimo critico della UE, a parole – sta lì col microscopio in mano per impedire uno scostamento di spesa dello zero virgola.

Cosa che, quando avviene, solleva l’urletto isterico di chi per quasi 30 anni ha accompagnato il taglio della spesa sociale con il mantra tossico «lo vuole l’Europa», guadagnandosi così l’odio perenne dei ceti popolari.

Politica estera e finanza pubblica si incrociano sulla posizione del governo da portare al prossimo vertice Nato in Turchia, dove sarà presente pure Trump, garantendo che qualsiasi azzeccagarbuglio escogitato per «conciliare» maggiori spese per armamenti e rispetto dei vincoli di bilancio sarà destinato a saltare in aria.

Le avvisaglie si vedono già ora. Meloni si presenterà infatti sventolando un aumento della spesa militare fino al 2,8%, mentre sottobanco, a fini interni, fa passare l’idea che uno 0,7% (un quarto del totale) sarà in realtà «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

La formula è oscura a sufficienza da far credere che in realtà saranno spese non proprio militari ma funzionali a... Del resto, per un esecutivo che aveva provato a far passare per «militari» le spese immaginate per il ponte sullo Stretto, ogni pastrocchio appare possibile.

Ma quel 2,8 sembra troppo poco all’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, che ricorda come Trump “si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5 percento, e che lo facciano con urgenza”.

Peggio ancora sull’ennesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina – altri 70 miliardi, da dividere pro quota tra i paesi europei – che il governo italiano vorrebbe in qualche misura dilazionare o evitare che diventino una tassa annuale a tempo indeterminato.

La pressione in questo caso arriva soprattutto dalla Germania, particolarmente disposta, con Merz, ad incrementare senza limiti la guerra con l’obbiettivo di «fare pressione sulla Russia» perché si arrenda. Il quotidiano tedesco Faz ha pubblicato un «retroscena» secondo cui l’Italia sarebbe intenzionata a opporsi all’inserimento, nella dichiarazione finale di Ankara, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027.

La smentita del governo italiano ovviamente non ha convinto nessuno...

Di fronte alla necessaria presa d’atto di non contare molto e di ritrovarsi in alleanze semi-schiavistiche, sembra quasi surreale che ci si preoccupi di varare una nuova legge elettorale per «dare più stabilità» agli esecutivi.

Intanto perché quello attuale dura da 4 anni nonostante non abbia risolto un problema che sia uno, e dunque la legge attuale è già abbastanza «premiante» per chi strappa qualche consenso in più. In secondo luogo perché la permanenza al «non potere» garantisce al massimo qualche catena clientelare in più, non immaginarie «svolte» per uscire dal degrado costante cui è stato consegnato questo Paese.

È chiaro che una legge elettorale con un «forte premio di maggioranza» e l’indicazione del «candidato premier» costituisce una premessa dell’assalto della destra al Quirinale. La stessa Meloni l’ha detto esplicitamente, facendo finta di essere ancora un underdog che vorrebbe essere legittimato a coprire qualsiasi carica istituzionale.

Ma è ridicola la finta opposizione del «campo largo», che pretende di salvaguardare «casematte neutrali» – l’ultima ridotta è appunto il Colle, ormai – mentre risulta incapace di frenare il diffondersi nel paese del veleno neofascista, razzista e classista.

È nella società che si vincono o perdono i conflitti politici. «Le istituzioni» si limitano a registrare il risultato, consegnandosi nude, inutili e trasformabili al vincitore.

Ma questo non entrerà mai nella testa di quei micropensatori che non riescono ad immaginare altro che cartelli elettorali senza confini – cioè senza idee, tantomeno chiare – con cui sperare di “impedire la vittoria della destra”. Che infatti vince mettendo in campo interessi indicibili, sogni senza senso ed idee immonde, con formule addirittura ignobili ma comprensibili.

Fonte

06/06/2026

Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi

Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.

I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.

A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.

La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.

I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.

Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.

L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.

Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.

L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.

Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.

È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.

Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.

Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.

E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?

L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.

Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.

Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.

È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.

Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.

Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.

L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.

Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.

Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.

Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.

I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.

Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.

L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.

A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.

Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.

Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.

Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.

Fonte

29/04/2026

Italia il gradimento per la Nato ancora tiene, ma sui Trattati internazionali ancora paura di andare a verifica

Il direttore del Tg de “La 7”, Enrico Mentana, il 27 aprile si è premurato di rendere pubblico un sondaggio Swg sugli italiani e la Nato che ha dato risultati spacciati come confortanti per i sostenitori della subalternità all’Alleanza Atlantica, ma a ben guardare sono tutt’altro che lusinghieri.

Alla domanda “Se ci fosse un referendum per valutare la permanenza o meno nella Nato, lei che voterebbe”, secondo il sondaggio, il 52% degli intervistati da Swg risponde che il nostro Paese deve rimanere nella Nato. E qui vengono i problemi. Infatti questa percentuale è calata del 4% rispetto ad un analogo sondaggio del 2022.

Non solo. Il 25% vede bene l’Italia fuori dalla Nato e il 23% risponde di non sapere. Curiosamente gli elettori di destra e del Pd sembrano pensarla in modo molto simile. Infatti, nel 52% di chi vuole rimanere fedele alla Nato, stando ai dati raccolti da SWG, il 74% sono elettori di Fratelli d’Italia; il 72% di quelli di Forza Italia e il 61% quelli del Partito Democratico.

Qualche giorno prima, la pagina Termometro Politico aveva pubblicato i risultati di un proprio sondaggio che dava risultati decisamente diversi da quelli rilevati da Swg e pubblicizzati con grande eccitazione da Enrico Mentana su “La 7”.

Nel 2022 in un altro sondaggio – in questo caso di IndexResearch per Piazzapulita – quelli che mostravano di gradire “poco o per nulla” l’operato della Nato raggiungevano il 60,8%, quelli che invece la apprezzavano “molto o abbastanza” si fermavano al 25,4% e i “non sa/non risponde” al 13,8%.

A marzo scorso era stato reso pubblico un altro sondaggio di Youtrend in cui per il 43% degli intervistati, l’esercito comune europeo è auspicabile ma difficile da realizzare, e per il 50% degli italiani che ritengono auspicabile l’esercito comune europeo, non si deve abbandonare la Nato.

Sul fatto che l’Europa investa di più sulla difesa invece il 45% è favorevole, mentre il 34% contrario. Su quale debba essere lo scopo principale dell’esercito unitario europeo il 31% ritiene che sia la difesa dei confini, mentre per il 30% è rendere l’Europa autonoma dagli Stati Uniti.

A dicembre scorso invece, un sondaggio condotto dall’Ispi, aveva dato come risultato una vera e propria doccia fredda per i volenterosi guerrafondai che vorrebbero continuare la guerra in Ucraina e il sostegno militare a Kiev.

Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali. Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.

Diciamo che gli Atlantisti possono ancora dormire, ma non del tutto, sonni tranquilli. Del resto vivono ancora al riparo del fatto che in Italia i referendum sui trattati internazionali – come la Nato o Maastricht – non sono consentiti dalla Costituzione.

Ma proprio il fatto che l’adesione ai Trattati non sia mai stata oggetto di una consultazione popolare vera e propria, ha reso questi vincoli esterni i fattori di una subalternità politica e culturale ritenuta immutabile da gran parte delle forze politiche, di destra e “di sinistra” e di gran parte dei loro elettori.

Anche alla luce dei risultati dei sondaggi questa verifica democratica e popolare potrebbero trovare il coraggio per farla, finalmente, soprattutto in un contesto in cui il coinvolgimento dell’Italia in guerre e conflitti della Nato o dell’Unione europea potrebbe scattare quasi automaticamente. E l’aria che tira, almeno stando alla propaganda e all’isteria che vediamo sull’Ucraina, sembra proprio quella.

Fonte

08/04/2026

Basi militari e rapporti con gli USA. Lasciare le cose come stanno è un suicidio

“Nessun governo ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare questi trattati”. In questo passaggio delle comunicazioni del ministro della Difesa Crosetto alla Camera c’è il nodo gordiano da tagliare per dare al nostro paese una prospettiva diversa. E nelle cose che ha detto Crosetto in aula, c’è anche un’altra mezza verità: “La strada in cui ci muoviamo è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione”

Dunque ci sono una verità e una mezza verità che fanno una differenza enorme. L’Italia è vincolata da decenni a dei trattati internazionali che nessuno ha mai voluto rimettere in discussione, ragione per cui “siamo con le carte in regola” per infilarci con tutte le scarpe in guerra. Il via vai di aerei militari USA da Sigonella – per nulla intralciato dal beau geste di Crosetto qualche giorno fa – ne è la conferma.

Mentre il mondo si angoscia davanti alla possibilità che un demenziale presidente della maggiore potenza militare mondiale possa usare l’arma atomica contro l’Iran per uscire dalle difficoltà che sta incontrando sul campo, il ministro della Difesa ci rimette davanti ad uno scenario politico e a dei vincoli internazionali che sembrano dover rimanere eterni e immutabili, anche di fronte a cambiamenti mondiali bruschi, epocali, esistenziali per il nostro Paese.

Così come stanno le cose e così come le cose sono state cristallizzate dai governi della destra e dalla “sinistra”, l’Italia si troverà prima o poi coinvolta e pienamente corresponsabile delle pagine più nere della storia recente. Solo ieri è stato il genocidio dei palestinesi a Gaza, oggi o domani è il possibile genocidio nucleare o ipertecnologico del popolo iraniano annunciato da Trump con un post su X e perseguito come obiettivo da Netanyahu sin dal 2012. A quel punto il nostro debito storico verso il popolo palestinese e il popolo iraniano per la nostra inazione e complicità risulterebbe impagabile.

L’enormità dei problemi che tutto questo ci pone davanti fa tremare i polsi, eppure è dentro questa contraddizione esistenziale – oltre che di classe – che dobbiamo e possiamo saper essere di indicazione ai popoli con cui viviamo, dentro e intorno al nostro Paese.

Ci sono poche cose fondamentali che vanno chieste di essere fatte e se possibile da fare con urgenza:
– nessun uso delle basi militari per le forze armate di Usa e Israele;
– conferenza nazionale e costituente per rimettere in discussione tutti i trattati internazionali firmati durante la Guerra Fredda;
– sospensione immediata di ogni automatismo dei trattati che coinvolga militarmente il paese in avventure belliche, di ogni ordine e grado;
– dichiarazione di neutralità in politica estera.

Possono sembrare proposte velleitarie, ma attestarsi al di sotto di esse significa perpetuare quel meccanismo chiaramente spiegato dal ministro Crosetto e che ripetiamo affinché “giovi” alla comprensione: “Nessun governo ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare questi trattati”.

Se è così da anni e questo ci sta trascinando nel baratro, non c’è scampo, occorre una rottura politica ed “esistenziale” con il passato per provare a salvaguardare il presente e il futuro.

Fonte

14/03/2026

Come l’Italia si ritrova sempre in guerra... a sua insaputa

Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere.

Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.

Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).

Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.

Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.

Il problema infatti non è la composizione politica dei governi ma gli automatismi previsti dai trattati internazionali sottoscritti in modo del tutto subalterno dall’Italia in più fasi.

Ci sono quelli bilaterali con gli Stati Uniti del 1957 che di fatto consegnano alla extraterritorialità e al controllo USA alcune porzioni del nostro territorio. C’è poi la Nato, e infine ci sono anche i trattati europei (Maastricht) che hanno imposto automatismi in materia di scelte e priorità economico-sociali.

Sono dei Trattati che tutti i governi hanno ritenuto sempre intoccabili e immodificabili, nonostante siano cambiate le condizioni storiche e le necessità strategiche.

Ma sono soprattutto dei Trattati che prevedono automatismi che scavalcano ogni decisione parlamentare e fanno ritrovare il Paese coinvolto in conflitti o scelte esterne ancora prima di essersene reso conto.

Se i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia (inclusi quelli degli aerei militari italiani, ndr) cominciarono il 24 marzo del 1999 con il governo D’Alema-Mattarella, l’activation order nelle basi Usa e Nato in Italia era già stato ordinato dall’uscente governo Prodi nell’ottobre del 1998.

Il Parlamento ne discusse quando i jet militari della Nato e dell’Italia avevano già cominciato a bombardare Belgrado e un paese europeo come la Federazione Jugoslava. Anche in quel caso assistemmo agli arzigogoli “a sinistra” dei vari Cossutta, Rizzo etc. che non si opposero in Parlamento a quella scelta e provocarono addirittura la scissione nel PRC per “tenere in piedi il governo”. Una situazione che abbiamo rivisto dieci anni dopo con il secondo governo Prodi sulla questione della missione militare italiana in Afghanistan.

I nastri della storia e della memoria scorrono velocemente in queste settimane di guerra in Medio Oriente, riportando in evidenza fatti, contraddizioni e immagini che hanno segnato i passaggi che hanno portato a questa situazione di guerra incombente.

Occorre ammettere che quando abbiamo visto il popolo iraniano e i suoi esponenti di governo scendere in strada sfidando i bombardamenti di Usa e Israele sulle città, la mente è tornata al popolo serbo-jugoslavo che manifestava sui ponti sul Danubio o proteggeva le fabbriche come la Zastava facendo da scudo umano con i propri corpi per difendere le infrastrutture del paese dalle bombe della Nato.

La rimessa in discussione o – meglio ancora – la disdetta, di Trattati internazionali come la Nato o quello bilaterale con gli Stati Uniti o di quelli europei, o diventa un passaggio obbligato dei nuovi governi oppure l’Italia si troverà sempre coinvolta automaticamente in guerre o scelte economiche disastrose che il paese non vuole o di cui non ha assolutamente bisogno.

Le basi militari USA in base a questi trattati continueranno ad agire e ad essere operative autonomamente in tutte le guerre che gli Stati Uniti – e non l’Italia – decideranno di fare e di combattere. Le munizioni continueranno a partire da Camp Darby, gli aerei da Aviano e i droni da Sigonella senza che il Parlamento possa dire mezza parola.

E questo continuerà a ripetersi sia se al governo ci sia Giorgia Meloni, sia che ci vada Elly Schlein o Giuseppe Conte, a meno che non ci sia un cambio di passo e una rottura con il passato.

Sarà bene che quando i partiti dell’opposizione torneranno a chiedere ossessivamente che “la premier venga in aula a riferire”, magari anche sui risultati del Var in Roma-Juventus, si preparino adeguatamente e tengano conto degli scheletri nel proprio armadio, altrimenti ne usciranno sempre con le ossa rotta e la figura degli imbecilli.

Avere in pancia queste ambiguità indebolisce enormemente le forze che intendono fermare il coinvolgimento dell’Italia nelle guerre.

Fonte

09/02/2026

L’Unione Europea come paradigma del declino

Nel saggio Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della crisi europea. Contro la narrazione secondo cui le difficoltà dell’Unione sarebbero riconducibili a shock esogeni, a inefficienze nazionali o a un deficit di integrazione, l’autore sostiene che la crisi costituisce un esito endogeno dell’assetto istituzionale europeo. In questa prospettiva, l’Italia emerge come uno dei casi più emblematici degli effetti sistemici prodotti dall’Unione monetaria.

Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.

L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.

All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.

Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.

Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.

L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.

Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.

Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.

Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.

Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina – ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico – non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.

Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.

Fonte

25/01/2026

Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana

È dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati ad essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco.
Come si spiega questa débâcle?

Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.

Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?

Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale. 
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.

I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.

Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.

La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.

L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.

Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?

La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.

A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.

All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.

Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.

Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).

Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.

Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.

Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).

Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).

La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).

Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).

In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.

In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.

Fonte

16/10/2024

La manovra 2025: continuità nel solco dei vincoli europei

Ecco finalmente la legge di bilancio 2025, in tutti i suoi capitoli di spesa. È stata licenziata dal Consiglio dei ministri svoltosi ieri sera, in previsione della consegna al Parlamento entro il 20 ottobre e dopo aver già scritto il Piano strutturale di bilancio (PSB).

Quest’ultimo documento rientra nella cornice del nuovo Patto di Stabilità e indica in maniera stringente le previsioni della spesa primaria netta da qui al 2029. Il fatto stesso che arrivi prima della legge di bilancio fa capire chi è davvero a scrivere la politica economica del paese.

È comunque il caso di analizzare come Palazzo Chigi abbia deciso di ripartire i fondi a disposizione, pochi e, vista la stagnazione continua, recuperati per lo più attraverso tagli e aggiustamenti statistici sul PIL. L’importo totale si aggira sui 30 miliardi di euro.

La legge di bilancio è arrivata sul tavolo del governo insieme al decreto fiscale collegato e al Documento programmatico di bilancio per la UE. Di miliardi in deficit ce ne sono 9: il resto viene da altre voci, sostanzialmente dalla riduzione delle spese, senza l’aumento di tasse su persone ed aziende, come era già stato confermato dal governo.

Diventano strutturali il taglio del cuneo fiscale e l’IRPEF a tre scaglioni. In pratica, due misure che rappresentano un danno per i lavoratori con la riduzione dei servizi pubblici di domani, e la riduzione ulteriore della progressività della contribuzione alle spese pubbliche, sancita anche in Costituzione.

Ci sono poi i bonus natalità (punto ideologico, ma poco concreto in un paese dai salari bassi e dagli asili nido con pochi posti e alti costi). La carta ‘Dedicata a te’ per fare la spesa viene rifinanziata con 500 milioni: importi da elemosina in un paese in cui è la Coldiretti a dirci che oltre 3 milioni di persone devono chiedere aiuto per mangiare.

Viene confermato il bonus al 50% per la ristrutturazione delle prime case, ma in ambito edilizio è sempre la speculazione a comandare. Viene infatti favorita la – necessaria – costruzione di alloggi popolari mettendo a disposizione aree del demanio e semplificando le procedure: nuovo consumo di suolo pubblico, messo a profitto, invece della ristrutturazione e del recupero del largo patrimonio esistente, anche privato.

Sono state operate anche diverse rimodulazioni delle detrazioni fiscali e sono confermati i sostegni aziendali per chi si trasferisce per lavoro. Si tratta in realtà di cifre e provvedimenti di poco conto, che servono più a mantenere il mercato del lavoro alla mercé di padroni e padroncini, piuttosto che a garantire occupazione e salari.

L’esempio lampante è il trattamento riservato al Mezzogiorno, in cui le assunzioni sono ancora affidate a incentivi riguardanti giovani e donne. E soprattutto, a decontribuzioni alle imprese localizzate nella ZES, che è inoltre un altro tassello della secessione reale del paese accompagnata dall’autonomia differenziata.

Sulle pensioni viene portata avanti solo l’indicizzazione, che doveva ovviamente essere fatta da tempo. Mentre si discute ancora del rilancio del bonus Maroni, ovvero di altro incentivo a rimanere al lavoro una volta raggiunti i requisiti per il pensionamento, cioè un altro modo per ridurre la spesa pensionistica e ritardare il turnover nei posti di lavoro.

I due dossier più delicati e ancora da definire sono la tassazione degli extra profitti bancari e i tagli che gli stessi ministeri potranno decidere, purché raggiungono i 3 miliardi (5% della spesa). Segnala Repubblica che l’entità di questi ultimi, nei prossimi quattro anni, dovrebbe arrivare alla cifra di 7 miliardi.

Il contributo richiesto alle banche (e alle assicurazioni) è invece il tema che più di tutti crea conflitto dentro la maggioranza, dato che Forza Italia vi si oppone fermamente. “Nessuna visione punitiva, nessuna tassa sugli extra profitti”, aveva detto Tajani solo un paio di giorni fa, anche se probabilmente un accordo in merito arriverà durante l’esame in Parlamento.

In ambito bancario ci si aspetta che, in ogni caso, non vengano toccate Ires e Irap, come promesso, e il prelievo arrivi sulle somme non distribuite come dividendi, sulle imposte differite attive (pagamenti dovuti sui ricavi dell’anno, ma saldati in futuro) o sulle stock option (azioni acquistate a un prezzo prefissato). Probabilmente per tentare di ritardare la reazione negativa dei mercati.

Del resto, il 18 ottobre arriverà anche il giudizio S&P Global e Fitch sul debito italiano, mentre per il 22 novembre è atteso quello di Moody’s, e i 3,5 miliardi richiesti alle banche fanno tremare le borse. Come più volte abbiamo ripetuto, a governare in Occidente sono i mercati, e i governi devono rispettare i loro capricci e i loro movimenti.

Intanto, le opposizioni parlamentari sono già andate all’attacco delle scelte dell’esecutivo. La sua politica economica, secondo Elly Schlein, è sempre la stessa, ovvero tagli, condoni e misure simili. Per una volta la guida del PD è stata sincera: la politica economica è sempre la stessa, cioè non è cambiata col cambiare degli esecutivi dell’ultimo trentennio, in pratica, compresi quelli del centrosinistra.

Fonte

28/08/2024

Il governo Meloni apre le danze sulla finanziaria 2025

Giorgia Meloni è tornata a Palazzo Chigi, e lo ha voluto annunciare sui social. Il solito sorriso, per nascondere le criticità del primo dossier su cui si è già ricominciato a lavorare, ovvero quello della prossima manovra di bilancio: un nodo difficile da sciogliere.

Al ministero dell’Economia, con Giorgetti rientrato al posto di comando, sono già partite le prime ricognizione tecniche per arrivare con qualche dato al vertice di maggioranza di venerdì. Innanzitutto, si lavorerà sui tagli possibili, ministero per ministero.

La questione della riduzione delle spese è sempre stata il fulcro di ogni finanziaria, almeno negli ultimi quindici anni. Ma questa volta pesa anche la procedura di infrazione europea, aperta dopo l’inaugurazione del nuovo Patto di Stabilità.

L’Italia dovrebbe ridurre il disavanzo strutturale dello 0,5% del PIL da qui ai prossimi sette anni: si parla di circa 10 miliardi l’anno, una cifra enorme da sottrarre al bilancio dello Stato. Se a ciò si aggiunge la volontà di rifinanziare le misure decise lo scorso anno (stimate in 18 miliardi), la legge di bilancio già si avvicinerebbe ai 30 miliardi.

Le coperture su cui Palazzo Chigi vuole fare affidamento, per ora, non sono affatto sufficienti e, in alcuni casi, non possono essere ancora quantificate. Entrate fiscali varie, il concordato con gli autonomi, la quinta rata della Rottamazione quater, ecc, non danno grandi rassicurazioni.

Insomma, di certo non briciole, per le quali non basterà qualche sforbiciata qua e là. Di per sé, la cifra che il governo dovrebbe già considerare, se deciderà di non tornare sui propri passi, lascerà poco spazio ad ulteriori provvedimenti.

Ad ogni modo, entro il 20 settembre dovrà essere messo nero su bianco il Piano strutturale di bilancio (PSB), che avrà una validità di 4 o 5 anni e potrà contenere “riforme” lungo un arco di sette anni. Per quella scadenza, esso dovrà essere inviato alla Commissione Europea.

Con il respiro e la cogenza di questo documento, i vertici europei hanno deciso di essere meno flessibili e di non guardare più agli aggiustamenti continui. Ora, la volontà è quella di mettere in moto programmi di spesa a più lungo termine: non si potrà più sgarrare o tornare sui propri passi anno per anno.

L’orizzonte temporale sarà più o meno quello della legislatura e così, in questo caso di transizione, il PSB dovrebbe arrivare alla fine del 2027. Dunque, entro un mese il governo Meloni mostrerà quali sono le sue reali intenzioni rispetto al proprio mandato, con la possibilità di future deviazioni piuttosto limitate.

In teoria, l’approvazione del documento per la trasmissione alle camere del Parlamento è fissata al 5 settembre, quindi c’è poco più di una settimana prima di sapere come deciderà di comportarsi il governo Meloni. Ma quel che è interessante notare è la variazione di peso relativo tra le capitali europee e Bruxelles.

Nel PSB va infatti indicato il percorso della spesa primaria netta (senza gli interessi, le uscite legate al ciclo economico e quelle legate a programmi UE). È vero che, per circostanze eccezionali o nel caso di cambi di governo, possono essere fatte modifiche, ma il cambiamento di tono è netto.

Se prima, pur rispettando i vincoli europei, i governi potevano definire annualmente il tipo di intervento che volevano implementare, ora Bruxelles arriverà a dare il via libera alle politiche da effettuare per cicli lunghi. Gli organi nazionali potranno – e dovranno – fare solo i “buoni amministratori”, facendo sì che i piani vengano rispettati.

Ci troviamo di fronte alla realizzazione di un’ulteriore verticalizzazione della politica europea, rispondente alle mire che Bruxelles ha rispetto al suo peso nella competizione globale.

Fonte

22/08/2024

Panetta, gli interessi sul debito, l’istruzione e l’austerità europea

Il Meeting annuale di Rimini, organizzato dall’area di Comunione e Liberazione, è sempre un’occasione interessante per tastare le preoccupazioni e le priorità della classe dominante, al ritorno dalle vacanze estive. Siamo quasi a metà di questo appuntamento e qualcosa è già uscito.

Questa volta è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a fare alcune considerazioni che è utile commentare. Il nodo fondamentale che ha evidenziato l’economista è lo stesso che sentiamo da decenni: il compito del governo, di qualsiasi colore sia, è quello di ridurre il debito pubblico in rapporto al PIL.

Panetta ha dichiarato che “affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico”.

Lo spauracchio evocato per il futuro è sempre quello delle proiezioni demografiche, con l’aumento del numero dei pensionati rispetto al numero di chi lavora. Ovviamente, è stato ribadito che bisogna aumentare la partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, anche questa formula ricorrente in tv ma che mai si è tradotta in politiche concrete.

Anzi (ed è questo il dato che ha creato più scalpore), Panetta ha detto: “l’Italia è l’unico Paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni.

Ma qui cominciano a crearsi delle crepe nella narrazione che siamo ormai abituati a sorbirci. Innanzitutto, perché è lo stesso governatore della Banca d’Italia a proporre un collegamento tra una componente specifica del debito pubblico e le opportunità di formazione e di emancipazione dei giovani del Belpaese.

Dal 1991 al 2020, l’Italia ha registrato un avanzo primario ogni singolo anno, escluso il 2009 – in seguito alla crisi del biennio precedente – e il 2020, l’anno della pandemia del Covid-19. Possiamo discutere sull’entità di questo avanzo, ma Roma ha già fatto i compiti che gli affida Panetta, e non è cambiato molto. Anzi...


Il messaggio che l’economista sta mandando è che, in realtà, bisogna continuare a tagliare i servizi pubblici per diminuire la spesa o aumentare le entrate, mentre nulla può (o deve) essere fatto contro la speculazione sul debito. Almeno finché, nel nostro modello sociale, a governare davvero sarà il mercato e i suoi capitali, ci teniamo e facciamo crescere gli oltre 70 miliardi l’anno di interessi sul debito.

La speculazione ha tra l’altro approfittato della fase di alti tassi di interesse della BCE: al taglio di giugno l’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva calcolato un possibile risparmio di 3 miliardi per quest’anno. Con una diminuzione complessiva di 100 punti nel corso del 2024, il risparmio sarebbe arrivato a 7 miliardi nel 2025 e a 10 miliardi nel 2026.

Questo Panetta ha dimenticato di dirlo. Ha però ribadito un pensiero che ha già espresso in passato, e che non sempre si sente: “le politiche di austerità adottate [nel periodo 2010-12] hanno accentuato in più paesi gli effetti recessivi della crisi”, mentre “le risposte alle crisi più recenti, innescate dalla pandemia e dallo shock energetico, hanno invece segnato un progresso nell’impostazione delle politiche comuni”.

Il governatore della Banca d’Italia è da tempo un fermo sostenitore di un passo avanti nell’integrazione europea. Per renderla un polo autonomo capace di competere sul piano globale, come vorrebbe Draghi ad esempio, ma è comunque una linea che, seppur con lo stesso obiettivo, si distacca da quella che ha ripreso piede a Bruxelles.

A breve Palazzo Chigi avvierà il lavoro sulla manovra del 2025, ed entro il 20 settembre deve presentare alla UE il Piano strutturale di bilancio a medio termine, secondo le clausole del nuovo Patto di Stabilità. La procedura d’infrazione aleggia sulle scelte del governo e un’ulteriore tornata di austerità appare l’unica strada.

Del resto, è il pilota automatico dei vincoli esterni, quello europeo sulla spesa sociale a cui, oggi, è tornato ad associarsi quello della NATO della deriva bellicista. Senza rompere questa gabbia non se ne esce...

Fonte

25/07/2024

Le pressioni di mercati finanziari e UE su una Francia in crisi

di Domenico Moro

Le elezioni francesi hanno restituito una assemblea nazionale (il parlamento francese) spaccata in tre blocchi, nessuno dei quali in possesso della maggioranza su cui far nascere un governo con un chiaro colore politico. L’incertezza su quale sarà il futuro governo del secondo paese della Ue e unica potenza nucleare europea sta preoccupando i mercati, o, per dirla in altri termini, il grande capitale finanziario francese ed europeo. Del resto la Borsa francese all’indomani delle elezioni è calata dello 0,63%. A destare preoccupazione, una volta sventato il pericolo rappresentato dalla estrema destra, temuta per il suo euroscetticismo e per le posizioni sulla guerra in Ucraina, è la vittoria relativa del Nuovo fonte popolare (Nfp) e in particolare l’egemonia che all’interno di esso esercita il partito di estrema sinistra de La France Insoumise (LFi) guidata da Melenchon. Infatti, il programma di Melenchon metterebbe in crisi il percorso di austerità iniziato dal governo Macron, che ha raggiunto il suo apice con l’approvazione della legge sulla controriforma delle pensioni, che è stata varata senza il voto del Parlamento, un autentico vulnus alla sovranità popolare esercitata attraverso il potere legislativo. Senza contare che LFi ha posizioni tutt’altro che allineate sulla guerra in Palestina e in Ucraina. L’obiettivo dei mercati è quindi quello di far fuori Melenchon e LFi e puntare su un governo di coalizione guidato o da un politico di cui hanno fiducia, come il socialista ed ex presidente della Repubblica Hollande, o da una figura “tecnica” come si fece in Italia con Monti e Draghi.

Una cosa però è chiara: qualsiasi governo verrà formato avrà sul collo il fiato della finanza francese e internazionale. Il problema è che la Francia è un paese non solo in grave crisi sociale, come provano le numerose e imponenti lotte di massa che si sono succedute in questi anni, ma anche economica, politica, e geopolitica. La frammentazione del voto è un riflesso di questa crisi strutturale. La Francia è, infatti, un paese fortemente indebitato, cosa che pesa enormemente sulla sua stabilità interna che è importante anche per la stabilità della Ue, specie a fronte dell’indebolimento del governo tedesco alle ultime elezioni europee. Di fatto il duopolio franco-tedesco, attorno al quale dovrebbe reggersi l’Ue, appare oggi in forte crisi.

Ma passiamo ai dati. Il debito pubblico francese ha superato la soglia psicologica del 100% del Pil posizionandosi al 112%, e, potendo salire di 1,5 punti all’anno, si potrebbe avvicinare pericolosamente al debito italiano che è al 138%. Inoltre, il deficit pubblico francese nel 2023 ha raggiunto il 5,5%, sforando gli impegni presi dal governo e superando il limite del 3% previsto dal Patto di stabilità europeo. Inoltre, la somma del debito pubblico e privato francese ammonta al 320% del Pil a fronte di una media europea del 236% e del 243% dell’Italia. Il debito delle imprese francesi ammonta al 150% del Pil, a fronte del 65% delle imprese italiane[i].

A seguito di questi risultati si è subito fatta sentire la pressione delle istituzioni che fanno gli interessi dei mercati, in particolare le agenzie di rating e la Commissione europea. Standard & Poor, la più importante tra le agenzie che valutano la solvibilità del debito di un paese, aveva declassato i titoli di stato della Francia già nel 2012 da un rating di AAA (massima fiducia) a AA. A maggio 2024, prima delle elezioni europee, valutato l’aumento del debito e del deficit francesi, ha declassato ulteriormente i titoli di stato da AA a AA-. Del resto, un’altra delle prime tre agenzie di rating, Fitch aveva già declassato il debito francese a AA- nell’aprile 2023.

Gli analisti di Standard & Poor sono preoccupati per la legge di bilancio del 2025 che dovrebbe passare al vaglio del Parlamento ai primi di ottobre e che dovrebbe sancire il proseguimento della politica restrittiva macroniana di spesa pubblica, cosa che non è del tutto scontata data la debolezza di un eventuale governo di coalizione, senza parlare di un governo in cui Melenchon svolga un ruolo importante. Dice Standard & Poor: “Il governo che ne deriverà faticherà ad attuare misure politiche significative e dovrà affrontare il rischio persistente di un voto di sfiducia.”[ii] Di fronte a questa situazione di incertezza, sempre secondo l’agenzia di rating, c’è chiaramente la possibilità che salga lo spread tra gli OaT, i titoli di stato francesi, e i Bund, i titoli di stato tedeschi fino a toccare i 70 punti base. Secondo un altro analista, il differenziale dei tassi d’interesse sui titoli di stato con la Germania è “destinato a salire gradualmente, aumentando il costo del debito francese e contribuendo all’indebolimento dell’economia francese”[iii].

Quanto all’indebolimento dell’economia francese, va rilevato che la Francia consuma molto più di quanto produce. Infatti, importa molti più beni di quelli che esporta, tanto che è in deficit commerciale dal 2003 e che il deficit del 2023 ammonta a 137,4 miliardi di dollari, mentre l’Italia nello stesso anno ha realizzato un surplus commerciale 37,3 miliardi di dollari[iv]. La Francia ha potuto sostenere il suo welfare state e l’alto deficit della bilancia commerciale, cui ora si aggiunge l’alto debito pubblico, drenando ricchezza dall’Africa, grazie al Franco CFA, una moneta diffusa nelle ex colonie francesi e controllata da Parigi. Recentemente, però, la presa della Francia sulle ex colonie dell’Africa sembra venire meno. I Paesi dell’Africa occidentale sotto l’influenza francese hanno deciso qualche anno fa di abbandonare il franco CFA per una altra valuta, l’Eco, che dovrebbe entrare in vigore nel 2027, e che potrebbe essere ancorata allo yuan renminbi cinese. Oltre a questo sono sempre di più i paesi africani dell’area di egemonia francese che si staccano dalla tutela francese, per stabilire accordi commerciali e politico-militari con la Russia e la Cina, che stanno sostituendo la Francia nel continente nero. L’ultimo pezzo della Françafrique (l’area di influenza francese) che la Francia ha perso è stato recentemente il Niger, dove la compagnia francese Orano ha perso la licenza per lo sfruttamento di una maxi miniera. La perdita del Niger, a favore della Russia e della Cina, è particolarmente grave, perché il Paese africano fornisce il 25% dell’import di uranio della Ue, minerale fondamentale in particolare per il funzionamento delle centrali nucleari francesi, che rappresentano la maggiore fonte di produzione energetica del Paese transalpino.

Un altro vulnus della Francia è la forte deindustrializzazione che si è determinata negli ultimi decenni, facendo scivolare il settore manifatturiero francese dal secondo al terzo posto in Europa dietro all’Italia. La deindustrializzazione è determinata da una politica di forte esportazione di capitali, mediante gli investimenti diretti all’estero (Ide). Nel 2022 lo stock degli Ide in uscita, dalla Francia verso l’estero, ammontavano a 1.525 miliardi di dollari, pari al 53,53% del Pil, mentre lo stock degli Ide in entrata, dall’estero verso la Francia, ammontavano a 897 miliardi, pari al 32,22% del Pil[v].

La Francia, quindi, presenta una situazione di crisi strutturale, che, all’interno, si traduce nelle continue e forti mobilitazioni popolari contro le misure di austerità del governo e nell’indebolimento della base industriale, e, all’esterno, nella perdita di influenza nella Françafrique. L’incertezza politica determinata dalle ultime elezioni è anche il prodotto di tale crisi. Non è un caso che il voto popolare si sia rivolto verso le ali estreme del panorama politico, da una parte, a destra, verso il RN di Marine Le Pen, e dall’altra, a sinistra, verso LFi di Melenchon. Il centro di Macron è stato penalizzato, anche se, grazie al sistema elettorale a doppio turno, è riuscito ad arrivare secondo, dopo il Nfp, come numero di seggi in Parlamento.

A questo punto entrano in gioco i vincoli posti alla politica statale dai mercati e dalla Ue. I mercati influenzano la politica interna di un Paese con gli investimenti nei titoli di stato, determinando con essi il differenziale, o spread, tra i tassi d’interesse garantiti dagli OaT francesi e quelli garantiti dai Bund tedeschi. Quindi, diminuendo gli investimenti internazionali sugli OaT, il rendimento di questi aumenta nel tentativo di attrarre nuovi investimenti e di conseguenza una parte maggiore della spesa statale deve andare a finanziare gli interessi sul debito. Da questo deriva o un aumento delle imposte o un aumento del debito e del deficit pubblico. Nessuna delle due soluzioni è però facilmente attuabile, perché l’aumento delle imposte sui ricchi, come prospetta Melenchon, e l’aumento del debito e del deficit sono avversati da élite e mercati.

La Ue, invece, con i vincoli al debito e al deficit contenuti nel Patto di stabilità, esercita il controllo sulle politiche fiscali che lo Stato deve varare, condizionando le decisioni del Parlamento sul bilancio pubblico e quindi sulla spesa. Pertanto i vincoli “esterni”, sovrannazionali, incideranno sull’attività del nuovo governo e forse sulla sua stessa composizione. Infatti, se ci dovesse essere un governo del Nfp, bisognerà vedere se e quanto l’azione governativa potrà svincolarsi dai vincoli Ue e dalla pressione dei mercati. Nel caso, invece, si realizzi un governo di coalizione, magari guidato da una figura tecnica, proprio sulla spinta dei vincoli “esterni”, si avrebbe la soluzione prospettata e desiderata dai mercati finanziari e dal grande capitale francese ed europeo.

La Francia, quindi, si viene a trovare un po’ nella stessa situazione in cui, prima la Grecia e poi l’Italia, si vennero a trovare qualche anno fa, quando la Troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, e Ue) impose alla Grecia politiche restrittive di lacrime e sangue e la Ue impose all’Italia un commissario come Mario Monti. Certo la Francia non è la Grecia e non è neanche l’Italia, che pure era ed è molto diversa dalla Grecia. La Francia è una grande potenza imperialista e nucleare. Una cosa è però certa: la Francia è sempre più vicina al Sud europeo, venendo così risucchiata nella fascia periferica, e sempre meno parte del centro dominante europeo, quello attorno alla Germania. Sarà, quindi, interessante vedere se e come i poteri esterni allo Stato nazionale francese riusciranno a piegare la resistenza dei francesi alla continuazione delle politiche di austerità la cui attuazione ha portato al crollo elettorale di Macron alle elezioni europee. Altrettanto interessante e importante sarà vedere l’atteggiamento della Francia sulla questione della guerra in Ucraina, dal momento che la Russia sta mettendo in discussione l’influenza della Francia in Africa, e che le uscite “guerresche” di Macron originano proprio dalla competizione che oppone Francia e Russia in quel continente.

Note

[i] Riccardo Sorrentino, “La zavorra del debito al 320% del Pil preoccupa i mercati”, il Sole24ore, 7 luglio 2024

[ii] Maximilian Cellino, “Borse e bond volatili: il voto rasserena poco S&P: incertezza”, il Sole24ore, 9 luglio 2024.

[iii] Ibidem.

[iv] Unctad, Data Centre, trade balance, annual.

[v] Oecd, data centre, FDI stock.

Fonte

27/06/2024

Il falco Rutte alla guida della NATO

Se c’era un modo per incarnare la blindatura dei vincoli euroatlantici, quelli da economia di guerra della NATO e quelli da massacro sociale dei lavoratori del Patto di Stabilità, quel modo era nominare Mark Rutte alla guida dell’alleanza atlantica.

Sarà lui a sostituire Jens Stoltenberg, il cui mandato era stato prorogato per due anni consecutivi per dare continuità all’amministrazione della NATO nel pieno dell’impegno bellico contro la Russia, per interposta Ucraina.

Rutte concluderà ufficialmente il suo quarto mandato da primo ministro dell’Olanda il prossimo 2 luglio, lasciando il posto a Dick Schoff, designato dalla maggioranza guidata dal Partito per la Libertà di Geert Wilders, uscita dalle elezioni dello scorso novembre.

Il politico olandese arriva a questa carica dopo aver incassato il sostegno anche di Ungheria e Slovacchia, paesi pubblicamente contrari alla deriva da scontro totale con Mosca che la NATO ha tenuto negli ultimi due anni.

Ovviamente, Budapest e Bratislava non hanno messo in discussione questa alleanza guerrafondaia. Ma da Rutte hanno ricevuto alcune garanzie rispetto al suo mandato (che potrebbe durate almeno quanto quello di Stoltenberg, avendo Rutte solo 57 anni).

Orbán ha ottenuto che i suoi soldati non vengano coinvolti in operazioni NATO in Ucraina, e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Inoltre, il ministro degli Esteri ha annunciato il sostegno al piano di pace sino-brasiliano elaborato un mese fa.

I vertici slovacchi hanno invece avuto rassicurazioni sulla protezione dello spazio aereo del paese. Infatti, la Slovacchia è rimasta coi cieli scoperti dopo che molti sistemi di difesa sono stati consegnati all’Ucraina e altri, olandesi e italiani, sono stati riposizionati.

Insomma, alcuni rallentamenti nei meccanismi euroatlantici, che hanno come contraltare vittorie utili da spendere nella politica interna. Ma non ancora qualcosa di sufficiente a fermare la volontà di escalation.

Difatti, sono subito arrivati i complimenti del presidente ucraino Zelensky. In maniera speculare, il portavoce del Cremlino Peskov ha espresso scetticismo sulla nomina: “difficilmente può cambiare qualcosa” dato che i paesi occidentali “stanno lavorando per infliggere una sconfitta strategica alla Russia”.

Mosca parla di tutta la NATO, che siano gli Stati Uniti o la UE. Rutte stesso ha subito detto che “l’Alleanza (atlantica, ndr) è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva”.

Anche Stoltenberg ha ricordato che “Mark è un vero ‘transatlantista’”, ribadendo che oggi più che mai l’imperialismo occidentale ha bisogno che Washington e Bruxelles restino unite, nella loro guerra contro il mondo.

Del resto, anche i prossimi alti dirigenti della UE, se saranno quelli oggi in discussione, hanno indicato nel riarmo e nell’assunzione di una maggiore proiezione militare un pilastro dei prossimi cinque anni.

La von der Leyen e Michel avevano già indicato nei vincoli di bilancio e nel sostegno all’Ucraina i due paletti che, se rispettati, rendono tutti benvenuti in UE. Anche le estreme destre, che sono anzi molto utili nell’implementare nuovi dispositivi repressivi.

Soprattutto ora, che il nuovo Patto di Stabilità devasterà ulteriormente lo stato sociale e le condizioni dei lavoratori di tutto il Vecchio Continente, mentre tutti i fondi possibili saranno reindirizzati verso la costruzione di un keynesismo militare in salsa europea.

Rutte è l’uomo giusto per entrambe le sponde dell’Atlantico, affinché venga portato avanti questo indirizzo. Come è stato falco dei conti pubblici, sarà falco degli obiettivi di spesa militare, trascinando con sé la gamba europea della NATO.

Che di conseguenza imporrà il vincolo esterno in maniera ferrea (almeno per i paesi con meno potere contrattuale) e destinare più soldi possibile alle armi. Rutte è il sigillo del futuro di guerra che aspetta l’Occidente, se non si romperanno i vincoli euroatlantici.

Fonte

24/06/2024

Alla UE vanno bene anche i fascisti, basta che ne accettino i vincoli

Quando all’annuncio della convocazione di elezioni anticipate in Francia, le borse europee hanno segnato un crollo azionario e il calo dell’euro, abbiamo assistito a una dinamica a cui in Italia siamo abituati. Il rendimento dei titoli di Stato francesi è cresciuto nettamente, toccando il livello più alto dal 2017.

I mercati si sono mossi non secondo il timore che il Rassemblement National potesse gettare l’Esagono nel buio del fascismo, che anzi fa comodo ai profitti. La paura era che Marine Le Pen esprimesse ancora una linea di contrarietà all’euro e ai vincoli di Bruxelles, che qualche giorno fa non si è fatta mancare di aprire una procedura di infrazione sui conti francesi.

Allora, qualcuno doveva pur rassicurare i mercati e indicare la via ai fascisti. Ci ha pensato subito il commentatore capo per le questioni economiche del Wall Street Journal, Greg Ip, che ha scritto un articolo in cui sembra proprio voler dare la benedizione della finanza all’estrema destra europea, purché rispetti alcuni paletti.

Non che ciò rappresenti una novità. Appena qualche settimana fa il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, aveva detto chiaro e tondo che con l’estrema destra si poteva guidare la UE durante il difficile mandato della prossima Commissione Europea, purché si continuasse a sostenere la guerra per procura contro la Russia in Ucraina e si continuasse sulla via dell’austerità.

“Man mano che i partiti di estrema destra europei si sono avvicinati al potere, i loro obiettivi dichiarati sono passati dal lasciare l’UE al riformarla dall’interno. La notizia della stagione elettorale europea non è la fragilità dell’UE e dell’euro, ma la loro resilienza“, dice Ip.

Il giornalista si affida anche a parole di Jordan Bardella. “I nostri oppositori macronisti ci accusano... di essere favorevoli a una Frexit (Brexit francese, ndr), di voler prendere il potere per lasciare l’UE“, ha detto a maggio il candidato primo ministro del RN, il quale ha poi aggiunto, con una metafora da poker, che “non si abbandona il tavolo quando si sta per vincere la partita“.

Anche il Partito per la Libertà, forza che in autunno ha vinto le elezioni nei Paesi Bassi, ha abbandonato la richiesta per un referendum sull’adesione all’UE. Così come Giorgia Meloni, a detta della stessa von der Leyen, si è rivelata un interlocutore affidabile quando si è parlato di sostegno a Kiev e stretta sulle finanze italiane.

“L’AfD tedesca vuole invece ancora uscire dall’Ue, motivo per cui potrebbe aver ottenuto scarsi risultati nelle elezioni del Parlamento Europeo“, dice Ip. Qui si mostra tutto il carattere strumentale del suo articolo, oltre che la poca attenzione ai dati, perché l’AfD, purtroppo, è diventato il secondo partito tedesco, e ha aumentato i propri numeri sia in termini percentuali sia in termini assoluti.

Ip sta mandando un messaggio chiaro, da parte dei mercati internazionali, ai fascisti europei: se resterete dentro le regole dettate dalla filiera euroatlantica, a nessuno interesserà delle vostre politiche interne sui migranti e sulla repressione del dissenso. Certo, potrebbero ancora paralizzare il processo decisionale europeo su tanti dossier, ma Bruxelles ha uno strumento di deterrenza.

“Il punto critico, però, sono le finanze traballanti della Francia. […] Bruxelles ha concesso alla Francia un lungo margine sui deficit, perché è troppo politicamente e finanziariamente importante per fallire“, a differenza di una Grecia, ad esempio, che può essere sventrata fino all’osso come avvenuto negli ultimi 15 anni.

“La Banca Centrale Europea può acquistare obbligazioni dei paesi membri i cui rendimenti sono aumentati eccessivamente, a condizione che il paese sia fiscalmente solido o stia andando in quella direzione. […] Krishna Guha di Evercore ritiene che la Bce potrebbe sostenere le obbligazioni di paesi cooperativi come l’Italia ma non «il paese che sta causando lo stress», cioè la Francia“.

“La crisi, sostiene, «finirebbe quasi sicuramente con il crollo del nuovo governo del RN o con il raggiungimento di qualche compromesso con Bruxelles»“. Ip chiude dicendo: “l’estrema destra potrebbe volere una strada diversa rispetto al resto d’Europa, ma la sua libertà è limitata se vuole mantenere l’euro“.

E allora, cade la retorica con cui, poche righe prima, aveva affermato che “l‘euro è sopravvissuto perché la sua popolarità politica ha prevalso sui difetti economici“. L’euro è sopravvissuto perché è un’arma di ricatto, che attraverso il vincolo esterno indirizza le politiche economiche di interi paesi, in cui i parlamenti nazionali sono svuotati di concreti poteri decisionali.

Tranne per ciò che riguarda l’ordine pubblico, si intende. E ora la borghesia europea è pronta a integrare i fascisti nella governance continentale, perché in epoca di guerra fanno sempre comodo, purché appunto siano ligi ai dettami di UE e NATO.

Fonte

20/06/2024

È arrivata la mannaia della procedura di infrazione UE

Ieri la Commissione Europea ha notificato le procedure di infrazione per disavanzo eccessivo a 7 paesi. La mannaia dei vincoli di bilancio arriva su Polonia, Ungheria, Slovacchia e Malta, e anche sulla Francia e sul Belgio.

Il settimo paese, ovviamente, è l’Italia, che ha chiuso il 2023 con un deficit del 7,4% rispetto al PIL, ovvero più del doppio del limite del 3% ancora previsto nel nuovo Patto di Stabilità. Per ora, comunque, ci si limiterà semplicemente alla comunicazione.

Sarà infatti la nuova Commissione Europea, che verrà nominata entro poche settimane, che in autunno dovrà dare le “raccomandazioni” necessarie al rientro nei parametri. E anche richiedere le possibili correzioni di spesa sulla base delle “traiettorie tecniche” di spesa netta.

È su di esse che i governi dovranno presentare entro il 20 settembre i propri piani strutturali di bilancio a medio termine. A quel punto, la Commissione potrà proporre le raccomandazioni al Consiglio dell’Unione Europea sul rientro del disavanzo nel pacchetto di autunno del semestre europeo.

Da Bruxelles commentano che “in Italia permangono vulnerabilità legate all’elevato debito pubblico e alla debole crescita della produttività in un contesto di fragilità del mercato del lavoro e alcune debolezze residue nel settore finanziario, che hanno rilevanza transfrontaliera”.

Per il nostro paese, “nel complesso, l’analisi della sostenibilità del debito indica rischi elevati nel medio termine. Secondo le proiezioni decennali di base, il rapporto debito pubblico/PIL aumenterà costantemente fino a circa il 168% del Pil nel 2034”.

La Commissione ha apprezzato il fatto che non si sono verificate pressioni salariali. Aggiunge, inoltre, che “il patto di stabilità e crescita riformato, compresa l’applicazione della procedura per i disavanzi eccessivi, offre un meccanismo di sorveglianza adeguato e forte per affrontare i rischi per la sostenibilità fiscale e per integrare la sorveglianza”.

Anche se l’Italia non è più valutata in “squilibrio macroeconomico eccessivo“, ma solo in “squilibrio“, la procedura di infrazione si può già preventivare che varrà tra gli 8 e gli 11 miliardi di spesa pubblica annuali. Nel triennio 2025-2027 in essi si potrà conteggiare la maggiore spesa per interessi sostenuta per i tassi aumentati.

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha calcolato che, per rinnovare per il 2025 alcuni interventi finanziati solo per l’anno corrente, la prossima manovra richiederebbe già intorno ai 18 miliardi. Non serve essere economisti per capire che sta per arrivare un’altra ondata di tagli e privatizzazioni (di quel poco che è rimasto pubblico).

Se guardiamo oltre l’Italia, è utile ricordare che i francesi andranno al voto entro una decina di giorni, in una situazione di forte polarizzazione del quadro politico. E sia il Nuovo Fronte Popolare sia la compagine guidata da Marine Le Pen non hanno programmi che si adattano a una procedura di infrazione.

In una nota dell’11 giugno, Simon Freycenet, economista di Goldman Sachs, ha ricordato come il programma presentato da Rassemblement National nel 2022 valesse 100 miliardi di spesa. Mentre gli analisti del partito di Macron, Renaissance, hanno calcolato quello del Fronte Popolare in addirittura 287 miliardi...

Il Belgio sta per cominciare le trattative per l’istituzione del nuovo governo. Le elezioni hanno restituito un quadro complesso per possibili alleanze, e in passato le consultazioni sono durate anche più di un anno: la procedura di infrazione sarà un elemento di pressione non indifferente.

E lo sarà anche sulle elezioni francesi e sulla tenuta del governo Meloni, sempre più europeista, al di là di alcune uscite propagandistiche.

Fonte