di Alessandro Volpi
In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.
Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.
Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.
Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura antiaerea e antimissile dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.
La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.
Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.
In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.
In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.
In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.
Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.
Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.
L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.
Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.
Su questo esiste il campo largo?
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga investito nella transizione ecologica e nel welfare.
Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?
Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.
Ripeto, su questo esiste il campo largo? Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2026
La “sovranità finanziaria” dell’Italia e un debito pubblico pari a 3.207,2 miliardi di euro
di Alessandro Volpi
L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi a 3.207,2 miliardi.
Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.
Il dato finanziariamente più sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.
In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.
Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi PSPP e PEPP non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.
Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.
Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.
Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.
Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.
Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del PIL mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.
La considerazione che sorge spontanea è semplice. Chi potrà mai restituire – tra Stati e privati – un debito così infinito, che matura ogni anno circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.
Fonte
L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi a 3.207,2 miliardi.
Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.
Il dato finanziariamente più sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.
In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.
Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi PSPP e PEPP non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.
Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.
Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.
Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.
Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.
Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del PIL mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.
La considerazione che sorge spontanea è semplice. Chi potrà mai restituire – tra Stati e privati – un debito così infinito, che matura ogni anno circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.
Fonte
21/03/2026
La guerra all'Iran pone sotto stress il "disordine globale"
di Alessandro Volpi
Chi guadagna da questa guerra
Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.
Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.
Sono cresciute, parimenti, le società che producono Etc e Etf, gli strumenti finanziari per operare scommesse sul gas. Solo per citare la più grande, Wisdom Tree ha guadagnato quasi il 5%. Sono cresciuti, poi, i valori dei titoli delle società che producono armi: Raytheon, Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall, etc.
Ma di chi sono tali società? Naturalmente i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street che veicolano verso tali società il risparmio mondiale, compreso quello europeo. Dunque la guerra giova molto alle Big Three che sono fondamentali per Trump perché assolvono ad almeno due funzioni vitali per gli Stati Uniti.
La prima è l’acquisto di titoli del debito Usa che faticano a trovare compratori. In marzo ci saranno 8 aste di titoli Usa, per un valore ognuna compreso fra i 44 e i 70 miliardi di dollari: i decennali Usa pagano già più del 4% di interesse, se le Big Three non comprassero, gli Usa avrebbero un conto interessi ancora più stellare e forse arriverebbero ad un default parziale visto che, in queste condizioni, non possono monetizzare il debito in dollari.
La seconda funzione si lega proprio al dollaro. Se il dollaro tiene, dipende dal fatto che alcuni titoli finanziari, a cominciare da Nvidia e dagli altri delle big tech, stanno diventando un paradossale bene rifugio perché BlackRock, Vanguard e State Street vi iniettano così tanta liquidità da tenerli forzatamente in alto.
Il paradosso deriva dal fatto che le Big Three operano con i risparmi degli europei sia per comprare il debito sia per tenere in alto i titoli rifugio: il risparmio degli europei che saranno i più colpiti dagli effetti della guerra con una nuova ondata di inflazione importata attraverso l’energia e con enormi difficoltà a realizzare le loro produzioni, proprio per l’impennata dei costi, e le loro esportazioni per il caos della logistica. I padroni del mondo sono sempre più forti.
Aggiungerei una nota finale. Tra i beneficiari della guerra ci sono anche le società degli amici di Trump, a cominciare da Palantir di Peter Thiel che registra un più 7%, e dello stesso Trump: Trump Media e Technology Group segnano un bel più 4%.
La corsa verso il fallimento
I titoli decennali del debito Usa pagano ormai quasi il 4,5% di interesse.
Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale, quasi due volte quella militare e ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. Bisogna ricordare poi che circa il 30% del debito statunitense scade entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadono, emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%, deve farlo ai tassi attuali, appunto, del 4,5%.
In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil Usa, una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo. Per Trump la guerra non è un’opzione.
Arriverà la vera recessione
L’Italia aveva strutturato fino al 2022 un sistema di approvvigionamento energetico che si basava sul gas russo (pari a circa il 40% del totale) e sul petrolio della stessa Russia (pari al 15% del totale), sul gas algerino e azero e sul petrolio dei paesi arabi.
Si trattava di un rifornimento che costava relativamente poco, arrivava in gran parte via terra e passava da Nord.
Oggi, il gas russo non arriva più e il blocco di Hormuz ha tolto anche i rifornimenti da quell’area: quindi il gas e il petrolio provengono per circa il 50% da Algeria e Azerbaijan e per il resto arrivano, via mare, sotto forma di GNL, con un peso rilevantissimo degli Usa.
I prezzi sono altissimi sia per la speculazione finanziaria, alimentata da questa incertezza – solo il 50% del gas non dipende dalle rotte marittime – sia perché l’Italia ha pochissimi fornitori e il trasferimento del gas dai gasdotti, divenuti 6, da Sud a Nord costa molto.
In estrema sintesi, è chiaro che senza il gas e il petrolio russo e senza il gas e il petrolio del Golfo, l’economia italiana non ha energia e dunque è praticamente morta.
Il suicidio è perfetto, dato che il nostro paese dipende dall’estero per il 70% della propria energia.
Due conseguenze della guerra all’Iran e del blocco di Hormuz
Da quello Stretto passa circa il 15% dei fertilizzanti mondiali che sono decisivi per la produzione agricola, la cui dipendenza dai fertilizzanti è pari al 40%.
Il blocco quindi toglie dal mercato una fetta rilevante dei fertilizzanti generando una tendenza al rialzo che è stata subito spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago con prezzi saliti da dicembre del 64%.
Ma l’aspetto ancora più rilevante è costituito da chi sono gli esportatori di fertilizzanti che non passano per Hormuz e quindi sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi: circa il 22% proviene dalla Russia che dunque diventerà decisiva per l'agricoltura mondiale, mentre quote minori, circa il 10%, vengono da Canada e Stati Uniti.
In entrambi questi due ultimi casi le società che producono fertilizzanti (Nutrien, il più grande produttore mondiale, The Mosaic Company, leader nei fosfati e potassio, CF Industries, specializzata in azoto) hanno come principali azionisti BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.
Le società russe (PhosAgro, Uralkali, EuroChem) sono invece nelle mani di oligarchi vicini a Putin. C’è poi un altro grande produttore di fertilizzanti individuabile nella Cina, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare le esportazioni per approvvigionare l’agricoltura interna a costi bassi.
In estrema sintesi, ad essere danneggiati pesantemente saranno produttori e consumatori europei, già afflitti dall’aumento della speculazione generata dall’aumento del prezzo del gas e del petrolio.
La seconda conseguenza è visibile nella forte crescita della Borsa di Tel Aviv dove arrivano i capitali europei indirizzati sui titoli delle imprese che producono armi.
I “regali” del padrone
Le conseguenze della guerra all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono e saranno per l’Italia pesantissime. Provo a metterle in fila.
1) I rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani hanno già superato il 4%, con una accelerazione certamente maggiore di quelli tedeschi, che stanno abbassandosi, con buona pace delle dichiarazioni trionfalistiche di Giorgia Meloni di qualche mese fa. È utile avere chiaro che un aumento di un punto dei tassi di interesse pagati sul debito italiano significa una maggior spesa già nel 2026 di circa 3 miliardi di euro, che crescerà nei prossimi anni, con l’inevitabile conseguenza della riduzione della spesa sanitaria e sociale.
2) Per effetto dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio, che l’Italia comprerà – rigorosamente – dal padrone Usa, l’inflazione potrebbe salire già questa estate al 4/5%, con la conseguenza di un aumento del prezzo del carrello della spesa per le famiglie italiane di 600-800 euro. Le bollette, invece, è probabile che aumentino del 30% già dal prossimo aggiornamento trimestrale. Naturalmente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione e il prezzo dell’elettricità diventerà assai oneroso per tutti i contratti a prezzo variabile.
3) i lavoratori e le lavoratrici, sempre a causa dell’inflazione importata con l’aumento dei prezzi dell’energia, subiranno un pesante effetto fiscal drag che potrebbe annullare l’indicizzazione del tutto anche in caso di eventuali rinnovi contrattuali.
4) L’aumento dei tassi di interesse determinerà anche un appesantimento dei mutui a tasso variabile e di quelli di nuova apertura. Anche solo facendo una stime prudenziale l’insieme di queste voci comporta una spesa maggiore per le famiglie italiane di 1300 euro.
5) Per le imprese, soprattutto per quelle più piccole, la guerra produrrà una lievitazione della bolletta energetica di circa il 25%, a cui si aggiunge l’aumento del costo delle materie prime per effetto sempre dell’aumento del costo delle energia e per le difficoltà nell’approvvigionamento, dati i numerosi blocchi militari e commerciali.
Particolare rilievo avranno poi l’allungamento dei tempi di consegna delle merci per la necessità di utilizzare le poche rotte libere e l’impennata del prezzo dei noli marittimi, che stanno già registrando un raddoppio del costo dei container, decisivo per l’economia del nostro paese. Le imprese, in particolare quelle più piccole, soffriranno poi della riduzione del credito e di un aumento dei tassi da pagare che arriveranno al 7/8% così come diventeranno molto onerose le assicurazioni. Mi fermo qui.
Forse non tutti sanno che...
Ci sono due società i cui titoli hanno registrato in questi giorni un’impennata straordinaria. Si tratta di CNOOC e Petrochina, due società cinesi che sulla Borsa di Hong Kong dove sono quotate hanno registrato una crescita del 22 e del 15%. Una crescita più contenuta, perché regolata dal “cap” imposto per legge, hanno avuto a Shenzen e Shangai, raggiungendo il massimo consentito del 10%. La proprietà di tali società è statale all’85% nel caso di CNOOC e al 65% in Petrochina.
È interessante capire perché tali società, che hanno grandi capitalizzazioni, quasi 500 miliardi di dollari in due, stanno correndo in borsa.
In primo luogo i loro valori crescono quando cresce il prezzo del petrolio, ma soprattutto crescono perché stanno diventando un bene rifugio. Nel loro azionariato, oltre allo Stato cinese, sono entrati BlackRock, Vanguard e State Street e stanno comprando i loro titoli i fondi sovrani arabi e molti fondi del Sud est asiatico. In particolare stanno avendo un gran successo gli strumenti finanziari derivati che hanno come sottostante i due titoli cinesi.
Forse i calcoli di Trump sull’indebolimento cinese determinato dalla prova di forza militare presentano alcune lacune...
Fonte
Chi guadagna da questa guerra
Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.
Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.
Sono cresciute, parimenti, le società che producono Etc e Etf, gli strumenti finanziari per operare scommesse sul gas. Solo per citare la più grande, Wisdom Tree ha guadagnato quasi il 5%. Sono cresciuti, poi, i valori dei titoli delle società che producono armi: Raytheon, Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall, etc.
Ma di chi sono tali società? Naturalmente i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street che veicolano verso tali società il risparmio mondiale, compreso quello europeo. Dunque la guerra giova molto alle Big Three che sono fondamentali per Trump perché assolvono ad almeno due funzioni vitali per gli Stati Uniti.
La prima è l’acquisto di titoli del debito Usa che faticano a trovare compratori. In marzo ci saranno 8 aste di titoli Usa, per un valore ognuna compreso fra i 44 e i 70 miliardi di dollari: i decennali Usa pagano già più del 4% di interesse, se le Big Three non comprassero, gli Usa avrebbero un conto interessi ancora più stellare e forse arriverebbero ad un default parziale visto che, in queste condizioni, non possono monetizzare il debito in dollari.
La seconda funzione si lega proprio al dollaro. Se il dollaro tiene, dipende dal fatto che alcuni titoli finanziari, a cominciare da Nvidia e dagli altri delle big tech, stanno diventando un paradossale bene rifugio perché BlackRock, Vanguard e State Street vi iniettano così tanta liquidità da tenerli forzatamente in alto.
Il paradosso deriva dal fatto che le Big Three operano con i risparmi degli europei sia per comprare il debito sia per tenere in alto i titoli rifugio: il risparmio degli europei che saranno i più colpiti dagli effetti della guerra con una nuova ondata di inflazione importata attraverso l’energia e con enormi difficoltà a realizzare le loro produzioni, proprio per l’impennata dei costi, e le loro esportazioni per il caos della logistica. I padroni del mondo sono sempre più forti.
Aggiungerei una nota finale. Tra i beneficiari della guerra ci sono anche le società degli amici di Trump, a cominciare da Palantir di Peter Thiel che registra un più 7%, e dello stesso Trump: Trump Media e Technology Group segnano un bel più 4%.
La corsa verso il fallimento
I titoli decennali del debito Usa pagano ormai quasi il 4,5% di interesse.
Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale, quasi due volte quella militare e ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. Bisogna ricordare poi che circa il 30% del debito statunitense scade entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadono, emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%, deve farlo ai tassi attuali, appunto, del 4,5%.
In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil Usa, una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo. Per Trump la guerra non è un’opzione.
Arriverà la vera recessione
L’Italia aveva strutturato fino al 2022 un sistema di approvvigionamento energetico che si basava sul gas russo (pari a circa il 40% del totale) e sul petrolio della stessa Russia (pari al 15% del totale), sul gas algerino e azero e sul petrolio dei paesi arabi.
Si trattava di un rifornimento che costava relativamente poco, arrivava in gran parte via terra e passava da Nord.
Oggi, il gas russo non arriva più e il blocco di Hormuz ha tolto anche i rifornimenti da quell’area: quindi il gas e il petrolio provengono per circa il 50% da Algeria e Azerbaijan e per il resto arrivano, via mare, sotto forma di GNL, con un peso rilevantissimo degli Usa.
I prezzi sono altissimi sia per la speculazione finanziaria, alimentata da questa incertezza – solo il 50% del gas non dipende dalle rotte marittime – sia perché l’Italia ha pochissimi fornitori e il trasferimento del gas dai gasdotti, divenuti 6, da Sud a Nord costa molto.
In estrema sintesi, è chiaro che senza il gas e il petrolio russo e senza il gas e il petrolio del Golfo, l’economia italiana non ha energia e dunque è praticamente morta.
Il suicidio è perfetto, dato che il nostro paese dipende dall’estero per il 70% della propria energia.
Due conseguenze della guerra all’Iran e del blocco di Hormuz
Da quello Stretto passa circa il 15% dei fertilizzanti mondiali che sono decisivi per la produzione agricola, la cui dipendenza dai fertilizzanti è pari al 40%.
Il blocco quindi toglie dal mercato una fetta rilevante dei fertilizzanti generando una tendenza al rialzo che è stata subito spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago con prezzi saliti da dicembre del 64%.
Ma l’aspetto ancora più rilevante è costituito da chi sono gli esportatori di fertilizzanti che non passano per Hormuz e quindi sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi: circa il 22% proviene dalla Russia che dunque diventerà decisiva per l'agricoltura mondiale, mentre quote minori, circa il 10%, vengono da Canada e Stati Uniti.
In entrambi questi due ultimi casi le società che producono fertilizzanti (Nutrien, il più grande produttore mondiale, The Mosaic Company, leader nei fosfati e potassio, CF Industries, specializzata in azoto) hanno come principali azionisti BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.
Le società russe (PhosAgro, Uralkali, EuroChem) sono invece nelle mani di oligarchi vicini a Putin. C’è poi un altro grande produttore di fertilizzanti individuabile nella Cina, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare le esportazioni per approvvigionare l’agricoltura interna a costi bassi.
In estrema sintesi, ad essere danneggiati pesantemente saranno produttori e consumatori europei, già afflitti dall’aumento della speculazione generata dall’aumento del prezzo del gas e del petrolio.
La seconda conseguenza è visibile nella forte crescita della Borsa di Tel Aviv dove arrivano i capitali europei indirizzati sui titoli delle imprese che producono armi.
I “regali” del padrone
Le conseguenze della guerra all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono e saranno per l’Italia pesantissime. Provo a metterle in fila.
1) I rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani hanno già superato il 4%, con una accelerazione certamente maggiore di quelli tedeschi, che stanno abbassandosi, con buona pace delle dichiarazioni trionfalistiche di Giorgia Meloni di qualche mese fa. È utile avere chiaro che un aumento di un punto dei tassi di interesse pagati sul debito italiano significa una maggior spesa già nel 2026 di circa 3 miliardi di euro, che crescerà nei prossimi anni, con l’inevitabile conseguenza della riduzione della spesa sanitaria e sociale.
2) Per effetto dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio, che l’Italia comprerà – rigorosamente – dal padrone Usa, l’inflazione potrebbe salire già questa estate al 4/5%, con la conseguenza di un aumento del prezzo del carrello della spesa per le famiglie italiane di 600-800 euro. Le bollette, invece, è probabile che aumentino del 30% già dal prossimo aggiornamento trimestrale. Naturalmente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione e il prezzo dell’elettricità diventerà assai oneroso per tutti i contratti a prezzo variabile.
3) i lavoratori e le lavoratrici, sempre a causa dell’inflazione importata con l’aumento dei prezzi dell’energia, subiranno un pesante effetto fiscal drag che potrebbe annullare l’indicizzazione del tutto anche in caso di eventuali rinnovi contrattuali.
4) L’aumento dei tassi di interesse determinerà anche un appesantimento dei mutui a tasso variabile e di quelli di nuova apertura. Anche solo facendo una stime prudenziale l’insieme di queste voci comporta una spesa maggiore per le famiglie italiane di 1300 euro.
5) Per le imprese, soprattutto per quelle più piccole, la guerra produrrà una lievitazione della bolletta energetica di circa il 25%, a cui si aggiunge l’aumento del costo delle materie prime per effetto sempre dell’aumento del costo delle energia e per le difficoltà nell’approvvigionamento, dati i numerosi blocchi militari e commerciali.
Particolare rilievo avranno poi l’allungamento dei tempi di consegna delle merci per la necessità di utilizzare le poche rotte libere e l’impennata del prezzo dei noli marittimi, che stanno già registrando un raddoppio del costo dei container, decisivo per l’economia del nostro paese. Le imprese, in particolare quelle più piccole, soffriranno poi della riduzione del credito e di un aumento dei tassi da pagare che arriveranno al 7/8% così come diventeranno molto onerose le assicurazioni. Mi fermo qui.
Forse non tutti sanno che...
Ci sono due società i cui titoli hanno registrato in questi giorni un’impennata straordinaria. Si tratta di CNOOC e Petrochina, due società cinesi che sulla Borsa di Hong Kong dove sono quotate hanno registrato una crescita del 22 e del 15%. Una crescita più contenuta, perché regolata dal “cap” imposto per legge, hanno avuto a Shenzen e Shangai, raggiungendo il massimo consentito del 10%. La proprietà di tali società è statale all’85% nel caso di CNOOC e al 65% in Petrochina.
È interessante capire perché tali società, che hanno grandi capitalizzazioni, quasi 500 miliardi di dollari in due, stanno correndo in borsa.
In primo luogo i loro valori crescono quando cresce il prezzo del petrolio, ma soprattutto crescono perché stanno diventando un bene rifugio. Nel loro azionariato, oltre allo Stato cinese, sono entrati BlackRock, Vanguard e State Street e stanno comprando i loro titoli i fondi sovrani arabi e molti fondi del Sud est asiatico. In particolare stanno avendo un gran successo gli strumenti finanziari derivati che hanno come sottostante i due titoli cinesi.
Forse i calcoli di Trump sull’indebolimento cinese determinato dalla prova di forza militare presentano alcune lacune...
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26/09/2025
Fitch non ha “premiato l’Italia”, ha premiato il capitalismo finanziario
di Alessandro Volpi
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno celebrato con grande fasto la promozione dell’agenzia di rating Fitch che porta il debito italiano da BBB a BBB+. Sono necessarie però alcune considerazioni in merito.
La prima. Il giudizio di Fitch si basa fondamentalmente sulla capacità dello Stato che emette il debito di garantirne il pagamento. Tale capacità, a sua volta, viene fatta discendere dalla stabilità politica del Paese, dal livello di indebitamento che deve essere tendenzialmente basso, soprattutto in relazione al Pil, dalla solidità delle istituzioni finanziarie, dalla natura e dall’andamento del mercato del lavoro. In altre parole, un Paese con un governo che non avesse opposizione è più sicuro di una democrazia matura, un Paese che fa poca spesa sociale e magari ha un Pil trainato solo da esportazioni e da rendimenti finanziari di cui beneficiano le classi alte è più sicuro, un Paese che ha un mercato del lavoro con poche rivendicazioni in termini di aumenti salariali è più sicuro.
Nelle valutazioni di Fitch, così come in quelle delle altre agenzie di rating, non compaiono le disuguaglianze sociali se le eventuali tensioni sono ben sorvegliate, non figurano indicazioni sulla natura del Pil, se cioè dipenda in larga misura dalla rendita piuttosto che dal lavoro, e neppure contano le considerazioni sulla capacità del sistema delle banche e delle assicurazioni di garantire servizi collettivi non condizionati dal monopolio.
Verrebbe da dire che Fitch, come le altre agenzie, premiano austerità, disuguaglianza sociale, riduzione della spesa pubblica e sistemi bancari e finanziari monopolistici. In pratica premiano il capitalismo finanziario. Non è un caso dunque che nei primi dieci posti della classifica di Fitch ci siano tre paradisi fiscali, la Svizzera, la Norvegia, che dispone di un colossale fondo sovrano alimentato da petrolio e gas, e Paesi con poco debito e disuguaglianze non trascurabili.
Vale la pena di ricordare infine che Fitch è di proprietà del gruppo Hearst, con la presenza, oltre che dei membri della famiglia, dei grandi gestori del risparmio – BlackRock, Vanguard e State Street – attraverso alcuni fondi fiduciari.
Ultima considerazione sulla tanto sbandierata riduzione del costo degli interessi per effetto della “promozione”: in merito bisognerebbe ricordare che BBB+ è ancora una collocazione a rischio e dunque il beneficio in conto interessi è tutto da valutare, visto peraltro che i decennali italiani pagano oltre il 3,5% e devono fare i conti con una vasta concorrenza più remunerativa, a cominciare dai titoli Usa. In questo senso è indispensabile ricordare i numeri veri piuttosto che le previsioni. Per effetto della concorrenza dei rendimenti europei che, compreso quello tedesco, non sono troppo lontani o superano il 3%, con quello inglese al 4,7%, il Tesoro italiano ha infatti pagato interessi nel 2023 per 75 miliardi di euro, saliti a quasi 90 nel 2024 e ora stimati in una cifra analoga nel 2025 senza grossi scostamenti da quanto pagato l’anno passato.
Nel caso italiano pesa, in particolare, la significativa porzione di debito che è ancora nelle mani della Banca d’Italia, resa possibile dai finanziamenti della Bce che sono stati interrotti dal dicembre del 2023 e che quindi devono trovare una sostituzione, destinata a indirizzare la ricerca verso i grandi gestori di risparmio globali, BlackRock in primis, molti attenti alla pluralità delle offerte provenienti da più parti del Mondo. Inoltre, proprio per i criteri già ricordati, se il Governo Meloni approvasse una legge di bilancio meno dipendente dall’austerità e dal riarmo, che non è conteggiato ai fini dei vincoli europei, è molto probabile un aumento ulteriore ed immediato degli interessi in barba a Fitch.
Insomma Giorgia Meloni esulta per la mini promozione fornitale da un arnese del capitalismo finanziario i cui benefici, in termini di finanza pubblica e quindi per la popolazione italiana sono pressoché inesistenti, mentre per la presidente del Consiglio significa la piena dichiarazione di fede all’ordine della grande finanza Usa.
Fonte
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno celebrato con grande fasto la promozione dell’agenzia di rating Fitch che porta il debito italiano da BBB a BBB+. Sono necessarie però alcune considerazioni in merito.
La prima. Il giudizio di Fitch si basa fondamentalmente sulla capacità dello Stato che emette il debito di garantirne il pagamento. Tale capacità, a sua volta, viene fatta discendere dalla stabilità politica del Paese, dal livello di indebitamento che deve essere tendenzialmente basso, soprattutto in relazione al Pil, dalla solidità delle istituzioni finanziarie, dalla natura e dall’andamento del mercato del lavoro. In altre parole, un Paese con un governo che non avesse opposizione è più sicuro di una democrazia matura, un Paese che fa poca spesa sociale e magari ha un Pil trainato solo da esportazioni e da rendimenti finanziari di cui beneficiano le classi alte è più sicuro, un Paese che ha un mercato del lavoro con poche rivendicazioni in termini di aumenti salariali è più sicuro.
Nelle valutazioni di Fitch, così come in quelle delle altre agenzie di rating, non compaiono le disuguaglianze sociali se le eventuali tensioni sono ben sorvegliate, non figurano indicazioni sulla natura del Pil, se cioè dipenda in larga misura dalla rendita piuttosto che dal lavoro, e neppure contano le considerazioni sulla capacità del sistema delle banche e delle assicurazioni di garantire servizi collettivi non condizionati dal monopolio.
Verrebbe da dire che Fitch, come le altre agenzie, premiano austerità, disuguaglianza sociale, riduzione della spesa pubblica e sistemi bancari e finanziari monopolistici. In pratica premiano il capitalismo finanziario. Non è un caso dunque che nei primi dieci posti della classifica di Fitch ci siano tre paradisi fiscali, la Svizzera, la Norvegia, che dispone di un colossale fondo sovrano alimentato da petrolio e gas, e Paesi con poco debito e disuguaglianze non trascurabili.
Vale la pena di ricordare infine che Fitch è di proprietà del gruppo Hearst, con la presenza, oltre che dei membri della famiglia, dei grandi gestori del risparmio – BlackRock, Vanguard e State Street – attraverso alcuni fondi fiduciari.
Ultima considerazione sulla tanto sbandierata riduzione del costo degli interessi per effetto della “promozione”: in merito bisognerebbe ricordare che BBB+ è ancora una collocazione a rischio e dunque il beneficio in conto interessi è tutto da valutare, visto peraltro che i decennali italiani pagano oltre il 3,5% e devono fare i conti con una vasta concorrenza più remunerativa, a cominciare dai titoli Usa. In questo senso è indispensabile ricordare i numeri veri piuttosto che le previsioni. Per effetto della concorrenza dei rendimenti europei che, compreso quello tedesco, non sono troppo lontani o superano il 3%, con quello inglese al 4,7%, il Tesoro italiano ha infatti pagato interessi nel 2023 per 75 miliardi di euro, saliti a quasi 90 nel 2024 e ora stimati in una cifra analoga nel 2025 senza grossi scostamenti da quanto pagato l’anno passato.
Nel caso italiano pesa, in particolare, la significativa porzione di debito che è ancora nelle mani della Banca d’Italia, resa possibile dai finanziamenti della Bce che sono stati interrotti dal dicembre del 2023 e che quindi devono trovare una sostituzione, destinata a indirizzare la ricerca verso i grandi gestori di risparmio globali, BlackRock in primis, molti attenti alla pluralità delle offerte provenienti da più parti del Mondo. Inoltre, proprio per i criteri già ricordati, se il Governo Meloni approvasse una legge di bilancio meno dipendente dall’austerità e dal riarmo, che non è conteggiato ai fini dei vincoli europei, è molto probabile un aumento ulteriore ed immediato degli interessi in barba a Fitch.
Insomma Giorgia Meloni esulta per la mini promozione fornitale da un arnese del capitalismo finanziario i cui benefici, in termini di finanza pubblica e quindi per la popolazione italiana sono pressoché inesistenti, mentre per la presidente del Consiglio significa la piena dichiarazione di fede all’ordine della grande finanza Usa.
Fonte
22/08/2024
Panetta, gli interessi sul debito, l’istruzione e l’austerità europea
Il Meeting annuale di Rimini, organizzato dall’area di Comunione e Liberazione, è sempre un’occasione interessante per tastare le preoccupazioni e le priorità della classe dominante, al ritorno dalle vacanze estive. Siamo quasi a metà di questo appuntamento e qualcosa è già uscito.
Questa volta è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a fare alcune considerazioni che è utile commentare. Il nodo fondamentale che ha evidenziato l’economista è lo stesso che sentiamo da decenni: il compito del governo, di qualsiasi colore sia, è quello di ridurre il debito pubblico in rapporto al PIL.
Panetta ha dichiarato che “affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico”.
Lo spauracchio evocato per il futuro è sempre quello delle proiezioni demografiche, con l’aumento del numero dei pensionati rispetto al numero di chi lavora. Ovviamente, è stato ribadito che bisogna aumentare la partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, anche questa formula ricorrente in tv ma che mai si è tradotta in politiche concrete.
Anzi (ed è questo il dato che ha creato più scalpore), Panetta ha detto: “l’Italia è l’unico Paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni”.
Ma qui cominciano a crearsi delle crepe nella narrazione che siamo ormai abituati a sorbirci. Innanzitutto, perché è lo stesso governatore della Banca d’Italia a proporre un collegamento tra una componente specifica del debito pubblico e le opportunità di formazione e di emancipazione dei giovani del Belpaese.
Dal 1991 al 2020, l’Italia ha registrato un avanzo primario ogni singolo anno, escluso il 2009 – in seguito alla crisi del biennio precedente – e il 2020, l’anno della pandemia del Covid-19. Possiamo discutere sull’entità di questo avanzo, ma Roma ha già fatto i compiti che gli affida Panetta, e non è cambiato molto. Anzi...
Il messaggio che l’economista sta mandando è che, in realtà, bisogna continuare a tagliare i servizi pubblici per diminuire la spesa o aumentare le entrate, mentre nulla può (o deve) essere fatto contro la speculazione sul debito. Almeno finché, nel nostro modello sociale, a governare davvero sarà il mercato e i suoi capitali, ci teniamo e facciamo crescere gli oltre 70 miliardi l’anno di interessi sul debito.
La speculazione ha tra l’altro approfittato della fase di alti tassi di interesse della BCE: al taglio di giugno l’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva calcolato un possibile risparmio di 3 miliardi per quest’anno. Con una diminuzione complessiva di 100 punti nel corso del 2024, il risparmio sarebbe arrivato a 7 miliardi nel 2025 e a 10 miliardi nel 2026.
Questo Panetta ha dimenticato di dirlo. Ha però ribadito un pensiero che ha già espresso in passato, e che non sempre si sente: “le politiche di austerità adottate [nel periodo 2010-12] hanno accentuato in più paesi gli effetti recessivi della crisi”, mentre “le risposte alle crisi più recenti, innescate dalla pandemia e dallo shock energetico, hanno invece segnato un progresso nell’impostazione delle politiche comuni”.
Il governatore della Banca d’Italia è da tempo un fermo sostenitore di un passo avanti nell’integrazione europea. Per renderla un polo autonomo capace di competere sul piano globale, come vorrebbe Draghi ad esempio, ma è comunque una linea che, seppur con lo stesso obiettivo, si distacca da quella che ha ripreso piede a Bruxelles.
A breve Palazzo Chigi avvierà il lavoro sulla manovra del 2025, ed entro il 20 settembre deve presentare alla UE il Piano strutturale di bilancio a medio termine, secondo le clausole del nuovo Patto di Stabilità. La procedura d’infrazione aleggia sulle scelte del governo e un’ulteriore tornata di austerità appare l’unica strada.
Del resto, è il pilota automatico dei vincoli esterni, quello europeo sulla spesa sociale a cui, oggi, è tornato ad associarsi quello della NATO della deriva bellicista. Senza rompere questa gabbia non se ne esce...
Fonte
Questa volta è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a fare alcune considerazioni che è utile commentare. Il nodo fondamentale che ha evidenziato l’economista è lo stesso che sentiamo da decenni: il compito del governo, di qualsiasi colore sia, è quello di ridurre il debito pubblico in rapporto al PIL.
Panetta ha dichiarato che “affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico”.
Lo spauracchio evocato per il futuro è sempre quello delle proiezioni demografiche, con l’aumento del numero dei pensionati rispetto al numero di chi lavora. Ovviamente, è stato ribadito che bisogna aumentare la partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, anche questa formula ricorrente in tv ma che mai si è tradotta in politiche concrete.
Anzi (ed è questo il dato che ha creato più scalpore), Panetta ha detto: “l’Italia è l’unico Paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni”.
Ma qui cominciano a crearsi delle crepe nella narrazione che siamo ormai abituati a sorbirci. Innanzitutto, perché è lo stesso governatore della Banca d’Italia a proporre un collegamento tra una componente specifica del debito pubblico e le opportunità di formazione e di emancipazione dei giovani del Belpaese.
Dal 1991 al 2020, l’Italia ha registrato un avanzo primario ogni singolo anno, escluso il 2009 – in seguito alla crisi del biennio precedente – e il 2020, l’anno della pandemia del Covid-19. Possiamo discutere sull’entità di questo avanzo, ma Roma ha già fatto i compiti che gli affida Panetta, e non è cambiato molto. Anzi...
Il messaggio che l’economista sta mandando è che, in realtà, bisogna continuare a tagliare i servizi pubblici per diminuire la spesa o aumentare le entrate, mentre nulla può (o deve) essere fatto contro la speculazione sul debito. Almeno finché, nel nostro modello sociale, a governare davvero sarà il mercato e i suoi capitali, ci teniamo e facciamo crescere gli oltre 70 miliardi l’anno di interessi sul debito.
La speculazione ha tra l’altro approfittato della fase di alti tassi di interesse della BCE: al taglio di giugno l’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva calcolato un possibile risparmio di 3 miliardi per quest’anno. Con una diminuzione complessiva di 100 punti nel corso del 2024, il risparmio sarebbe arrivato a 7 miliardi nel 2025 e a 10 miliardi nel 2026.
Questo Panetta ha dimenticato di dirlo. Ha però ribadito un pensiero che ha già espresso in passato, e che non sempre si sente: “le politiche di austerità adottate [nel periodo 2010-12] hanno accentuato in più paesi gli effetti recessivi della crisi”, mentre “le risposte alle crisi più recenti, innescate dalla pandemia e dallo shock energetico, hanno invece segnato un progresso nell’impostazione delle politiche comuni”.
Il governatore della Banca d’Italia è da tempo un fermo sostenitore di un passo avanti nell’integrazione europea. Per renderla un polo autonomo capace di competere sul piano globale, come vorrebbe Draghi ad esempio, ma è comunque una linea che, seppur con lo stesso obiettivo, si distacca da quella che ha ripreso piede a Bruxelles.
A breve Palazzo Chigi avvierà il lavoro sulla manovra del 2025, ed entro il 20 settembre deve presentare alla UE il Piano strutturale di bilancio a medio termine, secondo le clausole del nuovo Patto di Stabilità. La procedura d’infrazione aleggia sulle scelte del governo e un’ulteriore tornata di austerità appare l’unica strada.
Del resto, è il pilota automatico dei vincoli esterni, quello europeo sulla spesa sociale a cui, oggi, è tornato ad associarsi quello della NATO della deriva bellicista. Senza rompere questa gabbia non se ne esce...
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24/11/2023
Francia, il deficit finanzia la crescita
di Guido Salerno Aletta
Non ci si può limitare ad allargare le braccia, affermando che le cose stanno andando male. Christine Lagarde, da anni al vertice della Bce, ha annunciato con nonchalance che l'Eurozona si appresta ad entrare in recessione: i dati negativi della Germania stanno mandando a picco le previsioni di un atterraggio morbido.
Alla drastica cura monetaria decisa per contrastare l'inflazione dei prezzi delle materie prime a partire dalla primavera del 2021 si è aggiunta la congiuntura particolarmente negativa determinata dalla guerra in Ucraina, dalle sanzioni irrogate alla Russia e dalla necessità di trovare fonti energetiche alternative.
"Che si deve fare? Boh! Prima o poi passerà..."
Questo comportamento, inconcludente, sembra aver pienamente contagiato la Commissione europea che ha bocciato il progetto di bilancio presentatole dalla Francia al fine di verificarne la coerenza con le regole sulla stabilità delle finanze pubbliche, che al momento sono quelle stabilite nell'Allegato al Trattato di Maastricht che risale al 1992: il deficit annuo non deve superare il 3% del Pil, mentre il debito non deve superare il 60% del Pil.
Le regole più stringenti previste dal Fiscal Compact a partire dal 2012, e che furono sospese dal 2020 al 2022 per tener conto della crisi pandemica, saranno sostituite da un nuovo quadro regolamentare, ancora in discussione.
Il progetto di bilancio presentato dalla Francia prevede per il 2024 una crescita del Pil pari al +1,4%, superiore al +1% stimato per l'anno in corso. Il deficit sarà del 4,4%: nettamente superiore al tetto del 3%, ed in calo modesto rispetto al 4,9% stimato per l'anno in corso. Il saldo primario, quello calcolato al netto degli interessi, sarà pari al -2,4% del Pil: ciò significa che ci sarà una spesa effettiva in deficit pari al 2% del Pil (4,4%-2,4%). Il debito rimarrà al 109,7% del Pil, invariato rispetto a quello stimato per l'anno in corso. Per quanto riguarda l'inflazione, la Francia prevede che sarà del 2,7%, in forte calo rispetto al 5,7% stimato per l'anno in corso.
Al confronto, alcuni dati presentati dal Governo italiano per il 2024, contenuti nella NADEF del 23 settembre scorso sono assai simili a quelli francesi: +1,2% per la crescita economica e 2,3% per l'inflazione dei prezzi al consumo. Il deficit sarà del 4,3% rispetto al 5,3% di quest'anno, il saldo primario sarà del -0,2% mentre il debito pubblico scenderà appena di un decimo di punto, dal 140,2% del Pil al 140,1%. L'unica vera differenza sta nella dimensione del saldo primario: in Italia, il deficit del 4,3% del Pil sarà destinato praticamente tutto al pagamento degli interessi, che saranno pari al 4,2% del Pil. Solo con l'arrotondamento si arriva allo 0,2% del saldo primario.
La Francia prevede un deficit del 3,7% del Pil nel 2025 e del 3,2% nel 2026. Il debito, invariato al 109,7% nel 2023 e nel 2024, scenderebbe al 109,6% del Pil nel 2025, ed al 109,1% nel 2026. Tra il 2023 ed il 2026 la riduzione del debito sarebbe complessivamente dello 0,6% del Pil.
L'Italia prevede un deficit del 3,6% del Pil nel 2025 e del 2,9% nel 2026, mentre il debito scenderebbe dal 140,2% di quest'anno al 140,1% nel 2024, al 139,9 nel 2025 ed al 139,6% nel 2026. Tra il 2023 ed il 2026 la riduzione del debito sarebbe complessivamente dello 0,6% del Pil, esattamente la stessa percentuale prevista dalla Francia. La differenza sta nel fatto che l'Italia prevede di avere un saldo primario positivo già nel 2025 per lo 0,7% del Pil, e poi nel 2026 per l'1,6% del Pil e che il peso degli interessi crescerà in continuazione: dal 3,8% del Pil di quest'anno, salirà al 4,2% nel 2024, poi al 4,3% nel 2025 ed ancora al 4,6% nel 2026. In pratica, l'onere per interessi non solo assorbirà tutto il nuovo deficit annuale, ma anche una quota delle entrate fiscali. Questo è il senso del saldo primario positivo.
Sono politiche fiscali sostanzialmente analoghe in termini di andamento del deficit e di riduzione del debito; ma mentre la Francia usa il deficit per sostenere la crescita economica, l'Italia lo usa tutto (e non le basta) per pagare gli interessi sul debito accumulato.
Risulta davvero incomprensibile la bocciatura del bilancio francese decisa da parte della Commissione europea... forse c'è sotto l'invidia della Germania, alle prese con il suo "freno al debito" pari allo 0,35% del Pil ed alle spese fuori bilancio a favore delle sue industrie, per 60 miliardi di euro, che sono appena state dichiarate incostituzionali dalla Corte di Karlsruhe.
L'Italia usa il deficit per pagare la rendita sul debito pubblico.
La Francia usa il deficit per sostenere la crescita economica.
Per questo, le asimmetrie aumenteranno continuamente.
Fonte
Non ci si può limitare ad allargare le braccia, affermando che le cose stanno andando male. Christine Lagarde, da anni al vertice della Bce, ha annunciato con nonchalance che l'Eurozona si appresta ad entrare in recessione: i dati negativi della Germania stanno mandando a picco le previsioni di un atterraggio morbido.
Alla drastica cura monetaria decisa per contrastare l'inflazione dei prezzi delle materie prime a partire dalla primavera del 2021 si è aggiunta la congiuntura particolarmente negativa determinata dalla guerra in Ucraina, dalle sanzioni irrogate alla Russia e dalla necessità di trovare fonti energetiche alternative.
"Che si deve fare? Boh! Prima o poi passerà..."
Questo comportamento, inconcludente, sembra aver pienamente contagiato la Commissione europea che ha bocciato il progetto di bilancio presentatole dalla Francia al fine di verificarne la coerenza con le regole sulla stabilità delle finanze pubbliche, che al momento sono quelle stabilite nell'Allegato al Trattato di Maastricht che risale al 1992: il deficit annuo non deve superare il 3% del Pil, mentre il debito non deve superare il 60% del Pil.
Le regole più stringenti previste dal Fiscal Compact a partire dal 2012, e che furono sospese dal 2020 al 2022 per tener conto della crisi pandemica, saranno sostituite da un nuovo quadro regolamentare, ancora in discussione.
Il progetto di bilancio presentato dalla Francia prevede per il 2024 una crescita del Pil pari al +1,4%, superiore al +1% stimato per l'anno in corso. Il deficit sarà del 4,4%: nettamente superiore al tetto del 3%, ed in calo modesto rispetto al 4,9% stimato per l'anno in corso. Il saldo primario, quello calcolato al netto degli interessi, sarà pari al -2,4% del Pil: ciò significa che ci sarà una spesa effettiva in deficit pari al 2% del Pil (4,4%-2,4%). Il debito rimarrà al 109,7% del Pil, invariato rispetto a quello stimato per l'anno in corso. Per quanto riguarda l'inflazione, la Francia prevede che sarà del 2,7%, in forte calo rispetto al 5,7% stimato per l'anno in corso.
Al confronto, alcuni dati presentati dal Governo italiano per il 2024, contenuti nella NADEF del 23 settembre scorso sono assai simili a quelli francesi: +1,2% per la crescita economica e 2,3% per l'inflazione dei prezzi al consumo. Il deficit sarà del 4,3% rispetto al 5,3% di quest'anno, il saldo primario sarà del -0,2% mentre il debito pubblico scenderà appena di un decimo di punto, dal 140,2% del Pil al 140,1%. L'unica vera differenza sta nella dimensione del saldo primario: in Italia, il deficit del 4,3% del Pil sarà destinato praticamente tutto al pagamento degli interessi, che saranno pari al 4,2% del Pil. Solo con l'arrotondamento si arriva allo 0,2% del saldo primario.
La Francia prevede un deficit del 3,7% del Pil nel 2025 e del 3,2% nel 2026. Il debito, invariato al 109,7% nel 2023 e nel 2024, scenderebbe al 109,6% del Pil nel 2025, ed al 109,1% nel 2026. Tra il 2023 ed il 2026 la riduzione del debito sarebbe complessivamente dello 0,6% del Pil.
L'Italia prevede un deficit del 3,6% del Pil nel 2025 e del 2,9% nel 2026, mentre il debito scenderebbe dal 140,2% di quest'anno al 140,1% nel 2024, al 139,9 nel 2025 ed al 139,6% nel 2026. Tra il 2023 ed il 2026 la riduzione del debito sarebbe complessivamente dello 0,6% del Pil, esattamente la stessa percentuale prevista dalla Francia. La differenza sta nel fatto che l'Italia prevede di avere un saldo primario positivo già nel 2025 per lo 0,7% del Pil, e poi nel 2026 per l'1,6% del Pil e che il peso degli interessi crescerà in continuazione: dal 3,8% del Pil di quest'anno, salirà al 4,2% nel 2024, poi al 4,3% nel 2025 ed ancora al 4,6% nel 2026. In pratica, l'onere per interessi non solo assorbirà tutto il nuovo deficit annuale, ma anche una quota delle entrate fiscali. Questo è il senso del saldo primario positivo.
Sono politiche fiscali sostanzialmente analoghe in termini di andamento del deficit e di riduzione del debito; ma mentre la Francia usa il deficit per sostenere la crescita economica, l'Italia lo usa tutto (e non le basta) per pagare gli interessi sul debito accumulato.
Risulta davvero incomprensibile la bocciatura del bilancio francese decisa da parte della Commissione europea... forse c'è sotto l'invidia della Germania, alle prese con il suo "freno al debito" pari allo 0,35% del Pil ed alle spese fuori bilancio a favore delle sue industrie, per 60 miliardi di euro, che sono appena state dichiarate incostituzionali dalla Corte di Karlsruhe.
L'Italia usa il deficit per pagare la rendita sul debito pubblico.
La Francia usa il deficit per sostenere la crescita economica.
Per questo, le asimmetrie aumenteranno continuamente.
Fonte
10/06/2021
Il debito pubblico? Figlio di una politica demente, ma interessata
Neanche il tempo di fantasticare sulla “valanga di soldi che ci arriverà dall’Europa” e già bisogna mettere la testa ai tagli di bilancio che bisognerà fare, dal 2023, per “rispettare i parametri del Patto di Stabilità”. Ovvero quel Fiscal Compact che è l’architrave delle politiche di austerità che regolano l’Unione Europea.
La narrazione ufficiale – quella che unisce Draghi e von der Leyen, Letta e Salvini, Meloni e Bersani – ci racconta che “il debito italiano è troppo alto”, “un peso enorme che lasciamo ai nostri figli”, e via di questo passo.
Ma per cosa spende “troppo” lo Stato?
Qui il discorso non può più essere “tecnico”, perché secondo la visione neoliberista – e gli interessi industriali o finanziari – la spesa sociale (pensioni, ammortizzatori, sussidi, sanità, scuola, ecc.) è pressoché uno “spreco”, mentre la spesa militare, per infrastrutture inutili a prezzi gonfiati, ecc., sarebbe “buona”.
Ma persino al di là della diversa visione di classe circa le priorità di spesa, ce n’è una che risulta assolutamente inutile, da ogni punto di vista: la spesa per interessi sul debito pubblico.
Soldi che vanno ai “mercati finanziari”, ai possessori di titoli di stato, ossia a chi ha prestato soldi allo Stato e viene ricompensato con una cifra superiore.
Sono quaranta anni che il debito pubblico cresce costantemente, nonostante ogni governo durante tutti questi anni abbia tagliato la spesa pubblica fino a renderla indegna di un paese sviluppato.
Negli ultimi venti anni, in particolare, il bilancio dello Stato si è sempre chiuso in avanzo primario. Significa una cosa semplice: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.
Nonostante questo, la spesa per interessi sul debito costringe a finanziare in deficit la differenza; ossia a emettere nuovi titoli di stato, chiedendo prestiti “ai mercati”. E dunque ad aumentare sia il debito sia la spesa per interessi sul debito, in una spirale senza fine.
Il taglio della spesa pubblica, infatti, implica anche minore crescita economica, perché ci sono meno investimenti e meno servizi pubblici (che comunque alimentano l’economia).
Dunque, più tagli più sei costretto ad indebitarti. Veramente una politica da dementi.
Eppure è questa la politica “consigliata” dagli esperti neoliberisti, che in genere lavorano per quelle stesse società finanziarie che acquistano i titoli di stato e incassano gli interessi sul debito...
Ed è anche la politica imposta dall’Unione Europea, tramite prescrizioni, “condizionalità”, controllo delle manovre di bilancio ad ogni stadio del percorso che annualmente devono fare.
I quaranta anni non sono una cifra detta a caso. È stato nel 1981, infatti, che l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta – una delle teste d’uovo del “giro Prodi” – decretò “il divorzio” tra il suo ministero e la Banca d’Italia.
In pratica, da allora la Banca d’Italia non può più acquistare già in sede di asta i titoli che il Tesoro emette. Il che costringe lo Stato a garantire un interesse maggiore ai compratori, perché l’intervento della Banca d’Italia serviva a calmierare il prezzo dei titoli.
È di fatto la stessa politica che è stata costretta a fare la Bce, all’esplosione della crisi finanziaria, comprando titoli di Stato nazionali (ma sui mercati finanziari, non in sede di asta) per diminuire la pressione sui debiti pubblici e distribuire liquidità.
Possiamo spiegarlo con un esempio concreto. Qualsiasi titolo del Tesoro (bot, btp, cct, ecc.) vale nominalmente 100 euro. Lo Stato, insomma, si impegna a pagare 100 euro per quel titolo quando arriva a scadenza. Ma quando si fa l’asta per “piazzarlo” sui mercati il prezzo pagato è sempre inferiore (95, 96 o anche meno, a seconda del momento o del tipo di titolo). Dunque lo Stato, nel corso del periodo di validità di quel titolo, paga annualmente un interesse (fissato al momento dell’emissione), e alla scadenza vi aggiunge la differenza tra il prezzo pagato in asta dal compratore e la cifra nominale pari a 100 euro.
Quando la Banca d’Italia poteva intervenire, quasi sempre, offriva una cifra vicinissima a 100, in modo da ridurre al minimo la spesa futura per lo Stato.
Eliminata Bankitalia come compratore, il prezzo viene fatto “dal mercato”, che vuole naturalmente guadagnarci il più possibile. Potremmo dire tranquillamente: lo Stato s’è messo in mano agli strozzini.
Fatevi i conti: nel 1981, quando pure c’erano governi diventati famosi come “spendaccioni”, il rapporto debito/Pil era al 60%, come sarebbe stato poi indicato nei parametri di Maastricht. Prima della pandemia, invece, era lentamente arrivato al 135%, nonostante venti anni di “risparmi” (avanzo primario) e oltre trenta di tagli alla spesa pubblica, soprattutto nella parte sociale e nei servizi, privatizzazioni, riforme pensionistiche, ecc.
Diciamo questo solo perché siamo comunisti trinariciuti e fanatici della spesa pubblica a fini sociali? No. Un’analisi simile, certo fatta tecnicamente meglio, è apparsa anche su TeleBorsa, ieri. A firma di Guido Salerno Aletta. Uno che se ne intende, visto che – tra i vari ruoli ricoperti in vita sua – può vantare anche un periodo come vicesegretario generale di Palazzo Chigi.
Buona lettura.
La narrazione ufficiale – quella che unisce Draghi e von der Leyen, Letta e Salvini, Meloni e Bersani – ci racconta che “il debito italiano è troppo alto”, “un peso enorme che lasciamo ai nostri figli”, e via di questo passo.
Ma per cosa spende “troppo” lo Stato?
Qui il discorso non può più essere “tecnico”, perché secondo la visione neoliberista – e gli interessi industriali o finanziari – la spesa sociale (pensioni, ammortizzatori, sussidi, sanità, scuola, ecc.) è pressoché uno “spreco”, mentre la spesa militare, per infrastrutture inutili a prezzi gonfiati, ecc., sarebbe “buona”.
Ma persino al di là della diversa visione di classe circa le priorità di spesa, ce n’è una che risulta assolutamente inutile, da ogni punto di vista: la spesa per interessi sul debito pubblico.
Soldi che vanno ai “mercati finanziari”, ai possessori di titoli di stato, ossia a chi ha prestato soldi allo Stato e viene ricompensato con una cifra superiore.
Sono quaranta anni che il debito pubblico cresce costantemente, nonostante ogni governo durante tutti questi anni abbia tagliato la spesa pubblica fino a renderla indegna di un paese sviluppato.
Negli ultimi venti anni, in particolare, il bilancio dello Stato si è sempre chiuso in avanzo primario. Significa una cosa semplice: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.
Nonostante questo, la spesa per interessi sul debito costringe a finanziare in deficit la differenza; ossia a emettere nuovi titoli di stato, chiedendo prestiti “ai mercati”. E dunque ad aumentare sia il debito sia la spesa per interessi sul debito, in una spirale senza fine.
Il taglio della spesa pubblica, infatti, implica anche minore crescita economica, perché ci sono meno investimenti e meno servizi pubblici (che comunque alimentano l’economia).
Dunque, più tagli più sei costretto ad indebitarti. Veramente una politica da dementi.
Eppure è questa la politica “consigliata” dagli esperti neoliberisti, che in genere lavorano per quelle stesse società finanziarie che acquistano i titoli di stato e incassano gli interessi sul debito...
Ed è anche la politica imposta dall’Unione Europea, tramite prescrizioni, “condizionalità”, controllo delle manovre di bilancio ad ogni stadio del percorso che annualmente devono fare.
I quaranta anni non sono una cifra detta a caso. È stato nel 1981, infatti, che l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta – una delle teste d’uovo del “giro Prodi” – decretò “il divorzio” tra il suo ministero e la Banca d’Italia.
In pratica, da allora la Banca d’Italia non può più acquistare già in sede di asta i titoli che il Tesoro emette. Il che costringe lo Stato a garantire un interesse maggiore ai compratori, perché l’intervento della Banca d’Italia serviva a calmierare il prezzo dei titoli.
È di fatto la stessa politica che è stata costretta a fare la Bce, all’esplosione della crisi finanziaria, comprando titoli di Stato nazionali (ma sui mercati finanziari, non in sede di asta) per diminuire la pressione sui debiti pubblici e distribuire liquidità.
Possiamo spiegarlo con un esempio concreto. Qualsiasi titolo del Tesoro (bot, btp, cct, ecc.) vale nominalmente 100 euro. Lo Stato, insomma, si impegna a pagare 100 euro per quel titolo quando arriva a scadenza. Ma quando si fa l’asta per “piazzarlo” sui mercati il prezzo pagato è sempre inferiore (95, 96 o anche meno, a seconda del momento o del tipo di titolo). Dunque lo Stato, nel corso del periodo di validità di quel titolo, paga annualmente un interesse (fissato al momento dell’emissione), e alla scadenza vi aggiunge la differenza tra il prezzo pagato in asta dal compratore e la cifra nominale pari a 100 euro.
Quando la Banca d’Italia poteva intervenire, quasi sempre, offriva una cifra vicinissima a 100, in modo da ridurre al minimo la spesa futura per lo Stato.
Eliminata Bankitalia come compratore, il prezzo viene fatto “dal mercato”, che vuole naturalmente guadagnarci il più possibile. Potremmo dire tranquillamente: lo Stato s’è messo in mano agli strozzini.
Fatevi i conti: nel 1981, quando pure c’erano governi diventati famosi come “spendaccioni”, il rapporto debito/Pil era al 60%, come sarebbe stato poi indicato nei parametri di Maastricht. Prima della pandemia, invece, era lentamente arrivato al 135%, nonostante venti anni di “risparmi” (avanzo primario) e oltre trenta di tagli alla spesa pubblica, soprattutto nella parte sociale e nei servizi, privatizzazioni, riforme pensionistiche, ecc.
Diciamo questo solo perché siamo comunisti trinariciuti e fanatici della spesa pubblica a fini sociali? No. Un’analisi simile, certo fatta tecnicamente meglio, è apparsa anche su TeleBorsa, ieri. A firma di Guido Salerno Aletta. Uno che se ne intende, visto che – tra i vari ruoli ricoperti in vita sua – può vantare anche un periodo come vicesegretario generale di Palazzo Chigi.
Buona lettura.
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Il Deficit italiano? Né Buono, né Cattivo... Inutile!
Il Deficit italiano? Né Buono, né Cattivo... Inutile!
Bisogna prepararsi subito, ed anzi è già tardi, in vista del ripristino dei vincoli del Fiscal Compact, che sono stati sospesi a partire dal 2020 e prevedibilmente fino al 2022 per tener conto della avversa situazione macroeconomica determinata dalla epidemia di Covid-19.
Va di moda, da qualche tempo, parlare di “debito buono“, quello che serve per finanziare gli investimenti pubblici che sostengono la ripresa economica. Intanto, bisogna intendersi bene: in termini corretti, si tratta del deficit annuale che viene contratto sul mercato per finanziare spese di parte capitale iscritte nel bilancio.
Questo indebitamento sarebbe “buono” perché serve a far crescere il PIL reale, ad aumentare il “PIL potenziale”, quello che consente una crescita senza inflazione. Quello “cattivo” è invece quello che serve per finanziare la spesa corrente.
Tutte chiacchiere, che non ci interessano affatto! In Italia il deficit non è né “buono” perché finanzia gli investimenti, né “cattivo” perché finanzia spese correnti, ma è assolutamente “inutile” perché serve solo a pagare una quota degli interessi.
Il debito è una valanga, si appesantisce sia in valori assoluti sia in percentuale sul PIL: i sacrifici che abbiamo fatto e quelli che dovremo fare saranno assolutamente inutili.
Nel nostro Paese, è dal 1992 che salvo gli anni di crisi conclamata (prima il biennio 2009/2010 ed ora il triennio 2020/2022) il deficit pubblico è servito a finanziare solo quella quota degli interessi che non vengono pagati con il gettito fiscale.
Nei trenta anni che vanno dal 1992 al 2022, il bilancio pubblico dell’Italia ha registrato un saldo primario attivo, fatta eccezione per questi cinque anni di crisi: il totale delle entrate del bilancio è stato sempre superiore al totale delle spese calcolate al netto di quelle per interessi.
In Italia, tra il 2007 ed il 2019, il debito pubblico è aumentato di 732,3 miliardi (passando da 1.677,3 a 2.409,9 miliardi); la spesa per interessi sul debito pubblico è stata di 892,7 miliardi di euro, di cui 287,3 miliardi sono stati pagati con le entrate di bilancio per via del saldo primario attivo, ed i restanti 605,4 miliardi mediante nuovo deficit annuale. In pratica, neanche un euro di deficit (fatta eccezione per i cinque anni di crisi, di cui si è detto) è mai andato a finanziare la spesa in conto capitale e tanto meno la spesa corrente.
I “sacrifici” sulle spese e con le entrate servono solo a pagare una quota degli interessi, perché per il resto si provvede con il deficit, e quindi contraendo nuovo debito.
C’è un punto, ulteriore, che va messo in luce: già a partire dal 2023, il saldo primario del bilancio tornerà attivo, e quindi il deficit sarà inferiore all’ammontare degli interessi da pagare sul debito: ne risentirà la crescita, che a partire dal 2023 calerà in modo drastico. Dopo il rimbalzo nel 2021 e nel 2022, rispettivamente con un +4,2% ed il +3,6%, dopo il -8,9% del 2020, nel 2023 è previsto un +1,6% che si ridurrà al +0,9% nel 2024 e nel 2025 ed al +0,8% nel 2026.
Ancora nel 2026, secondo le previsioni del FMI che abbiamo utilizzato, se proprio tutto andrà bene, il PIL reale dell’Italia arriverà appena a 1.768,3 miliardi di euro, quando era stato di 1.795,1 miliardi nel 2007: dopo vent’anni, saremo ancora sotto di 26,8 miliardi di euro.
E, nel frattempo, avremo pagato 1.262 miliardi di euro per interessi, mentre il debito pubblico sarà cresciuto di 1.311 miliardi, quasi raddoppiandosi: passerà infatti dai 1.677,7 miliardi del 2007 ai 2.988,6 del 2026. Nel complesso, l’Italia avrà pagato interessi per ben 1.262,3 miliardi di euro.
È stato e sarà tutto assolutamente inutile: dalla messa in sicurezza dei conti pubblici nel 2008 al decreto “Salva Italia” del 2011, dal Fiscal Compact al Qe ed al PEPP della Bce, fino al Recovery Fund della UE.
Il Deficit italiano?
Né Buono, né Cattivo... ma Inutile!
Non finanzia investimenti, né spesa corrente, ma solo parte degli interessi sul debito.
Fonte
09/02/2020
Calano deficit/Pil e spesa per interessi, ma “non ci soldi”
Ci sono notizie sorprendenti che non trovano spazio sui media, perché troppo in contrasto con la narrazione Monti-Boeri-Cottarelli-Repubblica e compagnia “democratica” cantando.
Gli esecutivi che hanno governato per tutto il 2019 – prima in versione gialloverde, poi “giallo-blu” – hanno portato il rapporto deficit/pil al minimo degli ultimi 20 anni.
È stato lo stesso ministro dell’economia, Gualtieri (Pd), a spiegare che per gli interessi sul debito pubblico l’Italia ha registrato una spesa minore di 3 miliardi rispetto a quanto preventivato.
A gennaio 2020, anche per questo, il fabbisogno di cassa presenta un surplus di 3 miliardi rispetto a un surplus di 1,6 miliardi del 2019, grazie a maggiori incassi fiscali.
Tutto ciò in una situazione di stagnazione economica, senza maggiori entrate attribuibili alla crescita.
Significa che il popolo italiano, a cominciare dai lavoratori dipendenti con ogni tipo di contratto, è fiscalmente “spremuto”.
Due misure come ‘quota 100‘ e ‘Reddito di Cittadinanza‘, criticatissime dall’establishment (e anche da noi, ma per ragioni opposte, perché troppo “timide” rispetto alle necessità sociali), non hanno affatto inciso sul deficit, che anzi è calato.
Si può fare spesa sociale, insomma, e anche in misura maggiore.
L’Italia ormai è tutto un surplus: surplus commerciale di 50 miliardi, surplus della bilancia dei pagamenti per 46 miliardi, surplus della bilancia turistica e ora anche surplus del fabbisogno di cassa. Eppure la crescita latita...
Ce ne sarebbe abbastanza per farsi qualche domanda – definitiva – sulla validità inesistente delle “ricette” che arrivano da Bruxelles e Francoforte.
Ma invece si mettono in discussione “da destra” quota 100 e reddito di cittadinanza, due “bandiere” del M5S, si dice che “non ci sono soldi” per i contratti pubblici. O addirittura si favoriscono le defiscalizzazioni del cuneo fiscale (il che ridurrà le entrate dello Stato nel settore previdenza sociale) pur di non procedere ad aumenti contrattuali sia nel pubblico sia nel privato.
E ancora sono ferme al palo le opere pubbliche per 50 miliardi decise dal Cipe a luglio.
Che altro deve accadere? Ah, già, c’è il Mes che incombe...
Fonte
Gli esecutivi che hanno governato per tutto il 2019 – prima in versione gialloverde, poi “giallo-blu” – hanno portato il rapporto deficit/pil al minimo degli ultimi 20 anni.
È stato lo stesso ministro dell’economia, Gualtieri (Pd), a spiegare che per gli interessi sul debito pubblico l’Italia ha registrato una spesa minore di 3 miliardi rispetto a quanto preventivato.
A gennaio 2020, anche per questo, il fabbisogno di cassa presenta un surplus di 3 miliardi rispetto a un surplus di 1,6 miliardi del 2019, grazie a maggiori incassi fiscali.
Tutto ciò in una situazione di stagnazione economica, senza maggiori entrate attribuibili alla crescita.
Significa che il popolo italiano, a cominciare dai lavoratori dipendenti con ogni tipo di contratto, è fiscalmente “spremuto”.
Due misure come ‘quota 100‘ e ‘Reddito di Cittadinanza‘, criticatissime dall’establishment (e anche da noi, ma per ragioni opposte, perché troppo “timide” rispetto alle necessità sociali), non hanno affatto inciso sul deficit, che anzi è calato.
Si può fare spesa sociale, insomma, e anche in misura maggiore.
L’Italia ormai è tutto un surplus: surplus commerciale di 50 miliardi, surplus della bilancia dei pagamenti per 46 miliardi, surplus della bilancia turistica e ora anche surplus del fabbisogno di cassa. Eppure la crescita latita...
Ce ne sarebbe abbastanza per farsi qualche domanda – definitiva – sulla validità inesistente delle “ricette” che arrivano da Bruxelles e Francoforte.
Ma invece si mettono in discussione “da destra” quota 100 e reddito di cittadinanza, due “bandiere” del M5S, si dice che “non ci sono soldi” per i contratti pubblici. O addirittura si favoriscono le defiscalizzazioni del cuneo fiscale (il che ridurrà le entrate dello Stato nel settore previdenza sociale) pur di non procedere ad aumenti contrattuali sia nel pubblico sia nel privato.
E ancora sono ferme al palo le opere pubbliche per 50 miliardi decise dal Cipe a luglio.
Che altro deve accadere? Ah, già, c’è il Mes che incombe...
Fonte
10/01/2020
Brancaccio - Chi fece fuori Craxi?
ERESIE, RAI Radio Uno – 10 gennaio 2020 – L’opinione comune è che Craxi e
gli altri protagonisti della Prima Repubblica furono sconfitti dalla
Procura di Milano, che scoperchiò il sistema di corruzione, clientele e
sprechi che contribuiva pure a far lievitare il debito pubblico. Ma per
capire davvero come andarono le cose sarebbe meglio tornare a una
vecchia tesi di Tommaso Padoa Schioppa. Cinque minuti di approfondimento
con l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
Fonte
Fonte
16/11/2019
La trappola delle clausole di salvaguardia: l’austerità si fa ma non si dice
La stagione della manovra ha un
linguaggio tutto suo. Puntualmente, verso l’inizio di ottobre, si inizia
a parlare di obiettivi di deficit e debito, di “manovre da tot
miliardi”, di “sterilizzazione delle clausole IVA”. Un cittadino
interessato potrebbe trovarsi disorientato dalla massa di informazioni
che viene riversata sulle pagine internet e amplificata dagli studi
televisivi, ma soprattutto dal lessico degli “addetti ai lavori”, che
spesso nasconde vere e proprie trappole, volte a nascondere l’essenza,
ormai stabilmente recessiva e antipopolare, delle diverse manovre che si
succedono nel tempo. Cerchiamo, dunque, di fare ordine e di capire il
significato che si nasconde dietro il gergo, per nulla innocente, degli
amministratori dell’austerità.
Partiamo dal principio. Di cosa parliamo quando discutiamo la manovra economica? La Legge di stabilità – la nuova denominazione che nel 2009 fu attribuita alla legge finanziaria – era la legge ordinaria che regolava la politica economica nazionale per il triennio successivo, coerentemente con gli obiettivi programmatici fissati nel Documento di Economia e Finanza (DEF). Insieme alla legge di bilancio, la legge di stabilità costituiva il principale strumento dell’intervento pubblico nell’economia. Parliamo al passato perché dal 2016 queste due componenti – la legge di stabilità e la legge di bilancio – sono confluite in un unico testo legislativo, la nuova legge di bilancio (!). Tanto per rendere le cose più semplici ai non addetti ai lavori, ancora oggi questo documento unico viene semplicemente chiamato finanziaria o manovra economica.
Ciò che importa, al di là dei tecnicismi, è che questo documento rappresenta l’orientamento complessivo della politica fiscale del governo, ovvero le sue decisioni in materia di tasse e spesa pubblica. Concentriamoci allora sulla manovra economica 2020 e sui suoi elementi essenziali. Se, come abbiamo detto, il linguaggio con cui si parla di finanza pubblica non è neutrale, quello proposto dai guardiani dell’austerità è particolarmente ingannevole. Cerchiamo di decostruirlo, punto per punto.
Le dimensioni contano? Sulle pagine del Sole24Ore e di Repubblica si è discusso spesso in queste settimane di una manovra da 29 miliardi. Verrebbe da dire: “Bene! 30 miliardi di spesa pubblica per stimolare l’economia, rilanciare i consumi, gli investimenti, l’occupazione!”. Niente di più sbagliato, in quanto questa cifra significa poco o nulla.
Cosa vuol dire, infatti, “manovra da 29 miliardi”? Da un lato, significa che, rispetto al cosiddetto quadro tendenziale, ovvero rispetto a quanto previsto nei precedenti documenti di bilancio, il Governo intende attuare un programma in cui la somma tra maggiori spese e minori entrate (“misure espansive”, si potrebbe dire), ammonta a 29 miliardi. Dall’altro, significa che, sempre rispetto al quadro tendenziale, il Governo intende trovare, per finanziare queste cosiddette “misure espansive”, 29 miliardi di risorse aggiuntive, date dalla somma di maggior deficit, minori spese e maggiori entrate. In altri termini:
Quello che conta per stimolare l’economia è soprattutto il maggior deficit. Al tal proposito, la manovra per il 2020 prevede un maggiore indebitamento per lo 0,8% del Pil, corrispondenti a 14,4 miliardi circa. Allora, si dirà, questo Governo sta facendo bene, visto che fa maggiore deficit per lo 0,8% del Pil. La risposta, purtroppo per le classi popolari, è no. Con questo maggiore indebitamento, infatti, la manovra finirà per essere caratterizzata da un rapporto deficit/Pil pari al 2,2%. Il problema, però, è che praticamente tutto questo deficit sarà utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico, con scarsi o nulli effetti espansivi sull’economia.
In sostanza, una volta che si sia scorporata la spesa per interessi, la manovra è, in realtà, restrittiva. La differenza tra entrate e uscite, al netto della spesa per interessi, è detta saldo primario. Come abbiamo più volte evidenziato, solo il saldo primario fornisce una misura dell’impatto dell’intervento pubblico sull’economia e sulla domanda aggregata. Solo quando si ha un saldo negativo – ossia un deficit primario – lo Stato immette nell’economia, tramite la spesa pubblica, più risorse di quelle che sta drenando attraverso l’imposizione fiscale. L’esatto contrario di quanto previsto nella manovra 2020, che prevede un avanzo primario dell’1,1% del Pil e si pone in perfetta continuità con le politiche di austerità, che durano in Italia dal lontano 1992: al netto della spesa per interessi, si sottraggono risorse all’economia, facendo peggiorare la domanda aggregata e aggravando, quindi, la disoccupazione. Contro qualsiasi apparente contrapposizione, insomma, giallo-verdi e giallo-“rossi” sono due facce della stessa medaglia: l’austerità.
Naturalmente non contano solo le dimensioni, state tranquilli. Oltre al saldo primario, infatti, una legge di bilancio può essere giudicata in base alla sua composizione, in particolare guardando al modo in cui le risorse reperite, vengono utilizzate dal lato della spesa e delle minori entrate. La qualità, oltre alla quantità.
Ebbene, questo governo non sta facendo assolutamente nulla per far ripartire la domanda e l’occupazione: dei 29 miliardi da reperire dal lato delle misure restrittive o del maggior deficit, 23,1 miliardi andranno infatti a disinnescare le clausole di salvaguardia (79%), 2,7 miliardi per il taglio del cuneo fiscale (8%) 2,5 miliardi per le spese indifferibili (8%) e quello che resta per le spese obbligate sul fronte investimenti. Questi sono dati allucinanti, nel contesto stagnante dell’economia italiana.
La maggioranza schiacciante delle risorse è incanalata per la sterilizzazione delle clausole, cioè per evitare un aumento dell’IVA ordinaria dal 22% attuale al 25,2%. Tra l’altro, l’Italia registra già oggi un’aliquota IVA superiore alla media OCSE (19,3% nel 2019) e ai maggiori paesi dell’Eurozona (Germania 19%, Francia 20%, Spagna 21%). Il governo spaccia come un successo la sterilizzazione, poiché consente di evitare un ulteriore tracollo nei consumi, ma con più di 7 milioni di persone che vorrebbero un lavoro che non c’è – 2,5 milioni di disoccupati, 2,9 milioni part-time involontari e altri 2,7 milioni di scoraggiati, secondo i dati ISTAT sul II trimestre 2019, la politica italiana sceglie di utilizzare l’80% delle risorse individuate in manovra per non far scattare clausole vessatorie e auto-imposte.
È, dunque, il caso di approfondire il significato delle cosiddette clausole di salvaguardia. Che cos’è quest’oggetto misterioso, contro il quale tutti i Governi dicono di combattere in sede di legge di bilancio? Queste ultime ci vengono presentate come un meccanismo automatico che scatta nel caso in cui gli oneri in carico allo Stato eccedano le previsioni di spesa. Una sorta di assicurazione sulla correzione dei conti pubblici, che innesca un aumento delle entrate o una riduzione della spesa nel caso in cui il Governo non riesca a rispettare la disciplina fiscale.
Ma, praticamente, di cosa stiamo parlando? Le clausole di salvaguardia da disinnescare ogni anno sono, semplicemente, delle norme giuridiche contenute in un comma dell’articolone unico che normalmente costituisce la legge di bilancio. Tipicamente, con tali norme si prevede per l’anno a venire (in questo caso, il 2020) la permanenza dell’IVA e delle accise al loro livello attuale e per i due anni successivi (in questo caso, 2021 e 2022) un incremento dell’IVA e/o delle accise. Da nessuna parte c’è scritto che tali aumenti scatteranno solo in caso di mancata disciplina fiscale. Le clausole per il 2021 e il 2022 diventano legge: esse scatteranno automaticamente, a meno che, prima del 1° gennaio 2021, un altro provvedimento legislativo non intervenga a neutralizzarne l’effetto.
Ma a cosa servono? Perché – domanda fondamentale – capita che lo stesso Governo metta le clausole IVA e le tolga l’anno dopo? Questo stratagemma serve a prevedere un aumento delle entrate per poter presentare alle istituzioni europee dei valori del rapporto deficit/Pil in linea con le previsioni dei trattati. Non avrebbe senso, d’altronde, programmare dettagliatamente tagli di spesa o maggiori entrate (diverse da quelle derivanti dall’aumento dell’IVA) per periodi così remoti. In sostanza, si sta dicendo: nel 2021 e nel 2022 intendiamo ottenere maggiori entrate e minori spese per un valore pari X per accontentare l’Europa. Poiché, però, andare nel dettaglio di queste maggiori entrate e minori spese già ora comporterebbe un lavoro mastodontico in capo ai ministeri e renderebbe ancora più complicato il percorso parlamentare, per ora vi diciamo che questi X miliardi li reperiremo facendo aumentare l’IVA. In pratica, però, questi X miliardi saranno reperiti non attraverso l’aumento dell’IVA, ma attraverso la diminuzione della spesa o l’aumento e/o l’introduzione di nuove tasse e imposte.
Ogni anno, questo sistema consente ai governi in carica di raggiungere due obiettivi: giustificare con largo anticipo tagli alla spesa e aumenti delle tasse e sbandierare ai quattro venti che “abbiamo trovato i soldi per disinnescare le clausole IVA”. Spogliato dalla retorica, però, questo meccanismo ci mostra in piena luce la natura recessiva delle regole di finanza pubblica imposte dai trattati.
I 23 miliardi che, con la scusa delle clausole IVA, abbiamo sottratto all’economia avrebbero potuto essere utilizzati, per esempio, per la creazione diretta di quasi un milione di posti di lavoro, qualificati e dignitosamente retribuiti (25.000 lordi annui) nella PA. E non è tutto: il problema si riproporrà identico in sede di bilancio 2021 e 2022. Nello specifico, le clausole valgono ad oggi 18,4 miliardi per il 2021 e 25 miliardi per il 2022. Ciò significa che anche le prossime leggi di bilancio saranno sostanzialmente finalizzate a sterilizzare le clausole, a salvaguardare l’austerità. Quanto a lungo potremo sopportare questo drenaggio di risorse?
In conclusione, si pongono con chiarezza alcune questioni fondamentali. Come è stato possibile e di chi è la responsabilità di questa situazione? Le clausole sono figlie di deliberate scelte politiche, riconducibili in parte a una classe dirigente sciagurata e servile e in parte alle istituzioni europee, che dal 2011 – governo Berlusconi IV – hanno preteso l’introduzione delle clausole, qualora l’esecutivo non fosse stato in grado di raggiungere determinati “obiettivi di bilancio”. Se il governo Monti e quello Renzi decisero anch’essi di sterilizzare le clausole, Letta le fece scattare, portando l’IVA dal 21% al 22%. La cosa buffa è che la riforma del 2016 delle norme in materia di finanza pubblica si muoveva nel solco di superare il ricorso alle clausole! Lo ha sostenuto persino l’attuale Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Francesco Boccia, promotore di quella riforma ed ex Presidente della Commissione Bilancio, che quando era all’opposizione del governo gialloverde si è spinto ad affermare
Quale ruolo rimane alla politica fiscale se gran parte delle risorse presenti e future della legge di bilancio sono destinate alla sterilizzazione? Nessuno, purtroppo. Le politiche per la piena occupazione o per la necessaria transizione ecologica hanno bisogno di uno shock fiscale consistente, impossibile se continuiamo a rispettare la logica delle clausole a salvaguardia dell’austerità. L’unica soluzione ragionevole e perseguibile passa dal rifiuto dei vincoli di bilancio europei che una classe politica complice di profittatori e portaborse degli interessi dominanti ha deciso di sottoscrivere.
Fonte
Partiamo dal principio. Di cosa parliamo quando discutiamo la manovra economica? La Legge di stabilità – la nuova denominazione che nel 2009 fu attribuita alla legge finanziaria – era la legge ordinaria che regolava la politica economica nazionale per il triennio successivo, coerentemente con gli obiettivi programmatici fissati nel Documento di Economia e Finanza (DEF). Insieme alla legge di bilancio, la legge di stabilità costituiva il principale strumento dell’intervento pubblico nell’economia. Parliamo al passato perché dal 2016 queste due componenti – la legge di stabilità e la legge di bilancio – sono confluite in un unico testo legislativo, la nuova legge di bilancio (!). Tanto per rendere le cose più semplici ai non addetti ai lavori, ancora oggi questo documento unico viene semplicemente chiamato finanziaria o manovra economica.
Ciò che importa, al di là dei tecnicismi, è che questo documento rappresenta l’orientamento complessivo della politica fiscale del governo, ovvero le sue decisioni in materia di tasse e spesa pubblica. Concentriamoci allora sulla manovra economica 2020 e sui suoi elementi essenziali. Se, come abbiamo detto, il linguaggio con cui si parla di finanza pubblica non è neutrale, quello proposto dai guardiani dell’austerità è particolarmente ingannevole. Cerchiamo di decostruirlo, punto per punto.
Le dimensioni contano? Sulle pagine del Sole24Ore e di Repubblica si è discusso spesso in queste settimane di una manovra da 29 miliardi. Verrebbe da dire: “Bene! 30 miliardi di spesa pubblica per stimolare l’economia, rilanciare i consumi, gli investimenti, l’occupazione!”. Niente di più sbagliato, in quanto questa cifra significa poco o nulla.
Cosa vuol dire, infatti, “manovra da 29 miliardi”? Da un lato, significa che, rispetto al cosiddetto quadro tendenziale, ovvero rispetto a quanto previsto nei precedenti documenti di bilancio, il Governo intende attuare un programma in cui la somma tra maggiori spese e minori entrate (“misure espansive”, si potrebbe dire), ammonta a 29 miliardi. Dall’altro, significa che, sempre rispetto al quadro tendenziale, il Governo intende trovare, per finanziare queste cosiddette “misure espansive”, 29 miliardi di risorse aggiuntive, date dalla somma di maggior deficit, minori spese e maggiori entrate. In altri termini:
maggiori spese + minori entrate = maggiori entrate + minori spese + maggior deficit = 29 miliardiLa cifra di 29 miliardi, in altre parole, non ci dice assolutamente niente sulla natura restrittiva o espansiva della manovra. Se tra maggiori spese e minori entrate immetto 29 miliardi nell’economia, ma contemporaneamente sottraggo 29 miliardi tra minori spese e maggiori entrate (le cosiddette “misure restrittive”), senza far ricorso al deficit, sostanzialmente non sto cambiando nulla rispetto alla precedente manovra. Sto solo redistribuendo queste risorse verso diversi utilizzi.
Quello che conta per stimolare l’economia è soprattutto il maggior deficit. Al tal proposito, la manovra per il 2020 prevede un maggiore indebitamento per lo 0,8% del Pil, corrispondenti a 14,4 miliardi circa. Allora, si dirà, questo Governo sta facendo bene, visto che fa maggiore deficit per lo 0,8% del Pil. La risposta, purtroppo per le classi popolari, è no. Con questo maggiore indebitamento, infatti, la manovra finirà per essere caratterizzata da un rapporto deficit/Pil pari al 2,2%. Il problema, però, è che praticamente tutto questo deficit sarà utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico, con scarsi o nulli effetti espansivi sull’economia.
In sostanza, una volta che si sia scorporata la spesa per interessi, la manovra è, in realtà, restrittiva. La differenza tra entrate e uscite, al netto della spesa per interessi, è detta saldo primario. Come abbiamo più volte evidenziato, solo il saldo primario fornisce una misura dell’impatto dell’intervento pubblico sull’economia e sulla domanda aggregata. Solo quando si ha un saldo negativo – ossia un deficit primario – lo Stato immette nell’economia, tramite la spesa pubblica, più risorse di quelle che sta drenando attraverso l’imposizione fiscale. L’esatto contrario di quanto previsto nella manovra 2020, che prevede un avanzo primario dell’1,1% del Pil e si pone in perfetta continuità con le politiche di austerità, che durano in Italia dal lontano 1992: al netto della spesa per interessi, si sottraggono risorse all’economia, facendo peggiorare la domanda aggregata e aggravando, quindi, la disoccupazione. Contro qualsiasi apparente contrapposizione, insomma, giallo-verdi e giallo-“rossi” sono due facce della stessa medaglia: l’austerità.
Naturalmente non contano solo le dimensioni, state tranquilli. Oltre al saldo primario, infatti, una legge di bilancio può essere giudicata in base alla sua composizione, in particolare guardando al modo in cui le risorse reperite, vengono utilizzate dal lato della spesa e delle minori entrate. La qualità, oltre alla quantità.
Ebbene, questo governo non sta facendo assolutamente nulla per far ripartire la domanda e l’occupazione: dei 29 miliardi da reperire dal lato delle misure restrittive o del maggior deficit, 23,1 miliardi andranno infatti a disinnescare le clausole di salvaguardia (79%), 2,7 miliardi per il taglio del cuneo fiscale (8%) 2,5 miliardi per le spese indifferibili (8%) e quello che resta per le spese obbligate sul fronte investimenti. Questi sono dati allucinanti, nel contesto stagnante dell’economia italiana.
La maggioranza schiacciante delle risorse è incanalata per la sterilizzazione delle clausole, cioè per evitare un aumento dell’IVA ordinaria dal 22% attuale al 25,2%. Tra l’altro, l’Italia registra già oggi un’aliquota IVA superiore alla media OCSE (19,3% nel 2019) e ai maggiori paesi dell’Eurozona (Germania 19%, Francia 20%, Spagna 21%). Il governo spaccia come un successo la sterilizzazione, poiché consente di evitare un ulteriore tracollo nei consumi, ma con più di 7 milioni di persone che vorrebbero un lavoro che non c’è – 2,5 milioni di disoccupati, 2,9 milioni part-time involontari e altri 2,7 milioni di scoraggiati, secondo i dati ISTAT sul II trimestre 2019, la politica italiana sceglie di utilizzare l’80% delle risorse individuate in manovra per non far scattare clausole vessatorie e auto-imposte.
È, dunque, il caso di approfondire il significato delle cosiddette clausole di salvaguardia. Che cos’è quest’oggetto misterioso, contro il quale tutti i Governi dicono di combattere in sede di legge di bilancio? Queste ultime ci vengono presentate come un meccanismo automatico che scatta nel caso in cui gli oneri in carico allo Stato eccedano le previsioni di spesa. Una sorta di assicurazione sulla correzione dei conti pubblici, che innesca un aumento delle entrate o una riduzione della spesa nel caso in cui il Governo non riesca a rispettare la disciplina fiscale.
Ma, praticamente, di cosa stiamo parlando? Le clausole di salvaguardia da disinnescare ogni anno sono, semplicemente, delle norme giuridiche contenute in un comma dell’articolone unico che normalmente costituisce la legge di bilancio. Tipicamente, con tali norme si prevede per l’anno a venire (in questo caso, il 2020) la permanenza dell’IVA e delle accise al loro livello attuale e per i due anni successivi (in questo caso, 2021 e 2022) un incremento dell’IVA e/o delle accise. Da nessuna parte c’è scritto che tali aumenti scatteranno solo in caso di mancata disciplina fiscale. Le clausole per il 2021 e il 2022 diventano legge: esse scatteranno automaticamente, a meno che, prima del 1° gennaio 2021, un altro provvedimento legislativo non intervenga a neutralizzarne l’effetto.
Ma a cosa servono? Perché – domanda fondamentale – capita che lo stesso Governo metta le clausole IVA e le tolga l’anno dopo? Questo stratagemma serve a prevedere un aumento delle entrate per poter presentare alle istituzioni europee dei valori del rapporto deficit/Pil in linea con le previsioni dei trattati. Non avrebbe senso, d’altronde, programmare dettagliatamente tagli di spesa o maggiori entrate (diverse da quelle derivanti dall’aumento dell’IVA) per periodi così remoti. In sostanza, si sta dicendo: nel 2021 e nel 2022 intendiamo ottenere maggiori entrate e minori spese per un valore pari X per accontentare l’Europa. Poiché, però, andare nel dettaglio di queste maggiori entrate e minori spese già ora comporterebbe un lavoro mastodontico in capo ai ministeri e renderebbe ancora più complicato il percorso parlamentare, per ora vi diciamo che questi X miliardi li reperiremo facendo aumentare l’IVA. In pratica, però, questi X miliardi saranno reperiti non attraverso l’aumento dell’IVA, ma attraverso la diminuzione della spesa o l’aumento e/o l’introduzione di nuove tasse e imposte.
Ogni anno, questo sistema consente ai governi in carica di raggiungere due obiettivi: giustificare con largo anticipo tagli alla spesa e aumenti delle tasse e sbandierare ai quattro venti che “abbiamo trovato i soldi per disinnescare le clausole IVA”. Spogliato dalla retorica, però, questo meccanismo ci mostra in piena luce la natura recessiva delle regole di finanza pubblica imposte dai trattati.
I 23 miliardi che, con la scusa delle clausole IVA, abbiamo sottratto all’economia avrebbero potuto essere utilizzati, per esempio, per la creazione diretta di quasi un milione di posti di lavoro, qualificati e dignitosamente retribuiti (25.000 lordi annui) nella PA. E non è tutto: il problema si riproporrà identico in sede di bilancio 2021 e 2022. Nello specifico, le clausole valgono ad oggi 18,4 miliardi per il 2021 e 25 miliardi per il 2022. Ciò significa che anche le prossime leggi di bilancio saranno sostanzialmente finalizzate a sterilizzare le clausole, a salvaguardare l’austerità. Quanto a lungo potremo sopportare questo drenaggio di risorse?
In conclusione, si pongono con chiarezza alcune questioni fondamentali. Come è stato possibile e di chi è la responsabilità di questa situazione? Le clausole sono figlie di deliberate scelte politiche, riconducibili in parte a una classe dirigente sciagurata e servile e in parte alle istituzioni europee, che dal 2011 – governo Berlusconi IV – hanno preteso l’introduzione delle clausole, qualora l’esecutivo non fosse stato in grado di raggiungere determinati “obiettivi di bilancio”. Se il governo Monti e quello Renzi decisero anch’essi di sterilizzare le clausole, Letta le fece scattare, portando l’IVA dal 21% al 22%. La cosa buffa è che la riforma del 2016 delle norme in materia di finanza pubblica si muoveva nel solco di superare il ricorso alle clausole! Lo ha sostenuto persino l’attuale Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Francesco Boccia, promotore di quella riforma ed ex Presidente della Commissione Bilancio, che quando era all’opposizione del governo gialloverde si è spinto ad affermare
Se scrivono che l’Iva aumenta significa che questa è una scelta politica del governo. Se […] poi tornano indietro significa che stanno raggirando gli italiani e si stanno ammanettando a Bruxelles, violando anche le regole che ci siamo dati nella legge di bilancio che salvaguardavano gli interessi italiani.Peccato che, nuovamente al governo, il PD stia facendo esattamente la stessa cosa.
Quale ruolo rimane alla politica fiscale se gran parte delle risorse presenti e future della legge di bilancio sono destinate alla sterilizzazione? Nessuno, purtroppo. Le politiche per la piena occupazione o per la necessaria transizione ecologica hanno bisogno di uno shock fiscale consistente, impossibile se continuiamo a rispettare la logica delle clausole a salvaguardia dell’austerità. L’unica soluzione ragionevole e perseguibile passa dal rifiuto dei vincoli di bilancio europei che una classe politica complice di profittatori e portaborse degli interessi dominanti ha deciso di sottoscrivere.
Fonte
30/07/2019
Clamoroso: la Germania ha fatto default, ma non è successo niente
Da oltre vent’anni a questa parte, il
dibattito politico è costretto a muoversi negli angusti spazi del
pareggio di bilancio: qualsiasi opzione politica deve confrontarsi con
il paradigma della scarsità delle risorse
che, secondo i paladini dell’austerità, caratterizzerebbe il
funzionamento di un’economia sana. Ci viene spiegato ogni giorno che
quel paradigma non ce lo impone l’Europa, con i suoi vincoli al deficit e al debito pubblico, ma deriva dalla razionalità dei mercati: se ti indebiti troppo perdi la credibilità dei mercati e nessuno è più disposto a finanziare il tuo debito pubblico. È lo spettro del default,
agitato in ogni discussione politica per tenere a bada le istanze di
progresso sociale: non possiamo aumentare le pensioni, non possiamo
costruire nuovi ospedali, non possiamo garantire la piena occupazione
perché non ci sono i soldi, e se non tieni i conti in ordine ti ritrovi –
questa la minaccia ricorrente – in bancarotta. L’incubo degli statisti
di ogni colore politico sarebbe dunque quello di scatenare l’ira dei
mercati, e cioè di ritrovarsi senza più nessuno disposto a prestare i
soldi allo Stato. L’austerità, in questa narrazione, è la medicina amara
ma necessaria: tagliare diritti, salari e stato sociale non piace a
nessuno, ma dobbiamo farlo per evitare un baratro di nome default.
Nel disinteresse generale, pochi giorni fa (esattamente, il 10 luglio 2019) si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo terrorismo sul debito pubblico. Ironia della sorte, lo spettro del default – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: in un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di bund (così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun default può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.
Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali del giugno scorso ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.
L’asta di bund decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato default? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.
La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del default. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda. Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.
Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di bund. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.
Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene esplicitamente in Giappone e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.
Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del rischio default dei paesi della periferia europea, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.
Cosa ci insegna questa storia del mancato default tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del default, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.
Quello del default non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun default, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla al servizio della piena occupazione e del progresso sociale.
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Nel disinteresse generale, pochi giorni fa (esattamente, il 10 luglio 2019) si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo terrorismo sul debito pubblico. Ironia della sorte, lo spettro del default – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: in un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di bund (così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun default può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.
Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali del giugno scorso ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.
L’asta di bund decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato default? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.
La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del default. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda. Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.
Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di bund. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.
Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene esplicitamente in Giappone e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.
Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del rischio default dei paesi della periferia europea, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.
Cosa ci insegna questa storia del mancato default tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del default, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.
Quello del default non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun default, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla al servizio della piena occupazione e del progresso sociale.
Fonte
29/06/2019
Egitto - L'economia a un passo dalla bancarotta
Pino Dragoni
«L’economia egiziana è al collasso». Tra debito, austerità e una gestione privatistica del potere, il rischio è che l’Egitto possa presto ritrovarsi in piena bancarotta, il «primo passo su una strada sempre più angusta verso il totale fallimento dello Stato».
A lanciare l’allarme dalle colonne virtuali della rivista Foreign Policy è Yehia Hamed, ex ministro degli investimenti nel governo di Mohamed Morsi, rovesciato dal colpo di stato militare del 2013.
Recentemente una banca di investimenti ha definito l’Egitto «la più attraente storia di riforma» in Medio Oriente, Africa ed est Europa e in molti tra istituzioni finanziarie ed esperti continuano a lodare la ripresa egiziana e i successi ottenuti da al-Sisi nella stabilizzazione degli indicatori macroeconomici. Ma cosa si nasconde dietro i toni trionfalistici e le rosee prospettive di rilancio?
L’articolo di Hamed snocciola una serie preoccupante di dati e definisce «un grande inganno» quello che per molti è il miracolo economico egiziano degli ultimi anni.
Dal 2014 (da quando cioè al-Sisi è al potere) il debito estero è quintuplicato, superando i 96 miliardi di dollari, un record storico per il paese (solo tra il 2017 e il 2018 l’aumento è stato del 17%). Nello stesso periodo il debito interno è più che raddoppiato, facendo schizzare il rapporto debito/Pil dal 87,1% del 2013 al 101,2% del 2017.
Ma l’aspetto più grave è il costo del debito sulle finanze dello Stato. Secondo i dati della Banca Centrale egiziana il paese oggi spende ben il 38% del suo budget statale solo per ripagare gli interessi sul debito. Se a ciò si aggiungono i prestiti contratti, si arriva a un impressionante 58% del bilancio. Il paradosso è che oggi l’Egitto continua a indebitarsi principalmente per coprire il costo dei crediti ottenuti in passato.
Non è chiaro fin quando i creditori internazionali saranno disposti a dare fiducia a un paese così fortemente esposto, mentre il sostegno dei partner del Golfo resta intermittente e dipende in gran parte da condizioni politiche.
Ma cosa ha portato a questa situazione? Come intende affrontarla il governo egiziano? E quali sono le conseguenze per la popolazione?
La massiccia svalutazione della lira egiziana del novembre 2016 ha ulteriormente indebolito la capacità di far fronte all’indebitamento. Intanto la crescita del Pil è rimasta bassa, anche a causa di un calo sostanzioso dell’export e del turismo, trainata solo da gas e petrolio. Ma secondo Maged Mandour, analista del think tank Carnegie, la vera causa di questa «crisi del debito» sarebbe la gestione economica dei militari al potere.
In questi anni una gran parte degli aiuti, prestiti e investimenti sono andati a finanziare progetti faraonici con uno scarso impatto sul tessuto produttivo del paese, come il raddoppio del canale di Suez (8 miliardi di dollari) e la costruzione della nuova capitale amministrativa (secondo alcune stime potrebbe costare fino a 300 miliardi di dollari).
Inoltre tra 2013 e 2017 l’importazione di armamenti è aumentata del 215% rispetto ai quattro anni precedenti, facendo dell’Egitto il terzo importatore mondiale di armi al mondo.
Per garantirsi il sostegno dei livelli più alti dell’esercito, il regime di al-Sisi ha lasciato che i generali si arricchissero espandendo notevolmente le loro attività economiche. Godendo di numerose esenzioni fiscali e di un accesso privilegiato agli appalti pubblici, le imprese che fanno capo alla Difesa hanno ormai tentacoli in tutti i settori più remunerativi dell’economia egiziana: dal cemento ai pannelli solari, dai resort turistici agli allevamenti ittici. Il ministero della Produzione militare quest’anno ha annunciato che i profitti delle sue imprese saranno quintuplicati rispetto al 2013-14.
Secondo un’inchiesta di Reuters, una concorrenza così spietata e iniqua spaventa gli investitori soprattutto stranieri, che si tengono alla larga dai settori in cui si concentrano gli interessi dei militari, facendo così crollare anche l’afflusso di capitali esteri.
Il ministro delle Finanze promette di riportare il rapporto debito/Pil all’80% entro il 2020 attraverso la riduzione del deficit. Ma non potendo contare su maggiori entrate dovute alla crescita, l’unica ricetta applicata finora sono tagli alla spesa e aumento della pressione fiscale.
A guidare questo processo dal 2016 è il Fondo monetario internazionale, che in cambio di un prestito da 12 miliardi di dollari ha imposto un durissimo piano di austerità, applicato alla lettera dal regime. Il governo ha puntato sull’introduzione dell’Iva per aumentare le entrate (imposta regressiva perché colpisce più duramente le classi medie e basse), mentre negli ultimi quattro anni è diminuito il gettito delle imposte sui profitti delle imprese.
Ma la misura più drammatica è il taglio dei sussidi, soprattutto quelli sull’energia e i carburanti, che per decenni hanno permesso agli egiziani più poveri di poter consumare a prezzi calmierati. Entro fine giugno il governo si appresta a eliminare definitivamente i sussidi sull’elettricità (causando un aumento del 15% nei prezzi) già tagliati del 30% nel 2016, del 40% nel 2017 e del 20% nel 2018. L’effetto sarà di aumentare ulteriormente il costo della vita e l’inflazione, salita dell’1,1% solo nel mese di maggio (è al 14,4%).
Tutto ciò in un paese in cui, per ammissione della stessa Banca mondiale, «il 60% della popolazione è povero o vulnerabile e le diseguaglianze sono in aumento». La popolazione è piegata da anni di austerità e sviluppo diseguale. Il Times ha raccontato che durante questo Ramadan si è creato un commercio di scarti di cibo avanzati da hotel e ristoranti.
Dall’inizio delle riforme il governo non diffonde più i dati sul tasso di povertà, che già nel 2015 era al 30% e secondo molti era già stimato largamente per difetto.
Per quanto ancora il castello di carte reggerà e fin quando gli egiziani sopporteranno?
Fonte
«L’economia egiziana è al collasso». Tra debito, austerità e una gestione privatistica del potere, il rischio è che l’Egitto possa presto ritrovarsi in piena bancarotta, il «primo passo su una strada sempre più angusta verso il totale fallimento dello Stato».
A lanciare l’allarme dalle colonne virtuali della rivista Foreign Policy è Yehia Hamed, ex ministro degli investimenti nel governo di Mohamed Morsi, rovesciato dal colpo di stato militare del 2013.
Recentemente una banca di investimenti ha definito l’Egitto «la più attraente storia di riforma» in Medio Oriente, Africa ed est Europa e in molti tra istituzioni finanziarie ed esperti continuano a lodare la ripresa egiziana e i successi ottenuti da al-Sisi nella stabilizzazione degli indicatori macroeconomici. Ma cosa si nasconde dietro i toni trionfalistici e le rosee prospettive di rilancio?
L’articolo di Hamed snocciola una serie preoccupante di dati e definisce «un grande inganno» quello che per molti è il miracolo economico egiziano degli ultimi anni.
Dal 2014 (da quando cioè al-Sisi è al potere) il debito estero è quintuplicato, superando i 96 miliardi di dollari, un record storico per il paese (solo tra il 2017 e il 2018 l’aumento è stato del 17%). Nello stesso periodo il debito interno è più che raddoppiato, facendo schizzare il rapporto debito/Pil dal 87,1% del 2013 al 101,2% del 2017.
Ma l’aspetto più grave è il costo del debito sulle finanze dello Stato. Secondo i dati della Banca Centrale egiziana il paese oggi spende ben il 38% del suo budget statale solo per ripagare gli interessi sul debito. Se a ciò si aggiungono i prestiti contratti, si arriva a un impressionante 58% del bilancio. Il paradosso è che oggi l’Egitto continua a indebitarsi principalmente per coprire il costo dei crediti ottenuti in passato.
Non è chiaro fin quando i creditori internazionali saranno disposti a dare fiducia a un paese così fortemente esposto, mentre il sostegno dei partner del Golfo resta intermittente e dipende in gran parte da condizioni politiche.
Ma cosa ha portato a questa situazione? Come intende affrontarla il governo egiziano? E quali sono le conseguenze per la popolazione?
La massiccia svalutazione della lira egiziana del novembre 2016 ha ulteriormente indebolito la capacità di far fronte all’indebitamento. Intanto la crescita del Pil è rimasta bassa, anche a causa di un calo sostanzioso dell’export e del turismo, trainata solo da gas e petrolio. Ma secondo Maged Mandour, analista del think tank Carnegie, la vera causa di questa «crisi del debito» sarebbe la gestione economica dei militari al potere.
In questi anni una gran parte degli aiuti, prestiti e investimenti sono andati a finanziare progetti faraonici con uno scarso impatto sul tessuto produttivo del paese, come il raddoppio del canale di Suez (8 miliardi di dollari) e la costruzione della nuova capitale amministrativa (secondo alcune stime potrebbe costare fino a 300 miliardi di dollari).
Inoltre tra 2013 e 2017 l’importazione di armamenti è aumentata del 215% rispetto ai quattro anni precedenti, facendo dell’Egitto il terzo importatore mondiale di armi al mondo.
Per garantirsi il sostegno dei livelli più alti dell’esercito, il regime di al-Sisi ha lasciato che i generali si arricchissero espandendo notevolmente le loro attività economiche. Godendo di numerose esenzioni fiscali e di un accesso privilegiato agli appalti pubblici, le imprese che fanno capo alla Difesa hanno ormai tentacoli in tutti i settori più remunerativi dell’economia egiziana: dal cemento ai pannelli solari, dai resort turistici agli allevamenti ittici. Il ministero della Produzione militare quest’anno ha annunciato che i profitti delle sue imprese saranno quintuplicati rispetto al 2013-14.
Secondo un’inchiesta di Reuters, una concorrenza così spietata e iniqua spaventa gli investitori soprattutto stranieri, che si tengono alla larga dai settori in cui si concentrano gli interessi dei militari, facendo così crollare anche l’afflusso di capitali esteri.
Il ministro delle Finanze promette di riportare il rapporto debito/Pil all’80% entro il 2020 attraverso la riduzione del deficit. Ma non potendo contare su maggiori entrate dovute alla crescita, l’unica ricetta applicata finora sono tagli alla spesa e aumento della pressione fiscale.
A guidare questo processo dal 2016 è il Fondo monetario internazionale, che in cambio di un prestito da 12 miliardi di dollari ha imposto un durissimo piano di austerità, applicato alla lettera dal regime. Il governo ha puntato sull’introduzione dell’Iva per aumentare le entrate (imposta regressiva perché colpisce più duramente le classi medie e basse), mentre negli ultimi quattro anni è diminuito il gettito delle imposte sui profitti delle imprese.
Ma la misura più drammatica è il taglio dei sussidi, soprattutto quelli sull’energia e i carburanti, che per decenni hanno permesso agli egiziani più poveri di poter consumare a prezzi calmierati. Entro fine giugno il governo si appresta a eliminare definitivamente i sussidi sull’elettricità (causando un aumento del 15% nei prezzi) già tagliati del 30% nel 2016, del 40% nel 2017 e del 20% nel 2018. L’effetto sarà di aumentare ulteriormente il costo della vita e l’inflazione, salita dell’1,1% solo nel mese di maggio (è al 14,4%).
Tutto ciò in un paese in cui, per ammissione della stessa Banca mondiale, «il 60% della popolazione è povero o vulnerabile e le diseguaglianze sono in aumento». La popolazione è piegata da anni di austerità e sviluppo diseguale. Il Times ha raccontato che durante questo Ramadan si è creato un commercio di scarti di cibo avanzati da hotel e ristoranti.
Dall’inizio delle riforme il governo non diffonde più i dati sul tasso di povertà, che già nel 2015 era al 30% e secondo molti era già stimato largamente per difetto.
Per quanto ancora il castello di carte reggerà e fin quando gli egiziani sopporteranno?
Fonte
09/06/2019
Quei pregiudizi sul debito
Per una volta ci perdonerete. Vi proponiamo l’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza praticamente senza ulteriori commenti e riflessioni.
Viene qui smontata, tecnicamente, la narrazione sulle cause strutturali del debito pubblico eccessivo dell’Italia, alla vigilia dell’apertura della procedura di infrazione. Si tratta di una prima assoluta, e come tale destinata a fare scuola e giurisprudenza europea. Così com’è stato per la “tutela della Troika” sulla Grecia, con Tsipras alla guida.
Qui c’è un governo di destra, ma lo schema contro le ambizioni di “cambiamento” si applica lo stesso. Per recuperare – come con Tsipras – c’è sempre tempo...
Come per la Grecia, probabilmente “dopo” ci chiederanno scusa per avere esagerato. Ma è il principio “puniscine uno per educarne 26” (gli altri membri dell’Unione Europea): a chi tocca non s’ingrugna...
L’analisi tecnica aiuta a individuare la ragione politica dietro decisioni e giustificazioni che vengono presentate come “scientifiche”, come dati oggettivi e ricette (“buone pratiche”) per cui non esisterebbe alternativa. E invece proprio l’analisi tecnica mostra e dimostra che di “oggettivo”, nei trattati europei e nella governance attuale, non c’è neanche l’odore.
La ragione politica, però, non sta in un presunto “odio per l’Italia”. Anzi, è dettata da fin troppo amore. Non per il paese o la sua popolazione, ma per le sue ricchezze, il suo know how, il patrimonio immobiliare ed il risparmio.
Risorse calcolate in oltre 9.000 miliardi di euro, quote di mercato globale più complicate da calcolare ma comunque ancora rilevanti, marchi e merci che si vendono ad occhi chiusi, ecc; ma che fanno gola a un sistema finanziario con l’acqua alla gola (basti guardare la tecnicamente fallita Deutsche Bank che si è appropriata di 20 tonnellate d'oro venezuelano) e a multinazionali manifatturiere arretrate sul piano tecnologico e in difficoltà estrema nella “competizione” che si è aperta tra Stati Uniti, Cina e altri grandi attori.
Lo faranno per il nostro bene e le loro tasche, con la complicità del governo (in carica o in sostituzione, ossia il prossimo).
E con gli occhi chiusi dell’imprenditoria italica, così vile da chiedere – dopo 30 anni – ancora una volta la “riduzione del cuneo fiscale” per avere un margine di profitto più ampio. Dopo tutto questo periodo di violenta compressione salariale, neppure si sono accorti di aver desertificato il mercato interno.
Ossia hanno ammazzato quelli che dovrebbero comprare i loro prodotti...
Procedura di infrazione per debito eccessivo. Nei confronti dell’Italia, ed è il primo caso in assoluto, a Bruxelles hanno dato una accelerazione: ci saranno riunioni, trattative, dichiarazioni ruvide e caute aperture: fa tutto parte della negoziazione delle settimane a venire.
Ma è dal passato che bisogna iniziare, da ciò che è successo a partire dal 2009. E non è affatto una lunga storia, perché bastano pochi numeri a dare il senso di ciò che è accaduto e che si sta ripetendo: da più di un decennio l’Italia vive tra profonde recessioni, lente riprese e nuove stagnazioni. Si guarda solo al bilancio pubblico, come fattore decisivo per incidere sui processi di crescita, in ciò errando.
Partiamo dall’economia reale. Nel 2019, il prodotto interno lordo dell’Italia calcolato a prezzi costanti sarà ancora inferiore di ben 54,2 miliardi di euro rispetto a quello del 2008: 1.615 miliardi rispetto ai 1.669 miliardi di allora. Sommando algebricamente le variazioni positive e negative delle variazioni annuali del pil, il totale reca il segno negativo: -3,2%. Nel confronto, la Francia ha aumentato il pil del 12%, la Germania del 16% e la Spagna del 9,6%. C’è dunque un problema, per noi, di crescita negativa.
A prezzi correnti, aggiungendo la variazione dei prezzi, il pil italiano è aumentato di 139 miliardi: circa 12,5 miliardi l’anno. Stiamo parlando del nulla. L’inflazione accumulata tra il 2009 ed il 2019 è stata del 13,5%: poco più di un punto l’anno. Se andiamo a vedere a casa d’altri, rileviamo che in Francia il valore accumulato è stato del 13%, mentre in Germania è arrivato al 14,4%: si è ribaltata la graduatoria dei Paesi con più alta inflazione, che in passato ci vedeva sempre nettamente in testa. E’ questo un altro motivo da considerare ai fini del rapporto debito/pil, dove quest’ultimo è calcolato al nominale: se il pil reale diminuisce e non c’è neppure inflazione, il rapporto non può migliorare neppure nell’ipotesi di un bilancio perfettamente in pareggio.
Basta guardare indietro, al lunghissimo periodo 1992-2007 durante il quale l’Italia riuscì a ridurre il rapporto debito/pil dal 109,7% al 99,8%: in quel lasso di tempo, il pil reale era cresciuto del 23%, ad una media annua dell’1,4%. La variazione cumulata dell’inflazione era stata altissima rispetto all’oggi: del 60,3%, pari ad una media annua del 3,75%. Crescita modesta per via degli avanzi primari di bilancio ed elevata inflazione: pur arrancando, ce l’avevamo fatta.
I nostri vicini europei avevano registrato invece un tasso di inflazione dimezzato rispetto al nostro: nel complesso, +31,9% la Francia e +37,6% la Germania. Ma furono assai meno severi dell’Italia nel governo della finanza pubblica, visto che il rapporto debito/pil della Francia peggiorò di oltre 24 punti percentuali e quello della Germania di 22 punti. Il differenziale nel rapporto debito/pil si era fortemente ridotto a favore dell’Italia, passando all’incirca da 70 a 40 punti.
Bisogna guardare ora al numeratore della frazione, al debito. Questo consiste nel valore cumulato dei deficit annui, che a loro volta dipendono dall’andamento delle entrate e delle spese, tra cui sono assai rilevanti quelle per interessi. Il saldo primario, in proposito, misura la quota delle entrate che viene destinata al pagamento degli interessi, con un deflusso netto di risorse derivanti dalla tassazione al sistema finanziario: l’eventuale deficit di bilancio serve a coprire il residuo. Un saldo primario negativo, al contrario, dimostra che ci si indebita non solo per coprire l’intera spesa per interessi, ma anche per far affluire risorse di spesa netta all’economia reale.
Bisogna vedere, a questo punto, l’evoluzione dei bilanci pubblici tra il 2008 ed il 2019. In Italia, in valori assoluti, le entrate totali sono passate da 737 ad 823 miliardi (+86 miliardi) mentre le spese sono passate da 780 ad 870 (+90 miliardi). In Francia, le entrate sono aumentate di 269 miliardi e le spese di 284; in Germania di 463 e 419 miliardi. Sembra in quest’ultimo caso che ci sia stata una politica di severità assoluta, ed invece è solo un riflesso dei tassi di interesse negativi sul debito. Bisogna scendere di livello, guardando alla spesa primaria, quella calcolata al netto degli interessi. In Germania, quest’ultima è cresciuta, arrivando a 466 miliardi. Anche in Italia il bilancio ha beneficiato del calo degli interessi, visto che la spesa primaria è aumentata di 107 miliardi. La Francia ha largheggiato, aumentandola di 302 miliardi. Calcolata rispetto al pil, la spesa primaria è aumentata in Italia del 2,7%; in Germania del 2,8% ed in Francia del 3,7%. Siamo stati severi come la Germania, ed anche un pelo di più.
Dove le differenze si fanno astronomiche, è sul costo del debito: la spesa cumulata per interessi è stata di 858 miliardi per l’Italia (in discesa dal 4,9% al 3,6% del pil tra 2008 e 2019); di 566 miliardi per la Francia (dal 2,9% all’1,6 del pil); di 594 miliardi per la Germania (dal 2,7% allo 0,6% del pil).
La politica di rigore è dimostrata concretamente dal valore accumulato in termini di saldo primario: tra il 2008 ed il 2019, in Italia è stato attivo per complessivi 223 miliardi (cumulato, il 13,4% del pil), ed in Germania per 529 miliardi (cumulato, il 16,7% del pil). All’opposto, la Francia ha accumulato un saldo primario passivo di 557 miliardi (-26,5% del pil), con la Spagna che ha sprofondato con 531 miliardi (-49,6% del pil).
Quando si confronta la crescita del pil spagnolo e francese rispetto alla stagnazione dell’Italia, bisogna tenere a mente queste differenza. Il deficit di bilancio di Francia e Spagna, con il saldo primario perennemente negativo, è andato a finanziare la spesa pubblica e quindi l’economia.
In Italia, è accaduto esattamente il contrario. Siamo in avanzo primario da ben 27 anni, dal 1992 al 2019, con la sola eccezione del 2009 e del 2010 quando il saldo fu negativo rispettivamente dell’1% e dello 0,1% del pil. Nel periodo 1992-2008 l’attivo italiano è stato di 475 miliardi di euro, mentre la Francia accumulava un passivo di 132 miliardi e la Germania uno di 67 miliardi. Furono per l’Italia sacrifici che valsero la riduzione del rapporto debito/pil, ma che sono stati poi letteralmente polverizzati con la crisi iniziata nel 2008.
Arriviamo alla fine, al debito: l’Italia lo ha aumentato di 692 miliardi, passando dai 1671 miliardi del 2009 ai 2363 miliardi del 2019. Al confronto, la Francia lo ha aumentato di 1025 miliardi, passando da 1370 a 2395 miliardi: in termini assoluti, lo ha praticamente raddoppiato. Ma questo, ai fini del Fiscal Compact, non rileva. La Spagna, tanto omaggiata, ha accumulato 759 miliardi di nuovo debito: è arrivata così a 1199 miliardi rispetto ai 439 di partenza, triplicando la posta. Anche questo, ai fini dei parametri europei, non conta.
La Germania ha fatto meglio di tutti, aumentandolo solo di 304 miliardi; ma in questo caso l’aumento del pil ha portato ad una riduzione del rapporto, sceso dal 65,2% al 56,9%. Per quanto riguarda l’Italia, è stato il crollo del pil a penalizzarla: l’incidenza del debito è aumentata di 31 punti, passando dal 102,4% al 133,4%; in Francia è aumentata di 30 punti, pressappoco quanto l’Italia. La Spagna lo ha fatto crescere di oltre 56 punti percentuali, ma tutto tace.
Per quanto riguarda la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia, che è in corso di istruttoria, è indubitabile che i dati del 2018 e del 2019 non sono in linea con le attese, ma ciò in ragione della peggiore performance del pil rispetto alle attese. Se questo cala per ragioni esogene, dai timori per la Brexit alle conseguenze della guerra commerciale tra Usa e Cina, una correzione fiscale sarebbe davvero controproducente perché darebbe un ulteriore impulso recessivo.
La politica del rigore fiscale non ha portato ad alcun risultato positivo in termini di risanamento finanziario, ma ha provocato guasti profondi all’economia reale. E l’intero sistema economico italiano si è piantato, dopo le crisi bancarie. Come se non bastassero gli effetti costrittivi dell’avanzo primario, anche il credito all’economia è crollato: gli impieghi a favore del settore privato, famiglie ed imprese, sono passati dai 1691 miliardi del 2011 ai 1435 miliardi di aprile scorso: sono 256 miliardi in meno. Una enormità, visto l’effetto demoltiplicatore.
Questo è il grande limite dei parametri europei; guardano al mondo con un occhio solo, e pure bendato.
Fonte
Viene qui smontata, tecnicamente, la narrazione sulle cause strutturali del debito pubblico eccessivo dell’Italia, alla vigilia dell’apertura della procedura di infrazione. Si tratta di una prima assoluta, e come tale destinata a fare scuola e giurisprudenza europea. Così com’è stato per la “tutela della Troika” sulla Grecia, con Tsipras alla guida.
Qui c’è un governo di destra, ma lo schema contro le ambizioni di “cambiamento” si applica lo stesso. Per recuperare – come con Tsipras – c’è sempre tempo...
Come per la Grecia, probabilmente “dopo” ci chiederanno scusa per avere esagerato. Ma è il principio “puniscine uno per educarne 26” (gli altri membri dell’Unione Europea): a chi tocca non s’ingrugna...
L’analisi tecnica aiuta a individuare la ragione politica dietro decisioni e giustificazioni che vengono presentate come “scientifiche”, come dati oggettivi e ricette (“buone pratiche”) per cui non esisterebbe alternativa. E invece proprio l’analisi tecnica mostra e dimostra che di “oggettivo”, nei trattati europei e nella governance attuale, non c’è neanche l’odore.
La ragione politica, però, non sta in un presunto “odio per l’Italia”. Anzi, è dettata da fin troppo amore. Non per il paese o la sua popolazione, ma per le sue ricchezze, il suo know how, il patrimonio immobiliare ed il risparmio.
Risorse calcolate in oltre 9.000 miliardi di euro, quote di mercato globale più complicate da calcolare ma comunque ancora rilevanti, marchi e merci che si vendono ad occhi chiusi, ecc; ma che fanno gola a un sistema finanziario con l’acqua alla gola (basti guardare la tecnicamente fallita Deutsche Bank che si è appropriata di 20 tonnellate d'oro venezuelano) e a multinazionali manifatturiere arretrate sul piano tecnologico e in difficoltà estrema nella “competizione” che si è aperta tra Stati Uniti, Cina e altri grandi attori.
Lo faranno per il nostro bene e le loro tasche, con la complicità del governo (in carica o in sostituzione, ossia il prossimo).
E con gli occhi chiusi dell’imprenditoria italica, così vile da chiedere – dopo 30 anni – ancora una volta la “riduzione del cuneo fiscale” per avere un margine di profitto più ampio. Dopo tutto questo periodo di violenta compressione salariale, neppure si sono accorti di aver desertificato il mercato interno.
Ossia hanno ammazzato quelli che dovrebbero comprare i loro prodotti...
*****
Procedura di infrazione per debito eccessivo. Nei confronti dell’Italia, ed è il primo caso in assoluto, a Bruxelles hanno dato una accelerazione: ci saranno riunioni, trattative, dichiarazioni ruvide e caute aperture: fa tutto parte della negoziazione delle settimane a venire.
Ma è dal passato che bisogna iniziare, da ciò che è successo a partire dal 2009. E non è affatto una lunga storia, perché bastano pochi numeri a dare il senso di ciò che è accaduto e che si sta ripetendo: da più di un decennio l’Italia vive tra profonde recessioni, lente riprese e nuove stagnazioni. Si guarda solo al bilancio pubblico, come fattore decisivo per incidere sui processi di crescita, in ciò errando.
Partiamo dall’economia reale. Nel 2019, il prodotto interno lordo dell’Italia calcolato a prezzi costanti sarà ancora inferiore di ben 54,2 miliardi di euro rispetto a quello del 2008: 1.615 miliardi rispetto ai 1.669 miliardi di allora. Sommando algebricamente le variazioni positive e negative delle variazioni annuali del pil, il totale reca il segno negativo: -3,2%. Nel confronto, la Francia ha aumentato il pil del 12%, la Germania del 16% e la Spagna del 9,6%. C’è dunque un problema, per noi, di crescita negativa.
A prezzi correnti, aggiungendo la variazione dei prezzi, il pil italiano è aumentato di 139 miliardi: circa 12,5 miliardi l’anno. Stiamo parlando del nulla. L’inflazione accumulata tra il 2009 ed il 2019 è stata del 13,5%: poco più di un punto l’anno. Se andiamo a vedere a casa d’altri, rileviamo che in Francia il valore accumulato è stato del 13%, mentre in Germania è arrivato al 14,4%: si è ribaltata la graduatoria dei Paesi con più alta inflazione, che in passato ci vedeva sempre nettamente in testa. E’ questo un altro motivo da considerare ai fini del rapporto debito/pil, dove quest’ultimo è calcolato al nominale: se il pil reale diminuisce e non c’è neppure inflazione, il rapporto non può migliorare neppure nell’ipotesi di un bilancio perfettamente in pareggio.
Basta guardare indietro, al lunghissimo periodo 1992-2007 durante il quale l’Italia riuscì a ridurre il rapporto debito/pil dal 109,7% al 99,8%: in quel lasso di tempo, il pil reale era cresciuto del 23%, ad una media annua dell’1,4%. La variazione cumulata dell’inflazione era stata altissima rispetto all’oggi: del 60,3%, pari ad una media annua del 3,75%. Crescita modesta per via degli avanzi primari di bilancio ed elevata inflazione: pur arrancando, ce l’avevamo fatta.
I nostri vicini europei avevano registrato invece un tasso di inflazione dimezzato rispetto al nostro: nel complesso, +31,9% la Francia e +37,6% la Germania. Ma furono assai meno severi dell’Italia nel governo della finanza pubblica, visto che il rapporto debito/pil della Francia peggiorò di oltre 24 punti percentuali e quello della Germania di 22 punti. Il differenziale nel rapporto debito/pil si era fortemente ridotto a favore dell’Italia, passando all’incirca da 70 a 40 punti.
Bisogna guardare ora al numeratore della frazione, al debito. Questo consiste nel valore cumulato dei deficit annui, che a loro volta dipendono dall’andamento delle entrate e delle spese, tra cui sono assai rilevanti quelle per interessi. Il saldo primario, in proposito, misura la quota delle entrate che viene destinata al pagamento degli interessi, con un deflusso netto di risorse derivanti dalla tassazione al sistema finanziario: l’eventuale deficit di bilancio serve a coprire il residuo. Un saldo primario negativo, al contrario, dimostra che ci si indebita non solo per coprire l’intera spesa per interessi, ma anche per far affluire risorse di spesa netta all’economia reale.
Bisogna vedere, a questo punto, l’evoluzione dei bilanci pubblici tra il 2008 ed il 2019. In Italia, in valori assoluti, le entrate totali sono passate da 737 ad 823 miliardi (+86 miliardi) mentre le spese sono passate da 780 ad 870 (+90 miliardi). In Francia, le entrate sono aumentate di 269 miliardi e le spese di 284; in Germania di 463 e 419 miliardi. Sembra in quest’ultimo caso che ci sia stata una politica di severità assoluta, ed invece è solo un riflesso dei tassi di interesse negativi sul debito. Bisogna scendere di livello, guardando alla spesa primaria, quella calcolata al netto degli interessi. In Germania, quest’ultima è cresciuta, arrivando a 466 miliardi. Anche in Italia il bilancio ha beneficiato del calo degli interessi, visto che la spesa primaria è aumentata di 107 miliardi. La Francia ha largheggiato, aumentandola di 302 miliardi. Calcolata rispetto al pil, la spesa primaria è aumentata in Italia del 2,7%; in Germania del 2,8% ed in Francia del 3,7%. Siamo stati severi come la Germania, ed anche un pelo di più.
Dove le differenze si fanno astronomiche, è sul costo del debito: la spesa cumulata per interessi è stata di 858 miliardi per l’Italia (in discesa dal 4,9% al 3,6% del pil tra 2008 e 2019); di 566 miliardi per la Francia (dal 2,9% all’1,6 del pil); di 594 miliardi per la Germania (dal 2,7% allo 0,6% del pil).
La politica di rigore è dimostrata concretamente dal valore accumulato in termini di saldo primario: tra il 2008 ed il 2019, in Italia è stato attivo per complessivi 223 miliardi (cumulato, il 13,4% del pil), ed in Germania per 529 miliardi (cumulato, il 16,7% del pil). All’opposto, la Francia ha accumulato un saldo primario passivo di 557 miliardi (-26,5% del pil), con la Spagna che ha sprofondato con 531 miliardi (-49,6% del pil).
Quando si confronta la crescita del pil spagnolo e francese rispetto alla stagnazione dell’Italia, bisogna tenere a mente queste differenza. Il deficit di bilancio di Francia e Spagna, con il saldo primario perennemente negativo, è andato a finanziare la spesa pubblica e quindi l’economia.
In Italia, è accaduto esattamente il contrario. Siamo in avanzo primario da ben 27 anni, dal 1992 al 2019, con la sola eccezione del 2009 e del 2010 quando il saldo fu negativo rispettivamente dell’1% e dello 0,1% del pil. Nel periodo 1992-2008 l’attivo italiano è stato di 475 miliardi di euro, mentre la Francia accumulava un passivo di 132 miliardi e la Germania uno di 67 miliardi. Furono per l’Italia sacrifici che valsero la riduzione del rapporto debito/pil, ma che sono stati poi letteralmente polverizzati con la crisi iniziata nel 2008.
Arriviamo alla fine, al debito: l’Italia lo ha aumentato di 692 miliardi, passando dai 1671 miliardi del 2009 ai 2363 miliardi del 2019. Al confronto, la Francia lo ha aumentato di 1025 miliardi, passando da 1370 a 2395 miliardi: in termini assoluti, lo ha praticamente raddoppiato. Ma questo, ai fini del Fiscal Compact, non rileva. La Spagna, tanto omaggiata, ha accumulato 759 miliardi di nuovo debito: è arrivata così a 1199 miliardi rispetto ai 439 di partenza, triplicando la posta. Anche questo, ai fini dei parametri europei, non conta.
La Germania ha fatto meglio di tutti, aumentandolo solo di 304 miliardi; ma in questo caso l’aumento del pil ha portato ad una riduzione del rapporto, sceso dal 65,2% al 56,9%. Per quanto riguarda l’Italia, è stato il crollo del pil a penalizzarla: l’incidenza del debito è aumentata di 31 punti, passando dal 102,4% al 133,4%; in Francia è aumentata di 30 punti, pressappoco quanto l’Italia. La Spagna lo ha fatto crescere di oltre 56 punti percentuali, ma tutto tace.
Per quanto riguarda la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia, che è in corso di istruttoria, è indubitabile che i dati del 2018 e del 2019 non sono in linea con le attese, ma ciò in ragione della peggiore performance del pil rispetto alle attese. Se questo cala per ragioni esogene, dai timori per la Brexit alle conseguenze della guerra commerciale tra Usa e Cina, una correzione fiscale sarebbe davvero controproducente perché darebbe un ulteriore impulso recessivo.
La politica del rigore fiscale non ha portato ad alcun risultato positivo in termini di risanamento finanziario, ma ha provocato guasti profondi all’economia reale. E l’intero sistema economico italiano si è piantato, dopo le crisi bancarie. Come se non bastassero gli effetti costrittivi dell’avanzo primario, anche il credito all’economia è crollato: gli impieghi a favore del settore privato, famiglie ed imprese, sono passati dai 1691 miliardi del 2011 ai 1435 miliardi di aprile scorso: sono 256 miliardi in meno. Una enormità, visto l’effetto demoltiplicatore.
Questo è il grande limite dei parametri europei; guardano al mondo con un occhio solo, e pure bendato.
Fonte
02/06/2019
Debito pubblico, alla ricerca di una via di fuga
La discussione mainstream intorno al debito pubblico, lo spread, le “letterine” che partono da Bruxelles e le “rispostine” – corrette in corsa – del ministero dell’economia italiano, soffre da sempre di una distorsione evidente e sempre più faticosamente nascosta.
Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).
Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata sistematicamente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.
E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno ferreamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).
Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.
Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.
Mentre la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo... chiedendo ancora più austerità! Poi si meraviglia di come vanno le elezioni...
Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.
Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc. – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.
In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.
Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.
Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Beniamino Andreatta, quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).
Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).
In pratica, gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.
Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.
Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.
Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha...) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.
Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).
Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.
Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.
Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne...
Guido Salerno Aletta
La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.
Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.
In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.
La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.
Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.
Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.
Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione...”.
Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.
Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.
I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.
In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.
Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2018. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.
I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).
Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).
Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.
Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.
In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.
Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.
Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno inefficaci.
Fonte
Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).
Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata sistematicamente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.
E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno ferreamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).
Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.
Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.
Mentre la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo... chiedendo ancora più austerità! Poi si meraviglia di come vanno le elezioni...
Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.
Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc. – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.
In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.
Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.
Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Beniamino Andreatta, quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).
Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).
In pratica, gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.
Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.
Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.
Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha...) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.
Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).
Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.
Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.
Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne...
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Come dribblare lo spread
Guido Salerno Aletta
La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.
Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.
In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.
La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.
Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.
Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.
Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione...”.
Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.
Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.
I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.
In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.
Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2018. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.
I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).
Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).
Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.
Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.
In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.
Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.
Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno inefficaci.
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