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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2024

Bundesbank vuole eliminare la possibilità di “quantitive easing”

È difficile spiegare in termini macroeconomici l’apparente ottusità di Bundesbank – la banca centrale tedesca – nel voler obbligare la Bce (Banca centrale europea) a non far nulla in più della semplice “lotta all’inflazione”. Ovvero, di fatto, ad aumentare i tassi di interesse quando l’inflazione sale oltre il 2%, il livello considerato (molto arbitrariamente) come “ottimale” per il buon funzionamento dell’economia capitalistica in una certa area.

Persino i giornali economici italiani (dal Sole24Ore a MilanoFinanza) si interrogano con preoccupazione sulle recentissime sortite di Joachim Nagel (presidente di Bundesbank) e del membro del board Bce Isabel Schnabel i quali, in vista della ciclica “revisione della strategia” dell’istituto di Francoforte, consigliano di limitare drasticamente il ricorso al “quantitative easing” quando l’inflazione rimane a lungo troppo bassa.

Come avvenuto per parecchio tempo solo pochi anni fa, quando si uscì da una situazione capitalisticamente assurda (il costo del denaro era diventato negativo, ovvero chi prestava soldi se ne vedeva restituire di meno, anziché di più) solo perché sia la Bce che la Federal Reserve Usa “iniettarono denaro” in quantità mostruose nel sistema finanziario.

Gli strumenti furono più d’uno, ma rimase famoso l’acquisto di titoli di stato europei indipendentemente dal loro rating, abbassando così lo spread tra i titoli “sicuri” – essenzialmente quelli tedeschi – e tutti gli altri.

Questa “politica monetaria non convenzionale”, cui proprio i tedeschi si opposero inutilmente, rese famoso come mago quel Mario Draghi che poi ci siamo ritrovati come modesto presidente del consiglio e ora “deus ex machina” della prossima ristrutturazione interna della UE.

Le conseguenze dei quantitative easing, al mutare delle condizioni generali, non sono state nel medio termine tutte positive, anzi. L’inflazione, grazie anche all’esplosione della guerra in Ucraina, ha superato ad un certo punto il 10%, mettendo in moto la politica esattamente opposta: alti tassi di interesse per riportarla alla “normalità” anche a costo di soffocare una crescita economica già asfittica.

Ma sul fatto che la “generosità” della Bce aveva evitato il tracollo finaziario di mezza Europa il consensus tra gli operatori è stato pressoché unanime. Meglio vivi, ma azzoppati, che morti...

Mentre l’inflazione lentamente cala, e i tassi di interesse si rivelano assurdamente alti imponendo una riduzione contemporanea negli Usa come in Europa, la sortita dei massimi banchieri centrali teutonici punta a cancellare – o limitare fortissimamente – proprio lo strumento del “salvataggio”.

Perché? La ricostruzione fatta dagli analisti è di una semplicità (e banalità) sconcertante. “I banchieri centrali tedeschi sono da sempre avversi ad acquisti significativi di titoli di Stato. Inoltre pesano le forti perdite in bilancio della Bundesbank (21,6 miliardi di euro nel 2023). Il rosso è stato però aggravato dalla mancata condivisione dei rischi: se la Buba avesse acquistato più titoli italiani o spagnoli (a rendimento maggiore di quelli tedeschi) le perdite sarebbero state inferiori.”

Di fatto nella Bundesbank si ragiona come in una normale azienda privata: se ci rimetto qualcosa, non va bene. Ma una banca centrale ha un compito istituzionale del tutto diverso: quello di assicurare le migliori condizioni possibili per lo svolgimento della normale attività economica.

“Di fatto – nota MilanoFinanzaSchnabel propone un approccio asimmetrico, il contrario di quanto definito nell’ultima strategia: la banca centrale dovrebbe tornare al target in modo tempestivo quando il carovita è oltre il 2% (come negli ultimi anni), mentre dovrebbe essere «più paziente» quando è sotto il 2%”.

L’approccio è palesemente contraddittorio, anche perché i banchieri centrali di Berlino lamentano la scarsità di “titoli di stato sicuri” oltre ai propri. E non ci vuole molto a far loro notare che questa scarsità dipende anche, o soprattutto, dall’assenza di “un safe asset europeo”, ossia degli eurobond garantiti dalla Bce.

Proprio l’atteggiamento diffidente verso gli altri paesi europei – considerati “cicale” – ha portato Bundesbank, durante il “quantitative easing” draghiano, a comprare solo “titoli buoni”, rimettendoci alla fine circa 20 miliardi perché la “sicurezza” aveva come contraltare rendimenti in quel periodo negativi (come detto prima: il costo del denaro era diventato negativo). Se avesse comprato invece più titoli italiani, greci, spagnoli, ecc, “le perdite sarebbero state inferiori”.

Dietro l’ottusità teutonica, insomma, ci sono sia una cultura monetaria legata alle politiche di “austerità”, sia un certo nazionalismo inconfessabile dentro un quadro istituzionale “comunitario” (ma tra diseguali).

Ma anche uno statuto della Bce scritto con i piedi (anche in quel caso su pressione tedesca ed olandese). Al contrario della Fed statunitense, infatti, che ha due obiettivi da tener presente (il tasso di inflazione e quello di disoccupazione), la Bce ha un solo bersaglio: l’inflazione, e chissenefrega di recessione, disoccupazione, ecc.

Non sembra solo una coincidenza che questa impostazione folle – capitalisticamente parlando – rialzi la testa proprio mentre la recessione bussa alle porte tedesche al punto che Volkswagen annuncia, per al prima volta nella storia, la chiusura di stabilimenti in Germania.

Con quell’idea in testa, insomma, non puoi far altro che sbagliare. Sempre.

Fonte

23/11/2021

Tra pandemia e collasso delle forniture anche la Germania “batte in testa”

Mentre il ministro della sanità tedesco annuncia che per la fine dell’inverno in Germania “saranno tutti vaccinati, guariti o morti”, l’economia tedesca è in affanno a causa della mancanza di forniture, beni, manodopera e delle nuove restrizioni volte a combattere la pandemia mettendo fine al suo recente boom. Ad affermarlo non è Contropiano – che pure ha dedicato spesso spazio alla recessione della “locomotiva tedesca” – ma, secondo la Reuters, addirittura la Bundesbank, il che non è proprio un dettaglio.

Secondo la Banca centrale tedesca, l’inflazione nella più grande economia europea è probabile che rimanga ben al di sopra del 3% per un po’ di tempo e che nelle prossime trattative bisognerebbe dare priorità agli aumenti dei salari.

La Bundesbank sottolinea che durante l’ultimo trimestre del 2021 e il primo trimestre del 2022, gli sviluppi saranno “soggetti a rischi associati a un’intensificazione della pandemia”, anche se viene previsto che gli effetti macroeconomici saranno “probabilmente meno gravi rispetto alle precedenti ondate della pandemia”. Gli eccezionalmente elevati arretrati di ordini nell’industria e nell’edilizia suggeriscono che emergeranno “notevoli effetti di recupero una volta che i colli di bottiglia dell’offerta si saranno allentati in modo percettibile”.

L’economia sembrava in ripresa nella prima metà dell’anno ma poi ha subito un forte rallentamento per le interruzioni di forniture – in particolare i semiconduttori – e per la mancanza di manodopera.

In realtà già un mese fa la Bundesbank aveva suonato l’allarme in uno degli ultimi rapporti firmati dal presidente dimissionario, il falco Jens Weidmann. Il rapporto riteneva ormai compromesso l’obiettivo di chiudere l’anno con una crescita del Pil pari al 3,7%. La coda pandemica, la penuria di chip e i colli di bottiglia negli approvvigionamenti avevano fatto invecchiare precocemente le previsioni di giugno, quando lo slancio della ripresa pareva solido e duraturo.

Secondo la Bundesbank, si tratta di “un segnale inquietante per l’economia globale”, data la posizione cruciale della Germania nelle catene del valore globali e il suo ruolo nella crescita economica a livello europeo.

Sempre secondo la Bundesbank, l’inflazione in Germania potrebbe arrivare appena sotto il 6% questo mese, prima di diminuire l’anno prossimo, quando interverranno il taglio dell’IVA del 2020 e altri fattori temporanei.

Tuttavia, la banca centrale tedesca vede i prezzi al consumo crescere ben oltre il 3% per un lungo periodo, con l’inflazione di base – che esclude l’energia e il cibo – sostanzialmente sopra il 2%.

Le condizioni macroeconomiche inoltre dovrebbero puntare, secondo la banca centrale, anche ad aumenti salariali più forti per i contratti collettivi da rinnovare nel prossimo futuro.

La Bundesbank non ha mancato di sottolineare la diversità della posizione della BCE secondo cui, invece, l’attuale impennata dell’inflazione è temporanea e non dovrebbe essere affrontata con una stretta della sua politica monetaria.

Fonte

23/06/2020

“Qui non c’è niente da cambiare”, sentenzia Weidmann

Due notizie diverse, relative allo stesso Paese, aiutano a comprendere la “cultura politica” della classe dirigente europea meglio di un trattato.

La prima è ordinaria amministrazione, cronaca quotidiana, e recita: “Coronavirus, in Germania maxi focolaio nel mattatoio: 1.533 malati, l’allarme di Merkel”. La seconda, dalla Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung), sintetizza una sterminata intervista al presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: “La depressione sarà ora probabilmente alle nostre spalle“.

La contraddizione è evidente. Da un lato c’è la realtà biofisica del mondo, in preda ad una pandemia che ogni giorno fa segnare globalmente nuovi record e che anche lì dove sembrava contenuta con qualche successo (in Germania ci sono stati comunque fin qui circa 192.000 contagiati, ma “solo” 8.900 morti, ufficialmente) si ripresenta in dimensioni molto preoccupanti.

Dall’altro l’asettica atmosfera dell’iper-attico di una banca centrale, dove queste “minuzie” vengono semplicemente ignorate, preferendo di gran lunga le antiche certezze ordoliberiste sul miglior modo di governare un’economia. Rispetto alle quali la crisi attuale appare come una banale turbativa momentanea, da cui sarebbe bene non farsi distrarre troppo.

Ad ogni essere umano raziocinante appare piuttosto chiaro il legame, quantomeno temporale, tra i due fatti (la pandemia e la crisi economica). E anche Weidmann non nega che ci sia un momento problematico da affrontare. Anzi, l’evento “extra-economico”, il Covid-19, gli permette di glissare sulla recessione già iniziata prima del contagio e raccontare la favoletta rassicurante della “causa esogena” che non mette affatto in discussione la “bontà” del sistema.

Data la lunghezza dell'intervista, preferiamo concentrarci su alcuni degli aspetti più rilevanti – e rivelatori – di una “concezione del mondo” che ha ed avrà grande peso nella gestione di questa crisi a livello europeo. Un presidente di banca centrale è un politico con competenze tecniche elevate, e quindi i suoi discorsi hanno obbiettivi che vanno letti su almeno due piani.

Lo scontro Corte Suprema tedesca - Bce

È l’elemento politicamente più rilevante per l’architettura istituzionale europea. Com’è noto, la Corte di Karlsruhe ha dato tre mesi di tempo alla Bce per giustificare la propria politica di acquisti di titoli di Stato, obiettando che l’istituto di Francoforte sia andato “oltre i propri poteri”, adottando in realtà una politica di finanziamento degli Stati – cosa vietata dai trattati europei – invece che una politica solo monetaria.

Il 5 agosto scade l’ultimatum. È escluso che la Bce – organo sovranazionale dipendente da trattati internazionali liberamente sottoscritti – possa presentarsi in veste di quasi-imputato davanti a una corte nazionale (è l’equivalente della nostra Corte Costituzionale).

Ma un eventuale, non impossibile, passo avanti nell’escalation metterebbe proprio la Bundesbank in una posizione difficile. Non sarebbe infatti più legalmente autorizzata a partecipare al programma di acquisti della Bce. E va da sé che senza la partecipazione tedesca quel programma difficilmente può restare in piedi.

Sul punto Weidmann, che non nasconde affatto di essere stato fieramente contrario alla decisione presa dalla Bce fin dai tempi di Mario Draghi (“whatever it takes”), sollecita atti formali intermedi, che allontanino l’esplosione della contraddizione ma mantengano forte la contrarietà tedesca.

Sa meglio di noi che sono in ballo trattati decisivi, senza i quali l’Unione Europea rischia la dissoluzione. Ma sa anche che contro la Germania, nella Ue, non si può decidere nulla. Dunque tiene sulla corda i partner perché addivengano a più miti consigli su una lunga serie di dossier aperti (dal recovery fund alle stesse scelte della Bce).

I capisaldi dell’ordoliberismo

La puntigliosa riaffermazione dei pilastri teorici della visione ordoliberista suona davvero inquietante nel mentre la pandemia dispiega i suoi effetti sul terreno economico. Li ricordiamo per i non addetti ai lavori:

a) la banca centrale non deve finanziare lo Stato, né a livello nazionale né comunitario;

b) lo Stato deve soltanto creare l’ambiente più favorevole al business, ma non deve fare “l’imprenditore”, neanche in condizioni drammatiche come quelle attuali (i “salvataggi” sono per lui altra cosa, e non dovrebbero incidere sull’azionariato);

c) l’obbiettivo di tutta la politica monetaria è e continua ad essere “tenere sotto controllo l’inflazione”, anche se lui stesso è costretto a riconoscere che questa non è più un problema da quasi 30 anni e, anzi, le prospettive a medio termine sono per una diminuzione dei prezzi.

Ricordiamo che nel normale neoliberismo occidentale la situazione è differente. La Federal Reserve statunitense ha due obbiettivi, invece di uno; oltre che dei prezzi deve tener conto anche del tasso di disoccupazione (con dati statisticamente truccati, ma questo è un altro discorso). E la Banca di Inghilterra sta tranquillamente finanziando lo Stato, rompendo il tabù introdotto da Margareth Thatcher.

Il controllo dell’Unione Europea

Nella visione di Weidmann continua a non essere prevista alcuna “condivisione del debito”, cioè nessun “eurobond”. E nessuna “riforma” gli appare necessaria. Il quadro legale, secondo lui, è perfettamente in grado di rispondere alle esigenze eccezionali che ci stanno di fronte.

Il che significa una sola cosa: i Paesi che “hanno margini accumulati nel tempo” possono permettersi di spendere quel che serve per fronteggiare la crisi (Germania, Olanda, Austria, pochi altri). Gli altri – come l’Italia, arguisce ovviamente l’intervistatore – devono invece limitarsi al massimo a mettere al più presto in atto le “riforme” che consentano di ridurre il debito... mentre la situazione richiede di alzarlo per un arco di tempo imprevedibile, ma comunque lungo.

Le asimmetrie strutturali della Ue, scriviamo spesso, sono utilissime ad accrescere le differenze, invece che ad appianarle. E infatti l’Italia è entrata nel regime monetario dell’euro in discrete condizioni e con un debito pubblico molto più basso (vicino al 100% del PIL), per ritrovarsi a fine 2019 in condizioni già pietose. Il coronavirus sta ora facendo il resto.

Ma veder rivendicare da Weidmann questa funzione asimmetrica dei trattati dovrebbe aprire gli occhi anche al più entusiasta degli “europeisti acritici”. Da questo quadro istituzionale non arriverà mai nessuna “solidarietà”, tantomeno le decine di miliardi “a fondo perduto” di cui si favoleggia sui media mainstream. Solo prestiti, e a condizione che siano varate quelle famose “riforme” che affossano da decenni il nostro sistema industriale, il welfare, l’istruzione, ecc.

Si potrebbe andare avanti a lungo, perché i temi toccati dall’intervista sono molti. E ci torneremo certamente sopra con altri articoli. Ma una conclusione appare chiara fin da adesso: nonostante lo sconquasso della crisi, nella Ue non c’è niente da cambiare. Viviamo nel migliore dei mondi possibili, per la borghesia europea.

***** 

“La depressione sarà ora probabilmente alle nostre spalle”

Intervista a Jens Weidmann condotta da Patrick Bernau, Gerald Braunberger e Georg Meck. *

Signor Weidmann, quanto sarà grave la crisi? Quando avremo superato il peggio?

Negli ultimi mesi abbiamo vissuto il più forte crollo economico della storia della Repubblica Federale Tedesca. La produzione economica è sicuramente diminuita molto più drasticamente nel secondo trimestre che nel primo. La buona notizia è che la depressione è ormai alle nostre spalle e che le cose si stanno riprendendo. Ma il forte calo sarà seguito solo da una ripresa relativamente graduale.

Quindi la politica di salvataggio sta funzionando? I responsabili politici hanno fatto la cosa giusta?

Sì, nel bel mezzo di una situazione difficile, i responsabili politici hanno reagito rapidamente e con determinazione per proteggere le aziende e i dipendenti. È stata la cosa giusta da fare. Le ultime decisioni del governo federale stanno ora dando una forte spinta all’economia. Questo dovrebbe anche creare fiducia: per i consumatori per gli acquisti e per le imprese per gli investimenti. È importante che i problemi non indeboliscano troppo l’economia. Molto è stato fatto per evitare che ciò accada.

E se, come alcuni temono, la grande ondata di fallimenti che si abbatterà su di noi in autunno, i politici dovranno alzare la posta in gioco?

Fin dall’inizio era chiaro che gli sviluppi futuri sarebbero stati difficili da prevedere e che probabilmente avremmo dovuto riadattare ripetutamente la nostra risposta. Quanto più velocemente batteremo la pandemia, tanto più basso sarà il rischio che la crisi economica si radichi o addirittura si intensifichi. Dobbiamo evitare che difficoltà temporanee diventino problemi permanenti. Le imprese che sono fondamentalmente sane non devono fallire. Per questo motivo è necessario agire rapidamente. Il governo tedesco ha certamente ancora margine di manovra per fornire ulteriore sostegno, se necessario.

La misura principale del pacchetto di stimolo economico è la riduzione temporanea dell’IVA. Si tratta di un modo adeguato per rilanciare l’economia?

Sì, assolutamente. La riduzione delle imposte aiuta l’economia, perché si trasmette ai clienti, rafforza il potere d’acquisto dei consumatori e stimola la spesa, e perché le imprese sono in grado di trattenere una parte maggiore dei loro guadagni, il che le aiuterà a riacquistare terreno in una situazione difficile. È importante che le misure siano mirate e temporanee. In questo modo, anche l’onere per i bilanci pubblici non sarà più che temporaneo, e i deficit diminuiranno di conseguenza.

Non c’è il rischio che il governo si abitui all’elevato livello di indebitamento, tanto più che sembra non costare nulla grazie al tasso d’interesse zero?

Questo pericolo esiste davvero. Ci si abitua rapidamente alle grandi somme che ora vengono bandite. Questo rende ancora più importante ricordare che le nostre finanze pubbliche sane sono una condizione cruciale per un governo forte e capace di agire. Per questo motivo siamo in grado di mettere in piedi una forte difesa contro la crisi. Ma dopo, sarà fondamentale per noi tornare a un bilancio solido.

Nella crisi, lo Stato si sta affermando come un soggetto imprenditoriale; il governo federale sta investendo nella compagnia aerea tedesca di lunga data Lufthansa e nell’avvio del vaccino di Curevac. E nessuno fa storie.

Vorrei fare una distinzione tra due cose. Da un lato, è giusto che il governo non fornisca solo liquidità, ma anche capitali per evitare il crollo di imprese fondamentalmente sane …

Pertanto, non solo dovrebbe fornire iniezioni di denaro contante o concedere prestiti, ma anche fornire grandi somme sotto forma di proprietà statale in singoli casi.

… allo stesso tempo, però, mi preoccupa vedere le richieste di interventi di politica industriale diventare più popolari. Questo non dovrebbe essere lo standard per i tempi normali. Dopo tutto, non sono state la politica industriale aggressiva e gli investimenti statali a mettere l’economia tedesca in una posizione così buona prima della crisi. Piuttosto, le sue buone condizioni come luogo per fare affari, come dipendenti motivati e altamente qualificati e un efficiente sistema di governo, sono ciò che distingue la Germania. La concorrenza è il miglior presupposto per le imprese innovative e prospere – e per consentire ai consumatori e ai dipendenti di condividere una maggiore prosperità.

Il governo dovrà salvare di nuovo anche le banche? Quanto sarà stabile il settore finanziario se un numero sempre maggiore di prestiti inizierà ad essere inadempiente?

A differenza della crisi finanziaria, attualmente le banche svolgono un ruolo di stabilizzazione. Hanno ampliato notevolmente i loro prestiti alle imprese – anche grazie alle garanzie governative sui prestiti. Ma lo stesso avvertimento vale anche in questo caso: più dura la crisi, maggiori sono i rischi per i bilanci delle banche.

Questo potrebbe causare il crollo di alcune banche?

Il fatto che le autorità di vigilanza e di regolamentazione abbiano imparato importanti lezioni dalla crisi finanziaria sta dando i suoi frutti. Questo ha reso le banche molto più stabili e ha dato loro una base di capitale abbastanza confortevole. E anche le imprese hanno riserve di capitale più grandi. Inoltre, i politici stanno attualmente adottando misure di ampio respiro per sostenere l’economia. Alla luce di tutto questo, sono ottimista anche per quanto riguarda le banche.

Quanto è preoccupato dal fatto che i prezzi di alcuni beni stiano salendo rapidamente in questo momento? Siamo di fronte all’inflazione?

I prezzi di molti prodotti alimentari, come la carne, la frutta e la verdura, sono effettivamente aumentati notevolmente. Ma pensate a quanto è diventata economica la benzina. In sostanza, ci sono due effetti compensativi in questa crisi. Se si produce meno, perché le imprese hanno ricevuto l’ordine di chiudere o perché le filiere globali sono state perturbate, questo tende a far salire i prezzi. Allo stesso tempo, i consumatori rimangono più a casa, e stiamo assistendo a un calo della domanda in alcuni settori, come l’abbigliamento. Questo, naturalmente, ha l’effetto di abbassare i prezzi.

E quale effetto è più forte?

Nel complesso, gli effetti di abbassamento dei prezzi sono probabilmente più forti, soprattutto perché i prezzi dell’energia sono scesi in modo così netto. In Germania, inoltre, il taglio dell’IVA avrà probabilmente un ruolo importante nella seconda metà dell’anno. L’anno prossimo, il ritorno alla vecchia aliquota fiscale dovrebbe poi far salire il tasso d’inflazione. Tutto sommato, però, anche qui c’è molta incertezza.

La Banca Centrale Europea (BCE) ha lanciato ancora una volta un enorme programma di acquisto, il PEPP, come risultato di COVID-19. Era davvero necessario?

In questa situazione di crisi, credo che creare un forte stimolo di politica monetaria sia stata la cosa giusta da fare. Nel decidere il nuovo programma di acquisto, per me era particolarmente importante che fosse temporaneo e chiaramente legato alla crisi. Allo stesso tempo, ha una maggiore flessibilità rispetto al programma in corso, il PSPP. Abbiamo avuto discussioni approfondite su queste caratteristiche in seno al Consiglio direttivo della BCE. Una cosa su cui siamo tutti d’accordo è stata la necessità di una risposta di politica monetaria. Ma ci sarà sempre una ponderazione della portata del programma e del grado di flessibilità, che non è un compito facile. A questo proposito, sono certamente più cauto di altri.

Quanto è grande il rischio che il programma si consolidi e che i miliardi continuino a scorrere anche dopo la fine della crisi immediata?

Anche noi politici monetari dobbiamo fare in modo di cambiare prontamente rotta per non superare l’obiettivo. Per noi, tutto deve dipendere dalle prospettive dei prezzi, che in questo momento sono molto incerte.

Proprio questo è stato uno degli aspetti della nostra discussione. Per quanto tempo continueremo a seguire la stessa rotta? Per quanto tempo ci impegnerà, e quali problemi causerà?

Come sapete, considero gli acquisti di titoli di Stato uno strumento speciale di politica monetaria; nell’utilizzarli, non dobbiamo mai perdere di vista il rischio che la politica monetaria venga sfruttata per la politica fiscale. Deve essere chiaro che quando arriva il momento di normalizzare la politica monetaria in termini di andamento dei prezzi, non si può evitare di farlo senza tener conto dei costi del debito pubblico.

Di fatto, con il suo programma di acquisto, la BCE sta già appiattendo gli spread di rendimento tra titoli di Stato di diverso rating. Il rischio non ha più un prezzo.

I programmi non stanno appiattendo completamente i differenziali di rendimento, ma li stanno riducendo. È indiscutibile che vi sia uno stimolo generale di politica monetaria espansiva. Tuttavia, a mio avviso, stiamo percorrendo una linea sottile, soprattutto quando si effettuano acquisti selettivi – sia di titoli di Stato sua di obbligazioni societarie. Ciò che è importante per me è che gli acquisti di obbligazioni non devono in ultima analisi annullare la funzione di guida del mercato dei capitali.

Il suo collega austriaco, Robert Holzmann, ha fatto un passo avanti e si è azzardato a proporre che la BCE potesse iniziare ad acquistare anche azioni.

Non voglio speculare su tutte le cose che potrebbero accadere in scenari ipotetici. La politica monetaria ha ormai assunto un ruolo molto proattivo e dobbiamo fare attenzione a non alimentare ulteriormente le aspettative dei mercati in materia di politica monetaria.

Può spiegare cosa intende dire?

L’aumento delle aspettative potrebbe metterci sotto pressione nelle nostre prossime decisioni. Se poi non riusciamo o non vogliamo realizzare ciò che ci si aspetta da noi, il mercato azionario risponderà con disappunto, il che a sua volta potrebbe portare a richiedere un’azione di politica monetaria. Non dovremmo lasciarci mettere all’angolo in questo modo.

Vale a dire che si è arrivati al punto in cui si dice: “Quando è troppo è troppo. L’acquisto di azioni non è uno strumento di politica monetaria. Lasciateci fuori da questa situazione”?

Per me è stato raggiunto il punto in cui dovremmo smettere di speculare.

Non solo la BCE, ma anche molte altre banche centrali di tutto il mondo stanno dispiegando tutta la loro potenza di fuoco, con la Fed americana in testa. Si sente a suo agio nel vedere tutte le dighe che si rompono e la politica monetaria che deve entrare nella mischia in ogni crisi?

Lei sta affrontando un argomento che mi preoccupa da tempo. Il nostro mandato come banchieri centrali è chiaramente la stabilità dei prezzi. Questo è ciò con cui dobbiamo misurarci. Ciò significa che dobbiamo agire in caso di crisi – dopo tutto, le crisi hanno un impatto sull’inflazione.

Tuttavia, la politica monetaria non è una panacea. Al momento, per esempio, l’onere è della politica fiscale. Essa è in prima linea nella difesa dalle conseguenze della pandemia, ha la necessaria legittimità democratica e possiede anche strumenti adeguati. Può, ad esempio, affrontare i problemi finanziari delle famiglie e delle imprese. Può decidere in quali circostanze trasferire i pagamenti o concedere prestiti, anche tra Stati.

Possiamo lasciare che la crisi sia un motivo per cambiare l’architettura europea – come nel caso del fondo per la ricostruzione proposto da Bruxelles? Si deve permettere all’UE di contrarre prestiti per finanziarla?

Personalmente credo che la solidarietà europea – che include la solidarietà finanziaria – sia la giusta linea d’azione in una crisi di questo tipo. Nemmeno l’architettura europea si oppone. Credo inoltre che il bilancio dell’UE, che è sempre stato uno strumento di redistribuzione, sia un mezzo adeguato per realizzarla.

Al contrario, sono dell’opinione che un’assunzione di prestiti congiunti su larga scala e a lungo termine sposterebbe il quadro di base e il suo equilibrio. Un tale passo richiederebbe quindi un’integrazione più completa per garantire un equilibrio tra responsabilità congiunta e azione comune.

Tuttavia, non sembra che ci sia attualmente la volontà di percorrere questa strada. Di conseguenza, il debito dovrebbe essere chiaramente limitato e rimborsato rapidamente. In caso contrario, rischiamo di aumentare sempre più la pressione per un aumento dei prestiti dell’UE.

Bruxelles avrebbe poi creato una macchina a moto perpetuo: l’Ue prende in prestito, la BCE compra le obbligazioni che sono state emesse senza possibilità di fuga.

Non esiste una macchina del moto perpetuo in fisica – e non c’è nulla di paragonabile in economia. I trattati europei ci vietano di finanziare i governi per buoni motivi. Dobbiamo fare in modo di avere “guardrail” che ci proteggano. Inoltre, non dobbiamo cedere all’illusione del debito: solo perché il debito viene contratto a livello europeo e non compare nelle statistiche nazionali, non significa che sia scomparso. In fin dei conti, il debito deve essere servito e ripagato dal contribuente.

Il prestito non è mai stato così allettante come oggi. Nella crisi, anche le persone più serie dicono che non ci sono limiti all’indebitamento del governo. La proverbialmente frugale casalinga sveva non ha alcuna possibilità.

L’immagine della casalinga sveva è spesso mal interpretata. Non mette da parte i soldi in modo fine a se stesso, ma per spenderli in qualcosa di utile e anche per aiutarla a superare i momenti difficili. Questo è esattamente il caso che abbiamo qui. Aveva senso garantire finanze sane in tempi normali. E ha altrettanto senso usare questo margine di manovra finanziaria ora che i tempi sono negativi per poter intervenire in modo decisivo per ribaltare la situazione.

Tuttavia, la casalinga sveva e tutti gli altri risparmiatori non dovrebbero aspettarsi che i tassi d’interesse salgano a breve.

Prima supereremo la crisi, prima i tassi d’interesse più alti potranno essere rimessi all’ordine del giorno. Tuttavia, ciò richiederà probabilmente un certo tempo, e anche la nuova normalità sarà probabilmente inferiore a quella a cui eravamo abituati in precedenza. A livello globale, ci troviamo di fronte a una tendenza a lungo termine verso i bassi tassi d’interesse, per la quale esistono diverse ragioni strutturali. Per quanto riguarda l’andamento dei prezzi, attualmente la politica monetaria è sicuramente un fattore alla base dei tassi d’interesse particolarmente bassi.

Cosa intende esattamente per ragioni strutturali?

Il tasso d’interesse naturale, come viene chiamato, è diminuito costantemente negli ultimi 30 anni. Ciò è dovuto, tra l’altro, all’invecchiamento della società, ma anche al calo della crescita della produttività. Almeno per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, una saggia politica economica ha un impatto positivo. Una maggiore crescita economica significa tassi d’interesse più elevati nel lungo periodo.

La Corte costituzionale federale ha messo i bastoni tra le ruote alla Corte di giustizia europea in modo spettacolare. È rimasto sorpreso dalla sentenza di maggio?

Beh, per un certo periodo è stato chiaro che c’era un conflitto tra la Corte costituzionale federale e la Corte di giustizia europea. Questo conflitto è ora scoppiato in questo caso.

La Corte costituzionale federale di Karlsruhe ha fissato un termine di tre mesi per l’adempimento delle richieste da parte della BCE. In caso contrario, la Bundesbank non potrà più partecipare al programma di acquisto del settore pubblico, o PSPP. Come state affrontando questa situazione?

Dal punto di vista della Corte costituzionale federale non vi è alcuna prova che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP siano stati ponderati con i relativi effetti di politica economica e fiscale. La principale preoccupazione della Corte è quindi che il Consiglio direttivo della BCE effettui tale valutazione in modo trasparente e che il risultato non sia manifestamente sproporzionato. In seno al Consiglio direttivo della BCE discutiamo regolarmente dell’adeguatezza, dell’impatto e degli effetti collaterali delle misure di politica monetaria. In questo dibattito i singoli membri possono, tra l’altro, giungere a conclusioni diverse.

Anche lei pensa che ci sia una mancanza di trasparenza?

Secondo gli standard internazionali, la BCE è una banca centrale molto trasparente. Ci sono conferenze stampa con il Presidente della BCE, resoconti pubblici degli incontri, numerosi discorsi e interviste, audizioni al Parlamento europeo e una vasta gamma di pubblicazioni. Inoltre, la nostra revisione della strategia prevede una discussione su come possiamo diventare ancora più trasparenti per spiegare meglio la politica monetaria al pubblico più vasto, in particolare.

Questo processo continua nonostante la pandemia di coronavirus, anche se ci vorrà un po’ più di tempo. Per quanto riguarda la sentenza, sono fiducioso che troveremo il modo di chiarire le considerazioni sulla proporzionalità. Ciò consentirà al Bundestag e al governo federale tedesco di adempiere alla responsabilità conferita loro dal tribunale.

Come possiamo immaginare che si svolga in pratica? La Presidente della BCE Christine Lagarde difficilmente si presenterà davanti al Bundestag per rendere conto delle azioni dell’istituzione.

No, ma ci sono varie altre possibilità...

Verrà inviata come messaggera? La BCE sta facendo tutto il possibile per dimostrare di non essere vincolata dalle sentenze dei tribunali nazionali.

Si tratta di rendere giustizia alla sentenza della Corte costituzionale federale e allo stesso tempo sostenere l’indipendenza della BCE e della Bundesbank. E non vedo alcuna contraddizione. Dopo tutto, la responsabilità e l’indipendenza sono comunque due facce della stessa medaglia. Quello che cerchiamo è un modo adeguato per rendere le deliberazioni del Consiglio direttivo della BCE chiaramente accessibili al governo federale e al Bundestag. Sono convinto che ci riusciremo per tempo.

In futuro riferirà al Bundestag e testimonierà davanti al Parlamento sulla politica monetaria?

Già prima d’ora mi è sempre piaciuto il dialogo con le commissioni del Bundestag. È importante scambiare opinioni e conoscenze in questo modo, ed è facilmente compatibile con l’indipendenza della politica monetaria. Naturalmente manterrò la riservatezza delle riunioni del Consiglio direttivo della BCE. Sarei quindi lieto se il Bundestag prendesse l’iniziativa e mi invitasse a riprendere il dialogo.

È una posizione delicata per lei, dato che potrebbe trovarsi a dover giustificare le decisioni del Consiglio direttivo della BCE contro cui lei stesso ha votato.

Ancora una volta: la Corte costituzionale federale si aspetta una spiegazione delle deliberazioni del Consiglio direttivo della BCE e il risultato non deve essere manifestamente sproporzionato. Ma questo significa anche che il Consiglio direttivo ha discrezione nelle sue decisioni e che non tutti i membri devono aver votato a favore di tutte le decisioni. Non c’è conflitto, e io farò la mia parte.

Temete che la sentenza di Karlsruhe e il dibattito pubblico che viene richiesto aumentino la pressione sulla politica monetaria per perseguire altri obiettivi oltre alla stabilità dei prezzi?

Per come la vedo io, il nocciolo della sentenza sta proprio nel tracciare una distinzione più chiara tra politica monetaria e politica economica. Credo che questa sia una distinzione importante da fare, perché credo che la politica monetaria rischi certamente di essere sopraffatta da una lista sempre crescente di nuovi desideri e obiettivi.

La Corte costituzionale nutre dubbi fondamentali sugli acquisti di titoli di Stato e chiede quindi limiti rigorosi.

Ci sono limiti che scaturiscono dai trattati europei. E, naturalmente, la politica monetaria ne è vincolata; per esempio, il divieto di finanziamento monetario dei governi. Dal mio punto di vista, è importante che la politica monetaria si tenga sufficientemente lontana da questo divieto – per la sua stessa credibilità, la fiducia del pubblico e la sua capacità di salvaguardare efficacemente la stabilità dei prezzi.

Quanto rischio c’è, secondo lei, che questa politica di denaro a basso costo generi delle bolle? I prezzi degli immobili sono saliti vertiginosamente, le azioni hanno visto un serio movimento – alimentato dalle banche centrali di tutto il mondo.

Le banche centrali devono intervenire ogni volta che percepiscono una minaccia per il loro obiettivo di stabilità dei prezzi, e la crisi ha richiesto un adeguamento ancora maggiore della politica monetaria. Questo sta anche rafforzando i prezzi degli attivi. Se si verificano eccessi problematici, l’intervento dovrà – in primo luogo – provenire da altre aree politiche, come la politica macroprudenziale.

Tuttavia, è anche chiaro che la politica monetaria non deve dare l’impressione di cacciare gli investitori non appena la crisi è in atto e poi di essere troppo timida nello stringere le redini in un secondo momento. Questo tipo di aspettative e una risposta troppo cauta della politica monetaria hanno contribuito alla crisi finanziaria. Questa politica monetaria estremamente accomodante non deve diventare l’impostazione predefinita.

E chi finirà per pagare il conto della crisi? Chi si farà carico dei costi delle centinaia di miliardi di finanziamenti per il salvataggio e la ripresa? Saremo tutti un po’ più poveri?

La pandemia sta mettendo sotto pressione tutti noi. Sta rendendo il mondo intero più povero. Lo scopo di spendere miliardi in finanziamenti d’emergenza è quello di contenere i danni. Voglio dire, i danni causati dall’acqua delle manichette antincendio e i costi di ristrutturazione non sono un motivo per non chiamare i vigili del fuoco quando c’è un incendio. Cosa sarebbe successo se non ci fosse stata una risposta della politica e non ci fosse stata un’azione della banca centrale? Sono convinto che una crisi incontrollata, un crollo economico incontrollato con tutti i suoi effetti di amplificazione associati, si sarebbe rivelata molto più dolorosa e costosa per tutti noi.

Lo Stato non si è forse ritagliato un ruolo come unica fonte di salvezza?

Naturalmente, lo Stato dovrà fare di nuovo un passo indietro in futuro. Ma questo è il momento in cui deve fare un passo avanti: in questa straordinaria situazione in cui ci troviamo, lo Stato è come un meccanismo d’arresto. Si assume rischi e oneri che pesano sulle imprese e sulle famiglie, perché questi sono meglio sostenuti dalla comunità.

Tuttavia, in fin dei conti, qualcuno dovrà sostenere i costi degli enormi debiti che si stanno accumulando. Ci sono già chiamate da sinistra per chiedere ai ricchi di pagare una parte del conto. Cosa ne pensa?

I debiti devono essere rimborsati e il rapporto debito/PIL deve essere riportato al ribasso. È troppo presto per dire con certezza, in questa fase, cosa questo richiederà in termini di consolidamento. Dipenderà anche dalla forza della crescita futura. In un’economia sociale di mercato, è una regola generale che le spalle più ampie tendono a dare il maggior contributo. Questo principio fondamentale non cambierà, e spetta ai responsabili politici decidere come ciò funzionerà nella pratica.

Tuttavia, nel farlo, dovranno tenere conto degli effetti di feedback che il sistema fiscale ha sulla crescita economica. Nel caso della Germania, non prevedo che il rapporto debito/PIL aumenterà in misura tale da rendere necessarie misure fiscali straordinarie. La situazione potrebbe essere più complicata in altri Paesi con livelli di debito più elevati.

Questo è un riferimento alla situazione in Italia?

No, non mi riferisco a nessun Paese in particolare. In fin dei conti, l’importante è che tutti i Paesi risanino le finanze pubbliche. Nella situazione attuale, la solidarietà e il sostegno europeo sono importanti. Tuttavia, il lavoro pesante dovrà ancora essere fatto a livello nazionale. Come ciò venga fatto è una questione che ogni paese deve decidere da solo, e anche in questo caso si tratta di una questione di solidarietà nazionale.

Fonte

17/05/2020

Con la sentenza sulla Bce, la Corte tedesca rivendica la sovranità monetaria

C’è chi ha preferito minimizzarla, spaventato dal dover solo immaginare le conseguenze. C’è chi l’ha enfatizzata, dando per scontato effetti che invece si dovranno verificare, in tutto o in parte, nel bel mezzo di iniziative miranti a contrastarli.

Sbagliano entrambi, crediamo, ma il primo atteggiamento è semplicemente stupido, come ogni rifiuto della realtà che non si sa come affrontare.

Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Suprema di Karlsruhe ha messo drasticamente in discussione l’indipendenza della Bce rispetto al potere politico e addirittura agli Stati nazionali, piazzando così una carica esplosiva sotto l’intera architettura dell’Unione Europea. La quale, dovrebbe esser noto, si regge sul “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali alla stessa Ue in varie materie, dalle leggi di bilancio alle politiche monetarie.

Ci è sempre sembrato stupido e irrealistico sottovalutare il ruolo, e il peso, delle politiche europee sulle scelte dei governi nazionali, per il semplice fatto che la dimensione politico-economica continentale disegna il perimetro (sempre più stretto) entro cui un governo locale può esercitare le sue “libere scelte”.

È lo stesso procedimento che vincola un’amministrazione comunale alle decisioni del governo nazionale. Può decidere in autonomia di fare molte cose, ma deve rispettare il “vincolo di stabilità” nei propri conti e dunque agire all’interno di un recinto piuttosto chiaro.

Questa dipendenza dal “vincolo esterno” è probabilmente complessa da capire ed esporre in poche semplici parole, ma nemmeno così tanto. In ogni caso, un attivista politico non può ignorarla, pena l’immaginare un “percorso di cambiamento” che si riduce a una marcia sul posto.

È una delle malattie intellettuali gravi che ha distrutto “la sinistra” in questo e in altri Paesi europei...

Questo editoriale di Martin Wolf, il decano e probabilmente il più acuto degli analisti del Financial Times, centra invece l’importanza “storica” di quella sentenza e, a cascata, pone interrogativi pesanti sul contesto in cui avviene e avverrà lo scontro di classe nei prossimi tempi.

Perché se non si sa dove risieda “il potere”, politicamente si è condannati a fare a cappellate con i passeri...

Buona lettura.

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Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa verso la disintegrazione.

Il 75° anniversario della sconfitta della Germania nazista è stato l’8 maggio. Il 70° anniversario della dichiarazione Schuman, che ha lanciato l’integrazione europea del dopoguerra, è stato il 9 maggio. Pochi giorni prima di entrambe le date, la Corte costituzionale tedesca ha lanciato un missile legale nel cuore dell’UE.

Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’UE.

Il tribunale si è pronunciato contro il programma di acquisto del settore pubblico della BCE, avviato nel 2015. Non ha sostenuto che la BCE si fosse impropriamente impegnata nel finanziamento monetario, ma piuttosto che non aveva applicato un’analisi di “proporzionalità”, nel valutare l’impatto delle sue politiche , su una serie di preoccupazioni conservatrici: “debito pubblico, risparmi personali, regimi pensionistici, prezzi degli immobili e mantenimento a galla di società economicamente non vitali“.

Le politiche monetarie sono necessariamente politiche economiche. Ma le politiche della BCE, compresi gli acquisti di attività, sono giustificate dal fatto che non riusciva – e non sta – raggiungendo il suo “obiettivo primario” previsto dal trattato, che è la “stabilità dei prezzi“, definita come inflazione “bassa, ma vicina al 2 per cento nel medio termine”. Il trattato UE afferma che altre considerazioni sono secondarie.

Il tribunale ha inoltre decretato che “gli organi costituzionali e gli organi amministrativi tedeschi“, compresa la Bundesbank, non possono partecipare ad atti ultra vires (quelli al di fuori dell’autorità legale). Pertanto, la Bundesbank non può continuare a partecipare ai programmi di acquisto di attività della BCE fino a quando la BCE non abbia condotto una “valutazione della proporzionalità” soddisfacente per il tribunale.

Tuttavia, il trattato UE afferma che “né la BCE, né una banca centrale nazionale... deve cercare o prendere istruzioni... da qualsiasi governo di uno stato membro o da qualsiasi altro ente.”

Le istruzioni del tribunale mettono la Bundesbank in un conflitto tra leggi.

Il tribunale sta inoltre aggredendo il diritto della BCE di prendere le proprie decisioni politiche in modo indipendente. La Germania si era duramente battuta per affermare l’indipendenza della banca centrale all’interno dell’Unione monetaria.

Ora, la sua corte costituzionale ha decretato che, a meno che la BCE non soddisfi i giudici sull’aver tenuto pienamente conto di un elenco altamente politico di effetti collaterali delle politiche monetarie, gli acquisti di attività sono inammissibili.

I tribunali di altri paesi membri poterebbero ritenere opportuno decretare che le loro banche centrali nazionali non possono partecipare alle politiche che non amano. Molto presto, la BCE potrebbe essere tagliata a pezzi e annullata.

Soprattutto, il tribunale tedesco ha decretato che si può ignorare una precedente sentenza della Corte di giustizia europea, a favore della BCE, poiché la prima “supera il suo mandato giudiziario... laddove un’interpretazione dei trattati non è comprensibile e deve quindi essere considerata arbitraria da una prospettiva oggettiva.”

Questo è un atto di secessione giuridica.

L’UE è un sistema giuridico integrato, o non è niente. Si basa sull’accettazione da parte di tutti gli Stati membri della sua autorità nelle aree di propria competenza. In un comunicato stampa dopo la sentenza della Corte costituzionale, la Corte di giustizia europea ha giustamente risposto che “solo la Corte di giustizia europea... è competente a giudicare se un atto di un’istituzione dell’UE è contrario al diritto dell’UE. Le divergenze tra i tribunali degli Stati membri in merito alla validità di tali atti potrebbero effettivamente mettere in pericolo l’unità dell’ordinamento giuridico dell’UE e pregiudicare la certezza del diritto“.

Immaginiamo se i tribunali di ogni Stato membro fossero in grado di decidere che le sentenze della CGE fossero “arbitrarie da una prospettiva obiettiva“.

Quali sono le implicazioni?

Se alla fine il tribunale tedesco dovesse accertare che la BCE abbia valutato adeguatamente l’impatto economico dei suoi acquisti, il PSPP potrebbe continuare. Ma il tribunale ha ridotto la futura flessibilità della BCE limitando le sue disponibilità ad acquistare debito di qualsiasi paese membro in misura superiore al 33% del totale e insistendo sul fatto che gli acquisti di attività siano assegnati in base alle quote possedute dagli Stati membri nella BCE.

In assenza di altri programmi di sostegno della zona euro, le possibilità di inadempienza aumenteranno. In effetti, gli spread sui titoli di Stato italiani sono debitamente aumentati dopo l’annuncio della Corte. Alla fine potrebbe derivarne una crisi, con effetti devastanti; forse persino una rottura della zona euro.

Altri potrebbero seguire la Germania nel respingere la giurisdizione della CGE e dell’UE. Ungheria e Polonia sono candidati ovvi. Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione.

Cosa si può fare? La BCE non può essere responsabile dinanzi a un giudice nazionale. Ma la Bundesbank potrebbe fornire alla Corte l’analisi della proporzionalità. Forse sarebbe sufficiente, anche se sì tratterebbe di un brutto precedente.

Oppure, la decisione potrebbe essere ignorata. Se un tribunale tedesco può ignorare la Corte di giustizia europea, forse la Bundesbank può ignorare quel tribunale. In alternativa, la BCE potrebbe semplicemente abbandonare gli sforzi per salvare la zona euro e accettare qualunque risultato emerga.

L’UE potrebbe avviare una procedura di infrazione contro la Germania. Ma il suo obiettivo diretto sarebbe il governo tedesco, che è intrappolato tra gli organi dell’UE da un lato e il tribunale dall’altro. Non potrebbe cambiare la sentenza.

Più radicalmente, l’UE potrebbe agire per creare il necessario grado di solidarietà fiscale. Ma gli ostacoli a questo scenario sono grandi. Un nuovo trattato sembra fuori discussione nel clima odierno di intensa sfiducia reciproca.

Infine, la Germania potrebbe separarsi decisamente dalla zona euro. Tuttavia, prima di prendere una decisione del genere, si spera che anche a lei sarà richiesto di fare un’analisi completa di cosa dovrebbe essere considerato “proporzionato”.

Un punto è chiaro: la Corte costituzionale ha decretato che anche la Germania può riprendere il controllo della sovranità monetaria. Di conseguenza ha creato una crisi forse insolubile.

Fonte

05/05/2020

Il diktat della Germania alla UE: “austerità o rottura”

La Corte Costituzionale tedesca ha seppellito definitivamente i recovery bond ed ogni forma di gestione della crisi economica che allarghi le maglie dei trattati liberisti che governano la UE.

Con una sua sentenza, la massima corte tedesca ha messo sotto accusa la politica della BCE decisa da Mario Draghi, cioè l’acquisto illimitato – tramite soldi forniti alle banche, si ricordi – dei titoli del debito dei paesi più in crisi.

La BCE ha tre mesi di tempo per spiegare alla corte tedesca le ragioni della propria scelta che i giudici considerano al di fuori dei limiti istituzionali della banca, accusandola di aver fatto una politica economica che non le compete.

Poi se la BCE non cambierà, la Bundesbank dovrà sottrarsi alle decisioni della Banca Centrale Europea, insomma non metterci più i soldi. Insomma una bomba ad orologeria ed un ricatto su tutto il sistema UE, che la stampa italiana sta stupidamente minimizzando come faceva col coronavirus.

Prima di affrontare le conseguenze economiche e sociali della sentenza, è importante coglierne la dimensione politica ed istituzionale. Nel 2012 il parlamento italiano, centrodestra e centrosinistra uniti, con voto unanime in prima battuta – e, in seconda votazione, con il dissenso parziale, tardivo e sostanzialmente finto di Lega e Di Pietro – votò la modifica della Costituzione, accogliendo dentro di essa il vincolo europeo ed in particolare il Fiscal Compact, con il vincolo al pareggio di bilancio imposto nella riscrittura dell’articolo 81.

Insomma non solo l’Italia ha accolto nella propria Costituzione quei vincoli di austerità che contraddicono alla radice i principi sociali della sua prima parte, ma ha accettato la supremazia dei trattati europei sul proprio sistema democratico.

La Germania ha invece fatto l’esatto contrario. I vincoli europei sono stati accolti dal sistema tedesco solo e fino a che non ne contraddicano i principi. Così la Germania ha mantenuto e usato la propria sovranità costituzionale, mentre l’Italia vi ha rinunciato.

Non solo la differente potenza economica dei suoi stati, ma le stesse regole ineguali hanno fatto della UE un sistema squilibrato, dove la Germania ha potuto conservare e accrescere le sue terapie intensive, mentre l’Italia le ha tagliate.

Sia chiaro non ha sbagliato la Germania, hanno sbagliato l’Italia e tutta la UE ad accettare un sistema di regole dove un solo parlamento nazionale resta sovrano, quello tedesco. Il padronato e i ricchi italiani hanno trovato perfetto per loro un sistema nel quale la posizione subalterna del paese favoriva la crescita dei profitti privati ai danni del lavoro e del sistema pubblico, ma ora con la crisi economica spaventosa in arrivo i nodi vengono al pettine.

Il capitalismo tedesco non può permettersi di aiutare davvero l’Italia, altrimenti i lavoratori di quel paese, i cui diritti sono stati comunque compressi, chiederebbero il conto. Ma come ci avete chiesto collaborazione e rinunce, ed ora date i soldi agli italiani?

È la domanda che un lavoratore olandese fa al primo ministro Rutte, fedele satellite della Germania. La borghesia tedesca non può fare il passo di una vera solidarietà europea, altrimenti vedrebbe messo in crisi il proprio potere nel proprio paese.

Le conseguenze economiche di questo stallo sono già evidenti. Non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la BCE dovrà lasciar salire lo spread dei titoli del debito pubblico italiano. La Germania ha detto basta alle chiacchiere: o l’Italia e gli altri paesi in difficoltà accettano l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES o nulla.

Si aprirà quindi una nuova crisi “europeista” nel nostro paese, messo di fronte alla scelta tra l’obbedienza al vincolo europeo seguendo la via della Grecia, oppure la ricerca di altre vie.

Confindustria ha già scelto e ha chiesto di abolire i contratti nazionali, con il tacito consenso dei finti sovranisti di destra e del liberisti di tutti i partiti. Il bivio è reale: o si accetta un nuovo giro di vite del sistema ineguale, pagato integralmente dalle classi lavoratrici e popolari, oppure si mette in discussione quel sistema.

Bisogna ripristinare la sovranità dei principi costituzionali ed applicarla nelle scelte economiche e sociali, rompendo con il vincolo europeo. Come oggi fa la Germania ma per ragioni e scopi esattamente opposti a quelli dei conservatori e sovranisti tedeschi che comandano la UE.

Al diktat tedesco, austerità o rottura, bisogna per forza rispondere: meglio la rottura.

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17/12/2019

I cigni neri fanno cambiare idea pure a Weidmann

Allora. Sappiamo tutti che il presidente della Bundesbank – l’equivalente tedesca della Banca d’Italia – è il più feroce critico di qualsiasi politica monetaria “espansiva”, tipo quella praticata da Mario Draghi nel corso della sua presidenza, e soprattutto un teorico dello “zero debito” (naturalmente pubblico) come obbiettivo per un’economia solida.

È il famoso “pareggio di bilancio” che un Parlamento di imbecilli, senza competenze economiche e sotto il ricatto della Commissione Europea, ha addirittura introdotto nell’art. 81 della Costituzione. Pareggio di bilancio significa zero debito/Pil nel lungo periodo, ossia liberare una notevole quantità di risorse finanziarie che abbandonano l’investimento in titoli di Stato a basso rischio e quindi necessariamente dovranno essere investite in titoli privati.

Teoria brillante, “virtuosa”, con cui ci sfracellano i lcervello da oltre venti anni dalle colonne di qualsisia media mainstream. Ma che ha un piccolo difetto genetico: non funziona. O meglio, funziona – piuttosto male – solo in un sistema chiuso pesantemente asimmetrico. In cui qualcuno riesce a raggiungere lo zero debito, e magari anche dei lunghi periodo di surplus debito/Pil, ma condannando qualcun altro a stare costantemente in deficit.

Insomma, la situazione che da molti anni vive l’Eurozona, in cui lo schwarz null è stato raggiunto soltanto dalla Germania, affiancata a volte dall’Olanda, dalla Finlandia e quasi nessun altro. Mentre tutti gli altri Paesi, a cominciare ovviamente da Italia, Grecia, Spagna (ma anche Francia...) non riescono mai ad avvicinare questo obbiettivo e finiscono – ogni anno – nel disegnare leggi di stabilità che prevedono nuovo deficit battagliando disperatamente con la Commissione Europea, prodiga di bacchettate ed istruzioni su come e cosa tagliare, nella spesa pubblica.

La Germania, da questa situazione ci ha guadagnato molto. Persino la politica monetaria della Bce, tanto criticata in pubblico, ha comportato vantaggi straordinari per Berlino. Tipo 55 miliardi l’anno in meno di spesa per gli interessi sul debito pubblico, che anzi da qualche tempo è addirittura in positivo (chi compra Bund tedeschi ci rimette qualcosa, invece di guadagnarci; ma lo fa convinto che almeno non rischia di perdere di più puntando su altro).

Ma il paradiso prepara l’inferno. Zero debito può essere nonostante tutto una buona cosa quando l’economia “tira” da sola (quasi mai...), ma è una follia quando va in crisi o ristagna, magari per oltre un decennio (è la realtà di questo inizio millennio).

Se n’è accorto ora – soltanto ora! – persino il terribile Jens Weidmann, beccato dal Financial Times (testata insospettabile di nutrire ansie “socialiste”) a ipotizzare un ruolo positivo per la spesa in deficit, mettendo così fine al “feticcio dello zero nero”. Parole sue...

Di più. “Non c’è nulla da dire contro l’uso della libertà di bilancio a breve termine per rafforzare le condizioni di base per la crescita attraverso gli investimenti o per alleviare l’onere per i cittadini, ha affermato il capo della Bundesbank, evidentemente dimentico di esser stato sempre lui a trovarci qualcosa di sbagliato.

Naturalmente non si passa in una notte da austero censore a spenditore senza freni e quindi Weidmann indica anche gli obbiettivi per cui varrebbe la pena di allargare (finalmente) un po’ i cordoni della borsa. “Si tratta di buone reti di trasporto, ma anche di un’infrastruttura digitale efficiente e di un approvvigionamento energetico rispettoso del clima”, ha affermato. “Qui sono necessari investimenti sia pubblici che privati. Vi è certamente anche la necessità di una spesa maggiore per l’istruzione”.

Non è detto esplicitamente, ma nella sua testa questa “libertà di spendere” dovrebbe esser limitata a quei paesi che avevano raggiunto da qualche tempo il debito zero, mentre gli altri dovrebbero continuare a svenarsi – e salassare i propri cittadini – per arrivare a quel punto.

Non lo dice apertamente perché diventerebbe troppo chiaro che equivarrebbe ad affermare che la Germania può modernizzare le proprie infrastrutture e il sistema dell’istruzione mentre gli altri no. E sarebbe la conseguenza logica diretta di investimenti infrastrutturali in un solo paese (non esistendo al momento, a causa soprattutto della contrarietà tedesca, una politica europea degli investimenti con fondi comunitari e rischi condivisi).

A medio termine, una eventuale maggior spesa tedesca potrebbe avere un qualche effetto positivo anche sulle economie continentali soffocate da crisi e austerità, ma sempre nella logica asimmetrica incardinata nei trattati europei. E dunque aumentando la distanza tra i paesi, invece che riducendola.

Ma la vera domanda che fin qui nessuno ha fatto a Weidmann è: ma quanto è grave la crisi dell’industria tedesca per costringere Cerbero a rinunciare al pilastro della sua politica?

Rispondiamo intanto noi, citando i dati ufficiali resi noti qualche giorno fa. La produzione industriale tedesca è crollata, a dicembre, del 5,3% su base annua; un valore che non si vedeva dal 2009, cioè dalla grande crisi finanziaria seguita al crack globale di Lehman Brothers (e tante altre società).


Lo stesso sito Scenarieconomici.it – altra testata piuttosto lontana dal socialismo utopista – cerca di dare una spiegazione logica di questo drammatico arretramento: “Si tratta di una situazione molto preoccupante che sembra preparare la strada ad un ultimo trimestre 2019 negativo dal punto di vista del PIL. Il fatto che calino in modo così forte la produzione dei beni capitali al netto dell’auto è significativa di una contrazione che non colpisce più solo il settore dei mezzi di trasporto, ma che si sta allargando ad altri settori di carattere industriale. La causa può essere sia la crisi internazionale, con il problema della guerra commerciale fra USA e Cina ed i dazi internazionali, a cui si sommano le forti tensioni politiche e commerciali con la Turchia, altro paesi con forti legami con Berlino”.

Ma anche lì il dubbio cresce col passare del tempo: “Però non scartiamo a priori anche il caso in cui ci sia una crisi di sistema industriale, che la Germania abbia puntato troppo su settori maturi, come il chimico tradizionale ed il meccanico. Oppure la crisi di un sistema economico che si è basato solo sull’export e sulla depressione dei consumi?”

La seconda che hai detto (in aggiunta alla prima, ovviamente), come nel karma di Quelo... Una crisi di cui Weidmann conosce molti più dettagli di quanto noi potremmo mai avere a disposizione. E che gli fa fare una giravolta di 180 gradi sulle sue convinzioni più profonde, ma con molta lentezza.

Allacciate le cinture. Il 2020 sarà un anno turbolento. E c’è persino chi scommette (soldi veri, non opinioni) – il fondo di investimento Bridgewater, tra i grandi avvoltoi della finanza internazionale – che già a marzo avremo una crisi globale. Magari sarà dopo, magari un po’ prima, magari un po’ meno drammatica di così...

Ma i cigni neri si vanno alzando in volo...

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30/07/2019

Clamoroso: la Germania ha fatto default, ma non è successo niente

Da oltre vent’anni a questa parte, il dibattito politico è costretto a muoversi negli angusti spazi del pareggio di bilancio: qualsiasi opzione politica deve confrontarsi con il paradigma della scarsità delle risorse che, secondo i paladini dell’austerità, caratterizzerebbe il funzionamento di un’economia sana. Ci viene spiegato ogni giorno che quel paradigma non ce lo impone l’Europa, con i suoi vincoli al deficit e al debito pubblico, ma deriva dalla razionalità dei mercati: se ti indebiti troppo perdi la credibilità dei mercati e nessuno è più disposto a finanziare il tuo debito pubblico. È lo spettro del default, agitato in ogni discussione politica per tenere a bada le istanze di progresso sociale: non possiamo aumentare le pensioni, non possiamo costruire nuovi ospedali, non possiamo garantire la piena occupazione perché non ci sono i soldi, e se non tieni i conti in ordine ti ritrovi – questa la minaccia ricorrente – in bancarotta. L’incubo degli statisti di ogni colore politico sarebbe dunque quello di scatenare l’ira dei mercati, e cioè di ritrovarsi senza più nessuno disposto a prestare i soldi allo Stato. L’austerità, in questa narrazione, è la medicina amara ma necessaria: tagliare diritti, salari e stato sociale non piace a nessuno, ma dobbiamo farlo per evitare un baratro di nome default.

Nel disinteresse generale, pochi giorni fa (esattamente, il 10 luglio 2019) si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo terrorismo sul debito pubblico. Ironia della sorte, lo spettro del default – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: in un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di bund (così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun default può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.

Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali del giugno scorso ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.

L’asta di bund decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato default? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.

La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del default. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda. Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.

Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di bund. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.

Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene esplicitamente in Giappone e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.

Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del rischio default dei paesi della periferia europea, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.

Cosa ci insegna questa storia del mancato default tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del default, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.

Quello del default non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun default, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla al servizio della piena occupazione e del progresso sociale.

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19/09/2016

Weidmann blinda l’Unione Europea com’è

Se il presidente della Bundesbank – la banca centrale tedesca – convoca di domenica, per dare un'intervista, gli inviati di quattro grandi quotidiani europei (La Stampa, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e Le Monde) c'è una svolta politica alle porte. E vuole comunicarne le direttrici fondamentali.

Scorrendo le risposte, però, non si trova quasi nulla che possa essere definito “nuovo”. Alcune frasi potevano esser dette otto anni fa – dopo l'inizio della più grave congiuntura di crisi della storia capitalistica – e ci si trova a pensare che Jens Weidmann non sia, per questo motivo, quel gran genio dell'economia che dovrebbe essere per sedere su quella poltrona.

Dire, solo per fare un esempio, che “Una politica di austerity ambiziosa c’è stata soltanto in pochissimi Paesi. La Francia o la Spagna oltrepassano già da anni, con la loro politica di bilancio, i requisiti del patto di stabilità. In Italia il deficit è sceso negli ultimi tempi solo perché il Paese ha dovuto pagare meno interessi sul debito. I tassi più bassi hanno contribuito anche al pareggio di bilancio in Germania” sembra una risata in faccia a tutti quei paesi – a cominciare dalla Grecia per arrivare infine a Italia e Francia – che hanno pagato prezzi durissimi a una linea di politica economica che si è rivelata materialmente suicida.

Di tutto quello che questi paesi hanno fatto, crocifiggendo le rispettive popolazioni, Weidmann salva soltanto la precarizzazione del lavoro e la concentrazione del potere politico in poche mani e per sempre: “Il Jobs Act, così come l’Italicum hanno un approccio corretto”.

Rispondere, di fronte alla domanda “Roma ha già annunciato di voler correggere al ribasso le stime di crescita. Bisogna proseguire con l’austerity?” con una battuta da avanspettacolo come “La domanda è semmai: c’è stata davvero una politica di austerity in Italia?” comporterebbe – come contrappasso – l'esibizione del fine dicitore davanti a un uditorio popolare nostrano, particolarmente salace e dalle mani pronte al lancio.

Insistere nel ripetere che «Una moneta comune stabile ha molti vantaggi per i cittadini e le imprese» equivale al voler provocare moti di piazza anche in popolazioni di solito intente ad altre occupazioni.

E infine, mentire spudoratamente sulla “sovranità di bilancio” che sarebbe – purtroppo, secondo lui – ancora nelle mani dei governi nazionali significa voler nascondere la brutale realtà dei fatti, come dovranno verificare ancora una volta, a novembre, tutti i governi dell'Unione Europea; quando verranno presentate le leggi di bilancio (non a caso chiamate ora “di stabilità”) perché vengano vagliate e all'occorrenza corrette brutalmente dai funzionari di Bruxelles.

Resta il fatto certo che Weidmann non è affatto cretino. Dunque non resta che accettare l'alternativa: rappresenta interessi. Interessi che hanno determinato la situazione attuale, che intendono continuare a ridisegnare le catene del valore e della produzione nel Vecchio Continente, oltre che le mappe del potere finanziario (“le banche devono verificare i loro modelli di business e ridurre i costi. Le uscite dal mercato non devono essere un tabù”. Traduzione: debbono esser lasciate fallire, se non sono tedesche, ovvio…).

Ci si chiedeva, in questi mesi post Brexit, in piena tensione con vari paesi sulla politica dei migranti, ecc, se l'Unione Europea avrebbe provato – almeno provato – a cambiare qualcosa nella sua catastrofica politica. Weidmann si è fatto subito avanti per dire un secco “neanche per sogno, per noi le cose vanno bene così; anzi saremo ancora più duri”.

Ottimi motivi, insomma, per sbrigarsi ad andare in direzione opposta.

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“L’Italia ha già abusato della flessibilità. E non ha tagliato il debito pubblico”

ALESSANDRO ALVIANI – LA STAMPA

BERLINO

Dodicesimo piano della sede della Bundesbank a Francoforte. Jens Weidmann riceve La Stampa, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e Le Monde per un colloquio di un’ora e mezza in cui si sofferma a lungo sulle decisioni della Bce e sulla Brexit, ma anche sull’Italia e l’austerity.

Il governo italiano spera in una maggiore flessibilità, che alla fine tornerebbe utile anche ad altri Paesi.
«Il patto di stabilità e crescita non è affatto rigido. Contiene numerose eccezioni, non solo in caso di oneri imprevisti. Tale flessibilità è già stata stravolta e abusata, la funzione disciplinante del patto sui bilanci pubblici ne ha risentito notevolmente. Finanze statali solide sono però importanti per la sostenibilità futura dei singoli Paesi e per la stabilità dell’unione monetaria. Un fuoco di paglia congiunturale finanziato col debito non rimuoverebbe la debolezza strutturale della crescita in Italia. Quello di cui c’è bisogno è che il governo italiano applichi e porti avanti le riforme strutturali che ha già iniziato. Il Jobs Act, così come l’Italicum hanno un approccio corretto».

Roma ha già annunciato di voler correggere al ribasso le stime di crescita. Bisogna proseguire con l’austerity?
La domanda è semmai: c’è stata davvero una politica di austerity in Italia? Visto l’elevato debito pubblico il consolidamento di bilancio rappresenta un compito prioritario – anche per evitare che sorgano dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico.

In Europa molti cittadini chiedono la fine dell’austerità.
Unapolitica di austerity ambiziosa c’è stata soltanto in pochissimi Paesi. La Francia o la Spagna oltrepassano già da anni, con la loro politica di bilancio, i requisiti del patto di stabilità. In Italia il deficit è sceso negli ultimi tempi solo perché il Paese ha dovuto pagare meno interessi sul debito. I tassi più bassi hanno contribuito anche al pareggio di bilancio in Germania.

Quando, se non adesso, i governi europei dovrebbero spendere?
In Europa abbiamo troppi debiti, non troppo pochi. E i bassi tassi di interesse continuano a fiaccare la disciplina di bilancio. Le montagne di debiti possono diventare un problema al più tardi nel momento in cui i tassi di interesse riprendono a crescere, perché a quel punto potrebbero essere non più sostenibili.

Molti chiedono al governo tedesco di investire di più – per l’Europa.
L’idea che la Germania possa dare una spinta alla congiuntura europea attraverso un programma di investimenti pubblici è ingenua. Da una parte gli effetti di ricaduta economica sugli altri Paesi sono troppo bassi. Dall’altra per una crescita sostenibile sono determinanti le condizioni locali – intendo non solo strade e ponti, ma anche un’amministrazione ben funzionante, una giustizia efficiente e un elevato livello d’istuzione».

Crede sia possibile un accordo a livello europeo per consentire agli Stati membri di ristrutturare il proprio settore bancario, eventualmente anche tramite il ricorso ai fondi dell’Esm, affinché i problemi della scarsa redditività e dei crediti deteriorati possano essere finalmente risolti?
«Affrontare con decisione in Italia il problema dei crediti deteriorati rappresenta un’importante premessa affinché il sistema bancario possa adempiere senza limitazioni alla sua funzione economica, in quanto i crediti deteriorati rappresentano un ostacolo alla crescita. Ciò però non deve portare a distorcere laconcorrenza o far sì che proprietari e creditori possano sottrarsi alle loro responsabilità a danno dei contribuenti. Per questo devono essere rispettate le norme europee sugli aiuti di Stato e le disposizioni del Brrd (la direttiva sulla gestione delle crisi, ndr.). E, come ovunque in Europa, le banche devono verificare i loro modelli di business e ridurre i costi. Le uscite dal mercato non devono essere un tabù».

La Bce immetterà sui mercati 80 miliardi di euro al mese fino a marzo 2017. Il programma di acquisto dei titoli andrebbe esteso, visto che l’inflazione resta bassa?
«Nella sua ultima riunione il consiglio della Bce ha discusso le nuove previsioni. Dal momento che quelle sull’inflazione sono cambiate in modo solo impercettibile non ha visto – a ragione – nessun motivo per rilanciare sul fronte della politica monetaria».

A marzo la Bce dovrebbe interrompere del tutto il programma e alzare in breve tempo i tassi di interesse o Lei preferirebbe una fase d’uscita più lunga?
«La decisione presa prevede che il programma di acquisto dei titoli duri almeno fino al marzo del 2017. Quello che succederà dopo lo discuteremo e decideremo nel consiglio della Bce sulla base dei dati di cui disporremo in quel momento. Non dobbiamo però ignorare i rischi di una politica monetaria ultraespansiva, che diventano tanto più grandi quanto più dura la fase dei bassi tassi di interesse. I tassi non devono in nessun caso restare così bassi più a lungo di quanto sia necessario per la stabilità dei prezzi. I possibili problemi di singoli istituti finanziari o bilanci statali non devono impedirci di normalizzare la politica monetaria non appena necessario».

A volte pensa a come ci si sentirebbe a essere presidente della Bce?
«Nel consiglio della Bce pensiamo tutti insieme, indipendentemente che si tratti del presidente della Bundesbank o della Bce, a come gestire la politica monetaria europea».

Vorrebbe succedere a Draghi?
«Sono il presidente della Bundesbank – e lo faccio molto volentieri. Inoltre considero fuori luogo discutere della successione a Mario Draghi a metà del suo mandato».

Quanto è dannoso il protrarsi delle trattative per la Brexit?
«È indubbio che l’incertezza relativa al momento e alle modalità del divorzio pesino sull’economia. Per questo bisognerebbe far chiarezza quanto prima. Al tempo stesso l’uscita di un Paese dalla Ue è qualcosa che avviene per la prima volta e comporta negoziati complessi che devono svolgersi, nell’interesse di tutti, in modo equo. La Ue non dovrebbe stabilire una punizione esemplare né può esserci un precedente per il quale un Paese seleziona le parti a lui più vantaggiose».

La Brexit non ha provocato finora nessuna catastrofe.
«Finora la Gran Bretagna non ha presentato la richiesta di uscita. Dalle reazioni finora moderate al voto non bisogna concludere che l’uscita resterebbe senza conseguenze negative. Dal punto di vista economico la Gran Bretagna è legata in modo molto stretto alla Ue e alla Germania. Se si rende più difficile l’accesso reciproco ai rispettivi mercati si frena la crescita soprattutto in Gran Bretagna».

Londra potrà conservare i diritti di passporting se lascierà la Ue?
«I diritti di passporting (gli accordi che permettono di svolgere un’attività economica in tutti i paesi comunitari senza il bisogno di ottenere permessi specifici per ogni nazione, ndr) sono legati al mercato interno e vengono automaticamente meno se la Gran Bretagna non dovesse restare quanto meno nello spazio economico europeo. Ciò influenzerebbe di sicuro in modo decisivo anche il futuro della City».

Non ci sono alternative all’euro oppure nel peggiore dei casi bisogna concludere questo esperimento?
«Una moneta comune stabile ha molti vantaggi per i cittadini e le imprese. Per questo mi impegno affinché l’unione monetaria sia un’unione della stabilità, così come la politica ha promesso ai cittadini. Speculazioni su ipotetici scenari estremi non ci portano da nessuna parte».

Mario Draghi chiede l’unione politica.
«Ancor prima della nascita dell’unione monetaria Helmut Kohl disse che bisognava completarla con l’unione politica. Ciò presupporrebbe la cessione di diritti di sovranità all’Europa da parte degli Stati, in particolare il diritto fondamentale del Parlamento: la sovranità di bilancio. In questo momento non vedo però la disponibilità a compiere questo passo. Al contrario, ultimamente è stato posto semmai l’accento sui margini d’azione nazionali. I governi e i parlamenti non vogliono intromissioni da Bruxelles. Lo dimostra anche il modo in cui sono affrontate le regole europee di bilancio, che vengono messe sempre più in discussione».

Fonte

24/01/2015

Le imprese temono ormai più Weidmann che Tsipras

Fa sempre impressione vedere gente sicuramente molto intelligente e con grandi competenze comportarsi da ottuso. In chi li osserva fanno sorgere il dubbio amletico “c'è o ci fa?”. Nel caso del presidente di Bundesbank, Jens Weidmann, il dilemma viene declinato in modo differente, ma con lo stesso significato: dice le stupidaggini che dice perché è abbagliato dall'ideologia neoliberista che predica austerità anche mentre stai morendo di fame oppure difende interessi (nazionali, finanziari, multinazionali) che non si riesce a vedere bene?

Noi propendiamo decisamente per la seconda ipotesi, avrete notato. L'ideologia va bene per distillare frasi da ammannire a giornalisti di bocca buona, ma un governatore di banca centrale – della più potente d'Europa, peraltro – non può crederci sul serio.

Identificare gli interessi, inoltre, non è poi così difficile. L'austerità imposta ai partner europeri e in parte minore anche alla popolazione tedesca ha grandemente favorito lo stato e le imprese nazionali. Sul primo fronte, infatti, consente da anni a Berlino di finanziare il proprio debito pubblico a costo zero o addirittura guadagnandoci sopra (i tassi di interesse pagati sui Bund, anche prima di detrarre l'inflazione, sono per molti titoli negativi). Sul fronte imprenditoriale, lo strangolamento della concorrenza continentale ha spinto decisamente verso la subordinazione di buona parte della produzione industriale dell'”Europa a 28” alle filiere che fanno capo a imprese tedesche. Poi ci sarebbe da calcolare tutto il vantaggio così maturato per il sistema bancario di Berlino, e in generale per la non piccola quota di capitale multinazionale che tramite i varchi tedeschi si è aggirato per l'Europa.

Che Weidmann abbia deciso, a 24 ore dalla decisione della Bce di impugnare il bazooka, di “raffreddare gli entusiasmi” esternando i propri “timori” sulle possibili conseguenze indesiderate della manovra espansiva di Francoforte (“non vorrei che ci fosse una minore pressione sui governi di Italia e Francia perché facciano le riforme”), è apparso a molti una provocazione intollerabile. Ma come?! Hai votato anche tu per il quantitative easing, dopo aver ottenuto che la “condivisione del rischio” fosse ridotta ad appena il 20% della manovra proposta da Draghi (in realtà soltanto l'8%), e il giorno dopo te ne esci così?! Roba da convincere anche i sordi sul fatto che di “unione” non si potrà mai davvero parlare, con gravi ricadute depressive sulla “fiducia” che state cercando di insufflare...

Di certo non è andata giù a Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, quindi il più consapevole di tutti che a rischiare saranno fondamentalmente le banche centrali dei paesi già a rischio. Banalmente. Se la “condivisione” collettiva è rimasta assai bassa, la maggior parte (l'80%) viene scaricata su quel groppone lì. E quindi si è messo a spiegare a tutti i presenti al Forum di Davos – la platea di quelli che fanno e disfano “i mercati” – che "La minore incertezza che deriverà dal Qe porrà le basi per rendere meno costosa la realizzazione delle riforme, attualmente frenate dalle condizioni cicliche avverse". L'esatto opposto del teorema di Weidmann.

Impossibile, per tecnico di alto livello come lui, non ammettere che avrebbe preferito "una piena condivisione dei rischi, coerentemente con l'obiettivo di ridurre ulteriormente la frammentazione finanziaria dell'area. La rilevanza della questione della condivisione dei rischi è comunque ridotta dalle scelte compiute sulla notevole ampiezza della manovra e sulla sua immediata attuazione". Ma in ogni caso "non bisogna dimenticare che l'operazione è open-ended", di durata imprecisata, finché "l'inflazione non sarà in linea con l'obiettivo".

Pone quasi incidentalmente il nodo politico vero: "Tutti sanno che alla fine dovremo condividere i rischi, perché siamo un'Unione Europea e dobbiamo avere fiducia, dobbiamo costruire questa fiducia. Il problema è che non siamo ancora un'unione fiscale". Anatema, per le orecchie tedesche...

Quanto alle “riforme da fare”, Visco non poteva che tagliare corto, ponendo anche qui un altro problema politico gigantesco in forma molto soft: in Italia le riforme "stanno andando avanti e noi lo consideriamo positivamente", ma "il problema in Italia è quello di attuarle e su quello il governo sarà giudicato". Non ha spiegato “da chi”, e non è un aspetto secondario. Di sicuro non si riferiva alla popolazione di questo paese, che un proprio giudizio molto negativo se lo sta facendo; non resta dunque che guardare ai “mercati”, che saranno certamente molto più impietosi se valuteranno “deludenti” o “poco coraggiose” le riforme strutturali che pretendono.

Poi c'è il solito caos di interpretazioni sui dettagli del quantitative easing della Bce, con Zingales – economista-opinionista tra i più prolifici – che toppa clamorosamente sulla possibilità di acquisto dei titoli di stato italiani (secondo la sua versione non verrebbero comprati se il rating scende ulteriormente) e si becca la smentita in diretta da parte di Visco. Per ricordarvi: non fidatevi di quel che scrivono sui giornali certi “esperti”...

Alla fine, quando cala la polvere, si fanno scoperte sorprendenti. Addirittura si vede il quotidiano di Confindustria tifare per la vittoria di Tsipras:
Dopo sei anni di crisi che non passa, con l’Eurozona stremata da una crescita al lumicino regolarmente ridimensionata dalla varie previsioni internazionali, da una disoccupazione che investe 26 milioni di persone eguagliando la somma della popolazione di Belgio e Olanda, dalla deflazione con la caduta media dei prezzi dello 0,2% in dicembre per la prima volta dal 2009, dall’euroscetticismo che avanza dovunque minando la tenuta dei partiti tradizionali e la stabilità dei Governi.

Dopo questa lunga prova provata che la politica fin qui seguita ha abbattuto il deficit medio (2,3%) ma non il debito (95%) penalizzando comunque seriamente lo sviluppo, non è affatto escluso che proprio dalle imminenti elezioni ad Atene arrivi lo shock politico capace di imprimere una sterzata costruttiva alla governance europea, oggi in mezzo al guado.
Tutto vero, per carità, specie se si guarda ai dati prodotti da cinque anni di applicazione dei diktat provenienti da Bce, Fmi, Unione Europea e in specifico da Berlino:
La troika ne ha applicato le direttive diventando l’incubo dell’Eurozona, il moloch anti-democratico da combattere e distruggere. I dati dicono che in 5 anni la Grecia ha perso il 25% del Pil, ha visto salire i disoccupati al 25%, i giovani al 55% insieme alla fuga massiccia di cervelli (150.000 persone). Però il debito, che doveva scendere, è schizzato dal 125 a quasi il 180%. «Nemmeno dopo la guerra avevamo vissuto una simile recessione» denuncia Dimitrios Papadimoulis, sinistra radicale, vicepresidente dell’Europarlamento.

Per questo di fatto è l’Europa il grande elettore di Syriza, l’Europa che ha sconfitto l’attuale Governo di centro-destra negandogli le concessioni che presto sarà costretto a fare al suo successore. Il partito di Alexis Tsipras, in testa ai sondaggi promettendo la fine dell’austerità e il rinegoziato sul debito, è il figlio naturale di questi errori molto più che la creatura riuscita di un abile populista.
Il giro è completo: la forza delle cose (economiche) conduce il giornale delle imprese a sperare che sia “il sovversivo” a realizzare il miracolo che a loro proprio non è riuscito: mettere la governance europea davanti al fallimento di una politica che produce l'opposto di quel che promette. Altro che eterogenesi dei fini...

Paradossalmente, infatti, la minaccia più consistente per l'edificio unitario ha preso le sembianze del conservatorismo di destra, con forti venature fasciste, nazionaliste, xenofobe. E l'unico modo di conservare l'edificio – questo il senso dell'argomentazione di Adriana Cerretelli – è di cambiare politica sull'onda del quantitative easing, permettendo quella “flessibilità sui bilanci nazionali” che i trattati (a cominciare dal Fiscal Compact, ormai teoricamente in vigore) vietano esplicitamente.

Si fa insomma strada un “riformismo padronale” che cerca di avvantaggiarsi delle possibili vittorie del “riformismo popolare” (Syriza, Podemos) per ridurre la pressione del “conservatorismo stupido” alimentato – per somma contraddizione – proprio da quei “guardiani dell'ortodossia” neoliberista che siedono nei centri di comando continentali.

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