Washington, abbiamo un problema... molto serio e tutto interno agli Stati Uniti.
Il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Donald Trump è stato di fatto una dichiarazione di guerra interna rivolta genericamente contro il «deep state», ovvero l’insieme di agenzie, strutture amministrative di vario livello, media, militari, servizi segreti, ecc., che avrebbero collaborato con una “potenza straniera” per far perdere a Trump le elezioni presidenziali del 2020, vinte poi da Biden.
La potenza straniera sarebbe la Cina, e già questo può aprire un conflitto diplomatico parecchio complicato, visto che Pechino è pubblicamente impegnata nel sostegno allo sforzo pakistano e qatariota di portare avanti una trattativa che ponga fine alla guerra contro l’Iran.
Ma è il «fronte interno» quello su cui il tycoon spara le bordate più devastanti, tali da compromettere in modo serio la tenuta dei poteri su cui si regge la potenza statunitense. Il filo conduttore del discorso è in definitiva quasi lineare: la Cina avrebbe interferito nelle elezioni del 2020 e le agenzie di intelligence statunitensi hanno insabbiato la vicenda.
Come «prova» ha detto di avere documenti da cui risulta che “nell’arco di diversi anni, a partire dal ciclo elettorale del 2020, Pechino ha portato avanti quello che si ritiene essere la più grande compromissione di dati elettorali della storia, con il risultato che la Cina ha acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori statunitensi”.
Già qui c’è una discrepanza seria con la realtà, visto che nel 2020 c’erano solo 213,8 milioni di elettori registrati, di cui 209,0 milioni attivi (attualmente sono cresciuti fino a 234,5 milioni, di cui 211,1 milioni attivi).
Peggio ancora. Tra i documenti pubblicati giovedì sera sul sito della Casa Bianca c’è un rapporto dei servizi interni di inizio 2020 che affermava la difficoltà di manipolare l’esito di un’elezione.
“Valutiamo che i sistemi che tabulano, trasmettono o visualizzano i risultati elettorali siano vulnerabili a sfruttamenti localizzati, ma sarebbero difficili da manipolare su scala abbastanza ampia da alterare l’esito elettorale”.
Ma a Trump non gliene può fregare di meno. Se la realtà e i documenti non corrispondono alla sua tesi, vuol dire che qualcuno ha provato ad ingannarlo. E questo qualcuno sarebbe addirittura l’FBI.
“L’intelligence grezza ottenuta dall’FBI nel 2020, ma insabbiata da burocrati fuori controllo, affermava che le attività della Cina includevano persino un tentativo di fabbricare schede elettorali illegali per Joe Biden”, ha detto.
“I documenti mostrano che durante questo periodo, decine di rapporti significativi della CIA e della NSA sul targeting elettorale della Cina sono stati esclusi dal briefing presidenziale. Questi erano briefing che ricevevo quasi ogni giorno”.
“È stato escluso tutto ciò che era importante. Un’email tra analisti dell’intelligence ammetteva di aver deliberatamente ‘rimaneggiato’ il briefing quotidiano presidenziale per nascondere informazioni riguardanti le attività cinesi legate alle elezioni”.
“Un altro funzionario all’interno dell’FBI ha scritto che stava gestendo quello che ha definito un ‘governo ombra’ per impedire che le informazioni sull’interferenza cinese nelle elezioni diventassero pubbliche”.
Roba da condanna a morte o all’ergastolo, se solo ci fosse una prova minima...
Ma secondo una valutazione del National Intelligence Council del marzo 2021, le diverse comunità spionistiche statunitensi avevano concluso con “alta fiducia” che Pechino non aveva tentato di influenzare l’esito delle elezioni, perché riteneva che né una vittoria di Trump né una di Biden fosse sufficientemente vantaggiosa da giustificare i rischi di essere scoperti a interferire.
Lo scopo politico immediato di questo megagalattico delirio complottistico è, esplicitamente, far approvare il «SAVE America act» in discussione al Congresso, che implica una revisione completa dei sistemi elettorali e di registrazione degli elettori americani. In base a questa legge, infatti, verrebbe drasticamente mutata la base elettorale escludendo tutta una serie di figure che peraltro coincidono o confinano con quelle perseguite militarmente dall’ICE nelle strade d’America.
“Il Congresso deve approvare il SAVE America Act – quanto è facile farlo, a meno che non vogliate imbrogliare”, ha detto infatti il POTUS. “L’unica ragione per non farlo è che volete imbrogliare perché le vostre politiche sono così pessime e i vostri candidati così patetici che non potete farla franca o essere eletti in altro modo”.
È un obbiettivo simile ma assai più radicale a quello dello «stabilicum» meloniano appena approvato dalla Camera in Italia, perché non riguarda la legge elettorale, ma addirittura chi ha diritto a votare – e quindi determinare in infinitesima misura quale dovrà essere la guida politica degli Usa (decisive sono invece le centinaia di milioni di dollari messi a disposizione dai vari fondi tipo Aipac e simili...) – escludendo le categorie «sospettate» di preferire i «democratici» rispetto ai repubblicani.
Ma anche per il sistema dei media saranno tempi bui. Nella sua intemerata contro chiunque lo ostacoli, Trump ha anticipato che dovrebbero essere revocate le licenze di trasmissione – ossia far chiudere d’autorità, da un giorno all’altro – alle emittenti televisive che non hanno trasmesso in diretta il suo discorso in prima serata. Stiamo parlando di colossi come CNN, ABC e NBC, non di una radio “di movimento”.
Chiaro che dopo questo discorso la credibilità stessa delle procedure democratiche statunitensi è distrutta dall’interno. Così come quella delle agenzie di intelligence che permettono agli Usa di controllare la vita nazionale e la maggior parte delle relazioni internazionali, mantenendo quell’«egemonia» sul mondo che appare non da ora in profonda crisi.
Solo che risulta veramente difficile capire come si possa pretendere di «governare il mondo» mentre si destabilizzano gli strumenti – di intelligence, sia civile che militare – con cui fin qui lo si è fatto. Anche «manipolando le elezioni» altrui, come accaduto nelle scorse settimane in Colombia, dove il risultato è stato determinato da un milioni di voti... provenienti dagli Stati Uniti.
Washington, abbiamo un problema. Potenzialmente esplosivo...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026
Trump evoca il “complotto” e accusa l’intelligence di lavorare per la Cina
28/09/2023
La disperazione spinge la competizione a destra
La “classe politica” italiana, lo diciamo spesso, è la peggiore dell’Occidente neoliberista. Eppure riesce a peggiorare ogni giorno che passa.
Prendiamo lo “notizia” del giorno: “Stanno cercando di destabilizzare il governo attraverso il finanziamento delle ong per riempirci di clandestini e far scendere il consenso del centrodestra in Italia“.
Parola del vicesegretario della Lega Andrea Crippa, in evidente missione di avanscoperta per conto di Matteo Salvini.
“Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai social-democratici“.
È “evidente che” il governo tedesco “non vuole che in Italia governi il Centrodestra“, fanno “di tutto per mettere in difficoltà il governo italiano nella speranza di farlo cadere“.
Di fronte a questo delirio si possono utilizzare diversi piani di analisi, che quasi sempre derivano da diversi obiettivi politici (con una inversione evidente tra analisi oggettiva e azione politica).
L’area “democratica” si scandalizza e basta, convoca linguisti e storici per dimostrare quella che purtroppo non è più conoscenza sociale diffusa (dover spiegare che la Germania nazista non ci ha “invasi” perché già era qui, visto che era l’alleato del fascismo “nostrano”, è quasi imbarazzante). Tutto per sostanziare una opposizione evanescente e quasi invisibile su tutti i temi sociali, in vista delle epocali “elezioni europee” del prossimo giugno.
L’area ex missina, ora alla guida del governo e perciò costretta a tenere suo malgrado un “profilo istituzionale” compatibile con gli equilibri con il resto dell’Unione Europea – a consolidata ‘trazione franco-tedesca’ – gioca a sua volta la carta della “responsabilità”, mantenendo toni diplomaticamente accettabili per sostenere grosso modo la stessa narrazione.
L’argomento polemico con la Germania è infatti identico: il finanziamento statale di Berlino alla ong Sos Humanity, registrata per l’appunto in quel paese, che è tra i soggetti che si dedicano al salvataggio in mare, nel Mediterraneo.
Il che è certamente una sgrammaticatura pesante (una ong è un'”organizzazione non governativa” se riceve finanziamenti solo da soggetti privati), che oltretutto espone gli attivisti di quella ong nel mondo a ritorsioni di ogni genere, visto che la loro “terzietà” è smentita dai fondi governativi del paese d’origine.
Sia i leghisti più imbufaliti che i fascisti “ripuliti” stigmatizzano però questo sostegno in tutt’altro modo. I meloniani sostenendo che questo “aumenta le partenze e le tragedie in mare”, secondo la narrazione per cui i migranti sarebbero informatissimi – nel loro paese di provenienza – sul grado di ostilità del governo italiano in carica e sull’efficienza dei salvataggi in mare garantiti dalle ong (oltre che dalla guardia costiera e dai pescherecci...).
La smentita fornita dalla realtà è solare: da quando esiste questo governo, il più duro contro l’immigrazione, al punto da costringere le navi umanitarie a sbarcare i naufraghi in porti del centro nord, lontanissimi dal teatro più drammatico (il Canale di Sicilia); il governo che rifiuta i soccorsi diretti come a Cutro; il governo che risponde programmando altri lager in cui rinchiudere i naufraghi in attesa dell’espulsione... Beh, da quando esiste questo governo ferocissimo gli arrivi via mare sono quasi triplicati.
Persone normalmente razionali si chiederebbe dove hanno sbagliato (nell’interpretazione e nella gestione del fenomeno). Leghisti e fascisti cercano invece un nemico. Che, ahiloro, questa volta non è per nulla “debole”, come la Germania.
C’è un evidente disperazione, dietro questo incremento suicida della conflittualità con paesi-partner che determinano le politiche europee. Specie se fatte mentre bisogna sottoporre al vaglio della Commissione una “legge di stabilità” complicata, farraginosa, in deficit, e un PNRR che riduce seppur di poco gli obiettivi per l’impossibilità/incapacità di realizzarli.
È una disperazione non solo della miserabile classe politica che ci ritroviamo, ma anche e soprattutto della “base sociale” che rappresenta: la piccola e media borghesia, ormai vaso di coccio in una tempesta economica che va montando anche grazie alle scelte “manualistiche” della Bce.
Ma nella disperazione questa base sociale slitta progressivamente verso scelte sempre più irrazionali, improvvisate, mitologiche, muscolari. Insomma: reazionarie.
La complicazione è però data dalla “competizione a destra”, visto che due dei tre partiti della maggioranza – inutile considerare anche la microscopica pattuglia di Lupi... – condividono e si spartiscono i consensi sull’identica piattaforma “valoriale”.
Per chi è abituato al progressivo slittamento a destra anche del sedicente “centrosinistra” si può quasi prevedere il momento in cui qualcuno proporrà di stringere accordi o convogliare voti verso la Meloni pur di “fermare la Lega e Salvini”. La madre degli imbecilli, com’è noto...
Sta di fatto, comunque, che il percorso verso le elezioni europee sarà parecchio tempestoso, soprattutto a causa di questa competizione tra fascistoidi. Con Salvini che prova a costruire il “fronte” di ultradestra con Le Pen e i nazionalisti tedeschi dell’AfD, mentre Giorgia Meloni si “democristianizza” per navigare meglio tra gli scogli di Bruxelles.
Queste elezioni europee perciò rischiano di diventare moderatamente importanti, non perché il Parlamento europeo conti qualcosa (non è dotato del potere legislativo, unico al mondo, ma può solo non approvare alcune delle decisioni della Commissione), ma per il “segno” che verrà impresso ad una Unione Europea sotto stress tra crisi economica, guerra in Ucraina, incertezze sull’orientamento dell’”alleato americano” (a sua volta in piena campagna elettorale tra due anziani tromboni), crisi climatica e demografica.
Ma tutta unita nel tutelare gli interessi prioritari delle grandi imprese multinazionali e nel comprimere le condizioni di vita dei ceti popolari.
Fonte
Prendiamo lo “notizia” del giorno: “Stanno cercando di destabilizzare il governo attraverso il finanziamento delle ong per riempirci di clandestini e far scendere il consenso del centrodestra in Italia“.
Parola del vicesegretario della Lega Andrea Crippa, in evidente missione di avanscoperta per conto di Matteo Salvini.
“Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai social-democratici“.
È “evidente che” il governo tedesco “non vuole che in Italia governi il Centrodestra“, fanno “di tutto per mettere in difficoltà il governo italiano nella speranza di farlo cadere“.
Di fronte a questo delirio si possono utilizzare diversi piani di analisi, che quasi sempre derivano da diversi obiettivi politici (con una inversione evidente tra analisi oggettiva e azione politica).
L’area “democratica” si scandalizza e basta, convoca linguisti e storici per dimostrare quella che purtroppo non è più conoscenza sociale diffusa (dover spiegare che la Germania nazista non ci ha “invasi” perché già era qui, visto che era l’alleato del fascismo “nostrano”, è quasi imbarazzante). Tutto per sostanziare una opposizione evanescente e quasi invisibile su tutti i temi sociali, in vista delle epocali “elezioni europee” del prossimo giugno.
L’area ex missina, ora alla guida del governo e perciò costretta a tenere suo malgrado un “profilo istituzionale” compatibile con gli equilibri con il resto dell’Unione Europea – a consolidata ‘trazione franco-tedesca’ – gioca a sua volta la carta della “responsabilità”, mantenendo toni diplomaticamente accettabili per sostenere grosso modo la stessa narrazione.
L’argomento polemico con la Germania è infatti identico: il finanziamento statale di Berlino alla ong Sos Humanity, registrata per l’appunto in quel paese, che è tra i soggetti che si dedicano al salvataggio in mare, nel Mediterraneo.
Il che è certamente una sgrammaticatura pesante (una ong è un'”organizzazione non governativa” se riceve finanziamenti solo da soggetti privati), che oltretutto espone gli attivisti di quella ong nel mondo a ritorsioni di ogni genere, visto che la loro “terzietà” è smentita dai fondi governativi del paese d’origine.
Sia i leghisti più imbufaliti che i fascisti “ripuliti” stigmatizzano però questo sostegno in tutt’altro modo. I meloniani sostenendo che questo “aumenta le partenze e le tragedie in mare”, secondo la narrazione per cui i migranti sarebbero informatissimi – nel loro paese di provenienza – sul grado di ostilità del governo italiano in carica e sull’efficienza dei salvataggi in mare garantiti dalle ong (oltre che dalla guardia costiera e dai pescherecci...).
La smentita fornita dalla realtà è solare: da quando esiste questo governo, il più duro contro l’immigrazione, al punto da costringere le navi umanitarie a sbarcare i naufraghi in porti del centro nord, lontanissimi dal teatro più drammatico (il Canale di Sicilia); il governo che rifiuta i soccorsi diretti come a Cutro; il governo che risponde programmando altri lager in cui rinchiudere i naufraghi in attesa dell’espulsione... Beh, da quando esiste questo governo ferocissimo gli arrivi via mare sono quasi triplicati.
Persone normalmente razionali si chiederebbe dove hanno sbagliato (nell’interpretazione e nella gestione del fenomeno). Leghisti e fascisti cercano invece un nemico. Che, ahiloro, questa volta non è per nulla “debole”, come la Germania.
C’è un evidente disperazione, dietro questo incremento suicida della conflittualità con paesi-partner che determinano le politiche europee. Specie se fatte mentre bisogna sottoporre al vaglio della Commissione una “legge di stabilità” complicata, farraginosa, in deficit, e un PNRR che riduce seppur di poco gli obiettivi per l’impossibilità/incapacità di realizzarli.
È una disperazione non solo della miserabile classe politica che ci ritroviamo, ma anche e soprattutto della “base sociale” che rappresenta: la piccola e media borghesia, ormai vaso di coccio in una tempesta economica che va montando anche grazie alle scelte “manualistiche” della Bce.
Ma nella disperazione questa base sociale slitta progressivamente verso scelte sempre più irrazionali, improvvisate, mitologiche, muscolari. Insomma: reazionarie.
La complicazione è però data dalla “competizione a destra”, visto che due dei tre partiti della maggioranza – inutile considerare anche la microscopica pattuglia di Lupi... – condividono e si spartiscono i consensi sull’identica piattaforma “valoriale”.
Per chi è abituato al progressivo slittamento a destra anche del sedicente “centrosinistra” si può quasi prevedere il momento in cui qualcuno proporrà di stringere accordi o convogliare voti verso la Meloni pur di “fermare la Lega e Salvini”. La madre degli imbecilli, com’è noto...
Sta di fatto, comunque, che il percorso verso le elezioni europee sarà parecchio tempestoso, soprattutto a causa di questa competizione tra fascistoidi. Con Salvini che prova a costruire il “fronte” di ultradestra con Le Pen e i nazionalisti tedeschi dell’AfD, mentre Giorgia Meloni si “democristianizza” per navigare meglio tra gli scogli di Bruxelles.
Queste elezioni europee perciò rischiano di diventare moderatamente importanti, non perché il Parlamento europeo conti qualcosa (non è dotato del potere legislativo, unico al mondo, ma può solo non approvare alcune delle decisioni della Commissione), ma per il “segno” che verrà impresso ad una Unione Europea sotto stress tra crisi economica, guerra in Ucraina, incertezze sull’orientamento dell’”alleato americano” (a sua volta in piena campagna elettorale tra due anziani tromboni), crisi climatica e demografica.
Ma tutta unita nel tutelare gli interessi prioritari delle grandi imprese multinazionali e nel comprimere le condizioni di vita dei ceti popolari.
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06/06/2023
Istituzioni
Sta dimostrando tutta la sua gravità la sottovalutazione (persistente) del peso che avrebbe avuto sugli equilibri istituzionali del Paese e sulla qualità (già modesta) della democrazia l’avvento di un governo guidato da una forza politica erede diretta della Repubblica Sociale.
Non si calcola in questo conto l’evidente violazione dell’articolo 11 della Costituzione perché questo articolo è stato messo sotto i tacchi da tanti governi compresi quelli di centro-sinistra di fine ‘900 in particolare.
Si vuol invece accennare in modo particolarmente accorato all’apertura di una stagione di conflitto sul piano istituzionale che, alla fine, potrebbe condurre a un ulteriore restringimento nei termini concreti di esercizio di una democrazia repubblicana nella quale si esercitino i principi di separazione esecutiva, legislativa, giudiziaria con il pieno funzionamento dei relativi organismi di controllo.
Su questo stesso terreno appare inoltre aperto uno scontro con l’Unione Europea: si coglie così l’occasione di rimarcare l’importanza della prossima scadenza elettorale relativa al Parlamento Europeo proprio sul piano del determinarsi di una maggioranza formata dal PPE/Conservatori/Identitari avente l’obiettivo di far coincidere il perimetro UE con quello NATO e di spostare ad Est, verso le “democrature” l’asse strategico di riferimento dell’equilibrio politico del continente (non a caso il recente summit della Comunità si è svolto in Moldova).
Tornando alla situazione interna e riassumendo velocemente, si può affermare che accanto ai due grandi maxi-progetti di revisione costituzionale riguardanti la forma di governo e l’autonomia differenziata si sta attuando l’assalto ai poteri di controllo della Corte dei Conti (di questi giorni la vicenda riguardante il Collegio del controllo concomitante e il PNRR: questione oggetto anche del già citato scontro con la Commissione Europea) e si sta preparando l’attacco alla Corte Costituzionale.
Tra l’autunno e il prossimo anno sono destinati a cambiare 6 giudici e relativi equilibri interni. Al governo serve un organismo “amico” per portare a compimento la riforma costituzionale.
Ricordata l’occupazione “manu militari” della RAI è necessario cercare di far comprendere come in gioco ci sia il passaggio da una democrazia rappresentativa (poggiata su una Costituzione di “identità sociale” molto avanzata) a una forma di governo di tipo plebiscitario (si rinnova in questa sede il richiamo al T.U. 2 settembre 1928, n.1993).
Si discute molto in questi giorni di “egemonia culturale” tra destra e sinistra. Al riguardo del quadro fin qui schematicamente riassunto deve essere ancora ricordato un punto: l’antica egemonia culturale della sinistra non si esercitava soltanto attraverso giornali, saggi, case editrici, teatro, cinema ma anche (verrebbe da aggiungere “soprattutto”) attraverso la funzione pedagogica esercitata dai grandi partiti di massa: funzione pedagogica che si misurava con i temi filosofici, storici, letterari, ma anche nella paziente spiegazione della funzione degli strumenti istituzionali, del loro rispetto e ruolo nella vita pubblica.
Da aggiungere, infine, che è stato completamente abbandonato il tema della legge elettorale dimenticando i diversi profili di incostituzionalità presenti in quella attualmente in vigore: in primis le liste bloccate e la violazione del principio del voto libero e personale che avviene attraverso l’impossibilità di voto disgiunto tra parte uninominale e parte proporzionale.
Fonte
Non si calcola in questo conto l’evidente violazione dell’articolo 11 della Costituzione perché questo articolo è stato messo sotto i tacchi da tanti governi compresi quelli di centro-sinistra di fine ‘900 in particolare.
Si vuol invece accennare in modo particolarmente accorato all’apertura di una stagione di conflitto sul piano istituzionale che, alla fine, potrebbe condurre a un ulteriore restringimento nei termini concreti di esercizio di una democrazia repubblicana nella quale si esercitino i principi di separazione esecutiva, legislativa, giudiziaria con il pieno funzionamento dei relativi organismi di controllo.
Su questo stesso terreno appare inoltre aperto uno scontro con l’Unione Europea: si coglie così l’occasione di rimarcare l’importanza della prossima scadenza elettorale relativa al Parlamento Europeo proprio sul piano del determinarsi di una maggioranza formata dal PPE/Conservatori/Identitari avente l’obiettivo di far coincidere il perimetro UE con quello NATO e di spostare ad Est, verso le “democrature” l’asse strategico di riferimento dell’equilibrio politico del continente (non a caso il recente summit della Comunità si è svolto in Moldova).
Tornando alla situazione interna e riassumendo velocemente, si può affermare che accanto ai due grandi maxi-progetti di revisione costituzionale riguardanti la forma di governo e l’autonomia differenziata si sta attuando l’assalto ai poteri di controllo della Corte dei Conti (di questi giorni la vicenda riguardante il Collegio del controllo concomitante e il PNRR: questione oggetto anche del già citato scontro con la Commissione Europea) e si sta preparando l’attacco alla Corte Costituzionale.
Tra l’autunno e il prossimo anno sono destinati a cambiare 6 giudici e relativi equilibri interni. Al governo serve un organismo “amico” per portare a compimento la riforma costituzionale.
Ricordata l’occupazione “manu militari” della RAI è necessario cercare di far comprendere come in gioco ci sia il passaggio da una democrazia rappresentativa (poggiata su una Costituzione di “identità sociale” molto avanzata) a una forma di governo di tipo plebiscitario (si rinnova in questa sede il richiamo al T.U. 2 settembre 1928, n.1993).
Si discute molto in questi giorni di “egemonia culturale” tra destra e sinistra. Al riguardo del quadro fin qui schematicamente riassunto deve essere ancora ricordato un punto: l’antica egemonia culturale della sinistra non si esercitava soltanto attraverso giornali, saggi, case editrici, teatro, cinema ma anche (verrebbe da aggiungere “soprattutto”) attraverso la funzione pedagogica esercitata dai grandi partiti di massa: funzione pedagogica che si misurava con i temi filosofici, storici, letterari, ma anche nella paziente spiegazione della funzione degli strumenti istituzionali, del loro rispetto e ruolo nella vita pubblica.
Da aggiungere, infine, che è stato completamente abbandonato il tema della legge elettorale dimenticando i diversi profili di incostituzionalità presenti in quella attualmente in vigore: in primis le liste bloccate e la violazione del principio del voto libero e personale che avviene attraverso l’impossibilità di voto disgiunto tra parte uninominale e parte proporzionale.
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21/03/2023
Israele evocata la guerra civile. Sullo sfondo rimane il “politicidio” contro i palestinesi
Tre cose colpiscono su quanto sta avvenendo in Israele:
a) la continuità delle manifestazioni contro il governo di destra di Netanyahu. Possiamo dire che, insieme alla Francia di oggi e l’Iran nei mesi scorsi, Israele è il paese in cui la contestazione dei rispettivi esecutivi appare più lunga nel tempo;
b) L’innalzamento dei toni dello scontro politico interno ad Israele che vede sempre più frequenti evocazioni della guerra civile e attacchi da parte della compagine di governo contro le altre istituzioni israeliane (presidente della repubblica e servizi di sicurezza);
c) la totale assenza nel dibattito politico israeliano della insanabile contraddizione tra “modello democratico” e oppressione coloniale e apartheid contro i palestinesi.
Il figlio di Netanyahu, Yair, in un programma radiofonico, ha paragonato i movimenti e le proteste contro l’esecutivo e la sua riforma della giustizia con quanto avvenuto in Germania negli anni Trenta, accusando i manifestanti di essere come le “camicie brune” tedesche. Il rampollo di Netanyahu però non è nuovo a discorsi incendiari. In dicembre aveva dichiarato che i procuratori che avevano incriminato il padre – sotto processo con vari capi di imputazione tra cui abuso d’ufficio e corruzione – dovessero essere messi a morte.
Ma anche il padre “Bibi” non va tanto per il sottile. Netanyahu ha infatti affermato in una conversazione privata – citata però dal quotidiano Times of Israel – che se ci sarà una guerra civile a causa della riforma giudiziaria imposta dal governo israeliano in carica, sarà colpa del presidente Isaac Herzog.
Quest’ultimo ha avanzato una proposta di mediazione ma giovedì ha avvertito che il Paese sta affrontando un reale pericolo di guerra civile. Il suo piano è stato rapidamente respinto dal governo in quanto ritenuto troppo inclinato verso le posizioni dei critici alla riforma del governo.
Anche sabato intanto, per l’undicesima settimana di fila, decine di migliaia di israeliani – 250mila secondo le stime – sono scesi in piazza contro il governo in numerose località del paese.
Secondo un conteggio della società Crowd Solution citato da Channel 13 News oltre 260.000 persone hanno manifestato in tutto il paese, di cui 175.000 a Tel Aviv, 20.000 ad Haifa, 4.000 a Netanya, 11.500 a Herzliya, 18.000 a Kfar Saba e 6.000 a Beersheba.
Obiettivo dei cortei, convincere l’esecutivo a ritirare la controversa proposta di riforma della giustizia, il cui iter parlamentare procede a tappe spedite. “La prossima settimana il governo israeliano intende approvare la legge sulla dittatura e la coercizione religiosa“, hanno detto sabato gli organizzatori della protesta in una dichiarazione.
Netanyahu, secondo il quotidiano Jerusalem Post, starebbe facendo pressioni sul capo del servizio di sicurezza interno (Shin Bet) Ronen Bar, per intervenire con la repressione per “incitamento alla violenza contro il primo ministro e altri ministri”. Ma ha anche criticato il capo della polizia perché sarebbe troppo morbido contro “gli anarchici” (pure lì?! Ndr) che starebbero bloccando le strade con le loro proteste contro il governo.
I palestinesi guardano alla crisi politica e allo scontro interno ad Israele con un atteggiamento duplice: “Si può apprezzare la necessità di usare strategicamente lo sconvolgimento contro il governo di estrema destra di Netanyahu per smascherare la pretesa fraudolenta di Israele di una vera democrazia, presumibilmente ‘l’unica democrazia in Medio Oriente‘” – scrive il giornale Palestine Chronicle – “Tuttavia, bisogna stare altrettanto attenti a non convalidare le istituzioni intrinsecamente razziste di Israele che sono esistite per decenni prima che Netanyahu arrivasse al potere”.
Il giornalista palestinese Ramzi Baroud ricorda che “Le proteste in Israele hanno ben poco a che fare con l’occupazione israeliana e l’apartheid, e si preoccupano poco dei diritti dei palestinesi. Sono guidati da molti ex leader israeliani, come l’ex primo ministro Ehud Barak, l’ex ministro Tzipi Livni e l’ex primo ministro e leader dell’opposizione, Yair Lapid. Durante il periodo al potere di Naftali Bennett-Yair Lapid, tra giugno 2021 e dicembre 2022, centinaia di palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania (...).
Israele dovrebbe essere sanzionato, non a causa del tentativo di Netanyahu di cooptare la magistratura, ma perché il sistema di apartheid e il regime di occupazione militare costituiscono un completo disprezzo e una totale violazione del diritto internazionale. Che piaccia o no agli israeliani, il diritto internazionale è l’unica legge che conta per una nazione occupata e oppressa”.
Nel nuovo governo israeliano, del resto, abbondano i sostenitori del politicidio verso i palestinesi. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, leader del partito di destra Sionismo Religioso, ha affermato in un discorso durante una visita a Parigi che “i palestinesi non esistono“, sono “un’invenzione di meno di 100 anni fa“. “Non esistono i palestinesi perché non esiste un popolo palestinese“.
Commentando le parole di Smotrich, il premier palestinese Mohammad Shtayyeh ha affermato che: “Le dichiarazioni provocatorie sono coerenti con i primi detti sionisti di ‘una terra senza popolo per un popolo senza terra’“, indicandole come “prove conclusive dell’ideologia sionista estremista e razzista dell’attuale governo israeliano“.
Fonte
a) la continuità delle manifestazioni contro il governo di destra di Netanyahu. Possiamo dire che, insieme alla Francia di oggi e l’Iran nei mesi scorsi, Israele è il paese in cui la contestazione dei rispettivi esecutivi appare più lunga nel tempo;
b) L’innalzamento dei toni dello scontro politico interno ad Israele che vede sempre più frequenti evocazioni della guerra civile e attacchi da parte della compagine di governo contro le altre istituzioni israeliane (presidente della repubblica e servizi di sicurezza);
c) la totale assenza nel dibattito politico israeliano della insanabile contraddizione tra “modello democratico” e oppressione coloniale e apartheid contro i palestinesi.
Il figlio di Netanyahu, Yair, in un programma radiofonico, ha paragonato i movimenti e le proteste contro l’esecutivo e la sua riforma della giustizia con quanto avvenuto in Germania negli anni Trenta, accusando i manifestanti di essere come le “camicie brune” tedesche. Il rampollo di Netanyahu però non è nuovo a discorsi incendiari. In dicembre aveva dichiarato che i procuratori che avevano incriminato il padre – sotto processo con vari capi di imputazione tra cui abuso d’ufficio e corruzione – dovessero essere messi a morte.
Ma anche il padre “Bibi” non va tanto per il sottile. Netanyahu ha infatti affermato in una conversazione privata – citata però dal quotidiano Times of Israel – che se ci sarà una guerra civile a causa della riforma giudiziaria imposta dal governo israeliano in carica, sarà colpa del presidente Isaac Herzog.
Quest’ultimo ha avanzato una proposta di mediazione ma giovedì ha avvertito che il Paese sta affrontando un reale pericolo di guerra civile. Il suo piano è stato rapidamente respinto dal governo in quanto ritenuto troppo inclinato verso le posizioni dei critici alla riforma del governo.
Anche sabato intanto, per l’undicesima settimana di fila, decine di migliaia di israeliani – 250mila secondo le stime – sono scesi in piazza contro il governo in numerose località del paese.
Secondo un conteggio della società Crowd Solution citato da Channel 13 News oltre 260.000 persone hanno manifestato in tutto il paese, di cui 175.000 a Tel Aviv, 20.000 ad Haifa, 4.000 a Netanya, 11.500 a Herzliya, 18.000 a Kfar Saba e 6.000 a Beersheba.
Obiettivo dei cortei, convincere l’esecutivo a ritirare la controversa proposta di riforma della giustizia, il cui iter parlamentare procede a tappe spedite. “La prossima settimana il governo israeliano intende approvare la legge sulla dittatura e la coercizione religiosa“, hanno detto sabato gli organizzatori della protesta in una dichiarazione.
Netanyahu, secondo il quotidiano Jerusalem Post, starebbe facendo pressioni sul capo del servizio di sicurezza interno (Shin Bet) Ronen Bar, per intervenire con la repressione per “incitamento alla violenza contro il primo ministro e altri ministri”. Ma ha anche criticato il capo della polizia perché sarebbe troppo morbido contro “gli anarchici” (pure lì?! Ndr) che starebbero bloccando le strade con le loro proteste contro il governo.
I palestinesi guardano alla crisi politica e allo scontro interno ad Israele con un atteggiamento duplice: “Si può apprezzare la necessità di usare strategicamente lo sconvolgimento contro il governo di estrema destra di Netanyahu per smascherare la pretesa fraudolenta di Israele di una vera democrazia, presumibilmente ‘l’unica democrazia in Medio Oriente‘” – scrive il giornale Palestine Chronicle – “Tuttavia, bisogna stare altrettanto attenti a non convalidare le istituzioni intrinsecamente razziste di Israele che sono esistite per decenni prima che Netanyahu arrivasse al potere”.
Il giornalista palestinese Ramzi Baroud ricorda che “Le proteste in Israele hanno ben poco a che fare con l’occupazione israeliana e l’apartheid, e si preoccupano poco dei diritti dei palestinesi. Sono guidati da molti ex leader israeliani, come l’ex primo ministro Ehud Barak, l’ex ministro Tzipi Livni e l’ex primo ministro e leader dell’opposizione, Yair Lapid. Durante il periodo al potere di Naftali Bennett-Yair Lapid, tra giugno 2021 e dicembre 2022, centinaia di palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania (...).
Israele dovrebbe essere sanzionato, non a causa del tentativo di Netanyahu di cooptare la magistratura, ma perché il sistema di apartheid e il regime di occupazione militare costituiscono un completo disprezzo e una totale violazione del diritto internazionale. Che piaccia o no agli israeliani, il diritto internazionale è l’unica legge che conta per una nazione occupata e oppressa”.
Nel nuovo governo israeliano, del resto, abbondano i sostenitori del politicidio verso i palestinesi. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, leader del partito di destra Sionismo Religioso, ha affermato in un discorso durante una visita a Parigi che “i palestinesi non esistono“, sono “un’invenzione di meno di 100 anni fa“. “Non esistono i palestinesi perché non esiste un popolo palestinese“.
Commentando le parole di Smotrich, il premier palestinese Mohammad Shtayyeh ha affermato che: “Le dichiarazioni provocatorie sono coerenti con i primi detti sionisti di ‘una terra senza popolo per un popolo senza terra’“, indicandole come “prove conclusive dell’ideologia sionista estremista e razzista dell’attuale governo israeliano“.
Fonte
12/02/2023
Israele come gli Usa: timori per una guerra civile
Più di 80.000 manifestanti si sono radunati nelle strade di tutto Israele sabato sera per “denunciare i piani per indebolire la magistratura del paese”, scrive oggi il giornale israeliano Haaretz. I manifestanti chiedono le dimissioni di Netanyahu e in alcuni casi l’intervento dei governi occidentali su quello israeliano per farlo recedere dai suoi propositi.
Gli Stati sorti sul colonialismo d’insediamento, come sono Stati Uniti e Israele, combattono spesso con gli stessi fantasmi interni. Una volta “risolti” i problemi con le popolazioni native (lì i pellerossa, in Israele i palestinesi), le società coloniali vedono crescere la polarizzazione politica in un contesto di violenza fisiologica al modello coloniale.
Negli Usa il problema della liquidazione politica e materiale dei nativi è stato affrontato sanguinosamente nell’Ottocento. Israele invece deve ancora fare i conti con la Resistenza e la volontà di esistenza del popolo palestinese.
Ma sia gli Stati Uniti che Israele hanno visto precipitare vorticosamente le relazioni interne alle loro società, in cui solo piccole minoranze hanno mostrato nel tempo sensibilità sia per la democrazia che per la sorte delle popolazione native soppresse o ancora oppresse dal loro modello coloniale.
Intorno all’ascesa di Trump e nel violento scontro derivato dal rifiuto dei risultati elettorali che lo hanno rimosso dalla casa Bianca, negli Usa si è cominciato a parlare spesso di rischio di guerra civile. Il peggioramento della situazione economica, la polarizzazione politica e sociale e la totale delegittimazione dell’altro schieramento, hanno via via seminato nella società il demone dello scontro civile anche violento.
Da tempo lo stesso processo è in corso anche in Israele, dove la popolazione è stata chiamata alle elezioni ben cinque volte in soli tre anni, e dove oggi ha prevalso il “ritorno di Netanyahu” con un governo formato dalle componenti più estremiste del sionismo. Un pericolo per i palestinesi sicuramente, ma anche per l’idea di Israele come “unica democrazia” in Medio Oriente.
I partiti dei coloni e gli ultrasionisti al governo con Netanayahu non sono dissimili dall’estremismo politico e dal suprematismo conosciuti nel mondo occidentale. Inoltre la visione religiosa del sionismo politico rende questi gruppi niente affatto dissimili dagli jihadisti dell’Isis o di al-Qaida, sono solo di una religione diversa.
Si comprende dunque come il durissimo scontro politico interno in corso in Israele su alcune riforme costituzionali, contenga una carica di contrapposizione violenta che, se scatenata contro i palestinesi, non provoca troppi mal di pancia nella politica e nella società israeliana, ma se indirizzata o evocata contro altri pezzi della medesima società alimenta allarmi fin troppo dichiarati.
“Gli israeliani, come paese unito, hanno sconfitto ogni attacco e minaccia che hanno dovuto affrontare. Ma da qualche parte lungo il percorso, a causa di colpe sia a sinistra che a destra, hanno perso la loro unità contro la minaccia palestinese” scrive emblematicamente Fred Maroun, editorialista del Times of Israel – “Per se stessi e per la pace, devono sconfiggere la minaccia palestinese così come hanno sconfitto le altre, ma possono farlo solo se ritrovano la loro unità”.
Un sondaggio condotto dal Jewish People Policy Institute tra la popolazione israeliana ha rivelato che una percentuale significativa di israeliani teme un deterioramento nella violenza. Un terzo degli intervistati ritiene che esista una possibilità “alta o abbastanza alta” che la battaglia sulle riforme giudiziarie degeneri in violenza e disordini civili di massa.
In modo forse prevedibile, questa paura è più diffusa tra coloro che si oppongono alle riforme costituzionali del governo Netanyahu (44%) piuttosto che tra coloro che le sostengono (27%), probabilmente perché il senso di allarme e paura è più forte nell’opposizione che nei partiti di destra al governo.
Questi preoccupanti risultati possono essere spiegati dal fatto che tra tutti coloro che sono a conoscenza delle riforme in questione, la maggior parte vi si oppone (44%) contro il 41% che le sostiene. Inoltre, più di un terzo degli israeliani (37%) ritiene che il governo non abbia un mandato per varare un pacchetto di riforme di così vasta portata senza un ampio consenso della popolazione.
La pensa così anche una percentuale degli elettori di destra (31%), sebbene una quota simile ritenga invece che il governo abbia una base di legittimità per portare avanti le riforme anche se estremamente controverse e divisive.
Metà dell’opinione pubblica israeliana ritiene che oppositori e fautori delle riforme dovrebbero sedersi e parlare allo scopo di raggiungere punti di accordo. Il 58% dei contrari alle riforme è di questo avviso, ma anche il 43% dei sostenitori delle riforme si dichiara favorevole al dialogo.
Il sondaggio ha anche chiesto chi, secondo gli israeliani, dovrebbe svolgere un ruolo centrale nello sforzo di imporre un compromesso alle due parti che si scontrano sulla “rivoluzione costituzionale”.
Anche qui i risultati sono interessanti: se un terzo degli intervistati ritiene che è la Knesset che dovrebbe e presumibilmente potrebbe farlo, oltre un terzo ritiene che il soggetto più appropriato per guidare lo sforzo sia il presidente d’Israele Isaac Herzog, mentre il 39% ritiene che i più adatti al compito sarebbero esperti accademici e giuristi.
Le cinque tornate elettorali a cui gli israeliani sono stati sottoposti negli ultimi tre anni hanno intensificato e acuito la discordia interna alla società israeliana fino a livelli senza precedenti, se non nello scontro sul processo di pace con i palestinesi che portò all’omicidio di Rabin nel 1995.
Le controriforme giudiziarie promosse dal governo Netanyahu, mirano a cambiare il quadro costituzionale e la struttura di governo del paese – e con essa il carattere stesso dello Stato di Israele – ma vengono portate avanti nel contesto di una società già molto polarizzata.
Il ricorso da parte del governo ai suoi poteri nella massima misura possibile per introdurre cambiamenti così drammatici, in mezzo a profonde controversie, secondo le forze dell’opposizione israeliana mette in pericolo la tenuta e l’esistenza di Israele così come l’abbiamo conosciuta e di come è stata spacciata a livello internazionale.
I risultati del sondaggio del JPPI confermano i risultati di analoghi sondaggi. Secondo una ricerca pubblicata dall’Israel Democracy Institute, il 64% dell’opinione pubblica israeliana “è favorevole al dialogo tra i diversi schieramenti politici riguardo alle modifiche legislative proposte, allo scopo di arrivare a un compromesso”.
Ma da un lato, ci sono i sostenitori del “non si cede di un centimetro contro la riforma giudiziaria”, che appaiono spaventati per le sorti della democrazia in Israele e non sono disposti ad accettare il minimo compromesso.
Dall’altro, c’è un governo eletto di cui alcuni membri sono determinati a dare fondo a tutti i mezzi a loro disposizione pur di attuare le riforme che hanno in mente, e non sono disposti ad ascoltare obiezioni né a tentare di trovare un equilibrio tra le diverse posizioni. E molti temono la spirale negativa e che la violenza travolga il paese.
Di fronte alle proposte di mediazione con Netanyahu avanzate dagli ex primi ministri Gantz e Lapid, oggi all’opposizione, il Jerusalem Post riporta le dichiarazioni di Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu (partito di destra, ma di opposizione a Netanyahu, ndr), secondo cui “Non si può arrivare a nessun compromesso sulla riforma giudiziaria. Se dici che il governo vuole portarci a una dittatura al 100%, quindi che compromesso vuoi: una dittatura al 50%?!”.
Anche la leader dell’indebolito Partito Laburista, Merav Michaeli, ha criticato le proposte di compromesso affermando che: “Non ci sono compromessi sulla democrazia e non ci sono trattative con un imputato. Mi inquietano i messaggi che arrivano da Gantz e Lapid: questo è esattamente ciò a cui si oppongono i nostri manifestanti”.
Ovviamente tali preoccupazioni, al momento, non riguardano neanche lontanamente i rapporti di oppressione coloniale e di apartheid contro la popolazione palestinese, ma anche questo potrebbe essere un errore fatale per Israele.
Fonte
Gli Stati sorti sul colonialismo d’insediamento, come sono Stati Uniti e Israele, combattono spesso con gli stessi fantasmi interni. Una volta “risolti” i problemi con le popolazioni native (lì i pellerossa, in Israele i palestinesi), le società coloniali vedono crescere la polarizzazione politica in un contesto di violenza fisiologica al modello coloniale.
Negli Usa il problema della liquidazione politica e materiale dei nativi è stato affrontato sanguinosamente nell’Ottocento. Israele invece deve ancora fare i conti con la Resistenza e la volontà di esistenza del popolo palestinese.
Ma sia gli Stati Uniti che Israele hanno visto precipitare vorticosamente le relazioni interne alle loro società, in cui solo piccole minoranze hanno mostrato nel tempo sensibilità sia per la democrazia che per la sorte delle popolazione native soppresse o ancora oppresse dal loro modello coloniale.
Intorno all’ascesa di Trump e nel violento scontro derivato dal rifiuto dei risultati elettorali che lo hanno rimosso dalla casa Bianca, negli Usa si è cominciato a parlare spesso di rischio di guerra civile. Il peggioramento della situazione economica, la polarizzazione politica e sociale e la totale delegittimazione dell’altro schieramento, hanno via via seminato nella società il demone dello scontro civile anche violento.
Da tempo lo stesso processo è in corso anche in Israele, dove la popolazione è stata chiamata alle elezioni ben cinque volte in soli tre anni, e dove oggi ha prevalso il “ritorno di Netanyahu” con un governo formato dalle componenti più estremiste del sionismo. Un pericolo per i palestinesi sicuramente, ma anche per l’idea di Israele come “unica democrazia” in Medio Oriente.
I partiti dei coloni e gli ultrasionisti al governo con Netanayahu non sono dissimili dall’estremismo politico e dal suprematismo conosciuti nel mondo occidentale. Inoltre la visione religiosa del sionismo politico rende questi gruppi niente affatto dissimili dagli jihadisti dell’Isis o di al-Qaida, sono solo di una religione diversa.
Si comprende dunque come il durissimo scontro politico interno in corso in Israele su alcune riforme costituzionali, contenga una carica di contrapposizione violenta che, se scatenata contro i palestinesi, non provoca troppi mal di pancia nella politica e nella società israeliana, ma se indirizzata o evocata contro altri pezzi della medesima società alimenta allarmi fin troppo dichiarati.
“Gli israeliani, come paese unito, hanno sconfitto ogni attacco e minaccia che hanno dovuto affrontare. Ma da qualche parte lungo il percorso, a causa di colpe sia a sinistra che a destra, hanno perso la loro unità contro la minaccia palestinese” scrive emblematicamente Fred Maroun, editorialista del Times of Israel – “Per se stessi e per la pace, devono sconfiggere la minaccia palestinese così come hanno sconfitto le altre, ma possono farlo solo se ritrovano la loro unità”.
Un sondaggio condotto dal Jewish People Policy Institute tra la popolazione israeliana ha rivelato che una percentuale significativa di israeliani teme un deterioramento nella violenza. Un terzo degli intervistati ritiene che esista una possibilità “alta o abbastanza alta” che la battaglia sulle riforme giudiziarie degeneri in violenza e disordini civili di massa.
In modo forse prevedibile, questa paura è più diffusa tra coloro che si oppongono alle riforme costituzionali del governo Netanyahu (44%) piuttosto che tra coloro che le sostengono (27%), probabilmente perché il senso di allarme e paura è più forte nell’opposizione che nei partiti di destra al governo.
Questi preoccupanti risultati possono essere spiegati dal fatto che tra tutti coloro che sono a conoscenza delle riforme in questione, la maggior parte vi si oppone (44%) contro il 41% che le sostiene. Inoltre, più di un terzo degli israeliani (37%) ritiene che il governo non abbia un mandato per varare un pacchetto di riforme di così vasta portata senza un ampio consenso della popolazione.
La pensa così anche una percentuale degli elettori di destra (31%), sebbene una quota simile ritenga invece che il governo abbia una base di legittimità per portare avanti le riforme anche se estremamente controverse e divisive.
Metà dell’opinione pubblica israeliana ritiene che oppositori e fautori delle riforme dovrebbero sedersi e parlare allo scopo di raggiungere punti di accordo. Il 58% dei contrari alle riforme è di questo avviso, ma anche il 43% dei sostenitori delle riforme si dichiara favorevole al dialogo.
Il sondaggio ha anche chiesto chi, secondo gli israeliani, dovrebbe svolgere un ruolo centrale nello sforzo di imporre un compromesso alle due parti che si scontrano sulla “rivoluzione costituzionale”.
Anche qui i risultati sono interessanti: se un terzo degli intervistati ritiene che è la Knesset che dovrebbe e presumibilmente potrebbe farlo, oltre un terzo ritiene che il soggetto più appropriato per guidare lo sforzo sia il presidente d’Israele Isaac Herzog, mentre il 39% ritiene che i più adatti al compito sarebbero esperti accademici e giuristi.
Le cinque tornate elettorali a cui gli israeliani sono stati sottoposti negli ultimi tre anni hanno intensificato e acuito la discordia interna alla società israeliana fino a livelli senza precedenti, se non nello scontro sul processo di pace con i palestinesi che portò all’omicidio di Rabin nel 1995.
Le controriforme giudiziarie promosse dal governo Netanyahu, mirano a cambiare il quadro costituzionale e la struttura di governo del paese – e con essa il carattere stesso dello Stato di Israele – ma vengono portate avanti nel contesto di una società già molto polarizzata.
Il ricorso da parte del governo ai suoi poteri nella massima misura possibile per introdurre cambiamenti così drammatici, in mezzo a profonde controversie, secondo le forze dell’opposizione israeliana mette in pericolo la tenuta e l’esistenza di Israele così come l’abbiamo conosciuta e di come è stata spacciata a livello internazionale.
I risultati del sondaggio del JPPI confermano i risultati di analoghi sondaggi. Secondo una ricerca pubblicata dall’Israel Democracy Institute, il 64% dell’opinione pubblica israeliana “è favorevole al dialogo tra i diversi schieramenti politici riguardo alle modifiche legislative proposte, allo scopo di arrivare a un compromesso”.
Ma da un lato, ci sono i sostenitori del “non si cede di un centimetro contro la riforma giudiziaria”, che appaiono spaventati per le sorti della democrazia in Israele e non sono disposti ad accettare il minimo compromesso.
Dall’altro, c’è un governo eletto di cui alcuni membri sono determinati a dare fondo a tutti i mezzi a loro disposizione pur di attuare le riforme che hanno in mente, e non sono disposti ad ascoltare obiezioni né a tentare di trovare un equilibrio tra le diverse posizioni. E molti temono la spirale negativa e che la violenza travolga il paese.
Di fronte alle proposte di mediazione con Netanyahu avanzate dagli ex primi ministri Gantz e Lapid, oggi all’opposizione, il Jerusalem Post riporta le dichiarazioni di Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu (partito di destra, ma di opposizione a Netanyahu, ndr), secondo cui “Non si può arrivare a nessun compromesso sulla riforma giudiziaria. Se dici che il governo vuole portarci a una dittatura al 100%, quindi che compromesso vuoi: una dittatura al 50%?!”.
Anche la leader dell’indebolito Partito Laburista, Merav Michaeli, ha criticato le proposte di compromesso affermando che: “Non ci sono compromessi sulla democrazia e non ci sono trattative con un imputato. Mi inquietano i messaggi che arrivano da Gantz e Lapid: questo è esattamente ciò a cui si oppongono i nostri manifestanti”.
Ovviamente tali preoccupazioni, al momento, non riguardano neanche lontanamente i rapporti di oppressione coloniale e di apartheid contro la popolazione palestinese, ma anche questo potrebbe essere un errore fatale per Israele.
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29/10/2021
Polonia - Scattano le sanzioni per il mancato rispetto dei Trattati europei
Lo scontro tra Unione Europea e Polonia sulla prevalenza dei Trattati europei rispetto alle Costituzioni nazionali è salito di livello.
Dopo le minacce della Von der Leyen, il botta e risposta nel Parlamento e nel Consiglio europeo e la durissima intervista del premier polacco Morawiecki al Financial Times, la Corte europea di Giustizia è entrata a gamba tesa condannando Varsavia a pagare una sanzione di un milione di euro al giorno per non aver sospeso le disposizioni relative alla Camera disciplinare della Corte suprema, un organo che secondo l’Ue limita gravemente l’indipendenza dei magistrati, influenzandone l’operato.
Il rispetto delle misure provvisorie ordinate il 14 luglio 2021, si legge in una nota della Corte di Giustizia europea, “è necessario al fine di evitare un pregiudizio grave e irreparabile all’ordine giuridico dell’Unione europea nonché ai valori sui quali l’Unione è fondata, in particolare quello dello Stato di diritto”.
La sanzione deve essere calcolata a partire dalla data di notifica dell’ordinanza alla Polonia, restando in vigore finché Varsavia non si conformerà agli obblighi o fino alla data di una sentenza definitiva sulla controversia.
La Commissione europea aveva già chiesto le sanzioni il mese scorso, dopo che la Polonia aveva ignorato le richieste della Corte a luglio di sospendere subito il suo sistema di disciplina giudiziaria, ritenuto come un modo per mettere a tacere i giudici che non appoggiano il partito Legge e Giustizia al potere.
Secondo la risoluzione della Corte di Giustizia europea, il meccanismo disciplinare dei giudici “potrebbe essere usato per esercitare un controllo politico sulle decisioni giudiziarie o per esercitare pressioni sui giudici al fine di influenzare le loro decisioni”.
Il premier polacco Mateusz Morawiecki intervenendo al Parlamento Europeo, aveva annunciato che la sezione disciplinare sarebbe stata abolita, ma non aveva dato seguito all’annuncio né ad oggi risulta alcun provvedimento teso ad adempiere alle indicazioni della Corte europea. E il braccio di ferro sembra destinato a proseguire, anche se adesso ogni giorno che passa costa al bilancio statale della Polonia un milione di euro.
L’europarlamentare de La France Insoumise, Manon Aubry, anche votando a favore della risoluzione del Parlamento europeo contro la Polonia, ha inteso però tenere ben separate la difesa della democrazia e dei diritti, minacciati dal governo di destra in Polonia, dalla pretesa dell’Unione Europea di imporre la supremazia dei suoi Trattati sulle stesse Costituzioni nazionali.
A sostegno dell’inviolabilità delle Costituzioni nazionali Manon Aubry ha citato l’esempio della Corte costituzionale tedesca.
Ma oltre al caso tedesco, in questo scontro con la Polonia è difficile non rammentare il documento della banca d’affari JP Morgan contro le Costituzioni nazionali (soprattutto quelle dei paesi Pigs usciti dalle dittature tra il 1945 e il 1979) ritenute troppo “socialiste” e un intralcio alla governabilità liberale e alla competitività liberista.
Quello della Polonia è un caso ancora diverso. Si invoca la prevalenza dei Trattati europei sulla Costituzione in materia di stato di diritto e indipendenza della magistratura. Assistiamo così ad un paradosso con il quale occorrerà fare i conti: nel caso delle Costituzioni come quella italiana, essa è indubbiamente più avanzata, inclusiva e progressista dei Trattati europei.
Nel caso della Polonia, un paese con un dna reazionario conclamato dalla storia, non si può dire altrettanto, anzi.
Quindi torniamo a dire che la contraddizione è stata aperta da un paese sbagliato e su una questione sbagliata ma negare, o peggio ancora sopprimere con le sanzioni o la forza questa contraddizione, restituisce la cifra reazionaria e autoritaria dell’Unione Europea al pari della Polonia. Su questo è bene non avere dubbi.
Fonte
Dopo le minacce della Von der Leyen, il botta e risposta nel Parlamento e nel Consiglio europeo e la durissima intervista del premier polacco Morawiecki al Financial Times, la Corte europea di Giustizia è entrata a gamba tesa condannando Varsavia a pagare una sanzione di un milione di euro al giorno per non aver sospeso le disposizioni relative alla Camera disciplinare della Corte suprema, un organo che secondo l’Ue limita gravemente l’indipendenza dei magistrati, influenzandone l’operato.
Il rispetto delle misure provvisorie ordinate il 14 luglio 2021, si legge in una nota della Corte di Giustizia europea, “è necessario al fine di evitare un pregiudizio grave e irreparabile all’ordine giuridico dell’Unione europea nonché ai valori sui quali l’Unione è fondata, in particolare quello dello Stato di diritto”.
La sanzione deve essere calcolata a partire dalla data di notifica dell’ordinanza alla Polonia, restando in vigore finché Varsavia non si conformerà agli obblighi o fino alla data di una sentenza definitiva sulla controversia.
La Commissione europea aveva già chiesto le sanzioni il mese scorso, dopo che la Polonia aveva ignorato le richieste della Corte a luglio di sospendere subito il suo sistema di disciplina giudiziaria, ritenuto come un modo per mettere a tacere i giudici che non appoggiano il partito Legge e Giustizia al potere.
Secondo la risoluzione della Corte di Giustizia europea, il meccanismo disciplinare dei giudici “potrebbe essere usato per esercitare un controllo politico sulle decisioni giudiziarie o per esercitare pressioni sui giudici al fine di influenzare le loro decisioni”.
Il premier polacco Mateusz Morawiecki intervenendo al Parlamento Europeo, aveva annunciato che la sezione disciplinare sarebbe stata abolita, ma non aveva dato seguito all’annuncio né ad oggi risulta alcun provvedimento teso ad adempiere alle indicazioni della Corte europea. E il braccio di ferro sembra destinato a proseguire, anche se adesso ogni giorno che passa costa al bilancio statale della Polonia un milione di euro.
L’europarlamentare de La France Insoumise, Manon Aubry, anche votando a favore della risoluzione del Parlamento europeo contro la Polonia, ha inteso però tenere ben separate la difesa della democrazia e dei diritti, minacciati dal governo di destra in Polonia, dalla pretesa dell’Unione Europea di imporre la supremazia dei suoi Trattati sulle stesse Costituzioni nazionali.
A sostegno dell’inviolabilità delle Costituzioni nazionali Manon Aubry ha citato l’esempio della Corte costituzionale tedesca.
Ma oltre al caso tedesco, in questo scontro con la Polonia è difficile non rammentare il documento della banca d’affari JP Morgan contro le Costituzioni nazionali (soprattutto quelle dei paesi Pigs usciti dalle dittature tra il 1945 e il 1979) ritenute troppo “socialiste” e un intralcio alla governabilità liberale e alla competitività liberista.
Quello della Polonia è un caso ancora diverso. Si invoca la prevalenza dei Trattati europei sulla Costituzione in materia di stato di diritto e indipendenza della magistratura. Assistiamo così ad un paradosso con il quale occorrerà fare i conti: nel caso delle Costituzioni come quella italiana, essa è indubbiamente più avanzata, inclusiva e progressista dei Trattati europei.
Nel caso della Polonia, un paese con un dna reazionario conclamato dalla storia, non si può dire altrettanto, anzi.
Quindi torniamo a dire che la contraddizione è stata aperta da un paese sbagliato e su una questione sbagliata ma negare, o peggio ancora sopprimere con le sanzioni o la forza questa contraddizione, restituisce la cifra reazionaria e autoritaria dell’Unione Europea al pari della Polonia. Su questo è bene non avere dubbi.
Fonte
06/06/2020
USA - Trump, il Pentagono volta le spalle
Centinaia di migliaia di cittadini in piazza contro il Presidente
Trump e la sua amministrazione sono certamente una novità importante e
non frequente nel quadro politico statunitense. L’ira e lo sdegno di
massa per l’ennesimo assassinio di un afroamericano innocente, George
Floyd, ha riportato l’attenzione sull’agire delle forze dell’ordine
statunitensi, storicamente intrise di razzismo. Il sostegno totale
dell’amministrazione Trump agli assassini di Floyd non stupisce: che la
conventicola nazi-evangelica della Casa Bianca avesse nel razzismo un
suo cemento ideale non era certo un mistero.
Quello che però rende le mobilitazioni di questi giorni una questione decisamente diversa da altre in passato non è solo l’estensione territoriale e i numeri di chi vi partecipa e nemmeno lo scontato quanto strumentale sostegno dei democratici, che ovviamente vedono la possibilità di costruirci un vantaggio elettorale. La vera novità è piuttosto la posizione espressa dai vertici militari degli USA ed espressa pubblicamente dal Segretario alla Difesa, Mark Esper. Un rifiuto rotondo e senz’appello alla richiesta di Trump di utilizzo delle Forze Armate per compiti di ordine pubblico. Non solo perché le manifestazioni esprimono un livello di conflittualità ma non di minaccia alla sicurezza nazionale, ma proprio per l’opzione politica che fa da sfondo alla richiesta presidenziale.
Le parole del Segretario alla Difesa non hanno ricevuto commenti o richieste di dimissioni da parte di Trump, che sa benissimo come non sia nemmeno ipotizzabile che il Segretario alla Difesa abbia reso pubblico il suo profondo dissenso senza essersi consultato con lo Stato Maggiore. L’importanza assoluta delle sue parole è proprio qui. E anche l’ex capo di stato maggiore, Mattis, e numerosi alti ufficiali si sono pronunciati contro il tentativo di Trump – definito "uomo divisivo" – di portare i militari nell’arena di uno scontro che è tutto politico.
La presa di distanza segna un capitolo nuovo negli equilibri interni al deep-state statunitense. È un fatto inoppugnabile che il Pentagono abbia sostenuto Trump sin dall’inizio del suo mandato, erigendosi a difesa del Tycoon che rischiava di soccombere sotto il tiro incrociato di FBI e Congresso. Il posizionamento dei militari è stato determinante per evitare che Trump finisse il mandato senza nemmeno averlo iniziato e proseguisse poi. Se adesso i vertici del Pentagono smentiscono il loro Comandante in Capo, se rendono pubblico il dissenso dal Presidente, se ritengono sia opportuno smarcare i militari dalla Casa Bianca, è perché sono ormai convinti che il Presidente abbia esaurito il suo mandato, tanto politicamente come umanamente. La pessima gestione dell’emergenza sanitaria e l’isteria razzista di questi giorni hanno convinto i militari che ormai Trump non rappresenta più una possibile soluzione ma un ulteriore, grave problema.
La rottura tra Pentagono e Casa Bianca non si limita alla diversa interpretazione costituzionale sull’utilizzo dei militari in funzione interna. Ad approfondire ulteriormente il dissenso politico con Trump, il Segretario alla Difesa ha affermato che l’agente assassino di Floyd e i suoi compari in uniforme dovrebbero essere arrestati, giudicati e condannati, con ciò implicitamente riconoscendo la giustezza di fondo delle proteste ed indicando una risposta politica per cercare una via d’uscita dalla crisi. Che poi questo sarebbe sufficiente a rimandare a casa i manifestanti è tutto da dimostrare, visto che sono molteplici e trasversali le ragioni ed i sentimenti di chi è in piazza.
C’è, naturalmente, la protesta per l’ennesimo assassinio che s’inserisce nella consueta linea di brutalità dai tratti criminali della polizia, che dal 1980 ad oggi ha prodotto 230.000 vittime uccise senza motivo da uomini in uniforme. Altro che i vincoli rigidi nel comportamento poliziesco che ci vengono raccontati dalla falsa narrazione delle serie televisive come eroi solitari nella guerra al crimine. Nella realtà più che eroi sono aguzzini: abusi, violenze gratuite e razzismo sono il pane quotidiano della cronaca dell’ordine pubblico statunitense.
La proteste di questi giorni riguardano, prima e sopra ogni cosa, la battaglia tra razzismo e antirazzismo, ovvero tra il fascismo sociale che pulsa nelle vene USA e la resistenza di ogni minoranza marginalizzata. Nativi, afroamericani e latinos sono infatti i bersagli delle elites di un Paese che sul genocidio dei nativi è nato, sulla segregazione razziale è diventato grande e sullo sfruttamento dei latinos si è arricchito. E Trump, che con tutta la sua famiglia non ha mai nascosto la sua passione per il Ku-Klux-Klan (come si vede nella foto ndr) del razzismo è fiero rappresentante.
Ma alle proteste contro il razzismo e l’uso criminale della forza si aggiunge anche il riflesso di una crisi economica e sociale drammatica, che nel Paese che dispone della maggior quota di ricchezza del pianeta vede la percentuale record di povertà di tutto l’Occidente. È il modello che non funziona più e l’incapacità di fermare la discesa permanente dei livelli di sussistenza di decine di milioni di persone è lo specchio lucido di un sistema concepito per arricchire la minoranza grazie all’impoverimento della maggioranza.
C’è poi anche un capitolo specifico delle proteste che investe il ceto medio americano, quello che disertando le urne (magari anche per non votare l’invotabile Hillary Clinton) ha consentito ad uno dei peggiori americani di farsi presidente. C’è una intolleranza di fondo che non mette in discussione i postulati della dottrina economica e sociale ma che riguarda la persona Trump, uomo al di sotto di ogni minimo standard di decenza. Razzista, omofobo, ignorante, appare come la personificazione della volgarità e del cialtronismo; emerge il suo spirito da speculatore mentre non si riesce a determinare un solo punto di adesione con l’aplomb istituzionale che il ruolo richiederebbe. Le sue smorfie stupide, i suoi concetti strampalati, le bugie ripetute e l’intolleranza verso chiunque gli ponga una domanda, insieme alle sue spaventose gaffe, fanno sì che l’America che non indossa i grembiuli del Ku-Klux-Klan e che non ha come orizzonte ideale la sopraffazione del suo presidente, si vergogna.
Persino nel ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate ha fatto ridere, quando non appena vista la manifestazione fuori dai cancelli della Casa Bianca è scappato come un coniglio nel bunker. In una America che vive del mito degli eroi vincenti contro tutto e tutti, emerge l’immagine del suo Comandante in Capo che ha paura di tutto e tutti. Adesso, vistosi negare l’intervento dei militari, ha fatto erigere a circondare la Casa Bianca un muro “provvisorio” di blocchi di cemento e recinzioni. Non deve essere un genio il suo consulente dì immagine: trasformare il luogo politico più importante del mondo in una sorta di rifugio per conigli non sembra una grande idea, così come la fuga nel bunker non offre proprio un’immagine di leader. Anche perché il bunker della Casa Bianca è destinato alla difesa del Presidente in caso di conflitto nucleare e non di qualche cartello innalzato dai manifestanti.
Fino a poche settimane fa, per alcuni commentatori la corsa di Trump verso il secondo mandato appariva in discesa mentre altri prefiguravano un ben diverso scenario. Ma se i vertici militari hanno stabilito la fine del legame con il Presidente outsider, significa che con l’approfondirsi dei livelli di povertà e disoccupazione e con la gestione imbecille dell’emergenza sanitaria, qualcosa è cambiato. Infatti, nonostante le debolezze dei democratici, la rielezione di Trump non era mai sembrata certa, sebbene i Dem, come sempre, siano corsi in soccorso dei repubblicani annunciando una candidatura centrista e opaca, certamente non in grado di mettere Trump nell’ombra.
Per quanto oggi Biden voglia apparire come feroce oppositore appare impossibile identificarlo con un ripensamento del modello. E gli scandali legati ai rapporti tra suo figlio e il governo fascista ucraino, che secondo l’accusa avrebbero determinato un colossale conflitto d’interessi nell’intervento dell’allora vicepresidente, non l’aiuta.
La sua è una candidatura destinata a sperare nel progressivo distacco dell’elettorato colpito dalla crisi e dai poteri forti intenzionati a scaricare il tycoon, piuttosto che confidare in un voto democratico che non arriverà a coinvolgere giovani e lavoratori colpiti dal modello. Perché quel grigio candidato, politicante da sempre con tutti ma mai leader politico di nessuno, alla fine rappresenta l’establishment e non le vittime dello strapotere dello stesso.
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Quello che però rende le mobilitazioni di questi giorni una questione decisamente diversa da altre in passato non è solo l’estensione territoriale e i numeri di chi vi partecipa e nemmeno lo scontato quanto strumentale sostegno dei democratici, che ovviamente vedono la possibilità di costruirci un vantaggio elettorale. La vera novità è piuttosto la posizione espressa dai vertici militari degli USA ed espressa pubblicamente dal Segretario alla Difesa, Mark Esper. Un rifiuto rotondo e senz’appello alla richiesta di Trump di utilizzo delle Forze Armate per compiti di ordine pubblico. Non solo perché le manifestazioni esprimono un livello di conflittualità ma non di minaccia alla sicurezza nazionale, ma proprio per l’opzione politica che fa da sfondo alla richiesta presidenziale.
Le parole del Segretario alla Difesa non hanno ricevuto commenti o richieste di dimissioni da parte di Trump, che sa benissimo come non sia nemmeno ipotizzabile che il Segretario alla Difesa abbia reso pubblico il suo profondo dissenso senza essersi consultato con lo Stato Maggiore. L’importanza assoluta delle sue parole è proprio qui. E anche l’ex capo di stato maggiore, Mattis, e numerosi alti ufficiali si sono pronunciati contro il tentativo di Trump – definito "uomo divisivo" – di portare i militari nell’arena di uno scontro che è tutto politico.
La presa di distanza segna un capitolo nuovo negli equilibri interni al deep-state statunitense. È un fatto inoppugnabile che il Pentagono abbia sostenuto Trump sin dall’inizio del suo mandato, erigendosi a difesa del Tycoon che rischiava di soccombere sotto il tiro incrociato di FBI e Congresso. Il posizionamento dei militari è stato determinante per evitare che Trump finisse il mandato senza nemmeno averlo iniziato e proseguisse poi. Se adesso i vertici del Pentagono smentiscono il loro Comandante in Capo, se rendono pubblico il dissenso dal Presidente, se ritengono sia opportuno smarcare i militari dalla Casa Bianca, è perché sono ormai convinti che il Presidente abbia esaurito il suo mandato, tanto politicamente come umanamente. La pessima gestione dell’emergenza sanitaria e l’isteria razzista di questi giorni hanno convinto i militari che ormai Trump non rappresenta più una possibile soluzione ma un ulteriore, grave problema.
La rottura tra Pentagono e Casa Bianca non si limita alla diversa interpretazione costituzionale sull’utilizzo dei militari in funzione interna. Ad approfondire ulteriormente il dissenso politico con Trump, il Segretario alla Difesa ha affermato che l’agente assassino di Floyd e i suoi compari in uniforme dovrebbero essere arrestati, giudicati e condannati, con ciò implicitamente riconoscendo la giustezza di fondo delle proteste ed indicando una risposta politica per cercare una via d’uscita dalla crisi. Che poi questo sarebbe sufficiente a rimandare a casa i manifestanti è tutto da dimostrare, visto che sono molteplici e trasversali le ragioni ed i sentimenti di chi è in piazza.
C’è, naturalmente, la protesta per l’ennesimo assassinio che s’inserisce nella consueta linea di brutalità dai tratti criminali della polizia, che dal 1980 ad oggi ha prodotto 230.000 vittime uccise senza motivo da uomini in uniforme. Altro che i vincoli rigidi nel comportamento poliziesco che ci vengono raccontati dalla falsa narrazione delle serie televisive come eroi solitari nella guerra al crimine. Nella realtà più che eroi sono aguzzini: abusi, violenze gratuite e razzismo sono il pane quotidiano della cronaca dell’ordine pubblico statunitense.
La proteste di questi giorni riguardano, prima e sopra ogni cosa, la battaglia tra razzismo e antirazzismo, ovvero tra il fascismo sociale che pulsa nelle vene USA e la resistenza di ogni minoranza marginalizzata. Nativi, afroamericani e latinos sono infatti i bersagli delle elites di un Paese che sul genocidio dei nativi è nato, sulla segregazione razziale è diventato grande e sullo sfruttamento dei latinos si è arricchito. E Trump, che con tutta la sua famiglia non ha mai nascosto la sua passione per il Ku-Klux-Klan (come si vede nella foto ndr) del razzismo è fiero rappresentante.
Ma alle proteste contro il razzismo e l’uso criminale della forza si aggiunge anche il riflesso di una crisi economica e sociale drammatica, che nel Paese che dispone della maggior quota di ricchezza del pianeta vede la percentuale record di povertà di tutto l’Occidente. È il modello che non funziona più e l’incapacità di fermare la discesa permanente dei livelli di sussistenza di decine di milioni di persone è lo specchio lucido di un sistema concepito per arricchire la minoranza grazie all’impoverimento della maggioranza.
C’è poi anche un capitolo specifico delle proteste che investe il ceto medio americano, quello che disertando le urne (magari anche per non votare l’invotabile Hillary Clinton) ha consentito ad uno dei peggiori americani di farsi presidente. C’è una intolleranza di fondo che non mette in discussione i postulati della dottrina economica e sociale ma che riguarda la persona Trump, uomo al di sotto di ogni minimo standard di decenza. Razzista, omofobo, ignorante, appare come la personificazione della volgarità e del cialtronismo; emerge il suo spirito da speculatore mentre non si riesce a determinare un solo punto di adesione con l’aplomb istituzionale che il ruolo richiederebbe. Le sue smorfie stupide, i suoi concetti strampalati, le bugie ripetute e l’intolleranza verso chiunque gli ponga una domanda, insieme alle sue spaventose gaffe, fanno sì che l’America che non indossa i grembiuli del Ku-Klux-Klan e che non ha come orizzonte ideale la sopraffazione del suo presidente, si vergogna.
Persino nel ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate ha fatto ridere, quando non appena vista la manifestazione fuori dai cancelli della Casa Bianca è scappato come un coniglio nel bunker. In una America che vive del mito degli eroi vincenti contro tutto e tutti, emerge l’immagine del suo Comandante in Capo che ha paura di tutto e tutti. Adesso, vistosi negare l’intervento dei militari, ha fatto erigere a circondare la Casa Bianca un muro “provvisorio” di blocchi di cemento e recinzioni. Non deve essere un genio il suo consulente dì immagine: trasformare il luogo politico più importante del mondo in una sorta di rifugio per conigli non sembra una grande idea, così come la fuga nel bunker non offre proprio un’immagine di leader. Anche perché il bunker della Casa Bianca è destinato alla difesa del Presidente in caso di conflitto nucleare e non di qualche cartello innalzato dai manifestanti.
Fino a poche settimane fa, per alcuni commentatori la corsa di Trump verso il secondo mandato appariva in discesa mentre altri prefiguravano un ben diverso scenario. Ma se i vertici militari hanno stabilito la fine del legame con il Presidente outsider, significa che con l’approfondirsi dei livelli di povertà e disoccupazione e con la gestione imbecille dell’emergenza sanitaria, qualcosa è cambiato. Infatti, nonostante le debolezze dei democratici, la rielezione di Trump non era mai sembrata certa, sebbene i Dem, come sempre, siano corsi in soccorso dei repubblicani annunciando una candidatura centrista e opaca, certamente non in grado di mettere Trump nell’ombra.
Per quanto oggi Biden voglia apparire come feroce oppositore appare impossibile identificarlo con un ripensamento del modello. E gli scandali legati ai rapporti tra suo figlio e il governo fascista ucraino, che secondo l’accusa avrebbero determinato un colossale conflitto d’interessi nell’intervento dell’allora vicepresidente, non l’aiuta.
La sua è una candidatura destinata a sperare nel progressivo distacco dell’elettorato colpito dalla crisi e dai poteri forti intenzionati a scaricare il tycoon, piuttosto che confidare in un voto democratico che non arriverà a coinvolgere giovani e lavoratori colpiti dal modello. Perché quel grigio candidato, politicante da sempre con tutti ma mai leader politico di nessuno, alla fine rappresenta l’establishment e non le vittime dello strapotere dello stesso.
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17/05/2020
Con la sentenza sulla Bce, la Corte tedesca rivendica la sovranità monetaria
C’è chi ha preferito minimizzarla, spaventato dal dover solo immaginare le conseguenze. C’è chi l’ha enfatizzata, dando per scontato effetti che invece si dovranno verificare, in tutto o in parte, nel bel mezzo di iniziative miranti a contrastarli.
Sbagliano entrambi, crediamo, ma il primo atteggiamento è semplicemente stupido, come ogni rifiuto della realtà che non si sa come affrontare.
Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Suprema di Karlsruhe ha messo drasticamente in discussione l’indipendenza della Bce rispetto al potere politico e addirittura agli Stati nazionali, piazzando così una carica esplosiva sotto l’intera architettura dell’Unione Europea. La quale, dovrebbe esser noto, si regge sul “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali alla stessa Ue in varie materie, dalle leggi di bilancio alle politiche monetarie.
Ci è sempre sembrato stupido e irrealistico sottovalutare il ruolo, e il peso, delle politiche europee sulle scelte dei governi nazionali, per il semplice fatto che la dimensione politico-economica continentale disegna il perimetro (sempre più stretto) entro cui un governo locale può esercitare le sue “libere scelte”.
È lo stesso procedimento che vincola un’amministrazione comunale alle decisioni del governo nazionale. Può decidere in autonomia di fare molte cose, ma deve rispettare il “vincolo di stabilità” nei propri conti e dunque agire all’interno di un recinto piuttosto chiaro.
Questa dipendenza dal “vincolo esterno” è probabilmente complessa da capire ed esporre in poche semplici parole, ma nemmeno così tanto. In ogni caso, un attivista politico non può ignorarla, pena l’immaginare un “percorso di cambiamento” che si riduce a una marcia sul posto.
È una delle malattie intellettuali gravi che ha distrutto “la sinistra” in questo e in altri Paesi europei...
Questo editoriale di Martin Wolf, il decano e probabilmente il più acuto degli analisti del Financial Times, centra invece l’importanza “storica” di quella sentenza e, a cascata, pone interrogativi pesanti sul contesto in cui avviene e avverrà lo scontro di classe nei prossimi tempi.
Perché se non si sa dove risieda “il potere”, politicamente si è condannati a fare a cappellate con i passeri...
Buona lettura.
Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa verso la disintegrazione.
Il 75° anniversario della sconfitta della Germania nazista è stato l’8 maggio. Il 70° anniversario della dichiarazione Schuman, che ha lanciato l’integrazione europea del dopoguerra, è stato il 9 maggio. Pochi giorni prima di entrambe le date, la Corte costituzionale tedesca ha lanciato un missile legale nel cuore dell’UE.
Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’UE.
Il tribunale si è pronunciato contro il programma di acquisto del settore pubblico della BCE, avviato nel 2015. Non ha sostenuto che la BCE si fosse impropriamente impegnata nel finanziamento monetario, ma piuttosto che non aveva applicato un’analisi di “proporzionalità”, nel valutare l’impatto delle sue politiche , su una serie di preoccupazioni conservatrici: “debito pubblico, risparmi personali, regimi pensionistici, prezzi degli immobili e mantenimento a galla di società economicamente non vitali“.
Le politiche monetarie sono necessariamente politiche economiche. Ma le politiche della BCE, compresi gli acquisti di attività, sono giustificate dal fatto che non riusciva – e non sta – raggiungendo il suo “obiettivo primario” previsto dal trattato, che è la “stabilità dei prezzi“, definita come inflazione “bassa, ma vicina al 2 per cento nel medio termine”. Il trattato UE afferma che altre considerazioni sono secondarie.
Il tribunale ha inoltre decretato che “gli organi costituzionali e gli organi amministrativi tedeschi“, compresa la Bundesbank, non possono partecipare ad atti ultra vires (quelli al di fuori dell’autorità legale). Pertanto, la Bundesbank non può continuare a partecipare ai programmi di acquisto di attività della BCE fino a quando la BCE non abbia condotto una “valutazione della proporzionalità” soddisfacente per il tribunale.
Tuttavia, il trattato UE afferma che “né la BCE, né una banca centrale nazionale... deve cercare o prendere istruzioni... da qualsiasi governo di uno stato membro o da qualsiasi altro ente.”
Le istruzioni del tribunale mettono la Bundesbank in un conflitto tra leggi.
Il tribunale sta inoltre aggredendo il diritto della BCE di prendere le proprie decisioni politiche in modo indipendente. La Germania si era duramente battuta per affermare l’indipendenza della banca centrale all’interno dell’Unione monetaria.
Ora, la sua corte costituzionale ha decretato che, a meno che la BCE non soddisfi i giudici sull’aver tenuto pienamente conto di un elenco altamente politico di effetti collaterali delle politiche monetarie, gli acquisti di attività sono inammissibili.
I tribunali di altri paesi membri poterebbero ritenere opportuno decretare che le loro banche centrali nazionali non possono partecipare alle politiche che non amano. Molto presto, la BCE potrebbe essere tagliata a pezzi e annullata.
Soprattutto, il tribunale tedesco ha decretato che si può ignorare una precedente sentenza della Corte di giustizia europea, a favore della BCE, poiché la prima “supera il suo mandato giudiziario... laddove un’interpretazione dei trattati non è comprensibile e deve quindi essere considerata arbitraria da una prospettiva oggettiva.”
Questo è un atto di secessione giuridica.
L’UE è un sistema giuridico integrato, o non è niente. Si basa sull’accettazione da parte di tutti gli Stati membri della sua autorità nelle aree di propria competenza. In un comunicato stampa dopo la sentenza della Corte costituzionale, la Corte di giustizia europea ha giustamente risposto che “solo la Corte di giustizia europea... è competente a giudicare se un atto di un’istituzione dell’UE è contrario al diritto dell’UE. Le divergenze tra i tribunali degli Stati membri in merito alla validità di tali atti potrebbero effettivamente mettere in pericolo l’unità dell’ordinamento giuridico dell’UE e pregiudicare la certezza del diritto“.
Immaginiamo se i tribunali di ogni Stato membro fossero in grado di decidere che le sentenze della CGE fossero “arbitrarie da una prospettiva obiettiva“.
Quali sono le implicazioni?
Se alla fine il tribunale tedesco dovesse accertare che la BCE abbia valutato adeguatamente l’impatto economico dei suoi acquisti, il PSPP potrebbe continuare. Ma il tribunale ha ridotto la futura flessibilità della BCE limitando le sue disponibilità ad acquistare debito di qualsiasi paese membro in misura superiore al 33% del totale e insistendo sul fatto che gli acquisti di attività siano assegnati in base alle quote possedute dagli Stati membri nella BCE.
In assenza di altri programmi di sostegno della zona euro, le possibilità di inadempienza aumenteranno. In effetti, gli spread sui titoli di Stato italiani sono debitamente aumentati dopo l’annuncio della Corte. Alla fine potrebbe derivarne una crisi, con effetti devastanti; forse persino una rottura della zona euro.
Altri potrebbero seguire la Germania nel respingere la giurisdizione della CGE e dell’UE. Ungheria e Polonia sono candidati ovvi. Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione.
Cosa si può fare? La BCE non può essere responsabile dinanzi a un giudice nazionale. Ma la Bundesbank potrebbe fornire alla Corte l’analisi della proporzionalità. Forse sarebbe sufficiente, anche se sì tratterebbe di un brutto precedente.
Oppure, la decisione potrebbe essere ignorata. Se un tribunale tedesco può ignorare la Corte di giustizia europea, forse la Bundesbank può ignorare quel tribunale. In alternativa, la BCE potrebbe semplicemente abbandonare gli sforzi per salvare la zona euro e accettare qualunque risultato emerga.
L’UE potrebbe avviare una procedura di infrazione contro la Germania. Ma il suo obiettivo diretto sarebbe il governo tedesco, che è intrappolato tra gli organi dell’UE da un lato e il tribunale dall’altro. Non potrebbe cambiare la sentenza.
Più radicalmente, l’UE potrebbe agire per creare il necessario grado di solidarietà fiscale. Ma gli ostacoli a questo scenario sono grandi. Un nuovo trattato sembra fuori discussione nel clima odierno di intensa sfiducia reciproca.
Infine, la Germania potrebbe separarsi decisamente dalla zona euro. Tuttavia, prima di prendere una decisione del genere, si spera che anche a lei sarà richiesto di fare un’analisi completa di cosa dovrebbe essere considerato “proporzionato”.
Un punto è chiaro: la Corte costituzionale ha decretato che anche la Germania può riprendere il controllo della sovranità monetaria. Di conseguenza ha creato una crisi forse insolubile.
Fonte
Sbagliano entrambi, crediamo, ma il primo atteggiamento è semplicemente stupido, come ogni rifiuto della realtà che non si sa come affrontare.
Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Suprema di Karlsruhe ha messo drasticamente in discussione l’indipendenza della Bce rispetto al potere politico e addirittura agli Stati nazionali, piazzando così una carica esplosiva sotto l’intera architettura dell’Unione Europea. La quale, dovrebbe esser noto, si regge sul “trasferimento di sovranità” dagli Stati nazionali alla stessa Ue in varie materie, dalle leggi di bilancio alle politiche monetarie.
Ci è sempre sembrato stupido e irrealistico sottovalutare il ruolo, e il peso, delle politiche europee sulle scelte dei governi nazionali, per il semplice fatto che la dimensione politico-economica continentale disegna il perimetro (sempre più stretto) entro cui un governo locale può esercitare le sue “libere scelte”.
È lo stesso procedimento che vincola un’amministrazione comunale alle decisioni del governo nazionale. Può decidere in autonomia di fare molte cose, ma deve rispettare il “vincolo di stabilità” nei propri conti e dunque agire all’interno di un recinto piuttosto chiaro.
Questa dipendenza dal “vincolo esterno” è probabilmente complessa da capire ed esporre in poche semplici parole, ma nemmeno così tanto. In ogni caso, un attivista politico non può ignorarla, pena l’immaginare un “percorso di cambiamento” che si riduce a una marcia sul posto.
È una delle malattie intellettuali gravi che ha distrutto “la sinistra” in questo e in altri Paesi europei...
Questo editoriale di Martin Wolf, il decano e probabilmente il più acuto degli analisti del Financial Times, centra invece l’importanza “storica” di quella sentenza e, a cascata, pone interrogativi pesanti sul contesto in cui avviene e avverrà lo scontro di classe nei prossimi tempi.
Perché se non si sa dove risieda “il potere”, politicamente si è condannati a fare a cappellate con i passeri...
Buona lettura.
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Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa verso la disintegrazione.
Il 75° anniversario della sconfitta della Germania nazista è stato l’8 maggio. Il 70° anniversario della dichiarazione Schuman, che ha lanciato l’integrazione europea del dopoguerra, è stato il 9 maggio. Pochi giorni prima di entrambe le date, la Corte costituzionale tedesca ha lanciato un missile legale nel cuore dell’UE.
Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’UE.
Il tribunale si è pronunciato contro il programma di acquisto del settore pubblico della BCE, avviato nel 2015. Non ha sostenuto che la BCE si fosse impropriamente impegnata nel finanziamento monetario, ma piuttosto che non aveva applicato un’analisi di “proporzionalità”, nel valutare l’impatto delle sue politiche , su una serie di preoccupazioni conservatrici: “debito pubblico, risparmi personali, regimi pensionistici, prezzi degli immobili e mantenimento a galla di società economicamente non vitali“.
Le politiche monetarie sono necessariamente politiche economiche. Ma le politiche della BCE, compresi gli acquisti di attività, sono giustificate dal fatto che non riusciva – e non sta – raggiungendo il suo “obiettivo primario” previsto dal trattato, che è la “stabilità dei prezzi“, definita come inflazione “bassa, ma vicina al 2 per cento nel medio termine”. Il trattato UE afferma che altre considerazioni sono secondarie.
Il tribunale ha inoltre decretato che “gli organi costituzionali e gli organi amministrativi tedeschi“, compresa la Bundesbank, non possono partecipare ad atti ultra vires (quelli al di fuori dell’autorità legale). Pertanto, la Bundesbank non può continuare a partecipare ai programmi di acquisto di attività della BCE fino a quando la BCE non abbia condotto una “valutazione della proporzionalità” soddisfacente per il tribunale.
Tuttavia, il trattato UE afferma che “né la BCE, né una banca centrale nazionale... deve cercare o prendere istruzioni... da qualsiasi governo di uno stato membro o da qualsiasi altro ente.”
Le istruzioni del tribunale mettono la Bundesbank in un conflitto tra leggi.
Il tribunale sta inoltre aggredendo il diritto della BCE di prendere le proprie decisioni politiche in modo indipendente. La Germania si era duramente battuta per affermare l’indipendenza della banca centrale all’interno dell’Unione monetaria.
Ora, la sua corte costituzionale ha decretato che, a meno che la BCE non soddisfi i giudici sull’aver tenuto pienamente conto di un elenco altamente politico di effetti collaterali delle politiche monetarie, gli acquisti di attività sono inammissibili.
I tribunali di altri paesi membri poterebbero ritenere opportuno decretare che le loro banche centrali nazionali non possono partecipare alle politiche che non amano. Molto presto, la BCE potrebbe essere tagliata a pezzi e annullata.
Soprattutto, il tribunale tedesco ha decretato che si può ignorare una precedente sentenza della Corte di giustizia europea, a favore della BCE, poiché la prima “supera il suo mandato giudiziario... laddove un’interpretazione dei trattati non è comprensibile e deve quindi essere considerata arbitraria da una prospettiva oggettiva.”
Questo è un atto di secessione giuridica.
L’UE è un sistema giuridico integrato, o non è niente. Si basa sull’accettazione da parte di tutti gli Stati membri della sua autorità nelle aree di propria competenza. In un comunicato stampa dopo la sentenza della Corte costituzionale, la Corte di giustizia europea ha giustamente risposto che “solo la Corte di giustizia europea... è competente a giudicare se un atto di un’istituzione dell’UE è contrario al diritto dell’UE. Le divergenze tra i tribunali degli Stati membri in merito alla validità di tali atti potrebbero effettivamente mettere in pericolo l’unità dell’ordinamento giuridico dell’UE e pregiudicare la certezza del diritto“.
Immaginiamo se i tribunali di ogni Stato membro fossero in grado di decidere che le sentenze della CGE fossero “arbitrarie da una prospettiva obiettiva“.
Quali sono le implicazioni?
Se alla fine il tribunale tedesco dovesse accertare che la BCE abbia valutato adeguatamente l’impatto economico dei suoi acquisti, il PSPP potrebbe continuare. Ma il tribunale ha ridotto la futura flessibilità della BCE limitando le sue disponibilità ad acquistare debito di qualsiasi paese membro in misura superiore al 33% del totale e insistendo sul fatto che gli acquisti di attività siano assegnati in base alle quote possedute dagli Stati membri nella BCE.
In assenza di altri programmi di sostegno della zona euro, le possibilità di inadempienza aumenteranno. In effetti, gli spread sui titoli di Stato italiani sono debitamente aumentati dopo l’annuncio della Corte. Alla fine potrebbe derivarne una crisi, con effetti devastanti; forse persino una rottura della zona euro.
Altri potrebbero seguire la Germania nel respingere la giurisdizione della CGE e dell’UE. Ungheria e Polonia sono candidati ovvi. Gli storici futuri potrebbero contrassegnare questo come il punto di svolta decisivo nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione.
Cosa si può fare? La BCE non può essere responsabile dinanzi a un giudice nazionale. Ma la Bundesbank potrebbe fornire alla Corte l’analisi della proporzionalità. Forse sarebbe sufficiente, anche se sì tratterebbe di un brutto precedente.
Oppure, la decisione potrebbe essere ignorata. Se un tribunale tedesco può ignorare la Corte di giustizia europea, forse la Bundesbank può ignorare quel tribunale. In alternativa, la BCE potrebbe semplicemente abbandonare gli sforzi per salvare la zona euro e accettare qualunque risultato emerga.
L’UE potrebbe avviare una procedura di infrazione contro la Germania. Ma il suo obiettivo diretto sarebbe il governo tedesco, che è intrappolato tra gli organi dell’UE da un lato e il tribunale dall’altro. Non potrebbe cambiare la sentenza.
Più radicalmente, l’UE potrebbe agire per creare il necessario grado di solidarietà fiscale. Ma gli ostacoli a questo scenario sono grandi. Un nuovo trattato sembra fuori discussione nel clima odierno di intensa sfiducia reciproca.
Infine, la Germania potrebbe separarsi decisamente dalla zona euro. Tuttavia, prima di prendere una decisione del genere, si spera che anche a lei sarà richiesto di fare un’analisi completa di cosa dovrebbe essere considerato “proporzionato”.
Un punto è chiaro: la Corte costituzionale ha decretato che anche la Germania può riprendere il controllo della sovranità monetaria. Di conseguenza ha creato una crisi forse insolubile.
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30/11/2019
MES incostituzionale, oltre che suicida
Alla fine, oltre ad essere assurdamente svantaggioso (per l’Italia e altri paesi) il trattato che riforma il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) è anche incostituzionale. Sia nel contenuto sia nell’iter procedurale.
In più, risulta essere la prova inconfutabile dell’idiozia contrattuale della nostra “classe politica”, pronta a firmare quel che gli altri partner europei – a cominciare ovviamente da quelli più forti, la Germania – si guardano bene dal sottoscrivere.
Un’analisi costituzionale e non soltanto economica del testo solleva infatti “delicate questioni di legittimità costituzionale e di uguaglianza dell’Italia nei rapporti internazionali”. Parole che appaiono sull’editoriale di Milano Finanza, a firma di Guido Salerno Aletta (L’Unione dei diseguali), non in qualche scantinato leghista.
In ballo ci sono due “piccoli dettagli” come il principio di sovranità (chi comanda dentro i confini dello Stato) e il ruolo del Parlamento, cui la sovranità popolare viene delegata con il normale processo elettorale.
Da sempre, l’Italia firma i trattati europei senza una vera discussione parlamentare (addirittura a Camere chiuse, come avvenne per il Trattato di Maastricht!) e sicuramente senza alcun esame della Corte Costituzionale.
Tanto per restare nell’esempio tipico, la Germania agisce in modo opposto, tanto che – come nel 2012, quando fu decisa la struttura istituzionale del Mes ancora oggi vigente – il Bundestag approvò il trattato solo il 27 settembre, dopo una sentenza dell’Alta Corte che metteva rigidi paletti all’approvazione del trattato stesso.
L’Italia invece lo aveva approvato il 23 luglio, tra le tante cosette che un Parlamento con le valige in mano, pronto a traslocare in qualche spiaggia assolta, vota senza neanche starci a pensare un attimo.
La corte tedesca poneva infatti due condizioni, come ricorda Salerno Aletta: «la necessità che ogni incremento dell’ammontare della dotazione dell’Esm fosse preventivamente ed esplicitamente approvato dal Parlamento tedesco». Perché quando si parla di impegnare soldi pubblici, foss’anche per un’istituzione europea, il Parlamento deve farlo con tutta la consapevolezza e la formalità necessaria.
E «la necessità di assicurare una sufficiente influenza parlamentare sulla maniera in cui vengono gestiti i fondi». Ossia: non è che noi (la Germania) mettiamo soldi nostri e poi qualcun altro decide come spenderli; in ogni passaggio noi (la Germania) vogliamo decidere a chi si danno, come, perché e in che modo debbono essere restituiti.
Per maggiore sicurezza pretesero la nomina di Klaus Regling a capo del Mes.
Ma non basta. La stessa Corte Costituzionale germanica mise altre tre condizioni: “nello strumento di ratifica del Trattato si sarebbe dovuta inserire una riserva formale che recepisse le condizioni di merito stabilite dalla Corte medesima; occorreva inoltre inserirvi la clausola secondo cui la Germania non desidera essere vincolata da quanto stabilito dal Trattato medesimo nella sua interezza se dette riserve dovessero risultare inefficaci sul piano del diritto internazionale; infine, si precisava che le altre Parti che avevano già ratificato il Trattato avrebbero dovuto esprimersi sulle riserve poste dalla Germania, accettandole o meno.”
Della serie: “partner europei, avete capito che noi non ci accolleremo nessun carico senza prima vedere se ci conviene?”
In ogni caso, bontà loro, veniva dato per scontato che anche gli altri paesi avrebbero potuto avanzare le stesse “riserve”, limitando così le funzioni del Mes.
Ma quando mai... Dall’Italia non venne neanche un vagito, figuriamoci una perplessità. Non sarebbe stato facile, perché “non sarebbe stata sufficiente la sola dichiarazione ministeriale di accettazione unilaterale delle riserve tedesche, resa senza l’assenso preventivo del Parlamento”. Altrimenti “sarebbe intervenuta, senza averne titolo, su un atto del Presidente della Repubblica”, ossia la firma al trattato.
In altre parole, la “diseguaglianza tra [finti] uguali” ha nell’Unione Europea una lunga storia, fatta di complicità – sposata a incompetenza e debolezza – e “volontà di potenza” di chi ha un peso economico superiore. Ma è una diseguaglianza che è andata crescendo oltre ogni ragionevole tolleranza, e che genera le “tensioni” popolari che sprezzantemente vengono derubricate a “populiste” o “sovraniste”, ma che riguardano effettivamente le condizioni di vita dei vari popoli europei ed anche la loro (residua) sovranità popolare, inscritta in genere nelle loro Costituzioni.
Ma, giunti a questo punto, come se ne esce? Giustamente Salerno Aletta fa notare che – per tentare di salvare capra e cavoli – almeno si sarebbe dovuta ripristinare la “parità tra partner”. Ovvero: “Una volta che la Germania ha affermato l’incomprimibilità della responsabilità del Parlamento in ordine alle decisioni di spesa, e visto che la medesima prescrizione è contenuta nella nostra Costituzione per quanto riguarda i trattati internazionali, è via obbligata accedere alla impostazione della riserva tedesca e inserirne una di identica portata da parte italiana”.
Ma di questa consapevolezza nella nostra “classe dirigente” – non solo della sua parte “politica” – non c’è alcuna traccia.
La Lega solleva strumentalmente il problema, è vero. Ma il problema esiste e il gruppo dirigente della Lega lo sapeva benissimo. Il “documento” con il testo del nuovo Mes campeggia infatti dal 4 dicembre 2018 sul sito del Consiglio Ue, e illustra in dettaglio ciò che poi sarebbe stato concordato sei mesi dopo. Una “location” certo poco attrattiva per i “leoni da tastiera”, ma sicuramente non ignorata dai Bagnai, Borghi e Garavaglia – le “teste economiche” del Carroccio.
Il problema politico ora è piuttosto incasinato. Divisioni partitiche a parte, infatti, accettare questo trattato è finanziariamente un suicidio. L’Italia dovrebbe garantire copertura (in caso di necessità) per 125 miliardi ad un fondo gestito non all’unanimità (in cui non avrebbe insomma diritto di veto), ma in base alla maggioranza delle quote. Germania e Francia, insieme, dispongono del 47%; basterà aggregare Olanda, Austria o Finlandia per raggiungere la maggioranza e farci neri. Al resto penseranno come sempre “i mercati”...
L’analisi sulla sostenibilità del debito pubblico dei vari paesi, infatti, passerebbe dall’essere esclusiva della Commissione Europea (organo politico, dunque in qualche misura “sensibile” o “sensibilizzabile” alle ragioni di opportunità, equilibrio, cautela, ecc.) a prerogativa principale del Mes, che assume però “il punto di vista del creditore”. Ossia di chi vuol rientrare del proprio capitale (cui contribuiscono però i vari paesi, non “appartiene” al Mes) e se ne fotte se il debitore va sul lastrico.
È il massimo dell’idiozia, ci sembra, finanziare (sia pure “a garanzia”) lo strumento che potrebbe decapitarci come Paese e gettare milioni di lavoratori/correntisti (obbligati) in pasto alla speculazione.
L’unica soluzione decente sarebbe non ratificare il trattato (ormai “inemendabile”, garantisce il ministro dell’economia, nonché ex tecnoburocrate di Bruxelles ed ex senatore Pd) e far saltare il tavolo.
Ma di certo non lo faranno queste orde di mentitori professionali e statisti mancati che abitano le stanze di Cinque Stelle, Lega e, a maggior ragione, Pd, Fratelli d’Italia e frattaglie varie. I “sovranisti da operetta”, quando il gioco si fa duro, farfugliano e si arrendono.
Fonte
In più, risulta essere la prova inconfutabile dell’idiozia contrattuale della nostra “classe politica”, pronta a firmare quel che gli altri partner europei – a cominciare ovviamente da quelli più forti, la Germania – si guardano bene dal sottoscrivere.
Un’analisi costituzionale e non soltanto economica del testo solleva infatti “delicate questioni di legittimità costituzionale e di uguaglianza dell’Italia nei rapporti internazionali”. Parole che appaiono sull’editoriale di Milano Finanza, a firma di Guido Salerno Aletta (L’Unione dei diseguali), non in qualche scantinato leghista.
In ballo ci sono due “piccoli dettagli” come il principio di sovranità (chi comanda dentro i confini dello Stato) e il ruolo del Parlamento, cui la sovranità popolare viene delegata con il normale processo elettorale.
Da sempre, l’Italia firma i trattati europei senza una vera discussione parlamentare (addirittura a Camere chiuse, come avvenne per il Trattato di Maastricht!) e sicuramente senza alcun esame della Corte Costituzionale.
Tanto per restare nell’esempio tipico, la Germania agisce in modo opposto, tanto che – come nel 2012, quando fu decisa la struttura istituzionale del Mes ancora oggi vigente – il Bundestag approvò il trattato solo il 27 settembre, dopo una sentenza dell’Alta Corte che metteva rigidi paletti all’approvazione del trattato stesso.
L’Italia invece lo aveva approvato il 23 luglio, tra le tante cosette che un Parlamento con le valige in mano, pronto a traslocare in qualche spiaggia assolta, vota senza neanche starci a pensare un attimo.
La corte tedesca poneva infatti due condizioni, come ricorda Salerno Aletta: «la necessità che ogni incremento dell’ammontare della dotazione dell’Esm fosse preventivamente ed esplicitamente approvato dal Parlamento tedesco». Perché quando si parla di impegnare soldi pubblici, foss’anche per un’istituzione europea, il Parlamento deve farlo con tutta la consapevolezza e la formalità necessaria.
E «la necessità di assicurare una sufficiente influenza parlamentare sulla maniera in cui vengono gestiti i fondi». Ossia: non è che noi (la Germania) mettiamo soldi nostri e poi qualcun altro decide come spenderli; in ogni passaggio noi (la Germania) vogliamo decidere a chi si danno, come, perché e in che modo debbono essere restituiti.
Per maggiore sicurezza pretesero la nomina di Klaus Regling a capo del Mes.
Ma non basta. La stessa Corte Costituzionale germanica mise altre tre condizioni: “nello strumento di ratifica del Trattato si sarebbe dovuta inserire una riserva formale che recepisse le condizioni di merito stabilite dalla Corte medesima; occorreva inoltre inserirvi la clausola secondo cui la Germania non desidera essere vincolata da quanto stabilito dal Trattato medesimo nella sua interezza se dette riserve dovessero risultare inefficaci sul piano del diritto internazionale; infine, si precisava che le altre Parti che avevano già ratificato il Trattato avrebbero dovuto esprimersi sulle riserve poste dalla Germania, accettandole o meno.”
Della serie: “partner europei, avete capito che noi non ci accolleremo nessun carico senza prima vedere se ci conviene?”
In ogni caso, bontà loro, veniva dato per scontato che anche gli altri paesi avrebbero potuto avanzare le stesse “riserve”, limitando così le funzioni del Mes.
Ma quando mai... Dall’Italia non venne neanche un vagito, figuriamoci una perplessità. Non sarebbe stato facile, perché “non sarebbe stata sufficiente la sola dichiarazione ministeriale di accettazione unilaterale delle riserve tedesche, resa senza l’assenso preventivo del Parlamento”. Altrimenti “sarebbe intervenuta, senza averne titolo, su un atto del Presidente della Repubblica”, ossia la firma al trattato.
In altre parole, la “diseguaglianza tra [finti] uguali” ha nell’Unione Europea una lunga storia, fatta di complicità – sposata a incompetenza e debolezza – e “volontà di potenza” di chi ha un peso economico superiore. Ma è una diseguaglianza che è andata crescendo oltre ogni ragionevole tolleranza, e che genera le “tensioni” popolari che sprezzantemente vengono derubricate a “populiste” o “sovraniste”, ma che riguardano effettivamente le condizioni di vita dei vari popoli europei ed anche la loro (residua) sovranità popolare, inscritta in genere nelle loro Costituzioni.
Ma, giunti a questo punto, come se ne esce? Giustamente Salerno Aletta fa notare che – per tentare di salvare capra e cavoli – almeno si sarebbe dovuta ripristinare la “parità tra partner”. Ovvero: “Una volta che la Germania ha affermato l’incomprimibilità della responsabilità del Parlamento in ordine alle decisioni di spesa, e visto che la medesima prescrizione è contenuta nella nostra Costituzione per quanto riguarda i trattati internazionali, è via obbligata accedere alla impostazione della riserva tedesca e inserirne una di identica portata da parte italiana”.
Ma di questa consapevolezza nella nostra “classe dirigente” – non solo della sua parte “politica” – non c’è alcuna traccia.
La Lega solleva strumentalmente il problema, è vero. Ma il problema esiste e il gruppo dirigente della Lega lo sapeva benissimo. Il “documento” con il testo del nuovo Mes campeggia infatti dal 4 dicembre 2018 sul sito del Consiglio Ue, e illustra in dettaglio ciò che poi sarebbe stato concordato sei mesi dopo. Una “location” certo poco attrattiva per i “leoni da tastiera”, ma sicuramente non ignorata dai Bagnai, Borghi e Garavaglia – le “teste economiche” del Carroccio.
Il problema politico ora è piuttosto incasinato. Divisioni partitiche a parte, infatti, accettare questo trattato è finanziariamente un suicidio. L’Italia dovrebbe garantire copertura (in caso di necessità) per 125 miliardi ad un fondo gestito non all’unanimità (in cui non avrebbe insomma diritto di veto), ma in base alla maggioranza delle quote. Germania e Francia, insieme, dispongono del 47%; basterà aggregare Olanda, Austria o Finlandia per raggiungere la maggioranza e farci neri. Al resto penseranno come sempre “i mercati”...
L’analisi sulla sostenibilità del debito pubblico dei vari paesi, infatti, passerebbe dall’essere esclusiva della Commissione Europea (organo politico, dunque in qualche misura “sensibile” o “sensibilizzabile” alle ragioni di opportunità, equilibrio, cautela, ecc.) a prerogativa principale del Mes, che assume però “il punto di vista del creditore”. Ossia di chi vuol rientrare del proprio capitale (cui contribuiscono però i vari paesi, non “appartiene” al Mes) e se ne fotte se il debitore va sul lastrico.
È il massimo dell’idiozia, ci sembra, finanziare (sia pure “a garanzia”) lo strumento che potrebbe decapitarci come Paese e gettare milioni di lavoratori/correntisti (obbligati) in pasto alla speculazione.
L’unica soluzione decente sarebbe non ratificare il trattato (ormai “inemendabile”, garantisce il ministro dell’economia, nonché ex tecnoburocrate di Bruxelles ed ex senatore Pd) e far saltare il tavolo.
Ma di certo non lo faranno queste orde di mentitori professionali e statisti mancati che abitano le stanze di Cinque Stelle, Lega e, a maggior ragione, Pd, Fratelli d’Italia e frattaglie varie. I “sovranisti da operetta”, quando il gioco si fa duro, farfugliano e si arrendono.
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29/11/2019
MES, si profila uno scontro istituzionale
Siamo ritornati al 1989, quando, con la caduta del Muro di Berlino, il Presidente Cossiga picconò il Parlamento. L’oggetto del contendere ora è il Mes che, a quanto pare, sembra sia stato sottoscritto il 21 giugno scorso da Conte nonostante una risoluzione contraria della maggioranza parlamentare.
I leghisti stanno allertando costituzionalisti e giuristi per, eventualmente, denunciare il Presidente del Consiglio. Oggi Salvini invoca l’intervento di Mattarella.
E qui sta il vulnus. Il Presidente della Repubblica, ma questo discorso vale da Oscar Luigi Scalfaro in poi, è espressione diretta anche generazionale del principio europeo, Mattarella invoca l’Europa, o meglio l’Unione Europea, a ogni discorso pubblico.
Come si comporterà ora, visto che si profila una violazione del regime parlamentare come previsto dalla Costituzione del 1948? Si può dire quel che si vuole, ma la Lega ha ora la stessa forza elettorale del Pci degli anni settanta, assieme a Fdi supera il 40%. Parla a nome delle banche cooperative, delle piccole e medie imprese, dei professionisti, ma anche degli operai, queste ultime figure avendo da decenni abbandonato i partiti di “sinistra”.
Cossiga picconò il Pci, ma aveva un obiettivo, transitare il paese dopo la caduta del Muro di Berlino.
Una chiarezza che manca in questo Paese da due decenni. Rino Formica da un anno esorta Mattarella a mandare una lettera al Parlamento anche per verificare la posizione del nostro Paese circa l’Ue, per non subire sempre. Quella lettera non è mai pervenuta.
Ora Salvini coinvolge Mattarella, sul Mes vi potrebbe essere un potenziale conflitto istituzionale. Ma a quel punto, occorre dirlo, siamo ancora in una Repubblica Parlamentare o, a partire da Scalfaro, ma ancor di più con Napolitano, siamo in una Repubblica Presidenziale?
I cittadini hanno votato nel 2016 no alla riforma costituzionale. Sarebbe bene che Mattarella mandi un messaggio ufficiale alle Camere. Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione potrebbe essere eccellente.
Fonte
I leghisti stanno allertando costituzionalisti e giuristi per, eventualmente, denunciare il Presidente del Consiglio. Oggi Salvini invoca l’intervento di Mattarella.
E qui sta il vulnus. Il Presidente della Repubblica, ma questo discorso vale da Oscar Luigi Scalfaro in poi, è espressione diretta anche generazionale del principio europeo, Mattarella invoca l’Europa, o meglio l’Unione Europea, a ogni discorso pubblico.
Come si comporterà ora, visto che si profila una violazione del regime parlamentare come previsto dalla Costituzione del 1948? Si può dire quel che si vuole, ma la Lega ha ora la stessa forza elettorale del Pci degli anni settanta, assieme a Fdi supera il 40%. Parla a nome delle banche cooperative, delle piccole e medie imprese, dei professionisti, ma anche degli operai, queste ultime figure avendo da decenni abbandonato i partiti di “sinistra”.
Cossiga picconò il Pci, ma aveva un obiettivo, transitare il paese dopo la caduta del Muro di Berlino.
Una chiarezza che manca in questo Paese da due decenni. Rino Formica da un anno esorta Mattarella a mandare una lettera al Parlamento anche per verificare la posizione del nostro Paese circa l’Ue, per non subire sempre. Quella lettera non è mai pervenuta.
Ora Salvini coinvolge Mattarella, sul Mes vi potrebbe essere un potenziale conflitto istituzionale. Ma a quel punto, occorre dirlo, siamo ancora in una Repubblica Parlamentare o, a partire da Scalfaro, ma ancor di più con Napolitano, siamo in una Repubblica Presidenziale?
I cittadini hanno votato nel 2016 no alla riforma costituzionale. Sarebbe bene che Mattarella mandi un messaggio ufficiale alle Camere. Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione potrebbe essere eccellente.
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15/08/2019
Open Arms. Ministri in conflitto sullo sbarco a Lampedusa
L’Ong spagnola Open Arms ferma da 13 giorni davanti a Lampedusa con 147 migranti naufragati a bordo, nei giorni scorsi aveva presentato un ricorso al Tar contro il divieto di sbarco nel porto italiano. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto Internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del Decreto Sicurezza Bis, lo stesso oggi risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. A rendere nota la sentenza del Tar è la stessa la ong spagnola annunciando che si dirigerà ora verso “il porto sicuro più vicino” e che non può che essere Lampedusa.
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
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17/04/2019
Verso l’uomo solo al comando
Non ci interessiamo molto del quotidiano cicaleccio della “politica” italiana.
Non ci sembra utile correr dietro a battute via twitter che durano meno del tempo necessario a scriverle, perché sappiamo bene quali siano i limiti entro cui viene esercitata la “sovranità” delle scelte politiche – sia in campo economico che militar-diplomatico.
Ma ogni tanto qualche scontro vero, dentro il governo, c’è. Anche se si fa una certa fatica a distinguerlo dalle normali sciocchezze da campagna elettorale permanente.
Un esempio di questo scontro viene dall’incidente diplomatico senza precedenti tra il ministro dell’Interno e nientemeno che i vertici dello Stato maggiore della Difesa – i militari, insomma – dove al centro del contendere c’è in effetti una direttiva ministeriale, non un tweet.
Si tratta della “terza direttiva sul contrasto all’immigrazione clandestina” firmata da Salvini, scritta di corsa con l’intento esplicito di fermare una nuova missione della nave Mare Jonio, gestista dalla ong Mediterranea. Che è a sua volta una trovata a cavallo tra l’umanitario e l’elettorale, con protagonisti politici – Casarini, Fratoianni, ecc. – che non brillano affatto su altri fronti dello scontro politico e sociale.
Fosse soltanto uno scambio di dispetti tra ministri e ministeri, non varrebbe la pena di occuparsene. Di “scontri tra totani” ce ne sono anche troppi ogni giorno.
Ma, come ha spiegato un’alta fonte del ministero della Difesa all’AdnKronos – agenzia stampa solitamente ben introdotta negli ambienti militari – nello scrivere un testo con un fine così limitato, lo staff di Salvini ha pestato piedi ben più importanti.
“Una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica. Quel che è accaduto è gravissimo perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato. Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia. Noi rispondiamo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze armate“.
Penosa la risposta di Salvini, che evoca la minaccia dell’Isis nascosto tra gli aspiranti naufraghi in fuga dai campi di concentramento libici sotto bombardamento. Senza neanche ricordarsi che laggiù, ora, c’è una guerra vera e propria, non un presunto “porto sicuro” affidato ai tagliagole stipendiati dal governo italiano.
Interpretare il potere di un ministero, sia pure importante, come un potere assoluto su tutta la macchina dello Stato è certamente una sgrammaticatura pesante. Che pone la solita domanda: uno che fa una cosa del genere, ci fa o ci è?
Le risposte possibili non sono molte. O lo staff leghista non conosce le regole costituzionali e le competenze istituzionali, oppure sa benissimo quel che fa e vuol produrre continuamente strappi in vista di obbiettivi non dichiarati.
Noi, ai cretini arrivati per sbaglio al potere, non abbiamo mai creduto. Nonostante parecchi degli attuali ministri sembrino usciti dalle selezioni del Grande Fratello o della Corrida.
Dunque questa progressione di forzature e scontri – in effetti non s’era sentito spesso un ministro della Difesa accusare quello degli Interni di “vaneggiare” – va riconosciuta come intenzionale e non come un incidente dovuto a manifesta incapacità.
E se andiamo con la mente alla storia di questo paese, da Tangentopoli in poi, passando per la caduta della “partitocrazia della Prima Repubblica”, all’ascesa di Berlusconi e Prodi, all’intervento dell’Unione Europea che portò al governo Monti, alla breve stagione del Matteo Primo (Renzi)... si vede chiaramente la progressione di una torsione istituzionale che mira alla centralizzazione del potere (residuo, come detto), in pochissime mani.
Meglio ancora, di un uomo solo al comando.
Ci avevano provato prima lo stesso Berlusconi, poi il guitto di Rignano sull’Arno (il Primo Matteo), con riforme costituzionali entrambe sagomate sul “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.
Il Secondo Matteo prosegue l’opera iniziata dai suoi predecessori. Ma ci sentiamo di escludere che sia lui lo “stratega”.
In quest’opera dei pupi che è diventata la “politica” italiana, quello che sta davanti sulla scena è solo lo straccio che deve attirare l’attenzione del toro.
Un po’ come accaduto con Berlusconi fino al 2011 e che è servito poi a far ingoiare il “pilota automatico” al posto di comando.
I maligni dicono che Draghi, tra una paparazzatissima messa insieme alla moglie e una laurea ad honorem, stia già scaldando i motori...
Fonte
Non ci sembra utile correr dietro a battute via twitter che durano meno del tempo necessario a scriverle, perché sappiamo bene quali siano i limiti entro cui viene esercitata la “sovranità” delle scelte politiche – sia in campo economico che militar-diplomatico.
Ma ogni tanto qualche scontro vero, dentro il governo, c’è. Anche se si fa una certa fatica a distinguerlo dalle normali sciocchezze da campagna elettorale permanente.
Un esempio di questo scontro viene dall’incidente diplomatico senza precedenti tra il ministro dell’Interno e nientemeno che i vertici dello Stato maggiore della Difesa – i militari, insomma – dove al centro del contendere c’è in effetti una direttiva ministeriale, non un tweet.
Si tratta della “terza direttiva sul contrasto all’immigrazione clandestina” firmata da Salvini, scritta di corsa con l’intento esplicito di fermare una nuova missione della nave Mare Jonio, gestista dalla ong Mediterranea. Che è a sua volta una trovata a cavallo tra l’umanitario e l’elettorale, con protagonisti politici – Casarini, Fratoianni, ecc. – che non brillano affatto su altri fronti dello scontro politico e sociale.
Fosse soltanto uno scambio di dispetti tra ministri e ministeri, non varrebbe la pena di occuparsene. Di “scontri tra totani” ce ne sono anche troppi ogni giorno.
Ma, come ha spiegato un’alta fonte del ministero della Difesa all’AdnKronos – agenzia stampa solitamente ben introdotta negli ambienti militari – nello scrivere un testo con un fine così limitato, lo staff di Salvini ha pestato piedi ben più importanti.
“Una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica. Quel che è accaduto è gravissimo perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato. Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia. Noi rispondiamo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze armate“.
Penosa la risposta di Salvini, che evoca la minaccia dell’Isis nascosto tra gli aspiranti naufraghi in fuga dai campi di concentramento libici sotto bombardamento. Senza neanche ricordarsi che laggiù, ora, c’è una guerra vera e propria, non un presunto “porto sicuro” affidato ai tagliagole stipendiati dal governo italiano.
Interpretare il potere di un ministero, sia pure importante, come un potere assoluto su tutta la macchina dello Stato è certamente una sgrammaticatura pesante. Che pone la solita domanda: uno che fa una cosa del genere, ci fa o ci è?
Le risposte possibili non sono molte. O lo staff leghista non conosce le regole costituzionali e le competenze istituzionali, oppure sa benissimo quel che fa e vuol produrre continuamente strappi in vista di obbiettivi non dichiarati.
Noi, ai cretini arrivati per sbaglio al potere, non abbiamo mai creduto. Nonostante parecchi degli attuali ministri sembrino usciti dalle selezioni del Grande Fratello o della Corrida.
Dunque questa progressione di forzature e scontri – in effetti non s’era sentito spesso un ministro della Difesa accusare quello degli Interni di “vaneggiare” – va riconosciuta come intenzionale e non come un incidente dovuto a manifesta incapacità.
E se andiamo con la mente alla storia di questo paese, da Tangentopoli in poi, passando per la caduta della “partitocrazia della Prima Repubblica”, all’ascesa di Berlusconi e Prodi, all’intervento dell’Unione Europea che portò al governo Monti, alla breve stagione del Matteo Primo (Renzi)... si vede chiaramente la progressione di una torsione istituzionale che mira alla centralizzazione del potere (residuo, come detto), in pochissime mani.
Meglio ancora, di un uomo solo al comando.
Ci avevano provato prima lo stesso Berlusconi, poi il guitto di Rignano sull’Arno (il Primo Matteo), con riforme costituzionali entrambe sagomate sul “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.
Il Secondo Matteo prosegue l’opera iniziata dai suoi predecessori. Ma ci sentiamo di escludere che sia lui lo “stratega”.
In quest’opera dei pupi che è diventata la “politica” italiana, quello che sta davanti sulla scena è solo lo straccio che deve attirare l’attenzione del toro.
Un po’ come accaduto con Berlusconi fino al 2011 e che è servito poi a far ingoiare il “pilota automatico” al posto di comando.
I maligni dicono che Draghi, tra una paparazzatissima messa insieme alla moglie e una laurea ad honorem, stia già scaldando i motori...
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05/01/2019
Emergenza profughi nel Mediterraneo. Arrivano i rifornimenti ma non le risposte
Le navi Sea Watch e Mediterraneo partono oggi da Malta con due imbarcazioni per portare sostegno e rifornimenti alla nave Sea Watch 3, da 14 giorni in mare in attesa di vedersi assegnare un porto dove far sbarcare i 32 migranti, tra cui tre bambini piccoli, tratti in salvo nel Mediterraneo centrale il 22 dicembre scorso. E’ quanto si legge in un comunicato diffuso da Alleanza United4Med.
“Questa missione ha tra i suoi scopi quello di portare supporto logistico e materiale alla nave, consentendo il cambio equipaggio e i rifornimenti – si legge nella nota delle ong – di permettere ai parlamentari tedeschi di rendersi conto della situazione a bordo per poter fare pressione sul governo di Berlino che non ha ancora dato risposta positiva alla richiesta di decine di città tedesche disponibili ad accogliere le persone salvate... e di spingere gli Stati europei, a cominciare da Malta e dall’Italia, a dare un porto sicuro, come il diritto di mare prevede, alle 49 persone soccorse dalla Sea Watch e dalla Professor Albrecht Penck di Sea-Eye. “Chiediamo ai sindaci delle città d’Europa – conclude il comunicato – alle realtà associative, ad ogni singola persona che crede in un futuro di giustizia e umanità di sostenere queste richieste e continuare a navigare insieme a noi”.
Su questa emergenza umanitaria è tornato a farsi sentire il sindaco di Napoli De Magistris: “La preoccupazione per le condizioni delle persone che avete sottratto al mare mi spinge, a nome dell’intera città di Napoli, a chiederle formalmente di voler girare la prua verso la nostra città, certi che sarete accolti nel nostro porto” si legge in una lettera che De Magistris, ha inviato al comandante della Sea Watch. “Se poi la protervia del ministro – aggiunge riferendosi a Salvini – dovesse spingersi fino a impedirle di entrare, sappia che abbiamo già disponibili 20 imbarcazioni che, in sicurezza raggiungeranno Seawatch3 per portare a terra le persone che lei sta ospitando”.
Si alzano intanto i toni da parte del governo contro i sindaci che hanno annunciato di non voler applicare alcuni articoli del Decreto Sicurezza approvato dal Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. “Sono inaccettabili le posizioni degli Amministratori locali che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato. Il nostro ordinamento giuridico non attribuisce ai Sindaci il potere di operare un sindacato di costituzionalità delle leggi: disapplicare una legge che non piace equivale a violarla, con tutte le conseguenti responsabilità” sottolineano fonti di Palazzo Chigi.
Il governo ha fatto sapere che è disponibile ad incontrare l’Anci, l’associazione dei sindaci italiani, intanto l’Anpi (associazione dei partigiani) si schiera con i sindaci che “hanno deciso di sospendere l’attuazione di quelle parti della legge sicurezza e immigrazione inerenti l’attività dei Comuni” ha dichiarato in una nota la presidente dell’Anpi Carla Nespolo.
Qui di seguito il testo della Direttiva del sindaco di Palermo
Al Sig. Capo Area Servizi al Cittadino SEDE
OGGETTO: Procedure per residenza anagrafica degli stranieri.
Nella mia qualità di Sindaco della Città di Palermo, da sempre luogo di solidarietà e di impegno in favore dei diritti umani, in coerenza con posizioni assunte e atti deliberativi adottati da parte di questa Amministrazione comunale, che considera prioritario il riconoscimento dei diritti umani per tutti coloro che comunque risiedono nella nostra città, Le sottopongo una richiesta di ponderazione e una precisa indicazione riguardo alla Legge 132/2018.
Tale impianto normativo continua a suscitate riflessioni, polemiche e allarmi diffusi anche a livello internazionale per il rischio di violazione dei diritti umani in caso di errata applicazione, con grave pericolo di violazione anche della legge umanitaria internazionale.
À tal proposito si richiama la nostra Carta costituzionale (mi piace qui ricordare che quest’anno si è celebrato il 70° anniversario della entrata in vigore) con particolare riferimento all’art. 2 (laddove il rifiuto di residenza anagrafica limita il soggetto nell’esercizio della partecipazione alle formazioni sociali); all’art. 14 (laddove l’inviolabilità del domicilio verrebbe incisa da un provvedimento negativo in materia anagrafica); all’art. 16 (laddove la libertà di movimento verrebbe condizionata, se non addirittura disumanamente compressa, in caso di incisione del diritto di residenza oltre ogni ragionevole protezione di altri interessi pubblici eventualmente concorrenti); all’art. 32 (laddove il diritto alla salute potrebbe essere meno garantito in ragione della differente area di residenza anagrafica, o peggio, della mancanza assoluta di residenzialità formale). Non solo: è la giurisprudenza stessa della Corte Costituzionale che da sempre afferma e statuisce “che lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona (…) In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza, che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive” (Sentenza n. 148/2008; si vedano altresì le sentenze n. 203/1997, n. 252/2001, n. 432/2005, n. 324/2006).
Ebbene, al fine di evitare applicazioni ultronee delle nuove norme, che possano pregiudicare proprio l’attuazione di quei diritti ai quali lo scrivente responsabilmente faceva riferimento e ossequio, Le conferisco mandato di approfondire, nella Sua qualità di Capo Area dei Servizi al Cittadino, tutti i profili giuridici anagrafici derivanti dall’applicazione della citata L.132/2018 e, nelle more di tale approfondimento, impartisco la disposizione di SOSPENDERE, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge 132/2018, qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, rifermento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica.
Distinti saluti.
Sindaco Leoluca Orlando
Fonte
“Questa missione ha tra i suoi scopi quello di portare supporto logistico e materiale alla nave, consentendo il cambio equipaggio e i rifornimenti – si legge nella nota delle ong – di permettere ai parlamentari tedeschi di rendersi conto della situazione a bordo per poter fare pressione sul governo di Berlino che non ha ancora dato risposta positiva alla richiesta di decine di città tedesche disponibili ad accogliere le persone salvate... e di spingere gli Stati europei, a cominciare da Malta e dall’Italia, a dare un porto sicuro, come il diritto di mare prevede, alle 49 persone soccorse dalla Sea Watch e dalla Professor Albrecht Penck di Sea-Eye. “Chiediamo ai sindaci delle città d’Europa – conclude il comunicato – alle realtà associative, ad ogni singola persona che crede in un futuro di giustizia e umanità di sostenere queste richieste e continuare a navigare insieme a noi”.
Su questa emergenza umanitaria è tornato a farsi sentire il sindaco di Napoli De Magistris: “La preoccupazione per le condizioni delle persone che avete sottratto al mare mi spinge, a nome dell’intera città di Napoli, a chiederle formalmente di voler girare la prua verso la nostra città, certi che sarete accolti nel nostro porto” si legge in una lettera che De Magistris, ha inviato al comandante della Sea Watch. “Se poi la protervia del ministro – aggiunge riferendosi a Salvini – dovesse spingersi fino a impedirle di entrare, sappia che abbiamo già disponibili 20 imbarcazioni che, in sicurezza raggiungeranno Seawatch3 per portare a terra le persone che lei sta ospitando”.
Si alzano intanto i toni da parte del governo contro i sindaci che hanno annunciato di non voler applicare alcuni articoli del Decreto Sicurezza approvato dal Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. “Sono inaccettabili le posizioni degli Amministratori locali che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato. Il nostro ordinamento giuridico non attribuisce ai Sindaci il potere di operare un sindacato di costituzionalità delle leggi: disapplicare una legge che non piace equivale a violarla, con tutte le conseguenti responsabilità” sottolineano fonti di Palazzo Chigi.
Il governo ha fatto sapere che è disponibile ad incontrare l’Anci, l’associazione dei sindaci italiani, intanto l’Anpi (associazione dei partigiani) si schiera con i sindaci che “hanno deciso di sospendere l’attuazione di quelle parti della legge sicurezza e immigrazione inerenti l’attività dei Comuni” ha dichiarato in una nota la presidente dell’Anpi Carla Nespolo.
Qui di seguito il testo della Direttiva del sindaco di Palermo
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Al Sig. Capo Area Servizi al Cittadino SEDE
OGGETTO: Procedure per residenza anagrafica degli stranieri.
Nella mia qualità di Sindaco della Città di Palermo, da sempre luogo di solidarietà e di impegno in favore dei diritti umani, in coerenza con posizioni assunte e atti deliberativi adottati da parte di questa Amministrazione comunale, che considera prioritario il riconoscimento dei diritti umani per tutti coloro che comunque risiedono nella nostra città, Le sottopongo una richiesta di ponderazione e una precisa indicazione riguardo alla Legge 132/2018.
Tale impianto normativo continua a suscitate riflessioni, polemiche e allarmi diffusi anche a livello internazionale per il rischio di violazione dei diritti umani in caso di errata applicazione, con grave pericolo di violazione anche della legge umanitaria internazionale.
À tal proposito si richiama la nostra Carta costituzionale (mi piace qui ricordare che quest’anno si è celebrato il 70° anniversario della entrata in vigore) con particolare riferimento all’art. 2 (laddove il rifiuto di residenza anagrafica limita il soggetto nell’esercizio della partecipazione alle formazioni sociali); all’art. 14 (laddove l’inviolabilità del domicilio verrebbe incisa da un provvedimento negativo in materia anagrafica); all’art. 16 (laddove la libertà di movimento verrebbe condizionata, se non addirittura disumanamente compressa, in caso di incisione del diritto di residenza oltre ogni ragionevole protezione di altri interessi pubblici eventualmente concorrenti); all’art. 32 (laddove il diritto alla salute potrebbe essere meno garantito in ragione della differente area di residenza anagrafica, o peggio, della mancanza assoluta di residenzialità formale). Non solo: è la giurisprudenza stessa della Corte Costituzionale che da sempre afferma e statuisce “che lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona (…) In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza, che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive” (Sentenza n. 148/2008; si vedano altresì le sentenze n. 203/1997, n. 252/2001, n. 432/2005, n. 324/2006).
Ebbene, al fine di evitare applicazioni ultronee delle nuove norme, che possano pregiudicare proprio l’attuazione di quei diritti ai quali lo scrivente responsabilmente faceva riferimento e ossequio, Le conferisco mandato di approfondire, nella Sua qualità di Capo Area dei Servizi al Cittadino, tutti i profili giuridici anagrafici derivanti dall’applicazione della citata L.132/2018 e, nelle more di tale approfondimento, impartisco la disposizione di SOSPENDERE, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge 132/2018, qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, rifermento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica.
Distinti saluti.
Sindaco Leoluca Orlando
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03/01/2019
Decreto Salvini. Il No dei sindaci, le preoccupazioni dei Prefetti
Il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, tiene il punto e fa sapere che non intende recedere dalla sua posizione contro l’applicazione del decreto sicurezza, convertito in legge: “Non arretro, non c’è motivo di arretrare. Il comportamento del governo è eversivo, non siamo un modello ma solo l’esempio di come si debba rispettare la Costituzione”, ha dichiarato in una intervista radiofonica sottolineando come la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini “dimostra il degrado della cultura politica”.
“Io ho assunto una posizione che non è né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza. Ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco, l’ho fatto in modo formale il 21 dicembre, senza fare alcun comunicato” ha detto Orlando, “Siamo in presenza di un provvedimento che rende coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno ad essere dall’oggi al domani senza diritti”. E “tutto questo è in palese violazione dei diritti costituzionali”, quindi “è dovere di un sindaco non scaricare sui dipendenti comunali la responsabilità, per questo ho disposto per iscritto di sospendere l’attuazione di questo decreto, perché siamo in presenza di una violazione di diritti umani che non sono poi risarcibili”.
Anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ha preso posizione contro il Decreto sicurezza. “Da quando amministriamo Napoli – ha detto De Magistris – abbiamo sempre e solo interpretato le leggi ordinarie in maniera costituzionalmente orientata. Noi continueremo a concedere la residenza e non c’è bisogno di un ordine del sindaco o di una delibera perché in questa amministrazione c’è il valore condiviso di interpretare le leggi in maniera costituzionalmente orientata e là dove c’è un dubbio giuridico, un’interpretazione distorta o una volontà politica nazionale che tende invece a violare le leggi costituzionali o a discriminare in base a un motivo di tipo razziale, noi non possiamo che andare in direzione completamente opposta rispetto a questo diktat proveniente da Roma”.
In modo diversamente articolato hanno espresso una posizione simile anche i sindaci di Parma (Pizzarotti) e di Firenze (Nardella). Il 4 dicembre scorso il Consiglio Comunale di Roma aveva approvato una mozione nella quale intendeva “chiedere al ministro dell’Interno e al governo di aprire un confronto istituzionale con Roma e le città italiane al fine di valutare le ricadute concrete di tale decreto sull’impatto in termini economici, sociali e sulla sicurezza dei territori”.
A metà dicembre erano stati invece i Prefetti, cioè i rappresentanti del governo nelle città, a dare una interpretazione più diluita della circolare del Ministero degli Interni sugli sgomberi dei luoghi occupati dai migranti. Con una motivazione semplice: la massa di migranti cacciati dai centri o dalle residenze di fortuna non potendo essere rimpatriati né in pochi né in molto giorni, finiscono effettivamente per strada. Dormendo dove capita, guadagnandosi da mangiare in mille modi diversi (dal lavoro nero al commercio di strada, dalla questua alla prostituzione, dai semafori al piccolo spaccio), diventando quindi molto più visibili e perciò “preoccupanti” agli occhi della popolazione magari convinta dalla fanfaronate di Salvini.
E proprio la reazione del ministro degli Interni per ora sembra rabbiosa ma consapevole della differenza tra una legge acchiappa-consensi e la realtà delle cose. Salvini si è limitato a commentare: “Come hanno pensato di aprire l’anno nuovo alcuni sindaci, guardacaso di sinistra? Dicendo non applicheremo il decreto sicurezza approvato dal Parlamento, dal governo e firmato dal presidente della Repubblica. Hanno applaudito il discorso di Mattarella, che a me peraltro è molto piaciuto, e contestano un decreto firmato e promulgato dallo stesso presidente della Repubblica. Per loro è un decreto disumano e criminogeno”. Ed ha aggiunto un po’ più minacciosamente che: “I sindaci ne risponderanno legalmente”. Ed effettivamente il Ministero degli Interni ha tutti gli strumenti per destituire o imporre provvedimenti dello Stato ai sindaci.
Ma questi ultimi, i sindaci, hanno già detto che proprio questo stanno facendo, ma attraverso le leggi costituzionali ancora vigenti.
Fonte
“Io ho assunto una posizione che non è né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza. Ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco, l’ho fatto in modo formale il 21 dicembre, senza fare alcun comunicato” ha detto Orlando, “Siamo in presenza di un provvedimento che rende coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno ad essere dall’oggi al domani senza diritti”. E “tutto questo è in palese violazione dei diritti costituzionali”, quindi “è dovere di un sindaco non scaricare sui dipendenti comunali la responsabilità, per questo ho disposto per iscritto di sospendere l’attuazione di questo decreto, perché siamo in presenza di una violazione di diritti umani che non sono poi risarcibili”.
Anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ha preso posizione contro il Decreto sicurezza. “Da quando amministriamo Napoli – ha detto De Magistris – abbiamo sempre e solo interpretato le leggi ordinarie in maniera costituzionalmente orientata. Noi continueremo a concedere la residenza e non c’è bisogno di un ordine del sindaco o di una delibera perché in questa amministrazione c’è il valore condiviso di interpretare le leggi in maniera costituzionalmente orientata e là dove c’è un dubbio giuridico, un’interpretazione distorta o una volontà politica nazionale che tende invece a violare le leggi costituzionali o a discriminare in base a un motivo di tipo razziale, noi non possiamo che andare in direzione completamente opposta rispetto a questo diktat proveniente da Roma”.
In modo diversamente articolato hanno espresso una posizione simile anche i sindaci di Parma (Pizzarotti) e di Firenze (Nardella). Il 4 dicembre scorso il Consiglio Comunale di Roma aveva approvato una mozione nella quale intendeva “chiedere al ministro dell’Interno e al governo di aprire un confronto istituzionale con Roma e le città italiane al fine di valutare le ricadute concrete di tale decreto sull’impatto in termini economici, sociali e sulla sicurezza dei territori”.
A metà dicembre erano stati invece i Prefetti, cioè i rappresentanti del governo nelle città, a dare una interpretazione più diluita della circolare del Ministero degli Interni sugli sgomberi dei luoghi occupati dai migranti. Con una motivazione semplice: la massa di migranti cacciati dai centri o dalle residenze di fortuna non potendo essere rimpatriati né in pochi né in molto giorni, finiscono effettivamente per strada. Dormendo dove capita, guadagnandosi da mangiare in mille modi diversi (dal lavoro nero al commercio di strada, dalla questua alla prostituzione, dai semafori al piccolo spaccio), diventando quindi molto più visibili e perciò “preoccupanti” agli occhi della popolazione magari convinta dalla fanfaronate di Salvini.
E proprio la reazione del ministro degli Interni per ora sembra rabbiosa ma consapevole della differenza tra una legge acchiappa-consensi e la realtà delle cose. Salvini si è limitato a commentare: “Come hanno pensato di aprire l’anno nuovo alcuni sindaci, guardacaso di sinistra? Dicendo non applicheremo il decreto sicurezza approvato dal Parlamento, dal governo e firmato dal presidente della Repubblica. Hanno applaudito il discorso di Mattarella, che a me peraltro è molto piaciuto, e contestano un decreto firmato e promulgato dallo stesso presidente della Repubblica. Per loro è un decreto disumano e criminogeno”. Ed ha aggiunto un po’ più minacciosamente che: “I sindaci ne risponderanno legalmente”. Ed effettivamente il Ministero degli Interni ha tutti gli strumenti per destituire o imporre provvedimenti dello Stato ai sindaci.
Ma questi ultimi, i sindaci, hanno già detto che proprio questo stanno facendo, ma attraverso le leggi costituzionali ancora vigenti.
Fonte
18/10/2018
La “manina” che strozza l’accordo Lega-M5S
Che il governo a tre presentasse problemi di tenuta fin dall’inizio, ci appariva abbastanza chiaro. Mettere insieme blocchi di interessi sociali diversi (Lega e M5S), entrambi posti sotto tutele contabile da parte dell’Unione Europea (Tria, Mattarella, Moavero Milanesi), significava disporsi a camminare sul filo mentre soffia tramontana.
Però che il bubbone sarebbe esploso così presto, effettivamente, era un po’ difficile da prevedere, anche per il più speranzoso dei “gufi”.
Ieri sera il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha utilizzato il megafono tardo-democristiano di Bruno Vespa per buttare lì una bomba politica di prima grandezza: «Non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato» che riguarda la pace fiscale. «Domani sarà depositata una denuncia alla procura della Repubblica».
Stiamo parlando della più importante legge dello Stato – quella di “stabilità”, che regola entrate e uscite per il prossimo anno – su cui già ora la Commissione Europea ha anticipato il veto, aprendo quindi un contenzioso dalle incerte conseguenze (è la prima volta che accade, nella Ue). Una legge che, garantisce il Quirinale, non è neppure ancora arrivata sul tavolo del presidente della Repubblica, come se in due giorni il “camminatore” non fosse riuscito a coprire i 500 metri che separano Palazzo Chigi dal Colle. Una legge che – una volta approvata dal Consiglio dei ministri – nessuno può azzardarsi a modificare senza aprire un confronto politico nel governo.
I problemi sono parecchi, ma di due tipi, fondamentalmente.
Il merito della “manipolazione”. Su questo Di Maio è stato chiaro. «Nel testo che è arrivato al Quirinale c’è lo scudo fiscale per i capitali all’estero. E c’è la non punibilità per chi evade. Noi non scudiamo capitali di corrotti e di mafiosi. E non era questo il testo uscito dal Cdm. Io questo testo non lo firmo e non andrà al Parlamento. Questo è un condono fiscale come quello che faceva Renzi, io questo non lo faccio votare. Non abbiamo mai chiesto né parlato di scudare capitali all’estero e tanto meno di prevedere l’impunità per gli evasori. Non abbiamo mai discusso di questi temi e soprattutto mai pensato a dare l’impunità per il reato di riciclaggio».
Si tratta di temi contro cui i Cinque Stelle hanno costruito gran parte della loro fortuna politica, quindi impossibili da avallare senza perdere automaticamente l’aura di “onestà” che li ha portati a diventare il primo partito nel paese.
La “manina” che avrebbe apportato le modifiche è certamente competente, sia in in materia economico-legale, sia in equilibri politici.
Secondo la denuncia (solo politica, per ora) di Di Maio la possibilità di “pace fiscale” (pagando il 20% del dovuto, senza sanzioni e interessi) sarebbe stata in modo fraudolento estesa a due imposte che riguardano proprietà e attività fiscali extra-confine (Ivie e Ivafe), che riguardano gli immobili all’estero e l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. Insomma, una specie di “scudo fiscale” per i capitali oltre confine.
Proprio come quello varato a suo tempo – con dettagli leggermente diversi – da Berlusconi-Tremonti, Renzi-Padoan, ecc. Come “governo del cambiamento” non c’è male...
In questi ultimi anni, quelli renziani, si chiamava voluntary disclosure, anzi è ora persino più benevola (la vecchia voluntary prevedeva il pagamento di tutto il dovuto, mentre ora gli evasori pagherebbero solo il 20%; bello sconto, vero?).
Ma c’è ovviamente di peggio, visto che la stessa “manina avrebbe” autorizzato anche uno scudo penale per chi presenterà la dichiarazione integrativa. Se, come c’è scritto nel testo “taroccato”, non c’è punibilità per “dichiarazione infedele, omesso versamento di ritenute e omesso versamento di Iva”, questa “facilitazione” varrebbe automaticamente anche in caso di riciclaggio o impiego di proventi illeciti. Un po’ troppo sfacciati, dai...
Altri argomenti spinosi già non mancavano, visto che la formula usata per delimitare la sanatoria di fatto esclude gli “evasori per necessità” (di cui si riempiono la bocca tutti i leghisti ospitati nei talk show), mentre ci rientrerebbero gli evasori totali, quelli che non vogliono pagare nemmeno davanti a una pistola puntata. Lo sconto sulle imposte si applica infatti sul “maggior reddito dichiarato” (nascosto al fisco), ma non a chi ha dichiarato tutto e poi non ha versato le imposte perché non aveva i soldi.
Il secondo ordine di problemi è tutto politico, invece.
Se c’è stata davvero una “manina” competente che ha provato a far passare condoni non concordati tra i “tre governi in uno”, si tratta di scoprire a chi appartiene. Non è una indagine complessa, perché può essere stato solo un ministro o un vice, o il sottosegretario alla presidenza del consiglio (il leghista Giorgetti).
Se invece era già tutto scritto così come si legge oggi, allora i ministri grillini – e tutto il loro staff, Giuseppe Conte compreso – semplicemente non avevano capito che cosa stavano elaborando di concerto con la Lega e Tria.
In entrambi i casi, però, questo governo sta insieme con lo sputo. Perché nel primo caso i leghisti sarebbero i nuovi berlusconiani, interessati soprattutto a fare gli interessi delle imprese, qualsiasi cosa facciano (evasione fiscale compresa); disposti a tutto, anche a taroccare la prima legge dello Stato infilandoci nottetempo frasi opportunamente scelte. Nel secondo, perché i grillini sarebbero degli incompetenti totali che poi buttano per aria il tavolo quando si accorgono di essere stati presi per il naso.
Sia chiaro. Queste cose accadono nella normale dialettica politica di qualsiasi governo in qualsiasi paese, ma hanno altrove un esito obbligato: lo scioglimento dell’alleanza di governo e la formazione di uno nuovo, oppure elezioni anticipate. L’unica alternativa in mano al ministro o partito che si ritiene truffato è infatti una sola: tacere e dunque cercare di rifarsi in un’altra occasione (a parti invertite), oppure denunciare davvero tutto e far saltare l’alleanza.
L’unica cosa che non si può fare è proprio quella provata fin qui da Di Maio: denunciare e continuare ad andare avanti come prima.
Ci sembra perciò altamente utile il sarcasmo del commento di Giorgio Cremaschi alla vicenda.
E adesso pover’uomo?
Questa davvero è un cambiamento, robe così non risultano agli archivi. Di Maio annuncia che denuncerà alla Procura della Repubblica la manipolazione del suo decreto fiscale del suo governo. Egli stesso ammette che quel testo contiene uno scandaloso condono, e anche una salvaguardia sul piano penale, per chi ha riciclato all’estero capitali sporchi. Mafie, corruttori e corrotti vari ringraziano.
Di Maio annuncia solennemente in TV che tutto questo è avvenuto a sua insaputa e che per questo andrà dal giudice. Ma chi denuncerà il vice presidente del consiglio? Salvini che conferma integralmente il provvedimento? Conte che come al solito non sa nulla? Tria che complotta nel buio? Castelli che non ha controllato i testi? O sé stesso per manifesta incapacità? Non lo sa Di Maio cosa approva? Non ha dei collaboratori che leggano i testi per lui? Non lo sa, il pover’uomo, che condono chiama condono? Che questa sanatoria sempre più vergognosa non riguarda solo l’evasione fiscale, ma anche quella dell’IVA e dei contributi previdenziali?
E siccome il testo non è ancora pubblico, finora neppure è arrivato al Quirinale, chissà quante altre porcherie contiene, come il decreto Genova nel quale una manina a cinquestelle – così dichiara Salvini – ha inserito la sanatoria per le case abusive di Ischia.
Che scambio di gelide manine tra Di Maio e Salvini: io metto una cosa a te, tu metti una cosa a me.
Ora però Di Maio annuncia, il che vuol dire che non è proprio detto che lo faccia, una denuncia in Procura.
Pover’uomo o ci fa o ci è, se fosse un concorrente de La Corrida a questo punto sarebbe travolto dai campanacci, ma come vicecapo del governo gode ancora del residuo credito che gli deriva dal discredito dei suoi predecessori. Di Maio deve tutto a Renzi, che come lui aveva inizialmente maturato un grande consenso, ma questa eredità si sta consumando rapidamente.
A sua insaputa.
Fonte
Un governo di pataccari totali...
Però che il bubbone sarebbe esploso così presto, effettivamente, era un po’ difficile da prevedere, anche per il più speranzoso dei “gufi”.
Ieri sera il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha utilizzato il megafono tardo-democristiano di Bruno Vespa per buttare lì una bomba politica di prima grandezza: «Non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato» che riguarda la pace fiscale. «Domani sarà depositata una denuncia alla procura della Repubblica».
Stiamo parlando della più importante legge dello Stato – quella di “stabilità”, che regola entrate e uscite per il prossimo anno – su cui già ora la Commissione Europea ha anticipato il veto, aprendo quindi un contenzioso dalle incerte conseguenze (è la prima volta che accade, nella Ue). Una legge che, garantisce il Quirinale, non è neppure ancora arrivata sul tavolo del presidente della Repubblica, come se in due giorni il “camminatore” non fosse riuscito a coprire i 500 metri che separano Palazzo Chigi dal Colle. Una legge che – una volta approvata dal Consiglio dei ministri – nessuno può azzardarsi a modificare senza aprire un confronto politico nel governo.
I problemi sono parecchi, ma di due tipi, fondamentalmente.
Il merito della “manipolazione”. Su questo Di Maio è stato chiaro. «Nel testo che è arrivato al Quirinale c’è lo scudo fiscale per i capitali all’estero. E c’è la non punibilità per chi evade. Noi non scudiamo capitali di corrotti e di mafiosi. E non era questo il testo uscito dal Cdm. Io questo testo non lo firmo e non andrà al Parlamento. Questo è un condono fiscale come quello che faceva Renzi, io questo non lo faccio votare. Non abbiamo mai chiesto né parlato di scudare capitali all’estero e tanto meno di prevedere l’impunità per gli evasori. Non abbiamo mai discusso di questi temi e soprattutto mai pensato a dare l’impunità per il reato di riciclaggio».
Si tratta di temi contro cui i Cinque Stelle hanno costruito gran parte della loro fortuna politica, quindi impossibili da avallare senza perdere automaticamente l’aura di “onestà” che li ha portati a diventare il primo partito nel paese.
La “manina” che avrebbe apportato le modifiche è certamente competente, sia in in materia economico-legale, sia in equilibri politici.
Secondo la denuncia (solo politica, per ora) di Di Maio la possibilità di “pace fiscale” (pagando il 20% del dovuto, senza sanzioni e interessi) sarebbe stata in modo fraudolento estesa a due imposte che riguardano proprietà e attività fiscali extra-confine (Ivie e Ivafe), che riguardano gli immobili all’estero e l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. Insomma, una specie di “scudo fiscale” per i capitali oltre confine.
Proprio come quello varato a suo tempo – con dettagli leggermente diversi – da Berlusconi-Tremonti, Renzi-Padoan, ecc. Come “governo del cambiamento” non c’è male...
In questi ultimi anni, quelli renziani, si chiamava voluntary disclosure, anzi è ora persino più benevola (la vecchia voluntary prevedeva il pagamento di tutto il dovuto, mentre ora gli evasori pagherebbero solo il 20%; bello sconto, vero?).
Ma c’è ovviamente di peggio, visto che la stessa “manina avrebbe” autorizzato anche uno scudo penale per chi presenterà la dichiarazione integrativa. Se, come c’è scritto nel testo “taroccato”, non c’è punibilità per “dichiarazione infedele, omesso versamento di ritenute e omesso versamento di Iva”, questa “facilitazione” varrebbe automaticamente anche in caso di riciclaggio o impiego di proventi illeciti. Un po’ troppo sfacciati, dai...
Altri argomenti spinosi già non mancavano, visto che la formula usata per delimitare la sanatoria di fatto esclude gli “evasori per necessità” (di cui si riempiono la bocca tutti i leghisti ospitati nei talk show), mentre ci rientrerebbero gli evasori totali, quelli che non vogliono pagare nemmeno davanti a una pistola puntata. Lo sconto sulle imposte si applica infatti sul “maggior reddito dichiarato” (nascosto al fisco), ma non a chi ha dichiarato tutto e poi non ha versato le imposte perché non aveva i soldi.
Il secondo ordine di problemi è tutto politico, invece.
Se c’è stata davvero una “manina” competente che ha provato a far passare condoni non concordati tra i “tre governi in uno”, si tratta di scoprire a chi appartiene. Non è una indagine complessa, perché può essere stato solo un ministro o un vice, o il sottosegretario alla presidenza del consiglio (il leghista Giorgetti).
Se invece era già tutto scritto così come si legge oggi, allora i ministri grillini – e tutto il loro staff, Giuseppe Conte compreso – semplicemente non avevano capito che cosa stavano elaborando di concerto con la Lega e Tria.
In entrambi i casi, però, questo governo sta insieme con lo sputo. Perché nel primo caso i leghisti sarebbero i nuovi berlusconiani, interessati soprattutto a fare gli interessi delle imprese, qualsiasi cosa facciano (evasione fiscale compresa); disposti a tutto, anche a taroccare la prima legge dello Stato infilandoci nottetempo frasi opportunamente scelte. Nel secondo, perché i grillini sarebbero degli incompetenti totali che poi buttano per aria il tavolo quando si accorgono di essere stati presi per il naso.
Sia chiaro. Queste cose accadono nella normale dialettica politica di qualsiasi governo in qualsiasi paese, ma hanno altrove un esito obbligato: lo scioglimento dell’alleanza di governo e la formazione di uno nuovo, oppure elezioni anticipate. L’unica alternativa in mano al ministro o partito che si ritiene truffato è infatti una sola: tacere e dunque cercare di rifarsi in un’altra occasione (a parti invertite), oppure denunciare davvero tutto e far saltare l’alleanza.
L’unica cosa che non si può fare è proprio quella provata fin qui da Di Maio: denunciare e continuare ad andare avanti come prima.
Ci sembra perciò altamente utile il sarcasmo del commento di Giorgio Cremaschi alla vicenda.
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E adesso pover’uomo?
Questa davvero è un cambiamento, robe così non risultano agli archivi. Di Maio annuncia che denuncerà alla Procura della Repubblica la manipolazione del suo decreto fiscale del suo governo. Egli stesso ammette che quel testo contiene uno scandaloso condono, e anche una salvaguardia sul piano penale, per chi ha riciclato all’estero capitali sporchi. Mafie, corruttori e corrotti vari ringraziano.
Di Maio annuncia solennemente in TV che tutto questo è avvenuto a sua insaputa e che per questo andrà dal giudice. Ma chi denuncerà il vice presidente del consiglio? Salvini che conferma integralmente il provvedimento? Conte che come al solito non sa nulla? Tria che complotta nel buio? Castelli che non ha controllato i testi? O sé stesso per manifesta incapacità? Non lo sa Di Maio cosa approva? Non ha dei collaboratori che leggano i testi per lui? Non lo sa, il pover’uomo, che condono chiama condono? Che questa sanatoria sempre più vergognosa non riguarda solo l’evasione fiscale, ma anche quella dell’IVA e dei contributi previdenziali?
E siccome il testo non è ancora pubblico, finora neppure è arrivato al Quirinale, chissà quante altre porcherie contiene, come il decreto Genova nel quale una manina a cinquestelle – così dichiara Salvini – ha inserito la sanatoria per le case abusive di Ischia.
Che scambio di gelide manine tra Di Maio e Salvini: io metto una cosa a te, tu metti una cosa a me.
Ora però Di Maio annuncia, il che vuol dire che non è proprio detto che lo faccia, una denuncia in Procura.
Pover’uomo o ci fa o ci è, se fosse un concorrente de La Corrida a questo punto sarebbe travolto dai campanacci, ma come vicecapo del governo gode ancora del residuo credito che gli deriva dal discredito dei suoi predecessori. Di Maio deve tutto a Renzi, che come lui aveva inizialmente maturato un grande consenso, ma questa eredità si sta consumando rapidamente.
A sua insaputa.
Fonte
Un governo di pataccari totali...
27/08/2018
Matteo Secondo nel vicolo cieco di Renzi
Si era infilato in una via senza uscita, e non ne è uscito. Salvini si è arreso alla stupidità della sua politica, provando però a capitalizzare anche la sconfitta. Ma è la prima serissima botta che rischia di incrinare la corazza di “consenso” che l’ha fin qui immeritatamente protetto.
Ieri pomeriggio ha ricevuto l’avviso di garanzia per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio, che non è proprio il massimo della gloria per un ministro dell’interno (che teoricamente dovrebbe far rispettare la legge, che evidentemente non conosce...).
Nelle stesse ore migliaia di siciliani indignati protestava nel porto di Catania, subendo cariche di polizia, ma arrivando persino a mettere gente in mare per cercare di raggiungere la nave. Una realtà che contrasta ad alzo zero con la narrazione tossica di un ministro che confonde per abitudine il 17% dei voti presi con il 30% che gli attribuiscono per ora i sondaggi e quindi con i “60 milioni di italiani”.
Poche ore dopo, intorno alle 21, ha disposto lo sbarco dei naufraghi da dieci giorni a bordo della Diciotti, nave della guardia costiera – ossia militare – che ha subito l’onta di non poter attraccare nel paese che è istituzionalmente incaricata di difendere.
Un tempismo più che sospetto, ma anche il segno dei molti limiti che sono stati superati in questa vicenda e che lasciano uno sbrego profondissimo nell’equilibrio dei poteri dello Stato.
Poche note veloci. Salvini ha dovuto cedere alla realtà delle cose. L’Unione Europea è un mostro senza testa di interessi economici in conflitto tra loro, uniti nello spolpare popolazioni e diritti del lavoro, ma incapaci di delineare una qualsiasi linea di gestione di problemi non affrontabili a colpi di “prescrizioni” favorite dai “mercati”. Il vertice convocato d’urgenza, ma limitato al livello degli “sherpa” (ossia non un vertice politico, ma tra “esperti”), non poteva produrre e non ha prodotto alcun risultato.
Solo Albania (paese extra-Ue) e Irlanda hanno accettato di prendersi 20 persone a testa. Il resto resterà in Italia.
Su questo punto decisivo governo e media di regime stanno in queste ore lavorando nascondere la realtà. La Cei (Conferenza episcopale italiana) non è infatti un paese straniero, ma l’organizzazione dei vescovi. Il che significa una sola cosa: quei 130 profughi (tra minori, sbarcati prima perché gravemente malati, e infine tutti i restanti) saranno dispersi nelle parrocchie italiane e utilizzati/accuditi dalle strutture locali della Chiesa. Ma dentro questo paese, contrariamente a quanto affermato per dieci giorni dallo scombiccherato leghista approdato al Viminale. Un punto per noi, uno in meno per lui.
Figura di merda a parte, restano i problemi. La magistratura svillaneggiata e minacciata (“se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa... occhio!!!“, il deputato abruzzese Giuseppe Bellachioma); il presidente della Repubblica indicato preventivamente come responsabile dell’eventuale sbarco dei profughi; Polizia e Marina Militare sempre più in imbarazzo, perché usate come strumenti della propaganda personale di un ministro in cui avevano persino “sperato”; grillini sempre più spaccati tra il democristianissimo opportunismo di Di Maio e quel tanto di valori generici rappresentato dall’immaginario Cinque Stelle.
Quello che secondo il felpoleghista sbraitante doveva essere un trampolino di lancio per un’ulteriore crescita dei consensi personali si è trasformato in uno scontro all’interno dello Stato, tra istituzioni che – pur agendo autonomamente e separatamente – dovrebbero in teoria convergere “nell’interesse del paese”.
Il Matteo Secondo è così arrivato in pochi passi (meno di tre mesi) allo stesso punto in cui era finito impiombato – dal voto referendario – il Matteo Primo, detto Renzi: il limite della Costituzione.
Sia il primo che il secondo, davanti al non riuscire a imporre la propria volontà su tutta una serie di questioni, si sono messi a re-interpretare la democrazia come “potere della maggioranza”, senza contrappesi istituzionali (i governi passano, lo Stato resta...), cancellando il ruolo dell’opposizione parlamentare (che pure non c’è, a parte qualche dichiarazione pro forma sui media) e soprattutto la complessità di una società frammentata e in conflitto, continuamente illusa con promesse e delusa dagli atti concreti di governo.
Sia il primo che il secondo, dunque, si sono trasformati in eversori dell’ordine costituito, puntando dritti a una prassi di governo anti-costituzionale. Per lucido calcolo il primo, per manifesta assenza di soluzioni credibili il secondo. Nulla di quello che Salvini aveva presentato come “il suo programma”, infatti, è realizzabile senza mettere in discussione totale i trattati internazionali che hanno tolto ai governi nazionali la titolarità della politica monetaria, economica, industriale, fiscale (in qualche misura).
Dunque, nessuna flat tax per i ricchi è possibile; nessuna revisione radicale della “legge Fornero” è seriamente presentabile in sede di legge di stabilità a fine anno; nessun mega-piano di assunzioni nella pubblica amministrazione è realizzabile. Così come non lo è – in questo quadro – il “reddito di cittadinanza” promesso dai temporanei alleati di governo. Se ne è avuta la prova con il “decreto dignità”, letteralmente una scatola vuota, dal punto di vista dei lavoratori in genere.
Le uniche cose che possono fare questi dilettanti allo sbaraglio, avevamo scritto subito, sono misure a costo zero. Dunque qualche sgombero di occupazioni storiche, e soprattutto ma “mano dura” con gli ultimi: migranti, rom, mendicanti, ecc, che non hanno protettori né lobby.
Qui era difficile fare peggio del predecessore, il “dem” Marco Minniti. Dunque a Salvini non è rimasta che la scartina: fare di ogni nave impegnata nei salvataggi un “caso da prima pagina”, per dimostrare che lui fa sul serio mentre “l’Europa” e gli altri “buonisti” non fanno nulla, o se la fanno sotto.
Strada lì per lì “popolare”, ma con controindicazioni serissime, come si è visto: la violazione della legislazione esistente (che non è quella che ha in testa lui), la conseguente esposizione all’intervento della magistratura, i rapporti tra i diversi poteri dello Stato, e finanche tra le diverse “catene di comando” di diverse istituzioni.
Al contrario di Matteo Primo, il Secondo non ha alcuna possibilità di proporre a breve una revisione golpista della Costituzione. Perciò punta apertamente a massimizzare la propria “popolarità” prima di aprire la crisi di governo ed andare ad elezioni anticipate (“Ci metto un attimo a portare tutti ad elezioni e diventare presidente del Consiglio“). Lì ricucirebbe – se mai si sono lacerati – i rapporti col resto del centrodestra, e da posizioni di estrema forza, per assicurarsi una maggioranza finalmente blindata e senza contrattazioni quotidiane.
Anche questa strada, comunque, appare in salita. Molti interessi e molti poteri si metteranno sicuramente di traverso. Per primi (ma sono i più fragili) i Cinque Stelle, che rischiano a breve conflitti interni facilmente devastanti, nonostante o a causa dell’iper-opportunismo di Gigino da Pomigliano
Più seriamente, il “terzo governo” presente in questo esecutivo – l’Unione Europea e i suoi "garanti": Moavero Milanesi, Tria, lo stesso Mattarella) – non lascerà via libera tanto facilmente a un disegno personale tanto ambizioso quanto insensato. Se il “lavorìo ai fianchi” sarà lungo e ben strutturato, anche l’indice dei sondaggi potrebbe ben presto invertire il trend.
In fondo, mica si può governare per cinque anni inseguendo qualche nave con pochi disperati a bordo e basta...
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Ieri pomeriggio ha ricevuto l’avviso di garanzia per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio, che non è proprio il massimo della gloria per un ministro dell’interno (che teoricamente dovrebbe far rispettare la legge, che evidentemente non conosce...).
Nelle stesse ore migliaia di siciliani indignati protestava nel porto di Catania, subendo cariche di polizia, ma arrivando persino a mettere gente in mare per cercare di raggiungere la nave. Una realtà che contrasta ad alzo zero con la narrazione tossica di un ministro che confonde per abitudine il 17% dei voti presi con il 30% che gli attribuiscono per ora i sondaggi e quindi con i “60 milioni di italiani”.
Poche ore dopo, intorno alle 21, ha disposto lo sbarco dei naufraghi da dieci giorni a bordo della Diciotti, nave della guardia costiera – ossia militare – che ha subito l’onta di non poter attraccare nel paese che è istituzionalmente incaricata di difendere.
Un tempismo più che sospetto, ma anche il segno dei molti limiti che sono stati superati in questa vicenda e che lasciano uno sbrego profondissimo nell’equilibrio dei poteri dello Stato.
Poche note veloci. Salvini ha dovuto cedere alla realtà delle cose. L’Unione Europea è un mostro senza testa di interessi economici in conflitto tra loro, uniti nello spolpare popolazioni e diritti del lavoro, ma incapaci di delineare una qualsiasi linea di gestione di problemi non affrontabili a colpi di “prescrizioni” favorite dai “mercati”. Il vertice convocato d’urgenza, ma limitato al livello degli “sherpa” (ossia non un vertice politico, ma tra “esperti”), non poteva produrre e non ha prodotto alcun risultato.
Solo Albania (paese extra-Ue) e Irlanda hanno accettato di prendersi 20 persone a testa. Il resto resterà in Italia.
Su questo punto decisivo governo e media di regime stanno in queste ore lavorando nascondere la realtà. La Cei (Conferenza episcopale italiana) non è infatti un paese straniero, ma l’organizzazione dei vescovi. Il che significa una sola cosa: quei 130 profughi (tra minori, sbarcati prima perché gravemente malati, e infine tutti i restanti) saranno dispersi nelle parrocchie italiane e utilizzati/accuditi dalle strutture locali della Chiesa. Ma dentro questo paese, contrariamente a quanto affermato per dieci giorni dallo scombiccherato leghista approdato al Viminale. Un punto per noi, uno in meno per lui.
Figura di merda a parte, restano i problemi. La magistratura svillaneggiata e minacciata (“se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa... occhio!!!“, il deputato abruzzese Giuseppe Bellachioma); il presidente della Repubblica indicato preventivamente come responsabile dell’eventuale sbarco dei profughi; Polizia e Marina Militare sempre più in imbarazzo, perché usate come strumenti della propaganda personale di un ministro in cui avevano persino “sperato”; grillini sempre più spaccati tra il democristianissimo opportunismo di Di Maio e quel tanto di valori generici rappresentato dall’immaginario Cinque Stelle.
Quello che secondo il felpoleghista sbraitante doveva essere un trampolino di lancio per un’ulteriore crescita dei consensi personali si è trasformato in uno scontro all’interno dello Stato, tra istituzioni che – pur agendo autonomamente e separatamente – dovrebbero in teoria convergere “nell’interesse del paese”.
Il Matteo Secondo è così arrivato in pochi passi (meno di tre mesi) allo stesso punto in cui era finito impiombato – dal voto referendario – il Matteo Primo, detto Renzi: il limite della Costituzione.
Sia il primo che il secondo, davanti al non riuscire a imporre la propria volontà su tutta una serie di questioni, si sono messi a re-interpretare la democrazia come “potere della maggioranza”, senza contrappesi istituzionali (i governi passano, lo Stato resta...), cancellando il ruolo dell’opposizione parlamentare (che pure non c’è, a parte qualche dichiarazione pro forma sui media) e soprattutto la complessità di una società frammentata e in conflitto, continuamente illusa con promesse e delusa dagli atti concreti di governo.
Sia il primo che il secondo, dunque, si sono trasformati in eversori dell’ordine costituito, puntando dritti a una prassi di governo anti-costituzionale. Per lucido calcolo il primo, per manifesta assenza di soluzioni credibili il secondo. Nulla di quello che Salvini aveva presentato come “il suo programma”, infatti, è realizzabile senza mettere in discussione totale i trattati internazionali che hanno tolto ai governi nazionali la titolarità della politica monetaria, economica, industriale, fiscale (in qualche misura).
Dunque, nessuna flat tax per i ricchi è possibile; nessuna revisione radicale della “legge Fornero” è seriamente presentabile in sede di legge di stabilità a fine anno; nessun mega-piano di assunzioni nella pubblica amministrazione è realizzabile. Così come non lo è – in questo quadro – il “reddito di cittadinanza” promesso dai temporanei alleati di governo. Se ne è avuta la prova con il “decreto dignità”, letteralmente una scatola vuota, dal punto di vista dei lavoratori in genere.
Le uniche cose che possono fare questi dilettanti allo sbaraglio, avevamo scritto subito, sono misure a costo zero. Dunque qualche sgombero di occupazioni storiche, e soprattutto ma “mano dura” con gli ultimi: migranti, rom, mendicanti, ecc, che non hanno protettori né lobby.
Qui era difficile fare peggio del predecessore, il “dem” Marco Minniti. Dunque a Salvini non è rimasta che la scartina: fare di ogni nave impegnata nei salvataggi un “caso da prima pagina”, per dimostrare che lui fa sul serio mentre “l’Europa” e gli altri “buonisti” non fanno nulla, o se la fanno sotto.
Strada lì per lì “popolare”, ma con controindicazioni serissime, come si è visto: la violazione della legislazione esistente (che non è quella che ha in testa lui), la conseguente esposizione all’intervento della magistratura, i rapporti tra i diversi poteri dello Stato, e finanche tra le diverse “catene di comando” di diverse istituzioni.
Al contrario di Matteo Primo, il Secondo non ha alcuna possibilità di proporre a breve una revisione golpista della Costituzione. Perciò punta apertamente a massimizzare la propria “popolarità” prima di aprire la crisi di governo ed andare ad elezioni anticipate (“Ci metto un attimo a portare tutti ad elezioni e diventare presidente del Consiglio“). Lì ricucirebbe – se mai si sono lacerati – i rapporti col resto del centrodestra, e da posizioni di estrema forza, per assicurarsi una maggioranza finalmente blindata e senza contrattazioni quotidiane.
Anche questa strada, comunque, appare in salita. Molti interessi e molti poteri si metteranno sicuramente di traverso. Per primi (ma sono i più fragili) i Cinque Stelle, che rischiano a breve conflitti interni facilmente devastanti, nonostante o a causa dell’iper-opportunismo di Gigino da Pomigliano
Più seriamente, il “terzo governo” presente in questo esecutivo – l’Unione Europea e i suoi "garanti": Moavero Milanesi, Tria, lo stesso Mattarella) – non lascerà via libera tanto facilmente a un disegno personale tanto ambizioso quanto insensato. Se il “lavorìo ai fianchi” sarà lungo e ben strutturato, anche l’indice dei sondaggi potrebbe ben presto invertire il trend.
In fondo, mica si può governare per cinque anni inseguendo qualche nave con pochi disperati a bordo e basta...
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