C’è una indagine in corso della quale sui mass media sembra già essere scattato il silenziatore. Dopo la notizia girata con rilievo dieci giorni fa, sono ormai giorni che nessuno sembra avere interesse per novità o considerazioni in merito ad una inchiesta che pure si annuncia cicciosa e rognosa.
I fatti ci dicono che il 26 marzo scorso ci sono state delle perquisizioni da parte della Guardia di Finanza al Ministero della Difesa, a Rfi (Ferrovie), a Terna e al Polo Strategico Nazionale. Le perquisizioni sono avvenute nell’ambito di una indagine della Procura di Roma a seguito di quella sulla Sogei (ministero dell’Economia) in cui vengono ipotizzati i reati di corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio oltre alla turbativa d’asta e al traffico di influenze illecite.
Gli indagati risultano essere in totale 26. Nella nuova fase di indagine della Procura di Roma i nuovi indagati sono 15. Fra le persone perquisite ci sono anche generali della Difesa, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori.
Il nuovo filone di inchiesta coinvolgerebbe anche un ufficiale della Marina già coinvolto nel filone principale dell’indagine che portò all’arresto, nell’ottobre del 2024, dell’ex direttore generale di Sogei Paolino Iorio.
Inevitabile rilevare come i piagnoni della destra abbiano già messo le mani avanti. Secondo il quotidiano storico della destra romana Il Tempo, queste indagini “arrivano all’indomani della vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere. Una coincidenza che non può passare inosservata”.
L’onorevole Giorgio Mulè di Forza Italia, sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi fino al 2022 e attualmente vicepresidente della Camera, non risulta indagato ma il suo nome è venuto fuori il 26 marzo in un articolo de Il Domani. Prevedibile la reazione dell’onorevole il quale ha dichiarato che: “Ovviamente è del tutto casuale che ciò sia avvenuto subito dopo il referendum che mi ha visto fieramente opposto al capo di quella Procura protagonista dell’inchiesta”.
Ma sulle pagine de Il Tempo è possibile leggere anche una chiara excusatio non petita. “Perché proprio adesso?” – si chiede retoricamente il giornale – “L’emersione dell’inchiesta, che potrebbe coinvolgere anche esponenti politici della maggioranza di governo, avviene in un momento politicamente sensibile: subito dopo l’esito referendario sulla separazione”.
Ma se l’inchiesta avesse voluto influenzare il referendum sarebbe semmai venuta alla luce prima e non dopo. Il vittimismo aggressivo della destra sembra ormai aver perso ogni minimo raziocinio.
Il Ministero della Difesa in compenso ha assicurato pieno supporto e massima collaborazione sin dall’avvio delle attività investigative iniziate negli anni precedenti. “Eventuali responsabilità accertate – si legge in una nota della Difesa – saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria”.
L’ipotesi della Procura di Roma è che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno.
Tra queste aziende risultano esserci Terna, che è il gestore nazionale della rete elettrica, la RFI, che fa parte del gruppo Ferrovie dello Stato e gestisce la rete ferroviaria italiana, e il Polo Strategico Nazionale, una società pubblica che fornisce sistemi informatici in cloud alla pubblica amministrazione. Ma le perquisizioni sono avvenute anche al ministero della Difesa per via del presunto coinvolgimento di alcuni alti ufficiali.
Le indagini sono ancora in corso e riguardano soprattutto i rapporti tra due aziende: la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che li distribuisce sul mercato e li vende ad aziende ed enti pubblici.
Diversamente, all’interno del ministero della Difesa, l’indagine riguarda una gara d’appalto indetta da Teledife cioè l’ufficio che si occupa di progettare e gestire i sistemi informatici per le forze armate. L’ipotesi investigativa è che alcuni ufficiali abbiano favorito la Nsr rivelando in anticipo informazioni riservate e requisiti del bando per gli appalti. Secondo i magistrati sarebbero coinvolti alcuni funzionari di Teledife.
Sotto indagine è finito anche il Polo Strategico Nazionale dove, secondo gli investigatori, la direzione dell’organismo avrebbe fatto pressioni su ufficiali del ministero della Difesa per far inserire i prodotti informatici della Red Hat e altre forniture riconducibili alla Nsr all’interno dei servizi offerti dal Polo alla pubblica amministrazione.
Infine una parte dell’indagine si concentra anche sull’Aeronautica Militare dove un generale è accusato di corruzione, perché avrebbe rivelato a un imprenditore informazioni su un appalto relativo alla fornitura di sistemi meteorologici del valore di oltre 200 milioni di euro. In cambio, stando ai magistrati, avrebbe ottenuto dall’imprenditore, molto influente tra gli alti funzionari della Difesa, la promozione a generale.
Queste vero e proprio terremoto che, come abbiamo visto, è stato rapidamente silenziato sui mass media, pare essere lo sviluppo delle indagini nate da un’altra inchiesta: quella sulla Sogei, ovvero l’azienda che si occupa di gestire i servizi informatici di molti enti pubblici e che è controllata totalmente dal ministero dell’Economia. Nel 2024 il direttore generale della Sogei, Paolino Iorio, era stato arrestato insieme a un imprenditore dopo che i due erano stati colti in flagranza di reato mentre Iorio riceveva una tangente di circa 15mila euro. Iorio aveva poi patteggiato una pena a tre anni per corruzione.
Insomma l’indagine ha tutti i crismi per essere “cicciosa” ma stranamente è già uscita dall’attenzione dei mass media e non è ancora entrata in quella della politica.
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19/11/2025
Italia - Con la scusa della “guerra ibrida” vogliono imbavagliare politica e informazione
Nella riunione del Consiglio Supremo di Difesa di lunedì, il ministro della Difesa Crosetto ha presentato un rapporto su “Il contrasto alla guerra ibrida” curato dallo stesso Ministero e dagli apparati di intelligence. Si tratta di un documento che merita la dovuta attenzione e deve suscitare altrettanto allarme.
Alla presenza del presidente Mattarella, della premier Meloni, del Capo di Stato Maggiore, di vari ministri e del sottosegretario Mantovano con delega sui servizi segreti, la riunione ha preso in esame scenari e contromisure di guerra che avranno serie e gravi ripercussioni sulla vita politica e democratica del paese.
Il Rapporto è un documento di 119 pagine che contengono valutazioni e analisi strategiche sulle guerre ibride – ossia non convenzionali – dalle quali l’Italia si sente minacciata da parte di potenze straniere, in particolare Russia, Cina e Iran ma con particolare attenzione sulla prima.
Il carattere non convenzionale di una guerra ibrida, ne rende indefiniti i confini e i fattori, consentendo di leggere come atti di “guerra ibrida” il sabotaggio di una infrastruttura come un attacco hacker, ma anche un articolo di giornale o una campagna elettorale non allineata. Se qualcuno pensa che si stia esagerando, purtroppo si tratta di affermazioni testuali contenute nel rapporto presentato dal ministro Crosetto.
“Nel dominio ibrido, l’impatto cognitivo prevale su quello fisico: lo scopo non è soltanto infliggere un danno, ma seminare incertezza, sfiducia e paura – si legge nel rapporto del Ministero della Difesa – “Anche senza evidenze incontrovertibili, la sensazione collettiva di vulnerabilità può generare conseguenze strategiche tanto gravi quanto – o persino più – di un attacco apertamente dichiarato”.
L'“incertezza”, però, dal punto di vista del governo, offre il grandissimo vantaggio di poter utilizzare qualsiasi “segno strano” come una “manifestazione dell’attacco nemico”. Basti pensare, per esempio, alla pletora di “droni” avvistati, non abbattuti, forse anche inesistenti, ma classificati come “attacco ibrido russo”. Una volta sollevato il manto di nebbia dell’incertezza, le ombre che si muovo diventano fantasmi, spericoli, “complotto”...
Indicativo anche un passaggio della prefazione del ministro Crosetto al rapporto, secondo cui:
Ovviamente il maggiore soggetto nemico viene considerata la Russia. “Nel 2024 a Mosca sono state attribuite numerose attività ibride ai danni dei Paesi sostenitori dell’Ucraina” – è scritto nel rapporto – “Tali azioni avrebbero mirato a minare la coesione del fronte occidentale, incidendo sulle catene di approvvigionamento e sulle fonti energetiche, e si sarebbero concretizzate in sabotaggi e cyberattacchi di intensità crescente in Europa, oltre a campagne di disinformazione e alla strumentalizzazione dei flussi migratori a fini destabilizzanti”.
Non parlate male della Nato o dell’Unione Europea
Nel rapporto è scritto testualmente che
I “nemici” sono vicino a te
Le caratteristiche difficilmente catalogabili dei soggetti della guerra ibrida delle potenze straniere contro l’Italia, costringono il rapporto ad una indefinitezza che però lascia enormi margini di discrezionalità.
L’ossessione sull’uso dei social network
Tra le maggiori preoccupazioni del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence – fino a diventare un’ossessione – è quello di coinvolgere questo “patto sociale” ai fini della contro-guerra ibrida nel controllo e nel depotenziamento dei social network come strumento di comunicazione alternativa a quella del mainstream.
Secondo il rapporto, “la disinformazione, i cyber-attacchi e le deepfake vanno affrontati insieme”, secondo le linee guida che vengono indicate.
In particolare, queste linee guida invitano le piattaforme a:
a) agevolare l’accesso degli utenti alle informazioni ufficiali sui processi elettorali;
b) realizzare iniziative e campagne di alfabetizzazione mediatica incentrate sulle elezioni;
c) adottare misure per fornire agli utenti informazioni sui contenuti e sugli account con cui interagiscono;
d) aggiornare e perfezionare i sistemi di raccomandazione dei contenuti online;
e) prevenire l’ambiguità e l’uso improprio dei messaggi di pubblicità politica;
f) demonetizzare i contenuti disinformativi, tramite misure mirate che evitino che la collocazione di pubblicità fornisca incentivi finanziari alla diffusione della disinformazione, nonché contrastare i contenuti di incitamento all’odio, di estremismo violento o radicalizzanti che possano influenzare le scelte elettorali degli utenti.
La clava della “disinformazione” per blindare media e partiti ufficiali e liquidare i “candidati estremisti”
Nel rapporto del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence si entra poi a gamba tesa anche sul piano politico. Partendo dal presupposto che chi è fuori dai giochi politici istituzionali, se non è una minaccia, può diventarlo, il pretesto della disinformazione viene usato come una clava per impedire l’insorgere di opzioni politiche – anche elettorali – dissonanti da quelle bipartisan sempre più simili tra loro.
La disinformazione a quanto pare deve rimanere una prerogativa solo dei giornali o telegiornali mainstream e ovviamente di alcuni governi (vogliamo parlare di Usa e Israele?). Non solo. Anche l’astensionismo elettorale, qualora non sia fisiologico ma in qualche modo veicolato come opzione politica, diventa una minaccia sulla quale intervenire.
Su questo lasciamo parlare testualmente il rapporto:
Nel Rapporto del ministero della Difesa è scritto testualmente che:
Addio “pluralismo” delle opinioni, competizione delle idee, dibattito politico. Una sola fonte di “informazione corretta”, tanti sorveglianti sulle opinioni “non riconosciute”... Il potere occidentale si blinda.
Sembra quasi impossibile, un mix tra fantapolitica e scenario distopico, ma questo è quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, con l’autorevole avallo del Quirinale e il silenzio o qualche balbettio dell’opposizione. Del resto tre anni di clima di guerra cominciano a produrre ferite profonde nella vita politica e democratica del paese. La massa oceanica che ha riempito le piazze solo un mese fa ha evidentemente spaventato le cariatidi guerrafondaie, che ora temono possa non solo proseguire ma anche crescere.
Rischiando di essere indicati come agenti della guerra ibrida ci sentiamo di affermare che la democrazia in Italia appare più minacciata da se stessa che da Mosca. Ma con i parametri indicati nel rapporto presentato da Crosetto... guai a dirlo!
Fonte
Alla presenza del presidente Mattarella, della premier Meloni, del Capo di Stato Maggiore, di vari ministri e del sottosegretario Mantovano con delega sui servizi segreti, la riunione ha preso in esame scenari e contromisure di guerra che avranno serie e gravi ripercussioni sulla vita politica e democratica del paese.
Il Rapporto è un documento di 119 pagine che contengono valutazioni e analisi strategiche sulle guerre ibride – ossia non convenzionali – dalle quali l’Italia si sente minacciata da parte di potenze straniere, in particolare Russia, Cina e Iran ma con particolare attenzione sulla prima.
Il carattere non convenzionale di una guerra ibrida, ne rende indefiniti i confini e i fattori, consentendo di leggere come atti di “guerra ibrida” il sabotaggio di una infrastruttura come un attacco hacker, ma anche un articolo di giornale o una campagna elettorale non allineata. Se qualcuno pensa che si stia esagerando, purtroppo si tratta di affermazioni testuali contenute nel rapporto presentato dal ministro Crosetto.
“Nel dominio ibrido, l’impatto cognitivo prevale su quello fisico: lo scopo non è soltanto infliggere un danno, ma seminare incertezza, sfiducia e paura – si legge nel rapporto del Ministero della Difesa – “Anche senza evidenze incontrovertibili, la sensazione collettiva di vulnerabilità può generare conseguenze strategiche tanto gravi quanto – o persino più – di un attacco apertamente dichiarato”.
L'“incertezza”, però, dal punto di vista del governo, offre il grandissimo vantaggio di poter utilizzare qualsiasi “segno strano” come una “manifestazione dell’attacco nemico”. Basti pensare, per esempio, alla pletora di “droni” avvistati, non abbattuti, forse anche inesistenti, ma classificati come “attacco ibrido russo”. Una volta sollevato il manto di nebbia dell’incertezza, le ombre che si muovo diventano fantasmi, spericoli, “complotto”...
Indicativo anche un passaggio della prefazione del ministro Crosetto al rapporto, secondo cui:
“Nell’ambito ibrido conta più la percezione che la certezza: l’obiettivo non è solo colpire, ma instillare dubbio e insicurezza. La percezione pubblica di vulnerabilità, anche in assenza di prove definitive, produce effetti strategici pari – o superiori – a quelli di un attacco dichiarato”.Nel documento è scritto che la guerra ibrida è oggi una delle principali sfide per le democrazie occidentali. “L’obiettivo è erodere la resilienza democratica, minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, dividere le società, influenzare le opinioni pubbliche con false informazioni”.
Ovviamente il maggiore soggetto nemico viene considerata la Russia. “Nel 2024 a Mosca sono state attribuite numerose attività ibride ai danni dei Paesi sostenitori dell’Ucraina” – è scritto nel rapporto – “Tali azioni avrebbero mirato a minare la coesione del fronte occidentale, incidendo sulle catene di approvvigionamento e sulle fonti energetiche, e si sarebbero concretizzate in sabotaggi e cyberattacchi di intensità crescente in Europa, oltre a campagne di disinformazione e alla strumentalizzazione dei flussi migratori a fini destabilizzanti”.
Non parlate male della Nato o dell’Unione Europea
Nel rapporto è scritto testualmente che
“Gli attori della minaccia ibrida sfruttano vulnerabilità politiche, economiche e sociali con tattiche volte a destabilizzare i processi democratici degli Stati bersaglio. Tali tattiche includono:Se l’obiettivo è “evitare la destabilizzazione” allora ogni critica o contestazione delle politiche governative (italiane, europee, Nato) diventa un potenziale “attacco ibrido”, “disinformazione”, ecc.
a) interferenze nei processi elettorali e democratici (ad esempio, azioni mirate a influenzare o sabotare consultazioni elettorali);
b) delegittimazione dei sistemi e dei processi democratici;
c) indebolimento della coesione sociale nazionale e della fiducia nei confronti del governo;
d) destabilizzazione dell’ecosistema informativo interno;
e) diffusione di sfiducia nelle alleanze e organizzazioni sovranazionali (come UE, NATO, G7).”
I “nemici” sono vicino a te
Le caratteristiche difficilmente catalogabili dei soggetti della guerra ibrida delle potenze straniere contro l’Italia, costringono il rapporto ad una indefinitezza che però lascia enormi margini di discrezionalità.
“Per la natura stessa del dominio cyber, gli effetti non sono sempre riconducibili ad azioni palesi. Inoltre, gli attori malevoli sono raramente identificabili, comunque non con certezza, e quindi non perseguibili in accordo a norme statuali e costituzionali interne, o del Diritto Internazionale.”Per questa ragione tutti vanno arruolati nella contro-guerra ibrida perché, secondo il ministero della Difesa, “il nemico” può essere vicino a te, magari il tuo compagno di banco all’università o a scuola o il collega di redazione. A tale scopo, scrive il rapporto: “Serve un patto sociale: tutti coinvolti, dalla scuola ai social media: è prima di tutto una battaglia culturale che va combattuta da tutta la società”.
L’ossessione sull’uso dei social network
Tra le maggiori preoccupazioni del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence – fino a diventare un’ossessione – è quello di coinvolgere questo “patto sociale” ai fini della contro-guerra ibrida nel controllo e nel depotenziamento dei social network come strumento di comunicazione alternativa a quella del mainstream.
Secondo il rapporto, “la disinformazione, i cyber-attacchi e le deepfake vanno affrontati insieme”, secondo le linee guida che vengono indicate.
In particolare, queste linee guida invitano le piattaforme a:
a) agevolare l’accesso degli utenti alle informazioni ufficiali sui processi elettorali;
b) realizzare iniziative e campagne di alfabetizzazione mediatica incentrate sulle elezioni;
c) adottare misure per fornire agli utenti informazioni sui contenuti e sugli account con cui interagiscono;
d) aggiornare e perfezionare i sistemi di raccomandazione dei contenuti online;
e) prevenire l’ambiguità e l’uso improprio dei messaggi di pubblicità politica;
f) demonetizzare i contenuti disinformativi, tramite misure mirate che evitino che la collocazione di pubblicità fornisca incentivi finanziari alla diffusione della disinformazione, nonché contrastare i contenuti di incitamento all’odio, di estremismo violento o radicalizzanti che possano influenzare le scelte elettorali degli utenti.
La clava della “disinformazione” per blindare media e partiti ufficiali e liquidare i “candidati estremisti”
Nel rapporto del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence si entra poi a gamba tesa anche sul piano politico. Partendo dal presupposto che chi è fuori dai giochi politici istituzionali, se non è una minaccia, può diventarlo, il pretesto della disinformazione viene usato come una clava per impedire l’insorgere di opzioni politiche – anche elettorali – dissonanti da quelle bipartisan sempre più simili tra loro.
La disinformazione a quanto pare deve rimanere una prerogativa solo dei giornali o telegiornali mainstream e ovviamente di alcuni governi (vogliamo parlare di Usa e Israele?). Non solo. Anche l’astensionismo elettorale, qualora non sia fisiologico ma in qualche modo veicolato come opzione politica, diventa una minaccia sulla quale intervenire.
Su questo lasciamo parlare testualmente il rapporto:
“La diffusione di notizie false o manipolate costituisce una minaccia rilevante per l’integrità dei processi elettorali.Infine, ma non certo per importanza, in nome del contrasto alle guerre ibride si vorrebbe mettere il bavaglio anche alle critiche, alle posizioni e ai movimenti che chiedono un cambiamento sociale. Una esagerazione? Niente affatto.
La manipolazione informativa può generare sfiducia nei media tradizionali, nelle istituzioni e nelle autorità, erodendo questi tre pilastri delle società democratiche e potenzialmente alimentando l’apatia dei cittadini verso i processi elettorali (fino a scoraggiare l’affluenza alle urne).
La formula è semplice: diffondere bugie per far perdere fiducia nella democrazia e scoraggiare il voto.
Inoltre, la propagazione di narrazioni estreme o anti-sistema può aumentare la visibilità di personaggi di nicchia le cui posizioni risultano in parte o del tutto allineate con quelle veicolate da attori ostili, fungendo da moltiplicatore di consenso per tali narrazioni.
In pratica sembra che vogliano due cose: che la gente non voti e che emergano candidati estremisti utili ai loro interessi”.
Nel Rapporto del ministero della Difesa è scritto testualmente che:
“Le recenti campagne di disinformazione hanno evidenziato come gli attori ostili elaborino e diffondano contenuti in concomitanza di importanti appuntamenti elettorali (come le elezioni del Parlamento UE o le Presidenziali USA), interferendo con il loro normale svolgimento.Quindi una forza politica, un giornale, un commentatore o altro soggetto, qualora cerchi legittimamente di “influenzare l’opinione pubblica con le proprie posizioni”, critichi gli altri partiti o candidati, semini sfiducia in enti e istituzioni o istighi al conflitto sociale per mettere fino alle disuguaglianze esistenti, potrebbe essere considerato un agente della guerra ibrida di una potenza straniera.
In tali casi, le campagne mirano a:
a) influenzare l’opinione pubblica;
b) screditare partiti politici e candidati;
c) minare la fiducia in enti e istituzioni;
d) accentuare le divergenze socio-politiche preesistenti.”
Addio “pluralismo” delle opinioni, competizione delle idee, dibattito politico. Una sola fonte di “informazione corretta”, tanti sorveglianti sulle opinioni “non riconosciute”... Il potere occidentale si blinda.
Sembra quasi impossibile, un mix tra fantapolitica e scenario distopico, ma questo è quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, con l’autorevole avallo del Quirinale e il silenzio o qualche balbettio dell’opposizione. Del resto tre anni di clima di guerra cominciano a produrre ferite profonde nella vita politica e democratica del paese. La massa oceanica che ha riempito le piazze solo un mese fa ha evidentemente spaventato le cariatidi guerrafondaie, che ora temono possa non solo proseguire ma anche crescere.
Rischiando di essere indicati come agenti della guerra ibrida ci sentiamo di affermare che la democrazia in Italia appare più minacciata da se stessa che da Mosca. Ma con i parametri indicati nel rapporto presentato da Crosetto... guai a dirlo!
Fonte
15/08/2019
Open Arms. Ministri in conflitto sullo sbarco a Lampedusa
L’Ong spagnola Open Arms ferma da 13 giorni davanti a Lampedusa con 147 migranti naufragati a bordo, nei giorni scorsi aveva presentato un ricorso al Tar contro il divieto di sbarco nel porto italiano. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto Internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del Decreto Sicurezza Bis, lo stesso oggi risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. A rendere nota la sentenza del Tar è la stessa la ong spagnola annunciando che si dirigerà ora verso “il porto sicuro più vicino” e che non può che essere Lampedusa.
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
17/04/2019
Verso l’uomo solo al comando
Non ci interessiamo molto del quotidiano cicaleccio della “politica” italiana.
Non ci sembra utile correr dietro a battute via twitter che durano meno del tempo necessario a scriverle, perché sappiamo bene quali siano i limiti entro cui viene esercitata la “sovranità” delle scelte politiche – sia in campo economico che militar-diplomatico.
Ma ogni tanto qualche scontro vero, dentro il governo, c’è. Anche se si fa una certa fatica a distinguerlo dalle normali sciocchezze da campagna elettorale permanente.
Un esempio di questo scontro viene dall’incidente diplomatico senza precedenti tra il ministro dell’Interno e nientemeno che i vertici dello Stato maggiore della Difesa – i militari, insomma – dove al centro del contendere c’è in effetti una direttiva ministeriale, non un tweet.
Si tratta della “terza direttiva sul contrasto all’immigrazione clandestina” firmata da Salvini, scritta di corsa con l’intento esplicito di fermare una nuova missione della nave Mare Jonio, gestista dalla ong Mediterranea. Che è a sua volta una trovata a cavallo tra l’umanitario e l’elettorale, con protagonisti politici – Casarini, Fratoianni, ecc. – che non brillano affatto su altri fronti dello scontro politico e sociale.
Fosse soltanto uno scambio di dispetti tra ministri e ministeri, non varrebbe la pena di occuparsene. Di “scontri tra totani” ce ne sono anche troppi ogni giorno.
Ma, come ha spiegato un’alta fonte del ministero della Difesa all’AdnKronos – agenzia stampa solitamente ben introdotta negli ambienti militari – nello scrivere un testo con un fine così limitato, lo staff di Salvini ha pestato piedi ben più importanti.
“Una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica. Quel che è accaduto è gravissimo perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato. Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia. Noi rispondiamo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze armate“.
Penosa la risposta di Salvini, che evoca la minaccia dell’Isis nascosto tra gli aspiranti naufraghi in fuga dai campi di concentramento libici sotto bombardamento. Senza neanche ricordarsi che laggiù, ora, c’è una guerra vera e propria, non un presunto “porto sicuro” affidato ai tagliagole stipendiati dal governo italiano.
Interpretare il potere di un ministero, sia pure importante, come un potere assoluto su tutta la macchina dello Stato è certamente una sgrammaticatura pesante. Che pone la solita domanda: uno che fa una cosa del genere, ci fa o ci è?
Le risposte possibili non sono molte. O lo staff leghista non conosce le regole costituzionali e le competenze istituzionali, oppure sa benissimo quel che fa e vuol produrre continuamente strappi in vista di obbiettivi non dichiarati.
Noi, ai cretini arrivati per sbaglio al potere, non abbiamo mai creduto. Nonostante parecchi degli attuali ministri sembrino usciti dalle selezioni del Grande Fratello o della Corrida.
Dunque questa progressione di forzature e scontri – in effetti non s’era sentito spesso un ministro della Difesa accusare quello degli Interni di “vaneggiare” – va riconosciuta come intenzionale e non come un incidente dovuto a manifesta incapacità.
E se andiamo con la mente alla storia di questo paese, da Tangentopoli in poi, passando per la caduta della “partitocrazia della Prima Repubblica”, all’ascesa di Berlusconi e Prodi, all’intervento dell’Unione Europea che portò al governo Monti, alla breve stagione del Matteo Primo (Renzi)... si vede chiaramente la progressione di una torsione istituzionale che mira alla centralizzazione del potere (residuo, come detto), in pochissime mani.
Meglio ancora, di un uomo solo al comando.
Ci avevano provato prima lo stesso Berlusconi, poi il guitto di Rignano sull’Arno (il Primo Matteo), con riforme costituzionali entrambe sagomate sul “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.
Il Secondo Matteo prosegue l’opera iniziata dai suoi predecessori. Ma ci sentiamo di escludere che sia lui lo “stratega”.
In quest’opera dei pupi che è diventata la “politica” italiana, quello che sta davanti sulla scena è solo lo straccio che deve attirare l’attenzione del toro.
Un po’ come accaduto con Berlusconi fino al 2011 e che è servito poi a far ingoiare il “pilota automatico” al posto di comando.
I maligni dicono che Draghi, tra una paparazzatissima messa insieme alla moglie e una laurea ad honorem, stia già scaldando i motori...
Fonte
Non ci sembra utile correr dietro a battute via twitter che durano meno del tempo necessario a scriverle, perché sappiamo bene quali siano i limiti entro cui viene esercitata la “sovranità” delle scelte politiche – sia in campo economico che militar-diplomatico.
Ma ogni tanto qualche scontro vero, dentro il governo, c’è. Anche se si fa una certa fatica a distinguerlo dalle normali sciocchezze da campagna elettorale permanente.
Un esempio di questo scontro viene dall’incidente diplomatico senza precedenti tra il ministro dell’Interno e nientemeno che i vertici dello Stato maggiore della Difesa – i militari, insomma – dove al centro del contendere c’è in effetti una direttiva ministeriale, non un tweet.
Si tratta della “terza direttiva sul contrasto all’immigrazione clandestina” firmata da Salvini, scritta di corsa con l’intento esplicito di fermare una nuova missione della nave Mare Jonio, gestista dalla ong Mediterranea. Che è a sua volta una trovata a cavallo tra l’umanitario e l’elettorale, con protagonisti politici – Casarini, Fratoianni, ecc. – che non brillano affatto su altri fronti dello scontro politico e sociale.
Fosse soltanto uno scambio di dispetti tra ministri e ministeri, non varrebbe la pena di occuparsene. Di “scontri tra totani” ce ne sono anche troppi ogni giorno.
Ma, come ha spiegato un’alta fonte del ministero della Difesa all’AdnKronos – agenzia stampa solitamente ben introdotta negli ambienti militari – nello scrivere un testo con un fine così limitato, lo staff di Salvini ha pestato piedi ben più importanti.
“Una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica. Quel che è accaduto è gravissimo perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato. Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia. Noi rispondiamo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze armate“.
Penosa la risposta di Salvini, che evoca la minaccia dell’Isis nascosto tra gli aspiranti naufraghi in fuga dai campi di concentramento libici sotto bombardamento. Senza neanche ricordarsi che laggiù, ora, c’è una guerra vera e propria, non un presunto “porto sicuro” affidato ai tagliagole stipendiati dal governo italiano.
Interpretare il potere di un ministero, sia pure importante, come un potere assoluto su tutta la macchina dello Stato è certamente una sgrammaticatura pesante. Che pone la solita domanda: uno che fa una cosa del genere, ci fa o ci è?
Le risposte possibili non sono molte. O lo staff leghista non conosce le regole costituzionali e le competenze istituzionali, oppure sa benissimo quel che fa e vuol produrre continuamente strappi in vista di obbiettivi non dichiarati.
Noi, ai cretini arrivati per sbaglio al potere, non abbiamo mai creduto. Nonostante parecchi degli attuali ministri sembrino usciti dalle selezioni del Grande Fratello o della Corrida.
Dunque questa progressione di forzature e scontri – in effetti non s’era sentito spesso un ministro della Difesa accusare quello degli Interni di “vaneggiare” – va riconosciuta come intenzionale e non come un incidente dovuto a manifesta incapacità.
E se andiamo con la mente alla storia di questo paese, da Tangentopoli in poi, passando per la caduta della “partitocrazia della Prima Repubblica”, all’ascesa di Berlusconi e Prodi, all’intervento dell’Unione Europea che portò al governo Monti, alla breve stagione del Matteo Primo (Renzi)... si vede chiaramente la progressione di una torsione istituzionale che mira alla centralizzazione del potere (residuo, come detto), in pochissime mani.
Meglio ancora, di un uomo solo al comando.
Ci avevano provato prima lo stesso Berlusconi, poi il guitto di Rignano sull’Arno (il Primo Matteo), con riforme costituzionali entrambe sagomate sul “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.
Il Secondo Matteo prosegue l’opera iniziata dai suoi predecessori. Ma ci sentiamo di escludere che sia lui lo “stratega”.
In quest’opera dei pupi che è diventata la “politica” italiana, quello che sta davanti sulla scena è solo lo straccio che deve attirare l’attenzione del toro.
Un po’ come accaduto con Berlusconi fino al 2011 e che è servito poi a far ingoiare il “pilota automatico” al posto di comando.
I maligni dicono che Draghi, tra una paparazzatissima messa insieme alla moglie e una laurea ad honorem, stia già scaldando i motori...
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12/12/2018
I deliri di Salvini in Israele
“Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah...”. Questo capolavoro di geopolitica è parte di uno pseudo comunicato pubblicato su Twitter dal ministro degli interni (e degli esteri?) del governo italiano.
I “terroristi” islamici di Hezbollah sono coloro che hanno evitato che l’Isis e i fratelli di Al-Qaeda prendessero possesso della Siria. Insieme all’Iran e all’intervento russo chiaramente. Ma il ruolo degli Hezbollah è stato decisivo. Sappiamo, del resto, qual è la posizione sulla Siria di Salvini e il suo sostegno all’ideologia wahabita, responsabile anche del massacro in Yemen, è in linea del resto con il suo asservimento totale al regime di Israele. Regime che Salvini ha il coraggio di definire“il baluardo di democrazia in Medio Oriente”. Su quest’ultima frase non scriviamo nulla per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.
Essendo la prima visita di un esponente del governo Conte nei territori occupati di Palestina, attendiamo presto prese di distanze immediate. Il silenzio assenso ai deliri di Salvini sarebbe imperdonabile.
P.s. Dopo la visita di Salvini in Israele gli Hezbollah avranno sicuramente iniziato a tremare di paura...
*****
Il delirio del ministro-influencer è di dimensioni tali da costringere addirittura il ministero della Didfesa a diramare commenti preoccupatissimi.
“Non vogliamo alzare nessuna polemica – affermano – ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell’area”.
Tradotto dal linguaggio diplomatico: “a Salvì, smettila di sparare cazzate via twetter, perché da ‘ste parti sparano sul serio, e manco Israele è stato capace di vincere...”
Fonte
18/04/2016
La 'fregata' per gli italiani
In un’ipotetica lista dei ministeri piagnoni, ossia quei ministeri che chiedono in continuazioni quattrini per i loro bilanci, non si potrebbero che annoverare tra i capolista i ministeri della Difesa e degli Interni.
Le motivazioni per cui questi due enti chiedano sempre più miliardi per le proprie spese sono sempre le solite: rinnovo dei mezzi e delle tecnologie, aumento di personale e stipendi, ecc. ecc.
Ogni ministro che si sia alternato a codeste poltrone ha più volte utilizzato motivazioni di “contingenza” interna prima di tutto ed esterna nel chiaro caso del Ministero della Difesa. Proprio quest’ultimo ha potuto contare su temi come terrorismo e immigrazione, che innescano, come la storia ci insegna, nascite di galline dalle uova d’oro o vacche grasse, da mungere fin che ce ne sia la possibilità.
Saltato agli onori della cronaca nell’affare con il marito, il più semplice esempio di corruzione, nonostante non si vedano scene alla mafia “Capitale”, la Pinotti ha saputo regalare perle di spesa pubblica per quel Ministero sempre in rosso come quello dell’Economia.
A piangere soldi e finanziamenti è l’ammiraglio Di Giorgi, quello che pare abbia avuto la possibilità di rendere una vita in Marina decisamente “pittoresca” qualora il dossier anonimo di trecento pagine redatto nei suoi confronti dovesse trovare conferma. Se non ora quando? Si sarà detto l’Ammiraglio, proprio alla luce della situazione libica e di un mediterraneo in tempesta, questione migranti e nuovi sbarchi compresi. Ecco, quindi, farsi avanti l’Ammiraglio chiedendo il rinnovo di una parte della flotta Militare italiana, spesa: 5,4 miliardi di euro.
Detto fatto, approvato dai parlamentari nell’inverno del 2014/2015, il piatto è servito. Peccato che quest’operazione sia stata fatta dipingendo il restyling proposto dall’ammiraglio con una pennellata di umanitarismo. Finanziamenti riguardanti unità navali che potessero essere di soccorso umanitario e protezione civile. I costi dell’operazione erano stati definiti acronisticamente “bassi”. Come sempre accade un gioco al ribasso fatto per non destare troppi sospetti, ma non appena si è avuto il parere favorevole da parte del parlamento ecco che i costi sono lievitati. Il menù parla di: Pattugliatori Polivalenti di Altura (PPA) euro 2.620.000.000, Unità anfibia multiruolo (LHD) euro 844.000.000, Unità d’Altura di Supporto Logistico (LSS) euro 325.000.000, mezzi navali polifunzionali ad altissima velocità euro 40.000.000.
A circa un anno di distanza i conti e i progetti di questo piano vengono a galla, quello che colpisce non è tanto la distrazione dei politici (coscientemente voluta) nel votare un piano del tutto offuscato da documenti incompleti e palesemente in contrasto tra loro, ma il fatto che gli attori in gioco siano riusciti a utilizzare per l’ennesima volta quelle che sono le tasche del Ministero dell’Economia, in due parole: soldi nostri.
I documenti che allora furono presentati in Parlamento parlavano dell’acquisto di un’unità anfibia multiruolo per il concorso della difesa ad attività di soccorso umanitario da 844 milioni di euro (supporto alla Protezione Civile in operazioni di disaster relief o nel concorso in operazioni di evacuazione e/o assistenza umanitaria/calamità naturali e ricerca/soccorso) e di sei pattugliatori polivalenti di altura per la sorveglianza marittima tridimensionale del costo medio di 437 milioni (controllo flussi migratori, soccorsi in mare, tutela ambientale). Chiaramente il caso ha iniziato a emergere quando Fincantieri e Finmeccanica hanno iniziato a presentare i documenti con le iniziali cifre dettagliate, dove i costi avevano subito un iniziale e considerevole aumento. La nave anfibia umanitaria era diventata una portaerei per F-35B, quindi di dimensioni importanti (245 metri), nessun rimpiazzo o evoluzione delle navi San Giorgio, San Marco e San Giusto o rimpiazzo della portaerei Garibaldi, come appunto fu raccontato al Parlamento, ma di nuova portaerei pare denominata “Trieste”. Nonostante che nel 2009 fosse stata acquistata una portaerei del valore di 1,5 miliardi di euro ecco pronta un’altra “fregata” per i cosiddetti contribuenti. Tra l’altro la portaerei acquistata 7 anni fa’ non ha potuto fare molta “strada” visti i costi di mantenimento, ben 1,5 milioni di euro per una settimana di navigazione, venne infatti utilizzata solo per un paio di tour in America Latina, Medioriente e Africa, inizialmente si era anche detto che sarebbe stata utilizzata in Libia nel 2011, cose che non avvenne. Per quanto abbia potuto solcare i mari, non ha fatto altro che promuovere nei suoi pochi viaggi una sorta di fiera galleggiante delle armi made in Italy (spesata dai privati), venne anche utilizzata nel 2015 per alcuni mesi all’operazione Eunavfor Med (contrasto al traffico di esseri umani in Mediterraneo centro-meridionale).
Anche per i pattugliatori “umanitari”, le documentazioni provano un’inversione di costi e utilizzo: aumentati da sei a sette, i pattugliatori diventarono fregate/caccia torpedinieri lanciamissili da prima linea (decisamente superiori in dimensioni e portata), i costi di partenza inizialmente furono di 437 milioni per poi arrivare inevitabilmente a 560 (dati Fincantieri 2015).
Sovradimensioni di mezzi e di conseguenza di costi non fermarono l’allora Parlamento neanche per un momento dall’approvare tali spese, aldilà dei dati imprecisi forniti alle aule di Camera e Senato per la richiesta di finanziamenti di tale portata, una volta scoperto l’arcano non si può certo dire che i politici si siano disperati per la presa in giro servita dall’allora Ministro della Difesa Pinotti e dall’ammiraglio De Giorgi. Tanto i costi di questi accordi come sempre sono scaricati sulla collettività che non comprende certo i responsabili di tali spese. Com’è provato che quello che arriva in parlamento non è niente di più che il frutto di accordi presi in tutt’altre sedi. Così che lo stesso ammiraglio De Giorgi, vista la possibilità di contare sulle maglie larghe del sistema, era pronto a chiedere un ulteriore legge che gli avrebbe permesso di accedere ad altri 5 miliardi di euro.
Sicuramente l’accantonamento di quest’ultimo progetto, viste le vicende giudiziarie che hanno coinvolto gli attori in campo (Poletti-De Giorgi), sarà riproposto non appena le acque si calmeranno. Le lacrime di coccodrillo che questi individui sono pronti a far scorrere per i loro interessi dovranno solo trovare altre facce presentabili e il gioco sarà fatto. Sempre che non si arrivi a una partecipazione dal basso per impedire tali sperperi di denaro pubblico sulla pelle di un Paese sempre più alla deriva, dove i poveri continuano ad aumentare segnando quota sette milioni. Persone costrette a rinunciare persino alle cure sanitarie, impossibilitate a sostenere una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni tre giorni o mantenere una casa. Una situazione che chiederà il conto presto o tardi.
Fonte
Le motivazioni per cui questi due enti chiedano sempre più miliardi per le proprie spese sono sempre le solite: rinnovo dei mezzi e delle tecnologie, aumento di personale e stipendi, ecc. ecc.
Ogni ministro che si sia alternato a codeste poltrone ha più volte utilizzato motivazioni di “contingenza” interna prima di tutto ed esterna nel chiaro caso del Ministero della Difesa. Proprio quest’ultimo ha potuto contare su temi come terrorismo e immigrazione, che innescano, come la storia ci insegna, nascite di galline dalle uova d’oro o vacche grasse, da mungere fin che ce ne sia la possibilità.
Saltato agli onori della cronaca nell’affare con il marito, il più semplice esempio di corruzione, nonostante non si vedano scene alla mafia “Capitale”, la Pinotti ha saputo regalare perle di spesa pubblica per quel Ministero sempre in rosso come quello dell’Economia.
A piangere soldi e finanziamenti è l’ammiraglio Di Giorgi, quello che pare abbia avuto la possibilità di rendere una vita in Marina decisamente “pittoresca” qualora il dossier anonimo di trecento pagine redatto nei suoi confronti dovesse trovare conferma. Se non ora quando? Si sarà detto l’Ammiraglio, proprio alla luce della situazione libica e di un mediterraneo in tempesta, questione migranti e nuovi sbarchi compresi. Ecco, quindi, farsi avanti l’Ammiraglio chiedendo il rinnovo di una parte della flotta Militare italiana, spesa: 5,4 miliardi di euro.
Detto fatto, approvato dai parlamentari nell’inverno del 2014/2015, il piatto è servito. Peccato che quest’operazione sia stata fatta dipingendo il restyling proposto dall’ammiraglio con una pennellata di umanitarismo. Finanziamenti riguardanti unità navali che potessero essere di soccorso umanitario e protezione civile. I costi dell’operazione erano stati definiti acronisticamente “bassi”. Come sempre accade un gioco al ribasso fatto per non destare troppi sospetti, ma non appena si è avuto il parere favorevole da parte del parlamento ecco che i costi sono lievitati. Il menù parla di: Pattugliatori Polivalenti di Altura (PPA) euro 2.620.000.000, Unità anfibia multiruolo (LHD) euro 844.000.000, Unità d’Altura di Supporto Logistico (LSS) euro 325.000.000, mezzi navali polifunzionali ad altissima velocità euro 40.000.000.
A circa un anno di distanza i conti e i progetti di questo piano vengono a galla, quello che colpisce non è tanto la distrazione dei politici (coscientemente voluta) nel votare un piano del tutto offuscato da documenti incompleti e palesemente in contrasto tra loro, ma il fatto che gli attori in gioco siano riusciti a utilizzare per l’ennesima volta quelle che sono le tasche del Ministero dell’Economia, in due parole: soldi nostri.
I documenti che allora furono presentati in Parlamento parlavano dell’acquisto di un’unità anfibia multiruolo per il concorso della difesa ad attività di soccorso umanitario da 844 milioni di euro (supporto alla Protezione Civile in operazioni di disaster relief o nel concorso in operazioni di evacuazione e/o assistenza umanitaria/calamità naturali e ricerca/soccorso) e di sei pattugliatori polivalenti di altura per la sorveglianza marittima tridimensionale del costo medio di 437 milioni (controllo flussi migratori, soccorsi in mare, tutela ambientale). Chiaramente il caso ha iniziato a emergere quando Fincantieri e Finmeccanica hanno iniziato a presentare i documenti con le iniziali cifre dettagliate, dove i costi avevano subito un iniziale e considerevole aumento. La nave anfibia umanitaria era diventata una portaerei per F-35B, quindi di dimensioni importanti (245 metri), nessun rimpiazzo o evoluzione delle navi San Giorgio, San Marco e San Giusto o rimpiazzo della portaerei Garibaldi, come appunto fu raccontato al Parlamento, ma di nuova portaerei pare denominata “Trieste”. Nonostante che nel 2009 fosse stata acquistata una portaerei del valore di 1,5 miliardi di euro ecco pronta un’altra “fregata” per i cosiddetti contribuenti. Tra l’altro la portaerei acquistata 7 anni fa’ non ha potuto fare molta “strada” visti i costi di mantenimento, ben 1,5 milioni di euro per una settimana di navigazione, venne infatti utilizzata solo per un paio di tour in America Latina, Medioriente e Africa, inizialmente si era anche detto che sarebbe stata utilizzata in Libia nel 2011, cose che non avvenne. Per quanto abbia potuto solcare i mari, non ha fatto altro che promuovere nei suoi pochi viaggi una sorta di fiera galleggiante delle armi made in Italy (spesata dai privati), venne anche utilizzata nel 2015 per alcuni mesi all’operazione Eunavfor Med (contrasto al traffico di esseri umani in Mediterraneo centro-meridionale).
Anche per i pattugliatori “umanitari”, le documentazioni provano un’inversione di costi e utilizzo: aumentati da sei a sette, i pattugliatori diventarono fregate/caccia torpedinieri lanciamissili da prima linea (decisamente superiori in dimensioni e portata), i costi di partenza inizialmente furono di 437 milioni per poi arrivare inevitabilmente a 560 (dati Fincantieri 2015).
Sovradimensioni di mezzi e di conseguenza di costi non fermarono l’allora Parlamento neanche per un momento dall’approvare tali spese, aldilà dei dati imprecisi forniti alle aule di Camera e Senato per la richiesta di finanziamenti di tale portata, una volta scoperto l’arcano non si può certo dire che i politici si siano disperati per la presa in giro servita dall’allora Ministro della Difesa Pinotti e dall’ammiraglio De Giorgi. Tanto i costi di questi accordi come sempre sono scaricati sulla collettività che non comprende certo i responsabili di tali spese. Com’è provato che quello che arriva in parlamento non è niente di più che il frutto di accordi presi in tutt’altre sedi. Così che lo stesso ammiraglio De Giorgi, vista la possibilità di contare sulle maglie larghe del sistema, era pronto a chiedere un ulteriore legge che gli avrebbe permesso di accedere ad altri 5 miliardi di euro.
Sicuramente l’accantonamento di quest’ultimo progetto, viste le vicende giudiziarie che hanno coinvolto gli attori in campo (Poletti-De Giorgi), sarà riproposto non appena le acque si calmeranno. Le lacrime di coccodrillo che questi individui sono pronti a far scorrere per i loro interessi dovranno solo trovare altre facce presentabili e il gioco sarà fatto. Sempre che non si arrivi a una partecipazione dal basso per impedire tali sperperi di denaro pubblico sulla pelle di un Paese sempre più alla deriva, dove i poveri continuano ad aumentare segnando quota sette milioni. Persone costrette a rinunciare persino alle cure sanitarie, impossibilitate a sostenere una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni tre giorni o mantenere una casa. Una situazione che chiederà il conto presto o tardi.
Fonte
05/07/2015
Basta non chiamarlo marò. Lo stupratore sui media
Uno stupro è uno stupro. Qualsiasi giornalista
alle prese con una notizia del genere non ha molto da pensare o da
mettersi a giocare con le parole. Tranne nel caso che si tratti di un
militare o comunque di un appartenente alle "forze dell'ordine".
Nel caso di Roma si sono potuti vedere all'opera tutti gli artifici lessicali possibili pur di non tirare fuori alcune parole-chiave che avrebbero potuto generare un piccolo cortocircuito mentale nei lettori o nei telespettatori. Non ci occupiamo qui, naturalmente, delle merde umane che nei commenti da social network hanno "virilmente" provato a processare la ragazza, "rea" di aver voluto vedere i fuochi artificiali - molto istituzionali, peraltro - di Castel Sant'Angelo; e quindi di essere per strada a tarda ora, intorno a piazzale Clodio, in un'afosa e affollata serata romana.
Prendiamo il quotidiano del benpensante romano medio, Il Messaggero:
Diciamo che a questo punto ci si poteva addirittura attendere un'indignato articolo contra la "casta" dei dipendenti pubblici, nullafacenti e all'occasione anche stupratori. Non mancano certo penne audaci abituate a far questo.
Certo, quel dettaglio messo in fondo ("mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione") stona un po' con l'immagine del travet nullafacente. Anzi, richiama tutt'altro immaginario, come anche le prime foto che ritraggono un palestrato parecchio in forma. Gli impiegati non vanno in "missione di pace" (a proposito: non ci hanno neanche detto quale).
Gli arsenali della Marina sono molti, quasi tutti allo stato museale. Ma non è lì che svolge le sue mansioni l'arrestato. Anzi, il sito ufficiale del ministero della Difesa non fa neanche menzione di "arsenali" di questo tipo nella sua area di competenza.
Dunque? Il signore ripreso dalle telecamere mentre fugge è certamente un "militare" che doveva "partire in misione". Insomma è un uomo dei gruppi operativi (non ci viene detto quale), uno che va a combattere e sparare, non un passacarte alle prese con i timbri.
Gente così, ma forse siamo solo sospettosi, in genere viene definita marò, anche se tecnicamente viene riferita specificamente agli incursori. Ma come faceva un giornalista medio, un faticatore della cronaca cittadina, a rischiare il posto usando una parola che deve essere usata soltanto per "i santi" affittati per proteggere una petroliera privata e sciaguratamente autori di un duplice omicidio ai danni di due pescatori? Gente insomma, che "rivogliamo indietro" e per cui ci viene spesso chiesto di spendere una lacrimuccia...
Ma è in questo modo che viene imbesuita l'"opinione pubblica"...
Fonte
Nel caso di Roma si sono potuti vedere all'opera tutti gli artifici lessicali possibili pur di non tirare fuori alcune parole-chiave che avrebbero potuto generare un piccolo cortocircuito mentale nei lettori o nei telespettatori. Non ci occupiamo qui, naturalmente, delle merde umane che nei commenti da social network hanno "virilmente" provato a processare la ragazza, "rea" di aver voluto vedere i fuochi artificiali - molto istituzionali, peraltro - di Castel Sant'Angelo; e quindi di essere per strada a tarda ora, intorno a piazzale Clodio, in un'afosa e affollata serata romana.
Prendiamo il quotidiano del benpensante romano medio, Il Messaggero:
È un 31enne appartenente al Ministero della Difesa - in forza presso l'Arsenale della Marina, l'uomo fermato per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne nei pressi di piazzale Clodio. Il militare, presunto responsabile dello stupro della 16enne, violentata a Roma lunedì sera, era di passaggio a Roma. L'uomo si sarebbe dovuto imbarcare oggi per una missione militare.Quasi identica la scheda del Corriere della Sera:
Fermato il (presunto) responsabile dello stupro a Prati. Giuseppe Franco, 31enne originario di Cassano Jonio, in provincia di Cosenza, dipendente del ministero della Difesa in forza all’Arsenale della Marina, è «gravemente indiziato» del reato di violenza sessuale aggravata sulla 15enne. Davanti agli inquirenti all’inizio il militare avrebbe respinto l’accusa sostenendo che il rapporto con la ragazza è stato consensuale. Franco era di passaggio a Roma perché mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione.Ancora più sintetica la descrizione di RaiNews:
E' un militare 31enne in forza presso l'Arsenale della Marina l'uomo arrestato per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne nei pressi di piazzale Clodio.Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il discorso non cambierebbe. L'ordine di scuderia - probabilmente innescato da un lancio d'agenzia su segnalazione della questura di Roma, come sempre avvene per i casi di cronaca nera - è chiaro: lo stupratore è un dipendente del ministero della Difesa in forza all’Arsenale della Marina. Non proprio un impiegato pubblico, ma quasi. Impressione rafforzata dall'indignato comunicato dello stesso ministero della Difesa, che rende noto che l'uomo "è stato immediatamente sospeso dall'impiego", sottolineando che il ministero "dove ne ricorrano i presupposti, non mancherà di promuovere la costituzione in giudizio della pubblica amministrazione".
Diciamo che a questo punto ci si poteva addirittura attendere un'indignato articolo contra la "casta" dei dipendenti pubblici, nullafacenti e all'occasione anche stupratori. Non mancano certo penne audaci abituate a far questo.
Certo, quel dettaglio messo in fondo ("mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione") stona un po' con l'immagine del travet nullafacente. Anzi, richiama tutt'altro immaginario, come anche le prime foto che ritraggono un palestrato parecchio in forma. Gli impiegati non vanno in "missione di pace" (a proposito: non ci hanno neanche detto quale).
Gli arsenali della Marina sono molti, quasi tutti allo stato museale. Ma non è lì che svolge le sue mansioni l'arrestato. Anzi, il sito ufficiale del ministero della Difesa non fa neanche menzione di "arsenali" di questo tipo nella sua area di competenza.
Dunque? Il signore ripreso dalle telecamere mentre fugge è certamente un "militare" che doveva "partire in misione". Insomma è un uomo dei gruppi operativi (non ci viene detto quale), uno che va a combattere e sparare, non un passacarte alle prese con i timbri.
Gente così, ma forse siamo solo sospettosi, in genere viene definita marò, anche se tecnicamente viene riferita specificamente agli incursori. Ma come faceva un giornalista medio, un faticatore della cronaca cittadina, a rischiare il posto usando una parola che deve essere usata soltanto per "i santi" affittati per proteggere una petroliera privata e sciaguratamente autori di un duplice omicidio ai danni di due pescatori? Gente insomma, che "rivogliamo indietro" e per cui ci viene spesso chiesto di spendere una lacrimuccia...
Ma è in questo modo che viene imbesuita l'"opinione pubblica"...
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