Nel 1985 erano riusciti a ingabbiare il Giappone in pieno boom economico e il suo galoppante yen con il famigerato Accordo del Plaza, un accordo-trappola mascherato da grande affare. A distanza di oltre 40 anni gli Stati Uniti sono impegnati a proporre uno schema simile con il chiaro intento di colpire lo yuan e stoppare l’ascesa della Cina.
I principali media statunitensi, Wall Street Journal in primis, raccontano ormai da settimane che è urgentissimo rivalutare quanto prima la divisa cinese. Emblematico l’ultimo articolo firmato da Greg Ip e intitolato “Why the World Needs to Force China’s Yuan to Revalue”, e cioè “Perché il mondo deve costringere lo yuan cinese a rivalutarsi”. Ancora più diretto il sommario del pezzo: “La Cina sta inondando il mondo di esportazioni a basso costo. Un accordo per rivalutare la sua valuta potrebbe essere l’unica soluzione”.
L’analisi di Ip si collega all’analisi diffusa nel 2024 da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, secondo il quale sarebbe necessario per Washington stipulare un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell’economia mondiale.
Il ritorno dell’Accordo del Plaza?Che cos’è l’Accordo del Plaza? Bisogna tornare agli anni Ottanta. All’epoca, per gli Stati Uniti, il Giappone rappresentava la stessa minaccia economica incarnata oggi dalla Cina: un Paese ricco, in ascesa e tecnologicamente all’avanguardia. Washington temeva soprattutto il crescente deficit commerciale e la forza dello yen. Il risultato? Nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito decisero di intervenire per indebolire il dollaro. Lo yen si apprezzò rapidamente, mettendo sotto pressione l’economia giapponese e le sue esportazioni. Per reagire, Tokyo allentò la politica monetaria, alimentando però una bolla immobiliare e finanziaria che sarebbe esplosa pochi anni dopo, con almeno due decenni di stagnazione e problemi gravissimi (ed evidenti) in tutto il Paese ancora adesso.
Ci si potrebbe chiedere cosa spinse il governo giapponese a firmare l’Accordo del Plaza. Al netto delle forti pressioni statunitensi, e del rischio di pesanti misure protezionistiche americane contro il Made in Japan, il governo nipponico era interessato ad accettare uno yen più forte per spostare il proprio modello di crescita dalle esportazioni alla domanda interna. L’idea giapponese, insomma, era quella di aderire al deal pensando che uno yen più forte avrebbe compensato il colpo all’export stimolando consumi e investimenti interni, accontentando anche gli Usa desiderosi di ridurre il surplus commerciale con Tokyo.
La Cina come il Giappone, lo yen come lo yuanPeccato che lo yen si apprezzò molto più rapidamente di quanto desiderato, che le esportazioni e la crescita rallentarono e che la Bank of Japan fu costretta a varare una politica monetaria sempre più espansiva.
Furono tagliati i tassi ma il denaro facile alimentò credito, immobili e Borsa, creando una gigantesca bolla che sarebbe esplosa nel 1989, non appena la BoJ iniziò a stringere la politica monetaria. Fu l’inizio del disastro. Dopo l’Accordo del Plaza il Giappone non avrebbe mai più messo in discussione l’egemonia economica e tecnologica statunitense.
Ecco: per il Wsj qualcosa del genere dovrebbe essere riproposto contro lo yuan (“Una valuta talmente sbilanciata da mettere a rischio l’intera economia globale”) e la Cina. “Un accordo valutario, imposto tramite dazi doganali, potrebbe essere l’unico modo per spingere la Cina ad agire”, scrive ancora il quotidiano statunitense.
Pechino, fa notare Goldman Sachs, ha un surplus commerciale enorme che raggiungerà presto i 1.200 miliardi di dollari, mentre lo yuan è “fortemente sottovalutato rispetto al valore che dovrebbe avere”. Oltre la Muraglia i funzionari, che hanno studiato la bolla giapponese e conoscono cosa è successo nel 1985 al Plaza Hotel di New York, hanno già fiutato la possibile trappola.
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