Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

21/09/2026

Il disastro del Libano

Dopo giorni di assedio, dal 17 settembre le forze israeliane (IDF) hanno intensificato le operazioni militari e i bombardamenti sulla cittadina costiera di al-Mansouri, situata nel distretto di Tiro nel sud del Libano; non è ben chiaro se ne abbiano già completato l’occupazione; certamente hanno operato distruzioni e fatto nuovi feriti, costringendo i residenti alla fuga. È l’ ultimo bollettino della guerra israelo-libanese del 2026.

La situazione militare del Libano del sud è sull’orlo del tracollo; le forze della Resistenza non sono state in grado, per ora, di fermare l’avanzata sionista.

I villaggi distrutti sono 67; i sionisti hanno imposto una “linea gialla” (riconosciuta solo dallo Stato di Israele) a partire dal confine meridionale (cosiddetta “linea blu”) verso nord; la fascia occupata comprende il 7% del territorio libanese, e ricade nei tre distretti di Sour, Majdal Zoun e Bint Jbeil, ma, dopo il secondo “cessate il fuoco” (fine giugno 2026), l’IDF ha continuato ad avanzare, occupando villaggi che si trovano oltre la linea gialla, nel distretto di Nabatieh. Il numero degli sfollati è pari a 200.000 persone.

Sul fronte politico-diplomatico, la situazione non è meno complicata, dato che i negoziati portati avanti dal presidente Aoun in Italia e in Grecia non hanno finora affrontato questioni cruciali come il cessate il fuoco, il ritiro di Israele, il rientro degli sfollati e la ricostruzione, per non parlare dell’annosa questione dei profughi palestinesi; di fronte ai nuovi problemi, questi ultimi sono completamente spariti dall’agenda politica libanese.

Il governo libanese (controllato e foraggiato dagli USA, alleati di Israele) ne sta ignorando le rivendicazioni (sia il diritto al ritorno sia la richiesta di naturalizzazione), come se non esistessero.

Inoltre la situazione economica è disastrosa: il costo della vita è aumentato del 66%; sono aumentati cure mediche, utenze, trasporti, istruzione, benzina, energia, e le tasse gravano per il 75% sulle classi sociali più basse; i rifiuti sono ovunque, come al tempo della rivolta dei rifiuti del 2015; il Libano va avanti grazie alle rimesse dei libanesi emigrati all’estero, soprattutto i dipendenti pubblici, i cui stipendi sono molto bassi. Il governo non ha le risorse né la volontà di intervenire, essendo legato ai finanziamenti Usa e sionisti.

L’urgenza sembra ora quella di definire una road map a partire dal ritiro del contingente UNIFIL (che avverrà progressivamente dal primo gennaio 2027) per creare una forza alternativa che monitori le zone occupate.

La grande paura è che Israele trovi campo libero per le sue mire espansionistiche, con un esercito libanese praticamente inerme, le forze della Resistenza rese inoffensive (è sempre in ballo la questione del disarmo di Hezbollah) e in più senza che lo “scudo” delle truppe UNIFIL possa rappresentare una remora o almeno un testimone internazionale.

Una situazione, insomma, che ricorda in modo sinistro a quella che si presentava alla vigilia del grande massacro di Sabra e Shatila.

Inoltre, anche sui negoziati sembrano pesare in qualche modo le divisioni confessionali dello Stato libanese, con il tavolo pakistano più vicino alla prospettiva dell’asse sciita (partito Amal e Hezbollah) e il tavolo occidentale più vicino ai cristiani maroniti.

Alle prossime elezioni mancano ancora due anni, ma il dato di novità, attualmente, è la perdita di peso politico di Hezbollah, in conseguenza del suo indebolimento militare; la presenza sociale continua ad essere forte, con ospedali, centri culturali, associazioni; sta giungendo a completamento il grande mausoleo di Hassan Nasrallah, assassinato il 27 settembre 2024; ma il partito è isolato e le sue posizioni hanno meno presa.

L’ assetto confessionale dello Stato non favorisce il partito sciita, che da anni ne sta chiedendo una revisione.

Inoltre, Hezbollah è rimasto quasi il solo (con il partito comunista libanese, PCL) a parlare ancora di resistenza, mentre tutti gli altri insistono sulla negoziazione, o vi si sono convertiti.

Persino le forze palestinesi presenti in Libano che si riconoscono nell’OLP collaborano apertamente al disarmo dei campi “fino all’ultima pistola” (sic), come concordato con il governo libanese; in cambio di che cosa non è chiaro, visto che la situazione dei profughi palestinesi è la peggiore di sempre; si auspica che le prossime consultazioni elettorali per il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC), il parlamento in esilio dell’OLP, portino all’elezione di una rappresentanza palestinese “responsabile”, ossia disposta a collaborare col governo libanese per ripulire i campi dagli armamenti.

La prospettiva che la guerra si intensifichi e che il Libano, a breve, sia oggetto di una aggressione più vasta e feroce è molto concreta; ma è evidente che le forze politiche libanesi arriveranno a questo appuntamento in ordine sparso, senza una strategia unitaria.

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