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giovedì 31 gennaio 2019

Siria - L'Occidente riscopre che al-Qaeda è un'organizzazione terrorista e non "ribelle"

di Michele Giorgio

Pur di abbattere il presidente siriano Bashar Assad, i paesi occidentali, con gli Usa in testa, e le monarchie arabe sunnite hanno favorito e finanziato in Siria una galassia di organizzazioni jihadiste e islamiste armate. Una strategia che ha favorito prima la nascita dello Stato islamico (Isis) del califfo Abu Bakr al Baghdadi che per quasi quattro anni ha dettato legge nel nord dell’Iraq e della Siria. E ora che il califfo è stato sconfitto, almeno territorialmente, è riemersa al Qaeda. Hayat Tahrir al Sham (ex Fronte al Nusra), l’ala siriana dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden, da alcune settimane controlla completamente la regione di Idlib, nella Siria nord-occidentale, dove ha sbaragliato la concorrenza jihadista.

Di conseguenza centinaia di migliaia degli oltre tre milioni di siriani che vivono in quest’area – fuori dal controllo di Damasco – potrebbero non ricevere più gli aiuti dell’Onu e di altre organizzazioni umanitarie.

Le minacce dei qaedisti siriani, descritti per anni come “ribelli anti-Assad” da buona parte dei media occidentali, stanno bloccando molti progetti umanitari con inevitabili riflessi sulla fornitura di servizi sanitari, l’assistenza alimentare e l’istruzione primaria a beneficio degli abitanti della regione di Idlib, in particolare gli sfollati giunti da Aleppo e altri centri abitati coinvolti nella guerra. La situazione umanitaria si è subito fatta allarmante e le agenzie internazionali potrebbero essere costrette a consegnare gli aiuti al cosiddetto “Governo di salvezza nazionale” formato dall’al Qaeda siriana ad Idlib.

Responsabile principale di questa situazione è la Turchia di Erdogan. Ankara in passato ha già aiutato i qaedisti e altri gruppi terroristici schierati contro Bashar Assad e da circa due anni mantiene truppe a nord di Idlib e una dozzina di torri di osservazione nella zona. Sarebbe dovuta intervenire invece è rimasta a guardare di fronte all’offensiva di Hayat Tahrir al Sham ad Idlib e in porzioni dei distretti di Aleppo, Hama e Latakiya. I qaedisti con la compiacenza di Erdogan – che usa ogni mezzo, anche le organizzazioni terroristiche, per contrastare le aspirazioni dei “nemici” curdi – hanno anche approfittato della tregua negoziata a settembre dalla Turchia e dalla Russia che ha impedito all’esercito siriano di riprendere il controllo di Idlib, l’ultima importante parte del paese non ancora tornata all’autorità di Damasco.

Ankara ha già subito contatto con il loro governo creando, di fatto, le basi per la probabile crisi umanitaria ad Idlib.

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Senza Slot. Fermato il processo contro i padroni del gioco d’azzardo

Giovedì scorso si è tenuta a Bologna la seconda udienza del processo in cui il presidente di Assotrattenimento 2007, Massimiliano Pucci, era imputato per diffamazione per alcune sue dichiarazioni del 2013 contro Senza Slot: prima dell’inizio del processo, abbiamo ricostruito la vicenda per il nostro blog sul Fatto Quotidiano.

La diffamazione è un reato per cui non si procede d’ufficio, ma a querela della persona offesa: tecnicamente si dice che la querela è una condizione di procedibilità del reato. In questo caso era stato Pietro Pace, cioè il proprietario del nostro sito senzaslot.it, a sporgere la querela a nome del collettivo. Alla prima udienza, i difensori di Pucci hanno sostenuto che Pietro non avrebbe potuto querelare, perché secondo loro non è il legale rappresentante di Senza Slot. Giovedì il giudice ha emesso sentenza di non doversi procedere, per difetto di una condizione di procedibilità.

A quanto pare, il tribunale si è allineato alla tesi della difesa di Pucci. Tuttavia il giudice si è riservato sessanta giorni per redigere le motivazioni, segno che il caso è tutto tranne che semplice. Di solito le motivazioni a questo tipo di sentenze sono contestuali, cioè vengono redatte immediatamente. Siccome noi siamo abituati a riferirci ai fatti e alle fonti, e siccome abbiamo anche un certo stile, prima di fare commenti aspettiamo di leggerle. Lette le motivazioni, decideremo anche come proseguire in questa vicenda.

Per ora ci limitiamo a far notare una cosa. As.Tro ha subito pubblicato un comunicato sulla sentenza, in cui scrive: «aggiungiamo noi che, in assenza di un soggetto che possa ritenersi leso dalle dichiarazioni di Pucci, le medesime [...] non potrebbero aver avuto alcun carattere diffamatorio.» Ecco, appunto, questo lo aggiungono loro: nel dispositivo della sentenza è detto che manca una condizione di procedibilità, non che non c’è il reato. Pucci è avvocato e sa bene che tra le due cose c’è una grossa differenza. Non è affatto detto che il giudice motiverà nel senso che le dichiarazioni di Pucci non hanno leso la reputazione di nessuno. Lo stesso comunicato si chiude così: «L’Associazione ed il suo Presidente si riservano di intraprendere le iniziative opportune a tutela della loro immagine nei confronti di coloro che in questi mesi si sono prodigati ad infangarla, sfruttando l’occasione di questa iniziativa giudiziaria rivelatasi improvvida.» È notevole che un regolare processo sia definito «iniziativa giudiziaria rivelatasi improvvida». Pietro ha presentato una querela, questa querela è stata presa in carico da una Procura della Repubblica, che ha svolto le sue indagini, e ha ritenuto che la doglianza di Pietro meritasse di essere sostenuta in un processo. È la procedura penale: funziona così. Quanto alle iniziative opportune a tutela dell’immagine infangata, sappiamo che per alcuni queste sono frasi di prammatica, buttate lì quasi in automatico. Tra di noi c’è chi questi meccanismi comunicativi li ha studiati. Del resto, contro di noi As.Tro ha già intrapreso un’iniziativa opportuna nel 2013, che si è risolta in un colossale buco nell’acqua.

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Nasrallah: "Israele rimpiangerà un attacco contro il Libano"

di Stefano Mauro 

La tensione resta alta lungo il confine tra Libano ed Israele e, secondo alcune testate mediorientali, potremmo essere vicini alla “resa dei conti”, soprattutto dopo le recenti  dichiarazioni di Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah, o il monito di Bashar Jaafari, rappresentante siriano all’Onu, su una possibile risposta militare di Damasco contro l’aeroporto di Tel Aviv a fronte delle continue provocazioni israeliane.

Numerosi analisti, della stessa stampa israeliana, affermano che l’obiettivo del governo di Netanyahu, perseguito in  questi anni, sarebbe quello di aumentare la tensione in Libano con l’intenzione di aprire un nuovo fronte nella continua lotta tra Arabia Saudita, Israele e Usa contro l’asse sciita (Iraq, Siria, Libano) guidato dall’Iran.

Proprio per evitare tensioni e ulteriori frizioni lo stesso Hezbollah aveva deciso di mantenere un basso profilo, non replicando alle provocazioni di Netanyahu, durante l’operazione “Margine del Nord”. Una scelta legata al difficile clima politico interno e all’impasse nella formazione del governo libanese, ad 8 mesi dalle elezioni parlamentari.

Dopo un’assenza di tre mesi, il segretario generale di Hezbollah ha rotto il silenzio ed ha rilasciato un’intervista sul canale televisivo libanese Al Mayadeen, smentendo tutte le recenti illazioni della stampa israeliana su una sua “grave malattia invalidante”. “Il primo ministro israeliano ha reso comunque un grande servizio alla Resistenza libanese, instillando la paura in tutti quei coloni che vivono lungo la frontiera” – ha affermato Nasrallah – “ed ha aiutato Hezbollah nella sua guerra psicologica di deterrenza”. Un’operazione “mediatica” da parte del governo israeliano, senza nessuna rilevanza militare anche perché, secondo numerose fonti, quei tunnel “inutilizzati e vecchi” risalirebbero al conflitto del 2006.

“In caso di aggressione contro il Libano, noi dovremo difendere la nostra terra e ci riserviamo il diritto di ricorrere a tutte le nostre capacità militari” – ha ironizzato il segretario di Hezbollah – “se decideremo di entrare in Galilea, loro non sapranno da dove arriveremo se dal mare, dal cielo o dalla terra”.

I recenti bombardamenti in Siria, il continuo sconfinamento ed utilizzo dello spazio aereo libanese, le minacce di un possibile attacco contro le postazioni dello Hashed Shaabi (Unità di Mobilitazione Popolare) in Iraq, vengono considerate, al contrario, una strategia molto rischiosa per Tel Aviv. Una possibilità di conflitto che sembra essere diventata molto più “concreta che in passato” a tal punto da aver portato al rientro di oltre 3mila militari dei reparti scelti di Hezbollah dalla Siria. Soprattutto alla vigilia della prossima conferenza di Varsavia per la creazione di una “Nato Araba” con l’obiettivo di combattere l’Iran ed i suoi alleati.

La possibilità di un conflitto sembra  vicina e lo stesso quotidiano israeliano Maariv  ha riportato la notizia della richiesta fatta del ministro francese,  Jean Yves Le Drian, ad Israele “di ritardare un’eventuale azione militare contro Hezbollah fino al mese di marzo lanciando un ultimatum a Beirut per la formazione di un governo”.

Nell’intervista Nasrallah ha chiarito che la “Resistenza libanese è pronta a qualsiasi aggressione” e “potrebbe concretamente  rispondere alle provocazioni israeliane” come i recenti bombardamenti in Siria che hanno come obiettivo quello di distruggere le armi iraniane. Una “motivazione ridicola”, secondo il segretario generale di Hezbollah, visto che il partito sciita, com’è ormai noto, possiede da diverso tempo un arsenale militare (si parla di oltre 120mila testate) con missili di alta precisione pronti a colpire obiettivi in tutto il territorio israeliano.

Dello stesso parere il direttore del giornale online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan, che considera l’atteggiamento di Netanyahu, in calo di consensi per le accuse di corruzione nei suoi confronti, maggiormente aggressivo proprio a fini elettorali, con l’intento di creare un sentimento di minaccia nei coloni per ottenere i loro voti. I bombardamenti aerei di queste settimane sarebbero, sempre secondo Atwan, il tentativo di “risollevare, a livello mediatico, l’immagine di Israele come potenza militare da temere” dopo le sconfitte di questi anni e la scomparsa di tutti i gruppi jihadisti sostenuti e finanziati da Tel Aviv nelle alture del Golan.

“La strategia dell’asse sciita” – conclude Atwan –  “sta cambiando e potrebbe portare ad una concreta risposta militare in caso di una nuova possibile aggressione israeliana contro la Siria o il Libano, anche perché siamo in un contesto in cui gli USA sono in un momento di stallo e si stanno ritirando dalla Siria e gli stati arabi del Golfo sono in crisi nella loro lotta interna tra sauditi e qatarioti”.

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Francia - Daspo contro le manifestazioni politiche


Ieri l’Assemblea Nazionale – uno dei due rami del parlamento d’Oltralpe, insieme al Senato – ha dato il suo consenso a due importanti provvedimenti, nell’ambito della discussione (che riprenderà venerdì sul terzo punto del “pacchetto” legislativo) sulla cosiddetta “legge anti-casseurs”.

La discussione si è svolta sulla traccia di una proposta promossa dal capogruppo di LR (forza politica d’opposizione di destra) all’indomani delle manifestazioni del primo maggio scorso, ma discussa in senato l’autunno scorso, prima dell’inizio della marea gialla il 17 novembre.

Sebbene l’esecutivo neghi che si tratti di una legge “ad hoc”, la proposta di metterla in discussione era stata preannunciata da Eduard Philippe, qualche settimana fa, con la ripresa vigorosa della partecipazione agli Atti di protesta del fine settimana dei GJ e l’emergere nell’opinione pubblica della questione delle violenze della polizia, tema imposto dai numerosi feriti gravi – tra cui un morto e numerosi stati comatosi – succedutesi negli ultimi mesi a causa delle armi non letali a disposizione delle forze dell’ordine francesi.

Le pallottole di gomma (ex-flash ball) LBD di 40 mm di diametro e letali se ricevute in un raggio 25 metri dal lancio, le granate dispersive e stordenti contenenti 25 grammi di TNT GLI-14 e una tipologia di bossoli di lacrimogeni con la testa metallica, sono le armi che hanno causato amputazioni, ferite gravi (con perdita della vista in alcuni casi e fratture gravi al viso) di cui l’ultimo episodio più mediatizzato è stato il ferimento di una delle figure più conosciute del movimento dei GJ sabato a Parigi, Jerome Rodrigues.

Sono 97 i feriti gravi recensiti fino a sabato. David Dufresne ha avviato una ricerca scrupolosa ed una denuncia puntuale (caso per caso) ripresa integralmente da Mediapart. Il giornalista ha sottolineato come la violenza abbia riguardato per la stragrande maggioranza dei casi “persone comuni” e non “militanti politici” come nel passato.

Un’inchiesta del giornale indipendente Reporterre riporta come in questi due mesi ci siano stati più ferimenti di quanti ne siano avvenuti in due anni!

Il governo, per voce del ministro dell’Interno Castaner, ma anche dello stesso presidente Macron, nega gli episodi di violenza poliziesca e allo stesso tempo pone il veto al bando di queste armi “intermedie” (secondo la definizione ufficiale) chieste dall’opposizione politica (LFI, PCF, NPA), sociale (i GJ), sindacale (CGT) e dalle associazioni come la Lega dei Diritti dell’Uomo.

Proprio la “Lega” e Amnesty International Francia avevano denunciato i giorni scorsi il carattere liberticida delle misure legislative che si sarebbero discusse, fortemente lesive di un diritto di manifestare, già messo fortemente in discussione durante il periodo della promulgazione dell'”Etat d’Urgence” successivo agli attentati del 2015, in cui – come riporta Amnesty – a 700 persone era stato impedito di manifestare per volontà dei prefetti, grazie al potere concessagli dal regime dello stato d’eccezione che ha di fatto lasciato profonde tracce nella società francese post-Bataclan.

Andiamo con ordine, e per comprendere il clima citiamo il ministro dell’interno C. Castaner, che ha parlato di provvedimenti presi contro “brutes” con “sete di chaos”, dalle due alle trecento persone!

Tre sono i punti principali, di cui due discussi e “conclusi” da martedì: le misure prefettizie di diffida dalle manifestazioni politiche – mutuate dai precedenti ordinamenti legislativi in termini di tifo organizzato – l’introduzione del travisamento (totale o parziale) come reato penale e terzo (che sarà discusso venerdì) la possibilità di far pagare ai manifestanti i danneggiamenti prodotti.

Una proposta di legge composta da 8 articoli, a cui sono stati proposti 263 emendamenti, alcuni dei quali da parte di alcuni deputati della stessa maggioranza (LERM e MoDem).

Sul primo punto è stata scartata l’ipotesi che la diffida sia data solo in caso di una condanna precedente per reati correlati allo svolgimento di atti violenti durante le manifestazioni. Il prefetto potrà interdire la partecipazione alla manifestazione arbitrariamente – come nell’ “Etat d’urgence” – in caso giudichi che la presenza di quell’individuo “costituisca una minaccia di particolare gravità per l’ordine pubblico”.

L’infrazione della diffida, della durata minima di un mese, su tutto il territorio nazionale comporterebbe sei mesi di carcere ed una multa di 7500 Euro.

Verrà creato uno schedario che affiancherà quello attuale per le persone ricercate – l’FPR – le cui tracce decaderanno ad un mese dalla diffida, qualora non sussista “pericolo”. In questo modo il daspo verrà dato non più, come prevedeva la legge, in caso di condanna penale, come è stato il caso di numerosi GJ condannati di fatto, il più delle volte, senza che venisse loro contestato alcun reato specifico, se non la partecipazione ad una manifestazione.

“È una deriva completa. Si è tornati al regime di Vichy”, ha tuonato durante il dibattito in Assemblea Nazionale Charles De Courson, dell’Unione Democratici e Indipendenti, in un acceso scontro con Michel Fauvergue, ex-direttore dell’unità d’intervento della polizia nazionale (RAID), ora deputato delle file di En Marche e grande sostenitore della legge.

Se non è stato introdotto un vero “perimetro di protezione” attorno alle zone teatro delle manifestazioni, mutuando il dispostivo da Euro 2016 di calcio, sarà possibile comunque perquisire veicoli ed effetti personali fino a 24 ore prima dell'evento, e non è affatto chiaro cosa potrà essere ritenuto “un’arma”.

Ora per le manifestazioni parigine, grazie ad una interpretazione estesa di una legge contro la criminalità giovanile – in realtà tesa a impedire ai banlieusards di recarsi in centro – è già possibile farlo; e quindi di fatto si fa diventare dispositivo legislativo (estendendolo oltre la capitale) una pratica di controllo preventivo che ha limitato la libertà di manifestare.

Altro punto essenziale è l’introduzione del reato penale di “travisamento totale e parziale” – un anno di prigione e 15000 Euro di multa – che dà la possibilità di fermare per interrogare e di mettere in “guarde à vue” chi viene colto travisato. La legge ritiene “travisamento” anche l’indossare elementari dispositivi protettivi che limitano gli effetti delle “armi non letali” o il getto di acqua ad alta pressione tramite l’uso degli idranti. Le persone fermate dovranno “provare che avevano un buon motivo per essere mascherati”.

La discussione terminerà probabilmente martedì 5 febbraio, giorno dello sciopero generale, e poi riprenderà a metà marzo dopo la riformulazione complessiva del testo legislativo. Poi verrà affrontato lo scoglio della costituzionalità di tale pacchetto e quello ipotetico della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Intanto in Francia lo stato di eccezione permanente diviene sempre più la regola. Non denunciarlo è una complicità come quella su cui si interrogava il protagonista del romanzo di Tabucchi: “Sostiene Pereira”. Pereira, non chiuse gli occhi di fronte al Salazarismo, mentre buona parte dei media nostrani non stanno davvero facendo lo stesso rispetto ai crimini del macronismo.

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La CUP catalana con il Venezuela bolivariano

Anche in Catalunya vale l’efficace affermazione secondo la quale “sul Venezuela ci si unisce e ci si divide”: mentre il presidente del consiglio spagnolo, il segretario del PSOE Pedro Sanchez, fa proprio l’ultimatum dell’UE a Maduro, la Candidatura d’Unitat Popular (CUP) esprime il suo deciso sostegno alla repubblica bolivariana. A fianco delle classi subalterne e dei popoli impegnati nella costruzione di un’alternativa, la CUP denuncia i progetti delle élite politico finanziarie, si tratti di quelle europee o americane. E invita a manifestare il sostegno al Venzuela di Maduro: gli anticapitalisti e indipendentisti si confermano il soggetto politico catalano che più ha scommesso sulla rottura della catena di comando che unisce Barcellona a Madrid e ai centri di potere targati UE o USA. Una scommessa resa più evidente anche dalla decisione di non partecipare elle prossime elezioni europee, motivata dal rifiuto di rendersi complici di istituzioni definite capitaliste e imperialiste, dedite tra l’altro al razzismo istituzionale, per le quali non passa il processo di liberazione nazionale e che secondo l’ex diputata Mireia Boya rappresentano quanto di più lontano dalla formazione catalana. Rifiutando la cornice dell’UE, la CUP ripropone l’internazionalismo e l’alleanza con le forze politiche e i movimenti che lavorano dal basso per la rottura degli equilibri esistenti. E ribadisce il suo sostegno al Venezuela bolivariano, come si legge nel comunicato di alcuni giorni fa, tradotto qui di seguito.

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Difendiamo la sovranità popolare! I Països Catalans con il Venezuela!

Ieri, 23 gennaio 2019, il popolo del Venezuela ha sofferto un duro colpo alla propria sovranità. Ieri, 23 gennaio 2019, il presidente del Parlamento Juan Guaidó si è autoproclamato presidente anche del potere esecutivo facendo un colpo di stato e delegittimando quello che il popolo venezuelano aveva deciso e confermato nell’urna: l’unico presidente è Nicolàs Maduro.

Come sinistra indipendentista rifiutiamo questa violazione della sovranità del popolo venezuelano e ne denunciamo quale principale responsable gli Stati Uniti. Critichiamo frontalmente qualsiasi ingerenza esterna nella vita politica di un popolo libero e sovrano e invitiamo a partecipare a tutte le mobilitazioni convocate d’ora in avanti per sostenere esplicitamente il legittimo governo del Venezuela.

Rispetto per il Venezuela!

Sulla sovranità popolare e la legittimità democratica.

Il 20 maggio 2018 il Venezuela ha celebrato le elezioni presidenziali in un contesto di tensione politica in cui una parte dell’opposizione ha deciso di fare appello all’astensione e di non presentarsi alle elezioni, con l’obbiettivo di delegittimare il processo elettorale, cosí come aveva già fatto in precedenza. Si è trattato di un contesto segnato anche dalla violenza contro le istituzioni e dall’ingerenza esterna della Colombia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Nonostante questo contesto, le elezioni hanno fatto registrare una partecipazione del 46,07% e un sostegno al presidente Maduro del 67,8% (che rappresenta il 31,7% del censo elettorale). Vi hanno partecipato 16 partiti, mentre 3 hanno deciso di non farlo, considerando illegittimo il processo elettorale (nonostante fosse stato anticipato proprio su richiesta dell’opposizione).

Le elezioni sono state monitorate da 150 osservatori, 14 commisssioni elettorali provenienti da otto paesi diversi, due missioni elettorali specifiche, 18 giornalisti internazionali, un europarlamentare e una delegazione tecnico-elettorale della Centrale Elettorale Russa.

Il sistema elettorale è stato lo stesso con il quale si svosero le elezioni del 2015, certificato dalla Fondazione Jimmy Carter come un sistema pulito e assolutamente garantista, con il quale era risultata vincente l’opposizione. Opposizione che ora giudica illegittimo lo stesso sistema elettorale, calpestando la sovranità del popolo del Venezuela. Nessun candidato che partecipò al processo elettorale (del 2015) ne impugnò i risultati.

Oltre a queste elezioni, se ne sono celebrate altre di carattere locale vinte dai candidati delle organizzazioni socialiste, cosicché sono nati nuovi Consigli Comunali mentre altri si sono consolidati come spazi di democrazia diretta e participativa. Spazi costruiti a partire dalla base, che rafforzano la sovranità popolare e fanno avanzare il progetto bolivariano.

Sulle ingerenze esterne e gli interessi geostrategici e ideologici.

Solo 17 minuti dopo questo attacco alla democrazia, il presidente degli Stati Uniti ha esplicitato il suo riconoscimento di Juan Guaidó come presidente ad interim. Lo hanno seguito il Canada, la Colombia, l’Argentina, il Brasile e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

La rapida reazione mostra in modo nitido la relazione diretta tra questi stati, e specialmente tra gli Stati Uniti e l’opposizione di destra, che ha sempre goduto del loro sostegno politico e economico. Si tratta di un ulteriore esempio dei piani della potenza americana nel continente, che hanno già influenzato i cambiamenti in altri paesi: con Sebastián Piñera in Cile, Iván Duque in Colombia, Mauricio Macri in Aregntina e recentemente Jair Bolsonaro in Brasile. Un continente in mano all’estrema destra alleata della spoliazione, dell’imperialismo, del neoliberalismo e della repressione.

Allo stesso modo nello stato spagnolo il Partido Popular, Ciudadanos e Vox hanno tardato pochi minuti a dare il loro sostegno e a richiedere il riconoscimento ufficiale ed esplicito di Juan Guaidó. Gli stessi partiti che negano i diritti politici e sociali di tutto un popolo, che calpestano la sovranità popolare e la democrazia, sostengono i colpi di stato, come fecero anche nel 2002 nel caso di quello fallito proprio in Venzuela.

Questi appoggi hanno una chiara spiegazione geostrategica: il Venzuela è il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo e un alleato per gli interessi in America Latina sia della Russia, paese con cui negoziava proprio quest’anno l’apertura di una base militare nel Caribe, che della Cina, che a settembre gli ha concesso un prestito di 5.000 milioni di dollari per far fronte alla situazione di embargo economico e finanziario internazionale nel quale si trovava. L’intenzione di Donald Trump di spingere il Venezuela in un conflitto civile ci fa pensare in un altro modello di Guerra Fredda diretto contro la Russia e la Cina, in una nuova tappa internazionale.

Dall’altra parte Bolivia, Cuba, Uruguay e Messico hanno chiaramente preso posizione a fianco di Maduro, coscienti di ciò che può significare questa minaccia per i loro rispettivi paesi e per il progetto politico della costruzione di una alternativa nel continente e nel mondo. Come ha detto Pasqualina Curcio, Dottoressa in Scienze Politiche dell’Università Simón Bolívar: “La strategia è chiara, ripetere mille volte la menzogna per trasormarla in verità e distruggere qualsiasi alternativa che si opponga all’imperialismo. Bisogna smontare la menzogna. È illegittimo ed è un vero e proprio tentativo di usurpazione il fatto che alcuni settori dell’opposizione pretendano vivere del sostegno straniero dei governi imperialisti per poter esercitare una autorità che né il popolo né la Costituzione gli attribuisce”.

Ripetiamo mille volte queste verità.

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Sudan - I servizi segreti ordinano il rilascio dei manifestanti

Sarebbero oltre mille i manifestanti arrestati da un mese e mezzo in Sudan. Ora il capo della potente Niss, l’agenzia di servizi segreti del paese, Salah Abdallah Mohammed Saleh (noto come Salah Ghosh) promette di liberarli. L’annuncio è di ieri: Ghosh, durante la visita a una prigione della capitale Khartoum, ha detto ai giornalisti di aver ordinato il rilascio dei manifestanti arrestati nelle proteste anti-governative che stanno investendo tutto il paese.

Una decisione figlia, probabilmente, delle critiche internazionali arrivate al governo sudanese che sta reprimendo con la violenza (sarebbero oltre 40 i morti) le proteste popolari contro il presidente Omar al-Bashir. Ma c’è un ma: Ghosh non ha dato numeri, un bilancio effettivo degli arresti, né specificato cosa intende per “eventi recenti”, termine usato per indicare le persone che saranno coinvolte nel rilascio. Tra loro ci sono semplici cittadini, giornalisti, leader delle opposizioni.

Intanto, fuori dalle carceri, le proteste continuano. Iniziate il 19 dicembre scorso a causa dell’aumento stellare del costo del carburante (triplicato) e il conseguente incremento dei beni di prima necessità e dei beni alimentari, in migliaia sono scesi in strada e ben presto la rabbia per l’inflazione si è tradotta nella richiesta di dimissioni del presidente Bashir, al potere con un golpe dal 1989 e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra commessi nella regione del Darfur.

Poche ore prima l’annuncio di Ghosh, ieri, altre manifestazioni avevano avuto luogo a Khartoum e Omdurman, con i manifestanti dispersi di nuovo con i gas lacrimogeni. “Non abbiamo paura”, ha gridato la folla, “Libertà, pace e giustizia”, ha ripetuto mentre commemorava le vittime della repressione dell’ultimo mese e mezzo e ricordava quelle di Port Sudan, la strage governativa compiuta il 29 gennaio 2005 nella città sul Mar Rosso (almeno 21 manifestanti uccisi). E le proteste, fa sapere la Spa, l’Associazione dei professionisti sudanesi, la federazione organizzatrice delle manifestazioni, continueranno fino alle dimissioni di Bashir.

Il partito di opposizione National Umma Party ha denunciato ieri l’attacco contro la sua sede a Omdurman, con le forze sudanesi che hanno circondato l’edificio e arrestato alcuni impiegati. La polizia ha bloccato le strade e le piazze per impedire i raduni e usato gas lacrimogeni, granate stordenti, proiettili e acqua sporca per disperdere la folla.

Esternamente a fare pressioni è la comunità internazionale, con gli Stati Uniti in prima fila: il Dipartimento di Stato ha chiesto il rilascio di tutti “i giornalisti, gli attivisti e i manifestanti pacifici arbitrariamente detenuti” e un’inchiesta seria sulle violenze, per poi minacciare Khartoum di una revisione dei rapporti bilaterali. Ma sono proprio gli Usa il principale target del governo che imputa la crisi economica alla “guerra” lanciata dalla comunità internazionale negli ultimi due decenni: Washington ha imposto un embargo commerciale contro il Sudan nel 1997, per sospenderlo nel 2017.

Critiche simile sono arrivate da mezza Europa, dal Canada e dalle Nazioni Unite. Diversa la reazione di Egitto, Qatar e Arabia Saudita che fin da subito hanno espresso solidarietà a Bashir. Il presidente egiziano al-Sisi, dalla sua, teme che le proteste nel paese vicino possano contagiare il suo, già interessato da una rivoluzione e oggi governato con il pugno di ferro della repressione e misure di austerity che stanno affamando la popolazione: domenica, mentre i sudanesi manifestavano, Bashir era al Cairo dove ha discusso con al-Sisi di quel che definisce un’esagerazione delle proteste architettata dai media, definendo le manifestazioni un tentativo di “copiare le primavere arabe”. Doha e Riyadh hanno più di un interesse economico in Sudan e non intendono destabilizzare il ricco business perdendo la pedina Bashir.

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La campana del Venezuela


Perché è così decisivo stare con o contro Maduro?

Il degrado della cultura politica, in Italia, è piuttosto grave. Lo vediamo da tanti commenti che propongono luoghi comuni invece che un briciolo di riflessione seria, anche “a sinistra”. “E’ un paese lontano...”, “c’è pure tanta corruzione, però, eh...”, “sono beghe da sudamericani”, o addirittura “ma in fondo tutto è nato da un pronunciamento militare...” (come se qualcuno avesse mai disprezzato la Rivoluzione dei Garofani, in Portogallo, solo perché era stata portata a termine da ufficiali progressisti al seguito di Otelo de Calvalho).

Qualcuno resuscita il termine idiota di “campismo”, come se ci trovassimo ancora nel mondo diviso in due, quello precedente al 1989 e alla caduta del Muro, che decretò in pochi mesi la fine del “campo socialista”. Quando, insomma, si era obbligati a difendere “uno dei nostri” anche se tutti sapevano che era quasi indifendibile.

A quel tempo funzionava così da entrambe le parti, e resta nella storia la battuta di un presidente statunitense tra i più rispettati – il “democratico” Franklin Delano Roosevelt – a proposito del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza: «Sarà pure un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Ci pensarono poi i Sandinisti, nel 1979, a metter fine a quella dittatura, mica i “democratici” che dicevano di voler diffondere la democrazia...

Oggi, nel mondo attraversato dalla fine della “globalizzazione” e dall’emergere di più poli in conflitto tra loro (Usa, Unione Europea, Cina, Russia, quelli principali), ognuno con caratteristiche diverse ma ben piantati nel modo di produzione capitalistico, rispolverare “i campi contrapposti” come sistemi alternativi non ha molto senso.

Anche se, nel caso del Venezuela e in generale dei paesi dell’Alba Latino-Americana, aggrediti in questi ultimi anni dagli Usa con golpe suave (Brasile, Argentina, Ecuador, Paraguay) oppure classicamente militari (Honduras), in effetti c’entra molto un senso di vicinanza politico-sociale con paesi e governi che hanno cominciato a mettere in atto riforma politiche ed economiche di stampo nettamente progressista.

Comunque, non è questo il punto. Anche chi non condivide in toto le politiche di Chavez e Maduro, o non ama il socialismo bolivariano, deve interrogarsi sul vero problema in ballo in questo autentico assalto occidentale al governo venezuelano per imporre un regime change con qualsiasi mezzo. Anche con la guerra.

Sul fatto che Maduro abbia ottenuto un’ampia maggioranza nelle ultime elezioni presidenziali, a maggio 2018, ci sono pochi dubbi. Che le elezioni siano state regolari, anche (si vota in elettronico presentando l’impronta digitale, quindi non si possono fare facilmente brogli di dimensioni significative; ed in ogni caso la “certificazione” sulla correttezza è arrivata anche da una commissione internazionale presieduta da Jimmy Carter (ex presidente degli Stati Uniti).

Dunque la domanda è: un popolo può scegliersi o no il governo che preferisce? Può decidere o no di usare le proprie risorse nel modo che crede migliore?

Insomma: esiste ancora o no il “diritto di autodeterminazione dei popoli?”

Se sì, bisogna lasciare in pace il Venezuela. Anche abolendo parecchie sanzioni economiche, perché è indecente strangolare economicamente un paese e poi accusare il suo governo di non essere in grado di garantire il benessere di quel popolo...

Se no, allora si fiancheggiano i golpisti. Che non sono soltanto i minoritari complici interni, da Guaidò in giù, ma soprattutto gli Stati Uniti (indimenticabile l’appunto di Bolton sullo spostamento di truppe dall’Afghanistan alla Colombia, per preparare l’invasione...).

La domanda sull’autodeterminazione dei popoli vale infatti anche per noi, che vediamo da molti anni come sia impossibile – dentro l’Unione Europea, non “in Europa” – decidere liberamente sulle politiche economiche, industriali, monetarie, sociali.

Lo diciamo da internazionalisti impenitenti, da sempre al fianco di tutti i popoli in lotta per liberarsi:

«E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te». Questa volta dal Venezuela.

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Le Foibe come arma di distrazione di massa


Dal finire degli anni ’80 si andò definendo un nuovo assetto europeo: la Germania (riunita) diventava il nuovo leader che trascinava gli altri paesi in un percorso – politico ed economico – da cui lei avrebbe tratto il massimo giovamento. In questa nuova Europa sono ben definiti i ruoli: chi comanda e chi obbedisce, chi può prendere le decisioni strategiche e chi si può al più limitare al tentativo d’influenzarle. Un quadro in cui il ruolo dell’Italia è evidente, ma ancora più evidente il fatto che optando per porsi in subalternità si finisce per accettare le decisioni delle forze egemoni nella UE, anche quando queste vanno contro i propri interessi.

La Germania lanciò un progetto di ampio respiro che oggi si manifesta nella sua concretezza e che prevedeva la costruzione dell’egemonia – politica ed economica – in Europa. Forse fare dei paragoni con i vari Reich è per certi versi azzardato, ma per altri non tanto. Infatti il progetto prevedeva la propria riaffermazione su territori in cui più volte ha insistito la presenza tedesca (fino alla Prima Guerra Mondiale con l’alleanza tra Germania e Impero Austro-Ungarico e successivamente con il Terzo Reich). Anche in quest’ottica va inquadrata l’espansione ad Est avviata con il crollo dei paesi socialisti: nella ricomposizione della sfera d’influenza tedesca.

Sotto la spinta delle forze Euro-Atlantiche caddero tutti i paesi del Patto di Varsavia, che repentinamente passarono ad un sistema di libero mercato compatibile con il nuovo corso europeo. Tuttavia la Jugoslavia socialista (Stato multietnico per antonomasia) non mostrava particolari segni di cedimento. Questa infatti, non gravitando nell’orbita sovietica, non aveva eccessivamente accusato il colpo di quegli eventi. Pertanto, era evidente che per “normalizzare” la Jugoslavia si sarebbe dovuto ricorrere a differenti metodi, optando per alimentare le tensioni etniche e disarticolarla in piccoli stati. Su questa operazione convergevano gli interessi di diversi poteri forti: gli USA impegnati nella crociata contro il socialismo, la NATO in corsa verso Est, la Germania smaniosa di espandersi fino ai vecchi confini dei Reich, il Vaticano di Woytila che voleva costruire una nuova e cattolicissima Croazia.

Le forze Euro-Atantiche incendiarono i Balcani dando il via ad una terribile guerra civile, in Croazia sostennero gruppi che si ponevano in continuità con il passato fascista, compresi i ferocissimi Ustascia. Con il beneplacito delle forze Euro-Atlantiche la Croazia si macchiò di orribili crimini e fece una terribile pulizia etnica. Nel 1991 i cittadini di etnia croata nel Paese erano il 78% della popolazione complessiva, dieci anni dopo erano diventati il 90%. Con l’indipendenza, la Croazia era diventata di fatto uno Stato fascistoide, semi confessionale ed etnicamente quasi omogeneo. Ma soprattutto la Croazia diventava uno Stato davvero identitario, nell’accezione peggiore del termine.

Uno Stato in cui qualsiasi “diverso” è un nemico: altre etnie, chi abbia un pensiero politico non allineato a quello dominante, altre religioni, ecc. In Croazia i “diversi” soffrono uno stato di soggezione e marginalizzazione – si sentono sotto costante minaccia – per molti le strade percorribili sono sostanzialmente due: l’emigrazione o l’assimilazione (cioè la rinuncia della propria cultura per assumere quella dominante). Infatti, dopo l’indipendenza, la popolazione complessiva della Croazia è in costante riduzione mentre aumenta la percentuale di croati a discapito delle altre etnie.

Un fenomeno riguardante pure la comunità italiana che dai primi anni ’90 ha subito una grave e costante riduzione. Questa comunità non fu vittima di pulizia etnica durante la guerra, sia perché l’Italia non lo avrebbe potuto permettere, sia perché è inverosimile pensare che l’aiuto offerto dall’Italia alla Croazia non avesse una contropartita nella protezione della minoranza italiana. Comunque le statistiche confermano che ancora oggi la comunità italiana in Croazia si riduce sempre di più e anche in questo caso per emigrazione o assimilazione. Molti degli italiani in Croazia si sentono stranieri e marginalizzati, incompatibili con uno Stato identitario, per ciò spesso preferiscono o andare a vivere in Italia o rinunciare alla propria identità per sposare quella croata.

Questo scenario è estremamente triste e abbastanza noto, il frutto avvelenato delle manovre geopolitiche e imperialistiche delle forze Euro-Atlantiche a cui l’Italia non si è opposta. Ovviamente esistono delle organizzazioni che curano gli interessi degli italiani in Croazia, ma qui non si vuole entrare nel merito di questi gruppi e tanto meno degli orientamenti politici loro e dei loro componenti. Qui si vuole riflettere su un aspetto che non è stato adeguatamente indagato, cioè la contraddizione che in quel frangente esplode in seno alle forze politiche europeiste italiane: hanno appoggiato un progetto geopolitico che ha leso la comunità italiana in Croazia. Nella Croazia indipendente che l’Italia ha contribuito a costruire non c’è spazio per i “diversi”, quindi neanche per gli italiani, è una comunità destinata a scomparire anche per colpa dell’Italia.

Come detto, all’inizio degli anni ’90 il mondo fu sconvolto da enormi cambiamenti, la NATO andava a ridefinire le proprie funzioni e in Europa si accelerò il processo d’integrazione ad egemonia tedesca. In questo quadro si colloca la destabilizzazione della Jugoslavia. La ricostruzione di quegli anni necessita anche di uno sguardo alle vicende italiane. L’Italia si presentava fiaccata al tavolo delle trattative europee in quanto subì una durissima speculazione finanziaria ad opera, tra gli altri, di quel George Soros che si stava impegnando nella distruzione della Jugoslavia. La cosiddetta “Prima Repubblica” era tramontata e sulla scena politica si presentarono nuovi protagonisti. Altre forze politiche si riciclarono tramite metamorfosi: il PCI diventava PDS e il MSI diventava AN. Questi ultimi partiti fecero delle svolte con cui si candidavano a divenire forze di Governo sposando ciecamente la causa europeista.

In definitiva il processo d’integrazione europea proseguiva a tappe forzate e tutta la classe di governo italiana ne era espressione. Il destino della comunità italiana in Croazia era un problema che praticamente nessuna forza politica aveva intenzione d’affrontare. Tuttavia i dati demografici erano inoppugnabili, la comunità italiana si stava riducendo e il clima nel Paese era ostile a tutte le minoranze. Per questo nel 1996 si cercò di correre ai ripari firmando un trattato bilaterale con cui si sancì che “la Repubblica di Croazia prenderà le misure necessarie per la protezione della minoranza italiana”: le persecuzioni contro gli italiani non ci furono, ma la comunità era comunque destinata a sparire; con il nuovo corso croato era inevitabile. Per le forze di Governo italiane era una contraddizione insanabile, uno scandalo che avrebbe potuto avere conseguenze politiche inimmaginabili.

In questo contesto in Italia repentinamente irruppe con vigore la questione delle Foibe: un coro trasversale di politicanti, giornalisti e “storici” di dubbia serietà iniziarono a raccontare che gli italiani in Croazia erano stati sterminati da Tito. Ovviamente anche la Slovenia venne trascinata nella vicenda, ma con minor enfasi.

Nel dibattito politico italiano la questione delle Foibe è stata assolutamente marginale per circa mezzo secolo (fino agli anni ’90), salvo poi farla diventare di forza un tema politico centrale. Per giustificare questo cambio di registro venne inventata di sana pianta una fantomatica “congiura del silenzio” basata su argomentazioni grottesche. Infatti fino agli anni ’90 la questione delle Foibe era stata nota e dibattuta, ma per quello che realmente era, verosimilmente dandogli anche una corretta quantificazione.

Successivamente c’è stato un vero e proprio impazzimento collettivo, con una sorta di macabra gara a chi raccontava la versione più tetra: senza alcun riscontro, e in spregio di ogni seria ricerca storica, venivano proposte cifre in libertà. Particolarmente interessante è stata la risposta scatenata dall’apertura del dibattito sulla bontà della “ricostruzione storica”: reazioni feroci e isteriche. Un qualcosa di smisurato e oltremodo scomposto per quelli che erano ormai – dopo tanti anni – i termini della vicenda. La questione delle Foibe, infatti, era improvvisamente diventato il più caldo tra tutti gli aspetti della Seconda Guerra Mondiale.

Dato che tutto ciò non era imputabile a novità di rilievo – non c’era stata alcuna scoperta di nuove fonti – sorse da subito il dubbio che dietro la questione delle Foibe ci potesse essere dell’altro, un qualcosa che tuttavia non si manifestava palesemente e che non si riusciva a cogliere. Ma soprattutto, risultava difficile credere che quel qualcosa di cui si sospettava l’esistenza potesse davvero essere relativo a dei fatti avvenuti negli anni ’40. Serpeggiò insomma subito il dubbio che si potesse trattare di qualcosa di più recente. A tal riguardo sono state formulate diverse ipotesi, in vario modo collegate all’evoluzione degli assetti politici interni e internazionali di quegli anni o a varie forme di opportunismo e trasformismo. Sicuramente si tratta di letture che trovano numerosi riscontri, tuttavia non riescono ad essere esaustive.

Collegando i vari eventi viene quindi da chiedersi se, dopo gli anni ’90, la questione delle Foibe possa essere stata usata in Italia come “arma di distrazione di massa”, cioè per nascondere all’opinione pubblica un tema ben più attuale qual è la salvaguardia della comunità italiana in Croazia. Si è fatto passare il messaggio che le Foibe siano state il genocidio degli italiani nei Balcani. Si vuole far credere che gli italiani in quelle terre furono o massacrati da Tito o costretti alla fuga (con l’Esodo Giuliano Dalmata). Cioè, viene diffusa una narrazione da cui è completamente rimosso il fatto che, dopo quegli eventi, ci fosse ancora una consistente comunità italiana nei Balcani.

La rimozione potrebbe non essere casuale, ma collegata al fatto che negli anni ’90, in Italia, si era deciso di svincolarsi dalla comunità italiana in Croazia (e di voltarle le spalle, concedendo qualche mancia come “buonuscita”). Una volta cambiati i termini della questione, l’Italia non era tenuta ad intervenire, perché per l’opinione pubblica il problema non esisteva più.

Spostando artificiosamente agli anni ’40 l’estinzione della comunità italiana in Croazia, automaticamente veniva assolto chi dagli anni ’90 in poi è stato complice nel segnarne il destino: il tradimento è arrivato proprio da chi si presentava come suo paladino.

Ovviamente si tratta di vicende estremamente complesse, che è difficile poter trattare con esaustività in spazi brevi e su cui pochi sono disponibili al confronto. Abbiamo tutti il dovere morale d’indagare sul nostro passato (anche sul più recente), per rendere giustizia alla verità, alla memoria storica e alle vittime.

Certamente non si possono escludere altre concause, ma l’ipotesi di lettura della questione delle Foibe qui esposta è particolarmente innovativa e spinosa, si inserisce nel più ampio dibattito sul delicato tema del Confine Orientale. L’importanza della vicenda non è solo nell’interesse storico o politico, si tratta di un qualcosa di concreto e impellente.

Il destino della comunità italiana in Croazia è un tema estremamente serio, che non può essere risolto con qualche regalia, va affrontato politicamente. Ma è altrettanto importante fare piena luce su tutte le vicende del Confine Orientale, anche qualora – sia dal passato remoto che da quello più prossimo – emergano verità scomode. Ora la priorità è capire se la questione delle Foibe venga strumentalmente utilizzata per coprire delle scelte scellerate: il sacrificio della comunità italiana in Croazia sull’altare dell’integrazione europea.

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La Bielorussia sulla strada dell’Ucraina?

Forse è un po’ presto per parlare di un nuovo “Guaidó” che gli USA starebbero cercando per la Bielorussia, ma è indubbio che in Occidente si stia lavorando da tempo al ricambio di colui che, tanto per rendere più credibile la faccenda, continua a esser definito “l’ultimo dittatore comunista d’Europa”: Aleksandr Lukashenko. L’ipotesi, se non attualissima, potrebbe puntare su giovani rampanti bielorussi, laureati o laureandi in Università statunitensi – ce ne sono una mezza dozzina, i cui nomi, per ora, non dicono un granché, allievi di istituti yankee o inglesi – come era stato a suo tempo per l’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili, o per più di uno tra gli ex presidenti sudcoreani, tutti formati secondo gli standard “democratici”, alla George Washington University, o come ora, per l’aspirante golpista venezuelano Juan Guaidó. D’altronde, gli ex-presidenti di Lettonia, Lituania, Estonia – Vaira-Vike Freiberga, Valdas Adamkus, Tomas Ilves, così come il nuovo premier lettone Krišjānis Kariņš – sono addirittura cittadini di Stati Uniti o Canada.

In alternativa, si lavora perché lo stesso Lukashenko prenda altre strade rispetto a quella dell’unione di “popoli fratelli” in uno Stato unitario Russia-Bielorussia. Le esternazioni d’amicizia ribadite sempre più spesso da Aleksandr Grigorevic all’indirizzo di Petro Poroshenko, non sembrano basarsi solo sulla “stima” personale, il che, già di per sé, non sarebbe proprio un gran segnale. La strada che il FMI ha disegnato a suo tempo per Kiev (le “raccomandazioni” rivolte a Mosca per la concessione di prestiti, per ovvie ragioni di disponibilità delle risorse naturali, riguardano altri settori: ad esempio, l’età pensionistica) diventa ora d’attualità anche a Minsk, in cambio dei “prestiti” internazionali.

Ecco dunque che si cerca di dimenticare le dichiarazioni d’un tempo di Aleksandr Lukashenko, secondo cui gli aumenti delle tariffe energetiche domestiche costituiscono un “approccio antipopolare alla questione”. Se ancora un paio d’anni fa, rispetto a tali aumenti, esclamava che “non si deve agire così. Ciò avrebbe una risonanza pubblica negativa. Non capisco, voi governatori, insieme al governo, chi volete compiacere — la vostra gente o certe organizzazioni internazionali?», oggi tace sugli aumenti richiesti dal FMI, mentre cresce il numero di famiglie costrette a ricorrere ai sussidi governativi,sempre più miseri. In compenso, il debito verso la Russia ha raggiunto i 6,5 miliardi di dollari; nel 2019 Minsk dovrà rimborsare a Mosca 2,6 miliardi e per farlo dovrà ricorrere a prestiti esterni da altre fonti, per ottenere i quali le verrà imposto dal FMI l’aumento delle tariffe per gas, riscaldamento, ecc.

E’ anche così che si concima il terreno per l’affiorare di settori che, a quanto sembra, poco hanno da invidiare ai gruppi nazionalisti e neonazisti ucraini; e se, al momento, le loro azioni si limitano a invettive verbali e scritte contro chi, ai loro occhi, appare come russofilo o antifascista, l’ambiente non sembra dei migliori per arginare tali tendenze.

Il sito iarex.ru scrive di sempre più stretti contatti ufficiali tra dicasteri bielorussi e ucraini in una serie di settori. Per Poroshenko, data l’inarrestabile calo di consensi interni all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, poter propagandare l’appoggio di Lukashenko costituisce una carta preziosa, vista la popolarità che gode in Ucraina. Da parte sua, il presidente bielorusso sembra attratto da certe scelte di Poroshenko, non ultima quella dello “scisma” nella chiesa ortodossa.

Sul tavolo, ci sarebbe un disegno di diversa dislocazione del centro del mondo slavo, basato sui due baricentri di Ucraina e Bielorussia, con la Russia presentata come un paese che ha perso la propria identità, avendo puntato su multietnicità, oligarchia e ambizioni imperiali.

In questo quadro, sulla scia delle battute iniziali del majdan e della strada seguita da Jushchenko-Janukovic-Poroshenko, ecco che anche a Minsk si comincia col limitare la diffusione della lingua russa. Ciò fa abbastanza a pugni col fatto che, attualmente, in Bielorussia, le lingue russa e bielorussa hanno pari status di lingue statali e che la stragrande maggioranza della popolazione è russofona. Dunque, il primo passo sulla strada ucraina, è l’obiettivo di garantire al più presto almeno il 30% di contenuti televisivi nazionali in lingua bielorussa; entro 10 anni, i testi degli internet-media dovranno assicurare il 100% di lingua bielorussa, compreso un 30% nel cosiddetto “latino polacco” (esempio di indicazione stradale a Minsk) e alcuni di essi si sono immediatamente adeguati. Il concetto di “ponte tra Occidente e Oriente”, nota iarex.ru, impone una “violenta derussificazione”, per rendere più rapido “il percorso verso l’Occidente, il mercato, la democrazia e la libertà”.

Su tale percorso, pare si siano fatte più frequenti le “spiate” contro studenti che manifestano l’intenzione di proseguire gli studi in Russia. Stupisce, che ancora non si siano levate tante voci sul “rossobrunismo” di Aleksandr Grigorevic Lukashenko.

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Un golpe preparato a lungo anche su Internet, con qualche pasticcio...

I golpe non si improvvisano. Specie se, nel paese che si vuole conquistare, gli “alleati” contano poco, socialmente parlando. Non è un’affermazione soltanto nostra, ma semplicemente un’informazione che proprio non riesce a trovar posto nei media mainstream, tutti o quasi filogolpisti (a partire da Repubblica e Corriere, ci mancherebbe...).

Anche GlobalProject, che ha cercato di informarsi su quanto accade lì con un’intervista a un professore venezuelano docente a Padova – peraltro molto disincantato e critico con l’attuale governo venezuelano – ha dovuto riferire che: “Questo Guaidò è una persona sconosciuta: la stessa opposizione ufficiale venezuelana è rimasta sorpresa quando questo ragazzo di 35 anni si è autoproclamato Presidente della repubblica, è diventato oggetto di presa in giro, gli dicevano “chi sei tu?”; la sorpresa è stato l’appoggio di Trump quando lo ha riconosciuto come Presidente. Internamente questo ragazzo non ha una legittimazione né sociale né politica da parte del resto dell’opposizione.”

Opposizione peraltro piuttosto limitata socialmente anche a Caracas: “questa violenza che mostrano in TV o di cui scrivono sui giornali si concentra in una sola zona di Caracas, la zona est, dove risiedono sostanzialmente le élite, la classe alta, e il ceto medio. E dove hanno sede gli interessi USA. Questo è ciò che fanno vedere i media, ciò che non fanno vedere è che il 21 gennaio, quando Mike Pence, il vice di Trump, fece una diretta TV chiamando i militari venezuelani a non riconoscere Maduro e di fatto a compiere il golpe, quella sera scesero dalle favelas centinaia di migliaia di persone che hanno accerchiato il palazzo del governo per proteggerlo, esattamente come accadde nel 2002 con il tentato golpe ai danni di Chavez. Questo nessuna TV, tranne la BBC, ha mostrato queste immagini.

La Bbc fa ancora giornalismo, per quanto governativamente orientato – Gran Bretagna, mica la la Bulgaria anni ’60... – il resto pare di no.

La cosa curiosa, ma non impensabile, è che la stessa amministrazione Trump, mentre prepara il golpe e chiede a tutti di emanare sanzioni verso il Venezuela di Maduro, contemporaneamente contratta con Maduro le forniture petrolifere... “sotto il profilo operativo, concreto, a partire dalla compravendita del petrolio, il Venezuela resta nelle mani di Maduro. Gli USA acquistano il 15% del loro fabbisogno petrolifero dal Venezuela: Trump ha dovuto negoziare con Maduro”.

La lunga premessa serve ad inquadrare l’inchiesta “casalinga” che vi proponiamo qui di seguito, fatta da Francesca Fortuzzi – non da un giornalista “professionista” o uno “specialista dell’intelligence”, in parecchi casi con imbarazzanti intersezioni – per soddisfare una sua personale curiosità. Con un pizzico di perseveranza e qualche consiglio da amici “smanettoni”, insomma, si possono comunque capire tante cose.

Per esempio, come si prepara un golpe. Ovviamente si tratta di un rivolo marginale, non di una “rivelazione che svela tutto”. I mainframe della Cia, in fondo, non sono così facilmente penetrabili, e non lasciano tracce troppo evidenti.

Ma qualcuna sì.

Tutto parte da una notizia mancante nella versione italiana della voce “Venezuela” su Wikipedia: la nazionalizzazione della compagnia petrolifera che prima dell’avvento di Chavez era privata e controllata da società riconducibili agli Stati Uniti.

Si sa che Wikipedia è teoricamente un’enciclopedia costruita “dal basso”, aperta a chiunque voglia fornire il suo personale contributo ad arricchire di informazione quella voce. Lasciando ovviamente traccia del proprio operare. In realtà, come nella realtà fisica, “dal basso” è un concetto vago, praticamente aleatorio. E quindi ogni singola voce di questa enciclopedia è controllata da un piccolo o grande gruppo di “redattori” che si riconoscono e legittimano tra loro. E impediscono – correggendole o ripristinando la versione originale – ogni contributo non in linea con la convinzioni del gruppo di controllori.

Per le voci scientifiche – esempio: “atomo”, “teoria della relatività”, “batterio”, ecc – questo non pone problemi. Ben pochi ignoranti in materia si azzardano a proporre modifiche ed è perfettamente logico che degli scienziati, magari di non primissima fascia ma scienziati, controllino che certe voci non diventino spazzatura in balia degli idioti.

Ma quando si passa a voci più comuni, dove chiunque può ritenere di avere le “competenze” sufficienti a proporsi come “autore”, i problemi sono quotidiani. Provate tranquillamente a proporre una modifica alle voci “Resistenza”, “Democrazia Cristiana”, o anche “Brigate Rosse”, “Anni ’70”, fino alle squadre di calcio. Scoprirete che tutto quel che provate ad inserire viene letto, corretto, cancellato, a seconda della “linea” decisa dal gruppo di “controllori” di quella voce.

Sarebbe tutto ovvio e persino “giusto”, in un qualche senso, se non fosse per quella pretesa assolutamente ideologica ed irreale per cui “uno vale uno” nel momento dell’elaborazione di una posizione e/o informazione. Insomma: sulle voci realmente “contendibili” da opzioni differenti prevale quella del gruppo costituitosi (autonominatosi o autoselezionato nel tempo). Il che, nelle questioni storiche e politiche, è certamente un grossissimo problema.

Scopriamo, grazie a questa inchiesta che chiunque davvero avrebbe potuto fare, che anche una voce teoricamente “geografica” è rientrata nella serie di quelle “politicamente pericolose”. E che la versione italiana – come probabilmente quelle in molte altre lingue “occidentali” – è controllata da un gruppo che prende ordini direttamente dalla Cia.

Ma sono anche abbastanza pasticcioni da annunciare con 15 giorni di anticipo un golpe che, per fortuna, non riesce ad avanzare. Se non nelle speranze dei “democratici”, reazionari e fascisti di casa nostra. Si tratta di un filone molto minore, gestito persino da incapaci. Ma proprio per questo – in qualche misura – illumina la dimensione di una preparazione del golpe che dura da mesi, se non anni, attraversa mezzo pianeta (quello controllato dagli Usa). E che nulla ha a che vedere con la volontà di un popolo.

Di lì in poi, il racconto ve lo fornisce Francesca.

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mercoledì 30 gennaio 2019

In Italia il lavoro (quando c’è) uccide

L’Inail ha diffuso questa mattina numeri da paura. In Italia i morti di lavoro nel 2018 sono stati 1.133, con un aumento del 10,1% rispetto al 2017. Fanno più di tre cadaveri lasciati ogni giorno sulla strada dello sfruttamento, del precariato, della mancanza di tutele, in sintesi della liberalizzazione selvaggia portata a compimento con il Jobs Act

Dei 1.133 incidenti mortali, 786 (+5,4%) si sono verificati sui posti di lavoro, 258 (+22,6%) in itinere. Gli incidenti “plurimi”, ovvero con due o più morti, sono stati 24, in aumento rispetto ai 15 del 2017.

Non solo aumentano gli omicidi sul lavoro, ma anche gli infortuni. Le denunce all’Inail sono state 641.261 (+0,9%), con una netta crescita degli infortuni in itinere (+2,8%). L’incremento maggiore è al Nord-Est (+2,2%), mentre i lavoratori con l’aumento percentuale maggiore di infortuni sono gli extracomunitari (+9,3%; comunitari +1,2%, italiani -0,2%). L’aumento delle denunce riguarda prevalentemente la componente maschile (+1,4%) e la fascia d’età fino a 34 anni (+4,0%).

Le denunce di patologie professionali sono state 59.585 (+2,5%). Il 90% è rappresentato da patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (36.637 casi); patologie del sistema nervoso (6.681, con una prevalenza della sindrome del tunnel carpale) e dell’orecchio (4.574); patologie del sistema respiratorio (2.613) e dai tumori (2.461).

Un bollettino di guerra, per usare una formula stantia, diramato nella più completa indifferenza del governo, degli organi di controllo, del padronato. Ce ne sarebbe invece in avanzo per proclamare l’emergenza nazionale. Così non è: il lavoro, quando c’è, è precario e mortale. Come piace ai cosiddetti imprenditori.

L’Unione Sindacale di Base continuerà a mobilitarsi in ogni sede perché la strage venga interrotta e ai lavoratori vengano garantiti sicurezza e diritti.

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Il medioevo prossimo venturo (se non facciamo qualcosa)

Il disegno di legge “Pillon” sulle “norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” porta il nome del senatore Simone Pillon, eletto il 4 marzo 2018 e membro in parlamento della Lega. Avvocato e mediatore familiare, è anche membro fondatore del Comitato “Family Day”. Il ddl è stato presentato il 1° agosto ed è in corso di esame in Commissione giustizia al Senato.

Ieri sera la trasmissione di Riccardo Iacona, #PresaDiretta, ha trasmesso un’eccellente inchiesta di Giulia Bosetti dal titolo “Dio, Patria e Famiglia”. Quello che segue è un breve campionario delle affermazioni deliranti e misogine fatte da esponenti di primo piano dell’arcipelago neo-oscurantista di associazioni che premono per l’approvazione del #ddlPillon (inclusi i fascisti di Forza Nuova):

1. ” Il feticcio più evocato dall’estremismo femminista è la violenza in famiglia. Ma solo quella declinata al maschile. Ma nel contesto separativo quasi sempre la violenza ha le chiavi di casa e porta i tacchi a spillo“ , Vincenzo Spavone, presidente di GESEF (Genitori Separati dai Figli);

2. “[…] Non è strano che in Italia le donne siano soggette a una violenza che non è negli altri paesi?” Vittorio Vezzetti, pediatra, fondatore dell’associazione “Figli per sempre”;

3. ” L’interesse dei minori sarebbe che i genitori non si separassero. La famiglia non è un affare privatistico, ma un fatto sociale. Da quando le donne hanno acquisito il diritto di separarsi sono diventate più libere e più felici? No. Bisogna indossare le cartelle per separarsi. Il matrimonio non è basato sull’amore anzi è qualcosa di diverso da una semplice consacrazione dell’amore “, Massimiliano Fiorin, avvocato e saggista, già candidato con Il Popolo della Famiglia;

4. “L’aborto è più grave dello stupro perché è la soppressione del concepito e lo stato non la tutela semplicemente perché il concepito non può votare.”, Pietro Guerini, Fondatore comitato referendario ”No194″;

5. “Bisogna convincere la donna a non abortire. Informare la donna e farle capire che la vita è un grande valore. Perché non lo sa. Le donne hanno tutto il diritto di emergere nella società ma una donna non deve far carriera per forza. In politica quelle brave si contano sulle dite di una mano, la maggior parte sono carrieriste “, Alberto Zelgher, Consigliere Comunale di Verona (Lega);

6. ”Il suo ambito [della donna ndr] è quello domestico, familiare e degli affetti privati da cui non è bene che venga strappata. Meglio pensare ad un mantenimento più dignitoso della famiglia“, Maurizio Ruggero Presidente del ”Sacrum Romanum Imperium“;

7- ”Le femministe vogliono sovvertire il diritto naturale. La donna è prima di tutto moglie e madre “ , Matteo Castagna fondatore del circolo ”Cristus Rex“;

8. ”Facciamo entrare i musulmani. Che stiano a casa loro. Vogliono riempirci di simili e uccidere i bambini italiani. Le nostre preghiere sono fatte arrivare a Fontana e Pillon, questa è la grazia le preghiere“, Sostenitore pro-vita, membro del comitato referendario No194.

A pagina 24 del “Contratto per il governo del #cambiamento firmato dal M5S e Lega, sotto il titolo “Diritto di famiglia” c’è questa roba qui: “Nell’ambito di una rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli, l’interesse materiale e morale del figlio minorenne non può essere perseguito se non si realizza un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali, nel rapporto con la prole. Pertanto sarà necessario assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale. È necessario riorganizzare e semplificare il sistema delle adozioni nazionali e internazionali.“

Unire i puntini e trovare la relazione, ovvero, il medioevo prossimo venturo, se non facciamo qualcosa prima.

Solo ad una lettura superficiale può sfuggire il fatto che il punto di caduta di tutto il ragionamento è il riferimento che si fa alla fine del paragrafo alla nozione di “alienazione parentale” che coincide con quella di “Sindrome da alienazione genitoriale” teorizzata da Richard Gardner. Ma cos’è la “Sindrome da alienazione genitoriale”?

E' conosciuta meglio con l’acronimo inglese PAS (Parental Alienation Syndrome), la sindrome da alienazione parentale è una presunta malattia psichiatrica di cui soffrirebbero i figli delle coppie separate. Secondo l’OMS ed il Ministero della Sanità, la PAS non esiste. Invece, secondo i suoi teorici, la PAS è quella sindrome che durante le cause di divorzio e di separazione, viene causata generalmente dalla madre al figlio per motivi di vendetta, di gelosia o altro al fine di estraniarlo dall’altra figura genitoriale. La sindrome si manifesterebbe ogni volta che il figlio minore manifesti rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno dei due genitori.

Una sentenza della Cassazione del 2013 ha stabilito che la “sindrome di alienazione parentale” non esiste dal punto di vista scientifico e quindi non può essere usata dal CTU [1] . Va detto, tuttavia, che il fatto che la PAS non sia considerata scientificamente una malattia non significa che non esistano genitori che spingono i figli ad odiare l’ex partner. Nelle separazioni conflittuali spesso i figli vengono usati come “arma” per ferire l’ex coniuge. Nel 2016 la stessa Cassazione ha affermato che non è compito della stessa stabilire o meno la validità scientifica di qualsiasi teoria. Ma a queste giravolte siamo abituati.

Il principale sostenitore dell’esistenza della PAS è stato il dottor Richard A. Gardner[2] che la “inventò” nel 1985 e che definiva la PAS come un disturbo che nasce quando, durante le separazioni, uno dei genitori inizia un’opera sistematica di denigrazione nei confronti dell’altro genitore e come una forma di indottrinamento e/o lavaggio del cervello del figlio. Ma perché vi sia “PAS” anche il figlio deve contribuire attivamente all’attività di “alienazione”. In ogni caso la PAS, in questi 30 anni, non è stata mai dimostrata. Gardner, che si presentava come professore di psichiatria infantile presso, la Columbia University, pur essendo solo “volontario non retribuito” nel suo libro L’isteria collettiva dell’abuso sessuale[3] sosteneva che le donne provano piacere ad essere picchiate e violentate e che “la pedofilia può aumentare la sopravvivenza della specie umana avendo finalità procreative” arrivando, addirittura, a giustificarla perché si “fa così in molte culture”. In un altro testo scritto da Gardner dal titolo inquietante "True and False Accusations of Child Sex Abuse”[4] Gardner scrive che bisogna dire ai bambini che in fondo gli abusi sessuali sono una cosa normale perché “normalmente” praticate in altre società. Da consulente tecnico di parte nei tribunali Gardner ha lavorato alla difesa di genitori accusati di pedofilia e di abusi sui figli.

Il trucco è che nel DDL Pillon non si parla di PAS ma di “Alienazioni “ e di “estraneazioni”. Poi, però, vai a leggere e ritrovi esattamente le teorie di Richard Gardner. Quel disegno di legge assume di peso le teorie di Gardner che tradiscono posizioni apertamente misogine ed il Disegno di Legge Pillon è ispirato da una volontà punitiva nei confronti delle donne dal momento che non tiene conto in alcun comodo né dei dati che le vedono enormemente svantaggiate sul piano sociale e reddituale, né di quelli relativi alle violenze domestiche di cui sono vittime sia le donne sia i figli presumibilmente “alienati” i quali, sempre in base al DDL Pillon, per “guarire dall’alienazione” devono essere presi con la forza e rinchiusi in una casa famiglia per essere sottoposti ad un “recupero comportamentale” forzoso che gli faccia “accettare” il genitore “alienato”.

Nell’ottobre del 2012, un bambino di dieci anni venne prelevato con la forza dagli agenti di polizia, tra le urla dei presenti che chiedevano di lasciare stare il bimbo e di ascoltarlo, davanti alla scuola elementare di Cittadella, nel padovano, in esecuzione di un’ordinanza della sezione Minori della Corte d’Appello di Venezia che aveva accolto la tesi di ” alienazione parentale”. La madre riprese il tutto mentre urlava di lasciare stare il figlio. Tre minuti in cui il piccolo venne strattonato, infilato nell’auto di servizio, piegato, tenuto con la forza. Mentre diceva : “Non respiro, zia, aiutami!”. Tre minuti in cui tentò di divincolarsi dalla stretta di un uomo che lo teneva per le spalle e di un altro che gli stringeva le caviglie. Infine la zia del bambino rivolse domande ad un’altra donna, che le rispose di essere un ispettore e di non essere tenuta a darle spiegazioni: “Sono un ispettore di polizia. Lei non è nessuno”.

Note:
[1] Consulente Tecnico d’Ufficio e si riferisce a quella figura di perito che lavora al fianco del Giudice (art.61 del Codice di Procedura Civile) e presta la sua opera di consulenza sulla base di precise competenze stabilite dal Codice di Procedura Civile..
[2] Richard Alan Gardner  (New York,  28 aprile  1931  –  Tenafly,  25 maggio  2003) è stato uno psichiatra forense statunitense, ideatore della controversia  Sindrome da alienazione genitoriale;
[3]  Richard Alan Gardner,  Hysteria sugli abusi sessuali: Revisioni di Streghe di Salem rivisitate, Cresskill (NJ), Terapeutici creativi, 1990
[4] Richard Alan Gardner,  Vere e false accuse di abusi sessuali su minori: valutazione e causa, Cresskill (NJ), terapie creative, 1992.

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30-31 gennaio 1968. L’offensiva del Tet


Una delle più grandi vittorie – morali prima che militari – nella Storia di un “piccolo popolo” (quello del Vietnam) contro un Gigante (cioè gli Usa).

L’offensiva del Tet fu un grande attacco portato a compimento dall’ottima mente strategica del generale Vo Nguyen Giap (*) al comando di circa 70.000 uomini, proprio in coincidenza del capodanno dell’anno lunare, segnato sul calendario orientale come Tet.

L’attacco comprese numerosi centri abitati su un vasto fronte, molti di notevole importanza strategica e presidiati dagli statunitensi e dell’esercito sudvietnamita.

I vietcong comunisti vinsero? Per il morale dell’esercito nordvietnamita, di sicuro, fu una grandiosa vittoria, a cui seguì anche l’attacco diversivo alla base dei marines stanziati a Khe Sanh, ai confini con il Laos.

Gli yankees furono colti di sopresa: con molta probabilità perché non pensavano che i nordvietnamiti avrebbero sferrato un attacco durante la festività del loro Capodanno; o forse per presunzione si sentivano intoccabili.

Molti centri finirono temporaneamente sotto le mani dei guerriglieri, compresa la capitale Saigon, sede del governo e dei comandi militari più importanti. Scioccante fu di certo l’attacco vietcong all’ambasciata degli Stati Uniti d’America, dove un manipolo di coraggiosi penetrò nell’edificio, portando grande scompiglio, prima di essere neutralizzati dai super armati Marines.

In particolare, è da ricordare il massacro dell’antica città di Hue, dove i guerriglieri vietcong occuparono la città, iniziando a rastrellare e giustiziare tutti i collaborazionisti.

Alla fine numeri tragici (e assai dubbi): gli americani dissero di aver ritrovato quasi 3000 morti nelle fosse comuni, di aver avuto 150 perdite nelle proprie file (più 400 soldati sudvietnamiti) ma di aver ucciso 5000 Vietcong.

Per i Vietcong fu una vittoria “di Pirro” dal punto di vista strettamente militare perché l’impero Usa scatenò subito dopo tutto il suo superiore arsenale bellico, colpendo ovunque (e a casaccio). Ma dal punto di vista politico e strategico l’offensiva del Tet ebbe una fondamentale ripercussione sull’opinione pubblica degli Usa: la vittoria non era più tanto certa e tantomeno vicina. Giap aveva fiaccato il gigante americano, indebolendolo moralmente e agli occhi del mondo intero. Dopo poco, il generale William Westmoreland, il quale pubblicamente aveva affermato che gli USA avrebbero vinto facile, si vide costretto a richiedere altri 200.000 soldati, il che allargò il fronte interno (cioè gli oppositori alla guerra, con un altissimo numero di disertori).

Il presidente Lyndon Johnson fu costretto – con ormai la maggioranza dell’opinione pubblica contro “la sporca guerra” – a iniziare i negoziati di pace che però si rivelarono una farsa mentre gli Usa aumentavano i bombardamenti.

La guerra continuò fino al 30 aprile 1975 quando gli ultimi statunitensi scapparono dalla loro ambasciata di Saigon in mano ai Vietcong. Per una volta David aveva travolto Golia.

Per approfondire segnalo il saggio “Storia della guerra del Vietnam” di Stanley Karnow.

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Dall’Afganistan al Venezuela. Gli Usa si preparano a spostare il fronte di guerra

Nel dicembre del 1990, il Field manual del Dipartimento dell’esercito degli Stati Uniti, definiva le operazioni militari in un conflitto di bassa intensità come «una combinazione di mezzi, [che] adopera strumenti politici, economici, informativi e militari». Ma quando questi mezzi non risultano efficaci al raggiungimento di un obiettivo militare (e dunque, politico-economico), il passo successivo è quello della “guerra guerreggiata”.

È questo il messaggio “scappato” dalla cartellina del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense John Bolton: in Venezuela siamo pronti all’escalation militare, che non è altro che la traduzione nostrana del «all options are on table» rilasciato dalla Casa bianca a seguito della “svista” del Consigliere. E non a caso, il già ridenominato “Piano Bolton” viene annunciato durante la conferenza stampa in cui si pubblicizzavano le sanzioni economiche alla Pdvsa, compagnia petrolifera venezuelana nazionalizzata da Chávez, i cui ricavi sono la fonte delle numerose misiones con cui il governo di Caracas finanzia lo “stato sociale”.

Contestualmente, il presidente Trump ha iniziato il 2019 all’insegna della ridefinizione della politica estera statunitense, non senza creare scompensi all’interno della squadra di governo. L’intenzione di ritirare la metà delle truppe dall’Afganistan (da 14 a 7 mila) non trova i favori dei capi della National intelligence nordamericana che, attraverso le parole del direttore Daniel Coats, avvertono il presidente del rischio di un Iraq 2.0 in caso di ritirata da Kabul in assenza di un governo capace di mantenere la stabilità nel paese, e dunque di giustificare ex post il quasi ventennale l’intervento a guida stelle e strisce.

Nell’appunto di Bolton, quelle sarebbero le truppe incaricate (almeno nel numero) di “aprire” il fronte venezuelano tramite lo storico alleato colombiano, i cui confini col Venezuela sono terreno privilegiato per ogni operazioni di disturbo alla democrazia dei vino tintos.

A una “democrazia” che promette guerra, una “dittatura” risponde col dialogo. L’appena rieletto presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato all’agenzia russa Ria Novosti di essere disposto ad aprire all’opposizione politica, anche con la mediazione di paesi terzi. Come dire, non proprio l’atteggiamento di chi ha qualcosa da nascondere nell’armadio di casa propria.

Picche, invece, sull’ultimatum lanciato dell’Unione europea circa la necessità di indire nuove “libere elezioni presidenziali” entro otto giorni, minacciando il «non riconoscimento della leadership del paese». A livello internazionale, la spaccatura è totale, come sancito dal voto Onu (17 a 16), in cui è stato decisivo il Messico guidato dal nuovo presidente Lopez Obrador, stavolta non allineato ai voleri di Washington. Le elezioni, al massimo, possono essere quelle dell’Assemblea nazionale, di cui l’autoproclamatosi “presidente del Paese” Guaidò è il, questo sì, presidente.

Come già scritto in queste pagine, sul sostegno al Venezuela ci si divide, perché nel qui e ora poca importano le contraddizioni presenti nel processo bolivariano che, in quanto processo e realtà che cammina, non può essere esente da errori. È la natura della sperimentazione, peraltro portata avanti dovendo contemporaneamente affrontare la sfida di chi continua a considerarla come “il giardino di casa”, e dei suoi fedeli seguaci.

Insomma, è la natura del momento storico che impone lo schieramento senza esitazioni dalla parte del popolo venezuelano, a cui solo la continuazione del processo chavista può, se non garantire, quantomeno tenere aperto l’orizzonte di un futuro fatto di giustizia sociale e riduzione delle diseguaglianze. Di contro, l’imperialismo targato Donald Trump torna a tuonare sui confini dei Caraibi, incalzato da quell’«America first» che passa, dopo i continui fallimenti in Medio Oriente e dal sopravanzare della Cina, dal controllo dell’altra parte dell’America, quella Latina e rebelde.

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Cottarelli, il signoraggio e la favola della scarsità delle banane

L’Enciclopedia Treccani definisce tabu una “proibizione di carattere magico-religioso nei confronti di oggetti, persone, luoghi considerati di volta in volta sacri, oppure contaminanti, impuri e dunque potenzialmente pericolosi.” Sembra proprio che una simile proibizione copra il complesso tema del rapporto tra banca centrale e debito pubblico, un vero e proprio tabu che la RAI, in seconda serata, ha osato provare a scalfire con un brevissimo servizio del programma “Povera Patria”, il quale aveva ad oggetto il cosiddetto ‘signoraggio’, ossia il potere esclusivo di creare moneta a corso legale detenuto dalle banche centrali. In appena due minuti, il servizio afferma che in Italia questo potere, prima degli anni Ottanta, veniva sfruttato per finanziare la spesa pubblica in disavanzo a beneficio della collettività e senza particolari limitazioni; questo circolo virtuoso tra creazione di moneta e spesa in disavanzo sarebbe venuto meno in seguito a due passaggi fondamentali: prima con il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro e poi con l’adesione alla moneta unica, con la definitiva perdita di sovranità monetaria connessa alla subordinazione della Banca d’Italia alla Banca Centrale Europea (BCE).

Più che il servizio in sé, troviamo davvero interessante il coro di reazioni isteriche che si è immediatamente levato da ogni dove: Davide Serra, Carlo Cottarelli, Luigi Marattin, Mario Seminerio, Riccardo Puglisi e tanti altri si sono gettati nella mischia nel disperato tentativo di screditare le tesi esposte sulla RAI.

La tesi di fondo che ha mandato in tilt le tastiere dei liberisti del venerdì sera è l’idea che la monetizzazione del debito pubblico possa funzionare. Quando lo Stato spende risorse, mette in moto l’economia e genera crescita; se quelle risorse, però, sono prelevate dall’economia stessa attraverso tasse e imposte, in ossequio al pareggio di bilancio, allora l’impatto positivo della spesa pubblica sulla crescita ne risulta contenuto. Al contrario, gli effetti positivi della spesa pubblica sono massimi quando le risorse necessarie, fuori dal paradigma del pareggio di bilancio, vengono create dalla banca centrale: in questo caso allo stimolo della spesa pubblica non corrisponde alcun contrappeso dal lato della tassazione, a tutto beneficio della crescita economica. In buona sostanza, le economie moderne avrebbero a disposizione tutti gli strumenti necessari a generare crescita ed occupazione; le armi per combattere disoccupazione e povertà sono lì davanti a noi. Ma non si possono toccare.

Guai a dire in televisione che la disoccupazione e la povertà possono essere sconfitte con strumenti che sono a portata di mano, se non immediatamente disponibili. Guai a dire, insomma, che gli strumenti tecnici ci sono e non vengono usati, perché altrimenti bisognerebbe spostare il discorso economico sul piano politico, e spiegare il perché non vengano usati. Bisognerebbe in altre parole discutere del contenuto politico dell’integrazione europea, che ha progressivamente inibito tutti gli strumenti utili al perseguimento della piena occupazione e alla difesa dei salari. Bisognerebbe cioè ammettere che piena occupazione e salari dignitosi entrano in conflitto con la sete di profitto, e per questa ragione sono stati banditi dall’Europa a suon di Trattati, vincoli e spread.

Questo, dunque, è il tabu che non può, non deve essere violato: la dimensione politica entro cui esiste l’economia. Al contrario, l’economia deve essere raccontata sempre come una questione tecnica, un problema di scarsità delle risorse che prescinde dal contesto storico e sociale entro cui quella scarsità si manifesta. La crisi, la disoccupazione, la precarietà devono apparire come mali necessari, al più come incidenti di percorso, mai come armi di disciplina dei lavoratori e strumenti di difesa del profitto.

Andiamo ora al cuore della questione, e chiediamoci se davvero la monetizzazione del debito pubblico possa funzionare. Per una volta, lo anticipiamo, vi raccontiamo una storia a lieto fine. Il nostro eroe è, del tutto involontariamente, Carlo Cottarelli. Costui, spedito in missione punitiva per dare una lezione ai “sovranisti” della RAI, si ritroverà a firmare un goffo articolo, dal titolo “Stampare soldi non crea ricchezza (di solito!)”, che spiega chiaramente come la monetizzazione del debito pubblico certamente funzionerebbe oggi. Nel suo capolavoro di idiozia, Cottarelli descrive così il servizio andato in onda venerdì sera:

“Il servizio è stato aspramente criticato in rete. I critici hanno notato che stampare moneta crea inflazione (aumento dei prezzi) e svalutazione (caduta del valore della moneta rispetto alle valute estere). Se si stampa troppa moneta la gente cerca di liberarsene (perché pensa che la moneta perderà valore nel tempo) o comprando beni (il che fa aumentare il prezzo dei beni ossia crea inflazione) o comprando valuta estera (il che faceva aumentare il prezzo dei dollari o marchi tedeschi, quando ancora avevamo la lira, ossia causa una svalutazione). Questo è senz’altro vero. Ma il punto che voglio fare in questo post è che se anche, per qualche motivo, stampare moneta non creasse inflazione o svalutazione, il finanziamento monetario del deficit non significherebbe che i servizi pubblici possono essere finanziati senza che qualcuno rinunci a qualcosa: insomma, non c’è nulla che si può ottenere gratis, neppure stampando moneta.”

Cottarelli sa bene, dunque, che la critica alla monetizzazione del debito pubblico non può limitarsi ad agitare gli spettri dell’inflazione e della svalutazione: sarebbe troppo debole, e dunque bisogna andare oltre. È qui che il nostro sfodera uno strampalato esempio. Lo Stato eroga un trasferimento a Tizio, e può farlo tassando Caio, oppure prendendo i soldi in prestito da Caio, o infine creando la moneta grazie al signoraggio. Nel primo caso “Caio, che si sarebbe comprato con quei soldi delle banane, non potrà mangiare banane. Le banane le mangia Tizio.” Nel secondo caso “Caio rinuncia a mangiare le banane volontariamente, non perché è tassato”, ma il ricorso al debito non può essere eccessivo perché altrimenti spaventa i mercati e apriti cielo. Infine, e veniamo al punto, nel terzo caso “lo stato può stampare moneta e con questa moneta compra le banane di Caio”, ma – attenzione – “non si creano risorse dal nulla: Caio comunque deve rinunciare a mangiare oggi le banane per consentire a Tizio di mangiarle. Chiaro?” Insomma...

Perché sia chiaro, dobbiamo spiegare quale sia il contesto teorico entro cui tutti gli economisti liberisti abitualmente ragionano: dal momento che le forze di mercato, libere di operare, creano il massimo benessere possibile – o almeno questo credono i liberisti – l’economia si trova normalmente in una situazione di piena occupazione. Cottarelli sta ragionando dentro a un mondo in cui vi è piena occupazione: tutti lavorano e tutto il capitale disponibile è impiegato, in modo tale che sia impossibile aumentare la produzione. Solo dentro a questo mondo immaginario – utile solo a deliziare i venerdì sera di Cottarelli – sembra possibile affermare che la banana di Tizio non possa essere prodotta, come tutte le merci, ma debba essere strappata, per così dire, al povero Caio. Ovvero che se lo Stato decidesse di spendere risorse per aumentare la domanda di banane e poterne dare una a Tizio, la produzione di altre banane sarebbe tecnicamente impossibile perché non vi sarebbero lavoratori disponibili per arare nuovi campi, piantare nuovi banani e poi raccoglierne i frutti.

Solo in uno schema astratto di questo tipo, ovvero solo se tutta la capacità produttiva fosse già impiegata al massimo, solo allora si potrebbe pensare che non vi sia alcuno spazio per espandere la produzione: banane, mele, automobili o qualunque altro bene o servizio. E la cosa più interessante è che questa semplice asserzione di buon senso non la affermiamo noi, ma la fa propria il nostro eroe alla fine dell’articolo, in un curioso post scriptum in cui si buttano alle ortiche tutte le farneticazioni precedenti: “se l’economia è lontana dalla piena occupazione, se cioè c’è disoccupazione, stampare soldi può servire a far ripartire l’economia cioè ad aumentare la quantità di banane a disposizione. Ma questo avviene solo fino al raggiungimento della piena occupazione.”

Stavolta lo scriviamo noi: è chiaro? In Italia c’è un tasso di disoccupazione maggiore del 10%, quindi c’è uno spazio enorme per aumentare i consumi, la domanda e l’occupazione di forza lavoro attraverso la monetizzazione del debito pubblico. Saremmo felicissimi se l’Italia si trovasse in una situazione di pieno impiego, ovvero senza disoccupati, sotto-occupati e lavoro precario! Allora sì che potremmo discutere con Cottarelli di eventuali effetti inflazionistici o di risorse scarse da redistribuire come possibile effetto delle politiche di monetizzazione del debito. Sarebbe bello, ma non è certo questo il mondo in cui noi e Cottarelli viviamo.

Povero Carlo, sembra proprio che questa storia della banana – pensata forse come raffinata ironia contro i suoi avversari – gli sia sfuggita di mano.

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Conte soccorre Salvini invece dei naufraghi nel Mediterraneo

Il vertice di ieri sera a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non sembra aver sciolto i nodi sulle vicende incrociate della nave Sea Watch 3 e del deferimento di Salvini al Tribunale dei ministri sul caso Diciotti,

La “rognosità” delle due questioni sulla tenuta dell’alleanza di governo, era già emersa dall’esito di una precedente riunione tra Di Maio e i senatori M5s sulla linea da tenere riguardo all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno. Salvini in una lettera pubblicata dal ‘Corriere della Sera’ aveva scritto che l’autorizzazione contro di lui “va negata” perché la gestione della Diciotti ha riguardato l’“interesse pubblico”. Una mossa che ha aperto un grosso problema tra i M5S visto che, come ha ricordato Alessandro Di Battista, “è complicato per il M5s votare contro l’autorizzazione a procedere perché non lo abbiamo mai fatto”. A cercare di parare le terga a Salvini è intervenuto Conte affermando che il caso della Diciotti è una sua responsabilità. “Io – ha detto Conte – sono la massima autorità di governo e quindi sono responsabile di questa politica, mi devo assumere la piena responsabilità politica di quello che è stato fatto e in particolare sulla Diciotti”.

La richiesta presentata dai magistrati nei confronti di Salvini è relativa a quanto accaduto la scorsa estate alla nave della Marina militare italiana “Diciotti” con dei naufraghi a bordo alla quale Salvini per giorni e giorni vietò l’attracco in un porto “italiano”. I Cinque Stelle affermano che intendono “studiare le carte”, e che non c’è nulla di già deciso.

Dal vertice di Palazzo Chigi, non è ancora uscita alcuna nota dopo oltre un’ora di confronto tra Conte, Di Maio e Salvini.

Sul piatto pesa anche la disponibilità manifestata da Conte al termine degli incontri a Cipro, di 5 paesi (Germania, Romania, Francia, Portogallo e Malta) che si sono detti disponibili ad accogliere i migranti a bordo della Sea Watch 3. Anche in questo scenario però i profughi a bordo della nave verrebbero fatti sbarcare in territorio italiano, una ipotesi che vede Salvini tirare calci, soprattutto dopo la mossa politica del premier di dichiararsi “responsabile” per il caso Diciotti.

Sulla emergenza della Sea Watch si registra una pilatesca posizione della Corte Europea dei diritti umani ha infatti chiesto al governo italiano di “prendere tutte le misure necessarie”, il “più rapidamente possibile”, per portare ai migranti a bordo della Sea-Watch 3 assistenza medica, acqua e cibo, ma non ha chiesto invece di farli sbarcare. L’ong tedesca Sea-Watch aveva annunciato di essersi rivolta alla Corte Europea contro l’Italia dopo il rifiuto di accogliere 47 migranti soccorsi nel Mediterraneo dieci giorni fa dalla nave, che incrocia attualmente al largo delle coste della Sicilia.

Insomma si discute e si rimpallano responsabilità ma decine di persone in carne ed ossa sono ancora in mezzo al mare.

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Logistica. 32 licenziamenti alla GLS, una rappresaglia padronale

Nella mattinata del 29 gennaio sono state consegnate a 38 lavoratori dell’hub piacentino di GLS 32 lettere di licenziamento e 6 lettere di sospensione.

Tale inedito provvedimento si configura come un licenziamento disciplinare collettivo.

Il contesto nel quale tali atti avvengono è quello in cui 3 militanti di USB vengono aggrediti con tirapugni e pistola al peperoncino.

La “colpa” degli iscritti alla nostra sigla sindacale è quella di essersi mobilitati contro il clima di violenza e di aver scioperato per rivendicare sicurezza e serenità nel posto di lavoro.

La risposta venuta dal loro datore di lavoro è stata l’invio di circa 200 lettere di contestazione disciplinare in circa 15 giorni (una media di 5/6 per ogni lavoratore) e alla fine senza nemmeno rispettare l’iter procedurale, con l’obbiettivo di forzarlo, è arrivato il licenziamento.

Occorre specificare che il datore di lavoro in questione, SEAM srl, ha comunicato l’intenzione di cessare l’appalto presso GLS di Piacenza alla data del 31/01/2019 con il conseguente rischio del non assorbimento di tutto il personale in oggetto da parte del subentrante come previsto dall’art. 42 comma 9 del contratto nazionale di categoria.

Quello che ci sembra palese è il tentativo concentrico da parte dei padroni della logistica di colpire il sindacato conflittuale e le lotte dei facchini che in questi anni hanno avuto il merito di far emergere le illegalità e lo sfruttamento che si celano nel mondo della logistica e parimenti hanno portato diritti e dignità al lavoro.

Sono i fatti a dimostrare che la campagna di criminalizzazione dei facchini ha come unico obbiettivo quello di riportare indietro le lancette della storia, li vogliono ancora schiavi e sottomessi.

USB ha avviato un percorso di mobilitazioni (oggi ci sarà un presidio alle ore 10.30 davanti alla Prefettura) per proseguire con gli attivi dei delegati (venerdì a Milano) e lo sciopero nazionale della logistica.

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