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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/10/2025

USA - John Bolton rischia l’ergastolo in base alla legge che voleva applicare a Snowden e Assange

È proprio vero che, a volte, il destino sa essere beffardo. In passato, John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale sotto Bush e Trump, noto per le sue posizioni ultra-belliciste e da “falco” in politica estera, ha chiesto l’esecuzione di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning ai sensi dell’Espionage Act, accusandoli di aver divulgato informazioni sensibili.

Dopo la rottura con Trump, di cui è diventato un feroce critico, Bolton si trova ora a rispondere di 18 capi d’accusa proprio in base alla stessa legge da lui invocata per altri.

La “rivincita” di WikiLeaks contro Bolton

È proprio WikiLeaks ad aver lanciato un attacco frontale all’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, in seguito alla sua incriminazione per aver divulgato informazioni riservate. L’organizzazione fondata da Assange – che Bolton voleva giustiziare per aver rivelato segreti di stato al pubblico – non ha perso tempo a sbeffeggiare il “guerrafondaio” in un post su X del 17 ottobre, con oltre 24.000 like e un video allegato.

Il video nel post di WikiLeaks è un montaggio satirico: clip di Bolton che invoca la pena capitale per i whistleblower, alternate a estratti dal suo libro The Room Where It Happened (2020), dove ha “leakato” aneddoti sensibili su Trump, e altre notizie.

Secondo il Berliner Zeitung, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha ripetutamente criticato i whistleblower, secondo organizzazioni come Defending Rights & Dissent. Avrebbe chiesto l’esecuzione di Chelsea Manning ed Edward Snowden e una condanna di “almeno 176 anni di carcere” per Julian Assange, definendo le loro azioni come “tradimento pericoloso” meritevole della pena di morte.

Bolton si dichiara non colpevole

Un gran giurì federale del Maryland ha incriminato Bolton con 18 capi d’imputazione per violazione dell’Espionage Act. Le accuse riguardano la conservazione non autorizzata di informazioni top secret e la loro divulgazione a due persone non autorizzate. Secondo il Dipartimento di Giustizia, le informazioni in questione includevano dettagli su “futuri attacchi, avversari stranieri e relazioni di politica estera”.

Ogni capo d’accusa prevede una pena detentiva massima di dieci anni. Bolton si è dichiarato non colpevole durante l’udienza di venerdì, venendo successivamente rilasciato su cauzione. La prossima udienza è fissata per il 21 novembre. In una dichiarazione, Bolton ha definito le accuse un “atto di ritorsione” orchestrato dal presidente Donald Trump, sostenendo di essere “l’ultimo bersaglio dell’uso della forza da parte del Dipartimento di Giustizia per intimidire gli oppositori politici”.

L’indagine

Come già riportato su InsideOver, lo scorso venerdì 22 agosto, agenti dell’Fbi hanno perquisito l‘abitazione del “falco” neocon John Bolton a Bethesda, Maryland, e il suo ufficio a Washington, DC, nell’ambito di un’indagine di alto profilo su presunte violazioni nella gestione di documenti classificati.

Secondo il New York Post, l’operazione, ordinata dal direttore dell’Fbi Kash Patel, si concentrava su accuse secondo cui Bolton avrebbe inviato documenti “altamente sensibili” alla sua famiglia tramite un server email privato mentre lavorava alla Casa Bianca. Le stesse per cui è stato poi incriminato e per le quali si dichiara non colpevole.

Un alto funzionario statunitense, riportato dal New York Post, ha rivelato che l’indagine, iniziata nel 2020, era stata sospesa durante l’amministrazione Biden. La sua riapertura è avvenuta sotto la guida di Patel, nominato direttore dell’Fbi a febbraio 2025. Il funzionario ha accusato Bolton di aver “rubato informazioni classificate, utilizzando la sua famiglia come intermediario”.

La perquisizione rappresentava un’escalation della faida tra Bolton e Trump, che lo ha licenziato nel 2019 dopo 17 mesi come consigliere per la sicurezza nazionale. Da allora il neocon Bolton, sostenitore di una politica estera estremamente aggressiva e bellicista, ha criticato duramente il tycoon.

Fonte

24/07/2022

John Bolton e i capi di stato USA

John Bolton è stato uno dei più noti esponenti del gruppo politico statunitense noto come Neocons (Nuovi Conservatori) che sosteneva il diritto degli USA di dominare il mondo con ogni mezzo.

Ne hanno fatto parte il vice-presidente all’epoca di George Bush, Dick Cheney, il ministro della difesa Rumsfeld, il vice-ministro e poi presidente della Banca Mondiale Paul Wolfovitz, la segretaria di stato Condoleeza Rice, l’ambasciatrice all’ONU Jeane Kirkpatrick, Richard Perle, William Kristol, Robert Kagan e la moglie Victoria Nuland, vice-segretria di stato ed organizzatrice del Colpo di Stato in Ucraina del 2014, “scooter” Libby, ecc.

Bolton, già ambasciatore all’ONU e poi responsabile della sicurezza in epoca Trump – interrogato in merito all’organizzazione dell’assalto al Campidoglio dopo la sconfitta di Trump alle elezioni presidenziali del 2020 – ha arrogantemente rivendicato la promozione di numerosi Colpi di Stato da parte degli USA per colpire Governi considerati non allineati agli Stati Uniti.

Ha voluto esplicitamente parlare solo di un tentativo fallito che prevedeva il rapimento del presidente del Venezuela Maduro, ma noi sappiamo che si potrebbero fare innumerevoli esempi, a partire dal defenestramento violento del presidente dell’Iran Mossadeq nel 1953, reo di voler nazionalizzare il petrolio iraniano e difendere l’economia nazionale, fino a giungere all’uccisione del presidente socialista del Cile Allende nel 1973.

Rimanendo al Venezuela, possiamo ricordare il “golpe” dell’aprile 2002 contro il presidente Chavez, prima arrestato dai golpisti e poi liberato a furor di popolo. Un altro golpe fu tentato nel 2019 nello stesso Venezuela ad opera del ridicolo fantoccio Guaidò, autoproclamatosi presidente e riconosciuto subito dagli USA, ma poi costretto a fuggire (ormai se ne sono perse le tracce).

Il Venezuela ha la colpa di possedere una delle più grandi riserve di petrolio al mondo che il popolo venezuelano vorrebbe utilizzare in proprio.

Un altro Paese sudamericano, la Bolivia, ricchissima di Litio (elemento indispensabile per le moderne batterie), ha subìto un Colpo di Stato nel 2019, organizzato dalla vice-presidente conservatrice Jeanine Anez contro il presidente Morales considerato troppo di “sinistra”. Anche questo golpe è poi fallito e la signora Anez si trova oggi in galera condannata a 10 anni.

Alcuni Colpi di Stato fatti per ragioni geopolitiche ci riguardano molto più da vicino e sono stati organizzati non solo dai “Neocons”, ma anche quando vi erano presidenti “democratici” come Obama (naturalmente per difendere la “democrazia” e i “diritti umani”).

Nel 2004 c’è stata una prima cosiddetta “rivoluzione colorata” promossa dagli USA e dai suoi alleati europei in Ucraina. Lo scopo era portare quel Paese – che fino ad allora era vissuto in uno stato di perfetta tranquillità in quanto neutrale tra Occidente e Russia – nell’ambito della NATO e dell’Unione Europea. In seguito questa “rivoluzione” non ha dato gli esiti sperati e l’Ucraina è rimasta neutrale per altri 10 anni fino al 2014.

Contemporaneamente nel 2004 era avvenuta un’altra “rivoluzione colorata”, cosiddetta “delle rose”, in un altro Paese ex-sovietico di grande importanza strategica, la Georgia. Era andato al potere un personaggio ultra-nazionalista, dittatoriale e fascistoide, Mikheil Saaskashvili, che ebbe la pessima idea di attaccare nell’agosto del 2008 la guarnigione russa che presidiava la regione indipendentista dell’Ossezia del Sud, sperando in un intervento a suo favore degli USA e della NATO.

Tuttavia la NATO non se la sentì di intervenire e Saakashvili, rimasto solo, fu sconfitto in 5 giorni; perse prestigio e carisma e infine fu costretto a riparare in Ucraina.

Qui il Governo di estrema destra, che si era insediato nel frattempo, a seguito del Colpo di Stato del 2014, gli riconobbe la cittadinanza ucraina e lo nominò governatore della regione di Odessa, una città che è sempre stata filo-russa e ribelle e quindi da tenere sotto stretto controllo. Dopo aver ricoperto anche altri incarichi in Ucraina, Saaskashvili ha cercato di tornare in Georgia dove è stato arrestato.

Certamente il Colpo di Stato che ha creato più problemi è stato quello del 2014 in Ucraina, organizzato dalla vice-segretaria di stato USA, Victoria Nuland, collaboratrice di Hilary Clinton, e dall’ambasciata statunitense. È andata al potere una coalizione di estrema destra comprendente partiti apertamente nazi-fascisti organizzati militarmente, che ha messo fuori legge i partiti di sinistra e attaccato militarmente le regioni di lingua russa che si erano opposte al “golpe”.

Il filo-nazista Bandera, che guidò le bande che combatterono dalla parte dei Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e massacrarono centinaia di migliaia di Ebrei e comunisti, è diventato “eroe nazionale”.

Un recente articolo di Enrico Vigna diffuso in rete (1) descrive dettagliatamente le persecuzioni, gli arresti e le sparizioni di migliaia di oppositori. La propaganda occidentale che parla di “democrazia ucraina” è una barzelletta, alimentata solo dal desiderio di far entrare l’Ucraina nella NATO in funzione anti-russa.

Qui non si vuole fare un esame della natura del Governo russo. Magari può essere oggetto di un esame ragionato e di un altro articolo. È certo, però, che qualsiasi Governo russo (di destra, di centro, o di sinistra) non poteva assistere senza reagire al pericolo mortale per la propria sicurezza costituito dall’entrata di un grande Paese limitrofo, già legato alla Russia da molti vincoli economici e culturali, in un’alleanza ostile, la NATO, che già negli anni precedenti era avanzata fini ai confini russi, istallando basi militari e batterie di missili puntati sul cuore della Russia.

La Russia aveva proposto di venire ad un accordo ragionevole che prevedesse il mantenimento della neutralità dell’Ucraina ed il rispetto dei diritti delle popolazioni di lingua russa dell’Est del Paese.

Il nuovo presidente ucraino Zelensky era stato eletto sulla base di un piano di pacificazione e buon vicinato con la Russia, ma poi – come rivelato recentemente dal noto pacifista americano Chomsky – il piano è saltato per la pressione delle formazioni di estrema destra che hanno anche minacciato di uccidere Zelensky, che alla fine ha scelto di diventare la loro marionetta.

La risposta negativa degli USA e del Governo ultranazionalista di Kiev alle moderate proposte russe, che costituivano una “linea rossa”, ha fatto precipitare la crisi. Oggi tutti ne paghiamo le spese: crisi economica, inflazione alle stelle, pericoli di guerra mondiale. Ma chi ne soffre di più è proprio il popolo ucraino mandato allo sbaraglio per interessi che non sono i propri.

Note

(1) “Retate e rappresaglie in Ucraina. Una macchina del terrore di stato contro qualsiasi dissenso e soluzioni di pace”, E. Vigna, luglio 2022

Fonte

15/07/2022

John Bolton ammette di aver pianificato tentativi di colpo di stato all’estero

Una delle regole fondamentali della politica internazionale, seguita con scrupolosa continuità da tutte le potenze in ogni epoca, prevede che le “operazioni coperte” contro altri paesi siano protette dal segreto e mai ammesse pubblicamente.

Un elemento che certifica la crisi anche intellettuale dei principali dirigenti dell’imperialismo statunitense – e dunque dell’intero imperialismo “euro-atlantico” – consiste proprio nel trattare queste “ingerenze” come normali affari consegnabili alle “esternazioni” individuali.

L’ultimo, ma non certo meno importante, funzionario Usa ad ammettere di aver organizzato direttamente dei colpi di stato è John Bolton, che tutto il mondo ricorda come attivo nelle amministrazioni di Ronald Reagan e George Bush (sia senior che junior), ed infine consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump. Qui di seguito l’articolo con cui la Reuters, piuttosto sbalordita, dà conto delle sue ammissioni.

Che certo non contribuiscono a migliorare la percezione degli Usa agli occhi del mondo...

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John Bolton, ex ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ed ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha dichiarato martedì di aver contribuito a pianificare tentativi di colpo di stato all’estero.

Bolton ha rilasciato queste dichiarazioni alla CNN dopo l’udienza congressuale del 6 gennaio 2021 sull’attacco al Campidoglio. I legislatori della commissione martedì hanno accusato l’ex presidente Donald Trump di aver incitato alla violenza in un ultimo tentativo di rimanere al potere dopo aver perso le elezioni del 2020.

Parlando con il conduttore della CNN Jake Tapper, tuttavia, Bolton ha suggerito che Trump non era abbastanza competente per mettere in atto un “colpo di Stato attentamente pianificato“, aggiungendo poi: “Come qualcuno che ha aiutato a pianificare colpi di Stato – non qui ma in altri luoghi – ci vuole molto lavoro. E non è quello che lui (Trump) ha fatto“.

Tapper ha chiesto a Bolton a quali tentativi si riferisse.

“Non entrerò nello specifico“, ha detto Bolton, prima di menzionare il Venezuela. “Non si è rivelato un successo. Non che noi abbiamo avuto molto a che fare con questo, ma ho visto cosa ci vuole per un’opposizione per cercare di rovesciare un presidente eletto illegalmente e hanno fallito“, ha detto.

Nel 2019, Bolton, in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale, ha sostenuto pubblicamente l’appello del leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaido affinché l’esercito appoggiasse il suo tentativo di spodestare il presidente socialista Nicolas Maduro, sostenendo che la rielezione di Maduro fosse illegittima. Alla fine Maduro è rimasto al potere.

“Mi sembra che ci siano altre cose che non mi stai dicendo (oltre al Venezuela)“, ha detto il conduttore della CNN, provocando la risposta di Bolton: “Sono sicuro che ci sono“.

Molti esperti di politica estera hanno criticato negli anni la storia degli interventi di Washington in altri Paesi, dal ruolo svolto nel 1953 nel rovesciamento dell’allora primo ministro nazionalista iraniano Mohammad Mosaddegh e nella guerra del Vietnam, fino alle invasioni di Iraq e Afghanistan di questo secolo.

Ma è molto insolito che i funzionari statunitensi riconoscano apertamente il loro ruolo nel fomentare disordini in Paesi stranieri.

“John Bolton, che ha ricoperto le più alte cariche del governo statunitense, tra cui quella di ambasciatore alle Nazioni Unite, si vanta con disinvoltura di aver aiutato a pianificare colpi di stato in altri Paesi“, ha scritto su Twitter Dickens Olewe, giornalista della BBC in Kenya.

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03/07/2020

La Gran Bretagna sequestra le riserve auree del Venezuela

Il giudice britannico Nigel Teare, dell’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra, ha stabilito che le 31 tonnellate di oro venezuelano depositate presso la Banca d’Inghilterra non possono essere gestite dalla Banca Centrale del Venezuela (BCV) poiché “il governo di Sua Maestà riconosce Guaidó come presidente costituzionale ad interim del Venezuela”.

La giustizia britannica ha poi stabilito che la persona che avrà accesso all’oro in questione, del valore di circa 1,6 miliardi di dollari, sarà il “governo di Guaidó”, attraverso il “consiglio ad hoc della BCV”, che ha nominato nel luglio 2019, pochi mesi dopo la sua autoproclamazione.

La BCV ha annunciato che “farà immediatamente appello all’assurda e insolita decisione di un tribunale britannico che cerca di privare il popolo venezuelano dell’oro tanto urgentemente necessario per affrontare la pandemia di Covid-19”.

La richiesta di oro da parte della BCV era iniziata alla fine del 2018. Il riconoscimento nel gennaio 2019 di Guaidó come “presidente in carica” da parte della Gran Bretagna ha poi congelato la risposta del governo britannico alla richiesta venezuelana, che il governo di Nicolás Maduro ha più volte denunciato diplomaticamente.

John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha fatto riferimento, nel suo libro “The Room Where It Happened: A White House Memoir”, a questa decisione britannica. Lì ha dichiarato che l’allora ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, era “felice di collaborare” con gli Stati Uniti, “per esempio congelando i depositi d’oro del Venezuela nella Banca d’Inghilterra”.

Bolton fa riferimento a quella decisione presa all’inizio del 2019 come parte delle “misure che stavano già prendendo per mettere pressione finanziaria su Maduro”. Nello stesso paragrafo, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale sottolinea come, a quei tempi, si lavorava per inasprire le sanzioni all’industria petrolifera venezuelana.

La BCV ha perseverato nel 2019 e nel 2020 nel tentativo di accedere alle proprie riserve auree. Lo scorso maggio, ha presentato una causa al Commercial Court di Londra per la consegna dell’oro venezuelano da parte della Banca d’Inghilterra. In questa occasione, non solo è stata presentata l’argomentazione legale, ma anche quella umanitaria: la quantità d’oro sarebbe destinata ad andare direttamente al Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite per affrontare la pandemia nel Paese.

La mancanza di risposta della Banca d’Inghilterra per mesi è stata dovuta alla zona grigia diplomatica costruita contro il Venezuela. Mentre il governo britannico riconosceva Guaidó, la sua “ambasciatrice”, Vanessa Neumann, è stata ricevuta, ma senza credenziali formali; una situazione simile a quella verificatasi in diversi Paesi europei e latinoamericani.

Così, mentre da un lato la politica estera ha sostenuto la politica del governo parallelo venezuelano, dall’altro la situazione giuridica non era chiara, e in qualche modo diversa dal caso statunitense in cui la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato, il Dipartimento del Tesoro e il Dipartimento di Giustizia erano tutti allineati – con qualche tensione – sulla stessa posizione. Quella situazione di mancanza di chiarezza, sulla quale la Banca d’Inghilterra ha fatto affidamento per la sua mancanza di risposta, è stata infine risolta con la sentenza di giovedì.

Questa sentenza rappresenta non solo una perdita per la BCV, ma stabilisce anche un precedente per altri dossier in una situazione simile, come i 120 milioni di dollari appartenenti alla BCV che si trovano nella Deutsche Bank, o i numerosi conti congelati in diverse banche.

Questo apre una nuova porta per approfondire i meccanismi di furto di fondi e beni venezuelani all’estero, cosa che accade dall’inizio del riconoscimento statunitense di Guaidó.

Il caso paradigmatico è quello di CITGO, la filiale di PDVSA negli Stati Uniti (USA) – del valore di 8 miliardi di dollari – che è stata sequestrata dal governo americano nel 2019, ed è attualmente sotto la minaccia giudiziaria di essere messa all’asta e smembrata per essere acquistata da una società mineraria canadese, Crystallex, o da una compagnia petrolifera statunitense, la ConocoPhillips.

Questo processo di espropriazione è stato uno degli obiettivi centrali contro il Venezuela. Il governo venezuelano ha convocato, ad esempio, l’incaricato d’affari britannico in Venezuela a maggio per “presentargli una protesta formale ed esigere spiegazioni per la creazione di un’Unità per la ricostruzione del Venezuela nel suo Ministero degli Esteri”.

In questo modo, mentre Guaidó ha perso ogni peso politico all’interno del paese, il suo mantenimento artificiale “in vita” permette ai processi di furto dalla Nazione di avanzare.

Questa politica di pirateria e di blocco fa parte delle divisioni dell’opposizione nel paese. Il settore che ancora oggi ruota attorno alla strategia del governo parallelo mantiene la necessità di sanzioni e di congelamento dei beni. Affermando, contro ogni evidenza, che tutto ciò non riguarda l’intera popolazione, ma solo il nucleo del potere del Chavismo.

Un altro campo, invece, sia politico che economico, si oppone alla strategia dell’asfissia e del progressivo esproprio. È questo settore che parteciperà alle elezioni legislative del 6 dicembre, per le quali si sono già registrati 89 partiti politici.

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19/06/2020

USA - Volano coltelli nel mondo di Trump

In un ambito dove “il più pulito ha la rogna”, stanno volando coltelli. Il riferimento va all’amministrazione Trump ed al suo elevatissimo turn over. In quattro anni si sono dimessi o sono stati dimissionati molti segretari e alti funzionari. E qualcuno di questi sta rendendo la pariglia a Trump.

Ultimo in ordine di tempo il “falco” Michael Bolton, un vero e proprio “uomo nero” di tutte le amministrazioni reazionarie degli Usa. Esponente di punta dei Neocons e sostenitore da sempre di tutte le opzioni peggiori, Bolton era stato defenestrato alcuni mesi fa ed ha dato alle stampe un libro con particolari pesantissimi per Trump.

John Bolton, in questi giorni sta pubblicizzando il suo libro di prossima pubblicazione, rivolgendo all’amministrazione presidenziale di Donald Trump una lunga serie di accuse, critiche e indiscrezioni, contestandone punto per punto ogni singola scelta e iniziativa di politica estera.

Nel suo libro, intitolato “The Room Where It Happened”, Bolton presenta l’immagine di un presidente spesso oggetto di derisione e ostilità da parte dei suoi collaboratori ed uso alla doppiezza nei rapporti con leader e Stati che pubblicamente condannava.

“Non ho letto il libro, ma dagli estratti che ho visto pubblicati sinora, posso dire che John Bolton sta disseminando una serie di bugie, fuorvianti mezze verità, e falsità vere e proprie”, ha replicato il segretario di Stato Mike Pompeo accusando Bolton di essere praticamente un traditore. “È triste e pericoloso che l’ultimo ruolo pubblico di John Bolton sia quello di traditore del suo paese, che ha deciso di danneggiare l’America violando i sacri obblighi assunti nei confronti dei suoi concittadini”, ha aggiunto Pompeo.

Lo stesso Trump, ha replicato ieri alle accuse dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che nelle scorse ore sta cercando di superare gli ostacoli posti dalla Casa Bianca alla pubblicazione del suo libro, contenente tra l’altro informazioni coperte da riservatezza e accordi di non divulgazione.

In una intervista al “Wall Street Journal” di oggi Trump risponde alla più imbarazzante delle accuse: quella di aver chiesto aiuto al presidente cinese Xi Jinping in vista delle prossime elezioni presidenziali – l’inquilino della Casa Bianca ha parlato di “menzogne ed esagerazioni”. “È un bugiardo”, ha detto Trump. “Alla Casa Bianca lo odiavano tutti”.

Nell’intervista Trump nega di aver provato ad allentare le pressioni a carico del colosso cinese dell’elettronica per le telecomunicazioni, Huawei. “Nessuno è mai stato duro con una azienda quanto lo sono stato io con Huawei”, ha commentato il presidente Usa, che invece ha confermato e difeso la decisione di allentare la pressione su un’altra azienda cinese, Zte.

Trump afferma di dubitare che, come riportato nel libro, Pompeo abbia pronunciato una serie di durissimi e offensivi commenti nei suoi confronti. Ed ha poi spiegato la decisione di allontanare Bolton dalla Casa Bianca, ricordando i loro insanabili dissidi in materia di politica estera. “Non era affatto apprezzato, e non era molto rispettato”, ha detto Trump, aggiungendo che i dissapori con Bolton sono iniziati poco dopo la nomina di quest’ultimo, per il suo incrollabile sostegno alla decisione di invadere l’Iraq, assunta dall’amministrazione di George W. Bush nel 2003.

Ma quello di Bolton non è l’unico coltello volato verso Trump proprio in queste ore. La Corte Suprema americana infatti ha stabilito che l’amministrazione Trump non può mettere fine a un programma che protegge dall’espulsione i circa 700 mila “dreamer”, i giovani immigrati entrati in Usa senza documenti legali. La decisione dei giudici, un vero e proprio schiaffo al presidente Usa, è arrivata quattro giorni dopo un’altra sentenza contraria alla posizione della Casa Bianca. Occorre tener conto che i giudici conservatori nominati alla Corte Suprema erano la maggioranza, ma è già la seconda volta che emettono sentenze contrarie ai provvedimenti adottati dall’amministrazione Trump.

Intanto Facebook ha cancellato uno spot elettorale della campagna di Trump per aver violato le norme che vietano “messaggi di incitamento all’odio”. Tra i simboli utilizzati nelle pubblicità andate sugli account ufficiali del presidente e del suo vice, Mike Pence, ce ne sarebbe uno che richiama quelli adottati dai nazisti per “marchiare” le divise consegnate agli ebrei del campo di Auschwitz: un triangolo rosso capovolto.

Che la nave di Donald Trump stia imbarcando acqua appare ormai evidente a molti. E quando una nave comincia ad affondare, come noto, sono molti i topi che l’abbandonano, ma non senza aver cercato magari di azzannare il comandante.

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24/03/2020

Pericolo Pandemia? Gli USA hanno ignorato gli avvertimenti


L’articolo che abbiamo tradotto è una inchiesta a “otto mani” del New York Times pubblicata il 22 marzo, scritta da D.E. Sager, E.Lipton, E.Sullivan e M.Crowley.

Il suo titolo è abbastanza eloquente: “Prima dello scoppio del virus, una cascata di avvertimenti è passata sotto silenzio”. Come è detto nell’incipit dell’articolo originale: “Molte esercitazioni del governo, inclusa una l’anno scorso, hanno reso chiaro che gli Stati Uniti non erano pronti per una pandemia come quella del coronavirus. Ma qualcosa era stato fatto”. Questa indagine prende in rassegna come le ultime due amministrazioni presidenziali hanno trattato i pericoli derivanti dalla diffusione di malattie contagiose prima dello scoppio dell’attuale pandemia, giungendo fino all’ultima simulazione svolta il gennaio dell’anno scorso denominata “Contagio di Cremisi”, che ha tratti incredibilmente somiglianti con la crisi attuale.

Appena insediatasi, l’amministrazione Obama nell’Aprile 2009 ha dovuto confrontarsi con la diffusione della cosiddetta “febbre suina” – H1N1 – cioè la prima febbre pandemica dopo oltre 40 anni, dimostratasi meno letale di ciò che si pensava all’inizio.

Nel 2014 invece si è dovuta confrontare con l’Ebola diffusosi in Africa, che si è rivelato meno contagioso ma più letale della febbre suina, e che si pensava potesse diffondersi negli USA.

Da queste due esperienze che avevano messo in luce i limiti di intervento, è nata una branca dell’amministrazione che ha trasmesso le “lezioni imparate” nel gennaio 2017 alla subentrante.

Da ciò che emerge dall’inchiesta sono pesantissime le responsabilità di Bolton che ha di fatto “annichilito” il capitale di esperienze maturato e dell’intera amministrazione Trump che l’ha sotto-finanziata.

Il “Contagio di Crimisi” nella sua simulazione – una influenza altamente contagiosa e senza alcun vaccino per curarla – ha mostrato le deficienze che ora purtroppo stanno emergendo nella concreta gestione della pandemia attuale.

A leggere nero su bianco il fatto che emergesse dalla simulazione così nettamente la mancanza di pianificazione, il deficit di strumenti medici adeguati, il conflitto tra lo Stato Federale e le autorità locali sul da farsi fa un certo effetto.

La distopia simulata si è tramutata in emergenza concreta.

Nel mentre scriviamo gli Stati Uniti fanno registrare 24.300 casi, più di 15 mila nella sola New York (il 5% della pandemia globale), con un aumento di più di 4.800 casi da sabato a domenica.

Lo Stato di New York, insieme a quello di Washington e alla California sono i più colpiti negli USA.

Intanto alti ufficiali fanno sapere che le località severamente colpite dal contagio dovranno semplicemente aspettare per la strumentazione medica di cui necessitano, con le case automobilistiche come Ford, General Motors e Tesla che si stanno “riconvertendo” su indicazione del governo federale per produrre ventilatori e prodotti di metallo utili per la pandemia.

Oramai è comunemente ammessa l’impossibilità di attuare una strategia di “test” di massa, come è stato fatto in Corea del Sud, e l’insufficienza del sistema sanitario statunitense nel potere gestire il picco dell’epidemia.

Un pezzo di grande giornalismo, quello del “New York Times” che smonta le bugie seriali di Trump sull’imprevedibilità di un evento simile. Ma il neo-liberismo anche quando “prevede” non è in grado di “attuare” se no quando la situazione risulta catastrofica, perché è schiavo del “partito del PIL”. Ne è l’ultima dimostrazione il “ricatto” delle maggiori compagnie aeree statunitensi, che hanno chiesto qualcosa come quasi 60 miliardi di dollari aiuti – una specie di “nazionalizzazione mascherata” – come contro-partita al possibile licenziamento di 750 lavoratori della filiera.

Buona Lettura.

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Lo scoppio del virus respiratorio ha avuto inizio in Cina e si è velocemente diffuso in tutto il mondo, attraverso viaggiatori aerei, che portavano febbri alte. Negli Stati Uniti è stato rilevato per la prima volta a Chicago e, 47 giorni dopo, l’Organizzazione Mondiale della Salute ha annunciato la pandemia. Ma a quel punto era troppo tardi: 110 milioni di americani stavano per ammalarsi, portando a 7.7 milioni di ricoverati e 586.000 morti.

Lo scenario, dal nome in codice “Contagio di Cremesi” e creato immaginando una pandemia, è stato simulato dal Dipartimento della Salute e Servizi Umani dell’amministrazione Trump in una serie di esercitazioni che sono state eseguite da Gennaio ad Agosto.

I risultati dettagliati della simulazione, contenuti nella stesura del rapporto datata Ottobre 2019, che precedentemente non era stato riportata, fanno capire solo adesso come il governo federale sia sotto-finanziato, impreparato e scoordinato di fronte a una battaglia contro la morte con un virus per cui non esiste nessuna cura.

La stesura del rapporto, marcato come “da non essere divulgato”, ha portato allo scoperto, in accurati dettagli, ripetuti casi di “confusione” nell’esercitazione. Le agenzie federali competevano su chi fosse a capo. Funzionari di Stato e ospedali si sforzavano di capire che tipo di equipaggiamento fosse stato accumulato o disponibile. Le città e gli Stati sono andati avanti per la loro strada, chiudendo le scuole.

Molte delle potenziali conseguenze letali di una mancanza nell’affrontare i fallimenti si mostrano in modo fin troppo reale in tutto il paese. E non si trattava del primo avvertimento per i leader nazionali. Tre volte negli ultimi 4 anni il governo americano, con due amministrazioni, si era scontrato in profondità con una pandemia, identificando probabili limiti e in alcuni casi raccomandando azioni specifiche.

Nel 2016 l’amministrazione Obama ha prodotto un rapporto completo sulle lezioni imparate dal governo dalla battaglia contro l’Ebola. Nel Gennaio 2017, funzionari uscenti dell’amministrazione Obama hanno compiuto un’esauriente esercitazione sulla risposta ad una pandemia per i nuovi funzionari in entrata dell’amministrazione Trump.

La storia completa della risposta dell’amministrazione Trump al coronavirus è ancora in corso. I funzionari del governo, professionisti della salute, giornalisti e storici passeranno anni guardando indietro ai messaggi disordinati e alle opportunità perse negli ultimi tre mesi mentre il presidente Trump oscillava dalla sottovalutazione del coronavirus - pochi casi che sarebbero stati presto “sotto controllo” - al suo annuncio revisionista di lunedì in cui sosteneva di essere consapevole che la pandemia stava arrivando.

Quello che lo scenario rende chiaro, comunque, è che la sua stessa amministrazione aveva già modellato una simile pandemia e capito la sua potenziale traiettoria.

La Casa Bianca ha difeso i suoi documenti, dicendo che si riferivano all’esercitazione del 2019 con un ordine esecutivo per migliorare la disponibilità e qualità dei vaccini per influenza, e che si è mossa presto quest’anno per incrementare i fondi per il programma del Dipartimento della Salute e Servizi Umani, che si concentra sulle minacce di una pandemia globale.

“Qualsiasi insinuazione che sostenga che il presidente Trump non ha preso seriamente la minaccia del COVID-19 è falsa” ha detto Judd Deere, un portavoce della Casa Bianca.

Ma i funzionari hanno omesso di dire perché l’amministrazione è stata così lenta a diffondere test generalizzati o muoversi velocemente come le simulazioni indicavano che avrebbe dovuto fare, sollecitando la distanza tra persone e la chiusure delle scuole.

Alle domande sulla preparazione del governo, alla sua riunione sulle nuove notizie, il Sig. Trump ha risposto: “Nessuno sapeva che ci sarebbe stata una pandemia o un’epidemia di queste le porzioni. Nessuno aveva mai visto qualcosa del genere prima.”

Il lavoro fatto negli ultimi cinque anni, comunque, dimostra che il governo è abbastanza a conoscenza dei rischi di una pandemia e ha predetto accuratamente i vari tipi di problemi che ora il Sig. Trump, faticosamente e in ritardo, sta cercando di affrontare.

Il contagio di Cremesi, l’esercitazione condotta l’anno scorso a Washington e in 12 Stati incluso New York e Illinois ha mostrato che le agenzie federali sotto il Sig. Trump hanno continuato lo sforzo di Obama di pensare in anticipo alla pandemia.

Pianificare e pensare stanno molti strati sotto la burocrazia. La conoscenza e il senso di urgenza del pericolo sembrano non aver mai avuto abbastanza attenzione ai più alti livelli del ramo esecutivo o dal Congresso, lasciando la nazione con deficit di fondi, mancanza di equipaggiamenti e disorganizzazione all’interno e tra molti rami e livelli del governo.

Il Rapporto dell'ottobre 2019 in particolare documenta che i funzionari del Dipartimento di Sicurezza della Patria e il Dipartimento di Salute e Servizi Umani e anche il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca erano consapevoli del potenziale scoppio di un virus respiratorio originatosi in Cina e che si sarebbe diffuso presto negli Stati Uniti e avrebbesopraffatto la nazione.

“Nessuno avrebbe mai pensato a numeri come questi ” ha detto il Sig. Trump mercoledì a una conferenza. In realtà, loro si.

Dall’ebola, lezioni imparate

Già con l’amministrazione di George W. Bush, la sicurezza nazionale e i funzionari di salute si concentrarono sui grandi buchi nella risposta americana a degli attacchi biologici e al crescente rischio di pandemia. Un primo test arrivò nell’aprile 2009 solo pochi mesi dopo l’inizio del primo mandato del presidente Barack Obama. A una ragazza della California di 10 anni era stata diagnosticata una malattia contagiosa che sarebbe stata chiamata febbre suina o H1N1, la prima influenza pandemica da oltre 40 anni.

Il centro per il controllo e prevenzione di malattie ha stimato che ultimamente ci sono stati circa 60,8 milioni di casi negli Stati Uniti insieme con 274.304 ricoverati e 12.469 morti associate con H1N1.

Si è rivelato meno mortale di quanto ci si aspettasse all’inizio. Ma è stato un campanello di allarme che i funzionari dell’amministrazione Obama dissero di aver preso seriamente, iniziando a pianificare uno sforzo che si sarebbe incrementato all’inizio del 2014, con lo scoppio dell’ebola nell’Africa occidentale e la seguente paura che si sarebbe potuto diffondere negli Stati Uniti.

Era meno contagiosa dell’influenza ma molto più letale. Ha ucciso 11.000 persone in Africa. ma sarebbe potuta essere molto peggio. Gli Stati Uniti mandarono circa 3000 truppe in Africa per aiutare a contenere il contagio. Mentre lo sforzo di contenimento fu considerato un successo, dentro la Casa Bianca, i funzionari capirono che gli Stati Uniti erano stati fortunati e che la risposta aveva rivelato dei buchi nella preparazione.

A Christopher Kirchhoff, un assistente della sicurezza nazionale che si è spostato dal pentagono alla Casa Bianca per occuparsi della crisi di ebola, fu affidato il lavoro di mettere insieme un rapporto di “lezioni imparate” con apporti da tutto il governo.

Le debolezze che il Sig. Kirchhoff aveva identificato erano segnali d'avvertimento di cosa fosse successo negli ultimi tre mesi.

Il suo rapporto concludeva che gli Stati Uniti avevano assunto più capacità da parte della Organizzazione della Salute Mondiale di quanto non avesse fatto l’agenzia stessa.

Gli Stati Uniti avevano i loro problemi. Non c’era nessun aeroplano della flotta degli Stati Uniti capace di evacuare un dottore americano che era stato infettato mentre trattava i pazienti in Liberia. Il pentagono era fortemente impreparato per l’intervento che il Sig. Obama aveva ordinato.

Mentre gli Stati Uniti velocemente scoprirono un modo per selezionare i passeggeri aerei che venivano nel paese, prendendo in prestito strumenti dell’intelligence, scoperti dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, per trovare possibili terroristi, il Sig. Kirchhoff trovò mancanze anche nel misurare quanto velocemente il virus si stesse diffondendo.

D’altra parte, la casa bianca di Obama aveva creato una Task Force per l’ebola guidata da Ron Klain, ex capo dello staff del vicepresidente Joseph R. Biden Jr., prima che un singolo caso emergesse negli Stati Uniti. Il congresso aveva dedicato 5,4 miliardi ai fondi di emergenza per pagare i trattamenti di ebola e gli sforzi di prevenzione negli Stati Uniti e nell’Africa occidentale.

I soldi aiutarono a finanziare una poco conosciuta agenzia dentro il Dipartimento di Salute Servizi Umani incaricata della preparazione per futuri scoppi di malattie contagiose, lo stesso ufficio che nel 2019 eseguì l’esercitazione del contagio di Crimesi e altri eventi simili da allora.

Dopo che un uomo chiamato Thomas Duncan, un cittadino liberiano, divenne la prima persona a cui venne diagnosticata l’ebola in territorio americano nel settembre 2014 degli errori diedero origine all’infezione di due infermiere e paura di un’ampia diffusione negli Stati Uniti (il signor Duncan morì, ma le due infermiere guarirono.)

Ciò che sconvolge leggendo oggi il rapporto del Sig. Kirchhoff, comunque, è che poche delle maggiori colpe che lui trovò nella risposta americana diedero origine a delle azioni, anche se il rapporto era pieno di raccomandazioni per ogni dipartimento.

C’erano mancanze “nell’uso dell’equipaggiamento personale protettivo, nella disinfezione” e “nei servizi sociali per coloro che erano posti in quarantena”.

C’era confusione sulle restrizioni per i viaggi e bisogno “per una più morbida e scorrevole escalation della risposta del governo, dalle autorità locali che agivano per conto proprio alle autorità locali che agivano con qualche assistenza federale” fino alla totale attivazione da parte del governo federale.

Il rapporto concluse che “un minimo riferimento di pianificazione potrebbe essere un ordine di grandezza epidemico o due volte più difficile di quello presentato dallo scoppio dell’Ebola nell’Africa occidentale, con una diffusione domestica molto più significativa.”

“Quello che ho imparato di più è che dobbiamo creare un consiglio direttivo di biosicurezza globale e salute e che deve essere mantenuto nella prossima amministrazione” disse Lisa Monaco, la consigliera della sicurezza nazionale del Sig. Obama.

Ottenendo l’attenzione del team di Trump

Dopo l’elezione del Sig. Trump, la Sig.ra Monaco aveva organizzato un’esaustiva esercitazione per i nuovi funzionari di alto livello, incluso Rex W. Tillerson nominato per la segreteria di Stato; John F. Kennedy, designato a diventare segretario di sicurezza nazionale; e Rick Perry che sarebbe diventato segretario dell’energia – mandando fuorigioco la risposta allo scoppio di un’influenza letale.

Lei chiese a Tom Bossert, che si stava preparando per entrare come consigliere alla sicurezza nazionale del Sig. Trump, di guidare l’evento insieme a lei

“Abbiamo modellato una nuova forma di influenza nell’esercitazione precisamente perché è così trasmissibile” ha detto la Sig.na Monaca. “Non c’è nessun vaccino e porterebbe ai problemi come quelli alle case di riposo che sarebbero particolarmente vulnerabili e alla mancanza di respiratori”.

La Sig.na Monaco era impressionata da come seriamente il Sig. Bossert, il suo successore, sembrava aver preso la minaccia, come avevano fatto 30 o quasi dei membri del team di Trump che avevano partecipato all’esercizio, del quale dettagli erano stati riportati dal Politico.

Ma prima che l’attuale crisi colpisse, quasi tutti i leader al tavolo, Sig. Tillerson, Sig. Kelly, Sig. Perry, fra tutti, erano stati licenziati o se ne erano andati.

Nel 2018 il consigliere della sicurezza nazionale del Sig. Trump al tempo, John R. Bolton, rimosse il Sig. Bessert ed eliminò il Consiglio Direttorio di Sicurezza Nazionale sostituendolo con un ufficio dedicato ad armi di distruzione di massa in quella che i funzionari di Trump chiamarono una logica compensazione.

Alla domanda sul cambiamento del 13 marzo Trump ha così risposto ad un giornalista: “è una questione spinosa” prima di aggiungere “Non so niente a riguardo”. Scrivendo su Twitter il giorno dopo il Sig. Bolton ha attaccato i critici che dicevano che il cambiamento rifletteva la trascuratezza per la minaccia di pandemia.

“Sostenere che l’ottimizzazione delle strutture della NSC ha danneggiato la nostra bio difesa Nazionale è falso” ha twittato il Sig. Bolton “La salute globale rimane una priorità principale della NSC”.

In un’affermazione il consiglio di sicurezza nazionale disse che “ha direttori e staff di cui il lavoro full time è di monitorare, pianificare e rispondere alle pandemie, incluso un epidemiologo di malattie infettive e un virologo”.

Nella testimonianza al congresso la scorsa settimana il dottor Anthony S. Fauci, il direttore dell’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive ha suggerito che alla fine il direttorio autonomo era stato poco avveduto. “Sarebbe bello se l’ufficio fosse ancora in piedi” ha detto.

Il 10 febbraio quasi tre settimane dopo il primo caso di coronavirus diagnosticato negli Stati Uniti il Sig. Trump ha presentato una proposta di budget per il 2021 che chiedeva una riduzione di 693,3 milioni nei fondi per il C.D.C, o circa il 9%, anche se c’era un modesto incremento nelle divisioni che combattono le pandemie globali.

Il “Contagio di Cremesi”

L’esercitazione pianificata del “Contagio di Cremisi" condotta l’anno scorso dal Dipartimento della Salute dei Servizi Umani includeva funzionari da 12 stati e almeno una dozzina di agenti federali. Questi includevano il pentagono, il dipartimento delle questioni sui veterani e il Consiglio di Sicurezza Nazionali, gruppi come la croce americana e l’associazione delle infermiere americane sono state invitate ad unirsi così come le compagnie di assicurazione di salute e i maggiori ospedali come Il Mayo Clinic.

L’esercitazione simil-gioco di guerra era stata supervisionata da Robert P. Kadlec, un ex fisico dell’Air Force che aveva trascorso decenni a studiare i problemi di bio difesa. Dopo un periodo nel consiglio di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Bush e nello staff del comitato di intelligence del senato è stato assegnato come assistente alla Segreteria di Salute e Servizi umani per preparazione di una risposta.

“Riconobbe presto che avevamo un grosso problema e che necessitavamo di maggiori risorse per prepararci” disse Richard Danzig, il segretario della Marina nell’amministrazione Clinton che aveva lavorato con il Sig. Kadlec.

L’esercitazione ebbe luogo in quattro fasi separate iniziando nel gennaio 2019.

Gli eventi presumibilmente stavano avvenendo in tempo reale con il peggior scenario incorso il 13 agosto 2019 quando, secondo lo scritto, 12.100 casi erano già stati portati negli Stati Uniti con grandi numeri a Chicago che ne aveva 1400.

Il finto scoppio includeva una pandemia di influenza che il Dipartimento di Salute e Servizi Umani sostiene fosse “molto diversa dal nuovo coronavirus”. Lo scoppio messo in scena aveva avuto inizio quando un gruppo di 35 turisti che hanno visitato la Cina erano stati infettati e poi erano volati a casa in Australia, Kuwait, Malesia, Thailandia, Gran Bretagna e Spagna così come negli Stati Uniti sviluppando alcuni sintomi respiratori e febbre a ripetizione.

Un uomo di 50 anni da Chicago, che si trovava in tour, aveva “bassa energia e una tosse secca” dal suo ritorno a casa. Suo figlio 17enne lo stesso giorno andò a un grande evento pubblico a Chicago e la catena di malattia negli Stati Uniti inizio.

Molti momenti svolti durante l’esercitazione a tavolo adesso sono diventati familiari in modo agghiacciante.

Nella finta pandemia, mentre il virus si diffondeva velocemente negli Stati Uniti, il C.D.C. forniva linee guide per la distanza tra persone e molti lavoratori era invitati a lavorare da casa.

Ma funzionari federali e statali avevano difficoltà a capire quali lavoratori erano essenziali e quale equipaggiamento fosse necessario per lavorare in modo efficiente da casa.

C’era anche confusione su come gestire i bambini a scuola. Il C.D.C. raccomandava che gli stati rimandassero l’apertura delle scuole – l’esercitazione ebbe luogo durante la fine dell’estate – ma alcuni distretti scolastici decisero di andare avanti con l’inizio della scuola mentre altri seguirono il consiglio federale, causando gli stessi tipi di conclusioni e discrepanze che hanno caratterizzato la risposta al coronavirus.

L’esercitazione dell’anno scorso, poi, proseguì nel predire come la situazione di base negli Stati Uniti sarebbe peggiorata col passare delle settimane.

La confusione emerse quando i governatori degli Stati iniziarono in sempre maggior numero a rivolgersi a Washington per chiedere aiuto a compensare la mancanza di medicine antivirali, equipaggiamenti personali protettivi e ventilatori. Poi gli Stati cominciarono a sottoscrivere richieste a diversi rami del governo federale portando a un caos burocratico.

La frizione emerse anche tra l’agenzia di gestione dell’emergenza federale, che è tradizionalmente a capo delle risposte ai disastri e il Dipartimento di Salute e Servizi Umani, un altro scenario che si sta verificando adesso.

Ma i problemi erano più grandi degli imprevisti burocratici. Gli Stati Uniti, come capirono gli organizzatori, non avevano le risorse per costruire velocemente più equipaggiamenti medici essenziali, rifornimenti, medicine incluse antivirali, aghi, siringhe, respiratori e ventilatori, concluse l’agenzia.

Fu tenuto un congresso a dicembre su queste scoperte, inclusa l’incapacità di rifornire velocemente alcuni risorse mediche, dato che molti di quei prodotti vengono da oltremare.

Queste preoccupazioni si rivelarono più urgenti al dibattito lo scorso giovedì su Capitol Hill, quando i legislatori colpirono i funzionari del Dipartimento di Salute e Servizi Umani con domande tali che sembrava che avessero letto il rapporto della finta esercitazione, esponendo la mancanza di respiratori e attrezzatura protettiva.

Il senatore Mitt Romney, repubblicano dello Utah, la scorsa settimana ha affermato che incolpava il Congresso e le principali amministrazioni per non aver incrementato le riserve di questo tipo di equipaggiamenti.

“Questa è un’area dove dobbiamo considerare di fare un investimento” ha aggiunto, dicendo una cosa degna di nota, apparentemente a lui sconosciuta, che la simulazione della stessa amministrazione aveva reso chiara 5 mesi prima.

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30/01/2020

Usa - Censurato il libro-scoop di John Bolton

Siamo in democrazia, no? E la prima democrazia del mondo è quella americana, vero? E la prima libertà democratica è quella di parola, giusto?

Beh, ci sono novità. E pure rilevanti: se vuoi pubblicare un libro che rivela qualcosa sui tuoi pessimi rapporti con il presidente degli Stati Uniti ti può arrivare un divieto formale. Anche – o forse soprattutto – se sei stato il suo consigliere per la sicurezza nazionale e il peggiore dei reazionari che siano entrati per lavoro alla Casa Bianca.

Chiaro che con quell’incarico qualche limite te lo devi porre da solo, o comunque devi sottoporre il testo all’approvazione dei nuovi-vecchi addetti alla “sicurezza nazionale” perché – anche in democrazia – non è che puoi spiattellare i segreti di Stato dopo appena qualche mese (anziché i soliti 30 anni, minimo).

Però in questo caso le cose stanno molto diversamente.

La Casa Bianca ha vietato all’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, di pubblicare il suo libro di memorie, perché contiene informazioni classificate, top secret. Fin qui sarebbe tutto normale, se non fosse che lo stesso John Bolton è stato richiesto come testimone nella procedura di impeachment contro lo stesso Trump. E non per riferire “segreti di Stato”, ma più banalmente per raccontare se è vero o no che il presidente avesse sospeso gli aiuti militari all’Ucraina fin quando il suo neoeletto presidente, Zeleznij, non avesse accettato di far indagare dalla magistratura di Kiev il figlio di Joe Biden. Ossia di uno dei più forti candidati democratici nelle ormai prossime elezioni presidenziali (si vota in novembre).

Che lo stop al libro di Bolton arrivi per questa ragione e non per i “top secret” violati è insomma qualcosa più che un sospetto. Anche perché l’ex consigliere per la sicurezza non è un quaquaraqua qualsiasi pescato in qualche università di provincia, ma uno dei leader neocon da almeno 30 anni a questa parte. Insomma, un super-falco che – in teoria – dovrebbe essere disposto a farsi fucilare piuttosto che fare un danno agli States.

E Trump lo sa benissimo, visto che proprio su questo punto – poche ore prima dell’annuncio del veto al libro – ha sparato i suoi tweet contro Bolton: “Se l’avessi ascoltato, saremmo alla Sesta Guerra Mondiale”.

La censura preventiva, comunque, non blocca il pressing “democratico” al Congresso, dove comunque la sua testimonianza viene richiesta con ancora più decisione.

L’ex consigliere, un tempo considerato un “falco” dell’amministrazione, è poi entrato in rotta di collisione con il presidente sulla questione Iran fino alle dimissioni, improvvise, a inizio settembre.
Si voterà venerdì sull’eventuale testimonianza di Bolton. Ma intanto il Consiglio per la sicurezza nazionale – che valuta questo come tutti i libri a firma di ex dipendenti della struttura – ha riferito che il suo libro, in uscita imminente, dal titolo The Room Where It Happened: A White House Memoir, contiene “significativa quantità di materiale classificato e top secret”.

Ovviamente senza specificare di quali argomenti si tratti.

Nel libro, Bolton sostiene che Trump gli avrebbe detto, nell’agosto scorso, di voler legare il blocco dei fondi per la sicurezza destinati all’Ucraina all’avvio di un’indagine della procura speciale di Kiev nei confronti di Hillary Clinton e Joe Biden.

Ma non nutrite strani sogni: i conservatori “blinderanno” Trump perché non possono fare altro. Il libro di Bolton uscirà in versione “purgata” ad elezioni avvenute (magari con qualche succosa e ben pagata “anticipazione” giornalistica. E dunque tutta questa storia dell’impeachment finirà in una bolla di retorica utile – in versione ovviamente opposta – ad entrambi gli schieramenti elettorali Usa.

Con buona pace dei princìpi della democrazia descritti dagli enciclopedisti.

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27/01/2020

Impeachment Trump, l’accusa chiama a testimoniare Bolton per una clamorosa rivelazione

I democratici americani vogliono che John Bolton, ex consigliere per la Sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, venga ascoltato come testimone nel processo per impeachment nei confronti dello stesso Trump. La richiesta è molto forte, decisa: e nasce da una rivelazione che – se confermata – sarebbe clamorosa.

Tutto nasce da un'indiscrezione del New York Times: John Bolton, nella bozza del suo libro, avrebbe scritto che Trump gli confidò di voler congelare gli aiuti all’Ucraina fino a quando il governo di quel paese non avesse avviato delle indagini sulla famiglia di Joe Biden.

Una rivelazione che è letteralmente esplosiva, che fornirebbe all’accusa un assist enorme. È stata quindi immediata la richiesta, da parte dei democratici, di convocare urgentemente John Bolton. Per averlo seduto sul banco dei testimoni sono necessari i voti di almeno 4 senatori repubblicani.

La vicenda è abbastanza nota, la riepiloghiamo brevemente. L’amministrazione Trump aveva stanziato 391 milioni di dollari di aiuti militari per l’Ucraina. Una cifra importante, e necessaria al governo ucraino. Secondo quanto sostiene John Bolton, che da ex consigliere per la sicurezza nazionale immaginiamo sappia quello che dice e che scrive, il presidente Donald Trump sarebbe stato molto chiaro con lui: bloccare i finanziamenti all’Ucraina finché Kiev non avesse accettato di collaborare ad inchieste sui democratici e in particolare su Joe Biden e sulla sua famiglia. Joe Biden, come è noto, è uno dei candidati più accreditati per la corsa alla Casa Bianca.

Trump naturalmente ha risposto. Su Twitter, come sempre: «Non ho mai detto a John Bolton che l’aiuto all’Ucraina era legato alle indagini sui Democratici, compresi i Biden. In realtà, non si è mai lamentato di questo al momento del suo licenziamento. Se John Bolton ha detto questo, è stato solo per vendere un libro». Breve, infastidito e conciso, come sempre quando commenta gli attacchi nei suoi confronti.

Ma i democratici, Nancy Pelosi in testa, non si accontentano delle risposte via social di Trump. L’impressione è che Bolton si siederà, su quel banco dei testimoni: e sarà interessante ascoltare il suo racconto. Se il Russiagate del procuratore Mueller ha portato ad una mezza prova di colpevolezza di Trump – parliamo dell’inchiesta sull’interferenza russa nelle presidenziali del 2016, quelle che hanno visto Trump vincere – questa volta gli oppositori del magnate potrebbero aver voglia di arrivare fino in fondo.

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11/09/2019

La sorte dei “falchi”. Uno sbraita, l’altro va a casa


Due figure pericolose per le relazioni internazionali, Netanyahu e Bolton, entrambi noti come “falchi”, sembrano destinati a una sorte tragica.

Il primo ha gettato benzina sul fuoco del Medio Oriente annunciando di volersi annettere la Valle del Giordano e una parte della Cisgiordania oggi assegnata ai palestinesi. Il secondo, noto come uno di quelli che vengono definiti “likudzik” nell’establishment statunitense, è stato defenestrato dall’amministrazione Trump.

Per Netanyahu la giornata in cui le sue dichiarazioni hanno fatto il giro del mondo, seminando preoccupazione in moltissime cancellerie, ha dovuto fare i conti anche con una sorta di “presagio funesto”.

Ieri sera da Gaza sono stati lanciati diversi razzi verso le città israeliane di Ashdod e Ashkelon. Ad Ashdod l’allarme ha interrotto il comizio elettorale del Likud a cui partecipava il primo ministro Benjamin Netanyahu. Ad Ashkelon, l’allarme per i razzi ha interrotto invece un evento elettorale della lista d’opposizione Blu&Bianco. In qualche modo la questione palestinese si è così fatta sentire nella campagna elettorale israeliana.

Poco prima Netanyahu in una conferenza stampa aveva affermato: “Oggi annuncio la mia intenzione, subito dopo l’istituzione di un nuovo governo, di applicare la sovranità israeliana alla Valle del Giordano e al Mar Morto settentrionale”.

La Valle del Giordano, che si estende a sud fino al Mar Morto, su circa 2.400 kmq, è da tempo obiettivo dalla maggior parte delle formazioni politiche israeliane, sia di maggioranza che di opposizione, per renderla di fatto il confine orientale d’Israele, anche ed in qualunque futuro accordo di pace.

In un editoriale del Jerusalem Post, riprendendo l’analisi di un ufficiale israeliano, si parla ormai palesemente di una Israele impegnata in un conflitto su cinque fronti: Libano, Siria, Gaza, Cisgiordania e Iran. L’establishment israeliano continua ad agire affinché questa concezione di guerra totale venga condivisa anche dalle altre potenze occidentali.

Ma è proprio dagli Stati Uniti che arrivano segnali che non sembrano molto graditi a Netanyahu né al resto delle autorità politiche di Tel Aviv.

Ieri con un semplice tweet, Trump ha dato il benservito a John Bolton, il falco della Sicurezza Nazionale, esponente oltranzista del Project for a New American Century, guerrafondaio e interventista dichiarato su tutti e cinque i fronti indicati dagli israeliani (in particolare contro l’Iran). Ed anche la dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca sul bellicoso annuncio di Netanyahu relativo all’annessione della Valle del Giordano, è stata piuttosto tiepida: “Al momento non vi è alcun cambiamento nella politica degli Stati Uniti. Pubblicheremo la nostra visione per la pace dopo le elezioni israeliane e lavoreremo per determinare il percorso migliore per portare la sicurezza, le opportunità e la stabilità a lungo sospirate nella regione”.

Non sappiamo se il falco Netanyahu e le sue ossessioni annessioniste si imporranno ancora alla guida dello Stato di Israele – con serissime conseguenze sul piano regionale e internazionale. Sappiamo per ora che uno dei suoi migliori interlocutori a Washington è stato mandato a casa.

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30/01/2019

Dall’Afganistan al Venezuela. Gli Usa si preparano a spostare il fronte di guerra

Nel dicembre del 1990, il Field manual del Dipartimento dell’esercito degli Stati Uniti, definiva le operazioni militari in un conflitto di bassa intensità come «una combinazione di mezzi, [che] adopera strumenti politici, economici, informativi e militari». Ma quando questi mezzi non risultano efficaci al raggiungimento di un obiettivo militare (e dunque, politico-economico), il passo successivo è quello della “guerra guerreggiata”.

È questo il messaggio “scappato” dalla cartellina del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense John Bolton: in Venezuela siamo pronti all’escalation militare, che non è altro che la traduzione nostrana del «all options are on table» rilasciato dalla Casa bianca a seguito della “svista” del Consigliere. E non a caso, il già ridenominato “Piano Bolton” viene annunciato durante la conferenza stampa in cui si pubblicizzavano le sanzioni economiche alla Pdvsa, compagnia petrolifera venezuelana nazionalizzata da Chávez, i cui ricavi sono la fonte delle numerose misiones con cui il governo di Caracas finanzia lo “stato sociale”.

Contestualmente, il presidente Trump ha iniziato il 2019 all’insegna della ridefinizione della politica estera statunitense, non senza creare scompensi all’interno della squadra di governo. L’intenzione di ritirare la metà delle truppe dall’Afganistan (da 14 a 7 mila) non trova i favori dei capi della National intelligence nordamericana che, attraverso le parole del direttore Daniel Coats, avvertono il presidente del rischio di un Iraq 2.0 in caso di ritirata da Kabul in assenza di un governo capace di mantenere la stabilità nel paese, e dunque di giustificare ex post il quasi ventennale l’intervento a guida stelle e strisce.

Nell’appunto di Bolton, quelle sarebbero le truppe incaricate (almeno nel numero) di “aprire” il fronte venezuelano tramite lo storico alleato colombiano, i cui confini col Venezuela sono terreno privilegiato per ogni operazioni di disturbo alla democrazia dei vino tintos.

A una “democrazia” che promette guerra, una “dittatura” risponde col dialogo. L’appena rieletto presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato all’agenzia russa Ria Novosti di essere disposto ad aprire all’opposizione politica, anche con la mediazione di paesi terzi. Come dire, non proprio l’atteggiamento di chi ha qualcosa da nascondere nell’armadio di casa propria.

Picche, invece, sull’ultimatum lanciato dell’Unione europea circa la necessità di indire nuove “libere elezioni presidenziali” entro otto giorni, minacciando il «non riconoscimento della leadership del paese». A livello internazionale, la spaccatura è totale, come sancito dal voto Onu (17 a 16), in cui è stato decisivo il Messico guidato dal nuovo presidente Lopez Obrador, stavolta non allineato ai voleri di Washington. Le elezioni, al massimo, possono essere quelle dell’Assemblea nazionale, di cui l’autoproclamatosi “presidente del Paese” Guaidò è il, questo sì, presidente.

Come già scritto in queste pagine, sul sostegno al Venezuela ci si divide, perché nel qui e ora poca importano le contraddizioni presenti nel processo bolivariano che, in quanto processo e realtà che cammina, non può essere esente da errori. È la natura della sperimentazione, peraltro portata avanti dovendo contemporaneamente affrontare la sfida di chi continua a considerarla come “il giardino di casa”, e dei suoi fedeli seguaci.

Insomma, è la natura del momento storico che impone lo schieramento senza esitazioni dalla parte del popolo venezuelano, a cui solo la continuazione del processo chavista può, se non garantire, quantomeno tenere aperto l’orizzonte di un futuro fatto di giustizia sociale e riduzione delle diseguaglianze. Di contro, l’imperialismo targato Donald Trump torna a tuonare sui confini dei Caraibi, incalzato da quell’«America first» che passa, dopo i continui fallimenti in Medio Oriente e dal sopravanzare della Cina, dal controllo dell’altra parte dell’America, quella Latina e rebelde.

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30/03/2018

Bolton, gli Usa, la guerra. E “la sinistra” nel teatrino...

C’è un vago senso di nausea e soffocamento nel seguire il cosiddetto “dibattito” nella cosiddetta “sinistra”, comprese larghe parti della sua versione “radicale”. Stupisce e preoccupa, in questi ambiti, una prevalenza assoluta dell’attenzione sulle vicende di cortile, più precisamente sulla “competizione” interna, nella compulsiva ricerca di una impossibile “egemonia” su un’area che va restringendosi – con lodevoli e importantissime eccezioni, concentrate in genere intorno a Potere al Popolo – per assoluta indifferenza alla realtà dei problemi sociali, europei, geopolitici.

Come sempre, più che dare un nome a queste “tendenze”, ci interessa individuarne la logica interna, convinti come siamo – a dispetto dei tanti tentativi andati a vuoto – che la razionalità del reale possa alla fine far breccia anche negli schemi più incancreniti.

Una logica che avevamo sommariamente descritto così:
la logica per cui tutto ciò che conta è conquistare qualche seggio, avere una presenza purchessia, e poi vedere... E’ la logica per cui “i programmi” sono lunghi elenchi di promesse (che nessuno legge...) che torneranno utili solo alle elezioni successive, mentre intanto – se hai avuto la fortuna di avere un seggio – voti pro o contro le singole leggi in base a un calcolo esclusivamente politicista (“cosa ce ne viene se...”).
Si potrebbero aggiungere numerosi altri vizi (la pretesa che “il metodo della condivisione” sia applicato come diritto di veto individuale, il parlare per allusioni, l’attribuire ai compagni di viaggio posizioni che non hanno, ecc.), ma nulla è più grave dell’interpretare l’attività politica come esibizione di sé (individuo o collettivo), invece che come conflitto tra classi sociali e relative rappresentanze per il potere di dare un ordine o un altro all’assetto produttivo, sociale, culturale. Un conflitto che richiede risposte efficaci, serietà, affinamento di competenze, verifica delle idee.

Le conseguenze di questa logica sono sotto gli occhi di tutti, meno di chi ancora la applica: l’estraneità della “sinistra” alla lotta politica reale, tanto da ridurla a pulviscolo ininfluente ma supponente.

Premessa forse troppo lunga rispetto alla pochezza dell’oggetto, ma ci sembrava necessaria per misurare lo scarto tra questo chiacchiericcio e quanto va maturando nel mondo.

Viviamo in tempi che corrono veloci verso esiti che nessuno sa prevedere, ma comunque altamente conflittuali; che ripropongono con inattesa forza i fantasmi della guerra mondiale alle porte.

Pubblichiamo qui un articolo apparso sul Washington Post che inquadra meglio la figura del nuovo “consigliere per la sicurezza” scelto da Donald Trump in sostituzione del tenente generale H.R. McMaster. Mettere un ideologo guerrafondaio al posto di un generale (il governo di Trump ne è pieno quanto una giunta golpista) significa privilegiare le forzature avventurose rispetto al brutale, ma realistico, calcolo dei rapporti di forza. Se poi questo “amore del rischio” pretende di far nuova forma ai rapporti con un’altra potenza nucleare come la Russia c’è sicuramente materia di cui preoccuparsi. Molto e subito.

C’è ancora qualcuno, in questo paese in questa parte del mondo, che sappia cogliere (non “stabilire” arbitrariamente) la gerarchia di importanza tra i problemi? Ossia le connessioni che legano fatti apparentemente lontani e la nostra vita concreta?

Pensiamo di sì, ma deve immediatamente sottrarsi al chiacchiericcio inconcludente di chi, in assenza completa di idee, si gingilla con l’ego.

C’è troppo da fare e pensare, per preoccuparsi di loro...

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Per John Bolton la Russia è parte di un nuovo “asse del male”

Josh Rogin – Washington Post

John Bolton è intelligente ed efficace. Ecco perché dovremmo essere preoccupati.

L’editore di Democracy Post, Christian Caryl, afferma che il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Trump è più capace di altri funzionari. Questo è il problema. (Gillian Brockell / The Washington Post)

L’amministrazione Trump sembra essersi indurita verso la Russia, ma non abbastanza velocemente per il suo nuovo consigliere per la sicurezza nazionale. John Bolton vuole che il presidente Trump vada all’offensiva contro Mosca – e non solo quando si tratta dell’interferenza di Vladimir Putin nella democrazia americana.

Parlando il mese scorso al Daniel Morgan Graduate School of National Security, Bolton ha esposto la strategia che suggerisce per rispondere alle ingerenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016 e all’aggressione russa in tutto il mondo. Bolton non sapeva che, solo alcune settimane dopo, avrebbe sostenuto la sua strategia come principale aiutante di politica estera del presidente.

“L’amministrazione Trump non ha fatto abbastanza per rispondere all’attacco della Russia contro gli Stati Uniti e le nostre istituzioni democratiche”, ha detto Bolton, e “Putin deve pagare un prezzo pesante per le sue azioni”.

“Penso che questo sia in realtà ora un momento perfetto, per il presidente Trump, per fare chiarezza sul fatto che non permetterà ulteriori ingerenze russe o l’ingerenza da parte di nessun altro governo straniero nel nostro processo elettorale”, ha detto Bolton. “Se tu pensi che [i russi] stiano cercando di colludere con la campagna di Trump o con quella di Clinton, la loro interferenza è inaccettabile. È davvero un attacco alla Costituzione americana”.

Gli Stati Uniti dovrebbero rispondere nel “cyberspazio e altrove”, ha detto Bolton, suggerendo un’azione offensiva contro gli agenti russi che hanno perpetrato l’interferenza. Solo se la risposta è schiacciante, la Russia e altri paesi saranno scoraggiati.

“Non penso che la risposta debba essere proporzionata, penso che dovrebbe essere molto sproporzionata”, ha detto.

Ma Bolton non vuole che Trump si fermi qui. Come ha spiegato durante le sue ampie osservazioni, gli Stati Uniti dovrebbero anche respingere una serie di trasgressioni del Cremlino: il suo sostegno alla Siria, la sua alleanza con l’Iran, il suo indebolimento delle sanzioni alla Corea del Nord e il suo coordinamento con la Cina per contrastare l’Occidente.

Nella visione del mondo di Bolton, la Russia fa parte di una serie più ampia di sfide che devono essere affrontate insieme. Gli avversari dell’America formano una rete che lavora insieme in modi complessi. Bolton ha affermato che la Russia e la Cina “si sostengono l’un l’altra” nelle Nazioni Unite e hanno una “divisione del lavoro territoriale de facto in tutto il mondo”.

L’alleanza Russia-Iran in Siria rappresenta una minaccia in tutta la regione, ha detto Bolton, il che significa che gli Stati Uniti non possono collaborare in modo credibile con la Russia contro il terrorismo. “Questa penetrazione russa in Medio Oriente ha avuto conseguenze molto significative”, ha affermato. “Sono allineati con il finanziatore del terrorismo più importante del mondo”.

Nel frattempo, “l’Iran e la Corea del Nord stanno collaborando sui missili balistici e forse anche nell’area della tecnologia nucleare”. Ciò significa che i problemi sono collegati, ha detto Bolton, e uno non può essere risolto senza l’altro. Dopo la guerra in Iraq, che Bolton continua a difendere, “la Corea del Nord e l’Iran hanno continuato e continuato in un modo che dimostra la vitalità della metafora dell’asse del male”, ha affermato.

A partire dal mese scorso, Bolton ha visto poco vantaggio – e un notevole inconveniente – ad avviare negoziati con la Corea del Nord. “Nell’area della proliferazione nucleare, il costo della negoziazione è la perdita di tempo”, ha affermato.

George Will: Il presidente americano non è più la persona più potente del mondo

L’editorialista George F. Will afferma che la politica economica del presidente Trump ha ceduto il palcoscenico mondiale alla Cina. (Gillian Brockell, Kate Woodsome, James Pace-Cornsilk / The Washington Post)

Nel complesso, Bolton vede che Trump deve affrontare una serie di problemi e sfide che sono “le bollette dovute dall’inattività delle amministrazioni precedenti che stanno arrivando ora”.

Bolton è trasparente riguardo alla sua visione. Vuole usare la forza militare per impedire alla Corea del Nord – e forse anche all’Iran – di costruire la capacità di lanciare un attacco nucleare contro gli Stati Uniti. È scettico sul fatto che l’America sarebbe in grado di fermare la diffusione delle armi nucleari in qualsiasi altro modo.

“Chiunque dica, in un mondo multipolare, che la deterrenza funziona come ha funzionato nella Guerra Fredda, sta semplicemente facendo ipotesi”, ha affermato.

La posizione di Bolton sulla Russia sembra in contrasto con quella di Trump, che ha ripetutamente affermato di voler mantenere relazioni cordiali con Putin nella speranza di migliorare le relazioni USA-Russia. Ma la maggioranza degli altri consiglieri di Trump è in sintonia con la visione di Bolton.

Nikki Haley, l’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, ha condannato la Russia al Consiglio di sicurezza martedì per aver massacrato i civili siriani mentre ignorava il suo accordo per il cessate il fuoco.

Sempre martedì, il segretario alla Difesa Jim Mattis ha affermato che il Cremlino ha usato un’arma di distruzione di massa in un caso di “tentato omicidio” in Gran Bretagna contro un’ex spia russa.

Come risposta all’azione della Russia in Gran Bretagna, il consigliere per la sicurezza nazionale in carica, H.R. McMaster, ha condotto un processo tra agenzie che ha comportato l’espulsione questa settimana di 60 diplomatici russi. La Casa Bianca ora dice che spetta alla Russia cambiare il suo comportamento, se vuole migliori relazioni con gli Stati Uniti. Se Putin è interessato, dovrebbe agire velocemente.

E’ previsto che Bolton entri in carica il 9 aprile.

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