Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2026

La sovranità finanziaria europea è un’illusione

di Alessandro Volpi 

La difficile condizione del debito federale degli Stati Uniti, con rischi non trascurabili in termini di finanziamento, pone alcune questioni che in passato parevano meno rilevanti e ora risultano molto più preoccupanti.

L’illusione della sovranità finanziaria europea si infrange, infatti, sempre più contro la realtà di un sistema globale dove il controllo dei flussi monetari è diventato il principale strumento di proiezione della potenza geopolitica degli Stati Uniti, trasformando le banche europee in attori dotati di un’autonomia puramente formale. Nonostante lo Swift, il sistema di pagamenti utilizzato in Europa, abbia la propria sede legale in Belgio e ricada sotto la giurisdizione dell’Unione europea, la sua operatività è intrinsecamente legata all’architettura del dollaro, permettendo a Washington di esercitare una pressione asfissiante che va ben oltre la semplice regolamentazione bancaria.

Attraverso il meccanismo della cosiddetta extraterritorialità del diritto statunitense, ogni transazione che tocca il suolo americano o che avviene in valuta Usa fornisce agli Stati Uniti il potere legale di sanzionare, multare o escludere dai mercati globali qualsiasi istituto di credito europeo che non si allinei alle direttive del dipartimento del Tesoro. I recenti casi italiani delle sanzioni secondarie nei confronti di Francesca Albanese e del collettivo Autistici/Inventati mostrano quale sia la pervasività di simili meccanismi rispetto a qualsiasi traccia di autonomia degli istituti di credito, persino nelle loro espressioni più attente.

Questa capacità di interdizione trasforma lo Swift in una vera e propria arma di ricatto: le banche europee, terrorizzate dalla prospettiva di perdere l’accesso al sistema di clearing in dollari o di subire, appunto, sanzioni secondarie devastanti, si trovano costrette a troncare rapporti commerciali sgraditi a Washington. In questo contesto di subordinazione strutturale, la pressione politica statunitense si manifesta, e potrebbe manifestarsi sempre più, anche attraverso un’induzione indiretta ma ferrea all’acquisto di debito pubblico americano, poichè i Treasury rimangono il collaterale indispensabile per operare in un mercato dominato dal dollaro. Le banche europee vengono spinte a finanziare il deficit statunitense non solo per ragioni di gestione della liquidità ma come garanzia implicita di fedeltà a un sistema che garantisce la loro stessa sopravvivenza operativa che però, ora, è in reale pericolo.

La recente sentenza della Corte di giustizia europea, che ha contestato l’automatismo dell’applicazione delle decisioni del governo statunitense e degli effetti legati all’inserimento nelle liste Ofac, non ha certo risolto la questione della protezione giuridica e finanziaria sia degli operatori che intendano opporsi ai diktat Usa sia del diritto a potere esercitare pagamenti liberi.

Si configura così un circolo vizioso in cui il risparmio europeo viene drenato verso l’economia americana per sostenere un dominio che, a sua volta, utilizza quegli stessi strumenti finanziari per imporre vincoli politici all’Europa. Il ricatto è onnipresente: l’accesso alla liquidità d’emergenza della Federal Reserve e la stabilità dei mercati interbancari dipendono dall’allineamento degli istituti europei agli interessi strategici degli Stati Uniti, rendendo ogni tentativo di autonomia strategica dell’Unione europea un esercizio retorico privo di basi materiali. Finché l’architettura dei pagamenti internazionali resterà centrata sul dollaro e soggetta ai veti di Washington, le banche europee continueranno a operare sotto una sovranità limitata, agendo come terminali di un sistema di potere che trasforma il debito Usa in un asset obbligatorio e la fedeltà politica in una condizione necessaria per la continuità aziendale.

Dunque chi può davvero escludere che il Tesoro Usa, di fronte al rischio del crollo del proprio debito, non usi il monopolio del sistema dei pagamenti per costringere le banche – e dunque i loro risparmiatori – a comprare quel debito dalle sorti molto incerte? Continuiamo a dare agli Stati Uniti le chiavi di accesso esclusivo ai risparmi europei ed è certo che, prima di tracollare, le useranno per gettare sul lastrico milioni di concittadini.

In questa prospettiva può essere collocato un altro elemento critico. Il patrimonio aureo italiano, con le sue 2.452 tonnellate che lo rendono il terzo al mondo per entità, almeno in base ai dati ufficiali, ha un peso importante per la credibilità finanziaria del Paese ma la sua distribuzione geografica e i vincoli normativi che lo circondano aprono un dibattito complesso sulla reale sovranità nazionale sopra questo tesoro. Attualmente solo circa il 45% del metallo prezioso è custodito nei caveau della Banca d’Italia a Roma, mentre la quota maggioritaria si trova all’estero, con un peso preponderante degli Stati Uniti che ospitano presso la Federal Reserve di New York ben 1.061 tonnellate, pari a oltre il 43% del totale complessivo.

Questa enorme concentrazione di oro italiano sul suolo americano, eredità storica degli accordi del Dopoguerra e delle dinamiche di mercato del sistema di Bretton Woods, alimenta oggi più che mai i timori legati alla possibilità che la Fed, sotto la pressione di un debito pubblico statunitense ormai fuori controllo, possa in qualche modo utilizzare o bloccare queste riserve per le proprie necessità di bilancio o come leva geopolitica. Sebbene tecnicamente le riserve siano protette da immunità diplomatica e contratti di custodia internazionale, il fatto che quasi la metà della ricchezza aurea italiana dipenda dalla giurisdizione e dalla stabilità politica di una potenza straniera pone interrogativi sulla vulnerabilità del Paese in scenari di crisi globale estrema.

In sintesi, avere la metà delle riserve auree italiane nei sotterranei della Federal Reserve di New York provoca l’inevitabile paura che tali risorse possano essere utilizzate dal governo degli Stati Uniti per arginare un’insolvenza del proprio debito tutt’altro che remota. Non è un caso che altri Stati abbiano già provveduto al ritiro del loro oro dagli Usa.

A complicare il quadro interviene l’esplosione del valore di mercato di questo asset che, spinto dall’instabilità internazionale, è passato dai circa 147 miliardi di euro della fine del 2023 agli oltre 298 miliardi stimati nel 2026, generando una plusvalenza virtuale di oltre 150 miliardi di euro in meno di tre anni. Chi può escludere in toto che tali plusvalenze finiscano per essere utilizzate dal dipartimento del Tesoro?

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01/09/2026

L’oro supera i titoli in dollari nelle riserve. E il capitalismo finanziario è sempre più in crisi

di Alessandro Volpi

Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.

Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede l’oro rappresentare, oggi, mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.

I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.

Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.

In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie statunitensi. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale debito ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.

Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva, speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana pare aver smarrito.

Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.

Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario si regge sempre meno sugli Stati Uniti e sul dollaro e sempre più sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.

Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics+ e del Sud globale.

Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti, offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.

Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.

Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.

Quando questi giganti finanziari decidendo di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali ad adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.

Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinché le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.

In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita l’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.

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28/04/2026

Mali - Il paese è spaccato in due

A partire da sabato 25 aprile, è partita un’offensiva militare coordinata tra gruppi separatisti e jihadisti contro le autorità del Mali. L’escalation segna un momento centrale per le sorti del governo guidato dal colonnello e presidente Assimi Goita, alla guida del paese dal golpe militare del 2021 che ha espresso una netta cesura col sistema neocoloniale della Françafrique.

Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.

Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.

I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.

Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.

I fatti e i protagonisti

Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.

Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.

Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo

Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.
A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.

I fili che arrivano fino al Golfo Persico

Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.

È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.

Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.

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29/01/2026

Oro e riarmo, la strada per l’inferno

di Alessandro Volpi

La ferocia sempre più esplicita di Trump è la faccia truce di un paese in profonda crisi che deve fronteggiare enormi minacce. Una, su cui ho scritto a più riprese, è quella del possibile default del debito federale, in questa fase sottoposto ad un fenomeno vistosissimo.

La lievitazione esplosiva del prezzo dell’oro sta rappresentando una sempre più forte alternativa rispetto ai titoli del debito statunitense.

Ormai il prezzo dell’oncia viaggia sopra i 5000 dollari, che significa un mercato “fisico” che ha superato i 17 mila miliardi di dollari, ma il vero dato preoccupante per il debito Usa è il volume assunto dal mercato finanziario dell’oro, costruito con una miriade di strumenti costruiti dai grandi fondi, che ha ormai superato i 300 mila miliardi di dollari e che è un formidabile attrattore del risparmio globale, sottraendolo dalle tradizionali destinazioni rifugio: debito Usa e dollaro.

La finanziarizzazione dell’oro, concepita dall’ingordigia del capitalismo finanziario, rischia di essere la strada che divora i debiti sovrani e quindi gli Stati stessi. In sintesi, un gold standard senza sovranità statuale.

Il riarmo finirà per uccidere il capitalismo

La formazione del nuovo governo nazionalista di Takaichi in Giappone ha portato con sé un forte aumento della spesa militare, in primis in funzione anticinese, finanziata con un incremento del debito pubblico.

Al tempo stesso la nuova premier ha deciso una riduzione dell’imposta sui consumi per far ripartire la domanda interna.

Ma questa duplice mossa, costituita dal riarmo e dalla indistinta riduzione del carico fiscale, ha generato un immediato crollo del debito pubblico giapponese.

I titoli a dieci anni hanno perso il 20% del valore con tassi che ormai sfiorano il 3% e le aste sono sempre più difficoltose; si tratta della peggiore crisi da una trentina di anni a questa parte e soprattutto rischia di essere pericolosissima per un paese che ha un debito pari al 250% del Pil e ogni incremento dei tassi determina un aumento enorme della spesa per gli interessi.

Ma il problema non è solo giapponese. Da anni, i grandi fondi e le grandi banche internazionali si indebitano in Giappone dove i tassi erano pari a 0 per comprare titoli in dollari, a cominciare dalle azioni della Borsa Usa e dal debito statunitense.

Se i tassi salgono, cessa il carry trade e crollano gli acquisti di titoli Usa, azioni e debito, con conseguenze devastanti per il capitalismo finanziario.

Una nota finale: il Giappone è il più grande detentore estero di debito federale americano con circa 1200 miliardi di dollari.

[Simul stabunt, simul cadent, ndr]

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11/01/2026

Trump, vuole mettere le mani sull’oro venezuelano

di Alessandro Volpi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto due dichiarazioni decisamente impegnative. Ha annunciato che potrebbe bloccare la distribuzione dei dividendi e le operazioni di buy-back, cioè di riacquisto di proprie azioni, da parte delle società che producono armi. Secondo Trump i ricchi azionisti di quelle aziende hanno già guadagnato molto e dunque è bene che reinvestano i loro profitti nella produzione, per sfornare una maggiore quantità di dispositivi di guerra.

Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti avranno nel 2027 un budget di spesa militare record di 1.500 miliardi di dollari, contro i 907 del 2026, perché così avranno un “arsenale da sogno”. In altre parole, il presidente intende “rendere l’America di nuovo grande” con le guerre.

In realtà questa dichiarazione social, che certamente intende alimentare la narrazione di una presidenza decisa a prendersi con le armi tutto quello che serve per ridare credibilità ad un’economia in profonda crisi, si scontra con la crudezza dei fatti e, quindi, fa supporre un’altra lettura delle parole di Trump.

Dove troverà l’amministrazione Usa le risorse per spendere 1.500 miliardi in riarmo? Sembra molto difficile che possa trovarle con nuovo debito, con nuove tasse o con l’introito dei dazi. Basti pensare che il Tesoro degli Stati Uniti paga oltre 1.200 miliardi di interessi l’anno. Allora, può essere che Trump abbia voluto ottenere un altro obiettivo.

Ha sostenuto che sia il tempo di bloccare la distribuzione dei dividendi delle aziende che producono armi, facendo scendere il valore dei titoli di tali società, in modo da consentire acquisti a prezzi decisamente più bassi, operati da chi, molto probabilmente, conosceva quale sarebbe stata la seconda dichiarazione di Trump in merito all’ingigantimento della spesa militare, destinato a rafforzare quelle stesse società, con un immediato rialzo dei loro titoli.

In pratica, è possibile che Trump abbia fatto insider trading a vantaggio dei soggetti finanziari a lui più vicini, consentendo di acquistare, a basso prezzo, quote di società destinate a essere beneficiate dalla promessa spesa militare. Magari la spesa non ci sarà ma nel clima attuale non si può escludere e quindi Trump con due dichiarazioni in sequenza ha confezionato una speculazione di sicuro effetto a vantaggio dei suoi sostenitori.

Del resto che la presidenza statunitense faccia ampio affidamento sulle speculazioni finanziarie è ormai chiaro e la vicenda del Venezuela lo dimostra ben oltre il tema petrolifero. Il Venezuela ha una discreta produzione di oro che, attualmente, è bloccata dalle sanzioni americane e dalla scarsa capacità di estrazione delle imprese venezuelane. Peraltro, il controllo delle aree più ricche, quelle dell’Orinoco, è estremamente complesso per la presenza di forti tensioni fra bande paramilitari ed esercito.

Tuttavia, secondo varie stime, il Venezuela avrebbe enormi riserve auree, che sarebbero le seconde o le terze al mondo. Un’occupazione americana o un’intesa con un governo “amico” consentirebbe di mettere subito a valore tali riserve perché verrebbero utilizzate dai grandi fondi finanziari come sottostante per la creazione di prodotti finanziari, a cominciare dagli Etf.

Vale la pena ricordare che State Street e BlackRock gestiscono i due più grandi Etf sull’oro a livello planetario e che il primo produttore mondiale di oro, Newmont Corporation, ha come principali azionisti proprio BlackRock, Vanguard e State Street. Mettere le mani sull’oro venezuelano e soprattutto sulle riserve sarebbe lo strumento per moltiplicare in modo esponenziale la sua finanziarizzazione, attraverso Etf e azioni, e dunque alimentare la bolla finanziaria indispensabile per la tenuta del capitale statunitense ed evitare il precipitare della crisi dell’economia americana, ora troppo dipendente dall’Intelligenza artificiale.

Con il prezzo dell’oncia d’oro a quasi 4.500 dollari, il Venezuela può essere l’Eldorado.

Fonte

06/11/2025

Sudan - L’oro, il sangue e la maledizione del colonialismo

In questo lungo saggio che pubblichiamo volentieri, Chiara Pannullo documenta la situazione del Sudan al centro di un sanguinoso conflitto. Il titolo è una scelta redazionale e non dell’autrice.

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Nel cuore dell’Africa, dove la cartografia coloniale ha inciso confini come ferite e li ha poi elevati a sistema di governo del mondo, il Sudan non appare più soltanto come un Paese precipitato nella guerra, ma come un laboratorio avanzato del capitalismo tardo-coloniale: l’area di prova in cui si sperimenta ciò che accade quando la sovranità viene sussunta nella logistica e la politica retrocessa a funzione subordinata dell’estrazione.

Dall’amministrazione anglo-egiziana che istituì l’economia di piantagione e la gerarchia razziale fra “arabi” e “africani”, ai cicli di aggiustamento strutturale imposti negli anni Ottanta e Novanta che, smantellando proprietà collettive, sussidi e filiere agricole, resero “naturale” la desertificazione sociale, fino al presente, in cui l’intero territorio è ridotto a una sequenza di corridoi, terminali e rendite – la misura della vita non è più politica ma commerciale, e ciò che un tempo si organizzava in società oggi si dispone in logistica.

Se ogni crisi africana viene ridotta nel linguaggio mediatico a “caos”, occorre affermare, con precisione materialista, che quel caos è l’ordine del capitale nella sua forma primitiva e ricorrente: l’uso della forza come tecnologia di pianificazione.

Dal 15 aprile 2023, quando le Forze Armate Sudanesi (SAF) di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, hanno aperto un conflitto che la stampa ha chiamato “civile” per non pronunciare la parola “coloniale”, la maschera è caduta.

Ciò che si è visto non è la contrapposizione di due visioni del mondo, ma la competizione interna di due frazioni dello stesso blocco di potere che si dividono miniere, dogane, rotte del contrabbando d’oro e di esseri umani: il proiettile, lungi dall’interrompere il mercato, ne diviene l’atto esecutivo, e il valore, non più estratto dal lavoro sotto forma di plusvalore, viene oggi ricavato dalla catastrofe sotto forma di rendita.

Dentro questa economia della distruzione, la filiera è perfettamente trasparente e tuttavia negata: l’oro del Darfur, mescolato alle rovine dei villaggi e alla fuga dei sopravvissuti, viaggia verso il Ciad, viene raffinato a Dubai e reimmesso nei circuiti finanziari che alimentano il ciclo di accumulazione del Golfo; la Russia, attraverso la rete Wagner e le sue reincarnazioni societarie, scambia addestramento, armamenti e copertura logistica per concessioni minerarie e basi sul Mar Rosso; gli Stati Uniti, che denunciano la violenza a parole, proteggono nei fatti l’architettura dei propri alleati regionali; l’Europa, che firma accordi di contenimento migratorio e chiude i porti, rafforza con quei medesimi accordi la riproduzione delle cause della fuga. Il risultato, che si finge “inevitabile”, è il dispositivo perfetto: la devastazione produce rendita e la rendita finanzia nuova devastazione, in un circuito che il linguaggio umanitario addolcisce ma non altera.

Per comprendere la particolarità sudanese non serve indulgere a spiegazioni antropologiche: basta seguire la genealogia militare ed economica delle RSF, discendenti dirette delle janjaweed armate dal regime di Omar al-Bashir durante la guerra del Darfur dei primi anni Duemila.

L’ordine coloniale interno – la distinzione burocratica, importata e poi naturalizzata, fra “arabi” islamizzati e popolazioni “africane” stanziali – divenne la griglia di reclutamento per un esercito di riserva capace di bruciare villaggi masalit, fur e zaghawa, svuotare terre e separare i sopravvissuti dai mezzi di sussistenza.

Nella fase successiva, questa matrice si privatizza e si aziendalizza: Hemedti, pastore divenuto imprenditore della guerra, costruisce un apparato che è al tempo stesso milizia, conglomerato minerario e holding della logistica – una polizia etnica del capitale che ridisegna i confini non per difenderli ma per monetizzarli, che impiega la violenza come atto di pianificazione territoriale, che retribuisce i combattenti con percentuali sulle esportazioni e che trasforma il massacro in bonifica, l’esodo in infrastruttura, l’umiliazione in segnaletica proprietaria.

A El-Fashir e El-Geneina, dove tra il 2024 e il 2025 interi quartieri sono stati cancellati e le comunità masalit, già colpite negli anni precedenti, hanno subito omicidi, impiccagioni, stupri e saccheggi sistematici, l’orrore non è l’eccesso ma la norma.

Lo scopo è rendere impossibile il ritorno, consolidare i corridoi dell’oro, normalizzare la presenza delle RSF come unico soggetto capace di “garantire sicurezza” – una sicurezza che coincide con la stabilità dei flussi. Quando la stampa parla di “tribù”, di “signori della guerra”, di “faide ancestrali”, bisogna ricordare che la “tribù”, in questo contesto, è il nome coloniale dei rapporti economici invisibili: dietro ogni etichetta etnica si muovono bilanci, contratti, margini di profitto e compratori d’oro, mentre l’umanitarismo, con le sue sigle e le sue tende, chiude il circuito trasformando lo sradicamento in “presa in carico” e la politica dell’espulsione in gestione del bisogno.

Allargando lo sguardo oltre il Sudan, la coerenza di questo ordine – insieme imperiale e mercantile – si manifesta con chiarezza. Il Sahel è nominato “fronte contro il terrorismo” per giustificare l’esternalizzazione delle frontiere europee; la Repubblica Democratica del Congo ripete, dagli anni Novanta, la scena del coltan e del cobalto estratti da minatori ridotti a braccia della “transizione verde”; lo Yemen sopravvive come guerra per procura, banco di prova di droni e catastrofi umanitarie; l’Ucraina, volto europeo della stessa logica, diventa il teatro in cui la narrazione occidentale della “difesa dell’egemonia travestita da civiltà” copre la medesima economia della fornitura bellica, della riconversione industriale e della ricostruzione come mercato.

Dal Maghreb al Donbass, passando per il Mar Rosso, si rivela come il capitalismo, non potendo più legittimarsi con la promessa di progresso, cerchi ora di legittimarsi con la promessa di ordine – e come tale ordine non sia che l’amministrazione della crisi resa permanente.

Nel dibattito occidentale, parlare del Sudan significa in realtà parlare di sé: del bisogno di rimuovere la propria complicità storica e presente. Così, quando le piazze – dalla fine del 2023 – hanno riportato al centro la questione palestinese come questione coloniale, sono riemerse voci, dalla destra filo-israeliana ai network liberal-atlantisti fino al senso comune giornalistico, che hanno “scoperto” la tragedia sudanese per brandirla come clava contro quelle stesse piazze, sospirando: “Se anche in Sudan, tra popolazioni di lingua e cultura araba, si consumano simili atrocità, con quale coerenza, allora, difendete gli arabi in Palestina?”

Questa formula, che pretende neutralità, è in realtà un sillogismo corrotto: sposta il fuoco dalla struttura ai soggetti, sostituisce le classi con le appartenenze, traduce il colonialismo – che è rapporto di potere e di proprietà – in una psicologia dei popoli. Così cancella la filiera dell’oro e delle armi per inscenare la favola del vizio orientale, e soprattutto contrappone dolori che appartengono alla stessa architettura imperiale.

Chi guarda con coscienza di classe sa che le “tribù” sono il nome coloniale delle classi. Dietro ogni clan, un contratto; dietro ogni odio, un giacimento. Le Rapid Support Forces non sono un’anomalia africana, ma la forma armata del neoliberismo: una società per azioni del massacro. La loro esistenza segna il compimento della privatizzazione del dominio, dove la guerra diventa un’appendice della produzione e la violenza una funzione della rendita. Il silenzio che le circonda non è indifferenza, ma complicità.

Il parallelo tra Gaza e il Sudan è la menzogna più vile. Non perché i due dolori non possano convivere, ma perché questo accostamento nasce per negare, non per comprendere: è un parallelismo colpevole, costruito per screditare l’internazionalismo, per frantumare la catena della solidarietà, per restaurare la morale dell’Impero. Chi lo diffonde non difende il Sudan: difende Israele. E difendendo Israele, difende l’Impero.

Le Rapid Support Forces non sono la continuazione di un conflitto interno o di una fede, ma il risultato di una precisa ingegneria geopolitica, in cui il capitale del Golfo e le potenze occidentali si redistribuiscono il controllo del Sahel: non più mediante il protettorato, ma attraverso l’appalto della violenza.

Le RSF discendono dalle Janjaweed, le milizie del Darfur create e armate dal potere centrale di Khartoum durante le campagne di sterminio etnico, poi integrate nel nuovo modello di economia bellica: privatizzazione del sangue in cambio di stabilità. Con la caduta di Bashir, i loro comandanti – in primis Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti – hanno stretto alleanze organiche con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Arabia Saudita, fornendo mercenari per la guerra in Yemen in cambio di denaro, armi e legittimità politica.

Gli Emirati garantiscono il finanziamento e la raffinazione dell’oro sudanese, l’Arabia Saudita assicura la catena logistica e l’accesso ai mercati del Golfo, mentre gli Stati Uniti, pur mantenendo una posizione di finta equidistanza, forniscono copertura strategica ai loro alleati regionali. Non sostengono direttamente le RSF, ma sostengono chi le sostiene. È la forma moderna del colonialismo indiretto: l’imperialismo per intermediazione.

La verità è che la solidarietà con la Palestina non esclude quella con il Sudan: la contiene. Chi lotta per Gaza lotta già per il Darfur. Perché entrambe le terre vivono sotto la stessa legge non scritta: quella dell’accumulazione per espropriazione. Il muro di Gaza e il deserto del Darfur sono la stessa frontiera del capitale. E chi oppone l’uno all’altro, mente. O peggio: sa la verità e la cancella.

Ma va detto con chiarezza per i mistificatori liberali: tra le RSF del Sudan e la resistenza palestinese – araba e anticoloniale – c’è un abisso politico e storico. Le Rapid Support Forces non sono una “resistenza”, bensì una milizia mercenaria, figlia diretta della controrivoluzione e della privatizzazione della guerra. Sono la forma armata della rendita: eserciti di espropriatori al servizio delle potenze regionali e del capitale globale, non del popolo. La resistenza palestinese, invece, nasce dalla spoliazione: non occupa, ma tenta di sopravvivere. È la risposta dei diseredati alla macchina coloniale che li ha ridotti a nuda vita.

Confondere le due realtà, o usarne una contro l’altra, significa assolvere il sistema che le ha generate entrambe: quello in cui l’imperialismo produce i suoi carnefici e poi finge di piangere le sue vittime. Quando dunque si insinua che chi manifesta per Gaza resti cieco davanti a Khartoum, si ripete l’antico disprezzo coloniale secondo cui il mondo arabo e africano sarebbe condannato alla violenza e alla barbarie. L’obiettivo non è il Sudan, Gaza o la giustizia, ma la restaurazione della superiorità morale dell’Occidente.

Chi lotta per la Palestina non chiude gli occhi sul Sudan: li apre sul mondo. Perché Gaza e Khartoum sono due ferite dello stesso corpo: quello dell’umanità sfruttata, attraversata dal medesimo progetto coloniale che chiama “ordine” ciò che è dominio, e “pace” ciò che è controllo coloniale.

E non solo: dietro questa retorica si muove una strategia precisa: dissolvere la coscienza internazionale delle lotte, separare le resistenze, ripristinare la centralità morale dell’Impero. Il Sudan viene evocato solo per cancellarlo, come controcampo utile a ridurre la questione palestinese a un sentimentalismo selettivo. In realtà, il silenzio sul Sudan è il silenzio sull’intero sistema che lo produce – lo stesso che bombarda Gaza, che arma le RSF, che finanzia gli Emirati e che organizza la guerra come funzione dell’economia.

Quel mondo bianco e del privilegio che finge di chiedere “dov’è la sinistra per il Sudan?” è lo stesso che tace sui fondi sovrani di Abu Dhabi, sui contratti della Wagner, sugli accordi di sicurezza europei che trasformano le vittime in statistiche migratorie. La loro domanda è una maschera morale che serve a proteggere il potere, non a interrogarlo.

Perché chi comprende la Palestina come frontiera del capitale non può non comprendere anche il Sudan. E chi oggi oppone le due cause, non difende nessuna delle due: difende l’ordine che le opprime entrambe. A Gaza, la violenza è coloniale: un esercito che assedia, bombarda, affama. In Sudan, la violenza è economica: milizie che privatizzano la guerra, stati che comprano la distruzione come materia prima. Due forme della stessa logica. La prima reprime la resistenza; la seconda gestisce la miseria. In entrambe, il corpo del subalterno, della forza-lavoro, è il campo di battaglia. E in entrambe, l’Occidente sceglie dove guardare per continuare a non vedersi.

Perché infondo il colonialismo non è più un progetto geopolitico ma un dispositivo collaudato e quotidiano che attraversa la finanza, la tecnologia, l’informazione. Il Sudan e la Palestina ne sono due nodi nella stessa rete globale, e smascherarla è il primo atto di una rivoluzione ancora da venire. Chi considera il Sudan un’eccezione non ha compreso la nuova geografia del dominio. È un modello: le sue frontiere traducono in linguaggio territoriale la logica universale di un potere che organizza la vita attraverso la sua distruzione. Il mondo contemporaneo vive in uno spazio in cui pace e guerra sono divenute forme equivalenti di gestione della violenza.

Dal Sahel al Congo, dallo Yemen all’Ucraina, il principio è identico: la guerra non è più la sospensione dell’economia, è la sua forma più redditizia. La NATO e la Wagner, gli Emirati e gli Stati Uniti, i contractors privati e le ONG operano dentro la stessa infrastruttura globale. Ciò che muta è solo la narrazione. Nel Sahel si chiama “lotta al terrorismo”, in Congo “conflitto minerario”, in Yemen “guerra per procura”, in Ucraina “difesa dell’egemonia occidentale elevata a civiltà”. Ma dietro ogni linguaggio si nasconde la stessa verità: l’accumulazione. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per continuare a produrre.

Nel Sahel, il deserto è diventato il confine materiale dell’Europa. Là dove l’Unione Europea paga i governi locali per bloccare i migranti, la guerra è funzionale alla logistica: campi, recinzioni, pattugliamenti, deportazioni. Ogni vita fermata entra nel computo dell’efficienza, segnalando la logica di un potere che fa del deserto una forma di governo e della sopravvivenza una variabile da dover gestire. Così l’Africa occidentale non è più colonia, ma periferia integrata nel comando globale, un magazzino umano che regola per conto del capitale i flussi della forza-lavoro mondiale.

Nel Congo, la violenza è ancora più esplicita. Le miniere di coltan e cobalto, indispensabili per l’industria tecnologica mondiale, sono sorvegliate da milizie locali e compagnie straniere. Ogni smartphone, ogni automobile elettrica, ogni batteria che alimenta la transizione verde contiene un frammento di guerra. Il colonialismo non si è ritirato: si è digitalizzato. Ora parla il linguaggio della sostenibilità, ma il sangue è lo stesso.

Nello Yemen, la guerra è divenuta laboratorio di droni e di catastrofi umanitarie, un Paese cancellato dalle mappe e bombardato per anni da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, con armi fornite dall’Occidente. Ogni bomba che cade su Sana’a rinnova un contratto di fornitura, prolunga la catena di comando tra il capitale e la distruzione. La guerra funziona come nuovo welfare dell’industria bellica: un meccanismo che riorganizza la produzione e l’occupazione su scala globale, generando miseria nelle periferie e accumulazione nei centri del potere economico.

E poi c’è l’Ucraina, il volto europeo dello stesso processo. Non un caso opposto, ma speculare. La guerra in Ucraina è la versione bianca del colonialismo: il fronte dove l’Occidente si reinventa come vittima per poter continuare a essere impero. La sua estetica è diversa, ma la sua logica identica. Dietro la retorica della libertà si muovono i capitali delle stesse multinazionali che finanziano le guerre in Africa e Medio Oriente. Il complesso militare-industriale che arma Kiev è lo stesso che rifornisce Tel Aviv e Riyad. La democrazia serve da copertura all’estrazione: ogni bomba che cade sul Donbass vale un punto in borsa.

L’ordine del capitale ha completato il proprio ciclo storico trasformando la conquista in pianificazione del dominio. Non espande più confini, li interiorizza: colonizza la crisi, organizza i flussi di materie prime, di migranti, di dati e di consenso. Il suo spazio non è unicamente geografico ma logistico, una rete che non sempre ha bisogno di occupare terre, ma tempi – quelli della produzione, della connessione, dell’informazione – esercitando il proprio potere attraverso il controllo del tempo sociale. Ogni guerra è ormai una variazione di tempo, una sincronizzazione forzata dell’ordine mondiale.

Il Sudan, in questa geografia, rappresenta il punto zero del capitale: il luogo in cui la logica del dominio si manifesta nella sua forma più nuda, priva di ogni sovrastruttura ideologica. Dalla spartizione coloniale di fine Ottocento alla costruzione anglo-egiziana dello Stato, dal lavoro forzato nelle piantagioni di cotone alla privatizzazione delle terre comunitarie imposta dal Fondo Monetario negli anni Ottanta, ogni fase della sua storia ha rappresentato un laboratorio del capitale mondiale.

Là dove non servono più pretesti, resta soltanto la rendita come forma ultima dell’accumulazione. Eppure questo Paese non è stato sempre e solo vittima, ma anche teatro di una delle più potenti esperienze anticolonialiste del continente.

Nel dopoguerra, il Partito Comunista Sudanese – tra i più forti e radicati dell’Africa – costruì sindacati, scuole, cooperative e organizzò le prime rivolte popolari contro il dominio britannico. L’indipendenza del 1956 fu il frutto di quella mobilitazione, non di una concessione imperiale. Negli anni Sessanta, Gaafar Nimeiry, salito al potere con il colpo di Stato del 1969, si presentò come alleato dei movimenti socialisti arabi: nazionalizzò banche e industrie, avviò riforme agrarie, provò a spezzare la dipendenza dal capitale occidentale.

Ma Nimeiry si trovò dentro la stessa contraddizione storica che attraversò gran parte dei progetti socialisti del Sud globale: l’illusione di poter costruire una sovranità economica autonoma dentro un mercato mondiale già egemonizzato dal capitale finanziario. Le sue nazionalizzazioni suscitarono l’ostilità delle vecchie classi agrarie e dei grandi commercianti urbani, mentre l’Occidente reagiva con la chiusura dei crediti e l’isolamento diplomatico.

Quando la crisi petrolifera mutò gli equilibri internazionali e il ciclo dei non allineati si spense, il Sudan – come altri Stati postcoloniali – fu costretto a scegliere tra la bancarotta e la subordinazione. Il suo “dietrofront” più che una conversione ideologica improvvisa, fu il sintomo di una sconfitta strutturale: quella del socialismo nazionale travolto dalla riorganizzazione globale del capitale tra la fine degli anni Settanta e Ottanta

Ed andò esattamente in questo modo: proprio in quegli anni, piegato dal debito e dall’isolamento, Nimeiry abbandonò la redistribuzione, adottò i programmi del Fondo Monetario – privatizzazioni, tagli salariali, smantellamento delle terre collettive – e lasciò spazio all’islam politico sostenuto dalle monarchie del Golfo. Con il golpe di Omar al-Bashir nel 1989, il Paese si trasformò definitivamente in uno Stato-impresa, fondato sull’alleanza tra islam politico e oligarchia militare.

Quando nel 2011 il Sud Sudan ottenne la secessione, le risorse petrolifere si spostarono verso sud e la rendita si concentrò nel Darfur e nel traffico dell’oro: fu lì che nacquero le milizie janjaweed, da cui discendono oggi le RSF. La loro violenza non è una deviazione, ma la prosecuzione diretta delle politiche coloniali britanniche e della logica neoliberale imposta dai centri imperiali.

E così il Sudan finisce per offrirci l’immagine finale della civiltà occidentale: un Paese in fiamme sorretto da banche e da contratti, un popolo espulso dal racconto pubblico perché la sua morte è già stata contabilizzata. L’Africa non è un altrove, ma un dentro invisibile: lo spazio su cui l’Occidente scarica la propria colpa e da cui estrae la propria pace.

Fonte

26/10/2025

Pillole di bancarotta

di Alessandro Volpi

La bolla dell’oro

La crisi profonda del capitalismo finanziario sta generando una mostruosa bolla costruita attorno all’oro, destinata a cambiare il quadro dell’economia internazionale.

Ci sono almeno tre ragioni, tra loro decisamente collegate, che favoriscono un prezzo dell’oro superiore ai 4000 dollari l’oncia.

La prima è la grande richiesta di oro da parte delle banche centrali, a cominciare da quella cinese: ormai sono scomparsi i due beni rifugi su cui costruire la tesaurizzazione del valore, rappresentati dal dollaro e soprattutto dai titoli del Debito Usa, e dunque l’oro resta il solo bene rifugio.

Ma non solo bene rifugio, l’oro diventa anche la sola reale garanzia di “conversione” monetaria per l’economia capitalista che non può permettersi una moneta in continuo deprezzamento come nel caso del dollaro. Quindi stiamo tornando rapidamente al gold standard, dove l’unica vera garanzia era costituita dalla piena convertibilità aurea.

La seconda ragione si lega alla prima. La ricerca di oro come bene rifugio non riguarda solo le banche centrali ma l’intero sistema finanziario, a cominciare dai grandi gestori del risparmio, che, in un momento di estrema incertezza come quello attuale, hanno bisogno di “stabilizzare” i loro impieghi avendo una solida riserva aurea.

La terza ragione è riconducibile alla ormai dominante struttura del sistema finanziario globale, dove i prezzi sono definiti attraverso gli strumenti derivati. In pratica, sul prezzo dell’oro si fanno milioni di scommesse, sganciate al possesso dell’oro in quanto tale, che finiscono per generare un’impennata molto più accentuata di quella, già forte, legata al mercato reale dell’oro.

Non a caso i futures sull’oro corrono di più del già altissimo prezzo dell’oro. La crisi del capitalismo finanziario, la sua scelta di puntare sulla dimensione militare stanno generando una dipendenza dall’oro che, per i suoi altissimi rendimenti, sta mangiandosi pezzi interi di economia reale.

Chi comanda in Europa

In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt.

A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea. Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario.

In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin.

Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.

Un peso particolare poi il fondo americano assume in Naturgy, di cui controlla il 10%.

A questi dati generali vanno aggiunte tre considerazioni ulteriori. La prima è rappresentata dal fatto che BlackRock è il principale azionista delle società che gestiscono la Borsa di Londra, quella di Francoforte e quella di Milano.

La seconda, già accennata per il caso italiano, è riconducibile alla massiccia presenza in quasi tutti gli Stati europei di un esteso circuito di vendita degli Etf prodotti da BlackRock volti a intercettare il risparmio diffuso; a tal riguardo è opportuno sottolineare che quello degli Etf è un settore in forte crescita, con un mercato complessivo in Europa di oltre 2800 miliardi di dollari, destinati, appunto, a “catturare” una larga fetta del risparmio gestito, con oltre 11 milioni di piani di risparmio solo in Etf.

La terza considerazione consiste nel mettere in evidenza che BlackRock rappresenta soltanto uno dei tre grandi fondi americani che dominano la scena europea perché considerazioni analoghe sarebbero possibili per Vanguard e State Street, la cui azione, rispetto alla società presieduta da Fink, è costruita soprattutto sulla produzione di Etf e di fondi in cui sono contenuti rilevanti pacchetti azionari di società italiane.

Grandi manovre

Il presidente di Jp Morgan, Jamie Dimon, intervistato dalla BBC inglese, ha dichiarato con nettezza che il rischio di uno scoppio della bolla finanziaria americana è particolarmente alto; non il 10% come sostengono molti analisti – sostiene Dimon – ma oltre il 30%. Dunque, sostiene il banchiere più influente del mondo occidentale, bisognerebbe trovare alternative ai listini Usa e non pensare di gonfiare ancora le big tech con la nuova bolla dell’Intelligenza artificiale.

Per Dimon meglio guardare ad impieghi più sicuri, magari non in dollari, a cominciare dall’oro e dalla finanza di guerra. La strategia di “diversificazione”e di parziale sganciamento dalla bolla americana è cominciato; i proprietari di Jp Morgan, i grandi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – stanno continuando la guerra contro Trump e hanno deciso di puntare sull’amico tedesco, il loro ex dipendente Friederich Merz. Forse qualcosa avevo capito...

Monopolio

Non serve sottolineare quanto l’intelligenza artificiale è e sarà centrale nei processi sociali, politici ed economici. Intanto, il dato più evidente è rappresentato dal fatto che nella finanza statunitense si è costituto un vero e proprio regime monopolistico.

Amd e Nvidia, le due società che dovrebbero farsi concorrenza, hanno come principali azionisti, con una percentuale complessiva non distante dal 30%, BlackRock, Vanguard e State Street. Peraltro Amd ha chiuso un accordo con Open Ai di Sam Altman, che prevede l’ingresso della stessa Open Ai nel capitale di Amd, dopo che la società guidata da Altman aveva già stabilito un’intesa con Oracle di Larry Ellison, nel cui capitale sono ampiamente presenti BlackRock, Vanguard e State Street.

Le Big Three, poi, insieme a Altman, Ellison, Thiel, Nvidia, hanno un ruolo decisivo nel progetto federale relativo all’Intelligenza artificiale Stargate. In estrema sintesi, la bolla del prossimo futuro ha già i suoi padroni.

Crisi politiche e borse che volano

La Francia è praticamente senza governo, l’Inghilterra di Starmer procede tra mille affanni, così come la maggioranza che sorregge Merz in Germania. I dati economici dei tre paesi sono decisamente stagnanti; una situazione questa condivisa anche dall’Italia, tenuta solo molto parzialmente a galla dal PNRR.

Nonostante questo le Borse di Parigi, Londra, Francoforte e Milano corrono. Perché?

La spiegazione è forse semplice; il valore delle società quotate è alimentato dalle iniezioni di liquidità provenienti dai grandi fondi, a cominciare da quelli Usa, dai profitti fatti dalle stesse società che si dedicano all’acquisto di prodotti finanziari forniti dagli stessi fondi, e dalla distribuzione di dividendi agli azionisti, costituiti proprio dai grandi fondi, e dalle numerose operazione di buy back, concepite per alleggerire ancora di più la tassazione dei proventi finanziari.

In altre parole le Borse vanno bene perché sono indifferenti alla politica e rispondono al potere unico dei grandi player finanziari in grado di stravolgere la realtà e di plasmarla a proprio piacimento. È difficile immaginare, in queste condizioni, strategie di programmazione economica legate a politiche creditizie e occupazionali.

Nella finanza occidentale, architrave della costruzione neoliberale, politica, produzione e lavoro sembrano essere sempre più residuali. Gli effetti sono inevitabili: una continua frammentazione della produzione in micro-imprese che faticano a generare reddito, una crescente indifferenza per le scadenze elettorali da parte della popolazione e la progressiva, totale dipendenza dalla “democrazia” finanziaria dei fondi, veri arbitri, attraverso la remunerazione del risparmio, delle sorti collettive.

Non a caso, il “gioiello” di BlackRock, Vanguard e State Street, la società con la maggiore capitalizzazione al mondo, pari a oltre 4000 miliardi di dollari [Nvidia, ndr], ha poco più di 35 mila dipendenti.

Non sono questioni tecniche!

Il governo Meloni sta procedendo a grandi passi verso un potenziamento della finanziarizzazione e della destinazione dei risparmi nazionali verso i grandi fondi Usa.

Due misure vanno chiaramente in tal senso.

Nei giorni scorsi, Meloni, Nordio e Giorgetti hanno varato la proposta di un nuovo Testo unico sulla Finanza, il cui principale obiettivo è rendere la Borsa di Milano più attraente e più fruibile per i grandi capitali esteri e soprattutto in grado di attirare i fondi internazionali che gestiscono il risparmio italiano.

Il progetto è chiaro: gli italiani e le italiane devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei già scarsi controlli. Avranno salari sempre più bassi ma spereranno in un’integrazione del loro misero reddito attraverso una “democratizzazione”, guidata da governo e fondi, della finanza.

La seconda misura, ancora più clamorosa, riguarda la riforma del sistema pensionistico introducendo novità cruciali. Intanto il governo vuole introdurre l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr a fondi privati defiscalizzati, a cui si unisce la possibilità per gli stessi fondi di scegliere, autonomamente con il silenzio assenso dei loro risparmiatori, cosa comprare, con una larga prevalenza per le azioni.

Infine, la proposta del governo contempla un processo rapido di smantellamento dei fondi pensione più piccoli per costruire “colossi”, inevitabilmente legati ai grandi gestori Usa.

Il sovranismo “italiano” si è trasformato nella più clamorosa costruzione di un processo che consegna il risparmio italiano alla finanza Usa per alimentare i titoli americani nella speranza che forniscano rendimenti sufficienti per supplire alla povertà salariale e alla fine dei servizi pubblici. Vi assicuro, non sono questioni tecniche.

La legge di bilancio e lo sceriffo di Nottingham

Fantastico. Il governo Meloni sta chiudendo la legge di bilancio che vale 16 miliardi di euro; in pratica è del tutto inconsistente, incapace di incidere sulle difficoltà della stragrande maggioranza della popolazione del paese. Anzi, di quei 16 miliardi, ben 10 provengono da tagli. Dunque, da nuova austerità e nuove privatizzazioni.

Ma c’è un aspetto che mi sembra davvero grottesco. Dei 6 miliardi di “entrate”, ben 3 dovrebbero venire dalle banche; ma in che cosa consiste realmente il “contributo” concordato dalle banche con il superministro Giorgetti? In un anticipo di imposte per 3 miliardi, appunto.

In pratica le banche pagano subito imposte future che, naturalmente, non pagheranno poi. In questo senso Meloni e Giorgetti hanno ottenuto, come massimo risultato nei confronti delle banche, un anticipo di liquidità che dovrà restituire il prossimo governo. Davvero fantastico se si pensa che le banche italiane dal 2022 al 2025 hanno realizzato quasi 165 miliardi di utili con un tax/rate medio (rapporto tra tasse pagate e utili) del 22%!!! È sempre più chiaro chi comanda.

È sempre più evidente che la Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale. Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%?

Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa?

Direi di sì. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti? La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea?

Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il PNRR il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceve. Ma allora perché questo feticismo del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione?

Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante sacerdotessa di rito draghiano. Forse servirebbe una visione politica che partisse da un dato ormai insostenibile: in Italia le entrate fiscali totali derivano per quasi il 40 % dai salari, mentre provengono dai profitti per meno del 5%: ciò avviene nonostante i profitti siano arrivati ad essere pari al 40% del Pil italiano, con un aumento in vent’anni di quasi 7 punti rispetto ai salari.

Siamo il paese dello sceriffo di Nottingham dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno.

Ma le tasse le paga il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare.

Fonte

14/09/2025

Declino del dollaro e ascesa dell'oro

di Domenico Moro

Recentemente si sono verificati degli eventi che confermano la tendenza al declino del dollaro come valuta mondiale di scambio commerciale e di riserva, definita anche come “dedollarizzazione”. Tale processo è sia causa che effetto dell’indebolimento dell’egemonia statunitense, a fronte della realizzazione di un fronte contrapposto all’imperialismo occidentale, rappresentato dai paesi del cosiddetto Sud globale, a partire da Cina e India, che si sono riuniti in organismi come i Brics+ e la Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai.

Sebbene non si possa ancora parlare di fine del dominio del dollaro e non ci sia attualmente nessuna valuta, tantomeno una valuta unica dei Brics+, che possa sostituire il dollaro come valuta mondiale, l’indebolimento del dollaro è dimostrato dalla prevalenza dell’oro sui titoli di stato statunitensi (i Treasuries) nelle riserve delle banche centrali e dalla decisione dello Zimbabwe, ma anche di altri governi africani, di emanciparsi dal dominio del dollaro.

Dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso l’oro era andato calando nella composizione delle riserve delle banche centrali mentre, all’opposto, il peso dei Treasuries cresceva, fino a che nel 1996 i secondi hanno superato il primo. Nell’agosto 2025, dopo ventinove anni, l’oro ha di nuovo superato i Treasuries, con il 27% delle riserve contro il 23%[i].

Quali sono le cause del sorpasso dell’oro a danno dei Treasuries? Per le banche centrali i Treasuries non sono più titoli privi di rischio sui quali conviene investire. Da una parte, infatti, il debito pubblico statunitense è molto cresciuto, fino a 35 trilioni di dollari, e c’è il rischio di un default tecnico, dovuto all’esistenza di un limite legale al debito, che impedisce al Tesoro statunitense di emettere altri titoli di debito per finanziarsi senza consenso del Congresso. Inoltre, le politiche economiche di Trump, basate sui dazi e su forti tagli fiscali e aumento della spesa pubblica, indeboliscono la posizione del dollaro e dei Treasuries come beni rifugio. Dall’altra parte, pesa il rischio geopolitico: dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, Usa e UE hanno “congelato” le riserve russe in dollari e Treasuries, per un valore di 300 miliardi di euro, e hanno trasferito all’Ucraina parte degli interessi maturati nel frattempo[ii]. Questo ha significato agli occhi di molti paesi non occidentali che le riserve in dollari non sono intoccabili.

Di conseguenza, le banche centrali di molti paesi emergenti si sono volte, in alternativa, a acquisti di oro, mentre si liberavano dei Treasuries. Infatti, l’oro, a differenza dei Treasuries, non è congelabile da alcun governo. In questo modo, gli acquisti dei paesi emergenti hanno superato le mille tonnellate l’anno, negli ultimi tre anni. La Cina, ad esempio, si è liberata di molti Treasuries e ha fatto massicci acquisti di oro. Oggi, con 2.302 tonnellate di oro, ha scalato molte posizioni nella graduatoria dei paesi che detengono più riserve in oro, posizionandosi al settimo posto. La Russia si è liberata del tutto dei Treasuries e possiede 2.329 tonnellate in lingotti d’oro. Oltre a quanto detto, l’oro è anche un bene rifugio ideale in tempi di alta inflazione, che erode i rendimenti dei titoli di stato. Per tutte queste ragioni l’oro ha progressivamente superato nel 2025 sempre nuovi record, arrivando recentemente a essere quotato oltre 3.600 dollari l’oncia.

Invece, per quanto riguarda i rapporti tra dollaro e Africa, va ricordato che, secondo il Cameroon Economic Policy Institute, quasi la metà del commercio interno all’Africa è fatturato in dollari (secondo altre fonti è il 70%), il 45% dei pagamenti transfrontalieri passa attraverso il sistema interbancario Swift, controllato dagli Usa, e il 60% del debito pubblico è denominato in dollari. Questa dipendenza dal dollaro determina la fragilità delle economie africane nei confronti della politica monetaria degli Usa e dell’appezzamento del dollaro, nonché le inefficienze tipiche di un mercato interno dominato da una valuta esterna, che determinano 5 miliardi di costi all’anno di conversione da valute forti[iii]. Secondo molti africani, inoltre, il regolamento in dollari degli scambi è inadeguato, anche perché l’interscambio commerciale dell’Africa con gli Usa è di soli 70 miliardi annui, a fronte dei 400 miliardi con India e Cina e dei 355 miliardi con la UE[iv].

Per tutte queste ragioni, la banca centrale dello Zimbabwe ha dichiarato che entro il 2030 si emanciperà dall’uso del dollaro. Ad ogni modo, a livello generale, fra i governi africani stanno crescendo il dibattito e le azioni per sottrarsi al dominio del dollaro e per la ricerca di alternative. Fra l’altro, oltre che dal dominio statunitense, va rimarcata anche la volontà dei paesi dell’Africa occidentale di affrancarsi dal dominio della Francia, l’ex potenza coloniale, che si esprime attraverso l’adozione del Franco CFA, agganciato all’euro. Infatti, nel 2027 entrerà in vigore nell’Africa occidentale una nuova valuta, l’Eco.

Una delle soluzioni possibili ai problemi legati all’uso del dollaro è un avvicinamento dei paesi africani alla Cina e al polo dei Brics+. In particolare, i paesi africani potrebbero volgersi verso i panda bond (titoli di stato cinesi) e convertire parte del debito nella valuta cinese, lo yuan renmimbi. Bisognerà anche vedere quale sarà il destino del Pan African Payment and Settlement System (PAPSS), l’infrastruttura digitale creata nel 2022 per consentire pagamenti in valuta locale tra i 50 paesi africani, le cui economie sono sempre più integrate.

A tutto questo, si aggiunge il fatto che, a partire dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia, si è diffuso l’uso di valute diverse dal dollaro (yuan, rupia, rublo e real) nelle transazioni, specie di materie prime energetiche, tra Russia, Cina, India e Brasile. Lo ripetiamo, quanto detto in questa sede non significa che siamo davanti alla fine del ruolo mondiale del dollaro ma piuttosto alla riduzione del suo monopolio, che va di pari passo con l’uso, sempre più diffuso, di altre valute per le transazioni commerciali e dell’oro come riserva delle banche centrali.

La dedollarizzazione, oggi, non è un fatto acquisito ma una tendenza. Tuttavia, si tratta di una tendenza importante, che testimonia come il mutamento dei rapporti di forza tra Occidente e Brics+ stia procedendo non solo a livello di Pil e produzione industriale ma anche a livello valutario. La realtà che si sta formando sotto i nostri occhi, anche a causa delle politiche tariffarie introdotte da Trump, si sviluppa in modo contraddittorio e richiede, da parte nostra, l’attenta valutazione di tutte le tendenze che si stanno producendo.

Note

[i] Sissi Bellomo, “Oro batte Treasury: nelle riserve delle banche centrali pesa di più”, il Sole24ore, 3 settembre 2025.

[ii] A. Conner e David Wessel, “What is the status of Russia’s frozen sovereign assets?”, Brookings, 27 June 2025. https://www.brookings.edu/articles/what-is-the-status-of-russias-frozen-sovereign-assets/?utm_source=chatgpt.com

[iii] “Africa Loses $5 Billion Annual Due to Foreign Currency Trade”, KSBC Journal, 17 March 2025. https://ksbcjournal.com/2025/03/28/new-pension-remittance-platform-pencom-sets-june-1-deadline-for-full-compliance/

[iv] Alberto Magnani, “Africa: l’addio al dollaro Usa tra shock di Trump, tassi e integrazione finanziaria”, il Sole24ore, 4 settembre 2025.

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17/06/2025

Il Burkina Faso continua la nazionalizzazione del proprio oro

Il governo del Burkina Faso ha ufficializzato il trasferimento in mani statali di due miniere d’oro e di tre licenze di esplorazione per la ricerca del metallo prezioso. Una notizia che fa seguito a quelle di inizio maggio, che avevano già preannunciato l’intenzione della giunta guidata da Ibrahim Traoré di togliere ulteriore spazio alle compagnie minerarie occidentali nel proprio paese.

Al potere dalla fine del 2022, il nuovo governo, dopo aver rivisto il codice minerario e aver istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), un ente statale investito del compito di gestire e sviluppare le risorse strategiche, aveva già ritirato i permessi per le miniere d’oro di Inata e di manganese di Tambaoil nel marzo 2024.

La giunta burkinabè aveva poi nazionalizzato anche altre due miniere d’oro, quella di Boungou e quella di Wangnon, con un accordo dal valore di circa 80 milioni di dollari. Il primo sito era della britannica Endeavour Mining, mentre il secondo era affidato alla statunitense Burkina Lilium Mining. Ora, dunque, il paese africano fa un passo ulteriore su questo percorso.

La SOPAMIB, dal momento della sua fondazione, ha raccolto più di 8 tonnellate di oro nel 2024, e più di 11 solo nel primo trimestre del 2025, creando una vera e propria riserva aurea nazionale. Bisogna inoltre considerare l’importanza che il metallo ha riassunto negli ultimi mesi come bene rifugio, con i prezzi che sono aumentati in maniera sostenuta.

Va ricordato che il Burkina Faso è il quarto produttore africano d’oro, ed esso rappresenta anche il principale prodotto d’esportazione del paese. Tra il 2016 e il 2021 la quantità del metallo estratto era già aumentata del 74%, ed ora la giunta burkinabè vuole ridefinire i rapporti di potere nel settore, rispetto alle multinazionali occidentali, per assicurare benefici maggiori alla sua popolazione.

È la logica che hanno seguito le altre realtà che si sono ribellate al neocolonialismo occidentale e hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Il Niger ha tagliato le fondamentali forniture di uranio di Parigi, mentre il Mali si è concentrato, anch’esso, sulle sue miniere d’oro. Tutti insieme, hanno assestato un duro colpo alla penetrazione occidentale nell’Africa sub-sahariana.

Forse anche per questo il tentativo di rovesciare il governo di Traoré è sempre in agguato. Ma bisogna anche dire che, seppur le ultime informazioni abbiano suscitato ulteriore preoccupazione negli investitori occidentali, nelle ultime settimane si è parlato di un accordo minerario tra i vertici burkinabè e l’australiana West African Resources Ltd, purché i termini siano favorevoli alla popolazione africana.

È questo il nodo. I processi politici di marcata impronta anticoloniale innescatisi negli ultimi anni dall’inasprirsi delle contraddizioni nella cintura del Sahel, ai margini dell’area che l’Unione Europea – in particolare attraverso la presenza francese – vorrebbe dichiarare come propria sfera di influenza, accanto al Mediterraneo allargato, continuano a mettere in crisi le mire imperialistiche unioneuropeiste.

Il Burkina Faso e i suoi alleati regionali vogliono evitare di tornare nella morsa dei vecchi padroni coloniali.

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14/02/2025

L’oro corre dall’Europa agli Usa, al riparo dai dazi

Le mosse economiche di Trump, abbiamo detto fin dal primo giorno del suo re-insediamento, rispondono ad un obiettivo prioritario: convogliare più capitale possibile verso gli Stati Uniti, sommersi dalle dimensioni monstre di un doppio debito – sia pubblico che privato (in Europa il secondo è assai più limitato) – che comincia ad essere ingestibile persino per il Paese che ha il privilegio unico di stampare una moneta nazionale che funge anche da mezzo di pagamento internazionale, moneta di riserva, ecc.

Detto altrimenti, è come se gli Usa pagassero con perline di vetro qualsiasi merce acquistino dall’estero (sul piano commerciale) oppure come se prestassero perline pretendendo che la restituzione avvenga in beni o denaro dal valore sicuro.

Va nella stessa direzione l’idea di utilizzare le stablecoin denominate in dollari per incentivare il trasferimento del risparmio privato dall’Europa alle banche statunitensi.

Tra le molte mosse economiche per ora il primo posto spetta ai dazi, ossia ad un aumento tariffario imposto d’autorità su una serie di merci, provenienti da quasi tutti i Paesi (per acciaio e alluminio, per esempio) oppure da Paesi particolarmente presi di mira.

In attesa che la politica dei dazi produca i suoi effetti commerciali (aumento dei prezzi per i consumatori Usa, reazione simmetrica di ritorsione da parte dei Paesi colpiti, ecc.) si stanno intanto producendo delle conseguenze forse previste fino ad un certo punto, ma sostanzialmente coerenti con l’obiettivo perseguito.

La notizia riportata dal Wall Street Journal, decisamente una testata “con le mani in pasta” su questi temi, conferma pienamente l’analisi fin qui fatta, ma aggiunge anche aspetti prima poco considerati. L’oro è da sempre non solo un “bene rifugio” in tempo di rischio bellico, ma anche e soprattutto il metro di misura per così dire “oggettivo” di qualsiasi altro “equivalente generale” con funzione di moneta corrente.

Significa che il prezzo dell’oro, come di qualunque altra “materia prima” preziosa, ha un solo prezzo internazionale. Un grammo d’oro o di platino o d’argento, insomma, costa uguale a Londra, Roma, New York, Hong Kong, Mosca, Rio de Janeiro. Eventuali scostamenti sono solo temporanei (per questioni di fuso orario) e comunque impercettibili, ossia non significativi sul piano economico e che non comportano spostamenti fisici.

Non è già più così. Ci dice infatti il Wall Street Journal che quasi ogni giorno, da un paio di settimane a questa parte, casse di lingotti d’oro vengono caricate all’aeroporto di Londra con destinazione New York. Motivo: l’oro ora costa di più negli Usa che in Europa.

Già solo l’annuncio dei dazi ha creato un vantaggio a favore della disponibilità fisica del metallo giallo sul mercato Usa. E la differenza di prezzo è tale da giustificare il trasferimento per chi – come il ramo specializzato della banca d’affari JPMorgan Chase – opera su entrambe le sponde dell’Atlantico.

La spiegazione tecnica offerta dal Wsj è molto efficace, naturalmente, e quindi non è necessario articolarla ulteriormente. Sta di fatto che non solo il capitale, comunque denominato, sia “sollecitato” ad emigrare verso gli States, ma che persino l’oro – ben più “pesante” e restio ai grandi spostamenti – subisca la stessa sorte.

Chiaramente gli unici mercati che possono rispondere a questa sollecitazione sono quelli “amici e alleati”, come in Europa, Giappone, e parte del Sud America, dove insomma ci sono “operatori” multinazionali liberi di agire senza alcuna autorizzazione. Altrove, o altri operatori, posso tranquillamente fregarsene e fare altro, rafforzando con ciò i Paesi entro cui agiscono.

Essere “amici” degli Usa sta diventando una fregatura molto esclusiva, davvero da servi sciocchi…

Buona lettura.

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Corsa all’oro: perché da Londra partono aerei carichi di lingotti diretti a New York

Se di recente siete atterrati su un volo dall’Europa al JFK (l’aeroporto di New York City, ndt.), potreste aver partecipato involontariamente a un’operazione ad alta quota condotta dai commercianti d’oro di JPMorgan Chase.

I dazi minacciati dal presidente Trump sull’Europa hanno gettato nello scompiglio i mercati dei metalli preziosi. I prezzi dell’oro sono stati spinti ai massimi storici e si è aperto un divario enorme nel valore del metallo giallo nei suoi due centri di scambio, New York e Londra.

Per il momento, l’oro vale molto di più a Manhattan che nella capitale britannica, scatenando il più grande movimento transatlantico di lingotti fisici degli ultimi anni. I trader delle principali banche stanno facendo a gara per strappare l’oro dai caveau nelle profondità delle strade medievali di Londra e dalle raffinerie d’oro svizzere e trasportarlo attraverso l’oceano. Il modo più economico per trasportare in sicurezza un bene così prezioso è la stiva degli aerei commerciali.

I futures sull’oro a New York sono saliti dell’11% quest’anno, chiudendo mercoledì 12 a 2.909 dollari l’oncia e secondo alcuni analisti potrebbero presto raggiungere i 3.000 dollari l’oncia per la prima volta. Molti investitori considerano l’oro come un bene rifugio nei momenti di maggiore rischio. A Londra, tuttavia, i prezzi per oncia sono scesi di circa 20 dollari dall’inizio di dicembre, uno sconto insolitamente profondo, che secondo gli operatori riflette i potenziali dazi al confine con gli Stati Uniti.

Dai caveau di Londra al mercato di New York

Secondo gli operatori di mercato e gli analisti, una manciata di banche che hanno accesso a ingenti scorte d’oro, tra cui JPMorgan e Hsbc Holdings, sono in pole position per incassare la disconnessione. Altri stanno cercando di entrare in azione. Citigroup, già importante operatore nel settore dell’oro, sta cercando di unirsi a JPMorgan e Hsbc nel ristretto club di banche autorizzate a depositare i lingotti dei clienti nei caveau di Londra, secondo quanto dichiarato da persone che hanno familiarità con le delibere.

Ma alcune banche e hedge fund potrebbero subire un contraccolpo se non riuscissero a procurarsi rapidamente l’oro con il quale uscire da operazioni in perdita a New York. A dimostrazione della tensione che grava su alcuni operatori del mercato, il tasso di interesse per prendere in prestito l’oro è salito alle stelle.

Un motivo importante: La corsa all’oro verso New York ha provocato una coda di settimane per ritirare i lingotti dalle scorte sotterranee della Banca d’Inghilterra. I funzionari incaricati di monitorare il mercato londinese dell’oro hanno ricevuto telefonate ansiose da parte di banchieri che chiedevano di cortocircuitare il sistema. La Banca d’Inghilterra ha risposto che devono aspettare il loro turno.

Questione di dazi

La corsa all’oro dimostra come i passi di Trump per rimodellare il commercio mondiale si stiano ripercuotendo sui mercati internazionali. Di recente ha dichiarato che la posizione commerciale dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti è un’atrocità e ha promesso tasse punitive sulla regione. Sebbene non sia chiaro se i dazi incideranno direttamente sull’oro, la forbice dei prezzi si è allargata dopo che Trump ha presentato questa settimana un’ampia serie di dazi sull’alluminio e sull’acciaio.

I produttori che utilizzano l’oro stanno perdendo denaro e di conseguenza faticano a fissare il prezzo dei loro prodotti, ha dichiarato Wade Brennan, ceo di Kilo Capital, una società che concede prestiti alle aziende produttrici di materie prime. «La situazione è molto redditizia nel breve termine per alcuni operatori, in particolare le banche di compensazione e i raffinatori», ha dichiarato Brennan.

L’afflusso di oro a New York è iniziato subito dopo la vittoria di Trump. In tempi normali, la maggior parte degli operatori esce dai derivati che stabiliscono il prezzo futuro dell’oro prima che i lingotti fisici passino di mano. Investitori, banche, minatori e gioiellieri scambiano i contratti sulla borsa Comex di New York, uno dei due assi del mondo dell’oro.

Il Regno Unito, invece, è da secoli il luogo di riferimento per l’acquisto di lingotti fisici. I due mercati si muovono per lo più di pari passo. Quando non lo fanno, i commercianti sanno che possono far volare l’oro dove i prezzi sono più alti.

Le banche gestiscono grandi posizioni di compensazione, possedendo lingotti d’oro a Londra, prestandoli per ottenere un rendimento e coprendo il rischio che i prezzi scendano vendendo futures a New York. JPMorgan e Hsbc, che compensano le transazioni in oro e immagazzinano lingotti per altre banche a Londra, sono i maggiori attori di questo mercato transatlantico.

Il commercio sembra quasi privo di rischi finché i prezzi su entrambe le sponde dell’Atlantico sono vicini. Ma quando alla fine dell’anno scorso i prezzi del Comex sono saliti al di sopra di quelli di Londra, in seguito all’introduzione di possibili tariffe, i contratti che le banche avevano venduto a New York si sono trovati improvvisamente sott’acqua.

Ad aumentare l’urgenza, le perdite ingenti – anche sulla carta – richiederebbero alle banche di accantonare ulteriore capitale sui loro desk di materie prime, limitando la loro capacità di operare con profitto per anni.

Le banche potrebbero chiudere l’operazione acquistando futures a New York, ma questa mossa significherebbe cristallizzare le perdite. Un’altra alternativa: far volare l’oro fisico che possedevano a Londra fino a New York e consegnarlo invece ai proprietari dei contratti futures, ha detto Robert Gottlieb, un dirigente di trading dell’oro in pensione, i cui post su LinkedIn sul disordine sono diventati una lettura obbligatoria nel mercato.

Una volta coperte le posizioni aperte, le banche avevano la possibilità di vincere alla grande. Come? Bloccando i prezzi più alti a New York attraverso i futures e spedendo ancora più oro. La sola JPMorgan ha dichiarato di aver pianificato la consegna di 4 miliardi di dollari di oro questo mese, secondo i dati del Comex. Non è stato possibile capire quanta parte della spedizione fosse destinata a ridurre le perdite e quanta a fare soldi.

Ma non è facile spostare l’oro

Anche per società come JPMorgan, spedire oro a New York non è semplice. Le società di sicurezza trasportano i lingotti all’aeroporto di Londra con furgoni ad alta resistenza. I contratti Comex richiedono lingotti di dimensioni diverse, quindi gli operatori devono inviare l’oro ai raffinatori svizzeri per rifonderlo prima di volare negli Stati Uniti.

A volte, tagliano la prima tappa europea consegnando l’oro al raffinatore a Londra in cambio del lingotto della giusta dimensione, oppure facendo arrivare il lingotto dall’Australia. L’ultima grande perturbazione del mercato dell’oro si è verificata nel 2020, quando la pandemia di coronavirus ha bloccato le raffinerie svizzere e i voli.

Il divario di prezzo ha creato problemi agli operatori che gestiscono grandi posizioni transatlantiche senza un facile accesso ai lingotti. Alcuni si sono affrettati a prendere in prestito il metallo che avevano prestato a Londra per coprire le loro posizioni corte in futures a New York. Si sono imbattuti in un collo di bottiglia presso la Banca d’Inghilterra, che custodisce sotto la sua sede un deposito di lingotti, la maggior parte dei quali è di proprietà delle banche centrali d’oltreoceano.

La Banca d’Inghilterra, tuttavia, ha faticato a far uscire dai suoi depositi bancali d’oro abbastanza velocemente da soddisfare la domanda dilagante. «Ci sono reali vincoli logistici e di sicurezza», ha dichiarato la scorsa settimana Dave Ramsden, vice governatore. «Per me è stato un po’ più difficile entrare in banca stamattina perché c’era un camion nel cortile dei lingotti... Ci vuole tempo e la roba è anche piuttosto pesante».

Ma Gottlieb, il dirigente in pensione, sostiene che il sistema sta fallendo. Egli indica i commercianti che chiedono a gran voce l’oro e le banche centrali che conservano l’oro presso la Banca d’Inghilterra e che vorrebbero prestare i lingotti a tassi d’interesse altissimi, ma non possono farlo.

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21/01/2025

Mali - Il governo sequestra l’oro estratto da una multinazionale occidentale

Seguiamo sempre le vicende del Sahel, che rappresenta un’area dal valore strategico centrale per la UE. Negli ultimi anni il cambio di governo in molti paesi di questo pezzo d’Africa ha messo in crisi l’eredità coloniale francese e i progetti imperialistici di Bruxelles.

A fine novembre avevamo riportato di come nel Mali due multinazionali occidentali avessero già dovuto fare i conti con il nuovo approccio delle sue autorità. Tra arresti e pagamenti dello sfruttamento minerario, sembrava che la questione fosse risolta.

Invece, la canadese Barrick Gold, tra le più grandi compagnie di estrazione d’oro al mondo, ha fatto sapere che il governo maliano ha sequestrato circa tre tonnellate metriche di oro del sito minerario di Loulo-Gounkoto, dal valore di 245 milioni di dollari.

La società nordamericana ha notificato “di aver avviato la sospensione temporanea delle operazioni” nel paese africano. Bisogna ricordare che il Mali ha spiccato un mandato d’arresto per Mark Bristow, l’amministratore delegato dell’azienda mineraria.

Le tensioni sono cominciate nel 2023, con un nuovo codice minerario per perseguire un miglior rispetto della sovranità del paese e una divisione più equa dei proventi delle sue risorse. Basti pensare che le esportazioni di oro hanno rappresentato l’80% del totale nel 2023.

Il 2 gennaio, secondo Reuters, il giudice Boubacar Moussa Diarra avrebbe dato l’ordine di sequestro, che è arrivato dopo la richiesta non evasa di altri 500 milioni di tasse non pagate. Barrick Gold aveva segnalato che i rapporti con il governo maliano si erano notevolmente deteriorati nell’ultimo mese.

Sempre su Reuters si può leggere che il ministro dell’Economia maliano avrebbe quantificato in oltre cinque miliardi di dollari l’effettivo ammontare che la compagnia canadese deve al paese africano, per lo sfruttamento di due suoi siti minerari.

Dalla multinazionale fanno sapere che stanno lavorando per “trovare una soluzione amichevole che garantisca la sostenibilità a lungo termine del complesso minerario di Loulo-Gounkoto e il suo contributo vitale all’economia e alle comunità del Mali”.

Che siano interessati alle sorti della popolazione locale è difficile da credere. La sospensione dell’attività a Loulo-Gounkoto potrebbe venire a costargli poco più di un decimo dei guadagni, e i suoi vertici hanno già chiesto a un organismo della Banca Mondiale un arbitrato internazionale in merito.

Ma al di là dell’aspetto legale, anche questa vicenda parla del superamento del sistema neo-coloniale francese che ha segnato l’area per decenni. Misure simili sono state prese anche dal Niger e dal Burkina Faso, quarto produttore di oro del continente nel 2023 – con il Mali al secondo posto –.

Non è dunque un caso che, nel precipitare dello scontro internazionale, della frammentazione del mercato mondiale e della divisione in blocchi, si possa leggere sul Financial Times il riferimento agli interessi che hanno invece sia la Cina sia la Russia in quei paesi.

Dal punto di vista dell’euroatlantismo in crisi che si prepara alla guerra, chi non si lascia assoggettare agli interessi occidentali e preferisce rapporti che rispecchino maggiore equità è pericoloso, e parte dello schieramento dei nemici.

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13/07/2023

I BRICS, l’oro e la dedollarizzazione

di Guido Salerno Aletta

La Storia la scrivono i vincitori: e stavolta spetta alla Cina, che ha sbaragliato l'Occidente nel Ventennio della Globalizzazione. Assai meno impulsiva e presuntuosa degli Stati Uniti, che pretesero di subentrare al lungo dominio della Sterlina senza rendersi conto che lo straordinario successo della loro economia era dovuto soprattutto alle due guerre mondiali combattute in Europa, la Cina si è sempre cautelata sotto il profilo monetario e valutario: ha esercitato e continua a farlo per quanto possibile, in un contesto di enorme complessità viste le dimensioni che hanno raggiunto la sua economia e le interazioni con l'estero, il controllo delle dinamiche economiche e finanziarie.

Non è casuale infatti che, mentre nel resto mondo ci si lamenta per l'alta inflazione da cui deriva la falcidie dei redditi reali e del risparmio, e per gli ulteriori effetti negativi sulla crescita economica che derivano dalle politiche monetarie restrittive adottate dalle Banche centrali, in Cina si cerca di stimolare la crescita economica e di ovviare alla caduta dei prezzi mediante una politica monetaria e creditizia espansiva: la Banca del Popolo Cinese, diversamente dalla Fed e dalla Bce, non ha inondato per anni i mercati di sempre nuova liquidità comprando titoli del debito pubblico, abbattendo le rendite e fornendo munizioni invincibili per la speculazione. Dopo anni di taglieggiamento per via dei tassi che erano stati portati a zero, ora le banche sono tornate a fare profitti di dimensione mai vista prima. Molte imprese si sono accodate, dal settore energetico a quello alimentare: aumentano i prezzi con ogni scusa, compensando con i maggiori fatturati monetari il ristagno delle vendite. Un sistema che nel breve le rende euforiche, ma che le porta all'autodistruzione.

Mentre l'Occidente passa da una crisi finanziaria all'altra, la Cina ha cercato di scansarle tutte: il Mercato si autoregola, certo, ma passando dai boom per euforia agli scoppi disastrosi della bolle speculative che aveva creato.

Il Gruppo dei BRICS, come accadde inizialmente al G5 che fu portato a G7 per l'insistenza dell'Italia che era rimasta esclusa da questo formato di cooperazione occidentale nonostante il suo Pil avesse superato quello della Gran Bretagna, aggiungendo però anche il Canada per bilanciare la presa del mondo anglosassone, si fonda sugli interessi convergenti dei Paesi partecipanti.

C'è un aspetto ulteriore, che riguarda i BRICS: la Cina è attualmente il più grande consumatore e produttore mondiale di oro al mondo, seguita dalla Russia. Nelle classifiche ufficiali, il Brasile si colloca al settimo posto mentre il Sudafrica, che pure non è più leader mondiale della produzione dell'oro, sebbene secondo le stime dell'US Geological Survey detenga il 50% delle risorse aurifere del pianeta, rimane secondo produttore in Africa dopo il Ghana. In quest'ultimo le riserve iniziano ad esaurirsi e il paese è passato all'undicesimo posto nella graduatoria della produzione mondiale. In India, il rapporto con l'oro è sempre stato un tema assai politicamente complesso: costretta ad usare la rupia coniata in argento quando era colonia britannica per lasciare il monopolio dell'oro alla sterlina, c'è sempre stata grande incetta per uso privato, con forti limitazioni legislative per evitare questa forma di tesaurizzazione mediante il divieto di produrre monili con un oro superiore ai 14 carati.

Anche oggi, tutte le Banche centrali detengono riserve auree tra gli attivi patrimoniali a fronte dei quali emettono moneta, cui si aggiungono quelle in valuta "forte": dollaro, euro, sterline, yen e di recente ed in misura limitata anche yuan. La ragione di questa pratica ha origine storiche: poiché la Banca di Inghilterra aveva una copertura garantita tra oro delle riserve e banconote in circolazione, detenere sterline significava detenere oro. Lo stesso valeva per i dollari, fino al 1971.

Ma questa relazione tra l'oro e le riserve in valuta "forte" iscritte all'attivo patrimoniale da una parte, e le emissioni di moneta che risultano al passivo delle Banche centrali non esiste più: all'attivo vengono iscritti non solo i crediti che vengono erogati alle banche a fronte dell'immissione di liquidità a tempo determinato, ma soprattutto i titoli di Stato che vengono comprati sul mercato in cambio delle immissioni di liquidità in via definitiva effettuate con i Qe.

La moneta non ha dunque un valore intrinseco, ma quello che deriva dalla sua accettazione: è "moneta fiat", e la forza del dollaro deriva dalla sua straordinaria accettazione a livello globale per ogni tipo di operazione, dal commercio alla finanza. Il punto è che la quantità di dollari in circolazione, ed i tassi di interesse sono decisi dalla Fed nell'interesse dell'economia americana, con l'obiettivo di aumentare l'occupazione e la crescita dell'economia stessa al massimo livello compatibile con la stabilità del valore del dollaro. Le manovre espansive o restrittive decise dalla Fed comportano dunque conseguenze per tutti gli "operatori in dollari", favorendo o penalizzando, di caso in caso, i debitori o i creditori, i compratori o i venditori.

La de-dollarizzazione è dunque un obiettivo strategico per tutti i Paesi che intendono sottrarsi a questo straordinario privilegio che ha la valuta statunitense. La Cina ha sempre avuto un'enorme attenzione sia al tasso di cambio con il dollaro che ai flussi di capitali verso l'estero in yuan: una rivalutazione della sua moneta avrebbe compromesso l'export ed una svalutazione la proficuità degli investimenti interni.

L'idea che i BRICS possano creare anche in prospettiva una moneta comune, come l'Euro, non ha il minimo fondamento: è una gabbia pericolosa e dannosa.

Il processo di de-dollarizzazione riguarda innanzitutto la creazione di infrastrutture tecnologiche ed amministrative alternative a quelle "occidentali" come lo SWIFT per le transazioni bancarie ed i circuiti di pagamento delle carte di credito.

In secondo luogo, si attivano processi di negoziazione commerciale in valute nazionali: alla Russia fa comodo vendere petrolio alla Cina incassando yuan, perché si smarca dal dollaro ed acquisisce la valuta con cui può comprare direttamente merce cinese; lo stesso interesse ha la Cina, che usa valuta propria per comprare e vendere con la Russia. Lo stesso vale per la vendita di petrolio da parte dell'Arabia Saudita ed il commercio con l'Argentina, nella misura in cui non c'è bisogno di utilizzare i dollari per effettuare transazioni bilaterali.

In terzo luogo, si attivano sistemi di swap bilaterale tra le Banche centrali dei Paesi: quella della Cina presta yuan alla sua corrispondente argentina, che li fornisce ai propri importatori per pagare la merce cinese; così come quella dell'Argentina presta pesos alla sua corrispondente cinese, che a sua volta li fornisce ai propri importatori per pagare la merce argentina. Se il commercio internazionale è bilanciato, alla fine del periodo è tutto già regolato.

In quarto luogo, si attivano sistemi di finanziamento ad hoc: le banche di ciascun Paese si insediano nel Paese corrispondente per finanziare il commercio o gli investimenti, su base di reciprocità.

Il problema sono innanzitutto gli squilibri commerciali internazionali: quando, nel complesso, c'è un Paese che compra più di quanto vende. Qui sta il punto: se deve svalutare la propria moneta per comprare di meno e vendere di più, anche gli altri devono corrispondentemente rivalutare per vendere meno e comprare di più.

A questo punto serve una unità di conto comune, che pesi i rapporti tra le economie che partecipano al sistema, rendendo possibile questo meccanismo di riequilibrio valutario: a questo serviva lo SME, che nel '92 saltò in aria per convergenti interessi strategici e speculativi enormemente superiori, di Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna.

Se si mantiene un rapporto stabile tra le riserve patrimoniali delle Banche centrali, auree e valutarie, e la moneta in circolazione, si limitano le conseguenze negative derivanti dalla immissione eccessiva di liquidità attraverso il Tesoro, le Banche ordinarie ed i Mercati finanziari. È un limite alle politiche monetarie che va posto, per evitare che creino problemi maggiori di quelli che vorrebbero correggere sia sul piano interno che internazionale.

C'è bisogno di un riequilibrio nei processi di accumulazione internazionale: neppure la Cina può continuare ad accrescere le proprie attività sull'estero, mentre gli altri Paesi si indebitano.

Questa sarà la vera prova di maturità per la Cina, verso i Partner dei BRICS e verso il Sud del Mondo: mentre non può minimamente pensare di sostituire la dittatura del dollaro con quella dello yuan, può certamente contribuire alla costruzione di un sistema di relazioni internazionali più equilibrato.

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