Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/06/2025

Il Burkina Faso continua la nazionalizzazione del proprio oro

Il governo del Burkina Faso ha ufficializzato il trasferimento in mani statali di due miniere d’oro e di tre licenze di esplorazione per la ricerca del metallo prezioso. Una notizia che fa seguito a quelle di inizio maggio, che avevano già preannunciato l’intenzione della giunta guidata da Ibrahim Traoré di togliere ulteriore spazio alle compagnie minerarie occidentali nel proprio paese.

Al potere dalla fine del 2022, il nuovo governo, dopo aver rivisto il codice minerario e aver istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), un ente statale investito del compito di gestire e sviluppare le risorse strategiche, aveva già ritirato i permessi per le miniere d’oro di Inata e di manganese di Tambaoil nel marzo 2024.

La giunta burkinabè aveva poi nazionalizzato anche altre due miniere d’oro, quella di Boungou e quella di Wangnon, con un accordo dal valore di circa 80 milioni di dollari. Il primo sito era della britannica Endeavour Mining, mentre il secondo era affidato alla statunitense Burkina Lilium Mining. Ora, dunque, il paese africano fa un passo ulteriore su questo percorso.

La SOPAMIB, dal momento della sua fondazione, ha raccolto più di 8 tonnellate di oro nel 2024, e più di 11 solo nel primo trimestre del 2025, creando una vera e propria riserva aurea nazionale. Bisogna inoltre considerare l’importanza che il metallo ha riassunto negli ultimi mesi come bene rifugio, con i prezzi che sono aumentati in maniera sostenuta.

Va ricordato che il Burkina Faso è il quarto produttore africano d’oro, ed esso rappresenta anche il principale prodotto d’esportazione del paese. Tra il 2016 e il 2021 la quantità del metallo estratto era già aumentata del 74%, ed ora la giunta burkinabè vuole ridefinire i rapporti di potere nel settore, rispetto alle multinazionali occidentali, per assicurare benefici maggiori alla sua popolazione.

È la logica che hanno seguito le altre realtà che si sono ribellate al neocolonialismo occidentale e hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Il Niger ha tagliato le fondamentali forniture di uranio di Parigi, mentre il Mali si è concentrato, anch’esso, sulle sue miniere d’oro. Tutti insieme, hanno assestato un duro colpo alla penetrazione occidentale nell’Africa sub-sahariana.

Forse anche per questo il tentativo di rovesciare il governo di Traoré è sempre in agguato. Ma bisogna anche dire che, seppur le ultime informazioni abbiano suscitato ulteriore preoccupazione negli investitori occidentali, nelle ultime settimane si è parlato di un accordo minerario tra i vertici burkinabè e l’australiana West African Resources Ltd, purché i termini siano favorevoli alla popolazione africana.

È questo il nodo. I processi politici di marcata impronta anticoloniale innescatisi negli ultimi anni dall’inasprirsi delle contraddizioni nella cintura del Sahel, ai margini dell’area che l’Unione Europea – in particolare attraverso la presenza francese – vorrebbe dichiarare come propria sfera di influenza, accanto al Mediterraneo allargato, continuano a mettere in crisi le mire imperialistiche unioneuropeiste.

Il Burkina Faso e i suoi alleati regionali vogliono evitare di tornare nella morsa dei vecchi padroni coloniali.

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28/03/2025

La Commissione Europea vara 47 progetti strategici sulle materie prime

Il 25 marzo la Commissione Europea ha adottato e reso pubblica una lista di 47 progetti strategici per l’approvvigionamento di materie prime fondamentali nell’orizzonte della competizione globale. I paesi citati in questa lista sono un totale di 13 sui 27 stati membri, e riguardano 14 delle 17 materie prime individuate dal Critical Raw Material Act (CRMA).

Questo provvedimento ha l’obiettivo di ridurre la dipendenza, per tali materiali, da filiere che non fanno capo a Bruxelles. Entro il 2030, la UE punta a raggiungerne l’estrazione autonoma per il 10% del consumo annuale, nonché a lavorarne e a riciclarne rispettiva il 40% e il 25%.

Tra le 14 materie prime interessate dai progetti vincitori, in 22 casi è coinvolto il litio, in 12 il nichel, in 11 la grafite, in 10 il cobalto e in 7 il manganese. Tutti materiali fondamentali per la catena del valore dell’elettrico, mentre il magnesio e il tungsteno assumono un ruolo centrale nelle prospettive della difesa e dell’aerospazio.

25 progetti riguardano direttamente le attività di estrazione, e molte delle nuove miniere saranno scavate nella penisola iberica. 24 delle iniziative approvate, invece, riguardano le attività di lavorazione, 10 quelle di riciclaggio e 2 quelle di sostituzione di materie prime. Sono 4 i progetti italiani a cui è stato dato il via libera, tutti riguardanti il riciclaggio.

Negli scorsi mesi, il ministro Urso aveva spinto per la ricognizione e il potenziamento delle attività italiane di estrazione mineraria con un valore strategico per la UE. Vengono ora approvati i progetti della svizzera Glencore a Portovesme, in Sardegna, della multinazionale belga Solvay a Rosignano, in Toscana, e delle italiane Itelyum Regeneration e Circular Materials, rispettivamente a Frosinone e Padova.

Il Commissario europeo all’Industria, Stéphane Séjourné, ha commentato: “non vogliamo sostituire la nostra dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza dalle materie prime. Il litio cinese non sarà il gas russo di domani”. Emerge in maniera esplicita la dimensione di scontro, anziché di cooperazione, con cui la UE pensa al raggiungimento di una maggiore autonomia strategica.

Affinché i 47 progetti diventino operativi, si prevede un investimento complessivo di 22,5 miliardi di euro. Secondo una fonte riportata da Euronews, l’esecutivo comunitario spera che questi progetti trovino i fondi direttamente sul mercato. Affinché questo accada, verrà dato il “supporto coordinato della Commissione, degli Stati membri e delle istituzioni finanziarie”.

Séjourné ha per ora reso noto un finanziamento di 2 miliardi che arriverà nel 2025, messo a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti. La UE, dunque, dice quello di cui avrebbe bisogno per stare al passo con la competizione globale, ma allo stesso tempo rimane ligia all’idea che il suo ruolo è innanzitutto quello di contribuire ad attivare investimenti privati.

Sono infatti previsti “prestiti, o partecipazioni azionarie, o garanzie sui prestiti”, oltre alla semplificazione burocratica. È evidente che il risultato sarà quella della devastazione di interi territori per venire incontro alle mire imperialiste di Bruxelles, con l’accelerazione delle autorizzazioni che arriveranno entro 27 mesi per i siti di estrazione, entro 15 per tutti gli altri casi.

Per quanto riguarda possibili progetti in paesi terzi, sempre Séjourné ha detto che “l’analisi verrà effettuata nelle prossime settimane”. È interessante il fatto che il Commissario europeo abbia anche annunciato la volontà di inaugurare, entro la fine del 2026, un centro comune per l’acquisto delle materie prime critiche, “un po’ sul modello che abbiamo usato per i vaccini ai tempi del Covid”.

I provvedimenti che, un po’ ovunque, segnalano la frammentazione del mercato mondiale e l’inasprirsi della competizione internazionale continuano a moltiplicarsi.

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20/11/2024

Mali - È finita la pacchia per le multinazionali estrattive

Le compagnie minerarie australiane e canadesi Resolute Mining e Barrick Gold stanno verificando che nei paesi africani indipendenti l’aria è decisamente cambiata.

L’australiana Resolute ha detto che pagherà in due tranche al governo maliano 80 milioni di dollari ed altri 80 milioni nei “prossimi mesi”. L’accordo raggiunto dovrebbe risolvere le controversie con il governo “comprese quelle relative a tasse, dazi doganali e gestione dei conti offshore”. Il gruppo sta “ora lavorando con il governo sui restanti passaggi procedurali per il rilascio dei suoi tre dipendenti”, ha detto la società.

È accaduto infatti che tre dirigenti del gruppo che possiede una miniera d’oro in Mali sono stati arrestati all’inizio dei novembre dopo essersi recati nella capitale, per quelli che pensavano fossero normali negoziati con la giunta militare al potere. Ma l’amministratore del gruppo, il britannico Terence Holohan e due dei suoi colleghi sono stati arrestati e presi in custodia “inaspettatamente”. Sono stati interrogati in un caso di presunta contraffazione e danneggiamento di proprietà pubblica, riporta la pagina Jeune Afrique.

La Resolute, possiede l’80% delle azioni della filiale che possiede la miniera di Syama (sud-ovest), il restante 20% è nelle mani dello Stato maliano. La società australiana possiede anche un sito di estrazione dell’oro a Mako, nel vicino Senegal, e sta conducendo altri progetti di esplorazione in Mali, Senegal e Guinea.

Da quando hanno preso il potere, i leader del Mali hanno promesso di garantire una distribuzione più equa dei proventi dell’estrazione mineraria nel paese fin qui dominata da gruppi stranieri. Le autorità maliane hanno fatto della lotta alla corruzione e del ripristino della sovranità nazionale sulle risorse naturali i loro mantra.

Jeune Afrique ricorda che questa è la seconda volta in pochi mesi che i dirigenti di una società mineraria straniera vengono arrestati in Mali. Quattro dipendenti della società canadese Barrick Gold, alle prese con un contenzioso con le autorità statali del Mali, sono stati trattenuti per diversi giorni alla fine di settembre e poi rilasciati.

Barrick Gold ha dichiarato di aver pagato 50 miliardi di franchi CFA (circa 81 milioni di dollari) in ottobre come parte di un accordo con il governo maliano.

Le società minerarie straniere sono sottoposte ad una maggiore pressione da parte della giunta, salita al potere nel 2020 e che sta prestando molta attenzione ai rilevanti guadagni dell’industria mineraria in mano alle multinazionali straniere.

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16/01/2023

Germania - La polizia carica gli ambientalisti e archivia anni di “green washing”

È finita da qualche tempo la luna di mile tra l’establishment del capitalismo occidentale e “l’ambientalismo”. Se poi ci si ricorda che la principale esponente dei Verdi tedeschi – Annalena Baerbock – è diventata ministro della difesa e tra i più sfegatati bellicisti del fronte Nato, allora bisogna ammettere che l’ambientalismo “realista”, quello sempre ansioso di “entrare nel Palazzo”, ha definitivamente dichiarato guerra alla propria base elettorale. E proprio sull’ambiente!

Lo si è visto dal vivo ieri in Germania, a Lützerath, dove 10mila persone, compresa Greta Thunberg, stanno da giorni protestando contro l’espansione della locale miniera di carbone in Nord-Reno Vestfalia.

La polizia è intervenuta per sgomberare gli accampamenti ambientalisti sorti a difesa della cittadina, e ben presto la scena è diventata da battaglia campale, con tanto di agenti a cavallo.

La miniera di Garzweiler era una di quelle che doveva chiudere, anche perché la sua produzione annuale era ormai ridotta a soli 25 milioni di tonnellate di lignite. Ovvero un tipo di carbone poco efficiente ma soprattutto altamente inquinante.

Con la guerra in Ucraina l’equazione energetica di tutta Europa è cambiata drasticamente, cosicché il governo – con i Verdi dentro! – ha deciso che quella miniera non solo resterà aperta, ma verrà più che decuplicata la sua produzione: 280 milioni di lignite entro il 2030.

Altra caratteristica pericolosa della lignite è che si trova molto vicino alla superficie; dunque le miniere non si sviluppano in profondità, ma si “allargano” sbancando con mega-ruspe grandi appezzamenti di terreno.

Nonostante la sua ormai piccola produzione, infatti, la miniera si estende per circa 48 chilometri quadrati. Per raggiungere gli obiettivi dichiarati, insomma, bisognerà combinare disastri epocali, tra cui – nel caso specifico – la distruzione completa di almeno altri sette paesi (oltre ai venti scomparsi da quando esiste la miniera).

Gli attivisti in azione sono doppiamente circondati: militarmente dalla polizia, come detto, ma politicamente abbandonati dal loro “partito di riferimento”. Il che ha messo organizzazioni ormai “storiche”, come Greenpeace e Fridays For Future, in una difficoltà estrema.

Tutto il rodato schema che aveva consolidato negli ultimi decenni il legame tra movimenti e “rappresentanza politica” – con benefici reciproci, in termini di agibilità, finanziamenti oppure consenso elettorale – è stato dissolto nell’aria in poche settimane di guerra.

Già a ottobre, il cancelliere Olaf Scholz aveva annunciato la riapertura di cinque centrali elettriche alimentate a lignite. Ed a occuparsi della questione è stato nientemeno che il presidente del partito ambientalista, Robert Habeck, che da poco più di un anno ricopre anche la carica di vice-cancelliere e ministro dell’Economia, siglando un accordo con il colosso energetico RWE.

La contraddizione è diventata così palese e violenta che uno dei dirigenti dei Verdi, Luisa Neubauer, che è anche anche tra i leader tedeschi di Fridays For Future, è stata costretta a mettersi di traverso.

Ma si tratta più che altro di parole. Persino Greta Thunberg, presente alle manifestazioni e diventata celebre anche per il “bla bla bla” con cui aveva bollato le ultime conferenze Cop, si è limitata a dichiarare che “La Germania si sta davvero mettendo in imbarazzo in questo momento. È scioccante vedere cosa sta accadendo. Vogliamo mostrare com’è il potere del popolo, com’è la democrazia”. Ha poi invitato logicamente a proseguire la mobilitazione.

Luzerath era diventata famosa quando, qualche anno fa, diversi movimenti ambientalisti si erano insediati nei paesi abbandonati “costruendo case sugli alberi, impianti fotovoltaici, centri comunitari e ripopolando un villaggio fantasma per dimostrare che una società basata sulla giustizia climatica e la solidarietà è possibile”.

Sembra improbabile, a questo punto, che si possa assistere di nuovo ai paternalistici incontri – tipo quello concesso da Mario Draghi, a Roma, proprio a Greta Thunberg – in cui i potenti del capitalismo finanziario si mostrano interessati ai “temi ambientali”. Anni e anni di narrativa green washing vengono così archiviati senza neanche una “narrativa” di ricambio.

In ogni caso la crisi climatica e ambientale non si ferma. Sarà perciò il caso che anche i movimenti ambientalisti assumano, nel prossimo futuro, una più marcata caratterizzazione anti-capitalista. Come si sta provando a fare anche qui in Italia, per fortuna...

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21/01/2022

Serbia - Annullata la concessione alla multinazionale Rio Tinto

Adesso è ufficiale. Il governo della Serbia ha abrogato il decreto sul Piano territoriale per la realizzazione del progetto di sfruttamento e lavorazione della jadarite della multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.

A riferirne è l’agenzia “Beta”, secondo cui la premier serba Ana Brnabic ha precisato che l’esecutivo ha annullato tutti gli atti amministrativi relativi al progetto portato avanti dal gruppo anglo-australiano Rio Tinto e dalla sua controllata Rio Sava Exploration.

“Tutti i permessi sono stati annullati e non abbiamo mai avuto contratti”, ha detto la premier al termine della seduta. Brnabic ha aggiunto che è stato abolito il gruppo di lavoro per l’attuazione del progetto Jadar. In questo modo, ha detto ancora Brnabic, sono state soddisfatte tutte le richieste delle proteste popolare dei mesi scorsi ed è stato “messo un punto a Rio Tinto in Serbia”.

Nei giorni scorsi la stessa premier Brnabic aveva detto che la Serbia “deve essere pronta a combattere” se la società Rio Tinto deciderà di citarla in giudizio. Brnabic aveva spiegato che l’attuale governo ha ereditato questa situazione dagli esecutivi precedenti, perché il gruppo è stato portato in Serbia nel 2003.

La Rio Tinto, secondo Brnabic, aveva ricevuto un permesso per effettuare delle esplorazioni nel 2004. Il permesso era stato prorogato nel 2006, quando era stata modificata la legge mineraria del 1995. La modifica aveva introdotto il principio di continuità, per cui chi aveva ricevuto il diritto di condurre esplorazioni aveva anche il diritto esclusivo allo sfruttamento.

La multinazionale mineraria anglo-australiana Rio Tinto nei giorni scorsi aveva fatto intanto sapere di star “valutando” un rinvio delle scadenze del progetto di sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di litio nella valle di Jadar, nei pressi di Sabac.

Come motivazione ufficiale Rio Tinto indica i ritardi nell’approvazione della licenza di esplorazione, un prerequisito per ottenere la valutazione di impatto ambientale (Via) e per avviare il processo di consultazione necessario prima dell’avvio dei lavori effettivi.

Da novembre sono cresciute le proteste popolari in tutta la Serbia contro il possibile investimento della multinazionale Rio Tinto nell’area della valle di Jadar. Lo scorso 3 gennaio il presidente serbo aveva dichiarato che non sarà effettuata l’estrazione del litio, progettata da Rio Tinto, fino a quando non saranno fatti ulteriori studi.

Non è affatto impossibile escludere che la revoca della concessione alla multinazionale anglo-australiana sia in qualche modo anche una ritorsione contro il governo australiano che ha impedito al campione di tennis Djokovic di entrare nel paese per partecipare ad un prestigioso torneo internazionale.

Così come l’esclusione di Djokovic dal torneo può essere stata causata anche dalla controversia mineraria con la multinazionale.

La vicenda del campione era diventata un affaire politico a tutto tondo, soprattutto in Serbia dove l’opinione pubblica ha vissuto come una vendetta lo stop dell’Australia al tennista serbo, che sui social aveva appoggiato le manifestazioni popolari contro la Rio Tinto.

I giudici australiani hanno affermato che la decisione presa dal ministro dell’immigrazione Alex Hawke di espellere il campione serbo non è stata irrazionale, in quanto era legata al fatto che il campione serbo non vaccinato poteva rappresentare un rischio per la salute e l’ordine pubblico.

Nella stessa sentenza si afferma però che la presenza di Djokovic in Australia avrebbe potuto incoraggiare proteste anti-vax, ed anche influenzare le persone che avevano dei dubbi sul vaccino.

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15/01/2022

La vicenda Djokovic riporta a galla lo scontro con la “Rio Tinto” in Serbia

Il braccio di ferro tra il governo australiano e il campione del tennis, il serbo Djokovic, sta diventando un affaire internazionale che riporta a galla lo scontro sulla concessione – in Serbia – di miniere del preziosissimo litio alla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, presente in molti paesi del mondo.

Ad aprire il fuoco è stato il quotidiano serbo “Republika”, che chiama in causa il governo australiano di Scott Morrison, ma in modo più preciso il suo segretario John Kunkel.

Republika ricorda che Kunkel dal 2016 al 2018 ha lavorato per la Rio Tinto come capo del dipartimento per la cooperazione con il governo australiano per poi passare nel 2018 all’ufficio del primo ministro.

“Ecco perché ci sono sempre più commenti secondo cui Djokovic è solo un danno collaterale del conflitto di interessi di questi due personaggi”, prosegue il giornale serbo, fino a parlare di una “vendetta” trasversale nei confronti del governo serbo, che intenderebbe fermare il progetto di sfruttamento minerario della multinazionale.

Djokovic, sui propri canali social, aveva pubblicato le immagini delle proteste popolari e ambientaliste contro la Rio Tinto, verso la quale viene rilevato il marcia indietro della premier Ana Brnabic e del presidente della Repubblica, Aleksandar Vucic, nelle trattative con il gruppo minerario.

Il 7 gennaio la premier Brnabic aveva affermato che “il governo è vicino” alla decisione di annullare tutti gli accordi presi in precedenza con Rio Tinto.

“Bisogna vedere solo quale è lo scotto e quale il prezzo da pagare per la rescissione degli accordi”, ha detto la premier aggiungendo che di questo avrebbe discusso con il capo dello Stato. Lo stesso Vucic, pochi giorni dopo aveva affermato “di avere l’impressione” che il governo deciderà di fermare le trattative con la multinazionale dopo aver agito invece per agevolarle.

La proposta avanzata a fine novembre di una modifica alla legge sull’esproprio, che eliminava di fatto alcune barriere legislative a tutela dei proprietari di terreni, era stata vissuta dalla popolazione come una norma a favore di Rio Tinto, per consentire un più rapido avvio dello sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di litio nella valle di Jadar, nei pressi della città di Sabac.

L’altra rogna è che le modifiche avanzate dal governo contemplavano anche l’abolizione del quorum per la validità del referendum contro la concessione mineraria e l’introduzione di una tassa da pagare per i cittadini che aderivano alla raccolta delle firme per le iniziative civiche.

In molti hanno collegato questa misura ai cedimenti verso la Rio Tinto, perché nei mesi precedenti era stata avanzata l’ipotesi di svolgere un referendum per l’approvazione dell’investimento anglo-australiano.

A novembre sono partite le proteste popolari e ambientaliste e ancora sono in corso. Le manifestazioni hanno trovato il sostegno del campione di tennis Novak Djokovic.

“Aria pulita, acqua e cibo sono la chiave della salute. Senza questo, ogni parola sulla ‘salute’ è superflua”, aveva scritto Djokovic postando sui social una foto delle proteste contro la Rio Tinto a Belgrado, e forse quei post non sono stati molto graditi dal consiglio d’amministrazione delle multinazionale anglo-australiana.

La Rio Tinto non gode di buona fama in materia di violazioni dei diritti umani e del lavoro e devastazioni ambientali perpetrate da Rio Tinto in tutto il mondo e nel corso di decenni.

“Dalla Papua Nuova Guinea alla Namibia, dalla penisola superiore del Michigan negli Stati Uniti al Madagascar, e dal Camerun all’Indonesia, Rio Tinto ha un lungo e vergognoso primato”, è scritto in un apposito dossier curato dal sindacato internazionale dei minatori.

Nel 2019 una manifestazione contro le violazione dei diritti dei lavoratori si tenne sotto la sede della Rio Tinto a Londra.

La legge sull’esproprio dei terreni a Sabac non è stata firmata dal capo dello Stato e alla fine è stata ritirata con grande “scorno” della Rio Tinto. Ma la mobilitazione non accenna a rientrare ed ha annunciato nuovi blocchi stradali in tutto il Paese, promettendo di non fermarsi fino a che non ci sarà la rinuncia ufficiale all’investimento Rio Tinto.

Tutto questo mentre il tennista serbo si apprestava a varcare il confine in un aeroporto australiano.

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05/05/2017

Il carbone che uccide: strage di minatori nell'Iran del petrolio

di Chiara Cruciati - il Manifesto

Hanno recuperato 35 corpi, hanno salvati 50 operai, ma sotto – a un 1,3 km di profondità – ci sono ancora minatori intrappolati. Due giorni dopo l’esplosione nella miniera di carbone di Zemestan-Yurt nella provincia nord-orientale di Golestan, in Iran, i soccorritori sono ancora al lavoro.

Le speranze di trovare gli altri 32 operai ancora sepolti dalle macerie sono nulle: il tunnel di due chilometri in cui stavano lavorando mercoledì mattina si è riempito di gas, lo stesso inalato dai compagni che hanno cercato di portarli fuori e ora sono ricoverati in ospedale. Ventuno di loro sono morti nel tentativo di salvare i colleghi.

C’È DA METTERE IN SICUREZZA la miniera, diceva ieri all’agenzia Irna il direttore provinciale del dipartimento Disastri, Sadegh Ali Moghadam: prima va rimosso il gas, che potrebbe provocare altre esplosioni, e poi va scavato un secondo tunnel – a fianco del principale – per raggiungere i minatori.

Di certo, aggiunge, «il bilancio delle vittime salirà». Delle ragioni del disastro si sa poco: i sopravvissuti raccontano di un’esplosione dopo il tentativo di azionare un motore. Forse la messa in moto ha innescato una perdita di gas.

Sul posto è arrivato il ministro del Lavoro, Ali Rabii, mandato dal presidente Rouhani a supervisionare le operazioni di soccorso. Uno spot elettorale letale per l’attuale presidente, con le urne che si apriranno tra 15 giorni.

Perché intorno a quei corpi tirati fuori senza vita, anneriti dal carbone e schiacciati dalle macerie, si concentrano le difficoltà di un paese ad un passo dalla fine dell’isolamento internazionale, ma ancora stretto nei confini di un’economia semi-chiusa.

Uno sforzo rappresentato proprio da Rouhani, il moderato che ha firmato l’accordo sul nucleare nella speranza di ristrutturare l’economia, diversificarla e aprire ad investimenti stranieri che possano incrementare l’occupazione.

LA MINIERA DI CARBONE, in tal senso, sbatte contro l’immagine di un paese che possiede l’11% di riserve mondiali di petrolio (il quarto al mondo e tra i principali esportatori globali con 4,3 milioni di barili al giorno) e il 15,8% di riserve mondiali di gas naturale (secondo produttore con 30mila miliardi di metri cubi).

L’Iran ha estratto 1,68 milioni di tonnellate di carbone lo scorso anno, quasi tutte dirette al consumo interno in costante crescita e alla produzione di acciaio. Un settore, quello estrattivo, che non invecchia: sono 68 i minerali presenti nel paese (ferro, oro, zinco, rame), oltre 3mila le miniere attive e 100mila gli occupati, a cui se ne aggiungono altri 400mila dell’indotto.

Una ricchezza che ha fatto dire un anno fa al governo di Teheran che entro il 2025 i nuovi investimenti avrebbero raggiunto i 20 miliardi di dollari.

LA ZONA PIÙ RICCA DI CARBONE è quella montagnosa a nord-est, tra la provincia di Mazandaran e quella di Golestan. È qui, a 130 chilometri da Teheran la cosmopolita, che lavorano sotto terra in 68 diverse miniere 1.200 minatori con mani e volti anneriti e polmoni pieni di gas e polveri.

Lunghe giornate di lavoro, pochissima sicurezza, metodi estrattivi tradizionali e spesso non automatizzati e salari all’osso: 220-240 euro al mese, meno del minimo fissato nel 2016 dalla Corte Suprema a 275 euro mensili.

Ieri, come accaduto dopo tragedie simili, si è accesa la rabbia tra gli operai e le comunità che vivono di miniera: il governo ha risposto con troppa lentezza, dicono alcuni; altri imputano l’ennesima strage di lavoratori alle cattive condizioni delle miniere.

Nonostante la Legge del Lavoro imponga standard di sicurezza, salario minimo, assicurazione obbligatoria, limiti agli orari di lavoro, nel settore minerario resta quasi inapplicata.

NEGLI ANNI PASSATI i minatori hanno organizzato proteste contro l’assenza di sicurezza e le privatizzazioni che hanno interessato dal 2000 il settore estrattivo, arrivando ad un mese consecutivo di sciopero tra maggio e giugno 2014 e tornando in piazza lo scorso anno contro l’ultima cessione.

Secondo i dati dell’International Journal of Injury Control risalenti a cinque anni fa, il tasso di incidenti sul lavoro si è attestato nel 2012 a 164 ogni 10mila minatori, contro i 106 del 2011.

AUMENTANO FERITI E MORTI bianche, si riduce il controllo statale: dal 2000 al 2014 lo Stato ha ceduto il 70% delle quote minerarie a privati e annunciato a maggio di tre anni fa la cessione di un altro 28%.

Nella pratica, una privatizzazione totale che toglie allo Stato il controllo dei luoghi di lavoro, peggiorando ulteriormente condizioni di vita, tasso salariale e sicurezza, lontano dagli occhi delle autorità di Teheran.

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30/11/2015

Brasile - Un onda di fango tossico ha raggiunto l’Oceano

In seguito al cedimento di due dighe, nel sudest del Brasile, il fango tossico è arrivato nell'Atlantico e potrebbe volerci un secolo per essere riassorbito.

“Fukushima brasiliana”, così è stata battezzata la tragedia che ha colpito il Brasile lo scorso 5 novembre in seguito al cedimento di due dighe nel sudest del paese. Il nome rende l’idea della gravità del disastro sociale e ambientale la cui vera portata non è ancora chiara. Il crollo delle dighe di proprietà della società mineraria Samarco, costruite per contenere le acque reflue, ha causato undici morti e dodici dispersi ed è il peggior disastro ambientale nella storia del Brasile, tra i più gravi mai avvenuti al mondo. La muraglia di fango che ha investito il villaggio di Bento Rodrigues conteneva infatti sostanze altamente tossiche come mercurio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti.

Come temuto dai biologi, la marea velenosa costituita da 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici, ha prima devastato il bacino del Rio Doce e dei suoi affluenti nel Minas Gerais e ora si appresta ad avvelenare il mare di Espirito Santo. Secondo Marcos Freitas, coordinatore esecutivo dell’Instituto virtual internacional de mudanças globais (Ivig), la tragedia è stata causata dall’incuria della Samarco colpevole di gravi inadempienze in termini di manutenzione e sicurezza, ed è la più grave mai provocata da una compagnia mineraria. La quantità di fanghi tossici dispersi sarebbe infatti di due volte e mezza maggiore del secondo peggior incidente del genere, avvenuto il 4 agosto 2014 nella miniera canadese di Mount Polley, nel British Columbia.

Nonostante l’immediato allarme nulla è stato fatto per impedire che l’onda tossica arrivasse sulle coste brasiliane dell’Oceano Atlantico, in una delle regioni con maggior biodiversità del Brasile. “L’arrivo del fango tossico nell’oceano può avere un impatto ambientale equivalente alla contaminazione di una foresta tropicale delle dimensione del Pantanal brasiliano”, ha dichiarato il biologo André Ruschi, direttore della Estação Biologia Marinha Augusto Ruschi di Aracruz, Santa Cruz, nello Espirito Santo. Ruschi ritiene che il danno ambientale provocato da questo tsunami di fango potrebbe impiegare almeno cento anni prima di essere riassorbito completamente. “Un disastro di proporzioni mondiali con conseguenze difficili da immaginare a causa del quale potremmo pagare un prezzo enorme”.

Tra le principali vittime del disastro ci sono gli indiani Krenak, popolo indigeno che vive sulle rive del fiume contaminato e ora deve fare affidamento sulle forniture di acqua potabile e cibo. “Il fiume era tutto per noi, non ci forniva solo acqua e pesce, era per noi una fonte di cultura”, ha detto il capo tribù Leomir Cecilio de Souza. “Il fiume ha mantenuto la nostra gente fin dai tempi degli antenati, era sacro. Ma ora è morto”. La marea tossica, correndo veloce verso il mare, ha lasciato dietro di sé un paesaggio spettrale, fatto di animali morti, alberi sradicati e uno spesso strato di fango solidificato. Finora il governo brasiliano ha inflitto alla Samarco, di proprietà dei giganti del settore Vale e Bhp Billiton, due multe: una di circa 60 milioni di dollari e l’altra di 250 milioni.

Gli esperti stimano tuttavia che i danni all’ecosistema e alla biodiversità avranno un costo di diversi miliardi di dollari. Inoltre l’azienda, che inizialmente ha più volte negato la tossicità del fango, non ha ancora fornito un elenco completo delle sostanze presenti nel fango fuoriuscito dalle dighe.

La preoccupazione è ora per le altre 200 dighe simili sparse per il paese che potrebbero rappresentare un rischio. Le associazioni umanitarie e ambientaliste chiedono un inasprimento delle normative e denunciano la stretta relazione tra i politici e le compagnie minerarie che lo scorso anno hanno speso oltre sette milioni di dollari in campagne politiche e pubblicitarie.

Fonte

Dopo avvenimenti di questo genere è facile prevedere un nuovo dissesto per l'amministrazione Rousseff, con altrettanta sicurezza si può anche scommettere sul fatto che questo disastro non costituirà la pietra tombale dello sviluppo, basato sull'estrattivismo e lo sfruttamento intensivo dell'ambiente, su cui si reggono tutti i regimi, anche progressisti, del Centro-Sud America.

02/07/2015

Mes Aynak, la Pompei afghana che può sparire

Mes Aynak sta benone, porta magnificamente i suoi 5000 anni. L’unico problema è l’habitat che per il futuro può creargli gravi problemi. Ha attorno una delle maggiori miniere di rame dell’Afghanistan finita nelle mani del potente China Metallurgical Group. Dal 2007, prima grazie al presidente Karzai ora al suo sostituto Ghani, la corporation ha ricevuto un’autorizzazione trentennale per lo sfruttamento minerario di quel sito, nella provincia di Logar, distante 40 km sud-est da Kabul. Che nelle vicinanze ci sia anche un’antichissima area archeologica nella quale lavorano e studiano alcune équipe di ricercatori viene considerato dalle autorità afghane e, ovviamente, dai manager della compagnìa un elemento insignificante. Infatti sono state aperte delle cave già sul 10% dell’area. Studiosi ritengono che la prosecuzione degli scavi (con fini archeologici) potrà, o potrebbe, riscrivere la storia del Paese e la stessa storia del buddismo. Ma si tratta d’una lotta contro il tempo e contro il business poiché le vestigia di antichi monasteri rischiano la scomparsa definiva. Il gruppo archeologico deve altresì guardarsi dalle incursioni dei taliban, propensi a far fare anche alle statue di Buddha strappate al sottosuolo la fine cruenta riservata ai colossi di Bamiyan nel 2001.

Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario, ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini. Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire - e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco - di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis, basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.

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05/11/2014

L’Ucraina sotto il tallone della troika e degli oligarchi

Cercando di far cassa, il presidente ucraino Poroshenko, uscito indebolito dalle elezioni della scorsa settimana, è costretto ora a pagare pegno ai padrini occidentali, in particolare all’Unione Europea e al FMI. L’oligarca ha intenzione di privatizzare tutte le miniere del paese, e di eliminare quelle che non riuscirà a vendere.

La privatizzazione di ampi settori dell’economia pubblica o semipubblica d’altronde è uno dei diktat imposti da Bruxelles e dalla troika per concedere aiuti al nuovo regime, fondamentali in un paese che conta almeno 5 milioni di disoccupati e milioni di emigrati all’estero in cerca di lavoro e reddito, e dove i pochi soldi in cassa sono stati sperperati per finanziare una guerra contro quella parte della popolazione del paese che, nel Donbass, non ne vuole sapere di far parte di un’Ucraina gestita armi alla mano dai nazionalisti russofobi.

Il problema è che molte delle miniere e delle proprietà statali che Poroshenko vuole – deve – privatizzare si trovano proprio nei territori delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, e quindi fuori dal controllo della Giunta. Quale imprenditore, ucraino o straniero, comprerà aziende da un governo che non può assicurare alcunché sul futuro di territori che non riesce a riconquistare nonostante mesi di bombardamenti e assedio? E’ evidente che Poroshenko dovrà abbassare, e di molto, i prezzi di vendita delle miniere e delle imprese pubbliche messe all’incanto, svendendo di fatto un enorme patrimonio pubblico agli oligarchi suoi alleati o competitori o a qualche multinazionale straniera disposta anche a rischiare grosso pur di accaparrarsi importanti risorse minerarie ed industriali.

Nel frattempo la situazione sociale del paese continua a peggiorare a causa della rot­tura dei legami econo­mici con la Rus­sia e il con­se­guente stop di molte imprese, e alle misure di “auste­rità” det­tate dal Fmi, a partire dai mas­sicci licen­zia­menti nel set­tore pub­blico e dall’aumento dei prezzi dei prodotti pri­mari. Per assorbire l’Ucraina all’interno del proprio mercato comune, Bruxelles pretende di fatto la distruzione dei pochi settori economici del paese realmente competitivi – agroalimentare, acciaio ecc. – perché altrimenti farebbero eccessiva concorrenza alle imprese europee, anzi tedesche.
E' davvero paradossale che sia una "rivoluzione nazionalista" a consegnare alla troika e alle multinazionali europee le chiavi dell'Ucraina.

Sul piano economico è di oggi invece la notizia che la Banca Nazionale Ucraina ha vietato i prestiti e i depositi in rubli, ed inoltre ha imposto il divieto per l’importazione di valuta russa che superi l'equivalente di 10 mila grivna ucraine, pari a circa 770 dollari, nel territorio del Paese attraverso il confine con la Crimea. Già a settembre la Banca Nazionale di Kiev aveva proibito l'emissione di valuta estera, compresi i rubli russi, su carte di pagamento, introducendo la conversione obbligatoria in grivna e rallentando la procedura di acquisto di valuta estera sul mercato interbancario dei cambi.

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24/01/2014

Sciopero a oltranza nella cintura di platino di Rustenburg


Erano circa 70.000, secondo le stime del sindacato, i minatori che hanno preso parte allo sciopero iniziato ieri nella cintura di platino di Rustenburg, 120 chilometri a Nord-Ovest di Johannesburg, chiedendo considerevoli aumenti salariali. Convocato dall'Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU), il più grande sindacato del settore, lo sciopero è stato il primo più imponente dopo quello di Marikana del 2012 durante il quale la polizia fece fuoco uccidendo 34 lavoratori. Massacro che scioccò la società sudafricana del post-apartheid e sul quale è ancora in corso un'inchiesta governativa.

Le attività estrattive si sono fermate presso le miniere dell'Anglo American Platinum, dell'Impala Platinum e della Lonmin, i tre maggiori produttori di platino al mondo. L'AMCU chiede un "salario di sussistenza" di 12,500 rand (circa 820 euro) pari a più del doppio dell'attuale retribuzione mensile di 5 mila rand (circa 320 euro). Richieste considerate invece "insostenibili e irrealistiche" - visti gli alti costi della produzione e il calo della domanda - dalle tre multinazionali che hanno rilanciato offrendo aumenti del 7,5-8,5 per cento.

Intanto si è aperto oggi il tavolo delle trattative tra il sindacato e le aziende con la mediazione del governo intervenuto per scongiurare ulteriori danni a un'economia già in difficoltà e di conseguenza all'immagine del presidente Jacob Zuma e del partito di governo l'African National Congress (ANC) alle prese con una non facile campagna elettorale in vista delle prossime elezioni presidenziali, tra circa tre mesi, e già aspramente criticato per non aver fatto abbastanza per evitare il massacro di Marikana.

Dopo ore di trattative, non si è ancora raggiunto al momento alcun accordo. Secondo quanto riportato dal portavoce del Ministro del Lavoro, i rappresentanti dell'AMCU e i dirigenti delle tre aziende si ritroveranno di nuovo attorno al tavolo lunedì prossimo, mentre la polizia comincia a segnalare diversi episodi di violenza, tra cui l'incendio di un negozio di mobili cinesi a Marikana e la chiusura di strade con pneumatici in fiamme e sassi.

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11/08/2013

Marcinelle. 8 agosto 1956, morti 136 minatori italiani

L'8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d'invio 975 del pozzo d'estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio così la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino.

Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno. L'interminabile attesa dei familiari continua in ogni modo fino al 22 agosto, quando i soccorritori pronunciano le fatidiche parole "Tutti cadaveri".

La tragedia di Marcinelle, di cui ricorre il 57mo anniversario, rievoca anni bui della storia.

Dopo la Liberazione, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la 'battaglia del carbone'. Le autorità non vorrebbero manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l'obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga.

Si rende così obbligatorio il ricorso all'immigrazione massiccia degli stranieri, alle loro braccia, il Belgio si rivolge all'Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Una immigrazione sancita da un protocollo, il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l'invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato).

In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. Sembra una storia così attuale! All'arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, i lavoratori vengono accompagnati nei loro 'alloggi', le famose 'cantines': baracche, insomma, o 'hangar', gelidi d'inverno e cocenti d'estate, in realtà veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.

La mancanza di alloggi convenienti, previsti peraltro dall'accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia.

Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all'epoca. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere 'ni animaux, ni etranger' (ne' animali, ne' stranieri).

Un'integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri e le scarse misure di igiene e sicurezza.

Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d'origine professionale.

La più pericolosa di queste è la silicosi, causata dalle polveri della miniera che, depositandosi nei polmoni, crea insufficienze respiratorie.

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