Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.
La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia”.
La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro economico, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di affrancarsi dallo status quo.
L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.
Il dominio ha cambiato le sue vesti
Pushpa Kamal Dahal “Prachanda”, ex primo ministro del Nepal e presidente del Partito Comunista Nepalese, ha aperto i lavori definendo il momento: un monopolio unipolare in degenerazione e un’apertura multipolare che i paesi del Sud del mondo desiderano da tempo perché dà spazio alle voci represse per farsi ascoltare.
Ma la sua avvertenza era più tagliente del suo ottimismo. La questione, ha sostenuto, non è se il potere si sposti da una regione all’altra. La questione è che tipo di ordine emerga da questo spostamento.
La dominazione politica diretta può essersi ritirata; i meccanismi di dominio, no. Prachanda ha descritto un tecno-imperialismo proprio dell’era della quarta rivoluzione industriale: un controllo esercitato attraverso la dipendenza finanziaria e strutturale, attraverso alleanze militari e, sempre più, attraverso dati, ecosistemi digitali e ciò che ha chiamato appropriazione algoritmica. La guerra dell’informazione non è una metafora, ma una realtà quotidiana.
In questa lettura, l’imperialismo contemporaneo è un sistema integrato, e la sovranità deve essere altrettanto integrata. Significa non solo un governo proprio, ma indipendenza nelle finanze, libertà dal debito e controllo sulle risorse nazionali, tutto conquistato attraverso la partecipazione attiva e democratica dei popoli.
L’esperienza del Nepal ha portato una doppia lezione, ha suggerito: i movimenti progressisti possono imparare dalle sue vittorie e dagli attacchi subiti. La sua conclusione è stata organizzativa. La cooperazione strategica deve venire prima della competizione tra opinioni, e l’unità del fronte progressista al di sopra di tutto.
L’indipendenza politica non è indipendenza
Il dott. Dammika Patabendi, ministro dell’ambiente del governo dello Sri Lanka, ha ancorato il quadro alla frattura del suo paese. Gli abitanti dello Sri Lanka, ha osservato, hanno espresso un mandato elettorale contro decenni di attacchi. Tuttavia, le sfide che il nuovo governo deve affrontare rimangono enormi, proprio perché la nazione è ancora tenuta in pugno dall’ordine internazionale.
La lezione che l’Asia continua a insegnare è che l’indipendenza politica non garantisce l’indipendenza. La dipendenza strutturale sopravvive al cambio di bandiera.
La sua definizione delle parole d’ordine abbinate della conferenza è stata la più concreta della mattinata. Un percorso sovrano significa la libertà di formulare una politica economica indipendente, di destinare le risorse nazionali allo sviluppo nazionale e di fornire alle persone un lavoro dignitoso.
Un orizzonte socialista significa non solo cambiare governi, ma garantire progresso per tutti: approfondire la partecipazione popolare, perseguire l’uguaglianza tecnologica e permettere a ogni nazione di seguire il proprio percorso in base alle proprie risorse, bisogni e storia.
Fondamentalmente, ha insistito sul fatto che questo non è un appello all’isolamento. Ciò che viene richiesto è una cooperazione internazionale costruttiva tra pari, con il riconoscimento che il terreno pianeggiante per l’uguaglianza non esiste e deve essere costruito. La cooperazione pratica, ha suggerito, potrebbe essere il vero risultato di questa conferenza: il coordinamento tra sindacati oltre i confini, perché l’avversario del lavoro è già organizzato a livello internazionale.
“Giù le mani dall’Asia”, nella sua interpretazione, non è solo un “no” a un mondo sempre più militarizzato, ma anche un’affermazione positiva. È il diritto dei popoli asiatici di plasmare il proprio futuro attraverso la cooperazione reciproca, senza interferenze.
Una ribellione di classe in abiti generazionali
Vijay Prashad di Tricontinental ha spinto la discussione dalla diagnosi alla costruzione. Anche se l’imperialismo trema, ha avvertito, i movimenti non sono preparati per ciò che verrà. Il compito è far avanzare una nuova teoria dello sviluppo socialista e combattere la battaglia delle idee necessaria per rendere visibile il socialismo nel presente, nelle cooperative e in altre forme di “non ancora” che sono già in costruzione ma raramente notate, persino dai compagni.
Due dei suoi argomenti meritano di essere diffusi. In primo luogo, le ribellioni giovanili che attraversano l’Asia, spinte dalla disoccupazione, dalla precarietà dei lavoretti, dalla distruzione ambientale e dalla rabbia per il genocidio, costituiscono una ribellione di classe camuffata da ribellione generazionale.
La rappresentazione dei media mainstream come “movimenti della Gen Z” è essa stessa un’operazione politica. Il compito della sinistra non è essere sospettosa di queste ribellioni, ma organizzarvisi all’interno e affinare la loro comprensione delle realtà di classe, prima che questi movimenti vengano cooptati, come ha avvertito anche Prachanda, da potenze imperialiste o da forze borghesi interne.
In secondo luogo, i governi di sinistra non salgono al potere per detenerlo, ma per costruire potere sociale utilizzando efficacemente gli strumenti dello Stato. Dove i governi alternativi falliscono, falliscono per mancanza di un’agenda. Tale agenda non può fermarsi alla redistribuzione. Deve essere ampliata per ricostruire la capacità produttiva attraverso la partecipazione popolare.
Questa è la strada attraverso cui i progetti socialisti hanno abolito la povertà assoluta, un risultato senza equivalente capitalista. La Cina, ha ricordato, ha anche dimostrato che la dignità nazionale e il miglioramento materiale attraverso l’espansione delle capacità produttive si rafforzano a vicenda; è questo che rende concreta la speranza. La grandezza di una nazione, ha sostenuto, si misura non nei suoi miliardari, ma nell’assenza di fame.
Contro questa agenda si erge ciò che Tricontinental ha definito iper-imperialismo: un reticolo di servizio del debito, aggiustamenti strutturali, sanzioni, embarghi tecnologici e basi militari. Esistono oltre 900 di queste basi in tutto il mondo e più di 400 solo in Asia, con la maggiore concentrazione in Giappone.
Questo reticolo esiste per destabilizzare qualsiasi governo che cerchi di porre fine alla fame. Tuttavia, la recente reazione dell’Iran nella guerra illegale contro il Paese, ha sostenuto Prashad, ha insegnato all’Asia orientale qualcosa che deve assimilare: una base statunitense non è uno scudo, ma un bersaglio.
“Giù le mani dall’Asia”, quindi, non è solo una richiesta militare. È anche una richiesta economica e finanziaria. Niente veti dalle agenzie di rating, niente dipendenza dal dollaro, niente condizionalità del FMI, niente sanzioni, in modo che ai governi eletti dai popoli asiatici sia permesso governare.
La storia, ha concluso Prashad, procede a zigzag. Questa settimana a Colombo, il tentativo è dare una direzione al prossimo zig.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/07/2026
L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo
16/04/2025
L’Asia agli asiatici
Per provare a costruire una comunità di libero scambio che possa mantenere più o meno inalterato il suo surplus commerciale (992 miliardi di USD nel 2024), in attesa che la domanda interna contribuisca maggiormente alla crescita del paese, e per migliorare le relazioni anche con i paesi dell’area sedi di basi militari statunitensi (Giappone, Corea del Sud, Singapore), per allontanare lo spettro di uno scontro nel Pacifico.
Aumentare e mantenere fluidi gli scambi tra gli stati dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) per Pechino ha dunque una duplice valenza strategica: economica e di sicurezza, come evidenziato dai discorsi che Xi Jinping sta pronunciando durante le sue visite di stato in Vietnam, Malesia e Cambogia.
I vicini asiatici – in particolare i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (oltre al Giappone e la Corea del Sud) – rappresentano quelli con cui la diplomazia e la leadership cinese puntano a rafforzare ulteriormente la cooperazione per minimizzare gli effetti del protezionismo di Donald Trump.
Questa strategia, delineata da Pechino da diversi anni (in risposta al ‘Pivot to Asia’ obamiano del 2011) è diventata più urgente dopo l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi che il presidente degli Stati Uniti ha elevato fino al 145 per cento (la rappresaglia di Pechino si è fermata al 125 per cento, ndr).
Non a caso il primo viaggio all’estero del 2025 (14-18 aprile) ha portato Xi Jinping in tre stati dell’Asean: Vietnam, Malesia e Cambogia. La Cina e l’Asean sono stati il primo partner commerciale l’una dell’altro negli ultimi cinque anni, con un interscambio di 953 miliardi di dollari nel 2024, quasi il doppio dei 582 miliardi tra Cina e Stati Uniti.
Se le tariffe sul made in China dovessero essere confermate al livello attuale o comunque mantenute molto alte, secondo le prime stime Pechino avrà bisogno di uno-due anni per riassorbire la perdita di tutti o parte dei 439 miliardi di USD ricavati dalle esportazioni negli Usa nel 2024.
Incontrando ad Hanoi il segretario generale del partito comunista, To Lam, Xi ha parlato di un mondo «turbolento che sta cambiando», invitando il Vietnam a rafforzare il legami con la Cina non solo nelle catene di fornitura e nell’industria, ma anche nella sicurezza.
Pechino vede il Pacifico anche come il terreno di un possibile scontro futuro con gli Usa e, in quest’ottica, il presidente cinese ha auspicato col Vietnam un coordinamento strategico “3+3”: su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica.
Quasi tutti i paesi dell’Asean si sono finora tenuti in equilibrio tra Usa e Cina. I dazi di Trump avranno l’effetto di avvicinarli maggiormente a Pechino, che propone, tra l’altro, di potenziare la Rcep (della quale fanno parte, oltre all’Asean, anche Cina, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: 15 paesi in tutto, che ospitano il 30 per cento della popolazione e producono il 30 per cento del Pil globale)?
Nella seconda tappa del suo viaggio, a Kuala Lumpur, Xi ha esortato Cina e Malesia a:
promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road Initiative e a rafforzare la cooperazione nelle catene industriali e di approvvigionamento. Le due parti devono sostenere il sistema commerciale multilaterale, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali e preservare un ambiente internazionale di apertura e cooperazione.I suoi vicini asiatici potrebbero assecondare la strategia di Pechino, trattandosi in molti casi di paesi esportatori, in particolare di prodotti tecnologici, pesantemente colpiti dai dazi di Trump, come riassunto nel seguente grafico.
La Cina collaborerà con la Malesia e gli altri paesi dell’Asean per contrastare le correnti sotterranee di scontro geopolitico e di schieramento, nonché le controcorrenti di unilateralismo e protezionismo. La cooperazione Cina-Asean è la più orientata ai risultati e la più produttiva nella regione, la Cina sostiene fermamente l’unità e la costruzione della comunità dell’Asean e ne sostiene la centralità nell’architettura regionale.
Tuttavia Pechino è anche alle prese con una serie di annose controversie territoriali con alcuni paesi dell’Asean. In base al “confine” della cosiddetta “Nine Dash Line” (linea di nove tratti, ndr), la Cina rivendica la sovranità sul 90 per cento del Mar cinese meridionale (Mcm), fondamentale per la pesca di tanti paesi e i cui fondali sono ricchissimi di idrocarburi. Contenziosi che sono fonte di frizioni con le Filippine, il Vietnam la Malesia e Brunei.
Le Filippine, con le quali è più alta la tensione con la Cina sui territori contesi nel Mcm, hanno appena ricevuto dalla Corea del Sud la “Miguel Malvar”, una corvetta armata di missili, per difendere le loro rivendicazioni assieme agli alleati Usa.
Di fronte alla possibilità, offerta dal protezionismo di Trump, di rafforzare ulteriormente i legami con l’Asean, Pechino ha subito gettato acqua sul fuoco di queste dispute. Il presidente cinese ha invitato a «perseguire un modello di sicurezza per l’Asia che si basi sulla condivisione della prosperità come delle difficoltà, sulla ricerca di un terreno comune accantonando le differenze e dando priorità al dialogo e alla consultazione come supporto strategico».
La Cina si consola con il Pil a +5,4 per cento nel primo trimestre, in attesa della tempesta dei dazi
Il prodotto interno lordo della Cina è aumentato oltre le aspettative nel primo trimestre 2025: +5,4 per cento, in linea con l’obiettivo indicato dal governo di raggiungere quest’anno una crescita “intorno al 5 per cento”. Nel frattempo però, questo mese, è cambiato il mondo, con la guerra commerciale senza precedenti dichiarata alla Cina dagli Stati Uniti.
Dunque nel nuovo contesto internazionale segnato dai dazi (145 per centro quelli contro le importazioni cinesi negli Usa) raggiungere una crescita intorno al 5 per cento richiederebbe un forte stimolo fiscale. Per capire le intenzioni di Pechino in proposito bisognerà attendere la riunione del mese prossimo dell’ufficio politico del Partito comunista cinese.
Sheng Laiyun, vicedirettore dell’Ufficio nazionale di statistica (Nbs), nell’annunciare oggi i dati relativi al periodo gennaio-marzo 2025 ha affermato che l’economia «ha avuto un avvio positivo e costante e ha mantenuto lo slancio di ripresa, con l’innovazione che gioca un ruolo sempre più determinante».
Sheng ha però avvertito che «il contesto esterno sta diventando più complesso e grave, la spinta alla crescita della domanda interna effettiva è insufficiente e le basi per una ripresa economica e una crescita sostenute devono ancora essere consolidate».
«Dobbiamo attuare politiche macroeconomiche più proattive ed efficaci, espandere e rafforzare l’economia interna, stimolare appieno la vitalità delle entità di mercato di ogni tipo e rispondere attivamente alle incertezze del contesto esterno», ha aggiunto Sheng.
Il Nbs ha reso noto che le vendite al dettaglio sono aumentate del 5,9 per cento su base annua a marzo, rispetto alla crescita del 4 per cento registrata nei primi due mesi.
È nella domanda interna, in particolare nei consumi, che Pechino ripone grande speranza per trainare la crescita economica quest’anno, in un contesto nel quale è altamente improbabile che la Cina raggiunga un surplus commerciale simile a quello del 2024 (992 miliardi di USD). Nel tentativo di stimolare la domanda interna, il mese scorso governo ha varato un piano in 30 punti volto a stimolare la spesa dei consumatori.
Zhang Zhiwei, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, ha avvertito che, sebbene l’economia abbia superato le previsioni nel rimo trimestre, «i danni della guerra commerciale si faranno sentire nei dati macroeconomici del mese prossimo». «Le catene di approvvigionamento sono interrotte e probabilmente si manifesteranno effetti a catena in molti paesi. L’incertezza è estremamente elevata per aziende e investitori», ha sostenuto Zhang.
Gli investimenti in capitale fisso da gennaio a marzo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,1 per cento nei primi due mesi. Persiste la crisi immobiliare, con gli investimenti nel settore che sono diminuiti del 9,9 per cento nel primo trimestre, rispetto a un calo del 9,8 per cento nei primi due mesi.
Gli investimenti privati, un indicatore della fiducia degli investitori, sono cresciuti dello 0,4 per cento nel primo trimestre del 2025.
Gary Ng, economista di Natixis, ha avvertito che «la persistente pressione sul settore immobiliare e la geopolitica causeranno un rallentamento nei prossimi trimestri. A meno che i tassi di interesse non scendano ulteriormente con un maggiore stimolo fiscale dal lato della domanda, la ripresa potrebbe non durare».
Goldman Sachs ha dichiarato giovedì in una nota che Pechino dovrebbe intensificare le misure di allentamento monetario nel corso dell’anno, con tagli dei tassi di interesse pari a 60 punti base e un ulteriore aumento del deficit fiscale (già portato nel 2025 al 4 per cento dal governo).
Tuttavia – a giudizio della banca d’investimento – «è improbabile che anche queste significative misure di allentamento possano compensare completamente gli effetti negativi dei dazi». La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni di crescita del Pil per la Cina al 4 per cento nel 2025 e al 3,5 per cento nel 2026, in entrambi i casi in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni.
Fonte
28/01/2024
Il mondo di Lenin. Passaggio a Oriente
Lenin è tornato, o forse non se è n’è mai andato in questo secolo trascorso dalla sua morte, anche se nell’ultimo trentennio l’abbattimento delle sue statue è stato uno sport abbastanza diffuso. Oggi qui e lì qualche statua viene ripristinata ma soprattutto in modo abbastanza improvviso (specie per i più distratti) riemerge il valore fondativo della frattura politica e, diremmo, epistemologica operata da Vladimir Ilic.
Se la cifra di questi nostri anni convulsi è il tendenziale rovesciamento della ri-colonizzazione (americana) del mondo, più nota sotto il nome di globalizzazione, e persino il tramonto del dominio occidentale sul globo (esito tutt’altro che scontato ma possibile), allora è necessario tornare a studiare l’iniziativa leniniana poi sviluppatisi lungo assai tortuosi sentieri ben oltre la fine del Secolo Breve (che sembra pretendere di diventare molto lungo) che di questi sconvolgimenti è, indiscutibilmente, la matrice. È come se attraverso la faglia leniniana prorompesse una nuova ondata di materiale storico incandescente, che non si può comprendere se non si torna alle caratteristiche originarie di quella frattura.
Che di frattura decisiva si tratti fu chiaro subito ai protagonisti di questa lunga storia. Il carattere “sconvolgente” e “costituente” delle idee di Lenin e degli atti del governo sovietico (sin dai primi giorni) sull’autodeterminazione dei popoli sono rilevati con stupore praticamente da tutti gli esponenti che da posizioni assai diversificate (a volte lontanissime da quelle dei comunisti) si pongono il tema dell’emancipazione delle nazioni costrette dagli europei alla condizione di colonie o semicolonie.
A Canton Sun Yat Sen fece chiudere i teatri per tre giorni alla notizia della morte di Lenin. È notissima la lettera che (siamo già nel 1930) Nehru scrive da una prigione inglese alla figlia Indira Gandhi indicando come memorabile l’anno di nascita della ragazzina (il 1917!) grazie all’opera di “un grande uomo”, ma valutazioni e attenzioni simili le troviamo in nazionalisti turchi, intellettuali persiani persino in qualche principe afghano con volontà di emanciparsi dal controllo inglese. Senza parlare ovviamente di coloro per cui militanza comunista e militanza anticoloniale da subito si identificarono.
Colpiscono per semplicità e forza le parole di Ho Chi Minh: “i popoli coloniali non potevano credere che esistesse un simile uomo e un simile programma”. Mille fili legano questo fascino travolgente alla situazione attuale e ne contribuiscono a spiegare aspetti anche sorprendenti. Del resto basta guardare gli studi storici che sono sempre tra gli indicatori più sensibili del presente: nel primo decennio dopo il 1989 gli studi prevalenti sulla Rivoluzione d’ottobre e sul movimento comunista sono studi di teratologia, cioè, studi su una mostruosità che aveva deviato dall’evoluzione storica “normale” parte consistente dell’umanità, condizionandola tutta. Nel nuovo millennio, archiviata la fine della storia, si sviluppa tra storici di diverso orientamento l’interesse per il movimento comunista come grande attore globale che propone vie alternative di modernizzazione.
Il mondo è, senza alcun dubbio, per Lenin lo scenario vero della sua azione politica, la dimensione necessaria della sua strategia rivoluzionaria. Da questo punto di vista possiamo dire che egli è il primo leader politico globale. Marx ha intravisto chiaramente l’unificazione tendenziale del mondo agita dal capitalismo, Lenin assume questa dimensione come cardine della pratica politica quotidiana.
Questa pratica politica globale tiene in tensione – proponendosi, per la prima volta nella storia del mondo, di unificarle – due aspetti: la lotta del proletariato europeo contro il capitalismo, la lotta dei popoli oppressi delle colonie.
A questa tensione se ne incrocia, quasi fosse una trama esplicativa, un’altra: quella tra dimensione nazionale e internazionale della lotta. Il mondo di Lenin è un mondo di classi, popoli, nazioni e l’internazionalismo deve sempre specificarsi nel radicamento nelle specifiche condizioni nazionali (e prima ancora nello studio di esse). Il cosmopolitismo e le costruzioni astrattamente sovranazionali, come il progetto degli Stati Uniti d’Europa, sono guardate con atteggiamento critico se non sprezzante.
La Rivoluzione d’Ottobre nella visione di Lenin trova la sua ragion d’essere storica nell’essere al centro di queste tensioni. Essa non solo avviene al momento giusto, impedendo di riassorbire nel quadro borghese la crisi dell’Impero zarista, ma avviene anche nel posto giusto, in una formazione territoriale e storica che può connettere il movimento operaio europeo, il marxismo e le lotte dei popoli contro l’imperialismo e il colonialismo.
La rottura non solo politica ma innanzitutto culturale con il pensiero europeo dominante (compreso quello socialista) non potrebbe essere più netta. Per dirla con un’espressione di un intellettuale indiano l’Europa iniziò ad essere provincializzata.
Per questo parliamo di una frattura epistemologica decisiva da cui ogni visione policentrica del mondo non può che partire. E per questo bisogna indagarla a partire dal nome con cui questi nuovi soggetti venivano chiamati, popoli d’Oriente. Che cos’è l’ Oriente?
Per i bolscevichi la parola “Oriente” designa almeno tre dimensioni politiche.
1) L’Oriente mussulmano e l’India.
Innanzitutto Oriente indica la grande area che va dalla Turchia all’India e che, soprattutto nel Caucaso e in Asia centrale, incrocia grandi masse di popolazione del territorio stesso dell’ex impero zarista.
Questo enorme quadrante assai variegato e complesso, anche se in molti luoghi segnato dalle culture islamiche (e mussulmano è aggettivo spesso usato a definire popolazioni di quest’area nei documenti bolscevichi), è molto interno alle dinamiche della guerra civile e all’intervento esterno delle potenze imperialistiche che si scatenano contro il neonato potere sovietico.
L’attenzione principale è qui soprattutto ai processi di costruzione nazionale che si sviluppano nel centro del dissolto Impero Ottomano, la Turchia. La giovane potenza sovietica gioca di sponda con il nazionalismo turco contro le potenze capitalistiche vincitrici (e interventiste contro la Russia sovietica) similarmente a come fa, in qualche fase, con settori nazionalisti tedeschi dopo Versailles.
Ma qui il gioco è molto più complesso. Basti pensare ad una vicenda come quella di Enver Pasha che plasticamente intreccia le lotte che presiedono alla costruzione dello spazio sovietico nel Caucaso e in Asia centrale con i conflitti interni alle élite nazionalistiche turche, in una girandola di alleanze e scontri.
Alla fine il risultato sarà politicamente ambiguo, da un lato consentendo la stabilizzazione (per nulla scontata in partenza) del potere sovietico in una vastissima area, ma dall’altro registrando l’impermeabilità del nazionalismo turco a ogni istanza rivoluzionaria, anzi la sua precoce postura anticomunista, che avrà conseguenza di lungo periodo, per tutto il corso del XX secolo.
Alterni esiti avranno anche i rapporti con i processi di riorganizzazione che attraversano anche l’altro grande continente storico-culturale, quello persiano.
Un discorso a parte merita l’India, spazio culturale con caratteristiche assai specifiche rispetto al resto dell’area, perla dell’Impero britannico, in cui l’intervento politico diretto del bolscevismo fu più limitato.
Ma enorme fu l’impatto che ebbe sul movimento la Rivoluzione d’ottobre sul variegato mondo di chi si batteva per l’indipendenza dell’India. E la grande ostilità dei governi di sua maestà alla Russia sovietica era motivata soprattutto dalla paura per l’India.
Sono paure che si prolungano nei tempi, la letteratura ci aiuta a individuarle. In Italia è uscito da qualche anno il romanzo, scritto negli anni ’80, di Peter Hopkirk dal significativo titolo Setting the East Ablaze: Lenin’s Dream of an Empire in Asia, 1984 (letteralmente: Dare fuoco all’Oriente: il sogno di Lenin di un impero in Asia, assai più significativo del titolo dell’edizione italiana in cui dare fuoco all’Oriente si trasforma in un meno pregnante “Avanzando nell’oriente in Fiamme”).
In esso la paura per l’India rappresenta il filo conduttore della trama. Una paura mascherata da allarme per i complotti più improbabili e per fantomatici eserciti sovversivi ma in realtà fondata preoccupazione politica dell’eco sconvolgente che la Rivoluzione russa e l’elaborazione di Lenin hanno avuto su un’ampia platea militante e intellettuale del subcontinente.
2) L’Estremo Oriente e la Cina.
Distinto da questo oriente vicino vi è un altro Oriente nella mente di Lenin, estremo o lontano, anch’esso interno e (assai più) esterno allo spazio dominato dagli Zar.
Questo spazio viene “tematizzato” e soprattutto investito da un’azione politica diretta con un qualche ritardo, in particolare per le vicende della guerra civile e dell’intervento straniero particolarmente aspre nell’Estremo Oriente russo. Ma sarà in questi territori enormi che il discorso leninista sull’oriente getterà radici profondissime capaci di produrre nei decenni successivi sviluppi straordinari e duraturi.
Se Oriente significa soprattutto Turchia, Persia, India e il grande antagonista è l’Inghilterra, in Estremo Oriente la Russia sovietica si confronta con l’enorme questione cinese e trova sulla sua strada un imperialismo autoctono particolarmente aggressivo, quello giapponese, primo ad intervenire a fianco delle armate bianche e ultimo a rassegnarsi alla sconfitta (truppe giapponesi rimangono a Vladivostok fino all’ottobre del 1922).
La vittoria faticosa e sanguinosa, ma netta, contro i vari raggruppamenti controrivoluzionari che matura nel 1921 permette di riorganizzare il potere sovietico in vasti territori e di risolvere la questione dell’indipendenza della Mongolia. Nel frattempo, il Comintern lavora alacremente a costruire nuclei che, negli anni successivi, riscuoteranno importanti risultati in Indonesia, Corea, Indocina.
Si impone poi, molto presto, la centralità della questione cinese. Il rapporto tra la Cina, il pensiero di Lenin e la Rivoluzione d’ottobre è tema storico-politico, non a caso recentemente riscoperto, tanto complesso quanto fondamentale.
Schematicamente ma in modo pregante possiamo fissarne il punto di partenza, con la sintonia molto significativa tra la polemica del giovane stato sovietico contro il trattato di Versailles che Lenin definì “indegna pace di violenza, di rapina, di lucro” da un lato, e il movimento cinese cosiddetto del 4 maggio 1919, che è ritenuto ancora oggi il punto di partenza di una nuova Cina, dall’altro.
La cifra politica del movimento del 4 maggio, cioè il nesso tra rinnovamento culturale e sociale della Cina e la sua indipendenza e dignità nazionale contro le umiliazioni delle potenze imperialistiche, trova presto un riferimento tanto nelle tesi generali di Lenin quanto negli atti specifici di politica internazionale.
Non a caso il marxismo si diffonde in quegli anni in Cina, ma è un marxismo cinese che già nasce “leninista” e che ha originariamente nel suo DNA la centralità della questione nazionale, dell’anticolonialismo e dell’antimperialismo ben diversamente di quanto accade in Europa.
E la stessa fondazione del Partito Comunista Cinese, connessa direttamente al movimento del 4 maggio (basta guardare le biografie del suo gruppo dirigente) segue questa strada, ben diversa, dalla fondazione per scissione dal movimento socialista che avviene in occidente. E che sarà un modello diffuso in Asia (ma anche successivamente in Africa) con la significativa eccezione del Giappone.
Queste caratteristiche originarie spiegano molto (anche se non tutto) di quello che accadrà negli anni e nei decenni successivi. Spiegano soprattutto due elementi decisivi: da un lato la permeabilità del movimento nazionale cinese al marxismo, il suo collegamento con le posizioni sovietiche (su cui investirono molto, per tutti gli anni Venti, con una presenza costante di consiglieri politici e militari) e dall’altro la propensione del comunismo cinese in più fasi politiche a porsi il problema dell’unità con i nazionalisti, assumendo però l’unità come terreno di sfida egemonica.
3) L’Oriente globale.
Le due dimensioni dell’Oriente che abbiamo descritto si fondono e contemporaneamente si dilatano fino a comprendere territori che solo dopo la morte di Lenin progressivamente saranno investiti concretamente dall’iniziativa articolata del Comintern e dell’Urss, ma che già prima della Rivoluzione sono dentro lo schema nella testa di Lenin e che sono scossi profondamente dal messaggio che viene dall’ottobre sovietico.
È un Oriente globale che include anche territori che non sono orientali geograficamente ma lo sono (radicalmente) sotto il profilo politico, oltre a tutta l’Asia esso si estende all’ Africa e all’America Latina. Oriente diventa sinonimo di “questione coloniale” e, anche, di antimperialismo. La connessione con l’attuale discussione sul “Sud globale” appare evidente.
Il tema dello sviluppo ineguale del capitalismo che Lenin studia in modo approfondito, produce già prima negli anni precedenti la Rivoluzione, una definita concezione del processo rivoluzionario su scala mondiale, profondamente innovativa perché basata su dimensioni differenziate ma allo stesso tempo articolate.
La rivoluzione sociale, scrive Lenin dall’esilio svizzero, può compiersi soltanto come “un’epoca che associa la guerra civile del proletariato contro la borghesia a tutta una serie di movimenti democratici e rivoluzionari, compresi i movimenti di liberazione nazionale, delle nazioni oppresse”.
I tempi e le forme della rivoluzione sono radicalmente molteplici. Non solo la concezione della storia lineare ed evoluzionista della Seconda Internazionale è smontata dalle fondamenta, ma la stessa legittimità e centralità della rivoluzione socialista in Russia (che nel momento in cui queste note vengono scritte non è facilmente prevedibile) viene sancita.
La Russia può svolgere un ruolo fondamentale non solo per la sua straordinaria collocazione geografica e storica tra Europa e Asia, tra Oriente e Occidente ma anche perché forme di sviluppo assai diverse convivono nello stesso stato (in “Russia c’è Londra ma anche l’India” secondo la battuta di Trotzki).
Quest’intuizione che è fondativa del bolscevismo e che, dopo complesse discussioni unifica l’intero gruppo dirigente, troverà uno sviluppo politico straordinario con la politica estera della giovane Russia rivoluzionaria (grande impatto ebbe la denuncia dei trattati segreti dell’Intesa, in particolare quelli che riguardavano le progettate spartizioni delle terre orientali) e con la fondazione della Terza Internazionale che già nelle condizioni di ammissione sanciva una posizione nettissima e assegnava compiti precisi ai partiti comunisti dei paesi coloniali.
Un momento di grande discussione teorica e politica avvenne nel secondo congresso del Komintern nel 1920, con un particolare impegno di Lenin che si assunse l’onere di condurre personalmente la discussione delle tesi sulla questione nazionale e coloniale a riprova della centralità che nel pensiero del capo bolscevico rivestiva il problema.
Il maggiore interlocutore è il comunista indiano M.N. Roy, un personaggio interessante, che in qualche modo anticipa la figura, su cui hanno riflettuto gli studi postcoloniali, dell’intellettuale diasporico (la sua attività intellettuale e politica attraversò contesti assai diversi dall’India alla Russia Sovietica, dal Messico alla Cina).
Egli rappresenta nella discussione dell’Internazionale una forma di radicalismo intellettuale, che più volte si ripresenterà nella storia del movimento operaio e in quella dei suoi rapporti con i movimenti di liberazione che estremizzando alcuni tratti ideologici rischia di separarsi dal movimento reale. Da questo punto di vista la discussione con Roy sulla lotta nei paesi coloniali assomiglia non poco alla precedente discussione di Vladimir Ilic con Rosa Luxemburg sulla questione nazionale.
Il confronto con M.N. Roy ci consegna un Lenin particolarmente dialogante e proteso alla sintesi, teso a fare crescere con pazienza un gruppo dirigente di comunisti “orientali”, consapevole di trovarsi in un campo straordinariamente nuovo, in cui la sperimentazione è particolarmente necessaria.
La caratteristica forse più peculiare di Lenin, l’unità strettissima e anzi la circolarità di teoria e pratica politica, trova qui una nelle sue espressioni più alte. I risultati sono storicamente assai rilevanti. In particolare due: la definizione dei rapporti tra movimenti di liberazione nazionale e comunisti, una riconsiderazione del rapporto tra grado di sviluppo e prospettiva socialista.
Sul primo punto viene sancita l’alleanza tra i movimenti nazionali e il movimento comunista come scelta strategica ma senza rinunciare ad entrare nel merito delle caratteristiche politiche dei movimenti di liberazione nazionali, con la consapevolezza dei complessi rapporti tra classi dirigenti autoctone e poteri imperialisti.
Si consegna quindi ai nuclei rivoluzionari dei paesi orientali e alla stessa Internazionale la responsabilità di analisi concrete e differenziate sulle realtà dei singoli paesi e dei diversi soggetti politici, che si propongono di guidare i popoli “orientali” alla loro emancipazione dal gioco coloniale o semicoloniale.
Se ripercorriamo i complessi rapporti tra Kuomintang e Partito Comunista Cinese per fare solo un esempio (ma di grande rilievo) vediamo quanto, storicamente, questa indicazione sia pesata.
Sul secondo punto assistiamo a una vera rottura epistemologica nel campo del socialismo: viene affermata con forza, sia pure anche qui facendo appello alla necessaria sperimentazione, la possibilità di vie alternative di cambiamento delle forme economico-sociali rispetto a quelle dei paesi capitalistici avanzati. La rottura con la tradizione della seconda internazionale ma direi con lo stesso pensiero occidentale, è nettissima.
Una tradizione all’opera
Le tesi sulla questione coloniale approvate dal secondo congresso del Komintern sono l’inizio di una storia e di una cultura che attraversano, tra infinite contraddizioni, tutto il XX secolo, acquistano una centralità nei decenni della decolonizzazione, si inabissano al passaggio del millennio e sembrano tornare, in forme molto diverse e in un contesto profondamente mutato, in questa fase.
Dopo la grande spinta del Congresso internazionale del 1920 e dopo il Congresso dei Popoli d’Oriente, nel settembre dello stesso anno, che ne rappresenta la prima concreta applicazione, si inizia a sedimentare un lavoro culturale (che ha nelle decisioni di Baku il primo impulso) i cui effetti saranno profondi. Stiamo parlando della costruzione di istituzioni formative e di ricerca, di riviste, di associazioni di studiosi, del forte investimento in studi in una pluralità di settori dall’archeologia alla linguistica.
Protagonisti di questo sforzo politico e culturale sono uomini come Mikhail Pavlovich (pseudonimo rivoluzionario di Mikhail Lazarovich Vel’tman) protagonista, non molto visibile ma importante, al congresso del Komintern e soprattutto a Baku.
Pavlovich fu la figura chiave della costituzione e direzione dell’istituto di studi orientali e dell’influente associazione scientifica sovietica per gli studi orientali, l’esponente più noto e probabilmente più forte teoricamente di un quadro dirigente e intellettuale “specialista” dell’Oriente, che in tempi sorprendentemente rapidi occupa posizioni di responsabilità nel partito Bolscevico, nell’Internazionale, nelle istituzioni sovietiche, nei servizi di sicurezza, nell’Armata Rossa.
Un quadro fatto di personalità che vengono da tutte le nazionalità sovietiche ma anche di militanti comunisti internazionali e in cui si saldano una curata preparazione teorica, esperienze politiche (e anche militari), saperi specialistici in un quadro unitario prodotto dalla elaborazione leninista.
Attenzione particolare meritano poi le iniziative e le strutture di formazione rivolte a giovani quadri politici dei paesi orientali, provenienti tanto dai partiti comunisti, che si stanno formando, quanto dai movimenti di liberazione nazionale.
Troppo lungo sarebbe anche solo accennare alle tante personalità che negli anni 20 frequentarono l’Università Comunista dei Lavoratori d’Oriente o la sua derivazione dedicata alla Cina e intitolata a Sun Yat-sen (a conferma di una precoce e speciale attenzione rivolta alla situazione cinese) o anche iniziative molto meno note come la scuola “Lenin” di Vladivostok, rivolta soprattutto a giovani cinesi e coreani.
Basti dire che tra i partecipi di questi corsi vi furono Deng Xiaoping, Ho Chi Minh e persino Yomo Kenyatta.
Ripercorrere il dibattito serrato che attraversò questa cultura “orientale” leninista nella dialettica con le vicende del movimento comunista internazionale e con lo sviluppo delle lotte rivoluzionarie prima in Asia poi in Africa e America Latina sarebbe assai interessante (e parte non piccola di una comprensione adeguata del ‘900), ma esula dai compiti e dalle dimensioni di questo lavoro.
È importante invece rilevare come si struttura, con caratteristiche inevitabilmente assai variegate ma anche con tratti unitari, una vera tradizione culturale, un punto di vista sul mondo. Inevitabilmente una tradizione di forte impatto politico è oggetto di una costante attenzione critica, da più versanti. Ci sembra interessante individuare e discutere due tendenze critiche, significativamente opposte, almeno all’apparenza.
La prima e assai diffusa reazione all’iniziativa di Lenin verso il mondo coloniale è una orientalizzazione dello stesso bolscevismo. Si potrebbe utilizzare a questo proposito (con qualche licenza, certo) la nozione gramsciana di “assedio reciproco“.
Mentre per Lenin la questione orientale (nella sua già indicata identificazione con la questione dell’emancipazione dei popoli delle colonie e delle semicolonie) è un modo per ampliare il fronte di lotta al capitalismo e all’imperialismo, per l’enorme operazione ideologica che tende, dai primi giorni dopo la Rivoluzione d’ottobre ad oggi, a identificare il comunismo come fenomeno orientale, l’obiettivo è quello di circoscriverne la natura nel recinto dell’arretratezza storica.
D’altra parte, negli ultimi anni, avanza un fronte critico opposto, quello che parla di Red Orientalism (Orientalismo Rosso!) usando – abbastanza creativamente – il celebre concetto che Edward Said ha usato per descrivere come la cultura europea dell’età coloniale (e quella dei cosiddetti Area Studies statunitensi che ne sono i legittimi eredi) avesse costruito un concetto di Oriente funzionale al proprio dominio.
Secondo questi critici la sistematizzazione del pensiero leninista riguardo l’Oriente sarebbe stata funzionale esclusivamente alla politica di potenza dell’Urss, avrebbe recuperato abbondantemente lessico e concetti dell’orientalismo occidentale e di quello russo prerivoluzionario e sarebbe sostanzialmente vettore di una idea di “missione civilizzatrice”. Nel più puro stile orientalista.
Questa tipo di ragionamento, che pure pone alcuni punti da indagare (in particolare che cosa e in che forme la conoscenza sovietica dell’Oriente eredita dagli studi orientalisti della Russia prerivoluzionaria) salta alcuni passaggi fondamentali e in particolare l’opzione nettissima dei Bolscevichi per la soggettivazione dei popoli delle colonie ed anche la radicale critica, che viene da Lenin direttamente, ad ogni idea stereotipata e predeterminata dello sviluppo delle società orientali, ad ogni evoluzionismo occidentale universalizzato.
Comunque lo si voglia giudicare, la tradizione di studi orientali che prenda vita con il pensiero di Lenin e la Rivoluzione d’ottobre, e poi si articola enormemente quando se ne appropriano i concreti movimenti rivoluzionari del ‘900, ha una “internità” alle dinamiche complesse dei popoli dei paesi che hanno combattuto il colonialismo e il neocolonialismo, che la rende non accostabile al sapere orientalista come lo hanno definito Said e poi gli studi postcoloniali. Ovviamente non si tratta di rivendicare una qualche “purezza”, la differenza è differenza di collocazione. Ed è differenza radicale.
Molto difficile da affrontare organicamente, in conclusione, è il tema che in più punti del nostro argomento abbiamo incrociato e che riveste un indubbio interesse al punto da essere evocato anche nel dibattito mainstream. Quando una rivista come Limes riconduce l’intrinsichezza alla Russia di classi dirigenti africane che mettono alla porta la Francia ai legami nati in quelle istituzioni formative che abbiamo visto nascere e moltiplicarsi su indicazione del lontano Congresso di Baku; quando solidarietà antimperialiste antiche producono eventi clamorosi come l’iniziativa sudafricana contro Israele; quando tornano centrali (certo in forme assai diverse dal passato) i rapporti tra Russia e Cina; quando le cancellerie occidentali trovano inspiegabile la posizione dell’India sulla crisi ucraina... non c’è dubbio alcuno che la tradizione politica e intellettuale che abbiamo ricostruito viene chiamata in causa.
Un approfondimento particolare meriterebbe la vicenda dei cambiamenti della politica russa negli ultimi trent’anni. Ci limitiamo qui a segnalare una traccia.
Non c’è dubbio che la prima (e forse decisiva) rottura dell’eltsnismo, cioè di una collocazione della Federazione Russa completamente subalterna all’Occidente, politicamente e culturalmente, è legata ad un nome preciso: Evgenij Maksimovič Primakov. E alla sua politica che una fonte ostile ma attenta, come Samuel Huntington, definisce precocemente “antiegemonica”.
Ma chi è Evgenij Primakov? È indiscutibilmente un prodotto tipico di quella tradizione politica e culturale che abbiamo descritto, anzi nell’ultima fase della vita dell’URSS ne è il rappresentante più autorevole.
Laureato nel 1953 in studi orientali, corrispondente dal Medio Oriente per Radio Mosca e per la Pravda, è protagonista per decenni dell’analisi e dell’iniziativa sull’ “Oriente” in alcuni dei gangli decisivi della complessa architettura sovietica: gli istituti di ricerca, l’Accademia delle Scienze e, ambito non certamente secondario, il KGB.
Anzi, come responsabile della rilanciata, nel 1979, Associazione per gli studi orientali, Primakov è l’erede anche formale di Mikhail Pavlovich, al cui lavoro esplicitamente si ricollega. Con Primakov, in epoca post sovietica, prima Ministro degli Esteri, poi Presidente del Consiglio, la collocazione russa cambia sostanzialmente, e se sotto il profilo simbolico colpì l’interruzione del viaggio a Washington alla notizia dell’inizio del bombardamento del Kosovo, è la “dottrina Primakov” cioè il progetto di costruzione di un asse strategico con Cina e India e l’attenzione al ruolo dell’Iran, che definisce tratti salienti di una nuova collocazione internazionale della Russia in funzione – si direbbe con antico termine – di contrappeso al ruolo degli USA. E ancora una volta un filo rosso tra passato e presente appare evidente.
Ovviamente cautela e attenzione sono d’obbligo: è sbagliata e sterile ogni sovrapposizione che non tenga conto di una situazione del mondo che la storia dell’ultimo secolo ha trasformato profondamente, ma allo stesso tempo è assurdamente miope non vedere le lunghe tendenze che connettono la frattura rivoluzionaria leninista, le lotte anticoloniali della seconda metà del ‘900 (potentemente spinte dalla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale e dalla Rivoluzione Cinese), le resistenze di fine secolo con l’odierna lotta per il mondo multipolare.
Il Sud Globale è erede dell’Oriente Globale delineato negli anni Venti e della lotta per la decolonizzazione e – fatto decisivo, perché la soggettività conta – rivendica questa eredità.
Naturalmente questa ricerca sull’Oriente tiene dentro di sé domande anche sull’altro polo, sull’Occidente, chiede di fare luce anche sulla nostra parte del mondo. Il discorso di Lenin sull’Oriente è anche il discorso di un nuovo, necessario, rapporto tra il movimento operaio dei paesi capitalistici dell’Occidente e i popoli in lotta per la liberazione dal giogo coloniale.
La Rivoluzione russa, come si è detto, viene vista come il ponte tra queste due realtà. La sconfitta del movimento operaio e del marxismo in Occidente, le cui durissime conseguenze storiche appaiono in questa fase particolarmente evidenti e devastanti, pongono problemi enormi. E di questo bisognerà riparlare.
Fonte
11/11/2023
USA e NATO militarizzano l’Asia nordorientale
Il 22 ottobre, gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud hanno tenuto la loro prima esercitazione aerea congiunta. L’esercitazione militare ha avuto luogo dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro giapponese Fumio Kishida e il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol si sono riuniti a Camp David ad agosto “per inaugurare una nuova era di partenariato trilaterale”.
Sebbene la Corea del Nord sia stata spesso evocata come un nemico regionale per giustificare la militarizzazione, la formazione di una coalizione trilaterale tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud è un elemento chiave degli sforzi di Washington per contenere la Cina.
La militarizzazione del Nordest dell’Asia minaccia di dividere la regione in blocchi antagonisti, minando decenni di cooperazione economica reciproca e aumentando la probabilità di scoppio di un conflitto, in particolare riguardo a Taiwan, coinvolgendo i paesi vicini in una rete di alleanze.
La nuova militarizzazione del Giappone
Negli ultimi anni, incoraggiato dagli Stati Uniti, il Giappone ha impostato la sua più ampia militarizzazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo la sconfitta del Giappone, una nuova costituzione postbellica fu stilata da funzionari di occupazione degli Stati Uniti ed entrò in vigore nel 1947.
In base a questa “costituzione della pace”, il Giappone si impegnò a “rinunciare per sempre alla guerra […] e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le dispute internazionali”.
Tuttavia, con la Rivoluzione Cinese del 1949 e lo scoppio della Guerra di Corea nel 1950, gli Stati Uniti cambiarono rapidamente rotta in Giappone. Secondo gli storici del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “l’idea di un Giappone nuovamente armato e militante non allarmava più i funzionari statunitensi; al contrario, la vera minaccia sembrava essere l’espansione del comunismo, in particolare in Asia”.
La causa della modifica e dell’elusione della “costituzione della pace” giapponese fu presa in carico dal partito nazionalista di destra, il Partito Liberale Democratico (LDP), che ricevette milioni di dollari di sostegno dalla CIA durante la Guerra Fredda e ha governato il paese quasi senza interruzioni (tranne nel 1993-1994 e nel 2009-2012) dal 1955.
Nell’ultimo decennio, il LDP ha trasformato la politica di difesa del Giappone. Nel 2014, non riuscendo a modificare la costituzione, il governo del LDP guidato da Shinzo Abe l’ha “reinterpretata” per consentire una “pacifismo proattivo” e ha revocato il divieto delle truppe giapponesi di partecipare a combattimenti all’estero, consentendo al paese di partecipare a interventi militari per aiutare gli alleati, come gli Stati Uniti.
Nel 2022, l’amministrazione Kishida ha definito la Cina “la sfida strategica più grande mai posta alla pace e alla stabilità del Giappone” e ha annunciato piani per raddoppiare la spesa militare al 2% del prodotto interno lordo (in linea con i paesi NATO) entro il 2027, rovesciando il limite imposto al Giappone dopo la guerra che limitava la spesa militare all’1% del PIL.
L’amministrazione ha anche abrogato una politica risalente al 1956 che limitava la capacità missilistica del Giappone a difendersi dai missili in arrivo ed ha adottato una politica che consente la possibilità di colpire in risposta.
Questa mossa ha aperto la strada per l’acquisto di 400 missili Tomahawk statunitensi a partire dal 2025, con la capacità di colpire le basi navali cinesi e russe situate sulle coste orientali dei rispettivi paesi.
Assoluzione del Colonialismo Giapponese
Storicamente, gli sforzi di Washington nel creare alleanze multilaterali nell’Asia-Pacifico sono falliti a causa del retaggio del colonialismo giapponese. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti ricorsero a una rete di alleanze bilaterali con i paesi della regione conosciuta come il “Sistema di San Francisco”.
Il primo passo nella creazione di questo sistema fu il Trattato di Pace di San Francisco (1951), che stabilì relazioni pacifiche tra le Potenze Alleate e il Giappone.
Per accelerare l’integrazione del Giappone come alleato, gli Stati Uniti esclusero le vittime del colonialismo giapponese (tra cui la Cina, l’amministrazione guidata dal Kuomintang a Taiwan ed entrambe le Coree) dalla conferenza di pace di San Francisco e sollevarono Tokyo dall’assumersi la responsabilità dei suoi crimini coloniali e di guerra (tra cui massacri, schiavitù sessuale, sperimentazione umana e lavoro forzato).
La nuova alleanza trilaterale tra gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud è riuscita a superare gli ostacoli precedenti perché l’amministrazione di Yoon in Corea del Sud ha sospeso la responsabilità del Giappone per i crimini commessi durante il suo dominio coloniale sulla Corea (1910-1945).
In particolare, l’amministrazione di Yoon ha abbandonato una sentenza del 2018 della Corte Suprema sudcoreana che riteneva responsabili le aziende giapponesi come la Mitsubishi per il lavoro forzato dei coreani. Invece di essere finalmente ritenuto responsabile, il Giappone è stato nuovamente esonerato.
Verso una NATO asiatica?
Nel 2022, la NATO ha indicato la Cina come una sfida per la sicurezza per la prima volta. Quell’anno, il summit è stato anche il primo a cui hanno partecipato leader della regione Asia-Pacifico, tra cui Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda (questi quattro paesi hanno partecipato nuovamente nel 2023).
Nel frattempo, a maggio, è stato riferito che la NATO stava pianificando di aprire un “ufficio di collegamento” in Giappone, anche se la proposta sembra essere stata accantonata, almeno per ora.
L’alleanza trilaterale Stati Uniti-Giappone-Corea del Sud rappresenta un passo importante verso il raggiungimento di capacità di livello NATO in Asia, in particolare in termini di interoperabilità riguardo alle forze armate, all’infrastruttura e alle informazioni.
L’accordo raggiunto nel meeting di Camp David ad agosto impegna ciascun paese a incontri annuali e a esercitazioni militari. Queste esercitazioni militari permettono alle tre forze armate di praticare la condivisione di dati e la coordinazione delle attività in tempo reale.
Inoltre, l’Accordo Generale sulla Sicurezza delle Informazioni Militari (GSOMIA) tra il Giappone e la Corea del Sud – molto ambito dagli Stati Uniti – estende la condivisione di informazioni militari tra i due paesi non solo alla “limitazione ai missili e ai programmi nucleari della Corea del Nord“, ma anche alle “minacce dalla Cina e dalla Russia“.
Questo consente agli Stati Uniti, al Giappone e alla Corea del Sud di sviluppare un quadro operativo comune, la base dell’interoperabilità nel teatro militare del Nordest asiatico.
Promuovere la pace
All’inizio di quest’anno, in riferimento all’Asia-Pacifico, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, Nicholas Burns, ha dichiarato che il suo paese è “il leader in questa regione”.
Mentre la Cina ha proposto un concetto di “sicurezza indivisibile“, che significa che la sicurezza di un paese dipende dalla sicurezza di tutti, gli Stati Uniti adottano un approccio ostile che cerca di formare blocchi esclusivi.
L’atteggiamento egemonico di Washington verso l’Asia sta alimentando le tensioni e spingendo la regione verso conflitti e guerre, in particolare riguardo a Taiwan, che Pechino ha definito una “linea rossa“.
Per scongiurare la situazione nel Nordest asiatico sarà necessario allontanarsi da una strategia basata sul mantenimento del predominio degli Stati Uniti. Coloro posizionati per guidare questo movimento sono le persone che già stanno lottando sul fronte, dai cittadini di Gangjeong che si oppongono a una base navale per le navi da guerra degli Stati Uniti dal 2007 agli abitanti di Okinawa che lottano per non essere più l'aeroporto militare insulare degli Stati Uniti, fino alle persone di Taiwan che potrebbero alla fine essere le più colpite da una guerra nella regione.
Fonte
09/07/2022
Il nuovo disordine mondiale/ ieri e oggi: la jihad imperialista
di Sandro Moiso
Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 566, 32 euro
Arriva in libreria l’unica opera fino ad ora non ancora tradotta in italiano dello storico e giornalista inglese Peter Hopkirk (1930-2014) e dedicata, come tutte le sue precedentemente pubblicate da Adelphi, Mimesis e la stessa Settecolori, al Grande gioco, ovvero al confronto tra grandi potenze e imperi per il controllo dei territori ad oriente della Turchia fino all’Asia Centrale e all’India, vero cuore pulsante dell’impero inglese fino alla seconda guerra mondiale.
Hopkirk, che ha sempre affermato di aver iniziato a scrivere sul Grande gioco a partire dalla lettura di Kim, il capolavoro letterario-avventuroso di Rudyard Kipling, ancora una volta non smentisce la sua abilità nel trattare la materia in esame sia dal punto di vista documentario che da quello letterario, dando vita ad una narrazione in cui storia politico-militare e avventura si fondono in pagine che sicuramente non permettono al lettore di separarsi facilmente dalle stesse.
In questo caso si tratta di analizzare e raccontare lo sforzo che la Germania guglielmina, sul fare e nel corso della Prima Guerra Mondiale, mise in atto per poter scalzare, con l’aiuto dell’allora ancor parzialmente vivo impero ottomano e il richiamo all’islamismo più intransigente, la presenza britannica dai territori del Vicino Oriente, andando però ben oltre i confini e i territori compresi nello stesso.
Organizzata da Berlino, ma scatenata da Costantinopoli, la Guerra Santa era una nuova e più sinistra versione del vecchio Grande Gioco. Combattuta tra i servizi segreti di Re, Kaiser, Sultano e Zar, doveva avere un camppo di battaglia che si estendeva da Costantinopoli a est fino a Kabul e Kashgar, fino alla Persia, al Caucaso e all’Asia centrale russa. Doveva poi allargarsi a tutta l’India britannica e alla Birmania, dove Berlino sperava, con l’aiuto di armi e fondi di contrabbando, di fomentare violente rivolte rivoluzionarie tra le popolazioni locali ribelli, fossero esse musulmane, sikh o indù. Ma i sinuosi tentacoli della cospirazione si protendevano ben oltre le frontiere dell’Asia. Il grande progetto di Berlino comprendeva trafficanti d’armi negli Stati Uniti, un’isola remota al largo della costa sull’Oceano Pacifico del Messico e un poligono di tiro nell’affollata Tottenham Court di Londra, da dove venivano pianificati (e provati) assassini politici. Avrebbe coinvolto golette cariche di una quantità di armi sufficiente a far scoppiare di nuovo la Rivolta Indiana1 e casse di letteratura rivoluzionaria contrabbandate in India con innocue false copertine di classici inglesi2.
Naturalmente gli agenti tedeschi destinati portare a termine un’operazione così ampia, ambiziosa e “rivoluzionaria” dovettero scontrarsi sul campo sia con la determinazione inglese a mantenere il proprio vantaggio, se non di ampliarlo ai danni dell’impero ottomano attraverso l’azione di agenti altrettanto determinati e ambiziosi, quali ad esempio il notissimo colonnello Lawrence meglio noto come Lawrence d’Arabia3, sia con un evento inaspettato come quello rappresentato dalla Rivoluzione russa e dalle sue conseguenze anche su quella parte del continente asiatico4 oltre che con la diffidenza del mondo musulmano per questa ennesima intrusione del mondo cristiano nelle aree in cui il primo era prevalente.
Quel desiderio imperiale dovette poi ancora fare i conti con l’opposizione armena ai desideri di espansione che i tedeschi alimentavano nell’impero ottomano e nei suoi rappresentanti come Enver Pascià, già a capo dei Giovani Turchi e in gran parte responsabile del genocidio armeno (perpetrato tra il 1915 e il 1916) oltre che di quello dei Greci del Ponto (tra il 1914 e il 1923), che suscitò tra la popolazione armena superstite e ancora ben presente in città come Baku la tendenza ad allearsi con i bolscevichi in funzione di difesa nazionale ancor prima che di sollevazione rivoluzionaria. Oppure facendo sì che desiderio di rivalsa e simpatia per il bolscevismo si fondessero in un’unica causa (come nel caso del bagno di sangue a Baku nel 1918, in cui fu distrutta la Divisione Selvaggia turca insieme agli alleati Tartari, ben descritto nel libro di Hopkirk). Motivo per cui lo stesso Ismail Enver, conosciuto anche come Enver Bey, finì i suoi giorni cadendo in combattimento contro il battaglione armeno dell’Armata Rossa bolscevica comandato da Hagop Melkumian il 4 agosto 1922 presso Baldžuan, nella Repubblica Sovietica Popolare di Bukhara (odierno Uzbekistan), durante la rivolta dei Basmachi.
E’ una storia dalle tinte forti, a tratti fosche, quella che ci narra ancora una volta Hopkirk attraverso le pagine di questo libro e, allo stesso tempo, di avventure e di uomini che sembrano usciti dalle pagine di movimentatissimi romanzi di spionaggio. Come lo stesso autore ci suggerisce citando un autore di genere come John Buchan che nel 1916, proprio intorno a quegli eventi, aveva intrecciato quello che è da considerarsi come un thriller immortale: Greenmantle, il secondo di cinque romanzi di John Buchan con protagonista Richard Hannay.
Richard Hannay è uno dei primi eroi seriali dello spionaggio, ben prima dell’esuberante 007 di Ian Fleming o del grigio George Smiley di John le Carré, e di solito si accompagna ad un collega di nome Ludovic “Sandy” Gustavus Arbuthnot che, ci rivela Hopkirk, sembra ritagliato sulla figura del Capitano Edward Noel, uno dei veri protagonisti dell’azione dei servizi segreti inglesi nella regione caucasica e transcaucasica. Che nel libro di Hopkirk è proprio al centro delle vicende che si svolgono a Baku, prima, durante e dopo il cosiddetto “bagno di sangue” cui si è accennato prima.
Così, nel libro di Buchan, Hannay è chiamato a indagare sulle voci di una rivolta nel mondo musulmano e intraprende un pericoloso viaggio attraverso il territorio nemico per incontrare il suo amico Sandy a Costantinopoli. Una volta lì, lui e i suoi amici devono contrastare i piani dei tedeschi di usare la religione per vincere la guerra. Sforzi che raggiungeranno il culmine nel corso dell’offensiva di Erzurum. Durante tale offensiva, portata avanti tra il 10 gennaio 1916 e il 16 febbraio dello stesso anno dall’esercito imperiale russo, le forze dell’Impero ottomano, sorprese nei quartieri invernali, subirono una serie di sconfitte che portarono ad una decisiva vittoria russa.
Il libro di Hopkirk è, ancora una volta, densissimo di fatti, riferimenti, personaggi e documenti; tali da impedire al recensore una narrazione completa degli eventi narrati senza togliere al lettore il piacere della lettura e della progressiva scoperta delle conseguenze di azioni portate avanti da individui che, da soli o in gruppo, attraversano deserti e lande desolate e selvagge a piedi, a cavallo, su sgangherati mezzi di trasporto a motore o a trazione animale o in treno. Oppure che agiscono tra palazzi, ambasciate, uffici dei servizi segreti o vie di città europee o orientali in cui il tradimento e il doppio gioco sono sempre all’ordine del giorno. Ma ciò che appare al recensore attuale particolarmente importante sono alcune riflessioni, direttamente o indirettamente, stimolate dalla lettura dello stesso.
La prima è data dal rapporto tra avventura e imperialismo e colonialismo. Giunti infatti al termine della serie di libri di Hopkirk dedicati al Grande Gioco in tutte le sue sfaccettature, che l’autore stesso dichiara di aver sviluppato a partire dalla lettura di Kim, diventa impossibile non rilevare come proprio il genere avventuroso, in letteratura prima e nel cinema o nelle serie televisive poi, oltre che nei fumetti, affondi le sue radici nell’avventura delle imprese coloniali e imperiali che l’uomo bianco, con la sua cultura, i suoi “nobili ideali” e gli enormi e insaziabili appetiti economici, portò a termine tra il XVIII e il XX secolo ai danni di altri uomini, diversamente colorati, di diversa religione, cultura e interessi economici o organizzazione sociale opposta. I quali, insieme alle loro etnie e società, quando queste non furono del tutto distrutte, ai loro governi, alle loro famiglie, tribù o clan vissero, e ricordano ancora oggi, gli stessi eventi senza l’aura dell’impresa eroica ma soltanto attraverso l’esperienza e il ricordo del sangue e della tragedia. Cosa di cui, oggi, l’occidente sta iniziando a pagare il conto sotto forma di guerre incontrollabili, rivolte sempre più ampie, migrazioni epocali e crisi del proprio sistema economico e politico su scala globale.
Rimanendo ancora per un attimo sul piano della letteratura è allora impossibile non ritornare con la mente a quanto già scrisse profeticamente Ugo Foscolo nel suo romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis, ancora all’alba del XIX secolo:
Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue di innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! Ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno la loro età. Oggi son tiranne, per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco5.
Eppure, eppure…
A distanza di un secolo, oppure anche di secoli, nulla è cambiato.
Come cieche ruote dell’oriuolo gli ingranaggi dei servizi di intelligence
(come si usa denominare oggi lo sporco lavoro degli agenti segreti)
continuano a macinare intrighi, a programmare assassinii, a giocare
sulle divisioni etniche, culturali e religiose per far guadagnare alle
diverse potenze in campo qualche fonte di materie prime in più, qualche
spostamento di baricentro del potere in Europa o negli altri continenti,
a preparare rivolgimenti che, esattamente come un tempo, potrebbero
avvenire con risultati ben diversi da quelli sperati.
Mentre i teorici del complotto e del super-imperialismo continuano a discettare della capacità statunitense di dirigere a proprio vantaggio gli affari economici e militari del pianeta, la Storia continua a dimostrare che dirigerla è impossibile, magari prevederla sì, utilizzando i giusti strumenti di analisi e riferimenti di classe, ma non determinarne il corso. E a far le spese di questo gioco incontrollabile sono proprio i presunti artefici dello stesso, in particolare i vari governi susseguitisi negli Stati Uniti dalla caduta del Muro in poi, ma anche prima.
In fragile equilibrio tra potenze emergenti sempre più aggressive e determinate, alcune delle quali ancora esattamente dislocate sui territori già in palio nel Grande Gioco, talvolta imprevedibili nelle scelte e scaltre nel destreggiarsi tra i differenti ruoli che sembrano essere stati assegnati loro da un croupier piuttosto distratto e disordinato (si pensi solo alla Turchia di Erdogan e ai paesi arabi, sempre apparentemente in bilico tra Occidente e Oriente ma sempre più determinati a seguire una propria politica di potenza), gli Stati Uniti sembrano condannati a ripetere non solo gli errori di un passato che ancora li preoccupa (ad esempio la guerra in Vietnam), ma anche quelli altrui.
Come, ad esempio, proprio con la scelta di scatenare una jihad islamica contro i russi, in Afghanistan, che poi si rivolse contro di loro (a partire dalle Torri Gemelle) e contro l’intero Occidente, fino alla catastrofica uscita e disordinata dalla ventennale guerra nello stesso paese, in cui, nel periodo “migliore” riuscirono a mettere al governo un individuo come Hamid Karzai, meglio noto, al di là delle ruberie e della corruzione che lo hanno contraddistinto, come “sindaco di Kabul” più che come presidente di uno stato riformato in chiave moderna. In una storia in cui a farla da padrone è stato l’avventurismo, più che l’avventura.
Ciechi ingranaggi che girano e girano, spesso a vuoto, ma altre volte macinando vite, sangue e risorse, determinati da elementi che vanno ben al di là della volontà dei singoli governi o dei singolo, per quanto spregiudicati, individui. Come anche Lawrence d’Arabia, insieme a molti personaggi di differente nazionalità riproposti da Hopkirk nelle sue ricerche, ebbe modo di scoprire.
Il suicidio dell’Occidente (imperiale e coloniale) passa da lì e la lettura di Hopkirk, anche se indirettamente, ci aiuta a comprenderlo meglio. A patto di saper leggere e studiare invece di vaneggiare di volontà individuale, libertà di scelta, complotti, difesa della patria e svariate altre amenità diversamente proposte dai media mainstream e dalla propaganda politico-ideologica di ogni, nefasto, colore. Soprattutto oggi, in occasione della guerra in Ucraina.
Note
Rivolta antibritannica scoppiata in India nel 1857 che vide protagonisti i cosiddetti sepoy della Bengal Army, ovvero i soldati di origine indiana arruolati nell’esercito inglese – Nota nel Testo. Si veda anche: William Dalrymple, L’assedio di Delhi, Rizzoli, Milano 2007
Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, p. 17
Cui le edizioni Settecolori hanno già dedicato un libro (recensito qui)
Si veda ancora qui
Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione definitiva del 1817), (a cura di Mario Puppo), Mursia 1965, decima ristampa 1994, pp. 110-111
16/08/2021
L’Asia, una civiltà sconosciuta
Sergio, bolognese verace amante del sud e della Calabria, già collaboratore della rivista La Contraddizione, si è trasferito alla fine degli anni novanta in Malesia dove lavora come general manager di una multinazionale asiatica.
Per lavoro ha girato Vietnam, Cina, Singapore, Indonesia, India, ecc. Mi segue dall’Asia da vari anni leggendomi sui vari siti, ha letto il mio libro “Piano contro mercato“. 10 mesi fa volle contattarmi e ci siamo conosciuti. Ha voluto conoscermi di persona e così ci è venuto a trovare.
Sergio ha raccontato dell’Asia, dell’India, dove le metropoli sono attraversate da gran povertà ma anche da una grande classe media e tutti, tutti, si danno da fare. Gli asiatici lavorano come matti, certo, per far soldi, ma anche per cultura; il parassitismo non è nella loro linea.
I genitori fanno studiare i figli (a proposito: a scuola tutti con la divisa, per non esaltare le divisioni in classi sociali, fino all’Università, come era da noi un tempo), ma poi i figli mantengono i genitori, c’è un culto degli anziani.
Il figlio dell’industriale inizia dalla gavetta (ci ha raccontato del figlio di un magnate di supermercati, incontrato mentre spazzava un supermercato), mentre da noi partono con Ferrari, alcol e droga.
Mi dice che molti industriali italiani non stimano i propri figli, che dissipano ricchezze, non vogliono lavorare, e fanno i parassiti. Un’altra cultura, i figli degli industriali italiani dissipano ricchezze mentre pagano poco la gente (“se tu dai noccioline avrai una scimmia al lavoro”, proverbio cinese).
In Asia negli affari dominano gli indiani e i cinesi, i ristoranti italiani in Cina sono finanziati dai cinesi che si prendono il 50% degli utili (logico che il ristoratore poi dia il massimo assieme ai suoi collaboratori).
In Asia prima viene la comunità, poi l’individuo, non solo in Cina, ma in tutto il continente. Fa parte della loro cultura, ecco perché in alcune aree riescono a controllare meglio il covid.
In alcune aree c’è un forte senso dello Stato, in altre di meno. Persino la spazzatura viene controllata a livello di condominio; se qualcuno sgarra fanno la multa all’intero condominio. Ogni condominio ha il portiere che controlla per il covid.
Ci ha raccontato di un magnate malesiano cinese che scelse come direttore del personale un indiano con la quinta elementare. Perché? Spiegò a Sergio: “se lui è umile allora si comporterà bene con i miei collaboratori”. Chi fa questo da noi?
Abbiamo due cose in comune, con Sergio: culto della tradizione e preferenza per il contante (a favore dei piccoli operatori economici, la grande evasione la fa chi porta i soldi all’estero, la piccola olia l’economia).
Piacevolissima serata, ora attendo nei prossimi mesi gli altri amici.
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06/12/2020
L’Asia vola, l’Italia ignora
Il progetto ha un valore di tre miliardi di dollari ed è finanziato da Ex Import Bank China, nell’ambito della Nuova Via della Seta. La connessione terrestre servirà in futuro ad avere collegamenti merci in vista della delocalizzazione di parti di produzione cinese in Bangladesh, così come in altre aree del Sud Est asiatico.
La Cina sostiene la connessione ferroviaria, portuale, stradale – asiatica e mediorientale – per promuovere lo scambio e favorire quella strategia decisa anni fa; delocalizzare il 15% della produzione industriale cinese verso altre aree, specializzandosi all’interno in produzioni high-tech, sul modello sud coreano.
Le connessioni avranno un effetto di industrializzazione di queste aree e contribuiranno all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi, propedeutica alla reflazione salariale (aumento dei salari a tutti i livelli) nelle aree interessate, sul modello cinese degli ultimi trent’anni.
L’Occidente è invece invischiato nel capitale produttivo di interesse, altrimenti detto finanziarizzazione dell’economia.
L’Asia, il Medio Oriente, il Mediterraneo vanno lentamente spostando l’attenzione sull’economia reale, sulla produzione industriale; in definitiva sulla creazione di neo-valore in senso marxiano.
L’accordo asiatico delle settimane scorse ha questo scopo, una divaricazione di politiche economiche tra Occidente e altre aree del Pianeta.
Questa strategia coinvolge il Mediterraneo, ma l’Italia, invece di guardare al Mare Nostrum, grazie a una classe dirigente miope e parassitaria, è aggrappata alla decadente città di Francoforte.
Il nuovo 1200 italiano si potrebbe affacciare prepotentemente, ma qui nemmeno ce ne accorgiamo.
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18/11/2020
Il Secolo dell’Asia
Per il Regional Comprehensive Economic Parternship sono i numeri a parlare. I 15 paesi asiatici che l’hanno sottoscritto costituiscono un terzo circa della popolazione globale e producono poco meno di un terzo del PIL mondiale.
Tra questi vi sono tre “pezzi da novanta” del capitalismo avanzato: Cina, Giappone e Corea del Sud. Tre Paesi che tra l’altro, in maniera parzialmente differente, hanno affrontato relativamente con successo la pandemia e che ora stanno conoscendo una significativa ripresa economica, a differenza dell’Occidente.
Il Financial Times riporta le previsioni di due economisti esperti in commercio internazionale – Peter Petri e Michael Plummer – secondo i quali l’accordo porterà ad un incremento dello 0,2% del PIL dei paesi firmatari, ed una quota aggiuntiva dell’economia mondiale di 186 miliardi.
L’accordo – che potrebbe già partire il prossimo anno – è il frutto di 8 anni di trattative, con 49 incontri negoziali e 19 meeting ministeriali, comprende 10 Paesi dell’Asean e 5 non-Asean, e dovrà essere ratificato per essere valido da 6 Paesi dell’Associazione dei Paesi del Sud Est Asiatico e da 3 che non ne fanno parte.
L’India era uscita improvvisamente dai negoziati il 4 novembre dell’anno scorso, principalmente per due ordini di motivi.
Il primo di natura “protezionistica” rispetto ad alcuni settori chiave della sua economia (anche se l’agricoltura ed una parte dei servizi sono in parte esclusi dal RCEP), soffrendo già di un significativo deficit commerciale nei confronti della Cina, da cui importa merci per parecchi miliardi in più di quanto ne esporti.
Il secondo di natura geopolitica, visto il suo avvicinamento all’amministrazione statunitense in funzione anti-cinese all’interno della cornice strategica dell’Indo-Pacifico.
I 15 Paesi lasciano però la porta aperta all’India, che non è detto non rientri in un secondo tempo.
Il RCEP è la cornice di rapporti multilaterali che potrebbe fare da incubatrice di relazioni bilaterali e trilaterali importanti.
La Cina, che ai tempi non fu l’artefice di questo accordo, ne diventa ora uno dei perni, vista la maggiore possibilità per la Repubblica Popolare di operare investimenti regionali e, dall’altro, la possibilità di maggiore accesso al mercato cinese da parte dei paesi firmatari.
In generale si va verso un mercato integrato a livello regionale, e allo stesso tempo esportazioni più competitive nel resto del mondo per i Paesi che lo compongono, come riporta Channel Asia.
Sébastien Jean, direttore del Centro Studi CEPII, ha giustamente affermato a «Le Monde»: “commercialmente questo accordo dovrà facilitare molto il funzionamento delle catena del valore della zona”.
Questo aspetto è centrale in un momento in cui, si stanno ridisegnando le filiere produttive ed il commercio mondiale, con una maggiore de-connessione tra Cina ed USA, e la riconfigurazione delle rotte commerciali del traffico marittimo secondo linee diverse da quelle sviluppate durante la globalizzazione neo-liberista a guida USA.
Kentaro Iwamoto su Asia Nikkei mette in luce alcuni tratti significativi dell’accordo.
“È la prima volta” – scrive Iwamoto – “che la Cina entra in un trattato di libero scambio non bilaterale”.
Inoltre “l’Asia sembra prendere la guida nel dare forma alla nuova architettura del commercio globale”.
Cioè a dare forma a quello che sarà il mondo post-pandemico, aggiungiamo noi.
L’eliminazione delle tariffe – uno dei cardini dell’accordo, insieme ai servizi e all’e-commerce – cambierà in parte i rapporti tra Giappone e Cina, per esempio, visto che erano sottoposte a dazi l’86% delle merci nipponiche in direzione della Repubblica Popolare.
Un vantaggio notevole per l’industria giapponese in generale, ed in particolare per il comparto delle forniture automobilistiche; ed una maggiore integrazione produttiva che sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata dall’ex premier nipponico Abe, recentemente uscito di scena.
Per altri attori, come le Filippine, le cui esportazioni sono dirette già per oltre il 50% verso questa regione, è un vantaggio notevole.
Per tornare alla Cina, le parole del vice-ministro al commercio Qian Keming sono significative: “continueremo a ridurre la lista negativa che sbarra l’accesso agli investimenti stranieri”.
Due sono le destinazioni principali prefigurate per questi investimenti: i settori high tech che sono il perno della strategia cinese, cristallizzate nelle linee guida del nuovo Piano Quinquennale (2020-25), ed i progetti di sviluppo delle regioni centrali ed occidentali del Paese.
Da un lato, quindi, settori in grado di far compiere il salto di qualità tecnologica alla Repubblica Popolare; dall’altra le regioni “più arretrate”, per promuovere uno sviluppo più equilibrato ed una maggiore coesione cinese all’interno di un processo di integrazione regionale.
È chiaro – come riporta Asia Nikkei – che quest’accordo potrebbe essere foriero di ulteriori sviluppi, come un possibile accordo di libero scambio tra Cina ed UE, od un più stretto accordo “a tre” tra Cina, Giappone e Corea del Sud.
Bisogna ricordare che proprio in questo contesto la valuta cinese, che sta sperimentando la sua versione digitale, potrebbe giocare un ruolo ed utilizzare quest’area come base di partenza per una propria affermazione come moneta internazionale di scambio.
Il Financial Times mette in evidenza due punti del RCEP: da un lato l’importanza delle “rules of origin”, che permetteranno ad un singolo componente prodotto in un Paese della regione di entrare nella filiera produttiva dei firmatari con un solo pezzo di carta, come afferma un operatore economico, senza che sia necessaria nessuna certificazione aggiuntiva una volta assemblato in un altro prodotto.
Il secondo punto – al pari dell’Asia Nikkei – è il rapporto che si instaura tra Cina, Giappone e Corea del Sud.
Ma è la cifra geopolitica che quest’accordo di integrazione economica ha per gli ulteriori sviluppi delle relazioni internazionali quella che il quotidiano britannico coglie meglio: “ciò significa che né l’UE né gli USA, le tradizionali super-potenze mondiali, avranno voce in capitolo quando l’Asia Porrà le sue regole commerciali”.
Un nuovo benchmark, quindi.
Qui sta il punto, come ha giustamente affermato Sébastien Jean, direttore del Centro Studi CEPII, a Le Monde: “pone una vera crisi strategica agli Stati Uniti”.
L’amministrazione Obama aveva infatti sottoscritto nel febbraio 2016 una delle architravi di quello che doveva essere il Pivot to USA – il TPP (Trans-Pacific Partnership) – da cui Trump uscì meno di un anno dopo, nel gennaio 2017, e che venne poi firmato comunque da 11 Paesi nel 2018; 7 dei quali hanno firmato poi domenica il Regional Comprehensive Economic Parternship.
Come ha chiosato il New York Times: “ad alcuni esperti del commercio, questo nuovo accordo mostra che il resto del mondo non aspetterà gli Stati Uniti”.
Ed il mondo non aspetta né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea, che dovranno moltiplicare gli sforzi per uscire dall’emergenza pandemica in una situazione economica catastrofica e con un corpo sociale indebolito, senza uno straccio di strategia che non sia il “”convivere con il virus”.
Che nessuno aspetti USA e UE viene confermato anche dall’incontro dei Brics.
Questo martedì è iniziato il 12simo incontro tra Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa, che ha tre assi: la risposta al Covid-19, la facilitazione della ripresa economica ed il miglioramento della “governance” economica.
Uno degli strumenti di intervento economico dei BRICS è la New Development Bank, creata nel 2015, con sede a Shangai, che era inizialmente destinata al finanziamento dei progetti infrastrutturali e di sviluppo, ma che a marzo di quest’anno ha allargato il suo raggio al sostegno dei Paesi che lo compongono, colpiti dal Covid, per affrontare meglio la situazione pandemica.
Un segno di duttilità, contrariamente ai rigidissimi trattati infra-europei, che pochi osservatori hanno colto.
Sono stati erogati prestiti a Cina, India, Sud Africa e, a luglio, al Brasile, anche con l’emissione in due tranches di bond, a giugno e a settembre, per un totale di 3 miliardi di dollari.
Le modalità di concessione dei prestiti li ha resi più celeri (un mese per essere approvati) e la mole si è ampliata fino a 10 miliardi di dollari.
Una azione alternativa allo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, o ai meccanismi suicidi della UE.
60 aziende dei Brics hanno esposto i propri prodotti al China International Import Expo, giunto alla terza edizione e che ha come fine principale sviluppare l’import ed i consumi interni. Si è conclusa con un volume d’affari maggiore rispetto all'anno precedente: più 2,1%, con contratti firmati per più di 70 miliardi di dollari.
Un abisso rispetto ai valori in picchiata del commercio occidentale.
Un altro segnale importante di come il baricentro dello sviluppo mondiale si è spostato ad oriente e che solo una pessima informazione non ci permette di capire.
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16/11/2020
L’Asia si accorda e volta le spalle agli Usa
La pandemia continua a correre, nonostante gli annunci sull’arrivo dei vaccini (i tempi variano con le aspettative commerciali o elettorali), e di sicuro il mondo che ci troveremo davanti, alla fine, non sarà lo stesso di prima.
La frase è stata pronunciata molte volte, non sempre – o quasi mai – accompagnata da una descrizione seria su che cosa sarà cambiato tra l’inizio (gennaio 2020) e la fine (ben che vada, l’autunno del 2021).
E allora proviamo a mettere sul piatto una cosa certa: il peso economico degli Usa sarà molto minore, e così anche la loro capacità egemonica nel commercio mondiale.
Non è un auspicio, ma un fatto. Ieri notte quindici economie dell’Asia-Pacifico hanno formato il più grande patto di libero scambio del mondo. Rappresentano il 30% della popolazione e dell’economia globale. 2,2 milliardi di produttori e consumatori, perché è ormai alle spalle il tempo dell’Asia – e in primo luogo la Cina – come continente di produttori a basso salario e scarsi consumi. E nel gruppo non ci sono gli Stati Uniti...
Il perno del nuovo accordo – Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – è naturalmente la Cina, stavolta strettamente collegata a Giappone e Corea del Sud, i due storici alleati locali dell’imperialismo Usa. Ma nel gruppo ci sono altri ex pilastri dell’egemonia statunitense, come Australia e Nuova Zelanda.
L’India non ha firmato per timore di veder crescere, nel breve termine, il deficit commerciale con Pechino. Ma molti segnali indicano che l’ingresso nel Rcep sarà questione di pochi anni, pandemia permettendo (o forse facilitando...).
Anche il luogo della firma mostra il sorriso beffardo dell’ironia della Storia: Hanoi, Vietnam del Nord, la più grande e significativa sconfitta statunitense del ‘900.
Per calcolare meglio il disastro economico-diplomatico, Trump aveva distrutto anche il Trans-Pacific Partnership (TPP), sottoscritto a suo tempo da Barack Obama, disegnato sul progetto esattamente opposto (confinare la Cina ai margini del “grande gioco” del Pacifico).
Di fatto, quella che (ancora per poco, forse) resta l’economia più grande del mondo è fuori da entrambe le intese commerciali che tengono insieme la regione in più rapida crescita della terra.
Molti dei punti del nuovo trattato non sono ancora noti nei dettagli. Si sa però che comprende 20 capitoli che vanno dal commercio di beni, investimenti e commercio elettronico alla proprietà intellettuale e agli appalti pubblici.
Ma il ministero delle finanze cinese ha tenuto a sottolineare che “lo spirito” è all’esatto opposto della “guerra dei dazi” promossa stupidamente da Donald Trump. «Per la prima volta, Cina e Giappone hanno raggiunto un accordo bilaterale di riduzione delle tariffe, raggiungendo una svolta storica».
Come notano tutti gli analisti internazionali, anche con la vittoria di Biden gli Usa non potranno “contrattaccare”, o almeno “controproporre”, in tempi brevi. Perché la disastrosa gestione della pandemia occuperà per forza di cose gran parte delle energie intellettuali, politiche ed economiche della nuova amministrazione.
Se questa, almeno, riuscirà a risolvere in modo accettabile la diversità di prospettive tra il centro dell’establishment (facile indovinare accordi sotterranei con i repubblicani “moderati”…) e la sinistra “socialista”. La quale ha un’agenda decisamente “radicale” per le abitudini statunitensi (qui in Europa sarebbe normale programma socialdemocratico, neanche troppo spinto), e difficilmente potrà accettare l’emarginazione e restare in silenzio.
That’s all, folks! È già un altro mondo, rispetto al 2019...
La “triste” reazione dei mercati alla nuova situazione:
La produzione industriale della Cina batte le previsioni, il Giappone nel terzo trimestre fa un balzo record del Pil dopo il crollo più grande dell’economia mai registrato dal dopoguerra a oggi, Pechino firma un accordo commerciale di libero scambio con altri 14 paesi dell’area Asia Pacifico, le speranze sull’arrivo del vaccino si stanno materializzando, le borse asiatiche corrono.
La produzione cinese è cresciuta più velocemente del previsto in ottobre (+6.9% anno su anno), i consumi sono in forte ripresa, segnano un +4.3% anno su anno, gli investimenti immobiliari sono a +12.7% rispetto a un anno fa, il ritmo di crescita più elevato dal luglio del 2018, la ripresa economica secondo l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino è destinata a accelerare ancora nell’ultimo trimestre.
Il Giappone, la terza economia del mondo, esce dalla fase negativa innescata dalla crisi del Covid, il balzo del Pil nel trimestre è del 5%, il tasso annualizzato di crescita è pari al 21,4% (le previsioni davano una crescita del 18.9%), il maggior incremento degli ultimi 40 anni, il primo segno positivo negli ultimi quattro trimestri in rosso. Il rimbalzo di Tokyo è stato trainato da un’impennata record del 4,7% dei consumi privati (spesa per auto, tempo libero e ristoranti).
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10/09/2019
Viene dallo Svimez il progetto per il sud di Conte
L’obiettivo è quello di strutturare l’area meridionale di imprese e alta professionalità dediti all’export. Perno centrale è il porto di Taranto. L’idea è quella di farne una piattaforma produttiva e logistica dedita all’export. Gli strumenti sarebbero quelli accennati e verrebbero concentrati.
Questo progetto è stato pianificato 20 anni fa dal centro studi Svimez, che pensava e pensa di fare del sud una piattaforma logistica al servizio del Mediterraneo e dell’Asia. Già il ministro per il sud grillino Lezzi immaginava una pianificazione con una linea ferroviaria che unisse i principali porti del sud.
L’idea è dello Svimez, e ora al ministero del mezzogiorno c’è Giuseppe Provenzano, piddino che viene proprio dal centro studi Svimez. Giannola pensa ad una nuova stagione di industrializzazione per il sud. Questa volta non più come obiettivo il centro nord, da 20 anni quasi in stagnazione, se confrontato con altre aree, ma con i paesi rivieraschi del Mediterraneo, che crescono e cresceranno sempre più e soprattutto con la gigantesca piattaforma produttiva asiatica, in primis cinese.
Proprio ieri è arrivato l’ufficiale benvenuto a Di Maio, neo ministro degli Esteri e protagonista del memorandum con la Cina, da parte del portavoce del ministero degli esteri cinese.
Ma c’è anche il Giappone, la Corea del Sud, l’Asean, l’India e in medio oriente l’Iran. Svimez pianifica da anni questa nuova industrializzazione. Ancora non sono arrivati interviste e articoli del neo ministro del sud Provenzano, ma a leggere Giannola possiamo affermare che nelle idee c’è continuità tra Lezzi e Provenzano.
La Germania non crescerà più come una volta, l’eurozona è stagnante da decenni, i paesi rivieraschi e l’Asia crescono a ritmi forsennati.
È lì che bisogna guardare, non al nord. La Lega voleva accaparrare le risorse per i prossimi decenni con l'autonomia differenziata per essere ancora protagonista, ma la storia volge verso sud e l’Asia. In Usa ci sono 100 milioni di sbandati e l’economia cresce a debito.
Il futuro non è né in Usa né in Germania.
La storia cambia, Gheddafi l’aveva capito. È per questo che è stato trucidato.
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18/06/2019
L’insidia russo-cinese al dominio yankee in Asia
Appena poche ore prima, a Biškek, il 19° vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) illustrava le nuove regole del gioco in Asia, allargando la propria area di interesse. A beneficio di quale uditorio siano stati approvati i documenti del summit, è chiaro già dal preambolo: “il panorama geopolitico diventa multipolare, i legami tra i paesi si fanno più stretti”, nonostante che “la situazione economica mondiale rimanga instabile” e il “processo di globalizzazione economica si scontri con un aumento delle misure protezionistiche unilaterali e altre sfide nel commercio internazionale”.
Si assiste a una redistribuzione “dell’equilibrio globale, principalmente per la formazione di nuovi centri di sviluppo in Asia”: si certifica così che, chiusa l’epoca “unipolare”, l’Occidente sta cominciando a perdere colpi, nella concorrenza con l’Oriente.
Significativo, che per la prima volta si parli ufficialmente di Eurasia, per “utilizzare il potenziale di paesi della regione, organizzazioni internazionali e unioni multilaterali”, per formare in “Eurasia uno spazio di cooperazione aperto, di reciproco e uguale vantaggio“. Non a caso, nota su iarex.ru Vladimir Pavlenko, Bloomberg scrive allarmata della prospettiva di un controllo russo-cinese sull’Eurasia e consiglia a Washington di “sostenere l’Europa e rafforzare la rete di alleanze e partnership con tutta la periferia asiatica”: ammesso che non sia troppo tardi, con un’Europa che sopporta sempre meno le sanzioni anti-russe e allarga sempre più i rapporti con Pechino.
In maniera univoca, la linea che ha saldato l’approccio russo-cinese ai vertici CICA e SCO sembra esser stata quella di sloggiare i soggetti “estranei” dall’Eurasia: dopo che a Biškek si sono date garanzie alle repubbliche dell’Asia centrale, a Dušanbe Putin e Xi, in una serie di incontri bilaterali, hanno lanciato un messaggio trasparente a Washington, Londra, Tel Aviv.
Di più: se al 18° vertice di Qingdao si era sostenuta l’adesione non permanente di Kirghizia e Tadžikistan al Consiglio di sicurezza ONU, al 19° si è fatto lo stesso per India e Pakistan. Ora, dato che l’India, insieme a Germania, Giappone e Brasile, era in lizza per lo status di membro permanente, nota ancora Pavlenko, questo è un avvertimento per chi sta promuovendo la riforma del Consiglio di sicurezza e tale virata è connessa all’ingresso di Delhi nella SCO, sostenuto da Russia e Cina.
Anzi, un incontro a tre Putin-Xi-Modi è tra gli eventi più attesi in margine al prossimo vertice G-20 a Osaka, che potrebbe far seriamente traballare i piani occidentali per orientare l’India contro Cina e Russia.
Forse casualmente, i vertici di Biškek e Dušanbe hanno seguito di appena un paio di settimane il rapporto del Pentagono sugli obiettivi USA nella regione indo-pacifica, giudicata la più importante “per il futuro dell’America”, con la metà della popolazione mondiale e il 60% del PIL planetario.
I paesi dell’area dispongono di 7 dei 10 più potenti eserciti del mondo e 6 di essi detengono l’arma nucleare; ci sono qui 9 dei 10 maggiori porti della terra, che smistano il 60% del commercio internazionale; un terzo dei traffici marittimi mondiali transita per il mar Cinese meridionale. Il commercio USA coi paesi della regione raggiunge i 2,3 trilioni di dollari e gli investimenti diretti USA 1,3 trilioni; un quarto delle esportazioni USA è destinato a questa regione e quelle verso Cina e India sono più che raddoppiate negli ultimi dieci anni.
A inizio giugno, anche Pechino aveva pubblicato il “Libro bianco” sui rapporti commerciali Cina-USA. Nel 2018, il volume del commercio reciproco di beni e servizi ha raggiunto i 750 miliardi di dollari e gli investimenti diretti bilaterali i 160 miliardi dollari. Le dogane cinesi hanno registrato una crescita del commercio dai 2,5 miliardi del 1979, ai 633,5 miliardi del 2018: la Cina è il più forte partner commerciale degli USA, il terzo più grande mercato di esportazione e la più estesa fonte di importazione negli Stati Uniti. Il “Libro bianco” conclude che i rapporti commerciali sino-americani rivestono carattere reciprocamente vantaggioso, smentendo l’affermazione di Donald Trump su un presunto “sfruttamento cinese” dell’America.
Uno “sfruttamento” che, secondo il Pentagono, sul piano militare si tradurrebbe in un “tentativo di cambiare a proprio favore l’ordine nella regione”, modernizzando le forze armate e conducendo “operazioni di influenza per soggiogare altri Stati”.
Al contrario, gli USA starebbero agendo “in modo completamente diverso”, tanto che Trump parla di una regione “libera e aperta”, in cui “assicurare la libertà di navigazione” e “sfidare le eccessive pretese marittime”: ovviamente cinesi. Così, Washington intende incoraggiare i governi che “agiscono correttamente” e i paesi i cui cittadini “godono dei diritti e delle libertà fondamentali”: il ritratto del “sicuro alleato” dell’Occidente, insomma.
Ora, osserva Sergej Kadomtsev sul mensile Vita internazionale, gli yankee si oppongono al “dominio di qualsiasi potenza nella regione indo-pacifica” e, per farlo, non vedono altra strada che il mantenimento del dominio militare USA. Washington è così tanto contraria alle relazioni di “dipendenza strategica“, che “invita gli alleati” a comprare armi americane, ai prezzi fissati dal Pentagono. E, in risposta all’iniziativa cinese Belt and Road, Washington non ha di meglio che adombrare fumosi “nuovi corridoi strategici”, legami militari coi vecchi alleati e parlare di un paio di dozzine di miliardi di dollari per stimolare “l’interazione produttiva” con nuovi partner.
Con tutto ciò, secondo il Pentagono, Pechino rimane la prima delle tre principali “minacce” alla sicurezza regionale: una “potenza revisionista“, dati “i suoi obiettivi espansionistici in campo politico, economico e militare“, che “cerca il confronto” e “l’egemonia regionale nel prossimo futuro”, mentre a lungo termine mira alla “supremazia globale”.
Al contrario, Washington, secondo il Pentagono (!), a lungo termine tenderebbe a relazioni “trasparenti e non aggressive” con la RPC: ma solo se Pechino si conformerà alle condizioni americane. Il Pentagono dice insomma col linguaggio da caserma, ciò che più mellifluamente The National Interest pretende da Pechino: che cioè modifichi il proprio comportamento, in modo che gli USA raggiungano un “livello più equo nell’arena commerciale”. E se Pechino vuole che “Washington smetta di cercare di impedire l’inevitabile ascesa della Cina, spetta però a Xi dimostrare che la Cina è disposta a modificare il proprio comportamento”, anche se “con la Cina quale potenza ascendente e l’America in graduale e inesorabile declino quale principale potenza mondiale, Xi ha pochi stimoli reali a cambiare” le regole del gioco.
In realtà la Cina, scrive Kadomtsev, sostiene l’ulteriore liberalizzazione degli scambi, sia nell’area indo-pacifica, che nel resto del mondo, sulla base dei principi di “mutuo vantaggio”, integrazione di tecnologie e culture. Un approccio simile a quello di Mosca che, nella medesima regione, sostiene la creazione di una zona di libero scambio: ragion per cui anche la Russia, nel documento del Pentagono, è definita “attore maligno rinascente”, quella seconda minaccia che cerca di recuperare ed espandere la propria influenza nella regione “in tutte le direzioni”.
Così, ci si dice preoccupati per lo sviluppo di una partnership globale russo-cinese in campo diplomatico, economico e militare, che potrebbe “sovvertire” l’ordine yankee. La terza minaccia per il Pentagono nella regione è ovviamente rappresentata dallo “stato canaglia” della Corea del Nord e si rimane fermi nell’esigere il suo completo disarmo nucleare, confermando la linea “dura e ultimativa” di Washington.
Sul fronte operativo, il documento, lasciata da parte ogni retorica “trasparente e non aggressiva“, parla di “mantenimento della pace con la forza e la deterrenza”, attraverso reparti interforze in grado di “conseguire una veloce vittoria in ogni conflitto”.
In maniera analoga a quanto perseguito in Europa, con approcci bilaterali “diversificati”, per l’area indo-pacifica il Pentagono suggerisce la formazione di coalizioni operative di due, tre o quattro paesi, per “rafforzare la cooperazione regionale”, trasformando gli esistenti legami militari, secondo il concetto alla moda di una “architettura di sicurezza di rete”. E, ancora una volta, per “cooperazione” si intende prima di tutto una “monetizzazione” dell’alleanza, che richiede da alleati e partner l’aumento degli stanziamenti per l’acquisto di armi americane, nonostante che negli ultimi tre anni le vendite di armamenti yankee ai paesi della regione siano già aumentate di oltre il 65%.
È in questa cornice che si può inquadrare anche “l’incidente” delle petroliere nel golfo di Oman. Ora, quando la situazione è ancora in movimento e la domanda ovvia che tutti si pongono è il perché di un attacco a navi giapponesi, in prossimità delle coste iraniane, durante i colloqui del premier giapponese con la leadership iraniana, ancora su iarex.ru, Stanislav Tarasov osserva come la missione di Shinzō Abe a Teheran fosse stata di fatto concordata con Trump.
La CNN ha così commentato l’affare: “Quello che è successo è relativamente chiaro: due petroliere sono state attaccate mentre stavano transitando su quella rotta marittima strategica. È tuttavia molto più difficile spiegare perché ciò sia accaduto, e chi ci sia dietro, in gran parte perché una mossa del genere non può certo giovare a nessuno degli attori della regione”.
E che Abe avesse coordinato con Trump le proposte da trasmettere alla leadership iraniana, lo conferma indirettamente il Times, scrivendo che esse potrebbero essere affinate al probabile incontro di Trump con il leader spirituale iraniano Ali Khamenei – che Tokyo sarebbe intenzionata a invitare al G-20 a Osaka, a fine mese – o col Presidente Hassan Rouhani.
In teoria, Teheran, pur ribadendo la contrarietà al negoziato con gli USA finché Washington non abbandonerà la politica delle sanzioni e tornerà all’accordo sul nucleare, avrebbe deciso comunque di non rinunciare al dialogo, con la mediazione di Abe. Ora insomma, allorché anche la Royal Navy britannica sta formando il 19° Reparto speciale di fanteria di marina da dislocare in Bahrein, si assiste a un avvitamento delle tensioni nel Golfo, con “alcune forze” che sono riuscite a contrastare il processo negoziale tra Washington e Teheran. Quali siano “alcune forze” lo si può intuire dal The Jerusalem Post del 17 giugno che, quasi a sollecitare un Trump indeciso, dà per pressoché acquisita la decisione USA di un “attacco limitato” a uno dei siti del programma nucleare iraniano.
A ogni buon conto, mentre Trump ha ringraziato Abe “per gli sforzi volti a stabilire un processo negoziale con l’Iran”, Rouhani, a scanso di sorprese, parlando con Putin a Dušanbe, ha affermato che “la necessità di interazione tra i paesi della regione e, in particolare, tra i nostri paesi, sta diventando ogni giorno più urgente”.
Così che, secondo Giovenale “a Delfi gli oracoli tacciono e la caligine che avvolge il futuro preme sul genere umano”.
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